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DALLA CURVA AS ALLA CURVA DI PHILLIPS FINO AL CONCETTO DI NAIRU, Appunti di Macroeconomia. Università di Napoli Federico II

Macroeconomia

Descrizione: Appunti di macroeconomia del prof. Adriano Giannola, corso di macroeconomia all'univ. Federico II
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DALLA CURVA AS ALLA CURVA DI PHILLIPS FINO AL CONCETTO DI NAIRU
La curva di Phillips esprime la relazione, scoperta empiricamente tra la crescita del livello dei
prezzi e la disoccupazione. L’economista A.W. Phillips nel 1958 disegnò un grafico che riportava il
tasso di inflazione in funzione del tasso di disoccupazione nel Regno Unito per gli anni compresi
tra il 1861 e il 1957, rilevando una palese dipendenza negativa tra le due variabili. Analoghe
relazioni vennero presto osservate in altri paesi e, nel 1960, Paul Samuelson e Robert Solow, due
noti economisti statunitensi, a partire dal lavoro di Phillips, effettuarono la stessa analisi per gli
Stati Uniti usando i dati per gli anni 1900 al 1960. Tale relazione giunse ben presto ad occupare un
ruolo centrale nel pensiero e nelle politiche macroeconomiche poic sembrava che i paesi
potessero scegliere il trade-off tra disoccupazione ed inflazione: i governi potevano garantire una
disoccupazione minore se erano disposti a tollerare un’inflazione più elevata e viceversa. Tuttavia,
l’evidenza empirica degli anni ‘70 ne rilevò l’invalidità facendo registrare negli Stati Uniti e negli
altri paesi OCSE la compresenza di elevata inflazione e disoccupazione simultaneamente,
situazione che i macroeconomisti definirono stagflazione. In effetti, dal 1961 al 1969 l’economia
statunitense possiamo dire che si è spostata proprio lungo la curva di Phillips, ma dal 1970 in poi, la
relazione tra il tasso di inflazione e il tasso di disoccupazione che aveva caratterizzato gli anni
precedenti, venne meno, fondamentalmente per due ragioni. In primo luogo nel corso degli anni
Settanta gli USA furono colpiti da ben due shock petroliferi, che, insieme alla crisi delle materie
prime che si registrò nello stesso periodo, costrinse le imprese ad aumentare notevolmente i prezzi
rispetto ai salari e dunque l’inflazione subì un brusco incremento. Tuttavia la ragione principale è
un’altra, ed è proprio alla base delle successive formulazioni della curva di Phillips: ciò che
l’economista aveva trovato era una derivazione dell’equazione di offerta aggregata AS, ma non
aveva tenuto conto delle modalità con le quali gli individui modificano le proprie aspettative. Ciò è
proprio quanto accaduto negli anni 70’, quando l’inflazione divenne relativamente così elevata che
indusse i consumatori ad aspettarsi una continua e persistente crescita della stessa in futuro. Prima
di approfondire tale situazione, si derivi innanzitutto la curva ‘originaria’ di Philipps, a partire
dall’equazione AS dell’offerta aggregata. AS: P=Pe (1+μ)F(u,z). La curva AS definisce il livello
dei prezzi in corrispondenza dei quali le imprese sono disposte ad offrire un determinato livello di
output. Questi dipendono dal livello atteso dei prezzi, dal ricarico o mark up, che deriva dal potere
di mercato delle imprese (ossia dalla capacità di queste ultime di applicare un prezzo maggiore al
costo marginale). La funzione F, che deriva dall’equazione dei salari: W=P^eF(u,z), cattura gli
effetti sul salario del tasso di disoccupazione u e degli altri fattori rappresentati dalla variabile z (si
pensi all’indenni di disoccupazione, al salario minimo garantito, alla protezione dei lavoratori).
Possiamo assumere una forma funzionale esponenziale per descrivere le implicazioni che derivano
dalla funzione F. F= e^ (-αu+z). Quanto maggiore è il tasso di disoccupazione tanto minore è il
salario e quanto maggiore è z tanto maggiore è il salario; il parametro alfa esprime l’ampiezza
dell’effetto della disoccupazione u sul salario W. P=P^e (1+μ)e^(-αu+z), e ne consideriamo il
logaritmo: logP= logP^e + log(1+μ) - αu+z. A questo punto si sottragga la quantità LogP(-1) ad
ambo i membri: logP- logP(-1) = logP^e -logP(-1) + log(1+μ) - αu+z. Applicando la proprietà dei
logaritmi: logP-log P(-1) = log (P/P-1) = log (1 + [P-P-1]/P-1) = log (1+π) = π (dato che il valore
dell’inflazione è relativamente ridotto). Allo stesso modo log P^e - logP-1= π^e (inflazione attesa)
e log (1+μ)= μ. La AS, dunque, diventa π = π^e + (μ+ z) - αu , passando da un’espressione in
termini di livello dei prezzi ad una in termini di inflazione. A questo punto, si prenda in esame il
primo termine del secondo membro dell’equazione, l’inflazione attesa, che riflette le aspettative
degli individui circa l’inflazione nel prossimo futuro. Si supponga che esse si formino in base alla
relazione: π^e(t) = θπ(t-1). Il valore del parametro θ descrive l’effetto del tasso di inflazione
dell’anno precedente sul tasso di inflazione atteso dell’anno corrente. Quanto maggiore è il valore
di θ tanto più l’inflazione passata spinge i lavoratori e le imprese a rivedere le proprie aspettative
sulla variazione futura.
