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IL MATRIMONIO NULLO NEL DIRITTO CANONICO E CONCORDATARIO (1), Appunti di Diritto Ecclesiastico. Università di Bari

Diritto Ecclesiastico

Descrizione: Diritto ecclesiastico
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Universita: Università di Bari
Indirizzo: Giurisprudenza
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rosatom - Università di Bari

Perfetto! :-)

25/05/12 12:53
nika.89 - Università di Bari

è fatto abbastanza bene! :)

23/04/12 21:37
IL MATRIMONIO NULLO NEL DIRITTO CANONICO E CONCORDATARIO

1

IL MATRIMONIO NULLO NEL DIRITTO CANONICO E CONCORDATARIO

(MONETA)

CAPITOLO II – LA NULLITA’ NEL DIRITTO MATRIMONIALE CANONICO

Il regime della nullità nel diritto matrimoniale canonico: considerazioni generali

Rilevante importanza assume, all’interno del diritto canonico, il regime di nullità del matrimonio, il quale

appare, col passare del tempo, sempre più ricco di sfaccettature, sia sotto un punto di vista teorico, sia

sotto un profilo inerente la vita della comunità.

Per quanto attiene alla definizione di matrimonio all’interno della Chiesa, esso è considerato come un

istituto di diritto naturale, con cui non solo si realizza l’unione coniugale e spirituale tra un uomo ed una

donna, ma con cui si realizza la volontà di Dio; il matrimonio, infatti, è un istituto di origine divina, come

precisa lo stesso libro della Genesi “l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà alla donna e i due saranno

una sola carne” (Gn 2,24). Tale istituto di volontà divina possiede contorni precisi e ben delineati, tanto che

ai nubendi non è consentito, in alcun modo, discostarsi da quello che è il rito ed il modello di matrimonio.

Emergono subito le differenze con il matrimonio civile, contemplato, nel nostro caso, all’interno del diritto

civile italiano: per quest’ultimo non hanno rilevanza, per esempio, né la vita sessuale della coppia

coniugata, né tanto meno la volontà della stessa di procreare. Il diritto canonico, invece, attribuisce

un’importanza vitale al fine di generare una nuova creatura ed al contatto fisico con cui, appunto, i due

sposi divengono una “sola carne”. Per tal motivo il diritto canonico, nella sua evoluzione, per rispondere al

secondo profilo di cui sopra (quello inerente la vita della comunità), ha ampliato i casi in cui può intervenire

la nullità del matrimonio, proprio per rispondere alle esigenze concrete della comunità cristiana, che trova

nel divorzio, contemplato dal diritto civile, una soluzione all’irreversibile rottura della vita coniugale, così

come trova, molto spesso, nel semplice rapporto affettivo della coppia, priva di prole e di contatto fisico, la

perfetta realizzazione della vita coniugale. La Chiesa, dunque, ha ampliato i casi di nullità, ponendo la

stessa come rimedio alla rottura dell’unione coniugale: certo esiste una differenza notevole tra la nullità ed

il divorzio, in quanto la prima interviene sul momento costitutivo del matrimonio, mentre il secondo

interviene su un vincolo coniugale validamente costituito; ciò che conta, però, è che la coppia sia liberata

dal vincolo stesso e, pertanto, poca importanza assume il mezzo con il quale giungere al fine. Nello stesso

modo la Chiesa, qualora vi sia impotenza di una delle parti o impossibilità di procreare, pone una serie di

rimedi di nullità, per garantire il fine ultimo del matrimonio, la procreazione e la fusione in una sola carne.

Le fonti legislative

La regolamentazione giuridica del matrimonio è contenuta all’interno del Codex iuris canonici promulgato

nel 1983 e sostitutivo di quello precedente del 1917. Il codex, come ben sappiamo, scaturì dal Concilio

Vaticano II, che ebbe il compito di innovare la visione della Chiesa nel mondo moderno. Al matrimonio

sono dedicati ben 111 canoni all’interno del libro IV dei sacramenti, ai quali l’intera Chiesa cattolica deve

attenersi. Importanza vitale hanno anche le pronunce della Rota Romana, tribunale di ultima istanza,

costituito presso la Santa Sede, la cui giurisprudenza ci è d’aiuto nello studio del regime di nullità del

matrimonio.

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Sistematica generale delle nullità canoniche

La nullità del matrimonio è riconducibile a tre categorie di motivi:

• Motivi riguardanti la “capacità personale dei nubendi” di contrarre matrimonio, la propria habilitas, che qualora mancante al momento della celebrazione, invalida il matrimonio stesso;

• Motivi riguardanti il “consenso”: è dal consenso delle parti di voler contrarre matrimonio che si arriva al concreto sacramento; se il consenso mancava al momento della celebrazione o in qualche

modo è stato viziato da qualsivoglia motivo, allora il matrimonio è invalido;

• Motivi riguardanti le “formalità della celebrazione”: il matrimonio è un atto giuridico solenne che richiede ad substantiam determinati requisiti, l’inosservanza dei quali determina l’invalidità.

Gli impedimenti matrimoniali: premesse generali

Per ciò che concerne la capacità personale dei nubendi, possiamo osservare come esistano una serie di

circostanze, definite come “impedimenti”, che rendono un soggetto incapace di contrarre matrimonio: si

tratta dei cosiddetti “Impedimenti dirimenti”, che un tempo si contrapponevano agli “impedimenti

impedienti”, che non consentivano il matrimonio, sebbene non si riflettessero sulla validità dello stesso

qualora fosse stato già celebrato.

Nella pratica, però, specialmente a partire dalla promulgazione del nuovo codex iuris canonici, la categoria

degli impedimenti ha perso di importanza: oggi è possibile, addirittura, che il Vescovo diocesano, con

proprio provvedimento, elimini gli impedimenti nel caso concreto, tramite una “dispensa”, la quale rende

valido il matrimonio, sospendendo l’efficacia della legge.

Possiamo distinguere gli impedimenti in 3 categorie:

• Impedimenti inerenti la capacità personale al matrimonio: età, impotenza, precedente vincolo, ordine sacro, professione religiosa e disparità di culto;

• Impedimenti inerenti un comportamento delittuoso: ratto e coniugicidio; • Impedimenti inerenti particolari legami esistenti nella coppia: parentela, adozione, pubblica onestà

e affinità.

Gli impedimenti che riguardano la capacità personale al matrimonio

L’età

Primo impedimento che prendiamo in considerazione è quello inerente l’età anagrafica dei nubendi:

l’uomo deve aver compiuto il sedicesimo anno di età, mentre la donna deve avere almeno 14 anni.

Tenendo conto delle diverse civiltà alle quali tali limiti anagrafici devono applicarsi, è concesso alle varie

Conferenze episcopali esistenti, di innalzare tale soglia: la Conferenza episcopale italiana ha previsto che

possano contrarre matrimonio i soggetti che hanno compiuto il diciottesimo anno di età. In realtà solo la

legislazione pontificia può stabilire degli impedimenti dirimenti e ciò significa che il limite dei diciotto anni

è solo una proibizione che non incide sulla validità del matrimonio.

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L’impotenza

Abbiamo già detto come lo stesso Libro della Genesi precisi che il matrimonio debba fare in modo che

l’uomo e la donna diventino una “sola carne”, soprattutto sotto il punto di vista sessuale. L’impedimento

dell’impotenza, infatti, è un impedimento di diritto naturale, per tal motivo non dispensabile in alcun

modo. Neanche la volontà degli stessi nubendi può fare in modo che il matrimonio venga ugualmente

celebrato.

