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Lezione di Diritto Commerciale del 5 marzo, Appunti di Diritto Commerciale. Università di Bari

Diritto Commerciale

Descrizione: Lezione di commerciale
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Lezione di commerciale del 5 marzo
Ricapitoliamo: abbiamo delineato la figura dell’imprenditore generale ex art 2082 c.c. poi ci siamo
soffermati sui professionisti intellettuali e cioè sui soggetti che esercitano un attività che presenterebbe tutte
le caratteristiche di un attività d’impresa e che tuttavia il legislatore sottrae allo statuto dell’impresa; ci
sono,però,alcuni punti relativi ai professionisti intellettuali su cui vorrei richiamare la vostra attenzione, punti
che dovete tenere fermi perché su questi punti ritorneremo:
Primo punto: la caratteristica della obbligazione di prestazione d’opera intellettuale
Noi abbiamo detto che non è una obbligazione di risultato ma è una obbligazione di mezzi
quindi il professionista intellettuale non si obbliga a far conseguire un determinato risultato al
suo cliente ma si obbliga a operare diligentemente affinchè questo risultato venga conseguito e
questa è una differenza rilevante rispetto alla prestazione di servizi o l’acquisto di beni che
caratterizza invece le altre imprese; le altre attività imprenditoriali nelle quali l’imprenditore si
obbliga a far conseguire al suo cliente un determinato risultato, e se il risultato non viene
conseguito magari per impossibilità sopravvenuta avremo la risoluzione del contratto ma
certamente il cliente non deve pagare l’imprenditore se l’imprenditore non gli ha fatto
conseguire il risultato promesso. Quello che è dovuto all’imprenditore viene stabilito
normalmente o sulla base dei prezzi di mercato o sulla base di una contrattazione fra le parti,
invece per l’onorario dovuto al professionista intellettuale si fa riferimento alla richiesta
solitamente non negoziabile del professionista intellettuale sulla base delle tariffe; questa era la
disciplina originaria, però noi dobbiamo notare che c’è una attenuazione progressiva di questa
disciplina e di questo favor del legislatore per il professionista intellettuale perché? Perché se
effettivamente si arriverà all’abolizione delle tariffe, che è uno dei punti di discussione della
riforma delle professioni intellettuali, allora anche per la prestazione d’opera intellettuale vi sarà
una negoziazione fra le parti, si aprirà la strada ad una negoziazione fra le parti perché il
professionista intellettuale non potrà più accampare la tariffa minima ma dovrà soggiacere alle
regole della concorrenza. Non solo , per quanto attiene la professione dell’avvocato, per
l’avvocato è stato abolito il divieto di quota lite, questo significa che avvocato e cliente possono
mettersi d’accordo parametrando il compenso dell’avvocato sulla base del risultato che verrà
ottenuto, quindi l’avvocato si mette d’accordo per es. se la causa è del valore di 10000€ e
l’avvocato dice se ti faccio avere 10000 € , 2000€ me li prendo io; questo naturalmente
trasforma l’obbligazione da una obbligazioni di mezzi ad una obbligazione di risultato, e quindi
come vedete per quanto riguarda questo profilo, c’è una attenuazione della differenza di
disciplina fra la prestazione d’opera intellettuale e la prestazione di risultato.
Secondo punto: È stato abolito il divieto di pubblicità ; prima vigeva in maniera molto rigorosa
a carico dei professionisti intellettuali, non potevano farsi pubblicità su giornali, sui media,
perché era ritenuto disdicevole per il decoro della professione, come vedete sfogliando i giornali
ora capita di vedere pubblicità di professionisti intellettuali soprattutto di dentisti, però ci sono
anche studi radiologici, quindi questa attività che era prima assolutamente proibita e disdicevole
perché si riteneva tipica del commercio, non consona al decoro della professione, ora è
consentita e quindi anche su questo piano c’è un avvicinamento fra le due tipologie.
Terzo punto: parliamo della società fra avvocati che al momento è l’unica che possiamo
considerare compiutamente disciplinata perché siamo in itinere, cioè è consentita la costituzione
di società fra professionisti però mancano ancora dei regolamenti che precisino le caratteristiche.
