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Storia della radio e della tv - Riassunto - Monteleone, Sintesi di Storia Dei Media. Università di Milano

Storia Dei Media

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Storia della radio e della televisione in Italia (Franco Monteleone)

INTRODUZIONE

Il Novecento è il secolo in cui, nel mondo industrializzato, per la prima volta i prodotti delle idee e dell’immaginazione vengono messi a disposizione di tutti, attraverso l’etere, e assumono un ruolo centrale nella vita delle masse. Essi costituiscono ormai una risorsa economicamente rilevante e condizionano il comportamento, il gusto, la mentalità di ognuno: farne la storia significa fare la storia della società del XX secolo. Fra i prodotti della cultura popolare, o di massa, cioè concepita e realizzata per il popolo e per le masse, la radio e la televisione, più della stampa, del cinema, del teatro e della musica riprodotta, hanno determinato la fisionomia dell’immaginario sociale. Se la radio, insieme all’automobile, ha cambiato la percezione del tempo e dello spazio, la televisione, insieme all’uso di massa del trasporto aereo, ha cambiato il senso dell’identità e della velocità. Lo si voglia o no, il piacere è uno dei connotati fondamentali della modernità. Radio e televisione procurano piacere in modo semplice e diretto, senza mediazioni di sorta.

A partire dal 1985, a Pisa e a Napoli, Gianni Isola e Anna Lucia Natale si esercitavano in direzione di quel “territorio di frontiera” costituito dalla storia dell’ascolto; un territorio tuttora impenetrabile per la mancanza di fonti numerose e attendibili, eccezion fatta per le rubriche di corrispondenza del vecchio “Radiocorriere”, e per alcuni sporadici riferimenti contenuti in pubblicazioni di testimonianze orali del mondo operaio e contadino. Un più sistematico approccio storiografico, ancorché limitato agli aspetti massmediologici del mezzo televisivo, comincia invece a notarsi con le ricerche condotte dal gruppo di lavoro dell’Università Cattolica di Milano coordinato da Gianfranco Bettetini. La stessa Rai intanto, sembra aver già ufficiosamente disposto che Torino abbia il suo Museo della Radio, e Milano quello della Televisione. Da ricordare l’anno 1924 che segna ufficialmente la nascita della radiofonia italiana e il termine Broadcasting: Per broadcast (o con l’obsoleto termine italiano radioaudizioni circolari) si intende la trasmissione di informazioni da un sistema trasmittente a un insieme di sistemi riceventi non definito a priori. L’esempio più classico è costituito da un trasmettitore radio di grande potenza e da un gran numero di ricevitori montati nelle automobili o nelle case. In questo caso, tutti i ricevitori situati nell’area di copertura del trasmettitore riceveranno il segnale, e il trasmettitore non potrà sapere esattamente con chi ha comunicato.

1. LA GRANDE STRADA DELL’ETERE

“Ho in mente un piano che potrebbe fare della radio uno strumento domestico, come il grammofono o il pianoforte. Sarà tenuta in salotto e si potrà ascoltare musica, conferenze, concerti”. Con queste parole, David Sarnoff aveva per primo immaginato, già nel 1916, di dare corpo a un progetto commerciale che potesse rivolgersi a un mercato ampio di consumatori. La nascente industria delle comunicazioni però aveva altri obiettivi. Il suo scopo principale era la “telefonia” senza fili che tanto interessava i governi e il mondo degli affari. Con il passaggio dallo sfruttamento commerciale della “radiotelegrafia” alla creazione delle prime società di “radiodiffusione”, si delineano i due sistemi antitetici di organizzazione radiofonica nazionale, che da allora saranno considerati i modelli classici del servizio radiofonico: il monopolio pubblico del broadcasting, in Gran Bretagna, Germania, Francia e Italia; il sistema privato del network in America. In Gran Bretagna, e precisamente dalla stazione Marconi di Chelmsford in Cornovaglia

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che il 23 febbraio 1920 venne trasmesso il primo regolare servizio radiofonico della storia, per due ore consecutive al giorno, per un periodo di due settimane (un vero primato rispetto alla stazione Westinghouse di Pittsburgh in America, che iniziò il servizio solo alcuni mesi dopo). Dal momento che il fenomeno divenne rapidamente inarrestabile, si posero le basi per la nascita del monopolio pubblico della British Broadcasting Company, ufficialmente costituita il 18 ottobre 1922 dall’unione di alcune fra le maggiori compagnie industriali britanniche. Il ricorso alla pubblicità come risorsa finanziaria fu rifiutato per non compromettere la qualità dei programmi. Due anni dopo, John C.W. Reith, il primo direttore generale della BBC, scriveva: “Se l’etere fosse stato svenduto al denaro e al suo potere; se non ci fosse stata responsabilità etica e intellettuale; se interessi diversi da quelli pubblici avessero preso il sopravvento, la BBC non sarebbe mai diventata quella che è”. Esattamente il contrario di quello che stava avvenendo in America dove, grazie al Radio Act del 1912, in base al quale il Ministero del commercio non poteva negare le licenze a nessuno che fosse cittadino americano, entrarono in scena le grandi corporations. Prima fra tutte la American Thelephone and Thelegraph Company, ma anche la General Electric e la Westinghouse, poi Radio Corporation of America. Tra il 1912 e il 1916 furono rilasciate più di 8.500 licenze di trasmissione, molte delle quali erano state richieste da colleges, scuole, università. La stazione Westinghouse iniziò a trasmettere il 3 novembre 1920 e, contemporaneamente, a collocare sul mercato i propri ricevitori. Poco più tardi, a New York, David Sarnoff aveva finalmente avuto il permesso e i finanziamenti necessari per realizzare un modello della sua Radio Music Box. Nacque così la WJY, che il 2 luglio 1921 trasmise in diretta la “radiocronaca” di un incontro di pugilato. In tutti gli Stati Uniti, verso la fine del 1922 i ricevitori funzionanti avevano raggiunto l’incredibile cifra di 750 mila. La “grande strada dell’etere” era stata per sempre tracciata.

POLITICI E IMPRENDITORI NEL MERCATO DEI SUONI

La prima legislazione italiana sulle comunicazioni senza fili risale al 1910 ed era frutto di un progetto redatto da Carlo Schanzer presentato in parlamento dal Ministro delle poste Augusto Ciuffelli. Il progetto assegnava l’esercizio delle radiocomunicazioni alla sfera dei servizi pubblici e sottoponeva a regime restrittivo e controllato le concessioni a società private. Ne era derivata la legge del 30 giugno 1910 n. 395, ispirata a preoccupazioni militari e di sicurezza nazionale. Guglielmo Marconi: Grande scienziato, ma soprattutto grande imprenditore (un principe mercante della tecnologia). Già nel 1898 era nata a Londra la Marconi’s Wireless Telegraph Company, detentrice di tutti i brevetti dell’inventore bolognese e capofila delle successive Marconi Companies. In Italia, fin dal 1902, egli aveva concesso gratuitamente per vent’anni l’uso dei suoi brevetti alle amministrazioni dell’Esercito e della Marina. Ricevette il Nobel per la fisica e venne nominato senatore da Salandra. 1921: Società italiana per i servizi radiotelegrafici e radiotelefonici (Sisert – Pres. Marconi, “Vice” Avv. Filippo Bonacci, Cons. Luigi Solari). Nell’estate del 1923 il Governo Regio (Mussolini) concluse un accordo con le società francese e tedesca (Telefunken) per la costituzione della Italo Radio con capitale da raccogliere mediante una sottoscrizione garantita dalla Banca commerciale italiana. Lo smacco per Marconi non poteva essere più grande: la Compagnia Marconi iniziò una vasta serie di contatti onde unificare gli interessi gravitanti intorno alla questione della radiofonia. Nacque così il gruppo fondatore della società Radiofono che rilevò la domanda di concessione avanzata dalla Sisert.

LA PRIMA SOCIETA’ DI BROADCASTING

Nel 1924 nasceva il Ministero delle comunicazioni, con a capo Costanzo Ciano. Il 3 giugno di quello stesso anno Ciano rendeva noto alla Radiofono e alla Società italiana radio audizioni circolari (Sirac – che celava ditte USA, in particolare la Western Electric) che il governo aveva deciso di affidare l’esercizio radiofonico a una società unificata e le invitava a prendere contatti per la fusione. Il 14 giugno le società comunicavano di aver raggiunto l’accordo. Il 27 agosto 1924 nasceva a Roma l’Unione radiofonica italiana (Uri). Ciano fu inoltre il ministro che condusse in porto l’operazione economica di privatizzazione dei telefoni.

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<Intreccio d’interessi (fra il senatore Giovanni Agnelli e Benito Mussolini) che mira al controllo dei grandi mezzi d’informazione come merce di scambio tra potere economico e potere politico). Per questo il Sen. prende possesso di testate come quella del “Resto del Carlino”, de “La Stampa” sino alla creazione del “Corriere Italiano” e alla nomina di Presidente dell’Uri nella persona di Enrico Marchesi, in precedenza direttore centrale della Fiat>. Con il regio decreto-legge 1 maggio 1924 n. 655 venivano definiti i contenuti delle radiodiffusioni: concerti, teatro, conversazioni, notizie. Veniva inoltre regolato il sistema dei finanziamenti ai futuri concessionari mediante la pubblicità commerciale e i canoni di abbonamento; una prassi che resterà immutata in tutta la storia della radiodiffusione italiana. Con un secondo regio decreto venivano disciplinati non solo le modalità di esercizio degli impianti da parte dei concessionari ma anche i controlli del governo (in particolar modo l’art. 25 – ruolo chiave della Stefani). La convenzione stipulata il 27 novembre 1924 fra l’Unione radiofonica italiana e il Ministero delle comunicazioni istituiva definitivamente la figura giuridica della società concessionaria: rappresenta quindi l’atto di nascita del primo regime radiofonico in Italia. Si può finalmente parlare di regime di monopolio. Solo adesso, infatti, esistono le condizioni che consentono a una sola società l’esercizio delle radioaudizioni circolari. È vero che il 55% del capitale è in mani private, ma con il passare degli anni lo Stato entrerà sempre più nella partecipazione azionaria fino a ottenerne la maggioranza.

2. LA SCATOLA SONORA Un oggetto misterioso

Il vero oggetto “misterioso” della storia della radiofonia è il pubblico – con le sue abitudini, i suoi mutamenti, i suoi gradimenti e i suoi malumori; oggetto indecifrabile e, insieme, determinante punto di riferimento. Il 6 ottobre 1924 si inaugura il servizio regolare, ma la radio, per ora, è solo una sorprendente scatola sonora con programmi assai semplici ed eterogenei: musica classica, bollettini, qualche rara conversazione. In questa fase c’è maggior interesse per l’aspetto tecnico piuttosto che per i contenuti, e il pubblico, è composto soprattutto da giovani amatori (i cosiddetti “sanfilisti” – dal francese sans fil = senza fili). Due anni dopo l’inizio dell’attività di radioaudizione circolare gli abbonati tuttavia, sono appena 26 mila. Un numero più che raddoppiato rispetto all’anno precedente, ma inferiore alla media dei maggiori paesi d’Europa. Tra il 1924 e il 1927 nacquero le leghe nazionali: Rai (Radio associazione italiana), la Fir (Federazione italiana radiocultori), il Radio Club nazionale italiano, l’Associazione nazionale radio dilettanti; queste ultime due confluirono nell’Ari, l’Associazione radiotecnica italiana. La Fir sosteneva il principio della libera associazione dei dilettanti in funzione antimonopolistica; l’Ari era invece l’espressione di interessi legati all’industria degli apparecchi riceventi ed ebbe un’azione assai più lungimirante promuovendo la nascita di un pubblico indifferenziato. Nell’annuncio pubblicitario della Allocchio – Bacchini viene forse per la prima volta indicata una strategia per lo sviluppo e per la trasformazione degli ascoltatori. Nascono anche le prime campagne di diffusione della radiofonia, i primi radioconcorsi. Il reagente dei cambiamenti in atto fu la pubblicità (réclame) che, dopo il 1926, rappresenta un elemento essenziale delle trasmissioni e una risorsa finanziaria indispensabile per la concessionaria. La Sipra (Società italiana pubblicità radiofonica anonima), costituita a Milano il 9 aprile del 1926, è la prima di una serie di consociate e nasce per gestire un fatturato pubblicitario piuttosto limitato anche se in costante aumento. Per motivi di marketing nasce anche “Radiorario” settimanale ufficiale dell’Uri che esce in edicola dal 18 gennaio del 1925 e grazie al quale il direttore generale della concessionaria, Raoul Chiodelli, cerca di conoscere gusti, orientamenti e giudizi del pubblico.

IL GIORNALE PARLANTE

L’Enit diramava notiziari radiofonici relativi a facilitazioni tariffarie, innovazioni e modificazioni dei servizi ferroviari, automobilistici e di navigazione. Radio Roma aveva iniziato una serie di rubriche fisse (Rivista scientifica e di varietà, Rivista dei libri ecc) e mandava in onda conferenze

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culturali. Fra tanto materiale scadente alcune eccezioni, come l’esibizione di Ettore Petrolini con una parodia di Maria Stuarda a Radio Milano o la commemorazione di Cesare Battisti curata da Alberto Colantuoni. Un certo miglioramento cominciava a ravvisarsi anche nei notiziari d’informazione, i più esposti al controllo governativo (vedi il giro di vite di Mussolini sulla stampa dal 1923) e comunque dipendenti dai dispacci della Stefani, l’unica agenzia autorizzata dal governo, diretta da Manlio Morgagni. Nel 1927, in seguito ad accordi intercorsi tra la direzione dell’Uri e il “Popolo d’Italia”, la stazione di Milano iniziò a trasmettere un programma serale che anticipava gli articoli e le notizie più importanti che l’indomani si sarebbero letti sul quotidiano del Partito. Come annunciava il “Radiorario”, non v’era avvenimento patriottico o nazionale al quale il microfono non era chiamato a collaborare attraverso il suo “giornale parlante”. Il 10 ottobre del 1926 vi fu molto entusiasmo per il discorso pronunciato dal Duce in occasione della “battaglia del grano”. La grande campagna radiofonica organizzata in favore della ruralità, del mito della terra, dell’esaltazione della vita contadina, divenne così la prova generale dell’ascolto “collettivo”. La diffusione della radio fra le masse rurali era tuttavia praticamente inesistente. Al contrario di quanto avveniva per i ceti medi urbani e per il pubblico dei giovanissimi e dei bambini (omogeneità di gruppo e alto grado di sensibilità al messaggio). Per questo la radio prestò subito particolare attenzione dedicando loro buona parte dei suoi programmi. Dalle prime novelle trasmesse nella rubrica L’angolo dei bambini fino al Cantuccio dei bambini messo in onda da Milano sul finire del 1926 (programmazione curata da Elisabetta Oddone). La trasvolata atlantica del 1927 inaugurò, infine, con la conferenza intitolata Da Colombo a De Pinedo, la serie di celebrazioni aeronautiche promosse da Italo Balbo nei confronti della gioventù. Da ricordare anche il Giornale radiofonico del fanciullo di Cesare Ferri. Al di là della propaganda politica si cercava di costruire un rapporto partecipativo con gli ascoltatori e di creare il proprio pubblico. Si arriva così al febbraio 1927, allorché viene indetto il primo referendum per “conoscere con precisione gusti e tendenze del vasto pubblico e sempre meglio accontentarlo”. Emerse un giudizio moderatamente positivo della programmazione, formulato da un pubblico non sempre giovane, di cultura medio- bassa e scarsamente politicizzato.

VERSO UNA RADIO DI MASSA

Questa scarsa ricettività degli ascoltatori verso trasmissioni marcatamente politiche non venne modificata nemmeno dal sorgere di nuove organizzazioni di massa quali l’Opera nazionale balilla (Onb) e il Dopolavoro, che interagivano con l’Uri. È di questo periodo il fallimento dell’iniziativa “radio per le scuole”. I mass media erano chiamati, anche se in modo rudimentale, a stabilire un processo di identificazione di milioni di italiani con il loro capo. Tra gli intellettuali la radio suscitò reazioni assai diverse. Marinetti comprese subito quanto fosse congeniale il nuovo mezzo alla poetica futurista. Massimo Bontempelli al contrario era maggiormente suggestionato dalle possibilità del linguaggio cinematografico. Giovanni Gentile avvertì immediatamente le possibilità didattiche della comunicazione radiofonica. Negli anni venti la comunicazione culturale di massa era ancora legata a modelli più tradizionali come il romanzo d’appendice e a fenomeni di tipo interpersonale, come a esempio il rapporto tra il parroco e i suoi fedeli. Non stupisce quindi il divieto d’ascolto e di possesso degli apparecchi radio fatto dalla Chiesa ai sacerdoti e ai religiosi in genere (1927) né il monito contro i pericoli dell’industria culturale espresso da Pio XI (con l’enciclica Casti connubi) appena qualche mese prima dell’inaugurazione della stazione radio del Vaticano. Il modello che, invece, va prendendo corpo è esattamente quello contrario: un incentivo all’ascolto di massa, per ciò che riguarda il pubblico, e una gestione autoritaria dello strumento, per ciò che concerne l’apparato produttivo. Su questo processo, più che sull’insieme delle trasmissioni, volle farsi sentire l’influenza politica del regime.

3. LA PAROLA ELETTRICA nuove dimensioni industriali

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All’inizio del 1927 l’Uri non era in grado di continuare l’esercizio dell’attività sociale senza l’intervento di massicci finanziamenti. Dal gennaio del 1927 al gennaio del 1928, si definiscono le caratteristiche del nuovo sistema: potenziamento delle stazioni trasmittenti, creazione di un nuovo ente concessionario e istituzione di un Comitato superiore di vigilanza sulle radiodiffusioni (= creatura di Ciano; al suo interno hanno ruoli di assoluta rilevanza Benni, Cartoni e Polverelli). Il 15 gennaio 1928 la società concessionaria assume ufficialmente la denominazione di Ente italiano per le audizioni radiofoniche (Eiar). La radio italiana esce così dal periodo delle origini e comincia a imporsi all’opinione pubblica come mezzo di comunicazioni di massa. Tra il 1929 e il 1934 le vicende della proprietà dell’ente radiofonico si incrociano con quelle della Sip (Società idroelettrica Piemonte), che finirà per controllare il capitale azionario dell’Eiar. Oltre alla Sip facevano apertamente il loro ingresso nella radiofonia italiana anche la Fiat, o per meglio dire la holding Ifi, con Giovanni Agnelli e l’editore Arnoldo Mondadori. Il 30 giugno 1931, con atto notarile, la Sip entrò pure in possesso dell’intero pacchetto azionario della Sipra e avrebbe trovato in Giancarlo Vallauri il suo manager. Nel 1931 intanto, a Torino il Laboratorio di ricerche, da poco costituito, dette avvio alle prime esperienze nel campo della televisione. Con decreto legge 29 luglio 1933 veniva approvato lo statuto speciale dell’Eiar, passo storicamente e giuridicamente importante perché in esso si stabiliscono formalmente i limiti dell’esercizio della radiofonia. Il patrimonio immobiliare dell’Eiar invece, diverrà così consistente da condurre nel 1941 alla costituzione della Società immobiliare radiofonica italiana, che, insieme alla Sipra e alla Cetra (Compagnia per edizioni, teatro, registrazioni e affini), formeranno il gruppo radiofonico delle consociate Sip.

LA MACCHINA DELL’ATTENZIONE

La radio (“macchina dell’attenzione”) continuava a essere un genere di lusso, al pari dell’automobile. Basti pensare che mentre la Fiat lanciava la prima vettura autenticamente popolare, la “Balilla”, al prezzo di poco superiore alle 10.000 lire, la Marelli mise sul mercato un ricevitore commerciale, il Musagete, a quasi 3.000 lire. Per molto tempo ancora la “galena” fatta in casa rimarrà l’unico strumento di ascolto per i ceti popolari. Solo nel 1934 il presidente dell’Eiar Vallauri, avanzò una precisa richiesta al Gruppo costruttori apparecchi radio al fine di studiare concretamente la possibilità di mettere sul mercato un radioricevitore di tipo popolare. Nel maggio del 1937 fu messo finalmente in vendita, al prezzo di 430 lire (pagabili in 18 rate), il Radiobalilla, dal “bel nome augurale, espressivo e descrittivo”, scelto dallo stesso Mussolini. Nonostante questo e altri sforzi (vedi l’utilizzo dei Pionieri), all’inizio del 1934 gli abbonati erano poco più di 350 mila, una cifra ridicola rispetto al milione e mezzo di francesi, ai cinque milioni di tedeschi e ai quasi sei degli inglesi. Eravamo pari soltanto alla Polonia e all’Ungheria.

LA RADIO IN OGNI VILLAGGIO

Già nel 1929 si era creduto di individuare “la maggioranza degli ascoltatori” negli “abitatori delle campagne”, ma il vero problema restava quello di raggiungere questo vasto bacino di utenza nelle condizioni sociali ed economiche del momento. L’idea di usare la radio a scopi didattici, si ispirava a una caratterizzazione della stessa come servizio pubblico, contraddistinto tuttavia da un’ideologia totalitaria. Grazie ad Arturo Marescalchi e a Costanzo Ciano con legge 15 giugno 1933 n. 791, venne creato l’Ente radio rurale (Err) “al fine di contribuire all’elevazione morale e culturale delle popolazioni rurali”. All’ente era “affidata la vendita degli apparecchi radioriceventi e delle loro parti per le scuole e altri luoghi pubblici dei comuni rurali e frazioni rurali dei comuni”. Per le insistenti pressioni esercitate da Starace e da altri membri del Partito, nel novembre 1934 Mussolini decise di trasferire l’Err sotto il diretto controllo del segretario del Pnf. Da questo momento nei programmi radiorurali l’insegnamento di “cultura fascista” balzò al primo posto.

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Il vero limite di fondo dell’intera esperienza restava la difficoltà di procurarsi l’apparecchio ricevente, il “Radiorurale” (in seguito “Radiobalilla”). Ciò che rese fallace questo progetto pertanto, fu una grave mancanza di duttilità organizzativa e di spirito imprenditoriale

UNA VOLIERA DI VOCI E DI SUONI

A quasi dieci anni dal suo esordio (1924) la radio è diventata un mezzo fra i tanti, non è più un curioso ingombro tecnologico, ma elemento dello status symbol della famiglia che lo possiede, monumento domestico dal quale scaturisce l’immagine del mondo moderno, “voliera di voci e di suoni” entro cui si compendia l’idea stessa della civiltà di massa. La programmazione che emerge con caratteri più spiccati è quella di genere leggero: gli sketch di Vittorio De Sica, i motivi orecchiabili del Trio Lescano e le interpretazioni di Nunzio Filogamo, consolavano un ceto medio e popolare sul quale gravavano ancora le minacce della crisi economica. In quegli anni (1929-34) nasce anche il primo cabaret radiofonico sugli esempi tedesco-inglese. Riuscire a intrattenere e contemporaneamente far divertire il pubblico – dopo il carattere serio e un po’ noioso degli anni dell’esordio – è uno degli scopi maggiormente perseguiti dai programmisti dell’Eiar, anche se non sempre coronato da successo. (Risale a questo periodo il debutto di Cesare Zavattini con la famosa serie Parliamo tanto di me). Successo strepitoso ebbero i varietà Topolino al castello incantato e soprattutto I quattro moschettieri entrambi di Angelo Nizza e Riccardo Morbelli che insieme a Egidio Storaci e Riccardo Massucci, dettero vita dai microfoni di Radio Torino a uno dei fenomeni più clamorosi di tutta la storia della radio italiana. Una vera e propria follia nazionale, che raggiunse il suo acme nell’edizione del programma del 1936, alla quale fu abbinato un concorso a premi, sponsorizzato dalla Buitoni e dalla Perugina, basato sulla raccolta di figurine disegnate da Angelo Bioletto. Nemmeno le prime esperienze radiofoniche del grande Eduardo De Filippo ottennero un simile successo. La canzone italiana rappresentava allora il legante indispensabile di una programmazione tutta orientata su un target “casalingo” composto in maggioranza da un pubblico di bambini e di donne. Il pubblico femminile diventa addirittura l’interlocutore privilegiato della pubblicità radiofonica, sia come destinatario che come interprete. In Italia il “radioteatro” fa la sua comparsa soltanto cinque anni dopo la nascita del servizio regolare di radiodiffusione. La politica dell’educazione nazionale aveva ormai cominciato a intrecciarsi stabilmente con gli strumenti dell’industria culturale.

