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PARMENIDE - Riassunto - Filosofia, Riassunti di Filosofia. Università di Messina

Filosofia

Descrizione: Riassunto di Filosofia su Parmenide, L'Essere e differenze con Eraclito
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1.2 - Parmenide.
Definendo Eraclito come filosofo del divenire e Parmenide come scopritore dell'immutabilità dell'essere si
determina una contrapposizione nella quale, per la sua rigidità, si perdono completamente intuizioni e
suggestioni filosofiche fondamentali che vedremo riemergere nei secoli successivi, nella storia della filosofia.
Abbiamo già visto che Eraclito, partendo dall'evidenza quotidiana, ci porta a conclusioni provocatorie, per
cui alla realtà, che è un fluire nel quale l'uomo comune si smarrisce, sovrintende un logos che non si
configura come divinità personale; è un logos immanente-trascendente, inafferrabile sul piano logico e
concettuale: il logos, il senso del mondo è nell'eterno capovolgersi delle prospettive, per cui la verità è tutto
e il contrario di tutto. La razionalità del mondo si può recuperare solo su un piano intuitivo, a cui il filosofo ci
conduce passo passo, partendo dall'analisi della realtà di cui è intessuto il piano esistenziale: il fluire del
tempo, il divenire delle cose, il nascere e il morire. Il pensiero eracliteo è impegnativo perchè, partendo da
questa dimensione di evidenza che è sotto gli occhi di tutti, propone un salto che pochi riescono ad operare:
l'uomo comune non riesce a cogliere il logos e, ancora più difficilmente, riesce ad operare in se stesso il
salto evolutivo grazie al quale scoprire l'infinito che ci costituisce, per cui io posso diventare quell'evento e
quel punto singolare nel quale il bene e il male emergono come tali e le cose che l'umanità vive come
destino diventano invece scelta consapevole. Malattia e salute sono soltanto squilibrio o equilibrio, ma
questo equilibrio si costituisce nel fiume del divenire: è, quindi, equilibrio dinamico, mai definitivo, che
nessun dormiente può sperare di conseguire consapevolmente.
Il filosofo, il risvegliato, è l'io che sa dirigere le proprie scelte nella vita e oltre la vita, nel senso che vivendo
consapevolmente sa scegliere tra lo yin e lo yang e ciò non produce solo lo stato di equilibrio che si chiama
salute ma realizza contemporaneamente una vita che, come karma, costituisce la premessa che spiega
razionalmente le condizioni di partenza di una vita futura. Il logos si manifesta, quindi, come il passato che
spiega il presente e che, insieme ad esso, condiziona il futuro: nell'io consapevole l'anima si rivela come
infinito quando nel suo insondabile abisso avviene la scelta per la quale e nella quale bene e male perdono
la loro unilateralità e irriducibilità e, in tale evento, il peso del nostro passato come capacità di condizionare il
futuro si riduce in funzione della consapevolezza via via raggiunta.
Con Parmenide la situazione cambia: l'affermazione "l'essere è", con la quale si è soliti sintetizzare il suo
pensiero, con la banalità dell'evidenza tautologica copre uno spessore problematico che solo la riflessione
filosofica riesce a cogliere: l'apparente banalità della formula nasconde una vertiginosa profondità metafisica.
"L'Essere è" significa "Dio esiste", ma in una accezione che il credente di solito non prende in
considerazione. L'esistenza di Dio come infinito in atto riduce a illusione la molteplicità e il divenire: in altre
parole, annienta il nostro mondo, la nostra realtà. Si parte dalla intuizione dell'essere nella sua dimensione
assoluta nella quale il divenire, la molteplicità, lo stesso capovolgersi di ogni prospettiva cessano di essere
significativi. Vita e morte si costituiscono come realtà nel tempo e, in esso, si oppongono diventando
reciprocamente incomprensibili. La dimensione parmenidea è l'eterno infinito presente nel quale, scomparso
il tempo, le opposizioni spariscono: vita e morte, salute e malattia, io e non-io si rivelano illusioni perché
l'Essere è. Quando Platone, accennando a Parmenide, lo definisce "venerando e terribile" coglie a fondo
l'abisso dell'"Essere è" per cui, se solo si cerca di approfondire con discorsi e con analisi concettuale questa
affermazione si esce dall'assoluto dell'intuizione per ritrovarsi nel finito, nel molteplice, nella temporalità.