Per la società fra avvocati sappiamo che deve essere iscritta in una sezione speciale dell’albo
professionale e in una sezione speciale nel registro delle imprese. Il registro delle imprese è un
registro che serve a rendere noto al pubblico gli atti o fatti concernenti l’impresa che il
legislatore ha ritenuto rilevanti; è certamente singolare che venga iscritto nel registro delle
imprese una società che non esercita attività imprenditoriale, poi,sempre la legge che disciplina
la società fra avvocati dice che la società fra avvocati in caso di insolvenza non è sottoposta alle
procedura concorsuali e anche questa è una precisazione strana perché se fosse pacifico,
assolutamente tranquillo che non si tratti di un attività d’impresa, questa precisazione sarebbe
assolutamente superflua: la società fra avvocati quindi è sottratta alle procedure concorsuali e
quindi in caso di insolvenza non fallisce , questo la legge che regola la società fra avvocati lo
dice espressamente ed io vi facevo notare la singolarità di questa precisazione perché se fosse
tranquillo, pacifico, indubbio, indiscusso che non si tratti di un attività d’impresa non ci sarebbe
necessità di questa precisazione perché nel nostro ordinamento falliscono soltanto gli
imprenditori commerciali e per giunta gli imprenditori commerciali che raggiungono una certa
dimensione.
Quello che è evidente è che c’è un progressivo slittamento delle professioni intellettuali, della disciplina
delle professioni intellettuali verso una omogeneizzazione con la disciplina dell’attività d’impresa perché,
questa è l’evoluzione che hanno avuto le professioni intellettuali dal 1942 ad oggi.
Imprenditore agricolo
Incominciamo a parlare di una delle due tipologie di impresa espressamente disciplinata dal nostro
ordinamento, infatti il c.c. distingue fra imprenditore agricolo ed imprenditore commerciale per quello che
riguarda la natura dell’attività esercitata, poi c’è l’art 2083 c.c. che da la definizione del piccolo
imprenditore, quindi non è una definizione di tipo qualitativo ma una definizione di tipo dimensionale.
In passato era centrale la figura dell’imprenditore commerciale perché la definizione dell’imprenditore
agricolo e del piccolo imprenditore servivano soltanto a sottrarre questi soggetti ,cioè imprenditore agricolo
e piccolo imprenditore ,a quello che veniva chiamato lo statuto dell’imprenditore commerciale; quindi in
passato c’era un complesso di regole che si applicavano soltanto all’imprenditore commerciale e quindi la
definizione dell’imprenditore agricolo e del piccolo imprenditore aveva soltanto lo scopo di individuare
quelle fette dell’attività imprenditoriale a cui non si applicava lo statuto dell’imprenditore commerciale che
consisteva in questo:
l’iscrizione nel registro delle imprese che in passato era riservato soltanto per gli imprenditori
commerciali non piccoli,
l’obbligo di tenere le scritture contabili anche questo riservato soltanto agli imprenditori
commerciali non piccoli,
una particolare disciplina della rappresentanza commerciale ,
la sottoposizione alle procedure concorsuali ,
una particolare disciplina della capacità per l’esercizio dell’impresa che era diversa ed è rimasta
diversa per l’imprenditore agricolo e per l’imprenditore commerciale.
Questo nella prospettiva del codice del 1942, ora sono cambiate moltissime cose: qual è la situazione
attuale? La situazione attuale è che
l’obbligo di iscrizione nel registro delle imprese vale per tutti gli imprenditori, commerciali e
non, quindi tutti gli imprenditori devono iscriversi nel registro delle imprese
l’obbligo di tenere le scritture contabili per quanto attiene questo punto in realtà tutti gli
imprenditori tengono di fatto le scritture contabili per motivi fiscali, per quanto riguarda
specificamente gli imprenditori agricoli c’è una legge del 1975 una legge di derivazione
comunitaria, la legge n 153 del 1975 che ha imposto agli imprenditori agricoli che vogliono godere
di particolari benefici e sovvenzioni di tenere le scritture contabili esattamente come gli imprenditori
commerciali, in particolare questa legge che si chiama “ legge di incentivazione finanziaria e
produttiva finalizzata all’ammodernamento e al potenziamento delle strutture produttive agricole”,
questa legge che è una legge di derivazione europea ed è del 1975 prevede che gli imprenditori
agricoli che vogliono usufruire di questi incentivi di carattere economico che ora sono erogati dalle
Regioni dal 1997, dall’Unione Europea ma passano attraverso le Regioni, devono predisporre dei
piani di sviluppo dell’impresa agricola ma soprattutto devono tenere delle scritture contabili :
a. nell’inventario annuale,
b. nel bilancio
c. nel conto di esercizio annuale
d. nella registrazione dei movimenti di merci e di denaro
Queste scritture contabili sono sovrapponibili alle scritture contabili obbligatorie per l’imprenditori
commerciali: l’iscrizione nel registro delle imprese è comune a tutti quanti, l’obbligo di tenere le scritture
contabili è parimenti obbligatoria per lo meno per tutti quelli che vogliono accedere a questi incentivi quindi
che cosa resta come differenza? Resta come differenza la disciplina della rappresentanza commerciale,
resta come differenza una particolare disciplina della capacità per l’esercizio dell’impresa e resta soprattutto
la sottrazione al fallimento, quindi non sottrazione a tutte le procedura e questa è una novità di questa estate.