PAROLE ALLO STATO NASCENTE

Enzo Ferrieri così scriveva a proposito del saper parlare in radio: “Occorrono doti di cordiale comunicazione col pubblico, gradevole timbro di voce, accortezza di dare alle parole che si dicono, o, magari, quelle che si leggono, un tono così fresco, così vivo, direi, di parole allo stato nascente, che l’ascoltatore si illuda che tutto sia creato lì per lì, proprio per lui”. Nonostante l’iniziale ostilità, le autorità ecclesiastiche videro con favore la presenza di predicatori ai microfoni dell’Eiar (vedi il padre francescano Vittorino Facchinetti). Aumentava considerevolmente lo spazio concesso a una radio sempre più “parlata” anche se l’idea di una radio intesa come strumento di propaganda e di manipolazione dell’opinione pubblica non era lontana.

4. LA PAROLA AUTORITARIA i portavoce del regime

Nel periodo compreso fra il 1935 e lo scoppio della seconda guerra mondiale la radio possiede ormai il volto sicuro del mezzo di comunicazione di massa e assume nella società italiana quel ruolo decisamente politico che Mussolini aveva tardato a riconoscerle. Le iniziative prese dal regime per diffondere l’ascolto collettivo nei luoghi pubblici, dimostrano che si era attribuito al mezzo un “potere delegato” di amplificazione, e per ciò stesso di persuasione, che in realtà esso

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possedeva in misura contenuta. La nomina di Galeazzo Ciano a capo dell’ufficio stampa nell’agosto del 1933 fu il segno che Mussolini intendeva dare maggiore impulso a questo organismo e allargarne autorevolmente le attribuzioni e le competenze. Già nel 1934 Ciano realizzò un piccolo capolavoro di informazione controllata, mobilitando stampa, radio e cinema in occasione del primo incontro fra Mussolini e Hitler che si svolse a Venezia nel mese di giugno. Verso la fine dell’estate, con regio decreto 6 settembre 1934 n. 1434 l’ufficio stampa venne abolito e al suo posto fu istituito il sottosegretariato per la stampa e propaganda (in seguito elevato a Ministero per la stampa…) alle dirette dipendenze del Duce. Venne soppresso il Comitato di vigilanza e creata una Commissione composta di soli quattro membri per fissare le direttive artistiche dell’Eiar e la vigilanza sulla parte programmatica delle radiodiffusioni. Al Ministero delle comunicazioni rimanevano solo competenze di ordine tecnico. Alla fine del 1935 gli abbonati alle radioaudizioni erano oltre 500 mila. Complessivamente gli utenti dell’Eiar costituivano l’1,28% della popolazione italiana e quasi 6 famiglie su 100 avevano sottoscritto l’abbonamento.

LA RADIO IN DIRETTA

Spettò alla box, con l’incontro Bosisio – Jacovacci trasmesso da Milano nel 1928, inaugurare il primo collegamento in diretta. Da ricordare Nicolò Carosio definito come il miglior radiocronista sportivo. L’informazione è ormai il nuovo genere radiofonico che sta per decollare. Nel 1933 venne istituito il Centro radiofonico sperimentale, col compito di preparare radiotecnici specializzati e soddisfare così la crescente domanda di personale. La scuola fu progettata da Fulvio Palmieri e dai corsi diretti da Franco Cremascoli, uscirono ottimi professionisti come Vittorio Veltroni e Pia Moretti. Il “giornale radio” venne diffuso in tre edizioni quotidiane ad orari sfalsati a partire dal giugno 1930. Solo nel 1935, sotto la guida di Antonio Piccone Stella, nacquero le nuove edizioni delle ore 13.00 e delle 13.50. Da allora, nel segno inconfondibile delle voci di Guido Notari e Francesco Sormano, preceduto dal segnale orario, l’appuntamento del giornale radio comincia a scandire il tempo quotidiano di tutti gli italiani. Il “radiogiornale” invece, nascerà in seguito alla trasformazione subita dai semplici notiziari che non rispondevano più alle nuove esigenze di un’informazione ampia e generale sugli avvenimenti della vita nazionale e internazionale. Di qui nacquero, con scopi chiaramente propagandistici, le Cronache del Regime; una delle realizzazioni più efficaci dell’informazione radiofonica durante il fascismo e, insieme, una rubrica di largo consenso popolare, frutto dell’intelligenza politica di Galeazzo Ciano e dell’esperienza giornalistica di Roberto Forges Davanzati. Bersaglio di questi commenti radiofonici era la politica societaria e l’influenza inglese a Ginevra. Screditare agli occhi dei radioascoltatori italiani l’organismo internazionale significava accreditare il diritto dell’Italia fascista a regolare da sola i propri conti nella politica europea. Nel novembre del ’39 intanto, il Gruppo costruttori apparecchi radio mise a punto una piccola supereterodina a tre valvole “capace di ricevere molte stazioni estere”. Battezzata Radio Roma, era certamente un buon prodotto ma la sua vendita non fu sufficientemente reclamizzata, preferendo sempre e comunque smerciare apparecchi più costosi che consentivano maggiori ricavi.

PARLA ROMA!

Prato Smeraldo: stazione radio introdotta per trasmettere i programmi dell’Eiar alle Colonie dell’Africa orientale e per le comunità italiane residenti nel Nord America. Radio Verdad (Radio Verità): aveva una duplice funzione, da un lato essa agiva come disturbo delle emittenti della Spagna repubblicana, dall’altro svolgeva un’azione di propaganda nelle file rosse. Nei primi dieci anni del governo Mussolini la migliore propaganda del regime era stato il regime stesso e, paradossalmente, quando questo ebbe la possibilità di disporre degli ingenti mezzi forniti dalla tecnologia, la sua credibilità era ormai in declino (causa l’aggressione all’Etiopia “1935”, la partecipazione alla guerra di Spagna, l’antisemitismo, la dichiarazione di guerra alla Francia e

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all’Inghilterra “1940” etc) e le soluzioni di propaganda adottate si rivelarono sterili, sia perché ormai inutili, sia perché disorganizzate.

5. LA FOLLA DOMESTICA tra spettacolo e propaganda

Nel triennio 1936-39, segnato dallo stile di Achille Starace, la formula mussoliniana “andare verso il popolo” si traduce, in Italia, nel disegno di perfezionare in maniera definitiva gli strumenti del totalitarismo, utilizzando tutti i mezzi d’informazione possibili. L’azione più vistosa fu la trasformazione, nel maggio del 1937, del Ministero per la stampa e la propaganda in Ministero per

la cultura popolare. In questo periodo le ore di trasmissione erano pari a 96.311 e il genere più ascoltato era la musica leggera, che rappresentava più di un quinto dell’intera programmazione. Alle masse lavoratrici invece, venne dedicato il programma Dieci minuti del lavoratore, trasmesso a partire dal 1937 e ben presto sostituito da Radio Sociale. Il giornale radio dell’Italia fascista, era uno dei migliori esempi al mondo di informazione radiofonica, nonostante il controllo politico. Sono gli anni in cui comincia a circolare lo slogan “lo ha detto la radio” come sinonimo di massima attendibilità. “Brevi, banali ed esatte” secondo la definizione di Franco Cremascoli, dovevano essere le notizie in esso contenute. – Leggi antisemite del 17 novembre 1938 –

TAMBURI LONTANI

Col passare degli anni il regime divenne l’arbitro della partecipazione dei cittadini alla vita nazionale non solo attraverso il controllo rigoroso delle fonti ufficiali d’informazione, ma anche mediante la repressione delle fonti non ufficiali. Non a caso, il fondatore di Giustizia e Libertà, Carlo Rosselli, tentava di combattere il fascismo proprio utilizzando emittenti clandestine. Fu con l’inizio della guerra civile spagnola, che l’antifascismo fece sentire la sua prima voce alla radio. (Ricordare la comunista Radio Milano, situata in territorio spagnolo). Due i capisaldi di questa radiopropaganda: smascherare le ripetute falsità del nemico; denunciare i crimini e le atrocità screditando moralmente l’avversario.

ANATOMIA DEL PUBBLICO

Nel novembre del 1939 l’Eiar indice un referendum (il migliore mai fatto sia in Italia che all’estero) per scandagliare i gusti del pubblico. Non fu solo però uno strumento di controllo censorio, ma soprattutto il primo segnale di consapevolezza, nella storia della radio italiana, che il pubblico è qualcosa di molto complesso e non può essere limitato al numero di abbonamenti; che l’ascolto implica una quantità elevata di variabili sociali, economiche, culturali; che la sua diffusione è, infine, un problema di gestione culturale del mezzo e non solo di imposizione autoritaria. Nel periodo compreso tra il novembre del 1939 e il gennaio del 1940, risposero più di 900 mila abbonati: il 75% dell’intera utenza radiofonica che, in quella fase, poteva essere calcolata in circa 6 milioni di ascoltatori. Esiti: emerge una funzione in qualche modo livellatrice della radio che, come in seguito la tv, era da considerarsi elemento unificante della grande folla domestica degli ascoltatori.

SOTTO LE BOMBE

Dopo il 10 giugno 1940 l’Eiar mette in onda un nuovo genere radiofonico: la guerra. Dal 23 giugno tutte le trasmissioni vengono unificate e i programmi si concentrano su tre obiettivi fondamentali: l’informazione e i commenti; l’intrattenimento; la propaganda per l’interno e per l’estero. In ogni caso la caratterizzazione militare della radio appare fortissima. Aumentate da sei a otto le edizioni

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quotidiane, il giornale radio trasmetteva ogni giorno alle 13 il bollettino del quartier generale delle Forze Armate. I commentatori dell’Eiar si limitavano ad affermare anziché convincere, a esprimere opinioni anziché fatti, a esaltare anziché discutere, a vilipendere anziché criticare. Di quello stile sgangherato e violento che imperversò alla radio italiana fra il 1940 e il 1942, l’interprete senza dubbio più adulato e più calunniato, adatto per ogni uso quando ciò fece comodo al regime, scacciato quando i suoi urli patriottici cominciarono a fruttare solo critiche e dissensi, fu Mario Appelius. Il 20 febbraio 1943 Appelius venne liquidato e sostituito da Salvatore Aponte. Dal 10 aprile sempre del 1943 scomparvero anche gli stessi Commenti, come genere di giornalismo radiofonico. La guerra come genere radiofonico, infatti, ebbe la sua massima punta di efficacia, ancora una volta, nel modello giornalistico più sperimentato di quegli anni: la radiocronaca (=anticipazione del “neorealismo” radiofonico). Nel 1942, anno cruciale della guerra, la radio appare più viva che mai nei suoi generi di intrattenimento. Le trasmissioni di prosa sono un tipo di spettacolo che non conosce soste; così la musica lirica e quella sinfonica. Intanto fa le sue prime prove Federico Fellini. L’Eiar aveva proprio in quegli anni ampliato tutta la sua rete trasmittente, con forti investimenti che avevano inciso non poco sul bilancio di esercizio contraendone gli utili. Inoltre, dai vertici del sistema della radiofonia italiana scomparivano alcuni personaggi storici, Luigi Solari dalla vice presidenza dell’Eiar e Giuseppe Pession dalla carica di ispettore per la radiodiffusione, sostituito nel 1943 da Amedeo Tosti.

6. VOCI IN GUERRA l’arma radiofonica

Radio Londra: la più celebre emittente in mano agli Alleati; aveva il pregio di rivolgersi a un pubblico indifferenziato. Radio Roma: quasi il corrispettivo inglese in mano ai fascisti, ma meno capillare nella sua diffusione. Nella fase più acuta del conflitto, i criteri di valutazione della credibilità delle emittenti dei paesi in guerra, rispetto al decennio precedente, cambiano radicalmente. Durante gli anni trenta la radio fa politica estera; ora la radio combatte una lotta senza esclusioni di colpi, una vera e propria “guerra delle onde” che affianca quella combattuta con le armi. Radio Bari: servì per parlare ai paesi arabi il linguaggio della propaganda politica anche se con scarsi risultati. Psychological Warfare Branch (PWB): organizzazione del Governo militare anglo-americano, durante la liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo, che aveva il compito di pilotare il ritorno della libertà di stampa. Attua una sorta di controllo e supervisione sul flusso delle informazioni e rilascia le autorizzazioni per stampare i giornali. Ispettorato per la radio diffusione: aveva il compito di coordinare le iniziative della propaganda radiofonica italiana e germanica, compito assai delicato. La partita delle parole fu giocata soprattutto sulle bugie sempre meno sostenibili della radio italiana e sulle verità sempre più ascoltate delle radio nemiche.

L’ASCOLTO NEGATO

L’abitudine a sintonizzarsi su queste stazioni si intensifica nell’inverno del 1941, quando, dopo le sconfitte in Grecia e in Libia, si manifesta la prima ondata di sfiducia nella politica bellica del fascismo. Andava crescendo la popolarità di Radio Mosca, la sezione italiana che adoperava nel quadro delle attività radiofoniche dell’internazionale comunista. (Ricordare la figura di Palmiro Togliatti). In breve, tra il 1941 e il 1943, l’ascolto delle emittenti sovietiche è ormai, tra paure e sospetti di essere scoperti, abbastanza diffuso in ambiti limitati della popolazione italiana. La prima disposizione del capo della Polizia Carmine Senise in materia di radiodiffusioni dall’estero, che costituiscono fonte di notizie disfattiste, è del 3 aprile 1941.

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La voce di Londra (Stevens e Calosso), a dispetto degli arresti e delle azioni di disturbo messe in atto dal Ministero dell’Interno e dall’ufficio radio, arrivava ormai in ogni casa. Nel periodo bellico, nessun paese più dell’Inghilterra riuscì a servirsi con altrettanta efficacia del mezzo radiofonico, intorno al quale la BBC costruì un’organizzazione perfetta in grado di parlare in tutte le lingue del mondo grazie al Foreign Office. Il 25 luglio del 1942 dai microfoni della NBC cominciò a farsi udire ogni domenica la voce del sindaco di New York, Fiorello La Guardia, il cui esordio fu di estrema violenza: “Il cagnolino Mussolini dovrà pagare per i suoi atti criminali ed i suoi peccati, come dovranno espiare il porco Hitler e il sorcio Hirohito”. L’Italia per lui contava molto. Radio Vaticana invece, si tenne sempre su un piano di stretta difesa degli interessi della Santa Sede in obbedienza all’atteggiamento di grande cautela manifestato da Pio XII nei confronti del nazismo.

IL DECLINO DELL’EIAR

In coincidenza con lo sbarco alleato in Sicilia (10 luglio 1943) il declino dell’Eiar sembra inarrestabile. Come è noto, gli italiani appresero dalla voce di Giovan Battista Arista l’annuncio della caduta del fascismo e dell’incarico a Pietro Badoglio di formare il nuovo governo, alle direttive del quale l’Eiar si conformò immediatamente. Raoul Chiodelli, il direttore generale rimasto al suo posto, e il nuovo ispettore per la radiodiffusione stabilirono nuove regole per l’informazione radiofonica. Durante i “quarantacinque giorni” le trasmissioni erano ispirate alla massima cautela. Segno di un primo cambiamento furono i contatti fra l’Eiar e il governo per l’introduzione di alcune riforme relative al Comitato di vigilanza, ma soprattutto l’invito a parlare alla radio rivolto a personalità antifasciste, da Bonomi, a Buozzi, a De Ruggiero. L’8 settembre 1943 gli italiani ascoltarono da Radio Londra la notizia della firma dell’armistizio: alle 19.45 la radio italiana trasmise l’annuncio dato personalmente da Badoglio. Subito dopo la trasmissione, Chiodelli ordinò a tutte le sedi dell’Eiar di collaborare con gli Alleati e disattivare gli impianti nel caso fossero occupati dai tedeschi. Da quel momento, per due giorni interi, la radio tace. Tutte le sue stazioni cessano di trasmettere. Fino alla sera del 10 settembre – quando i nazisti, in base all’accordo su Roma “città aperta”, occupano il palazzo di via Asiago – chi accende la radio, con una fame di notizie facilmente immaginabile, sente aumentare lo smarrimento. Rarissime sono le informazioni messe in onda a distanza di molte ore nelle forme di brevi, impersonali comunicati, “reticenti e fuorvianti”. L’Eiar si avvia lentamente alla sua fine. In quel periodo Giorgio Almirante fu nominato capo di gabinetto del Ministero della cultura popolare.

AMERICANI E INGLESI A RADIO BARI

Sul finire della guerra si scopriva l’importanza dell’intermediario – l’opinion leader – fra i mass media e il loro pubblico. Radio Bari intanto era ormai un organo del quartier generale alleato di Algeri, tanto da essere bollata dalle emittenti fasciste con l’appellativo di “radio vergogna”. Nonostante avesse il carattere di un’istituzione militare, obbediente alle direttive alleate, Radio Bari fu la prima voce sonora della democrazia italiana. Radio Bari parlava all’opinione pubblica meridionale e ai partigiani, Radio Londra parlava agli organi governativi e alla classe dirigente. La vita nel Regno del Sud stava già assumendo tutti i caratteri dell’occupazione alleata: crisi degli alloggi, prostituzione, traffico d’armi e di sigarette, “sciuscià”. L’austerità della gente del Mezzogiorno sembrava dissolversi sotto l’ondata di consumismo che gli angloamericani si portavano dietro.

L’ITALIA COMBATTE!

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Al di fuori del Regno la guerra continuava duramente. Stava nascendo la resistenza ai tedeschi e la lotta per bande. Nacque così Italia combatte. Si trattava di un servizio (radio) con obiettivi esclusivamente militari. In quel periodo Alberto Moravia ed Elsa Morante erano a Radio Napoli.

RITORNO ALLA NORMALITA’

All’ironia cinica di Leo Longanesi e all’arguzia intelligente di Mario Soldati si deve la prima trasmissione di satira politica nell’Italia libera, Stella Bianca, anche se non mancano programmi in cui compaiono spunti che preannunciano il fenomeno del qualunquismo. Tra poco, con la liberazione dell’Italia e con la fine della guerra mondiale, le necessità della ricostruzione di tutti gli apparati produttivi diventeranno prevalenti sulle spinte di rinnovamento, che in qualche caso non erano lontane da veri e propri tentativi di sovversione.

7. DAGLI ALLEATI ALLA DEMOCRAZIA l’emergenza postbellica

Ha scritto Marshall McLuhan che ogni guerra tende ad essere combattuta con tecnologie sempre più moderne; e questo vale anche per le tecnologie della comunicazione. La seconda guerra mondiale non solo ha prodotto grandi innovazioni in tutto il mondo nel campo dei media ma ha contribuito ad accelerare la diffusione di massa di quelle forme della comunicazione, come la stampa e la radio, che in precedenza interessavano fasce di pubblico ancora limitate. Anche in Italia, con la seconda guerra mondiale, si sono determinate le condizioni per un profondo cambiamento nell’uso sociale dei grandi media; in primo luogo la radio, che ha visto sviluppate le tipologie del suo consumo e ristrutturate le dimensioni della sua sfera produttiva. Riunificare quanto restava dell’Eiar, scoraggiando tutte le dispersioni e le richieste di autonomia, ancorché proclamate in nome della libertà conquistata, fu la prima preoccupazione dei nuovi governi democratici. Il mezzo di comunicazione, che nel Ventennio fascista era stato concepito come puro strumento di regime, assumeva adesso il suo vero carattere, istituzionale, di servizio reso alla comunità nazionale. Il 26 ottobre del 1944, sotto il governo Bonomi, la società di radiodiffusione assume la nuova denominazione di Radio Audizioni Italia (Rai). Il consiglio di amministrazione, poi, nominò direttore generale Armando Rossini, un avvocato romano amico del conte Sforza. Commissario straordinario era invece Luigi Rusca. Subito dopo la liberazione La voce dei partiti fu il primo tentativo di informazione politica alla radio, anche se palesava numerosi difetti. Il bilancio del 1944 aveva presentato una perdita di esercizio di 23.679.000 lire, superando di un terzo la consistenza del capitale sociale. Nei primi mesi della ricostruzione i bilanci della Rai, come quelli di tutte le aziende, furono travolti dall’inflazione. Tuttavia, tra impianti e immobili funzionanti, crediti a vario titolo derivanti dagli eventi bellici, l’azienda presentava problemi di bilancio non insolubili. La riunificazione della rete nazionale, con i collegamenti paralleli di due programmi completi, avvenne il 3 novembre 1946: la radio italiana si era definitivamente riscattata dalle rovine della guerra (tutto questo avvenne durante la presidenza Rai di Spataro). Le due reti (Nord e CentroSud – rispettivamente rete Azzurra e rete Rossa), conservano all’inizio una diversa potenzialità di ascolto e offrono programmi complementari sull’intero arco dei generi. Ogni stazione si riserva inoltre uno spazio di programmazione regionale.

LE PRIME QUESTIONI ISTITUZIONALI

Con la creazione della Commissione parlamentare di vigilanza (1947) si voleva, nelle intenzioni, conferire al parlamento un ruolo di imparziale mediatore. Essa avrebbe dovuto esercitare “l’alta vigilanza per assicurare l’indipendenza politica e l’obiettività informativa delle radiodiffusioni”. In realtà aveva “le mani” legate, perché l’effettivo controllo della Rai era detenuto dall’allora partito di

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maggioranza (Dc). Tuttavia alla radio italiana vennero assicurate stabilità e sviluppo, nell’interesse di tutta la comunità nazionale.

