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Il Tempo - Tesina di Maturità Liceo Scientifico

Italiano

Descrizione: La relatività del tempo. Tesina di maturità di liceo scientifico. Materie affrontate : filosofia, inglese, storia dell'arte, fisica, scienze della terra, letteratura italiana, latino.
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manca storia...

04/07/12 10:09

Liceo Scientifico Statale Galileo Galilei Anno scolastico 2009/2010

Valeria Di Paola VL

Del Tempo e Dell’Uomo

1

“ l’uomo teme il tempo ma il tempo teme le piramidi”

Antico proverbio egiziano

I n d i c e

Introduzione La soggettività del tempo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 3

Tempo della scienze e tempo della vita Henry Bergson . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 4

Chronological time of the mind Virginia Woolf . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 6

Il Cubismo e la quarta dimensione Pablo Picasso . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7

La teoria della relatività Albert Einstein . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 11

Il tempo della Terra

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Gli agenti esogeni e l’intervento dell’uomo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 14

Sentimento del tempo Giuseppe Ungaretti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 17

“De Brevitate vitae” Lucio Anneo Seneca . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 19

Che cos'è il tempo? Cos’è questa forza inesorabile che accompagna ogni individuo dalla vita alla morte? E se esiste, va in una sola direzione? A partire dall’antichità, molti filosofi, scienziati, poeti e artisti hanno cercato di dare una risposta a quello che è uno dei più grandi interrogativi della storia: lo stesso Sant’Agostino nel VII secolo, nelle sue “Confessioni”, diceva: “Se nessuno me lo chiede, so cos’è il tempo; ma se mi si chiede di spiegarlo non so cosa dire.” Non è possibile, infatti, dare una definizione reale e completa di cosa sia il tempo,perché non può essere percepito direttamente con i sensi fisici nonostante regoli la vita di ogni essere umano. Si potrebbe dire che il tempo è troppo lento per chi soffre,troppo breve per chi gioisce e troppo lungo per chi aspetta; oppure potremmo associare il tempo al cambiamento, essendo il cambiamento l’unica cosa che siamo in grado di concepire, ma in tal caso se nulla accadesse,se nulla cambiasse, il tempo si fermerebbe. Allo stesso modo potremmo parlare del tempo come percezione della vita: in un adolescente il tempo scorre troppo lentamente,perché vuole raggiungere in fretta l’autonomia garantita dalla maturità, mentre per l’adulto, o l’anziano, il tempo scorre troppo in fretta, perché ha la percezione che la sua vita stia per finire. Fu probabilmente già S. Agostino che, sempre nelle “Confessioni”, fece riferimento al tempo come a una creazione della nostra coscienza dicendo che “il presente delle cose passate è la memoria,

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il presente delle cose presenti è la vista e il presente delle cose future è l’attesa”; il filosofo riteneva che il tempo risiedesse nella mente umana, nell’attesa, nel ricordo e che il passato e il futuro potessero essere pensati solo come presente. Sembra che la fisica classica abbia sempre cercato di evitare di dare una definizione di “tempo”, lasciando piuttosto il difficile compito alla filosofia. Infatti, sia Newton che Einstein hanno costruito modelli

dell’universo straordinari e di grande verità,ma entrambi hanno presentato il tempo come qualcosa di scontato nonostante si tratti di un elemento primario, alla base di ogni ragionamento scientifico. La “teoria della relatività” di Einstein si basa completamente, tuttavia, proprio sul concetto di “tempo”; in essa il fisico ne evidenzia la soggettività, accennando ad esempio al fatto che, possiamo associare numeri ed eventi in modo che a un numero maggiore corrisponda un avvenimento posteriore, così come a un numero minore corrisponda un evento anteriore (quantificazione che regola l’uso degli orologi). L’unico tempo che, infatti, riusciamo davvero a percepire è il presente, in quanto sia il futuro che il passato esistono solo in relazione ad esso: il futuro, affidato all’immaginazione, non può mai essere raffigurato in maniera completamente diversa dal presente, così come il passato, legato alla memoria, non può mai ripresentarsi nella mente in maniera del tutto fedele. La scoperta della variazione della velocità della luce per trasformazioni da sistemi di riferimento diversi, ha portato, quindi, alla costruzione della “teoria della relatività”, in cui il tempo non è più assoluto, come veniva presentato da Newton, e ogni osservatore avrebbe un proprio tempo relativo indipendente. Secondo tale teoria, due gemelli uno sulla terra ed uno su un'astronave invecchierebbero in maniera diversa, in particolare quello in viaggio vedrebbe scorrere il proprio tempo molto più lentamente. Si tratta di un esperimento mentale in cui si suppone che l’astronave viaggi nello spazio a una velocità prossima sempre più a quella della luce: dato che c(velocità della luce appunto)= s (spazio) / t (tempo), se la velocità aumentasse, essendo inversamente proporzionali, il tempo diminuirebbe facendo

