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Riassunto esame diritto commerciale Pavia. Libro consigliato: Campobasso, Sintesi di Economia Aziendale. Università di Pavia

Economia Aziendale

Descrizione: Il sistema legislativoIl Codice Civile distingue diversi tipi di imprese e di imprenditori in base a tre criteri:­L’oggetto dell’impresa (imprenditore agricolo e imprenditore commerciale);­La dimensione dell’impresa (piccolo imprenditore e imprenditore medio­grande);­La natura del soggetto (impresa individuale, società e impresa pubblica).Tutti gli imprenditori sono assoggettati a una disciplina di base comune (statuto generale dell’imprenditore). Gli imprenditori commerciali non piccoli sono assoggettati allo statuto tipico dell’imprenditore commerciale (iscrizione nel registro delle imprese con effetti di pubblicità legale, la disciplina della rappresentanza commerciale, le scritture contabili, il fallimento e le procedure concorsuali). Mostra altro
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Universita: Università di Pavia
Indirizzo: Economia
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Parte prima - L’IMPRENDITORE

Capitolo primo. L’imprenditore

Il sistema legislativo

Il Codice Civile distingue diversi tipi di imprese e di imprenditori in base a tre criteri:

• L’oggetto dell’impresa (imprenditore agricolo e imprenditore commerciale);

• La dimensione dell’impresa (piccolo imprenditore e imprenditore medio-grande);

• La natura del soggetto (impresa individuale, società e impresa pubblica).

Tutti gli imprenditori sono assoggettati a una disciplina di base comune (statuto generale dell’imprenditore). Gli imprenditori commerciali non piccoli sono assoggettati allo statuto tipico dell’imprenditore commerciale (iscrizione nel registro delle imprese con effetti di pubblicità legale, la disciplina della rappresentanza commerciale, le scritture contabili, il fallimento e le procedure concorsuali).

La nozione generale di imprenditore

È imprenditore chi esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni e servizi. L’art.2082 fissa i requisiti minimi che devono ricorrere perché un dato soggetto sia esposto all’applicazione delle norme del codice civile dettate per l’impresa e per l’imprenditore. Dallo stesso articolo si ricava che l’impresa è attività caratterizzata da uno specifico scopo e da specifiche modalità di svolgimento.

Attività produttiva

L’impresa è attività produttiva di nuova ricchezza. Questa definizione esclude dalla categoria di impresa le attività di mero godimento (attività che non dà luogo alla produzione di nuovi beni e servizi; ad es. il proprietario di immobili che ne gode i frutti concedendoli in locazione). Un’attività può costituire allo stesso tempo godimento di beni preesistenti e produzione di nuovi beni o servizi (es. albergatore).

Gli atti di investimento, speculazione e finanziamento, quando siano coordinati in modo da configurare un’attività, possono dar vita ad impresa se ricorrono i requisiti dell’organizzazione e della professionalità (es. società finanziarie che erogano crediti con mezzi propri –s. di leasing-).

È ormai opinione diffusa che la qualità di imprenditore deve essere riconosciuta anche quando l’attività produttiva svolta è illecita. Vi possono essere due tipi diversi di impresa illecita:

• Impresa illegale: attività svolta in violazione di norme che disciplinano concessioni, licenze, autorizzazioni (es. attività bancaria senza la prescritta autorizzazione governativa);

• Impresa immorale: è illecito l’oggetto stesso dell’attività (es. contrabbando di sigarette, fabbricazione o commercio di droga). L’illecito compiuto dall’imprenditore immorale è più grave rispetto a quello dell’imprenditore illegale.

Questo riconoscimento dell’attività d’impresa estesa anche alle imprese illecite risponde all’esigenza di tutelare eventuali creditori di queste e di sottoporle alla disciplina fallimentare.

L’organizzazione. Impresa e lavoro autonomo

L’imprenditore crea un complesso produttivo, formato da persone e da beni strumentali (è quindi un’attività organizzata). È imprenditore anche chi opera senza utilizzare altrui prestazioni lavorative autonome o subordinate (es. lavanderia a gettoni); infatti la sempre più alta fungibilità tra capitale e lavoro ha determinato che l’organizzazione imprenditoriale può essere costituita di soli capitali e del proprio lavoro intellettuale e/o manuale.

La qualità di imprenditore non può essere negata quando il coordinamento di capitale e lavoro proprio non si concretizza in un complesso aziendale materialmente percepibile.

La semplice organizzazione ai fini produttivi del proprio lavoro non può essere considerata un organizzazione imprenditoriale in quanto viene a mancare un minimo di eteroorganizzazione (presenza di un minimo di organizzazione di lavoro altrui o di capitale). Ad esempio la borsa degli attrezzi di un idraulico non può essere considerata una forma di capitale poiché sono solo beni strumentali al lavoro.

Economicità dell’attività e scopo di lucro

È essenziale che l’attività produttiva sia svolta con metodo economico (coprendo i costi con i ricavi, assicurando l’autosufficienza economica). In caso contrario si avrebbe consumo e non produzione di ricchezza.

Non è quindi essenziale il perseguimento di uno scopo di lucro. Se si assumesse questo scopo come requisito essenziale dell’impresa sarebbero automaticamente escluse dalla categoria le imprese pubbliche (che non perseguono uno scopo di lucro).

Professionalità

È l’esercizio abituale e non occasionale di una data attività produttiva (es. non è imprenditore chi compie un’isolata operazione di acquisto e di rivendita di merci). Non è richiesto che l’attività sia svolta senza interruzioni, poiché sarebbero escluse attività stagionali come alberghi e stabilimenti balneari, ma è sufficiente il costante ripetersi di atti di impresa secondo le cadenze proprie di quel dato tipo di attività. Non è richiesto che l’attività d’impresa sia unica o principale. Può costituire impresa anche un unico affare se questo comporta il compimento di operazioni molteplici e l’utilizzo di un apparato produttivo complesso. Può essere qualificato imprenditore anche chi produce beni o servizi destinati ad uso o consumo personale (imprese per conto proprio).

Imprese e professioni intellettuali

I liberi professionisti (avvocati, dottori commercialisti, notai…) non sono mai in quanto tali imprenditori. Le disposizioni in tema d’impresa si applicano alle professioni intellettuali solo se l’esercizio della professione costituisce elemento di una attività organizzata in forma di impresa (es. il medico che gestisce la clinica privata nella quale opera o professore titolare di una scuola privata nella quale insegna). Il professionista intellettuale che si limita a svolgere la propria attività non diventa mai imprenditore. Motivo di questa esclusione è l’esistenza di specifici statuti per le diverse categorie professionali che sono già una forma di tutela per il professionista. L’esonero dei professionisti intellettuali dello statuto dell’imprenditore ha vantaggi (sottrazione al fallimento) e svantaggi (inapplicabilità della disciplina dell’azienda, dei segni distintivi e della concorrenza sleale).

Capitolo secondo. Le categorie di imprenditori

A)Imprenditore agricolo e imprenditore commerciale

Il ruolo della distinzione

La distinzione è fatta in base all’oggetto dell’attività. Questa distinzione è necessaria al fine di applicare la specifica normativa.

Chi è imprenditore agricolo è sottoposto solo alla disciplina prevista per l’imprenditore in generale. È esonerato dalla applicazione della disciplina propria dell’imprenditore commerciale: tenute delle scritture contabili, assoggettamento al fallimento…

L’imprenditore agricolo gode di un trattamento di favore rispetto all’imprenditore commerciale, anche grazie a incentivi e agevolazioni.

L’imprenditore agricolo. Le attività agricole essenziali

L’attuale formulazione dell’art.2135 stabilisce che è imprenditore agricolo chi esercita una delle seguenti attività: coltivazione del fondo, selvicoltura, allevamento di animali e attività connesse; intendendosi attività dirette alla cura e allo sviluppo di un ciclo biologico o di una fase necessaria del ciclo stesso, che utilizzano o che possono utilizzare il fondo, il bosco o le acque dolci, salmastre o marine.

Rispetto alle attività agricole tradizionali regolate nel Codice del 1942, si sono aggiunte attività quali: allevamenti in batteria (bovini e pollame), agricoltura industrializzata (utilizzo di prodotti chimici per accrescere la produttività) e coltivazioni artificiali o fuori terra (funghi e ortaggi). Queste attività possono prescindere dall’utilizzo del fondo e quindi non potevano essere considerate attività agricole dal vecchio Codice.

Si può essere imprenditori agricoli anche per connessione, cioè quando l’attività riguarda la manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione dei prodotti delle attività agricole di base. Le due attività devono essere omogenee e i prodotti utilizzati nell’attività connessa devono provenire prevalentemente dall’attività agricola di base. Sono attività agricole connesse anche i servizi svolti a terzi

utilizzando prevalentemente il capitale dell’attività agricola di base (es. trebbiatura conto terzi). È impresa agricola anche l’attività di valorizzazione rurale (es. agriturismo).

L’imprenditore commerciale

È imprenditore commerciale colui che esercita una o più delle seguenti categorie di attività, elencate dall’art. 2195:

• Attività industriale diretta alla produzione di beni o servizi (imprese industriali);

• Attività intermediarie nella circolazione dei beni (commercio);

• Attività di trasporto;

• Attività bancarie o assicurative.

Dovrà essere considerata commerciale ogni impresa che non sia qualificabile come agricola.

B) Piccolo imprenditore

È sottoposto allo statuto generale dell’imprenditore, ma è esonerato, anche se esercita attività commerciale, dalla tenuta delle scritture contabili e dall’assoggettamento al fallimento. Sono piccoli imprenditori i coltivatori diretti del fondo, gli artigiani, i piccoli commercianti e coloro che esercitano un’attività professionale in cui sia prevalente il lavoro proprio e/o dei componenti della propria famiglia rispetto al lavoro altrui e ai capitali utilizzati (art. 2083). In base all’attuale disciplina non è soggetto al fallimento l’imprenditore commerciale che dimostri il possesso congiunto dei seguenti requisiti:

• Investimenti per trecentomila euro;

• Ricavi lordi per duecentomila euro;

• Debiti (anche non scaduti) non superiori a cinquecentomila.

Queste cifre vengono calcolate nella media di tre anni (per adeguarle alla svalutazione monetaria). Basta il superamento di un solo parametro per essere esposti al fallimento.

L’impresa artigiana

La definizione dell’impresa artigiana è basta:

• Sull’oggetto dell’impresa, che può essere costituito da qualsiasi attività di produzione di beni (anche semilavorati) o di prestazioni di servizi;

• Sul ruolo dell’artigiano nell’impresa, si richiede in particolare che egli svolga in misura prevalente il proprio lavoro, anche manuale, nel processo produttivo, ma non che il suo lavoro prevalga sui fattori produttivi.

L’impresa familiare

È l’impresa nella quale collaborano il coniuge, i parenti (fino ai nipoti) e gli affini (fino ai cognati) dell’imprenditore: la c.d. famiglia nucleare (art. 230). Non necessariamente l’impresa familiare è una piccola impresa. Il legislatore ha predisposto una tutela minima del lavoro familiare nell’impresa al fine di evitare abusi e ingiustizie largamente diffuse nel passato: sono quindi riconosciuti diritti sia sul piano patrimoniale (diritto al mantenimento, diritto alla partecipazione agli utili dell’impresa, diritto sui beni acquistati con gli utili, diritto di prelazione in caso di trasferimento dell’azienda) sia sul piano amministrativo (decisioni di particolare rilievo -impiego degli utili e degli incrementi, cessazione dell’impresa,…- prese a maggioranza dai familiari). Il diritto di partecipazione è trasferibile solo a favore degli altri membri della famiglia nucleare e con il consenso unanime dei familiari già partecipanti. L’imprenditore ha la proprietà esclusiva dei beni aziendali e il compito di provvedere alla gestione ordinaria. L’imprenditore agisce nei confronti di terzi in proprio e solo lui sarà responsabile verso questi delle relative obbligazioni di contratto. Se l’impresa è commerciale sarà esposto al fallimento.

C) Impresa collettiva e impresa pubblica

L’impresa societaria

La società semplice è utilizzabile solo per l’esercizio di attività non commerciale. Le società commerciali possono essere imprenditori agricoli o imprenditori commerciali a seconda dell’attività esercitata.

Le imprese pubbliche

Attività d’impresa può essere svolta anche dallo Stato e dagli altri enti pubblici. Ciò è possibile in tre diverse forme:

• Servendosi di strutture di diritto privato (società, generalmente per azioni: è il caso delle società a partecipazione statale);

• Enti di diritto pubblico che svolgono attività d’impresa (sono sottoposti allo statuto generale dell’imprenditore, con una solo eccezione: l’esonero dal fallimento);

• Svolgendo direttamente attività d’impresa avvalendosi di proprie strutture organizzative (es. le aziende municipalizzate che erogano pubblici servizi come acqua, gas e trasporti).

Dal 1990 quasi tutti gli enti pubblici economici sono stati trasformati in società per azioni a partecipazione statale (privatizzazione formale); in tempi più recenti è stata avviata la dismissione delle partecipazione pubbliche di controllo (privatizzazione sostanziale).

Attività commerciale delle associazioni e delle fondazioni

Le associazioni e le fondazioni possono svolgere attività d’impresa. Infatti per aversi impresa è sufficiente che l’attività sia svolta con metodo economico e non necessariamente perseguendo un lucro. Questo presupposto è in linea anche se si tratta di un ente con finalità ideale. L’ente resta sottoposto a tutte le conseguenze dell’impresa commerciale, fallimento compreso. Può essere svolta in modo esclusivo (es. fondazione costituita per lo svolgimento di attività editoriale) o accessorio (es. sindacato che gestisce una casa editrice con la quale pubblica il materiale relativo all’attività del sindacato). Gli eventuali guadagni devono essere necessariamente reinvestiti e l’attività d’impresa deve essere compatibile con la finalità ideale dell’ente.

L’impresa sociale

Possono acquisire la qualifica di impresa sociale tutte le organizzazioni private che esercitano in via stabile e principale un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o servizi di utilità sociale. È necessaria l’assenza dello scopo di lucro (gli utili devono essere impiegati per lo svolgimento dell’attività statutaria o all’incremento del patrimonio dell’ente). Non è possibile disporre del patrimonio del patrimonio dell’impresa e distribuire fondi o riserve a vantaggio di coloro che fanno parte dell’organizzazione. In caso di cessazione dell’impresa, il patrimonio residuo è devoluto ad altre organizzazioni secondo quanto previsto dallo statuto.

La responsabilità patrimoniale dei partecipanti è limitata.

Le imprese sociali sono assoggettate allo statuto dell’imprenditore commerciale ad eccezione del fallimento (sostituito dalla liquidazione coatta amministrativa). Le imprese sociali si costituiscono per atto pubblico e sono soggette alla vigilanza del Ministero del lavoro, che effettua periodiche ispezioni al fine di verificare la presenza delle condizioni di riconoscimento.

Capitolo terzo. L’acquisto della qualità di imprenditore

A)L’imputazione dell’attività d’impresa

Esercizio diretto dell’attività d’impresa

Il criterio della spendita del nome stabilisce che è imprenditore il soggetto il cui nome è validamente speso nell’attività d’impresa.

Il mandatario è un soggetto che agisce nell’interesse di un altro soggetto e può porre in essere i relativi atti giuridici sia spendendo il proprio nome (mandato senza rappresentanza) sia spendendo il nome del mandante, se questi gli ha conferito il potere di rappresentanza (mandato con rappresentanza). Mentre nel mandato con rappresentanza gli atti posti in essere dal mandatario si producono direttamente nella sfera giuridica del mandante, nel mandato senza rappresentanza il mandatario che agisce in proprio nome acquista i diritti e assume gli obblighi derivanti dagli atti compiuti con i terzi. Quando gli atti d’impresa sono compiuti tramite rappresentante

(volontario o legale) l’imprenditore diventa il rappresentato e non il rappresentante (anche nel caso in cui quest’ultimo abbia grandi poteri decisionali).

Esercizio indiretto dell’attività d’impresa. L’imprenditore occulto

È largamente diffuso l’esercizio dell’impresa tramite interposta persona. Uno è il soggetto che compie in proprio nome i singoli atti d’impresa (il c.d. imprenditore palese o prestanome). Altro è il soggetto che somministra al primo i necessari mezzi finanziari, dirige di fatto l’impresa e fa propri tutti i guadagni, pur non palesandosi come imprenditore di fronte ai terzi (il c.d. imprenditore diretto o occulto). Poiché il prestanome ha agito in proprio nome, ha acquistato la qualità di imprenditore commerciale: i creditori potranno provocarne dunque il fallimento. È altrettanto vero che, data l’insufficienza del relativo patrimonio, i creditori potranno ricavare ben poco dal fallimento del prestanome, con la conseguenza che il rischio d’impresa non sarà sopportato dal reale dominus ma da questi è trasferito sui creditori (soprattutto su quelli che non sono in grado di premunirsi contro il dissesto del prestanome, costringendo il reale interessato a garantire personalmente i debiti contratti in proprio nome dal primo.

Esistono due modi per coinvolgere nel fallimento:

• Con il potere gestorio chi esercita il potere deve rispondere degli atti compiuti (in alcuni casi anche con il proprio patrimonio);

• Teoria dell’imprenditore occulto: il comma 4 dell’art. 147 prevede che chi esercita il potere di direzione di un’impresa se ne assume necessariamente anche il rischio e risponde delle relative obbligazioni con la conseguenza che è responsabile verso i creditori assieme al prestanome e in caso di fallimento dell’impresa, fallirebbe con lui.

B) Inizio e fine dell’attività d’impresa

L’inizio dell’impresa

La qualità di imprenditore si acquista con l’effettivo inizio dell’esercizio dell’attività d’impresa. In precedenza si riteneva che l’attività iniziasse con l’iscrizione nel registro delle imprese: questa regola è stata abbandonata, in quanto avrebbe portato al fallimento le società cosiddette “dormienti” (società già costituite ma che non hanno ancora iniziato la propria attività). Si è imprenditore anche durante la fase preliminare di organizzazione in quanto è costituita da un insieme di atti di gestione indirizzati a un fine produttivo. Può essere sufficiente anche un solo atto di organizzazione imprenditoriale (particolarmente qualificato) per affermare che l’attività d’impresa è iniziata (es. società alberghiera che acquista un’area fabbricabile).

La fine dell’impresa

La fine dell’impresa è di regola preceduta da una fase di liquidazione più o meno lunga, durante la quale l’imprenditore completa i cicli produttivi iniziati, vende le giacenze di magazzino e gli impianti, licenzia i dipendenti, definisce i rapporti

pendenti. La fase liquidativa può ritenersi chiusa solo con la definitiva disgregazione del complesso aziendale, che rende definitiva e irrevocabile la cessazione.

L’art.10 della legge fallimentare dispone che gli imprenditori possono essere dichiarati falliti entro un anno dalla cancellazione dal registro delle imprese, se l’insolvenza si è manifestata anteriormente alla medesima o entro l’anno successivo. Per ragioni di certezza del diritto, si presume che al momento della cancellazione l’attività d’impresa sia già terminata, ma il creditore o il pubblico ministero possono provare il contrario per ottenere la cancellazione di fallimento del debitore dopo l’anno dalla cancellazione della stessa.

C) Capacità e impresa

Incapacità e incompatibilità

La capacità all’esercizio di attività d’impresa si acquista con la piena capacità di agire e quindi al compimento del diciottesimo anno di età. Si perde in seguito a interdizione o a inabilitazione. Il minore o l’incapace che esercita attività di impresa non acquista la qualità di imprenditore.

L’incompatibilità si ha con il divieto di esercizio di impresa commerciale posto a carico di coloro che esercitano determinati uffici o professioni (ad es. impiegati dello Stato, avvocati, notai). La violazione di tali divieti non impedisce l’acquisto della qualità di imprenditore commerciale, ma espone solo a sanzioni amministrative e ad un aggravamento delle sanzioni penali per bancarotta in caso di fallimento.

L’impresa commerciale degli incapaci

È possibile l’esercizio di attività d’impresa per conto di un incapace da parte di rispettivi rappresentanti legali (osservando delle disposizioni dettate al riguardo). Non è possibile iniziare una nuova impresa commerciale in nome e nell’interesse dell’incapace, ma è consentita solo la continuazione dell’esercizio di un’impresa commerciale preesistente (salvo che per il minore emancipato). La continuazione dell’attività di impresa deve essere utile per l’incapace e autorizzata dal tribunale. Chi ha la rappresentanza legale del minore o dell’interdetto, può compiere tutti gli atti che rientrano nell’esercizio dell’impresa. L’inabilitato, in seguito all’autorizzazione, può esercitare personalmente l’impresa assistito dal curatore.

Il minore emancipato può essere autorizzato dal tribunale ad iniziare una nuova impresa commerciale, acquistando la piena capacità di agire.

Capitolo quarto. Lo statuto dell’imprenditore commerciale

A)La pubblicità legale

La pubblicità delle imprese commerciali

Il mercato richiede informazioni veritiere e non contestabili su fatti e situazioni delle imprese con cui entra in contatto. Per le imprese commerciali questa esigenza è soddisfatta con l’introduzione di un sistema di pubblicità legale. È cioè previsto l’obbligo di rendere di pubblico dominio determinati atti o fatti relativi alla vita dell’impresa, così da rendere le informazioni accessibili ai terzi interessati (pubblicità notizia) ed opponibili a chiunque (conoscibilità legale). Il registro delle imprese è lo strumento di pubblicità legale previsto dal codice del 1942. Il nuovo registro delle imprese è stato istituito nel 1993 (operativo dal ‘97) ed è l’unico strumento di pubblicità legale delle imprese commerciali. Inoltre è anche strumento di informazione sui dati organizzativi di tutte le altre imprese (imprese agricole, piccole, società semplici). Il registro delle imprese è tenuto con tecniche informatiche.

Il registro delle imprese

Il registro delle imprese è istituito in ciascuna provincia presso la camera di commercio. L’attività è svolta sotto la vigilanza di un giudice.

Il registro è articolato in una sezione ordinaria e in tre sezioni speciali.

Nella sezione ordinaria sono iscritti gli imprenditori (non agricoli) per i quali l’iscrizione produce effetti di pubblicità legale (imprenditori commerciali).

Le sezioni speciali sono tre:

• In una sono iscritti gli imprenditori che secondo il codice civile ne erano esonerati (imprenditori agricoli individuali, piccoli imprenditori, società semplici).

• La seconda sezione accoglie le società tra professionisti, la cui iscrizione assolve la funzione di pubblicità notizia.

• La terza è dedicata alla pubblicità dei legami di gruppo. Vi si indicano le società o gli enti che esercitano attività di direzione e coordinamento e quelle che vi sono soggette.

I fatti e gli atti da registrare riguardano gli elementi di individuazione dell’imprenditore e dell’impresa (dati anagrafici dell’imprenditore, ditta, oggetto, sede, inizio e fine dell’attività, …) e la struttura organizzativa della società (atto costitutivo e sue modificazioni, nomina e revoca degli amministratori, …).

L’iscrizione è eseguita su domanda dell’interessato, ma può avvenire anche di ufficio se l’iscrizione è obbligatoria e l’interessato non vi provvede.

Prima di procedere all’iscrizione, l’ufficio del registro deve controllare che la documentazione è formalmente regolare, nonché l’esistenza e la veridicità dell’atto o del fatto.

L’inosservanza dell’obbligo di registrazione è punita con sanzioni pecuniarie amministrative.

L’iscrizione nella sezione ordinaria ha funzione di pubblicità legale. Di regola l’iscrizione ha efficacia semplicemente dichiarativa. I fatti e gli atti soggetti a iscrizione e iscritti sono opponibili a chiunque dal momento della loro registrazione (efficacia positiva immediata). L’omessa iscrizione impedisce che il fatto possa essere opposto a terzi (efficacia negativa).

In alcune ipotesi l’iscrizione è presupposto affinché l’atto sia produttivo di effetti, sia fra le parti che per i terzi, o solo nei confronti dei terzi.

In altri casi l’iscrizione è presupposto per la piena applicazione di un determinato regime giuridico (efficacia normativa).

L’iscrizione nella sezione speciale ha di regola solo funzione di pubblicità notizia (non è di per sé opponibile ai terzi). È stato stabilito con un decreto del 2001 che l’iscrizione degli imprenditori agricoli e delle società semplici nella sezione speciale ha efficacia di pubblicità legale.

B) Le scritture contabili

L’obbligo di tenuta delle scritture contabili

Le scritture contabili sono i documenti che contengono la rappresentazione, in termini quantitativi e/o monetari, dei singoli atti d’impresa, della situazione del patrimonio dell’imprenditore e del risultato economico dell’attività. Di regola sono tenute spontaneamente dall’imprenditore (è un obbligo per l’imprenditore che esercita attività commerciale, con l’esclusione dei piccoli imprenditori). Nella legislazione tributaria quest’obbligo è esteso anche ai liberi professionisti

Le scritture contabili obbligatorie

La norma pone il principio generale che l’imprenditore deve tenere tutte le scritture contabili che siano richieste dalla natura e dalle dimensioni dell’impresa. In ogni caso devono essere tenuti determinati libri contabili: il libro giornale (registro cronologico- analitico in cui vengono indicate giorno per giorno le operazioni relative all’esercizio dell’impresa) e libro degli inventari (registro periodico-sistematico redatto all’inizio dell’esercizio dell’impresa e successivamente ogni anno; fornisce il quadro della situazione patrimoniale dell’imprenditore e si chiude con il bilancio e il conto dei profitti e delle perdite). Dal bilancio devono risultare con evidenza e verità la situazione complessiva del patrimonio (stato patrimoniale) alla fine di ciascun anno, nonché gli utili conseguiti o le perdite sofferte (conto economico) nel medesimo arco di tempo.

Altre scritture sono: libro mastro (operazioni registrate sistematicamente), libro cassa (entrate e uscite di denaro), libro magazzino (entrate e uscite di merci).

Regolarità delle scritture contabili. Efficacia probatoria

Per garantire la veridicità delle scritture contabili è imposta l’osservanza di determinate regole formali e sostanziali nella loro tenuta. Tutte le scritture contabili devono essere poi tenute secondo le norme di un’ordinata contabilità (senza spazi in bianco, senza interlinee, senza abrasioni e in modo che le parole cancellate restino leggibili). L’inosservanza di tali regole rende le scritture irregolari e quindi giuridicamente irrilevanti. L’imprenditore che non tiene regolarmente le scritture contabili non può utilizzarle come mezzo di prova a suo favore.

Le scritture contabili, siano o meno regolarmente tenute, possono sempre essere utilizzate dai terzi come mezzo processuale di prova contro l’imprenditore che le tiene (il terzo non può avvalersi solo della parte a lui favorevole).

L’imprenditore può utilizzare le proprie scritture contabili come mezzo processuale di prova contro i terzi. Sono necessarie tre condizioni (1- scritture regolarmente tenute; 2- la controparte deve essere un imprenditore obbligato alla tenuta delle scritture contabili; 3- la controversia è relativa a rapporti inerenti all’esercizio dell’impresa).

C) La rappresentanza commerciale

Ausiliari dell’imprenditore commerciale e rappresentanza

Di regola l’imprenditore si avvale della collaborazione di altri soggetti. Possono essere collaboratori interni, cioè soggetti stabilmente inseriti all’interno della struttura aziendale per effetto di un rapporto di lavoro subordinato che li lega all’imprenditore. Oppure possono essere soggetti esterni all’organizzazione imprenditoriale che collaborano con l’imprenditore in modo occasionale o stabile attraverso mandato, commissione, spedizione, agenzia,… (collaboratori esterni). Per la posizione rivestita nell’organizzazione aziendale, institori, procuratori e commessi sono automaticamente investiti del potere di rappresentanza dell’imprenditore (il loro potere costituisce un effetto naturale di quella determinata collocazione nell’impresa ad opera dell’imprenditore). Chi conclude affari con uno di questi ausiliari dell’imprenditore commerciale dovrà solo verificare se l’imprenditore ha modificato (con atto espresso e reso pubblico) i loro naturali poteri amministrativi.

L’institore

È institore colui che è preposto dal titolare all’esercizio dell’impresa o di una sede secondaria o di un ramo particolare della stessa (è il direttore generale dell’impresa o di una filiale o di un settore produttivo). È un lavoratore subordinato con la qualifica di dirigente, posto al vertice della gerarchia del personale (vertice assoluto se è preposto all’intera impresa: in tal caso dipenderà solo dall’imprenditore, solo da lui riceverà direttive e solo a lui dovrà rendere conto del suo operato).

L’institore è tenuto, congiuntamente con l’imprenditore, all’adempimento degli obblighi di iscrizione al registro delle imprese e di tenuta delle scritture contabili. In caso di fallimento dell’imprenditore troveranno applicazione anche nei confronti dell’institore le sanzioni penali a carico del fallito.

Ha anche un generale potere di rappresentanza, sia sostanziale che processuale. Per quanto riguarda quella sostanziale, l’institore può compiere in nome dell’imprenditore, anche in mancanza di espressa procura, tutti gli atti pertinenti all’esercizio dell’impresa (gli è espressamente vietato di alienare i beni immobili del preponente).

Per quanto riguarda poi la rappresentanza processuale, l’institore può stare in giudizio, sia come attore (rappresentanza processuale attiva), sia come convenuto (rappresentanza processuale passiva) per le obbligazioni dipendenti da atti compiuti nell’esercizio dell’impresa a cui è preposto.

I poteri rappresentativi dell’institore possono essere ampliati o limitati dall’imprenditore (le limitazioni saranno opponibili ai terzi solo se la procura originaria o il successivo atto di limitazione siano stati pubblicati nel registro delle imprese). Anche la revoca della procura è opponibile ai terzi solo se pubblicata.

Come ogni rappresentante, l’institore deve rendere palese (spendendo il nome del rappresentato) al terzo con cui contratta, tale sua veste, affinché l’atto compiuto e i relativi effetti ricadano direttamente sul rappresentato.

In caso di danno del terzo, risponderanno nei suoi confronti solidalmente sia l’institore sia il preponente. Sarà poi questione interna a costoro stabilire su chi debba realmente ricadere il peso del debito e il regolamento dei reciproci rapporti.

I procuratori

I procuratori sono coloro che, in base ad un rapporto continuativo, abbiano il potere di compiere per l’imprenditore gli atti pertinenti all’esercizio dell’impresa pur non essendo preposti ad esso. Sono ausiliari subordinati di grado inferiore rispetto all’institore, poiché non sono posti a capo dell’impresa o di sedi secondarie e il loro potere decisionale è circoscritto ad un determinato settore operativo dell’impresa (es. direttore del settore acquisti, dirigente del personale,…). Il procuratore non ha la rappresentanza processuale dell’imprenditore. L’imprenditore non risponde degli atti compiuti dal procuratore senza spendita del nome dell’imprenditore stesso, anche se pertinenti all’esercizio dell’impresa.

I commessi

Sono ausiliari subordinati cui sono affidate mansioni esecutive o materiali che le pongono in contatto con i terzi (es. commesso di negozio, impiegato di banca addetto agli sportelli, cameriere,…). Il loro potere è più limitato rispetto a quello di institori e procuratori: possono compiere gli atti che ordinariamente comporta la specie di operazioni di cui sono incaricati. Non possono modificare le condizioni generali di vendita, non possono concedere sconti. L’imprenditore può limitare o ampliare tali poteri.

Capitolo quinto. L’azienda

La nozione di azienda. Organizzazione ed avviamento

L’azienda è il complesso dei beni organizzati dall’imprenditore per l’esercizio dell’impresa (art. 2555). È quindi l’apparato strumentale (locali, macchinari, merci,…)

di cui si avvale l’imprenditore per lo svolgimento e nello svolgimento della propria attività. Non possono essere perciò considerati beni aziendali i beni di proprietà dell’imprenditore che non siano da questi effettivamente destinati allo svolgimento dell’attività d’impresa. Viceversa la qualifica di bene aziendale compete anche ai beni di proprietà di terzi di cui l’imprenditore può disporre purché attualmente impiegati nell’attività d’impresa (locali in affitto o macchinario in leasing).

I beni organizzati ad azienda consentono la produzione di utilità nuove, diverse e maggiori di quelle ricavate dai singoli beni isolatamente considerati. Il rapporto di strumentalità e di complementarietà fra i singoli elementi costitutivi dell’azienda fa si che il complesso unitario acquisti di regola un valore di scambio maggiore della somma dei valori dei singoli beni che in dato momento la costituiscono. Tale maggior valore si definisce avviamento:

• L’avviamento oggettivo è quello ricollegabile a fattori che permangono anche se muta il titolare dell’azienda, in quanto insiti nel coordinamento esistente dei diversi beni (capacità di un complesso industriale di consentire una produzione a costi competitivi sul mercato);

• L’avviamento soggettivo è quello dovuto all’abilità operativa dell’imprenditore sul mercato ed in particolare alla sua abilità nel formarsi, conservare e accrescere la clientela.

La circolazione dell’azienda. Oggetto e forma

È importante stabilire in concreto se un determinato atto di disposizione dell’imprenditore sia da qualificare come trasferimento di azienda o come trasferimento dei singoli beni aziendali. La distinzione non è sempre agevole, soprattutto quando l’atto di disposizione comprende solo parte dei beni aziendali.

Per aversi trasferimento d’azienda non è necessario che l’atto di disposizione comprenda l’intero complesso aziendale. È necessario, ma al tempo stesso sufficiente, che sia trasferito un insieme di beni potenzialmente idoneo a essere utilizzato per l’esercizio di una determinata attività d’impresa.

I contratti che hanno per oggetto il trasferimento della proprietà o la concessione in godimento dell’azienda sono validi se stipulati con l’osservanza delle forme stabilite dalla legge per il trasferimento dei singoli beni che compongono l’azienda o per la particolare natura del contratto.

La vendita dell’azienda. Il divieto di concorrenza dell’alienante

Chi aliena un’azienda commerciale deve astenersi, per un periodo massimo di cinque anni dal trasferimento, dall’iniziare una nuova impresa che possa comunque, per l’oggetto, l’ubicazione o altre circostanza, sviare la clientela dall’azienda ceduta (se viene pattuito un termine superiore, tale termine viene ricondotto ai cinque anni). La norma tutela due opposte esigenze. Quella dell’acquirente dell’azienda di trattenere la clientela dell’impresa e quindi di godere dell’avviamento (soggettivo), del quale di regola si è tenuto conto nella pattuizione del prezzo di vendita. Quella dell’alienante a non vedere compromessa la propria libertà di iniziativa economica oltre un determinato arco di tempo (legislativamente ritenuto) sufficiente per consentire all’acquirente di consolidare la propria clientela.

Il divieto di concorrenza è derogabile e ha carattere relativo: sussiste nei limiti in cui la nuova attività d’impresa dell’alienante sia potenzialmente idonea a sottrarre clientela all’azienda ceduta.

La successione nei contratti aziendali

La disciplina del trasferimento dell’azienda si preoccupa di favorire il mantenimento dell’unità economica della stessa. A tal fine è agevolato il subingresso dell’acquirente nei rapporti contrattuali in corso di esecuzione che l’alienante ha stipulato con fornitori, finanziatori, lavoratori e clienti, per assicurarsi i fattori produttivi necessari allo svolgimento dell’attività d’impresa, nonché per dare sbocco ai suoi prodotti.

È infatti previsto che, se non è pattuito diversamente, l’acquirente dell’azienda subentra nei contratti stipulati per l’esercizio dell’azienda stessa che non abbiano carattere personale. Al terzo contraente è riconosciuto il diritto di recedere dal contratto entro tre mesi dalla notizia del trasferimento, se sussiste una giusta causa. Nella cessione dei contratti inerenti all’esercizio dell’impresa, il consenso del terzo contraente non è più necessario per il trasferimento del contratto. Se il terzo decide di avvalersi del diritto di recesso può richiedere un risarcimento danni all’alienante dimostrando che questi non ha osservato la normale cautela nella scelta dell’acquirente dell’azienda.

Nei contratti che hanno carattere personale sono necessari sia un’espressa pattuizione contrattuale fra alienante e acquirente dell’azienda, sia il consenso del contraente ceduto ai fini del trasferimento.

I crediti e i debiti aziendali

Nella successione dei crediti aziendali, la notifica al debitore ceduto o l’accettazione da parte di questi è sostituita da una sorta di notifica collettiva: l’iscrizione del trasferimento dell’azienda nel registro delle imprese. Da tale momento la cessione dei crediti relativi all’azienda ceduta ha effetto nei confronti dei terzi. Tuttavia se il debitore ceduto paga in buona fede l’alienante è liberato.

Per quanto riguarda i debiti è invece necessario il consenso del creditore: l’alienante non è infatti liberato se non risulta che i creditori vi hanno consentito.

Nel trasferimento di un’azienda commerciale risponde dei debiti suddetti anche l’acquirente dell’azienda, se essi risultano dai libri contabili obbligatori.

Per quanto riguarda i debiti di lavoro, risponde l’acquirente dell’azienda, in solido con l’alienante, anche se non risultano dalle scritture contabili.

Secondo gli orientamenti più recenti, crediti e debiti non passano automaticamente in testa all’acquirente, ma è necessaria a tal fine un’espressa pattuizione.

Usufrutto e affitto dell’azienda

La costituzione in usufrutto di un complesso di beni destinati allo svolgimento di attività d’impresa comporta il riconoscimento in testa all’usufruttario di particolari poteri-doveri. E ciò sia per consentire all’usufruttuario di operare liberamente nella

gestione dell’impresa, sia per tutelare l’interesse del concedente a che non sia menomata l’efficienza del complesso aziendale. L’usufruttuario può godere dei beni aziendali e ha il potere di disporne nei limiti segnati dalle esigenze della gestione; può inoltre acquistare e immettere nell’azienda nuovi beni.

Al termine dell’usufrutto, l’azienda sarà composta in tutto o in parte da beni diversi da quelli originari; è pertanto prevista la redazione di un inventario all’inizio e alla fine dell’usufrutto, in modo da regolare la differenza fra le due consistenze in denaro.

L’affitto di azienda è un contratto che ha ad oggetto un complesso di beni organizzati, eventualmente comprensivo dell’immobile (e quindi diverso dalla locazione di un immobile destinato all’esercizio di attività d’impresa).

Il nudo proprietario e il locatore sono tenuti a non iniziare una nuova impresa idonea a sviare la clientela per la durata dell’usufrutto e dell’affitto. Inoltre nei debiti aziendali anteriori alla costituzione dell’usufrutto o dell’affitto risponderanno esclusivamente il nudo proprietario o il locatore.

Capitolo sesto. I segni distintivi

Il sistema dei segni distintivi

In un mercato che vede la coesistenza di più imprenditori, i quali producono beni o servizi identici o similari, ricopre una grande importanza il sistema dei segni distintivi (la ditta, l’insegna e il marchio). Questi permettono ai consumatori di identificare con precisione l’imprenditore e quindi di operare scelte consapevoli.

Gli imprenditori sono tutelati dal divieto di precludere ai concorrenti l’uso di segni similari idonei a sviare la propria clientela. Inoltre possono cedere ad altri i propri segni distintivi, monetizzando l’autonomo valore economico.

I segni distintivi rispondono anche all’interesse dei terzi che entrano in contatto con l’azienda a non essere tratti in inganno sull’identità dell’imprenditore. In questo modo si garantisce uno svolgimento ordinato e leale della competizione concorrenziale.

In generale l’imprenditore:

• gode di ampia libertà nella formazione dei propri segni distintivi;

• ha diritto all’uso esclusivo dei propri segni distintivi;

• può trasferire ad altri i propri segni distintivi.

A) La ditta

Formazione e contenuto del diritto sulla ditta

La ditta è il nome commerciale dell’imprenditore; in mancanza di diversa scelta corrisponde col nome e cognome civile dell’imprenditore, ma può essere liberamente stabilita.

La ditta originaria è quella formata dall’imprenditore che la utilizza. Deve contenere il cognome o la sigla dell’imprenditore.

La ditta derivata è quella formata da un imprenditore e successivamente trasferita ad altro imprenditore insieme all’azienda.

Il principio della novità stabilisce che la ditta non deve essere uguale o simile a quella usata da altro imprenditore e tale da creare confusione per l’oggetto dell’impresa o per il luogo in cui questa è esercitata (chi successivamente adotti ditta uguale o simile può essere costretto a modificarla con indicazioni idonee a differenziarla).

L’obbligo di differenziazione esiste soltanto tra imprenditori che si trovano in un rapporto concorrenziale.

La ditta si può trasferire solo insieme all’azienda.

B) Il marchio

Nozione e funzioni del marchio

Il marchio è il segno distintivo dei prodotti o dei servizi dell’impresa. Alcuni marchi producono effetti soltanto a livello nazionale (marchio nazionale), altri a livello europeo (marchio comunitario).

Il marchio non è un segno distintivo essenziale; ha la importante funzione di riconoscere con facilità i prodotti provenienti da una determinata fonte di produzione e svolge un’importante funzione nella formazione e nel mantenimento della clientela.

Alcuni marchi celebri godono di una tutela speciale: ad es. non possono essere riportati nemmeno su prodotti differenti da quelli cui il marchio si riferisce.

I tipi di marchio

È possibile che alcuni beni possono riportare più marchi di fabbrica in quanto subiscono successive fasi di lavorazione o risultano dall’assemblaggio di parti distintamente prodotte. Il marchio può anche essere apposto dal commerciante.

Il marchio può essere utilizzato anche da imprese che producono servizi (ad es. a scopo pubblicitario).

L’imprenditore può utilizzare un solo marchio per tutti i prodotti (marchio generale), ma può anche servirsi di più marchi. È possibile l’uso contemporaneo di un marchio generale e di più marchi speciali (ad es. Fiat 500, Fiat Punto, ecc…).

Il marchio può essere costituito solo da parole, da figure o da suoni.

Può anche essere costituito dalla forma del prodotto.

Un tipo particolare di marchio è quello collettivo che svolge la funzione di garantire l’origine, la natura o la qualità di determinati prodotti o servizi.

I requisiti di validità del marchio

Il marchio deve rispondere ai requisiti di liceità, verità, originalità, novità.

Liceità: non può contenere segni contrari alla legge, all’ordine pubblico o al buon costume, stemmi o altri segni protetti da convenzioni internazionali.

Verità: non è possibile inserire nel marchio segni idonei ad ingannare il pubblico, in particolare sulla provenienza geografica, sulla natura o sulla qualità dei prodotti o servizi.

Originalità: il marchio deve essere originale. Non possono essere utilizzate le denominazioni generiche, le indicazioni descrittive dei caratteri essenziali e della provenienza geografica del prodotto, i segni divenuti di uso comune.

Novità: non deve essere già stato utilizzato da un imprenditore dello stesso settore produttivo.

Il difetto di questi requisiti comporta la nullità del marchio.

Il marchio registrato

La registrazione attribuisce al titolare del marchio il diritto all’uso esclusivo dello stesso su tutto il territorio nazionale.

Il diritto di esclusiva sul marchio copre tutti i prodotti di fatto destinati alla stessa clientela (non impedisce però che altro imprenditore registri o usi lo stesso marchio per prodotti del tutto diversi).

L’uso di marchi celebri, dotati di forte capacità attrattiva e suggestiva (es. Coca-Cola), da parte di altri imprenditori, anche per merci del tutto diverse, oltre a costituire usurpazione dell’altrui fama, può facilmente determinare equivoci sulla reale fonte di produzione: seguono conseguenze particolarmente gravi per il titolare del marchio e per il pubblico.

Il diritto di esclusiva sul marchio registrato decorre dalla data di presentazione della relativa domanda all’ufficio brevetti (il titolare è perciò tutelato ancor prima di utilizzarlo, ad es. nella fase di lancio pubblicitario). La registrazione nazionale dura dieci anni ed è rinnovabile per un numero illimitato di volte, sempre con efficienza decennale.

Costituisce causa di decadenza la volgarizzazione del marchio (è divenuto nel commercio denominazione generica di quel dato prodotto). Il marchio registrato è tutelato civilmente e penalmente: il titolare del marchio, il cui diritto di esclusiva sia stato leso da un concorrente, può promuovere contro questi l’azione di contraffazione, volta ad ottenere l’inibitoria alla continuazione degli atti lesivi del proprio diritto e la rimozione degli effetti stessi, attraverso la distruzione delle cose materiali per mezzo delle quali è stata attuata la contraffazione. Può essere richiesto dal titolare del marchio il risarcimento dei danni.

Capitolo ottavo. La disciplina della concorrenza

Concorrenza perfetta e monopolio

Contemporanea presenza sul mercato di numerose imprese in competizione tra loro, nessuna delle quali sia singolarmente in grado di condizionare il prezzo delle merci vendute. Questo è il modello ideale di funzionamento del mercato: la concorrenza perfetta (ideale perché spinge verso una riduzione dei costi e dei prezzi di vendita; assicura la naturale eliminazione dal mercato delle imprese meno competitive; stimola il progresso tecnologico e l’accrescimento dell’efficienza produttiva).

La concorrenza perfetta è appunto solo un modello ideale e teorico. Nei settori strategici della produzione la tendenza è verso un regime di mercato sempre più lontano dalla concorrenza perfetta. Si vengono così spesso a creare situazioni di oligopolio (mercato caratterizzato dal controllo dell’offerta da parte di poche grandi imprese). Gli imprenditori riescono a sfruttare questa situazione stipulando intese volte a limitare la reciproca concorrenza, arrivando anche al punto da controllare l’intera offerta di un dato prodotto (monopolio di fatto).

La salvaguardia del regime di concorrenza non può prescindere da una preclusione delle situazioni limitative della concorrenza, che vanno tenute sotto controllo per evitare che degenerino in situazioni monopolistiche.

La legge italiana:

• consente limitazioni legali della libertà di concorrenza per fini di utilità sociale ed anche la creazione di monopoli legali in specifici settori di interesse generale;

• consente limitazioni negoziali della concorrenza;

• assicura l’ordinato e corretto svolgimento della concorrenza attraverso la repressione degli atti di concorrenza sleale.

Per lungo tempo il sistema italiano della concorrenza è stato sprovvisto di una normativa antimonopolistica. Questo vuoto è stato colmato dalla legge 287/1990, recante norme per la tutela della concorrenza del mercato.

A) La legislazione antimonopolistica

La disciplina italiana e comunitaria

La disciplina comunitaria è volta a preservare il regime concorrenziale del mercato comunitario e reprimere le pratiche anticoncorrenziali che pregiudicano il commercio fra stati membri.

Questo principio è recepito anche dalla legislazione antimonopolistica italiana, volta a preservare il regime concorrenziale del mercato nazionale e a reprimere i comportamenti anticoncorrenziali che incidono sul mercato italiano.

Con la legge 287/1990 è stato istituita l’Autorità garante della concorrenza del mercato, che vigila sul rispetto della normativa antimonopolistica generale, adotta i provvedimenti antimonopolistici necessari ed irroga le sanzioni amministrative e pecuniarie previste dalla legge.

Le singole fattispecie

Tre sono i fenomeni rilevanti per la disciplina antimonopolistica nazionale e comunitaria:

• intese: comportamenti concordati tre imprese, anche attraverso organismi comuni, volti a limitare la propria libertà di azione sul mercato. Sono vietate le intese che hanno per oggetto o per effetto di impedire, restringere o falsare, in maniera consistente, il gioco della concorrenza all’interno del mercato (le intese vietate sono nulle ad ogni effetto).