NASCE UNA GRANDE AZIENDA

La perdita di bilancio della Rai nel 1947, contabilizzata in 633 milioni, poneva con estrema urgenza il problema del risanamento economico dell’azienda. A tal fine fu chiesto l’aumento del canone, inadeguato sia al costo del servizio sia al mutato valore della moneta, e che dal 1° gennaio 1948 salì a 2.450 lire. Sul piano delle risorse tecniche il periodo tra il 1949 e il 1952 può senz’altro considerarsi quello del potenziamento e del rilancio. Nuove attrezzature mobili di registrazione, fornite dagli americani in base al piano Erp, consentirono l’adozione delle trasmissioni differite. Furono infine rinnovati gli auditori e gli studi, potenziata la bassa frequenza, moltiplicati i cavi musicali. Importante fu il convegno di Capri del 1948, durante il quale nacque il Premio Italia. L’attività dell’azienda era ormai tesa verso obiettivi di grande importanza: il primo, e più immediato, consisteva nell’ampliare la programmazione fino a tre canali radiofonici fra loro distinti e complementari; il meno immediato, ma più impegnativo, era quello che fissava al 1° gennaio 1954 il decollo del servizio di televisione. Alla fine del 1951 vi erano in servizio 68 trasmettitori a Onde Medie (di cui 22 ripetitori) per una potenza complessiva di 1.116 Kw. MF: sta per modulazione di frequenza. Passo determinante nella trasformazione della Rai da media a grande azienda fu l’unificazione nel febbraio del 1948 delle due direzioni di rete (Torino e Roma) per opera del direttore generale Salvino Sernesi. Vi furono poi, moltissimi contenziosi di carattere salariale sollevati dal personale Rai. Per questo si registrarono varie trattative fra la Rai, l’Agis (Associazione generale italiana spettacolo) e la Fils (Federazione italiana lavoratori dello spettacolo). Nel 1947 la spesa per il personale, con un altissimo tasso di incidenza sull’intero bilancio, ammontava, infatti, a 1.943.000.000 di lire, pari all’85,9% delle entrate. L’intero problema del rapporto fra l’azienda e i lavoratori fu affrontato nei primi mesi del 1948 con la stipulazione del primo organico contratto collettivo per il personale impiegatizio, tecnico e operaio della Rai; nei mesi successivi si provvide alla stipula dei contratti collettivi relativi ai professori d’orchestra, attori e coristi, come pure a quello per maestri e registi con rapporto di lavoro a tempo indeterminato. Ma bisognerà attendere il 1953 per vedere riconosciuta all’azienda l’esclusiva proprietà delle registrazioni e sancita una definitiva regolamentazione del diritto d’autore. L’organico dell’azienda, dal totale di 2.805 unità nel 1947, attraverso un costante incremento dei quadri per effetto dello sviluppo dei settori programmi e di quelli di “supporto”, raggiunse al 31 dicembre 1953 le 4.076 unità.

8. RADIO ITALIANA il ruolo della chiesa

La Chiesa aveva guardato, fin dal loro nascere, a tutte le tecniche della comunicazione di massa “con materna ansia e vigilante sollecitudine”. Senza eccedere nel sospetto verso la modernizzazione tecnologica dei mezzi d’informazione e diffusione culturale, la Chiesa cerca invece di impadronirsene, di conoscerli, ma anche di svuotarne il potenziale significato progressivo o adeguarlo alla sua visione pastorale. Padre Riccardo Lombardi: il “microfono di Dio”. Nei suoi veementi discorsi radiofonici c’era un’ansia di evangelizzazione corrispondente a una sincera volontà delle istituzioni ecclesiastiche di dettare, ai propri fedeli, norme di comportamento relative a tutti gli aspetti dell’esistenza.

DI NUOVO, PROPAGANDA

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La vittoria elettorale della Dc del 18 aprile 1948 determina il consolidamento definitivo del gruppo dirigente della Rai legato al partito cattolico. Le altre forze politiche laiche alleate della Dc continuano, dal canto loro, a sottovalutare l’importanza dei mezzi di comunicazione di massa. È l’inizio del centrismo. Frattanto nel Paese si verifica uno sviluppo neocapitalistico di stampo americano, che rappresenta il modello che la Dc e le organizzazioni cattoliche hanno alimentato e che i mezzi di comunicazione posti sotto il loro controllo si incaricano di conservare e sviluppare. Non tardarono le reazioni. Il 20 dicembre 1950 difatti, in un clima politico dominato dai settori più oltranzisti della Dc, un gruppo di deputati appartenenti ai più diversi schieramenti della Camera presentò la prima mozione nella storia della Rai contro la faziosità del suo giornale radio: “La Camera – era detto – afferma la necessità che il governo prenda i provvedimenti necessari affinché la radio italiana risponda alle esigenze della più stretta obiettività e imparzialità ponendo fine all’attuale indirizzo che fa della radio uno strumento di parte”.

IL DIBATTITO CONTINUA

Nel 1952 venne rinnovata la convenzione, che fu stipulata al di fuori di qualsiasi controllo parlamentare. Si è già accennato all’importanza di questa convenzione nei suoi aspetti tecnici e finanziari; dal punto di vista politico, essi costituivano altrettanti vantaggi per la concessionaria: si aumentavano le fonti di finanziamento, si accentuava il regime di monopolio, si riducevano al minimo i controlli formali sull’attività dell’azienda. Le nomine delle principali cariche – come ribadì la Presidenza del consiglio – divennero “di esclusiva competenza del governo”. L’approvazione della convenzione coronò definitivamente la santa alleanza tra l’Iri, la Dc e il vecchio gruppo di potere: quest’ultimo accettò perfino che venisse ridimensionato il ruolo della Sip, sentendosi abbastanza forte da porsi nei confronti dell’Iri come interlocutore protagonista. Il rinnovo era stato condotto in segreto dal nuovo presidente della Rai, Cristiano Ridomi. Un’ondata di scioperi e di proteste caratterizzò tutto l’autunno di quell’anno. Parlamentari, intellettuali, cittadini presentarono petizioni di condanna del comportamento della Rai. Nell’ottobre, su richiesta di un vasto movimento di opinione democratica, venne costituita l’Associazione radioabbonati e ascoltatori (Ara) per promuovere un’ampia azione di difesa dei diritti anche materiali (costo del canone, pubblicità ecc.) del pubblico di fronte agli interessi monopolistici dell’azienda.

TUTTO A ROMA

Oltre alle iniziative per la riduzione degli utenti abusivi, la rai sviluppò in quegli anni un’intensa campagna per reclutare nuovi abbonamenti. Questa propaganda venne impostata su tre direttive di fondo: stabilire un legame immediato con il pubblico (basterà ricordare le trasmissioni Il microfono è vostro, Botta e risposta, Radiosquadre), invitandolo a partecipare attivamente a manifestazioni radiofoniche di vasta attrattiva (concorsi a premio, referendum ecc.); promuovere l’interesse per la radio e per i suoi programmi, in special modo per quelli destinati a un largo ascolto; favorire e indirizzare l’apertura del mercato radio verso settori di pubblico con minore capacità di acquisto. In questo vasto programma di sviluppo dell’utenza vengono poste le premesse di un nuovo rapporto fra radio e pubblico, sia rispetto all’immediato dopoguerra, sia rispetto al periodo dell’Eiar: la radio punta ora decisamente al successo di un numero sempre maggiore di programmi, si intensificano le rubriche di intrattenimento, si gettano cioè le basi di quella tendenza che molti anni dopo verrà chiamata di “massimizzazione dell’ascolto”. Difatti, l’incremento netto, che nel 1947 era stato di 156 mila unità, nel 1953 fu di oltre 572 mila. Nello stesso periodo il numero degli abbonati passò da1.976.118 a 4.800.170, con un aumento del 243%. Alla fine del 1953 la posizione dell’Italia in campo europeo, relativamente alla densità radiofonica, era radicalmente cambiata, anche se la distanza rispetto alle altre nazioni si manteneva ancora piuttosto forte. Tra il 1948 e il 1952 possiamo, quindi, collocare il vero “decollo” dell’azienda, allorché la situazione economica e finanziaria della Rai si va gradualmente consolidando, raggiungendo anche margini attivi di bilancio. Motivi di questo rafforzamento furono l’incremento degli abbonamenti, il consolidamento

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finanziario ottenuto con l’incorporazione di società immobiliari che gestivano beni d’uso dell’azienda, l’aumento del canone, oltre a quello della tassa sui materiali che veniva percepita dalla Rai. Il 26 gennaio 1952 veniva rinnovata all’azienda Rai la concessione delle trasmissioni circolari, comprese quelle tv, per altri venti anni. La Rai è intanto, interamente, nelle mani dell’Iri.

CARI AMICI VICINI E LONTANI!

La sera del 29 gennaio 1951 frattanto, nasce il Festival di Sanremo: presenta Nunzio Filogamo e vince Nilla Pizzi con Grazie dei fior…. Il rapporto con la società si definisce in modo significativo, fino all’avvento della tv, anche in quelle trasmissioni che, in vario modo, si aprono a iniziative di solidarietà. Una delle occasioni straordinarie in cui il coordinamento tecnico e professionale dei giornalisti radiofonici si è coniugato con una funzione di stimolo alla solidarietà collettiva fu l’emergenza per l’alluvione del Polesine nel novembre del 1951. Con la riforma del 1951 invece, anche il giornalismo radiofonico venne potenziato. Nacque nel dicembre il nuovo giornale radio del secondo programma, Radiosera, concepito nello stile di un magazine, con una durata di mezz’ora – dalle 20.00 alle 20.30 – animato da una grande ricchezza di notizie, da un’impaginazione più agile, da una concezione più moderna del mezzo. L’alto livello professionale della radio italiana, durante l’intero decennio degli anni cinquanta, si manifestò non solo nelle edizioni del Gr, ma in un genere di informazione più meditata, spesso di rara efficacia linguistica, a volte addirittura di notevole bellezza estetica: il documentario (= “neorealismo radiofonico”). Di questo giornalismo, nel 1953, gli ascoltatori italiani conobbero un esempio straordinario con Notturno a Cnosso di Sergio Zavoli e Giovan Battista Angioletti, che ottenne il riconoscimento della stampa italiana al Prix Italia. Lo spettacolo di varietà non era da meno. Nel 1951 nasce Rosso e Nero, forse il programma leggero più famoso della radio del dopoguerra, con la regia di Riccardo Mantoni, presentato in un primo tempo da Mario Carotenuto e poi da Corrado. La gara di abilità, il gioco, la conquista dei premi in denaro – con il loro richiamo agli svaghi tipici delle feste popolari – vengono a poco a poco a costituire, insieme alle canzoni, la struttura portante dell’intrattenimento degli italiani. Si affermano programmi condotti da personaggi ben noti al pubblico: Nunzio Filogamo diventa il presentatore de Il microfono è vostro, gara tra dilettanti rimasta famosa soprattutto per il suo slogan: “Miei cari amici vicini e lontani, buonasera; buonasera ovunque voi siate!”. Ma il programma più popolare, in questo genere, fu senza dubbio Il Campanile d’oro, in cui si fronteggiavano – sotto l’egida di due città – singoli o gruppi di concorrenti provenienti da tutta Italia. Anche questa trasmissione – condotta da un giovanissimo Enzo Tortora – contribuisce, non meno di quanto si proponessero i programmi giornalistici, a far conoscere gli italiani agli italiani. Campanile d’oro diventa anzi il prototipo di un prodotto spettacolare tipicamente nazionale, la cui formula continuerà ad essere sfruttata in seguito. Un altro successo radiofonico, Il motivo in maschera condotto da Mike Bongiorno e basato su un indovinello musicale, sarà il modello de Il Musichiere, cavallo di battaglia televisivo di Mario Riva. A Jacopo Treves invece, si deve nel 1947 l’iniziativa del Manifesto della radio, un titolo programmatico sotto il quale venivano trasmesse opere radiofoniche – molte delle quali straniere – che avevano in qualche modo contribuito allo sviluppo di quelle ricerche sulla radio come mezzo artistico che erano state avviate negli anni venti e trenta dalle avanguardie storiche. Il dibattito animato attorno al Manifesto costituì una premessa fondamentale per l’istituzione del Premio Italia nel 1948 e del terzo programma nel 1950.

9. VEDERE A DISTANZA l’invasione delle immagini

La guerra era finita da appena sette anni e l’Occidente industrializzato stava cominciando ad assistere a uno dei più importanti “salti” tecnologici in tutta la storia dei media nel secolo ventesimo. La televisione, negli anni precedenti il conflitto mondiale, era ancora a uno stadio di

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tecnologia sperimentale e un mezzo a circolazione limitatissima, nonostante la Gran Bretagna avesse inaugurato il 2 novembre del 1936 il primo servizio televisivo regolare del mondo. Con la guerra, le esigenze belliche bloccarono dappertutto ogni ipotesi legata allo sfruttamento commerciale della trasmissione di immagini a distanza, ma al tempo stesso stimolarono la ricerca e l’innovazione nel settore elettronico ponendo le basi per il grande sviluppo futuro della televisione. (Sono gli anni del “miracolo” economico italiano). La diffusione del mezzo televisivo corrispose, in realtà, a una sorta di espropriazione della radio e la sua stessa sopravvivenza si avvalse di un compromesso. (= quello di fornire la televisione dei programmi che avevano sancito le sue fortune pur di vivere). Ma paradossalmente la televisione va tuttavia storicamente considerata una derivazione diretta della radio; è da questa che nasce infatti il mezzo più forte, sia dal punto di vista tecnico, sia dal punto di vista dei linguaggi e delle forme discorsive più frequentemente praticate. La radio non è stata cancellata dalla televisione, uscendo anzi a testa alta dalla crisi di sottomissione in cui sembrava averla gettata l’invadenza della “grande sorella”. Col tempo la radio ha dispiegato, in tutti i suoi generi, una strategia a tutto campo, fortemente vincente, seducendo di nuovo il suo pubblico, la sua capacità di attenzione, il suo rapporto con la parola.

PROVE TECNICHE DI TRASMISSIONE

Le ricerche teoriche sulla trasmissione a distanza delle immagini erano iniziate nel 1929 a Milano, su iniziativa di due ingegneri, Alessandro Banfi e Sergio Bertolotti, con la costituzione di un laboratorio sperimentale al quale la stampa e i periodici specializzati dedicarono subito numerosi servizi. In realtà, l’Italia si limitava in quegli anni a registrare scoperte fatte all’estero e ad applicarle su scala nazionale. Negli anni 1933 – 1934, con il passaggio dalla televisione meccanica a quella elettronica, l’evoluzione tecnologica avvicina il momento in cui sarà possibile un vero e proprio servizio di “radiovisione circolare”. Con la scoperta dell’iconoscopio di Zworykin, e con il passaggio dal sistema elettrico a quello elettronico, il progetto di una televisione pubblica comincia a fondarsi su più solide basi. Aprile 1933: I Conferenza internazionale per lo studio della televisione. 22 luglio 1939: Entra in funzione il trasmettitore tv di Monte Mario a Roma. 9 settembre 1952: Da Milano viene trasmesso il primo telegiornale della televisione italiana. (Periodo di Nino Manfredi, Raffaele Pisu ed Elio Pandolfi). 1° gennaio 1954: Giorno inaugurale del servizio televisivo italiano. La rete serviva un’area di circa 80.000 kmq con più di 20 milioni di abitanti, pari al 43% del totale della popolazione nazionale. In pochi mesi venne realizzata una rete televisiva all’altezza delle maggiori esistenti in Europa. Nel corso del 1954 la rete venne estesa a tutto il Centro del paese; nel 1955 toccò la Campania e l’anno successivo raggiunse la punta meridionale della Calabria e poco dopo anche la Sicilia.

L’APPARATO FORMA IL SUO PUBBLICO

Il 10 aprile 1954 la Rai, pur mantenendo la stessa sigla, cambia ufficialmente denominazione: Radiotelevisione Italiana al posto di Radio Audizioni Italia. Funzione economica e funzione politico-culturale si integrano nella nascente industria televisiva e la collocano sempre più al centro del processo di trasformazione del paese. Dal punto di vista dell’utenza privata, alla fine del 1954 la tv conta poco più di 88.118 abbonati, ma nel corso del 1955 tale numero si raddoppia; al termine del 1956 il numero degli utenti privati raggiunge i 306 mila abbonamenti; tra il 1956 e il 1957 le utenze salgono fino a 600 mila. In questo periodo si assiste al fenomeno della tv nei bar e nei locali pubblici, fenomeno che contribuisce ad allargare in modo elevato gli spettatori dei singoli spettacoli televisivi: tra il 1954 e il 1957 questi abbonamenti passano infatti da 16 mila a 78 mila e tale sviluppo spiega, in buona parte, come la frequenza d’ascolto fosse estremamente più alta delle singole teleutenze.

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VECCHI E NUOVI CONSUMI CULTURALI

Era inevitabile che la televisione finisse per comprimere lo spazio di altri settori dell’industria culturale. Il primo a risentire della crisi è il teatro. Paradossalmente invece, nel 1954, il consumo di cinema attraversa la sua “età dell’oro”. Nel momento in cui la tv entra nell’area del tempo libero lo spettacolo cinematografico occupa cioè un posto di primo piano fra i consumi di questo tipo: i 93 miliardi riservati dagli italiani al cinema costituiscono infatti il 78% della spesa destinata ai divertimenti. Di lì a breve però, le cose sarebbero cambiate in maniera sensibile.

PULPITO E CATTEDRA

Filiberto Guala: Primo grande manager dell’azienda di radiotelevisione (Amministratore delegato Rai). Nel suo progetto c’era già tutta la concezione pedagogica sulla quale verrà basata la programmazione televisiva per almeno un quindicennio; c’era l’idea di un educatore collettivo – pulpito e cattedra, come fu detto – profondamente radicato nell’identità moderata, cattolica, sentimentale della maggioranza degli italiani, così come essa ebbe ad esprimersi, in un decennio eccessivamente condannato. Egli introdusse inoltre, il “codice di autodisciplina” a uso degli addetti alla programmazione televisiva.

10. IL MAGICO OCCHIO LUMINOSO moderno e antimoderno

Moravia si scagliò contro la “sotto Italia”. Giorgio Bocca paventava una sterile omologazione di tutte le culture regionali. Paolo Monelli metteva in guardia dai pericoli della televisione. Pasolini, in modo più profondo e angoscioso, si sarebbe interrogato sulle trasformazioni di un mondo che aveva visto la scomparsa delle lucciole. Colpendo la televisione si volevano colpire i modelli del capitalismo consumistico, il mito del profitto, i simboli di una società in evoluzione. Per gli intellettuali, soprattutto per quelli schierati e “ingaggiati” nei partiti della sinistra socialcomunista, la televisione minacciava l’egemonia di un magistero esercitato in quasi tutti i settori tradizionali della cultura.

IL “MIRACOLO” E IL SUO SCHERMO

Quando Marcello Rodinò divenne amministratore delegato Rai al posto del dimissionario Filiberto Guala, Antonio Segni era alla Presidenza del consiglio e Giovanni Gronchi al Quirinale. La Rai visse per nove anni, durante il periodo da lui governato, la stagione migliore di tutta la sua storia. Era il primo segno di una virata laica, se così si può dire, nel controllo del mezzo radiotelevisivo,

nonostante fosse evidente il perdurare di una estrema sensibilità della Chiesa per le comunicazioni di massa. Con la ristrutturazione operata da Rodinò la Rai assunse quella fisionomia aziendale tecnica e culturale che la distinguerà per tutti gli anni sessanta. 19 dicembre 1957: Viene inaugurato il nuovo Centro di produzione tv di via Teulada a Roma. La società italiana si avviava a realizzare il suo “miracolo”. Se nel 1958 solo il 12% delle famiglie possedeva un televisore, con il 1965 la percentuale sale al 49. In quattro anni gli abbonati alla televisione avevano superato il milione. In un decennio, coloro che possedevano un frigorifero passarono dal 13 al 55% e quelli che avevano la lavatrice dal 3 al 23%. Tra il 1950 e il 1964 le automobili private passarono da 342.000 a 4.670.000 e i motocicli da 700.000 a 4.300.000. Questo modello di sviluppo vertiginoso era carente sul piano dei valori collettivi. Al benessere non corrisposero l’elevazione del senso civico, l’incremento dei servizi pubblici, la crescita politica e sociale di una comunità nazionale. Il “miracolo” si rivelò un fenomeno squisitamente privato e la televisione fu, di questa tendenza, il massimo rilevatore.

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Anica: Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive. Le 3 reti radiofoniche e successivamente televisive Rai erano così ripartite: la 1° rete (nazionale) informava, la 2° divertiva e la 3° educava. Come si vede, le 3 diverse specificità sono tuttora presenti nella programmazione Rai. Servizio opinioni: sonda i gusti degli italiani.

GLI ANNI DEL “SACCHEGGIO”

La popolarità crescente del nuovo mezzo di comunicazione è dimostrata anche da quella delle sue annunciatrici: Nicoletta Orsomando a Roma, Maria Teresa Ruta a Torino e Fulvia Colombo a Milano. Le signorine “buonasera” devono essere ovviamente molto belle, ma riservate, non aggressive e non sexy. Grande signorilità, assenza di trucco, sorriso discreto: è l’immagine della donna in tv, che non deve turbare gli italiani, che deve suggerire l’idea di una moglie non quella di un’amante. (Periodo di Padre Mariano con Sguardi sul mondo). Dal 1995 l’attore Giorgio Albertazzi conclude la serata televisiva con il suo Appuntamento con la novella. Il volto e la voce, le mani che sfogliano un libro colpiscono la fantasia del pubblico femminile più giovane: è il primo caso di divismo televisivo, subito seguito da quello di Vittorio Gassman interprete della riduzione del romanzo di Dumas, Kean, e successivamente protagonista della serie Il Mattatore di Federico Zardi. Questo programma anticipa alcune tipologie future dell’impianto spettacolare elettronico: il programma a contenitore, la contaminazione di più mezzi espressivi, la parodia, l’incursione in territori riservati ad altri media. Da ricordare anche: il regista Anton Giulio Majano, protagonista del teleromanzo all’italiana, finalmente autonomo e L’amico degli animali con Angelo Lombardi, decisamente formativo nonostante fosse condotto nelle forme dell’intrattenimento leggero. La tv dei ragazzi invece, comincia ad essere al centro delle indagini del Servizio opinioni; esse determinano, negli addetti alla programmazione, una grande sensibilità per i bisogni di questa utenza così delicata e particolare. L’espressione più riuscita di questa tendenza fu Lo Zecchino d’Oro, nato nel 1957 e trasmesso per anni dal Teatro dell’Antoniano di Bologna. Il primo esperimento di educazione per adulti fu invece Non è mai troppo tardi del 15 novembre 1960, nato in concomitanza con la campagna di alfabetizzazione delle aree depresse voluta dai governi dell’epoca. Si trattava di un vero e proprio corso di insegnamento della lingua italiana per analfabeti con trasmissioni trisettimanali, realizzato mediante l’installazione di 2.000 televisori collocati in altrettanti punti di ascolto sparsi in tutta Italia. (= Il maestro era Alberto Manzi, che fece prendere la licenza elementare a più di un milione di analfabeti).

MENTRE CRESCE LA TV, LA RADIO…

Se la televisione, dopo quattro anni dall’inizio ufficiale delle trasmissioni, farà registrare più di un milione di abbonamenti – un’impennata eccezionale se si considera che il dato risulta superiore a quello registrato contemporaneamente in Francia e appena inferiore a quello di Germania e Urss – la radio nel 1958 supera i 7 milioni di abbonamenti, distribuiti in 4 milioni al Nord, 1.500.000 al Centro e il restante 1.500.000 tra Sud e Isole. Nel confronto continuo fra i due mezzi, radio e tv, assume rilievo la tendenza del primo (la radio) a ritornare a un uso più ampio delle trasmissioni “dal vivo”. In generale, per quanto riguarda il decennio successivo all’inizio delle trasmissioni televisive, la prima reazione della radio sembra quella di “giocare in difesa”, puntando sul prestigio della propria tradizione e sfruttando anche qualche effetto di rimbalzo dai programmi tv. (Prende ufficialmente il via il servizio di Filodiffusione: è la radio diffusa attraverso una rete di telecomunicazioni il cui ultimo tratto, quello che raggiunge l’utente, utilizza il doppino telefonico con cui sono cablati gli edifici serviti dalla telefonia fissa).

