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Storia della radio e della tv - Riassunto - Monteleone, Sintesi di Storia Dei Media. Università di Milano

Storia Dei Media

Descrizione: Riassunto
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Storia della radio e della televisione in Italia
(Franco Monteleone)
INTRODUZIONE
Il Novecento è il secolo in cui, nel mondo industrializzato, per la prima volta i prodotti delle idee e
dell’immaginazione vengono messi a disposizione di tutti, attraverso l’etere, e assumono un ruolo
centrale nella vita delle masse. Essi costituiscono ormai una risorsa economicamente rilevante e
condizionano il comportamento, il gusto, la mentalità di ognuno: farne la storia significa fare la
storia della società del XX secolo.
Fra i prodotti della cultura popolare, o di massa, ciconcepita e realizzata per il popolo e per le
masse, la radio e la televisione, più della stampa, del cinema, del teatro e della musica riprodotta,
hanno determinato la fisionomia dell’immaginario sociale. Se la radio, insieme all’automobile, ha
cambiato la percezione del tempo e dello spazio, la televisione, insieme all’uso di massa del
trasporto aereo, ha cambiato il senso dell’identità e della velocità.
Lo si voglia o no, il piacere è uno dei connotati fondamentali della modernità. Radio e televisione
procurano piacere in modo semplice e diretto, senza mediazioni di sorta.
A partire dal 1985, a Pisa e a Napoli, Gianni Isola e Anna Lucia Natale si esercitavano in direzione
di quel “territorio di frontiera” costituito dalla storia dell’ascolto; un territorio tuttora impenetrabile
per la mancanza di fonti numerose e attendibili, eccezion fatta per le rubriche di corrispondenza del
vecchio “Radiocorriere”, e per alcuni sporadici riferimenti contenuti in pubblicazioni di
testimonianze orali del mondo operaio e contadino.
Un più sistematico approccio storiografico, ancorché limitato agli aspetti massmediologici del
mezzo televisivo, comincia invece a notarsi con le ricerche condotte dal gruppo di lavoro
dell’Università Cattolica di Milano coordinato da Gianfranco Bettetini.
La stessa Rai intanto, sembra aver già ufficiosamente disposto che Torino abbia il suo Museo della
Radio, e Milano quello della Televisione.
Da ricordare l’anno 1924 che segna ufficialmente la nascita della radiofonia italiana e il termine
Broadcasting: Per broadcast (o con l’obsoleto termine italiano radioaudizioni circolari) si intende la
trasmissione di informazioni da un sistema trasmittente a un insieme di sistemi riceventi non
definito a priori. L’esempio più classico è costituito da un trasmettitore radio di grande potenza e da
un gran numero di ricevitori montati nelle automobili o nelle case. In questo caso, tutti i ricevitori
situati nell’area di copertura del trasmettitore riceveranno il segnale, e il trasmettitore non potrà
sapere esattamente con chi ha comunicato.
1. LA GRANDE STRADA DELL’ETERE
“Ho in mente un piano che potrebbe fare della radio uno strumento domestico, come il
grammofono o il pianoforte. Sarà tenuta in salotto e si potrà ascoltare musica, conferenze,
concerti”. Con queste parole, David Sarnoff aveva per primo immaginato, già nel 1916, di dare
corpo a un progetto commerciale che potesse rivolgersi a un mercato ampio di consumatori.