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rallentare il ticchettio dell’orologio del gemello in volo rispetto a quello del gemello a terra. Questo tipo di paradosso ricorda quello “dell’Achille” di Zenone: il veloce Achille, secondo un ragionamento apparentemente coerente ma in realtà privo di concretezza, non sarebbe mai stato in grado di raggiungere una tartaruga avente da lui un passo di vantaggio, perché, prima di raggiungerla, avrebbe dovuto raggiungere la metà della distanza tra lui e la tartaruga stessa; ma se si suppone di poter dividere un segmento dello spazio all'infinito, di conseguenza Achille non può avere altro che un tempo infinito per raggiungere l'infinitesima suddivisione della distanza che lo separa dalla tartaruga.

Proprio tra i filosofi greci, fin dai tempi più antichi,si sono scontrate concezioni diverse di “tempo”: nel VI secolo a.C. Eraclito sosteneva la necessità dell’eterno scorrere di tutto, mentre Parmenide, dopo di lui, riteneva che il tempo ed il moto non esistessero. In ambito filosofico un contributo particolare è stato dato nel XIX secolo da Henry Bergson, massima espressione dello spiritualismo francese, che in opposizione al Positivismo, ormai entrato in crisi per le recenti rivelazioni di Einstein sulla relatività, assumeva come oggetto d’indagine l’interiorità dall’uomo. Una delle concezioni più originali di Bergson, che influenzerà tutti i campi della cultura , l’arte futuristica ad esempio, è quella che riguarda la soggettività del tempo e perciò la distinzione tra tempo della scienza e tempo della vita. Il tempo della fisica e dell’osservazione scientifica è reversibile, perché ciascun esperimento può essere ripetuto un numero indefinito di volte, ed è costituito da istanti che si differenziano tra loro solo quantitativamente; il tempo vissuto, invece, è composto da momenti irripetibili, che si diversificano tra loro qualitativamente (tanto che nel linguaggio comune si dice che un’ora può sembrare un’eternità).

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Il tempo della scienza è astratto ed esteriore, fatto di momenti distinti l’uno dall’altro e può essere rappresentato da una collana di perle, tutte uguali tra loro; il tempo dell’esistenza, invece, interiore e concreto, può essere rappresentato da un gomitolo di filo o da una valanga, che continuamente crescono e mutano,poiché è fatto di momenti che si sommano e si compenetrano. La durata della coscienza è, dunque, costituita da istanti che non sono tra loro separati: ogni momento, pur essendo il risultato dei momenti che lo hanno preceduto, è assolutamente nuovo rispetto ad essi. Bergson critica, quindi, la scienza accusandola di esteriorizzare l’azione e di concepire il tempo secondo uno schema spaziale, nonostante la spazializzazione del tempo vissuto sia in contrasto con la testimonianza della coscienza, la quale non è altro che un unico e continuativo processo di mutamento.

In the early XX century the influence of Sigmund Freud and other philosophers like Bergson was remarkable especially in the novel: their theories led writers to investigate more and more deeply into their characters’ mind with the awarness that there is not objective reality besides personal experiences. A new international movement called Modernism developed and adapted their theories to express the new and complex reality of the time.

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Willliam James, Henry James’s brother, was the first to talk about a “stream of consciousness” because he associated the image of a river with the endless flux of inner life; he also manteined that reality cannot be objectively given but is only subjectively perceived through consciousness, where present does not exist and past and future are intermingled. In this period the traditional novel ceased to satisfy: the chronological presentation of the

story and the external characterisation lost signifacance: it was not necessary to follow a character through a series of circumstances to unfold his behavior, as just a short time immersed in his mind could reveal his real personality. The modernist writer who achieved the most brilliant results was James Joyce, but the wave of experimentation involved also Virginia Woolf, who maintained a particular conception of time; like James Joyce she thought that the chronological presentation of a story could only give a superficial and an imperfect presentation of the life. She reduced the chronological time to the time of the mind and wrote mainly about her character’s thoughts and feelings rather than their actions, because she believed that the life of the mind was more important that the exterior reality. In attempting to render the inner life of characters Virginia Woolf developed a series of literary devices that reproduced her characters’ stream of consciousness: influenced by Bergson’s theory of “duration”, she tried to compress the events into minimum time units, abandoned the omniscient narrator and shifted the point of view into the characters’ mind, organizing the plots into short units and simultaneous sequences using the cinematic technique of “montage”. These devices allowed her to achieve an effect that seemed to immerse readers directly in the stream of her character’s thoughts, feelings and memories. One of the most important novel written by Virginia Woolf is “Mrs Dalloway” which represents the final transition into the new technique: the action take place in twelve hours during which Mrs