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RITORNO A CASA

Surclassando la radio, l’esperienza “leggera” della televisione di quegli anni stabilisce prepotentemente l’egemonia del mezzo, che sconvolge le abitudini degli italiani, che risponde alla domanda assai viva del “fantasticare”. Autori e interpreti vengono ripresi direttamente dal grande serbatoio del teatro di rivista e varietà: su tutti Garinei e Giovannini. Poi, è l’incrocio fra il quiz e lo spettacolo leggero che agisce come straordinario moltiplicatore produttivo, contribuendo in maniera decisiva all’aumento del genere nel palinsesto della tv tradizionale. Appena tre anni dopo l’inizio di Lascia o raddoppia? nascono due programmi che segneranno il definitivo lancio di questo settore. Nel 1957 si assiste al successo di Un, due e tre che, dopo il suo esordio nel 1954 con Mario Carotenuto, verrà presentato da Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello, e alla nascita del Musichiere condotto da Mario Riva. “Ritorno a casa” è la denominazione data alla fascia preserale: nella dimensione familistica la funzione antropologica della tv ha il merito di proporre il diverso, l’altro, il non ancora conosciuto, dà forma all’immaginario di tutti. Nessuno dei media esistenti ha la capacità di essere contemporaneamente più cose come la tv: informazione e spettacolo, produttore di opinioni e di immaginario, stabilizzatore del consenso e stimolo di novità. Ma, soprattutto, nessuno di essi ha la possibilità di raccordare la propria proposta culturale, ancorché limitata, tradizionale e moderata, con il messaggio pubblicitario, il Carosello, indiscusso protagonista della rivoluzione dei consumi. Dal 3 febbraio 1957, fino all’immotivata e improvvisa abolizione del programma dopo la riforma del 1975, la formula pubblicitaria televisiva del “racconto breve” – due minuti di spettacolo cui seguiva un rapido advertising – diventa un appuntamento di grandissimo richiamo popolare. Spettacolo nello spettacolo, televisione nella televisione, Carosello crea un vero e proprio star system di personaggi-divi, la cui vita privata non si esaurisce nella breve storia rappresentata ma continua fuori di essa.

GOOD MORNING AMERICA!

La televisione rappresentò il veicolo primario attraverso il quale la penetrazione statunitense si impose nel nuovo processo di socializzazione delle masse che l’Italia stava sperimentando, anche se l’America che, attraverso il video, entrò nelle case di tutti fu comunque riveduta e corretta da un preciso disegno di adattamento alla sensibilità, alla ricettività, alla mentalità italiane. Se è vero che molteplici furono i tentativi di copiare il modello americano, la televisione italiana si impose alla fine per i suoi caratteri di autentica originalità. L’amico del giaguaro a esempio, del 1961, porta alle

estreme conseguenze l’abitudine ormai invalsa di costruire intorno ai quiz un vero e proprio spettacolo di varietà, che vive per suo conto snaturando l’immediatezza e la concisione dei game shows americani cui si ispirava. (Il quiz risulta solo un pretesto per introdurre i numeri di Gino Bramieri e Raffaele Pisu). Da citare anche Campanile Sera, nato nel 1959, che rappresenta il più originale e illuminante ritratto antropologico dell’Italia della fine degli anni cinquanta: una gara collettiva fra comuni di differenti regioni, condotta da Mike Bongiorno. Canzonissima: il programma, che nasce nel 1956 alla radio con il titolo Le canzoni della fortuna, è il primo esempio di abbinamento fra una gara di canzonette e una lotteria gestita dallo Stato. Il nome Canzonissima compare solo nel 1958, con una nuova formula che prevede numeri di varietà, balletti, parodie; il programma è tenuto a battesimo da Delia Scala, Nino Manfredi e Paolo Panelli. Canzonissima è inoltre un vero e proprio trampolino di lancio per divi emergenti: Walter Chiari, Sandra Mondaini, Corrado, Raffaella Carrà, Loretta Goggi, Pippo Baudo. In una sola occasione – quella tanto contestata del 1962 – gli autori, Dario Fo e Franca Rame, ne furono anche gli interpreti. Dall’America arrivano invece ben presto altri prodotti: con le serie Perry Mason e Hitchcock l’amore per il poliziesco esplode irrefrenabile. Dal novembre del 1959 Giallo Club, presentato da Paolo Ferrari e Francesco Mulè, diventerà un grandissimo successo televisivo, conterà tre serie fino al 1961 e lancerà un personaggio celebre, il tenente Sheridan, ovvero Ubaldo Lay. La formula del “giallo-quiz” segna un’esperienza nuova nella vita dell’ente televisivo italiano, che, per la prima

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volta, passa dal ruolo di importatore di modelli americani a quello di produttore, in grado di offrire al pubblico uno spettacolo inedito. Il 13 luglio del 1960 intanto, la Corte costituzionale respinge due tentativi di concorrenza alla Rai (da parte delle società Tempo Tv e TVL = Televisione Libera), salva il monopolio di Stato ma sollecita il governo ad aprire le porte della Rai “a chi era interessato ad avvalersene per la diffusione del pensiero nei diversi modi del suo manifestarsi”. Iniziava frattanto la costruzione della nuova sede (Rai) della direzione generale di Roma in viale Mazzini.

11. RIBALTA ACCESA una fabbrica di consenso

Gli anni sessanta si aprono con un trauma: Genova, e poi Reggio Emilia, Palermo e Catania sono insorte contro il governo Tambroni e contro il tentativo di reazione politica del neofascismo che ha visto la mobilitazione delle piazze, delle fabbriche, degli intellettuali e di tutte le forze democratiche. È un grande momento di separazione, una cerniera importante che chiude un’epoca durata quindici anni. Il centrismo è ormai un’esperienza politica che, tra poco, verrà superata dal centro sinistra, con la partecipazione del Partito socialista al governo. Un esperimento pazientemente governato da Aldo Moro, divenuto segretario della Dc nel 1959. I mezzi d’informazione sono al centro di questa crisi di rinnovamento e ne registrano tutti i passaggi. (L’11 ottobre 1960 nacque Tribuna elettorale poi politica). Il decennio si apriva all’insegna di profondi cambiamenti, cui andò ad aggiungersi la grande rivoluzione rappresentata nel mondo cattolico dalla figura di un papa decisamente innovatore come Giovanni XXIII, che con il Concilio Vaticano II avrebbe avviato una radicale trasformazione della Chiesa. (Periodo di Fanfani e di Ettore Bernabei, direttore generale Rai, al quale spettava il compito di dover trasformare l’azienda in una grande fabbrica di consenso). Dopo quasi quarant’anni di ribalta, usciva di scena Antonio Piccone Stella (Francalancia) ed entrava Enzo Biagi. Il 4 novembre del 1961 veniva attivato il secondo programma (“Rai 2”).

NUOVI FATTORI DI CAMBIAMENTO

L’offerta televisiva non è più vissuta come fruizione occasionale di un singolo programma, ma tende a trasformarsi in abitudine di ascolto. Nasce il palinsesto classico della Rai monopolistica, caratterizzato da rigidità delle collocazioni e verticalità degli appuntamenti. Dal 1963, istituito un comitato per la programmazione, la politica del palinsesto divenne la filosofia di fondo dell’offerta televisiva della Rai di Bernabei. La costruzione della “serata” sul piccolo schermo faceva parte di una strategia di controllo dei contenuti e di dosaggio delle diverse collocazioni. Momento produttivo e offerta dei programmi si separano completamente. (Nascita delle registrazioni videomagnetiche). Va ricordato inoltre, che il 18 ottobre del 1961 era stata costituita la società Telespazio, con capitale ripartito fra la Rai e l’Italcable. Da quel momento la Rai conserverà per molti anni il monopolio delle trasmissioni via satellite sul territorio nazionale.

LA QUESTIONE DEL COLORE

Nel 1965 il parlamento aveva deciso di rinviare al 1970 l’introduzione della tv a colori in Italia. Dal 1962 era iniziata la sperimentazione. Il trasmettitore di Monte Mario a Roma aveva cominciato a irradiare i rimi segnali televisivi a colori secondo il sistema americano NTSC. Il servizio di televisione a colori verrà introdotto nel 1975; quindi, per quasi un decennio, un procedimento tecnologico ormai largamente disponibile, e profondamente innovativo, resta bloccato sul mercato italiano. UER: Unione Europea di Radiodiffusione.

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I PROGRAMMI CHE HANNO FATTO LA TV

Nel decennio 1960-70 la Rai si dedica alla creazione di un pubblico popolare il più possibile omogeneo. Un progetto favorito dalla dimensione sempre più familiare dell’ascolto e perseguito attraverso l’estensione della programmazione intorno a tre grandi aree tematiche: lo spettacolo leggero e di varietà, la musica leggera, e i programmi culturali e d’informazione. Nasce la Domenica sportiva. Nel gennaio del 1961 il decennio televisivo si apre sullo spettacolo delle gambe, senza calzamaglia, delle gemelle Alice ed Ellen Kessler. Costoro propongono un erotismo “freddo”, che non emoziona e non turba, quindi lecito, tutto assorbito dalla perfetta macchina scenografica di Giardino d’inverno, prima, e di Studio Uno, poi. Da Canzonissima “nasce” Mina. Il Festival di Sanremo diventa infine l’unico grande appuntamento in diretta della programmazione annuale del palinsesto televisivo. Sul piano artistico la storia del Festival è in primo luogo la storia dell’adattamento fra un evento, nato e concepito per la radio, e la ripresa televisiva; sul piano sociale essa è anche la storia di una progressiva unificazione del pubblico che vede rispecchiati i suoi gusti musicali. (Periodo di Pippo Baudo e Raffaella Carrà). Avventure della scienza, di Enrico Medi, fu la prima trasmissione tv ad aprire le porte dei laboratori scientifici. La lezione universitaria, chiara e precisa, è l’impianto comune di questa e altre trasmissioni tipo Orizzonti della scienza e della tecnica di Giulio Macchi. Nascita di una dittatura: grande capolavoro storiografico oltre che televisivo di Sergio Zavoli. 20 gennaio 1963 TV 7 di Enzo Biagi: nuova rubrica giornalistica in cui era già possibile scorgere i caratteri del moderno news magazine. Le rubriche Cordialmente e Zoom invece, erano state entrambe programmate con l’obiettivo di raccogliere intorno a temi di attualità sostanzialmente poco impegnativi il favore di un pubblico alla ricerca di nuovi modelli. La seconda ebbe il merito, tra gli altri, di rivelare il volto di Laura Antonelli. Ironicamente trasgressivo, ma in realtà ideato proprio per contribuire alla miglior conoscenza del paese, della vita nascosta e inespressa dei suoi abitanti, dei comportamenti banali e delle abitudini indotte, Specchio segreto di Nanni Loy vuol cogliere le reazioni più immediate di persone comuni attraverso una telecamera invisibile o camuffata. Il programma, ricalcato sul modello americano Candid Camera di Allen Funt, adotta lo scrupolo di avvertire coloro che vengono ripresi; non è

trasmesso in diretta, ma opportunamente montato e messo in onda con l’autorizzazione degli involontari protagonisti. Ancora una volta una intenzione educativa e, al tempo stesso spettacolare, che riesce a condensare in un’ora di programma, collocato nella fascia di prima serata del nazionale, la cosiddetta “ribalta accesa”, tutti i generi televisivi. Bisogna sottolineare che, dietro l’apparente trasgressione del cinéma vérité, la televisione di quegli anni adotta formule di grande originalità espressiva, il cui scopo non è mai puramente evasivo ma tende a conoscere, riconoscere, e possibilmente interpretare la realtà sociale e culturale dell’Italia e del mondo.

QUEL PICCOLO, QUASI INTIMO STRUMENTO…

La radio intanto, sembrava aver perduto molte delle sue qualità. I tempi cambiavano velocemente e la radio ne restava in qualche modo tagliata fuori. Era anche scomparso, o quasi, quel divismo radiofonico che si era imposto come il segno maggiore dell’autonomia e della vivacità della proposta espressiva del mezzo. Nella trasmissione La trottola, debutta Alighiero Noschese mentre Pippo Baudo si rivela con Il mondo del varietà, poi con Domenica insieme, che anticipa anche nel titolo il contenitore festivo dei tardi anni settanta, e infine con Caccia grossa, nel quale manifesta notevoli attitudini di intervistatore. Così Maurizio Costanzo, che nel suo Cabaret delle 22 del 1965 inaugura la gentile chiacchiera da salotto su usi e costumi dei suoi concittadini che in seguito lo renderà famoso. Sempre nello stesso anno nasce il popolarissimo Bandiera gialla di Gianni Boncompagni “severamente vietato ai maggiori di anni 18”, nel quale c’è già molto delle trasgressive impertinenze del futuro Alto gradimento. I nuovi appuntamenti sportivi della domenica, Tutto il calcio minuto per minuto e 90° minuto, con le voci di Nando Martellini, Paolo Valenti e del grande,

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indimenticabile Nicolò Carosio, caratterizzano ulteriormente il panorama di questa prima metà degli anni sessanta in cui, se la programmazione presenta un andamento sostanzialmente tradizionale, il complesso cambiamento nelle consuetudini dell’ascolto radiofonico appare già definito e avviato. Con l’avvento del transistor – e quindi con la rivoluzione delle dimensioni ed una migliore maneggevolezza dell’apparecchio – la radio accentua la propria peculiarità di mezzo di comunicazione individuale. La riforma della radiofonia promossa dal suo direttore, Leone Piccioni, nel 1966 non è una semplice operazione di cosmesi, ma un autentico rinnovamento di modelli, di palinsesti, di programmi. Di fatto, vengono ideate e prodotte trasmissioni destinate ad entrare nelle abitudini di ascolto di un pubblico che è, inscindibilmente, soprattutto spettatore televisivo. Gran varietà presentato da Johnny Dorelli. Da ricordare Radiosera. Dal 6 marzo del 1966 nell’etere italiano c’è una presenza nuova, frutto dell’intuizione di Noel Coutisson che aveva pensato e ottenuto la nascita di una stazione radiofonica dedicata al mercato italiano, anche se collocata in territorio estero. Già nell’ultimo scorcio degli anni sessanta, in pieno rivolgimento studentesco, la voglia di “chiacchiera” liberamente divagatoria appare anche nei canali della Rai, fino al momento in cui verrà magistralmente interpretata, nei suoi aspetti più corrosivi, dal fenomeno di Alto gradimento. Con Chiamate Roma 3131 invece, per la prima volta il telefono diventa strumento costitutivo, e non solo occasionale, di un programma radiofonico. Per mezzo del telefono la radio si apre ai suoi ascoltatori invertendo il senso di direzione del messaggio, spostando il centro di irradiazione e collocandolo qua e là, in una topografia densa di suggestioni per l’immaginario dell’ascoltatore. (Periodo di Carmelo Bene). Nel 1973 nasce la serie delle Interviste impossibili, che restano nella storia della radio un esperimento unico, per valore artistico e presa spettacolare, nei rapporti spesso scontrosi e diffidenti tra gli intellettuali italiani e la radiotelevisione pubblica.

LA CENTRALITA’ DELLA RAI

Nel novembre del 1966 davanti alla nuovissima sede di viale Mazzini, il palazzo di vetro progettato dall’architetto Berarducci, era stata inaugurata una statua dello scultore Messina raffigurante un cavallo di bronzo nell’atto di ergersi rampante. A molti quel significato apparve oscuro, anzi del tutto opposto, e l’interpretazione corrente rimase quella di un cavallo che non ce la fa ad alzarsi, che muore. Un simbolo ambiguo che finirà per compendiare il destino della Rai negli anni a venire, sempre in bilico fra centralità e marginalità. Il 25 giugno 1967, per la prima volta, un miliardo di telespettatori era stato raggiunto simultaneamente da suoni e da immagini attraverso la “Mondovisione”. La Rai partecipava, in rete Eurovisione e Intervisione, al primo collegamento diretto tv con cinque continenti, realizzato con l’impiego di cinque satelliti, di cui due per la zona dell’Atlantico, due per la zona del Pacifico, e uno sovietico. Periodo della “rivoluzione” del 1968, della riforma della Rai (che nacque in questo clima anche se fu varata solo nel 1975), dello Statuto dei lavoratori, della legge sul divorzio, di Gianni Granzotto amministratore delegato Rai). Lottizzazione: termine di Alberto Ronchey che finirà per indicare quel criterio di suddivisione bilanciata del potere Rai, assumendo quindi, una valenza fortemente negativa. Il 20 e il 21 luglio del 1969, 40 milioni di italiani durante il giorno e 30 milioni per tutta la notte avevano assistito, incollati al teleschermo, in compagnia di Tito Stagno e di Enrico Medi, all’arrivo del primo uomo sulla Luna. Se il cavallo sembrava morente, la televisione era più viva che mai.

12. ANNI DI PIOMBO un monopolio pubblico e riformato

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Il partito di maggioranza, la Democrazia cristiana, attraversava un momento di crisi, divisa più che mai nelle sue correnti proprio quando avrebbe avuto bisogno di una direzione chiara e sicura. Nella primavera del 1970 vennero istituite le Regioni e vennero definiti i meccanismi operativi dell’istituto del referendum. Forse, anche se un po’ semplicisticamente, si può affermare che la storia della radiotelevisione, per un periodo limitato che va dal 1970 al 1975, può essere vista come una continua oscillazione tra fermenti rivoluzionari e istanze di ristrutturazione capitalistica. Nel compromesso che si stabilì tra l’una e l’altra di queste opzioni finirà per vincere una terza strada, quella di un mercato da capitalismo selvaggio, che inizialmente sembrava accontentare un po’ tutti ma che, durante il tormentato ultimo decennio, riuscirà a imporre l’assolutismo del duopolio. Altri interventi della Corte costituzionale sancirono, nel 1974, l’illegittimità di quel particolare monopolio (Rai), per la forma in cui veniva esercitato, e ne imposero in tempi brevi la sua decisa trasformazione. All’interno stesso della Rai vi era un gruppo formato da dirigenti, ben consapevole che occorreva mutare qualcosa affinché, tutto restasse tale e quale (almeno per loro). Ricordare a tal proposito la redazione di un famoso documento, da parte di tre esperti, in cui si delineava una Rai che doveva essere più azienda e meno fabbrica di consenso. Fu il neopresidente Aldo Sandulli a firmare l’ordine di servizio del 1969 che rimpastando tutte le cariche aziendali portò più a zone d’ombra che a miglioramenti. (Periodo di Giuseppe Saragat capo dello Stato). Sempre più difficile era trovare un accordo sul modo di intendere l’obiettività e l’imparzialità cui era tenuto un pubblico servizio. La polemica scoppiata su un’inchiesta di TV 7, Un codice da rifare, realizzata da Sergio Zavoli, e che fu pretestuosamente accusata da De Feo di tendenziosità e di faziosità, suscitò una energica presa di posizioni a favore del giornalista, generò una valanga di interrogazioni parlamentari e produsse, il 18 febbraio 1970, le dimissioni di Sandulli. Da questo momento si apre nella Rai una crisi lunga e difficile. Tutto questo avveniva alla vigilia del rinnovo della convenzione ventennale fra lo Stato e la Rai che scadeva il 15 dicembre del 1972. In quello stesso periodo cominciano a comparire le prime televisioni locali private via cavo. Il fronte di contestazione del monopolio è tanto ampio quanto composito, ma due sono le linee di fondo sulle

quali esso si articola: la linea della riforma interna dell’azienda e la linea dell’apertura alla privatizzazione. In questo clima così vario e indefinito prende corpo l’ipotesi di privatizzazione avanzata da Eugenio Scalfari che intravede nella concorrenza fra pubblico e privato l’unica scelta operativa possibile. Nasce così quella campagna di stampa che, raccogliendo vaste forze imprenditoriali, in dieci anni porterà all’abolizione del monopolio della Rai e conquisterà persino il favore del Partito socialista che, all’epoca, è invece del tutto contrario a ogni ipotesi di privatizzazione. In casa Rai gli abbonamenti erano diventati 10.951.341. Ventisette studi televisivi, suddivisi nei quattro centri di produzione di Roma, Milano, Torino e Napoli, servivano una popolazione del 98% sul programma nazionale e del 91% sul secondo.

FERMENTI NELL’ETERE

Nel 1970, la Mondadori, la Rusconi, l’Olivetti cominciano ad interessarsi al prodotto audiovisivo e a studiare la possibilità di sfruttamento commerciale delle nuove tecniche di riproduzione elettronica dell’immagine. Ma la vera novità è rappresentata dall’interesse che si sta manifestando nei confronti della tv via cavo come mezzo di comunicazione di massa. Non a caso la prima televisione privata che nel 1971 riesce a trasmettere in Italia è proprio una televisione di questo tipo: Telebiella. In seguito però, questa e molte altre stazioni locali via cavo, in base al nuovo Codice postale, modificato dal Ministro Gioia, vennero dichiarate tutte fuorilegge. Gran parte del mondo politico si oppone all’applicazione del nuovo articolo del Testo Unico: i repubblicani chiesero la sostituzione del Ministro delle poste e telecomunicazioni; comunisti e socialisti definirono del tutto arbitraria la sua decisione. Nel maggio del 1973 il governo Andreotti cadde proprio su questo intoppo. Nel mentre, un altro fenomeno sembrava mettere in serio pericolo il monopolio della concessionaria. Si trattava della presenza in Italia dei ripetitori della Svizzera

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italiana e di Capodistria che consentivano la ricezione dei programmi di queste emittenti in diverse regioni del paese. L’iniziativa era stata presa dai fratelli Marcucci per costituire una vera e propria rete. La RTSI e Tele Capodistria trasmettono già a colori e rappresentano, per molti italiani, una novità allettante: i campionati mondiali di calcio disputati nel 1974 in Germania federale furono in moltissimi casi seguiti attraverso le trasmissioni a colori delle due stazioni estere, con un notevole svantaggio per la Rai. Non fu certo casuale, dunque, se la prima delle due rivoluzionarie sentenze emesse dalla Corte costituzionale nel luglio del 1974, la n. 225, riguardasse proprio l’illegittimità del decreto con cui un mese prima, il 7 giugno, il nuovo Ministro delle poste Togni aveva ordinato lo smantellamento dei ripetitori delle due emittenti straniere. È questa una prima grande svolta giuridico-istituzionale: la sentenza osservava che “la riserva dello Stato trova il suo presupposto solo nel numero limitato delle bande di trasmissione riservate all’Italia” e che quindi l’abbattimento dei ripetitori delle televisioni straniere avrebbe costituito una sorta di sbarramento “alla libera circolazione delle idee” compromettendo un bene essenziale della vita democratica. La seconda sentenza, la n. 226, definiva legittima la riserva allo Stato della concessione per la tv via etere e liberalizzava definitivamente la tv via cavo in ambito locale. Nella prima delle sue sentenze la Corte aveva inoltre osservato che le norme regolatrici dell’esercizio radiotelevisivo svolto dalla Rai non offrivano sufficienti garanzie di imparzialità, obiettività e pluralismo, qualità considerate essenziali per la stessa permanenza in mano pubblica dell’attività ad essa riservata. Aveva inoltre raccomandato l’intervento del legislatore al fine di definire nuove regole per il servizio pubblico che fossero finalmente in conformità con il dettato costituzionale. Prendendo atto implicitamente della frantumazione del consenso stabilitosi agli inizi degli anni cinquanta sulla compatibilità del monopolio della Rai con gli articoli 21, 41, 43 della Costituzione, la Corte aveva segnalato al parlamento sette temi fondamentali che dovevano caratterizzare il nuovo assetto del servizio pubblico e sui quali fu modellata tutta la fisionomia della legge di riforma. Pronunciandosi in favore di una prima apertura ai privati in ambito locale la Corte aveva escluso il rischio delle

concentrazioni per la limitatezza dei costi; tuttavia questa decisione arriva proprio nel momento in cui inizia la parabola discendente della tv via cavo e si comincia, al contrario, a intravedere la convenienza economica della tv via etere. Con le sue sentenze la Corte aveva certamente impresso un’accelerazione decisiva al processo di riforma, ma aveva anche determinato un vuoto legislativo suscettibile di essere colmato dall’intervento dell’iniziativa privata. Attraverso numerose possibilità di interpretazione legislativa si fanno strada, dall’estate del 1974, le prime esperienze di emittenti “libere” via etere. Il 5 agosto 1974 va in onda la prima trasmissione per l’Italia di Telemontecarlo. Neanche una settimana dopo, il 10 agosto, Firenze Libera inizia le trasmissioni via etere. Nel settembre del 1974 Silvio Berlusconi, fa nascere Telemilano via cavo, e nell’ottobre si costituisce l’Anti (Associazione nazionale delle teleradiodiffusioni indipendenti) che raggruppa già 24 stazioni. Dopo un’ampia discussione, la legge n. 103 (riforma Rai) venne finalmente approvata il 14 aprile 1975. La legge si basava su tre grandi nodi fondamentali: a) la riserva allo Stato della diffusione dei programmi su scala nazionale. La Rai inoltre, sarebbe stata gestita e controllata dal parlamento e non più dall’esecutivo; b) le istanze locali e le esigenze di decentramento e di partecipazione delle associazioni dei cittadini alla produzione di messaggi radiotelevisivi venivano affidate alla costituzione di una terza rete pubblica e allo sviluppo di reti televisive via cavo il cui bacino di utenza non doveva superare i 150 mila abitanti, alle quali era vietate l’interconnessione e fatto obbligo di produrre almeno il 50% dei programmi trasmessi; c) la ripetizione sul territorio nazionale di televisioni straniere – che non risultavano costituite al solo scopo di diffondere programmi sul territorio italiano – era consentita in base alla sentenza della Corte cui s’è fatto cenno. Una legge scritta per un contesto monopolistico rischiava di bloccare lo sviluppo di una grande azienda improvvisamente venuta a trovarsi in una realtà di mercato non regolato, a tutto vantaggio dei concorrenti. Un altro intervento della Corte costituzionale cambia nuovamente le regole del gioco. È la sentenza n. 202 del luglio 1976 che dichiarando incostituzionali gli articoli 1, 2, 14, 45 della neonata legge