Va chiarito, anzitutto, che stiamo parlando di impotenza, sotto il punto di vista fisico e psicologico, nella

sua pura accezione, ossia intesa come impossibilità di avere un rapporto sessuale (impotenza coeundi) e

non dell’impossibilità di procreare (impotenza generandi): sebbene la possibilità di generare prole sia

importante anche per la Chiesa, essa non incide in alcun modo sulla validità del matrimonio. Va

sottolineato, inoltre, che assume rilevanza non solo l’impotenza fisica, ma anche quella di tipo psicologico,

che si manifesta quando un soggetto è incapace di avere rapporti con il proprio partner perché

mentalmente bloccato nei confronti dello stesso: si tratta, in tal caso, di impotenza relativa e non assoluta,

che incide ugualmente sulla validità del matrimonio.

Ovviamente l’impotenza, di qualsivoglia tipo si tratti, deve essere antecedente alla celebrazione, ed in tal

caso interviene anche una presunzione giuridica secondo cui qualora il soggetto non abbia portato a

termine il primo rapporto, si presume che egli fosse impotente già prima del matrimonio. Oltre che

antecedente, l’impotenza deve essere perpetua, ossia non guaribile in nessun modo concreto.

Molto spesso, oltre alla nullità per impotenza, su cui si pronuncia il tribunale ecclesiastico, si può avere

anche lo scioglimento per matrimonio non consumato, unica ipotesi di divorzio ed eccezione

all’indissolubilità del matrimonio, che si configura qualora gli sposi non abbiano consumato alcun rapporto

sessuale: in tal caso il tribunale ecclesiastico deve rivolgersi alla Santa Sede, in quanto tale scioglimento è

di competenza esclusiva del Romano Pontefice.

Il precedente vincolo matrimoniale

Il matrimonio, secondo il diritto canonico, è unico ed indissolubile, in quanto il vincolo che nasce con tale

sacramento, può venir meno solo con la morte di uno dei due coniugi o nelle ipotesi di nullità o di

scioglimento.

E’ importante sottolineare come la Chiesa ritiene validi i matrimoni dei propri battezzati, solo se celebrati

nelle forme previste dal diritto canonico: da ciò discende che una persona battezzata che contragga

matrimonio secondo il rito civile, ben potrà sposare una terza persona con matrimonio religioso, non

essendo, secondo la Chiesa, unita in matrimonio. Per i non battezzati, invece, la situazione è diversa: anche

il rito civile impedisce a questi ultimi di unirsi in matrimonio secondo il rito canonico.

Ricordiamo, inoltre, che il divorzio civile non ha effetto per la Chiesa: il legame è indissolubile e la

pronuncia di un giudice non può contrastare con quanto stabilito da Dio, cosicché due persone divorziate

rimangono, per il diritto canonico, sposi a tutti gli effetti. Lo stato vedovile, al contrario, non impedisce di

sposarsi nuovamente, essendo inesistente, addirittura, il lutto vedovile di 300 giorni previsto dal diritto

civile.

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Abbiamo detto che l’impedimento del precedente vincolo matrimoniale viene meno con la morte di uno

dei due coniugi, con la dichiarazione di nullità, ma anche in caso di scioglimento: può trattarsi di

scioglimento per matrimonio non consumato, ma anche di scioglimento “in favore della fede”, il quale si

concretizza nel momento in cui viene tutelata la fede di una persona, messa in pericolo dal proprio

matrimonio con altra persona non battezzata.

Gli impedimenti di natura religiosa: disparità di culto, ordine sacro, professione religiosa

Vi sono dei particolari impedimenti che risultano così strettamente legati alla religione, che è impossibile

per uno Stato laico riconoscerli nel proprio ordinamento: si tratta della disparità di culto, della professione

religiosa e dell’ordine sacro.

Si ha disparità di culto nel momento in cui un soggetto battezzato intende sposarsi con un soggetto ateo o

di altra religione: l’impedimento è dispensabile, sebbene il battezzato debba firmare una dichiarazione con

la quale si impegna a non smarrire la propria fede e ad educare la propria prole secondo gli insegnamenti

cattolici, dichiarazione di cui deve essere a conoscenza anche l’altro soggetto.

L’impedimento della professione religiosa si ha, invece, nel momento in cui un soggetto si è impegnato a

rispettare i consigli evangelici, ossia le tre regole fondamentali di povertà, obbedienza e castità. Stiamo

parlando di monaci, frati, suore che fanno parte di una congregazione o di un ordine religioso:

l’impedimento è dispensabile, ma comporta la dimissione dall’ordine di appartenenza.

Ultimo caso è quello dei ministri sacri o chierici, i quali hanno ricevuto il sacramento dell’ordine sacro,

impegnandosi al celibato: non si tratta di un impedimento di diritto divino, in quanto le Sacre Scritture

nulla impongono a riguardo; tuttavia la Chiesa latina rimane orientata verso questo punto fisso.

L’impedimento riguarda non solo i sacerdoti (o presbiteri), ma anche i diaconi celibi, sebbene per coloro

nominati diaconi quando erano già uniti in matrimonio questo divieto non valga (diacono permanente).

L’impedimento è dispensabile, ma costringe il soggetto a rinunciare alo stato clericale.

Gli impedimenti da fatto delittuoso: ratto e coniugicidio

Tra gli impedimenti derivanti da fatto delittuoso troviamo il ratto e l’impedimento da delitto o da

coniugicidio.

Si ha ratto o rapimento nel momento in cui la donna (e soltanto essa, ipotesi di disparità di trattamento

giustificata) viene rapita con il preciso scopo di arrecarle un disonore e costringerla a sposarsi con il proprio

rapitore. Neanche il consenso della donna basta ad eliminare tale impedimento: occorre che la stessa

riacquisti la propria libertà e formi, senza vincoli e costrizioni, la propria volontà matrimoniale

serenamente.

Altro impedimento è quello tradizionalmente denominato “impedimentum criminis” o da delitto o da

coniugicidio, che si ha nel momento in cui al coniuge viene impedito di sposare l’omicida dell’altro coniuge

o comunque nel caso in cui la volontà di uccidere sia imputabile ad entrambi gli amanti, uno dei quali è il

coniuge della persona uccisa.

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Gli impedimenti da vincolo familiare: parentela, affinità, pubblica onestà ed adozione.

L’ultima categoria di impedimenti che prendiamo in considerazione si riferisce all’esistenza, tra coloro che

intendono sposarsi, di un legame particolare. Può trattarsi di un legame di parentela in linea retta o in linea

collaterale entro il quarto grado, di un legame di affinità in linea retta o di un legame scaturito da

un’adozione civile. Caso particolare è quello della publica honestas (pubblica onestà), particolare caso che

impedisce il matrimonio tra un uomo ed i parenti in primo grado della donna con la quale ha convissuto, e

tra una donna ed i parenti in primo grado dell’uomo con il quale ha convissuto.

Il consenso matrimoniale: considerazione generali

Abbiamo già sottolineato come il consenso sia un elemento essenziale per giungere alla celebrazione del

matrimonio, in assenza del quale il matrimonio è invalido a tutti gli effetti. Va chiarito che per consenso

s’intende la reale volontà delle parti di unirsi in matrimonio e non la mera dichiarazione formale: il diritto

canonico, infatti, non tutela né l’affidamento di una parte sulla dichiarazione dell’altra, né qualsivoglia altra

circostanza, in quanto ciò che conta è il volere interno ai nubendi e non altro.

Ecco perché qualsiasi vizio o anomalia del consenso determina la nullità del matrimonio, tanto che la

maggior parte delle cause di nullità dinanzi ai tribunali ecclesiastici, inerisce ad un vizio del consenso.

Il regime delle nullità consensuali nel codice canonico: inquadramento sistematico

All’interno del Libro IV del codice di diritto canonico, vi è un intero capitolo dedicato al consenso

matrimoniale, con ben 9 canoni, i quali indicano tutte le carenze od anomalie che possono affliggere il

consenso stesso.