• Abuso di posizione dominante: vietato è solo lo sfruttamento abusivo di tale posizione con comportamenti capaci di pregiudicare la concorrenza effettiva. Ad un’impresa in posizione dominante è vietato di: imporre prezzi o altre condizioni contrattuali ingiustificatamente gravose; impedire o limitare la produzione, gli sbocchi o gli accessi al mercato; applicare condizioni oggettivamente diverse per prestazioni equivalenti. Oggi è vietato nell’ordinamento nazionale anche l’abuso dello stato di dipendenza economica nel quale si trova un’impresa cliente o fornitrice rispetto ad un’altra anche in posizione non dominante sul mercato. Per dipendenza economica s’intende la situazione in cui un’impresa sia in grado di determinare, nei rapporti commerciali con un’altra impresa, un eccessivo squilibrio di diritti e di obblighi (valutata tenendo conto anche delle reali possibilità per la parte che ha subito l’abuso di reperire sul mercato alternative soddisfacenti);

• Concentrazioni: si ha quando: due o più imprese si fondono dando così luogo ad un’unica impresa; due o più imprese, pur restando giuridicamente distinte, diventano un’unica entità economica; due o più imprese indipendenti costituiscono un’impresa societaria comune. Le concentrazioni diventano però illecite e vietate quando danno luogo a gravi alterazioni del regime concorrenziale del mercato (solo per le concentrazioni di grandi dimensioni). Se la concentrazione vietata viene ugualmente eseguita o se le imprese non si adeguano, sono previste pesanti sanzioni pecuniarie inflitte dall’Autorità.

B) Le limitazioni della concorrenza

Limitazioni pubblicistiche e monopoli legali

La libertà di iniziativa economica privata e la conseguente libertà di concorrenza sono libertà disposte nell’interesse generale e non possono svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.

L’interesse generale può legittimare la soppressione della libertà di concorrenza attraverso la costituzione di monopoli pubblici (in settori predeterminati dalla stessa Costituzione: servizi pubblici, fonti di energia,…).

Quando la produzione di determinati beni o servizi è attuata in regime di monopolio legale, il legislatore si preoccupa di tutelare gli utenti contro possibili comportamenti arbitrari del monopolista.

Per chi opera in regime di monopolio sono previsti due obblighi:

• l’obbligo di contrarre con chiunque richieda le prestazioni;

• obbligo di rispettare la parità di trattamento tra i diversi richiedenti.

Limitazioni convenzionali della concorrenza

La libertà individuale di iniziativa economica e di concorrenza è libertà parzialmente disponibile. Il patto che limita la concorrenza deve essere approvato per iscritto, ed è valido solo se circoscritto ad un determinato ambito territoriale o ad un determinato tipo di attività e ha una durata massima di cinque anni.

Costituiscono esempi classici di questo fenomeno i cartelli, i consorzi anticoncorrenziali, i contratti con i quali più imprenditori possono prevedere impegni reciproci di vario tipo.

C) La concorrenza sleale

Libertà di concorrenza e disciplina della concorrenza

Nel perseguimento di questi obiettivi ciascun imprenditore gode di ampia libertà di azione e può porre in essere le strategie che ritiene più proficue, non solo per attirare clienti ma anche per sottrarli alla concorrenza. Infatti il danno che un imprenditore subisce a causa della sottrazione della clientela non è un danno ingiusto e quindi non è risarcibile.

È necessario distinguere fra comportamenti concorrenziali leali e comportamenti sleali. Nello svolgimento della competizione fra imprenditori concorrenti è vietato servirsi di mezzi e tecniche non conformi ai principi della correttezza professionale; gli atti che non soddisfano questo requisito vengono considerati di concorrenza sleale. La repressione e la sanzionabilità di questi atti dipende solamente dal fatto che l’atto sia idoneo a danneggiare l’altrui azienda.

È tutelato anche l’interesse generale a che non vengano falsati gli elementi di valutazione e di giudizio del pubblico e non siano tratti in inganno i destinatari finali della produzione: i consumatori. Per tutelare le esigenze di questi è stata introdotta nel Codice del consumo una disciplina contro tutte le pratiche commerciali scorrette (che possono indurre il consumatore medio ad assumere le decisioni commerciali che altrimenti non avrebbe preso). Anche a questo scopo è stata introdotta una disciplina statale della pubblicità ingannevole o comparativa.

Gli atti di concorrenza sleale

È atto di concorrenza sleale ogni atto idoneo a creare confusione con i prodotti o con l’attività di un concorrente (art. 2598). Molteplici sono le tecniche o le pratiche che l’imprenditore può porre in atto per realizzare la confondibilità dei propri prodotti e della propria attività con i prodotti e con l’attività di un concorrente: uso di nomi o segni distintivi idonei a produrre confusione con i nomi o con i segni distintivi legittimamente usati da altri imprenditori concorrenti; imitazione servile dei prodotti di un concorrente (riproduzione delle forme esteriori dei prodotti altrui).

La seconda vasta categoria di atti di concorrenza sleale comprende: gli atti di denigrazione (diffondere notizie e apprezzamenti sui prodotti e sulle attività di un concorrente idonei a determinarne il discredito; appropriazione di pregi dei prodotti o delle imprese di un concorrente.

Esempio di concorrenza sleale per denigrazione è la pubblicità iperbolica con cui si tende ad accreditare l’idea che il proprio prodotto sia il solo a possedere determinati pregi (non oggettivi) che invece vengono implicitamente negati ai concorrenti.

Per quanto riguarda la pubblicità comparativa, la comparazione è lecita quando è fondata su dati veri e oggettivamente verificabili, non genera confusione sul mercato e non comporta discredito o denigrazione del concorrente.

La pubblicità menzognera è la falsa attribuzione ai propri prodotti di qualità o pregi non appartenenti ad alcun concorrente (quindi non inquadrabile nella figura tipica dell’appropriazione di pregi).

Altre forme di concorrenza sleale sono: concorrenza parassitaria (sistematica imitazione di prodotti, marchi, campagne pubblicitarie altrui, sia pure con accorgimenti tali da evitare la piena confondibilità delle attività; dumping (sistematica vendita sottocosto dei propri prodotti finalizzata alla eliminazione dei concorrenti); storno di dipendenti (sottrazione ad un concorrente di dipendenti particolarmente qualificati attuata con mezzi scorretti come ad esempio fornire false notizie sulla situazione economica del concorrente).

Capitolo nono. I consorzi fra imprenditori

Nozione e tipi

Con il contratto di consorzio più imprenditori istituiscono un’organizzazione comune per la disciplina o per lo svolgimento di determinate fasi delle rispettive imprese (art. 2602).

Un consorzio può essere costituito al fine prevalente o esclusivo di disciplinare, limitandola, la reciproca concorrenza fra imprenditori che svolgono la stessa attività o attività similari (consorzio con funzione anti-concorrenziale, ad esempio contingentamento della produzione o degli scambi tra imprenditori concorrenti). Sollecitano controlli volti ad impedire che per loro tramite si instaurino situazioni di monopolio di fatto contrastanti con l’interesse generale.

Il consorzio può anche essere uno strumento di cooperazione interaziendale, finalizzato alla riduzione dei costi di gestione delle singole imprese consorziate (consorzio con funzione di coordinamento, ad esempio consorzio per acquisto in comune di determinate materie prime). Accrescono la competitività delle imprese e sono quindi viste con favore dal legislatore che ne agevola l’attività con una serie di incentivi.

I consorzi con sola attività interna hanno il compito di regolare i rapporti reciproci fra consorziati e di verificare che venga rispettato quanto convenuto. Nei consorzi con attività esterna invece le parti prevedono l’istituzione di un ufficio comune destinato a svolgere attività con i terzi nell’interesse delle imprese consorziate.

Il contratto di consorzio. L’organizzazione consortile

Il contratto di consorzio può essere stipulato solo tra imprenditori, ma questo principio è frequentemente derogato dalla legislazione speciale che consente la partecipazione a determinati consorzi di enti pubblici o enti privati di ricerca.

Il contratto di consorzio deve essere stipulato per iscritto a pena di nullità. È essenziale la determinazione dell’oggetto del consorzio, degli obblighi assunti dai consorziati e degli (eventuali) contributi in denaro da essi dovuti.

È un contratto di durata, che può essere liberamente fissata dalle parti. Nel silenzio il contratto è valido per dieci anni.

Il contratto di consorzio è un contratto tendenzialmente aperto. È perciò possibile la partecipazione di nuovi imprenditori senza che sia necessario il consenso di tutti gli attuali consorziati (le condizioni per l’ammissione devono essere predeterminate nel contratto). Il trasferimento dell’azienda comporta l’automatico subingresso dell’acquirente nel contratto di consorzio (con una giusta causa gli altri consorziati possono deliberare l’esclusione dell’acquirente dal consorzio). Il contratto di consorzio può sciogliersi, limitatamente al consorziato, per volontà di questi (recesso) o per decisione degli altri consorziati (esclusione). Lo scioglimento dell’interno contratto di consorzio si può verificare con una delibera a maggioranza dei consorziati quando sussiste una giusta causa (in mancanza di questa, lo scioglimento anticipato dovrà essere deciso all’unanimità).

Carattere essenziale dei consorzi è la creazione di un’organizzazione comune che prevede la presenza di un organo con funzioni deliberative composto da tutti i consorziati (assemblea) e di un organo con funzioni gestorie (organo direttivo).

I consorzi con attività esterna

Per questi consorzi è previsto un regime di pubblicità legale per portare a conoscenza dei terzi i dati essenziali della struttura consortile (attraverso il deposito di un estratto del contratto di consorzio presso l’ufficio del registro delle imprese).

Nei consorzi con attività esterna sono previsti incarichi (presidenza, direzione e rappresentanza) all’interno dell’organo direttivo. Coloro che hanno la direzione del consorzio devono redigere annualmente la situazione patrimoniale e depositarla presso l’ufficio del registro delle imprese.

Nei consorzi con attività esterna è prevista la formazione di un fondo consortile (contributi dei consorziati e beni acquistati con tali contributi), il quale costituisce patrimonio autonomo rispetto a quello dei singoli consorziati (i creditori particolari dei consorziati non possono aggredire il fondo consortile).

Nelle obbligazioni assunte dal consorzio per conto dei singoli consorziati sono chiamati a rispondere solidalmente sia il consorziato, sia il fondo consortile (in caso di insolvenza del consorziato, il debito viene ripartito fra gli altri consorziati in proporzione alle quote).

Le società consortili

Esiste una netta diversità fra il consorzio ad attività interna e la società (nel primo caso manca del tutto l’esercizio in comune di un’attività economica). La distinzione è più sottile nel caso in cui il consorzio svolge anche attività con i terzi: questi condividono con le società il carattere imprenditoriale dell’attività esercitata e il fine di realizzare un interesse economico dei partecipanti (scopo egoistico).

Funzione di un consorzio con attività esterna non è quello di ricavare un utile dall’attività di consorzio con i terzi (scopo perseguito dalla società), ma quello di

conseguire un vantaggio patrimoniale sotto forma di minori costi sopportati o di maggiori ricavi conseguiti nella gestione delle proprie imprese (una società per azioni acquista e rivende merci sul mercato e divide il guadagno fra i soci; un consorzio acquista merci che servono alle imprese consorziate per rivenderle ai consorziati stessi ad un prezzo calcolato in modo da coprire i costi di gestione). Lo scopo mutualistico delle cooperative è, per certi versi, affine allo scopo consortile.

Con la modifica della disciplina dei consorzi del 1976 è stato consentito alle società di perseguire gli obiettivi propri del contratto di consorzio, costituendo una società consortile. Gli imprenditori che danno vita a questo tipo di società possono inserire nell’atto costitutivo specifiche pattuizioni volte ad adattare la struttura societaria prescelta alla finalità consortile perseguita (ad es. esclusione della ripartizione degli utili fra i soci, previsione di particolari condizioni per l’ammissione di nuovi soci, specifiche cause di recesso o di esclusione).

Parte seconda – LE SOCIETÀ

Capitolo decimo. Le società

Il sistema legislativo

Le società sono organizzazioni di risorse e di mezzi create dall’autonomia privata per l’esercizio in comune di un’attività produttiva (costituiscono la categoria più numerosa di imprese collettive). Esistono otto tipi di società: la società semplice, in nome collettivo e in accomandita semplice tradizionalmente definite come società di persone; la società per azioni, in accomandita per azioni e a responsabilità limitata sono definite invece società di capitali; società cooperative; mutue assicuratrici.

A) La nozione di società

Il contratto di società

Con il contratto di società due o più persone conferiscono beni o servizi per l’esercizio in comune dell’attività economica allo scopo di dividerne gli utili (art. 2247). Oggi la S.r.L. e la S.p.A possono essere costituite anche con atto unilaterale.

Le società sono quindi enti associativi a base contrattuale che si caratterizzano per la contemporanea presenza di tre elementi: a) i conferimenti dei soci; b) l’esercizio in comune di un’attività economica (scopo mezzo); c) lo scopo di divisione degli utili (scopo fine).

I conferimenti

I conferimenti sono le prestazioni cui le parti del contratto di società si obbligano. Costituiscono i contributi dei soci alla formazione del patrimonio iniziale della società.

La loro funzione è dotare la società del capitale di rischio iniziale per lo svolgimento dell’attività d’impresa: col conferimento ciascun socio destina stabilmente parte della propria ricchezza personale all’attività comune e si espone al rischio d’impresa.

Diversi possono essere da socio a socio sia l’oggetto sia l’ammontare del conferimento. I conferimenti possono essere costituiti da beni e da servizi: può costituire oggetto di conferimento ogni attività suscettibile di valutazione economica che le parti ritengono utile o necessaria per lo svolgimento dell’attività d’impresa (denaro, beni in natura, prestazione di attività lavorativa sia manuale sia intellettuale, …).

Patrimonio sociale e capitale sociale

Il patrimonio sociale è inizialmente costituito dai conferimenti eseguiti o promessi dai soci; successivamente subisce continua variazioni qualitative e quantitative in relazione alle vicende economiche della società. La sua consistenza è accertata periodicamente e si definisce patrimonio netto la differenza positiva fra attività e passività. Ha anche una funzione di garanzia verso i creditori della società: garanzia principale, se per le obbligazioni sociali rispondono anche i soci col proprio patrimonio; garanzia esclusiva se si tratta di un tipo di società nel quale per le obbligazioni sociali risponde solo la società con il proprio patrimonio.

Il capitale sociale nominale è una cifra che esprime il valore in denaro dei conferimenti come risulta dall’atto costitutivo delle società. Il capitale sociale nominale rimane immutato fin quando con modifica dell’atto costitutivo non se ne decide l’aumento o la riduzione: è quindi un valore storico.

La cifra del capitale sociale indica la frazione del patrimonio netto non distribuibile fra i soci e perciò è assoggettata ad un vincolo di stabile destinazione fra i soci. La cifra del capitale sociale nominale è iscritta in bilancio fra le passività (funzione vincolistica). La funzione vincolistica del capitale sociale si risolve per i creditori in un margine di garanzia patrimoniale supplementare (potranno fare affidamento per soddisfare i propri crediti su un attivo patrimoniale eccedente le passività per un valore corrispondente almeno all’ammontare del capitale sociale).

È anche termine di riferimento per accertare periodicamente se la società ha conseguito utili o ha subito perdite (funzione organizzativa). Vi è utile se dal bilancio risulta che le attività superano le passività aumentate del capitale sociale nominale (solo attività per tale ammontare potranno essere distribuite ai soci a titolo di utili). Vi è una perdita se le attività sono inferiori alle passività più il capitale sociale (nulla è distribuibile ai soci). Il capitale sociale nominale funge anche da base di misurazione di alcune fondamentali situazioni soggettive dei soci, sia di carattere amministrativo (diritto di voto), sia di carattere patrimoniale (diritto agli utili e alla quota di liquidazione). Tali diritti spettano infatti a ciascun socio in misura proporzionale alla parte di capitale sociale sottoscritto.

L’esercizio in comune di attività economica

È il cosiddetto scopo-mezzo del contratto di società; si definisce oggetto sociale la specifica attività economica che i soci si propongono di svolgere.

In tutte le società l’oggetto sociale deve consistere nello svolgimento di un’attività (serie coordinata di atti) e di un’attività economica (normalmente un’attività

produttiva, condotta cioè con metodo economico e finalizzata alla produzione o allo scambio di beni o servizi).

Le società non possono essere costituite al solo scopo di consentire il godimento dei beni conferiti dai soci (a differenza della comunione, l’autonomia patrimoniale è riconosciuta a tutte le società).

Illegittime sono le società immobiliari di comodo: società la cui attività si esaurisce nel concedere immobili in locazione a terzi o agli stessi soci, senza produrre o fornire alcun servizio collaterale.

È possibile che dalla comunione si passi alla società: si verifica quando più figli ereditano l’azienda paterna e proseguono in comune l’attività d’impresa.

La società fra professionisti

Società fra avvocati: nel 2001 è stata ammessa la costituzione di società fra avvocati che ha per oggetto esclusivo l’esercizio in comune dell’attività professionale di rappresentanza, assistenza e difesa in giudizio svolta dai propri soci (è regolata dalle norme della società in nome collettivo).

La società fra avvocati è iscritta in una sezione speciale del registro delle imprese relativa alle società fra professionisti e l’iscrizione ha solo funzione di certificazione anagrafica e pubblicità notizia. È inoltre iscritta in una sezione speciale dell’albo degli avvocati.

La società fra avvocati non è soggetta a fallimento in quanto non svolge attività d’impresa.

Vi è una diretta responsabilità del professionista nei confronti del cliente. Infatti, non solo l’amministrazione della società non può essere affidata a terzi, ma il cliente ha diritto di chiedere che l’esecuzione dell’incarico conferito alla società sia affidata ad uno o più soci da lui scelti (solo quello o quelli incaricati sono professionalmente e illimitatamente responsabili).

Nel 2006 è stata consentita la prestazione di servizi professionali interdisciplinari da parte di società di persone oppure di associazioni tra professionisti (es. la medesima società potrà offrire congiuntamente ai clienti consulenza legale e assistenza fiscale).

Società di mezzi: costituita da professionisti per l’acquisto e la gestione in comune di beni strumentali all’esercizio individuale delle rispettive professioni (es. due medici, per dividersi le spese di studio, costituiscono una società per la gestione di ogni aspetto non strettamente professionale della loro attività: acquisto apparecchiature sanitarie, assunzione del personale, tenuta della contabilità,…).

Società di servizi imprenditoriali: società che offrono sul mercato un servizio complesso, per la cui realizzazione sono necessarie anche prestazioni professionali dei soci o dei terzi. Prestazioni queste ultime che hanno però carattere strumentale e servente rispetto al servizio unitario offerto dalla società.

Società di ingegneria: società la cui attività non si esaurisce nella semplice progettazione di opere di ingegneria, ma comprende anche ulteriori prestazioni quali la realizzazione e la vendita di impianti e attrezzature industriali.

Lo scopo-fine delle società

Una società può essere costituita per svolgere attività d’impresa con terzi allo scopo di conseguire utili (lucro oggettivo), destinati ad essere successivamente divisi fra i soci (lucro soggettivo). È questo appunto il cosiddetto scopo di lucro o profitto (le società di persone e di capitali vengono definite lucrative).

Le società cooperative devono perseguire per legge uno scopo mutualistico (fornire direttamente ai soci beni, servizi o occasioni di lavoro a condizioni più vantaggiose di quelle del mercato). Devono procurare ai soci un vantaggio patrimoniale diretto che potrà consistere in un risparmio di spesa o in una maggiore remunerazione del lavoro prestato dai soci nella cooperativa. La società cooperativa deve operare con metodo economico e per la realizzazione di uno scopo economico dei soci.

Tutti i tipi di società possono essere utilizzati anche per la realizzazione di uno scopo consortile. Anche la società consortile deve operare con metodo economico e per la realizzazione di uno scopo economico dei soci (vantaggio patrimoniale degli imprenditori consorziati).

Sotto il profilo dello scopo perseguibile le società possono essere distinte in tre grandi categorie: lucrative, mutualistiche e consortili.

In definitiva le società sono enti associativi che operano con metodo economico e per la realizzazione di un risultato economico a favore esclusivo dei soci. La società è quindi un fenomeno essenzialmente egoistico ed è caratterizzata dalla destinazione ai suoi membri (autodestinazione) dei benefici patrimoniali conseguibili attraverso l’esercizio della comune attività d’impresa.

Si rinvengono anche casi di società senza scopo di lucro. In passato erano numerose infatti le società per azioni a partecipazione prevalentemente o esclusivamente pubblica, che per legge dovevano perseguire scopi esclusivamente pubblici e palesemente incompatibili con la causa lucrativa o economica.

B) I tipi di società

Nozione. Classificazioni

Le società formano un sistema composto da una pluralità di modelli organizzativi, ciascuno dei quali costituisce una diversa combinazione di risposte legislative ai problemi di disciplina che solleva l’esercizio in forma societaria dell’attività d’impresa.

Una prima classificazione è quella basata sullo scopo istituzionale perseguibile: le società cooperative e le mutue assicuratrici (società mutualistiche) si contrappongono a tutti gli altri tipi di società, definiti come società lucrative.

Una seconda distinzione (nell’ambito delle lucrative) è quella basata sulla natura dell’attività esercitabile: la società semplice solo per l’esercizio di attività non commerciale; tutte le altre società lucrative possono esercitare sia attività commerciale sia attività non commerciale.

Altra distinzione legislativa è quella fra società dotate di personalità giuridica (società di capitali e società cooperative) e società prive di personalità giuridica (società di persone).

Nelle società di capitali: è prevista un’organizzazione di tipo corporativo (presenza di una pluralità di organi: assemblea, organo di gestione, di controllo…); il funzionamento degli organi sociali è dominato dal principio maggioritario (maggioranze assembleari calcolate in base alla partecipazione di ciascun socio al capitale sociale); il singolo socio ha il solo diritto di concorrere, con il suo voto, dell’organo amministrativo e/o di controllo (non ha alcun potere diretto); la partecipazione sociale è di regola liberamente trasferibile.

Nella società di persone: l’attività si fonda su un modello organizzativo che riconosce ad ogni socio a responsabilità limitata di amministrare la società e richiede di regola il consenso di tutti i soci per le modificazioni dell’atto costitutivo; il singolo socio è investito del potere di amministrazione e di rappresentanza della società indipendentemente dall’ammontare del capitale conferito e dalla consistenza del suo patrimonio personale. Ne consegue che la partecipazione sociale è di regola trasferibile solo col consenso degli altri soci.

Ultimo criterio di distinzione è quello basato sul regime di responsabilità: società nelle quali per le obbligazioni sociali rispondono sia il patrimonio sociale sia i singoli soci personalmente e illimitatamente; società nelle quali coesistono istituzionalmente soci a responsabilità illimitata (accomandatari) e soci a responsabilità limitata (accomandanti); società nelle quali per le obbligazioni sociali di regola risponde solo la società con il proprio patrimonio.

Personalità giuridica ed autonomia patrimoniale delle società

il legislatore del 1942 ha operato una netta distinzione: le società di capitali e le società cooperative sono persone giuridiche; la personalità giuridica è invece negata alle società di persone (che godono però di autonomia patrimoniale).

Con il riconoscimento della personalità giuridica, le società (di capitali e le cooperative) sono trattate, per legge, come soggetti di diritto formalmente distinte dalle persone dei soci (piena e perfetta autonomia patrimoniale). I beni conferiti dai soci diventano beni di proprietà della società: questa è titolare di un proprio patrimonio, di propri diritti e di proprie obbligazioni distinti da quelli personali dei soci. I creditori personali dei soci non possono soddisfarsi sul patrimonio sociale, né i creditori sociali possono soddisfarsi sul patrimonio personale dei soci.

Le società di persone godono di autonomia patrimoniale: al creditore (insoddisfatto) personale del socio non è permesso aggredire il patrimonio della società, ma è concesso di ottenere la liquidazione della quota del proprio debitore; i creditori (insoddisfatti) della società non possono aggredire direttamente il patrimonio personale dei soci (solo dopo aver infruttuosamente escusso il patrimonio sociale). Quindi, le obbligazioni sociali sono obbligazioni della società, cui si aggiunge a titolo di garanzia la responsabilità di tutti o di alcuni soci. Imprenditore è la società (anche se il fallimento della società determina il fallimento dei soci illimitatamente responsabili).

Tipi di società ed autonomia privata

Chi costituisce una società può liberamente scegliere fra tutti i tipi di società previsti dalla legislazione nazionale se l’attività non è commerciale (tutti tranne la società semplice se l’attività è commerciale). Se l’attività non è commerciale la scelta del tipo è necessaria solo se le parti vogliono sottrarsi al regime della società semplice. Anche quando l’attività è commerciale un’esplicita scelta del tipo non è tuttavia necessaria.

Infatti, il silenzio delle parti in merito è interpretato come implicita opzione per il regime della società in nome collettivo.

I modelli organizzativi per i singoli tipi di società non sono rigidi e consentono un parziale adattamento alle esigenze del caso concreto (clausole compatibili con la disciplina del tipo di società prescelto). È invece inammissibile la creazione di un tipo di società del tutto inconsueto e stravagante, che non corrisponde ad alcuno dei modelli legislativi previsti.

Capitolo undicesimo. La società semplice. La società in nome collettivo

La società di persone

La società semplice può esercitare solo attività non commerciale.

La società in nome collettivo (anche per attività commerciale) è soggetta all’iscrizione nel registro delle imprese con effetti di pubblicità legale. Tutti i soci rispondono solidalmente e illimitatamente per le obbligazioni sociali.

La società in accomandita semplice si caratterizza per la presenza di due categorie di soci: i soci accomandatari (rispondono solidalmente e illimitatamente per le obbligazioni sociali) e i soci accomandanti (rispondono limitatamente alla quota conferita).

La costituzione delle società

Il contratto di società semplice non è soggetto a forme speciali, salvo quelle richieste dalla natura dei beni conferiti. È prevista l’iscrizione nel registro delle imprese, che avviene nella sezione speciale ed ha efficacia di pubblicità legale. Il contratto può essere concluso anche verbalmente o risultare da comportamenti concludenti (società di fatto).

Per le società in nome collettivo, regole di forma e di contenuto per l’atto costitutivo sono prescritte solo ai fini dell’iscrizione della società nel registro delle imprese. L’iscrizione è condizione di regolarità della società (integralmente disciplinata dalle norme della società in nome collettivo). È irregolare la società non iscritta nel registro delle imprese, perché le parti non hanno provveduto a redigere l’atto costitutivo (società di fatto) o perché, pur avendolo redatto, non hanno provveduto alla registrazione dello stesso (società irregolare in senso proprio): in entrambi i casi si applica la disciplina della collettiva irregolare.

Quindi l’atto costitutivo (solo ai fini della registrazione e della regolarità della società) deve essere redatto per atto pubblico o per scrittura privata autenticata e deve contenere: le generalità dei soci; la ragione sociale; i soci che hanno l’amministrazione e la rappresentanza della società; la sede; l’oggetto sociale; i conferimenti; prestazioni dei soci d’opera; i criteri di ripartizione degli utili; la durata della società.

Società di fatto. Società occulta. Società apparente.

La società di fatto si perfeziona per fatti concludenti. È regolata dalle norme della società semplice se l’attività esercitata non è commerciale. È regolata dalle norme della collettiva irregolare se l’attività è commerciale. È esposta al fallimento al pari di ogni imprenditore commerciale. Il fallimento della società determina automaticamente il fallimento di tutti i soci: dei soci noti e dei soci occulti (la cui esistenza venga successivamente scoperta).

La società occulta è costituita con l’espressa e concorde volontà dei soci di non rivelarne l’esistenza all’esterno: può essere una società di fatto ma può anche risultare da un atto scritto tenuto ovviamente segreto dai soci. L’attività d’impresa è svolta per conto della società ma senza spenderne il nome. La società esiste nei rapporti interni tra i soci ma non viene esteriorizzata (nei rapporti esterni si presenta come impresa individuale di uno dei soci o anche di un terzo, che operano spendendo il proprio nome). Lo scopo è quello di limitare la responsabilità nei confronti dei terzi al patrimonio (di regola modesto) del solo gestore; di evitare cioè che la società e gli altri soci rispondano delle obbligazioni di impresa e siano esposti al fallimento. La recente riforma del diritto fallimentare con il nuovo art. 147, 5° comma, dispone che qualora dopo la dichiarazione di fallimento di un imprenditore individuale risulti che l’impresa è riferibile ad una società di cui il fallito è socio illimitatamente responsabile, si applica agli altri soci illimitatamente responsabili la regola del fallimento del socio occulto. Sono considerati indici probatori di una società occulta: il sistematico finanziamento di un imprenditore individuale, la partecipazione a trattative di affari con i fornitori, il compimento di atti di gestione,…

Nel caso di socio occulto di società palese l’attività d’impresa è svolta in nome della società e ad essa è certamente imputabile in tutti i suoi effetti.

Nel caso di società occulta invece l’attività d’impresa non è svolta in nome della società; gli atti di impresa non sono ad essa formalmente imputabili (chi opera nei confronti di terzi agisce in nome proprio, sia pure nell’interesse e per conto di una società di cui è eventualmente socio; a lui sono imputabili gli atti di impresa e i relativi effetti).

Società apparente: capita spesso che il giudice si convinca che dietro un imprenditore individuale, insolvente o già fallito, ci sia una società. Se però il giudice si rende però conto che gli indici probatori sono fragili può decretare (se è proprio convinto) la società apparente. Una società, ancorché non esistente nei rapporti tra i presunti soci, deve tuttavia considerarsi esistente all’esterno quando due o più persone operino in modo da ingenerare nei terzi la ragionevole opinione che essi agiscono come soci e quindi da determinare in essi l’incolpevole affidamento circa l’esistenza della società (che è assoggettata a fallimento come una società realmente esistente).

I conferimenti

Con la costituzione della società il socio assume l’obbligo di effettuare i conferimenti determinati nel contratto sociale (se questi non sono determinati, i soci devono conferire in parti uguali tra loro).

Il conferimento può consistere in qualsiasi prestazione di dare, fare o non fare.

Per il conferimento di beni in proprietà la garanzia dovuta dal socio e il passaggio dei rischi sono regolati dalle norme sulla vendita. Finché la proprietà del bene non sia passata alla società il rischio del perimento del bene grava ancora sul socio.

Per le cose conferite in godimento, il rischio grava sul socio che le ha conferite. Questi potrà essere escluso dalla società qualora il godimento diventi impossibile per causa non imputabile agli amministratori. Essendo un bene conferito in godimento, la società non ne può disporre (alienare) e il socio ha diritto alla restituzione al termine della società nello stato in cui si trova.

Il socio che conferisce i crediti risponde verso la società dell’insolvenza del debitore ceduto.

Nel caso del socio d’opera, il conferimento consiste nell’obbligo del socio di prestare la propria attività lavorativa (manuale o intellettuale) a favore dell’azienda.

Patrimonio sociale e capitale sociale

I conferimenti dei soci formano il patrimonio iniziale della società. I soci non possono servirsi delle cose appartenenti al patrimonio sociale per fini estranei a quello della società.

Il capitale sociale è del tutto assente nella società semplice, mentre per le società in nome collettivo è obbligatorio indicare nell’atto costitutivo i conferimenti dei soci e il relativo valore.

È vietata la ripartizione tra i soci degli utili non realmente conseguiti (utili fittizi). Se si è verificata una perdita del capitale sociale, gli utili non possono essere ripartiti finché il capitale non sia reintegrato o ridotto in misura corrispondente.

Gli amministratori non possono rimborsare ai soci i conferimenti eseguiti o liberarli dall’obbligo di ulteriori versamenti senza una riduzione del capitale sociale.

L’operazione (di riduzione) comporta una riduzione reale del patrimonio netto e può pregiudicare i creditori sociali (che possono opporsi alla riduzione di capitale).

La partecipazione dei soci agli utili e alle perdite

Tutti i soci hanno diritto di partecipare agli utili e partecipano alle perdite della gestione aziendale. Non è necessario che la ripartizione sia proporzionale ai conferimenti.

All’autonomia privata viene posto il limite rappresentato dal divieto di patto leonino: è nullo il patto con il quale uno o più soci sono esclusi da ogni partecipazione agli utili o alle perdite.

Vi sono dei criteri legali di ripartizione:

• se il contratto nulla dispone, le parti spettanti ai soci nei guadagni e nelle perdite si presumono proporzionali ai conferimenti;

• se il valore dei conferimenti non è stato determinato, le parti si presumono uguali;

• se è determinata soltanto la parte di ciascuno nei guadagni, si presume la partecipazione alle perdite nella stessa misura (o viceversa).

Nella società semplice il diritto del socio di percepire la sua parte di utili nasce con l’approvazione del rendiconto; nella società in nome collettivo il documento che accerta l’esistenza di utili o perdite è il bilancio d’esercizio. L’approvazione del rendiconto o del bilancio è condizione sufficiente perché ciascun socio possa pretendere l’assegnazione della sua parte di utili (nelle società di persone in mancanza di specifica clausola dell’atto costitutivo, la maggioranza dei soci non può deliberare la non distribuzione degli utili accertati e il conseguente reinvestimento nella società: occorre l’unanimità).

Le perdite incidono direttamente sul valore della partecipazione sociale riducendolo proporzionalmente; in questo modo, al momento della liquidazione della società, al socio verrà rimborsata una somma inferiore al valore del conferimento.

La responsabilità dei soci per le obbligazioni sociali

Nella società semplice e nella s.n.c. delle obbligazioni sociali risponde innanzitutto la società con il proprio patrimonio; questa è una garanzia primaria ma non esclusiva (i singoli soci rispondono personalmente e illimitatamente).

Nella società semplice è possibile esonerare dalla responsabilità i soci non investiti del potere di rappresentanza (nella s.n.c. non è possibile).

In entrambe le società la responsabilità per le obbligazioni sociali precedentemente contratte è estesa anche ai nuovi soci.

Lo scioglimento del rapporto sociale per morte, recesso od esclusione, non fa venir meno la responsabilità personale del socio per le obbligazioni sociali anteriori al verificarsi di tali eventi.

Responsabilità della società e responsabilità dei soci

Nella società semplice e nella s.n.c. i creditori sociali hanno di fronte a sé più patrimoni su cui soddisfarsi: il patrimonio della società e il patrimonio dei singoli soci illimitatamente responsabili.

I soci sono responsabili in solido fra loro, ma sono responsabili in via sussidiaria rispetto alla società in quanto godono del beneficio di preventiva escussione del patrimonio sociale.

Nella società semplice il creditore può rivolgersi direttamente al singolo socio illimitatamente responsabile e sarà questi a dover invocare la preventiva escussione del patrimonio sociale indicando i beni sui quali il creditore possa agevolmente soddisfarsi. Questa disciplina si applica anche alla s.n.c. irregolare.

Nella s.n.c. regolare, invece, il beneficio di escussione opera automaticamente. I creditori sociali non possono pretendere il pagamento dai singoli soci, se non dopo l’escussione del patrimonio sociale (è necessario che il creditore abbia infruttuosamente esperito l’azione esecutiva sul patrimonio sociale).

I creditori personali dei soci

Il patrimonio della società è insensibile alle obbligazioni personali dei soci ed intangibili da parte dei creditori personali di questi ultimi. Il creditore personale non può compensare il suo credito verso il socio con il debito che eventualmente abbia verso la società (divieto di compensazione). Il creditore non è però sprovvisto di tutela (sia nella società semplice sia nella s.n.c.). Egli può infatti: far valere i suoi diritti sugli utili spettanti al socio suo debitore; compiere atti conservativi sulla quota allo stesso spettante nella liquidazione della società.

Nella società semplice e nella s.n.c. irregolare il creditore può anche chiedere la liquidazione della quota del suo debitore, provando anche che gli altri beni del debitore sono insufficienti a soddisfare i suoi crediti (la società sarà tenuta a versargli entro tre mesi una somma di denaro corrispondente al valore della quota al momento della domanda).

Nella s.n.c. regolare, il creditore particolare del socio, finché dura la società, non può chiedere la liquidazione della quota del socio debitore, neppure se trova che gli altri beni dello stesso siano insufficienti a soddisfarlo.

L’amministrazione della società

È l’attività di gestione dell’impresa sociale. Il potere di amministrare è il potere di compiere tutti gli atti che rientrano nell’oggetto sociale.

Per legge ogni socio illimitatamente responsabile è amministratore della società.

Quando l’amministrazione della società spetta a più soci (tutti o alcuni; amministrazione disgiuntiva), ciascun socio amministratore può intraprendere da solo tutte le operazioni che rientrano nell’oggetto sociale, senza essere tenuto a richiedere il consenso o il parere degli altri soci amministratori.

L’ampio potere di iniziativa individuale è tuttavia temperato dal diritto di opposizione riconosciuto a ciascuno degli altri soci amministratori (se l’opposizione è tempestiva paralizza il potere decisorio del singolo amministratore, decidendo con la maggioranza dei soci per quote d’interesse).

Con l’amministrazione congiuntiva (espressamente convenuta nell’atto costitutivo) è necessario il consenso di tutti i soci amministratori per il compimento delle operazioni sociali. L’amministrazione congiunta può atteggiarsi sia come amministrazione all’unanimità sia come amministrazione a maggioranza. Vi è il riconoscimento ai singoli amministratori del potere di agire individualmente quando vi sia urgenza di evitare un danno alla società.

Amministrazione e rappresentanza

Fra le funzioni degli amministratori vi è quella di rappresentanza della società (potere di firma) che è il potere di agire nei confronti di terzi in nome della società, dando luogo all’acquisto di diritti e all’assunzione di obblighi da parte della stessa. Il potere di gestione (attività amministrativa interna) riguarda la fase decisoria delle operazioni sociali. Il potere di rappresentanza (a.a. esterna) riguarda la fase di attuazione con i terzi delle operazioni sociali.

Nel caso di amministrazione disgiunta, ogni amministratore può decidere e stipulare da solo atti in nome della società (firma disgiunta). Nell’amministrazione congiuntiva

tutti i soci amministratori devono partecipare alla stipulazione dell’atto (firma congiunta).

La rappresentanza è anche processuale: la società può agire o può essere chiamata in giudizio in persona dei soci amministratori che ne hanno la rappresentanza.

Nella s.n.c. regolare le limitazioni del potere di rappresentanza degli amministratori non sono opponibili ai terzi se non sono iscritte nel registro delle imprese o se non si provi che i terzi ne abbiano avuta effettiva conoscenza.

Nella s.n.c. irregolare l’omessa registrazione si ritorce contro i soci essendo tutelato l’affidamento che i terzi ripongono nel rispetto del modello legale di rappresentanza (si presume che ogni socio che agisce per la società abbia la rappresentanza sociale anche in giudizio).

Nella società semplice le limitazioni originarie sono sempre opponibili ai terzi, sicché su costoro incombe l’onere di accertare se il socio che agisce in nome della società ha effettivamente potere di rappresentanza.

I soci amministratori

I soci investiti dell’amministrazione possono essere nominati nell’atto costitutivo o con atto separato. La distinzione acquista rilievo ai fini della revoca della facoltà di amministrare: se l’amministratore è nominato nell’atto costitutivo la revoca deve essere decisa dagli altri soci all’unanimità e non ha effetto se non ricorre una giusta causa; l’amministratore nominato per atto separato è invece revocabile secondo le norme del mandato, quindi anche se non ricorre una giusta causa.

Diritti e obblighi degli amministratori sono regolati dalle norme sul mandato. L’amministratore è investito per legge del potere di compiere tutti gli atti che rientrano nel progetto sociale. Nella s.n.c. gli amministratori devono tenere le scritture contabili e redigere il bilancio d’esercizio; devono inoltre provvedere agli adempimenti pubblicitari connessi all’iscrizione nel registro delle imprese. Dei numerosi obblighi ad essi imposti dalla legge o dall’atto costitutivo (sintetizzabili nel dovere generale di amministrare la società con la diligenza del mandatario) gli amministratori sono poi solidalmente responsabili verso la società, con conseguente obbligo di risarcire i danni alla stessa arrecati.

I soci amministratori avranno diritto al compenso per il loro ufficio (può essere costituito anche da una più elevata partecipazione agli utili).

I soci non amministratori. Il divieto di concorrenza

Ai soci esclusi dall’amministrazione sono riconosciuti ampi poteri di informazione e di controllo: diritto di avere dagli amministratori notizie dello svolgimento degli affari sociali, di consultare documenti relativi all’amministrazione, di ottenere il rendiconto al termine di ogni anno.

Nella s.n.c. incombe su tutti i soci uno specifico obbligo: il divieto di concorrenza (è vietato esercitare per conto proprio o altrui un’attività concorrente con quella della società e partecipare come socio illimitatamente responsabile ad altra società concorrente). La violazione del divieto espone il socio al risarcimento dei danni e legittima gli altri soci a deciderne l’esclusione.

Le modificazioni dell’atto costitutivo

Nella società semplice e nella s.n.c. il contratto sociale può essere modificato soltanto con il consenso di tutti i soci, se non è convenuto diversamente.

Per il rapporto fiduciario che normalmente intercorre fra i soci, il consenso di tutti gli altri soci è perciò necessario per il trasferimento della quota sociale sia fra vivi che a causa di morte.

Nella s.n.c. e ora anche nella società semplice le modificazioni dell’atto costituivo sono soggette a pubblicità legale e finché non sono iscritte al registro delle imprese non sono opponibili ai terzi, a meno che si provi che questi non erano a conoscenza.

Frequente nella pratica è la clausola che prevede la modificabilità a maggioranza dell’atto costitutivo. La maggioranza deve rispettare due principi generali: l’obbligo di esecuzione del contratto secondo buona fede e il rispetto della parità di trattamento fra i soci.

Scioglimento del singolo rapporto sociale

Il socio può cessare di far parte della società per morte, recesso od esclusione.

Con il venir meno di un socio non si ha lo scioglimento della società: è rimesso ai soci superstiti il decidere se porre fine alla società o continuarla. Nel caso in cui rimanga un solo socio superstite, questi ha la facoltà di associare a sé altre persone (continuando la società) oppure porvi fine.

Se muore un socio, i soci superstiti sono obbligati a liquidare la quota ai suoi eredi nel termine di sei mesi (i soci non sono tenuti a subire il subingresso di eredi nella società).

In alternativa possono:

•sciogliere anticipatamente la società: gli eredi partecipano alla divisione dell’attivo che residua dopo l’estinzione dei debiti sociali;

•continuare la società con gli eredi del socio defunto: è necessario il consenso di tutti i soci superstiti e degli eredi.

Il recesso è lo scioglimento del rapporto sociale per volontà del socio:

•se la società è a tempo indeterminato ogni socio può recedere liberamente comunicando la sua volontà ai soci con un preavviso di almeno tre mesi;

•se la società è a tempo determinato, il recesso è ammesso per legge solo se sussiste una giusta causa.

Un’altra causa di scioglimento del rapporto sociale è costituita dall’esclusione del socio dalla società (in alcuni casi ha luogo di diritto; in altri è facoltativa, cioè rimessa alla decisione degli altri soci).

Sono esclusi di diritto il socio che sia dichiarato fallito e il socio il cui creditore particolare abbia ottenuto la liquidazione della quota.

Si può avere esclusione facoltativa quando si riscontrano:

•gravi inadempienze degli obblighi che derivano dalla legge o dal contratto sociale (mancata esecuzione dei conferimenti, violazione del divieto di concorrenza,…);

•l’interdizione e l’inabilitazione del socio;

•la sopravvenuta impossibilità di esecuzione del conferimento per causa non imputabile al socio (es. perimento della cosa da conferire, sopravvenuta inidoneità del socio a svolgere l’opera conferita,…).

L’esclusione è deliberata dalla maggioranza dei soci calcolata per teste. Nella società composta da sue soli soci, l’esclusione di uno di essi è pronunciata direttamente dal tribunale su domanda dell’altro.

La liquidazione della quota

In tutti i casi in cui il rapporto sociale si scioglie limitatamente ad un socio, questi o i suoi eredi hanno diritto alla liquidazione della quota sociale (consistente in una somma di denaro che rappresenta il valore della quota). Il valore della quota è determinato in base alla situazione patrimoniale della società (valutata attribuendo ai beni il loro valore effettivo) nel giorno in cui si verifica lo scioglimento del rapporto.

Il pagamento della quota spettante al socio deve essere effettuato entro sei mesi dal giorno in cui si è verificato lo scioglimento del rapporto (tre mesi in caso di scioglimento su richiesta del creditore particolare).

Scioglimento della società

Le cause di scioglimento sono:

•il decorso del termine fissato nell’atto costitutivo (la proroga della durata della società può essere espressa o tacita);

•il conseguimento dell’oggetto sociale o la sopravvenuta impossibilità di conseguirlo;

•la volontà di tutti i soci (o della maggioranza dei soci, se previsto nell’atto costitutivo);

•il venir meno della pluralità dei soci, se nel termine di sei mesi questa non è ricostituita;

•le altre cause previste nel contratto sociale.

Al verificarsi di una delle ipotesi la società entra automaticamente in stato di liquidazione, ma non si estingue immediatamente; si deve infatti prima provvedere al soddisfacimento dei creditori sociali ed alla distribuzione fra i soci dell’eventuale residuo attivo.

Il procedimento di liquidazione. L’estinzione della società

Il procedimento di liquidazione inizia con la nomina di uno o più liquidatori che richiede il consenso di tutti i soci. Con l’accettazione della nomina, i liquidatori prendono il

posto degli amministratori i quali devono presentare loro il bilancio dell’ultimo periodo; insieme devono poi redigere l’inventario dal quale risulta lo stato attivo e passivo del patrimonio sociale.

I liquidatori hanno il compito di definire i rapporti che si ricollegano all’attività sociale: conversione in denaro dei beni, pagamento dei creditori, ripartizione fra i soci dell’eventuale residuo attivo. I liquidatori possono compiere dunque tutti gli atti necessari per la liquidazione. In particolare, per procedere al pagamento dei creditori sociali, i liquidatori possono chiedere ai soci i versamenti ancora dovuti, ma solo se i fondi disponibili risultano insufficienti. Se occorre possono richiedere ai soci stessi le somme ulteriormente necessarie.

Sui liquidatori incombe un duplice divieto:

•non possono intraprendere nuove operazioni: se violano tale divieto essi rispondono personalmente e solidalmente per gli affari intrapresi nei confronti dei terzi;

•non possono ripartire tra i soci, neppure parzialmente, i beni sociali finché i creditori sociali non siano stati pagati.

Estinti tutti i debiti sociali, la liquidazione si avvia all’epilogo con la ripartizione tra i soci dell’eventuale attivo patrimoniale residuo convertito in denaro.

Il saldo attivo di liquidazione è destinato innanzitutto al rimborso del valore nominale dei conferimenti. L’eventuale eccedenza è poi ripartita fra tutti i soci in proporzione della partecipazione di ciascuno nei guadagni.

Nessuna regola specifica è prevista per la chiusura del procedimento di liquidazione nella società semplice.

Nella s.n.c. invece, i liquidatori devono redigere il bilancio finale di liquidazione (rendiconto della gestione dei liquidatori: entrate e uscite e situazione patrimoniale finale) e il piano di riparto (proposta di divisione fra i soci dell’attivo residuo).

Nella s.n.c. irregolare la chiusura del procedimento di liquidazione determina l’estinzione della società.

Principi diversi valgono per la s.n.c. registrata e per la società semplice: approvato il bilancio finale di liquidazione, i liquidatori devono chiedere la cancellazione della società dal registro delle imprese.

La cancellazione può anche essere disposta d’ufficio, quando l’ufficio del registro rilevo alcune specifiche circostanze sintomatiche dell’assenza di attività sociale (irreperibilità presso la sede legale, assenza degli atti di gestione per tre anni consecutivi, mancanza del codice fiscale,…).

Con la cancellazione dal registro delle imprese la società si estingue, quand’anche non tutti i creditori sociali non siano stati soddisfatti: essi possono agire nei confronti dei soci, che restano personalmente e illimitatamente responsabili per le obbligazioni sociali insoddisfatte. Possono inoltre agire nei confronti dei liquidatori, se il mancato pagamento è imputabile a colpa o dolo di questi ultimi.