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Dalloway, an upper-class lady, walks around the city thinking about the plans for a party. The plot of the most famous of her novels is built on the main character’s mental associations, revealed through the technique of the interior monologue which allows readers to hear characters communicating spontaneously with themselves. In Woolf’s novels there are often also "moments of being", moments of intensity perceptions or visions which illuminate the characters’ life. The moments of being are rare moment of insight during the characters' daily life when they can see reality beyond appearances, while James Joyce’s epiphany is the sudden spiritual manifestation caused by a trivial gesture, an external object or a banal situation. In Virginia Woolf c’è,insieme all’obbiettivo di voler rappresentare lo sterminato fluire del tempo e le sue infinite trasformazioni,anche quello di cercare tra tanta indeterminazione dei punti di riferimento e di salvaguardare l’integrità della vita,minacciata dall’inesorabile cambiamento del mondo esterno. La donna,ha pensato di trovare nei suoi famosi “momenti d’essere” una risposta a questa situazione,senza accorgersi che anch’essi avrebbero manifestato la loro transitorietà ed aggravato lo stato di smarrimento essendo non definitivi,ma destinati ad essere sostituiti,di volta in volta,da altri e a mutare,quindi,come ogni altro aspetto dell’esistenza.

Anche gli impressionisti,nel XIX secolo erano convinti che la realtà fosse un continuo mutamento; ritenevano,infatti, che la percezione visiva fosse legata al concetto di transitorietà della vita,e che dovesse essere fatta,non un’indagine della natura in sé stessa, ma

una sua rappresentazione sulla tela momento per momento,cogliendo ogni istante in quanto ciascuno diverso dal precedente e dal suo successivo. La corrente impressionista, segna

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l’inizio di un progressivo e inesorabile cambiamento per quanto riguarda i canoni fondamentali della pittura tradizionale. L’immagine pittorica per eccellenza è sempre stata considerata quella di tipo naturalistico,rappresentante fedelmente la realtà e in grado di rispettare i meccanismi della visione ottica umana; i migliori risultati in questo senso erano stati raggiunti con il Rinascimento italiano,tra il XV e il XVI secolo, attraverso l’uso del chiaro-scuro per la resa dei volumi,la prospettiva per la spazialità,insieme a una certa fedeltà plastica e coloristica. E’ proprio l’Impressionismo il primo movimento a rinnegare questi principi già col suo predecessore Edouard Manet,che aveva totalmente abolito il chiaro scuro ; durante il Post-Impressionismo, invece, vengono smontati gli altri due pilastri della pittura accademica,la fedeltà coloristica e la prospettiva, rispettivamente con Paul Gauguin, che sceglie i toni cromatici per i suoi dipinti in maniera estremamente soggettiva, e con Paul Cezanne, il quale demolisce per primo l’unicità del punto di vista. Questo artista attua nelle sue opere la compenetrazione di piani,cioè deforma volutamente la prospettiva,rappresentando in un solo piano la realtà contemporanea da angoli visivi differenti,e dando risalto alle strutture geometriche del mondo circostante. A partire dalla semplificazione delle forme di Cezanne e dall’osservazione delle maschere africane,nasce,intorno al 1906 a Parigi, il Cubismo,i cui principali esponenti sono Pablo Picasso e George Braque. Il cubismo non può essere considerato un vero e proprio movimento,in quanto non nacque con un preciso intento programmatico ma dalle casuali scelte stilistiche comuni a più artisti. Il termine “cubismo”,come spesso accade, era stato coniato con intento dispregiativo, in riferimento ai quadri di Picasso,che “sembravano essere composti solo da cubi”. Il Cubismo è solitamente diviso in due fasi principali,il cubismo analitico, caratterizzato da un procedimento di analisi e scomposizione in piani della realtà mediante forme geometriche