Quando si afferma che Parmenide parte dall'intuizione dell'essere, ci si trova di fronte ad una proposta che
richiede un impegnativo sforzo di riflessione: l'uomo comune coglie la molteplicità e il divenire, non l'essere.
Nel “l’Essere è" abbiamo il trascendimento totale di ciò che normalmente si chiama realtà e vita. Il divenire di
Eraclito è sotto gli occhi di tutti, è la vita vissuta. L'Essere è, è un concetto limite, una intuizione che è la
massima astrazione a cui la mente umana possa giungere. Solo chi ne realizza in profondità il significato
può intuire il senso dell'espressione biblica "Io sono colui che è" ma, in realtà, l'espressione parmenidea
costituisce un enunciato molto più impegnativo e, filosoficamente, più corretto dell'espressione biblica, la
quale nasconde una trappola. E' la trappola della personalità di Dio, per cui siamo in presenza di ciò che
Hegel chiamerà il "cattivo infinito": un Dio che è ancora un "io", un "colui che". Di fronte al “l’Essere è", e
sono parole testuali di Parmenide, "...saranno tutte soltanto parole, quanto i mortali hanno stabilito, convinti
che fosse vero: nascere e perire, essere e non essere, cambiamento di luogo e mutazione del brillante
colore." (Diels, 22B, 8, 42).
Parmenide scopre la potenza del pensiero umano: esso, come consapevolezza, coglie se stesso e può
spiegare contemporaneamente la materia. Per noi, figli della cultura occidentale, è una filosofia inquietante
perchè nel suo spiegare la materia, recuperandola all'interno di una visione monista, la riduce ad illusione,
anticipando con ciò di molti secoli quello che sarà l'esito dell'idealismo. Se rileggiamo, tra i frammenti
pervenutici, questi due passi:
"E' la stessa cosa pensare e pensare che è, perchè senza l'essere, in ciò che è detto, non troverai il
pensare..." (Diels, 28B, 8, 38).
"Suvvia, io dirò, tu intanto ascolta e accogli la mia rivelazione, cioè quali sole vie di ricerca siano
logicamente pensabili: e, precisamente, in quale modo una esiste e non è possibile che non esista - è il
cammino della Persuasione (infatti accompagna la Verità) - e che l'altra non esiste e che è logico non esista:
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io ti chiarisco come questo sia un sentiero che non si può scrutare; infatti non potresti conoscere il non-
essere, chè ciò non è fattibile, nè esprimerlo." (Diels, 28B, 2)
ebbene, ci rendiamo conto che, se per definizione la materia è qualitativamente diversa dal pensiero, e il
pensiero, come consapevolezza, è momento dell'essere, la materia diventa necessariamente non essere. Si
potrebbe obiettare che è un altro momento dell'essere, contrapposto al pensiero ma, a parte il rischio di
ritrovarci nella filosofia di Eraclito, resta il fatto che, se così fosse, la filosofia avrebbe fallito. Se filosofare è
cercare il senso del mondo, scoprire che esso è costituito di due principi inconciliabili e, quindi,
reciprocamente incomprensibili significa ritrovarci in quella che sarà la problematica conclusione del
pensiero aristotelico: la realtà è costituita di due principi opposti che, nella loro essenza sono dei concetti
limite, delle pure astrazioni.
