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Diritto del lavoro e diritto sociale europeo, Sintesi di Diritto Del Lavoro. Università di Firenze

Diritto Del Lavoro

Descrizione: Riassunto dell'esame di Diritto del Lavoro. E' consigliata la lettura del libro Diritto sociale europeo, tra gli autori del libro figuarno: Sciarra e Vallauri
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Universita: Università di Firenze
Indirizzo: Giurisprudenza
Data di caricamento: 08/07/2010
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giuly_fly - Università di Catania

grazie!! se cercate in giro trovate anche il resto del libro!

12/06/13 09:32
angieparisienne - Università del Salento (UNISA)

Non ho capito se è stato riassunto tutto il libro in 7 pagine, se si tratta di un riassunto parziale dello Sciarra (Manuale di diritto sociale europeo) o se è un'analisi breve sugli argomenti trattati nel libro citato! Qualcuno saprebbe rispondermi? Grazie! :)

29/04/13 17:22
erika.g - Università di Firenze

Fatto molto bene :)

21/02/13 13:03
ilaria_corsa - Università di Firenze

del primo capitolo e basta che cosa me ne faccio?!?!?!

05/02/13 10:39
pulinuke - Università di Verona

Grazie mille! =)

01/02/13 15:12
Diritto del lavoro e diritto sociale europeo

Diritto del lavoro e diritto sociale europeo. Un’analisi delle fonti.

A livello europeo non abbiamo ancora un sistema sovrannazionale di norme attinenti alla regolamentazione dei rapporti di lavoro ma piuttosto un coordinamento dei sistemi nazionali ancora da perfezionare. Inoltra ci sono voluti molti anni per l’avvio di un’autentica politica sociale europea. Questo non significa tuttavia che non siano stati fatti enormi progressi dal trattato istitutivo CEE, inoltre sia dottrina che giurisprudenza traggono molto dalle normative europee su tale materia. Vediamo un po’ quest’evoluzione:

Dal trattato di Roma al Programma di azione sociale

 Sebbene il fine principale fosse quello di creare un mercato comune e non di stabilire sistemi di protezione sociale, già con il trattato istitutivo di Parigi ( 1951) l’Alta Autorità della CECA promosse importanti ricerche sui sistemi nazionali di diritto del lavoro fornendo un importante comparazione tra i vari ordinamenti e aprendo le porte a un’integrazione tra i vari ordinamenti.

 Nel 1957 attraverso il Trattato di Roma fu istituita la Cee; la politica sociale europea fu,inoltre, intesa come politica "di complemento": le maggiori preoccupazioni in quel frangente erano di ordine economico e le disposizioni a livello sociale dovevano non alterare le condizioni di concorrenza all'interno del mercato comune. Le istituzioni europee ottennero poteri limitati, giacché nessuno degli Stati membri era disposto a cedere la propria competenza in un settore così delicato e costoso. Il Trattato di Roma fissò solamente alcune disposizioni minime, quali:

1. libera circolazione dei lavoratori 2. libertà di stabilimento

3. libera prestazione di servizio in un altro stato . In realtà la libera circolazione per i lavoratori era riservata a coloro che rispondevano a offerte di lavoro effettive. C’è sempre un forte interesse più per il mercato che per il lavoratore. Non si può comunque negare una forte spinta verso la tutela dei cittadini lavoratori, nonché dei lavoratori come persone.

4. libertà di trattamento fra lavoratori nazionali ed immigrati.

5. Fu creato l’istituto del Fondo sociale europeo che aveva lo scopo di migliorare la possibilità di occupazione dei lavoratori nell’ambito del mercato interno. Tuttavia l’istituto non ebbe molto successo e nel corso degl’anni ( anche a causa della crisi economica) fu ampiamente modificato, trasformandosi in un fondo a sostegno dei disoccupati a lungo periodo e dei giovani in cerca di lavoro. Si tratta essenzialmente di un sostegno alla formazione professionale.

6. Fu previsto ( all’art 19 TCEE) l’obbligo di retribuire in maniera uguale i lavoratori di sesso maschile e femminile, a parità di lavoro. Quest’articolo

diede il via a una giurisprudenza molto innovativa della Corte di giustizia europea. Non c’è dubbio che il riconoscimento alla parità di trattamento portò a grosse innovazioni all’interno degli ordinamenti nazionali.

