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La divisione dei poteri - Bognetti - Diritto pubblico comparato , Sintesi di Diritto Pubblico Comparato. Università di Milano

Diritto Pubblico Comparato

Descrizione: La divisione dei poteri di bognetti (diritto pubblico comparato)
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LA DIVISIONE DEI POTERI
CAP. I: LA DIVISIONE DEI POTERI COME ASSETTO ORGANIZZATIVO DELLO STATO MODERNO
OCCIDENTALE
Con il termine “divisione dei poteri” ci si riferisce a un particolare modello di articolazione di organi, e di
rispettive funzioni, in seno all’apparato autoritativo di uno stato. Questo modello è solitamente contrapposto
ad un altro opposto, la c.d. “concentrazione di poteri.
Nell’ambito politico-giuridico le funzioni di imperio possono ripartirsi tra enti politici distinti. Ad esempio,
in tutti gli ordinamenti occidentali moderni, i poteri sono stati sempre distribuiti tra almeno due livelli, quello
centrale (Stato) e quello locale (Regioni, Province, Comuni). Si parla in tali casi di una “divisione verticale
dei poteri”, poiché la distinzione viene effettuata tra enti giuridicamente e politicamente distinti, collocati
però su piani sovrapposti.
La “divisione orizzontale dei poteri” riguarda invece la distribuzione delle funzioni tra organi dello stato-
apparato. Naturalmente questo concetto è applicabile anche a situazioni interne di governi locali.
Nella letteratura politica e giuridica, la divisione dei poteri viene spesso concepita come lo strumento
principale che, in qualsiasi situazione, dovrebbe garantire la non instaurazione di regimi arbitrari e
oppressivi. Da qui la ricerca di una specie di “essenza astorica” della divisione dei poteri, la quale punta a
proporre la definizione giusta e definitiva di ciò che è la divisione dei poteri.
La divisione dei poteri è un modello istituzionale che appartiene strettamente alla storia degli stati occidentali
moderni, in particolare a quella fase in cui alla forma dello stato c.d. “assoluto”, segue la forma dello stato
c.d. “liberale”.
Ma il tratto caratterizzante della divisione dei poteri rispetto a tutte le altre forme “anticoncentrazionistiche”,
dipende dall’essere quel modello collegato in modo imprescindibile con il ruolo che la civiltà politico-
giuridica borghese-liberale assegna allo stato nei suoi rapporti con la società civile: un ruolo di protezione
dei diritti di libertà dellindividuo, con la garanzia dello stato del rispetto da parte di tutti degli istituti di
libertà, ma senza interferenze statali nel loro concreto funzionamento.
La divisione dei poteri nasce storicamente e, gradualmente, si perfeziona in funzione di un rapporto tra stato
e società civile fondato sull’ideale borghese-liberale dell’individualismo: un ideale che costituiva, a quel
tempo, una novità radicale.
Lostato astensionistadell’individualismo liberale si conclude alla fine dell’ottocento, e con esso è anche
finita la divisione dei poteri che l’aveva accompagnato. La dottrina prevalente, non avendo individuato con
chiarezza i collegamenti dell’ originaria divisione dei poteri con la forma di stato liberale, non è riuscita a
cogliere le tendenziali trasformazioni che ha subito la divisione dei poteri, evolvendo in un modello nuovo.
In verità, storicamente, esistono due modelli di divisione dei poteri. Il primo è quello che si innesta negli
ordinamenti liberali, e che possiamo chiamare modello classico, perché esso è in relazione con una versione
della civiltà politica che occupa un posto privilegiato nella storia, in quanto eleva la libertà giuridica
dell’individuo a parametro sovrano per la costruzione dell’intero ordinamento.
L’avvento dello stato interventista ha sconvolto l’impianto dell’ordinamento liberale, iniettandovi elementi
derivanti da correzioni e integrazioni del parametro della libertà individuale, secondo un più complesso
criterio di giustizia e di convenienza politica. In questo quadro, la divisione dei poteri è stata sottoposta ad
una torsione che l’ha trasformata in altra cosa rispetto al modello liberale.
Il nuovo tipo di divisione, chiamatomodello sociale”, prende il nome dalla denominazione con cui si suole
designare la nuova figura dello stato interventista, ossia stato sociale.
È compito della scienza giuridica scoprire le caratteristiche che connotano il nuovo modello di divisione dei
poteri e definirne lo spirito.