I creditori della s.n.c. possono richiedere il fallimento della società entro un anno dalla sua cancellazione dal registro delle imprese.

Capitolo dodicesimo. La società in accomandita semplice

Nozione e caratteri distintivi

La società in accomandita semplice è una società di persone che prevede la presenza di due categorie di soci:

•i soci accomandatari, che rispondono solidalmente e illimitatamente per le obbligazioni sociali (a loro spetta l’amministrazione della società);

•i soci accomandanti, che rispondono limitatamente alla quota conferita (sono obbligati solamente ad eseguire i conferimenti promessi).

Questo tipo di società consente l’esercizio in comune di un’impresa commerciale con limitazione del rischio e non esposizione al fallimento personale per i soci accomandanti. Proprio per questo ultimo fatto è un modello societario spesso soggetto ad abusi.

La costituzione della società. La ragione sociale

Per la costituzione della s.a.s. valgono le regole esposte per la s.n.c.

L’atto costitutivo dovrà indicare quali sono i soci accomandatari e quali gli accomandanti. L’atto costitutivo è soggetto ad iscrizione nel registro delle imprese. Quello che contraddistingue la s.a.s. dalla s.n.c. è la ragione sociale; questa deve essere formata con il nome di uno dei soci accomandatari e con l’indicazione del tipo sociale. L’accomandante che consente che il suo nome sia compreso nella ragione sociale risponde di fronte ai terzi illimitatamente e solidalmente con i soci accomandatari per le obbligazioni sociali, perdendo così il beneficio della responsabilità limitata.

I soci accomandanti e l’amministrazione della società

Gli accomandanti non possono compiere atti di amministrazione, né trattare o concludere affari in nome della società, se non in forza di procura speciale per singoli affari.

Non possono prendere decisioni autonomamente in merito alla condotta degli affari sociali.

Per quanto riguarda l’attività esterna, l’accomandante può concludere affari in nome della società in forza di procura speciale per singoli affari, ma non può agire di fronte a terzi come procuratore generale o institore. Se l’accomandante viola questo divieto risponde di fronte ai terzi illimitatamente e solidalmente per tutte le obbligazioni sociali che siano imputabili alla società (in caso di fallimento, anch’egli sarà dichiarato fallito al pari degli accomandatari). È esposto inoltre all’esclusione dalla società, con decisione a maggioranza degli altri soci.

I soci accomandanti hanno il diritto di concorrere con gli accomandatari alla nomina e alla revoca degli amministratori, che avviene con il consenso di tutti i soci accomandatari e l’approvazione di tanti soci accomandanti che rappresentano la maggioranza del capitale da essi sottoscritto.

I soci accomandanti possono prestare la loro opera, manuale o intellettuale, all’interno della società sotto la direzione degli amministratori. Inoltre, se l’atto costitutivo lo consente, possono dare autorizzazioni e pareri per determinate operazioni, nonché compiere atti di ispezione e di controllo.

Il trasferimento della partecipazione sociale

I soci accomandatari sono sottoposti alla disciplina prevista per la s.n.c. (il trasferimento per atto fra vivi della quota degli accomandatari può avvenire solo col consenso di tutti gli altri soci e per la trasmissione a causa di morte sarà necessario anche il consenso degli eredi).

Per quanto riguarda gli accomandanti, la loro quota è liberamente trasferibile per causa di morte senza che sia necessario il consenso dei soci. Per il trasferimento per atto fra vivi occorre il consenso dei soci che rappresentano la maggioranza del capitale sociale.

Lo scioglimento della società

La s.a.s. si scioglie, oltre che per le cause previste per la s.n.c., quando rimangono soltanto soci accomandatari o soci accomandanti, sempre che nel termine di sei mesi non sia stato sostituito il socio che viene meno. Inoltre, se sono venuti meno i soci accomandatari, i soci accomandanti devono nominare un amministratore provvisorio, i cui poteri sono per legge limitati al compimento degli atti di ordinaria amministrazione (l’amministratore provvisorio non diventa socio accomandatario).

Per il procedimento di liquidazione e estinzione valgono le regole dettate per la s.n.c.; tuttavia, i creditori rimasti insoddisfatti potranno soddisfarsi solo sulla quota di liquidazione dei soci accomandanti, dato che essi non erano soci a responsabilità illimitata.

La società in accomandita irregolare

È irregolare la società in accomandita semplice il cui atto costitutivo non è stato iscritto nel registro delle imprese. I soci accomandanti rispondono limitatamente alla loro quota, salvo che abbiano partecipato alle operazioni sociali. Per il resto vale la disciplina dettata per la s.n.c. irregolare.

Capitolo tredicesimo. La società per azioni

Nozione e caratteri essenziali

È una società di capitali nella quale:

•per le obbligazioni sociali risponde soltanto la società con il suo patrimonio;

•la partecipazione sociale è rappresentata da azioni.

La società per azioni è la forma prescelta dalle imprese di media e grande dimensione a capitale sia privato sia pubblico.

La s.p.a. è dotata di personalità giuridica: è perciò un soggetto di diritto distinto dai soci e gode di perfetta autonomia patrimoniale (nessuno dei soci assume responsabilità personale per le obbligazioni sociali).

I soci sono obbligati solo ad eseguire i conferimenti promessi e possono predeterminare quanta parte della propria ricchezza personale intendono esporre al rischio dell’attività sociale.

Ha un’organizzazione di tipo corporativo: l’assemblea, un organo di gestione e un organo di controllo. Il funzionamento dell’assemblea è dominato dal principio maggioritario ed il peso di ogni socio in assemblea è proporzionato alla quota di capitale sottoscritto ed al numero di azioni possedute (maggioranza per capitale).

Le azioni sono partecipazioni sociali di uguale valore che conferiscono ai loro possessori uguali diritti. Le azioni sono liberamente trasferibili e la loro circolazione avviene attraverso documenti assoggettati alla disciplina di titoli di credito.

La s.p.a. è il tipo di società più utilizzato dalle grandi imprese. La limitazione del rischio individuale dei soci e la possibilità di pronta mobilitazione dell’investimento favoriscono infatti la raccolta degli ingenti capitali di rischio di cui ha tipicamente bisogno la grande impresa. Inoltre si orienta verso l’investimento in azioni la massa dei piccoli risparmiatori, privi di interesse e propensione per l’attività d’impresa. Si ha così la compartecipazione di un ristretto numero di soci che assumono l’iniziativa economica (azionisti imprenditori) con una gran massa di piccoli azionisti che intendono investire fruttuosamente i propri risparmi (azionisti risparmiatori).

Esistono anche s.p.a. a ristretta base azionaria nelle quali l’appello al pubblico risparmio per la raccolta di capitale di rischio è marginale o del tutto assente (es. società a carattere familiare).

I problemi della società a ristretta base azionaria sono quelli tradizionali della tutela dei soci di minoranza e dei creditori di fronte a possibili abusi dei soci che detengono la maggioranza del capitale e degli amministratori. In questo caso chi ha più conferito e più rischia, ha più potere: il potere verrà quindi esercitato in modo oculato.

Nelle s.p.a. che fanno istituzionalmente appello al pubblico risparmio, il naturale disinteresse degli azionisti risparmiatori per la vita della società favorisce il dominio della stessa da parte di gruppi minoritari di controllo.

L’evoluzione della disciplina

La riforma della disciplina nazionale è iniziato nel 1974 fino a sfociare nel 1998 in un’organica disciplina delle società di capitali non quotate. Si è cercato di porre un freno al proliferare di minisocietà per azioni con capitale del tutto irrisorio; inoltre si è dettata una specifica disciplina per le società con azioni quotate in borsa, volta a tutelare gli azionisti risparmiatori, a rafforzare l’autotutela dei soci e a rafforzare la tutela degli investitori.

Nel 1974 sono stati introdotti strumenti di etero tutela degli azionisti risparmiatori: è stata prevista la possibilità di emettere azioni (di risparmio) prive di diritto di voto e privilegiate sotto il profilo patrimoniale; maggiore trasparenza della proprietà azionaria e più ampia informazione del mercato; certificazione dei bilanci; istituzione di un organo pubblico di controllo (CONSOB).

Un secondo intervento riformatore si è avuto nel 1998, in seguito ai mutamenti intervenuti nella composizione dell’azionariato di minoranza delle società quotate. Nasce infatti l’investimento indiretto tramite operatori professionali: gli investitori istituzionali, dotati di grande competenza professionale nella selezione delle imprese, raccolgono il risparmio fra il pubblico e lo investono in partecipazioni di minoranza in società quotate secondo il criterio di diversificazione del rischio. I punti più significativi della riforma del 1998 sono: radicale revisione di tutti gli istituti propri delle società quotate precedentemente introdotti; potenziamento dell’informazione societaria; rafforzamento degli strumenti di tutela delle minoranze già esistenti e introduzione di strumenti di autotutela delle stesse.

Nel contempo, l’esigenza di modernizzare la disciplina delle società per azioni non quotate e delle società di capitali ha portato da ultimo ad una riforma organica della disciplina delle società di capitali (in vigore dal 1 gennaio 2004). Maggiori rinnovamenti: introduzione della società per azioni uni personale a responsabilità limitata; disciplina più flessibile dei conferimenti con possibilità di costituire patrimoni autonomi destinati ad un singolo affare.

A) La costituzione

Il procedimento

La costituzione della s.p.a. si articola in due fasi essenziali: la stipulazione dell’atto costitutivo e l’iscrizione dell’atto costitutivo nel registro delle imprese.

La stipulazione dell’atto costitutivo può avvenire secondo due diverse procedure:

•stipulazione (o costituzione) simultanea: l’atto costitutivo è stipulato immediatamente da coloro che assumono l’iniziativa per la costituzione della società (soci fondatori, provvedono all’integrale sottoscrizione dell’iniziale capitale sociale);

•stipulazione (o costituzione) per pubblica sottoscrizione: stipulazione dell’atto costitutivo al termine di un complesso procedimento che consente la raccolta fra il pubblico del capitale iniziale sulla base di un programma predisposto da coloro che assumono l’iniziativa (promotori). Si tratta di un procedimento largamente utilizzato.

L’atto costitutivo: forma e contenuto

La s.p.a. può essere costituita per contratto o per atto unilaterale, nel caso in cui si abbia un solo socio fondatore. L’atto costitutivo deve essere redatto per atto pubblico a pena di nullità della società e deve indicare:

•le generalità dei soci e degli eventuali promotori, nonché il numero delle azioni assegnate a ciascuno di essi;

•la denominazione e il comune ove sono poste la sede della società e le eventuali sedi secondarie;

•l’oggetto sociale: tipo di attività economica che la società si propone di svolgere;

•l’ammontare del capitale sottoscritto e versato;

•il numero e l’eventuale valore nominale delle azioni;

•il valore attribuito ai crediti e ai valori conferiti in natura;

•le norme secondo le quali gli utili devono essere ripartiti;

•i benefici eventualmente accordati ai promotori o ai soci fondatori;

•il sistema di amministrazione adottato, il numero degli amministratori e i loro poteri;

•il numero dei componenti del collegio sindacale;

•la nomina dei primi amministratori e sindaci;

•l’importo globale, almeno approssimativo, delle spese poste a carico della società;

•la durata della società.

L’atto costitutivo della s.p.a. ha nella pratica un contenuto più ampio e articolato di quello minimo richiesto per legge. Sovente si preferisce procedere alla redazione di due distinti documenti: l’atto costitutivo (più sintetico, contiene la manifestazione di volontà di costituire la società e i dati fondamentali della costituenda società) e lo statuto (più analitico, contiene le regole di funzionamento della società e si considera parte integrante dell’atto costitutivo; deve essere redatto per atto pubblico a pena di nullità).

Le condizioni per la costituzione

La s.p.a. deve costituirsi con un capitale non inferiore a centoventimila euro. Altre condizioni stabilite dall’art. 2329 sono:

•che sia sottoscritto per intero il capitale sociale;

•che siano rispettate le disposizioni relative ai conferimenti (deve essere versato presso una banca il 25% dei conferimenti in denaro);

•che sussistano le autorizzazioni e le altre condizioni richieste dalle leggi speciali per la costituzione della società in relazione al suo particolare oggetto.

I conferimenti in denaro devono essere versati prima della stipula dell’atto costitutivo e restano vincolati presso la banca fino al completamento del processo di costituzione.

L’iscrizione nel registro delle imprese

Il notaio che ha ricevuto l’atto costitutivo deve depositarlo, entro venti giorni, presso l’ufficio del registro delle imprese, allegando all’atto costitutivo i documenti che comprovano l’osservanza delle condizioni richieste per la costituzione. Se il notaio non

provvede, l’obbligo incombe sugli amministratori. Nell’inerzia di entrambi (punita con sanzione amministrativa pecuniaria) ogni socio può provvedervi a spese della società.

Al notaio spetta la verifica del rispetto delle condizioni stabilite dalla legge per la costituzione. Se il notaio chiede l’iscrizione nel registro delle imprese di un atto costitutivo nel quale risultano inesistenti le condizioni richieste, egli stesso è soggetto a una sanzione amministrativa.

Se tale controllo ha esito positivo, il notaio richiede l’iscrizione della società nel registro delle imprese; con l’iscrizione la società acquista la personalità giuridica e viene ad esistenza. Non è configurabile una società per azioni irregolare.

Può verificarsi che nel periodo fra la stipulazione dell’atto costitutivo e l’iscrizione della società nel registro delle imprese vengano compiute operazioni in nome della costituenda società. Per tali operazioni sono illimitatamente e solidalmente responsabili verso i terzi coloro che hanno agito (è da escludersi ogni responsabilità della società non ancora venuta ad esistenza).

Prima dell’iscrizione nel registro delle imprese è vietata l’emissione delle azioni, ad eccezione della costituzione per pubblica sottoscrizione.

La nullità delle società per azioni

Prima della registrazione vi è solo un contratto di società e tale contratto può essere dichiarato nullo o annullato nei casi e con gli effetti previsti dalla disciplina generale dei contratti.

La situazione muta radicalmente dopo l’iscrizione nel registro delle imprese; viene ad esistere una società, anche se invalidamente costituita. L’ordinamento non può ignorare che la legalità sia stata violata, ma la sanzione deve essere comminata alla società-organizzazione (può consistere anche nello scioglimento della stessa). Il legislatore tutela i terzi che sono entrati in contatto con la società.

In seguito all’iscrizione nel registro delle imprese, la s.p.a. può essere dichiarata nulla se:

•manca la stipulazione dell’atto costitutivo nella forma dell’atto pubblico;

•l’oggetto sociale è illecito;

•l’atto costitutivo è privo di indicazioni riguardanti la denominazione della società, i conferimenti, l’ammontare del capitale sociale o l’oggetto sociale.

La possibilità di dichiarare invalida una società è circoscritta a casi eclatanti e di difficile accadimento.

La dichiarazione di nullità della s.p.a. non pregiudica l’efficacia degli atti compiuti in nome della società dopo l’iscrizione nel registro delle imprese. Inoltre i soci non sono liberati dall’obbligo dei conferimenti fino a quando non sono soddisfatti i creditori sociali, né hanno diritto di chiedere indietro i conferimenti già eseguiti. In sintesi, la dichiarazione di nullità della società opera come semplice causa di scioglimento della società. La nullità della società iscritta non può essere dichiarata se la causa di essa è stata eliminata e di tale eliminazione è stata data pubblicità mediante iscrizione nel registro delle imprese.

B) Società per azioni unipersonale. Patrimoni destinati

La società per azioni unipersonale

Il codice civile del 1942 vietava la costituzione di una s.p.a. da parte di una singola persona e sanciva la nullità della società in mancanza di pluralità di soci fondatori.

In base all’attuale disciplina, approvata nel 2003:

•è consentita la costituzione della s.p.a. con atto unilaterale di un unico socio fondatore;

•anche nella s.p.a. unipersonale per le obbligazioni sociali di regola risponde solo la società col proprio patrimonio.

La limitazione di responsabilità dell’unico socio fondatore opera solo per le obbligazioni sorte dopo l’acquisto della personalità giuridica da parte della società.

Sia in sede di costituzione della società, sia in sede di aumento del capitale sociale, l’unico socio è tenuto a versare integralmente, al momento della sottoscrizione, i conferimenti in denaro (quindi non solo il 25%).

È importante la trasparenza: per consentire ai terzi di conoscere agevolmente se la società è unipersonale, negli atti e nella corrispondenza della società deve essere indicato se questa ha un unico socio. I dati anagrafici dello stesso devono essere iscritti nel registro delle imprese a cura degli amministratori.

Per quanto riguarda la responsabilità per le obbligazioni sociali della s.p.a. unipersonale vale la regola opposta a quella dettata dal codice del 1942: l’unico socio non incorre in responsabilità illimitata per le obbligazioni sociali. Quindi ora anche la s.p.a. (oltre alla s.r.l.) può essere utilizzata per l’esercizio sostanzialmente individuale dell’attività d’impresa, senza che ciò determini di per sé la perdita del beneficio della responsabilità limitata.

Sono previste tuttavia due eccezioni che comportano, in caso di insolvenza della società, la responsabilità illimitata dell’unico socio:

•quando non sia osservata la disciplina dell’integrale liberazione dei conferimenti;

•fino a quando non sia stata attuata la specifica pubblicità dettata per la s.p.a. unipersonale dall’art. 2362

I patrimoni destinati

Sono individuati uno o più patrimoni separati che rispondono solo delle obbligazioni relative a predeterminate e specifiche operazioni economiche. L’attuale disciplina offre due modelli di patrimoni destinati:

a)la s.p.a. può costituire uno o più patrimoni ciascuno dei quali destinato in via esclusiva ad uno specifico affare, sia pure entro i limiti del 10% del proprio patrimonio netto;

b)la società può inoltre stipulare con i terzi un contratto di finanziamento di uno specifico affare, pattuendo che al rimborso totale o parziale di un finanziamento siano destinati i proventi dell’affare stesso o parte di essi.

La prima modalità (caso a) prevede la costituzione di un patrimonio destinato avviene con apposita deliberazione adottata dall’organo amministrativo della società a maggioranza assoluta. La delibera costitutiva deve contenere una serie di dati volti a consentire l’identificazione dell’affare, dei beni e dei rapporti giuridici compresi nel patrimonio destinato. La deliberazione deve essere verbalizzata da un notaio, è soggetta ad iscrizione nel registro delle imprese e diventa produttiva di effetti da quando sono decorsi sessanta giorni dall’iscrizione. Decorso tale termine si producono gli effetti della separazione patrimoniale. I creditori della società non possono più far valere alcun diritto sul patrimonio destinato al singolo affare. Nel contempo, delle obbligazioni contratte per realizzare lo specifico affare la società risponde di regola solo nei limiti del patrimonio destinato. Per ciascun patrimonio destinato dovranno essere tenuti separatamente i libri e le scritture contabili. Realizzato l’affare, o se lo stesso è divenuto impossibile, anche per fallimento della società, gli amministratori redigono un rendiconto finale che deve essere depositato presso l’ufficio del registro delle imprese (se permangono creditori insoddisfatti, questi possono chiedere entro novanta giorni la liquidazione del patrimonio destinato).

Più semplice è la disciplina dettata per la secondo modalità (caso b): contratto di finanziamento di uno specifico affare, con previsione che al rimborso totale o parziale del finanziamento sono destinati, in via esclusiva, tutti o parte dei proventi dell’affare stesso. Il patrimonio separato è in tal caso formato dai proventi dell’affare, dai relativi frutti e dagli investimenti eventualmente effettuati in attesa del rimborso al finanziatore. Delle obbligazioni nei confronti del finanziatore risponde esclusivamente il patrimonio separato. In alternativa, se il fallimento della società non impedisce la realizzazione dell’operazione, il curatore può decidere di subentrare nel contratto assumendone gli oneri relativi.

C) I conferimenti

Conferimenti e capitale sociale

I conferimenti costituiscono i contributi dei soci alla formazione del patrimonio iniziale della società; la loro funzione è quella di dotare la società del capitale di rischio iniziale per lo svolgimento dell’attività d’impresa. Il valore in denaro dei conferimenti promessi dai soci costituisce il capitale sociale della società. Esiste una specifica disciplina dei conferimenti che persegue una duplice finalità:

•quella di garantire che i conferimenti promessi dai soci vengano effettivamente acquisiti dalla società;

•quella ulteriore di garantire che il valore assegnato dai soci ai conferimenti sia veritiero.

I conferimenti in denaro

Nella s.p.a. i conferimenti devono essere effettuati in denaro se nell’atto costitutivo non è stabilito diversamente.

Per garantire l’effettività almeno parziale del capitale, è disposto l’obbligo di versamento immediato presso una banca di almeno il 25% dei conferimenti in denaro o dell’intero ammontare se si tratta di società unipersonali. Costituita la società, gli amministratori possono chiedere in ogni momento ai soci i versamenti ancora dovuti.

Il socio in mora nei versamenti non può esercitare il diritto di voto.

La società (in caso di inadempimento del socio) è tenuta ad offrire le azioni agli altri soci, in proporzione della loro partecipazione e per un corrispettivo non inferiore ai conferimenti ancora dovuti. In mancanza di offerte, la società può far vendere le azioni a mezzo di una banca o di un intermediario autorizzato. Se la vendita coattiva non ha esito, gli amministratori possono dichiarare decaduto il socio, trattenendo i conferimenti già versati.

Le azioni del socio escluso entrano a far parte del patrimonio della società e questa può ancora tentare di rimetterle in circolazione entro l’esercizio. Svanita anche quest’ultima possibilità, la società deve annullare le azioni rimaste invendute riducendo di pari importo il capitale sociale.

I conferimenti diversi dal denaro

Non tutte le cose diverse dal denaro possono essere conferite in s.p.a.

È infatti espressamente stabilito che non possono formare oggetto di conferimento le prestazione di opera o di servizi, per la oggettiva difficoltà di valutarle economicamente. Queste possono formare oggetto solo di prestazioni accessorie.

Esistono limitazioni anche per quanto riguarda i conferimenti dei beni in natura e dei crediti (stessa disciplina della società di persone).

Al momento della sottoscrizione, il socio deve porre in essere tutti gli atti necessari affinché la società acquisti la titolarità e la piena disponibilità del bene conferito.

È ammissibile invece il conferimento di diritti di godimento, dato che la società acquista col consenso del conferente l’effettiva disponibilità del bene ed è in grado di trarne tutte le utilità.

Per quanto riguarda i beni immateriali, è conferibile ogni prestazione di dare suscettibile di valutazione economica oggettiva e di immediata messa a disposizione della società (es. diritti di brevetto per marchi o invenzioni industriali).

La valutazione

I conferimenti diversi dal denaro devono formare oggetto di uno specifico procedimento di valutazione regolato dall’art. 2343 (la cui finalità è quella di assicurare una valutazione oggettiva e veritiera).

Chi conferisce beni in natura o crediti deve presentare una relazione giurata di stima di un esperto designato dal tribunale (si deve attestare che il loro valore è almeno pari a quello ad essi attribuito ai fini della determinazione del capitale sociale).

Entro centottanta giorni dalla costituzione della società, gli amministratori devono controllare le valutazioni contenute nella relazione di stima. Nel frattempo le azioni corrispondenti sono inalienabili.

Se dalla revisione risulta che il valore dei beni o dei crediti conferiti è inferiore di oltre un quinto rispetto a quello per cui avvenne il conferimento, la società deve ridurre proporzionalmente il capitale sociale e annullare le azioni che risultano scoperte.

Al socio è concessa una duplice alternativa: può versare la differenza in denaro oppure recedere dalla società (ha diritto alla restituzione in natura del bene conferito).

Sono necessarie la preventiva autorizzazione dell’assemblea ordinaria e la presentazione da parte dell’alienante della relazione giurata di stima di un esperto designato dal tribunale per l’acquisto da parte della società di beni o crediti dai promotori, dai fondatori, dai soci attuali o dagli amministratori quando:

•il corrispettivo pattuito è pari o superiore al decimo del capitale sociale;

•l’acquisto è compiuto nei due anni dall’iscrizione della società nel registro delle imprese.

Le prestazioni accessorie

Oltre l’obbligo dei conferimenti, l’atto costitutivo può prevedere l’obbligo dei soci di eseguire prestazioni accessorie non consistenti in denaro, determinandone anche contenuto, durata, modalità e compenso.

Le prestazioni accessorie costituiscono un utile strumento per vincolare stabilmente i soci ad effettuare a favore della società prestazioni che non possono formare oggetto di conferimento.

Capitolo quattordicesimo. Le azioni

Nozione e caratteri

Le azioni sono le quote di partecipazione dei soci nella società per azioni. Sono omogenee e standardizzate, liberamente trasferibili e di regola rappresentate da documenti (titoli azionari) che circolano secondo la disciplina dei titoli di credito.

Il capitale sociale sottoscritto è diviso in un numero predeterminato di parti di identico ammontare, ciascuna delle quali costituisce un’azione e attribuisce identici diritti nella società e verso la società; la singola azione è indivisibile.

In relazione all’ammontare del capitale sottoscritto, ciascun socio diventa titolare di una o più azioni che restano tendenzialmente distinte e autonome anche quando fanno capo alla stessa persona.

Azioni e capitale sociale

Le azioni devono essere tutte di uguale valore, devono cioè tutte rappresentare un’identica frazione del capitale sociale nominale.

Nelle azioni con valore nominale lo statuto deve specificare il valore nominale di ciascuna azione ed il loro numero complessivo.

Il valore nominale delle azioni, al pari del capitale sociale nominale, è insensibile alle vicende patrimoniali della società.

Nelle azioni senza valore nominale, invece, lo statuto e i titoli azionari devono indicare solo il capitale sottoscritto e il numero delle azioni emesse, fermo restando che anche le azioni senza valore nominale sono frazioni uguali del capitale sociale.

Per tutte le azioni, vale la regola che in nessun caso il valore complessivo dei conferimenti può essere inferiore all’ammontare globale del capitale sociale. Il che comporta che le azioni non possono essere complessivamente emesse per somma inferiore al loro valore nominale (per evitare che il capitale realmente conferito dai soci sia inferiore a quello dichiarato).

Le azioni possono essere invece emesse per somma superiore al valore nominale (emissione con sovrapprezzo).

Il valore di emissione delle azioni va distinto dal valore reale delle stesse, che si ottiene dividendo il patrimonio netto della società per il numero di azioni. Tale valore varia nel tempo in funzione delle vicende economiche della società e può essere accertato contabilmente attraverso il bilancio d’esercizio (valori di bilancio).

Diverso ancora è il valore di mercato delle azioni, che risulta giornalmente dai listini ufficiali quando le azioni sono ammesse alla quotazione in un mercato regolamentato (borsa valori): esso indica il prezzo di scambio delle azioni in quel determinato giorno.

Un pacchetto azionario ha un proprio specifico valore, maggiore e spesso notevolmente maggiore della somma dei valori delle singole azioni.

La partecipazione azionaria

Ogni azione costituisce una partecipazione sociale e attribuisce al suo titolare un complesso unitario di diritti e poteri di natura amministrativa (es. diritto di intervento e di voto alle assemblee), di natura patrimoniale (diritto agli utili, diritto alla quota di liquidazione) e anche a contenuto complesso amministrativo e patrimoniale (diritto di opzione, diritto di recesso,…).

Le azioni conferiscono ai loro possessori uguali diritti. Si tratta di un’uguaglianza relativa in quanto è possibile creare categorie di azioni fornite di diritti diversi (distinzione fra azioni ordinarie e azioni speciali). L’uguaglianza è poi oggettiva in quanto uguali sono i diritti che ogni azione attribuisce, non i diritti di ciascun azionista globalmente dispone, dovendosi al riguardo tener conto anche del numero delle azioni di cui ciascuno è titolare.

Se è vero che alcuni diritti dell’azionista sono indipendenti dal numero di azioni possedute (ad es. il diritto di intervento in assemblea) è altrettanto vero che i diritti più significativi spettano in proporzione del numero di azioni possedute (es. diritto di voto, diritto agli utili e alla quota di liquidazione, diritto di opzione). Ed è proprio con riferimento a questi diritti che si coglie la disuguaglianza soggettiva degli azionisti. Si badi però che si tratta di disuguaglianze soggettive perfettamente legittime e giuste: chi ha più conferito e più rischia ha più potere e può imporre, nel rispetto della legalità, la propria volontà alla minoranza.

Le categorie speciali di azioni

Sono categorie speciali di azioni quelle fornite di diritti diversi da quelli tipici previsti dalla disciplina legale. La presenza di categorie speciali di azioni comporta una modifica nell’organizzazione interna della società, per la contemporanea presenza di diversi gruppi di azionisti con interessi parzialmente non coincidenti. È infatti stabilito che, se esistono diverse categorie di azioni, le deliberazioni dell’assemblea (generale) che pregiudicano i diritti di una di esse devono essere approvare anche dall’assemblea speciale della categoria considerata. La valutazione dell’interesse di tutti gli azionisti (espressa dall’assemblea straordinaria) e quella degli interessi di categoria (assemblea speciale) prevalgono sulla volontà individuale. I diritti speciali di categoria sono perciò diritti di gruppo e non diritti individuale.

Fra i limiti espressi permane, dopo la riforma del 2003, il divieto di emettere azioni a voto plurimo, azioni cioè che attribuiscono a ciascuna più di un voto (per il resto l’attuale disciplina è molto più permissiva di quella precedente). Con la riforma del 2003 tutte le società possono emettere azioni senza diritto di voto. Nel contempo sono scomparse. Si consente a tutte le società:

•la creazione di azioni con diritto di voto limitato a particolari argomenti;

•la creazione di azioni con diritto di voto subordinato al verificarsi di particolari condizioni non meramente potestative.

Le azioni privilegiate sono azioni che attribuiscono ai loro titolari un diritto di preferenza nella distribuzione degli utili e/o nel rimborso del capitale al momento dello scioglimento della società.

È consentita l’emissione di azioni fornite di diritti patrimoniali correlati ai risultati dell’attività sociale in un determinato settore, anche quando non si danno vita a patrimoni separati destinati ad uno specifico affare. Ai possessori di azioni correlate non possono essere corrisposti dividendi agli utili risultanti dal bilancio generale della società; perciò a nulla avranno diritto se l’attività complessiva della società registra una perdita.

Le azioni di risparmio

Le azioni di risparmio costituiscono la risposta ad una esigenza unitaria: quella di incentivare gli investimenti in azioni offrendo ai risparmiatori titoli meglio rispondenti ai loro specifici interessi. Titoli cioè che tengano conto del disinteresse degli stessi per l’esercizio dei diritti amministrativi e del rilievo attribuito al contenuto patrimoniale ed alla redditività dei titoli azionari.

Le azioni di risparmio possono essere emesse solo da società le cui azioni ordinarie sono quotate. La somma fra azioni di risparmio e azioni a voto limitato non può superare la metà del capitale sociale.

Le azioni di risparmio sono prive del diritto di voto e possono essere emesse al portatore, garantendo l’anonimato.

Per la tutela degli interessi comuni è prevista un’organizzazione di gruppo: questa si articola nell’assemblea speciale e nel rappresentante comune. L’assemblea delibera sugli oggetti di interesse comune ed in particolare sull’approvazione delle delibere dell’assemblea della società che pregiudicano i diritti degli azionisti di risparmio. Il rappresentante comune è nominato dall’assemblea di categoria, provvede all’esecuzione delle deliberazioni dell’assemblea e tutela gli interessi degli azionisti di risparmio nei confronti della società.

Le azioni a favore dei prestatori di lavoro

Il cointeressamento dei lavoratori alla gestione e ai risultati della società si può concretizzare nell’assegnazione straordinaria di utili ai dipendenti della società: gli utili sono imputati a capitale e, per l’importo corrispondente, la società emette speciali categorie di azioni che vengono assegnate gratuitamente ai prestatori di lavoro. Possono anche essere assegnati strumenti finanziari partecipativi diversi dalle azioni.

Sono previsti obblighi di trasparenza per le società quotate o per società che fanno uso in maniera rilevante di strumenti finanziari nel momento in cui pongono in essere un piano di compensi basati su azioni o strumenti finanziari a favore di dipendenti, amministratori o collaboratori.

Azioni e strumenti finanziari partecipativi

Dalle azioni vanno tenuti distinti gli strumenti finanziari partecipativi (non possono formare oggetto di conferimento e non sono imputabili al capitale sociale). Questi non attribuiscono la qualità di azionista e presentano ampia elasticità per quanto riguarda i diritti propri delle azioni che possono essere loro riconosciuti. Possono essere forniti solo di diritti patrimoniali o anche di diritti amministrativi con esclusione però del diritto di voto nell’assemblea generale degli azionisti. Possono essere dotati di diritto di voto su argomenti specificamente indicati (es. nomina di un componente del CdA).

La circolazione delle azioni

I titoli azionari sono i documenti che rappresentano le quote di partecipazione nella s.p.a. e ne consentono il trasferimento secondo le regole proprie dei titoli di credito.

La loro emissione non è essenziale nelle società con azioni non quotate in borsa.

Nelle società quotate in mercati regolamentate le azioni non possono essere rappresentate da titoli e la loro circolazione è basata su un sistema di semplici registrazioni contabili con la soppressione materiale dei titoli.

Le azioni rientrano nella categoria dei titoli di credito causali (possono essere emessi solo in base ad un determinato rapporto causale).

Le azioni possono essere nominative o al portatore (con beneficio dell’anonimato) a scelta dell’azionista.

Il sistema vigente prevede che tutte le azioni devono essere nominative, salvo le azioni di risparmio e quelle emesse dalle Sicav che possono essere anche al portatore.

Le azioni al portatore si trasferiscono con la consegna del titolo; quelle nominative sono assoggettate ad una specifica disciplina.

I vincoli sulle azioni

Le azioni possono essere costituite in usufrutto o in pegno e possono formare oggetto di misure cautelari ed esecutive.

Il diritto di voto compete al creditore pignoratizio o all’usufruttuario, che dovranno esercitarlo senza ledere gli interessi del socio, a pena di un risarcimento dei danni nei

suoi confronti. Se le azioni sono poste sotto sequestro il voto è esercitato dal custode. Gli altri diritti amministrativi spettano invece disgiuntamente sia al socio sia al creditore pignoratizio o all’usufruttuario. Se le azioni sono poste sotto sequestro sono invece esercitati dal custode.

Il diritto di opzione spetta invece al socio, il quale deve provvedere almeno tre giorni prima della scadenza al versamento delle somme necessarie per l’esercizio del diritto di opzione. In mancanza, gli altri soci possono offrire di acquistarlo.

Il socio deve provvedere al versamento delle somme dovute sulle azioni non liberate. In mancanza il creditore pignoratizio può far vendere le azioni tramite una banca o altro intermediario autorizzato, con trasferimento del pegno sul ricavato (della vendita dell’azione).

In caso di usufrutto, l’usufruttuario deve provvedere al versamento.

I limiti alla circolazione dell’azione

Le azioni sono in via di principio liberamente trasferibili. La libera trasferibilità è tuttavia esclusa o limitata per legge in determinate ipotesi.

Vi sono dei limiti legali che impediscono l’alienazione di azioni liberate con conferimenti diversi dal denaro prima del controllo della valutazione del valore. Inoltre le azioni con prestazione accessoria non sono trasferibili senza il consenso del CdA.

I limiti convenzionali sono determinati da accordi intercorsi fra i soci; possono risultare dall’atto costitutivo della società (limiti statutari) o da patti parasociali (non presenti nell’atto costitutivo).

I limiti imposti dai patti parasociali alla circolazione delle azioni vengono definiti sindacati di blocco; questi hanno lo scopo di evitare l’ingresso in società di terzi non graditi e vincolano solo le parti contraenti. L’inadempiente sarà tenuto solo al risarcimento dei danni nei confronti degli altri soci contraenti.

L’inopponibilità ai terzi dei patti parasociali incentiva la conclusione di accordi all’interno dell’atto costitutivo. In tal modo le clausole limitative acquistano efficacia reale: vincolano tutti i soci, anche futuri. Le clausole statutarie più diffuse sono le clausole di prelazione, di gradimento e di riscatto.

La clausola di prelazione è la clausola che impone al socio, che intende vendere le azioni, di offrirle preventivamente agli altri soci e di preferirli ai terzi a parità di condizioni (questo per impedire l’ingresso in società di soci non graditi senza impedire all’azionista uscente di realizzare il valore economico della partecipazione). La violazione del patto di preferenza comporta l’inefficacia del trasferimento; i soci beneficiari hanno il diritto di riscattare dal terzo acquirente le relative azioni.

Le clausole di gradimento richiedono il possesso di determinati requisiti da parte dell’acquirente (ad es. cittadinanza italiana, professione, …) e subordinano il trasferimento delle azioni al consenso di un organo sociale (ad es. CdA).

È prevista anche l’introduzione di clausole statutarie che prevedono un potere di riscatto delle azioni da parte della società o dei soci al verificarsi di determinati eventi. Il valore di rimborso è determinato applicando le disposizioni in tema di diritto di recesso dell’azionista.

Le operazioni della società sulle proprie azioni

Le operazioni della s.p.a. sulle proprie azioni ed in particolare la loro sottoscrizione e compravendita sono particolarmente pericolose: potrebbero dar luogo all’elusione dell’obbligo di conferimento o del divieto di restituzione anticipata dei conferimenti eseguiti; potrebbero mettere in pericolo il corretto funzionamento dell’organizzazione societaria, concentrando i diritti di voto nelle mani degli amministratori e dei gruppi di comando; potrebbero infine dar luogo a manovre speculative volte ad alterare le quotazioni delle azioni.

In nessun caso la società può sottoscrivere le proprie azioni. Il divieto ha carattere assoluto; l’unica deroga è concessa per l’esercizio del diritto di opzione sulle azioni proprie detenute dalla società. Tale divieto colpisce tanto la sottoscrizione diretta (compiuta in nome della società) quanto la sottoscrizione indiretta (compiuta da terzi per conto della società).

In caso di violazione del divieto non si ha nullità della sottoscrizione ma le azioni si intendono sottoscritte e devono essere liberate dai soggetti che hanno violato il divieto.

L’acquisto da parte della società delle azioni proprie è invece consentito. Questa operazione può dar luogo ad una riduzione del capitale reale se non avviene la riduzione del capitale sociale nominale.

(…)

Gli amministratori non possono disporre delle azioni senza la preventiva autorizzazione dell’assemblea, la quale dovrà stabilire anche le relative modalità.

Alla società è vietato di concedere prestiti o fornire garanzie di qualsiasi tipo a favore di soci o di terzi per la sottoscrizione o l’acquisto di azioni proprie.

Le partecipazioni reciproche

Le partecipazioni reciproche fra società di capitali danno luogo a pericoli di carattere patrimoniale e amministrativo. Pericoli che si accentuano quando fra le due società intercorre un rapporto di controllo, dato che la controllata può facilmente subire le direttive della controllante nella scelta dei propri investimenti azionari e nell’esercizio del voto.

Nel caso della sottoscrizione reciproca del capitale due società si costituiscono od aumentano il capitale sociale sottoscrivendo l’una il capitale dell’altra, creando una moltiplicazione illusoria di ricchezza (aumenta il capitale sociale mentre resta invariato il capitale reale). Nel contempo ciascuna delle due società dispone di un pacchetto di voti da gestire nell’altra.

Al contrario, l’acquisto reciproco di azioni lascia inalterato il capitale nominale, ma determina una riduzione dei rispettivi capitali reali. Questo processo determina un indiretto rimborso dei conferimenti degli azionisti delle due società (la società A rimborsa i soci della società B e viceversa), con effetti incrociati del tutto identici a quelli cui dà luogo l’acquisto di azioni proprie.

In sintesi, l’acquisto reciproco di azioni è possibile senza alcun limite quando fra le due società non intercorre un rapporto di controllo e nessuna delle due è quotata in borsa. Se l’incrocio è realizzato fra società controllante e sue controllate, l’acquisto da parte della società controllata è considerato come effettuato dalla controllante stessa; è

perciò assoggettato alle limitazioni previste per l’acquisto di azioni proprie (le azioni o quote acquistate in violazione di tali condizioni devono essere alienate entro un anno dal loro acquisto).

Capitolo quindicesimo. Le partecipazioni rilevanti. I gruppi di società

A )Le partecipazioni rilevanti

L’informazione sulle partecipazioni rilevanti

L’attuale disciplina prevede un obbligo di comunicazione alla società partecipata ed alla Consob per:

• tutti coloro che partecipano, direttamente o indirettamente, in una società con azioni quotate in misura superiore al 2% del capitale di questa;

• le sole società con azioni quotate che partecipano, direttamente o indirettamente, in società con azioni non quotate o in società a responsabilità limitata in misura superiore al 10% del capitale di queste.

Le percentuali vengono calcolate tenendo conto solo del capitale rappresentato da azioni o quote con diritto di voto e solo delle azioni o quote che , direttamente o indirettamente, attribuiscono il diritto di voto.

In caso di violazione degli obblighi di comunicazione vengono comminate sanzioni pecuniarie, mentre è mantenuta ferma per le sole partecipazioni in società quotate l’ulteriore sanzione della sospensione del voto.

Qualora la società ammetta ugualmente il socio a votare, la relativa deliberazione assembleare è impugnabile se il voto di quel socio è stato determinante per la formazione della maggioranza.

Oltre che alla società partecipata, le partecipazioni rilevanti vanno comunicate alla Banca d’Italia (partecipazioni in società bancarie, di intermediazione mobiliare, di gestione del risparmio,…), alla Consob (società di intermediazione mobiliare, digestione nel risparmio,…) e all’Isvap (società di assicurazione).

L’acquisto di partecipazioni rilevanti in società quotate

Il passaggio di proprietà di pacchetti di controllo di società quotate deve avvenire con la massima trasparenza e con modalità che consentano a tutti gli azionisti di partecipare al premio di maggioranza (guadagni) che l’operazione può comportare. Sono stati introdotti due principi cardine:

• il lancio di un’offerta pubblica d’acquisto delle azioni (opa) è obbligatorio quando è trasferito il pacchetto di controllo di una società quotata;

• l’opa, sia essa obbligatoria o volontaria, deve svolgersi nel rispetti di determinate regole di comportamento volte a tutelare i destinatari dell’offerta e il regolare funzionamento del mercato.

Un primo esempio di opa successiva obbligatoria è l’opa successiva totalitaria consente agli azionisti di minoranza di società con azioni ordinarie quotate di uscire dalla società a seguito del mutamento dell’azionista di controllo. È infatti tenuto a promuovere un’offerta pubblica di acquisto chiunque, in seguito ad acquisti a titolo oneroso, venga a detenere, direttamente o indirettamente, una partecipazione superiore al 30% delle azioni che atribuiscono il diritto di voto nelle deliberazioni assembleari riguardanti nomina o revoca o responsabilità degli amministratori o del consiglio di sorveglianza.

Il prezzo da pagare agli azionisti di minoranza che aderiscono all’opa è più basso di quello predisposto per l’acquisto della partecipazione di controllo, in modo da non rendere eccessivamente oneroso l’impegno finanziario complessivo di chi intenda acquisire il controllo e da non creare così eccessivi ostacoli al ricambio dei gruppi di controllo delle società quotate.

Chi intende acquisire il controllo di una società quotata può tuttavia sottrarsi all’obbligo di promuovere l’onerosa opa successiva totalitaria, lanciando un’opa preventiva che lo porti a detenere una partecipazione superiore al 30% (l’opa preventiva può essere totale o parziale).

L’opa preventiva diretta a conseguire tutte le azioni quotate che attribuiscono diritto di voto nelle deliberazioni assembleari non è soggetta a condizioni e l’offerente può fissare liberamente il prezzo d’acquisto.

L’opa preventiva parziale deve avere per oggetto almeno il 60% delle stesse azioni (è più articolata, l’esonero dall’opa successiva totalitaria deve essere autorizzata dalla Consob).

L’altro caso di opa obbligatoria è l’opa residuale. La sua funzione è quella di consentire agli azionisti di minoranza l’uscita dalla società ad un prezzo equo quando la stessa è ormai saldamente in pugno di un predeterminato gruppo di controllo, sicché il regolare andamento delle negoziazioni è pregiudicato dalla mancanza di un adeguato flottante (azioni diffuse fra il pubblico). È quindi previsto che chiunque venga a detenere più del 90% delle azioni ordinarie è tenuto a lanciare un’opa sulla totalità delle azioni con diritto di voto ancora in circolazione, al prezzo fissato dalla Consob, se non ripristina entro 120 giorni un flottante sufficiente ad assicurare il regolare andamento delle negoziazioni.

Chi viene a detenere, in seguito ad un’opa totalitaria, più del 98% delle azioni con diritto di voto ha diritto di acquistare coattivamente le azioni residue ad un prezzo fissato da un esperto nominato dal presidente del tribunale.

La violazione dell’obbligo di promuovere un’opa è colpita con sanzioni particolarmente dissuasive (il diritto di voto inerente alla partecipazione detenuta non può essere esercitato). Sono previste anche sanzioni pecuniarie.

Le offerte pubbliche di acquisto e di scambio

L’offerta pubblica di acquisto (corrispettivo in denaro) o di scambio (altri strumenti finanziari) è una proposta irrevocabile rivolta a parità di condizioni a tutti i titolari di prodotti finanziari che ne formano oggetto. L’offerta si svolge sotto costante controllo della Consob.

I soggetti che intendono lanciare un’offerta pubblica devono darne preventiva comunicazione alla Consob allegando il documento di offerta destinato alla pubblicazione (lo società bersaglio è a sua volta obbligata a diffondere un comunicato per l’apprezzamento dell’offerta).

Si apre così la fase delle adesioni all’offerta. Adesioni che possono essere raccolte dall’offerente o dagli intermediari indicati dal documento di offerta (banche, sim,…). La Consob fissa le regole per assicurare il corretto svolgimento dell’offerta pubblica. Esistono tecniche di difesa che il gruppo di comando della società bersaglio, aggredita da un’opa ostile, può porre in essere per ostacolare il successo dell’iniziativa dell’offerente: acquisti di azioni proprie, massicci aumenti del capitale sociale, trasformazione della società, fusione per incorporazione in altra società amica, vendita di rami significativi per l’azienda.

L’utilizzo di queste tecniche di difesa era precluso. Oggi è invece stabilito che gli amministratori della società bersaglio devono astenersi dal compiere atti o operazioni che possano contrastare con gli obiettivi dell’offerta, ma il divieto può essere rimosso con delibera dell’assemblea (seppur con una maggioranza elevata: 30% del capitale sociale).

B)I gruppi di società

Il fenomeno di gruppo. I problemi

Le s.p.a. sono libere di sottoscrivere o acquistare azioni o quote di altre società di capitali.

Il gruppo di società è un’aggregazione di imprese societarie formalmente autonome ed indipendenti l’una dall’altra, ma assoggettate tutte ad una direzione unitaria. Tutte sono infatti sotto l’influenza dominante di un’unica società, che le controlla e dirige secondo un disegno unitario la loro attività di impresa, per il perseguimento di uno scopo unitario (interesse di gruppo).

Il gruppo di società è fenomeno largamente diffuso nella pratica. Combina i vantaggi dell’unità economica della grande impresa con quelli offerti dall’articolazione in più strutture formalmente distinte e autonome: snellezza operativa e autonomia decisionale; delimitazione e separazione del rischio d’impresa.

I gruppi possono essere a catena (la società capogruppo A controlla e dirige la società B, che a sua volta controlla e dirige la società C) o a raggiera (la capogruppo A controlla e dirige contemporaneamente tutte le altre società).

Il fenomeno dei gruppi può rappresentare un pericolo per l’ordinato funzionamento dell’economia di mercato. Da qui l’esigenza di definire una specifica disciplina idonea a realizzare un equilibrio fra unità economica e pluralità giuridica di tali aggregazioni.