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elementari, e il cubismo sintetico, caratterizzato ,invece, da una rappresentazione più immediata della realtà anche grazie all’uso di materiali eterogenei, i “papier colles” (collage) cioè frammenti di oggetti reali (giornali, carte da parati, stoffe, legno, etc). La realtà cubista introduce in ambito pittorico,rompendo la convenzione sull’unicità del punto di vista, un nuovo elemento, la quarta dimensione,ovvero il tempo. L’introduzione di questa nuova variabile riguarda la costruzione del quadro e la sua lettura: per poter vedere un oggetto da più punti di vista,infatti, è necessario che la percezione non si limiti a un solo istante, ma avvenga in un tempo prolungato e dall’altro lato un quadro cubista non può essere letto e compreso con uno sguardo istantaneo, ma necessità spesso di una ricostruzione mentale delle sue singole parti. Il cubismo, quindi, abbatte tutte le regole accademiche, intendendo restituire all’artista il ruolo di investigatore del reale. La soluzione proposta dal cubismo è la resa integrale dell’oggetto,presentato anche nelle parti che normalmente non si vedono, dal momento che gli oggetti non devono essere visti dagli occhi ma dalla mente, nella loro essenza e nel loro rapporto con lo spazio e il tempo, fuori da ogni logica realista. Pablo Picasso nasce nel 1881 in Spagna e già giovanissimo fu avviato agli studi artistici e dimostrò da subito un grande talento, tanto da riscuotere anche molti consensi fra i critici a lui contemporanei; tuttavia il territorio spagnolo non era adatto alla sperimentazione artistica ricercata dal giovane, perché stagnante dal punto di vista culturale, al pari di Venezia nell’Occidente europeo, e per questo motivo, nel 1904 decide di trasferirsi definitivamente a Parigi ,in cui viene influenzato, per la realizzazione dei dipinti, dalla società e dal finto ottimismo che la caratterizza. L’arte di Picasso muta nel tempo in più di un’occasione, con continui rimandi alla pittura tradizionale e slanci improvvisi verso esplorazioni stilistiche innovative. Si possono tuttavia distinguere almeno due principali periodi di produzione artistica, un periodo spagnolo (1901-1904) e un periodo francese (1904-1973): il primo può essere suddiviso a sua volta in “periodo blu”, denominato così per la scelta monocromatica, e in “periodo rosa” ,di cui fanno parte soprattutto i dipinti francesi legati al mondo del circo.

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Appartengono al periodo francese ,invece, oltre agli ultimi dipinti del periodo rosa, anche l’”Autoritratto ”, “Les demoiselles d’Avignon” e in generale tutte le altre opere considerate espressione del cubismo analitico e sintetico. La data che segna l’inizio della corrente cubista è convenzionalmente il 1907, anno di esposizione del dipinto “ Les demoiselles d’Avignon” , opera più volte revisionata e corretta che presentava all’inizio il titolo di “Le bordel d’Avignon”.

L’opera presentava originariamente sette personaggi tra cui due uomini, un giovane studente e un marinaio, e cinque prostitute,le quali sono le uniche a comparire nella versione definitiva dell’opera. Una grande novità è costituita dall’annullamento delle differenze tra pieni e vuoti,tra figure e ambiente in cui sono inserite: l’opera è formata da una serie di piani solidi, che si intersecano secondo angolazioni diverse. Ogni figura ,infatti, è costruita secondo il criterio della visione simultanea da più lati,e sembra ignorare qualsiasi legge anatomica.

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Su un volto frontale,infatti, vediamo apparire un naso di profilo, oppure, come nella figura in basso a destra, la testa appare ruotata sulle spalle di un angolo innaturale; le cinque donne, inoltre, sembrano ignorarsi l’un l’altra rivolgendo lo sguardo solo all’osservatore ,la cui attenzione è catturata anche dagli stili diversi con cui sono rappresentate. Le figure centrali per il taglio del viso e per la forma e la posizione degli occhi, ricordano l’”Autoritratto”, quella di sinistra le sculture lignee e le altre due di destra sembrano ispirate all’arte africana,che influenzò molto Picasso,incuriosito dal primitivismo. In realtà, l’opera nella quale è possibile osservare maggiormente i caratteri fondamentali del cubismo è “Fabbrica a Horta de Ebro”,realizzata nel 1909 .

Si tratta di un paesaggio industriale spagnolo che viene rappresentato da Picasso contemporaneamente di prospetto, di profilo e dall’alto in maniera solida e ordinata,attraverso l’uso di pochi toni cromatici, per dare maggiore risalto alla forma; la natura subisce una forte stilizzazione,le palme sono geometrizzate,così come il cielo

è formato da tante tessere oblique. Uno degli interrogativi più interessanti che coinvolge la figura di Pablo Picasso e, in generale, il Cubismo è quello che riguarda il curioso legame con le teorie di Einstein. Infatti, mentre il più grande pittore del XX secolo realizzava a Parigi “Les demoiselles d’Avignon”, contemporaneamente lo stesso problema della natura della simultaneità (la quarta dimensione) veniva affrontato a Berna da Albert Einstein. Ognuno ignorava l’esistenza dell’altro ma di fatto giunsero contemporaneamente alla stessa conclusione: la degradazione dello spazio classico come assoluto.