Anzitutto viene presa in considerazione la “fonte del consenso”, ossia il complesso di facoltà psichiche da

cui scaturisce la volontà di unirsi in matrimonio. In secondo luogo viene analizzato “l’oggetto del

consenso”, ossia il matrimonio: non un qualunque matrimonio, ma il sacramento così come è inteso

all’interno della Chiesa. L’oggetto del consenso viene, poi, preso in considerazione sotto un diverso profilo:

oggetto del matrimonio è l’altra “persona” con la quale il nubendo intende divenire una sola carne.

Ovviamente il consenso non deve scaturire in nessun modo da una violenza morale posta in essere, a

danno del nubendo, da un altro soggetto.

La capacità al consenso matrimoniale: quadro normativo ed evoluzione giurisprudenziale

Passiamo all’analisi nel dettaglio di quelli che possono essere i vizi del consenso. Per quanto riguarda le

capacità psichiche dei nubendi, è necessaria una determinata consapevolezza, maturità di giudizio e libertà

di autodeterminazione per giungere alla decisione di unirsi in matrimonio con un’altra persona; per tal

motivo l’insufficiente uso di ragione, il difetto di maturità di giudizio e l’incapacità di assumere le

obbligazione coniugali rappresentano alcune figure tipiche di incapacità consensuale, le quali, però, non

esauriscono il vasto campo di incapacità che possono affliggere il consenso delle parti, anche perché i

tribunali ecclesiastici si ispirano sempre più al progresso delle scienze umane, come la psicologia,

l’antropologia e la psichiatria, per comprendere dove manchi o meno il consenso in forza di un turbamento

interno al soggetto.

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Le singole figure di incapacità consensuale: l’insufficiente uso di ragione

Una delle cause di incapacità consensuale è l’insufficiente uso di ragione, determinato da malattie

psichiche o mentali, che influenzano la vita del soggetto, o da malattie organiche con influenza sulla sfera

mentale: tutte queste situazione rendono un soggetto incapace di intendere e volere, ossia non gli

permettono un adeguato uso delle facoltà intellettive e volitive. Ovviamente tale incapacità deve

sussistere al momento della celebrazione, anche se l’incapacità successiva al matrimonio e quella

precedente allo stesso, fanno presumere che ci fosse incapacità anche durante la celebrazione, motivo per

cui il matrimonio sarebbe invalido, in quanto nullo per vizio del consenso. Anche le alterazione mentali

transitorie, determinate dall’uso di sostanze stupefacenti o alcoliche, comportano la nullità del

matrimonio, ma si deve dimostrare che in quel particolare momento, il soggetto fosse sotto l’effetto di tali

sostanze.

Il difetto di maturità di giudizio in ordine al matrimonio

La seconda figura di incapacità consensuale riguarda il difetto di maturità di giudizio in ordine al

matrimonio, ossia l’incapacità di comprendere i diritti ed i doveri, propri e dell’altro, che scaturiscono dal

matrimonio. Tale incapacità deriva da situazioni psicologiche diverse da quelle trattate in precedenza, ossia

da quelle che portano ad un insufficiente uso di ragione, in quanto in questo caso la personalità

psicopatica, le nevrosi, l’isteria o l’immaturità affettiva, non privano il soggetto della capacità di intendere

o di volere, ma lo portano più semplicemente a valutare erroneamente il sacramento matrimoniale, non

comprendendo, in maniera delineata e precisa, il vincolo che si instaura.

L’incapacità di assumere gli obblighi essenziali del matrimonio

Terza ipotesi di incapacità consensuale è quella determinata dall’incapacità di assumere gli obblighi

essenziali del matrimonio, quali la generazione e l’educazione della prole, il rispetto dell’unicità e

dell’indissolubilità del matrimonio, l’instaurazione di una comunione di vita e l’esclusività del rapporto

coniugale. Vi sono svariati esempi in cui si configurano questo tipo di problemi, quali:

• La ninfomania o iperestesia sessuale, una disfunzione che provoca nella donna la necessità di avere continuamente rapporti sessuali e di cercare nuove esperienze, impedendole così di osservare

l’obbligo della fedeltà coniugale;

• L’omosessualità, perpetua e non occasionale, la quale impedisce di instaurare un rapporto duraturo con una persona del sesso opposto;

• Disturbi psichici, molto spesso gli stessi che danno luogo ad un difetto di maturità di giudizio, che rendono impossibile una vita ordinata al bene dei coniugi e della prole (soggetto affetto da

ludopatia o gioco d’azzardo patologico, per fare un esempio);

• Incapacità di assumere il ruolo di genitore per qualsivoglia ragione inerente carenze affettive o di personalità.

Non sono rilevanti, per l’incapacità di assumere gli obblighi essenziali del matrimonio, l’immoralità e la

criminalità con l’incapacità matrimoniale, in quanto il delitto (furto, omicidio ecc) non dimostra l’incapacità

a prestare un valido consenso.

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Il minimo di conoscenze della natura del matrimonio

E’ necessario, affinché il consenso prestato sia valido ed il matrimonio non sia dichiarato nullo, che

entrambi i nubenti conoscano l’oggetto del consenso, ossia il matrimonio, come viene inteso dalla Chiesa

cattolica e secondo i suoi caratteri essenziali. I contraenti non possono ignorare la “comunione

permanente tra uomo e donna” (consortium permanens), che si viene ad instaurare con la celebrazione del

matrimonio, così come non possono ignorare lo scambio di ordine sessuale che deve avvenire all’interno

del matrimonio. Un tale stato di ignoranza, al momento della celebrazione, comporterebbe la nullità del

matrimonio.

Errore e volontà circa gli elementi essenziali del matrimonio

Perché il consenso venga ritenuto come validamente prestato, non occorre che i nubenti conoscano tutti i

caratteri essenziali del matrimonio, come l’unicità e l’indissolubilità, potendoli anche ignorare. Qualora la

semplice ignoranza a livello intellettivo sia, però, determinante per prestare il consenso matrimoniale,

ossia il nubendo trasformi la propria convinzione in fattore essenziale per la celebrazione del matrimonio,

arrivando a prestare il consenso col fine di sposare più donne (poligamia) o di rompere con facilità il

vincolo (divorzio), il matrimonio potrà essere dichiarato nullo.

La simulazione del consenso matrimoniale: considerazione generali

Si ha simulazione nel momento in cui la volontà dichiarata dai nubendi all’interno della celebrazione

differisce dalla loro reale volontà, in quanto essi hanno acconsentito ad un matrimonio al quale non

credono o del quale escludono determinati caratteri essenziali, per dar luogo ad un matrimonio differente

da quello concepito dalla Chiesa cattolica.

Possiamo attuare una distinzione tra simulazione “totale”, che si ha nel momento in cui volontà dichiarata

e volontà interna siano del tutto opposte, e casi di simulazione “parziale”, all’interno dei quali viene

contestato, e accettato in maniera falsa, uno degli elementi del matrimonio.

Non vi è alcuna differenza, inoltre, per il diritto canonico, tra simulazione e riserva mentale, quest’ultima

inerente uno solo dei nubenti, in quanto comunque il consenso risulta viziato.

La simulazione e la riserva mentale danno luogo alla nullità del matrimonio.

La simulazione totale

Si ha simulazione totale quando la volontà dichiarata dalle parti, all’interno della celebrazione, di contrarre

matrimonio, differisce totalmente dalla reale volontà delle stesse, in quanto i nubendi intendono porre in

essere il matrimonio per diversi fini, siano essi economici o di altro genere (pensiamo alla straniera che

sposa l’italiano solo per avere la cittadinanza). Si ha simulazione totale anche nel caso in cui le parti

escludano del tutto il profilo esistenziale, inerente i contenuti umani e personali del rapporto

matrimoniale, o il profilo istituzionale, il quale instaura un vincolo giuridico, del matrimonio (si pensi agli

hippy che si sposano per una comunione di vita, ma escludono il ruolo istituzionale).

