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Diritto Romano Rif: GIURISPRUDENZA ROMANA - Gaio, Ulpiano e Cicerone: ius Pubblicum et Privatum - Arico, Sintesi di Diritto Romano. Università di Palermo

Diritto Romano

Descrizione: Riassunto del corso di Diritto Romano. Esonero sul testo GIURISPRUDENZA ROMANA - Gaio, Ulpiano e Cicerone: ius Pubblicum et Privatum - Arico
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Universita: Università di Palermo
Indirizzo: Giurisprudenza
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eta596 - Università di Palermo

come si scaricano??

05/08/13 18:49
antonio.colletti1 - Università di Palermo

ottimo riassunto

27/01/13 18:45
charlotte1690 - Università di Palermo

un buon riassunto

10/05/12 14:32
wildworld01 - Università Roma Tre

grazie mille...appunti utilissimi :D

17/02/12 12:18
valebada - Università di Palermo

spero chi sia buono

06/02/12 13:30

GIURISPRUDENZA ROMANA:GAIO,ULPIANO,CICERONE:IUS PUBLICUM ET PRIVATUM Dibattito circa il significato dell’espressione !ius publicum” utilizzata nelle fonti romane, e sul valore da questa assunto in connessione con quella di “Ius privatum”. Nell’ 800→ il ius publicum era il diritto inderogabile in quanto riguardava la publica utilitas ( v.Ulpiano “privato rum conventio iuri publico non derogat”).All’inizio di questo secolo Ehrlich relegò la questione dell’inderogabilità su un piano secondario.Ed emerse invece in primo piano l’affermazione che nelle testimonianze romane l’espressione ius publicum verrebbe usata in due sensi diversi: come Staatsrecht e come staatliches Recht→emerse il non univoco uso dell’espressione in questione.Alla metà del secolo la quesitone cadde per mancanza di interesse. A dare occasione alla presente indagine sono state le Isituzioni di Gaio: l’opera non si curerebbe affatto di definire un ramo del diritto e di contrapporlo ad un altro;eppure sembra che nel periodo introduttivo di quest’opera vi fosse allusione ad una sfera del diritto destinata a restare esclusa dalla trattazione,e che questa si contrapponesse a quella oggetto della trattazione,ovvero al diritto privato.Altra testimonianza fondamentale è un passo di Ulpiano proveniente dal I libro delle istituzioni e riprodotto sia nel Digesto che nelle istituzioni di Giustiniano. D.1,1,1,2: “publicum ius est quod ad statum rei romanae spectat,privatum quod ad singulorum utilitatem”.Publicum ius in sacris,sacerdoti bus,magistrati bus consistit…”.Nel principium Ulpiano aveva affermato che ius deriva da iustitia e che chi si appresta alla professione di giurista deve conoscere l’origine della parola ius.Nella parola studium,usata immediatamente dopo,sono richiamate le due positiones,i due ambiti di specializzazione professionale del giurista:il ius publicum ed il ius privatum appresso definiti. Ius publicum è quello che riguarda lo status della res Romana.Status o modo di essere fondamentale cui si collega l’identità di qualcuno o qualcosa.Ius publicum riguarda quindi le strutture essenziali della res romana.Ius privatum è quello che riguarda l’utilitas dei singoli:Ulpiano non fa che estendere all’intero ius privatum la stessa idea di utile valorizzata in altri testi per definire il ius civile ed il ius gentium.In Paolo il concetto di utilitas compare nella definizione di ius gentium e viene ribadito in quello di iuis civile attraverso l’expedit finale.Bisogna sottoscrivere l’affermazione di uno studioso secondo cui una delle rappresentazioni generali più vive nella coscienza di tutta la giurisprudenza romana è quella che poggia l’intero diritto sulle profonde basi dell’utile.Ma non è lecito rappresentarsi l’intero campo del diritto romano sovrastato dall’idea di utile:tale idea sicuramente incide sulle opere giurisprudenziali a noi note( che non sono le uniche esistenti).Ulpiano fonda su quest’idea solo la nozione di ius privatum,contrapponendo a questo il ius publicum,che riguarda lo status rei romanae e con l’utilitas non ha nulla a che vedere. Ma si chiarisce che l’utilitas singolo rum puo’ concorrere con un utile collettivo..il ius privatum è si altra cosa rispetto al publicum ,ma non vuol dire che restino esclusi riflessi di pubblico interesse dall’utilitas singulorum. Da notare poi che il triplice contenuto del ius publicum sta in evidente corrispondenza con la successiva tripartizione del ius privatum:privatum ius tripertitum est.Ed è da osservare che la tripartizione del ius privatum è operata non con riferimento al contenuto,ma alla sua provenienza,individuata nei precetti del ius naturale,gentium,civile. La frase relativa al ius publicum è stata sostituita nel brano gemello delle istituzioni giustinianee,dalla frase più grezzamente esplicita : “dicendum est igitur de iure privato” per indicare l’oggetto della trattazione.(i cui contenuti non vengono quindi specificati ,poiché intuibili andando avanti).Ed è da evidenziare come la bipartizione ulpianea si rifletta nelle due positiones dello studium del giurista:vi sono giuristi peritis iuris publici e altri esperti periti iuris privati.Il ius publicum sostiene la res romana e le dà forma definita; il ius privatum serve invece a soddisfare i bisogni e gli interessi dei singoli.Ma ,sotto il profilo contenutistico, sembra che la bipartizione del ius non possa attribuirsi alla personale ideazione di Ulpiano:questi è certamente l’autore del brano,ma in questo si riassume una vicenda di pensiero svoltasi prima di lui.(ma per adesso non possiamo dimostrare tale orientamento).Si pone allora il problema dell’isolamento del testo in esame:bisogna ricercare se esistono delle corrispondenze nelle fonti romane.Ed il problema sta nel fatto che in molti testi

romani l’espressione ius publicum è adoperata in senso differente rispetto a quello definito.E non si ha ragione di porsi tale problema quando,sottoponendo il brano ulpianeo alle erosioni interpretative che vedremo,ne si abbassa in varia misura il significato. Le erosioni interpretative sono di 3 tipi. 1)valore centrale assume la parola “studium”:attività volta all’apprendimento,di cui è sede la scuola. “Huius” con cui si apre il frammento va letto come riferimento all’oggetto dell’apprendimento:il ius.Così tradotta la proposizione iniziale,il brano precipita a mero discorso da maestro di scuola..Ius publicum e ius privatum non sarebbero allora i due rami del diritto,ma i due aspetti sotto i quali una materia di insegnamento viene prospettata agli allievi:si tratterebbe di una divisione dello studio del ius.2) la seconda lettura è atta a ritenere che la distinzione non venga riferita al ius in sé e per sé,ma intesa come valore puramente relativo.Il soggetto rispetto al quale si porrebbe la distinzione non è colui che studia il ius,bens’ l’ente pubblico:non il soggetto che guarda il ius,ma quello a cui il ius guarda.Ma coloro che hanno accolto tale interpretazione trascurano il concetto di status( termine che,nel testo in esame,sta in contrapposizione rispetto ad utilitas):questo allude a nient’altro che sacra,sacerdotes,magistratus.Le due definizioni allora di ius publicum e privatum si contrappongono,non attraverso la contrapposizione di Res romana e singuli,ma prima ancora attraverso quella tra status e utilitas,che esprimono le due funzioni generali proprie ai due rami del ius.Non tenendo conto di cio’ si rischia di far coincidere il concetto di status con quello di utilitas,assimilando i concetti di ius publicume privatum in un unico significato generico di “interesse”.Si trascura inoltre la parte finale del brano,in cui la distinzione viene sugellata su un piano di inequivocabile oggettività(sacra,sacerdotes,magistratus; e i 3 ordini di praecepta( naturalia,gentium,civilia).NB E chi intende la distinzione ulpianea in senso soggettivo,raggira l’ostacolo o mettendo in dubbio la genuinità della frase “publicum ius in sacris….” o attribuendole valore meramente esemplificativo. Da dire poi che comunque nessuno può esattamente pensare di tracciare una linea di demarcazione netta tra interesse pubblico e privato:quanto è sancito pro collettività non può che risolversi pro singoli;è invece da ammettere che vi sono settori in cui prevale ora un interesse ora l’altro.Gli interpreti che non possiamo fare a meno di criticare si dividono poi in quelli che pensano che la distinzione del ius sia attribuibile ad Ulpiano,e quelli orientati in senso contrario.Molti considerano tale distinzione come indegna di un giurista classico!Alcuni adducono dei testi dello stesso Ulpiano in materia di denuncia di nuova opera,dove si troverebbe l’opposizione tra i due ius in senso analogo a quello di D.1,1,1,2 e attraverso cui si confermerebbe l’autenticità della distinzione.Ulpiano si occupa delle cause di operis novi nuntiatio: tuendi gratia ca il ius publicum; iuris nostri conservandi e damni depellendi ca il privatum.Ma ci si accorge che l’analogia tra il primo brano e il presente discorso si riduce al fatto esclusivamente terminologico.(diverse sono le accezioni di ius publicum e privatum).Deve intendersi per iuris privati tuendi gratia quella attuata per tutelare un interesse individuale(non violazione di diritto sogg o prevenzione di un danno nella sfera privata);per iuris publici tuendi gratia quella attuata per tutelare l’interesse della collettività al rispetto del modus aedificiorum o all’integrità dei luoghi pubblici.Insomma,qui i due ius significano per Ulpiano nulla più che interesse pubblico e privato;e la stessa distinzione aveva fatto a suo tempo Labeone.Risulta che quando pubblico e privato qualificano l’idea di interesse,di utilità,non stanno in contraddizione,ma in rapporto di semplice contrarietà,che è un’opposizione piu’ flessibile poiché intercede tra specie dello stesso genere(idea di utile).La possibilità intermedia prevede che interesse pubblico e privato siano non contrapposti,bensì sovrapposti,non importa se con prevalenza dell’uno o dell’altro.Ma in Ulpiano non si ammettono vie di mezzo: il ius,per il giurista,è pubblico o privato e tertium non datur. Vi sono poi stati autori secondo cui nel brano ulpianeo l’idea di utilitas attiene solo alla definizione di ius privatum e si oppone all’idea di status:per Ulpiano l’espressione ius publicum designa allora un blocco circoscritto di materie costituzionali(Staatsrecht).L’obiettivo primo degli autori è stato quello di affiancare al D.1,1,1,2 altri testi dove pure ius publicum designasse il diritto delle potestà magistratuali o quello ca ai sacra e sacerdotes;la ricerca è stata fruttuosa quando l’indagine si è allargata a fonti letterarie,meno quando ci si è limitati alle fonti