La disciplina deve soddisfare tre esigenze:

•assicurare un’adeguata informazione sui collegamenti di gruppo, sui rapporti commerciali e finanziari fra società del gruppo, sul bilancio del gruppo;

•evitare che eventuali intrecci di partecipazioni alterino l’integrità patrimoniale delle società coinvolte e il corretto funzionamento degli organi decisionali della capogruppo;

•evitare che le scelte operative delle singole società del gruppo pregiudichino le aspettative di quanti fanno affidamento esclusivamente sulla consistenza patrimoniale e sui risultati economici di quella determinata società.

Società controllate e direzione unitaria

È società controllata la società che si trova, direttamente o indirettamente, sotto l’influenza dominante di altra società (controllante), che è perciò in grado di indirizzarne l’attività nel senso da essa voluto.

Secondo il diritto, è controllata la società in cui un’altra società dispone della maggioranza dei voti esercitabili nell’assemblea ordinaria (dispone di più della metà delle azioni con diritto di voto nelle assemblee ordinarie).

Di fatto, si può considerare società controllata anche la società in cui un’altra società dispone di voti sufficienti per esercitare un’influenza dominante nell’assemblea ordinaria.

Il controllo azionario può essere anche indiretto: se A controlla B che a sua volta controlla C, quest’ultima si considera controllata indirettamente da A.

Si considerano infine, controllate, le società che sono sotto l’influenza dominante di un’altra società in virtù di particolari vincoli contrattuali con essa (controllo contrattuale).

L’esistenza di un rapporto di controllo societario non è sufficiente per affermare che si è in presenza di un gruppo di società: fa tuttavia presumere l’esercizio di attività di direzione e di coordinamento di società.

Si considerano infine collegate le società sulle quali un’altra società esercita un’influenza notevole, ma non dominante: quando cioè nell’assemblea ordinaria può essere esercitato almeno un quinto dei voti, o un decimo se la società partecipata ha azioni quotate in mercati regolamentati.

La disciplina dei gruppi

In base all’attuale disciplina è istituita un’apposita sezione nel registro delle imprese nella quale sono iscritti le società o gli enti che esercitano attività di direzione e coordinamento e le società alla stessa sottoposte.

In presenza di una situazione di controllo, scattano limitazioni e divieti a carico delle società controllate, che ridimensionano i pericoli di alterazione dell’integrità patrimoniale della capogruppo ed inquinamento del funzionamento degli organi della stessa. La disciplina oggi limita al 10% del capitale della controllante le azioni che possono essere possedute dalle società facenti parte di uno stesso gruppo e inibisce alle controllate l’esercizio del diritto di voto anche per le azioni legittimamente possedute.

Esistono specifici obblighi di informazione contabile sia a carico della società controllante, sia a carico delle società controllate (rapporti finanziari, risultati economici,…).

È stato introdotto il bilancio consolidato di gruppo: consente di conoscere la situazione patrimoniale, finanziaria ed economica del gruppo considerato unitariamente.

La tutela dei soci e dei creditori delle società controllate

La riforma del 2003 ha introdotto forme di tutela degli azionisti esterni e dei creditori delle società controllate contro possibili abusi della controllante, che induca le prime al compimento di atti vantaggiosi per il gruppo unitariamente considerato, ma pregiudizievoli per il proprio patrimonio (ad es. acquisto a prezzi vistosamente superiori a quelli del mercato di prodotti della capogruppo, vendita sottocosto di propri prodotti alla stessa, …). Tuttavia non si possono ignorare i vantaggi che l’appartenenza ad un gruppo procura alle società controllate, come la sicurezza delle vendite, l’eliminazione degli oneri di commercializzazione, l’assistenza finanziaria, …

Resta fermo nel nostro ordinamento il principio cardine della distinta soggettività e della formale indipendenza giuridica delle società del gruppo.

L’indipendenza formale porta ad escludere che la capogruppo sia responsabile per le obbligazioni assunte dalle controllate in attuazione della politica di gruppo. Questo principio comporta però che la capogruppo non può legittimamente imporre alle società figlie il compimento di atti che contrastino con gli interessi delle stesse separatamente considerate.

Le decisioni (dell’assemblea o degli amministratori) delle società controllate ispirate da un interesse di gruppo devono essere adeguatamente motivate. L’ordinamento stabilisce che le decisioni delle società soggette ad attività di direzione e coordinamento devono essere motivate da una puntuale indicazione delle ragioni e degli interessi la cui valutazione ha inciso sulla decisione.

Esiste una specifica disciplina per i finanziamenti concessi alle società controllate dalla capogruppo, al fine di evitare che un eccessivo indebitamento danneggi gli altri creditori sociali (il rimborso di tali finanziamenti è subordinato rispetto al soddisfacimento degli altri creditori).

Infine, la società capogruppo è tenuta ad indennizzare direttamente azionisti e creditori delle società controllate per i danni dagli stessi subiti per il fatto che la propria società si è tenuta alle direttive di gruppo lesive del proprio patrimonio.

Le società che violano i principi di corretta gestione societaria e imprenditoriale delle società soggette alla loro attività di direzione e coordinamento sono direttamente responsabili nei confronti dei soci di queste (per il pregiudizio arrecato al valore della partecipazione sociale), nonché nei confronti dei creditori sociali (per la lesione cagionata all’integrità del patrimonio sociale).

Rispondono inoltre, in solido con la capogruppo, sia coloro che abbiano preso parte al fatto lesivo, sia coloro che ne abbiano consapevolmente tratto beneficio.

La riforma del 2003 riconosce inoltre il diritto di recesso ai soci di una società soggetta ad attività di direzione e di coordinamento in presenza di eventi riguardanti la società capogruppo, ma che di riflesso determinano un mutamento delle originarie condizioni di rischio dell’investimento nelle controllate.

È inoltre riconosciuto quando la capogruppo delibera una trasformazione che comporta il mutamento del suo scopo sociale o un cambiamento dell’oggetto sociale.

Il gruppo insolvente

Manca ancora oggi una disciplina del gruppo insolvente. Può trovare applicazione generale la regola enunciata con riferimento all’amministrazione straordinaria delle grandi imprese insolventi, la quale dispone che in caso di direzione unitaria del gruppo, gli amministratori delle società che hanno abusato di tale direzione rispondono in solido con gli amministratori della società dichiarata insolvente dei danni da questa cagionati alla società stessa.

Capitolo sedicesimo. L’assemblea

I modelli organizzativi

La s.p.a. è caratterizzata da tre distinti organi:

•l’assemblea dei soci, ha funzioni esclusivamente deliberative (decisioni di maggior rilievo della vita sociale);

•organo amministrativo, che si occupa della gestione dell’impresa sociale (gli amministratori hanno la rappresentanza legale della società e danno attuazione alle deliberazioni dell’assemblea);

•l’organo di controllo interno, con funzioni di controllo sull’amministrazione della società.

Per quanto riguarda l’amministrazione e il controllo sono previsti due organi di nomina assembleare: l’organo amministrativo e il collegio sindacale. Con la riforma del 2003 il controllo contabile è stato affidato ad un organo di controllo esterno alla società: revisore contabile o società di revisione. Questa riforma ha introdotto altri due sistemi alternativi tra i quali la società può scegliere:

•il sistema dualistico: amministrazione e controllo sono esercitati da un consiglio di sorveglianza, di nomina assembleare, e da un consiglio di gestione (nominato dal consiglio di sorveglianza);

•il sistema monistico: amministrazione e controllo esercitati rispettivamente dal c.d.a. (nominato dall’assemblea) e da un comitato per il controllo sulla gestione costituito al suo interno.

Nozioni e distinzioni

L’assemblea è l’organo composto dalle persone e dai soci. È un organo collegiale che decide secondo il principio maggioritario. La volontà dei soci riuniti in assemblea, che rappresentano la maggioranza di capitale, vale come volontà della società e vincola tutti i soci, anche se assenti o dissenzienti, purché siano state rispettate le norme che regolano il procedimento assembleare.

Nelle assemblee che adottano il sistema tradizionale o monistico, l’assemblea ordinaria:

•approva il bilancio;

•nomina e revoca gli amministratori, i sindaci e i presidenti del collegio sindacale;

•determina il compenso degli amministratori e dei sindaci (e delibera sulle loro responsabilità);

•delibera sulle autorizzazioni eventualmente richieste dallo statuto per il compimento di atti degli amministratori;

•approva l’eventuale regolamento dei lavori assembleari.

Più ristrette sono le competenze dell’assemblea ordinaria nelle società che optano per il sistema dualistico.

L’assemblea, in sede straordinaria, delibera:

•sulle modifiche dello statuto;

•sulla nomina, sulla sostituzione e sui poteri dei liquidatori;

•su ogni altra materia espressamente attribuita dalla legge alla sua competenza.

Diversi sono i quorum costitutivi e deliberativi richiesti per l’assemblea ordinaria e quella straordinaria. Per evitare che l’assenteismo degli azionisti impedisca di deliberare, è poi prevista una seconda convocazione con quorum inferiori, per l’assemblea sia ordinaria che straordinaria.

Nelle società che hanno emesso diverse categorie di azioni, all’assemblea generale si affiancano delle assemblee speciali.

Il procedimento assembleare

La convocazione dell’assemblea è di regola decisa dall’organo amministrativo ogni qualvolta lo ritiene opportuno.

Gli amministratori sono obbligati a convocare l’assemblea in una serie di casi:

•devono convocarla almeno una volta all’anno, entro il termine stabilito dallo statuto che comunque non può essere superiore a centoventi giorni dalla chiusura dell’esercizio, per consentire l’approvazione del bilancio;

•devono convocarla senza ritardo quando ne sia fatta richiesta da tanti soci che rappresentano almeno il 10% del capitale sociale (nella domanda sono comunicati gli argomenti da trattare). Se gli amministratori non provvedono, l’assemblea è convocata con decreto dal tribunale.

La convocazione dell’assemblea deve essere poi disposta dal collegio sindacale ogniqualvolta la convocazione sia obbligatoria e gli amministratori non vi abbiano provveduto.

L’avviso di convocazione dell’assemblea deve contenere l’indicazione del giorno, dell’ora e del luogo dell’adunanza, nonché l’elenco delle materie da trattare (ordine del giorno).

Anche in assenza di convocazione l’assemblea è regolarmente costituita quando è rappresentato l’intero capitale sociale e partecipa all’assemblea la maggioranza dei componenti degli organi amministrativi e di controllo (assemblea totalitaria).

L’assemblea è presieduta dalla persona indicata dallo statuto; il presidente assicura che l’assemblea si svolga in modo ordinato e nel rispetto delle norme che ne regolano l’attività.

È possibile per i soci che raggiungono un terzo del capitale sociale rappresentato in assemblea, chiedere e ottenere il rinvio dell’adunanza di non oltre cinque giorni (il rinvio può essere esercitato solo una volta per lo stesso oggetto).

Le delibere assembleari devono constare da verbale (data dell’assemblea, identità dei partecipanti, modalità e risultato delle votazioni), sottoscritto dal presidente e dal segretario o dal notaio.

Costituzione dell’assemblea. Validità delle deliberazioni

Si definisce quorum costitutivo la parte del capitale sociale che deve essere rappresentata in assemblea perché questa sia regolarmente costituita e possa iniziare i lavori. Si definisce invece quorum deliberativo la parte del capitale sociale che si deve esprimere a favore di una determinata deliberazione perché questa sia approvata.

L’assemblea ordinaria in prima convocazione è costituita dai soci che rappresentano almeno la metà del capitale sociale con diritto di voto; delibera col voto favorevole della metà più una delle azioni.

L’assemblea ordinaria di seconda convocazione può validamente deliberare qualunque sia la parte del capitale rappresentata in assemblea e le delibere sono approvate con il voto favorevole della maggioranza delle azioni che hanno preso parte alla votazione.

Per l’assemblea straordinaria in prima convocazione non è espressamente previsto un quorum costitutivo, anche se lo stesso risulta indirettamente dal fatto che il quorum deliberativo è rappresentato da aliquote dell’intero capitale sociale con diritto di voto e non del solo capitale intervenuto in assemblea (come per l’assemblea ordinaria).

L’assemblea straordinaria di seconda convocazione è regolarmente costituita con la partecipazione di oltre un terzo del capitale sociale e delibera col voto favorevole di almeno i due terzi del capitale rappresentato in assemblea.

Per le società che fanno ricorso al capitale di rischio, e quindi anche per le società quotate, il quorum costitutivo minimo è almeno la metà del capitale sociale in prima convocazione e più di un terzo in seconda convocazione. I quorum deliberativi, sia in prima che in seconda convocazione, sono di almeno i due terzi del capitale rappresentato in assemblea.

Lo statuto può modificare solo in aumento le maggioranze previste. È consentito infine che lo statuto preveda convocazioni ulteriori.

Il diritto di intervento. Il diritto di voto

Possono intervenire in assemblea (insieme ad amministratori, sindaci, rappresentante comune degli azionisti di risparmio e degli azionisti) gli azionisti con diritto di voto e i soggetti che pur non essendo soci hanno il diritto di voto, come l’usufruttuario o il creditore pignoratizio. Il diritto di intervento compete anche al socio che ha dato le proprie azioni in pegno o in usufrutto.

Lo statuto può consentire l’intervento in assemblea mediante mezzi di telecomunicazione o mediante l’espressione del voto per corrispondenza. Chi esprime il voto per corrispondenza si considera intervenuto all’assemblea.

La rappresentanza in assemblea

Gli azionisti possono partecipare all’assemblea sia direttamente sia a mezzo di rappresentante.

L’istituto di rappresentanza in assemblea consente la partecipazione indiretta dei piccoli azionisti alla vita della società e agevola il raggiungimento delle maggioranze assembleari nelle società con diffuso assenteismo dei soci. È però, nel contempo, istituto che può prestarsi ad abusi.

La delega deve essere conferita per iscritto e deve contenere il nome del rappresentante, che può farsi sostituire solo da altra perdona indicata nella delega stessa. La rappresentanza non può essere conferita ai membri degli organi amministrativi e di controllo e ai dipendenti della società.

La stessa persona non può rappresentare più di venti soci; se si tratta di società che fanno ricorso al capitale di rischio, non più di cinquanta, cento o duecento soci a seconda del capitale sociale. Con la riforma del 1998 sono stati introdotti gli istituti della sollecitazione e della raccolta delle deleghe.

La sollecitazione è la richiesta del conferimento di deleghe di voto rivolta a tutti gli azionisti da parte di uno o più committenti, che richiedono l’adesione a specifiche proposte di voto.

La raccolta di deleghe è la richiesta di conferimento di deleghe effettuata da associazioni di azionisti esclusivamente nei confronti dei propri associati che comunque non sono tenuti a conferire la delega.

La Consob deve assicurare trasparenza e correttezza nella raccolta delle deleghe tali da consentire all’azionista una decisione consapevole.

Limiti all’esercizio del voto. Il conflitto di interessi

Con l’esercizio del diritto di voto il socio concorre alla formazione della volontà sociale in proporzione del numero di azioni possedute.

L’esercizio del diritto di voto è rimesso all’apprezzamento discrezionale del socio, il quale deve esercitarlo senza arrecare danno al patrimonio sociale. Se la maggioranza sia ispirata esclusivamente ad interessi extra sociali, danneggiando la società, le deliberazioni sono annullabili.

Se un azionista, in una determinata delibera, ha un interesse personale contrastante con quello della società, si ha conflitto di interessi. In questo caso la delibera approvata con il suo voto determinante è impugnabile qualora possa recare danno alla società.

L’articolo 2373, riguardo i casi di conflitto di interesse, vieta ai soci amministratori di votare nelle deliberazioni riguardanti la loro responsabilità; nel sistema dualistico, vieta ai soci componenti del consiglio di gestione di votare nelle deliberazioni riguardanti la nomina, la revoca o la responsabilità dei consiglieri di sorveglianza.

La disciplina del conflitto di interessi consente di reprimere gli abusi della maggioranza a danno del patrimonio sociale. Alcune deliberazioni possono essere adottate dalla maggioranza per danneggiare i soci di minoranza (con conseguente annullabilità della delibera).

Sono rari i casi in cui si è pervenuti all’annullamento di delibere assembleari per abuso del diritto di voto (è difficile per il socio di minoranza provare che la delibera sia stata presa al solo fine di ledere la sua posizione).

I sindacati di voto

I sindacati di voto sono accordi (patti parasociali) con i quali alcuni soci si impegnano a concordare preventivamente il modo in cui votare all’assemblea. Possono avere carattere occasionale o permanente (a tempo determinato o indeterminato). Si può stabilire che il modo come votare sarà deciso all’unanimità o, più frequentemente, a maggioranza dei soci sindacati.

I sindacati di voto danno un indirizzo unitario all’azione dei soci sindacati e se questi vengono a costituire il gruppo di comando, il patto di sindacato consente di dare stabilita di indirizzo alla condotta della società. L’accordo di sindacato consente una migliore difesa dei comuni interessi quando è stipulato fra i soci di minoranza.

I sindacati di comando cristallizzano il gruppo di controllo, soprattutto se stipulati a lungo termine o a tempo indeterminato. Con i sindacati di comando il procedimento assembleare finisce con l’essere rispettato solo verbalmente, dato che in fatto le decisioni vengono prese prima e fuori dell’assemblea.

Il sindacato di voto è produttivo di effetti solo fra le parti e non nei confronti della società. Perciò il voto dato in assemblea resta valido anche se espresso in violazione degli accordi di sindacato.

I patti parasociali sono soggetti ad un particolare regime di pubblicità, diverso fra società quotate e non quotate che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio. In queste ultime i patti parasociali devono essere comunicati alle società e dichiarati in apertura di assemblea (l’omessa dichiarazione è sanzionata con la sospensione del diritto di voto). Nelle società quotate devono invece essere comunicati alla Consob (la violazione di tali obblighi di trasparenza comporta la nullità dei patti e la sospensione del diritto di voto relativo alle azioni sindacate).

Le deliberazioni assembleari invalide

L’invalidità delle delibere assembleari può essere determinata dalla violazione di norme che regolano il procedimento assembleare o da vizi che riguardano il contenuto della delibera.

Il Codice del 1942 presentava la nullità come sanzione eccezionale prevista solo per le delibere aventi oggetto impossibile o illecito. Per contro, i vizi di procedimento davano vita soltanto all’annullabilità della delibera (decorso il termine di tre mesi concesso per l’impugnativa, la delibera non era più contestabile).

Le delibere inesistenti presentavano vizi di procedimento talmente gravi da precludere la possibilità stessa di qualificare l’atto come delibera assembleare (mancanza di requisiti minimi essenziali che determinava una nullità radicale).

La riforma del 2003 introduce una disciplina il cui obiettivo di fondo è quello di porre fine alla categoria delle delibere inesistenti riconducendo nelle categorie della nullità o dell’annullabilità tutti i possibili vizi delle delibere assembleari.

L’attuale disciplina stabilisce che sono annullabili tutte le deliberazioni che non sono prese in conformità della legge o dello statuto.

Possono determinare l’annullabilità delle delibere:

•la partecipazione all’assemblea di persone non legittimate (se tale partecipazione sia stata determinante per la costituzione dell’assemblea);

•l’invalidità dei singoli voti o il loro errato conteggio (se determinanti per il raggiungimento della maggioranza);

•l’incompletezza o inesattezza del verbale (quando impediscono l’accertamento del contenuto, degli effetti e della validità della delibera).

L’impugnativa può essere proposta dai soci assenti, dissenzienti o astenuti, amministratori, consiglio di sorveglianza e collegio sindacale (non sono legittimati all’impugnativa i soci che hanno votato a favore della delibera).

I soci non legittimati all’impugnativa possono chiedere il risarcimento dei danni dovuti dalla non conformità della delibera (entro 90 giorni).

L’azione di annullamento è proposta davanti al tribunale del luogo dove la società ha sede.

L’annullamento ha effetto per tutti i soci ed obbliga gli amministratori a prendere i provvedimenti conseguenti sotto la propria responsabilità. Restano salvi i diritti acquistati in buona fede dai terzi in base ad atti compiuti in esecuzione della delibera.

Le deliberazioni nulle

I casi di nullità delle delibere sono stati accresciuti rispetto alla disciplina previgente. La delibera è nulla solo nei tre casi indicati dall’art. 2379:

•illiceità o impossibilità dell’oggetto (oppure quando ha oggetto lecito ma contenuto illecito);

•mancata convocazione dell’assemblea (non si ha nullità della delibera nel caso di irregolarità dell’avviso);

•mancanza del verbale: il verbale non si considera mancante se contiene la data della deliberazione e il suo oggetto ed è sottoscritto; inoltre la nullità per mancanza del verbale può essere sanata mediante verbalizzazione eseguita prima dell’assemblea successiva.

La nullità delle delibere assembleari può essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse e può essere rilevata anche di ufficio dal giudice. L’azione di nullità decade dopo tre anni.

Anche la dichiarazione di nullità non pregiudica i diritti acquistati in buona fede dai terzi e non può essere esperita se la delibera è sostituita con un’altra conforme alla legge.

Capitolo diciassettesimo. Amministrazione. Controlli

I sistemi di amministrazione e controllo

La riforma del 2003 ha previsto tre sistemi di amministrazione e controllo:

•il sistema tradizionale, basato sulla presenza di due organi di nomina assembleare: l’organo amministrativo e il collegio sindacale. Il controllo contabile è affidato al revisore contabile ;

•il sistema dualistico, che prevede la presenza di un consiglio di sorveglianza di nomina assembleare, e di un consiglio di gestione nominato dal consiglio di sorveglianza;

•il sistema monistico, nel quale l’amministrazione e il controllo sono esercitati rispettivamente dal CdA (nominato dall’assemblea) e da un comitato per il controllo sulla gestione costituito al suo interno.

Il sistema tradizionale trova tuttora applicazione in mancanza di diversa previsione statutaria. Il sistema società o con una modifica successiva dello statuto.

A) Gli amministratori

Struttura e funzioni dell’organo amministrativo

Nel sistema tradizionale, la s.p.a. non quotata può avere sia un amministratore unico sia un CdA.

Alle società quotate è invece imposta l’amministrazione pluripersonale. Il CdA può essere articolato al suo interno con la creazione di uno o più organi delegati (comitato esecutivo e amministratori delegati).

Agli amministratori è affidata in via esclusiva la gestione dell’impresa sociale. A questi sono riconosciute numerose funzioni:

•deliberare su tutti gli argomenti attinenti alla gestione della società che non siano riservati dalla legge all’assemblea (cd. Potere gestorio);

•hanno la rappresentanza generale della società (hanno il potere di manifestare all’esterno al volontà sociale compiendo singoli atti giuridici);

•danno impulso all’attività dell’assemblea: la convocano e ne fissano l’ordine del giorno;

•devono curare la tenuta dei libri e delle scritture contabili della società e redigere annualmente il bilancio da sottoporre all’approvazione dell’assemblea;

•devono prevenire il compimento di atti pregiudizievoli per la società.

Queste funzioni vengono esercitate in posizione di formale autonomia rispetto all’assemblea.

Nomina. Cessazione della carica

I primi amministratori sono nominati nell’atto costitutivo. Successivamente la loro nomina compete all’assemblea ordinaria.

Nelle società quotate almeno un amministratore deve essere espresso dalla minoranza. Inoltre almeno un componente del CdA deve essere un amministratore indipendente.

Il numero degli amministratori è fissato nello statuto, il quale può anche indicare il numero minimo e massimo.

Gli amministratori possono essere soci o non soci, devono rispondere a specifici requisiti di onorabilità, professionalità e indipendenza.

Non possono essere amministratori l’interdetto, l’inabilitato, il fallito o chi è stato condannato ad una pena che comporta l’interdizione dai pubblici uffici o l’incapacità a esercitare uffici direttivi.

La nomina degli amministratori non può essere fatta per un periodo superiore a tre esercizi; essi sono però rieleggibili.

Sono cause di cessazione dall’ufficio prima della scadenza del termine:

•la revoca da parte dell’assemblea;

•la rinuncia da parte degli amministratori;

•la decadenza dall’ufficio;

•la morte.

Gli amministratori scaduti rimangono in carica con pieni poteri fino all’accettazione della nomina da parte dei nuovi amministratori.

Le dimissioni dell’amministratore hanno effetto immediato se rimane in carica la maggioranza degli amministratori. In caso contrario, le dimissioni hanno effetto solo dal momento in cui la maggioranza del consiglio si è ricostituita in seguito all’accettazione dei nuovi amministratori.

È dettata una particolare disciplina per la sostituzione degli amministratori mancanti:

•se rimane in carica più della metà degli amministratori nominati dall’assemblea, i superstiti provvedono a sostituire provvisoriamente quelli venuti meno;

•se viene a mancare più della metà degli amministratori nominati dall’assemblea, i superstiti devono convocare l’assemblea per sostituire i mancanti;

•se vengono a cessare tutti gli amministratori, il collegio sindacale deve convocare l’assemblea per la ricostituzione dell’organo amministrativo. Nel frattempo il collegio sindacale non può compiere gli atti di ordinaria amministrazione.

La nomina e la cessazione della carica degli amministratori è soggetta ad iscrizione nel registro delle imprese.

Compenso. Divieti

Gli amministratori hanno diritto ad un compenso per la loro attività, che può consistere in una partecipazione agli utili della società o nell’attribuzione del diritto di sottoscrivere a prezzo predeterminato azioni di futura emissione (i c.d. stock options).

Modalità e misura del compenso sono determinati dall’atto costitutivo o dall’assemblea all’atto della nomina.

Gli amministratori di s.p.a. non possono assumere la qualità di soci a responsabilità illimitata in società concorrenti, né esercitare un’attività concorrente per conto proprio o altrui, né essere amministratori o direttori generali in società concorrenti (divieto di concorrenza).

L’inosservanza del divieto espone l’amministratore alla revoca all’ufficio per giusta causa e al risarcimento degli eventuali danni arrecati alla società.

Il consiglio di amministrazione

Il c.d.a. è retto da un presidente scelto dallo stesso consiglio scelto fra i suoi membri. L’attività è esercitata collegialmente.

Il c.d.a. è convocato dal presidente che fissa l’ordine del giorno, coordina i lavori e provvede affinché tutti gli amministratori siano adeguatamente informati sugli argomenti.

Per la validità delle deliberazioni è necessaria la presenza della maggioranza degli amministratori in carica. Le deliberazioni sono approvate con il voto favorevole della maggioranza assoluta dei presenti (voto per teste).

Quando la delibera consiliare lede direttamente un diritto soggettivo del socio, questi avrà diritto di agire giudizialmente per far annullare la delibera.

L’amministratore che in una determinata operazione ha un interesse non necessariamente in conflitto con quello della società:

•deve darne notizia agli altri amministratori e al collegio sindacale;

•se si tratta di amministratore delegato, deve astenersi dal compiere l’operazione;

•il c.d.a. deve adeguatamente motivare le ragioni e la convenienza per la società dell’operazione.

La delibera del c.d.a., qualora possa recare danno alla società (danno potenziale), è impugnabile sia quando l’amministratore interessato ha votato e il suo voto è determinante, sia quando sono stati violati gli obblighi di trasparenza, astensione e motivazione. L’impugnazione può essere proposta dal collegio sindacale e dagli amministratori assenti e dissenzienti (entro novanta giorni dalla delibera).

La società può agire contro l’amministratore per il risarcimento dei danni derivanti dalla sua azione o omissione.

Comitato esecutivo. Amministratori delegati

Se l’atto costitutivo o l’assemblea lo consentono, il c.d.a. può delegare le proprie attribuzioni ad un comitato esecutivo ad uno o più amministratori delegati.

Il comitato esecutivo è un organo collegiale. Le sue decisioni sono adottate in riunioni alle quali devono assistere i sindaci e le deliberazioni devono risultare da un apposito libro delle adunanze.

Gli amministratori delegati (uno o più) sono invece organi unipersonali cui di regola è affidata la rappresentanza della società.

I membri del comitato esecutivo e gli a.d. sono designati dallo stesso c.d.a., che determina inoltre l’ambito della delega.

Con la concessione della delega larga parte della gestione corrente della società è svolta dagli organi delegati, nei quali in fatto si concentra il potere decisionale.

La rappresentanza della società

In presenza di un CdA, gli amministratori investiti di un potere di rappresentanza devono essere indicati nello statuto. Deve essere specificato se essi hanno il potere di agire disgiuntamente o congiuntamente. Di regola la rappresentanza della società è attribuita al presidente del CdA e/o a uno o più a.d. Il potere di rappresentanza degli amministratori è generale e hanno inoltre la rappresentanza processuale della società.

Due sono i principi cardine secondo l’attuale disciplina:

• è in opponibile ai terzi in buona fede la mancanza di potere rappresentativo dovuta all’invalidità dell’atto di nomina;

• la società inoltre resta vincolata ai terzi anche se gli amministratori hanno violato eventuali limitazioni volontarie poste ai loro poteri di rappresentanza.

Le limitazioni al potere di rappresentanza che risultano dallo statuto o da una decisione degli organi competenti, non sono opponibili ai terzi, anche se pubblicati, salvo che si provi che questi abbiano agito intenzionalmente a danno della società.

Restano invece opponibili ai terzi i limiti legali del potere di rappresentanza degli amministratori (es. amministratore che stipula un contratto in conflitto di interessi con la società). Il contratto sarà annullabile su richiesta della società, se il conflitto di interessi era conosciuto o riconoscibile dal terzo.

La responsabilità degli amministratori verso al società

Gli amministratori sono responsabili civilmente del loro operato verso la società, verso i creditori sociali e verso i singoli soci o terzi.

Gli amministratori incorrono in responsabilità verso la società e sono tenuti al risarcimento dei danni dalla stessa subiti quando non adempiono i doveri ad essi imposti dalla legge o dallo statuto con la diligenza richiesta dall’incarico. Gli amministratori non sono responsabili per i risultati negativi della gestione che non siano imputabili a difetto di normale diligenza nella condotta degli affari sociali o nell’adempimento degli obblighi posti a loro carico.

Se gli amministratori sono più, sono responsabili solidalmente se essendo a conoscenza di atti pregiudizievoli non hanno fatto quanto potevano per impedirne il compimento o attenuare le conseguenze dannose. Se la colpa è imputabile solo ad alcuni amministratori, risponderanno in solido anche gli altri se non abbiano prevenuto l’attività dannosa dei primi.

L’esercizio dell’azione di responsabilità contro gli amministratori deve essere deliberato dall’assemblea ordinaria oppure dal collegio sindacale a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.

L’azione sociale di responsabilità è nelle mani del gruppo di comando che ha nominato gli amministratori e perciò deciderà di agire in giudizio contro gli stessi solo quando venga a mancare il rapporto fiduciario. Con la riforma del 1998, l’azione sociale di responsabilità può essere promossa anche dagli azionisti di minoranza che rappresentino almeno il 20% del capitale sociale.

La responsabilità verso i creditori sociali

Gli amministratori sono responsabili anche verso i creditori sociali. Infatti:

• rispondono per l’inosservanza degli obblighi inerenti alla conservazione dell’integrità del patrimonio sociale;

• l’azione può essere proposta dai creditori quando il patrimonio sociale risulta insufficiente al soddisfacimento dei loro crediti.

Il risarcimento danni da parte degli amministratori verrà corrisposto direttamente ai creditori fino alla concorrenza del loro credito.

Il danno subito dai creditori è un effetto riflesso del danno che gli amministratori hanno arrecato al patrimonio sociale rendendolo insufficiente a soddisfare i primi. Ne consegue che se l’azione risarcitoria è già stata esperita dalla società e il relativo patrimonio è stato reintegrato, i creditori non potranno più esercitare l’azione di loro spettanza.

La responsabilità verso i singoli soci o terzi

Anche il singolo socio o il terzo che sono stati direttamente danneggiati da atti dolosi o colposi degli amministratori, posso esperire l’azione di responsabilità verso questi.

Per poter richiedere il risarcimento dei danni devono ricorrere due presupposti:

• il compimento da parte degli amministratori di un atto illecito nell’esercizio del loro ufficio;

• la produzione di un danno diretto (e non riflesso) al patrimonio del singolo socio o del singolo terzo.

Direttori generali

I direttori generali sono dirigenti che svolgono attività di alta gestione dell’impresa sociale. Sono al vertice della gerarchia dei lavoratori subordinati dell’impresa ed operano in rapporto diretto con gli amministratori, dando attuazione alle direttive generali dagli stessi impartite. Essi sono perciò investiti di ampi poteri decisionali, e di conseguenza sono parificati agli amministratori sotto il profilo delle responsabilità penali.

B) Il collegio sindacale

Premessa

Il collegio sindacale è l’organi di controllo interno della s.p.a., con funzioni di vigilanza sull’amministrazione della società.

La riforma del 1974 ha introdotto per le società quotate anche un controllo contabile esterno da parte di una società di revisione, dando però vita ad una sovrapposizione di funzioni col collegio sindacale che si è rivelata scarsamente funzionale.

Con la riforma del 2003 il controllo contabile è stato sottratto al collegio sindacale ed è stato attribuito ad un revisore contabile o ad una società di revisione.

Composizione. Nomina. Cessazione

Il collegio sindacale delle s.p.a. non quotate si compone di tre o cinque membri effettivi (struttura semirigida, ostacolo soprattutto nelle grandi società), soci o non soci; devono inoltre essere nominati due membri supplenti. Dal 1998 l’ostacolo è stato rimosso per le società quotate: l’atto costitutivo può oggi determinare liberamente il numero dei sindaci, adeguandolo alla complessità dell’impresa sociale.

I primi sindaci sono nominati nell’atto costitutivo; successivamente dall’assemblea ordinaria. Quindi i sindaci sono di regola nominati dallo stesso organo che nomina gli amministratori: questo è un ulteriore motivo di scarsa funzionalità del collegio sindacale, dato che controllanti e controllati sono espressione dello stesso gruppo di comando. La situazione per le sole società quotate è mutata dal 1998: l’atto costitutivo di tali società deve prevedere che almeno un membro effettivo sia eletto dalla minoranza. Esistono dal 2003 requisiti di professionalità: almeno un sindaco deve essere scelto fra gli iscritti nel registro dei revisori contabili (possono iscriversi persone fisiche in possesso di specifici requisiti di professionalità ed onorabilità, che abbiano superato un apposito esame di ammissione).

In base all’attuale disciplina non possono essere nominati sindaci: il coniuge, i parenti e gli affini degli amministratori; coloro che sono legati alla società da un rapporto di lavoro o di consulenza che ne compromettano l’indipendenza.

La retribuzione annuale dei sindaci (compenso) deve essere determinata dall’assemblea all’atto della nomina ed è invariabile per l’intero periodo di durata del loro ufficio.

I sindaci restano in carica per tre esercizi e sono rieleggibili. L’assemblea può revocarli solo se esiste una giusta causa; la delibera di revoca deve essere approvata dal tribunale al fine di verificare se ricorre giusta causa.

In caso di morte, di rinuncia o di decadenza di un sindaco, subentrano automaticamente i supplenti in ordine di età, che restano in carica fino alla successiva assemblea che provvede alla relativa nomina.

Il controllo sull’amministrazione

Il collegio sindacale vigila sull’adeguatezza dell’assetto organizzativo, amministrativo e contabile adottato dalla società e sul suo concreto funzionamento.

La vigilanza del collegio sindacale può estendersi in ogni direzione: è il potere-dovere dei sindaci di intervenire alle riunioni dell’assemblea, del CdA e del comitato esecutivo, nonché di impugnare le relative delibere.

Gli amministratori hanno numerosi obblighi di comunicazione nei confronti del collegio sindacale: devono riferire tempestivamente sull’attività svolta, sulle operazioni compiute di maggior rilievo economico, su quelle a rischio di conflitto di interessi.

I sindaci hanno il potere-dovere di procedere in qualsiasi momento ad atti di ispezione- controllo, nonché di chiedere agli amministratori notizie sull’andamento delle operazioni sociali o su determinati affari. Il collegio sindacale può convocare l’assemblea qualora ravvisi fatti censurabili di rilevante gravità e vi sia urgente necessita di provvedere.

Il funzionamento del collegio sindacale

Nelle società non quotate il presidente del collegio sindacale è nominato dall’assemblea. In quelle quotate l’atto costitutivo fissa i criteri di nomina dello stesso.

Il collegio sindacale si riunisce ogni 90 giorni, è regolarmente costituito con la presenza della maggioranza dei sindaci e delibera a maggioranza assoluta. Deve essere redatto un verbale delle riunioni.

I sindaci possono avvalersi di dipendenti e di ausiliari per lo svolgimento di operazioni di ispezione e di controllo.

Ogni socio può denunciare al collegio sindacale fatti che ritiene censurabili. Quando una denuncia proviene da tanti soci che rappresentano il 5% del capitale sociale, il collegio sindacale deve indagare senza ritardo e presentare le sue conclusioni all’assemblea.

La responsabilità dei sindaci

Come gli amministratori, ai sindaci è richiesta professionalità e diligenza per lo svolgimento dell’incarico. Essi sono responsabili delle verità delle loro attestazioni e devono conservare il segreto sui fatti e documenti di cui hanno conoscenza per ragione del loro incarico.

Qualora il danno sia imputabile solamente al loro comportamento, grava su di essi l’obbligo di risarcimento.

Se l’evento dannoso è conseguenza anche di un comportamento degli amministratori, che i sindaci avrebbero potuto impedire, questi ultimi sono responsabili in solido con gli amministratori.

C) Il controllo contabile

Il sistema

La riforma del 2003 ha completato il processo di separazione del controllo sull’amministrazione dal controllo contabile. La legge del 1974 ha previsto

l’affidamento del controllo contabile ad un revisore esterno per tutte le società quotate. A questa disciplina si è affiancata la riforma del 2003 applicabile a tutte le altre s.p.a.

In queste società (non quotate) il controllo contabile è esercitato:

• per le società che non fanno ricorso al mercato del capitale di rischio, da un revisore di conti o da una società di revisione;

• per le società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio, da una società di revisione.

La revisione contabile è esercitata su tutte le società di un gruppo di cui faccia parte una società quotata (è esercitata da una società di revisione iscritta nell’albo speciale della Consob).

Il controllo contabile

Nelle società non quotate, il soggetto responsabile del controllo contabile è nominato per la prima volta nell’atto costitutivo. Successivamente l’incarico è conferito dall’assemblea, che determina il corrispettivo spettante al revisore o alla società di revisione.

Non possono esercitare il controllo contabile i sindaci della società revisionata.

L’incarico ha una durata di tre esercizi ed è rinnovabile senza limiti.

L’incarico può essere revocato dall’assemblea solo per giusta causa, sentendo il parere del collegio sindacale.

La revisione contabile obbligatoria

Nelle società soggette a revisione contabile obbligatoria, l’incarico è conferito con deliberazione dell’assemblea ordinaria in occasione dell’approvazione del bilancio, su proposta motivata dell’organo di controllo. È fatto divieto alle società di revisione di prestare alla società revisionata servizi ulteriori rispetto all’organizzazione e revisione contabile.

Non può essere responsabile della revisione chi ha ricoperto da meno di tre anni cariche sociali o funzioni dirigenziali nella società revisionata.

La legge fissa regole di durata dell’incarico che impongono la sostituzione periodica sia delle società di revisione, sia del responsabile della revisione.

L’incarico di revisione ha la durata di nove esercizi e non può essere rinnovato se non siano decorsi almeno tre anni dalla data di cessazione del precedente.

L’assemblea ordinaria può revocare l’incarico prima della scadenza del mandato solo se ricorre una giusta causa e su proposta dell’organo di controllo, provvedendo a conferire l’incarico ad altra società di revisione.

La Consob può revocare d’ufficio l’incarico quando rilevi l’esistenza di una causa di incompatibilità.

Le delibere di conferimento e di revoca dell’incarico sono depositate presso il registro delle imprese.

Funzioni e responsabilità del revisore dei conti

Funzione principale del revisore è quella di controllare la regolare tenuta della contabilità e di esprimere un giudizio sul bilancio di esercizio e sul bilancio consolidato (del gruppo).

La sua attività deve esprimere un giudizio sul bilancio. Il giudizio può essere:

• senza rilievi (il bilancio è conforme alla legge);

• giudizio con rilievi;

• giudizio negativo;

• dichiarazione di impossibilità di esprimere il giudizio.

Il rilascio di un giudizio positivo modifica sensibilmente la normale disciplina dell’impugnativa della delibera di approvazione del bilancio.

Il soggetto incaricato del controllo contabile ha diritto di ottenere documenti e notizie utili per la revisione e può procedere autonomamente ad accertamenti e controlli. La società di revisione deve informare la Consob dei fatti che ritiene censurabili.

Il revisore contabile documenta l’attività svolta in un apposito libro tenuto presso la sede della società.

Il soggetto incaricato del controllo contabile deve adempiere ai propri doveri con diligenza e professionalità.

D) I sistemi alternativi

Il sistema dualistico

Il sistema dualistico, di ispirazione tedesca, prevede la presenza di un consiglio di gestione e di un consiglio di sorveglianza. Il controllo contabile è affidato ad un revisore contabile o ad una società di revisione.

Il consiglio di gestione svolge le funzioni proprie del CdA nel sistema tradizionale.

Per quanto riguarda il consiglio di sorveglianza invece, gli sono attribuite sia le funzioni di controllo proprie del collegio sindacale, sia le funzioni di indirizzo della gestione propria dell’assemblea dei soci (nomina e revoca dei componenti del consiglio di gestione e approvazione del bilancio; in più, approvazione delle operazioni strategiche e dei piani industriali finanziari).

La presenza del consiglio di sorveglianza riduce le competenze dell’assemblea ordinaria: nomina e revoca i componenti del consiglio di sorveglianza; nomina il revisore; decide sulla distribuzione degli utili.

I componenti del consiglio di sorveglianza possono essere soci o non soci (non meno di tre). I primi componenti sono nominati nell’atto costitutivo, successivamente

dall’assemblea ordinaria. Vi sono requisiti di eleggibilità e non possono essere eletti i componenti del consiglio di gestione né coloro che sono legati dalla società da un rapporto che ne comprometta l’indipendenza.

I componenti del consiglio di sorveglianza restano in carica per tre esercizi e sono rieleggibili (revocabili dall’assemblea anche senza giusta causa).

Le competenze del consiglio di sorveglianza sono le stesse del collegio sindacale nel sistema tradizionale, in particolare: riferisce per iscritto almeno una volta all’anno all’assemblea sull’attività di vigilanza svolta, sulle omissioni e sui fatti censurabili rilevanti ed è destinatario delle denunce dei soci. Ha inoltre poteri e diritti di informazione nei confronti del consiglio di gestione e del soggetto che esercita la revisione dei conti. Spettano inoltre al consiglio di sorveglianza parte delle funzioni dell’assemblea ordinaria: nomina e revoca i componenti del consiglio di gestione e ne determina il compenso; approva il bilancio d’esercizio; delibera in ordine alle operazioni strategiche a ai piani finanziari e industriali della società.

Il presidente del consiglio di sorveglianza è eletto all’assemblea. I componenti del consiglio di sorveglianza devono operare con diligenza e sono solidalmente responsabili con i componenti del consiglio di gestione per i fatti e le omissioni di questi quando il danno non si sarebbe prodotto se avessero vigilato in conformità dei doveri della loro carica.

Le funzioni del consiglio di gestione coincidono con quelle del CdA del sistema tradizionale. È costituito da almeno due componenti (i primi nominati nell’atto costitutivo, successivamente dal consiglio di sorveglianza).

Se nel corso dell’esercizio vengono a mancare uno o più componenti del consiglio di gestione, il consiglio di sorveglianza provvede senza indugio alla loro sostituzione.

Il sistema monistico

Il sistema ministico, di ispirazione anglosassone, si caratterizza per la soppressione del collegio sindacale. L’amministrazione e il controllo sono esercitati dal CdA e da un comitato per il controllo sulla gestione (costituito da membri del CdA in possesso di requisiti di indipendenza che non siano membri del comitato esecutivo e che non svolgano funzioni gestorie). Il comitato svolge le funzioni del collegio sindacale (vigila sull’adeguatezza della struttura organizzativa della società, del sistema di controllo interno e del sistema amministrativo e contabile). Il controllo contabile è affidato ad un revisore contabile o ad una società di revisione.

Al CdA si applicano le disposizioni dettate per gli amministratori nel sistema tradizionale; si richiede però che almeno un terzo dei componenti sia in possesso dei requisiti di indipendenza.

Il comitato per il controllo sulla gestione è destinatario delle denunce dei soci di fatti censurabili e può a sua volta presentare denuncia al tribunale ove riscontri gravi irregolarità di gestione potenzialmente dannose.

Il comitato elegge al suo interno il presidente; deve riunirsi almeno entro novanta giorni, è regolarmente costituito con la presenza della maggioranza dei componenti e delibera a maggioranza assoluta dei presenti.

È evidente che il punto debole di questo sistema consiste nel fatto che i controllori sono direttamente nominati dai controllati, siedono insieme a questi ultimi e votano nel CdA.

E) I controlli esterni

Il sistema

Accanto al controllo interno e al controllo contabile, l’ordinamento prevede un articolato sistema di controlli esterni sulle s.p.a.

Comune a tutte le s.p.a. è solo il controllo esterno sulla gestione esercitato dall’autorità giudiziaria in presenza di situazioni patologiche che ne alterano il corretto funzionamento.

A partire dal 1974 le società con azioni quotate in borsa e quelle che operano sul mercato mobiliare sono assoggettate al controllo della Consob (organo pubblico con poteri regolamentari e di controllo finalizzati alla tutela degli investitori, nonché alla trasparenza del mercato mobiliare e delle società che vi operano).

Il controllo giudiziario sulla gestione

Il controllo giudiziario sulla gestione delle s.p.a. è una forma di intervento dell’autorità giudiziaria nella vita delle società volta a ripristinare la legalità dell’amministrazione delle stesse. Il procedimento può essere attuato se vi è fondato sospetto che gli amministratori in violazione dei loro doveri abbiano compiuti gravi irregolarità nella gestione che possano arrecare danno alla società (irregolare tenuta della contabilità, redazione di un bilancio falso). Le gravi irregolarità possono essere denunciate: dai soci che rappresentano almeno un decimo del capitale sociale; dal collegio sindacale; nelle società che fanno ricorso al mercato del capitale di rischio dal pubblico ministero o dalla Consob.

Il gruppo di comando può evitare l’ispezione ordinata dal tribunale ed ottenere dal tribunale stesso la sospensione del procedimento per un periodo determinato se l’assemblea sostituisce amministratori e sindaci con soggetti di adeguata professionalità, che si attivano senza indugio per accertare se le violazioni sussistono e, in caso positivo, per eliminarle, riferendo al tribunale sugli accertamenti e le attività compiute.

Poteri e durata in carica dell’amministratore giudiziario sono determinati dal tribunale. L’amministratore giudiziario ha il potere di proporre l’azione di responsabilità contro amministratori e sindaci, e ha la rappresentanza anche processuale della società.

La Consob

La Consob (commissione nazionale per le società e la borsa) è un organo pubblico di vigilanza sul mercato di capitali. È una persona giuridica di diritto pubblico e ha sede a Roma.

Svolge un ruolo centrale per assicurare un’adeguata e veritiera informazione del mercato mobiliare sugli eventi di rilievo che riguardano la vita della società che fanno appello al pubblico risparmio, in modo da consentire agli investitori scelte più consapevoli.

Tutte le società con azioni e obbligazioni diffuse tra il pubblico devono tempestivamente informare il pubblico secondo le modalità stabilite dalla Consob, di qualsiasi fatto la cui conoscenza può influire sul prezzo degli strumenti finanziari. La Consob può inoltre chiedere che siano resi pubblici notizie e documenti necessari per l’informazione del pubblico.

Capitolo diciottesimo. Il bilancio

Il bilancio di esercizio

La società per azioni deve redigere annualmente il bilancio di esercizio. A partire dal 2005 alcune società (società con azioni o strumenti finanziari quotati o diffusi fra il pubblico in maniera rilevante) sono obbligate a redigere i propri bilanci in base ai principi contabili internazionali.