La simulazione parziale: gli elementi e le proprietà essenziali del matrimonio

Si ha simulazione parziale quando la volontà dichiarata dalle parti, all’interno della celebrazione, differisce

dall’interno volere non totalmente, ma solo per ciò che concerne alcuni caratteri essenziali del matrimonio,

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quali l’unità e l’indissolubilità, la comunione di vita tesa al bene dei coniugi ed alla generazione ed

educazione della prole, la sacralità del matrimonio. L’esclusione di una di queste proprietà essenziali deve

avvenire, per poter comportare la nullità del matrimonio, tramite un atto positivo di volontà.

L’esclusione dell’unità del matrimonio e della fedeltà coniugale

Uno degli elementi che, se esclusi all’interno della simulazione parziale, comportano la nullità del

matrimonio è l’unità che si instaura con la celebrazione del sacramento stesso. L’unità coniugale può avere

due distinte accezioni: essa esclude, da un lato, ipotesi di poligamia, così come, da un altro lato, comporta

l’obbligo di fedeltà e di esclusività dei rapporti coniugali, essendo impossibile, per una persona unita in

matrimonio, intrattenere relazioni sessuali extra-coniugali.

Rilevante, in tal senso, non è il singolo episodio di infedeltà coniugale, che non comporta la nullità del

matrimonio, ma il rifiuto dell’obbligo di fedeltà insito in uno o in entrambi i coniugi.

Anche la procreazione assistita, che, come sappiamo, comporta l’utilizzo di un diverso seme per il

concepimento di prole, è considerato come violazione dell’obbligo di fedeltà, anche qualora entrambi gli

sposi siano d’accordo.

L’esclusione dell’indissolubilità del vincolo matrimoniale

Un altro elemento che, se escluso, comporta la nullità del matrimonio è quello inerente l’indissolubilità del

vincolo: ricorre il caso di simulazione parziale qualora i nubenti si accostino al matrimonio già consapevoli

che, se le cose vanno storte, vi sarà il rimedio del divorzio. Ciò determina la nullità del matrimonio, in

quanto non è possibile, né concepibile per la Chiesa, che si celebri un sacramento indissolubile con la

convinzione che esso non sia perpetuo.

L’esclusione del bene dei coniugi

Altro elemento fondamentale del matrimonio è la volontà, di ogni coniuge, di creare, col matrimonio, un

clima di felicità della coppia sposata e dell’altro coniuge. L’esclusione di qualsivoglia componente affettiva

e sentimentale, sebbene sia presente un’attrazione sessuale, determina la nullità del matrimonio.

L’esclusione delle generazione della prole

Un’altra causa di nullità riconducibile ad una simulazione parziale si ha per ciò che concerne la generazione

e l’educazione della prole: se uno o entrambi gli sposi escludono, già prima del matrimonio, di avere figli o

comunque si impegnino, in costanza di matrimonio, a non averne, ciò legittima una dichiarazione di nullità

dello stesso. La procreazione, infatti, è uno degli elementi fondamentali del matrimonio: se una coppia non

può avere figli, ovviamente la Chiesa tutela la loro situazione; se, al contrario, uno o entrambi i partner non

“vogliono” avere figli, ciò comporta una menomazione del sacramento, teso per sua stessa definizione alla

procreazione della prole.

Bisogna, inoltre, attuare una distinzione tra l’esclusione assoluta della prole, ossia definitiva a livello

temporale, e l’esclusione temporanea della prole, che non rappresenta un esclusione del diritto, ma

un’esclusione dell’esercizio del diritto per un determinato periodo di tempo, il che non comporta la nullità

del matrimonio.

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L’esclusione della sacramentalità del matrimonio

Ultimo caso di simulazione parziale del matrimonio si ha con l’esclusione della sacramentalità del

matrimonio: esso è un istituto di diritto naturale, elevato da Cristo a sacramento, ma tale aspetto non può

essere elevato a causa di nullità qualora il battezzato non sappia o non creda che il matrimonio sia un

sacramento. Diviene causa di nullità nel momento in cui vi è il rifiuto esplicito della sacramentalità del

matrimonio, ossia qualora vi sia una volontà contraria a tale carattere fondamentale.

L’errore sulla persona: considerazione generali

Abbiamo già detto che i nubenti, con il proprio consenso, danno vita al matrimonio e che oggetto del

consenso non è solo il sacramento in se stesso, ma anche l’altra persona con la quale instaurare una

comunione di vita. Viene spontaneo affermare, quindi, che l’errore sulla persona, che si ha nel momento in

cui si sposa una persona diversa da quella che si intendeva realmente sposare, determina la nullità del

matrimonio. In realtà, sebbene solo in taluni casi, anche l’errore sulle qualità personali dell’altro

contraente, che formano la singola persona diversa da tutte le altre, può dar luogo alla nullità del

matrimonio.

L’errore su una qualità della persona voluta direttamente e principalmente

Una prima ipotesi di errore sulle qualità della persona, che determina la nullità del matrimonio, si ha nel

momento in cui una determina qualità sia stata intesa direttamente e principalmente dal nubente, il quale

ha sposato quella persona proprio per una determinata qualità di cui quest’ultima, si credeva, fosse in

possesso, ma che in realtà non possedeva. E’ il caso del nubente che ne sposa un altro proprio perché

vergine, o perché nobile, o perché musicista, o perché capace di procreare. In questi casi può intervenire la

nullità del matrimonio per errore sulla qualità di uno dei nubenti, in quanto l’attribuzione della suddetta

qualità è stata determinante per il consenso.

L’errore causato dal dolo

Seconda ipotesi di errore sulle qualità personali che ha efficacia invalidante si ha nel momento in cui

l’errore del nubente è stato determinato dal dolo posto in essere dall’altro contraente o da terza persona.

Per dolo s’intende un raggiro o un artificio che ha tratto in inganno il contraente, facendolo cadere in

errore, in particolare inerente le qualità dell’altro contraente. Quindi il dolo, sebbene determini pur

sempre un errore, ossia una falsa rappresentazione della realtà, ha, nel diritto canonico più recente, una

propria autonomia, sebbene debba rispettare determinati requisiti per poter portare alla nullità del

matrimonio:

• Il dolo deve riguardare una qualità della persona, ossia deve concretizzarsi in un inganno su una peculiarità della persona sposata;

• La qualità personale su cui è stato posto in essere il raggiro deve turbare, per sua natura, gravemente la comunità di vita coniugale;

• Il dolo deve essere posto in essere a fine di ottenere il consenso matrimoniale della persona tratta in inganno.

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Sintesi conclusiva sull’errore sulle qualità della persona

Abbiamo visto che tanto l’errore sulle qualità personali volute principalmente e direttamente dall’altro

contraente, quanto l’errore su qualità personali determinato da dolo dell’altro contraente e che si

ripercuote sulla vita coniugale, determinano la nullità del matrimonio, per espressa previsione del

legislatore. In realtà bisogna prendere in considerazione, nonostante alcune sentenze lo escludano, anche

l’errore sulla persona, intesa come personalità, che si ha nel momento in cui si crede di conoscere il

carattere e le peculiarità specifiche di una persona, che la rendono unica al mondo, ma ci si accorge che

tale rappresentazione dell’individuo non corrisponde a realtà: anche questo tipo di errore potrebbe

condurre alla nullità del matrimonio.

La violenza morale

Abbiamo avuto modo di specificare che il consenso deve liberamente formarsi all’interno della volontà

dell’individuo, il quale in alcun modo deve essere spinto verso il matrimonio, ma deve avvicinarsi ad esso

per il desiderio dello stesso, un desiderio che deve provenire dall’interno del soggetto.

Per tal motivo la violenza morale (o anche fisica) che spinga un soggetto a contrarre matrimonio, creando

in esso uno stato di timore, è causa invalidante del matrimonio e che, quindi, ne comporta la nullità.