giuridiche.I testi giuridici: solo in 2 l’espressione ius publicum allude alla materia magistraturale. D.4,5,5,2: Paolo precisa che la capitis deminutio non tocca i publica iura:chi è magistrato o senatore o giudice resta tale.Affiora qui la stessa nozione enunciata in D.1,1,1,2.L’unica perplessità potrebbe esser destata dal fatto che tra i publica iura vengano qui annoverate anche le situazioni di giudice e senatore..Ma sarebbe facile dimostrare la mancanza di contraddizione tra i due testi,soprattutto se si cita il successivo frammento ulpianeo:D.4,5,6 Ulp:Ulpiano chiama gli iura publica di Paolo iura civitatis e li contrappone ai iura privata hominis et familae suae.L’altro testo in cui ius publicum è riferito alla materia magistraturale è D.36,1,14(Hermog):ogni condotta in cui si concreti la gestione di una carica magistraturale esula dalle norme regolanti l’esercizio della patria potestas.”Nam quod ad ius publicum attinet,non sequitur ius potestatis”.Tutt’altra accezione sembra invece avere il termine ius publicum negli altri due brano del digesto,in cui è stata inteso da alcuni nel senso costituzionale di cui in D.1,1,1,2.D.47,10,13,1 Ulp:il termine “utitur”,imparentato con utilitas,e quindi con la nozione di ius privatum,segna pero’ un punto a sfavore della suddetta interpretazione.Infine il testo D.4,2,23Ulp:non è verosimile che un tale,il quale si vantava di ricoprire una posizione sociale di rilievo, sia stato,in città,costretto iniquamente a pagare un indebito,dal momento che egli avrebbe potuto invocare il ius publicum e poi rivolersi ad un magistrato che lo avrebbe cmq liberato dalla persecuzione del creditore(ius publicum in senso costituzionale,coerente con d.1,1,1,2.Ma in realtà il senso del brano è un altro:Ulpiano si stupisce del fatto che la vittima sia stata una persona di spicco e che sia accaduto in città.Un personaggio eminente avrebbe potuto infatti fare appello al diritto cavandosi facilmente d’impiccio;e in città avrebbe potuto rivolgersi ad un magistrato che mettesse a tacere l’importuno! Ecco che i testi in cui l’espressione è impiegata in senso conforme al brano iniziale delle istituzioni sembrano essere olo il D.4,5,5,2 e il D.36,1,14.L’aspetto saliente risiede nel rapporto in cui il diritto delle potestà magistratuali appare posto con gli istituti di tali testi(capitis deminutio,patria potestas,actio iniuriarium):le regole di regola operanti in questi settori cessano di valere non appena si sfiora il tema dei magistrati.Dove entra in campo il ius che attiene allo status rei romanae,là non c’è posto per il ius che attiene all’utilitas singulorum!Ma per qual via dalla pura dimensione dei fatti si sia passati alla concezione bipartita del ius rispecchiata in D1,1,1,2, su ciò i testi accennati non apportano il minimo lume. C’è da chiedersi se la pluralità si significati di ius pulicum involga o meno una pluralità di significati di ius privatum.Si pone la necessità di tale risposta in quanto risulta seguita da molti l’ipotesi di un’effettiva possibilità di collegamento tra il concetto di ius publicum in d.1,1,1,2 e il diverso significato in altri testi:il comun presupposto è che, sia nel primo testo che negli altri,l’aggettivo publicum aggiunge al sostantivo una connotazione specifica,atta a determinare un particolare tipo di diritto contrapposto a quello privo di quella connotazione.In alcuni testi si indicherebbe il diritto emanato dallo Stato;in altri (Erlich),publicus alluderebbe alla provenienza autoritativa del ius,in contrapposizione dell’altro ius formatosi al di fuori della sfera dell’intervento statale(controverso se quest’ultimo ius sia il diritto dei privati,o il ius civile di origine giurisprudenziale).Il presupposto è comunque che nei testi che ci accingiamo ad esaminare il diritto pubblico sia quello di provenienza autoritativa.E pare che l’aggettivo arricchisca semplicemente un generico ius,senza circoscrizioni specifiche di sorta: e allora appare impossibile ogni ipotesi conciliativa tra le due accezioni dell’espressione→i due significati non coincidono almeno in un punto:quello di avere entrambi,come proprio opposto,un ius non publicum!Per il primo significato il ius publicum è solo una parte del ius,opposta ad un’altra;per il secondo invece sembra essere il ius nella sua massima espressione concettuale.L’ultima parola spetta tuttavia ai testi,che dividiamo in 4 gruppi.Al primo gruppo appartengono due testi di Papiniano(in materia di testamento),uno di Paolo(in materia di mancipatio ed esonero), ed uno di Ulpiano(in materia di patrono e suo liberto).In tutti e 4 i testi l’espressione ius publicum è impiegata per indicare una norma o principio di cui si discute l’adeguabilità al caso in esame;il giurista sembra soppesare due argomenti contrastanti:la corrispondenza del caso alla fattispecie normativa, e l’esistenza pero’ di qualche ragione che indurrebbe ad escluderlo dalla sfera di

applicazione della norma.(Es nel quarto caso la revoca degli atti di gestione del tutore è giustificata dal fatto che questi li ha compiuti in frode ai creditori e quindi in violazione del generale dovere di gestire secondo buona fede).La decisione è adottata nel senso dell’applicabilità della norma nel secondo e quarto caso;in senso contrario nel primo e nel terzo.Quanto a ius publicum ,si nota nell’aggettivo un’allusione al carattere autoritativo della fonte da cui promanerebbe il diritto chiamato in causa:le constitutiones imperiali nei primi 3 testi;l’editto pretorio nell’ultimo.Da ciò si potrebbe affermare che in questi brani il ius publicum equivalga a Staatrecht! Tuttavia possiamo presentare due ordini di obiezioni:la materia delle excusatione fu regolamentata non solo dalla legislazione imperiale,ma anche dall’interpretatio giurisprudenziale;in secondo luogo,per stabilire il senso dell’espressione,non lo si è cercato prima e soprattutto nei testi,ma lo si è desunto dai connotati delle fonti con qui quel ius è stato messo in connessione.Nel secondo gruppo individuiamo 8 testi in cui si trova enunciata l’inderogabilità del ius publicum ad opera di pacta,conventiones,cautiones o unilaterali manifestazioni dell’autonomia privata.Alcuni brani riguardano il tutore ed il patrimonio pupillare;un altro la dote;un altro i legati e la lex falcidia;uno di Papiniano è relativo alle manomissioni fedecommissarie..richiamata poi la testamenti factio, l’errore,e da ultima un’espressione di Papiniano:ius publicum privatorum pactis mutari non potest”.E probabilmente questa affermazione era originariamente riferita ad un caso particolare,di cui risultano pero’ congetturali i tentativi di ricostruzione dei compilatori.Questi 8testi costituirono la base di una dottrina ormai superata,secondo cui il ius publicum si identificava col diritto inderogabile,contrapposto a quello di carattere meramente dispositivo.E’ facile obiettare che l’inderogabilità viene attribuita al diritto anche in fonti dove è assente la qualifica di publicus.E si ammise anzi che ,per i giuristi romani,tutto il diritto è inderogabile.Si ripiegò quindi sull’idea che si trattasse di una species di ius avente come proprietà determinativa la sua genesi statale;e contrapposto al ius privatum o non publicum, di orgine non statuale(la contrapposizione non era dovuta alla derogabilità del privatum,ma all’origine non statuale per l’appunto).In tutti gli 8 testi il giurista prospetta un conflitto tra autonomia privata e ordinamento giuridico.La sua risposta si articola in 2 parti distinte:la prima è che la disposizione privata non avrà seguito;la seconda motiva la prima alla stregua del principio”il volere individuale non può operare in contrasto con l’ordinamento giuridico”.E cio’ perché il diritto pubblico è il diritto di tutti,del ius rei publicae ,a cui la volontà di uno solo non può pretendere di contrapporsi che invano. Il terzo gruppo consta di 5 testi.Il primo, di Ulp, riguarda la materia delle garanzie dotali;il secondo, di Paolo, è connesso con la cautio damni infecti; al terzo posto Ulp con la regola “ Non capitur qui ius publicum sequitur”:la massima può generalmente significare che chi si attiene al diritto non può esser colto in una situazione di difetto di cui altri possa approfittare a proprio vantaggio.In tutti e 5 i testi comunque il discorso verte su una situazione giuridica di vantaggio contro cui qualcuno muove o potrebbe muovere delle ingiuste aggressioni.Il giurista:o quella situazione è inattaccabile,o sono inamovibili le ragioni dell’incompetenza dellì’avversario a contrastarla.Qui l’aggettivo publicus pare sottolineare il valore di rassicurazione che tale risposta assume per il titolare della situazione di vantaggio:questo,insomma,non ha nulla da temere;e l’altro non può che desistere.L’ultimo gruppo comprende 2 testi:uno ca il crimen adulterii(Paolo) e l’altro ca l’actio funeraria.(Ulp).Nel primo,paolo chiama ius publicum il diritto generale cui ricorrere in luogo della disposizione particolare.Anche in questi due testi si è interpretato ius publicum come diritto di origine autoritativa (interpretazione sicuramente errata).Questi due testi ira citati presentano un tratto in comune con quelli dei 3 gruppi precedenti:in quei testi il ragionamento del giurista aveva due termini di riferimento costanti:il ius publicum(ordinamento giuridico) e un’ipotesi attinente alla realtà concreta.Nel primo gruppo si decideva se la norma dovesse o meno trovare applicazione nel caso di specie;nel secondo gruppo si decideva che la norma doveva prevalere sulla concorrente regolamentazione dell’autonomia privata;nel terzo gruppo che il caso era regolare alla stregua della norma.Neli ultimi due testi invece figura un rapporto non tra diritto e fattispecie concreta,ma tra norma generale e particolare,interne allo stesso diritto.Il ius publicum troverebbe applicazione