La conseguenza di tutto ciò sarà la scoperta che il reale è costituito di un indefinibile numero di realtà
impregnate dei due principi: la dicotomia aristotelica non riusci a chiarire dove "finisce" la materia e
"comincia" il pensiero negli uomini, negli animali, nei vegetali, nei cristalli. Si cade in una infinita molteplicità
che ci costringe a constatare l'impossibilità di risolvere una ricerca che, nel suo procedere, approda alla
consapevolezza di un moltiplicarsi all'infinito dei problemi. E, ancora, siamo così sicuri di poter distinguere
con precisione il confine tra la dimensione animale e quella vegetale, tra il mondo organico e quello
inorganico? L'attuale stato delle conoscenze a livello subatomico rende insostenibili le certezze cartesiane
che ci hanno accompagnato per tanti secoli. Ma, allora, non potrebbe essere più giusto il discorso
parmenideo sulla unicità dell'essere? Nel momento in cui la fisica afferma che la materia è energia, perchè
non riconoscere che anche il pensiero lo è? L'attuale stato della scienza ammette la possibilità di una ipotesi,
che fino a pochi decenni fa nessuno avrebbe mai pensato proponibile in campo scientifico: l'ipotesi secondo
la quale si può affermare addirittura che, in realtà, il pensiero precede e pone la materia, nel senso che
nell'esperimento di laboratorio lo scienziato vedrà e misurerà ciò che ha pensato, proprio per il fatto di averlo
pensato. Nella storia della filosofia occidentale si è sostenuta più volte questa tesi e Parmenide è il primo ad
averlo fatto. Se pensiamo al discorso berkeleyano ("Trattato sui principi della conoscenza umana" § 5):
"... Vi può essere infatti uno sforzo di astrazione più elegante di quello che riesce a distinguere
l'esistenza di oggetti sensibili dal fatto che essi sono percepiti, sì da pensare che essi non vengano
percepiti?..."
vediamo recuperata in pieno l'intuizione di Parmenide. Secondo Berkeley, infatti, se percepire un oggetto
è, in ultima analisi, un momento di coscienza, dire che un oggetto esiste anche senza che io lo pensi
diventa un "elegante sforzo di astrazione" che, come tale, resta comunque all'interno della dimensione del
pensiero. Ecco il senso della affermazione secondo cui Parmenide scopre la potenza del pensiero: con il
pensiero posso affermare che la materia non esiste senza che, per questo, il mondo, che è la mia coscienza
del mondo, cambi. La materia, come tale, non potrà mai "sapere" che esiste il pensiero e, quando il
materialista definisce fantasma, puro nulla, il pensiero come contrapposto alla realtà del mondo materiale,
non riuscirà più a spiegare come possa quel puro nulla che è il pensiero cambiare il mondo, come si possa
dalla dimensione mentale del progetto passare alla costruzione del ponte o della diga che cambiano il
mondo. Quando Fichte definirà come dogmatico rinunciatario il materialismo, avrà le sue radici filosofiche
nel pensiero di Parmenide. Ancora, quando alcuni filosofi proporranno la prova ontologica per dimostrare
che Dio esiste, non faranno che cercare di innestare nell'ortodossia cristiana l'intuizione di evidenza assoluta
del “l’Essere è", in realtà, però, perdendo con l'affermazione della personalità divina lo spessore ontologico-
metafisico della intuizione parmenidea. Consapevoli del rischio insito in tutte le sintesi estreme, potremmo
dire che gli empiristi sceglieranno il punto di partenza del pensiero eracliteo, mentre gli idealisti si
riconosceranno nella intuizione parmenidea. Se, però, il pensiero eracliteo sfocia nell'intuizione del logos che
ripropone se stesso aprendo in tal modo all'intuizione di Parmenide, non così avviene per quest'ultimo:
"l'Essere è" è una sorta di buco nero da cui la realtà spazio-tempo non può più riemergere.