Si noti che è proprio la variazione del parametro θ ad essere alla base delle successive formulazioni
dell’equazione della curva. Infatti, fin quando l’inflazione resta ridotta e non persistente, è
ragionevole che lavoratori e imprese ignorino l’inflazione passata e assumano che il livello dei
prezzi rimanga costante. Per θ nullo, l’equazione AS in termini di inflazione, è esattamente la
relazione negativa tra disoccupazione e inflazione introdotta da Phillips, Samuelson e Solow: π =
(μ+ z) - αu (per π^e=0) CURVA ORIGINARIA DI PHILLIPS. Dati i prezzi attesi, che i lavoratori
assumono semplicemente pari a quelli dell’anno precedente, una minore disoccupazione comporta
salari nominali più elevati, che a loro volta si riflettono in prezzi maggiori applicati dalle imprese,
secondo un circolo vizioso, denominato ‘spirale prezzi-salari’. Infatti, i prezzi più elevati applicati
dalle imprese, spingeranno i lavoratori a concordare salari nominali ancor più elevati, che a loro
volta spingeranno le imprese ad alzare i prezzi, e così via. Negli anni ‘70, riprendendo quanto
accennato in precedenza, c’è stata un’evidente variazione del processo inflattivo, che divenne
costantemente positivo, modificando in sostanza il meccanismo di formazione delle aspettative dei
consumatori. Dall’equazione della formazione delle aspettative, possiamo indicare tale mutamento
con un cambiamento del valore del parametro θ, che è aumentato costantemente. A tal proposito
l’evidenza mostra che, a partire da questo periodo, le persone hanno iniziato ad assumere che il
tasso di inflazione corrente sarebbe stato uguale a quello passato: il parametro θ è diventato uguale
a 1. In tal modo l’equazione della curva diviene la seguente: π(t) - π(t-1)= (μ+ z) - αu(T). Se
nell’equazione della curva di Phillips “originaria” il tasso di disoccupazione influenza l’inflazione
stessa (se u(t) aumenta, π(t) riduce), al contrario, quest’ultima descrive la relazione tra la
disoccupazione e la variazione dell’inflazione (se u(t) aumenta, π(t)-π(t-1) riduce). E’ per questo
che essa prende il nome di curva di Phillips corretta per le aspettative, o modificata, o ancora
curva di Phillips accelerata. La curva di Phillips originaria implicava l’assenza del tasso naturale
di disoccupazione: se le autorità di politica economica erano disposte a tollerare un tasso di
inflazione maggiore, potevano mantenere un ridotto tasso di disoccupazione per sempre. Tuttavia,
così come teorizzato da Friedman e Phelps, tale trade-off poteva essere solo temporaneo e se il
governo avesse tentato di sostenere un’occupazione elevata, pagandone i costi, il trad-off alla fine
sarebbe scomparso e il tasso di disoccupazione non sarebbe sceso al di sotto di un certo livello,
detto tasso naturale di disoccupazione. Esso è per definizione, il tasso di disoccupazione, in
corrispondenza del quale il livello effettivo dei prezzi è uguale al livello atteso, quindi,
equivalentemente l’inflazione effettiva è pari a quella attesa. Applicando tale condizione di
uguaglianza e indicando tale tasso di disoccupazione con u(n), la AS diventa 0 = (μ+z) - αu(n).
Risolvendo per il tasso naturale di disoccupazione otteniamo: u(n) = (μ+z)/α. A tal punto possiamo
riscrivere tale equazione: π(t) - π^e= - α [u(t) - u(n)]. Se, come sembra essere come nel caso degli
Stati Uniti di oggi, il tasso di inflazione atteso è ben approssimato dal tasso di inflazione dell’anno
precedente, la relazione infine diventa: π(t) - π(t-1)= - α [u(t) - u(n)]. La variazione dell’inflazione
dipende dalla differenza tra tasso effettivo e tasso naturale di disoccupazione. Quando quello
effettivo eccede quello naturale l’inflazione diminuisce, e viceversa. L’equazione fornisce, inoltre,
un modo alternativo di pensare al tasso naturale di disoccupazione: esso è il tasso di
disoccupazione che mantiene costante l’inflazione. Per tal motivo esso viene anche chiamato
NAIRU (non accelerating inflation rate of unemployment). L’evidenza empirica mostra che
oggigiorno gli Stati Uniti fanno registrare un Nairu pari all’incirca il 6%, ma ovviamente
dipendendo da markup, variabile z, alfa, esso è influenzato dalla struttura del mercato del lavoro e
dalle decisioni di politica economica. A tal proposito, alcuni paesi europei registrano tasso di
disoccupazione molto più basso rispetto agli standard internazionali: è il caso di Svezia e Olanda.
Altri paesi tra i quali Francia e Regno Unito, invece, registrano un tasso di disoccupazione più
elevato.
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Caricato da: gianlucacirillo93
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Universita: Università di Napoli Federico II
Data di caricamento: 11/09/2013
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