Requisiti della violenza invalidante il matrimonio e del conseguente timore sono:

• Timore di una certa gravità: l’azione di forza che viene esercitata sul nubente deve essere tale da sconvolgere l’animo dello stesso e porlo in una situazione di difficoltà;

• La violenza, inoltre, deve essere esercitata con successo sulla persona, di cui vanno prese in considerazione le caratteristiche personali, quali il sesso, l’età, l’indole (non potranno, in alcun

modo, le minacce di un anziano genitore esercitare una violenza su un giovane autonomo ed

indipendente dalla sua famiglia sia economicamente che caratterialmente);

• Deve trattarsi di un timore proveniente dall’esterno, ossia causato da terzi, e non insito nel soggetto;

• Non deve obbligatoriamente trattarsi di una violenza mirata ad ottenere il matrimonio, potendo trattarsi di un matrimonio contratto appositamente per sfuggire ad una violenza o di un

matrimonio inteso come unica soluzione da parte del nubente;

• Ipotesi di timore reverenziale, particolare figura di violenza che si configura quando, tra chi subisce une determinata pressione ed il nubente che nutre timore, vi sia un particolare rapporto affettivo o

di dipendenza (come tra genitore e figlio: pensiamo alla donna che si sposa per far contento il

padre malato).

La condizione apposta al consenso matrimoniale

Nel diritto civile al matrimonio non può essere apposta alcuna condizione, in quanto non si può

subordinare la produzione o l’eliminazione di effetti giuridici, all’interno del matrimonio, al verificarsi di un

evento. Il diritto canonico, invece, prende in considerazione la condizione, disciplinando due diversi tipi di

condizione: una è la condizione futura, la quale prevede che un nubente sposi l’altro a condizione che in

futuro, quindi dopo il matrimonio, si verifichi un determinato evento (ad esempio: ti sposo purché tu

smetta di bere) ed in tal caso il matrimonio è nullo sin dall’origine, al di là che l’evento dedotto nella

condizione si verifichi o meno; l’altra è la condizione passata o presente, la quale vincola l’efficacia del

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matrimonio alla presenza di una circostanza (esempio: ti sposo per avere figli, supponendo che tu li possa

avere, ma in caso contrario mi riterrò libero dal vincolo): il matrimonio, in tal caso, sarà valido o nullo sin

dal primo momento, con la differenza che la consapevolezza della nullità o della validità arriverà solo in un

secondo momento (quando, in riferimento al nostro esempio, il soggetto scoprirà che l’altro contraente

non può avere figli).

La forma di celebrazione del matrimonio

Ultimo requisito affinché il matrimonio sia valido all’interno del diritto canonico è quello inerente la forma

della celebrazione: il matrimonio, in quanto negozio solenne, pretende ad substantiam l’osservanza di una

determinata forma. In realtà, è sufficiente che a celebrare il matrimonio si un parroco, competente

territorialmente e quindi all’interno della propria parrocchia, o il vescovo diocesano, sempre competente

territorialmente, alla presenza degli sposi e di due testimoni. Possono nascere complicazioni quando il

celebrante, pur avendo ricevuto l’ordine sacro, non è il parroco o l’ordinario diocesano del luogo in cui

viene celebrato il matrimonio oppure il celebrante non abbia ricevuto la dovuta delega, pur essendo egli un

cardinale o un vescovo diocesano di altra diocesi.

Se, però, tutti i fedeli di normale prudenza e ragionevolezza, sarebbero caduti in errore, ritenendo il

celebrante idoneo a celebrare il matrimonio tra i due nubenti, si ha la cosiddetta “supplenza di

giurisdizione”, ossia il matrimonio resta valido.

I soggetti obbligati a celebrare in forma canonica

Va chiarito, infine, quali siano i soggetti che devono obbligatoriamente adottare la forma canonica per una

valida celebrazione del matrimonio: si tratta dei battezzati o di coloro che si sono convertiti alla fede

cattolica. Un battezzato, qualora si sposi con rito civile, potrà contrarre matrimonio canonico con una terza

persona, in quanto per la Chiesa il solo rito civile non ha alcun valore. Diverso è il caso delle persone

battezzate che, con un atto particolare di abiura, maturato e ponderato, manifestato per iscritto al vescovo

diocesano o al parroco e ricevuto da questi ultimi, o con la partecipazione ad altre comunità religiose, si

sono allontanate/separate dalla Chiesa cattolica, le quali possono sposarsi senza l’osservanza del rito

canonico.

CAPITOLO TERZO – IL PROCESSO CANONICO PER LA DICHIARAZIONE DI NULLITA’ DEL

MATRIMONIO

L’organizzazione dell’attività giudiziaria nella Chiesa

Dopo aver esaminato il regime delle nullità matrimoniali, dobbiamo trattare degli organi giurisdizionali che

danno attuazione a tale regime: anche nell’ordinamento canonico, infatti, occorre la pronuncia di un

tribunale per decretare la nullità di un sacramento importante come il matrimonio e per risolvere

qualsivoglia controversia. Analizziamo il sistema giudiziario della Chiesa, partendo dal presupposto che

all’interno dell’ordinamento canonico non esiste la divisione dei poteri, come invece avviene negli

ordinamenti civili: ciò significa che il potere legislativo, giudiziario ed esecutivo sono concentrati, per la

Chiesa universale, nelle mani del Romano Pontefice, mentre per le Chiese particolari (comunità di fedeli in

un determinato territorio) tali competenze appartengono ai Vescovi. Per gestire in maniera più consona

l’attività giudiziaria, i Vescovi, così come il Romano pontefice, affidano l’amministrazione della giustizia a

degli organi “vicari”, che operano in nome e per conto di chi detiene la potestà (Papa e Vescovi). Presso

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ogni diocesi, presieduta da un Vescovo, vi è un tribunale diocesano, competente in primo grado e

presieduto dal vicario giudiziale, nominato dal Vescovo. In appello, invece, è competente il tribunale

metropolita, il quale fa capo all’arcidiocesi, presieduta dall’arcivescovo, una figura a metà strada tra i

Vescovi ed il Romano Pontefice. In terzo ed ultimo grado, invece, è competente la Romana Rota, tribunale

a cui il potere giudiziario è demandato direttamente dalla Santa Sede, il quale può fungere anche da

organo di appello, qualora, dopo la sentenza del tribunale di prima istanza, le parti si appellino

direttamente ad esso.

I tribunali ecclesiastici italiani

La scarsità di personale ed il numero esagerato di diocesi ha reso necessaria un’organizzazione dei tribunali

diversa da quella che abbiamo appena descritto. Istituire un tribunale presso ogni diocesi, specialmente in

Italia dove sono più di duecento, sarebbe stato impossibile e pertanto vennero istituiti i tribunali regionali,

competenti all’interno delle regioni ecclesiastiche (molto spesso coincidenti con quelle politiche), che sono

competenti in primo grado. L’organo di appello, invece, è rappresentato da tribunali regionali di altra

regione rispetto a quella dove è stata emanata la prima sentenza. I tribunali regionali sono 18 e nel caso

del tribunale del Lazio, della Sardegna e della Campania, competente in secondo grado non è un altro

tribunale regionale, ma il Tribunale d’appello del Vicariato di Roma (che quindi è solo organo di appello per

queste 3 regioni).

I tribunali regionali sono sotto la sovrintendenza del Vescovo della diocesi del luogo (definito come

moderatore) e sono presieduti da un vicario giudiziale (o officiale) nominato, insieme ai giudici, dalla

Conferenza episcopale regionale, per un periodo di 5 anni. Tra i giudici può figurare anche un membro

laico. Oltre ai giudici, all’interno del tribunale, operano il promotore di giustizia, il quale interviene nelle

cause penali e comunque quando sia in pericolo il bene pubblico, ed il difensore del vincolo, che interviene

nelle cause matrimoniali: entrambi svolgono il ruolo che il pubblico ministero (l’accusa) svolge

nell’ordinamento civile.