La nascente industria delle comunicazioni però aveva altri obiettivi. Il suo scopo principale era la
“telefonia” senza fili che tanto interessava i governi e il mondo degli affari. Con il passaggio dallo
sfruttamento commerciale della “radiotelegrafia alla creazione delle prime società di
“radiodiffusione”, si delineano i due sistemi antitetici di organizzazione radiofonica nazionale, che
da allora saranno considerati i modelli classici del servizio radiofonico: il monopolio pubblico del
broadcasting, in Gran Bretagna, Germania, Francia e Italia; il sistema privato del network in
America. In Gran Bretagna, e precisamente dalla stazione Marconi di Chelmsford in Cornovaglia
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che il 23 febbraio 1920 venne trasmesso il primo regolare servizio radiofonico della storia, per due
ore consecutive al giorno, per un periodo di due settimane (un vero primato rispetto alla stazione
Westinghouse di Pittsburgh in America, che iniziò il servizio solo alcuni mesi dopo). Dal momento
che il fenomeno divenne rapidamente inarrestabile, si posero le basi per la nascita del monopolio
pubblico della British Broadcasting Company, ufficialmente costituita il 18 ottobre 1922
dall’unione di alcune fra le maggiori compagnie industriali britanniche. Il ricorso alla pubblicità
come risorsa finanziaria fu rifiutato per non compromettere la qualità dei programmi. Due anni
dopo, John C.W. Reith, il primo direttore generale della BBC, scriveva: “Se l’etere fosse stato
svenduto al denaro e al suo potere; se non ci fosse stata responsabilità etica e intellettuale; se
interessi diversi da quelli pubblici avessero preso il sopravvento, la BBC non sarebbe mai diventata
quella che è”. Esattamente il contrario di quello che stava avvenendo in America dove, grazie al
Radio Act del 1912, in base al quale il Ministero del commercio non poteva negare le licenze a
nessuno che fosse cittadino americano, entrarono in scena le grandi corporations. Prima fra tutte la
American Thelephone and Thelegraph Company, ma anche la General Electric e la Westinghouse,
poi Radio Corporation of America. Tra il 1912 e il 1916 furono rilasciate più di 8.500 licenze di
trasmissione, molte delle quali erano state richieste da colleges, scuole, università. La stazione
Westinghouse iniziò a trasmettere il 3 novembre 1920 e, contemporaneamente, a collocare sul
mercato i propri ricevitori. Poco più tardi, a New York, David Sarnoff aveva finalmente avuto il
permesso e i finanziamenti necessari per realizzare un modello della sua Radio Music Box. Nacque
così la WJY, che il 2 luglio 1921 trasmise in diretta la “radiocronaca” di un incontro di pugilato. In
tutti gli Stati Uniti, verso la fine del 1922 i ricevitori funzionanti avevano raggiunto l’incredibile
cifra di 750 mila. La “grande strada dell’etere” era stata per sempre tracciata.
POLITICI E IMPRENDITORI NEL MERCATO DEI SUONI
La prima legislazione italiana sulle comunicazioni senza fili risale al 1910 ed era frutto di un
progetto redatto da Carlo Schanzer presentato in parlamento dal Ministro delle poste Augusto
Ciuffelli. Il progetto assegnava l’esercizio delle radiocomunicazioni alla sfera dei servizi pubblici e
sottoponeva a regime restrittivo e controllato le concessioni a socieprivate. Ne era derivata la
legge del 30 giugno 1910 n. 395, ispirata a preoccupazioni militari e di sicurezza nazionale.
Guglielmo Marconi: Grande scienziato, ma soprattutto grande imprenditore (un principe mercante
della tecnologia). Già nel 1898 era nata a Londra la Marconi’s Wireless Telegraph Company,
detentrice di tutti i brevetti dell’inventore bolognese e capofila delle successive Marconi
Companies. In Italia, fin dal 1902, egli aveva concesso gratuitamente per vent’anni l’uso dei suoi
brevetti alle amministrazioni dell’Esercito e della Marina. Ricevette il Nobel per la fisica e venne
nominato senatore da Salandra. 1921: Società italiana per i servizi radiotelegrafici e radiotelefonici
(Sisert Pres. Marconi, “Vice” Avv. Filippo Bonacci, Cons. Luigi Solari). Nell’estate del 1923 il
Governo Regio (Mussolini) concluse un accordo con le società francese e tedesca (Telefunken) per
la costituzione della Italo Radio con capitale da raccogliere mediante una sottoscrizione garantita
dalla Banca commerciale italiana. Lo smacco per Marconi non poteva essere più grande: la
Compagnia Marconi iniziò una vasta serie di contatti onde unificare gli interessi gravitanti intorno
alla questione della radiofonia. Nacque così il gruppo fondatore della società Radiofono che rilevò
la domanda di concessione avanzata dalla Sisert.
LA PRIMA SOCIETA DI BROADCASTING
Nel 1924 nasceva il Ministero delle comunicazioni, con a capo Costanzo Ciano. Il 3 giugno di
quello stesso anno Ciano rendeva noto alla Radiofono e alla Società italiana radio audizioni
circolari (Sirac che celava ditte USA, in particolare la Western Electric) che il governo aveva
deciso di affidare l’esercizio radiofonico a una società unificata e le invitava a prendere contatti per
la fusione. Il 14 giugno le società comunicavano di aver raggiunto l’accordo. Il 27 agosto 1924
nasceva a Roma l’Unione radiofonica italiana (Uri). Ciano fu inoltre il ministro che condusse in
porto l’operazione economica di privatizzazione dei telefoni.