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103 autorizza le trasmissioni via etere di portata non eccedente l’ambito locale. È la definitiva mossa liberalizzatrice. (Tra le novità del periodo in oggetto, vanno citate la miniaturizzazione dei mezzi tecnologici e la diffusione del telecomando). CATV: (Community Antenna Television)

PICCOLE ANTENNE CRESCONO

Il ’68 aveva tuttavia inaugurato un decennio di creatività diffusa che trovò nella radio, pubblica e poi privata, il suo sbocco naturale. Questa creatività intelligente e assurda, ma anche fantastica e demenziale, venne rivelata proprio da una trasmissione della Rai: Alto gradimento, nata nel 1970 per merito di Renzo Arbore e Gianni Boncompagni. La più stravagante galleria di personaggi del repertorio radiofonico aveva “letteralmente messo in scena tutto l’armamentario linguistico, tutti gli effetti di stravolgimento, tutte le tecniche trasgressive proprie dell’avanguardia”. Quella straordinaria trasmissione diventerà il modello di quasi tutte le radio libere apparse nel corso del decennio. Senza Alto gradimento è impossibile capire nella sua totalità il fenomeno dell’emittenza privata, del suo linguaggio iterativo e afasico, del suo ascolto epidermico e trasversale. Più che nella televisione, è stato nella radio che la pratica dell’imitazione si è esercitata da parte delle radio libere, con una singolare mescolanza di competitività invidiosa e di spocchiosa distruttività. (È di questo periodo anche La Corrida, presentata da Corrado). Boom delle radio locali e comparsa dei primi disk-jokey. A Roma comincia a trasmettere Radio Città Futura (di Renzo Rossellini, figlio del noto regista): emittente fortemente politicizzata, che si propone un vero e proprio obiettivo di lotta contro “l’informazione borghese”. A Bologna nasce Radio Alice e altrove Radio Radicale. Le più

autorevoli di questo genere di emittenti si costituiscono in Federazione, la Fred, per contrastare qualsiasi forma di oligopolio nell’emittenza privata. Inizia poi una fase di transizione che possiamo collocare intorno al 1977-80. Sono gli anni di piombo che insanguinano il paese. Sono anche gli anni in cui si progetta e si lancia la nuova terza rete televisiva, in cui nascono le prime concessionarie di pubblicità. Da questo momento la Rai si trova a subire le conseguenze di una doppia legge: quella di riforma e quella del mercato.

RETI E TESTATE

Nonostante tutto la televisione della riforma, modificando alcune caratteristiche strutturali, produce continuamente pubblico. Nasce anche una nuova struttura centrale per la produzione di trasmissioni didattiche: il Dipartimento scuola educazione. Periodo del “decentramento operativo Rai” che equivale a una maggiore concorrenza interna e quindi, a una più spiccata vitalità e ricchezza. Nascono inoltre in quegli anni alcune delle innovazioni che caratterizzeranno l’offerta televisiva per moltissimo tempo: la collocazione quotidiana “in striscia” del telefilm nella fascia preserale; il film la domenica pomeriggio; la dilatazione dei tempi “a contenitore” dei programmi; la stabilizzazione della sfasatura tra TG 1 (ore 20) e TG 2 (ore 20.30 e, successivamente, 19.45). Termina infine, la programmazione di Carosello. Onde assicurarsi le migliori condizioni di ascolto è naturale che ciascuna rete punti su programmi di intrattenimento (ricompare sulla prima, il giovedì, un nuovo quiz, Rischiatutto con l’immancabile Mike Bongiorno) e in generale su quelli più leggeri. Per opera del direttore del TG 2 Andrea Barbato (e Massimo Fichera) accanto al giornalismo di approfondimento degli avvenimenti politico-istituzionali (TG 2 Dossier, Ring) nasce un giornalismo di osservazione del costume e dello spettacolo con tono satirico, anche se francamente superficiale. 15 dicembre 1979: Inizio delle trasmissioni della terza rete (che sarà per così dire “regionale a carattere nazionale”).

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IL RILANCIO DELLA FICTION

Talk show: Genere egemone della tv degli anni ottanta. Da questo momento la società commerciale della Rai, la Sacis, attraverso la vendita dei diritti derivanti dai programmi televisivi comincia ad imporsi anche sul mercato internazionale: è anch’esso un aspetto della lenta trasformazione in impresa che sta compiendo tutto il gruppo Rai. Il mercato delle vendite dei diritti derivati aveva raggiunto il boom con quattro programmi destinati ai ragazzi: Atlas Ufo Robot, Heidi, Happy Days e Apriti Sesamo. La trasformazione dell’offerta dedicata a questo pubblico è il segno più visibile della fine della tv pedagogica. La politica degli acquisti di fiction, ovvero un fenomeno di tipo esclusivamente commerciale, determina il mutamento di una pratica progettuale. Il grande regista Roberto Rossellini si dedica alla tv, mentre nasce Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli. Grande successo del genere telefilm. Partita con ambizioni pedagogiche, dopo la riforma della Rai la televisione italiana comincia ad accorgersi di essere un formidabile strumento di intrattenimento. La programmazione di fiction si allontana dalla pretesa di ottenere un risultato esteticamente elevato per diventare sempre più una componente strutturale dei palinsesti, tanto nella tv pubblica che in quella privata.

LA ROTTURA DEI GENERI

Con la riforma, il sacrificio dei programmi culturali comincia a consumarsi, non solo nel senso della loro progressiva marginalizzazione all’interno dei palinsesti, ma soprattutto in quello della loro

spettacolarizzazione e trasformazione dei modelli linguistici. L’enfasi viene posta sulla diretta, nella erronea presunzione di una sua supposta maggiore democraticità. Questa rottura dei generi non va vista però come sconfinamento, peraltro abbastanza praticato, su contenuti altrui, ma come scambio e intreccio di esperienze e di formule. Il primo programma che operò la rottura dei generi fu Odeon, di Brando Giordani ed Emilio Ravel (quasi 15 milioni di spettatori nel 1978). La rottura dei generi rende possibile una maggiore agilità produttiva.

IL NUOVO CONSUMO

Si affermano così in questa seconda fase della tv figure divenute poi popolarissime, soprattutto in ambito cinematografico, dove hanno portato i personaggi nati nel varietà televisivo: Cochi Ponzoni, Renato Pozzetto e Paolo Villaggio. Da ricordare Speciale per voi (1969) di Renzo Arbore, quale modello di stile televisivo che mira ad accontentare contemporaneamente i gusti e gli interessi più contrastanti. Nel 1976, Roberto Benigni utilizza ancora una volta stili, tempi e linguaggi del giovanilismo consacrando il genere della comicità demenziale ormai dilagante. Nasce così il personaggio di Mario Cioni che trasmette da Tele-vacca, nel programma che, guarda caso, si chiama Onda libera, una felice parodia del fenomeno ormai massiccio delle televisioni private. La trasformazione dello spazio domenicale diventa inoltre uno dei punti di forza della strategia dell’incremento del consumo e la nascita nel 1976 dei due grandi contenitori L’Altra Domenica e Domenica in… sancisce definitivamente l’inizio di una nuova epoca. Nasce da questo genere (Domenica in…) la televisione senza qualità che sarà tipica degli anni ottanta; essa si fonda su un modello Rai introdotto al solo scopo di aumentare il consumo, dilatare l’audience. Domenica in… diventerà con il passare del tempo il serbatoio del divismo televisivo più insulso. Da ricordare Portobello (condotto da Enzo Tortora): frutto di un primo grande cedimento dell’apparato televisivo pubblico alle zone d’ombra delle televisioni private, ai loro giochi casalinghi, alle pratiche delle compravendite attraverso il video, all’uso ripetitivo del telefono. Bontà loro (con Maurizio Costanzo) è il prototipo di un fenomeno destinato a dilagare e a diventare modello di ogni discorso televisivo: il bisogno di confessarsi. In realtà a pensarci bene, più di dieci

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anni prima Sergio Zavoli con Processo alla tappa aveva tentato una operazione quasi identica: parlare con personaggi apparentemente comuni, trattandoli con una attenzione e un riguardo inusitati, facendo loro confessare ciò che essi stessi non avrebbero mai pensato di poter dire.

13. NEL MERCATO ELETTRONICO il monopolio spezzato

Tv “Generalista”= Televisione che trasmette una mescolanza di generi diversi, dall’informazione allo spettacolo, sino alla cultura. La storia della radio e della televisione negli anni ottanta si può riassumere sinteticamente così: da un lato un servizio pubblico che deve continuamente ricercare la propria identità e combattere per la sua sopravvivenza minacciata da molteplici fattori di cambiamento; dall’altro una televisione privata che assume subito una precisa identità, quantomeno merceologica, che lotta anch’essa per la sua affermazione, ma che finisce per assumere una posizione di monopolio commerciale inversamente proporzionale alla perdita di monopolio culturale e istituzionale del servizio pubblico. Deregulation: Assenza di una normativa in grado di regolamentare fin dall’inizio l’insieme del sistema radiotelevisivo. La deregulation divenne una scelta precisa di politica industriale.

ASSALTO ALLA DILIGENZA

Ecco il formarsi (tra il 1980 e il 1984) di una gigantesca concentrazione, il gruppo Fininvest di Silvio Berlusconi, che nella seconda metà degli anni ottanta disporrà di tre network televisivi, un network radiofonico, oltre a notevoli partecipazioni nell’editoria, nel cinema, nell’industria televisiva europea e in alcuni giornali. Nielsen: una società che si occupa delle rilevazioni per gli investimenti pubblicitari e che suddivide il paese in 4 aree di rilevamento. Nella primavera del 1978 il gruppo Rizzoli-Corriere della Sera acquista l’intero pacchetto azionario di Telealtomilanese, un’emittente che trasmette su tutto il territorio della Lombardia dagli impianti di Cologno Monzese. È prevista una produzione di notiziari e di programmi informativi curata dalla redazione del “Corriere d’informazione”. In maggio anche Silvio Berlusconi ha una propria emittente via etere, Telemilano, il nucleo di partenza di ciò che diventerà nel 1980 Canale 5, una rete che trasmette attraverso cassette una medesima programmazione in undici regioni per mezzo di altrettante stazioni locali affiliate in network. Nel corso del 1979 e del 1980 il gruppo di Berlusconi, si sviluppa con altre società: Videoprogram (centro di produzione), Reteitalia (acquisto e distribuzione programmi), Publitalia (concessionaria di pubblicità). Nell’autunno del 1978 nel convegno “Informazione e potere in Italia” il Partito socialista (nella persona di Claudio Martelli) avanzò una proposta – la quarta rete affidata a un consorzio di privati – che privilegiava i requisiti della governabilità di un “sistema misto”, attraverso la ricerca di un punto di equilibrio del rapporto tra pubblico e privato, ma finì per essere accantonata. Un importante punto a suo favore segna invece Silvio Berlusconi quando esce vincente, anche se in base a un accordo di compromesso con la Rai, dalla vicenda del Mundialito. Il primo, clamoroso episodio di una concorrenza ormai evidente tra reti pubbliche e private scoppia nel mese di dicembre (1980) a proposito di un torneo di calcio tra squadre nazionali che si svolge a Montevideo. Berlusconi era riuscito a strappare i diritti per la trasmissione in Italia delle partite, dopo che l’Eurovisione non aveva raggiunto l’accordo con gli organizzatori. Ma la Rai rifiutò a Reteitalia la concessione del satellite. Medesimo rifiuto anche da parte del Ministero delle poste. Dopo febbrili trattative, accompagnate anche da aspre polemiche, venne trovato un accordo. Fare televisione diventava da quel momento un business come un altro, con le sue regole, i suoi obiettivi, le sue strategie; un business che bisognava gestire sfruttando tutte le opportunità offerte dal mercato e tutti i punti di forza che lo scenario esterno avesse consentito.

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Publitalia ’80: La concessionaria di pubblicità del gruppo Fininvest che segnò la svolta decisiva nella storia della televisione privata in Italia.

IL SISTEMA “MISTO”

L’inizio degli anni ottanta, per la Rai riformata, è invece un periodo segnato da una profonda crisi. Dal 1980 la Rai ha un nuovo consiglio di amministrazione, un nuovo direttore generale, Willy De Luca, e un nuovo presidente, Sergio Zavoli. In questo contesto l’obiettivo di tutte le forze politiche era comunque il rafforzamento della produzione nazionale italiana pubblica e privata e l’accrescimento della sua competitività internazionale (il cosiddetto “sistema misto”). Le 4 fasi della storia Rai: 1) Governo dell’esecutivo; 2) Governo del parlamento; 3) Governo dei giudici; 4) Governo del sistema misto.

TRA UCCELLI DI ROVO E VENTI DI GUERRA

Il processo di ampliamento del sistema dei network sembrava inarrestabile. Il 1982 si apre con alcune novità di rilievo: a far concorrenza alla Rai non c’è più soltanto Canale 5 ma altre due reti private, Italia 1 di Rusconi e Retequattro di Mondadori. La prima si avvale per la gestione pubblicitaria della Publikompass; la seconda è una S.r.l. Nel 1982, dalla fusione di due agenzie di pubblicità, Sto e Radiovideo, nasce anche il circuito integrato nazionale Euro Tv, costituito da una

cooperativa di 28 stazioni. Calisto Tanzi, tramite la finanziaria Fincom, controlla la maggior parte del pacchetto azionario. D’ora in poi, per tutto il decennio e oltre, l’intreccio fra media elettronici, pubblicità, editoria stampata, finanza e politica manifesta un groviglio di interessi sempre meno chiaro che, a ragione, ha fatto parlare di capitalismo selvaggio. Nell’estate del 1982 Rusconi vende la sua rete alla Fininvest che, battendo sul tempo Mondadori, si assicura il controllo delle due maggiori reti private nazionali e apre una spina sanguinosa nel fianco della Rai. L’avventura di Retequattro avrà una durata maggiore, ma un’identica sorte, finendo per essere assorbita dal Biscione nell’agosto del 1984. D’altra parte, nella guerra condotta sparando un episodio dopo l’altro delle serie televisive di maggior successo, Uccelli di rovo programmato su Canale 5 aveva avuto più spettatori di Venti di guerra. Con la mediazione dell’eminenza grigia della finanza italiana, Enrico Cuccia, la Fininvest acquista Retequattro, in un momento in cui il deficit stava aggravandosi in misura non più sostenibile, a condizioni estremamente vantaggiose. Berlusconi aveva salvato non solo Retequattro ma la stessa Mondadori le cui perdite, in due anni, si aggiravano intorno ai 200 miliardi. La disfatta televisiva di tre grandi gruppi editoriali, Rizzoli, Rusconi e Mondadori, si era quindi definitivamente consumata. In cinque anni Berlusconi aveva costruito un sistema industriale della televisione da fare invidia in tutto il mondo. Intorno a lui si muovevano Fedele Confalonieri, consigliere strategico; il fratello Paolo, incaricato del settore immobiliare; Marcello Dell’Utri, presidente di Publitalia; Giancarlo Foscale; Carlo Bernasconi, amministratore di Rete Italia; Valerio Lazarov, presidente di Videotime. Inoltre Angelo Codignoni, per i rapporti con la Cee e Adriano Galliani.

LA “FORTEZZA BASTIANI”

Nei conti economici nazionali, nel giro di quattro anni, una nuova attività – l’intrattenimento televisivo privato – aveva ritagliato una fetta di mille miliardi. Conseguenza di questo mercato anomalo era la progressiva crisi di settori affini, certamente più deboli ma non per questo meno significativi. In quegli anni erano in atto una drastica riduzione del numero degli spettatori cinematografici, un forte calo delle presenze degli spettacoli teatrali, una crisi considerevole nella

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vendita dei dischi, una preoccupante stagnazione nella diffusione libraria, un lentissimo decollo del mercato delle videocassette. Con le elezioni del 26 giugno 1983, che avevano visto per la Dc il peggior risultato dal 1948, si apriva la strada al primo presidente del Consiglio socialista: Bettino Craxi. La “guerra degli indici di ascolto” impazzò, in quel preciso periodo storico, sin quando attraverso la mediazione del sottosegretario alle poste Giorgio Bogi, venne creato uno strumento imparziale nel giugno del 1984 con la costituzione dell’Auditel. La sindrome dell’assedio intanto – la cosiddetta Fortezza Bastiani – come la chiamerà Sergio zavoli in una intervista – veniva abilmente dissimulata, e tuttavia essa non riuscì mai veramente a intaccare un organismo aziendale che restava innegabilmente sano. Rilancio dell’informazione e della politica dei programmi, sperimentazione di nuove tecnologie – tra cui il Televideo, in concorrenza con il Videotel della Sip – introduzione di un nuovo modello gestionale di contabilità industriale, grande sviluppo dell’informatizzazione dei servizi erano alcune delle misure più importanti introdotte per ottenere una combinazione ottimale tra risorse produttive e massima efficacia operativa. Nello scenario interno l’azienda obbediva alla logica del servizio pubblico; sullo scenario esterno non poteva sottrarsi, pena la sua espulsione, agli imperativi della mercatizzazione. La famosa vicenda Carrà (Raffaella) dimostrava come dal solo punto di vista del servizio pubblico, l’esborso di 3 miliardi di lire, per un ingaggio che strappava la popolare presentatrice a Berlusconi, era probabilmente inaccettabile; ma dal punto di vista del mercato andava considerata una mossa giusta. Il presidente del Consiglio Bettino Craxi la interpretò restrittivamente e rimproverò, attraverso Giulio Amato, il presidente Zavoli; la Democrazia cristiana di Ciriaco De Mita, al

contrario, la interpretò nella logica del mercato, appoggiando il direttore generale Rai dell’epoca, Biagio Agnes. L’episodio, al di là del contingente, dimostrava che non era vero che esistesse un sistema misto, ma che ci si stava orientando verso un duopolio imperfetto dove erano possibili, e giustificabili, tutte le anomalie.

MERCATO E PALINSESTI

La proliferazione delle emittenti, con il suo flusso omogeneo e indifferente di messaggi e di informazioni, aveva vanificato l’elemento primario della sua capacità comunicativa: il genere. In Fininvest la diversificazione delle reti è attuata soprattutto in relazione alla richiesta del mercato pubblicitario, dove l’ascolto è solo l’indicatore di un potere di acquisto delle merci e non, come per la Rai, un rivelatore di successo e di prestigio (= Rivoluzione del palinsesto). Carlo Freccero, Roberto Giovalli, Giorgio Gori, e in seguito Michele Franceschelli, sono gli uomini che hanno fatto grandi le reti Fininvest. Angelo Guglielmi, in Rai, fu il primo a intuire (molti anni prima) il senso di quel cambiamento (vale a dire appuntamenti dei programmi in senso orizzontale e quotidiano) programmando un telefilm per ragazzi, Furia cavallo del West, tutti i giorni nella fascia preserale.

LA NEOTELEVISIONE

Nessuna tutela, nessuna garanzia per i produttori, lo zapping attraverso il telecomando aggira qualunque progetto di rete e, soprattutto, è il primo indizio di un’incrinatura nel sistema, articolato quanto si vuole ma tuttora monolitico, del broadcasting televisivo. Si rompe una dittatura e viene sconvolto un rapporto unidirezionale. Infranto l’ordine interno, da questo momento il processo di dissoluzione arriva dall’esterno. Grazie alla nuova tecnologia della videoregistrazione domestica poi, i programmi si autonomizzano dal flusso dei palinsesti e dalle costrizioni spazio-temporali. Questa nuova fase venne definita “neotelevisione” da Umberto Eco (immagine del flusso continuo e ininterrotto di una evoluzione che si è consumata totalmente sul terreno del palinsesto”). La televisione si è trasformata in un grande videogame in cui il gioco sostituisce la sacralità della rappresentazione (la geniale intuizione di Blob è il paradigma di questo processo). Da questo ruolo,

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nascono i caratteri distintivi della neo-tv: la serialità ripetitiva, la conversatività affabulatoria, la proposta trasgressiva (che arriva fino al porno), l’esercizio demenziale dei nuovi comici; cioè, a pensarci bene, caratteri che sono tipici della fase attuale della modernità, e che si riscontrano nelle arti figurative, nella moda, in un certo nuovo teatro, in moltissimo nuovo cinema. In particolare su molti di questi linguaggi l’influenza della pubblicità è stata fortissima nel determinare i ritmi, i tempi di montaggio, la rapida testualità delle situazioni. Ciò appare tanto più vero soprattutto dopo il 1987, con la grande e intelligente trasformazione della terza rete televisiva, che propone modelli del tutto nazionali, frutto di una creatività propriamente e autonomamente televisiva. Così, mentre la Rai mette in diretta lo spettacolo che si svolge fuori della televisione (il giro di boa avvenne con il terremoto di Napoli e dell’Irpinia nel 1980 e poi con Vermicino, l’alluvione della Valtellina ecc), la televisione commerciale simula soltanto la messa in scena del reale e le sue dirette sono farse iperreali. Entrambe le operazioni sono tuttavia inscritte nella nuova fase della modernità televisiva. Infine un’altra caratteristica fondamentale della neo-tv, strettamente dipendente dalla sua matrice pubblicitario-commerciale, è il progressivo consolidarsi del mezzo come canale di comunicazione politica. È qualcosa di molto diverso dalla tradizionale subalternità dei mass media alle logiche del sistema politico; è, al contrario, l’emergere, fin dalla prima metà degli anni settanta, soprattutto in America con la cosiddetta new politics, di una crescente influenza dei media sulla vita politica. La tendenza inarrestabile alla spettacolarizzazione nasce dal nuovo ruolo dell’informazione (attentato al Papa, vermicino, scandalo P2, terrorismo ecc.) tutta centrata sulla costruzione emotiva della realtà televisiva. Ad esse si accompagna la scoperta fatta da molti leader politici, grandi

comunicatori come Sandro Pertini, Giovanni Spadolini e, in seguito, Francesco Cossiga, delle straordinarie possibilità della televisione qualora venga utilizzata proprio per le sue caratteristiche “spettacolari” e secondo il suo specifico linguaggio.