Il tribunale della Rota Romana

Un cenno particolare merita il tribunale della Sacra Rota Romana, poi ribattezzato Rota Romana da Papa

Giovanni Paolo II. Questo illustre tribunale venne istituito nel XII secolo e col passare del tempo assunse un

importanza vitale, tale da far assumere rilevanza alle proprie decisioni anche nei confronti dei tribunali dei

principati. Nel XIX secolo, però, cominciò una fase di decadenza, che culminò nell’abolizione dello Stato

pontificio del 1870, sino ad essere ripristinato nel primo ventennio del XX secolo. Il termine Rota, secondo

la versione più accreditata, proviene da un particolare scaffale in cui venivano riposti gli atti dei

procedimenti giudiziari, scaffale circolare montato su ruote, da cui gli uditore potevano prendere i

documenti necessari senza alzarsi dal proprio posto, semplicemente facendolo ruotare.

Il tribunale è composto da 20 prelati, definiti come uditori, nominati dal Pontefice e provenienti da diverse

nazioni, presieduti dal “decano”, normalmente il più anziano tra i giudici. La Rota giudica in collegi (o turni)

di tre uditori con un particolare sistema di rotazione: ogni turno vede partecipi due uditori del precedente

collegio ed uno diverso, più giovane, in quanto si procede dai più anziani sino ad arrivare ai più giovani,

ovviamente ricominciando la rotazione una volta terminati i 20 prelati.

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La Rota, come abbiamo specificato, funge da tribunale di seconda istanza ma, più spesso, da tribunale di

terza istanza, qualora non vi sia accordo tra le due precedenti pronunce. Esso non svolge un giudizio di

legittimità, ma entra nel merito della faccenda.

Il processo di nullità del matrimonio. Principi generali

Il procedimento giudiziario previsto per la cause matrimoniali è quello del “giudizio contenzioso ordinario”,

applicabile a qualsivoglia controversia e disciplinato nel Libro VII del codice canonico. Per le cause

matrimoniali, tuttavia, sono previste delle regole particolari, trattate appositamente in un diverso capitolo.

Questo sistema, però, ha provocato notevoli difficoltà per i giudici, i quali dovevano prendere in

considerazione una disciplina generale ed integrarla con regole particolari: per tal motivo venne

promulgato, nel 2005, un testo normativo riassumente tutte le norme in materia e le inclinazioni dei

tribunali, oltre che le direttive pontificie in materia, denominato Dignitas connubii, che molti si

aspettavano come innovatore, ma che ha assunto il ruolo di semplice raccolta per facilitare l’opera dei

giudici. Esso non si applica ,tra l’altro, ai procedimenti dinanzi alla Romana Rota. Nel processo, inoltre, il

fine ultimo deve essere l’accertamento della verità, sempre e comunque, perché la causa matrimoniale

specifica, riguardando un sacramento importante come il matrimonio, riguarda anche un pubblico

interesse.

La legittimazione ad agire

Legittimati attivamente all’impugnazione del matrimonio per farne dichiarare la nullità sono, ovviamente, i

coniugi, siano essi battezzati o meno, colpevoli della nullità o meno, i quali potranno partecipare al

giudizio. Solo la persona priva dell’uso di ragione potrà essere rappresentata da un curatore, designato dal

tribunale. Nessun altro soggetto è legittimato a promuovere il giudizio, se non il “promotore di giustizia”, il

quale rappresenta il bene pubblico e può agire nel momento in cui l’elemento invalidante il matrimonio ha

assunto, tra i fedeli, un’importanza elevata ed un’elevata conoscenza.

La competenza del tribunale

Il coniuge che intende far accertare la nullità del matrimonio deve presentare un ricorso, definito come

“libello”, al tribunale di prima istanza, designato dallo stesso attore, ma tenuto conto di alcune regole di

competenza.

Primo criterio è quello inerente il luogo in cui è stato celebrato il matrimonio.

Secondo criterio è quello inerente il luogo in cui la parte convenuta ha il domicilio, che si acquista con la

residenza in un luogo per rimanervi senza limiti di tempo o con l’effettiva permanenza in un luogo per

almeno 5 anni, o in cui ha il quasi-domicilio, che si acquista con la permanenza in un luogo per almeno 3

mesi o con l’intenzione di rimanervi per lo stesso periodo di tempo.

I primi due criteri sono definiti come ordinari o comuni.

Il terzo criterio, riguardante le sole cause matrimoniali, riguarda il luogo in cui la parte attrice ha il

domicilio: in tal caso, però, occorre che entrambi i coniugi risiedano nel territorio della stessa conferenza

episcopale nazionale ed occorre il consenso del vicario giudiziale del luogo in cui la parte convenuta ha il

domicilio.

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Il quarto criterio riguarda il luogo in cui si debba procedere al raccoglimento della maggior parte delle

prove: anche la possibilità di far ricorso a questo criterio, però, è subordinata al consenso del vicario del

luogo in cui ha il domicilio la parte convenuta.

Il terzo ed il quarto criterio sono definiti come “criteri di competenza speciale”.

L’ultimo criterio è un criterio eccezionale, riguardante i capi di Stato e di governo: le proprie cause

finiranno direttamente dinanzi alla Rota Romana.

L’introduzione della causa

Il libello consegnato al tribunale dall’attore, ossia dal coniuge che intende promuovere la causa di nullità

del matrimonio, deve contenere gli elementi giuridici e di fatto per cui è richiesta la nullità, nonché

un’indicazione sommaria delle prove. Normalmente l’attore è assistito da un avvocato abilitato a

patrocinare dinanzi ai tribunali ecclesiastici, ossia in possesso del diploma di avvocato rotale o comunque

in possesso del dottorato di diritto canonico conseguito presso un’università pontificia.

Alla presentazione del libello segue la nomina, da parte del vicario giudiziale, del collegio giudicante,

composto da tre uditori. Il preside del collegio svolge un giudizio di ammissibilità della causa dinanzi al

tribunale, verificando la legittimità ad agire, la competenza del tribunale e che vi sia un fondamento: in

base a ciò respinge o ammette (con decreto) il libello. Nel primo caso il decreto di reiezione può essere

impugnato entro dieci giorni. Nel secondo caso, il decreto di ammissione deve essere comunicato

all’attore, al difensore del vincolo e notificato alla parte convenuta.

La contestazione della lite e concordanza del dubbio

Dopo il decreto di ammissione, si procede alla “contestazione della lite”, con la quale si definisce l’oggetto

della causa. Nel decreto di citazione il preside del collegio deve inserire la cosiddetta “formula del dubbio”

desunta dal libello, ossia il motivo di nullità su cui si intende impostare la causa: entro 15 giorni le parti o il

difensore del vincolo potranno richiedere la fissazione di un’udienza per opporre una modifica della

formula, la cui fissazione avverrà all’interno dell’udienza stessa. Qualora non fosse richiesta alcuna

udienza, il preside procederà d’ufficio a fissare la formula del dubbio all’interno del decreto di

formulazione.

Con la contestazione della lite si chiude la fase introduttiva della causa.

L’istruzione della causa

Vero artefice della fase istruttoria è il giudice, in quanto egli, d’ufficio, può disporre l’acquisizione di

determinate prove, supplendo anche alla negligenza delle parti, prove che dovrà valutare secondo la sua

coscienza.

L’interrogatorio delle due parti

La fase istruttoria è affidata ad uno dei tre giudici del collegio, il quale inizia la stessa fase con

l’interrogatorio, che avviene separatamente, di ognuna delle due parti: il giudice rivolgerà domande

proprie, suggeritegli dal difensore del vincolo o dagli avvocati delle parti. Non potrà assistere,

all’interrogatorio, la controparte, ma solo il proprio avvocato. Se il convenuto non si presenta, per

qualsivoglia motivo, il giudice valuterà negativamente l’assenza, anche se essa, da sola, non costituisce

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alcuna prova. Anche la confessione di entrambe le parti dell’esistenza del motivo di nullità non costituisce

piena prova, ma va presa in considerazione qualora venga avvalorata in modo definitivo da altre prove.

