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La regola di S. Benedetto - Monachesimo - Appunti - Storia del diritto medievale e moderno , Appunti di Giurisprudenza. Pontificia Università degli Studi San Tommaso d'Aquino

Giurisprudenza

Descrizione: Approfondimanto monachesimo per storia del diritto medievale e moderno
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LA REGOLA DI SAN BENEDETTO
Estratto dal libro "Il monachesimo medievale" di C. H. Lawrence
(Cattedra di storia medievale all'Università di Londra) – Edizioni San Paolo
l. San Benedetto e i suoi biografi
In Occidente, durante il Medioevo, la Regola composta da san Benedetto costituì per molti
secoli il modello più seguito di pratica monastica. Le grandi abbazie benedettine, che i governanti laici
arricchivano con cospicue donazioni, e di cui talvolta si servivano, ricoprirono una posizione di primo
piano nel Panorama sociale dell'Europa in quanto enti proprietari di vaste estensioni territoriali,
patronati ecclesiastici e centri di sapere. Ma dobbiamo stare attenti a non proiettare ciò che già
conosciamo dell'epoca successiva sui primi stadi del periodo benedettino, quando la Regola non aveva
ancora raggiunto la reputazione di cui godette in seguito. Ai suoi tempi san Benedetto (ca. 480 -
550), patriarca di tutti i monaci occidentali, era uno sconosciuto abate italiano, cosicché sappiamo
veramente poco delle origini della Regola.
Benedetto visse durante la prima metà del VI secolo, un periodo difficile dal punto di vista delle
fonti storiche. All'impero romano si era sostituito, in Occidente, un precario aggregato di regni fondati
dai barbari provenienti dalla Germania. L'Italia era stata soggetta a un secolo di dominazione
ostrogota, alla fine del quale la Penisola venne trascinata da Giustiniano in una guerra prolungata e
devastante. allo scopo di sottrarla ai goti e porla sotto l'egida dell'impero romano d'Oriente. Ripetuti
assedi avevano ormai ridotto la città di Roma a un cumulo di rovine, abitate da una popolazione
esangue. Durante questo tormentato periodo l'Occidente produsse pochi documenti storici che
potessero essere paragonati alle storie letterarie dell'antichità. « Tra tutta la nostra gente - lamenta
Gregorio di Tours, quando prende in mano la penna per cercare di colmare le lacune - non si riesce a
trovare nessuno che possa scrivere un libro su ciò che sta succedendo ai nostri giorni ». D'altra i
contemporanei di Gregorio diedero il via a una ricca produzione di biografie, il genere letterario già
inaugurato da Atanasio e Sulpicio, le vite agiografiche di santi, pensate per promuovere il culto e
stimolare la devozione popolare. E' da un'opera di questo genere che provengono le poche conoscenze
di cui disponiamo sull'autore della Regola benedettina.
Riguardo alla vita del santo fondatore si può fare riferimento a un'unica fonte, la Vita di san
Benedetto scritta da papa Gregorio Magno intorno al 593 - 594, a circa quarantacinque anni dalla
morte del santo. Sono stati fatti anche tentativi per ricostruire una sorta di identikit del personaggio,
partendo dall'esame della Regola; ma la moderna critica testuale ha dimostrato che la maggior parte di
queste ricostruzioni è senza fondamento: è stato appurato che i passi tradizionalmente attribuiti a
Benedetto come diretta espressione del suo pensiero sono invece stati scritti in un secondo tempo. Per
la storia della vita di san Benedetto non abbiamo altra alternativa se non quella di basarci sulla
biografia contenuta nel secondo libro dei Dialoghi di Gregorio. Si tratta di una collezione di vite di
abati e vescovi italiani redatte sotto forma di dialoghi tra un interlocutore e un informatore, secondo
una convenzione letteraria ben consolidata.
Furono i Dialoghi a lanciare il culto di san Benedetto, grazie all'immensa popolarità di cui il
libro godette nel Medioevo; il testo è il più antico riferimento al santo di cui siamo in possesso.
Evidentemente l'opera contiene tutto ciò che si sapeva di lui a Roma alla fine del VI secolo, e forse
anche di più. L'opera di Gregorio è agiografica, rappresenta Benedetto sia come uomo santo che come
potente autore di miracoli e taumaturgo. Le sue preghiere fanno zampillare una sorgente da un'arida
rupe, rendono capace il discepolo Mauro di correre sulla superficie di un lago, e ridanno la vita a
bambini morti per disgrazia. Rispetto all'abbondanza di episodi miracolosi, c'è una mancanza di
particolari verificabili e una frustrante assenza di riscontri cronologici, a parte forse una presunta visita
a Cassino del goto Totila poco prima della sua entrata a Roma (1). Questi vuoti, insieme alla mancanza
di qualsiasi fonte contemporanea che confermi il racconto di Gregorio, hanno portato alcuni studiosi a
liquidare il libro come puramente allegorico o di invenzione, fino al punto da mettere in discussione la
stessa esistenza storica di san Benedetto.