solo in mancanza degli estremi che darebbero luogo all’applicazione della norma particolare;ed è qualificato publicum in quanto diritto generale,norma normale.Emerge che in questi testi l’aggettivo publicus è null’altro che una ricca tastiera di sfumature semantiche cui il giurista attinge di volta in volta la nota che più si confa alle sue esigenze espressive(diritto oggettivo,generale,della comunità,vigente etc..).Se adesso riuniamo in un elenco le materie in rapporto alle quali è stato chiamato in causa il ius publicum(actio funeraria,accusatio adulterii,fraus creditorium..) dovremo riconoscere che i giuristi dell’età dei Severi sono avvezzi a chiamare diritto pubblico ciò che mostra una paradossale tendenza a coincidere con il ius privatum definito in D.1,1,1,2. Nei testi ulpianei in materia di o.n.n. ius publicum è usato nel senso di interesse pubblico,vs quello privato;abbiamo poi incontrato espressioni come ius rei publicae o ius,atte ad esprimere la generica idea di ordinamento giuridico.E tre volte soltanto nel Digesto ius publicum viene utilizzato in maniera diversa:come tecnica designazione di determinate materie del ius(patria potestas e capitis deminutio minima).Non resta che mettere a confrontare i due significati di ius publicum.L’uno è la testimonianza di un’esperienza storico-giuridica peculiare dell’età dei Severi:in esso si rapprende il primo albore di un’idea che condurrà all’enunciazione di concetti come diritto obiettivo,ordinamento giuridico..L’altro coincide invece con un gruppo di materie del ius nettamente individuate.I giuristi dell’età dei severi parlano di ius publicum in rapporto a materie che stanno opposte al ius publicum definito da Ulpiano!E qualunque testo in cui l’espressione in esame non corrisponda al significato eunciato in D1,1,1,2 è irrilevante ai fini dell’indagine sulla suddivisione del ius in publicum e privatum.Capitolo II→ Non possiamo ammettere che D.1,1,1,2 di Ulpiano sia una testimonianza isolata.Prendendo in considerazione altre Institutiones,si deve affermare che queste debbano avere il loro incipit in una definizione differenziale del ius che darà materia alla trattazione e di quello che ne risulterà invece estromesso.Delle istituzioni di Callistrato non possediamo pero’ nemmeno un frammento del primo libro;delle istituzioni di Paolo possediamo un frammento del primo libro,ma ca la materia possessoria,appartenente quindi ad uno stadio inoltrato della trattazione.Rilevano invece le Institutiones di Fiorentino e Marciano, in cui alcuni frammenti sembrano attenere a certe nozioni generalissime che anche nelle istituzioni di Ulpiano vengono presentate nel tratto iniziale dell’opera.Il primo passo sembra essere una variazione sul tema del ius naturale,sebbene la sua attuale connessione con D.1,1,1,4(ius gentium est..) lo faccia apparire come uno sviluppo della nozione ulpianea di ius gentium. Il secondo era forse diretto ad ampliare una precedente nozione di ius civile( si dichiara che il ius honorarium non è autonomo,ma viva vox del ius civile).Il terzo riguarda infine alcune locuzioni in cui compare la parola ius.Ciò basta per dire che Fiorentino e Marciano toccavano nella prefazione delle loro istituzioni almeno 3 dei temi cari ad Ulpiano: il tema del ius naturale;quello del ius civile e quel che chiameremo un approccio alla definizione di ius civile.E se davvero le due opere presentavano tale coincidenza con le istituzioni ulpianee, si può pensare che contenessero anche una distinzione tra ius publicum e privatum come momento precedente all’introduzione nel discorso dei concetti di ius civile,naturale o gentium.Ma sarebbe una mera congettura…tanto più che si potrebbe muovere un’obiezione:anche l’inizio delle istituzioni gaiane mostra punti di contatto con l’inizio delle ulpianee,là dove Gaio distingue tra ius civile e gentium e fa allusione al concetto di naturalis ratio.E tuttavia non c’è nelle restanti parti un minimo accenno alla distinzione tra ius publicum e privatum.Ecco che le concordanze tra le opere di Fiorentino e Marciano,e quella di Ulpiano, non autorizzano alcuna illazione circa un’ulteriore concordanza sul tema della bipartizione del ius. “Omnes populi qui legibus et moribus reguntur,partim suo proprio,partim communi omnium hominum iure utuntur”(Gaio)→La frase “ qui legibus et morbus reguntur” può essere letta in 2 odi diversi: o inclinandone il peso verso Omnes populi o verso il resto del periodo Partim suo proprio…Nel primo caso essa assumerebbe una funzione limitativa rispetto ad Omnes populi:non tutti i popoli,ma solo quelli retti da leges e mores(i soli popoli civili).Ma lo stesso Gaio,poco sotto,precisa di intendere per populus l’insieme degli universi cives,ossia una specie di comunità civile avente senza dubbio già in sé l’essere retta da leges e mores.Se più che sul soggetto ci si

concentra sul predicato,ad attrarci sono i verbi reguntur, utuntur. Considerati così,l’uno accanto all’altro,sembrerebbero esprimere i due aspetti sotto cui può essere rappresentata la relazione tra popoli e diritto.Per l’uno i populi,soggetto passivo di regere,hanno l’attitudine di ricevere da leges e mores una direzione,una guida ordinatrice che non ammette deviazioni.Per l’altro gli stessi populi,soggetto attivo di uti,appaiono nell’atto di usare il ius,di trarne vantaggio e beneficio.Verrebbe quindi da pensare che Gaio voglia alludere alle due funzioni del diritto:una volta alla stabilità dell’assetto sociale;l’altra posta a servizio dei bisogni propri del vivere associato.E Gaio avrebbe scelto la seconda angolazione,quella di uti,giudicando pero’ necessario accennare alla sua inseparabilità da quella scartata.A meno che l’allusione non sia più ampia: non alle diverse finalità del diritto,ma a due sfere di questo,contraddistinte proprio dalle finalità.Bisogna in sostanza individuare il rapporto tra il diritto cui Gaio si riferisce parlando di leges,mores quibus populi reguntur e quello cui si riferisce parlando di ius quo populi utuntur,se di identità o di alterità.Nel primo caso dovremmo pensare che Gaio abbia collocato nella prospettiva del regere lo stesso diritto che da allora in poi sarà posto nella prospettiva dell’uti;nel secondo caso il senso del discorso sarebbe:dov’è un diritto che regge i popoli,v’è anche un diritto preposto all’utile dei popoli.1) Poniamo che leges e mores quibus..e ius quo omnes..facciano riferimento al medesimo diritto e ne esprimano i due profili:quello ordinatore e quello utilitario.Nell’atto stesso di presentare il ius in questa seconda veste,notiamo che Gaio lo scompone in 2 parti: ius civile(proprio di ciascun popolo) e ius gentium(comune a tutti gli uomini).Esaminiamo ora i termini leges e mores:Lex est quod pupulus iubet atque constituit”.Dei mores non si fa più parola,ma la tradizione li fa apparire come la radice propria del diritto proprio a ciascun popolo:non potrebbero quindi assegnarsi all’altro membro della bipartizione,ossia il ius commune omnium hominum.Sicchè dovremmo concludere che l’intero,rapportato alle sue parti,non corrisponde alla loro somma.2)Poniamo invece che leges e mores quibus..indichino una branca del diritto diversa dal ius quo omnes populi utuntur e che la bipartizione iu civile-gentium interessi solo quest’ultima.Stando così le cose non ha senso porsi la questione dell’assegnabilità delle leges al ius che quisque populus ipse sibi constituit e della non assegnabilità dei mores al diritto comune a tutti gli uomini.E quando Gaio abbandona il generico riferimento agli Omnes populi per volgersi al ius di cui il populus utitur(ius civile) apprendiamo che tale ius deriva essenzialmente da leges..e delle leges comparivano anche nel periodo introduttivo,come ablativo di reguntur.Così uno stesso termine, leges, ricorre 2 volte ,prima in connessione esplicita con regere,poi implicita con uti.I mores mancano invece dalla lista delle fonti del ius di cui il popolo romano utitur.Bisognerebbe ora vedere se le leges di inizio discorso e quelle menzionate dopo siano le stesse per Gaio, e presentate prima in funzione reggente e poi utilitaria; o se invece si tratti di leges opponibile le une alle altre in quanto appartenenti a diversi rami del diritto.A)Supponiamo che le une siano un tutt’uno con le seconde.Ne verrebbe che le prime sono fonti del ius di cui omnes populi utuntur..e lo stesso dovrebbe essere per i mores.Ma non si spiegherebbe perché questi ultimi manchino dall’elenco delle fonti di tale ius.B)Supponiamo invece che Gaio alluda a 2 distinti rami del diritto:le leges di cui al §1 sarebbero diverse da quelle di cui al §2,in quanto rientranti,come i mores affiancati,in una sfera del ius caduta dal discorso già ab origine.Quanto ai mores,la loro scomparsa dal discorso non avrebbe nulla di inspiegabile,almeno sul piano della sistematica formale.NB in realtà il problema continua a porsi in relazione a due successivi passi ca le successiones e legis actio per pignoris capionem,in cui Gaio torna a parlare dei mores come fonti del diritto.Allora i mores di cui al numero 1 appartengono al ramo del ius fuori dalla trattazione;a quelle di cui al numero 2 è dedicata la trattazione.Ma visto che per Gaio anche i mores sono fonti del ius quo populus romanus utitur,rimane da chiarire come mai non sono stati inclusi tra le fonti di tale ius elencate.Alla fine del primo paragrafo Gaio abbandona la distinzione prospettata e si dedica ad una sola delle due componenti..All’ omne ius quo utimur il discorso tornerà ad allargarsi solo dopo per indicare nelle personae,res,actiones il suo tripartito ambito di riferimento.Nel sistema delineato da Gaio le fonti si presentano distinte in due gruppi:Al primo appartengono plebiscita,constitutiones