Imprenditore agricolo: la norma è l’art 2135 c.c. rubricato proprio “imprenditore agricolo”.
L’imprenditore agricolo è stato oggetto di una riforma del 2001, ci sono stati tre decreti legislativi 226, 227
e 228 che hanno ridisegnato la figura dell’imprenditore agricolo. Che cosa dice la norma? Incominciamo dal
primo comma e vediamo di capire chi è nel nostro ordinamento questo soggetto
I. “È imprenditore agricolo chi esercita una delle seguenti attività: Coltivazione del fondo, selvicoltura,
allevamento di animali e attività connesse”
Questa è una norma chiaramente definitoria, perché è chiaro nell’impostazione della norma che ci vuole dire
chi è imprenditore agricolo attraverso l’individuazione dell’attività che questo imprenditore deve svolgere in
via principale e delle attività connesse che vengono equiparate alle attività agricole. Quindi è imprenditore
agricolo chi esercita una delle seguenti attività:
Coltivazione del fondo: qualunque attività di coltivazione del fondo rientra nell’impresa agricola;
Selvicoltura: è un attività agricola che da noi non viene praticata, significa coltivazione del bosco, da noi i
boschi non ci sono e quindi la selvicoltura da noi non viene molto praticata, viene praticata nella parte nord
della dorsale appenninica e soprattutto nelle alpi e consiste proprio nella coltivazione del bosco,
sostanzialmente non soltanto nelle attività estrattive del legname, ma anche di attività di estrazione e di
reimpianto degli alberi perché la coltivazione del bosco presuppone non solo l’estrazione ma anche il
reimpianto, il diboscamento fatto in maniera scientifica e non in maniera distruttiva, diciamo tutto quello
che serve a coltivare il bosco, quindi se fosse soltanto attività estrattiva del legname, senza coltivazione del
bosco non sarebbe attività agricola ma sarebbe attività commerciale.
Allevamento di animali: questo inciso è stato cambiato dalla riforma del 2001 perché prima la norma non
diceva allevamento di “animali” ma diceva allevamento del “bestiame” che è una nozione più ristretta di
animali, perché per bestiame si intende l’allevamento di animali da carne, da latte e anche da
tiro,l’espressione bestiame stava e sta ad indicare quelli animali il cui allevamento serve al soddisfacimento
di bisogni primari, per cui per esempio nell’originaria adozione del codice, l’allevamento di cavalli di razza,
di cani di razza, di animali da pelliccia non era considerata attività agricola ma era considerata attività
commerciale perché questi animali non rientravano nella nozione di bestiame e non erano strumentali al
soddisfacimento di bisogni primari ma erano funzionali al soddisfacimento di bisogni di carattere secondario
e quindi l’allevamento di questo tipo di animali non era considerata attività di impresa agricola ma era
considerata attività di impresa commerciale; ora invece la nozione di impresa agricola è stata ampliata
perché l’allevamento di qualunque tipo di animali è considerato attività di impresa agricola.
Rientrano nella nozione di impresa agricola anche le attività connesse: definite bene nel terzo comma, ora
possiamo limitarci a dire che le attività connesse sono attività che di per se sarebbero attività commerciali ma
che il legislatore fa rientrare nella nozione di impresa agricola se sono esercitate in un rapporto di
connessione con le imprese agricole.