La prova documentale

Una notevole importanza assumono, all’interno del procedimento, le prove documentali, siano esse

pubbliche o private. I documenti privati, in realtà, hanno lo stesso valore delle dichiarazioni orali, almeno

che non si accerti la veridicità di quanto in esse scritto da una delle due parti o da terza persona.

Determinanti sono, invece, le prove precostituite, ossia tutti quei documenti, molto spesso depositati

presso un notaio o pubblico ufficiale da parte dell’attore o del convenuto prima del matrimonio, dai quali si

evince un motivo di nullità dello stesso: la sola esistenza di tali prove, in realtà, esclude l’indissolubilità del

matrimonio, in quanto uno delle parti si è premunita di avere una prova di nullità perché ,già

precedentemente alla celebrazione, non era convinta del carattere perpetuo del sacramento.

Le testimonianze

Rilevanti, per il procedimento giudiziario, sono le testimonianze offerte da persone vicine alle parti

(colleghi, amici, parenti, conoscenti), le quali potrebbero fornire particolari interessanti per l’intera

vicenda. Tutti i testimoni chiamati a deporre sono tenuti al giuramento, almeno che il giudice non esoneri il

teste da tale obbligo. Devono riferire tutta la verità in merito alla questione ed alle domande che vengono

poste e nel caso in cui dalla loro deposizione possa scaturire un pericolo, il giudice dispone che l’audizione

avvenga sub secreto, segretando in molti casi anche il contenuto delle rivelazioni fatte.

Le perizie

Il giudice, nella valutazione di tutti gli elementi di una causa di nullità matrimoniale, può avvalersi anche

dell’operato di esperti e di studiosi, che compiranno delle perizie sui soggetti interessati, al fine di fornire al

giudice degli elementi concreti sui quali ragionare per adempiere la propria funzione. Tutto ciò si rende

necessario soprattutto, ma non solo, nelle cause di nullità in cui l’impedimento è determinato da

impotenza o da difetto del consenso per malattia mentale.

Il giudice, dopo aver trasmesso gli atti processuali al perito, provvederà a formulare delle domande alle

quali l’esperto dovrà fornire una risposta: va chiarito che la perizia deve fornire solo e solamente risposte

di tipo tecnico, senza addentrarsi nella risoluzione della causa, compito che spetta pur sempre al giudice,

che in alcun modo potrà ritenersi vincolato nella propria decisione.

Un notevole fraintendimento può nascere nel momento in cui il perito psicologo o psichiatra non accetti,

per propria convinzione, la visione sacramentale del matrimonio canonico e da ciò sia influenzato nella

propria perizia: in tal caso il giudice, rimanendo ancorato alle convinzioni religiose e ponendole come

proprio imperativo, non deve farsi, in alcun modo, influenzare e deve procedere, nella decisione,

prendendo in considerazione il mero aspetto tecnico della perizia.

La pubblicazione degli atti e la discussione

Una volta acquisite tutte le prove all’interno della fase istruttoria, il giudice dispone che le parti prendano

visione degli atti processuali e lo fa tramite il decreto di “pubblicazione degli atti”: le parti, qualora abbiano

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nuovi elementi di prova o vogliano integrare quelli già esistenti, possono rivolgersi al giudice per un

supplemento istruttorio, il che comporterà un nuovo decreto di pubblicazione.

Ritenuta la causa sufficientemente istruita, il giudice emette il decreto di “conclusione in causa”, con il

quale si chiude definitivamente la fase istruttoria e si apre la discussione: gli avvocati delle parti ed il

difensore del vincolo provvederanno a scambiarsi vicendevolmente, ed a fornire al giudice, le proprie

memorie difensive, il tutto entro un determinato termine.

La memoria difensiva delle parti, definita come “restrictus iuris et facti” è redatto secondo uno schema

diviso in tre parti: nella prima parte introduttiva viene esposta la vicenda matrimoniale e l’attività

processuale svolta; nella seconda parte si espongono i principi di diritto che darebbero ragione, all’interno

del procedimento, alla versione fornita dalla parte, oltre a citare casi giurisprudenziali ed autorevoli

opinioni dottrinali a favore della suddetta versione; nella terza parte vengono messi in luce gli elementi di

fatto che dovrebbero portare all’accoglimento della domanda di parte.

La memoria difensiva del difensore del vincolo, invece, viene definita come “animadversiones” e si divide

anch’essa nelle tre parti di cui abbiamo parlato, sebbene il difensore possa chiedere anch’egli

l’accoglimento della domanda di uno o di entrambe le parti, o rimettersi alla giustizia del tribunale.

La decisione della causa

Esaurita la discussione con lo scambio delle memorie difensive, il preside del collegio fissa un giorno per la

riunione dei tre giudici, all’interno della quale gli stessi prenderanno una decisione. Essi si presenteranno

con le proprie conclusioni (o voti) per iscritto, inerenti elementi di fatto e di diritto, e si procederà alla

lettura delle stesse, partendo dal relatore (o ponente). La decisione dovrà essere collegiale e scaturirà da

una sentenza. Se un giudice è in disaccordo, in caso di appello le proprie valutazioni verranno trasmesse al

tribunale di seconda istanza. Dalla prima riunione può scaturirne una seconda, da tenersi entro una

settimana, o addirittura può essere riaperta la fase istruttoria, per raccogliere nuove prove.

La certezza morale del giudice

Il giudice, nel prendere la propria decisione, deve raggiungere la cosiddetta “certezza morale”, che

secondo una definizione di Papa Pio XII, si trova a metà strada tra la certezza assoluta, che raramente potrà

essere raggiunta, e la “quasi certezza o probabilità”: egli, quindi, deve giungere ad una decisione che,

sebbene lo convinca, lasci uno spiraglio alla convinzione opposta. Qualora il giudice, tra l’altro, non sia

convinto degli elementi e delle prove offerte dall’attore per l’accoglimento della domanda, dovrà

inevitabilmente respingere la stessa, in quanto egli deve fornire una decisione che salvaguardi, nel dubbio,

il sacramento del matrimonio.

La formazione della sentenza

Entro un mese dalla deliberazione dei giudici, la sentenza viene redatta per iscritto ad opera del giudice

relatore, nonché approvata dai giudici del collegio. Sono previsti, inoltre, determinati requisiti sostanziali e

formali. Per ciò che concerne i primi, è previsto che la sentenza risponda ai dubbi sollevati nella fase

iniziale del processo e che li risolva senza potersene discostare: non potrà, per esempio, dichiarare nullo un

matrimonio per un motivo diverso da quello inserito nella formulazione del dubbio. Inoltre la sentenza

deve essere motivata, sia in fatto che in diritto, fornendo elementi legislativi, applicati nel caso concreto. E’

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fatto divieto, in taluni casi, ad una parte o ad entrambe, di contrarre un nuovo matrimonio, se non nel caso

in cui si possano offrire delle garanzie inerenti l’inesistenza degli impedimenti che hanno determinato la

pronuncia, precedente, di nullità. Per ciò che riguarda, invece, i requisiti formali, oltre a dover essere

prevista l’invocazione del nome di Dio, la sentenza dovrà essere redatta con una divisione in tre parti, la

prima introduttiva inerente un riassunto della vicenda e dell’attività processuale, la seconda (in iure)

inerente i principi giuridici adottati nella decisione e la terza (in facto) inerente le risultanze processuali ed

il loro valore in riferimento alla decisione della causa.

Seguirà la pubblicazione della causa, con la consegna di una copia alle parti o ai loro procuratori, con

l’indicazione dei mezzi di impugnazione.