Si tratta di un compito difficilissimo poiché il ciclo dello stato sociale non è ancora concluso. Tuttavia la
dottrina deve elaborare il modello della divisione sociale dei poteri, in quanto esso è necessario per
comprendere l’oggettiva problematica delle forme di governo contemporanee.
Possiamo ritenere certo che, al di sotto delle diverse forme di governo contemporanee, opera un sistema
ideale comune di divisione dei poteri derivato dal modello liberale, ma diverso da esso e dotato di una sua
distinta logica interna.
È nostro proposito delineare i due modelli di divisione astraendoli mediante analisi comparativa dei dati
offerti dagli ordinamenti politico-giuridici dei maggiori popoli dell’Occidente nella loro evoluzione storica.
CAP II: DALLA CONCENTRAZIONE DEI POTERI DELLO STATO ASSOLUTO ALLA DIVISIONE DEI
POTERI DELLO STATO LIBERALE
Lo stato moderno sorge in Europa come superamento dell’accentuato pluralismo politico-giuridico
medievale e di un sistema ove i poteri di imperio erano frammentati, ma presenti e operanti in pressoché tutti
i momenti della vita delle collettività.
Vengono via via sottratti a soggetti sociali dotati di competenze autoritative tutti o molti dei poteri di cui
godevano. La società civile, in tal modo largamente “depoliticizzata”, rimane ancora composta da segmenti
giuridicamente compartimentalizzati, all’interno dei quali tutti gli individui sono distribuiti e incasellati,
sebbene le barriere giuridiche erette tra i vari segmenti tendano col passare del tempo ad abbassarsi e
sciogliersi.
In questa fase storica (tra il XVI e il XVIII secolo), i poteri di imperio sottratti ai soggetti della società civile,
sono rivendicati con forza da un sovrano che si identifica con la persona di un principe o monarca ereditario.
La forma di governo dell’epoca è dunque una monarchia che ha quasi il monopolio delle potestà di
comando.
In questa forma di governo i poteri sono concentrati formalmente, poiché essi sono attribuiti al sovrano ed
esercitati in suo nome, ma anche, in buona parte anche sostanzialmente, in quanto il personale che gestisce le
amministrazioni è gerarchicamente subordinato al sovrano, e da egli rimovibile a piacere. L’insieme delle
amministrazioni forma il “governo del sovrano”, il quale attua, di massima, la volontà del sovrano.
Lo stato a “poteri concentrati” è detto anche stato assoluto. Tuttavia, anche negli ordinamenti più improntati
all’assolutismo, limiti al sovrano si davano ed egli li riconosceva. Il carattere assoluto dello stato dipende dal
fatto che il sovrano può, di norma, modificare con semplice sua ordinanza le regole del diritto vigente.
Inoltre, il diritto conferisce al sovrano poteri larghissimi di disporre delle persone e delle cose dei sudditi, e a
quest’ultimi non è dato appellarsi ad organi indipendenti di giustizia.
La rivolta contro lo stato assoluto ebbe molte e diverse cause nei diversi paesi europei, e i tempi della vittoria
su di esso furono distanziati. Alla fine gli sviluppi di paesi differenti conobbero un medesimo sbocco, ossia
l’idea liberale dei diritti fondamentali che ogni buon ordinamento deve riconoscere all’individuo come tale, e
in virtù del rapporto che deve intercorrere tra stato apparato e società civile.
Questa idea liberale, ha un contenuto assai semplice: per essa all’individuo spettano ampie sfere di libertà
che il sistema giuridico deve riconoscere e proteggere; sfere di liberta in tutti i settori in cui si esplica la vita
delle persone. Tra le libertà fondamentali rientrano: l’autonomia contrattuale, la piena disponibilità dei beni
di cui si è proprietari, l’iniziativa imprenditoriale, la libertà di lavoro e, più in generale, gli individui devono
essere trattati in modo formalmente eguale dalla legge.
Tutto ciò comporta la cancellazione del principio di ripartizione in ceti chiusi della società civile, la quale su
queste basi, organizza da la produzione e la distribuzione della ricchezza, e in generale tutta la sua vita
interna, articolandosi in gruppi di fatto distinti, ma giuridicamente mobili e aperti.
In questo contesto sociale, devono essere marginali, rispetto all’insieme delle attività che produce il corpo
sociale, i pochi servizi pubblici di natura economico-sociale di cui lo stato si assuma eventualmente la
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Indirizzo: Giurisprudenza
Universita: Università di Milano
Data di caricamento: 16/02/2013
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