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Galileo e, successivamente, Newton avevano fatto delle scoperte sorprendenti nel campo della meccanica, scoperte funzionali anche per la vita quotidiana che, però, si basavano sul concetto che tutti i fenomeni meccanici si svolgessero nello stesso modo in qualunque sistema di riferimento inerziale supponendo lo spazio ed il tempo come entità assolute e non relative. Nell’800 la fisica classica entrò, tuttavia, in crisi per una serie di cause prima fra tutte la proposta di alcune teorie che si basavano sull'esistenza di un mezzo immobile di propagazione delle onde elettromagnetiche, chiamato etere, rispetto al quale tutti i moti dovevano essere considerati assoluti. Nessun esperimento, però, era riuscito a misurare la velocità di un corpo rispetto all'etere, e quelli eseguiti per determinare la velocità della luce rispetto a osservatori inerziali, mettevano in evidenza che la velocità appariva identica a qualunque osservatore, contro le previsioni della relatività galileiana. Dalle equazioni di Maxwell si deduceva per via teorica che il valore di c = ± 300 m/s, massima velocità di propagazione della lice nel vuoto, risultava lo stesso in tutti i sistemi di riferimento, qualunque fosse stata la loro velocità relativa; mentre la meccanica classica, secondo le trasformazioni di Galileo, considerava indispensabili la velocità del mezzo di propagazione e la sua direzione, secondo la teoria di Maxwell la velocità della luce era,invece, una grandezza che non dipendeva dal sistema di riferimento in cui era misurata. La fisica classica era entrata, quindi, in crisi perché due delle teorie fondamentali, la meccanica e l’elettromagnetismo, risultavano in contraddizione fra loro, necessitando di una correzione che avrebbe portato alla risoluzione del problema. Albert Einstein fu il primo a proporre due principi da considerare come presupposti fondamentali per la fisica, in modo da porre fine alle contraddizioni esistenti tra meccanica ed elettromagnetismo:

1. Principio di relatività ristretta: tutte le leggi fisiche sono le stesse in tutti i sistemi di riferimento inerziali;

2. Principio di invarianza di c : la velocità della luce nel vuoto ha lo stesso valore in tutti i sistemi di riferimento inerziali, indipendentemente dalla velocità dell'osservatore o dalla velocità della sorgente di luce.

Questo secondo assioma proposto dallo scienziato,spiegava il risultato negativo ottenuto dall’esperimento di altri due fisici, Michelson e Morley; essi, convinti della

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natura ondulatoria della luce e del fatto che questa si propagasse in un mezzo materiale in tutto l’Universo, l’etere luminifero, avevano cercato di dimostrare che l’equazioni dell’elettromagnetismo erano valide solo nel sistema di riferimento dell’etere in quiete. L’apparato sperimentale di Michelson e Morley sfruttava l’interferenza di due raggi di luce monocromatici che,dopo il passaggio attraverso uno specchio semiriflettente, seguivano percorsi perpendicolari tra loro, per poi incidere sullo stesso schermo: ruotando la struttura di 90° si sarebbe dovuto ottenere una figura di interferenza diversa, ma l’esperimento non rivelò alcuna variazione, dimostrando, quindi, che la velocità della luce non dipende dal sistema di riferimento. Per dimostrare nella sua Teoria della Relatività, che la velocità della luce ha un valore finito, e di conseguenza il tempo assoluto, tempo che scorre immutabile e identico in tutti i sistemi di riferimento,non esiste, Albert Einstein utilizza le teorie della “relatività della simultaneità” e della “dilatazione dei tempi”.

1. Relatività della simultaneità : Supponiamo che si verifichino due fenomeni, F1 e F2, che consistano nell’emissione di luce da parte di due corpi che si trovano nei punti P1 e P2 dello spazio:i due eventi si dicono simultanei se la luce che essi emettono giunge nello stesso istante in un punto M equidistante da P1 e P2. La simultaneità è , però, un concetto relativo, perché due fenomeni che risultano simultanei in un dato sistema di riferimento, non lo sono in un altro che si muova rispetto al primo. (Questa relatività della simultaneità può essere percepita solo a velocità abbastanza vicine a c, quindi non nella quotidianità).

2. Dilatazione dei tempi : Supponiamo di avere due orologi identici posti a una distanza D: il primo O, in grado di emettere un lampo di luce a un orario fissato t=t0 , e il secondo ,O’, programmato per rilevare l’arrivo dello stesso lampo di luce. I due orologi sono sincronizzati se O’ ,nell’istante in cui riceve il lampo di luce emesso da O, segna il valore t=t0 + D/c. Questa procedura è in accordo con la definizione di simultaneità precedente, perché se un osservatore si trovasse nel punto medio della distanza tra i due strumenti, all’interno del sistema di riferimento, riceverebbe simultaneamente i due lampi di luce, soltanto se questi fossero emessi da fermi e allo stesso momento. Se l’orologio O’ invece, fosse in movimento

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con una velocità costante rispetto all’altro, quest’ultimo vedrebbe la luce procedere obliquamente.

Questo fenomeno prende il nome di dilatazione del tempo: ogni orologio in moto,rispetto al sistema di riferimento

dell’osservatore,risulta più lento di ogni orologio in quiete in quello stesso sistema di riferimento.