NULLA E’ PIU’ DEFINITIVO DEL PROVVISORIO

Nell’ottobre del 1984 alcuni pretori decisero di oscurare le reti Fininvest in tre diverse regioni, Lazio, Piemonte e Abruzzo: una decisione maturata in una fase di forte attivismo, in molti campi, della magistratura italiana. Il ricorso al decreto, emanato dal governo Craxi, si rese necessario per riaprire le stazioni oscurate. Decaduto per scadenza dei termini ne venne emanato un secondo, il 6 dicembre, che sarà poi convertito nella legge n. 10 del febbraio 1985. Una legge certamente favorevole alla Fininvest, che modificava anche alcune regole riguardanti la Rai, aumentando addirittura i poteri del direttore generale, limitando quelli del consiglio di amministrazione. Agli inizi del 1985 si crea la Federazione radio e televisioni che raggruppa le televisioni e le radio locali e nazionali private, fra le quali le reti di Berlusconi, Euro Tv, Rete A e Tele Elefante. Il primo contratto collettivo di lavoro normalizza infine anche il settore privato della radiotelevisione. Solo con la SIAE resta aperto un contenzioso che le reti private si mostreranno sempre riottose a conciliare. Inoltre un accordo intervenuto nel marzo del 1986 tra la Fininvest e le associazioni di categoria, l’Upa e l’Assap, che raccoglievano rispettivamente gli utenti e le agenzie di pubblicità, portò a una limitazione degli spot pubblicitari al 16% durante il prime time e al 18% negli altri orari di programmazione. Nello stesso mese la Commissione parlamentare di vigilanza fissava il nuovo tetto di pubblicità per la Rai aumentandolo del 6% in più rispetto al 1985 (636 miliardi). L’affollamento massimo era stabilito al 10% per il 92,5% nelle trasmissioni giornaliere e al 15% per il restante 7,5%. Enrico Manca nuovo presidente Rai.

SUL SIGNIFICATO DI “POPOLARE”

Il giornalismo popolare in Italia lo ha fatto la televisione, occupando uno spazio di mercato nel quale, non a caso, la carta stampata non è mai riuscita ad avere una posizione dominante. Il giornalismo popolare, più che dagli scarni telegiornali, è stato fatto da tutte le trasmissioni che, fin dall’esordio della tv, hanno mostrato la realtà, sostituendosi a essa con la forza delle immagini che

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vivono sempre di vita propria (per Alfredino Rampi di Vermicino, ci furono 18 ore consecutive di diretta Rai e 30 milioni di telespettatori).

TV SPAZZATURA O TV INTELLIGENTE?

Da ricordare il Processo del lunedì (con Aldo Biscardi) in onda sulla terza rete (Rai) dal settembre del 1980; Blitz di Giovanni Minoli, Gianni Minà e Milly Carlucci (sulla seconda rete). Dal 6 gennaio 1985 anche Canale 5 vuole riempire di chiacchiere la festività degli italiani e produce Buona domenica. Ma la vera straordinaria rivelazione della televisione commerciale fu nel 1983 Drive in, il programma di Antonio Ricci, il più popolare e innovativo cabaret televisivo degli anni ottanta trasmesso da Italia 1. La Rai invece rivisita Fantastico (conduce dapprima Pippo Baudo poi Adriano Celentano) che andava in onda il sabato sera sulla prima rete già dal 1975 e rappresentava la prosecuzione di Canzonissima. Dal 1988 invece, sulla Fininvest compare Enrico Montesano. Il varietà televisivo, per la Rai, a dire il vero, nel decennio ottanta era iniziato con un buon programma, quel Te la do io l’America del 1981 con Beppe Grillo e la regia di Enzo Trapani, un viaggio alla scoperta di una America così diversa che assomiglia addirittura all’Italia; in ogni caso un tentativo di realizzare uno show meno convenzionale dei soliti. Dall’aprile del 1985 vanno in

onda Quelli della notte di Renzo Arbore e Ugo Porcelli sulla seconda rete, e Linea Diretta di Giovanni Minoli su Raiuno. Finalmente la Rai, nella fase acuta della sua battaglia con la Fininvest, aveva imparato a programmare attraverso tecniche utilizzate a tutto campo. I due programmi delle due reti Rai (Quelli della notte e Linea Diretta) infatti, non erano disposti in concorrenza fra loro ma, rivolgendosi a pubblici diversi, si ponevano l’obiettivo di “fare il pieno”. Quelli della notte in particolar modo, anticipava tutti gli esperimenti successivi, da Blob a Striscia la notizia, nati per comunicare televisione attraverso la critica alla televisione. Come osserva Paolo Martini, “Arbore comprende in pieno che alla radice di un vero successo televisivo c’è sempre un’intuizione di natura sociale: la vera televisione è la messa in bella, davanti alle telecamere, della società che rappresenta”. Nella successiva trasmissione, Indietro tutta, programmata due anni dopo nella medesima fascia e con il medesimo obiettivo, Arbore opera definitivamente la distruzione del genere più corrivo, il contenitore con uso di quiz che (auspice un Mike Bongiorno sempre più incartapecorito e trascolorato dal passare del tempo) infesta le reti pubbliche ma soprattutto quelle private. L’operazione, in negativo, mostra tutti i suoi limiti: è un’arma momentaneamente formidabile nella battaglia con la concorrenza ma non è possibile usarla una seconda volta. È un evento e, come tutti gli eventi, irripetibile. Da quel momento la Rai sarà costretta a mettere in campo una dose continua e sempre più aggiornata di creatività per non arretrare di un solo punto nell’audience.

VERSO UNA NUOVA LEGGE

Nel 1987 l’industria dei media vede anche altre importanti modificazioni. Berlusconi diventa proprietario del “Giornale”; sigla un accordo con la società Telespazio di Raffaele Minicucci per l’utilizzazione – durata cinque anni – di due canali dell’Intelsat, e per l’uso di una stazione mobile e la collocazione di 14 parabole nelle sedi regionali, mettendosi così in grado di trasmettere in diretta non appena la legge glielo consentirà; alla Fininvest Comunicazione arriva intanto come vicepresidente Gianni Letta. Sotto la presidenza Manca, la terza rete Rai venne finalmente parificata alle altre due e messa nelle condizioni di agire a tutto campo nei confronti della concorrenza. Nell’aprile del 1988 la forte ripresa della Rai appare nuovamente un ostacolo all’egemonia di Berlusconi. Nasce in questo contesto la proposta della ”opzione zero” (chi possiede quotidiani non può possedere tv e viceversa) dichiaratamente incostituzionale e chiaramente atta a favorire Berlusconi, che otteneva la garanzia di proteggere la sua posizione dominante mentre gruppi editoriali concorrenti erano inviatati a restare fuori gioco. (Ciriaco De Mita capo del Governo). Nel giugno del 1988 però il Consiglio dei

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ministri approva il testo del disegno di legge elaborato da Oscar Mammì (Ministro repubblicano delle poste) che abolisce la regola dell’opzione zero e conferma la norma antitrust (massimo tre reti televisive per ciascun operatore). La legge istituisce anche la figura di un garante per l’editoria e la radiotelevisione. Silenziosamente, con indubbia abilità, la Fininvest aveva invece già posto le premesse per uscire vincente anche nella competizione che si sarebbe accesa intorno alla rete televisiva a pagamento prevista dalla legge. Eliminati tutti i competitori, utilizzando le maglie assai larghe di una legge concepita quasi a immagine e somiglianza di un duopolio perfettamente bilanciato (la “pax televisiva” da tutti auspicata), anche la pay tv, come sappiamo, diventerà appannaggio del gruppo Fininvest con Telepiù, il nuovo network sbocciato in piena estate (tre nuove reti con lo stesso marchio) subito dopo la pubblicazione sulla “Gazzetta Ufficiale” della legge n. 223 del 5 agosto 1990.

“DI TUTTO, DI PIU’”

Raiuno, diretta da Giuseppe Rossini, continuava ad essere il grande canale popolare di televisione generalista. Raidue stentava invece a ritrovare quella forte identità che aveva segnato la sua ascesa

negli anni del doporiforma. Raitre era nel pieno del suo radicale cambiamento. Di nuovo, dopo molti anni, la televisione di Raitre riprende a produrre pubblico, pescando in aree non toccate dalle altre, e scoprendo potenziali fasce di spettatori in quei nuovi bacini sociali che la modernizzazione del paese aveva generato. Telefono giallo di Corrado Augias, Un giorno in Pretura, Chi l’ha visto? scritto da Lio Beghin prima che venisse allettato dalla concorrenza, con una aggressiva Donatella Raffai e un promettente Paolo Guzzanti, Linea rovente di Giuliano Ferrara, che passerà poi a Raidue con Il testimone, impongono subito il nuovo stile della rete, quello di una tv verità in cui il senso del reale è dato, attraverso il telefono, da una partecipazione degli spettatori che divengono “attori” della scena televisiva: il cosiddetto “romanzo popolare”. Anche se va francamente ammesso che, nel 1986, su Italia 1, Striscia la notizia, una effervescente parodia del telegiornale dovuta all’estro della banda di Antonio Ricci, rappresenta nel panorama televisivo di quel momento una invenzione di straordinaria qualità, è Raitre che funge da grande motore dell’innovazione, che rivela personaggi come Piero Chiambretti, che progetta Schegge, La Tv delle ragazze, Blob e, in seguito, Avanzi. Blob soprattutto, “uno stato d’animo” come lo ha definito Furio Colombo, realizza la sintesi di tutte le esperienze televisive possibili. Blob (The Blob, Il fluido che uccide) è l’autentico fast food della televisione dei nostri anni.

QUELLA PARTE DI TELEVISIONE CHIAMATA CINEMA

Il film entra nella dimensione televisiva ed è obbligato a rispettare le regole del “central story telling system”, il sistema centrale narrativo che sta alla base della supremazia della tv rispetto a qualsiasi mezzo di comunicazione di massa. Fatalmente la televisione era destinata a diventare il più grande mezzo di diffusione del cinema, così come la radio era diventato il più grande mezzo di diffusione della musica. E così come non risulta che la radio abbia ammazzato la musica, è sempre più difficile sostenere che la televisione abbia compromesso la capacità produttiva del cinema. Nella stagione 1987-88, nelle classifiche dell’Auditel, un “evento” come la programmazione del film Rambo su Canale 5 si era collocato al diciassettesimo posto! Storicamente il periodo in cui la programmazione di cinema ha vissuto la sua stagione migliore va dagli anni successivi alla riforma della Rai ai primi anni ottanta. Dopo vent’anni, e attraverso innegabili successi, l’intervento economico della Rai nel settore dell’industria cinematografica segnalava che l’obiettivo del servizio pubblico era quello di non essere soltanto distributore ma, a tutti gli effetti, produttore di cinema. Fra il 1987 e il 1988 – anno del cinema e della televisione, dichiarato dalla CEE – la Rai si era impegnata nella realizzazione di oltre 80 film. Da ricordare la Piovra – con cui la Rai ha dato vita a un modello che ha fatto scuola nel mondo (vale a dire il prodotto medio, in quanto incrocio tra film e “miniserie o fiction”).

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Il successo decretato anche da un Oscar al film Nuovo cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore stava in questa linea. Dal 30 marzo del 1991 inoltre, anche gli italiani potevano disporre della loro tv a pagamento. Già è possibile individuare un trend di sicuro successo per un genere di distribuzione dell’offerta che sempre più appare sottratto alle regole del fulltime broadcasting. Reteitalia = Società che coordinava la produzione del gruppo Berlusconi.

LA RISORSA TECNOLOGICA

Trasformazione del rapporto triangolare fra tecnologie, comunicazione e società, e conseguente ridefinizione del ruolo dei servizi pubblici radiotelevisivi. Da alcuni anni sono iniziate sperimentazioni che hanno dimostrato la competitività dell’immagine elettronica in HD (High Definition), soprattutto per le enormi possibilità di manipolazione creativa che essa offre. Altrettanto rilevanti le novità nel comparto della distribuzione. Non si può non parlare dei satelliti e della pay tv, responsabili di alcune caratteristiche strutturalmente innovative del sistema. Flessibile,

e di per sé transnazionale, il satellite vanifica due dei presupposti del broadcasting storico: il nazionalismo e la tv generalista. Nonostante i tentativi di ricondurne il coverage nell’ambito dei singoli paesi, crea le condizioni per un mercato che è internazionale non per lo scambio dei prodotti ma per l’area di diffusione, e spinge ulteriormente verso la diversificazione dell’offerta e la specializzazione del pubblico. Sul versante del consumo il passaggio decisivo è quello dal “televisore” al “video”. Finisce, cioè, la monarchia dei programmi e dei palinsesti etero-diretti, e il vecchio apparecchio diventa il terminale di una rete multimedia: videoregistratore, computer, pay-tv, satellite. Davanti a esso non c’è più uno spettatore, ma un utente, collegato con un sistema di opportunità tecnologiche che modulano, e diversificano, una fruizione sempre più integrata. Pionieri la seconda rete di Massimo Fichera e un maestro del cinema-cinema, Michelangelo Antonioni, nel 1979 si gira Il mistero di Oberwald, realizzato con telecamere, e poi riversato su normale pellicola a 35 mm. È l’indizio di un diaframma che cade: il cinema, almeno in una delle sue punte creative, varca il confine dell’elettronica, in cui intravede una terra promessa tecnologica; la televisione comincia a sperimentare una produzione fuori dall’ambito dei consueti programmi e scommettere sulla trasversalità della sua scrittura. Un punto d’arrivo? Rivisto a posteriori, il film con Kathleen Turner e Sting invece, è il classico scambio da un binario all’altro: Giulia e Giulia, per un verso, esaurisce, almeno in questa fase, la strategia extratelevisiva in HD e, per l’altro, fa da discrimine rispetto a una nuova spirale editoriale e tecnologica: nuovi standard e nuovi programmi. La Rai matura una doppia svolta: sul piano mediologico, collega strutturalmente il problema della “alta definizione” a quello dell’avvio di un servizio di diffusione diretta da satellite (DDS), ricevibile attraverso antenne paraboliche individuali; sul piano dei programmi, accanto alla linea collaudata del “cinema elettronico”, apre quella dei generi televisivi, in particolari grandi eventi – sportivi e culturali – che nell’HD possono valorizzare tutta la loro spettacolarità. Eureka 1995: Progetto patrocinato dalla Comunità europea, con cui le principali industrie elettroniche si accordano per realizzare uno standard di produzione in HD e scendono in campo contro i giapponesi. RaiSat: Un canale sperimentale veicolato sul satellite dell’Agenzia spaziale europea “Olympus”, con un modello di palinsesto verticale che mette in fila segmenti-prototipo di programmazione: tv generalista e dedicata, radiofonia ed educational, servizi telematici e prove negli standard dell’alta definizione e di quelli – intermedi e compatibili con il parco dei ricevitori esistenti – a definizione migliorata. Nel luglio del 1992, mentre il biennio sperimentale di RaiSat si avviava alla sua definitiva conclusione, Massimo Fichera lasciava la Rai, chiamato alla presidenza di Euronews, il primo canale europeo di informazione via satellite. Era solo un caso o non piuttosto il risultato di una scelta aziendale ambigua e strategicamente miope?

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14. RESTATE IN ASCOLTO un destino di minoranza?

Tornando alla radio, c’è da dire che sfruttando la caratteristica sociale di “rompere l’isolamento” propria del mezzo ideato da Marconi, a soli due anni dalla liberalizzazione, la concorrenza aveva sottratto al servizio pubblico nazionale circa la metà dell’ascolto medio, mentre l’ascolto globale era stazionario. Esattamente il contrario di ciò che stava accadendo in televisione. Le categorie di “alti consumatori” sono sostanzialmente tre: i giovani tra i 15 e i 24 anni, di ambo i sessi; le casalinghe (più che i pensionati); i lavoratori autonomi (commercianti e, ancor più, artigiani). È bene ricordare che il servizio radiofonico Rai mantiene l’esclusività dell’informazione in diretta a diffusione regionale e nazionale. Nel 1982 furono inaugurati i due programmi stereofonici in FM, Stereouno e Stereodue (poi denominata RadioverdeRai), che avrebbero dovuto contrattaccare l’emittenza privata sul suo stesso terreno, vale a dire sul formato musicale di intrattenimento per il pubblico femminile

ma soprattutto per quello giovane e giovanissimo. I risultati furono deludenti per una serie di ragioni solo in parte relative alla qualità della programmazione. Più originale, per i caratteri che subito assunse e che ancora oggi conserva, la programmazione di Stereonotte. Radiouno si esercita in una programmazione rivolta al grande dibattito civile (vedi Radio anch’io di Gianni Bisiach); Radiodue, vuole essere il canale per tutti; Radiotre appare la più innovativa, soprattutto nella fascia mattutina (vedi Il Filo di Arianna). Va ricordato inoltre che il meglio del mondo musicale contemporaneo è passato da Radiotre. Dove l’intervento della radio pubblica è senza competitori, l’area della radio di servizio, il primato dell’ascolto appare indiscusso. La radio per gli automobilisti, l’isofrequenza, la sperimentazione radiofonica da satellite, il radiotext rappresentano altrettanti comparti di intervento nei quali la Rai si impegna per mantenere, almeno in queste posizioni, un ruolo predominante. Corrado Guerzoni neo vicedirettore generale per la radio.

IL CONSUMO E L’OFFERTA

La limitata intercambiabilità dell’utenza e quindi la complementarità tra radio pubbliche e private assegna a queste ultime una prevalenza di pubblico giovane e giovanissimo, soprattutto femminile, rispetto all’audience della radio Rai, che è più maschile e di età media considerevolmente più elevata.

UN NUOVO MODELLO DI SVILUPPO

Tra tutti, il principale risiede nel modello di sviluppo adottato da pressoché tutte le emittenti locali (private) per raggiungere una dimensione nazionale: il sistema delle affiliazioni. Tale sistema prevedeva che la proprietà dell’emittente legasse con un contratto, per ogni nuova area che voleva raggiungere col proprio segnale, un operatore che, possedendo gli impianti e avendo occupato una o più frequenze, poteva impiegarle tutte o in parte per ripetere localmente il segnale della radio. Come contropartita il cosiddetto “ripetitorista” acquisiva il diritto di inserire pubblicità locale nei break appositamente predisposti dalla radio e di trattenere i relativi proventi (per una percentuale non inferiore al 90%). Il sistema dell’affiliazione, con la delega della gestione locale ai ripetitoristi, ha impedito che le radio nazionali sviluppassero politiche commerciali centralizzate e quindi univoche. L’adozione del sistema delle affiliazioni è giustificata in primo luogo dal fatto che il riconoscimento del diritto di radiodiffusione operato nel luglio del 1976 dalla Corte costituzionale sanciva unicamente il diritto a trasmettere in ambito locale. In assenza di altri interventi regolatori, i proprietari di Radio 105 di Milano avviarono il processo di estensione del segnale realizzando quello che formalmente avrebbe potuto configurarsi come un network di emittenti locali, ma che

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nella sostanza non era tale in quanto il segnale era unico e centralizzato con la sola eccezione dei break pubblicitari locali. In seguito all’approvazione della legge n. 223 del 1990, tutte le strutture che ripetono il segnale sono state acquisite o almeno compartecipate dall’editore nazionale ma questa trasformazione – a cui le radio sono state costrette in tempi molto stretti – non ha mutato il quadro complessivo, che risente ancora fortemente delle modalità con cui la radiofonia commerciale nazionale si è sviluppata. Su 15 radio che hanno chiesto la concessione nazionale, infatti, solamente 4 (Rete 105, Radio Montecarlo, Deejay Network e Radio Italia solo musica italiana) sono presenti su tutto o quasi tutto il territorio italiano e raccolgono ascolto in modo abbastanza omogeneo in tutte le regioni (sia pure in misura variabile e con concentrazioni sensibilmente maggiori nell’area di origine).

LA STRATEGIA DELLA RADIO PRIVATA NAZIONALE

RTL 102.5 ha realizzato la prima format radio all’americana (in isofrequenza), basata interamente sul concetto di flusso, vale a dire sull’idea che la radio debba farsi immediatamente fruibile e riconoscibile per un consumo tendenzialmente occasionale e soprattutto limitato nel tempo. Per formato si intende il modello radiofonico, lo stile di programmazione che richiama un determinato segmento di pubblico. Il successo più clamoroso degli ultimi anni però è quello di Radio Italia solo musica italiana, vincitrice assoluta dell’ultima edizione di Audiradio (società di rilevazione ascolti) con 1.694.000 ascolti nel giorno medio. Il successo di questa radio si deve alla scelta radicale di programmare solo musica italiana, cosa che iniziò a fare nei primi anni ottanta, quando ancora dominava l’approccio esterofilo e soprattutto anglofilo delle radio musicali più ascoltate. Radio Radicale e Italia Radio (nata come radio del PCI): Rappresentano radio di informazione. Radio Maria: Radio di culto, finita sotto inchiesta (nel luglio del 1992) per appropriazione indebita di capitali e per truffa. “Radio nastroteca”: Radio che trasmettono colonne sonore poco o per nulla interrotte dai commenti degli speaker.

LE CONSEGUENZE DELLA LEGGE

Un evento rilevante è stato l’approvazione della legge n. 223 di disciplina del sistema radiotelevisivo pubblico e privato. Essa riconosce l’esistenza dei principali attori della radiofonia privata italiana: le radio nazionali (network o broadcasting) e le radio locali eventualmente consorziate in ambito subnazionale. Inoltre recepisce l’idea di radio comunitaria riservandole il 25% delle frequenze e affiancandola così come realtà costitutiva del panorama radiofonico a quella commerciale e all’emittenza pubblica. Come risultato, si allargherà il divario tra radio e televisione, favorendo ulteriormente il mezzo la cui centralità assoluta nel mercato pubblicitario ha già condizionato in modo negativo lo sviluppo della radiofonia pubblica e privata in Italia.

15. UNA DIFFICILE TRANSIZIONE la sfida europea

È stato osservato (A. Sanchez Tabernero e P.Y. Lochon) che lo smantellamento dei monopoli pubblici della radiotelevisione coincide storicamente con una fase di crescita del pensiero liberale, tanto negli Stati Uniti quanto in Europa. La Rai, sottoposta a vincoli (lacci e lacciuoli) politici e pubblicitari, continua a stare al gioco delle diverse maggioranze di governo dalle quali dipende per ripianare i suoi deficit di bilancio; la Fininvest e tutto il comparto privato non hanno alcuna investitura legislativa e operano, se non proprio nell’illegalità, certamente in una condizione di alegalità. Una emergenza continua, del tutto dannosa per l’Italia soprattutto se confrontiamo il suo sistema televisivo con quello che sta

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decollando, liberalizzato, nel resto d’Europa. – Periodo della guerra del Golfo, della CNN trionfante e di un solo nome nel panorama giornalistico, Ted Turner. – “Da una logica dell’offerta, scrive Giuseppe Richeri, si è passati a una logica della domanda. La funzione intorno a cui si organizza l’attività televisiva è quella del consumo: la formazione, il comportamento, la consistenza delle audiences è al centro dell’attenzione, gli indici di ascolto diventano la misura del successo dal momento che, in un ambiente competitivo, il pubblico che guarda un programma non è un dato secondario ma un risultato da conquistare e da confrontare”. Gianni Pasquarelli nuovo direttore generale Rai, Bruno Vespa alla direzione del TG 1. Arnaldo Forlani era il nuovo segretario della Dc dal febbraio del 1989, Giulio Andreotti era a Palazzo Chigi, ed entrambi avevano stretto un nuovo patto con Bettino Craxi. Era nato il CAF (dalle iniziali dei loro cognomi). In questo scenario la legge Mammì, non a caso, è apparsa a molti

osservatori uno strumento che aveva soprattutto lo scopo di sistemare giuridicamente l’attività televisiva del grande gruppo privato, riservandogli di fatto la metà del sistema televisivo e concedendogli, in aggiunta, il diritto di occupare le frequenze della pay tv. Inoltre, nell’aprile del 1991, su un altro fronte imprenditoriale, quando si temeva che l’intesa potesse subire un ulteriore slittamento, Silvio Berlusconi e Carlo De Benedetti raggiungevano l’accordo sulla Mondadori. È cosa nota. Ma da quel momento, il gruppo Fininvest si presenta come una delle più grandi concentrazioni multimediali del mondo, in ottima posizione dopo l’americana Time-Warner, la tedesca Bertelsmann, la canadese Thomson, la francese Hachette.