 Nel 1970 fu redatto il rapporto Warner che conteneva gli elementi chiave delle scelte riformarci degli anni successivi ( es. realizzazione di politiche strutturali e regionali, attenzione alle politiche economiche nazionali…). Viene inoltre espressamente detto “ è essenziale portare le parti sociali nella preparazione della politica comunitaria e consultarle prima dell’adozione di qualunque atto normativo.

 Con il summit del 1972 furono poste le basi del Fondo europeo di sviluppo regionale,volto a garantire una crescita economica meno diseguale all’interno della comunità ( si parlò addirittura di New Deal europeo).

 Nel 1974 fu varato dal Consiglio il Programma di azione sociale che prevedeva misure transitorie, quali l’avvio di un fondo sociale per i lavoratori migranti e disabili. Sempre in questo periodo furono inoltre adottate direttive strutturali sui licenziamenti collettivi, sul trasferimento di azienda e sull’insolvenza del datore di lavoro.

Come possiamo notare si tratta di un programma che abbraccia più settori; esso da un lato mira a un decentramento di certe materie dalle istituzioni ad agenzie decentrate, dall’altra si pongono le basi per l’armonizzazione di norme sociali esclusivamente orientate a non distorcere la concorrenza nel mercato. Importarti queste norme proprio per come agiscono sugli ordinamenti interni: le istituzioni garantiscono uno standard minimo da rispettare ( vedi U.E) e un avvicinamento a una dimensione comparata del diritto del lavoro. Purtroppo negli anni ’70 ci fu un grosso ridimensionamento delle politiche sociali e una sempre minore volontà degli stati membri di appoggiare misure legislative comunitarie che garantissero migliori condizioni ai lavoratori.

 Negli anni ’80 ( anche grazie a personaggi come il presidente della Commissione Jacques Delors) si ebbe una forte valorizzazione delle politiche sociali europee. Inoltre con l’adozione dell’ Atto Unico nel 1987 si modificarono elementi importanti del trattato.

1. Con l’art 118A fu previsto l’adozione nel Consiglio di deliberazioni a maggioranza qualificata per promuovere il miglioramento in particolare dell’ambiente di lavoro per tutelare la sicurezza e la salute dei lavoratori. Quest’articolo fu fatto per non incappare nei problemi che sorgevano con la votazione all’unanimità ( gli inglesi bloccavano qualunque misura di politica sociale). Viene prevista inoltre la consultazione del Consiglio Economico e Sociale.

2. L’art’118B affida alla Commissione il compito di ampliare e sviluppare il dialogo tra le parti sociali a livello europeo.

3. Sulla base dell’art 100 fu stabilito l’obbligo del datore di lavoro di informare il lavoratore circa le condizioni esplicabili al contratto o al rapporto di lavoro.

Possiamo notare come la più grossa lacuna del trattato sia l’assenza di un programma coerente e completo sui diritti fondamentali. Questo è dovuto alle numerose differenze nelle tradizioni nazionali di politica sociale dei vari stati membri. Nel 1989 fu approvata ( ad eccezione dell’inghilterra ) la Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori; nonostante la solennità del titolo essa non presenta un carattere particolarmente innovativo ma rappresenta un buon esempio della volontà espressa dagli stati membri di conferire al mercato unico una dimensione sociale non sufficientemente messa in luce attraverso l’Atto Unico. È inoltre esempio di fonte non giuridicamente vincolante ma diventata trampolino di lancio per un ricco programma di azione legislativa.

( N.B. Per diritto sociale si intende un sistema di norme con il quale lo Stato cerca di eliminare le diseguaglianze sociali ed economiche dei cittadini. Si ceca di garantire diritti considerati essenziali per un tenore di vita accettabile).

 A questo punto si sentì la forte esigenza di ampliare le competenze comunitarie in materia sociale; tuttavia il regno unito si opponeva a qualsiasi intervento sociale in ambito comunitario. Questa contrapposizione fu superata solo facendo ricorso a uno stratagemma giuridico: Il trattato CE rimase essenzialmente immutato, per quanto riguarda le disposizioni sociali, ma ad esso fu aggiunto un Protocollo sulla politica sociale di Maastricht che fu sottoscritto da 11 stati ( si dissociò solo l’Inghilterra). La mancata modificazione del trattato non impedì la piena operatività del trattato che apportò numerose innovazioni:

Si impose l’onere alla Commissione di consultare le parti sociali e si diede la possibilità a quest’ultime di farsi promotrici della proposta legislativa. Questo permise di inserire gli accordi quadro in direttive del Consiglio ( forte esigenza delle parti sociali di attribuire una veste normativa vincolante alle fonti in questione) e d’impedire, quindi, interventi di modifica. Tali accordi vengono poi inseriti negli ordinamenti nazionali secondo le procedure e le prassi proprie delle parti sociali e degli stati membri. Espansione del principio di rappresentatività.

