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IL MATRIMONIO NULLO NEL DIRITTO CANONICO E CONCORDATARIO (1), Appunti di Diritto Ecclesiastico. Università di Bari

Diritto Ecclesiastico

Descrizione: Diritto ecclesiastico
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IL MATRIMONIO NULLO NEL DIRITTO CANONICO E CONCORDATARIO
(MONETA)
CAPITOLO II – LA NULLITA’ NEL DIRITTO MATRIMONIALE CANONICO
Il regime della nullità nel diritto matrimoniale canonico: considerazioni generali
Rilevante importanza assume, all’interno del diritto canonico, il regime di nullità del matrimonio, il quale
appare, col passare del tempo, sempre più ricco di sfaccettature, sia sotto un punto di vista teorico, sia
sotto un profilo inerente la vita della comunità.
Per quanto attiene alla definizione di matrimonio all’interno della Chiesa, esso è considerato come un
istituto di diritto naturale, con cui non solo si realizza l’unione coniugale e spirituale tra un uomo ed una
donna, ma con cui si realizza la volontà di Dio; il matrimonio, infatti, è un istituto di origine divina, come
precisa lo stesso libro della Genesi “l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà alla donna e i due saranno
una sola carne” (Gn 2,24). Tale istituto di volontà divina possiede contorni precisi e ben delineati, tanto che
ai nubendi non è consentito, in alcun modo, discostarsi da quello che è il rito ed il modello di matrimonio.
Emergono subito le differenze con il matrimonio civile, contemplato, nel nostro caso, all’interno del diritto
civile italiano: per quest’ultimo non hanno rilevanza, per esempio, la vita sessuale della coppia
coniugata, né tanto meno la volontà della stessa di procreare. Il diritto canonico, invece, attribuisce
un’importanza vitale al fine di generare una nuova creatura ed al contatto fisico con cui, appunto, i due
sposi divengono una “sola carne”. Per tal motivo il diritto canonico, nella sua evoluzione, per rispondere al
secondo profilo di cui sopra (quello inerente la vita della comunità), ha ampliato i casi in cui può intervenire
la nullità del matrimonio, proprio per rispondere alle esigenze concrete della comunità cristiana, che trova
nel divorzio, contemplato dal diritto civile, una soluzione all’irreversibile rottura della vita coniugale, così
come trova, molto spesso, nel semplice rapporto affettivo della coppia, priva di prole e di contatto fisico, la
perfetta realizzazione della vita coniugale. La Chiesa, dunque, ha ampliato i casi di nullità, ponendo la
stessa come rimedio alla rottura dell’unione coniugale: certo esiste una differenza notevole tra la nullità ed
il divorzio, in quanto la prima interviene sul momento costitutivo del matrimonio, mentre il secondo
interviene su un vincolo coniugale validamente costituito; ciò che conta, però, è che la coppia sia liberata
dal vincolo stesso e, pertanto, poca importanza assume il mezzo con il quale giungere al fine. Nello stesso
modo la Chiesa, qualora vi sia impotenza di una delle parti o impossibilità di procreare, pone una serie di
rimedi di nullità, per garantire il fine ultimo del matrimonio, la procreazione e la fusione in una sola carne.
Le fonti legislative
La regolamentazione giuridica del matrimonio è contenuta all’interno del Codex iuris canonici promulgato
nel 1983 e sostitutivo di quello precedente del 1917. Il codex, come ben sappiamo, scaturì dal Concilio
Vaticano II, che ebbe il compito di innovare la visione della Chiesa nel mondo moderno. Al matrimonio
sono dedicati ben 111 canoni all’interno del libro IV dei sacramenti, ai quali l’intera Chiesa cattolica deve
attenersi. Importanza vitale hanno anche le pronunce della Rota Romana, tribunale di ultima istanza,
costituito presso la Santa Sede, la cui giurisprudenza ci è d’aiuto nello studio del regime di nullità del
matrimonio.
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Sistematica generale delle nullità canoniche
La nullità del matrimonio è riconducibile a tre categorie di motivi:
Motivi riguardanti la “capacità personale dei nubendi” di contrarre matrimonio, la propria habilitas,
che qualora mancante al momento della celebrazione, invalida il matrimonio stesso;
Motivi riguardanti il “consenso”: è dal consenso delle parti di voler contrarre matrimonio che si
arriva al concreto sacramento; se il consenso mancava al momento della celebrazione o in qualche
modo è stato viziato da qualsivoglia motivo, allora il matrimonio è invalido;
Motivi riguardanti le “formalità della celebrazione”: il matrimonio è un atto giuridico solenne che
richiede ad substantiam determinati requisiti, l’inosservanza dei quali determina l’invalidità.
Gli impedimenti matrimoniali: premesse generali
Per ciò che concerne la capacità personale dei nubendi, possiamo osservare come esistano una serie di
circostanze, definite come “impedimenti”, che rendono un soggetto incapace di contrarre matrimonio: si
tratta dei cosiddetti “Impedimenti dirimenti”, che un tempo si contrapponevano agli “impedimenti
impedienti”, che non consentivano il matrimonio, sebbene non si riflettessero sulla validità dello stesso
qualora fosse stato già celebrato.
Nella pratica, però, specialmente a partire dalla promulgazione del nuovo codex iuris canonici, la categoria
degli impedimenti ha perso di importanza: oggi è possibile, addirittura, che il Vescovo diocesano, con
proprio provvedimento, elimini gli impedimenti nel caso concreto, tramite una “dispensa”, la quale rende
valido il matrimonio, sospendendo l’efficacia della legge.
Possiamo distinguere gli impedimenti in 3 categorie:
Impedimenti inerenti la capacità personale al matrimonio: età, impotenza, precedente vincolo,
ordine sacro, professione religiosa e disparità di culto;
Impedimenti inerenti un comportamento delittuoso: ratto e coniugicidio;
Impedimenti inerenti particolari legami esistenti nella coppia: parentela, adozione, pubblica onestà
e affinità.
Gli impedimenti che riguardano la capacità personale al matrimonio
L’età
Primo impedimento che prendiamo in considerazione è quello inerente l’età anagrafica dei nubendi:
l’uomo deve aver compiuto il sedicesimo anno di età, mentre la donna deve avere almeno 14 anni.
Tenendo conto delle diverse civiltà alle quali tali limiti anagrafici devono applicarsi, è concesso alle varie
Conferenze episcopali esistenti, di innalzare tale soglia: la Conferenza episcopale italiana ha previsto che
possano contrarre matrimonio i soggetti che hanno compiuto il diciottesimo anno di età. In realtà solo la
legislazione pontificia può stabilire degli impedimenti dirimenti e ciò significa che il limite dei diciotto anni
è solo una proibizione che non incide sulla validità del matrimonio.
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Informazioni sul documento
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Indirizzo: Giurisprudenza
Universita: Università di Bari
Data di caricamento: 02/04/2012
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rosatom - Università di Bari

Perfetto! :-)

25/05/12 12:53
nika.89 - Università di Bari

è fatto abbastanza bene! :)

23/04/12 21:37
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