RIFORMA DELLA RIFORMA?

In quegli anni il TG 1 si tinge di rosa con la comparsa di Lilli Gruber, Maria Luisa Busi e Carmen La Sorella; al TG 4 c’è Emilio Fede che fu il primo, nella notte del 17 gennaio del 1991, a dare la notizia dell’attacco americano all’Iraq. Si affaccia sulla scena televisiva anche Fabrizio Del Noce. In realtà è la funzione stessa del giornalista televisivo che sta cambiando e influenzando sempre più l’intera programmazione. Nell’inverno del 1991 il dibattito politico è animato dal tentativo di trovare una intesa sulle regole dell’autonomia professionale nell’informazione radiotelevisiva. Nonostante fosse strumento obsoleto ancor prima di essere promulgata, la legge Mammì aveva cominciato a far sentire i suoi effetti: nasce l’eccellente TG 5 della Fininvest, diretto da Enrico Mentana, e con esso ha inizio la competizione fra la Rai e il polo privato anche nel campo dell’informazione. Il 19 febbraio del 1992 intanto, Walter Pedullà viene nominato nuovo presidente Rai in luogo di Manca. In quelle settimane la polemica è anche alimentata dai nuovi problemi che si sono andati manifestando in ordine alla distribuzione delle risorse pubblicitarie con pregiudizio degli interessi della carta stampata. La quasi totalità degli editori aveva fatto ricorso ai nuovi organi previsti dalla legge 223, l’Autorità antitrust, presieduta da Francesco Saja, e il Garante per la radiodiffusione e l’editoria, Giuseppe Santaniello, sferrando una forte offensiva contro la Fininvest per “abuso di posizione dominante” nel campo della pubblicità; abuso che si sarebbe verificato dopo l’acquisizione della Mondadori. Saja, nella sua risposta, molto prudente, aveva in sintesi escluso i pericoli paventati dagli editori e, sostanzialmente, aveva fatto capire che se si fosse davvero voluto eliminare ogni timore di possibile dominio del gruppo Fininvest in campo televisivo si sarebbe dovuto cambiare la legge. Si dava atto al polo privato di operare nei limiti della normativa, ma veniva altresì riconosciuto che la richiesta degli editori di ridiscutere la legge Mammì era politicamente motivata. C’è quindi da riportare l’intervento del Garante che condanna in modo lieve Silvio Berlusconi, il quale a sua volta ricorre al Tar e vince. Scontenti tutti. Periodo di Scalfaro presidente della Repubblica. La notte della Repubblica: Programma di Sergio Zavoli che consiste in una lunga inchiesta sul terrorismo. “Umbriafiction”: Nuova manifestazione internazionale dedicata a film e sceneggiati per la tv. ISIMM: Istituto per lo studio dell’innovazione nei mass media.

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VERSO LA PAY TV

Il mondo politico, che si limita a “sorvegliare” l’industria televisiva, ha un improvviso sussulto dopo il decreto che, all’inizio dell’estate (1992), trasforma l’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale) in società per azioni. Nel momento in cui il capitale privato si appresta a entrare nel neonato pacchetto azionario dell’Istituto, si avanzano interrogativi sulla compatibilità tra ruolo e finalità del servizio pubblico radiotelevisivo e cambiamento dell’assetto societario del gruppo.

L’esercizio provvisorio della legge Mammì ha ormai i giorni contati. Nella sua relazione, presentata alla Commissione cultura della Camera, il Garante per la radiodiffusione aveva già fatto presente il ritardo nell’adempimento della legge. Al neo-Ministro delle poste, il socialdemocratico Maurizio Pagani, è quindi affidato l’obbligo di far rispettare la legge, che fissa al 23 agosto del 1992 il termine ultimo per l’esercizio provvisorio dell’attività radiotelevisiva. L’anomalia del cosiddetto “caso italiano” è sempre più evidente: il ritardo con cui si sono definite le regole le rende inutili e improduttive. Inutili perché rischiano di non essere rispettate; improduttive perché arrivano nel momento in cui si rende necessario il loro superamento. Ma il ministro ha già deciso: presenterà l’elenco delle 12 emittenti nazionali oltre a quello, ben più numeroso, di quelle regionali che, a suo giudizio, hanno diritto alla concessione. La graduatoria comprende le tre reti Rai, le tre reti Fininvest, Telemontecarlo, Rete A, Videomusic, e le tre Telepiù, sulle quali però non si deciderà subito, rimandando la loro definizione a un nuovo provvedimento legislativo, ma “prenotando” loro il posto nelle liste delle 12 emittenti ammesse alle concessioni. La televisione a pagamento diventa così, di nuovo, il nodo dello scontro. In particolare, la Dc si preoccupa che le tre reti pay tv diventino il cavallo di Troia per l’espansione della Fininvest oltre i limiti fissati dalla legge, precostituendo un surrettizio allargamento delle percentuali di assegnazione. “Perché – dice il presidente della Commissione parlamentare di vigilanza, Andrea Borri – le pay tv, destinate a poche migliaia di abbonati, devono avere concessioni nazionali? L’unica spiegazione è che così facendo si occupa uno spazio togliendolo a un potenziale concorrente”. In realtà, in un sistema diverso, tutto tarato sull’innovazione tecnologica, una rete a pagamento potrebbe tranquillamente essere distribuita via cavo, o via satellite, senza occupare frequenze dell’etere. Con il decreto del 13 agosto 1992 il Consiglio dei ministri, dilaniato da una vigilia di polemiche, sceglie infine la strada del compromesso, attenendosi al puro e semplice rispetto di una legge vecchia e, tra poco, inservibile. Canale 5, Italia Uno, Retequattro, Telemontecarlo, Rete A, Videomusic, Raiuno, Raidue e Raitre ottengono la concessione di emittenti nazionali. Per le tre reti a pagamento si dovrà studiare, entro il 28 febbraio 1993, una disciplina particolare; esse conservano tuttavia il diritto alla concessione anche se subordinata all’adozione di specifici provvedimenti. Periodo di Tangentopoli – “mani pulite” – Antonio Di Pietro.

DOPO TANGENTOPOLI

Un nuovo assetto politico si sta determinando in Italia. Il crollo del sistema dei partiti, la nuova legge elettorale maggioritaria, il profondo rimescolamento e rinnovamento della classe politica, la nascita di un tendenziale bipolarismo sono tutti fattori che caratterizzano l’ampiezza del mutamento che sta interessando l’intero paese. Periodo della cosiddetta par condicio nell’accesso agli spazi delle trasmissioni, sotto il controllo della Commissione parlamentare di vigilanza. Assegnare inoltre il potere di nomina ai presidenti delle Camere, in quel particolare momento della vita italiana, non era stata una buona idea. I primi presidenti delle Camere a nominare i nuovi consiglieri Rai furono Giorgio Napolitano e Giovanni Spadolini mentre i consiglieri nominati: Paolo Murialdi, Feliciano Benvenuti, Elvira Sellerio, Tullio Gregory e Claudio Demattè. Gianni Locatelli diveniva il nuovo direttore generale della Rai e Claudio Demattè il neopresidente. Un nuovo centro di produzione, destinato all’informazione televisiva e radiofonica, costruito a Roma sulla via Flaminia, in località Saxa Rubra, esprime simbolicamente, per la tetraggine della

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sua architettura carceraria, questi anni cupi come meglio non si potrebbe. Le nomine dei “professori”, con qualche rara eccezione, furono il frutto di una assoluta incompetenza di che cosa significhi governare complesse macchine di spettacolo e di informazione di massa come le reti e le testate radiotelevisive. Clamoroso il caso di Nadio Delai, collocato a capo di Raiuno nonostante non guardasse neppure la tv. Per altro verso, non va dimenticato come dalla felice intuizione del consigliere Elvira Sellerio di rivalutare il Centro di produzione di Napoli, ma anche dalle capacità

manageriali di Giovanni Minoli, nacque la prima soap opera italiana, Un posto al sole: primo esperimento di fiction industriale seriale. Ai primi di dicembre del 1993 il presidente Rai Demattè annuncia che le casse sono vuote e che il pagamento delle tredicesime ai dipendenti verrà differito al prossimo anno. Sul piano politico parte una trattativa per far passare quel decreto “salva Rai”, che viene approvato il 29 dicembre dal governo Ciampi insieme all’aumento del canone, in nome del quale un uomo del Tesoro, il direttore generale della Cassa depositi e prestiti, sarebbe dovuto entrare nel consiglio di amministrazione del servizio pubblico. Adrai: Associazione dei dirigenti Rai.

LO SPECCHIO DEL SISTEMA POLITICO

Come ha ben osservato Peppino Ortoleva, “la Rai dell’emergenza non è semplicemente una parte del sistema politico, ne è per così dire lo specchio, grottesco nella sua quasi surreale complessità, ma realistico”. Situazione che non ha lasciato immune neppure la televisione commerciale.

TELECAMERE AL POTERE

Con la vittoria del Polo (1994), la logica dello spoil system (letteralmente: “sistema delle spoglie”, descrive una pratica per cui le forze politiche al governo distribuiscono a propri affiliati e simpatizzanti cariche istituzionali, la titolarità di uffici pubblici e posizioni di potere, come incentivo a lavorare per il partito o l’organizzazione politica) vuole che il gruppo dirigente della Rai passi la mano. Il governo – dove adesso al Ministero delle poste c’è Giuseppe Tatarella – boccia infatti il piano triennale dei “professori” e, di fatto, li congeda. Dai “professori” la Rai passa così ai “manager”. Dopo un’ampia trattativa e alcuni incontri al Quirinale, i nuovi presidenti delle Camere, Irene Pivetti e Carlo Scognamiglio, nominano i nuovi consiglieri di amministrazione di viale Mazzini: Letizia Moratti Brichetto, Ennio Presutti, presidente dell’Assolombarda, Alfio Marchini, Mauro Miccio, amministratore delegato dell’agenzia Asca e lo storico Franco Cardini. La Moratti viene eletta presidente. Sul fronte dell’offerta va apprezzata la nomina di Carlo Rossella alla direzione del TG 1 e di Clemente Mimun al TG 2. Inizia la programmazione de Il fatto di Enzo Biagi. Massimo D’Alema sostituisce Achille Occhetto alla guida del PDS, Michele Tedeschi diventa il nuovo presidente dell’IRI e da una maxifusione nasce Telecom Italia, il sesto gruppo mondiale nel settore delle telecomunicazioni. Per quanto riguarda l’evidente “conflitto di interessi” di Silvio Berlusconi, la Consulta tenta di dipanare la matassa con la sentenza del dicembre ’94, in cui si ritiene incostituzionale che un unico soggetto possegga un quarto di tutte le reti nazionali o un terzo di tutte le reti private in ambito nazionale. La Corte costituzionale boccia la parte più importante della legge Mammì. È in gioco soprattutto l’articolo 15 della legge del 1990, quello che consente ad uno stesso soggetto di essere titolare di tre concessioni nazionali televisive, favorendo così la concentrazione. La questione di incostituzionalità – che era stata sollevata dalle tv “minori” – e quindi fondata, dice la Corte, perché risulta “illecita la formazione di posizioni dominanti che in questo settore possono non solo alterare le regole della concorrenza, ma anche condurre ad una situazione di oligopolio, che in sé pone a rischio il valore fondamentale del pluralismo delle voci, espressione della libera manifestazione del pensiero”. Pochi giorni prima la Corte di cassazione aveva dato via libera a 16 referendum, proposti dal Comitato per l’abrogazione della legge Mammì, dichiarando legittimi i quesiti e valide le firme

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raccolte. Quattro di questi quesiti riguardano il sistema televisivo: abolizione delle interruzioni pubblicitarie, riduzione da tre a due delle reti nazionali per le quali le concessionarie pubbliche raccolgono pubblicità, abolizione delle norme che impediscono di privatizzare quote della Rai. Il 21 dicembre, dopo uno scontro con la Lega, al termine di un confronto estenuante con il suo leader Umberto Bossi, Berlusconi è costretto a dimettersi da presidente del Consiglio.

Le reti televisive Rai intanto, battono per ascolti quelle Fininvest mentre nel delicato comparto radiofonico pubblico Zapping di Aldo Forbice e Radio Zorro di Oliviero Beha sono le novità più interessanti. Ma, nell’insieme, la programmazione radiotelevisiva non sembra tener dietro alle dichiarazioni ufficiali. Dal punto di vista dei numeri la Rai è a posto, dal punto di vista della qualità del prodotto, un po’ meno!

LO SVILUPPO TELEMATICO

Lamberto Dini presiede il Governo, Giuliano Amato è a capo del nuovo istituto di garanzia (antitrust). Uno dei primi provvedimenti del ’95 in materia di antitrust è la decisione di aprire ai privati le reti telefoniche virtuali (servizi per gruppi chiusi di utenti) contestando a Telecom un abuso di posizione dominante, reso possibile da uno Stato che per quattro anni non aveva applicato la direttiva comunitaria nei servizi di telecomunicazioni. È un piccolo segnale ma importante. Un’iniezione di concorrenza. Progetto “Socrate”: Acronimo di Sviluppo ottico coassiale per rete di accesso di telecomunicazioni. Promosso dalla Stet (poi Telecom) soprattutto per mettere a regime le prime sperimentazioni di Stream, la nuova società di televisione interattiva. Nel quadro della evoluzione dell’offerta televisiva una tendenza che sta infatti chiaramente emergendo è quella della tematizzazione. Solo nel 1995 però l’offerta analogica di Telepiù si arricchisce con quella in digitale, distribuita via satellite, e che in breve raggiunge un’ampia copertura comprendente Europa centrale e Mediterraneo. È una svolta importante per la televisione a pagamento in Italia ed è anche un duro colpo alle ambizioni del progetto Socrate e alle mire espansionistiche di Stream, che comunque si afferma sul mercato con una sua versione digitale, rinunciando tuttavia a qualsiasi ipotesi avveniristica di interattività. (Periodo del decoder: apparecchio elettronico non portatile che aggiunge alcune funzionalità televisive ad un televisore, un monitor, o un videoproiettore, funzionalità inizialmente non previste in tali apparecchi elettronici). La liberalizzazione di tutti i servizi di telecomunicazioni prevista per il 1998 pone anche alla Rai la necessità di sviluppare un più aggressivo e lungimirante spirito d’impresa. I referendum di giugno 1995 sulla riduzione delle reti concesse ad un privato e sulla diminuzione della pubblicità nei programmi televisivi (tre dedicati alla Fininvest, uno sull’apertura della Rai a capitali privati), tendevano in sostanza a ridimensionare il potere televisivo di Silvio Berlusconi ma l’esito delle urne confermò la vittoria dell’imprenditore milanese, ormai a tutti gli effetti protagonista politico della vita nazionale. In quello stesso anno un altro protagonista fa il suo esordio nella televisione, Vittorio Cecchi Gori. Egli infatti, compra i due network Telemontecarlo (TMC) dalla Montedison e Videomusic (divenuto poi TMC 2) da Mariolina Marcucci che vanno ad aggiungersi all’emittente regionale Canale 10 con sede a Firenze. Secondo molti osservatori si era aperta la strada per un terzo polo televisivo. Ma da quella operazione, nascerà in seguito solo La 7. Al contrario, in quello stesso periodo, Fininvest affronta una profonda trasformazione finanziaria, con l’ingresso di molti nuovi soci stranieri (Kirch, Nethold, Al Waaled ecc.) che porterà il gruppo ad essere quotato in borsa. Da queste trasformazioni nascerà la società Mediaset, collocata nel portafoglio della finanziaria (Fininvest) accanto a Publitalia, RTI, Elettronica Industriale, Videotime, le società che gestiscono l’intera attività televisiva del grande gruppo privato.

LA “NUOVA” TV

Esplosione della telefonia mobile e privatizzazione di Telecom. Sul fronte dei programmi invece, già il salotto televisivo disponeva della presenza garbata e maliziosa di Maurizio Costanzo e di

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quella autoritaria e giustizialista di Michele Santoro, allorché nel gennaio 1996 se ne aggiunse una terza, quella di Bruno Vespa, con la più indovinata e furba spettacolarizzazione della politica rappresentata da Porta a Porta, che non a caso cominciò con Romano Prodi e Massimo D’Alema.

L’unico personaggio televisivo che sembra credere ancora in una forma di giornalismo televisivo tradizionale, anche se di buon livello, era Lucia Annunziata con Linea Tre sulla terza rete. La “nuova televisione” è una risposta alla trasformazione profonda nelle attitudini del consumo. Essa si realizza nella seconda metà degli anni novanta e crea quella languida assuefazione all’intrattenimento che si dipana durante tutto l’arco della giornata a prescindere da ciò che si vede, perché ciò che più conta è ciò che si sente. Intrattenimento che raggiunge momenti apicali in quei talk show che, per qualche ora, svegliano lo spettatore facendo leva sulle sue simpatie politiche o sulle sue simpatie umane, spettacolari, umorali ecc. Questo stile viene inaugurato quasi contemporaneamente alla vittoria dell’Ulivo nelle elezioni del 1996. Enzo Siciliano neopresidente Rai, Franco Iseppi direttore generale.

LA SINISTRA NEL PAESE E NELLA RAI

Nel 1994 sono liberalizzate le comunicazioni via satellite, l’anno successivo quelle via cavo. Nel 1996 si apre alla concorrenza la telefonia cellulare e nel 1998 stessa sorte toccherà alla telefonia fissa vocale. In questo scenario, tuttavia, anche se molti perseguono nel centrosinistra lo ”astratto furore” di privatizzare la Rai, l’azienda dal canto suo continua a seguire le sue logiche di sempre. Carlo Freccero a Raidue mentre Giampaolo Sodano, uscito dalla Rai durante il regime dei “professori”, aveva sostituito Giorgio Gori a Canale 5 e l’arrivo di Paolo Bonolis ne aveva comunque rafforzato l’ascolto nella fascia preserale, creando qualche fastidio al TG 1 e molta delusione nel mondo politico.

LO SCENARIO INDUSTRIALE E LEGISLATIVO

Nasce l’Autorità per le garanzie nella comunicazione, sotto la presidenza di Enzo Cheli, con sede a Napoli. Per volontà del Ministro delle comunicazioni Antonio Meccanico vede la luce la legge n. 249 del 1997, i cui punti nodali sono un maggior controllo sulle telecomunicazioni, l’abolizione delle barriere tra comparti industriali, la limitazione ad usare il segnale terrestre per sole due reti della Rai e di Mediaset, obbligando le altre a trasferirsi sul satellite, prive di pubblicità. Il senso ultimo della legge era quindi quello di introdurre norme che facessero preciso riferimento all’impiego delle risorse onde evitare il pericolo di posizioni dominanti. La legge avrebbe dovuto essere completata da un ddl governativo, il n. 1138, che sanciva la nascita di una Fondazione di diritto pubblico alla quale sarebbe stata trasferita la proprietà della Rai. La legge aveva inoltre previsto che la concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo e la concessionaria di telecomunicazioni potessero utilizzare una piattaforma unica per le trasmissioni digitali, aperta anche a operatori privati. Dal 1998 il servizio pubblico, con la costituzione di Rai Sat affidata a Carlo Sartori, era di fatto entrato nel business dell’offerta tematica satellitare. Un accordo con Telepiù, insignificante dal punto di vista della partecipazione azionaria, le consentiva tuttavia di far accedere i suoi canali tematici nel bouquet della televisione a pagamento.

PRIVATIZZARE

Roberto Zaccaria neopresidente Rai, Pier Luigi Celli nuovo direttore generale. Ma dopo l’esperimento Siciliano, il nuovo compito assegnato all’azienda dai presidenti delle Camere è: ristrutturare. Inizia così la prima fase di un faticoso lavoro, portato avanti tra infiniti contrasti per riarticolare la Rai in tante divisioni operative. La seconda fase, più complessa, avrebbe dovuto concludersi con la costituzione di vere e proprie società autonome, collegate a una holding da aprire

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anche a capitali privati. Una trasformazione poderosa, che aveva forti resistenze nella stessa compagine del centrosinistra, e naturalmente in tutta l’opposizione.

La vera novità riguardò il TG 1 che, per la prima volta, cambiò di segno politico. Tradizionalmente democristiano, venne infatti affidato a Giulio Borrelli, di area PDS. Usigrai: Il sindacato più influente dei giornalisti radiotelevisivi.

UNA HOLDING E UNA FONDAZIONE

Una delle ipotesi di riforma era la creazione di una Fondazione alla quale conferire tutte le azioni del capitale Rai una volta disciolto l’IRI. Alla Fondazione avrebbe fatto capo una holding finanziaria, con tutte le sue società operative, la cui costituzione, e relativo ingresso di capitali privati, si stava preparando proprio nel piano aziendale. Scomparso l’antico azionista, tra il giugno del 2000 e l’ottobre del 2002, la proprietà della Rai verrà infatti conferita al Ministero del tesoro (con a capo il ministro Giuliano Amato). Ma contemporaneamente non nascerà alcuna Fondazione. Il passaggio al Tesoro delle azioni Rai non sarebbe stato privo di effetti. In caso di vittoria del centrosinistra alle elezioni politiche il servizio pubblico sarebbe rimasto “nelle mani” dell’Ulivo. In caso di sconfitta, l’azienda sarebbe stata “proprietà” del centrodestra. Come nei fatti è avvenuto.

QUALITA’ E ANTITRUST

L’Enel di Franco Tatò e di Chicco Testa entra per tramite di Wind, la sua società di telecomunicazioni, nel capitale di Telepiù con una quota del 30%. Reazioni negative ovviamente inevitabili, come quella del senatore Franco Debenedetti che presentò un disegno di legge per vietare alle imprese controllate dallo Stato di diversificare le loro attività, onde evitare la nascita di “nuove” Partecipazioni statali. Enel, infatti, è ancora un ente pubblico. Roberto Colaninno intanto, aveva acquisito la Telecom e l’aveva separata dalla Olivetti. Nascita della rete tv La 7, dopo la fine della breve stagione Colaninno e acquisto di Telecom da parte della Pirelli di Marco Tronchetti Provera. Comparsa di Rupert Murdoch. Avanza nel paese l’idea delle cosiddette “multiutilities”, dare vita cioè a megaimprese in grado di sfruttare una unica rete distributiva per vendere agli utenti tanti prodotti tra loro diversi ma tecnologicamente collegati, tra i quali certamente la televisione. Nell’agosto del 2000, attraverso la Seat-Pagine Gialle, la Telecom acquisì l’intero pacchetto di TMC 1 (Telemontecarlo di Vittorio Cecchi Gori) ribatezzandolo La 7 e ingaggiando una serie di stars televisive: Gad Lerner, Giuliano Ferrara e Fabio Fazio. Il Festival di Sanremo, con Laetitia Casta e il premio Nobel Renato Dulbecco, fu l’evento televisivo del 1999. Ma lo spettacolo ormai più gradito e diffuso è certamente la fiction: Film per le sale (di produzione nordamericana), film per la tv (produzione nostrana), serie e miniserie.

