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Diritto Privato riassunto Perlingieri, Riassunti di Diritto Privato. Università di Roma La Sapienza

Diritto Privato

Descrizione: Ottimo riassunto del testo Perlingieri
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DIRITTO PRIVATO: Manuale di Diritto Civile (Pietro Perlingieri)
Costituzione della Repubblica Italiana:
Parte I : Diritti e Doveri dei cittadini
Parte II : Ordinamento della Repubblica
Codice Civile:
LIBRO PRIMO : Delle Persone e della Famiglia
LIBRO SECONDO : Delle Successioni
LIBRO TERZO : Della Proprietà
LIBRO QUARTO : Delle Obbligazioni
LIBRO QUINTO : Del Lavoro
LIBRO SESTO : Della Tutela dei Diritti
Parte prima: Nozioni introduttive e principi fondamentali
A. Realtà sociale e ordinamento giuridico.
1. Norme e comportamento. Le norme sono strumenti di valutazione del comportamento, che può
essere giudicato giusto o ingiusto, morale o immorale, lecito o illecito.
Valutare un comportamento equivale a dare un giudizio: questo giudizio è fondato o infondato, a
seconda se è giusticato da una norma.
Il linguaggio delle norme è dunque prescrittivo e non descrittivo, cioè comunica valutazioni che
vietano o permettono comportamenti, ma non descrivono eventi o emozioni.
La valutazione del comportamento è la funzione costante delle norme: ciascuna di esse è portatrice di
una regola e ciascuna è connessa all’altra. Le norme assumono diverse tipologie in base alle materie
che disciplinano: es. le norme di organizzazione dell’impresa, le norme come regole costitutive e
come regole di condotta di comunità.
2. Giurisprudenza come scienza sociale. La valutazione del comportamento presuppone la
conoscenza delle regole e lo studio delle regole è una forma di conoscenza della società, che è
adata alla giurisprudenza.
La giurisprudenza è la scienza del diritto ed è strettamente legata alla società in cui svolge la sua
funzione, ossia è inuenzata dalle condizioni politiche, sociali, economiche, religiose, ecc. Per questi
motivi la giurisprudenza è da intendersi anche una scienza sociale che permette la conoscenza della
struttura e della funzionalità di uno stato.
Una regola si pone anchè serva a qualcosa: la sua realizzazione è garantita da sanzioni positive o
negative.
Le sanzioni negative, qualicate solo come sanzioni, sono conseguenze sfavorevoli initte a colui
che ha violato la norma (es: risarcimento del danno); esse non riguardano le pene restrittive della
libertà essendo campo del diritto penale.
Le sanzioni positive sono conseguenze favorevoli per colui che ha osservato le norme (es: leggi di
incentivazione riguardanti una politica scale di favore).
Il diritto positivo è il diritto prevalentemente scritto posto da fonti predeterminate e riconoscibili;
esso ha la funzione di:
a) conservare le situazioni presenti nella società conformando le proprie regole a quelle sociali
preesistenti;
b) trasformare, sotto la spinta di interessi alternativi, l’esistente modicando la società.
La coattività è carattere fondamentale dell’ordinamento giuridico nel suo complesso, non di ogni
singola regola giuridica; consiste nella sanzionabilità delle situazioni. Questo però non vale sempre,
infatti esempi di regole non coattive si riscontrano nell’ambito sia di rapporti patrimoniali ma
soprattutto non patrimoniali, come nell’ambito del rapporto matrimoniale, che non sono coercibili
mediante sanzioni.
3. Diritto, morale e regole non giuridiche. Il compito del diritto è di prevenire e sciogliere i
conitti sociali; esso si basa su un consenso morale di fondo. Quando la norma è rilevante non basta
lasciarla alla mera esecuzione della moralità, ma essa viene trascritta per essere applicata. Il diritto e
la morale nella maggior parte dei casi sono complementari: quanto al contenuto, la dierenza sta
solo nel fatto che nel diritto vi è la necessità di denire in anticipo la fattispecie da regolare, quali