principis,senatus consulta,responsa prudentium,accomunati da una loro assimilabilità alla lex che varia per gradi negli uni rispetto agli altri.Il grado è massimo nei plebiscita(addirittura eguagliati alle leges);minore nelle costituzioni e nei senatoconsulti,,e decresce ancora nei responsa.In tre di questi casi l’assimilabilità alla lex trae origine direttamente o meno dalla stessa lex( direttamente nei plebiscita grazie alla lex Hortensia;meno direttamente nelle costitutiones,in virtù del fatto che il princeps riceve per legem il potere di produrre diritto; ancora meno direttamente nei responsa,equiparati alla legge da un rescritto del principe che lo legittima a far produrre il diritto ai prudentes).Quanto ai senatus consulta,vi sono dubbi ca la loro equiparabilità alle leges(manca una lex a fondamento del loro valore legislativo).Al secondo gruppo appartengono le leges e gli edicta eorum qui ius edicendi habent,accomunati dal fatto che sono fonti di ius per il popolo romano direttamente..e dal fatto che per essi Gaio non fornisce alcuna giustificazione formale della loro idoneità ad esser fonti di iura populi romani:leges ed edicta non hanno bisogno di tale giustificazione;la loro attitudine a creare norme vincolanti per tutto il popolo romano ha carattere originario..un’originarietà che ha per custodi i mores.E proprio leges e mores riconoscono o meno il potere degli organi costituzionali (populus,plebs,senatus,princeps,magistratus) di costituire o di far costituire(ai prudentes) iura validi per tutto il popolo romano.E non solo gli organi,ma sono anche richiamati i poteri costituzionali cui fa capo la loro attività di produzione del diritto.Nel caso dei magistratus è richiamato il ius edicendi;nel caso del princeps è menzionato il potere di imperium;riguardo a populus,plebs e senatus è invece richiamato il iussum.Il richiamo risiede nel verbo iubere,per 3 volte accompagnato al verbo constituere nelle definizioni di lex,plebiscitum e senatus consultum.I iura populi romani sono in sostanza per Gaio l’anello terminale di una catena che dagli iura stessi risale alle loro fonti;da queste ai poteri normativi;dai poteri agli organi..Ma il discorso riguarda direttamente solo il ramo formato da iura populi romani e dalle loro fonti di produzione;l’altro,formato dagli organi,rimane in ombra.Ricordiamo che il nostro scopo era quello di dimostrare che sede specifica della distinzione tra ius publicum e privatum debba essere il brano iniziale delle Institutiones..e ciò dovrebbe essere preordinato a provare come la distinzione tra i 2 rami del diritto enunciata in D.1,1,1,2 non sia un evento isolato.Mettiamo dunque a confronto D.1,1,1,2 con Gai 1,1: il confronto è stato fino ad ora limitato al tratto finale dei due testi,quello che in Ulpiano concerne ius naturale-gentium-civile e in Gaio ius civile-gentium.Ma dal nostro punto di vista conta soprattutto il binomio Ius civile-ius gentium che,comune ai due testi,spiana la strada per stabilire quanto vi sia altro in comune.Per Gaio ius civile e gentium sono le due parti del diritto di cui tutti i popoli,e in particolare il romano,utuntur.Per Ulpiano sono due dei tre ordini di praecepta dai quali egli dice collectum il ius privatum.Quindi l’anonima categoria gaiana risulta formata da due delle 3 componenti dei diritto privato di Ulpiano;quanto alla ius naturale,non occorre insistere sulle ragioni che hanno indotto Ulpiano a fare del ius naturale una nozione distinta dal ius gentium.Ius publicum e privatum in Ulpiano hanno i loro fattori determinativi nello spectare l’uno ad statum rei romanae,l’altro ad singulorum utilitatem..e queste due idee dimostrano a prima vista una certa affinità concettuale con i due verbi Gaiani reguntur e utuntur.Regere vuol dire “dirigere in linea retta”;status “posizione eretta”(far stare in equilibrio e condizione,modo di essere fondamentale).E abbiamo anche una testimonianza che fa comprendere il rapporto tra utuntur e utilitas.Parliamo del brano iniziale del cd Fragmentum DositheanumDel ius gentium si dice prima che tutte le genti similmente lo usano;si aggiunge poi che,per il fatto di essere buono ed quo,esso conviene all’utilità di tutti.Le espressioni “omnium utilitati convenit” e “omnes gentes eo sunt suae” sono quindi espressioni dello stesso concetto,enunciato dal punto di vista delle gentes e poi del ius.Analogo ribaltamento prospettico si nota nella parte del brano ca il ius civile,la cui qualifica di civile è prima spiegata con la ragione che la nostra civitas eo utitur.Dopo viene ricordata l’opinione di alcuni secondo cui deve intendersi per ius civile quello che giova a tutti i cives o alla maggior parte di essi in via esclusiva: la frase “ius civile expedit civibus” non è altro che “civitas utitur iure civili “ detta al contrario.E nell’andamento in un senso –che parte dalla comunità sociale,passa per uti e arriva a ius-riconosciamo il modello definitorio gaiano;nell’andamento in

senso contrario-che parte dal ius,passa per l’utilità e arriva agli idividui della comunità- riconosciamo il modello Ulpianeo.Valutando nel complesso le due categorie gaiane e le due ulpianee potremmo dire che le une sono le altre rotate di 180°.→ | GAIO:Omnes populi reguntur legibus et moribus / Omnes populi utuntur iure.ULPIANO:Ius publicum est quod spectat ad statum rei romanae / Ius privatum est quod spectat ad utilitatem songolorum. Le proposizioni di Gaio hanno il medesimo soggetto(omnes populi),ma si capisce che dei due aspetti nella nozione di populus( insieme di individui ed ente collettivo) l’uno prevale in connessione con reguntur e l’altro con utuntur.I due verbi che in Gaio esprimono il rapporto tra populi e i due rami del diritto,appaiono in Ulpiano dissociati in “spectat” e in “ad statum e ad utilitatem”,che esprimono la funzione secondo cui si instaura il rapporto tra ius publicum e privatum da una parte e res romana e singuli dall’altra. Veniamo adesso ai due elementi di coda delle sequenze gaiane: legibus et mores nell’una, e iure nell’altra;nel primo caso si tratta di un diritto da cui i popoli reguntur,nel secondo caso di cui utuntur.E gli elementi finali delle due proposizioni gaiane ricompaiono come elementi di testa delle proposizioni ulpianee e in ripristinata unità terminologica:ius l’uno,ius l’altro.E questo ius sfodera ora la sua duplicità di carattere nei due aggettivi che lo accompagnano nell’una e nell’altra,publicum e privatum.Perchè i conti tornassero occorrerebbe in realtà che ,come vi è corrispondenza tra le parti del ius quo populi utuntur di Gaio e le articolazioni del ius privatum in Ulpiano,così l’uno riferisse alle leges e ai mores qui populi reguntur le stesse materie che l’altro riferisce al ius publicum.Gaio,frettoloso nel congedarsi da leges e mores,non offre alcun termine di paragone a sacra,sacerdotes,magistratus.Ma non è da escludersi che l’enumerazione gaiana ,insieme agli aspetti connessi alle fonti in questione,ne annoveri altri relativi a sacra e sacerdotes,dall’autore non richiamati per l’ovvia ragione che non hanno nulla a vedere con leges,plebiscita,senatus consulta,constitutiones,edicta e responsa prudentium.Quanto al princeps,la sua inclusione nella cerchia degli organi di produzione di iura è dovuta alla sostanziale parificazione del suo ruolo costituzionale a quello di un magistratus.(l’imperium è infatti potere tipicamente magistraturale).Detto ciò,nulla impedisce di pensare che questa seconda sfera del diritto visibile in Gaio al di là degli iura possa ben coincidere con il ius publicum ulpianeo.Rimane pur sempre da superare il secondo ostacolo:l’impossibilità di collegare in Gaio il diritto di cui s’è parlato finora alla particolare funzione reggente che si accompagna a leges e mores contrapposti al ius quo populi utuntur…Abbiamo in Ulpiano una nozione di ius publicum che consta di 2 componenti:una ca l’aspetto determinativo,concettuale(..est quod ad statum rei romanae spectat);l’altra ca l’aspetto contenutistico(in sacris,sacerdotibus,magistrati bus consistit).Entrambe trovano corrispondenza in Gaio,ma a due livelli diversi,tra cui non si riscontra alcuna connessione.Permane quindi una ragione per dubitare che le materie costituzionali affioranti ai §§2-7 siano connesse all’idea espressa dal reguntur del §1.Questo nesso,inesistente in Gaio,si profila adesso pero’ per transitività→Il nesso tra leges e mores da una parte,e il diritto che fa da sfondo agli iura populi romani dall’altra,si istituisce da sé per circolarità: se il primo elemento (materie costituzionali in Gaio,coincide con il secondo( contenuti ulpianei di ius publicum), e il secondo è connesso con il terzo( idea di status rei publicae),il quale coincide col quarto(idea sottesa a reguntur),bisognerà dar atto che anche il primo è connesso col quarto! Con questo si puo’ considerare concluso il confronto tra D.1,1,1,2 e Gai 1,1 e superata la debolezza da cui era rimasta affetta l’interpretazione del testo gaiano su cui poggiava lo stesso confronto.NB Se il testo gaiano doveva servire a provare il non isolamento dell’ulpianeo,quest’ultimo ha dovuto a sua volta sopperire ad una deficienza funzionale che l’altro accusava rispetto al fine anzidetto.E,da ultimo, notiamo come i due testi abbiano in comune persino il fatto di non indicare verso quale delle due direzioni proseguirà la loro trattazione(dovranno intuirlo i lettori):in Gaio si ricava dalla marginalità dell’accenno al ius publicum;in Ulpiano dal diverso grado di fecondità che riveleranno subito i due rami(ius publicum arriverà immediatamente all’isterilimento;il ius privatum si infoltirà in triplice direzione).Ma adesso conta stabilire che parte abbiano nel problema dell’isolamento di D.1,1,1,2 i