LA NUOVA RAI: UNA COSTELLAZIONE SOCIETARIA

Franco Iseppi, dirigente generale Rai uscente, consegnò un “Libro bianco” al suo successore con tutte le osservazioni per affrontare il piano di riorganizzazione dell’azienda. Un macchinoso processo di ingegneria aziendale, portò così alla creazione delle divisioni. Esse raccoglievano segmenti importanti delle attività di programmazione. Ad ogni divisione fu assegnato un obiettivo di business da rispettare. La Divisione 1 aveva competenza sulle reti televisive e sui primi due telegiornali; la Divisione 2 su Raitre, TG 3, e sulle cosiddette offerte collegate, Rai International, Rai Educational ecc. I centri di produzione (Roma, Milano, Torino e Napoli) furono riorganizzati in segmenti di attività, ciascuno dei quali rispondeva a una diversa Divisione, Immobiliare, Produzione, Trasmissione ecc. In realtà era stato strangolato il loro ruolo propulsivo di realtà culturali e di spettacolo regionali. Erano stati trasformati in puri e semplici stabilimenti. Fu creata anche una Divisione per la radiofonia, nucleo di una futura società autonoma sulla costituzione della quale, data la scarsità delle risorse disponibili, sia pubblicitarie che da canone, il consiglio si

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espresse negativamente. La radio pubblica era stata incredibilmente trascurata nella sua realtà di impresa. Questo sistema di divisione contabile arrivava dopo che per circa trent’anni la Rai aveva disatteso ogni tentativo di darsi una “contabilità industriale” e rappresentava un elevato salto qualitativo. In questo periodo nasce Rai Trade (sulle ceneri della Sacis) per la commercializzazione dei prodotti (Amministratore delegato Roberto Di Russo). Rai Sat invece, è destinata a produrre canali satellitari per l’offerta di Telepiù (facente parte, a sua volta, di Canal Plus), mentre le due nuove società, Rai Net e Rai Click, furono rese operanti nell’ambito della convergenza tra televisione e new media. Nel settore dell’informazione comparve Rai News24 (affidata a Roberto Morrione), che in pochi mesi riuscì a conquistare audience e prestigio. Da ricordare anche Rai International: questa rete andava a toccare interessi politici non secondari nel bacino vastissimo degli italiani all’estero, in particolar modo dopo che il parlamento ne avesse approvato la normativa sulla concessione del voto. Ma la vera, grande innovazione fu Rai Cinema. La società vide la luce nel giugno del 2000, con Giancarlo Leone amministratore delegato, Carlo Macchitella direttore generale e Giuliano Montaldo presidente. Rai Cinema aveva il compito principale di realizzare una vera e propria struttura di produzione e co-produzione indipendente, i cui successi sono rappresentati dalle cifre dei botteghini e dai riconoscimenti nei festival internazionali, e da una lunga lista di titoli che negli ultimi due anni si sono imposti nelle sale. La società doveva essere inoltre un punto di riferimento essenziale per le reti televisive sul mercato dei diritti cinematografici e nella politica delle acquisizioni. Così come per la fiction tv lo era diventata la direzione di Stefano Munafò. Rai Way poi, era stata costituita per vendere consistenti quote di partecipazione azionaria ai migliori offerenti. La società era la porta più adatta per aprire l’azienda al capitale privato. Quando Rai Way stava per essere ceduta all’americana Crown Castle, il neo Ministro delle comunicazioni Maurizio Gasparri (AN) bloccò la trattativa in dirittura d’arrivo. Periodo storico dei telefonini UMTS di nuova generazione. Nella primavera del 2000, Murdoch conquista un altro 15% di Stream, arrivando quindi a possedere una buona metà dell’intera azienda. La tv satellitare a pagamento è ormai in Italia una realtà tecnologica, imprenditoriale e culturale che fa gola, anche per la limitatezza del cavo che continua a registrare una diffusione residuale. La presenza di due distinte piattaforme concorrenziali rappresenta l’ultimo ostacolo allo sviluppo del settore, sul quale tuttavia l’australiano conquista progressivamente spazi di controllo sempre maggiori, al punto da diventare proprietario della stessa Telepiù. Il riconoscimento della necessità di un decoder unico, da parte dell’Autorità per le garanzie nella comunicazione, sarà infine, nell’estate del 2001, il passo finale verso la stabilità di un comparto industriale che negli anni a venire potrebbe costituire la vera minaccia per la televisione generalista.

EVOLUZIONE DELLA RADIO

Il Ministro delle finanze in carica aveva di fatto abolito il canone per autoradio, che comunque dava un gettito annuo di circa 250 miliardi. La radio, in Italia, nel complesso dei suoi 35 milioni di ascoltatori era un fenomeno in grande ascesa. Con espressione che divenne abusata, essa stava vivendo una “nuova giovinezza”. Le tre reti radiofoniche Rai, vennero di nuovo rese autonome. La fisionomia differenziata dei tre canali (ai quali va aggiunto Isoradio per gli automobilisti) veniva così ristabilita. Un canale, Radiouno, di informazione e musica, con competenza anche sui notiziari degli altri due; un canale di intrattenimento che Valzania fece crescere con un linguaggio vivo e moderno, con formati giovani per un pubblico giovane; un canale culturale, con buone proposte (Fahrenheit, Hollywood Party) prodotte dal vicedirettore Marino Sinibaldi e un’offerta musicale di tutto rispetto che faceva dimenticare il chiacchiericcio banale di Radiotre Suite. Radiodue continuava ad essere l’offerta più popolare e più seguita. La riscoperta di Fiorello aveva dato nuovo smalto alla rete. E inoltre Fabio e Fiamma, Il ruggito del coniglio, con Marco Presta e Antonello Dose, che sanno guardare ogni aspetto della vita italiana con autoironia e sguardo satirico, Golem,

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Caterpillar, vera trasmissione di culto, condotta dagli ex di Radio Popolare, la coppia Cirri&Ferrentino, sono alcuni dei suoi maggiori punti di forza. Nell’organigramma nominato dal nuovo Consiglio d’amministrazione nella primavera del 2001, la seconda e la terza rete radio verranno nuovamente unificate sotto la direzione di Sergio Valzania e con la vicedirezione di Daniela Recine, valido testimone di Radiotre fin dalla sua nascita. Tra le radio nazionali private Radio Dimensione Suono, Radio Deejay, RTL 102.5, Radio 105, Radio Montecarlo, Radio Italia Solo Musica Italiana, Lattemiele, Radio Cuore e Radio Maria fanno la parte del leone. Ad esse vanno poi aggiunte dopo il 2000 Radio Capital, CNR (con Demetrio Volcic), Radio 24 Ore, l’emittente della Confindustria e Italia Radio, passata dalla proprietà di partito a quella del gruppo Caracciolo. Accanto a queste poi, vanno ricordate anche Italia Network, Radio 101, Radio Kiss Kiss e Radio Subasio che conquista nel Centro Italia un ascolto di tutto rispetto e Radio Radicale che è una delle voci più interessanti del sistema informativo italiano alla fine del secolo. L’emittente è infatti al primo posto nella documentazione dei lavori parlamentari. Alla generazione dei ventenni, che dopo il 1970 rinnovò l’espressività della radio, si è sostituita una nuova leva che usa il mezzo in modo maturo per influenzare mode e linguaggi della comunicazione e della musica. Albertino è il dj più famoso d’Italia con il suo Deejay Time sulla omonima rete. La popolarità di Linus è sempre indiscussa. A Radio 105 Marco Galli conduce Happy Days, dal 1999 il programma più ascoltato d’Italia. Castigate trasgressioni sessuali in Capriccio, condotta da Luca Viscardi e Ambra Angiolini su RTL 102.5, allo stesso modo di Pippo Pelo a Radio Kiss Kiss, che tuttavia sfrutta un vero e proprio filone di porno casereccio con Facciamo Candy Candy, non privo di ironia. Al contrario, Loveland di Anna Pettinelli, su Radio Dimensione Suono, si butta sui sentimenti e sul gioco amoroso. Le fasce mattutine occupano formati di più riconoscibile comicità, come I due di 101 condotto da Paolo Cavallone e Tony Severo, una raffica di personaggi surreali. Sulla stessa rete Fausto Terenzi ripropone un clone, in vero assai originale, del vecchio e straordinario cult radiofonico Alto gradimento. Periodo storico che vede Franco Cardini e Gianni Isola, protagonisti dell’opera complessa e difficile di ritrovare documenti, testi, copioni ecc in vecchi armadi Rai. Nella tv Gad Lerner a capo del TG 1 ma costretto alle dimissioni dopo un servizio di bambini vittime di pedofili; al suo posto torna Albino Longhi. Mario Landolfi, presidente della Commissione parlamentare di vigilanza. Era già l’autunno del 2000. Genere del Reality show, vero protagonista della televisione del nuovo millennio.

ROMANZO POPOLARE DI FINE SECOLO

La Rai a dire il vero non aveva fatto poco per programmare negli ultimi anni del decennio una televisione di riconosciuta qualità culturale, a cominciare dal sostegno alla produzione di nuovo cinema (come a esempio La stanza del figlio di Nanni Moretti o Pane e tulipani di Silvio Soldini), ma anche rubriche come Report di Raitre o l’intelligente programma per ragazzi La Melevisione sino naturalmente a Il fatto di Enzo Biagi, che diventa un appuntamento ineludibile per qualsiasi spettatore pensante. La programmazione che “resta” però nella memoria degli italiani è ben altra: 25 milioni di cazzate di Adriano Celentano, Quelli che il calcio di Fabio Fazio o dei Quiz show tipo La Zingara. L’innovazione è altrove. Figlia in qualche modo dello “sceneggiato” la fiction italiana, ovvero quel genere narrativo che l’industria della tv ha ricavato nel corso degli anni, sul modello americano, da un singolare connubio tra fotoromanzo e cinema. Anche Mediaset, da questo punto di vista, poteva vantare una programmazione di tutto rispetto come nel caso di Vivere o di Centovetrine. Anche la rete di Carlo Freccero è certamente in prima fila nella produzione di una fiction popolare appetibile da ampie fasce di pubblico, dal Maresciallo Rocca al Commissario Montalbano. Né va trascurato il salto di liberalità che la Rai si consente nella serie Commesse, storie di amori e amicizie, anche trasgressive, e comunque intimamente collegate alle questioni di fondo di un nuovo modo di intendere l’educazione sentimentale. Lo ritroviamo nel Medico in

famiglia, il cui successo sta tutto nella visione laica con la quale vengono affrontate le grandi questioni private della vita di ognuno. Nella lunga serialità Un posto al sole e La Squadra, entrambi

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realizzati nel Centro di produzione di Napoli, hanno avuto il merito di aver dato vita a processi produttivi, indubbiamente originali, di fiction “industriale” realizzata con sistemi “artigianali”. La creatività napoletana è stata, a questo scopo, essenziale. Tuttavia sul piano espressivo, per queste produzioni, più che di fiction occorrerebbe parlare di “fotoromanzo animato”. Indubbiamente la legge n. 122 del 1998 voluta saggiamente dal vicepresidente del Consiglio, Walter Veltroni, cominciava a conseguire i suoi obiettivi. Essa aveva imposto ai broadcasters di reinvestire nella produzione nazionale ed europea di film e fiction quote significative dei loro ricavi netti: il 10% del canone nella tv pubblica; il 20% della pubblicità in quella privata. I nuovi modelli di narrazione del “racconto popolare” sono il frutto di una nuova leva di sceneggiatori, più che di registi o di interpreti. Sono loro che hanno decretato il successo e l’espansione del consumo di fiction, con prodotti molto caratterizzati. Da ricordare in tal senso: Francesco Scardamaglia (Papa Giovanni, record di ascolti), Gabriele Romagnoli e Luigi Montefiori (La Uno bianca) e Sandro Petraglia e Stefano Rulli (Perlasca). Muore Lady Diana.

IL FILTRO SOCIALE DEL PAESE

Più che in qualsiasi altro momento è in questi anni cruciali che la tv generalista ha saputo monopolizzare l’attenzione degli spettatori, poiché il suo spazio è divenuto lo spazio centrale dell’opinione, il fulcro del dibattito politico e morale, il viatico di ogni più significativa presa di coscienza del sociale. Il talk show, è divenuto un genere a tal punto maturo da collocarsi in posizione dominante nei palinsesti: Costanzo show e Porta a Porta: quotidianità, continuità. Ballarò (di Giovanni Floris) ed Enigma (di Andrea Vianello): discontinuità. Nel pomeriggio c’è il regno vittorioso del trash televisivo: Al posto tuo di Alda D’Eusanio, Casa Raiuno di Massimo Giletti, La vita in diretta di Michele Cucuzza, I fatti vostri (con Giancarlo Magalli, regia di Michele Guardì), senza dimenticare le trasmissioni di Maria De Filippi. Nella confessione pubblica, o nella resa dei conti privata esibita in pubblico, la televisione si apre all’abbraccio con la gente: essa sfila sulla scena alla ricerca di quel supporto morale che si faccia carico dei loro problemi, che dia spazio alla loro denuncia, che sia disposto ad ascoltare e sostenere le loro ragioni. La fortuna mediatica di questo genere televisivo nasce dalla promessa di una immediata operatività, dall’efficacia di una risposta in grado persino di surrogare le assenze delle istituzioni sociali. Non va distinta da ciò, la ripetuta accoglienza data dalla tv a fenomeni basati sulla casualità della fortuna che fa vincere o perdere: i quiz show. Il vero trionfatore della tv generalista postmoderna comunque è lo spettacolo leggero, portatore di modelli originali e innovativi. Il vasto genere di consumo nel quale ha brillato la genialità di Carlo Freccero, almeno dal 1999 al 2002: Superconvenscion, Ottavo nano, Satyricon e PippoChennedy Show. Da non dimenticare poi sul fronte privato i successi di Zelig e di Sarabanda su Italia 1. Sempre in onda sulla stessa rete va inoltre citato Mai dire gol. Da menzionare anche Macao e Chiambretti c’è (entrambi di Gianni Boncompagni).

LA TRANSIZIONE CONTINUA

Nel febbraio del 2001 si dimette il direttore generale Rai Pier Luigi Celli e viene sostituito dal suo vice Claudio Cappon. In piena campagna elettorale, il tono e i modi delle rivelazioni che Marco Travaglio (autore con Elio Veltri del libro L’odore dei soldi) fa sul conto di Berlusconi e Dell’Utri nella famosa puntata di Satyricon con il comico Daniele Luttazzi, avevano suscitato diverse reazioni

contrastanti e, da parte della Casa delle Libertà, giudizi molto duri sul servizio pubblico. Il clima interno all’azienda, nella primavera del 2001, è fra i più cupi. Con la vittoria del Polo nelle elezioni del 13 maggio 2001, inizia da parte di Berlusconi e dei suoi alleati un’offensiva su tutta la linea del

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servizio pubblico, e che avrà come vittime immediate Carlo Freccero, rimosso dalla direzione di Raidue, Enzo Biagi cancellato da Raiuno e Michele Santoro, con tutta la sua squadra, provvisoriamente accantonato. Dalla lontana Bulgaria Silvio Berlusconi, in una intervista, li aveva condannati senza possibilità di appello. La vera grande vittima è la Rai, il cui destino si consuma come quello dell’Italia del XVI secolo dilaniata dalla guerra tra Carlo V e Francesco I. Pier Ferdinando Casini e Marcello Pera nuovi presidenti di Camera e Senato; Antonio Baldassarre neopresidente Rai mentre Agostino Saccà viene nominato direttore generale. Nel nuovo organigramma (speculare alla vittoria del centrodestra) figurano anche Fabrizio Del Noce e Clemente Mimun. Inizia un lungo periodo di logoramento delle capacità di governo dell’azienda, a fronte della stabilità industriale, politica e di prodotto del suo diretto concorrente. Il messaggio alle Camere del presidente Carlo Azeglio Ciampi, nel luglio 2002, invita al pluralismo dell’informazione Rai, perché condizione imprescindibile della stessa democrazia. La proposta di legge del ministro Gasparri, presentata nel settembre del 2002, con la previsione di un lungo e dibattuto iter parlamentare, vorrebbe aggiornare in maniera definitiva ed esaustiva la regolamentazione del sistema. I suoi punti principali, in estrema sintesi, sono: l’abolizione del precedente limite, fissato dalla legge Maccanico del 1997, secondo il quale nessun editore può crescere oltre il 30% in ogni singolo settore (carta stampata, radio, tv); abolizione dei divieti agli incroci nella proprietà di reti televisive e organi di stampa; limite del 20%, per ciascun soggetto, alle possibilità di drenaggio delle risorse complessive di tutto il sistema dell’informazione. Si propone inoltre di risolvere l’annosa questione di Retequattro e Telepiù nero, che potranno continuare a trasmettere “in chiaro”, senza quindi essere confinate sul satellite, fino alla fine del sistema analogico. (Ma la Corte Costituzionale con la sentenza n. 466 dell’ottobre aveva ultimamente concesso una proroga solo al 31 dicembre del 2003 per consentire al legislatore di determinare le modalità di cessazione di un regime comunque giudicato transitorio). Il disegno di legge indicava infine, per la prima volta nella storia della legislazione in materia radiotelevisiva, i tempi di una probabile privatizzazione della Rai, prefigurando la possibilità di dar vita a una Public Company. La Telecom di Tronchetti Provera era tagliata fuori. Ecco Rupert Murdoch: dopo mesi di negoziati, nell’ottobre Telepiù passa dalla francese Canal Plus (Vivendi Universal) alla News Corporation. La nuova piattaforma unica nascerà dalla successiva fusione con Stream, controllata dalla stessa News Corp e da Telecom. È già pronto il nome, Sky Italia, e i piani di sviluppo: un asset di classe mondiale nel quale, tra l’altro, il gruppo di minoranza di Tronchetti Provera completa la sua ristrutturazione, e manifesta esplicitamente l’interesse sempre più evidente anche per l’offerta televisiva a pagamento. L’accordo prevede l’avvio della piattaforma unica, quindi di un unico decoder, dal giugno del 2003, dopo l’approvazione dell’Antitrust europeo. L’offerta comprende tutte le partite delle diciotto squadre di calcio, una programmazione di cinema internazionale che può contare sulla straordinaria library della Fox, una forte attenzione ai prodotti del cinema italiano, i documentari della National Geographic Society. Ma soprattutto l’offerta prevede di raddoppiare in poco più di due anni il numero degli abbonati, raddoppiare quindi il fatturato e trasformare in consistenti utili le attuali perdite.

LA CONCENTRAZIONE MEDIATICA

Con una differenza politicamente sostanziale, venne introdotta la figura di un presidente Rai “di garanzia”. L’opposizione di centrosinistra la reclama e la ottiene. Dal cappello a cilindro della politica esce questa volta una protagonista dell’informazione: Lucia Annunziata (su indicazione del segretario DS Piero Fassino). Direttore generale venne nominato Flavio Cattaneo. In realtà l’indicazione di Lucia Annunziata, come unico garante dell’opposizione, al di là delle sue indubbie

doti professionali, fu un errore strategico. Con il voto della notte del 3 luglio 2003 in Commissione telecomunicazioni al Senato il Polo aveva infatti spianato la strada alla più vasta concentrazione mediatica che l’Italia avesse conosciuto, ripristinando un articolo che fissava al 20% dell’insieme delle risorse del Sistema integrato delle comunicazioni (Sic) il tetto antitrust, e concedendo così a

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Mediaset, in caso di approvazione della legge (Gasparri), ulteriori possibilità di crescita e di espansione. In grande sintesi, il disegno di legge Gasparri non tendeva affatto a riformare, bensì a “cristallizzare” l’assetto industriale e normativo della tv, che la Corte aveva ritenuto non conforme alla Costituzione, che il presidente Ciampi aveva in più occasioni raccomandato di rivedere, che egli stesso aveva rinviato alle Camere dopo la prima approvazione del 3 aprile. In sostanza il ddl non rimuoveva ma blindava ancor più l’anomalia italiana, tante volte richiamata, relativa a un duopolio padrone dell’intera informazione e usufruttuario della quasi totalità delle risorse pubblicitarie. Il 2 dicembre 2003 essa divenne legge dello Stato. Questa prevedeva infatti nuovi criteri di nomina per gli organi della concessionaria pubblica, ovvero un Cda composto da 9 membri, di cui 7 nominati dalla Commissione parlamentare e 2 (fra i quali andava scelto il presidente) dal Ministero dell’economia. Chiuse le lunghe trattative con Rai e Telecom, Murdoch e i suoi manager europei, tra i quali spicca Emilio Carelli, già uomo Mediaset per essere stato tra i fondatori di Canale 5, partono alla conquista monopolistica della televisione a pagamento e a classificarsi come il nucleo di un possibile terzo polo del sistema televisivo italiano. Un palinsesto di 50 canali, un reclutamento oculato di personale e soprattutto di giornalisti, una politica di marketing efficace, tutto concorre a fare di Sky, dalla seconda metà del 2003, la vera novità della televisione italiana. Con un sospetto sgradevole, ai fini del pluralismo e della libera concorrenza, e che riguarda la raccolta pubblicitaria, ovvero l’ipotesi che Sky Italia, attraverso News Corp, possa allearsi con Mediaset consentendo a quest’ultima di espandersi ulteriormente drenando altre risorse dal mercato. Chiusa infine la trattativa con Telecom, per riprendersi quel 19% del pacchetto azionario che gli impediva di essere il padrone unico di Sky Italia, Murdoch nell’autunno del 2004 diventa il protagonista assoluto della pay tv. Per molti osservatori il 2004 è l’anno cruciale, il giro di boa della transizione che sta portando il sistema televisivo nazionale verso quella rivoluzione rappresentata dal passaggio del segnale in analogico a quello in digitale. Ai nostri giorni comunque è la Rai che sopporta in maggior parte i costi della sperimentazione digitale, ma è Mediaset che probabilmente ne trarrà giovamento poiché sarà essa, e non la Rai, ad avvantaggiarsi del probabile allargamento del mercato della tv a pagamento digitale. L’azienda pubblica tuttavia, appariva in ottime condizioni alla vigilia del più grande cambiamento di tutta la sua storia: la privatizzazione. Lo statuto della “nuova” Rai (nata dopo la fusione tra Rai Spa e Rai Holding), approvato in Commissione parlamentare di vigilanza nella prima settimana di ottobre e poi firmato dal Ministro delle comunicazioni, è l’atto che legittima questo cambiamento. Entro il marzo 2005 sarebbe stato privatizzato il 20% dell’azienda. Il governo prevedeva di mantenere l’80% con un limite dell’1% alle quote dei privati e un tetto del 2% ai patti di sindacato. Si trattava di un provvedimento previsto dalla legge, ma del quale, per la Rai, non risultava chiaro il vero obiettivo.

CONCLUSIONE

Nell’Italia degli ultimi decenni il disastro causato dalla crisi progressiva dell’ordinamento formativo, la perdita di valore della scuola e delle principali istituzioni educative, ha finito per dare al sistema dei media un potere enorme. Riequilibrare questo potere nell’interesse di tutti è ora – e sempre più lo sarà in futuro – il compito supremo di un popolo che voglia dirsi realmente libero.

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