La prima grande consultazione si ebbe riguardò l’applicazione dello stesso protocollo da presentare a Parlamento e Consiglio europeo; tuttavia non si riuscì a trovare un accordo sui criteri di rappresentatività adottati e si ebbe quindi una seconda consultazione che privilegiò le stesse parti sociali nella scelta di detti criteri.

Importante è la direttiva sui Comitati aziendali europei che introdusse in modo innovativo una prima definizione di interessi collettivi transazionali. Tale direttiva aveva nello specifico l’obiettivo di reagire alla scarsa incisività dei diritti di informazione. ( con questo si apre lo spazio, inoltre, per il dibattito sulla partecipazione dei lavoratori agli organi decisionali delle imprese).

 Nel 1997 nel trattato di Amsterdam furono inserite una serie di disposizioni sulle politiche occupazionali, soprattutto per far fronte alle polemiche sorte dai paesi nordici. Scenario che diede il via a una serie di riforme e importanti dibattiti.

 Nel 2000 a Lisbona si sviluppò meglio il tema, con l’obiettivo principale di rendere l’economia europea più competitiva e dinamica, favorendo l’informazione e la comunicazione. Si decise inoltre, per una migliore coordinazione tra stati membri, di non lanciare nuove procedure ma limitarsi a coordinare quelle già esistenti (

metodo aperto di coordinamento MAC ).Grazie alla sua politica non vincolante questo sistema permise lo sviluppo iniziative nazionali.

 Tuttavia a partire dal 2005 le linee guida per l’occupazione, ridotte nel numero e meglio coordinate, devono essere emanate dal Consiglio ogni tre anni in stretta coordinazione con le politiche macroeconomiche. Si richiede inoltre ai governi nazionali di piani nazionali di riforma e coinvolgere il più possibile i parlamenti nazionali.

I principi di flexicuriti

Definizione : intende assicurare che i cittadini della UE possano beneficiare di un livello elevato di sicurezza occupazionale, vale a dire poter trovare agevolmente un lavoro in ogni fase della loro vita attiva e di avere buone prospettive di sviluppo della carriera in un contesto economico in rapido cambiamento. La flexicurity vuole inoltre sostenere sia i lavoratori che i datori di lavoro a cogliere appieno le opportunità che la globalizzazione presenta loro. Essa crea quindi una situazione in cui la sicurezza e la flessibilità possono rafforzarsi reciprocamente.

Il termine flessicurezza risale a un dibattito politico nei Paesi Bassi, nei primi anni ’90. In questa area la deregolamentazione del mercato del lavoro coincide con il miracolo olandese, nel quale il tasso di disoccupazione è diminuito considerevolmente. Tale principio fu ripreso a Lisbona nel Consiglio del 2000. Nei percorsi della flexicurity tracciati dalla commissione si cominciano a intravedere concetti molto simili alle tradizioni del diritto del lavoro europeo ( es. rapporto tra contratto individuale di lavoro e contratto collettivo, valorizzazione delle parti sociali, si invocano i sistemi nazionali come fonti di sostegno del reddito e di protezione sociale…).

Sempre seguendo il modello olandese si cerca poi di imporre una legislazione a fasi, tale da incrementare le tutele dei lavoratori nell’evolversi del rapporto di lavoro, senza garanzie iniziali di stabilità del posto. Si cerca inoltre di compensare i grossi rischi della vita lavorativa con tutele differenziate il più possibili vicine alle esigenze di ciascuna attività lavorativa.

Missione flexicurity: nel 2008 un gruppo di esponenti politici e rappresentanti delle parti sociali si prefisso di visitare alcuni stati membri per convincerli a incorporare i principi di flexicutity nei piani nazionali di riforma.

Ristrutturazioni e fondo europeo di adeguamento alla globalizzazione

Sempre negli ultimi decenni ci si è concentrati su un altro grande problema del mercato interno: la sua esposizione alla competizione originata dalla globalizzazione. A partire dal gennaio 2007 è stato previsto, infatti, un fondo rivolto a sostenere i lavoratori in esubero a causa di trasformazioni legate al commercio mondiale ed alla globalizzazione. Importante sottolineare che il fondo non sostituisce le misure nazionali, sia legislative che previste dai contratti collettivi ma ha invece una funzione complementare ( soluzione aggiuntiva).