L’adozione dei principi contabili internazionali non è consentita a quelle società che possono ricorrere al bilancio in forma abbreviata (società di medio piccole dimensioni).

Per tutte le altre s.p.a. l’adozione dei principi contabili internazionali è facoltativa.

Il bilancio d’esercizio è il documento che rappresenta la situazione patrimoniale e finanziaria della società. È costituito dallo stato patrimoniale, dal conto economico e dalla note integrativa. La sua funzione è quella di accertare periodicamente la situazione patrimoniale e la redditività della società. Il bilancio rappresenta per i soci il solo strumento legale di informazione contabile sull’andamento della società e permette ai creditori sociali di comprendere la consistenza del patrimonio.

I principi cardine della redazione del bilancio sono la chiarezza e la rappresentazione veritiera e corretta.

La valutazione delle voci di bilancio deve essere fatta secondo prudenza e nella prospettiva di continuazione dell’attività. Inoltre si deve tener conto delle entrate e delle uscite di competenza dell’esercizio indipendentemente dalla data dell’incasso o del pagamento. Per il principio di continuità, i criteri di valutazione non possono essere modificati da un esercizio all’altro.

La struttura del bilancio

Il bilancio di esercizio si articola in tre parti: lo stato patrimoniale, il conto economico e la nota integrativa.

Le singole voci devono essere inserite secondo l’ordine fissato dalla legge. Le voci sono organizzate in grandi categorie omogenee (lettere maiuscole), a loro volta articolate in sottocategorie (numeri romani), in voci (numeri arabi) ed in alcuni casi anche in sottovoci (lettere minuscole). Si viene così a creare un sistema di voci chiaro, ordinato e facilmente comprensibile. Per ogni voce dello stato patrimoniale e del conto economico deve essere indicato l’importo dell’esercizio precedente. È vietato compensare costi e ricavi che per legge devono essere iscritti distintamente.

Le società che non superano determinate dimensioni possono ricorrere alla redazione del bilancio in forma abbreviata.

Lo stato patrimoniale rappresenta la composizione quantitativa e qualitativa del patrimonio della società e la situazione finanziaria nel giorno della chiusura dell’esercizio. Deve essere redatto nella forma a colonne, iscrivendo prima le attività, poi il patrimonio netto e le passività.

Le voci dell’attivo sono aggregate in quattro categorie:

A) Crediti verso soci per versamenti ancora dovuti;

B) Immobilizzazioni:

I) immobilizzazioni immateriali (costi di impianto e di ampliamento, diritti di brevetto industriale, avviamento)

II) immobilizzazioni materiali (terreni e fabbricati, attrezzature industriali)

III) immobilizzazioni finanziarie (partecipazioni azionarie, crediti, azioni proprie)

C) Attivo circolante:

I) rimanenze (materie prime, prodotti in corso di lavorazione, prodotti finiti e merci)

II) crediti che non costituiscono immobilizzazioni (crediti tributari)

III) attività finanziarie che non costituiscono immobilizzazioni, es. partecipazioni, azioni proprie e altri titoli di cui si prevede l’alienazione in tempi brevi

IV) disponibilità liquide (cassa e banca)

D) Ratei e risconti (attivi)

Il passivo dello stato patrimoniale si articola in cinque categorie:

A) Patrimonio netto (capitale sociale nominale, riserve)

B) Fondi per rischi e oneri

C) Trattamento di fine rapporto di lavoro subordinato

D) Debiti

E) Ratei e risconti passivi

In calce allo stato patrimoniale devono infine essere iscritti i conti d’ordine (la loro funzione è quella di informare sull’esistenza di rischi futuri che non incidono attualmente sul patrimonio sociale, es. garanzie prestate dalla società).

Il conto economico espone il risultato dell’esercizio attraverso la rappresentazione dei costi e degli oneri sostenuti, nonché dei ricavi e degli altri proventi conseguiti nell’esercizio. Deve essere redatto in forma scalare (prima i componenti positivi e poi quelli negativi).

È articolato in cinque sezioni scalari:

A) Valore della produzione (ricavi di competenza sommati alle variazioni delle rimanenze di magazzino)

B) Costi della produzione (ammortamenti, svalutazioni e accantonamenti)

Sottraendo B) da A) si ottiene il risultato lordo della gestione ordinaria della società

C) Proventi e oneri finanziari (proventi derivanti da partecipazioni in altre società, gli interessi attivi e passivi, gli utili e le perdite sui cambi. Segue il relativo totale)

D) Rettifiche di valore di attività finanziarie (rivalutazioni e svalutazioni delle stesse. Segue il totale)

E) Proventi ed oneri straordinari

La somma algebrica dei diversi totali costituisce il risultato globale di esercizio, che va indicato prima al lordo e poi al netto delle imposte sul reddito. Si ottiene così l’utile o la perdita d’esercizio che va riportato nello stato patrimoniale. Oltre lo stato patrimoniale e il conto economico, gli amministratori devono redigere la nota integrativa (che illustra e specifica le voci dello stato patrimoniale e del conto economico) e la relazione sulla gestione (allegato esterno al bilancio che deve analizzare la situazione della società e l’andamento della gestione con particolare riguardo ai costi, ai ricavi e agli investimenti).

I criteri di valutazione

La redazione del bilancio d’esercizio comporta per molti cespiti patrimoniali (es. immobili e rimanenze di magazzino) la necessità di essere sottoposti a una stima da parte degli amministratori, così da determinarne il valore da iscrivere in bilancio. Sopravvalutazioni delle attività o sottovalutazioni delle passività gonfiamo artificiosamente l’utile o riducono le perdite. Il processo contrario genera un utile ridotto, dando luogo al fenomeno delle riserve occulte.

I principi da osservare nella valutazione sono quelli della prudenza e della continuità dei criteri.

Le immobilizzazioni di ogni tipo sono iscritte in bilancio al costo storico (devono essere computati anche i costi accessori). Il valore è quasi sempre inferiore a quello attuale.

Il valore delle immobilizzazioni materiali e immateriali deve essere sistematicamente ammortizzato in ogni esercizio in relazione alla residua possibilità di utilizzare il bene.

Se il valore di un’immobilizzazione risulta durevolmente minore del costo storico regolarmente ammortizzato, dovrà essere iscritta in bilancio per tale minore valore (svalutazione).

I costi di impianto e di ampliamento, di ricerca, di sviluppo e di pubblicità possono essere iscritti nell’attivo solo se hanno un’utilità pluriennale. Devono essere ammortizzati entro cinque anni.

L’avviamento può essere iscritto nell’attivo solo se acquistato a titolo oneroso e va ammortizzato entro cinque anni.

I crediti devono essere sempre valutati secondo il valore di prudente realizzo.

I cespiti dell’attivo (rimanenze, titoli e partecipazioni) devono essere iscritti al costo di acquisto o di produzione o, se minore, al valore di realizzo desumibile dal valore di mercato.

In presenza di casi eccezionali (es. in un terreno si scopre un giacimento di metano) gli amministratori devono attribuire ai beni un valore superiore. Fra i casi eccezionali non rientra il semplice incremento di valore per effetto della svalutazione monetaria.

Il procedimento di formazione del bilancio

Il bilancio di esercizio è un atto della società alla cui redazione cooperano nel sistema tradizionale di amministrazione e controllo (e in quello monistico) tutti e tre gli organi sociali: amministratori, collegio sindacale ed assemblea, nonché il soggetto incaricato del controllo contabile. Nel sistema dualistico il bilancio è predisposto dal consiglio di gestione ed è approvato dal consiglio di sorveglianza.

L’assemblea ordinaria deve essere convocata almeno una volta all’anno per l’approvazione del bilancio. Nelle società quotate gli amministratori si avvalgono della cooperazione di un dirigente proposto alla redazione dei documenti contabili societari, il quale deve predisporre adeguate procedure amministrative e contabili per la formazione del bilancio.

Il progetto di bilancio deve essere comunicato al collegio sindacale almeno trenta giorni prima della convocazione dell’assemblea. Inoltre deve restare depositato in copia nella sede della società durante i quindici giorni che precedono l’assemblea.

L’assemblea può approvarlo, respingerlo o modificarlo.

Entro trenta giorni dall’approvazione, deve essere depositata dagli amministratori una copia del bilancio presso l’ufficio del registro delle imprese. Le azioni di annullabilità e/ o di nullità non possono essere più esercitate dopo che è stato approvato il bilancio dell’esercizio successivo.

Se il soggetto incaricato della revisione non ha formulato rilievi, la delibera di approvazione del bilancio può essere impugnata da tanti soci che rappresentano almeno il 5% del capitale sociale.

Utili. Riserve. Dividendi

L’assemblea che approva il bilancio delibera sulla distribuzione degli utili ai soci. Non tutti gli utili però sono distribuibili fra i soci sotto forma di dividendi.

Se negli esercizi precedenti si è verificata una perdita del capitale sociale, non si possono ripartire gli utili fino a che il capitale sociale non sia reintegrato o ridotto in misura corrispondente.

Dagli utili netti annuali deve essere dedotta una somma del 5% degli stessi per costituire la riserva legale (fin quando la stessa non abbia raggiunto il 20% del capitale sociale). La riserva legale, se viene diminuita, deve essere reintegrata. La riserva legale costituisce un accantonamento contante di utili imposto per legge alla salvaguardia dell’integrità del capitale sociale.

Funzione simile assolve la riserva statutaria; a differenza di quella legale, la riserva statutaria è imposta dallo statuto (che stabilisce la quota degli utili da destinare alla stessa). Gli utili accantonati a riserva statutaria non sono distribuibili ai soci.

Le riserve facoltative sono quelle discrezionalmente disposte dall’assemblea ordinaria che approva il bilancio.

Gli utili di cui l’assemblea che approva il bilancio può disporre a favore dei soci sono costituiti perciò dagli utili distribuibili di esercizio e dagli utili accertati e non distribuiti dagli esercizi precedenti.

Il potere dispositivo dell’assemblea in tema di distribuzione degli utili può essere limitato da clausole statutarie che riconoscono a determinate categorie di azionisti il diritto alla percezione annuale di un dividendo minimo.

La società non può comunque pagare dividendi sulle azioni, se non per utili realmente conseguiti e risultanti dal bilancio regolarmente approvato. Né può procedere alla distribuzione di dividendi se negli esercizi precedenti si è verificata una perdita. Se gli azionisti erano in buona fede al momento della riscossione e i dividendi sono stati distribuiti in base ad un bilancio regolarmente approvato, questi possono trattenere i dividendi riscossi.

Il bilancio consolidato di gruppo

Il bilancio consolidato è un bilancio redatto dalla capogruppo in aggiunta al proprio bilancio d’esercizio. In esso è rappresentata la situazione patrimoniale, finanziaria ed economica del gruppo considerato nella sua unità.

Il bilancio consolidato deve essere redatto dalle società di capitali che controllano altre imprese ed dalle società cooperative che controllano società di capitali. Sono esonerati dall’obbligo di redigere il bilancio consolidato i gruppi di minore dimensione purché nessuna delle imprese del gruppo sia una società con azioni quotate.

Il bilancio consolidato ha la stessa struttura del bilancio di esercizio; non è una semplice aggregazione dei bilanci delle singole imprese, ma deve rappresentare la situazione patrimoniale, finanziaria ed il risultato economico del complesso delle imprese costituenti il gruppo, come se si trattasse di un’unica impresa.

Il bilancio consolidato non è assoggettato ad approvazione da parte dell’assemblea.

Capitolo diciannovesimo. Le modificazioni dello statuto

Nozione. Procedimento

Ogni mutamento del contenuto oggettivo del contratto sociale costituisce modificazione (inserimento di nuove clausole, modificazione o soppressione di clausole esistenti) dello statuto si una società per azioni.

Le modificazioni dello statuto sono di competenza dell’assemblea dei soci in sede straordinaria.

Il notaio che ha verbalizzato la delibera dell’assemblea, verifica l’adempimento delle condizioni stabilite dalla legge e, entro trenta giorni, ne richiede l’iscrizione nel registro delle imprese.

Se il notaio ritiene non adempiute le condizioni stabilite dalla legge ne dà comunicazione agli amministratori, i quali possono convocare l’assemblea per gli opportuni provvedimenti o ricorrere al tribunale affinché approvi lo stesso.

Il diritto di recesso

L’applicazione del principio maggioritario fa si che nella s.p.a. la minoranza non può impedire modifiche dell’assetto societario.

È necessario però che la maggioranza rispetti i limiti posti da norme inderogabili e che non siano violati i principi cardine di correttezza, buona fede e parità di trattamento fra gli azionisti.

In presenza di delibere modificative di particolare entità, la minoranza è tutelata dalla previsione di maggioranze più elevate e dal riconoscimento del diritto di recesso alla società.

La riforma del 2003 distingue cause di recesso inderogabili, derogabili dallo statuto e cause statutarie.

Nella cause inderogabili, il recesso può essere esercitato dai soci che non hanno concorso alla modifica dell’oggetto sociale, alla trasformazione della società, e ad altre modificazioni. In tutti questi casi il diritto di recesso non può essere soppresso dallo statuto.

Nelle cause derogabili, il diritto di recesso spetta ai soci che non hanno concorso all’approvazione delle delibere riguardanti la proroga del termine di durata della società, l’introduzione o la rimozione di vincoli alla circolazione delle azioni.

Nelle società che non fanno appello al mercato del capitale di rischio, lo statuto può prevedere ulteriori cause di recesso.

Il diritto di recesso deve essere esercitato mediante una lettera raccomandata alla società entro quindici giorni dall’iscrizione nel registro delle imprese della delibera che lo legittima. Le azioni per le quali è esercitato il diritto di recesso devono essere depositate presso la sede della società.

Nelle società non quotate il valore delle azioni da rimborsare è determinato dagli amministratori tenendo conto della consistenza patrimoniale della società e delle sue prospettive reddituali.

Nelle società con azioni quotate il valore di liquidazione viene determinato facendo la media aritmetica dei prezzi di chiusura nei sei mesi che precedono la convocazione dell’assemblea.

In caso di mancato collocamento delle azioni presso i soci o presso terzi, le azioni vengono rimborsate mediante acquisto da parte della società (in assenza di utili e riserve disponibili, il capitale sociale deve essere ridotto del relativo ammontare).

Le modificazioni del capitale sociale

L’aumento del capitale sociale può essere reale (a pagamento: aumento del capitale sociale nominale e del patrimonio della società per effetto di nuovi conferimenti) oppure semplicemente nominale (gratuito: si incrementa solo il capitale nominale mentre il patrimonio resta invariato).

L’aumento reale del capitale sociale

Con l’aumento reale del capitale sociale, la società intende procurarsi nuovi mezzi finanziari a titolo di capitale di rischio: nuovi conferimenti. L’aumento reale da perciò luogo all’emissione di nuove azioni a pagamento, che vengono sottoscritte dai soci attuali (che vantano un diritto di opzione) o da terzi che così diventano soci.

Competente a deliberare l’aumento di capitale è l’assemblea straordinaria dei soci o anche gli amministratori se previsto dallo statuto (deve essere predeterminato l’ammontare massimo e la delega può essere concessa per un periodo massimo di cinque anno).

Il versamento del 25% dei conferimenti in denaro deve essere effettuato, all’atto della sottoscrizione, direttamente alla società e non presso una banca (come invece era previsto al momento della costituzione della società).

Il diritto di opzione

Il diritto di opzione è il diritto dei soci attuali di essere preferiti ai terzi nella sottoscrizione dell’aumento del capitale sociale a pagamento. Consente di mantenere inalterata la proporzione in cui ciascun socio partecipa al capitale e al patrimonio sociale, e quindi alla formazione della volontà sociale attraverso il voto (funzione amministrativa); serve inoltre a mantenere inalterato il valore reale della partecipazione azionaria in presenza di riserve accumulate (funzione patrimoniale).

Il diritto di opzione ha un proprio valore economico, spesso notevole, che l’azionista può monetizzare cedendolo a terzi.

Attualmente il diritto di opzione ha per oggetto le azioni di nuove emissione di qualsiasi categoria e le obbligazioni convertibili in azioni emesse dalla società. Il diritto di opzione è attribuito a ciascun azionista il proporzione del numero di azioni già possedute. Esistono casi di esclusione del diritto di opzione in presenza di situazioni oggettive rispondenti a un concreto interesse della società: quando le azioni devono essere liberate mediante conferimenti in natura; quando l’interesse della società lo esige; quando le azioni devono essere offerte in sottoscrizione ai dipendenti della società.

L’aumento nominale del capitale sociale

L’aumento nominale (o gratuito) del capitale sociale è posto in essere dall’assemblea straordinaria imputando a capitale le riserve o gli altri fondi iscritti al bilancio in quanto disponibili (non determina perciò alcun incremento del capitale sociale).

Il passaggio a capitale di riserve e fondi disponibili comporta che la società non può più disporre a favore dei soci dei corrispondenti valori del patrimonio netto.

Può essere attuato o aumentando il valore nominale delle azioni in circolazione o mediante l’emissione di nuove azioni (devono essere assegnate gratuitamente agli azionisti in proporzione di quelle già possedute).

La riduzione del capitale sociale. La riduzione reale

Anche la riduzione del capitale sociale può essere reale o nominale, a seconda che la riduzione dia luogo o meno ad un corrispondente rimborso ai soci del valore dei conferimenti.

La riduzione reale è un’operazione potenzialmente pericolosa per i creditori sociali e per i soci di minoranza: riduce la consistenza del patrimonio sociale e può pregiudicare lo svolgimento dell’attività d’impresa. Il capitale sociale non può essere ridotto al di sotto del minimo legale di centoventimila euro; l’avviso di convocazione dell’assemblea deve indicare le ragioni e le modalità della riduzione. Nei novanta giorni che seguono l’iscrizione della delibera i creditori sociali possono farvi opposizione, dato che l’esecuzione della stessa può pregiudicare la loro posizione.

La riduzione reale può aver luogo mediante liberazione dei soci dall’obbligo di versamenti ancora dovuti, o mediante rimborso agli stessi del capitale. Le modalità di riduzione prescelte devono inoltre assicurare la parità di trattamento degli azionisti.

La riduzione del capitale sociale per perdite

Il patrimonio netto della società può scendere, per effetto delle perdite, al di sotto del capitale sociale nominale. Si tratta in questo caso di una riduzione puramente nominale, dato che non comporta riduzione del patrimonio sociale; quest’ultima si è infatti già verificata per effetto delle perdite subite dalla società.

La società non è obbligata a ridurre il capitale sociale fino a quando la perdita dello stesso non sia superiore ad un terzo (es. se il capitale sociale nominale è 300, finché il patrimonio netto non scende sotto 200 per effetto delle perdite, la riduzione è facoltativa). La società può ugualmente ridurre il capitale per perdite per poter distribuire gli utili successivamente conseguiti; distribuzione altrimenti vietata fin quando le perdite non siano state colmate.

La riduzione del capitale sociale diventa obbligatoria quando il capitale è diminuito di oltre un terzo per effetto delle perdite. Gli amministratori devono convocare senza indugio l’assemblea straordinaria per prendere gli opportuni provvedimenti. L’assemblea non è tenuta di decidere l’immediata riduzione del capitale sociale, ma può anche limitarsi a rinviare le perdite (se entro l’esercizio successivo la perdita non risulta diminuita a meno di un terzo, l’assemblea ordinaria deve ridurre il capitale in proporzione alle perdite accertate).

Nel caso in cui il capitale sociale scenda al di sotto del minimo legale, la disciplina non consente di attendere i risultati dell’esercizio successivo per prendere provvedimenti.

Capitolo ventesimo. Le obbligazioni

Nozione e tipologia

La s.p.a. può emettere obbligazioni (strumento per la raccolta di capitale di prestito fra il pubblico).

Le obbligazioni sono titoli di credito che rappresentano frazioni di uguale valore nominale e con uguali diritti di un’unitaria operazione di finanziamento a titolo di mutuo (sono titoli di massa). I titoli obbligazionari documentano quindi un credito verso la società.

Mentre l’azione attribuisce la qualità di socio e quindi di compartecipe ai risultati dell’attività d’impresa, l’obbligazione attribuisce invece la qualità di creditore della società e il diritto ad una remunerazione periodica fissa (interessi), svincolata dai risultati economici della società finanziata.

L’obbligazionista ha diritto al rimborso del valore nominale del capitale prestato alla scadenza pattuita; l’azionista ha diritto al rimborso del suo apporto in sede di liquidazione, sempre che residui un attivo netto dopo che sono stati soddisfatti tutti i creditori, compresi gli obbligazionisti.

Vi sono tipi speciali di obbligazioni che la pratica societaria ha creato e continua a creare, per incentivare la propensione dei risparmiatori verso tali forme di investimento:

• le obbligazioni partecipanti, in cui la remunerazione periodica del capitale è commisurata agli utili di bilancio della società emittente;

• le obbligazioni indicizzate, che mirano a neutralizzare gli effetti della svalutazione monetaria e ad adeguare il rendimento dei titoli all’andamento del mercato finanziario;

• le obbligazioni convertibili in azioni, che attribuiscono all’obbligazionista la facoltà di trasformare il proprio credito in una partecipazione azionaria;

• le obbligazioni con warrant, che attribuiscono all’obbligazionista il diritto di sottoscrivere o acquistare azioni ferma restando la posizione di creditore per le obbligazioni possedute (ciò le distingue da quelle convertibili);

• obbligazioni subordinate, nelle quali il diritto degli obbligazionisti al pagamento degli interessi e al rimborso del capitale è subordinato all’integrale soddisfacimento degli altri creditori.

I limiti all’emissione di obbligazioni

In base all’attuale disciplina, la s.p.a. può emettere obbligazioni per somma complessivamente non eccedente il doppio del capitale sociale (sottoscritto), della riserva legale e delle riserve disponibili risultanti dall’ultimo bilancio approvato. Così, se il capitale sottoscritto è 100 (di cui 50 versato), la riserva legale 20 e le altre riserve disponibili 30, la società potrà emettere obbligazioni per ammontare non superiore a 300 (in passato sarebbe stato 50 in quanto non potevano essere emesse per somma eccedente il capitale versato ed esistente risultante dall’ultimo bilancio approvato).

La società può tuttavia emettere azioni per ammontare superiore quando :

• le obbligazioni emesse in eccedenza sono destinate ad essere sottoscritte da investitori istituzionali, soggetti a vigilanza prudenziale (banche, imprese di

assicurazione,…), i quali a loro volta, se trasferiscono le obbligazioni sottoscritte, rispondono della solvenza della società nei confronti degli acquirenti;

• ricorrono particolari ragioni che interessano l’economia nazionale e la società è autorizzata, con provvedimento dell’autorità governativa, a superare il limite.

Il procedimento di emissione

L’emissione di obbligazioni è deliberata dagli amministratori. La delibera di emissione deve risultare da verbale redatto da un notaio, è soggetta a controllo di legalità da parte dello stesso e ad iscrizione nel registro delle imprese. L’ammontare delle obbligazioni emesse deve risultare da un apposito libro delle obbligazioni.

Le obbligazioni convertibili in azioni

Le obbligazioni convertibili in azioni attribuiscono il diritto di sottoscrivere azioni della stessa società, in base ad un prefissato rapporto di cambio, utilizzando come conferimento le somme già versato al momento dell’acquisto delle obbligazioni. Chi esercita il diritto di conversione cessa perciò di essere obbligazionista e diventa azionista della società.

La delibera di emissione delle obbligazioni convertibili non può essere adottata se il capitale sociale precedentemente sottoscritto non è stato integralmente versato; le obbligazioni convertibili non possono essere emesse per somma complessivamente inferiore al loro valore nominale.

Competente a deliberare l’emissione di obbligazioni convertibili è l’assemblea straordinaria, che deve determinare anche il rapporto di cambio, nonché il periodo e le modalità di conversione. Deve inoltre contestualmente deliberare l’aumento del capitale sociale per un ammontare corrispondente al valore nominale delle azioni da attribuire in conversione.

L’organizzazione degli obbligazionisti

È prevista un’organizzazione di gruppo degli obbligazionisti volta a tutelare l’interesse degli stessi verso la società, ed articolata in due organi: l’assemblea e il rappresentante comune.

L’assemblea delibera:

• sulla nomina e sulla revoca del rappresentante comune;

• sulle modificazioni delle condizioni del prestito;

• sulla costituzione di un fondo per le spese necessarie alla tutela dei comuni interessi.

L’assemblea è convocata dagli amministratori della società o dal rappresentante comune degli obbligazionisti. Il rappresentante comune degli obbligazionisti è nominato dall’assemblea degli obbligazionisti. Tutela gli interessi comuni degli obbligazionisti nei confronti della società e dei terzi, in particolare: esegue le

deliberazioni dell’assemblea degli obbligazionisti e ha la rappresentanza processuale degli obbligazionisti.

Capitolo ventunesimo. Lo scioglimento della s.p.a.

Le cause di scioglimento

La s.p.a. si scioglie ed entra in stato di liquidazione con il verificarsi di una delle seguenti cause:

•il decorso del termine di durata fissato nell’atto costitutivo (può essere tuttavia prorogato);

•il conseguimento dell’oggetto sociale o la sopravvenuta impossibilità di conseguirlo (sempre che quest’ultima abbia carattere assoluto o definitivo);

•l’impossibilità di funzionamento o la continua inattività dell’assemblea;

•la riduzione del capitale (per perdite) al di sotto del minimo legale;

•la delibera dell’assemblea straordinaria in seguito al recesso di uno o più soci, o all’impossibilità di provvedere al rimborso delle relative azioni senza ridurre il capitale sociale;

•la deliberazione dell’assemblea straordinaria di scioglimento anticipato;

• le altre cause previste dall’atto costitutivo o dallo statuto (es. morte di un determinato socio).

Verificatasi una causa di scioglimento, gli amministratori devono procedere al suo accertamento e all’iscrizione nel registro delle imprese della relativa dichiarazione o della deliberazione assembleare che dispone lo scioglimento; gli effetti decorrono dal momento dell’iscrizione nel registro delle imprese.

La società in stato di liquidazione

Il verificarsi di una causa di scioglimento non determina un’immediata estinzione della società: si deve prima provvedere, attraverso il procedimento di liquidazione, al pagamento dei creditori sociali e alla ripartizione fra i soci dell’eventuale residuo attivo.

Gli amministratori restano in carica fino alla nomina dei liquidatori e sono responsabili della conservazione dei beni sociali fino a che non li abbiano consegnati ai liquidatori.

Gli amministratori vedono limitati i loro poteri. Infatti conservano il potere di gestire la società ai soli fini della conservazione dell’integrità e del valore del patrimonio sociale. Per gli atti posti in essere violando tale limitazione, gli amministratori sono personalmente e solidalmente responsabili dei danni arrecati alla società, ai soci, ai creditori sociali e ai terzi. Con gli amministratori risponderà nei confronti dei terzi anche la società.

La società può in ogni momento revocare lo stato di liquidazione e tornare ad una fase di normale esercizio con delibera dell’assemblea straordinaria. Ai soci che non hanno concorso alla deliberazione è riconosciuto il diritto di recesso.

Il procedimento di liquidazione. L’estinzione della società

La liquidazione si apre con la nomina dei liquidatori da parte dell’assemblea straordinaria, che ha il potere di revocarli.

Con l’iscrizione della nomina dei liquidatori nel registro delle imprese, gli amministratori cessano dalla carica e devono consegnare i documenti della società ai liquidatori.

I liquidatori devono:

• adempiere i loro doveri con diligenza e professionalità;

• redigere l’inventario del patrimonio sociale.

I liquidatori devono provvedere al pagamento dei creditori sociali. Se necessario i liquidatori possono chiedere ai soci i versamenti ancora dovuti.

Completata la liquidazione del patrimonio, i liquidatori redigono il bilancio finale, che va approvato dai singoli soci. Approvato il bilancio i liquidatori devono chiedere la cancellazione della società dal registro delle imprese.

Capitolo ventiduesimo. La società in accomandita per azioni

Caratteri distintivi

Esistono due categorie di soci: i soci accomandatari (rispondono solidalmente e illimitatamente per le obbligazioni sociali; sono di diritto gli amministratori della società) e i soci accomandanti (obbligati verso la società nei limiti della quota di capitale sottoscritta). Le quote di partecipazione sono rappresentate da azioni.

Sono applicabili le norme relative alla s.p.a.

La disciplina

L’atto costitutivo deve indicare quali sono i soci accomandatari e la denominazione sociale deve essere costituita dal nome di almeno uno di questi.

Nell’assemblea, gli accomandatari non hanno diritto di voto nelle deliberazioni di nomina e revoca dei sindaci e dei componenti del consiglio di sorveglianza; inoltre devono approvare all’unanimità le modificazioni dell’atto costitutivo. Inoltre possono essere revocati anche senza giusta causa, salvo il diritto al risarcimento dei danni.

La società si scioglie in caso di cessazione dalla carica di tutti gli amministratori, se entro 180 giorni non si è provveduto a sostituirli. In questo periodo viene nominato un

amministratore provvisorio il cui compito è quello di gestire l’ordinaria amministrazione.

Capitolo ventitreesimo. La società a responsabilità limitata

Caratteri distintivi

La s.r.l. è una società di capitali nella quale:

•per le obbligazioni sociali risponde soltanto la società col suo patrimonio;

•le partecipazioni dei soci non possono essere rappresentate da azioni e non possono essere oggetto di offerta al pubblico.

Le s.r.l. possono emettere titoli di debito (assimilabili alle obbligazioni) che non possono però essere collocati direttamente presso il pubblico dei risparmiatori.

Il capitale sociale minimo richiesto per la costituzione della società è di diecimila euro.

La struttura della s.r.l. consente di valorizzare le piccole medie imprese (è un modello societario particolarmente elastico).

La costituzione della società. La s.r.l. unipersonale

La costituzione della s.r.l. prevede:

•un capitale sociale minimo di diecimila euro;

•la presenza dell’indicazione di s.r.l. nella denominazione sociale;

•la possibilità di costituirla a tempo indeterminato.

È possibile la costituzione da parte di un singolo socio, mantenendo la responsabilità limitata per le obbligazioni sociali.

I conferimenti. Le altre forme di finanziamento

La riforma del 2003 stabilisce che possono essere conferiti tutti gli elementi dell’attivo suscettibili di valutazione economica. Il versamento presso una banca del 25% dei conferimenti in denaro può essere sostituito da una polizza di assicurazione o da una fideiussione bancaria. È consentito il conferimento di prestazioni d’opere o servizi e il conferimento in natura (la valutazione deve essere effettuata da un esperto o da una società di revisione).

È facoltà della società vendere coattivamente le quote del socio costituito in mora. Se mancano offerte di acquisto da parte dei soci si procede alla vendita all’incanto (se previsto dallo statuto); in mancanza di compratori il capitale deve essere ridotto in misura corrispondente (la s.r.l. non può acquisire proprie quote).

Il rimborso dei finanziamenti dei soci alla società è subordinato al soddisfacimento degli altri creditori.

Le quote sociali

Nella s.r.l. il capitale è diviso secondo un criterio personale (il numero iniziale delle quote corrisponde al numero dei soci che partecipano alla costituzione della società e ciascun socio diventa titolare di una quota di partecipazione). Le quote possono essere di diverso ammontare a seconda del capitale sottoscritto da ciascun socio.

I diritti sociali spettano ai soci in proporzione alla partecipazione posseduta. L’atto costitutivo può prevedere l’attribuzione a singoli soci di particolari diritti riguardanti l’amministrazione o la distribuzione degli utili.

Le quote, a differenza delle azioni, non possono essere rappresentate da titoli di credito né possono costituire oggetto di offerta al pubblico.

L’atto costitutivo può escludere del tutto il trasferimento delle quote. Inoltre stabilisce i modi in cui esercitare il diritto di recesso. Quest’ultimo deve però essere riconosciuto:

•se la società è a tempo indeterminato, al socio che vuole recedere deve comunicarlo con un preavviso di 180 giorni;

•se la società è a tempo determinato, ai soci che non hanno consentito a una rilevante modifica della struttura societaria (es. fusione, cambiamento di sede, …)

La quota del socio che recede deve essere offerta in opzione agli altri soci o a un terzo concordato dai soci stessi. In mancanza di acquirenti la quota viene rimborsata attingendo alle riserve societarie o procedendo alla riduzione reale del capitale. Se la riduzione del capitale è impossibile (per opposizione dei creditori) la società si scioglie.

L’atto costitutivo può prevedere cause di esclusione del socio per giusta causa.

Il trasferimento delle quote sociali

Il trasferimento della quota è valido ed efficace fra le parti per effetto del semplice consenso. È però produttivo di effetti nei confronti della società solo dal momento in cui è iscritto nel libro dei soci.

I trasferimenti devono risultare da scrittura privata con sottoscrizione autenticata da un notaio, il quale deve depositarla per l’iscrizione nel registro delle imprese. Infine il trasferimento deve essere annotato nel libro dei soci.

Se la quota è alienata con successivi contratti a più persone, prevale chi per primo effettua l’iscrizione nel registro delle imprese, purché sia in buona fede.

Gli organi sociali. Le decisioni dei soci

Il modello base di partenza resta sempre la tripartizione assemblea-organo amministrativo-collegio sindacale propria della s.p.a. Sono rimesse inderogabilmente alla decisione dei soci:

• l’approvazione del bilancio e la distribuzione degli utili;

• la nomina degli amministratori;

• la nomina dei sindaci, del presidente del collegio sindacale e del revisore;

• le modificazioni dell’atto costitutivo;

• la decisione di compiere azioni che comportano una sostanziale modificazione dell’oggetto sociale o una rilevante modificazione dei diritti dei soci.

Le decisioni dei soci sono adottate col voto favorevole di una maggioranza che rappresenti almeno la metà del capitale sociale.

L’assemblea è convocata dagli amministratori con lettera raccomandata spedita ai soci; il voto ei soci vale in misura proporzionale alla partecipazione. L’assemblea (ordinaria) è regolarmente costituita con la presenza di tanti soci che rappresentano almeno la metà del capitale sociale e delibera a maggioranza assoluta del capitale intervenuto.

Le decisioni che non sono prese in conformità della legge o dell’atto costitutivo possono essere impugnate dai soci che non vi hanno acconsentito anche individualmente, nonché da ciascun amministratore o dal collegio sindacale entro novanta giorni dalla loro trascrizione.

Possono essere impugnate da chiunque vi abbia interesse nel termine di tre anni le decisioni aventi oggetto impossibile o illecito e quelle prese in assenza assoluta di informazione.

Possono infine essere impugnate senza limite di tempo le deliberazioni che modificano l’oggetto sociale prevedendo attività impossibili o illecite.

Amministrazione e controlli

L’amministrazione è affidata a uno o più soci, nominati con la decisione dei soci, che restano in carica a tempo indeterminato.

Quando l’amministrazione è affidata a più persone, queste costituiscono il CdA, anche se l’adozione del metodo collegiale non è inderogabile. L’atto costitutivo può prevedere che gli amministratori operino non già come CdA, bensì disgiuntamente o congiuntamente come nelle società di persone.

La disciplina del potere di rappresentanza degli amministratori coincide con quella dettata per le s.p.a.; i contratti conclusi dagli amministratori con rappresentanza in conflitto di interessi possono essere annullati su domanda della società. Possono essere impugnate le decisioni adottate dal CdA col voto determinante di un amministratore in conflitto di interessi, qualora cagionino un danno patrimoniale alla società.

Gli amministratori sono responsabili verso la società e verso i singoli soci o i terzi direttamente danneggiati, ma non verso i creditori sociali. Responsabili solidalmente con gli amministratori sono anche i soci che hanno intenzionalmente deciso o autorizzato il compimento di atti dannosi per la società, i soci o i terzi. L’azione sociale di responsabilità contro gli amministratori può essere promossa anche dal singolo socio.

L’atto costitutivo può prevedere la nomina di un collegio sindacale o di un revisore determinandone competenze e poteri (è obbligatorio solo se il capitale sociale non è inferiore a centoventimila euro).

Ogni socio non amministratore ha diritto ad avere dagli amministratori notizie di svolgimento degli affari sociali e di consultare i libri sociali e i documenti relativi all’amministrazione.

La redazione del bilancio d’esercizio e la distribuzione degli utili non presenta sostanziali differenze rispetto alla disciplina delle s.p.a. Anche le modalità di aumento e riduzione (reale) del capitale sociale sono disciplinate da norme sostanzialmente coincidenti con quelle delle s.p.a.

Capitolo ventiquattresimo. La società cooperative

Il sistema legislativo

Le società cooperative sono società a capitale variabile che perseguono uno scopo mutualistico.

Il nostro ordinamento attribuisce particolare rilievo sociale alle società che perseguono tale scopo, favorendone lo sviluppo. Per fare ciò sono state emanate alcune leggi speciali che riconoscono particolari agevolazioni creditizie e tributarie per le cooperative che perseguono specifici fini sociali.

Prima della riforma del 2003, l’ordinamento era caratterizzato da un disordine normativo che favoriva la proliferazione di false cooperative, indotto dalle agevolazioni riservate a questo tipo di società.

Le società con scopo mutualistico

Le società cooperative si distinguono dagli altri tipi di società per lo scopo economico perseguito (le società lucrative perseguono uno scopo di lucro, le società cooperative uno scopo mutualistico); mentre è identico lo scopo mezzo (esercizio in comune di una determinata attività economica).

In particolare, lo scopo mutualistico consiste nel fornire beni o servizi od occasioni di lavoro direttamente ai membri dell’organizzazione a condizioni più vantaggiose di quelle che otterrebbero sul mercato. Questo è possibile evitando l’intermediazione di altri imprenditori ed il relativo profitto.

Il vantaggio patrimoniale realizzato dalla cooperativa non consiste nella remunerazione del capitale investito, ma nel soddisfare un comune bisogno economico.

Accanto ai soci cooperatori, troviamo la figura dei soci sovventori, il cui ruolo consiste nell’apportare il capitale di rischio necessario per lo svolgimento dell’attività cooperativa (la legge impedisce che gli stessi prendano il sopravvento nella gestione della società).

Scopo mutualistico e scopo lucrativo

Le società cooperative sono caratterizzate da uno scopo prevalente, ma non esclusivamente mutualistico. Infatti, se previsto dall’atto costitutivo, possono svolgere anche attività con terzi (soggetti diversi dai soci). Tale attività è di regola finalizzata alla produzione di utili. Può verificarsi che l’attività lucrativa con terzi prevalga rispetto a quella mutualistica con i soci.

È incompatibile con lo scopo mutualistico l’integrale distribuzione ai soci degli utili prodotti (sono previsti limiti massimi della percentuale di utili distribuibile ai soci).

Le cooperative a mutualità prevalente

Le cooperative a mutualità prevalente sono caratterizzate:

• dalla presenza nello statuto di clausole che limitano la distribuzione di utili e riserve ai soci cooperatori;

• dalla circostanza che la loro attività deve essere svolta prevalentemente a favore dei soci, oppure deve utilizzare prevalentemente prestazioni lavorative dei soci o beni o servizi dagli stessi apportati.

Le società cooperative a mutualità prevalente sono tenute ad iscriversi in un apposito albo delle società cooperative.

Caratteri strutturali

È previsto un numero minimo di soci per la costituzione e la sopravvivenza della società. Si richiede che i soci cooperatori abbiano specifici requisiti soggettivi (per assicurare che la compagine sociale sia composta da persone appartenenti a categorie sociali interessate a fruire dei servizi offerti dalla cooperativa).

Sono fissati i limiti massimi alla quota di partecipazione di ciascun socio e alla percentuale di utili agli stessi distribuibile (favorendo l’allargamento della base societaria e disincentivando la partecipazione per fini lucrativi).

Le variazioni del numero dei soci e le variazioni del capitale sociale non comportano modificazione dell’atto costitutivo (facilitando l’ingresso di nuovi soci e il recesso di quelli non più interessati all’attività mutualistica).

L’assemblea vota per numero di teste.

Le società cooperative sono sottoposte a vigilanza dell’autorità governativa al fine di assicurare che venga il regolare funzionamento amministrativo e contabile.

La costituzione della società

Per costituire una società cooperativa è necessario che i soci siano almeno nove (se il numero dei soci scende al di sotto del minimo e non è reintegrato entro un anno la società si scioglie).

Possono partecipare alla società cooperativa coloro che siano in possesso di requisiti volti ad assicurare che i soci svolgano un’attività compatibile con quella che costituisce l’oggetto sociale della cooperativa. Non possono essere soci quanti esercitano in proprio imprese concorrenti con quella cooperativa.

Tali requisiti non sono richiesti per i soci sovventori.

Le indicazioni dell’atto costitutivo coincidono in parte con quelle delle s.p.a.

Bisogna tuttavia inserire:

• l’indicazione specifica dell’oggetto sociale, con riferimento ai requisiti e agli interessi dei soci;

• i requisiti per l’ammissione di nuovi soci;

• le condizioni per il recesso e l’esclusione dei soci;

• le regole per la ripartizione degli utili.

La denominazione sociale può essere formata liberamente, ma deve contenere l’indicazione di società cooperative.

L’atto costitutivo deve essere iscritto nel registro delle imprese.

Le cooperative che intendono godere dei benefici fiscali e delle altre agevolazioni sono tenute all’iscrizione nel nuovo albo delle società cooperative.

I conferimenti. La responsabilità dei soci

La disciplina dei conferimenti è identica a quella delle s.p.a., salvo che lo statuto non abbia optato per la disciplina delle s.r.l.

Nelle società cooperative, per le obbligazioni sociali, risponde solo la società col suo patrimonio.

Il socio che non esegue in tutto o in parte i conferimenti dovuti può essere escluso dalla società.

Il creditore particolare del socio cooperatore non può agire esecutivamente sulla quota o sulle azioni dello stesso.

Le quote. Le azioni

Per stimolare l’allargamento della compagine azionaria, nessun socio persona fisica può avere una quota superiore a centomila euro.

Le quote e le azioni dei soci cooperatori non possono essere cedute senza l’autorizzazione degli amministratori (il cui provvedimento deve essere comunicato al socio entra 60 giorni dalla richiesta). Il silenzio vale assenso e il provvedimento che nega l’autorizzazione deve essere motivato.

L’atto costitutivo può autorizzare gli amministratori ad acquistare o rimborsare quote o azioni della società.

Le nuove forme di finanziamento

Per favorire la raccolta del capitale di rischio da parte delle società cooperative, sono stati elevati i limiti massimi della partecipazione di ciascun socio ed i limiti massimi dei prestiti dei soci ammessi a godere delle agevolazioni fiscali. Nel contempo sono state consentite nuove forme di raccolta del capitale di rischio con la previsione della figura dei soci sovventori e delle azioni di partecipazione cooperativa.

La figura dei soci sovventori consente la raccolta del capitale di rischio anche fra coloro che non possiedono i requisiti richiesti per partecipare all’attività mutualistica. I conferimenti dei sovventori sono rappresentati da azioni nominative o quote nominative liberamente trasferibili.

È stabilito che il tasso di remunerazione dei soci sovventori non può essere maggiorato più del 2% rispetto a quello previsto per gli altri soci. Inoltre i voti attribuiti ai soci sovventori non possono superare un terzo dei voti spettanti a tutti i soci.

Le azioni di partecipazione cooperativa presentano affinità con le azioni di risparmio: sono prive del diritto di voto e sono privilegiate nella ripartizione degli utili e nel rimborso del capitale. Sono liberamente trasferibili e godono dell’anonimato. Inoltre sono privilegiate sotto il profilo patrimoniale, vantando una partecipazione agli utili maggiore e un diritto di prelazione nel rimborso del capitale.

È prevista un’organizzazione di gruppo dei possessori di tali azioni, per la tutela degli interessi comuni.

Le società cooperative possono emettere obbligazioni per la raccolta del capitale di prestito e di strumenti finanziari secondo la disciplina prevista per le s.p.a.

Gli organi sociali. L’assemblea

Ogni socio persona fisica ha diritto ad un solo voto qualunque sia il valore della quota o il numero delle azioni possedute. Solo ai soci persone giuridiche possono essere attribuiti più voti (ma non oltre cinque).

Hanno diritto di voto solo coloro che risultano iscritti nel libro dei soci da almeno novanta giorni (si evita così di manipolare le maggioranze ammettendo un numero massiccio di soci all’ultimo momento). Il socio può farsi rappresentare in assemblea solo da altro socio e ciascun socio non può rappresentarne più di dieci; il voto può essere dato anche per corrispondenza.

I quorum costitutivi e deliberativi sono determinato dall’atto costitutivo.

Vi è la possibilità di una formazione progressiva della volontà assembleare attraverso il meccanismo delle assemblee separate (deliberano sulle stesse materie che formeranno oggetto dell’assemblea generale ed eleggono dei soci-delegati che parteciperanno a quest’ultima).

Amministrazione. Controlli. Collegio dei probi viri

Nel sistema tradizionale i primi amministratori sono nominati nell’atto costitutivo e successivamente nell’assemblea. Con l’attuale disciplina è caduta la regola che tutti gli amministratori debbano essere soci cooperatori. Oggi è sufficiente che solo la maggioranza degli amministratori sia scelta fra i soci cooperatori.

La nomina del collegio sindacale è obbligatoria quando la società ha un capitale non inferiore a quello minimo della s.p.a., quando non ricorrono le condizioni per la redazione del bilancio in forma abbreviata e quando la cooperativa ha emesso strumenti finanziari non partecipativi. Per la nomina del collegio sindacale, lo statuto può attribuire il diritto di voto proporzionalmente alle quote o alle azioni possedute.

È prassi consolidata alla previsione negli statuti delle cooperative di un ulteriore organo sociale: il collegio dei probi viri. A tale organo è affidata la risoluzione di eventuali controversie tra soci o fra soci e società, riguardanti il rapporto sociale (ammissione di nuovi soci, esclusione, recesso) o la gestione mutualistica.

La vigilanza governativa. Il controllo giudiziario

Le società cooperative sono sottoposte al controllo dell’autorità governativa, finalizzata all’accertamento dei requisiti mutualistici, nonché a assicurare il regolare funzionamento amministrativo e contabile delle stesse. La vigilanza spetta al Ministero dello sviluppo economico ed è esercitata tramite revisioni ed ispezioni straordinarie.

In caso di irregolare funzionamento della società, l’autorità di vigilanza può revocare amministratori e sindaci ed affidare la gestione della cooperativa ad un commissario governativo, determinandone la durata in carica e i poteri.

Può inoltre disporre lo scioglimento della cooperativa se, a suo giudizio, non è in grado di raggiungere gli scopi per cui è stata costituita.

Bilancio. Utili. Ristorni

La formazione del bilancio d’esercizio delle società cooperative è integralmente assoggettata alla disciplina dettata per le s.p.a. Le cooperative di maggiore dimensione e quelle che emettono obbligazioni devono sottoporre il bilancio a revisione obbligatoria.

La percentuale degli utili netti annuali da destinare a riserva legale è sei volte più elevata rispetto a quella della s.p.a.: il trenta per cento.

Dal 1992 è stato introdotto l’obbligo di destinare il tre per cento degli utili netti annuali ad appositi fondi mutualistici per la promozione e lo sviluppo della cooperazione.

Sono posti limiti alla distribuzione fra i soci degli utili residui, così comprimendosi il profilo lucrativo della partecipazione sociale.

Vi è una netta distinzione fra società cooperative a mutualità prevalente e altre società cooperative. Per queste ultime è sufficiente che l’atto costitutivo fissi la percentuale massima dei dividendi che possono essere ripartiti fra i soci cooperatori. Disciplina più restrittiva è prevista per le società cooperative a mutualità prevalente, in particolare: divieto di distribuire le riserve fra i soci cooperatori; obbligo di devolvere in caso di scioglimento della società l’intero patrimonio sociale, dedotto solamente il capitale sociale e i dividendi eventualmente maturati, ai fondi mutualistici per la promozione e lo sviluppo della cooperazione.