risultati finora ottenuti.La concezione bipartita del ius delle prime righe delle istituzioni di Gaio è la stessa espressa da Ulpiano:Il testo dunque non è isolato!Ma da dove abbia potuto germinare la concezione bipartita del ius è ancora da chiarire..Che anche Gaio l’abbia ripresa da una preesistente tradizione sembra dimostrato dalla suprema parsimonia espressiva con cui vi accenna.Che d’altra parte sia stato Gaio a trasmetterla ad Ulpiano è ipotesi da scartare(basti considerare quanto piu’ ampio sia il riferimento ulpianeo).Non dimentichiamo poi che la contrapposizione tra i due ius non è solo relativa alle diverse funzioni,ma anche ai due rami dello scibile giuridico tra cui il giurista compie la sua scelta professionale.E dobbiamo desumerne che la distinzione tra ius publicum e privatum non fu questione di mero interesse scientifico,ma ebbe la sua radice sul piano dei fatti,dove corrispose ad una concreta opzione tra due modi di fare del giurista.Com’è sorta allora a Roma la scissione del ruolo del giurista? CICERONE fu certamente lo scrittore romano che più ampiamente riflettè sul diritto in termini teorici:così non sorprende che nella sua opera compaia l’idea che fa da supporto alla distinzione del ius ripresa poi,a distanza di secoli,da Gaio e Ulpiano.Il nucleo primo di quest’idea si trova nel De republica,§§ 39-42 I libro:questi paragrafi costituiscono l’adempimento di una regola alla quale-dice Scipione-bisognerebbe attenersi all’inizio di ogni discussione.La regola è “ut eius rei de qua quaeretur si nomen quod sit conveniat,explicetur quid declaretur eo nomine”.E il compito dell’Africano è stabilire che cosa sia la res publica.Nei paragrafi che seguono si delinea quindi la definizione ciceroniana di res publica..Il popolo non è un’accozzaglia di uomini,ma una moltitudine tenuta insieme dal consensus iuris e dalla communio utilitatis..L’aspetto che più interessa riguarda comunque il rapporto in cui devono intendersi posti tra loro questi due elementi.A fissare i punti salienti della questione può servire una sintesi dell’avversa dottrina,che aveva avuto a Roma il suo assertore nel filosofo Carneade,e che ci è nota attraverso alcuni brani del III libro del De republica e da ciò che del contenuto di brani perduti ci tramanda Lattanzio.Nel III libro infatti Lucio Furio Filo si assume suo malgrado il compito di sostenere la dottrina in questione per dar modo a Lelio di poterla confutare.Diceva il primo che non esiste un diritto naturale,ma solo i diritti che positivamente le singole genti si danno;che il diritto non ha a che vedere con la giustizia;che ha per fine l’utile dei soli che sono in grado di avvantaggiarsene.Contro tale concezione unilateralistica del ius,Cicerone coltiva un credo che si articola nei seguenti punti: il diritto deriva da natura;coincide con la giustizia;è preposto all’utile di ciascuno e di tutti.E’ alla luce di tali premesse che va intesa la teoria ciceroniana sulla convivenza sociale che si condensa nella definizione di populus→la prima ragione della coesione della moltitudine non è la debolezza,ma una naturale tendenza all’aggregazione.E l’immagine della naturalis congregatio ci pare fornisca la chiave per penetrare il senso di iuris consensus( i due elementi che la compongono,infatti,l’agg naturalis e la congregatio,evocano l’idea dell’origine naturale del diritto e quella del ius come vincolo sociale).Idee queste che sono piuttosto due declinazioni di uno stesso motivo:il diritto,insito per natura negli uomini,li porta ad essere attratti gli uni verso gli altri e a stare uniti tra loro.Dacchè il ius non ha esistenza al di fuori dell’uomo,ma è naturale modalità del suo sentire..ecco perché iuris consensus(espressione adibita a significare il comune senso del diritto,l’unanime percezione degli imperativi che la naturalis ratio iscrive nell’intimo di ognuno.NB Cancelli assegna invece all’espressione il senso di “adesione al diritto”(ma per cicerone il ius è natura constitutum, non opinione).Ora,nella definizione ciceroniana il populus è detto sociatus oltre che dal consensus,anche dalla communio utilitatis.Per intendere quale sia il rapporto tra ius e utilitas bisogna ricorrere al concetto di iustitia(v.De officiis).Il ius è in natura positum;la iustitia invece è in voluntate posita:segna il momento in cui il ius viene assunto dalla sfera naturale a quella del volere e quindi dell’azione umana.Traducendosi in direttiva dell’agire,i divieti e gli imperativi della legge di natura subiscono una sublimazione etica che li riassume nei due fondamentali munera della giustizia:primum ut ne cui noceatur,deinde ut communi utilitati serviatur.E la giustizia altro non è che la proiezione del ius di natura nella dimensione della razionalità umana.La communio utilitatis non è quindi indipendente dal consensus iuris,ma la funzione stessa che il ius realizza per il fatto di

essere sentito da tutti i consociati e filtrando nella loro volontà ed azione,trasfigurato in iustitia.E se il ius è il vincolo che costituisce gli uomini in populus,la communio utilitatis è la causa o funzione di tale vincolo(e il fatto che essa è implicita nel ius spiega perché nelle succ riedizioni della definizione di populus la communio utilitatis venga omessa)Ecco come va interpretata la definizione di populus di rep.1,39: è l’insieme della moltitudine coesa dalla comune percezione di un diritto la cui applicazione realizza l’utile di tutti.Detto ciò,deve pero’ dirsi che, affinchè il populus acquisti stabilità e durevolezza,occorre che al legame di base si sovrapponga l’azione di un secondo fattore in virtù del quale la naturalis congregatio potrà assumere uno status.Dal populus si passa alla civitas(popolo nello stato di aggregazione) e poi alla res publica(nuova realtà politica che è la res populi).Ora,la res publica deve essere retta,perché sia durevole,da una guida attribuita ad uno solo o ad alcuni eletti o alla massa del popolo.Regnum,civitas optimatium,civitas popularis sono i 3 possibili status o genera della res publica dei quali Scipione e gli altri discuteranno per stabilire quale sia l’optimus.E finiranno per assegnare la palma ad un 4° modello ideale storicamente inveratosi nell’antica res publica romana trasmessa dai maiores.Chiunque sia preposto a svolgere il ruolo di guida e governo deve assicurare il mantenimento della communio utilitatis che è la naturale ragion d’essere della civitas.E tutte le 3 accennate formule politiche sono atte ad assolvere questa funzione:sono passabili per il sol fatto di aver assicurato alla comunità uno status non incertus.La parola status esprime l’idea di equilibrio(il consilium deve infatti regere la res publica);e all’idea di equilibrio si affianca quella di forma che porta con sé l’idea di genus.La forma e il genus mutano,per Cicerone,a seconda che a regere siano il rex,gli optimates o il populus;ciò che non può mutare è invece lo status,che corrisponde alla funzione stessa del regere.Cos’è quindi la res publica?Cicerone risponde con una definizione che si articola in 2 parti: la prima definisce il populus,aggregato umano formante il sostrato naturale della res publica.La seconda si riferisce alla condizione necessaria perché questa associazione duri nel tempo:la condizione è che al coetus multitudinis si sovrapponga un consilium che lo regga dandogli uno status(e la necessità del consilium è provata dal gerundivo “regenda est..”).Ed il benessere dei cittadini è ciò che si prefigge chi è preposto alla guida della comunità:quasi che l’utilitas fosse direttamente funzione dell’imperare e viceversa(in realtà si tratta di due piano concettuali ben distinti→ direttamente funzionale all’utilitas è,non il regere,ma la naturalis congregatio ed il ius che realizza;il regere serve alla durevolezza dell’utilitas!. Della concezione ciceroniana di res publica è altro elemento essenziale il diritto,ordine normativo dello stato,senza il quale la civitas sarebbe inesistente.E nella seconda parte della definizione non vi è alcun cenno a questo diritto→di tale carenza si accorge Tuberone che invita a proseguire la conversazione sulla scia dell’analisi degli strumenti giuridici concretamente atti a costituire e conservare la forma ideale scelta come optimus.Ma Scipione tiene a freno il giovane interlocutore:a tornare sull’argomento sarà il De legibus,e non il De republica. In Leg.1,17 Cicerone,indicato col nome Marco,fissa gli argomenti che verranno affrontati.Il discorso prende le mosse dall’invito di Attico a Marco di esporre il suo pensiero ca il ius civile..e la risposta è:” Io dovrei trattare di ius civile?”.Marco gioca su un equivoco:mostra di intendere il ius civile nel significato che gli attribuiscono gli interpreti del diritto.Ma se dire ius civile significa dire ius civitatis, Marco sembra rimproverare i ai giureconsulti di avere abbassato il significato di ius civile;e semra addebitare loro una limitatezza di cognizioni che non si estenderebbero nemmeno ad abbracciare l’universo diritto.E la disputa sarà dedicata al tema del diritto integralmente inteso,di guisa che al ius civile toccherà uno spazio ben esiguo.Essa dovrà spiegare la natura del diritto e la sua inseparabilità dalla natura dell’uomo;solo in via secondaria si tratterà dei precetti e diritti dei popoli come concretamente posti e tra essi si toccheranno gli iura civilia.Il discorso avrà quindi per oggetto il diritto.Il dialogo De legibus si suddivide sostanzialmente in due parti.La prima si incentra sul concetto che il ius deriva da natura e coincide col primo libro;la seconda riguarda un complesso di leges ca le materie della religione e dei magistrati.Questa seconda parte si distribuisce nel secondo e terzo libro così:nel 2° le norme sulla religione;nel 3° quelle sui magistrati..e come nel