Le trasformazioni che descrivono gli effetti relativistici erano state scritte dal fisico olandese Lorentz nel 1895,prima che Einstein sviluppasse la teoria della relatività: queste dovevano prevedere che il tempo scorre in modo diverso in sistemi di riferimento in moto relativo. In altre parola,Lorentz aveva dimostrato che attraverso le sue trasformazioni,le equazioni dell’elettromagnetismo rimanevano invariate passando da un sistema di riferimento a un altro in moto relativo. Possiamo fare l’ipotesi di avere due sistemi di riferimento inerziali S e S’; S’ in moto rispetto a S con velocità v parallela agli assi delle ascisse di entrambi i sistemi. Le coordinate di S sono x,y,z e t e quelle di S’ x’,y’,z’ e t’. Supponiamo ,inoltre, che si adotti la

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Sistema di riferimento a t0

Sistema di riferimento nel tempo t1

stessa origine dei tempi e che all’istante t=t’=0 le origini dei due sistemi di riferimento coincidano.

{ x '= xvt

√1− v2c2 ; y '= y ; z'=z

t '= tvx

c2

√1− v2c2

Osservando le trasformazioni di Lorentz è possibile notare come siano una generalizzazione di quelle di Galileo,in quanto se v diventa molto più piccola di c allora otteniamo le leggi

{x '=xvt ; y '= y ; z '=zt '=t v≪ c Che sono proprio le trasformazioni di Galileo. Quando le velocità hanno lo stesso ordine di grandezza di c, dobbiamo, però, estendere la teoria e fare ricorso alle equazioni relativistiche.

La relatività del tempo si manifesta anche nell’ambito dei fenomeni geologici terrestri. Viviamo in un pianeta che si è trasformato profondamente nel corso di milioni di anni e che ha avuto una storia geologica complessa, legata strettamente alla storia della vita: le continue interazioni tra litosfera e atmosfera nelle fasi primordiali del nostro pianeta hanno, infatti, svolto un ruolo decisivo nel creare le condizioni necessarie per lo sviluppo di forme di vita. Il tempo della Terra è di sicuro diverso dal tempo dell’uomo, basta pensare che un uomo può vivere massimo un centinaio d’anni,e che invece il nostro pianeta attualmente ha 5 miliardi di anni e continuerà ad esistere per altrettanto tempo. Anche all’interno della Terra stessa, però, ci sono differenze per quanto riguarda il tempo d’azione dei vari fenomeni che agiscono sulla crosta terrestre, e che mutano la fisionomia di continenti e oceani: i terremoti agiscono nell’arco dei minuti,le eruzioni vulcaniche possono durare anche anni, mentre l’erosione si verifica in tempi decisamente più lunghi.

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Generalmente i processi endogeni, cioè quelli che hanno origine dalle dinamiche e dall’energia dell’interno della Terra, operano in tempi relativamente brevi; i processi esogeni invece, riconducibili all’azione degli elementi dell’atmosfera e dell’idrosfera, agiscono molto più lentamente,alimentati dall’energia del Sole e dalla forza di gravità. L’intervento dell’uomo, attraverso atteggiamenti scorretti, può però accelerare alcuni di questi processi e determinare conseguenze disastrose per la sua stessa incolumità e per il deterioramento del territorio circostante. Uno dei fenomeni peggiori causati dall’intervento dell’uomo è quello della desertificazione, l’alterazione rapida e improvvisa del suolo generata da uno sfruttamento scorretto del territorio.

Ogni anno 4 milioni di ettari di terreni agricoli si trasformano in terreni desertici, a causa soprattutto del pascolo di animali e della coltivazione in zone non adatte; questo comporta, la rimozione della vegetazione naturale presente nel territorio, e una maggiore esposizione del suolo all’azione delle forze erosive qualora intervenisse un periodo di siccità.

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Le attività umane possono influenzare anche la composizione dell’atmosfera, la quale a sua volta può alterare la composizione chimica delle rocce superficiali presenti sulla Terra: un piccolo, ma significativo esempio è costituito dalle piogge acide. Queste precipitazioni risultano più acide del normale proprio a causa delle sostanze inquinanti utilizzate dall’uomo in alcune industrie e nella circolazione di mezzi di trasporto di ogni tipo. L’attività carsica, ovvero l’azione chimica esercitata dall’acqua sul suolo, viene modificata, quindi, dal comportamento umano, irrispettoso della natura.Gli effetti devastanti delle piogge acide si possono manifestare nelle foreste, che presentano una riduzione nell’attività di fotosintesi, e nelle strutture edili,che si deteriorano più rapidamente. Si può parlare allo stesso modo di dissesto idrogeologico, legato all’atteggiamento scorretto dell’uomo nei confronti del luogo in cui vive: il termine viene usato per indicare quell’insieme di fenomeni naturali, provocati anche dall’umanità, che causano l’instabilità del territorio. Si tratta di alluvioni, valanghe, movimenti franosi che rappresentano per l’Italia in particolare, un problema notevole,che

provoca spesso un elevato numero di vittime: uno dei disastri ambientali con

conseguenze più gravi di cui si è parlato negli ultimi tempi, è stata,infatti, l’alluvione di Messina, che ha

provocato decine di morti e la distruzione di varie località del comune. Le cause di questi fenomeni sono

legate a motivi geologici e climatici, ma anche al

disboscamento, alle pratiche agronomiche errate o a un’inopportuna gestione dei corsi

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d’acqua. Ancora una volta si ha una prova di come il comportamento umano sia in grado di trasformare fenomeni naturali legati al normale sviluppo del territorio, in devastanti calamità.