Le preoccupazioni maggiori sono sugli effetti dell’integrazione del mercato interno e i cambiamenti che interesseranno i mercati del lavoro settoriali. Chiaro che se si spostano

le attività produttive nei paesi in cui il costo del lavoro è più basso, oltre a creare squilibri occupazionali nei paesi più ricchi, si porrà il problema dell’avanzamento professionale dei nuovi lavoratori e quindi un innalzamento dei loro salari. Per questo è necessario secondo molti orientare i finanziamenti del Fondo sociale europeo oltre che allo sviluppo della flexucurity alla nuove politiche occupazionali legate alle trasformazioni previste all’interno dei mercati del lavoro nazionali.

Bilancio degli anni 2000 e uno sguardo al futuro

Questi ultimi anni vedono lo sviluppo di due politiche legislative molto diverse tra loro sia per il contenuto sia per il modo in cui sono disciplinate dalla corte di giustizia:

1. I diritti fondamentali della persona che nascono all’interno del rapporto di lavoro ( tutele individuali).

2. Diritti ad esercizio collettivo ( interessi collettivi).

Diritti della persona e tutele antidiscriminatorie

La tutela dei diritti individuali si concentra prevalentemente sulle tutele antidiscriminatorie che hanno come fonte principale le direttive 2000/43/CE ( sulla discriminazione per razza ed origine etnica) e 2000/78/CE ( tutele ad ampio raggio riservate però ai soli rapporti di lavoro. Ciò che è più innovativo sono da un lato i contenuti inusuali di parole come discriminazioni indirette e molestie e dall’altro l’azione della Corte di Giustizia volta a colpire con una progressiva espansione del suo raggio di azione, tutti i comportamenti discriminatori vietati.

Ma come vengono recepiti questi principi negli ordinamenti azionali? Emblematica a tal fine è la discussa sentenza su un caso di discriminazione in ragione dell’età ( caso Bartsch), poiché la corte invocò quale principio generale dell’ordinamento comunitario il principio di non discriminazione in ragione dell’età. Dopo la sentenza fu precisato che i principi generali di diritto comunitario, anche se fondamentali per il corretto funzionamento del diritto comunitario, non operano in astratto. Il principio generale diviene dunque un tramite per l’interpretazione delle norme del diritto comunitario negli ordinamenti nazionali.

Diritti all’esercizio collettivo

Se in ambito di tutela individuale si nota la nascita di nuovi e più stabili diritti della persona, lo stesso non vale per i diritti dell’esercizio collettivo. In particolare sono forti le preoccupazioni per la recente giurisprudenza della corte di giustizia circa il diritto di sciopero ed in particolare le modalità e i contenuti delle prestazioni transfrontaliere (cioè oltre le frontiere). Al centro della questione c’è la transnazionalizzazione delle imprese e dei servizi, fenomeno che appare spesso smisurato rispetto agli strumenti giuridici disponibili. L’assenza di una vera e propria regolamentazione ( come ben evidenzia un’analisi di Robert Reich) porta investitori e consumatori verso scelte opportunistiche che finiscono per svantaggiarli;mancano leggi che si pongano come obiettivo di vincolare le opzioni dei consumatori e deigli investitori in vista di ricadute sociali. Ovviamente la degiurificazione dei processi decisionali all’interno delle imprese indebolisce, dove siano presenti, gli organismi di rappresentanza dei lavoratori. Vediamo come la Corte di giustizia si è espressa in quest’ambito:

sentenza Viking: Si tratta di un’azione intrapresa da una compagnia marittima finlandese, la Viking, che aveva cambiato bandiera a una nave di sua proprietà facendola diventare un’impresa lettone e applicando all’equipaggio della nave un diverso contratto collettivo. Decisione contro cui erano state organizzate azioni di protesta da sindacati di vari Paesi che miravano a ottenere l’annullamento dell’operazione e richiedevano che ai lavoratori si applicasse il contratto collettivo finlandese. Qui è chiaro che l’esercizio della libertà economica è, diciamo, sfruttato per ottenere un regime normativo meno vincolante e sostenere costi minori.