secondo la discussione conduce,tramite cenni al ius pontificium,a una digressione su argomenti di ius civile,così pare che nel terzo fosse prevista una digressione sugli iudicia.Davvero il dialogo sembra abbracciare tota causa universi iuris ac legum,come anticipato da Marco.Vediamo adesso in che rapporto si pongono le due parti(natura e leges),accantonando per adesso il ius civile.Domandiamoci quali criteri abbiano determinato l’impianto bipartito dell’opera:se si tratti di una bipartizione inerente il diritto ogg del discorso,o di una semplice bipartizione del discorso che non incide sull’oggetto dello stesso.Domanda questa che ne trae seco una:Cosa deve intendersi per tota causa universi iuris ac legum?Il contrasto tra l’intonazione filosofica del primo libro e quella concreta degli altri due non è la sola causa della discontinuità tra le due parti del De legibus…esiste una frattura tra il ius cui si riferisce il primo libro e le leges del secondo e del terzo,che ostacola la loro fusione in una superiore unità di concetto,di cui quello possa essere la versione teorica,e queste la versione concreta.E si nota che il primo si riferisce all’homo,le seconde alla civitas:quel ius inerisce alla natura dell’uomo;con quelle leges devono invece essere rette le comunità.E come nel De Repulica si notava il passaggio da populus,a omnis populus,omnis civitas,omnis res publica,allo stesso modo nel De legibus si passa dall’homo alle civitates:l’uno è l’ambito di un oggetto che esiste in natura;l’altro di un oggetto che non esiste in natura,ma possiede dimensione storica e ha quindi modi di essere individuati e molteplici.Le lees quibus civitates regi debent,recitate da Marco nel II e III libro,vengono da lui vantate come ottime:ottimo è ciò che è antichissimo→il ius naturale non si collega ad alcun momento nel tempo né in alcun punto nello spazio;leoptimae leges invece hanno un preciso riferimento geografico(l’antica Roma).In fin dei conti è da pensare che Cicerone,proponendosi in De legibus di abbracciare tota causa universi iuris ac legum,si sia proposto di rappresentare globalmente le strutture giuridico- precettive della res publica della precedente opera.Si direbbe insomma che il De legibus voglia descrivere un universo giuridico in cui due emisferi si distinguono tra loro in base alla distinzione fatta nel De republica tra le due dimensioni dell’essere della comunità sociale.L’uno,quello che si identifica nella definizione di populus nell’espressione iuris consensu;l’altro,quello su cui vertono il II e III libro,è invece lo strumento della rectio cui spetta tenere il primum vinculum,affinchè l’aggregato sociale assuma forma definita.I sostanza,per Cicerone,il primo è il diritto che attiene alla communio utilitatis,il secondo allo status rei publicae.Ma il concetto di communio utilitatis non è particolarmente sviluppato nel De legibus;viene infatti ripreso nel De officiis:qui viene anche presentata la lex naturae come quella che utiltatem hominum conservate t continet.In compenso,nel De legibus,è assai sviluppato il concetto di consensus iuris che,nella definizione di populus,appariva legato a quello di communio utilitatis.Chiarissimo poi il collegamento del tema relativo alle leges quibus civitate regi debent, con l’idea di status.Marco e i suoi compagni,nel De legibus,devono occuparsi delle leges da accomodare a quel genus civitatis individuato da Scipione.E secondo Marco non tutte le norme atte a conservare tale status possono essere leggi scritte,sicchè bisognerà anche serere mores.Ora,che rapporto c’è tra il ius a proposito del quale Cicerone aveva detto nel I libro che omnes inter se…societate iuris contineri..e quest’assetto di antiche leges e mores in cui res publica continetur???Ad entrambi è applicata l’immagine del vincolo:l’uno tiene uniti gli uomini costituendoli in populus per l’utile comune;il secondo è il rigido involucro che tiene la società coesa,dandole uno status e facendola res publica.NB di ius e leges Cicerone parla come differenti categorie del diritto irriducibili ad unità concettuale. Che posizione occupa il ius civile?Cicerone mostra di considerarlo come tema di minore entità,da trattare in subordinazione ai due argomenti principali,che formano due sfere del discorso completamente staccate.Ecco che il ius civile viene visto come omogeneo non rispetto a tutti e due i temi primi (status rei e communio utilit),bens’ all’uno o all’altro di essi.Oltre a condividere con le leges lo stesso spazio espositivo,il ius civile ne condivide la positività e la romanità( ma non c’è altro che sembri accomunare nel pensiero di Cicerone quelle leges a questo ius.Nel II libro l’argomento del ius civile segue a quello delle leges de religione( vi si aggiunge).Questi due ius si toccano indirettamente,per il tramite del ius pontificium che funge da argomento-cuscinetto.Nell’accingersi

ad esporre le leges de religione,Marco avverte che sarà oltremodo breve;lo stesso per le leges ca i magistrati..ma le due serie sono cmq enunciate al completo!Viceversa,i contenuti e le materie del ius civile si estedono a perdita d’occhio,per la loro stessa natura incontenibili entro confini precisi→Il ius civile è un diritto a struttura aperta,in continua espansione!Ecco che è più utile far vedere sulla base di quali categorie fondamentali si organizzi la pratica e la scienza del ius civile in modo che,qualunque nuovo caso possa presentarsi all’interprete,questi possa tenere ius.D’altro canto la tassatività delle optimae leges è sicuramente da porre in relazione con la funzione che esse devono assolvere:servono a regere la civitas,corrispondono all’optimo status.E poiché lo status è l’essenziale nucleo di strutture organizzative da cui dipende l’identità della res publica,altrettanto limitate saranno le norme che attengono al suddetto status.E visto che per optimus status si intende quello attuato dai maiores,le relative leges formano un ordine compiuto,pietrificato nel tempo. Il ius civile non ha invece nulla a che fare con il reggimento della res publica..solo un diritto statico e ben temprato dal tempo può render diuturna la res publica.E questa distanza tra ius civile e status rei publicae emerge da un passo del De republica5,5 dove Scipione,tratteggiando la figura ideale del rector civitatis,prescrive che egli deve consocere il sommo diritto(che interessa il sommo munus cui è preposto:regere civitatem).Quanto al ius civile non è disdicevole che egli ne possieda una qualche esperienza,ma solo entro limiti rigidi. Volendo ora tentare di stabilire che rapporto ci sia nel quadro della tota causa universi iuris ac legum tra il ius naturae e il ius civile da cui Cicerone prende le distanze.Sotto il profilo negativo si può notare come l’Arpinate non si curi dei contenuti tanto dell’uno quanto dell’altro(tratto comune che li contrappone alle leges ca lo status).Sotto il profilo positivo si può invece notare una tendenza del ius naturae e civile a coincidere entrambi con la sfera dei rapporti di diritto privato.(ius civile:servitù,stipulatio,processo civile…; ius naturae:testamenta,salvaguardia proprietà privata… ).Altra somiglianza riguarda il momento genetico:se il ius civile non è proprio in natura positum,esso è almeno in natura ductum,o secundum natura(è sulla natura esemplato insomma).Il ius civile è quindi,per Cicerone,altra cosa rispetto al ius naturae e conforme ad esso.Il ius naturae è un diritto ideale e universale diritto di tutte le genti,che stringe le societas omnium inter omnes ( identità quindi del ius naturae con il gentium,e contrapposizione al diritto positivamente vigente in ogni singola comunità).Ed il ius civile altro non è che la concreta traduzione in mores e leges dei principi formulati nelle teorie dei filosofi,soli interpreti della legge di natura!Il ius civile in sostanza non è altro che il frutto di un processo di positivizzazione del ius naturae→positivo e propriamente romano il primo;ideale e comune a tutti gli uomini il secondo.Quanto alla onformità dell’uno all’altro,occorre citare un passo del De inventione ove è detto che i principi del ius naturae vennero in consuetudine ex utilitatis ratione e successivamente,vero utilia visa,furono confermati in via legislativa.L’utilitas è dunque la ragione essenziale della conformità del ius civile al naturale.Il punto sembra ben sviluppato nel III libro del De officiis,dedicato alla relazione tra utile e honestum.L’assunto è che questi due valori sono natura cohaerentia e quindi non possono configgere tra loro; è la stessa lex naturae che utilitatem hominum conservate t continet.Viola invece la legge di natura chi,disgiungendo l’utilità dall’onestà,nuoce ad altri per trarne un vantaggio..e costui viola sia la legge di natura che il ius civile,inteso alla vera utilità degli uomini.Sembra insomma che ius naturae e civile siano per Cicerone due diversi aspetti del diritto contraddistinto dalla sua relazione con l’idea di utilitas.Va ora valutato un celebre passo del De officiis ca la relazione tra ius naturae e civile,in cui il primo è designato come ius gentium.L’affermazione suona a prima vista sibillina:non è una contraddizione dire che il ius civile non si identifica con il gentium,ma il ius gentium deve identificarsi col civile?→Significa che sebbene il diritto naturale stia al di là del ius civile,sarebbe bene farvi ricorso dacchè i suoi principi sono tali da indirizzare verso prospettive di valutazione piu ampie rispetto a quelle offerte dai principi positivamente vigenti.Immediatamente emerge una critica agli interpreti del diritto,che invece di mirare alla iustitia e all’armonica convivenza tra uomini,individuano espedienti per il raggiungimento degli spiccioli vantaggi della vita pratica.Per Cicerone dunque il ius civile è solo