Allora è chiaro che se noi ci fermassimo al primo comma dovremmo dire che la riforma del 2001 ha inciso in
maniera relativa sulla nozione di impresa agricola perché l’unica variazione è stata questa sostituzione del
vocabolo bestiame con il vocabolo animali, invece la riforma è stata molto più profonda e molto più radicale
perché? Perché in passato la norma era composta semplicemente da due commi, il primo comma e poi il
secondo comma che definiva le attività connesse e in maniera diversa da ora e comunque l’elemento che
accomunava tutte le imprese agricole era il legame con la terra; la caratteristica comune a tutte le imprese
agricole era che l’attività agricola doveva svolgersi o sul fondo o comunque un collegamento con il fondo,
quindi la coltivazione del fondo implicava che ci fosse un fondo da coltivare, e non rientravano nella
coltivazione del fondo e non erano considerate imprese agricole per es. la produzione di prodotti dal punto di
vista merceologico agricoli ma coltivati in serra oppure in capannoni industriali, quindi se un prodotto veniva
coltivato sul fondo dava luogo ad una impresa agricola,se invece non veniva coltivato sul fondo ma veniva
coltivato in stabilimenti industriali, non dava luogo ad una impresa agricola ma dava luogo ad una impresa di
carattere commerciale; diciamo che per la selvicoltura questo problema non si poneva mentre si poneva per
l’allevamento del bestiame, l’allevamento del bestiame doveva svolgersi sul fondo o comunque una certa
percentuale del cibo, del foraggio del bestiame doveva essere tratta dal fondo, e quindi tutti gli allevamenti
degli animali in batteria non erano considerate imprese agricole ma erano considerate imprese commerciali
e questo perché l’elemento che caratterizzava nella prospettiva del codice civile l’impresa agricola era il
collegamento con il fondo, se c’era questo collegamento e rientravamo in una delle tipologie indicate dalla
norme eravamo di fronte all’impresa agricola, se questo collegamento non c’era non si era di fronte ad una
impresa agricola ma si era di fronte ad una impresa commerciale perché? Innanzitutto perché nel ’42 la
nozione di impresa agricola era una nozione diversa da quella che abbiamo ora ma soprattutto perché
l’impresa agricola è sottratta al fallimento allora il legislatore del ’42 avrà fatto probabilmente questo
ragionamento per giustificare la sottrazione al fallimento: l’imprenditore agricolo va incontro a un doppio
rischio nell’esercizio della sua attività, va incontro prima di tutto al rischio di impresa che è comune a tutti
gli imprenditori, il rischio di impresa è il rischio di non riuscire a coprire i costi con i ricavi e questo è un
elemento di tutte le attività d’impresa, è presente anche nell’impresa agricola, però l’imprenditore agricolo
va incontro anche ad un rischio specifico, tipico dell’impresa agricola, il rischio naturale/ biologico, cioè il
rischio che il giorno prima delle vendemmia arriva la grandinata che distrugge il raccolto, arriva la mosca
olearia e distrugge il raccolto, questo è un rischio che l’imprenditore commerciale non corre ma è tipico
dell’impresa agricola. Allora il legislatore del 1942 visto che l’imprenditore agricolo va incontro a questo
doppio rischio, non solo il rischio d’impresa ma anche il rischio biologico che è ineliminabile, per
compensarlo di questo doppio rischio lo ha sottratto al fallimento, quindi la giustificazione che si dava della
sottrazione al fallimento dell’imprenditore agricolo è questa: la presenza nell’impresa agricola del rischio
biologico assieme al rischio d’impresa. (facciamo una precisazione: quando parliamo di impresa agricola
tendenzialmente si identifica l’imprenditore agricolo come un coltivatore diretto del fondo e anche qui per un
dato sociologico, perché da noi non ci sono grandi imprese agricole, l’imprenditore agricolo può essere
piccolo, medio, grande e grandissimo esattamente come l’imprenditore commerciale, non dobbiamo pensare
all’imprenditore agricolo come il poveraccio che tira a campare, ci sono delle imprese agricole di dimensioni
enormi, se andiamo nella zona del Chianti vediamo come troveremo tanti cartelli di Chianti Gallonero per
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Indirizzo:
Universita: Università di Bari
Data di caricamento: 31/07/2012
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