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<Intreccio d’interessi (fra il senatore Giovanni Agnelli e Benito Mussolini) che mira al controllo dei
grandi mezzi d’informazione come merce di scambio tra potere economico e potere politico). Per
questo il Sen. prende possesso di testate come quella del “Resto del Carlino”, de “La Stampasino
alla creazione del “Corriere Italiano” e alla nomina di Presidente dell’Uri nella persona di Enrico
Marchesi, in precedenza direttore centrale della Fiat>.
Con il regio decreto-legge 1 maggio 1924 n. 655 venivano definiti i contenuti delle radiodiffusioni:
concerti, teatro, conversazioni, notizie. Veniva inoltre regolato il sistema dei finanziamenti ai futuri
concessionari mediante la pubblicità commerciale e i canoni di abbonamento; una prassi che resterà
immutata in tutta la storia della radiodiffusione italiana. Con un secondo regio decreto venivano
disciplinati non solo le modalità di esercizio degli impianti da parte dei concessionari ma anche i
controlli del governo (in particolar modo l’art. 25 ruolo chiave della Stefani). La convenzione
stipulata il 27 novembre 1924 fra l’Unione radiofonica italiana e il Ministero delle comunicazioni
istituiva definitivamente la figura giuridica della società concessionaria: rappresenta quindi l’atto di
nascita del primo regime radiofonico in Italia. Si può finalmente parlare di regime di monopolio.
Solo adesso, infatti, esistono le condizioni che consentono a una sola società l’esercizio delle
radioaudizioni circolari. È vero che il 55% del capitale è in mani private, ma con il passare degli
anni lo Stato entrerà sempre più nella partecipazione azionaria fino a ottenerne la maggioranza.
2. LA SCATOLA SONORA
Un oggetto misterioso
Il vero oggetto “misterioso” della storia della radiofonia è il pubblico con le sue abitudini, i suoi
mutamenti, i suoi gradimenti e i suoi malumori; oggetto indecifrabile e, insieme, determinante
punto di riferimento. Il 6 ottobre 1924 si inaugura il servizio regolare, ma la radio, per ora, è solo
una sorprendente scatola sonora con programmi assai semplici ed eterogenei: musica classica,
bollettini, qualche rara conversazione. In questa fase c’è maggior interesse per l’aspetto tecnico
piuttosto che per i contenuti, e il pubblico, è composto soprattutto da giovani amatori (i cosiddetti
“sanfilisti” – dal francese sans fil = senza fili). Due anni dopo l’inizio dell’attività di radioaudizione
circolare gli abbonati tuttavia, sono appena 26 mila. Un numero più che raddoppiato rispetto
all’anno precedente, ma inferiore alla media dei maggiori paesi d’Europa. Tra il 1924 e il 1927
nacquero le leghe nazionali: Rai (Radio associazione italiana), la Fir (Federazione italiana
radiocultori), il Radio Club nazionale italiano, l’Associazione nazionale radio dilettanti; queste
ultime due confluirono nell’Ari, l’Associazione radiotecnica italiana. La Fir sosteneva il principio
della libera associazione dei dilettanti in funzione antimonopolistica; l’Ari era invece l’espressione
di interessi legati all’industria degli apparecchi riceventi ed ebbe un’azione assai più lungimirante
promuovendo la nascita di un pubblico indifferenziato.
Nell’annuncio pubblicitario della Allocchio Bacchini viene forse per la prima volta indicata una
strategia per lo sviluppo e per la trasformazione degli ascoltatori. Nascono anche le prime
campagne di diffusione della radiofonia, i primi radioconcorsi. Il reagente dei cambiamenti in atto
fu la pubblicità (réclame) che, dopo il 1926, rappresenta un elemento essenziale delle trasmissioni
e una risorsa finanziaria indispensabile per la concessionaria. La Sipra (Società italiana pubblicità
radiofonica anonima), costituita a Milano il 9 aprile del 1926, è la prima di una serie di consociate
e nasce per gestire un fatturato pubblicitario piuttosto limitato anche se in costante aumento. Per
motivi di marketing nasce anche “Radiorario” settimanale ufficiale dell’Uri che esce in edicola dal
18 gennaio del 1925 e grazie al quale il direttore generale della concessionaria, Raoul Chiodelli,
cerca di conoscere gusti, orientamenti e giudizi del pubblico.