La quota di utili che residua dopo tali destinazioni può essere dall’assemblea: assegnata ad altre riserve o fondi, distribuita ai soci, o infine destinata a fini mutualistici.

I ristorni costituiscono rimborso ai soci di parte del prezzo pagato per i beni o servizi acquistati dalla cooperativa (cooperativa di consumo) a prezzo di mercato, o integrazione della retribuzione corrisposta dalla cooperativa per le prestazioni del socio (cooperative di produzione e di lavoro). Costituiscono quindi uno degli strumenti tecnici per attribuire ai soci cooperatori il vantaggio mutualistico (risparmio di spesa o maggiore remunerazione) derivante dai rapporti di scambio intrattenuti con la cooperativa.

Variazione dei soci e del capitale sociale

Le società cooperative sono società a capitale variabile. Il capitale sociale non è determinato in un ammontare prestabilito. La variazione del numero delle persone dei soci non comporta modificazione dell’atto costitutivo.

Estremamente semplificato è quindi il procedimento per l’ammissione di nuovo soci (cooperatori), non dovendosi ogni volta procedere ad una modifica dell’atto costitutivo (c.d. porta aperta). L’ammissione è deliberata dagli amministratori su domanda dell’interessato, che deve versare l’importo delle quote e delle azioni sottoscritte (e l’eventuale sovrapprezzo).

Vi è una categoria speciale di soci cooperatori che devono seguire un periodo di formazione (massimo cinque anni) prima di esser ammessi a godere dei diritti che spettano agli altri soci cooperatori.

Nelle società cooperative costituiscono cause di riduzione del numero dei soci e del capitale:

• il recesso, ammesso quando l’atto costitutivo vieta la cessione delle quote o delle azioni e nei casi previsti per la s.p.a.;

• esclusione, in caso di mancato pagamento delle quote o delle azioni, nei casi previsti per le società di persone, per gravi inadempienze del socio, per mancanza o perdita dei requisiti previsti per la partecipazione alla società. La deliberazione di esclusione deve essere comunicata al socio, che può proporre l’opposizione dinnanzi al tribunale;

• la morte del socio, il rapporto sociale si scioglie, salvo che l’atto costitutivo non disponga la continuazione della società con gli eredi.

La liquidazione della quota avviene secondo i criteri stabiliti nell’atto costitutivo e il pagamento deve essere effettuato entro centottanta giorni dall’approvazione del bilancio.

Il gruppo cooperativo paritetico

Il gruppo cooperativo paritetico è un’organizzazione di gruppo delle società cooperative volto a dar vita ad una strategia imprenditoriale comune ed unitaria. Trova fondamento in un accordo contrattuale, che deve indicare: durata, cooperativa cui è affidata la direzione del gruppo e relativi poteri, nonché i criteri di compensazione e l’equilibrio nella distribuzione dei vantaggi derivati dall’attività comune.

Ogni cooperativa può recedere senza oneri di alcun tipo.

Lo scioglimento della società

Valgono le cause di scioglimento previste per le società di capitali, con la sola differenza che solo la perdita totale è causa di scioglimento.

Sono poi cause specifiche di scioglimento: la riduzione dei soci al di sotto del numero minimo di nove, se questo non è reintegrato entro un anno, la liquidazione coatta amministrativa disposta dall’autorità governativa.

Le mutue assicuratrici

Le mutue assicuratrici sono società cooperative caratterizzate dalla stretta interdipendenza che per legge esiste tra la qualità di socio e la qualità di assicurato: non si può acquistare la qualità di socio, se non assicurandosi presso la società e, viceversa, si perde la qualità di socio con l’estinguersi dell’assicurazione. Questo principio differenzia il mutuo assicurativo rispetto alle comuni cooperative di assicurazione.

Per le obbligazioni sociali risponde solo la società con il proprio patrimonio. I soci assicurati sono obbligati verso la società al pagamento di contributi, che costituiscono nel contempo conferimento e premio di assicurazione (pagati periodicamente). Quando il patrimonio sociale (formato dai contributi) è insufficiente per l’esercizio dell’attività assicurativa, l’atto costitutivo può prevedere la costituzione di fondi di garanzia per il pagamento delle indennità, mediante speciali conferimenti da parte di soci assicurati o di terzi, attribuendo anche a quest’ultimi la qualità di socio. Di regola perciò coesistono due categorie di soci: soci assicurati e soci sovventori (i quali si limitano a conferire il capitale necessario per l’attività della società senza essere assicurati).

Capitolo venticinquesimo. Trasformazione. Fusione e scissione

A) La trasformazione

Nozione e limiti

Occorre distinguere fra trasformazione omogenea (fra società) e trasformazione eterogenea (da società di capitali in altri enti o viceversa).

La trasformazione omogenea è il cambiamento del tipo di società. È il passaggio da un tipo ad altro tipo di società. Non si ha però estinzione della società preesistente: è la stessa società che conserva i diritti e gli obblighi e prosegue tutti i rapporti dell’ente che ha effettuato la trasformazione.

La trasformazione è uno strumento che serve ad adattare l’assetto organizzativo della società alle nuove esigenze sopravvenute durante la vita della stessa.

È espressamente vietata la trasformazione di una società cooperativa a mutualità prevalente in società lucrativa.

La trasformazione omogenea: il procedimento di trasformazione

Per attuare la trasformazione da società di persone a società di capitali è sufficiente il consenso della maggioranza dei soci determinata secondo la partecipazione attribuita a ciascuno negli utili.

Per le società di capitali è necessaria una delibera dell’assemblea straordinaria da adottare nelle s.p.a. non quotate con le maggioranze rafforzate.

Per la trasformazione di società cooperative (diverse da quelle a mutualità prevalente) in società di persone o di capitali è richiesto il voto favorevole di almeno la metà dei soci.

La delibera di trasformazione fissa le basi organizzative della nuova veste giuridica della società; deve rispondere perciò ai requisiti previsti per l’atto costitutivo del tipo di società prescelto.

Nel caso di trasformazione di società di capitali, gli amministratori devono predisporre una relazione per illustrare motivazione ed effetti della trasformazione.

Nel caso di trasformazione di società di persone in società di capitali la delibera deve risultare da atto pubblico.

Alla delibera di trasformazione deve essere allegata una relazione giurata di stima del patrimonio sociale.

La responsabilità dei soci

È richiesto il consenso dei soci che assumono responsabilità illimitata per le obbligazioni sociali in seguito alla trasformazione.

Nell’ipotesi inversa (viene meno la responsabilità illimitata), i soci non sono liberati dalla responsabilità per le obbligazioni sociali anteriori alla trasformazione.

È stabilito che:

•il consenso dei creditori alla trasformazione vale come consenso alla liberazione di tutti i soci a responsabilità illimitata;

•il consenso alla trasformazione si presume se ai singoli creditori è stata comunicata per raccomandata ed essi non hanno negato espressamente al loro adesione.

La trasformazione eterogenea

Una società di capitali può trasformarsi in consorzi, società consortili, società cooperative, comunioni di azienda, associazioni non riconosciute e fondazioni. Per questo tipo di trasformazione è richiesto il voto favorevole di almeno i due terzi degli aventi diritto.

La disciplina della trasformazione eterogenea in società di capitali è più articolata, dettando una specifica disciplina per ogni singola trasformazione.

B) La fusione

Nozione. Distinzioni

La fusione è l’unificazione di due o più società in una sola, e può essere realizzata in due diversi modi:

•con la costituzione di una nuova società, che prende il posto di tutte le società che si fondono (fusione in senso stretto);

•mediante assorbimento in una società preesistente di una o più altre società (fusione per incorporazione); è la forma di fusione più diffusa.

La fusione può aver luogo sia fra società dello stesso tipo (fusione omogenea), sia fra società di tipo diverso (fusione eterogenea: comporta anche la trasformazione di una o più delle società che si fondono).

La partecipazione alla fusione non è consentita alle società che si trovano in stato di liquidazione e abbiano già cominciato la distribuzione dell’attivo.

La fusione è uno strumento di concentrazione delle imprese societarie che consente di ampliarne la dimensione e la competitività sul mercato. Il passaggio da una pluralità di società ad una sola determina la riduzione ad unità dei patrimoni delle singole società e la confluenza dei rispettivi soci in un’unica struttura organizzativa che continua l’attività di tutte le società preesistenti, mentre queste ultime si estinguono. La società incorporante o che risulta dalla fusione assume i diritti e gli obblighi delle società partecipanti alla fusione, proseguendo in tutti i loro rapporti, anche processuali, anteriori alla fusione. I creditori delle società estinte potranno quindi far valere i loro diritti sull’unitario patrimonio della società risultante dalla fusione.

Il progetto di fusione

Il procedimento di fusione si articola in tre fasi essenziali: il progetto, la delibera e l’atto.

Gli amministratori delle diverse società partecipanti alla fusione devono redigere il progetto, che deve contenere le seguenti indicazioni:

•il tipo e la denominazione delle società partecipanti;

•l’atto costitutivo della nuova società risultante dalla fusione o di quella incorporante;

•il rapporto di cambio delle azioni o quote (rapporto in base al quale saranno assegnate ai soci delle società che si estinguono le azioni o quote della società incorporante o della nuova società).

È prevista la redazione preventiva di altri tre documenti:

•la situazione patrimoniale, redatta dagli amministratori di ciascuna delle società partecipanti;

•la relazione degli amministratori, unica per tutte le società, la quale illustri e giustifichi il progetto di fusione e in particolare del rapporto di cambio;

•la relazione degli esperti: uno o più esperti per ciascuna società hanno il compito di redigere una relazione sulla congruità del rapporto di cambio ed esprimere un parere sull’adeguatezza del metodo seguito dagli amministratori per l’adeguatezza dello stesso.

La delibera di fusione

La fusione viene decisa da ciascuna delle società che vi partecipano mediante l’approvazione del relativo progetto. In caso di fusione eterogenea, i soci che non hanno concorso alla deliberazione avranno diritto di recesso.

Le delibere di fusione delle singole società devono essere iscritte nel registro delle imprese.

La tutela dei creditori sociali

La fusione può pregiudicare la posizione dei creditori delle società partecipanti dato che, attuata la fusione, tutti concorreranno sull’unico patrimonio risultante dall’unificazione dei patrimoni delle singole società (questo può danneggiare i creditori delle società più solide).

La fusione è attuata trascorsi sessanta giorni dall’iscrizione nel registro delle imprese. Entro tale termine, ciascun creditore anteriore alla pubblicazione del progetto di fusione può proporre opposizione alla fusione. Il tribunale può disporre che la fusione abbia ugualmente luogo, previa prestazione da parte della società di idonea garanzia a favore dei soli creditori opponenti.

L’atto di fusione

Il procedimento di fusione si conclude con la stipulazione dell’atto di fusione (redatto per atto pubblico) da parte dei legali rappresentanti delle società interessate, che così danno attuazione alle relative delibere assembleari.

Una volta eseguite le iscrizioni dell’atto di fusione prescritte per legge, l’invalidità dell’atto di fusione non può essere pronunciata; resta salvo solo il diritto al risarcimento dei danni eventualmente spettante ai soci o ai terzi danneggiati dalla fusione.

C) La scissione

Nozione. Forme

Con la scissione il patrimonio di una società è scomposto e assegnato (trasferito) in tutto o in parte ad altre società (esistenti o di nuova costituzione), con la contestuale assegnazione ai soci della prima di azioni o quote delle società beneficiarie del trasferimento patrimoniale. Si ha quindi la suddivisione di un unico patrimonio sociale e di un’unica compagine societaria in più società. Le azioni o quote delle società beneficiarie del trasferimento patrimoniale sono acquisite direttamente dai soci della società che si scinde.

Nella scissione totale, l’intero patrimonio della società che si scinde viene trasferito a più società (la prima società perciò si estingue senza che però si abbia la liquidazione della stessa).

Nella scissione parziale invece solo parte del patrimonio della società che si scinde viene trasferita ad una o più altre società (la società scissa resta in vita con un patrimonio ridotto).

Le società beneficiarie possono essere:

•società di nuova costituzione, che nascono per gemmazione dalla società che si scinde (scissione in senso stretto);

•una o più società preesistenti (scissione per incorporazione), che vedono nel contempo incrementati il loro patrimonio e la compagine sociale per l’ingresso dei soci della società scissa.

Il procedimento

Gli amministratori delle società partecipanti alla scissione devono redigere un unitario progetto di scissione, che deve contenere: l’esatta descrizione degli elementi patrimoniali da trasferire a ciascuna delle società beneficiarie e dell’eventuale conguaglio in denaro; i criteri di distribuzione ai soci delle azioni o quote delle società beneficiarie.

A tutela dei creditori è stato stabilito che ciascuna società è solidalmente responsabile, nei limiti del valore effettivo del patrimonio netto ad essa assegnato o rimasto, dei debiti della società scissa non soddisfatti dalla società cui fanno carico (in sostanza, tutte le società coinvolte nella scissione sono garanti in via sussidiaria di quella il cui debito è stato trasferito).

Capitolo ventiseiesimo. Le società europee

Dall’armonizzazione dei diritti societari al diritto societario sovranazionale

Dalla costituzione della Comunità europea gli Stati membri si sono impegnati a coordinare i propri ordinamenti nazionali circa le garanzie richieste per proteggere gli interessi dei soci e dei terzi.

L’obiettivo dell’azione legislativa dell’UE è volta a creare un diritto societario sovranazionale, introducendo tipi societari direttamente disciplinati da regolamento comunitario. A tal fine, sono state predisposte la società europea (SE, è una s.p.a.) e la società cooperativa europea (SCE, è una soc. coop. a scopo mutualistico).

Per le materie non disciplinate dal regolamento si fa riferimento alle leggi interne che disciplinano le SE e le SCE; se l’ordinamento ne è sprovvisto, ci si basa sulle disposizioni dettate per le s.p.a. e le soc. coop. a scopo mutualistico.

Questo aspetto permette ai soci di poter insediare la società nello stato membro che offre la disciplina più vantaggiosa.

A) La società europea

La costituzione

La SE è una s.p.a. (e quindi ogni socio risponde delle obbligazioni solo nei limiti del capitale sottoscritto). Il capitale minimo è di 120mila euro.

La costituzione di una SE è consentita:

•quando si fondono s.p.a. soggette alla legge di stati membri differenti;

•quando due o più s.p.a. promuovono la costituzione di una società europea holding al fine di sottoporsi ad una direzione unitaria;

•quando due o più enti presentano un collegamento stabile con ordinamenti comunitari diversi;

•quando viene stipulato un patto unilaterale di costituzione di società da parte di un’altra società europea;

•in caso di trasformazione di una s.p.a. costituita secondo la legge di uno stato membro.

Gli oneri

La struttura interna della SE è caratterizzata dalla presenza dell’assemblea dei soci, da un’amministrazione e controllo basati sul sistema dualistico (organo di direzione e organo di vigilanza) o su quello monistico (organo di amministrazione).

Per quanto riguarda l’assemblea, le competenze, l’organizzazione e le procedure di voto sono regolate dalla legge dello stato della sede.

Le deliberazioni vengono prese di regola a maggioranza semplice, ma per le modificazioni dello statuto è necessaria una maggioranza di almeno i due terzi.

La gestione

Nel sistema dualistico, i componenti dell’organo di vigilanza sono nominati dall’assemblea generale. L’organo di vigilanza esercita il controllo sulla gestione; per fare ciò è tenuto in costante aggiornamento dall’organo di direzione sull’andamento generale degli affari sociali.

L’organo di direzione gestisce la società sotto la propria responsabilità. I componenti sono nominati e revocati dall’organo di vigilanza.

Il sistema monistico prevede solo un organo di amministrazione a cui è attribuita la gestione della società. I suoi componenti sono nominati e revocati dall’assemblea. Non possono essere nominati amministratori i soggetti che la legge dello stato o della sede considera non eleggibili.

La disciplina locale della s.p.a. viene richiamata anche in tema di redazione, controllo e pubblicità del bilancio d’esercizio e consolidato.

Il coinvolgimento dei lavoratori nella gestione

Il coinvolgimento dei lavoratori può consistere nell’obbligo di consultare e di informare periodicamente o in circostanze speciali un organi di rappresentanza dei dipendenti, e nulla più. Può all’opposto arrivare fino al riconoscimento del potere di nomina da parte dei lavoratori di alcuni componenti degli organi di gestione o di controllo della società.

È prevista la costituzione di un organo di rappresentanza dei lavoratori i cui componenti sono eletti o designati dai dipendenti della SE. L’organo di rappresentanza ha il diritto di essere informato e consultato almeno una volta l’anno dai competenti organi della SE in merito all’evoluzione delle attività e delle prospettive della società. Deve inoltre essere informato quando si verificano circostanze eccezionali che incidono notevolmente sugli interessi dei lavoratori.

Vi è un più incisivo coinvolgimento dei lavoratori se è prevista una forma di partecipazione dei dipendenti alla gestione nelle società che partecipano alla costituzione della SE.

Altri aspetti della disciplina

Come già detto in precedenza, la legislazione a livello europeo in materia di SE è lacunosa.

Si rimandano perciò agli ordinamenti interni delle s.p.a. le discipline in tema di scioglimento, liquidazione, insolvenza e procedure concorsuali.

B) La società cooperativa europea

Costituzione

La SCE è una società cooperativa in cui i soci rispondono limitatamente o illimitatamente alle obbligazioni sociali a seconda di quanto previsto dallo statuto.

La SCE è caratterizzata da scopo mutualistico (l’oggetto principale consiste nel soddisfacimento dei bisogni e/o promozione delle attività economiche e sociali dei propri soci).

La costituzione della SCE deve essere eseguita da almeno cinque soci che presentino un legame con almeno due ordinamenti nazionali diversi.

In alternativa la SCE può nascere:

•per fusione fra cooperative costituite secondo la legge di uno stato membro, che abbiano sede nella Comunità e che siano soggette ad almeno due ordinamenti nazionali diversi;

•per trasformazione di una cooperativa che possegga da almeno due anni una succursale o una controllata soggetta alla legge di un altro stato membro.

I fondatori redigono l’atto costitutivo e lo statuto della società cooperativa europea, nel quale va indicato il capitale sottoscritto che non può essere inferiore a 30mila euro.

Per quanto riguarda i conferimenti, possono essere conferiti gli elementi dell’attivo suscettibili di valutazione economica, ad eccezione delle prestazioni di opere o servizi.

Le partecipazioni sociali

Le partecipazioni dei soci nella SCE sono rappresentate da quote nominative. È ammessa la creazione di categorie speciali di quote, dotate di diritti diversi. Questo consente la presenza di soci sovventori, ai quali è possibile riservare privilegi nella partecipazione agli utili e una rappresentanza negli organi di gestione e di vigilanza.

L’ingresso di nuovi soci avviene con il trasferimento delle quote esistenti, oppure sottoscrivendo quote di nuova emissione. Il capitale della SCE è variabile.

La qualità di socio si perde per morte, recesso o esclusione. Il recesso va dichiarato entro due mesi dalla delibera contestata. L’esclusione colpisce di diritto il socio fallito e gli enti che si sciolgono, ma può essere estesa anche al socio gravemente inadempiente ai propri obblighi o che compie atti in contrasto con l’interesse della società.

In caso di scioglimento del rapporto sociale per morte, recesso o esclusione, il socio ha diritto esclusivamente al rimborso del valore nominale della quota al netto di eventuali perdite di capitale.

La società cooperativa può finanziarsi anche mediante l’emissione di obbligazioni e di altri titoli che non attribuiscono la qualità di socio.

Gli organi

La SCE può essere organizzata secondo il sistema dualistico o monistico, e conserva la disciplina dettata per la SE in materia di organi di amministrazione e controllo e coinvolgimento dei lavoratori.

Se ne discosta la disciplina dell’assemblea, nella quale vige la regola del voto per teste, in linea con i principi tradizionale del diritto cooperativo.

L’assemblea deve riunirsi almeno una volta l’anno, entro sei mesi dalla chiusura dell’esercizio per l’approvazione del bilancio e la destinazione degli utili. I quorum assembleari sono fissati dallo statuto.

Destinazione degli utili. Scioglimento

La SCE può attribuire ristorni ai propri soci in proporzione degli scambi mutualistici realizzati con ciascuno, mentre viene limitata la remunerazione del capitale mediante la distribuzione degli utili.

Le SCE con sede in Italia devono rispettare i vincoli imposti dall’ordinamento interno (accantonamento del 30% degli utili a riserva legale, devoluzione del 3% ai fondi mutualistici per la promozione e lo sviluppo della cooperazione).

Per quanto riguarda il bilancio, la revisione contabile, lo scioglimento e le procedure di insolvenza, si fa riferimento all’ordinamento dettato dallo stato della sede.

Il residuo attivo di liquidazione viene devoluto per finalità altruistiche, dedotto solo quanto necessario per il rimborso del capitale ai soci.

Parte terza – I CONTRATTI

Capitolo ventisettesimo. La vendita

Nozione. Tipi

La vendita è il contratto che ha per oggetto il trasferimento di proprietà di una cosa o di un altro diritto verso corrispettivo di un prezzo.

Attraverso la stipula di contratti di compravendita, industriali e commercianti si procurano larga parte dei beni necessari per lo svolgimento della loro attività; attraverso altri contratti di compravendita collocano sul mercato larga parte dei beni prodotti o acquistati.

Vendita reale e vendita obbligatoria

La vendita è un contratto consensuale, si perfeziona cioè col semplice accordo delle parti.

È inoltre un contratto con effetti reali: il consenso delle parti è sufficiente perché la proprietà della cosa si trasferisca dal venditore al compratore, con conseguente passaggio a quest’ultimo del rischio di perimento fortuito della cosa.

Si parla di vendita obbligatoria nel caso in cui gli effetti reali della vendita si producono in un momento successivo alla stipulazione del contratto (al verificarsi di determinati eventi).

Nella vendita di cose determinate solo nel genere, la proprietà passa al compratore con l’individuazione, che consente di isolare le cose oggetto della vendita.

Nella vendita di cose future il compratore ne acquista la proprietà non appena la cosa viene ad esistenza.

Nella vendita di cosa altrui, il venditore è obbligato a procurare l’acquisto della cosa al compratore e questi ne diventa proprietario nel momento stesso in cui il venditore acquista dal terzo.

Le obbligazioni del venditore

Le obbligazioni principali del venditore sono: consegnare la cosa al compratore; fargliene acquistare la proprietà; garantire il compratore dall’evizione e dai vizi della cosa.

La vendita su documenti riguarda merci già consegnate ad un vettore per il trasporto o depositate in magazzini generali, per le quali il vettore o il magazzino abbiano rilasciato un titolo di credito rappresentativo (il possesso dei documenti consente al compratore di ritirare la merce o rivenderla ulteriormente).

La garanzia per evizione

Il venditore è tenuto a garantire il compratore contro l’evizione.

Si ha evizione quando il compratore perde in tutto o in parte la proprietà della cosa acquistata o subisce una limitazione nel libero godimento della stessa, a seguito dell’azione giudiziaria di un terzo che vanta diritti sulla cosa.

Se l’evizione è stata totale (il terzo rivendica vittoriosamente la proprietà della cosa acquistata dal compratore), il venditore dovrà rimborsare al compratore il prezzo pagato e le spese sostenute, anche se immune da colpa (è tenuto inoltre al risarcimento integrale del danno se il fatto è imputabile a un suo comportamento doloso o colposo).

Se invece l’evizione è stata parziale (il terzo rivendica la proprietà di una parte di una cosa acquistata dal compratore), il compratore ha diritto solo ad una riduzione del prezzo, oltre al risarcimento dei danni.

Vizi. Mancanza di qualità. Buon funzionamento

Il venditore deve garantire che la cosa venduta sia immune da vizi che la rendono inidonea all’uso cui è destinata o ne diminuiscono in modo apprezzabile il valore.

La garanzia copre di regola solo i vizi occulti (non conosciuti o non facilmente riconoscibili dal compratore al momento dell’acquisto). Copre anche i vizi facilmente riconoscibili quando il venditore ha dichiarato che la cosa era esente da vizi e i vizi apparenti quando si tratta di cose che il compratore non ha potuto esaminare al momento della conclusione del contratto.

In presenza di vizi coperti dalla garanzia il compratore può chiedere o la risoluzione del contratto o la semplice riduzione del prezzo.

L’esercizio delle azioni derivanti dalla garanzia per vizi è soggetto a brevi termini di decadenza e prescrizione.

Nel caso particolare in cui la cosa venduta non ha le qualità promesse o quelle essenziali per l’uso cui è destinata, il compratore ha diritto ad ottenere la risoluzione del contratto.

L’azione di risoluzione per inadempimento non è invece soggetta a termini di decadenza soggiace all’ordinaria prescrizione decennale quando la cosa consegnata sia completamente diversa da quella pattuita o difetti delle qualità necessarie ad assolvere la funzione che le parti hanno assunto come essenziale (aliud pro alio).

Con la garanzia di buon funzionamento (cose mobili), durante il periodo coperto dalla garanzia, il compratore ha diritto di ottenere la sostituzione o riparazione della cosa per difetti di funzionamento anche se non sono dovuti a vizi o mancanza di qualità.

Garanzia di conformità

Quando la vendita ha per oggetto beni di consumo il venditore ha l’obbligo di consegnare al consumatore beni conformi al contratto di vendita ed è responsabile nei confronti dello stesso per qualsiasi difetto di conformità esistente al momento della consegna del bene (il consumatore può richiedere: riparazione del bene o sostituzione, riduzione del prezzo o anche la risoluzione del contratto). Il venditore è responsabile se il difetto si manifesta entro due anni dalla consegna e può a sua volta agire contro gli altri soggetti della catena distributiva (produttore, precedenti venditori).

Clausole sulla qualità della merce

Sono diffuse soprattutto nelle vendite commerciali, volte ad assicurare la presenza nella cosa venduta delle specifiche qualità desiderate dal compratore.

La vendita con riserva di gradimento è una vendita che si perfeziona solo dopo che il compratore ha esaminato la merce ed ha comunicato al venditore che la stessa è di suo gradimento.

Nella vendita a prova il contratto è sottoposto alla condizione sospensiva che la merce abbia le qualità pattuite o sia idonea all’uso cui è destinata.

Nella vendita su campione, dalla merce oggetto della vendita (olio, vino,…) viene prelevato un campione che deve servire come esclusivo paragone per la qualità della merce.

Le obbligazioni del compratore

Obbligazione principale è quella di pagare il prezzo convenuto. Se non è pattuito diversamente, sono a carico del compratore anche le spese del contratto di vendita e quelle accessorie, comprese le spese di trasporto.

La vendita con riserva di proprietà

La vendita con riserva di proprietà ricorre tipicamente nelle vendite a rate (pagamento del prezzo frazionato nel tempo).

Offre un’efficace tutela al venditore contro l’inadempimento del compratore e nel contempo lo libera immediatamente dai rischi inerenti al perimento del bene. Il compratore diventa il proprietario della cosa acquistata solo col pagamento dell’ultima rata di prezzo (il venditore non ne può comunque disporre). I rischi del perimento della cosa sono a carico del compratore fin dal momento della consegna, dato che egli è

così messo in grado di godere del bene (tenuto a pagare tutte le rate anche se la cosa perisce).

A tutela del compratore è stabilito che il mancato pagamento di una sola rata, che non superi l’ottava parte del prezzo, non dà luogo alla risoluzione del contratto (in caso contrario il venditore può ottenere la risoluzione e ha diritto alla restituzione della cosa, anche se tenuto alla restituzione delle rate riscosse, salvo il diritto a un equo compenso per l’uso della cosa oltre al risarcimento dei danni).

Capitolo ventottesimo. Il contratto estimatorio. La somministrazione. I contratti di distribuzione

Il contratto estimatorio

Con il contratto estimatorio una parte (tradens) consegna una o più cose mobili all’altra parte (accipiens) e questa si obbliga a pagare un prezzo entro il termine stabilito, salvo che restituisce le cose nello stesso termine.

È utilizzato nei rapporti fra fornitori e rivenditori in luogo del contratto di vendita, quando il rivenditore vuole evitare il rischio di dover pagare al fornitore la merce che gli rimane invenduta dopo un certo tempo.

Il contratto estimatorio è un contratto reale: si perfeziona con la consegna della merce all’accipiens.

Solo l’accipiens può disporre delle cose ricevute, benché queste restino di proprietà del tradens fin quando il primo non le ha rivendute o non ne ha pagato il prezzo.

L’accipiens ha l’obbligo di pagare il prezzo di stima stabilito nel contratto al momento della consegna della cosa.

All’accipiens è riconosciuta la facoltà di liberarsi di tale obbligo restituendo le cose nel termine pattuito.

La somministrazione

La somministrazione è il contratto con il quale una parte (somministrante) si obbliga, verso corrispettivo di un prezzo, ad eseguire a favore dell’altra parte (somministrato) prestazioni periodiche o continuative di cose.

È un contratto di durata. Consente di soddisfare un bisogno durevole del somministrato assicurando regolarità delle forniture nel tempo e la stabilità dei prezzi.

Può avere per oggetto solo la prestazione di cose (in caso di prestazione di servizi si ha appalto). La somministrazione ha per oggetto una pluralità di prestazioni.

È possibile ricorrere alla risoluzione del contratto se l’inadempimento ha notevole importanza ed è tale da menomare la fiducia nell’esattezza dei successivi adempimenti. Se l’inadempimento del somministrato è di lieve entità, il somministrante non può sospendere l’esecuzione del contratto senza darne congruo preavviso.

È possibile inserire nel contratto di somministrazione il patto di preferenza ed il patto di esclusiva.

Con il patto di preferenza il somministrato si obbliga a preferire, a parità di condizioni, lo stesso somministrante qualora intenda stipulare un successivo contratto di somministrazione per lo stesso oggetto.

La clausola di esclusiva può essere a favore del somministrante (il somministrato non può ricevere da terzi prestazioni dello stesso tipo), del somministrato (il somministrante non può compiere forniture della stessa natura ad altri nella zona per cui l’esclusiva è concessa) o a favore di entrambi.

I contratti di distribuzione

Sono accordi che prevedono clausole che consentono al produttore una penetrante ingerenza nella sfera decisionale dei propri rivenditori e un coordinamento unitario della rete distributiva. Nel contempo sono offerte ai venditori possibilità più sicure di guadagno attraverso la concessione di una posizione di privilegio (ad es. esclusiva di rivendita per una certa zona).

Clausole tipiche di questo contratto consistono:

• nell’impegno del distributore di acquistare periodicamente quantitativi minimi a condizioni predeterminate nel contratto;

• nell’impegno del distributore di promuovere la rivendita dei prodotti acquistati secondo modalità previste dal produttore.

Quest’ultimo aspetto può essere realizzato in due modalità: la concessione di vendita e il contratto di affiliazione commerciale (franchising di distribuzione).

Concessione di vendita

Nella concessione di vendita sono previste clausole che impongono ai rivenditori: un’efficiente organizzazione di vendita, l’acquisto di quantitativi minimi di merce a scadenze determinate, la pratica di prezzi prestabiliti dal produttore, la fornitura di assistenza tecnica alla clientela, controlli periodici da parte del concedente sull’efficienza dell’organizzazione di vendita.

L’affiliazione commerciale (franchising)

Con il contratto di affiliazione commerciale, l’affiliante:

• concede verso corrispettivo all’affiliato un insieme di diritti di proprietà industriale o intellettuale relativi a marchi, insegne, diritti di autore, brevetti, assistenza o consulenza tecnica e commerciale;

• inserisce l’affiliato in un sistema di più affiliati distribuiti sul territorio.

Il contratto può riguardare la vendita di beni (franchising di distribuzione), la produzione di beni (franchising di produzione) o la distribuzione di servizi (franchising di servizi). L’affiliato è tenuto ad utilizzare i segni distintivi dell’affiliante e ad adeguarsi completamente ai modelli operativi prefissati secondo la formula commerciale voluta dall’affiliante.

L’affiliato deve comunicare all’affiliante ogni informazione la cui conoscenza risulti necessaria ai fini della stipulazione del contratto.

Il contratto di affiliazione deve precisare gli investimenti e le spesa richieste all’affiliato prima dell’inizio dell’attività, le percentuali che deve versare all’affiliante, nonché l’incasso minimo che l’affiliato si impegna a realizzare.

Il contratto può essere a tempo indeterminato o determinato, ma con una durata mai inferiore a tre anni.

Capitolo ventinovesimo. L’appalto

Nozione. Caratteri essenziali

L’appalto è il contratto con il quale una parte (appaltatore) assume con organizzazione dei mezzi necessari e con gestione a proprio rischio, il compimento di un’opera o di un servizio verso un corrispettivo in denaro. Si deve trattare organizzata in forma di impresa e l’appalto deve avere per oggetto una prestazione di fare (oppure la prestazione di fare prevalga su quella di dare).

La prevalenza deve essere valutata con riguardo allo scopo del negozio. Si ha appalto se il bene ordinato presenta caratteristiche particolari che lo differenziano da quelli prodotti abitualmente dal fornitore.

Può essere committente dell’opera sia un soggetto privato, sia lo Stato o un ente pubblico.

Le obbligazioni dell’appaltatore

Obbligazione fondamentale dell’appaltatore è quella di compiere l’opera o il servizio commessogli.

L’appaltatore deve fornire la materia prima per il compimento dell’opera (se fornita dal committente, deve denunciarne prontamente i difetti).

L’appaltatore non può apportare modifiche alle modalità di esecuzione pattuite, salvo autorizzazione del committente.

Il committente deve verificare lo svolgimento dei lavori a proprie spese. Se dai controlli risulta che l’appaltatore non ha rispettato le condizioni, viene stabilito un termine entro il quale deve conformarsi alle condizioni del progetto. Decorso tale termine, il contratto è risolto. Prima di ricevere la consegna dell’opera, il committente ha diritto di sottoporre la stessa a collaudo (se il risultato è negativo, il committente deve comunicare all’appaltatore se intende rifiutare l’opera). Per l’accettazione non è

richiesta una dichiarazione espressa. Con l’accettazione i rischi del perimento passano al committente; l’appaltatore è liberato dalla garanzia per difformità e vizi dell’opera e ha diritto al pagamento del prezzo.

Le obbligazioni del committente

Obbligazione fondamentale del committente è quella di pagare un corrispettivo in denaro. Il prezzo può essere determinato globalmente per tutta l’opera, ma può essere stabilito anche per ogni unità di misura della stessa.

È possibile rivedere il prezzo durante l’esecuzione dell’opera, ad esempio quando il costo dei materiali o della manodopera subisce variazioni dovute a circostanze imprevedibili tali da determinare un aumento o una diminuzione superiore al 10% del prezzo dell’appalto complessivamente pattuito.

All’appaltatore è riconosciuto il diritto ad un equo compenso in caso di difficoltà di esecuzione dell’opera che rendono più onerosa la prestazione.

Estinzione del rapporto

L’appalto è contratto la cui esecuzione si protrae nel tempo e l’interesse del committente è di regola soddisfatto solo se l’opera è compiutamente realizzata. La prestazione dell’appaltatore è perciò di regola indivisibile.

Se l’esecuzione dell’opera diventa impossibile per causa non imputabile ad alcuna delle parti, il contratto si scioglie secondo i principi generali. Il committente è tenuto però a pagare la parte già compiuta (se utilizzabile).

Solo al committente è consentito di recedere dal contratto in corso d’opera anche senza invocare una giusta causa. Egli dovrà però indennizzare l’appaltatore delle spese effettuate e del mancato guadagno. La morte dell’appaltatore non scioglie il contratto, ma il committente può recedere se dubiti della buona esecuzione dell’opera da parte degli eredi.

Il subappalto

Il subappalto è un contratto di appalto stipulato fra l’appaltatore ed un terzo, avente ad oggetto l’esecuzione della stessa opera assunti dal primo nei confronti del committente. Il subappalto è possibile solo se autorizzato dal committente.

La subfornitura

È un contratto con il quale le grandi imprese affidano ad altre imprese (di norma medio piccole) alcune fasi della lavorazione dei propri prodotti o la lavorazione di determinate componenti degli stessi o anche l’intero prodotto.

Si caratterizza per il fatto che il subfornitore agisce secondo le direttive del committente, si avvale delle tecnologie di quest’ultimo ed è assoggettato a controlli sulla qualità dei prodotti realizzati.

Si ha un contratto di subfornitura quando:

• un imprenditore si impegna ad effettuare per conto di un’impresa committente lavorazioni su prodotti semilavorati o su materie prime fornite dalla committente o si impegna a fornire all’impresa prodotti o servizi;

• le prestazioni del subfornitore devono essere conformi a progetti esecutivi, conoscenze tecniche e tecnologiche, modelli o prototipi forniti dall’impresa committente.

Il contratto deve essere stipulato in forma scritta a pena di nullità.

È nullo il patto che consenta ad una delle parti di modificare unilateralmente le clausole del contratto di subfornitura. È inoltre nullo il patto che attribuisce a una delle parti di un contratto di subfornitura a esecuzione continuata o periodica la facoltà di recesso senza congruo preavviso.

Il subfornitore è responsabile del funzionamento e della qualità della parte o dell’assemblaggio da lui prodotti o del servizio reso. Non è invece responsabile per difetti di materiali o di attrezzi fornitigli dal committente.

Capitolo trentesimo. Il contratto di trasporto

Nozione. Tipi

Con il contratto di trasporto, una parte (vettore) si obbliga, verso corrispettivo, a trasportare persone o cose da un luogo a un altro. Oggetto del contratta di trasporto è quindi l’esecuzione di un servizio qualificato: il trasferimento nello spazio di persone o cose. Il codice civile è integralmente applicabile solo il trasporto terrestre su strada in quanto il trasporto marittimo e il trasporto aereo sono specificamente regolati dal codice della navigazione e il trasporto ferroviario è disciplinato da apposite leggi speciali.

Pubblici servizi di linea

I servizi di linea sono gestiti da imprese (pubbliche e private) in regime di concessione amministrativa.

Il concessionario:

• è obbligato ad accettare le richieste di trasporto che siano compatibili con i mezzi ordinari dell’impresa;

• deve rispettare la parità di trattamento fra i diversi richiedenti.

Specifica dei pubblici servizi di linea è la disposizione secondo cui, in caso di più richieste simultanee, deve essere preferita quella di percorso maggiore.

Il trasporto di persone

La conclusione del contratto è di regola accompagnata dal rilascio di un biglietto di viaggio (è un documento di legittimazione).

Il vettore si obbliga, oltre a trasportare l’avente diritto, anche a farlo arrivare indenne al luogo di arrivo e ad evitare perdite o avaria alle cose che il viaggiatore porta con sé. Ne consegue che il vettore:

• è responsabile per il ritardo o la mancata esecuzione del trasporto;

• è responsabile dei sinistri che colpiscono il viaggiatore durante il trasporto e della perdita/avaria del bagaglio se non prova di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno.

Sono nulle le clausole che limitano la responsabilità del vettore per i sinistri che colpiscono la persona del viaggiatore.

Il trasporto di cose

Il trasporto di cose è contratto consensuale concluso fra il mittente e il vettore.

Il mittente è tenuto a fornire al vettore tutte le indicazioni necessarie per l’individuazione della cosa da trasportare e per l’esecuzione del trasporto (c.d. lettera di vettura): il vettore è tenuto a rilasciarne un duplicato allo scopo di provare il ricevimento della merce da trasportare.

Obbligo fondamentale del mittente è quello di pagare il corrispettivo del trasporto, salvo che con apposita clausola questo non sia stato posto a carico del destinatario (porto assegnato).

Obbligazione fondamentale del vettore è quella di eseguire il trasporto secondo le modalità convenute e di consegnare la merce al destinatario, dandogli prontamente avviso dell’arrivo.

Il vettore risponde per la mancata esecuzione del trasporto o per il ritardo nell’esecuzione ed è inoltre responsabile per la perdita e per l’avaria delle cose consegnategli, dal momento in cui le riceve al momento in cui le consegna al destinatario (responsabilità ex recepto).

Trasporto con pluralità di vettori

Non sempre un singolo vettore è in grado di eseguire con la propria organizzazione l’intero trasporto dalla partenza all’arrivo. È necessaria perciò la cooperazione di altri vettori. Questa cooperazione può avvenire con il subtrasporto, il trasporto con rispedizione e trasporto cumulativo.

Nel trasporto con subtrasporto il primo vettore si impegna direttamente verso il mittente ad eseguire l’intero trasporto. Per la parte di percorso cui non può provvedere direttamente si avvale però di altri vettori, con i quali stipula altrettanti contratti di trasporto in nome e per conto proprio, assumendo così nei loro confronti la veste giuridica del mittente.

Nel trasporto con rispedizione il vettore si obbliga verso il mittente a eseguire il trasporto per una parte del percorso complessivo e a stipulare poi per i tratti successivi uno o più contratti di trasporto con altri vettori, in nome proprio ma per

conto del mittente (ogni vettore è responsabile del trasporto solo per il proprio percorso).

Nel trasporto cumulativo, più vettori si obbligano con un unico contratto ad eseguire il trasporto fino al luogo di destinazione, ciascuno per un tratto dell’intero percorso.

Nel trasporto cumulativo di persone è agevole accertare in quale percorso si è verificato un eventuale sinistro; in quello di cose invece, per la difficoltà di provare in quale tratto di percorso si è verificato il sinistro, i vettori sono responsabili in solido dell’intero percorso.

Capitolo trentunesimo. Deposito nei magazzini generali

Nozione. Disciplina

I magazzini generali sono imprese di custodia di merci e derrate soggette a specifica regolamentazione e a controllo della pubblica amministrazione. Il magazzino assume l’obbligo di custodire le cose mobili ricevute e di restituirle in natura.

Il magazzino generale è infatti responsabile a meno che non provi che la perdita, il calo o l’avaria della merce siano derivati da caso fortuito, dalla natura delle merci o da vizi delle stesse o dell’imballaggio. Perciò i danni derivanti da cause ignote sono a suo carico.

Fede di deposito e nota di pegno

A richiesta del depositante, i magazzini generali devono rilasciare una fede di deposito della merce cui è unita la nota di pegno.

La fede di deposito è un titolo di credito all’ordine rappresentativo della merce depositata. Attribuisce al possessore legittimo il diritto alla riconsegna della merce (può anche essere trasferito).

La nota di pegno attesta che sulla merce depositata non sussiste diritto di pegno. La nota di pegno può essere utilizzata dal possessore del doppio titolo per ottenere un finanziamento garantito da pegno sulle merci depositate (a tal fine stacca la nota di pegno dalla fede di deposito). La fede di deposito priva della nota di pegno indica che sulla merce è stato costituito un diritto di pegno.

Capitolo trentaduesimo. Il mandato

Nozione. Tipi

Il mandato è il contratto con il quale una parte (mandatario) si obbliga a compiere uno o più atti giuridici per conto dell’altra parte (mandante). Ad esempio: acquistare o vendere beni; assumere obbligazioni; eseguire pagamenti o riscuotere crediti. Il tutto

per conto del mandante, sul quale ricadono gli effetti negativi e positivi dell’attività gestoria del mandatario.

Il mandato è quindi un contratto di cooperazione giuridica esterna, cui tipicamente si ricorre quando un soggetto non può o non vuole provvedere di persona alla cura dei propri interessi.

Il mandato può essere conferito a più mandatari. Ciascun mandatario agisce disgiuntamente dagli altri, salvo che non sia indicato che devono agire congiuntamente.

Il mandato può essere anche collettivo; cioè conferito da più mandanti ad uno stesso mandatario con atto unico e per un affare di interesse comune.

Il mandato è di regola conferito nell’interesse del mandante, ma può essere conferito anche nell’interesse del mandatario.

Mandato con e senza rappresentanza

Il mandato è con rappresentanza quando il mandatario è legittimato ad agire in nome e per conto del mandante. Tutti gli effetti degli atti posti in essere dal mandatario si producono direttamente in testa a quest’ultimo.

Per abilitare il mandatario ad agire in nome del mandante è necessaria la procura.

Il mandato è di per sé senza rappresentanza (il mandatario agisce per conto del mandante ma in nome proprio).

Il mandatario senza rappresentanza acquista diritti e assume obblighi derivanti dagli atti compiuti con i terzi, anche se questi hanno avuto conoscenza del mandato (i terzi non hanno alcun rapporto col mandante). Nel mandato senza rappresentanza, gli effetti degli atti posti in essere dal mandatario sono imputati direttamente al mandatario e non al mandante.

Per i crediti il mandante, sostituendosi al mandatario, può esercitare i diritti di credito derivanti dall’esecuzione del mandato, senza pregiudicare i diritti che spettano al mandatario.

Quando il mandato ha per oggetto l’acquisto di beni mobili, il mandante può rivendicare le cose mobili acquistate per suo conto dal mandatario che ha agito in nome proprio.

In caso di acquisto del mandatario dal terzo si ha un doppio trasferimento automatico e contestuale (dal terzo al mandatario e dal mandatario al mandante).

Obbligazioni del mandatario

Egli deve eseguire il mandato con diligenza, rispettando i limiti fissati nel mandato. Deve rispettare le istruzioni ricevute dal mandante, operando in modo da realizzare al meglio l’interesse del mandante, rendendo note a tal fine le circostanze sopravvenute che possono determinare la revoca o la modifica del mandato.

Eseguito il mandato, deve darne comunicazione al mandante, anche per consentirgli di valutare se l’incarico è stato eseguito correttamente.

Conclusa l’attività gestoria, il mandatario deve rendere al mandante il conto del suo operato.

Il mandatario non risponde verso il mandante delle obbligazioni assunte dai terzi con i quali ha contrattato.

Il mandatario può eseguire il mandato anche a mezzo di un’altra persona (sostituto). A tal fine è necessaria l’autorizzazione del mandante.

Obbligazioni del mandante

Oltre a corrispondere al mandatario il compenso pattuito, il mandante:

• deve somministrare i mezzi necessari al mandatario per l’esecuzione del mandato;

• deve rimborsargli le somme dallo stesso anticipate con gli interessi legali;

• deve risarcire i danni che il mandatario ha subito a causa dell’incarico.

Il mandatario ha diritto di privilegio sulle cose del mandante che detiene per l’esecuzione del mandato.

Estinzione del mandato

Il mandante può revocare in ogni momento l’incarico conferito al mandatario, dandogli un congruo preavviso se il mandato è a tempo indeterminato.

Il mandato è revocabile anche se le parti hanno stabilito che è irrevocabile.

Il mandatario può rinunziare al mandato conferitogli, ma deve risarcire i danni al mandante se non ricorre una giusta causa.

Il mandato si estingue in caso di morte, interdizione o inabilitazione del mandante o del mandatario. Vi sono però eccezioni a questa regola:

• il mandato non si estingue quando ha per oggetto atti pertinenti all’esercizio dell’impresa e questa è continuata;

• non si estingue per la morte o la sopravvenuta incapacità del mandante quando è stato conferito anche nell’interesse del mandatario o di un terzo.

Il mandato si estingue anche in caso di fallimento del mandatario.

Commissione e spedizione

Sono sottotipi di mandato senza rappresentanza.

La commissione è un mandato che ha per oggetto esclusivo l’acquisto o la vendita di beni, per conto del committente ed in nome del commissionario. Il commissionario deve concludere contratti di compravendita in nome proprio e per conto del committente. Ha diritto ad un compenso (provvigione).

Se la commissione ha per oggetto titoli, divise o merci aventi un prezzo ufficiale di mercato, il commissionario può rendersi contraente in proprio.

Il commissionario ha ugualmente diritto alla provvigione, come se avesse eseguito il mandato regolarmente.

Con lo star del credere il commissionario si rende responsabile nei confronti del committente per l’esecuzione dell’affare e per l’adempimento delle obbligazioni assunte dal terzo contraente nei suoi confronti.