Il problema del tempo è stato affrontato più volte anche nella letteratura italiana, generando concezioni e, talvolta, conseguenze stilistiche differenti. Esso è determinato dall’evoluzione culturale delle varie epoche come espressione di contenuti filosofici, letterari e scientifici. Se analizziamo, infatti, alcune teorie e affermazioni di autori in età differenti, ci accorgiamo di come esse risentano dell’impianto culturale a cui appartengano, anche se aspirano ad un’idea di universalità. Già William Shakespeare nel XVI secolo credeva che “il tempo va diversamente a seconda della persona”, mentre Ugo Foscolo, di formazione illuministica, era convinto che “è purtroppo destino ineluttabile che il tempo distrugga ogni cosa nel suo fluire perenne”. Durante il Romanticismo la poetica leopardiana del “vago e indefinito” si fondeva con quella delle “rimembranze”,perché per Leopardi le suggestioni indefinite erano frutto del ricordo della fanciullezza, l’età della fervida immaginazione; sempre in Italia, nei primi anni del ’900, si vide, soprattutto nelle opere di Italo Svevo, e in particolar modo ne “La coscienza di Zeno”, l’influsso della teoria sul tempo di Bergson, che rivoluzionò il pensiero di molti artisti a lui contemporanei. “La coscienza di Zeno”, capolavoro di Svevo del 1923, è una sorta di autobiografia di un ricco commerciante triestino, Zeno Cosini appunto, che egli scrive, su consiglio dello psicanalista che lo sta curando, volgendosi indietro a riconsiderare gli eventi della sua vita. Il romanzo viene però, pubblicato dal medico,il dottor S.,il quale intende vendicarsi

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del paziente che ha deciso di ribellarsi alla terapia che stava seguendo. L’impianto narrativo adottato da Svevo è particolare non solo per la costruzione del racconto,ma anche per il trattamento del tempo,che l’autore chiama “tempo misto”.La trama narrativa, infatti, procede su due distinti piani temporali;uno è quello del racconto, nel quale si svolgono la redazione delle memorie e la cura psicoanalitica e l’altro è quello del vissuto, che riguarda esperienze e fatti evocati da parte di Zeno.Il racconto, nonostante l’impostazione autobiografica, non presenta gli eventi nella loro successione cronologica lineare,inseriti in un tempo oggettivo come nei romanzi ottocenteschi, ma in un tempo totalmente soggettivo, che mescola passato e presente in maniera continua. La narrazione, quindi, va continuamente avanti e indietro nel tempo seguendo la memoria del protagonista,che si sforza di ricostruire il proprio passato. Così come Svevo,anche Ungaretti,seppur in ambito poetico, affronta il problema del “sentimento del tempo”; una delle sue raccolte più importanti ,infatti, pubblicata nel 1933,prende proprio questo nome.

Giuseppe Ungaretti, considerato uno dei più importanti rappresentanti della poesia del ‘900, presenta una poetica molto originale, che costituirà un punto di riferimento essenziale per le esperienze letterarie successive e in particolar modo per quella ermetica. La sua concezione dell’arte ebbe in questo senso un ruolo fondamentale: per Ungaretti la letteratura doveva essere intesa, infatti, come mezzo indispensabile per svelare il senso nascosto delle cose e illuminare l’essenza stessa della vita,attraverso la selezione di alcune

esperienze fondamentali dell’uomo. Lo stile della prima raccolta, l’“Allegria”,del 1916, si modifica però, nella realizzazione della seconda ,“Sentimento del tempo”,nella quale il poeta affronta il problema del tempo, in quanto processo continuo di distruzione e rinascita;se nella prima raccolta poetica, infatti, l’autore aveva eliminato la componente descrittiva attraverso uno stile spesso nominale, in “Sentimento del tempo” si

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ha un recupero delle strutture sintattiche e delle forme metriche tradizionali. Il poeta individua nell’opera tre momenti fondamentali nel suo modo di avvertire il tempo:

Nel primo mi provavo a sentire il tempo nel paesaggio come profondità storica; nel secondo, una civiltà minacciata di morte m’induceva a meditare sul destino dell’uomo e a sentire il tempo, l’effimero in relazione con l’eterno; l’ultima parte del Sentimento del Tempo ha per titolo l’amore, e in essa vado accorgendomi dell’invecchiamento e del perire della mia carne stessa”.