IL GIORNALE PARLANTE
L’Enit diramava notiziari radiofonici relativi a facilitazioni tariffarie, innovazioni e modificazioni
dei servizi ferroviari, automobilistici e di navigazione. Radio Roma aveva iniziato una serie di
rubriche fisse (Rivista scientifica e di varietà, Rivista dei libri ecc) e mandava in onda conferenze
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culturali. Fra tanto materiale scadente alcune eccezioni, come l’esibizione di Ettore Petrolini con
una parodia di Maria Stuarda a Radio Milano o la commemorazione di Cesare Battisti curata da
Alberto Colantuoni. Un certo miglioramento cominciava a ravvisarsi anche nei notiziari
d’informazione, i più esposti al controllo governativo (vedi il giro di vite di Mussolini sulla stampa
dal 1923) e comunque dipendenti dai dispacci della Stefani, l’unica agenzia autorizzata dal
governo, diretta da Manlio Morgagni. Nel 1927, in seguito ad accordi intercorsi tra la direzione
dell’Uri e il “Popolo d’Italia”, la stazione di Milano iniziò a trasmettere un programma serale che
anticipava gli articoli e le notizie più importanti che l’indomani si sarebbero letti sul quotidiano del
Partito. Come annunciava il “Radiorario”, non v’era avvenimento patriottico o nazionale al quale il
microfono non era chiamato a collaborare attraverso il suo “giornale parlante”.
Il 10 ottobre del 1926 vi fu molto entusiasmo per il discorso pronunciato dal Duce in occasione
della “battaglia del grano”. La grande campagna radiofonica organizzata in favore della ruralità, del
mito della terra, dell’esaltazione della vita contadina, divenne così la prova generale dell’ascolto
“collettivo”. La diffusione della radio fra le masse rurali era tuttavia praticamente inesistente.
Al contrario di quanto avveniva per i ceti medi urbani e per il pubblico dei giovanissimi e dei
bambini (omogeneità di gruppo e alto grado di sensibilità al messaggio). Per questo la radio prestò
subito particolare attenzione dedicando loro buona parte dei suoi programmi. Dalle prime novelle
trasmesse nella rubrica L’angolo dei bambini fino al Cantuccio dei bambini messo in onda da
Milano sul finire del 1926 (programmazione curata da Elisabetta Oddone). La trasvolata atlantica
del 1927 inaugurò, infine, con la conferenza intitolata Da Colombo a De Pinedo, la serie di
celebrazioni aeronautiche promosse da Italo Balbo nei confronti della gioventù. Da ricordare anche
il Giornale radiofonico del fanciullo di Cesare Ferri. Al di là della propaganda politica si cercava di
costruire un rapporto partecipativo con gli ascoltatori e di creare il proprio pubblico. Si arriva così
al febbraio 1927, allorché viene indetto il primo referendum per “conoscere con precisione gusti e
tendenze del vasto pubblico e sempre meglio accontentarlo”. Emerse un giudizio moderatamente
positivo della programmazione, formulato da un pubblico non sempre giovane, di cultura medio-
bassa e scarsamente politicizzato.
VERSO UNA RADIO DI MASSA
Questa scarsa ricettività degli ascoltatori verso trasmissioni marcatamente politiche non venne
modificata nemmeno dal sorgere di nuove organizzazioni di massa quali l’Opera nazionale balilla
(Onb) e il Dopolavoro, che interagivano con l’Uri. È di questo periodo il fallimento dell’iniziativa
“radio per le scuole”. I mass media erano chiamati, anche se in modo rudimentale, a stabilire un
processo di identificazione di milioni di italiani con il loro capo.
Tra gli intellettuali la radio suscitò reazioni assai diverse. Marinetti comprese subito quanto fosse
congeniale il nuovo mezzo alla poetica futurista. Massimo Bontempelli al contrario era
maggiormente suggestionato dalle possibilità del linguaggio cinematografico. Giovanni Gentile
avvertì immediatamente le possibilità didattiche della comunicazione radiofonica.
Negli anni venti la comunicazione culturale di massa era ancora legata a modelli più tradizionali
come il romanzo d’appendice e a fenomeni di tipo interpersonale, come a esempio il rapporto tra il
parroco e i suoi fedeli. Non stupisce quindi il divieto d’ascolto e di possesso degli apparecchi radio
fatto dalla Chiesa ai sacerdoti e ai religiosi in genere (1927) né il monito contro i pericoli
dell’industria culturale espresso da Pio XI (con l’enciclica Casti connubi) appena qualche mese
prima dell’inaugurazione della stazione radio del Vaticano. Il modello che, invece, va prendendo
corpo è esattamente quello contrario: un incentivo all’ascolto di massa, per ciò che riguarda il
pubblico, e una gestione autoritaria dello strumento, per ciò che concerne l’apparato produttivo. Su
questo processo, più che sull’insieme delle trasmissioni, volle farsi sentire l’influenza politica del
regime.
3. LA PAROLA ELETTRICA
nuove dimensioni industriali
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Universita: Università di Milano
Data di caricamento: 26/12/2012
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