La Corte appoggiò la posizione dei sindacati ma sottolineò allo stesso tempo che il diritto do sciopero non deve entrare nel numero dei principi ispiratori dell’ordinamento giuridico, né può darsi per scontato che il suo esercizio sia orientato alla difesa dell’interesse generale. Questa controversa decisione lascia spazi aperti a considerazione successive circa l’imposizioni di limiti alla libertà di sciopero quando si vanno a intaccare libertà economiche garantite dal trattato ( cioè la libertà economica è principio fondamentale mentre il diritto di sciopero no! )

Sentenza Laval: sentenza relativa a una società di costruzioni lettone, la Laval, che intendeva praticare in Svezia salari inferiori a quelli definiti dalla contrattazione collettiva di settore. Nel 2004, il sindacato svedese delle costruzioni bloccò i cantieri della società perchè questa pagava salari inferiori a quanto previsto dalla contrattazione collettiva, chiedendo alla Laval di sottoscrivere la convenzione svedese di settore. L’impresa lettone si rifiutò, i cantieri furono bloccati e il caso arrivò fino alla corte di giustizia che diede un giudizio sfavorevole all’azione sindacale, considerandola «una restrizione alla libera circolazione dei servizi». La Confederazione Europea dei Sindacati (CES) ha espresso profonda delusione in merito a questa sentenza, dichiarandosi preoccupata «per le conseguenze che il caso potrebbe avere sul sistema svedese (e di altri Paesi) di convenzioni collettive». Inoltre, secondo la CES questa sentenza «potrebbe avere anche conseguenze circa la capacità dei sindacati a sostenere la parità di trattamento e la protezione dei lavoratori, indipendentemente dalla loro nazionalità: si teme che la capacità dei sindacati a garantire tali obiettivi possa essere messa a rischio dal principio della libera circolazione dei servizi».

Sentenza Ruffert: Una legge del Land Bassa Sassonia, per cercare di limitare distorsioni della concorrenza nell’aggiudicazione di appalti pubblici, stabilisce che sono favoriti coloro che applicano il trattamento salariale minimo stabilito dal contratto collettivo del luogo di esecuzione della prestazione di lavoro. Tale norma entra in chiaro contrasto con la libera prestazione dei servizi delle imprese che adottano prestazioni inferiori in quanto rappresentano, secondo la Corte,restrizione dell’ art 49 TCE, poiché non può essere giustificato dall’obiettivo di tutela dei lavoratori.

Dall’analisi delle sentenze ne deriva una chiara prevalicazone delle leggi del libero mercato a sfavore dei diritti collettivi.

Direttiva sui servizi e diritto del lavoro

Si tratta, in sostanza, di una bozza di legge comunitaria volta alla creazione in ambito europeo di un libero mercato dei servizi. Obiettivo è, in sintesi, realizzare la certezza giuridica necessaria per garantire, ai fornitori quanto ai beneficiari di servizi il rispetto

delle due libertà fondamentali di stabilimento e di circolazione dei servizi e di creare un quadro giuridico in grado di abbattere le barriere e gli ostacoli che ancora si frappongono alla libertà di stabilimento dei prestatori di servizi ed alla libera circolazione di servizi tra gli Stati membri. I sindacati europei, anche se hanno sempre adottato un atteggiamento favorevole alla creazione di un mercato interno, sono oggi contro il progetto di diret-tiva della Commissione poiché alcuni suoi aspetti minacciano direttamente i diritti dei lavoratori e dei consumatori dell'Unione, anziché salvaguardare e raf-forzare la crescita, l'occupazione e la coesione sociale in Europa. I punti maggiormente criticati della direttiva in questione riguardano:

1) Ha un campo di applicazione troppo ampio; rischiano infatti di confluire nella liberalizzazione anche una serie di Servizi d'interesse generale, sottraendo cosi alla sovranità degli Stati membri il controllo di larga parte delle poli-tiche sociali e dei servizi

2) Anticipa altre iniziative comunitarie future, sulla mobilità dei pazienti e dei sistemi sanitari, sui servizi d'interesse generale, sui lavoratori temporanei, ecc.

3) Le norme concernenti il distacco dei lavoratori proibiscono, di fatto, di assoggettare i fornitori di servizi a determinati obblighi sociali (autorizzazione, registrazione, dichiarazione e così via): il progetto renderebbe inoperante, in sostanza, l'ispezione condotta dallo Stato membro, rendendo inefficace la direttiva 96/71

4) Il principio del paese d'origine, secondo cui le imprese e i lavoratori che offrano servizi in un altro Paese membro possono essere sottoposti unicamente alle leggi del paese di provenienza

5) La totale esclusione delle parti sociali e delle Regioni dalla negoziazione dei dispositivi (in molti Stati membri le Regioni sono titolari di misure legislative in settori di attività coperti dal progetto

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