La spedizione è un contratto di mandato con il quale lo spedizioniere si obbliga a concludere in nome proprio e per conto del mandante un contratto di trasporto.

È netta perciò la distinzione fra trasporto e spedizione. Il vettore esegue il trasporto; lo spedizioniere si obbliga a stipulare con un vettore un contratto di trasporto, per conto del mandante.

La legge consente che lo spedizioniere provveda direttamente all’esecuzione parziale o totale del trasporto (figura dello spedizioniere-vettore).

Capitolo trentatreesimo. Il contratto di agenzia. La mediazione

Il contratto di agenzia

Nel contratto d’agenzia una parte (agente) assume stabilmente e verso retribuzione, l’incarico di promuovere contratti in una zona determinata.

L’agente assume il nome di rappresentante di commercio quando, oltre a promuoverli, ha anche il potere di concluderli direttamente in nome e per conto del preponente. La funzione tipica degli agenti è quella di consentire la distribuzione capillare dei prodotti altrui prendendo contratti con la clientela di una determinata zona e stimolandone gli ordini.

L’agente di commercio opera avvalendosi di una propria autonoma organizzazione e a proprio rischio (è un lavoratore autonomo).

L’attività di agente e di rappresentante di commercio può essere esercitata solo dagli iscritti in appositi ruoli tenuti dalle camere di commercio.

La disciplina

Il contratto di agenzia può essere concluso anche verbalmente o per fatti concludenti (deve essere provato per iscritto).

Di regola comporta un diritto reciproco di esclusiva per la zona prefissata, e cioè: il preponente non può avvalersi contemporaneamente di più agenti nella stessa zona e per lo stesso ramo di attività; nel contempo, all’agente è vietato di trattare nella stessa zona e per lo stesso ramo, gli affari di più imprese in concorrenza fra loro.

Obbligo fondamentale dell’agente è quello di promuovere, nella zona assegnatali, la conclusione di contratti per conto del preponente. Deve agire con lealtà e buona fede e deve informare il preponente sulla situazione del mercato e sulla convenienza dei singoli affari preposti; non può concedere sconti e dilazioni senza autorizzazione.

Il preponente può conferire all’agente la rappresentanza per la conclusione dei contratti, che allora saranno stipulati direttamente dall’agente.

Il fondamentale diritto dell’agente è quello al compenso (percentuale sull’importo degli affari).

Sull’agente grava integralmente il rischio della propria attività: di non trovare clienti, di non vedere accettati dal preponente gli affari proposti, del buon fine degli affari conclusi.

L’agente ha diritto alla provvigione anche per gli affari conclusi dopo lo scioglimento del rapporto se la conclusione è da ricondurre prevalentemente all’attività da lui svolta.

Vi sono obblighi di comportamento anche a carico del preponente, che è tenuto ad agire con lealtà e buona fede nei rapporti con l’agente. Deve inoltre informarlo, entro un termine ragionevole, dell’accettazione o del rifiuto di un affare procuratogli e della mancata esecuzione. Per il pagamento delle provvigioni, il preponente deve consegnare all’agente il relativo estratto conto.

Per quanto riguarda lo scioglimento del rapporto in un contratto d’agenzia a tempo indeterminato, ciascuna delle parti può recedere dal contratto dando preavviso all’altra parte (il preponente deve corrispondere all’agente un’indennità di fine rapporto). Per conseguire l’indennità di fine rapporto è necessario che, anche dopo lo scioglimento del rapporto, il preponente continui a ricevere sostanziali vantaggi dalle relazioni di affari con la clientela procurategli dall’agente.

L’indennità non è dovuta quando il rapporto si scioglie per cause imputabili all’agente (gravi inadempienze e recesso senza giusta causa).

Il patto con cui si limita la concorrenza da parte dell’agente dopo lo scioglimento del contratto (zona, clientela e genere di beni) non può superare i due anni.

La mediazione

È mediatore colui che mette in relazione due o più parti per la conclusione di un affare senza essere legato ad alcuna di esse da rapporti di collaborazione, di dipendenza o di rappresentanza.

Funzione tipica del mediatore è quella di mettere in contatto fra loro i potenziali contraenti e tale funzione può essere svolta dal mediatore sia spontaneamente sia su incarico di una o di entrambe le parti. Queste sono libere di concludere o meno l’affare e il mediatore ha diritto al compenso (provvigione) per il solo fatto che l’affare si è concluso per effetto del suo intervento.

Chi esercita attività, anche occasionale o discontinua, di mediatore deve essere iscritto presso le camere di commercio.

La disciplina

Il diritto del mediatore alla provvigione matura con la conclusione dell’affare (è necessario che sia stato concluso per effetto del suo intervento).

L’ammontare della provvigione (dovuta al mediatore da ciascuna delle parti) è determinata, in mancanza di accordo, dalle camere di commercio.

Il mediatore ha l’obbligo di formazione nei confronti delle parti riguardo a circostanze che possono influire sulla conclusione dell’affare.

Il mediatore è responsabile per l’esecuzione del contratto quando tace ad un contraente il nome dell’altro (es. quando vuole impedire che le parti si conoscano, per evitare che le stesse concludano successivi affari senza servirsi della sua opera).

Capitolo trentaquattresimo. I contratti bancari

Impresa bancaria ed operazioni bancarie

Le imprese bancarie sono imprese commerciali la cui attività tipica consiste nella raccolta del risparmio fra il pubblico e nell’esercizio del credito. Le operazioni di raccolta del risparmio sono passive (indebitamento verso i clienti); quelle di concessione di credito sono operazioni attive. Le altre operazioni si definiscono accessorie o servizi bancari.

L’attività complessiva delle banche è sottoposta ad una disciplina pubblicistica che prevede:

• l’autorizzazione della banca d’Italia per accedere all’attività bancaria;

• una struttura giuridica della s.p.a. o della società cooperativa per azioni;

• precise clausole da inserire nello statuto della società e delle imprese bancarie;

• precise modalità di organizzazione e di esercizio dell’attività bancaria.

Le operazioni bancarie nel codice civile

Il codice si limita a regolare solo alcune delle tipiche operazioni poste in essere dalle banche all’epoca della codificazione.

La regolamentazione dei contratti bancari è rimasta affidata in larga parte alle norme bancarie uniformi (condizioni generali di contratto predisposte dall’ABI, associazioni bancaria italiana).

La disciplina generale dei contratti bancari

La legge 154/1992 ha introdotto una serie di obblighi di comportamento volti ad assicurare adeguata trasparenza alle condizioni contrattuali praticate dalle banche e dagli altri intermediari finanziari.

Le banche devono rendere note al pubblico le condizioni economiche delle condizioni e dei servizi offerti, mediante un avviso affisso nei locali e fogli informativi a disposizione dei clienti.

I contratti devono essere redatti per iscritto, a pena di nullità.

La legge fissa un contenuto minimo obbligatorio dei contratti in modo da offrire al cliente un quadro chiaro delle condizioni economiche praticate dalla banca (sono nulle le clausole che prevedono condizioni economiche più sfavorevoli per i clienti rispetto a quelle pubblicizzate).

Nei contratti di durata può essere pattuita la facoltà della banca di modificare unilateralmente le condizioni contrattuali (in presenza di un giustificato motivo). Le variazioni contrattuali devono essere comunicate al cliente, il quale può recedere senza spese entro 60 giorni dalla comunicazione (può esercitare questo diritto sempre, non solo in queste circostanze).

È fatto obbligo alla banca (nei contratti di durata) di fornire per iscritto, almeno una volta all’anno, un rendiconto e un documento di sintesi delle principali condizioni contrattuali.

I depositi bancari

Il deposito di denaro è la principale operazione passiva delle banche. La banca acquista la proprietà della somma ricevuta in deposito e si obbliga a restituirla nella stessa specie monetaria alla scadenza del termine convenuto (deposito vincolato) o a richiesta del depositante (deposito libero) con o senza preavviso.

Il tasso di interesse sulle somme depositate devono risultare dal contratto e non può essere inferiore a quello predeterminato dalla banca per quella determinata categoria di depositi.

I depositi semplici non possono essere alimentati da successivi versamenti e non prevedono la possibilità di prelevamenti parziali prima della scadenza, facoltà che sono in possesso del detentore di depositi a risparmio. Il libretto di risparmio è un documento che attesta l’esistenza del deposito di risparmio e le annotazioni in esso riportate dall’impiegato della banca fanno piena prova nei rapporti fra banca e depositante.

Nei libretti nominativi i prelevamenti possono essere effettuati solo dall’intestatario del libretto o da un suo rappresentante.

I libretti nominativi pagabili al portatore consentono il prelevamento anche a un soggetto diverso dall’intestatario.

Nei libretti al portatore, il possesso del libretto abilita alla riscossione delle somme depositate.

L’apertura di credito

L’apertura di credito è il contratto con il quale la banca si obbliga a tenere a disposizione dell’altra parte una somma di denaro per un dato periodo di tempo o a tempo indeterminato.

Il cliente può utilizzare la somma messagli a disposizione dalla banca in una o più volte; può inoltre ripristinare la disponibilità con successivi versamenti.

L’apertura di credito può essere allo scoperto o assistita da garanzie reali o personali a favore della banca. Le garanzie che assistono all’apertura di credito non si estinguono fino alla fine del rapporto.

Nell’apertura di credito a tempo determinato, la banca può recedere anticipatamente se sussiste una giusta causa (la banca deve concedere un termine di 15 giorni per la restituzione delle somme utilizzate).

Nell’apertura di credito a tempo indeterminato, la banca può recedere tranquillamente dando però un preavviso di almeno 15 giorni (periodo in cui il cliente può continuare ad utilizzare il credito, restituendo alla scadenza le somme prestate).

L’anticipazione bancaria

L’anticipazione bancaria è un’operazione di finanziamento garantita da pegno. La garanzia offerta alla banca è costituita da titoli o merci di valore accettabile. L’ammontare del credito concesso dalla banca è proporzionale al valore dei titoli o delle merci dati in pegno.

La banca può richiedere un supplemento di garanzia se il valore delle cose date in pegno diminuisce di un decimo rispetto a quello iniziale.

Si ha anticipazione propria quando le merci o i titoli sono costituiti in pegno regolare. La banca non può disporre delle cose ricevute in pegno e alla scadenza dovrà restituire i titoli e la merce.

L’anticipazione è impropria quando i titoli sono costituiti in pegno irregolare (i titoli non sono stati individuati o è stata concessa alla banca la facoltà di disporne). Alla scadenza la banca restituirà solo i titoli dello stesso genere per la parte eccedente l’ammontare della somma ancora dovuta dal cliente.

Lo sconto

Lo sconto è il contratto con il quale la banca (scontante) anticipa al cliente (scontatario) l’importo di un credito verso terzi non ancora scaduto, decurtato dell’interesse. Il cliente a sua volta cede alla banca, salvo buon fine, il credito stesso (es. sconto di cambiale).

La funzione dello sconto è quella di monetizzare prima della scadenza il credito concesso da un imprenditore al suo cliente. La banca a sua volta lucra la differenza fra il valore nominale del credito e la somma anticipata al cliente (della banca). L’interesse è calcolato a partire dalla data dello sconto fino a quella della scadenza del credito.

La banca è tutelata contro il rischio di inadempimento del debitore ceduto. Per legge infatti il credito le è ceduto salvo buon fine (pro solvendo).

Operazioni bancarie in conto corrente e conto corrente bancario

Il deposito bancario, l’apertura di credito le altre operazioni bancarie possono essere regolate in conto corrente ed è stabilito che in tal caso il correntista può disporre qualsiasi momento delle somme risultante a suo credito, salvo l’osservanza del termine di preavviso eventualmente previsto.

Il regolamento in conto corrente comporta due effetti essenziali:

• la banca apre un conto intestato al cliente nel quale vengono annotati tutti i versamenti e i prelevamenti. La differenza determina l’ammontare del credito di cui il cliente può disporre in ogni momento;

• il cliente può disporre delle somme (oltre che in contanti) anche mediante l’emissione di assegni bancari e può alimentare il credito disponibile anche mediante il versamento di assegni da riscuotere.

Il conto corrente bancario presenta due significative differenze rispetto alle singole operazioni regolate in conto corrente. Il rapporto iniziale costitutivo della disponibilità può essere costituito indifferentemente da un deposito bancario, da un’apertura di credito o da entrambi.

La banca è tenuta ad eseguire non solo gli ordini di pagamento a terzi ad essa impartiti mediante l’emissione di assegni bancari, ma anche ogni altro ordine di pagamento (rimesse, bonifici, giroconti).

La banca è inoltre tenuta a ricevere per conto del correntista tutti i versamenti disposti da terzi a favore dello stesso e ad eseguire gli specifici incarichi di riscossione di crediti verso terzi che le siano di9 volta in volta conferiti.

È possibile inoltre trasferire dei fondi da un correntista (ordinante) ad un altro correntista (beneficiario) senza movimento fisico di denaro, mediante giroconto bancario (cioè con semplici annotazioni contabili effettuate dalla banca).

La disciplina del conto corrente bancario

L’apertura del conto è accompagnata dal carnet di assegni che il cliente deve custodire con diligenza. Il titolare del conto deve depositare la propria firma (e quella delle eventuali persone autorizzate a rappresentarlo) per consentire alla banca di controllare l’autenticità.

Tutti i movimenti derivanti dalle operazioni fra banca e cliente sono regolati mediante scritturazioni contabili: gli addebiti (prelevanti in contanti, pagamenti di assegni bancari,…) riducono il credito disponibile; gli accrediti (versamenti in contanti, rimesse di terzi, anticipazioni bancarie,…) incrementano il credito disponibile.

Si distingue fra saldo contabile determinato dalle annotazioni in conto fra le diverse operazioni; saldo disponibile che indica l’ammontare giornaliero del credito di cui il cliente può disporre e saldo per valute che rileva solo per il conteggio degli interessi.

In base alla disciplina generale dei contratti bancari, sia il tasso di interesse a favore del cliente sia quello degli interessi a favore della banca (ovviamente più elevato), devono essere indicati nel contratto.

Con uno specifico intervento legislativo è stata posta fine anche al fenomeno dell’anatocismo a favore esclusivo delle banche. Infatti, mentre gli interessi su saldo attivo dei conti per il cliente venivano accreditati e capitalizzati annualmente, i conti che risultavano debitori venivano invece chiusi di regola trimestralmente e sempre trimestralmente la banca addebitava gli interessi (ora è assicurata la tessa periodicità nel conteggio degli interessi debitori e creditori).

Il conto corrente bancario è di regola contratto a tempo indeterminato. Il cliente ha diritto ad essere informato con periodicità almeno annuale sullo svolgimento del rapporto, mediante l’invio da parte della banca di un estratto conto.

Il conto corrente può essere intestato a più persone, con la facoltà di operare congiuntamente o disgiuntamente in quest’ultimo caso gli intestatari sono considerati dalla banca creditori e creditori in solido. La banca può perciò liberarsi pagando il saldo a uno qualsiasi dei contestatari e questi restano obbligati in solido verso la banca per eventuali scoperti anche se solo imputabili ad uno qualsiasi dei contestatari. Nel conto a intestazione congiunta, gli atti di disposizione devono provenire da tutti i cointestatari; i versamenti possono essere fatti anche separatamente.

Un soggetto può avere con la stessa banca più rapporti e più conti: questi restano fra loro distinti e autonomi; se un conto presenta un saldo attivo per il cliente ed altro un saldo passivo, i relativi saldi si compensano reciprocamente.

Ciascuna delle parti può recedere dando un preavviso (un giorno). Il recesso della banca rende immediatamente esigibile il saldo passivo. Il conto corrente bancario si scioglie anche per il fallimento del correntista ed in tal caso non solo il conto è normalmente in rosso, ma sovente accade che lo stesso presentava un saldo passivo già prima della dichiarazione di fallimento.

Le garanzie bancarie omnibus

L’esigenza della banca di assicurarsi il recupero del credito comunque concesso al cliente ha determinato il diffondersi nella pratica di peculiari forme di garanzia (personali e reali) fra le quali spiccano per la loro diffusione la fideiussione omnibus e il pegno omnibus.

La fideiussione omnibus è una garanzia personale che assicura alla banca l’adempimento di qualsiasi obbligazione, anche futura, assunta dal cliente garantito.

La posizione del fideiussore è particolarmente gravosa in quanto si trova a dover garantire una serie di obbligazioni non determinate al momento della concessione della fideiussione. Riguardo questo punto è stato stabilito dal legislatore che nella fideiussione per le obbligazioni future deve essere stabilito l’importo massimo garantito. Il fideiussore è tenuto a pagare immediatamente alla banca, a semplice richiesta scritta, quanto dovutole.

Il pegno omnibus, ispirato dalla medesima finalità di rafforzare la tutela della banca, è previsto da apposita clausola. I beni costituiti in pegno a garanzia di un determinato rapporto possono essere utilizzati dalla banca a garanzia di tutti i crediti, presenti e futuri, vantati dalla stessa nei confronti del cliente.

Le garanzie bancarie autonome

Fenomeno largamente diffuso è anche l’intervento di una banca come garante.

La banca garante si obbliga a pagare a prima richiesta, cioè senza che il beneficiario sia tenuto a provare l’inadempimento della controparte e senza poter opporre eccezioni relative all’esistenza e/o all’esigibilità del credito. La banca si obbliga inoltre a pagare anche se le obbligazioni del debitore principale non è venuta ad esistenza o è divenuta successivamente impossibile.

La banca non solo copre l’inadempimento del debitore, ma assicura in ogni caso la soddisfazione dell’interesse economico del beneficiario della garanzia.

Si riconosce che, in caso di comportamento doloso del beneficiario (es. la garanzia è stata azionata nonostante l’avvenuto pagamento), la banca escussa possa (e debba) ottenere, anche con provvedimento d’urgenza, la sospensione giudiziale della garanzia.

I servizi di custodia. Il deposito titoli in amministrazione

Le banche offrono alla clientela il servizio di custodia di titoli (in amministrazione) e valori (cassette di sicurezza).

Nel deposito titoli in amministrazione la banca, oltre a custodire i titoli ricevuti, assume l’incarico di provvedere all’esercizio di tutti i diritti inerenti ai titoli stessi.

È nullo il patto con il quale si esonera la banca dall’osservare l’ordinaria diligenza nell’amministrazione dei titoli.

Le cassette di sicurezza

Col servizio delle cassette di sicurezza la banca mette a disposizione uno scomparto metallico posto in locali corazzati custoditi dalla banca. Nella cassetta il cliente può riporre oggetti, titoli o valori. È munita di doppia chiave, una consegnata al cliente, l’altra custodita dalla banca. La banca non può assistere alle operazioni d’immissione e prelievo (il contenuto resta perciò ignoto alla banca).

La banca risponde verso l’utente per l’idoneità e la custodia dei locali e per l’integrità della cassetta, salvo caso fortuito.

Sull’utente incombe l’onere di provare il valore del contenuto della cassetta ai fini della determinazione del danno risarcibile.

È imposto al cliente da parte della banca di dichiarare il valore massimo dei beni che intende custodire onde consentire alla banca di dotarsi di adeguata copertura amministrativa.

Capitolo trentacinquesimo. L’intermediazione finanziaria

Premessa

L’intermediazione finanziaria riguarda quell’insieme di operazioni (leasing, factoring, carte di credito,…) prevalentemente svolte da imprese bancarie o da società controllate dalle banche stesse.

L’esercizio nei confronti del pubblico di una o più delle attività indicate è riservato agli intermediari iscritti in un apposito elenco generale tenuto dall’ufficio italiano cambi, il quale dà comunicazione dell’iscrizione alla Banca d’Italia e alla Consob.

Il leasing

Il leasing soddisfa una specifica esigenza delle imprese: quella di disporre dei beni strumentali necessari per l’attività produttiva senza esseri costretti ad immobilizzare ingenti capitali per l’acquisto.

È un contratto che intercorre fra un impresa finanziaria specializzata e chi ha bisogno di beni strumentali per la propria impresa (risulta funzionale soprattutto per beni strumentali a rapida obsolescenza).

Si è sviluppato anche un leasing di beni di consumo durevoli (leasing di consumo) ed il leasing di beni immobili (stabilimenti industriali o studi professionali).

Il leasing è articolato in tre tecniche operative: il leasing finanziario (il più diffuso), il leasing operativo e il lease-back.

Il leasing finanziario

Il leasing finanziario è concluso nell’ambito di un’operazione trilaterale alla quale partecipano la società di leasing (concedente), l’impresa interessata all’utilizzo del bene (utilizzatore) ed un’impresa che produce o distribuisce il bene stesso (fornitore).

L’impresa di leasing acquista dal fornitore il bene desiderato dall’utilizzatore e lo cede in godimento a quest’ultimo stipulando un contratto che prevede:

• il godimento concesso per un periodo di tempo determinato che nel leasing di beni strumentali tende a coincidere con la vita tecnica del bene;

• la corresponsione di un canone periodico come corrispettivo del godimento;

• la facoltà per l’utilizzatore di acquistare la proprietà del bene alla scadenza del contratto pagando un prezzo predeterminato.

Alla fine del contratto l’utilizzatore può scegliere se acquistare il bene, restituirlo o rinnovare il contratto. Tutti i rischi connessi al godimento del bene sono a carico dell’utilizzatore.

Le clausole che regolano la risoluzione del contratto per inadempimento dell’utilizzatore prevedono che l’impresa di leasing:

• ha diritto di chiedere la risoluzione del contratto anche in mancanza del pagamento di un solo canone;

• ha diritto di trattenere integralmente i canoni riscossi.

Nel leasing di beni di consumo durevoli o nel leasing mobiliare, il bene conserva un valore finale non trascurabile e risulta agevolmente vendibile a terzi.

Nel leasing di godimento l’impresa di leasing può trattenere i canoni riscossi ed esigere a titolo di risarcimento danni i canoni ulteriori e il prezzo di opzione. Nel leasing traslativo l’utilizzatore dovrà corrispondere un equo compenso per l’uso ed il risarcimento dei danni nella misura quantificata dal giudice.

In caso di fallimento dell’utilizzatore, il contratto rimane sospeso finché il curatore non decide se subentrarvi o risolverlo.

Se il curatore opta per lo scioglimento del contratto, il concedente ha diritto alla restituzione del bene e può trattenere i canoni già riscossi.

In caso di fallimento del concedente il contratto prosegue automaticamente e l’utilizzatore conserva la facoltà di acquistare il bene alla scadenza pagando i canoni e il prezzo pattuito.

Il leasing operativo. Il leasing di ritorno (lease-back)

Nel leasing operativo i beni sono concessi in godimento direttamente dal produttore, che si obbliga anche a fornire una serie di servizi collaterali. Il leasing operativo ha in genere per oggetto beni strumentali standardizzati.

Nel leasing di ritorno (lease-back) un imprenditore vende propri beni ad una società di leasing che ne paga il prezzo. Nel contempo, quest’ultima stipula con il venditore un contratto di leasing avente ad oggetto gli stessi beni (che restano perciò nella disponibilità del venditore).

Il lease-back può costituire un utile strumento di finanziamento alternativo per un imprenditore che si trova in temporanea difficoltà economica.

Il factoring

Sono imprese specializzate nella gestione dei crediti d’impresa e che offrono con un unico contratto di durata servizi relativi alla tenuta della contabilità debitori, alla gestione dell’incasso dei crediti, all’eventuale concessione di anticipazioni sull’importo dei crediti ed eventuale assunzione a proprio carico del rischio di insolvenza.

Nella prassi operativa italiana, il factoring è stato strutturato utilizzando l’istituto della cessione del credito. Si può stipulare un contratto di factoring se ricorrono le seguenti condizioni: il cedente è un imprenditore; i crediti ceduti sorgono da contratti stipulati dal cedente nell’esercizio dell’attività d’impresa; il cessionario è una banca o un intermediario finanziario il cui oggetto sociale prevede l’esercizio dell’attività di acquisto di crediti d’impresa.

Ricevuti i crediti (presenti e futuri) dall’impresa cedente, il factor si obbliga a gestirli e riscuoterli, in quanto si caratterizza per la prestazione di ulteriori servizi che non si esauriscono nella sola cessione del credito.

Nell’accordo di factoring deve essere specificato il debitore ceduto.

L’accordo di cessione globale determina l’automatico trasferimento di crediti ceduti al factor man mano che gli stessi vengono ad esistenza (il fornitore dovrà consegnare al factor i documenti probatori dei crediti ceduti e notificare al debitore l’avvenuta cessione). La cessione avviene di regola pro solvendo (il cedente garantisce la solvenza del debitore ceduto).

La cartolarizzazione dei crediti

L’operazione di cartolarizzazione dei crediti risponde allo scopo di facilitare lo smobilizzo di masse notevoli di crediti mediante l’incorporazione di titoli di credito di massa destinati ad essere per lo più sottoscritti da investitori professionali. L’emittente i titoli risponde del pagamento degli stessi non con tutto il suo patrimonio, ma esclusivamente col flusso finanziario derivante dai crediti che sono a base dell’operazione di cartolarizzazione.

Operazioni di questo tipo sono utilizzate dalle banche secondo due modalità:

• cessione dei crediti ad una società veicolo che li acquista finanziandosi con i titoli emessi sul mercato e che vincola al pagamento degli stessi solo la massa dei creditori ceduti;

• cessione dei crediti ad un fondo comune di investimento chiuso avente ad oggetto crediti.

I titoli emessi dalla società di cartolarizzazione sono titoli di massa che incorporano un diritto di credito e sono pertanto titoli obbligazionari.

I crediti relativi a ciascuna operazione costituiscono patrimonio separato a tutti gli effetti da quello della società e da quello relativo alle altre operazioni.

Le carte di credito

Le carte di credito sono documenti (tessere) che consentono al titolare di acquistare beni o servizi senza pagamento immediato del prezzo.

Le carte di credito trilaterali sono emesse da imprese specializzate nella gestione di tale servizio che consiste in un’attività di intermediazione nei pagamenti.

L’emittente la carta di credito paga infatti ai fornitori quanto loro dovuto dai titolari della carta per merci e servizi acquistati; a scadenze periodiche si fa poi rimborsare da questi ultimi quanto pagato ai primi per loro conto. Per il servizio reso percepisce un compenso sia dai fornitori (esercizi convenzionati), sia dagli acquirenti (titolari della carta).

Con la convenzione di rilascio il titolare della carta è legittimato dietro il pagamento di un canone annuo piuttosto modesto, ad utilizzare la stessa per effettuare acquisti presso gli esercizi convenzionati senza il pagamento del prezzo.

Il titolare si obbliga a rimborsare mensilmente quanto pagato per suo conto (decurtato di una percentuale a titolo di compenso per il servizio: il disaggio), dietro invio dell’estratto conto del periodo.

L’uso abusivo delle carte di credito è sanzionato penalmente.

La moneta elettronica

La moneta elettronica è un valore monetario rappresentato da un credito nei confronti dell’emittente, memorizzato su un dispositivo elettronico ed accettato come mezzo di pagamento da soggetti diversi dall’emittente stesso.

La sua emissione avviene dietro versamento da parte del richiedente dell’importo corrispondente, più una commissione per remunerare il servizio. L’emittente “carica” quindi l’importo disponibile su una tessera di plastica dotata di banda magnetica (borsellino elettronico), mediante la quale è possibile effettuare pagamenti presso gli esercizi commerciali convenzionati.

Si tratta quindi di una carta prepagata che permette di ridurre i rischi di uso abusivo della stessa.

Capitolo trentaseiesimo. L’intermediazione mobiliare

A) I servizi d’investimento

Le società di intermediazione mobiliare

I servizi d’investimento comprendono una serie di attività che hanno per oggetto valori mobiliari ed altri strumenti finanziari: compravendita degli stessi; collocamento sul mercato di nuove emissioni; gestione di patrimoni mobiliari; raccolta di ordini di acquisto o di vendita. Queste operazioni in passato erano svolte da una serie di soggetti solo in parte regolamentati e sottoposti a vigilanza.

Con la riforma del 1991, ispirata dalla duplice finalità di migliorare l’efficienza dei mercati mobiliari e di tutelare gli investitori, viene introdotta una nuova categoria di soggetti a cui spetta lo svolgimento di queste operazioni: le società di intermediazione mobiliare (Sim).

Le Sim sono costituite esclusivamente in forma di s.p.a. (soggette a liquidazione coatta amministrativa, con esclusione del fallimento), sono soggette a revisione contabile obbligatoria e sono sottoposte alla vigilanza della Consob e della Banca d’Italia per assicurarne la trasparenza e la correttezza dei comportamenti nonché la sana e prudente gestione. devono operare in modo che i clienti siano sempre adeguatamente informati (utilizzando comunicazioni pubblicitarie e promozionali corrette e non fuorvianti). Devono inoltre adottare ogni misura per identificare i conflitti d’interesse che potrebbero insorgere con il cliente e gestire tali situazioni in modo da evitare che incidano negativamente sull’interesse dei clienti.

Tutti i contratti relativi ai servizi d’investimento devono essere redatti in forma scritta a pena di nullità (che può essere fatta valere solo dal cliente).

Gli strumenti finanziari ed il denaro dei singoli clienti costituiscono patrimonio distinto da quello dell’intermediario e degli altri clienti; sullo stesso non possono quindi agire i creditori dell’intermediario.

Nell’offerta al pubblico di servizi fuori sede, la Sim e gli altri soggetti autorizzati devono avvalersi esclusivamente dell’opera di promotori finanziari (possono essere ausiliari, autonomi e subordinati).

La gestione di portafogli

Con tale operazione il cliente affida all’intermediario una determinata somma perché la investa in strumenti finanziari secondo criteri concordati con il cliente o secondo modelli standardizzati. Gli strumenti finanziari sono acquistati in nome e per conto del cliente (mandato con rappresentanza) e detenuti in deposito regolare dall’intermediario, o in nome proprio e per conto del cliente. Sono poi gestiti attraverso successive operazioni di investimento e disinvestimento tese a incrementare il valore del patrimonio mobiliare.

Il cliente può sempre impartire istruzioni vincolanti sulle operazioni da effettuare e deve poter recedere dal contratto in ogni momento.

Il patrimonio conferito in gestione dal singolo cliente costituisce patrimonio separato da quello dell’impresa d’investimento e degli altri clienti.

B) Gli organismi di investimento collettivo

Caratteri generali

Gli organismi di investimento collettivo investono in strumenti finanziari o in altre attività di denaro raccolto fra il pubblico dei risparmiatori operando secondo criteri di gestione fondati sul principio della ripartizione dei rischi.

Consentono una gestione di massa del risparmio raccolto; consentono di attenuare i rischi dell’investimento azionario attraverso una diversificazione dei titoli in portafoglio. Inoltre, se l’organismo collettivo è di tipo aperto, è possibile ottenere in ogni momento il rimborso del capitale (incoraggiando così l’investimento azionario dei piccoli risparmiatori).

Gli organismi di investimento collettivo del risparmio possono assumere due diverse forme giuridiche: fondi comuni di investimento e società di investimento a capitale variabile.

In entrambe le configurazioni è presente una s.p.a. che ha per oggetto l’investimento collettivo del risparmio raccolto secondo il principio della ripartizione dei rischi.

Nei fondi comuni gli investitori non diventano soci della società, ma le somme versate costituiscono un patrimonio autonomo (il fondo comune) da quello della società di gestione che lo amministra. Gli investitori ricevono quote di partecipazione al fondo. Nelle società di investimento a capitale variabile (Sicav) l’investimento da parte dei risparmiatori avviene attraverso al sottoscrizione delle azioni emesse da tale società. Quindi è lo stesso patrimonio della società ad essere investito in strumenti finanziari o

altri beni. La variabilità del capitale sociale consente agli azionisti di recedere in ogni momento senza che occorra la riduzione del capitale.

I fondi comuni di investimento. Struttura. Tipologia

Il fondo comune di investimento è un fondo istituito e gestito nell’interesse dei partecipanti da società specializzate in tale attività. Il fondo comune è un patrimonio autonomo di pertinenza di una pluralità di partecipanti e le somme versate da questi ultimi sono investite dalla società di gestione in strumenti finanziari (custoditi presso una banca).

Le quote di partecipazione al fondo sono tutte di uguale valore e attribuiscono uguali diritti. La gestione del fondo è sottoposta a controlli affidati alla banca depositaria, alla società di revisione, alla banca d’Italia e alla Consob.

Nei fondi aperti gli investitori possono sottoscrivere in ogni momento le quote del fondo e hanno il diritto di chiedere in ogni momento il rimborso delle quote.

I fondi di investimento chiusi sono caratterizzati dalla mancanza di libertà dei partecipanti di entrata e di uscita, propria dei fondi aperti.

L’ammontare del fondo è predeterminato al momento della sua istituzione e deve essere raccolto mediante l’emissione di quote di partecipazione che devono essere sottoscritte entro 18 mesi. Il diritto di rimborso viene riconosciuto solo a scadenze predeterminate.

La disciplina

L’istituzione dei fondi comuni d’investimento è riservata alle società di gestione di risparmio (Sgr).

Esse devono essere preventivamente autorizzate allo svolgimento dell’attività dalla banca d’Italia sentita la Consob, e sono sottoposte alla relativa vigilanza. Le Sgr svolgono anche attività come la gestione di portafogli di investimento, consulenza, gestione fondi pensione,…

La società di gestione è investita del potere di decidere tutti gli atti di amministrazione e di disposizione del patrimonio del fondo, operando con diligenza e trasparenza in modo da ridurre il rischio di conflitti di interesse anche tra i patrimoni gestiti.

La contabilità della società di gestione e quella del fondo comune sono soggette a revisione contabile obbligatoria.

I fondi pensione

I fondi pensione sono forme di previdenza collettiva introdotte per erogare ai lavoratori e ai liberi professionisti trattamenti pensionistici integrativi di quelli corrisposti dal sistema pubblico. La loro costituzione può essere prevista dagli accordi collettivi di lavoro, da accordi fra lavoratori autonomi o da enti o imprese.

I fondi pensione sono finanziati con contributi dei datori di lavoro e dei lavoratori che vi aderiscono. Con la riforma del 2005, i lavoratori dipendenti possono conferirvi anche il TFR.

Il loro patrimonio è investito in valori mobiliari o altre attività finanziarie.

Le società di investimento a capitale variabile

Le Sicav sono società per azioni che hanno per oggetto esclusivo l’investimento collettivo in strumenti finanziari del patrimonio raccolto mediante l’offerta al pubblico di proprie azioni.

L’attività svolta coincide con quella dei fondi comuni di investimento aperti (agli investitori sono offerte azioni della stessa società). Gli investitori, entrando a far parte del patrimonio della società, contribuiscono all’aumento del capitale sociale. Il disinvestimento è possibile in ogni momento e avviene con il rimborso delle azioni e la riduzione del capitale (che è appunto variabile).

Il capitale sociale iniziale deve essere di almeno un milione di euro e deve essere interamente versato dai soci fondatori all’atto della costituzione.

L’aumento del capitale, conseguente all’ingresso di nuovi soci, avviene in via continuativa con l’emissione di nuove azioni.

Per incentivare l’investimento, le azioni possono essere nominative (ogni azione attribuisce un voto) o al portatore (un solo voto per ogni socio) a scelta del sottoscrittore.

Essendo la Sicav una società costituita da una massa mutevole di soci scarsamente propensi a partecipare alle assemblee, sono soppressi i quorum costitutivi dell’assemblea ordinaria (che può deliberare quale che sia la parte del capitale sociale intervenuto).

Le Sicav non possono investire in beni immobili e diritti reali immobiliari, in crediti e titoli rappresentativi di crediti.

C) L’offerta al pubblico di prodotti finanziari

Nozione. Disciplina

Costituisce offerta al pubblico di prodotti finanziari ogni comunicazione rivolta a persone che presenti sufficienti informazioni sulle condizioni dell’offerta e dei prodotti finanziari offerti così da mettere un investitore in grado di decidere di acquistare o di sottoscrivere tali prodotti finanziari.

Coloro che intendono effettuare un’offerta al pubblico di strumenti finanziari devono prima pubblicare un prospetto informativo che deve prima essere approvato dalla Consob. Il prospetto deve contenere le informazioni necessarie affinché gli investitori possono pervenire ad un fondato giudizio sull’investimento proposto, sui diritti ad esso connessi e sui relativi rischi.

La Consob è investita di ampi poteri regolamentari al fine di assicurare il corretto svolgimento dell’offerta. Essa infatti definisce la modalità di svolgimento dell’offerta anche al fine di assicurare la parità di trattamento dei destinatari. Individua inoltre le norme di correttezza che sono tenuti a osservare l’offerente, l’emittente e chi colloca i prodotti finanziari, nonché coloro che si trovano in rapporto di controllo con tali soggetti.

Capitolo trentasettesimo. Mercato mobiliare e contratti di borsa

Il mercato mobiliare

L’organizzazione e la regolamentazione di un mercato dei valori mobiliari e degli altri strumenti finanziari risponde al duplice scopo di agevolare (attraverso la tipizzazione e la concentrazione delle negoziazioni) la conclusione e l’esecuzione dei relativi contratti di compravendita e di consentire la formazione di prezzi ufficiali significativi degli strumenti finanziari scambiati.

Il più antico e il più importante mercato mobiliare regolamentato italiano è la borsa valori. In essa vengono negoziati titoli di massa largamente diffusi fra il pubblico (azioni di società, obbligazioni,…) ammessi alle quotazioni e altri strumenti finanziari collegati a titoli quotati.

L’organizzazione e la gestione dei mercati sono disciplinati da un regolamento deliberato dall’assemblea ordinaria della società di gestione.

La Consob autorizza l’esercizio dell’attività dei mercati regolamentati; vigila inoltre su quelli esistenti al fine di assicurare la trasparenza del mercato, l’ordinato svolgimento delle negoziazioni e la tutela degli investitori.

I contratti di borsa

I contratti di borsa sono contratti standardizzati che hanno per oggetto il trasferimento della proprietà di un determinato quantitativo di valori mobiliari (azioni, obbligazioni, quote di fondi comuni,…) individuati solo nel genere (es. mille azioni Fiat ordinarie), la cui esecuzione (individuazione e consegna delle azioni, pagamento del prezzo) è differita ad una scadenza predeterminata.

I contratti di borsa si atteggiano perciò come vendite a termine di azioni. Sono contratti standardizzati: i tipi di contratti ammessi e i quantitativi minimi negoziabili sono stabiliti dal regolamento del mercato.

Chi intenda acquistare o vendere titoli acquistati in borsa è tenuto perciò a rivolgersi ad uno degli intermediari abilitati, conferendogli un apposito incarico scritto di acquisto o di vendita (c.d. ordine di borsa). A partire dal 1996, la negoziazione dei titoli in borsa è effettuata con un sistema telematico che collega in un unico mercato nazionale gli operatori autorizzati. I contratti di borsa sono stipulati direttamente dagli intermediari fra di loro, in nome proprio e per conto dei rispettivi clienti.

L’insolvenza di mercato di uno dei soggetti ammessi alle negoziazioni è dichiarata dalla Consob e determina l’immediata liquidazione dei contratti dell’insolvente non ancora scaduti.

Contratti a contanti e a termine

Secondo le modalità di determinazione del termine di esecuzione (c.d. liquidazione) i contratti di borsa si distinguono in contratti a contanti e a termine.

La compravendita a contanti deve essere eseguita entro un termine massimo che decorre dalla conclusione di ciascun contratto (attualmente fissato in tre giorni dal regolamento di borsa); non si ha comunque lo scambio immediato dei titoli contro il prezzo. La liquidazione per compensazione dei contratti a contanti avviene con cadenza giornaliera e il relativo servizio di compensazione e liquidazione determina il saldo a debito o a credito di ciascun intermediario.

Per i titoli quotati in borsa era in passato possibile anche la stipulazione di contratti a termine e di contratti a premio su singoli titoli azionari. Nei contratti a termine la liquidazione era unica per tutti i contratti conclusi in un determinato periodo (mese di borsa) e avveniva con cadenza mensile in un giorno fissato dal calendario di Borsa, con la consegna dei titoli e il pagamento del prezzo del giorno in cui il contratto era stato concluso. Nella liquidazione dei contratti a premio il compratore o il venditore a termine si riservava, dietro pagamento di un corrispettivo (premio) il diritto di non darvi esecuzione.

Nel 2003 è stato istituito il mercato per la negoziazione degli strumenti finanziari derivati (idem). In tale mercato i tradizionali contratti a termine sono stati sostituiti con i contratti futures (contratto con il quale le parti si obbligano a scambiarsi alla scadenza un certo quantitativo di attività finanziarie, a un prezzo prestabilito; quelli a premio dai contratti di opzione. Una delle parti, dietro pagamento di un premio, acquisisce la facoltà di acquistare o di vendere un certo quantitativo di determinate attività finanziarie a un prezzo stabilito, entro un termine concordato o alla scadenza dello stesso.

I covered-warrant sono strumenti finanziari dematerializzati ed emessi in serie che incorporano un contratto di opzione, di acquisto e di vendita avente ad oggetto azioni, altre attività finanziarie, indici o altre merci.

I certificati sono strumenti finanziari dematerializzati emessi in serie, il cui valore varia in dipendenza dall’andamento di un’attività assunta come parametro di riferimento.

Il riporto

Il riporto è il contratto con il quale una parte trasferisce in proprietà all’altra parte titoli di credito di una data specie per un determinato prezzo. Nel contempo questi si obbliga a trasferire al primo, ad una determinata scadenza, la proprietà di altrettanti titoli della stessa specie, verso rimborso di un prezzo che può essere aumentato o diminuito nella misura convenuta.

Capitolo trentottesimo. Il contratto di assicurazione

Contratto ed imprese di assicurazione

L’assicurazione è il contratto con il quale l’assicuratore si obbliga, verso pagamento di un premio, a rivalere l’assicurato, entro i limiti convenuti, del danno ad esso prodotto

da un sinistro (assicurazione contro i danni); oppure a pagare un capitale o una rendita al verificarsi di un evento attinente alla vita umana (assicurazione sulla vita).

L’assicuratore opera secondo specifiche regole tecniche, basate sul calcolo delle probabilità, che gli consentono di neutralizzare i rischi assunti con i singoli contratti.

È un contratto puramente aleatorio se si considera il verificarsi di un singolo evento. Quando invece un soggetto assume professionalmente una gran massa di rischi omogenei (furto, incendio, morte,…) occorre applicare la statistica dei grandi numeri per determinare la probabilità media del verificarsi di un determinato evento.

L’assicuratore è perciò in grado di stabilire qual è il rischio medio e su tale rischio può basarsi per determinare il corrispettivo premio dovutogli dal singolo assicurato. L’insieme dei premi incassati per ciascuna classe di rischi consente di formare un fondo patrimoniale sufficiente a risarcire gli assicurati.

Il contratto di assicurazione consente la neutralizzazione del rischio per entrambi i contraenti, attraverso l'inserimento del singolo rischio in una massa di rischi omogenei.

L’attività assicurativa può essere esercitata solo da s.p.a., società cooperative per azioni e società di mutua assicurazione. L’inizio dell’attività è subordinato all’autorizzazione dell’Isvap (istituto che svolge attività di vigilanza sulle imprese di assicurazione).

Per salvaguardare gli assicurati dal rischio di insolvenza è prescritta la costituzione, con i premi raccolti, di speciali fondi (riserve tecniche) per far fronte agli impegni futuri.

I tipi di assicurazione

L’assicurazione contro i danni è dominata dal principio indennitario. L’indennizzo dovuto dall’assicuratore non può superare il danno sofferto dall’assicurato.

L’assicurazione sulla vita è sottratta all’applicazione del principio indennitario: il capitale o la rendita assicurata possono essere liberamente determinati dalla parti e sono in ogni caso dovuti dall’assicuratore al verificarsi dell’evento previsto.

La disciplina generale: il rischio e il premio

Il rischio è la possibilità che si verifichi un determinato evento futuro ed incerto. Il rischio dedotto in contratto deve in ogni caso esistere oggettivamente.

Il contratto di assicurazione è nullo se il rischio non è mai esistito o è cessato di esistere prima della conclusione del contratto.

Si vi è stato dolo o anche solo colpa grave da parte dell’assicurato, l’assicuratore può chiedere l’annullamento del contratto.

Il premio è il corrispettivo dovuto all’assicuratore. È costituito dal premio puro (calcolato secondo criteri matematici) e dal compenso aggiuntivo dovuto all’assicuratore per il servizio reso. Deve essere pagato anticipatamente.

Il contraente può agire in veste di rappresentante dell’assicurato (in suo nome e per suo conto); tutti gli effetti del contratto si producono direttamente in testa all’assicurato.

Quando il contratto è stipulato da un rappresentante senza poteri, l’interessato può ratificare il contratto anche dopo la scadenza o il verificarsi del sinistro, fruendo ugualmente della copertura assicurativa. Il rappresentante senza poteri è tenuto personalmente a pagare i premi e ad osservare gli altri obblighi derivanti dal contratto fin quando l’interessato non abbia ratificato il contratto o non abbia rifiutato la ratifica.

Il contratto di assicurazione è un contratto consensuale ma deve essere provato per iscritto (l’assicuratore rilascia la polizza).

L’assicurazione contro i danni

L’assicurazione contro i danni copre i rischi cui sono esposti determinati beni o diritti dell’assicurato (assicurazione di cose); può coprire anche il rischio cui è esposto l’intero patrimonio (assicurazione di patrimoni).

Secondo il principio indennitario, può assicurarsi solo chi ha un interesse economico esposto al rischio dedotto in contratto.

L’assicuratore è tenuto a risarcire soltanto il danno effettivamente subito dall’assicurato in conseguenza del sinistro (costituito dalla sola perdita subita e non anche dal mancato guadagno).

L’indennizzo non può superare il valore che le cose danneggiate hanno al tempo del sinistro.

Nell’ipotesi che la cosa assicurata abbia al momento del sinistro un valore superiore a quello dichiarato nel contratto, i danni eccedenti la somma assicurata restano a carico dell’assicurato mentre l’assicuratore dovrà risarcire la parte proporzionale del rischio coperto (es. una cosa che vale 200 è assicurata per 100; se subisce un danno di 50, l’assicuratore corrisponderà 25).

È obbligo dell’assicurato dare un pronto avviso all’assicuratore del sinistro; deve inoltre fare quanto gli è possibile per evitare o diminuire il danno. L’inosservanza dolosa di questi obblighi comporta la perdita del diritto di indennità.

Se sono state stipulate più assicurazioni per la copertura dello stesso rischio, l’assicurato deve rendere noti a ciascun assicuratore i contratti stipulati con gli altri e chiedere a ciascuno l’indennità dovuta secondo i rispettivi contratti, ma la somma complessiva riscossa non può superare l’entità del danno.

Diversa dalla pluralità di assicurazioni è la coassicurazione; si ha quando più assicuratori assumono ciascuno una quota del rischio dell’assicurato.

L’assicurazione della responsabilità civile

Con l’assicurazione della responsabilità civile, l’assicuratore si obbliga, nei limiti della somma prevista dal contratto (cd. massimale), a tenere indenne l’assicurato di quanto questi dovrà pagare a terzi a titolo di risarcimento danni a causa di eventi che comportano una responsabilità civile dell’assicurato stesso, esclusa la responsabilità dovuta a fatti dolosi.

L’assicuratore ha la facoltà di pagare direttamente al terzo danneggiato ed è obbligato al pagamento diretto solo se l’assicurato lo richiede.

Nell’assicurazione della responsabilità civile automobilistica, il terzo danneggiato ha azione diretta verso l’assicuratore nei limiti dei massimali di polizza.