siano le sanzioni, ssare il risarcimento, ecc…: quanto alla forma, le regole morali non sono rispettate
se manca la convinzione interiore di chi agisce, per le regole giuridiche basterebbe invece
l’osservanza esteriore del comando, il timore della sanzione. Questo collegamento tra diritto e morale
non è sempre vericato, in quanto in alcune fattispecie il diritto e la morale entrano in conitto (es:
l’aborto).
4. Linguaggio giuridico e linguaggio comune. Il linguaggio giuridico non coincide sempre con
quello comune: esso, infatti, assegna alle parole una qualicazione giuridica che implica delle
conseguenze giuridiche.
Esiste quindi, per ogni termine, una denizione legislativa che, anche se dà una denizione vincolata
del termine, è sempre sottoposta ad interpretazione. Le denizioni legislative sono adeguate o
inadeguate, non vere o false: sono adeguate, se congruenti con la realtà dei comportamenti.
A volte il linguaggio giuridico e quello naturale hanno un nesso molto stretto, che pone in essere
alcuni termini di conne, come persona, interesse e promessa.
Con queste espressioni il sistema giuridico entra in contatto con la realtà.
Non tutti i termini sono deniti dalle norme giuridiche, ma alcuni, come le denizioni dottrinali, sono
deniti dalla dottrina.
Senza queste il linguaggio dei giuristi e delle leggi sarebbe poco comprensibile.
5. Segue. Disposizione, articolo, norma. Regole e principi come norme.
Il diritto non denisce la norma, la regola e il principio, ma li presuppone.
La disposizione è un enunciato che fa parte di un testo che è fonte del diritto. Ogni disposizione ha
almeno un signicato, a cui si è giunti con l’interpretazione.
La disposizione interpretata esprime una norma con la quale si valuta una condotta.
Nella norma si identicano una fattispecie astratta e una concreta: l’astratta è costituita dalle
circostanze previste dalla norma; la concreta consiste nella fase di identicazione della situazione
reale con quella astratta e nell’applicazione delle conseguenze previste.
Abbiamo poi l’articolo, che è la partizione interna di una legge e serve unicamente per indicare a
quale enunciato si intende far riferimento.
Esso è utile quando la legge è lunga e complessa. Se ha più capoversi si divide in commi e può
contenere una o più norme.
Una disposizione è ricavabile non solo da un unico articolo, ma dalla combinazione di più articoli
contenuti in leggi diverse.
Importante è il rapporto esistente fra regole e principi: entrambi sono norme.
La regola è una norma che richiede un insieme sucientemente specico di comportamenti per la sua
soddisfazione.
Il principio è norma che impone la massima realizzazione di un valore: è sempre applicabile ad una
nuova fattispecie.
Il principio si aerma non con un’unica intensità e non con un'unica soluzione perché esso è norma
aperta ad una molteplicità di soluzioni.
Ogni regola è riconducibile almeno ad un principio. La regola riguarda un comportamento e lo valuta:
questo, se valutato positivamente, costituisce un modo di realizzare un principio.
La regola è quindi una scelta tra le molteplici opportunità di realizzazione di un principio: nessuna
regola ha senso se non sia riferita ad un principio.
Un problema che ci si pone è se la regola sia congruente col principio e se ne sia l’unica modalità di
attuazione.
La norma eccezionale è una regola non riconducibile in via immediata al principio.
La norma inderogabile, invece, è una regola valutata come l’unica modalità di attuazione del
corrispondente principio.
La norma eccezionale non si può applicare otre i casi e i tempi in essa considerati; quella speciale,
invece, è dettata per materie particolari in un tipo più generale; essa può essere applicata per
analogia.
Le regole speciali non sono necessariamente eccezionali: per essere tali non è suciente la
particolarità della materia, ma occorre che sussista un contrasto con il principio.
Quella eccezionale è, invece, una prescrizione dettata per problemi singolari (1) o per fattispecie