umbra et immagine del vero diritto e della genuina giusitizia,copia imperfetta,visione rattrappita del diritto di natura.Si parla di un ius banalizzato nei contenuti e degradato nella funzione,ma pur sempre incluso nello stesso locus che si differenzia da quello delle leges che reggono la civitas,per il fatto di avere a che fare con la vita degli uomini.Il De legibus costituisce il primo incompiuto tentativo di ridurre l’universo diritto ad una rappresentazione unitaria in cui siano ben delineate le supreme categorie di cui esso si compone:il diritto della civitas e il diritto da cui la civitas deve essere retta.Il primo è il diritto degli uomini e comprende ius naturae e civile.Il secondo è il diritto ca lo status della res publica.E alla differenziazione delle due categorie in base alla diversità concettuale,si mescola una differenziazione secondo l’apprezzamento di valore da parte di Cicerone.Ecco che l’esposizione si dispone su 3 piani:diritto ideale(ius naturae) che non ha nazionalità;diritto idealizzato(leges quibus civitates regi debent) che è romano ma proposto a modello di ogni stato;diritto né ideale né idealizzato(ius civile) romano e basta e criticato dall’autore.Leges quibus civitates regi debent→ca materia religiosa e magistraturale.Occupiamoci di come è strutturato il loro ordine interno ed iniziano dalle norme del II libro, sull’ ordinamento religioso:sono norme accomunate dal riferimento alle operazioni di culto:ai sacra,in rapporto ai quali è dettato un certo numero di regole che gravitano intorno a tre perni tematici→1)i luoghi di culto;vari tipi di sedi di culto;titolari divini dei luoghi sacri 2) i tempi del culto 3)l’azione del culto. Il tema di riferimento comune del secondo gruppo di norme è invece quello dei sacerdotes,suddivisi in 3 classi→1) i sacerdoti che sovraintendono cerimoniis et sacris 2) quelli con funzione interpretativa 3) i fetiales,competenti in materia di pace e guerra.Individuate così nei sacra e sacerdotes le trame tematiche dei due primi gruppi di norme,resta da esaminare il terzo.Si tratta per lo più di divieti e di norme penali ( apparentemente un miscuglio di norme prive del benché minimo nesso).Ma aiuta per l’identificazione della trama che le unisce ricordare che Attico ha rilevato la coincidenza della constitutio religionum delineata da Marco con la legislazione Numana.Numa affidò al pontefice Numa Marcius un complesso di norme ca certi sacra per cui era rigidamente stabilito con quali vittime,in quali giorni,in quali tempi dovessero essere compiuti e donde dovessero trarsi i proventi da destinare alle spese necessarie.I primi 3 punti della legislazione pompiliana corrispondono ai tre temi del primo gruppo delle leges recitate da Marco.Il quarto capitolo della legislazione numana sui sacra,quello ca la pecunia,sembra invece a prima vista non trovare riscontro nel de legibus.Tutto ciò induce a pensare che l’ordinamento religioso esposto da Marco sia architettato come un corpo di leges ca i sacra e contenente una sorta di digressione sui sacerdotes.E’ lecito in sostanza ritenere che la legge genericamente designata come lex de religione,sia più precisamente riguardante sacra e sacerdotes.Veniamo ora alla lex de magistratibus:se dobbiamo prestar fede a Marco, la lex è consentanea all’ottimo genere di res publica(mista) esaltato da Scipione e che consiste in una compensatio tra potestates in magistratius,auctoritas in principum consilio e libertas in populo.Strano allora che una legge dichiarata atta a continere siffatto ottimo venga sempre designata con riferimento ai soli magistrati! Ma le disposizioni concernono ineffetti anche il senato,i tribuni della plebe ed il popolo.(solo che le norme su questi tre organi sono intessute in quelle sui magistrati o concepite come loro evoluzioni tematiche).ES: il senato è visto come organo deputato a colmare la lacuna in caso di mancanza di consoli o dittatore;i tribuni come argine allo strapotere dei magistrati;il popolo come elettore e legittimato a conferire ai magistrati funzioni ulteriori.Questa onnicomprensività sistematica rispecchia d’altronde la concezione politica di Cicerone: la repubblica ha il suo fondamento proprio nei magistrati.A seconda della loro compositio(com’è regolato il loro modo di imperare) è possibile individuare di che genere di res publica si tratti.Autorità senatoria e libertà popolare sono quindi strumenti della temperatio al potere dei magistrati..e la legge che consente di attuare tale temperatio ha quindi per oggetto solo i magistrati.Tirando le fila,in Cicerone abbiamo una capitale distinzione del diritto: una categoria attiene allo status rei publicae;l’altra all’utilitas dei cittadini.L’una abbraccia sacra,sacerdotes,magistratus(quest’ultimo come sintesi deli organi costituzionali);l’altra unifica in sé ius civile e naturae(o gentium).Sarà a questo punto non difficile

mostrare che alle suddette categorie Cicerone si riferisce spesso chiamandole ius publicum e privatum.Impieghi ciceroniani di ius publicum→in un passo,ius publicum è indicato come il diritto che concerne la civitas come tale(vista come corpo politico contrapposto ai cives che la compongono).E a questa testimonianza sono da collegare 4 passi ove ricorre l’espressione “ de iure publico disceptare”,con evidente allusione alle lotte civili tra Cesare e Pompeo e dove ius publicum deve significare il diritto ca i supremi poteri costituzionali intorno ai quali si discettava con le armi.Viene poi qualificato publicum il diritto relativo agli auspicia;ed ancora quello relativo ai trattati( foedera).Nel brano ( Balb.34) ius publicum ricorre due volte,ma con riferimento a norme distinte.All’inizio l’autore nega che sia lecito per il diritto pubblico perseguitare un cittadino cosi come egli lo è stato(allusione alla lex de capite civis romani fatta approvare da Clodio per colpire Cicerone e alla rogatio de exilio Ciceronis che confermo’ la prima legge,infliggendo a cicerone la confisca dei beni e l’interdictio).Ma il discorso muta improvvisamente rotta:viene ora posta in discussione l’esistenza,nel caso di Clodio,della legittimazione di un tribuno a compiere tutti gli atti rientranti nella sua sfera di competenza:il fatto cioè di essere plebeo.Per accedere alla carica infatti Clodio ha dovuto farsi adottare con adrogatio dal plebeo Fonteio,,,è sulla nullità di tale adrogatio che Cicerone intende puntare il dito!Clodio è stato adottato da uno che potrebbe essergli figlio;ed è stato inoltre messo da parte il criterio che impone di accertare l’impossibilità dell’adottante di procreare.Cicerone torna allora alla prima questione,al divieto di ferre legem nominatim de capite civis indemnati e al più generico divieto di inrogare privilegium privatis ho minibus.Riepilogando,sembra che il riferimento del ius publicum sia un insieme di materie di comprovabile appartenenza all’ambito della lex su sacra e sacerdotes o di quella sui magistratus.Significativi sono poi i passi da cui trapela la consapevolezza di Cicerone della funzione che è propria al ius publicum:si parla di bene constituta civitas publico iure.Impieghi ciceroniani di ius privatum→nell’opera di Cicerone questa espressione non è mai adoperata per il ius naturae:questo è infatti è un concetto filosofico,che non ha ragione di esser richiamato fuori da contesti speculativi.In compenso pero’ il ius privatum si incontra spesso con il ius civile.In un passo,ad esempio,il ius privatum scavalca il civile e si riferisce direttamente ad alcune materie di quest’ultimo.Il ius publicum e privatum si affrontano poi in har resp 15,da cui si capisce che essi indicano i due emisferi di cui si compone l’universo del diritto,al di fuori dei quali non esiste altro diritto.Sembra contraddire tale concezione brut 214 dove alla coppia viene affiancato il ius civile,che avevamo invece visto coincidere con il ius privatum.L’anomalo sdoppiamento si potrebbe spiegare come segue:posto che le causae in cui puo essere impeganto l’oratore si dividono in publicae e privatae,egli dovrebbe saper padroneggiare sia il ius publicum che il privatum.Ma non sempre è competente in entrambi i rami:difatti nel Brutus man mano che sfilano i ritratti degli oratori,Cicerone ne va vantando la specializzazione ora nell’uno ora nell’altro ramo del diritto.Ogni volta che la competenza nel campo privatistico è menzionata separatamente da quella di diritto pubblico,l’oratore è detto esperto di ius civile!(coincidenza tra ius privatum e civile).

Non rimane ora che tornare a Gaio e Ulpiano.Riandando a Gaio risentiamo il magnetismo della frase iniziale “Omnes populi qui legibus et moribus reguntur”.Soprattutto il reguntur non puo’ non far scattare il ricordo del modo diffuso e tecnico in cui Cicerone usa questo verbo,eccezionale invece nel lessico gaiano.Potremmo azzardare che Gaio abbia usato per la tutela il verbo regere sotto l’influenza delle meteore ciceroniane che assimilavano proprio al tutor e alla tutela il rector e la rectio rei publicae. / La definizione gaiana di ius civile insinua nella mente come l’eco di un passo ciceroniano,paradossalmente assai simile.L’equazione ius civile-ius civitatis è posta dai giuristi che chiamano civile il ius cui si restringe la loro attività di interpreti e rispondenti,venendo cosi a parificare di nome il ius civile al ius civitatis.Ecco perché Cicerone fa seguire a ius civile uno sdegnoso “cosiddetto”.Cosa sia poi il ius civitatis lo sappiamo dalle 3 opere ciceroniane:è il legame che tiene unita la comunità,il ius che ogni uomo sente in sé fin dalla nascita e che lo rende incline alla vita associata…in breve,il ius naturae o gentium!Si confronti adesso l’espressione ciceroniana