L’esecutività della sentenza ed il principio della doppia sentenza conforme

Sappiamo bene che, in qualsiasi ordinamento civile, la sentenza di un giudice produce i propri effetti

definitivi con il passaggio in giudicato, ossia nel momento in cui la sentenza diviene inappellabile o nel

momento in cui sono finiti i gradi di giudizio. Anche nel diritto canonico vale una regola simile, secondo cui

qualora due tribunali di diversa istanza si pronuncino nella medesima maniera, la sentenza passa in

giudicato.

Nelle cause matrimoniale la situazione è un po’ differente: il principio della doppia sentenza conforme non

serve per il passaggio in giudicato della sentenza, ma serve anzitutto per dare effettiva validità alla

sentenza. Ciò vuol dire che una sola sentenza di accoglimento della richiesta di nullità non produce i propri

effetti ed i soggetti non potranno passare a nuove nozze, in quanto occorre, obbligatoriamente, una

seconda pronuncia. Un tempo era necessario che il difensore del vincolo si appellasse, dopo la prima

sentenza, in qualsiasi caso, anche qualora fosse d’accordo con la stessa. Oggi, invece, è lo stesso tribunale

di prima istanza che trasmette gli atti al tribunale di seconda istanza, il quale, con un procedimento celere

ed efficace, o emette un decreto di ratifica della prima sentenza, oppure, sempre con decreto, dispone di

trattare la causa in via ordinaria, seguendo un procedimento quasi identico a quello che abbiamo

esaminato in precedenza per il tribunale di prima istanza. In ogni caso il collegio di seconda istanza,

composto da tre giudici, dovrà motivare la propria decisione. Una pronuncia conforme, tramite il decreto

di ratifica o tramite una nuova sentenza di accoglimento, produrrà gli effetti definitivi della sentenza con la

propria pubblicazione e le parti potranno nuovamente contrarre matrimonio, almeno che non sia previsto

un divieto per le stesse. La conformità tra due sentenze non si ha solo nel caso in cui l’accoglimento

avvenga in base agli stessi motivi di diritto o di fatto, ma anche qualora si tratti di conformità sostanziale.

L’appello e la querela di nullità

Il fatto che sia necessaria una doppia sentenza conforme per dar luogo agli effetti di una decisione

giudiziaria, non impedisce alla parte di appellarsi: il tribunale di prima istanza trasmetterà autonomamente

gli atti al tribunale di seconda istanza, ma la parte in disaccordo potrà comunque manifestare la propria

opposizione rispetto alla sentenza di primo grado, o potrà addirittura adire la Romana Rota, scavalcando il

tribunale di seconda istanza, quello metropolita.

Il giudizio di appello si svolgerà con l’osservanza delle medesime modalità di quello di prima istanza,

sebbene qualora si optasse per la formulazione di un nuovo dubbio, il tribunale d’appello fungerebbe da

tribunale di prima istanza, perché sarebbe chiamato a pronunciarsi su un “nuovo giudizio di nullità” e non

potrebbe fornire né una sentenza conforme, né difforme, in quanto del tutto diversa.

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Altro mezzo di impugnazione, differente dal ricorso in appello, è la querela nullitatis, diretta a denunciare i

vizi di nullità da cui è affetta la sentenza: si tratta di vizi di natura processuale che nulla hanno a che vedere

col giudizio di merito. La nullità, in tal caso, risulterà sanabile qualora si tratti di vizi di minore importanza

(una decisione presa da due giudici anziché da tre), mentre risulterà insanabile, qualora tratti di vizi di

rilevante importanza (violazione del diritto di difesa, giudice costretto da violenza morale ecc.).

Il non passaggio in giudicato delle sentenze matrimoniali e la nuova trattazione della causa

Abbiamo già avuto modo di precisare che il passaggio in giudicato, in diritto canonico, non esiste per le

cause matrimoniali: ciò vuol dire che in qualsiasi momento potrà esserci un riesame della causa, sebbene la

doppia sentenza conforme abbia reso le sentenze produttive di effetti.

Ovviamente anche il diritto canonico ha dovuto limitare il riesame, in modo tale da evitare episodi di

rivalsa nei confronti di un coniuge o nuovi processi infondati, e lo ha fatto con l’introduzione di un

requisito, quello della sussistenza di “nuove e gravi prove od argomenti”: ciò significa che, al momento del

proponimento di un nuovo riesame, la parte interessata dovrà disporre, concretamente, di prove nuove,

quindi differenti da quelle già prese in considerazione negli altri procedimenti, e gravi, ossia tali da

giustificare un riesame del caso ed una pronuncia avversa rispetto a quelle precedenti e produttive di

effetti. Non basterà, dunque, una nuova perizia medica od una semplice ritrattazione delle testimonianze

su elementi circostanziali, a giustificare un riesame della causa, ma saranno necessari nuovi elementi.

La riapertura di una causa matrimoniale dovrà essere proposta al tribunale d’appello rispetto a quello che

si è pronunciato per l’ultima volta, il che comporta, data la necessità di una doppia sentenza conforme già

di regola, che il riesame avverrà dinanzi alla Romana Rota. Anche qualora il nuovo procedimento dovesse

comportare una pronuncia giudiziaria avversa rispetto alle precedenti, sarà comunque necessaria una

seconda sentenza conforme, la quale potrebbe, nel caso in cui sia anch’essa invalidante della precedente

nullità e ripristini un vincolo matrimoniale dapprima ritenuto nullo, invalidare il nuovo matrimonio

contratto da una delle due parti, dapprima libera ed ora, nuovamente, ancorata al matrimonio con il

precedente coniuge.

Le disposizioni della Conferenza episcopale italiana sui tribunali ecclesiastici

La Conferenza episcopale italiana, con proprio decreto del 1997, ha stabilito, per permettere a tutti di

accedere, a livello economico, ai ricorsi dinanzi ai tribunali ecclesiastici, che a questi ultimi venga assegnato

un sostanzioso contributo finanziario proveniente dal cosiddetto “otto per mille” erogato dallo Stato

italiano. Sulla parte attrice, e su quella convenuta qualora si avvalga di un avvocato, grava solo l’obbligo del

pagamento di una cifra pari ad € 450, differentemente da ciò che avveniva in passato, quando occorrevano

ingenti somme per rivolgersi ai tribunali ecclesiastici. Tra l’altro, presso ogni tribunale, devono esserci due

“patroni stabili”, ossia due avvocati d’ufficio di cui le parti possono avvalersi. Anche gli onorari degli

avvocati di fiducia hanno subito un ridimensionamento, dettato da un tetto massimo stabilito per la

propria parcella.

N.B. per gli studenti: quest’opera non è solo un riassunto, ma una rielaborazione personale dei temi in esso

trattati. Aver scartato alcune parti e sottolineato l’importanza di altre, non fa di me un docente, ma

semplicemente uno studente che fa delle valutazioni personali. E’ doveroso, da parte mia, precisare che

ognuno di noi è portatore di una singolarità che gli permette di recepire le informazioni in maniera diversa,

migliore o peggiore che sia. Quello che posso assicurare è che, all’interno della mia rielaborazione, non ho

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trascurato nulla di rilevante, ma pur sempre dal mio punto di vista, che potrebbe differire da quello degli

assistenti e del docente. Vi invito, pertanto, ad integrare gli argomenti trattati con il libro di testo, scritto da

un docente e luminare in materia, qualora l’esposizione non vi abbia soddisfatti, o anche a confrontare la

mia rielaborazione con quella di altri colleghi. Mi scuso in anticipo, inoltre, qualora doveste riscontrare

errori grammaticali, dovuti, vi assicuro, alla stanchezza ed al peso specifico della materia. Rielaborare non è

mai semplice, per questo motivo in alcune parti ritroverete pari pari le parole del testo, magari selezionate

a mia discrezione, magari ricopiate e basta. In altre, invece, troverete mie ricostruzioni personali o miei

commenti, o semplicemente riassunti.

Spero davvero che questa mini-opera possa esservi d’aiuto.

Vi auguro di prendere un buon voto all’esame!!!

Foxshark (Marco Montagna)

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