Uno scetticismo così esteso è ingiustificato. Non dobbiamo permettere che la preoccupazione di
Gregorio di raccontare i miracoli di Benedetto possa distorcere la nostra valutazione di quest'opera. Il
suo intento nello scrivere i Dialoghi era necessariamente didattico e gli aneddoti miracolosi facevano
parte integrante del suo messaggio. Il fine ultimo era di registrare e celebrare le conquiste
dell'ascetismo cristiano in Italia nei primi decenni del VI secolo, quando essa era sotto la dominazione
dei goti, per dimostrare che anche l'Italia, come l'Egitto, aveva i suoi santi e i suoi eroi della vita
ascetica. In effetti, Gregorio stava facendo per l'Italia esattamente ciò che Sulpicio aveva fatto per la
Gallia nel secolo precedente, e l'opera di Sulpicio gli forniva il modello letterario adeguato. Anche qui
si potevano trovare aneddoti sui santi abati, e, nella parte centrale, un'ampia Vita di san Martino.
Così l'epopea dei Padri del deserto veniva ripetuta in Gallia. I Dialoghi di Gregorio veicolavano lo
stesso tipo di messaggio in Italia. La popolazione romana, impoverita e umiliata sotto il regime dei
barbari, e ulteriormente provata dalla peste e dalla breve reconquista di Giustiniano, doveva capire di
non essere stata abbandonata da Dio. La santità dei suoi monaci e vescovi, e le meraviglie che Dio
aveva fatto in essi, costituivano il terreno su cui poteva rinascere una speranza per il futuro. Il
nostalgico rimpianto di Gregorio per la perduta vocazione monastica e la sua sofferenza di fronte al
crollo dell'antico ordine sociale aggiungono intensità di significato a questo tema.
I segni miracolosi erano di importanza fondamentale rispetto allo scopo che Gregorio si
proponeva. 1 più sofisticati tra i lettori di Gregorio, cioè clero e monaci, avrebbero di certo compreso
il loro significato simbolico. Per i lettori meno colti, questi fatti concordavano semplicemente con la
convinzione popolare, molto diffusa nella tarda antichità, che gli uomini santi esercitassero misteriosi
poteri sulle forze della natura. Per gli storici, la parte importante degli avvenimenti miracolosi è il loro
contesto, e non abbiamo nessuna ragione di ritenere che questo fosse inventato. Tutto sommato
Gregorio metteva per iscritto una storia orale destinata a un pubblico di italiani viventi. Se i lettori
dovevano accettare il suo messaggio, egli non poteva inventare l'ambientazione topografica dei suoi
aneddoti, né le personalità che vi comparivano e che ancora esistevano nella memoria del suo
pubblico. Autore e lettore erano circondati allo stesso modo dall'evidenza visiva del passato. Cassino
e Subiaco erano state disertate e di esse era rimasto solo un cumulo di rovine, come san Benedetto
aveva profetizzato; ed erano ancora viventi coloro che potevano ricordare la vita a Cassino prima che
i longobardi la bruciassero, e coloro i quali avevano conosciuto il fondatore. Alcuni di essi sono citati
da Gregorio come fonte delle sue informazioni.
Gregorio ci dice che Benedetto nacque a Norcia nell'Italia centrale - la data convenzionale del
480 è solo ipotetica e fu mandato a Roma per ricevere un'educazione umanistica. Ma, disgustato dalla
vita dissoluta dei suoi compagni di studio, egli abbandonò la scuola « deliberatamente ignorante e
saggiamente privo di istruzione », e scappò con la sua nutrice nel villaggio di Effide (l'odierna Affile),
a circa venti chilometri da Roma. Di là si ritrasse poi in solitudine vicino a Subiaco, un luogo desertico
sulle colline della Sabina, dove visse in una grotta per tre anni.
Per tutto questo tempo un monaco chiamato Romano, di un monastero che si trovava nelle
vicinanze, lo nutrì e lo istruì nelle pratiche della vita ascetica. A poco a poco vennero altri discepoli
che cominciarono a vivere con lui, ed egli li organizzò in gruppi di dodici, nominando un abate per
ogni gruppo. Infine Benedetto si trasferì sulla cima di Monte Cassino, la collina che si eleva sulla Via
Latina a metà strada fra Roma e Napoli, e costruì un monastero per una comunità cenobitica, che
diresse fino alla fine della sua vita. Benedetto morì, come Gregorio sembra dirci, tra l'anno 546 e il
550, e fu sepolto a Cassino. Nei DialoghiGregorio fa un unico riferimento alla Regola di san
Benedetto: « Scrisse infatti una regola per i monaci segnalata per discrezione e limpida per dettato. Se
qualcuno volesse conoscere più compiutamente i costumi e la vita di quest'uomo di Dio può trovare
nelle disposizioni di questa regola tutto ciò di cui egli è stato un magistero vivente, perché il santo non
poté insegnare diversamente da come visse ». Questa è la più antica citazione conosciuta della Regola
ed è tutto ciò che Gregorio riesce a dire su di essa. Non c'è nulla nei Dialoghi per cui si possa supporre
che egli l'avesse letta (2).
2. La Regola e le sue fonti
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Indirizzo: Giurisprudenza
Universita: Pontificia Università degli Studi San Tommaso d'Aquino
Data di caricamento: 10/04/2013
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