atipiche (2).
Per quanto riguarda la 1ª ipotesi, un esempio può essere una regola che vieti di vendere energia
elettrica ad un paese straniero con il quale vi è una crisi diplomatica e militare, essa è una deviazione
del principio delle libertà degli scambi.
Per quanto riguarda la 2ª ipotesi un esempio può essere la regola che vieta di uscire dai nestrini di
un autobus, essa è una situazione atipica.
L’eccezionalità o la specialità di una norma dipende dal sistema di norme ove è inserita: al mutare del
sistema, può mutare la qualicazione.
L’eccezionalità è questione d’interpretazione.
La norma eccezionale è applicabile anche analogicamente all’interno del proprio contesto.
La norma derogabile è applicabile salvo che la volontà dei privati non disponga diversamente; quando
una norma inderogabile è violata, spetta al soggetto interessato chiedere al giudice di applicare le
sanzioni previste.
La norma inderogabile può essere anche imperativa: in tal caso essa è vincolante e coercibile perché
non lascia ai privati la libertà di disporre diversamente (es: inserendo clausole contrarie). La
violazione di una norma imperativa provoca la nullità dell’atto, salvo che la legge non disponga
diversamente.
Tra lo stato d’inderogabilità assoluta e la totale derogabilità vi sono stati intermedi di inderogabilità di
diversa intensità.
L’esperienza legislativa comunque conosce l’inderogabilità in peius: la norma stabilisce un livello
minimo di tutela al di sotto del quale è vietato scendere, ma le parti restano libere si assicurare un
risultato migliore più favorevole di quello minimo garantito.
Il giudizio sull’inderogabilità o sul tipo di derogabilità è pertanto l’esito di un procedimento
interpretativo.
6. Sistema, gerarchia, bilanciamento dei poteri.
Ogni norma è applicabile alle ipotesi (fatt. concrete) che rientrano nel suo ambito di valutazione (fatt.
astratte).
Il sistema giuridico è il diritto, l’insieme dei principi, delle regole e delle norme; esso è aperto, cioè
mutabile in relazione alle nuove esigenze e alle nuove fattispecie.
Sappiamo che la regola è realizzazione del principio, ma nel caso in cui nell’ordinamento manchino le
regole esplicite corrispondenti, un principio è direttamente applicabile.
Ogni norma che entra a far parte del sistema può mutarne l’assetto: l’unico limite è il rispetto delle
regole sulla produzione legislativa e dalla rigidità della Costituzione.
Nella risoluzione di una fattispecie non vi è soltanto un concorso di principi, ossia un richiamo alla
pluralità di esigenze, ma anche un concorso di regole, cioè quando due o più regole sono applicabili
alla medesima fattispecie concreta.
Quando una regola entra in conitto con un’altra si ha il conitto di regole; consiste nel fatto che una
regola proibisce un comportamento che l’altra impone.
Per risolvere questo conitto (antinomia) esistono 3 criteri:
1) cronologico: tra due regole in conitto prevale quella emanata per ultima;
2) gerarchico: prevale quella posta da una fonte di livello superiore;
3) della specialità: prevale quella più particolare rispetto alla generale.
Può esistere,a sua volta, un conitto tra criteri: in tal caso il criterio cronologico cede di fronte agli altri
due e quello gerarchico prevale su quello di specialità.
Per i principi non esistono conitti ma sempre dei concorsi.
Questo concorso lo si identica nel bilanciamento dei principi, che consiste nell’individuare le
rispettive relazioni di preferenza e compatibilità, e la norma da applicare.
Il bilanciamento si congura nella ragionevolezza, che è un giudizio su una norma particolare ricavata
da norme generali: ragionevole o irragionevole è perciò la regola applicata.
Ragionevole è la scelta di chi pone una regola adeguata, proporzionata, non discriminatoria e non
contrastante con la giustizia.
Il bilanciamento dei principi è strettamente legato ad una gerarchia dei valori che postula un criterio