In “Allegria” il tempo è concepito come un insieme di attimi in cui si manifesta, in modo quasi magico, il mistero della vita; in “Sentimento del tempo”, invece, Ungaretti intende evidenziare un’altra concezione del tempo, quella in cui viene percepito come durata e mutamento di tutte le cose: egli aspira a dare voce ai drammatici interrogativi dell’umanità sull’eternità e sulla mancanza di certezze. Ungaretti crede che tutta la realtà subisca la metamorfosi del tempo,e così anche le parole da lui utilizzate nei vari componimenti ; fa uso per questo di uno stile più ricco e ridondante dell’“Allegria”,che corrisponde all’idea della natura come continuo e ininterrotto travaglio. Lo scenario in cui si collocano le liriche di questa raccolta è la città di Roma, perché connessa al tema fondamentale del tempo come durata : gli edifici costituiscono un’evidente dimostrazione di come il tempo distrugga ogni cosa, anche le civiltà più illustri. La scelta dell’autore ricade su questa città anche perché ricca di testimonianze dell’epoca barocca, che fu in grado di percepire lo scorrere del tempo e i suoi effetti nel mondo. Questa consapevolezza, presente nell’autore e che porta i critici a parlare di “barocchismo” ungarettiano, si manifesta nell’atmosfera spesso cupa delle opere di “Sentimento del tempo”: si tratta di una manifestazione dell’angoscia persistente che opprime il poeta,e che è dovuta soprattutto al senso di precarietà che coinvolge ogni cosa

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nel mondo,in relazione all’eternità del tutto; questa angoscia esistenziale viene superata grazie al sentimento di Dio, che, accanto al fluire delle cose, appare l’altro tema fondamentale della raccolta.

Le considerazioni dell’ultimo Ungaretti potrebbero essere affiancate a quelle del grande filosofo latino Seneca, per il quale il problema del tempo riveste un ruolo centrale nella sua riflessione morale. In uno tra i più significativi dialoghi realizzati dall’autore latino,infatti, il “De brevitate vitae”, risalente al 49 d.C., Seneca sostiene che gli uomini hanno torto a lamentarsi della brevità del tempo assegnato loro dalla natura; spostando l’attenzione dal piano cronologico (durata della vita in termini di anni) a quello morale (il buon uso di essa), contesta coloro che credono che la vita umana sia troppo breve, e giunge alla conclusione che questa considerazione sia tipica solo degli stolti, che sprecano il loro tempo in occupazioni frivole e vane, perché i saggi, che sanno vivere intensamente ogni momento, non hanno la stessa sensazione in quanto si dedicano alla conoscenza.

“Non exiguum temporis habemus sed multum perdidimus. Satis longa vita et in maximarum rerum consummationem large data est si tota bene collocaretur […]”

“Non è esiguo il tempo che abbiamo, ma è molto quello che perdiamo. E’ stata concessa con prodigalità una vita abbastanza lunga e per l’adempimento delle cose più grandi, se viene vissuta totalmente bene […]”

Nel “De brevitate vitae”, così come nelle “Epistule ad Lucilium” , Seneca si sofferma su qualche considerazione sull’importanza del passato e sulla relatività del tempo: il tempo dell’esistenza umana infatti, è tradizionalmente diviso in presente, passato e futuro, ma solo il passato secondo lui, ci appartiene veramente ,rispetto all’incerto futuro e all’ inafferrabile presente; è proprio a causa del

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passato, e grazie alla memoria, che tutte le esperienze del nostro vissuto ci sembrano avvenute da poco tempo, persino quelle più remote. Ciò che viviamo è un “punctum”, che la natura beffarda ci presenta come qualcosa di più lungo e solo quando ci avviciniamo alla morte, cominciamo a farci attenzione, perché ci sembra che il tempo acceleri inesorabilmente. Per questo,per evitare di giungere alla fine della vita senza aver mai realmente vissuto, dobbiamo essere padroni del nostro tempo, dedicandoci alla ricerca della verità e della saggezza. Seneca, quindi, espone delle riflessioni sulla caducità della vita, sull’ineluttabile scorrere del tempo e sulla necessità di prepararsi quotidianamente ad abbandonare i propri beni terreni e i propri affetti . Scrive in una lettera a Lucilio che la vecchiaia non è un male (“ […] i frutti di fine stagione sono i più graditi […]”),ne individua i vantaggi e le piacevolezze e contesta chi, invece, la giudica anticamera della morte. L’età avanzata, scrive l’autore, è il periodo in cui non si sente più il bisogno dei piaceri e delle passioni, e l’unica fase della vita in cui si inizia a vivere veramente ogni giorno nella sua totalità, perché ognuno potrebbe essere l’ultimo.

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