L’attuale disciplina prescrive che in alcuni casi l’azione diretta contro l’assicuratore del danneggiante sia sostituita dalla procedura di risarcimento diretto: il danneggiato deve rivolgere la richiesta di risarcimento al proprio assicuratore. Quest’ultimo provvede alla liquidazione dei danni per conto dell’impresa di assicurazione del danneggiante, nei confronti della quale eserciterà l’azione di rivalsa.

Si ha risarcimento diretto solo in caso di sinistro avvenuto in Italia fra due veicoli a motore, identificati ed assicurati, da cui siano scaturiti solo danni a cose o lievi danni ai conducenti.

Il danneggiato non può promuovere azione giudiziaria nei confronti dell’assicuratore e del danneggiante prima che siano trascorsi 60 giorni dalla richiesta di risarcimento danni (90 giorni se il sinistro ha causato lesioni personali).

L’assicurazione sulla vita

Nell’assicurazione sulla vita l’assicuratore si obbliga a pagare al beneficiario un capitale o una rendita al verificarsi di un evento attinente alla vita umana. Tale evento può consistere nella morte dell’assicurato o di un terzo (assicurazione per il caso di morte) o nella sopravvivenza dell’assicurato o di un terzo ad una certa età (assicurazione per il caso di vita o di sopravvivenza).

L’assicurazione sulla vita può essere stipulata anche sulla vita di un terzo ma l’assicurazione non è valida se questi non ha acconsentito. E ciò al fine di evitare che tale forma di assicurazione costituisca un incentivo all’omicidio per lucrare l’indennità.

Con il riscatto l’assicurato risolve il contratto e riceve subito una quota dei premi versati. Nell’assicurazione a favore di un terzo, questi può essere designato beneficiario del contratto. La designazione è sempre revocabile, salvo che il contraente abbia rinunciato per iscritto al potere di revoca ed il beneficiario abbia dichiarato di voler approfittare del beneficio. La designazione non ha effetto qualora il beneficiario attenti alla vita dell’assicurato.

Capitolo trentanovesimo. L’associazione in partecipazione

Nozione

L’associazione in partecipazione è il contratto con il quale una parte (associante) attribuisce all’altra (associato) una partecipazione agli utili della sua impresa o di uno o più affari, verso il corrispettivo di un determinato apporto.

L’apporto dell’associato è per lo più costituito da una forma di denaro. Il contratto permette all’associante, di regola un imprenditore, di reperire mezzi finanziari per lo svolgimento della propria attività o anche per il compimento di determinate operazioni

economiche, senza gravarsi di oneri fissi. L’associato è esposto anche al rischio di perdere il capitale apportato dato che partecipa anche alle perdite dell’impresa dell’associante, sia pure solo nei limiti dell’apporto.

Disciplina

I terzi acquistano diritti ed assumono obbligazioni verso l’associante, al quale spetta la gestione esclusiva dell’impresa. L’associato ha diritto a ricevere un rendiconto dell’affare compiuto per poter controllare i risultati della gestione.

La quota spettante all’associato è proporzionale al valore dell’apporto.

Il contratto di associazione in partecipazione può essere stipulato con una pluralità di associati.

Parte quarta – TITOLI DI CREDITO

Capitolo quarantesimo. Titoli di credito in generale

Premessa

I titoli di credito sono documenti destinati alla circolazione che attribuiscono il diritto ad una determinata prestazione. Questi documenti possono essere titoli di credito in senso stretto (assegno bancario, cambiale), titoli di credito rappresentativi di merci (polizza di carico per merci depositate) e titoli di partecipazione (azioni di società e quote di partecipazione).

Si fa un ulteriore distinzione fra titoli individuali (che vengono emessi per una distinta operazione) e titoli di massa (che rappresentano frazioni di uguale valore nominale di un’unitaria operazione economica).

Alcuni titoli di credito presuppongono un determinato rapporto giuridico (titoli causali). Per altri invece il rapporto giuridico che da luogo alla loro emissione può variamente atteggiarsi (titoli astratti).

Funzione e caratteri essenziali dei titoli di credito

La loro funzione è quella di rendere più semplice, rapida e sicura la circolazione dei diritti di credito.

Nel titolo di credito il diritto è incoro parto nel documento e quindi chi acquista la proprietà del documento diventa titolare del diritto in esso menzionato. Il possessore in buona fede di un titolo di credito acquista il relativo diritto anche se acquista il titolo da chi non è titolare del credito.

Chi ha conseguito il possesso materiale del titolo di credito, nelle forme prescritte dalla legge, è senz’altro legittimato all’esercizio del diritto cartolare. Può cioè pretendere dal debitore la prestazione senza essere tenuto a provare l’acquisto della proprietà del titolo e della titolarità del diritto (funzione di legittimazione del titolo di credito).

Il titolo di credito è un documento necessario e sufficiente per la costituzione, la circolazione e l’esercizio del diritto letterale e autonomo in esso incorporato.

La creazione del titolo di credito: rapporto cartolare e rapporto fondamentale

La creazione ed il rilascio del titolo di credito trovano giustificazione in un preesistente rapporto fra emittente e primo prenditore (il cosiddetto rapporto fondamentale) ed in un accordo fra gli stessi con cui si conviene di fissare nel titolo di credito la prestazione dovuta dal primo al secondo in base a tale rapporto.

La dichiarazione risultante dal titolo di credito costituisce il rapporto cartolare ed il diritto dalla stessa riconosciuto al prenditore del titolo costituisce il diritto cartolare destinato a circolare.

Titoli di credito astratti e causali

Sono titoli di credito astratti quelli che possono essere emessi in base ad un qualsiasi rapporto fondamentale e che non contengono alcuna menzione del rapporto che ha dato luogo alla loro emissione (es. cambiale, assegno).

Sono invece titoli causali quelli che possono essere emessi solo in base ad un determinato tipo di rapporto fondamentale (azioni, obbligazioni di società,…).

Nei titoli astratti il contenuto del diritto cartolare è determinato esclusivamente dalla lettera del titolo: manca ogni riferimento al rapporto fondamentale che ha dato luogo all’emissione ed anche se apparisse è per legge irrilevante (sono titoli a letteralità completa).

Nei titoli causali i contenuti del diritto cartolare è determinato non solo dalla lettera del titolo, ma anche dalla disciplina legale del rapporto obbligatorio tipico richiamato nel documento (sono titoli a letteralità incompleta).

La circolazione dei titoli di credito

C’è distinzione fra titolarità del diritto cartolare e legittimazione all’esercizio dello stesso: titolare del diritto cartolare è il proprietario del titolo; legittimato al suo esercizio è invece il possessore del titolo nelle forme prescritte dalla legge.

Le qualità di proprietario-titolare e di possessore-legittimato di regola circolano congiuntamente e coincidono nella stessa persona.

Si ha circolazione regolare quando il titolo viene trasferito dal proprietario ad altro soggetto in forza di un valido negozio di trasmissione (che di regola trova fondamento in un rapporto causale fra le parti).

Si ha circolazione irregolare quando non è sorretta da un valido negozio di trasferimento (furto di un titolo di credito). In tal caso il possessore del titolo non

acquista la proprietà del titolo e la titolarità del diritto, che restano al derubato. Egli ha però la possibilità di esercitare di fatto il diritto e fare circolare ulteriormente il titolo. Si ha quindi dissociazione fra titolarità e legittimazione.

Chi ha acquistato in buona fede il possesso del titolo diventa proprietario dello stesso e titolare del diritto cartolare riportato. La sua posizione è inattaccabile dall’ex proprietario spogliato, che potrà esercitare l’azione di risarcimento nei confronti di colui che gli ha sottratto il titolo.

La legge di circolazione. I titoli al portatore

In base alla legge di circolazione i titoli di credito si distinguono in titoli al portatore, all’ordine e nominativi.

Quelli al portatore recano la clausola “al portatore” e circolano mediante la semplice consegna del titolo. Il possessore è legittimato all’esercizio del diritto in esso menzionato in base alla sola presentazione del titolo al debitore. Possono essere al portatore: gli assegni bancari, i libretti di deposito, le azioni di risparmio, le quote di partecipazione,…

I titoli all’ordine

I titoli all’ordine sono titoli intestati ad una persona determinata. Circolano mediante consegna del titolo accompagnato dalla girata. Il possessore del titolo all’ordine si legittima in base ad una serie continua di girate: è necessario che il nome di ogni girante corrisponda a quello del giratario della girata precedente (il debitore è tenuto a controllare solo la regolarità formale delle girate). Sono titoli di credito all’ordine: la cambiale, l’assegno bancario, l’assegno circolare, i titoli rappresentativi di merci.

La girata è una dichiarazione scritta sul titolo (di regola sul retro) e sottoscritta, con la quale l’attuale possessore (girante) ordina al debitore cartolare di adempiere nei confronti di un altro soggetto (giratario).

La girata è piena quando contiene il nome del giratario; la forma consueta è “per me pagate a…”, con la sottoscrizione del girante. La girata è in bianco quando non contiene il nome del giratario (di regola costituita dalla sola firma del girante). Chi riceve un titolo girato in bianco può: riempire la girata col proprio nome o col nome di un'altra persona, girare di nuovo il titolo in pieno o in bianco; trasmettere il titolo ad un terzo senza riempire la girata e senza apporne una nuova.

Nella girata per procura, il giratario assume la veste di rappresentante per l’incasso del girante; il girante non può ulteriormente girare il titolo se non per procura.

La girata a titolo di pegno (girata in garanzia) attribuisce al giratario un diritto di pegno sul titolo, a garanzia di un credito che il giratario stesso vanta nei confronti del girante.

I titoli nominativi

I titoli nominativi sono titoli intestati ad una persona determinata. L’intestazione deve risultare sia dal titolo che da un apposito registro tenuto dall’emittente (doppia

intestazione). Il possessore di un titolo nominativo è perciò legittimato all’esercizio dei relativi diritti per effetto della doppia intestazione a suo favore.

Possono essere titoli nominativi: le obbligazioni, le quote di partecipazione a fondi comuni di investimento, i titoli del debito pubblico.

Vi sono due diverse procedure per il trasferimento della legittimazione.

Una prima procedura prevede il cambio contestuale delle due intestazioni, a cura e sotto la responsabilità dell’emittente (transfert). Il transfert può essere richiesto sia dall’alienante sia dall’acquirente.

Più diffusa è la seconda forma di trasferimento: il trasferimento mediante girata. Nel trasferimento per girata la doppia annotazione è eseguita da soggetti diversi ed in tempi diversi: l’annotazione sul titolo (girata) è fatta dall’alienante; quella nel registro dell’emittente, ad opera di quest’ultimo e si rende necessaria solo quando l’acquirente voglia esercitare i relativi diritti (l’acquirente può trasferire ad altri il titolo).

L’esercizio del diritto cartolare. La legittimazione

Il possessore di un titolo di credito ha diritto alla prestazione in esso indicata verso presentazione del titolo (legittimazione attiva). È così spostato sul debitore l’onere di provare i difetti di titolarità, ove intenda resistere alla richiesta di adempimento.

Nel contempo, il debitore, che senza dolo o colpa grave adempia la prestazione nei confronti del possessore, è liberato anche se questi non è il titolare del diritto. La liberazione del debitore è quindi legittima anche quando, pur essendone a conoscenza, egli non disponga di mezzi di prova pronti e sicuri per contestare il difetto di titolarità o, quantomeno, non sia in grado di procurarseli con l’ordinaria diligenza.

Le eccezioni cartolari

Esistono eccezioni che il debitore cartolare può opporre al debitore del titolo per sottrarsi al pagamento; si distinguono in due grandi categorie: eccezioni reali ed eccezioni personali. Le prime sono opponibili a qualunque portatore del titolo. Le secondo sono invece opponibili solo ad un determinato portatore e non si ripercuotono sugli altri.

Danno luogo ad eccezioni reali: le eccezioni di forma (mancata osservanza dei requisiti formali del titolo); le eccezioni fondate sul contesto letterale del titolo (principiò della letteralità); la falsità della firma (es. firma apposta da un omonimo); difetto di capacità o di rappresentanza al momento dell’emissione del titolo; la mancanza delle condizioni necessarie per l’esercizio dell’azione.

Sono eccezioni personali tutte le eccezioni diverse da quelle reali, in particolare: le eccezioni derivanti dal rapporto fondamentale che ha dato luogo all’emissione del titolo, opponibili solo al primo prenditore; le eccezioni fondate su altri rapporti personali con i precedenti possessori; le eccezioni di difetto di titolarità del diritto cartolare.

L’ammortamento

A favore di colui che ha perso (smarrimento, sottrazione o distruzione) il possesso del titolo e la legittimazione sono apprestati rimedi che consentono di svincolare l’esercizio del diritto dal possesso del titolo.

Per i titoli all’ordine e nominativi è previsto l’istituto dell’ammortamento: è un procedimento diretto ad ottenere la dichiarazione giudiziale che il titolo originario non è più strumento di legittimazione; chi ha ottenuto l’ammortamento può infatti esigere il pagamento su presentazione del relativo decreto.

La procedura inizia con la denuncia al debitore della perdita del titolo e con il contestuale ricorso dell’ex possessore al presidente del tribunale, che pronuncia con decreto l’ammortamento. Dal momento della notifica il titolo perde la sua funzione di legittimazione e il debitore non è liberato se paga al detentore del titolo.

Documenti di legittimazione e titoli impropri

I titoli di credito vanno tenuti distinti dai documenti cha hanno solo una funzione di legittimazione.

I documenti di legittimazione servono solo ad identificare l’avente diritto alla prestazione (biglietti di viaggio, di cinema, della lotteria,…). Questi documenti legittimano il possessore semplicemente come titolare originario del diritto.

I titoli impropri consentono il trasferimento del diritto senza l’osservanza delle forme proprie della cessione, ma con gli effetti di quest’ultima.

La gestione accentrata dei titoli di massa

Esistono pericoli di smarrimento o di furto soprattutto dei titoli di massa diffusi tra il pubblico e che formano oggetto di intensa negoziazione. Da qui l’esigenza di rendere più sicuro il mercato dei titoli di massa a larga diffusione, attraverso l’adozione di meccanismi che consentano di ridurre il movimento materiale dei titoli e i relativi pericoli. A tale finalità risponde nel nostro ordinamento il sistema di gestione accentrata di strumenti finanziari rappresentati da titoli.

Il decreto legislativo 213/1998 ha introdotto la dematerializzazione dei titoli di massa con l’eliminazione del documento cartaceo sostituito da sistemi elettronici di scritturazione (per alcune categorie di strumenti finanziari).

Capitolo quarantunesimo. La cambiale

Cambiale tratta e vaglia cambiario

La cambiale è un titolo di credito la cui funzione tipica, anche se non esclusiva, è quella di differire il pagamento di una somma di denaro (è uno strumento di credito).

Esistono due tipi di cambiale: la cambiale tratta ed il vaglia cambiario (o pagherò cambiario).

Nella cambiale tratta una persona (traente) ordina ad un’altra persona (trattario) di pagare una somma di denaro al portatore del titolo. In essa figurano tre persone: il traente (che garantisce l’accettazione e il pagamento del titolo); il trattario (è l’obbligato principale in seguito all’accettazione); il prenditore (è il beneficiario dell’ordine di pagamento).

Nel vaglia cambiario figurano solo due persone: l’emittente (che promette il pagamento) e il prenditore (beneficiario).

La cambiale è un titolo di credito all’ordine; circola quindi mediante girata. Può anche essere emessa in bianco (manca un preesistente debito del traente o dell’emittente nei confronti del prenditore). La cambiale è inoltre un titolo rigorosamente formale ed è valido solo se presenta le indicazioni prescritte dalla legge. Può incorporare una pluralità di obbligazioni ed è inoltre assistita da particolari agevolazioni processuali, in modo da consentire al portatore di soddisfarsi in caso di mancato pagamento.

I requisiti formali della cambiale

La cambiale è un modulo bollato che contiene: la denominazione di cambiale; l’ordine incondizionato “pagherete a …” (cambiale tratta) o “pagherò a …” (vaglia cambiario); nome del trattario; luogo e data di nascita dell’emittente; il nome del primo prenditore; la data di emissione; la sottoscrizione autografa del traente.

Può contenere inoltre: le indicazioni della scadenza; il luogo di emissione; il luogo di pagamento.

La cambiale in bianco

È la cambiale sprovvista di uno dei requisiti essenziali (è sufficiente che siano presenti nel momento in cui il portatore chiede il pagamento).

All’emissione della cambiale in bianco si ricorre infatti quando alcuni dati cambiari non sono attualmente determinabili. Chi rilascia una cambiale in bianco resta esposto al rischio che la stessa sia riempita dal prenditore in modo difforme da quanto pattuito.

Il rischio è più grave se l’immediato prenditore, dopo aver completato il titolo in difformità degli accordi, lo giri ad un terzo. L’eccezione di abusivo riempimento non è opponibile al terzo possessore, se questi abbia acquistato la cambiale in buona fede.

Il portatore decade dal diritto di riempire la cambiale in bianco dopo tre anni dall’emissione del titolo.

Capacità e rappresentanza cambiaria

Il giudice tutelare può autorizzare il rappresentante legale del minore o dell’interdetto ad assumere obbligazioni cambiarie in loro nome.

L’obbligazione cambiaria può essere assunta anche a mezzo rappresentante. Questi deve far risultare dal titolo tale sua qualità utilizzando la formula per procura.

Il rappresentante cambiario senza poteri è per legge obbligato cambiariamente come se avesse firmato in proprio.

Le obbligazioni cambiarie

Nelle cambiali a pluralità di obbligazioni, l’invalidità della singola obbligazione cambiaria non incide sulla validità delle altre (sono indipendenti reciprocamente).

Inoltre, tutti gli obbligati cambiari sono obbligati in solido nei confronti del portatore del titolo alla scadenza (il portatore può chiedere a ciascuno di essi il pagamento di ciascuna somma).

Gli obbligati cambiari sono distinti in due categorie:

• gli obbligati diretti (emittente, accettante e loro avallanti), l’azione contro i quali non è soggetta a particolari formalità;

• gli obbligati di regresso (traente, giranti, loro avallanti), l’azione contro i quali è soggetta al verificarsi di determinate condizioni (es. rifiuto dell’accettazione o del pagamento).

Nei rapporti interni gli obbligati cambiari sono disposti per gradi (l’accettante è l’obbligato di primo grado).

L’accettazione della cambiale

È la dichiarazione con la quale il trattario si obbliga a pagare la cambiale alla scadenza. Con l’accettazione il trattario diventa obbligato principale (di primo grado) e diretto.

L’accettazione deve essere scritta sulla cambiale con le parole “accetto”, “visto”, con l’indicazione del luogo e della data di nascita.

L’accettazione di regola è incondizionata, ma può essere limitata a una parte della somma. Modifiche aggiuntive equivalgono a rifiuto dell’accettazione.

L’avallo

È una dichiarazione cambiaria con la quale un soggetto (avallante) garantisce il pagamento della cambiale per tutta o parte della somma. È una tipica garanzia cambiaria e può essere data per uno qualsiasi degli obbligati cambiari. Se manca l’indicazione di avallo, si intendono avallanti il traente e l’emittente.

L’avallante che paga la cambiale acquista i diritti ad essa inerenti contro l’avallato e contro coloro che sono cambiariamente obbligati verso quest’ultimo. Si possono avere anche più avallanti che operano verso lo stesso obbligato cambiario (coavallo).

La circolazione della cambiale

Il trasferimento della cambiale può essere escluso dal traente o dall’emittente, apponendo sul titolo la clausola “non all’ordine” o altra equivalente. In tal caso la cambiale è trasferibile solo nella forma di una cessione ordinaria.

I principi che regolano la circolazione della cambiale sono identici a quelli dettati per i titoli di credito in generale.

Con apposita clausola (ad es. “senza garanzia”), il girante può esonerarsi da ogni responsabilità cambiaria per l’accettazione e/o per il pagamento.

Il pagamento della cambiale

La disciplina del pagamento della cambiale ricalca le norme in tema di legittimazione dettate dal codice per i titoli all’ordine.

Legittimato a chiedere il pagamento è il portatore della cambiale che giustifica il suo diritto con una serie continua di girate.

Chi paga alla scadenza è tenuto a controllare solo la regolarità formale delle girate e la continuità delle stesse.

La cambiale deve essere presentata per il pagamento al trattario o all’emittente.

Il portatore non è tenuto a ricevere il pagamento prima della scadenza, ma non può rifiutare un pagamento parziale (gli obbligati di regresso restano responsabili per il residuo). Il pagamento per l’intero da diritto alla restituzione del titolo quietanzato dal portatore.

Le azioni cambiarie

In caso di rifiuto di pagamento, il portatore può agire contro tutti gli obbligati cambiari.

Esercitando l’azione diretta, il portatore deve osservare solo il termine di prescrizione di tre anni dalla scadenza della cambiale.

L’azione contro gli obbligati di regresso può essere esercitata alla scadenza se il pagamento non ha avuto luogo, o anche prima della scadenza se l’accettazione è stata rifiutata o in caso di fallimento del trattario o del traente. Negli altri casi l’esercizio dell’azione di regresso è subordinata alla constatazione del rifiuto di accettazione o di pagamento con un atto denominato protesto.

Il portatore è tenuto a dare avviso della mancata accettazione entro quattro giorni feriali successivi alla levata del protesto.

Rispettate le condizioni per l’esercizio dell’azione di regresso, il portatore può agire per l’intera somma cambiaria contro uno qualsiasi degli obbligati, senza essere tenuto a osservare l’ordine. L’azione di regresso è soggetta alla prescrizione di un anno, che decorre dalla data del protesto.

Il protesto

Sono abilitati alla levata del protesto i notai, gli ufficiali giudiziari e i loro aiutanti o i segretari comunali. I presentatori presentano il titolo, ne incassano l’importo o constatano il mancato pagamento. Nel secondo caso si procede alla redazione dell’atto da parte del notaio, con la sottoscrizione del presentatore.

I protesti sono pubblicati in un apposito registro informatico. L’illegittima levata del protesto può essere fonte di responsabilità per danni del creditore, per il discredito che arreca al debitore.

Il protesto può essere sostituito da una dichiarazione scritta di rifiuto dell’accettazione o del pagamento datata e sottoscritta dal trattario.

Il processo cambiario. Le eccezioni

Sono eccezioni oggettive quelle che possono essere opposte da tutti gli obbligati cambiari (es. eccezione di invalidità della cambiale per difetto dei requisiti formali).

Sono eccezioni soggettive quelle che possono essere opposte solo da un determinato obbligato (ad es. causa invalidità della singola obbligazione cambiaria).

Le azioni extracambiarie

L’emissione e la circolazione della cambiale trovano fondamento in un rapporto di debito fra chi dà e riceve il titolo. Per realizzare il proprio credito, il possessore della cambiale può esercitare anche l’azione causale nei confronti del debitore che è stato parte del relativo rapporto. Per poterla esercitare è necessario che siano accertati col protesto la mancata accettazione o pagamento della cambiale.

Può verificarsi che il portatore abbia perduto, per decadenza o prescrizione, tutte le azioni cambiarie. In tal caso può agire contro il traente, l’accettante o il girante esercitando l’azione di arricchimento cambiario (inquadrabile nell’azione di ingiustificato arricchimento).

Ammortamento

La disciplina di ammortamento della cambiale coincide sostanzialmente con quella dettata con i titoli di credito all’ordine.

Le cambiali finanziarie

Costituiscono uno strumento di finanziamento delle imprese che permette a queste di raccogliere fra il pubblico capitale di credito a breve termine, in alternativa al credito bancario (più costoso).

Sono titoli di credito con scadenza compresa fra i tre e i dodici mesi dalla data di emissione. La loro struttura è quella del pagherò cambiario e devono avere un taglio minimo di 50mila euro.

Devono essere indicati anche i proventi a favore del prenditore.

Le cambiali finanziarie possono essere girate esclusivamente con la clausola “senza garanzia”: questo agevola la sottoscrizione da parte dei risparmiatori, dato che essi potranno far circolare ulteriormente i titoli senza esporsi a responsabilità cambiaria.

Capitolo quarantaduesimo. L’assegno bancario

Nozione. Caratteri essenziali

L’assegno bancario è un titolo di credito che contiene l’ordine incondizionato diretto ad una banca di pagare a vista una somma determinata all’ordine di una determinata persona o la portatore.

Funzione tipica dell’assegno bancario è quella di consentire l’utilizzazione di somme disponibili presso una banca per effettuare pagamenti a terzi, evitando l’utilizzo materiale del denaro.

L’assegno bancario è redatto dal traente su appositi moduli prestampati fornitigli dalla banca e ha la stessa struttura della cambiale tratta. Figurano tre persone: il traente, che dà l’ordine di pagamento alla banca; la banca-trattaria alla quale l’ordine di pagamento è rivolto; il prenditore dell’assegno.

Diversa è però la funzione tipica dei due titoli: mentre l’assegno bancario è uno strumento di pagamento, la cambiale tratta è uno strumento di credito.

Nell’assegno bancario, trattatario può essere solo una banca. Non può essere accettato dalla banca trattaria ed è sempre pagabile a vista.

I requisiti dell’assegno bancario

È necessario distinguere i requisiti di validità dell’assegno bancario dai semplici requisiti di regolarità.

Costituiscono semplici requisiti di regolarità: l’esistenza presso la banca trattaria di fondi disponibili (per somma almeno pari all’importo dell’assegno emesso); l’esistenza di una convenzione che attribuisce al traente il diritto di disporre mediante assegni bancari di fondi disponibili.

Sono requisiti di validità: la denominazione di assegno bancario; l’ordine incondizionato di pagare una somma determinata; l’indicazione del trattatario e del luogo di pagamento; la data e il luogo di emissione e la sottoscrizione del traente.

La posizione della banca trattaria

L’assegno bancario non è suscettibile di accettazione. Conseguentemente la banca non può mai assumere la posizione di obbligato cambiario: uniche obbligazioni cambiarie sono del traente e degli eventuali giranti.

Esistono strumenti che consentono di tutelare, sia pure parzialmente, l’aspettativa di pagamento del portatore dell’assegno. A tal fine è previsto l’istituto del visto: questo ha l’effetto di accertare l’esistenza dei fondi e d’impedirne il ritiro da parte del traente prima della scadenza del termine di presentazione.

Il benefondi è la conferma dell’esistenza dei fondi da parte della banca trattaria, su richiesta della banca cui il titolo è girato per l’incasso. La banca trattaria sarà tenuta al risarcimento dei danni qualora abbia fornito informazioni inesatte. Con il benefondi con blocco la banca può bloccare i fondi corrispondenti all’ammontare dell’assegno, ma se questo risulterà regolare sarò costretta a pagarlo.

Circolazione. Avallo

La circolazione dell’assegno bancario all’ordine è regolato da norme che sostanzialmente coincidono con quelle dettate per la cambiale.

La circolazione dell’assegno al portatore è regolata dalle disposizioni generali del codice in tema di titoli al portatore.

Anche l’assegno bancario può essere garantita tramite avallo, ma si tratta di istituto desueto data la breve vita del titolo.

Il pagamento dell’assegno

L’assegno bancario è sempre pagabile a vista. L’eventuale postdatazione dell’assegno non impedisce al portatore di presentarlo anticipatamente per il pagamento, né alla banca di pagarlo.

Il termine per gli assegni emessi e pagabili in Italia è di otto giorni dalla data di emissione, se l’assegno è pagabile nello stesso comune in cui è emesso (quindici giorni se è pagabile solo in altro comune).

Il regresso per mancato pagamento

In caso di mancato pagamento da parte della banca trattaria il portatore dell’assegno può agire in regresso contro il traente, i giranti e i loro avallanti.

La presentazione del titolo alla banca trattaria nei termini di legge e la constatazione del rifiuto di pagamento mediante protesto non sono necessarie per l’esercizio dell’azione di regresso contro il traente, mentre lo sono per esercitare il diritto contro giranti e loro avallanti.

L’azione di regresso si prescrive in sei mesi dal termine di presentazione.

Assegno sbarrato, da accreditare, non trasferibile. Assegno turistico

L’assegno sbarrato è l’assegno cui vengono apposte due rette parallele sulla faccia anteriore. La sbarratura consente la circolazione dell’assegno circoscrivendo i soggetti legittimati ad incassarlo.

L’assegno da accreditare non può essere pagato in contanti, ma può essere regolato dalla banca trattaria solo mediante scritturazione contabile; presuppone quindi un preesistente rapporto del trattario con il soggetto che presenta il titolo.

Maggior sicurezza offre invece l’assegno non trasferibile: può essere pagato solo all’immediato prenditore o accreditato sul suo conto (il prenditore può comunque girarlo a una banca per la riscossione).

Gli assegni bancari di importo superiore ai 12.500 euro devono essere emessi con la clausola di non trasferibilità, al fine di prevenire operazioni di riciclaggio di denaro provenienti da reati.

La banca che paga a sé un assegno non trasferibile a persona diversa dall’originario prenditore, o dal banchiere giratario per l’incasso, risponde del pagamento.

L’assegno turistico è un assegno bancario che viene tratto da una banca su una propria filiale o corrispondente estera.

L’ammortamento

La disciplina è modellata su quella della cambiale.

La procedura di ammortamento è esclusa per l’assegno non trasferibile, dato che lo stesso non può circolare. Il prenditore ha diritto di ottenere un duplicato (a proprie spese) denunziandone lo smarrimento, la distruzione o la sottrazione sia al trattario sia al traente.

Capitolo quarantatreesimo. L’assegno circolare

Nozione e disciplina

È un titolo di credito all’ordine che contiene la promessa incondizionata della banca emittente di pagare a vista una somma di denaro.

La sua emissione avviene dietro versamento da parte del richiedente dell’importo corrispondente (è a copertura anticipata).

Nel caso di assegno bancario la banca non è cambiariamente obbligata al pagamento e pagherà la somma indicata nel titolo solo se sussiste la “copertura” (disponibilità di fondi utilizzabili dal cliente mediante l’assegno). In caso di assegno circolare è la banca che si impegna cambiariamente a pagare la somma portata da titolo; il possessore dell’assegno circolare non corre il rischio che l’assegno sia stato emesso a vuoto.

La banca può emettere assegni circolari solo per somme che siano presso di essa disponibili al momento dell’emissione.

Sono requisiti di validità dell’assegno circolare la denominazione di assegno circolare, la promessa incondizionata di pagare una somma determinata, l’indicazione del prenditore, data e luogo nel quale l’assegno è emesso, la sottoscrizione della banca emittente.

All’assegno circolare si applica in parte la disciplina del vaglia cambiario a vista, in parte la disciplina dell’assegno bancario.

Parte quinta – LE PROCEDURE CONCORSUALI

Capitolo quarantaquattresimo. La crisi dell’impresa commerciale

Crisi dell’impresa e procedure concorsuali

La crisi economica dell’impresa e il conseguente dissesto patrimoniale coinvolgono una gran massa di creditori, che sono impossibilitati a realizzare quanto loro dovuto. I creditori di un imprenditore sono a loro volta in gran parte imprenditori e la mancata realizzazione del credito concesso può provocare, di riflesso, la crisi economica delle loro imprese. Questi eventi coinvolgono molti interessi collettivi: primo fra tutti, l’interesse alla salvaguardia dell’occupazione attraverso il risanamento delle imprese.

In queste situazioni di crisi economica i mezzi di tutela individuali dei creditori si rivelano inadeguati e insufficienti.

La sistemazione del dissesto degli imprenditori agricoli e dei piccoli imprenditori commerciali resta affida agli strumenti di diritto comune. Per il dissesto dell’imprenditore commerciale non piccolo sono state invece previste speciali procedure, denominate procedure concorsuali.

La legge regola cinque procedure concorsuali: il fallimento, il concordato preventivo, la liquidazione coatta amministrativa , l’amministrazione straordinaria e l’amministrazione straordinaria accelerata.

Le procedure concorsuali sono procedure generali perché coinvolgono tutto il patrimonio dell’imprenditore. Sono procedure collettive perché coinvolgono tutti i creditori dell’imprenditore. Volendo assicurare la par condicio credito rum, le forme di tutela personali dei creditori sono sostituite da forme di tutela collettiva che mirano a ripartire fra tutti i creditori le conseguenze patrimoniali del dissesto dell’imprenditore.

Le singole procedure concorsuali

Diverso può essere il rilievo economico e sociale dell’impresa in crisi; diverse sono di riflesso le esigenze dei creditori coinvolti nella crisi dell’impresa.

Da qui la necessità di predisporre una differenziazione delle procedure concorsuali.

Al fallimento sono soggetti gli imprenditori commerciali insolventi, salvo che ricorrano i presupposti per l’applicazione delle altre procedure concorsuali. Il fallimento è una procedura giudiziaria che mira a liquidare il patrimonio dell’imprenditore insolvente e a ripartirne il ricavato fra i creditori.

La riforma della legge fallimentare ha concesso maggiore autonomia al curatore nel determinare le modalità di liquidazione del patrimonio, che devono privilegiare la cessione in blocco dell’azienda alla vendita dei singoli crediti. È stato inoltre rafforzato il ruolo del comitato dei creditori nel valutare gli atti del curatore. È stata ridotta la

funzione del giudice delegato ad organo di sorveglianza. È stata inoltre agevolata la proposta di concordato fallimentare. In generale si è provveduto a evitare che la crisi di impresa sfoci in fallimento.

Il concordato preventivo può essere richiesto dall’imprenditore per evitare il fallimento. Possono essere scelte due soluzioni: la liquidazione di tutto il patrimonio o il risanamento dell’impresa e la prosecuzione dell’attività.

La liquidazione coatta amministrativa trova applicazione nei confronti di determinate categorie di imprese che svolgono attività di particolare rilievo economico e sociale, e perciò sono sottoposte a vigilanza governativa. Porta all’eliminazione dell’impresa dal mercato e alla disgregazione del complesso produttivo, soddisfacendo gli interessi dei creditori. A differenza del fallimento è una procedura amministrativa e non giudiziaria.

L’amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi consente alle imprese che versano in una particolare esposizione debitoria, il soddisfacimento dei creditori con il salvataggio del complesso produttivo e la conservazione dei posti di lavoro.

Si apre con la dichiarazione dello stato di insolvenza da parte dell’autorità giudiziaria, che solo in un secondo momento, dopo aver accertato che ricorrono concrete possibilità di riequilibrio economico dell’impresa, concede l’amministrazione straordinaria, altrimenti dichiara il fallimento.

L’amministrazione straordinaria speciale (accelerata) consente l’immediata ammissione dell’impresa all’amministrazione straordinaria da parte del Ministero dello sviluppo economico su semplice richiesta della stessa, finalizzata a realizzare un piano di risanamento.

Capitolo quarantacinquesimo. Il fallimento

I presupposti del fallimento

I presupposti per la testa del fallimento sono: la qualità di imprenditore commerciale del debitore; lo stato di insolvenza dello stesso (l’imprenditore versa in stato di insolvenza quando non è più in grado di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni); il superamento di almeno uno dei limiti dimensionali fissati dall’art.1 l.fall.); la presenza di inadempimenti complessivamente superiori all’importo fissato dalla legge.

La dichiarazione di fallimento

Il fallimento può essere dichiarato: 1)su ricorso di uno o più creditori; 2)su richiesta del debitore; 3)su istanza del pubblico ministero.

Il pubblico ministero ha il potere-dovere di chiedere il fallimento quando l’insolvenza risulti da fatti che configurano reati fallimentari.

Il fallimento è dichiarato con sentenza, che contiene alcuni provvedimenti necessari per lo svolgimento della procedura: nomina il giudice delegato e il curatore preposti al fallimento; ordina al fallito il deposito del bilancio, delle scritture contabili e dell’elenco dei creditori; accertamento dello stato passivo.

Reclamo. La revoca di fallimento

Possono proporre reclamo contro la dichiarazione di fallimento il fallito e qualsiasi interessato. Il ricorso deve essere depositato presso la corte d’appello entro trenta giorni dalla data di notificazione della sentenza che dichiara il fallimento.

Gli organi del fallimento

Il tribunale che ha dichiarato il fallimento è investito dell’intera procedura fallimentare e sovraintende al corretto svolgimento della stessa. Nomina il giudice delegato e il curatore, sostituisce i componenti del comitato dei creditori.

Il giudice delegato vigila sulle operazioni del fallimento e controlla la regolarità della procedura, nomina e revoca i componenti del comitato dei creditori, decide sui reclami proposti contro gli atti del curatore e del comitato dei creditori.

Il curatore è l’organo preposto all’amministrazione del patrimonio fallimentare e compie tutte le operazioni della procedura nell’ambito delle funzioni ad esso attribuite.

È suo compito inoltre presentare al giudice delegato una relazione sulle cause del dissesto e sulle eventuali responsabilità del fallito. La sua funzione principale è quella di conservare, gestire e realizzare il patrimonio fallimentare sotto la vigilanza del giudice delegato e del comitato dei creditori.

Il comitato dei creditori è composto da tre o cinque membri scelti fra i creditori. Ha il compito di vigilare sull’operato del curatore, autorizzarne gli atti ed esprimere pareri nei casi previsti dalla legge.

Il comitato dei creditori ha il diritto di ispezionare tutti i documenti del fallimento.

Effetti patrimoniali per il fallito: effetti patrimoniali

Gli effetti nei confronti del fallito possono essere: patrimoniali, personali e penali.

Per quanto riguarda quelli patrimoniali, con la dichiarazione di fallimento il fallito perde l’amministrazione e la disponibilità (ma non la proprietà) dei suoi beni, che passano al curatore, quale amministratore del patrimonio fallimentare.

Effetti personali e penali

Il fallimento produce anche effetti che colpiscono la persona del fallito, distinguibili in due punti: il fallito vede limitati alcuni diritti civili garantiti dalla Costituzione (il diritto al segreto epistolare e il diritto alla libertà di movimento); un secondo gruppo di limitazioni riguarda le capacità civili del fallito.

La dichiarazione di fallimento espone infine il fallito a sanzioni penali. I principali reati fallimentari sono: bancarotta fraudolenta (comprende una serie di fatti caratterizzati dal dolo dell’imprenditore, es. occultamento di beni; distruzione o falsificazione delle scritture contabili); la bancarotta semplice (riguarda fatti commessi dall’imprenditore solo con colpa, es. spese personali eccessive rispetto alla condizione economica); il

ricorso abusivo al credito (è il reato di chi ricorre o continua a ricorrere al credito dissimulando il proprio dissesto).

Effetti del fallimento per i creditori

Il fallimento è diretto a soddisfare, secondo il principio della parità di trattamento, tutti coloro che sono creditori del fallito al momento della dichiarazione del fallimento. Dalla data di apertura del concorso di fallimento, i creditori del fallito diventano creditori concorsuali. In seguito all’accertamento giudiziale del loro credito diventano creditori concorrenti. I creditori concorrenti non sono però tutti sullo stesso piano, dato che il fallimento non fa venir meno le cause legittime di prelazione precedentemente acquisite.

Sono creditori della massa coloro i cui crediti devono essere soddisfatti in prededuzione, cioè prima dei creditori concorrenti e per intero.

Effetti del fallimento sugli atti pregiudizievoli ai creditori.

Di regola intercorre un certo intervallo di tempo fra il momento in cui si manifesta lo stato di insolvenza e quello in cui il fallimento è dichiarato. In tale periodo l’imprenditore, nel tentativo di far fronte alla crisi o di mascherarla, può aver compiuto una serie di atti di disposizione che alterano l’integrità del proprio patrimonio e arrecano pregiudizi ai creditori. Intervenuto il fallimento sorge perciò l’esigenza di tutelare la massa dei creditori contro tali atti neutralizzando il pregiudizio loro arrecato.

Gli effetti del fallimento sui contratti in corso d’esecuzione

L’imprenditore fallito è di regola al centro di una trama di rapporti contrattuali che non hanno ancora avuto esecuzione (od esecuzione integrale) al momento della dichiarazione di fallimento.

Vi è un gruppo di contratti che si scioglie di diritto a seguito delle dichiarazione di fallimento, con conseguente definizione delle posizioni reciproche a tale momento: i contratti di borsa a termine su merci o titoli; l’associazione in partecipazione; i contratti di conto corrente ordinario e bancario, commissione e mandato nel caso di fallimento del mandatario; contratto d’appalto.

Vi è un secondo gruppo di contratti che continua nonostante il fallimento di una delle parti in quanto per legge tali contratti sono ritenuti vantaggiosi per la massa dei creditori. Il curatore subentra nel contratto e dovrà adempiere per l’intero e in prededuzione le relative obbligazioni.

Rientrano in tale categoria: la locazione di immobili, l’affitto di azienda, l’assicurazione contro i danni, cessione di crediti d’impresa (factoring), leasing finanziario.

L’esercizio provvisorio dell’impresa

Con la dichiarazione di fallimento l’attività di impresa si arresta e i beni aziendali sono destinati ad essere liquidati per soddisfare i creditori. Si può tuttavia avere una continuazione (seppur provvisoria) in due ipotesi. Con la prima il tribunale può disporre l’esercizio provvisorio dell’impresa, anche limitatamente a specifici rami

dell’azienda, se dall’interruzione può derivare un danno grave, purché non arrechi pregiudizio ai creditori. La seconda interviene dopo che è stato nominato il comitato dei creditori; questo deve pronunciarsi sull’opportunità di continuare o di riprendere l’esercizio dell’impresa, fissandone anche la durata.

L’accertamento del passivo

L’accertamento del passivo costituisce la fase centrale e più delicata della procedura fallimentare nella quale emergono i conflitti fra i creditori e fra questi e il fallito. Essa è infatti diretta ad accertare quali creditori hanno diritto a partecipare alle ripartizioni dell’attivo, l’ammontare dei loro crediti e le eventuali cause di prelazione. Con l’ammissione al passivo il creditori da concorsuali diventano concorrenti.

Liquidazione e ripartizione dell’attivo

La liquidazione dell’attivo è rivolta a convertire in denaro i beni del fallito per soddisfare i creditori, mediante la vendita forzata dei beni acquisiti alla massa fallimentare.

Alla liquidazione provvede il curatore il quale, entro sessanta giorni dalla redazione dell’inventario, predispone un programma di liquidazione ove si pianificano le modalità e i termini previsti per la realizzazione dell’attivo.

La cessazione del fallimento

Salvo il caso di concordato fallimentare, il fallimento si chiude per una delle seguenti cause: mancata presentazione tempestiva di domande di ammissione allo stato passivo; pagamento di tutti i creditori e di tutti gli altri debiti e le spese.; la ripartizione integrale dell’attivo; impossibilità di continuare utilmente la procedura per l’insufficienza dell’attivo.

Con al chiusura del fallimento, che è pronunciata con decreto del tribunale, cessano gli effetti del fallimento sul patrimonio del fallito, decadono gli organi fallimentari e i creditori che acquistano il libero esercizio delle proprie azioni verso il debitore per la parte non soddisfatta dei loro crediti.

Il concordato fallimentare

È un modo di chiusura del fallimento che consente all’imprenditore fallito di chiudere definitivamente i rapporti passati attraverso il pagamento parziale dei creditori o altra forma di ristrutturazione dei debiti, ottenendo nel contempo la liberazione dei beni soggetti alla procedura fallimentare. Il concordato fallimentare può perciò giovare sia al fallito che ai creditori.

Il concordato consente quindi al fallito di sanare definitivamente i propri debiti attraverso una sorta di accordo con il ceto creditorio, che può prevedere il pagamento anche parziale dei debiti, la dilazione o ristrutturazione degli stessi.

Consente inoltre la liberazione dei beni sottoposti allo spossessamento fallimentare e non espone alle possibili conseguenze penali connesse al fallimento.

Capitolo quarantaseiesimo. Il concordato preventivo

Il concordato preventivo

L’imprenditore che si trova in stato di difficoltà economica può evitare che la crisi sfoci in un fallimento regolando i propri rapporti con i creditori mediante un concordato preventivo.

Per stato di crisi si intende una difficoltà temporanea e reversibile che non consente all’imprenditore di soddisfare regolarmente i creditori. Il concordato quindi può perseguire la ristrutturazione dei crediti attraverso una dilazione dei termini di pagamento, nel soddisfacimento parziale dei creditori; può prevedere la suddivisione dei creditori in classi.

La procedura del concordato preventivo inizia con la domanda di ammissione del debitore. Ricevuta la domanda, il tribunale si accerta che ricorrono i presupposti richiesti dalla legge per la ammissione alla procedura.

A differenza del fallimento il debitore conserva l’amministrazione dei suoi beni e continua l’esercizio dell’impresa per gli atti di ordinaria amministrazione.

Il concordato preventivo consente una soddisfazione parziale ma tempestiva dei creditori.

I creditori precedenti alla stipulazione del concordato non possono intraprendere azioni esecutive sul patrimonio del debitore.

Capitolo quarantasettesimo. La liquidazione coatta amministrativa

La liquidazione coatta amministrativa

È una procedura volta alla liquidazione, con l’intervento di organi amministrativi, del patrimonio di imprese la cui attività riveste un interesse pubblico. Possono assoggettabili a liquidazione coatta:

• Le società cooperative (se hanno per oggetto un’attività commerciale, sono assoggettabili anche a fallimento): la liquidazione coatta può essere disposta se non sono in grado di raggiungere gli scopi per cui sono state costituite, se per due anni consecutivi non hanno depositato il bilancio o non hanno compiuto atti di gestione;

• Le imprese di assicurazione contro i danni e sulla vita e quelle di capitalizzazione e gestione fiduciaria, quando non abbiano attività sufficienti a coprire le riserve matematiche o nei casi di persistente inosservanza delle norme che le disciplinano;

• Le aziende di credito, quando sussistono irregolarità e violazioni delle norme legali e statutarie, o gravi perdite patrimoniali;

• I consorzi obbligatori tra esercenti lo stesso ramo.

Per le imprese non assoggettabili al fallimento, il tribunale può dichiarare, su ricorso di più creditori, lo stato di insolvenza con una sentenza che viene comunicata all’autorità amministrativa competente.

La decisione di liquidare un’azienda può dipendere da varie cause quali il venir meno della presenza dell’imprenditore individuale, la scarsa redditività dell’azienda, l’inadeguatezza delle dimensioni aziendali,…

Per quanto riguarda le cause di natura giuridica, si ha liquidazione coatta nel caso di decorrenza del termine del contratto di società, il conseguimento dell’oggetto sociale o l’impossibilità di conseguirlo.

Per la società di persone è causa di liquidazione la cessazione della pluralità dei soci se questa non viene ricostituita in dei mesi; per la società di capitali l’impossibilità di funzionamento o la riduzione del capitale sociale al di sotto del minimo legale.

Capitolo quarantottesimo. L’amministrazione straordinaria delle grandi impresi insolventi

L’amministrazione straordinaria

È una procedura applicabile in alcune ipotesi di crisi dell’impresa caratterizzate da una maggiore rilevanza sociale. La procedura consente di evitare il fallimento a quelle imprese che si trovino in stato di insolvenza o che abbiano omesso il pagamento di almeno tre mensilità di retribuzione ai propri dipendenti (non inferiori a 300).

Con l’amministrazione straordinaria si vuole continuare l’attività produttiva, anche con l’ausilio di garanzie dello Stato sulla base di un programma di risanamento della durata non superiore a due anni.

La procedura è disposta dal Ministero dello sviluppo economico, con proprio decreto, nel quale vengono nominati il commissario e un comitato di sorveglianza. Il programma predisposto dal commissario deve prevedere un piano di risanamento coerente con gli indirizzi della politica industriale.

Il risanamento può attuarsi anche attraverso l’acquisto di aziende e impianti delle imprese poste in amministrazione straordinaria da parte di società costituite da banche fra loro consorziate (tali trasferimenti sono agevolati fiscalmente).

L’amministrazione straordinaria risponde all’esigenza di disciplinare la crisi dell’impresa in un’ottica che non tiene conto unicamente degli interessi dei creditori ma si preoccupa anche delle ripercussioni che tale crisi può avere sull’intera collettività.

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