di preferenza; in assenza di tale criterio sarebbe impossibile stabilire se una soluzione sia migliore di
un’altra, impossibile distinguere bilanciamenti corretti e scorretti.
Bilanciare senza gerarchia deresponsabilizza il giudice, cioè egli è libero di non pronunciarsi su priorità
di valori; si potrebbe così cadere in un mero decisionismo del giudice.
La dottrina del bilanciamento quindi introduce un ulteriore principio, quello del precedente giudiziario
moderatamente vincolante.
Occorre mantenere in equilibrio 3 esigenze:
1) evitare che il giudizio sui valori favorisca l’intolleranza;
2) garantire che le sentenze dei giudici siano controllabili dal punto di vista della loro fedeltà al testo
della costituzione;
3) assicurare una certa continuità nelle decisioni giudiziarie.
È errato contrapporre gerarchia dei valori e bilanciamento.
Giudicare ragionevole qualcosa postula che vi sia un criterio di preferenza altrimenti la ragionevolezza
sarebbe il travestimento linguistico del nudo potere del giudice.
La ragionevolezza quindi rende concreta una preferenza: è un criterio di giudizio sulla preferibilità
della regola applicabile.
Nel nostro ordinamento il fondamento della ragionevolezza è il valore della persona, tutelata dall’art.
2 della Costituzione.
7. Principi e clausole generali.
Un principio per essere applicato, deve essere fondato, individuando nel sistema le disposizioni che lo
esprimono.
Il principio è una norma che impone la massima realizzazione di un valore; i principi si dividono in:
a) generali, sono quelli fondamentali della comunità;
b) tecnici, sono la costruzione concettuale di esigenze dettate dalla vita pratica;
c) assoluti, operano in concorso con gli altri due e riguardano i principi supremi, quelli inviolabili.
Le clausole generali sono un frammento di disposizioni normative con signicato vago: alcuni esempi
sono il buon costume, l’ordine pubblico.
La dierenza tra clausola generale e principio è che nel principio il parametro di valutazione del
comportamento è certo, nella clausola generale è incerto, poiché dalla disposizione che contiene
ancora si deve ricavare un signicato applicabile.
Solo dopo che lo si è ricavato, la norma si può dire individuata.
Tutte le disposizioni hanno una certa vaghezza che per essere superata ha bisogno di integrazione,
ossia dell’interpretazione.
A al riguardo deniamo un ulteriore concetto, quello di standard, che è un criterio giuridico normale
del comportamento sociale; gli standards operano come principi, regole o come direttive di politica
del diritto.
Lo standard indica un rinvio a valutazioni sociali; è inutile distinguere le clausole generali, i concetti
determinati, il libero apprezzamento, gli standards.
Un’accettabile classicazione distingue 3 funzioni delle clausole generali:
1) la funzione di recezione, è quella tradizionale dove le clausole rinviano a norme sociali le quali, pur
non trasformandosi in norme giuridiche, sono applicate dal giudice; le norme sociali integrano le
lacune;
2) la funzione di trasformazione, dove la clausola generale recepisce non le norme sociali, ma i valori
sociali;
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Informazioni sul documento
Caricato da: annamary
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Indirizzo:
Universita: Università di Roma La Sapienza
Data di caricamento: 12/11/2011
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zamorano1234 - Università del Salento (UNISA)

ma mancano parti? rispondete per piacere...

12/07/13 12:49
giuly84bis - Istituto Universitario di Studi Superiori di Pavia

Buono

28/05/13 12:11
nuvolettabianca - Libera Università Carlo Cattaneo

ottimoooo riassunto

17/05/13 12:53
giuseppes1980@libero - Università di Camerino

Ottimo e molto utile. Molto particolareggiato, segue i capitoli del libro. Adatto per studiare insieme agli appunti.

11/05/13 07:13
zia.linda1 - Università della Calabria

Perfetto :)

02/05/13 04:40
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