hoc civile quod vocant” con quella gaiana “ vocaturque ius civile”→per Cicerone viene detto civile per la sua inferiorità rispetto al civitatis;per Gaio semplicemente perché è il ius proprium civitatis.Questo ius in Gaio è poi distinto dal ius che la naturalis ratio ha costituito presso tutti ed è detto ius gentium;mentre in Cicerone ius civitatis e ius naturale-gentium sono un’unica nozione.Ma Gaio ha letto e studiato Cicerone ed in particolare il dialogo De legibus: è ciceroniana la distinzione iniziale tra ius publicum e privatum;sembra invece esser frutto di un libero adattamento di una base concettuale ciceroniana la distinzione di Gaio tra ius civile e gentium,a sua volta capitale nell’ambito del diritto privato.Riandiamo adesso ad Ulpiano.Stigmate ciceroniane sono riconoscibili in molti frammenti ulpianei inseriti nel primo titolo del Digesto.L’etimologia di ius da iustitia ripete l’etimologia accolta da Cicerone per lex.Prendiamo in considerazione la definizione ulpianea di iustitia: è un vero e proprio concentrato di concetti ciceroniani.Constans et perpetua sono per Cicerone le qualifiche che contraddistinguono la virtù rispetto al vizio..e la iustitia è infatti la più splendida tra le virtù.Quanto all’ultima parte “ ius suum cuique tribuendi” sappiano da Cicerone che “suum pro dignitate cuique tribuere “ è il fondamento della giustizia,da lui definita habitus animi,communi utilitate conservata,suam cuique tribuens dignitatem.Dei 3 praecepta ulpianei ( honeste vivere,alterum non laedere e suum cuique tribuere) esprimono la direttiva ciceroniane del non discostarsi dalla ricerca della communio utilitatis.Considerando infine il D.1,1,1,2 possiamo dire che Ulpiano ha dedotto la concezione dualistica del ius proprio da Cicerone!E se ciò è vero il contatto con l’opera dell’Arpinate deve essere stato profondo e vasto.Il punto in cui la diagnosi di ciceronianesimo raggiunge il massimo dell’indubitabilità è,riteniamo,la terna sacra,sacerdotes,magistratus.Che questa terna denoti una profonda intelligenza del De legibus da parte di Ulpiano,si vede da due particolari.Il giurista dell’età dei Severi ha incluso sacra e sacerdotes nella categoria del ius publicum insieme ai magistratus:egli ha inteso evidentemente che,nell’opera di Cicerone,queste 3 materie sono legate all’idea di status rei publicae e stanno quindi nella stessa categoria.Ulpiano,in secondo luogo,limita ai soli magistratus il ius publicum che noi diremmo costituzionale.In realtà la lista delle materie pubblicistiche non è incompleta,ma redatta dal punto di vista ciceroniano:il termine “magistratus” è inteso nello stesso senso onnicomprensivo di Cicerone.(inclusivo quindi di senatus,populus e tribuni plebis).Ma come,la giurisprudenza del principato,può essere venuta a contatto con l’opera di Cicerone tanto da averne subito l’influsso?La testimonianza ciceroniana conferma intanto,in aggiunta a quella Gaiana, il non isolamento di D.1,1,1,2 e sembra essere l’ascendente della concezione sia di Ulpiano che di Gaio.Ecco che non possiamo rinunciare all’idea che i due abbiano attinto da Cicerone la capitale distinzione del ius. / Un’ultima questione→viene sollevata dalla frase “ Huis studii duae sunt positiones,publicum et privatum.(distinzione tra due rami di specializzazione professionale del giurista).Com’è emersa Roma la concezione bipartita del ius?Alla genesi dello sdoppiamento allude il celebre verso oraziano “Fuit haec sapientia quondam:publica privatis secernere,sacra profanis”.E’ il momento in cui il diritto si avvia a diventare scienza di se stesso.Il ius non viene più visto come modalità di azione,ma come termine posto al di là dell’azione e con cui questa entra in una certa gamma di relazioni possibili.Ciò basta per escludere che la bipartizione abbia avuto luogo nelle fasi più risalenti dell’esperienza giuridica romana allorchè il ius si risolveva nei fatti e nei modi di vivere.(non era concepito come ogg scibile e capace di essere suddiviso in parti).Un importante passo verso l’oggettivazione del diritto fu compiuto con la legislazione decemvirale:nella compilazione trovarono posto sia regole ca relazioni intersoggettive,ca strutture organizzative o ca la sfera religiosa.Altrettanto indistintamente tali regole furono riferite due secoli e mezzo dopo dai veteres interpretes delle XII tavole.Nell’ultimo 50ennio del II sec aC le cose cominciarono a mutare:appaiono opere ca rami diversi del diritto;scrivono libri di ius civile Catone Bruto Manilio P.Mucio e L.Druso; si hanno poi libri de magistratuum e de potestatibus.Si ha notizia infine di libri di ius pontificium composti dal pontefice Q.Fabio Massimo Serviliani e da Fabio Pittore.Ma questi scritti nascevano con vocazioni troppo diverse per porli sullo stesso piano di valutazione e considerarli dedicati adiversi rami del diritto.Gli autori suddetti di opere di ius civile altro non erano

che autori di raccolte di responsa.La novità consiste piuttosto nel fatto che negli scritti di cui parliamo i responsa assursero per la prima votla a dignità letteraria.Altra novità di rilievo di questi scritti civilistici fioriti nell’ultima metà del II secolo fu la loro destinazione alla pubblicazione:si ebbe una sorta di 2° laicizzazione del diritto.Il sapere giuridico si faceva così distinto dalla pratica del diritto!E non sarebbe strano pensare che il termine ius civile risala proprio a quest’epoca, per designare il ius di cui trattavano le opere in questione.In tutt’altra prospettiva si collocano altri scritti apparsi contemporaneamente..si è supposto che il libri magistratuum di C.Sempr Tuditano e i de potestatibus di M.Giunio Congo Graccano siano da mettere in connessione con le lotte politiche del tempo,nel senso che tali opere avrebbero risentito delle opposte ideologie che animavano quelle lotte.Forse l’inquietudine spingeva tali scrittori costituzionali a restituire saldezza alla repubblica divenuta incerta.E tali scritti di argomento costituzionale,insieme a quelli religiosi,venivano fuori da incentivazioni diversissime da quelle che sollecitavano l’apparizione di scritti di ius civile.E’ quindi da pensare che la diversificazione dei campi di interesse giuridico non fosse in quell’epoca emersa ancora a livello cosciente. Gli autori costituzionali e che scrivevano di diritto sacro scrissero sotto la spinta delle vicende del loro tempo:le opere sono il frutto del loro personale modo di reagire alla crisi dell’epoca.Completamente diverso invece il ruolo del civilista:egli è il depositario di un sapere tecnico destinato ad esser posto a servizio di interessi altrui;solo a lui il titolo di iurisconsultus,essendo la sua funzione quella di dare pareri;e solo egli è iuris interpres(mediatore nel campo del diritto).E’ quindi chiaro che nessun punto di contatto avrebbe potuto essere avvertito tra le cose di cui si trattava nei libri di ius civile e quelle degli altri libri..Bisognava che lo scrivere di ius civile e di quelle altre materie rientrassero nella stessa ottica finalistica..e ciò avvenne in una fase piuttosto inoltrata del I sec aC→Alla crisi si dovette il maturare di una classe di uomini capaci di introdurre i potenti nell’uso e nell’abuso dei vecchi istituti repubblicani che ancora si frapponevano tra il mutato modo di intendere l’esercizio del potere e l’urgere di corrispondenti forme costituzionali.A Pompeo ad esempio Varrone dedicò un eisagoghi kos in cui vennero ordinate tutte le regole che il destinatario non avrebbe potuto permettersi di ignorare nell’esercizio del ius agendi cum patribus.Per Cesare invece,nelle sue vesti di pontifex maximus, l’antiquario compose XVI libri rerum divinarum.Immaginabile dunque il diffondersi di una domanda di informazione in materia giuspubblicistica,vuoi costituzionale vuoi religiosa.La scienza si separa cos’ dai suoi detentori e circola sotto forma di manuali:alcune materie del diritto,diverse dal ius civile,fanno il proprio ingresso nella stessa dimensione obiettiva in cui il ius civile vive già da tempo per suo conto.Il possedere quest’altra scienza giuridica designa adesso a svolgere nella vita pubblica un certo ruolo tecnico-sociale di mediazione analogo a quello che il civilista svolge nella sfera privata.E la cognizione di questo ius,che inizia ad esser qualificato publicum,diventa indispensabile per l’oratore.Proliferano,a causa dei tempi,le controversie in campo costituzionale… ed in questo arroventato clima si rende necessaria l’opera mediatrice di tecnici esperti in materia che intervenissero là dove le discordie minacciavano di inceppare il funzionamento delle strutture della civitas.Livio li chiama “mediatori del diritto, interpretes iuris”,al pari dei civilisti.In questo periodo,insomma,il diritto costituzionale era entrato nello stesso campo visivo del ius civile.Appartengono al periodo finale della repubblica le manifestazioni di un’ormai raggiunta coscienza dell’unicità e,allo stesso tempo,bidimensionalità del ius.Alludiamo alla concezione bipartita del ius di Cicerone;alla diffusione nell’uso linguistico corrente del binomio ius publicum- privatum.A Roma ,comunque,il gemellaggio durò poco:il ius privatum ebbe il suo contraltare nel publicum:il ius che non era publicum conservò una ragione per essere qualificato privatum,solo per lo spazio di una breve stagione.La scientia iuris publici recava infatti in sé le ragioni della propria dissoluzione→All’interpretatio di diritto pubblico mancava lo spazio per manovre innovatrici..il complesso di istituti e regole era refrattario ad ogni intervento trasformatore degli interpretes(e questo per la sua intrinseca rigidità in quanto ius atto a tenere lo stats della res publica);questo ius mancava dell’elasticità propria del ius civile.Eppure la scienza del diritto pubblico ebbe ancora dei sussulti di vitalità proprio quando acquistò un carattere antiquario:ciò avvenne al tempo di

Augusto..e quando il principato depose i repubblicani travestimenti augustei,la scientia iuris publici ebbe del tutto esaurito la sua ragion d’essere.Non vi erano le condizioni perché essa si perpetuasse come scienza ca le nuove forme costituzionali!Dopo Augusto quindi il ius publicum non ebbe più cultori..il significato dell’espressione fu dimenticato,tant’è che ricomparve nei giuristi dell’età dei Severi con accezione diversa.A tenere il campo dell’interesse e dell’attività dei giuristi rimase solo quello che era stato designato ius privatum(ma quest’espressione cadde in disuso).Dell’esperienza pratica e teorica di un ius bipartito non rimase memoria,a parte un certo sentore che se ne può cogliere in un paio di testimonianze: Es. Seneca→ si trovano contrapposte le due idee di status publicus e privatae necessitudines,revocanti l’antitesi ciceroniana tra status e utilitas.Dileguatosi questi echi la vicenda piombò nella dimenticanza..dimenticanza durata fino a che lo schema bipartito del diritto ricomparve dopo ca 1 secolo nel brano iniziale delle Institutiones gaiane e poi di quelle ulpianee.

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