L'intuizione dell'assoluto può essere il traguardo di un lungo percorso filosofico di ricerca ma non può,
come intuizione di partenza, preludere ad un discorso filosofico che, per definizione, è ricerca. L'"Essere è"
è possesso della verità e, come tale, non ha più bisogno di ricerca alcuna: è contemporaneamente inizio e
termine del filosofare. Parmenide può concludere un pensiero come quello eracliteo mentre sarebbe assurdo
pretendere da lui uno sviluppo. La ricerca, con Parmenide, diventa semmai percorso interiore: è il soggetto
che si sente nell'essere e che, quindi, non si propone più come punto di riferimento privilegiato attorno a cui
costruire una spiegazione del mondo: l'io individuale, postosi nell'ottica dell'unità dell'essere, intuisce il senso
profondo dell'affermazione parmenidea della illusorietà della dimensione spaziale e temporale. Chi entra in
profondità nella intuizione di Parmenide esce dalla ricerca filosofica: quando si riesce a mettere a fuoco
l’intuizione del “l'Essere è”, si è dei mistici e non più dei filosofi e la nuova consapevolezza acquista dei
connotati tali da porre il mistico ai margini della civiltà occidentale.
Nei secoli scorsi l'Europa ha prodotto un certo numero di mistici ma questi, quando già non si
autoemarginavano dal contesto sociale, vennero sistematicamente strumentalizzati: preziosi punti di
riferimento e di prestigio in un monastero, dove il carisma del mistico si poneva come nucleo attorno a cui
sedimentare e decantare la pericolosa tensione religiosa dei radicali, sempre scomodi sia per la chiesa che
per lo stato se fuori dalla solitudine e dal silenzio di un monastero. Per il resto il mistico europeo si è sempre
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trovato in difficoltà nel produrre modelli culturali utilizzabili per cambiare la vita e il mondo di coloro che
vivevano al di fuori del monastero. Non stupisce quindi che, non appena il peso politico della chiesa
comincerà a ridursi, la cultura occidentale si definisca progressivamente come rifiuto della metafisica. Può
stupire, invece, che la scienza del ventesimo secolo, e proprio la fisica che in modo inequivocabile aveva
ridotto la realtà scientificamente significativa al divenire e al molteplice, stiano riscoprendo la realtà del
pensiero che può spiegare il mondo e, all'occorrenza, cambiarlo. Coloro che sono giunti a questa svolta
hanno intuito che la retta, nella quale con orientamenti diversi, possiamo vedere da una parte il passato e
dall'altra il futuro, è l'intuizione dell'infinito che diventa in qualche modo accessibile alla coscienza umana nel
suo contradditorio scindersi nel transfinito delle semirette opposte aventi lo stesso punto di origine: punto di
origine che non ha dimensioni spaziali e, per tanti versi, è il corrispettivo di quel momento-punto singolare
che gli astrofici hanno definito Big bang. Quando Cusano affermerà che una retta coincide con una
circonferenza di raggio infinito recupera, anche egli, l'intuizione parmenidea per cui nell'essere come realtà
assoluta le realtà individuate diventano illusorie. Nell'infinito, l'essere si ripropone come uno, che, come dirà
Platone, non è l'unità dei bottegai e dei geometri ma è l'Uno del matematico-filosofo che ha ritrovato se
stesso in Dio. La retta è un concetto limite, è una pura intuizione intraducibile in concetti definiti
esaustivamente sul piano intellettuale; se la si definisce come l'insieme di due semirette adiacenti, si
afferma che la retta è la "somma" di due cose che sono logicamente assurde: la semiretta è un infinito che
ha una origine. A questo punto è la "realtà" della retta che fonda la semiretta e non viceversa. Ecco, la
dimensione impegnativa della filosofia di Parmenide sta proprio in questo suo partire dall'intuizione
dell'assoluto. In realtà lo stesso Parmenide, quando cerca di "uscire" dalla assiomatica intuizione dell'essere
nel tentativo di provare a delineare su un piano concettuale l'intuizione fondamentale, rivela l'impossibilità di
trovare immagini ben definite e non contradditorie:
"...poichè esiste un limite estremo, l'essere è limitato da tutte le direzioni simile alla massa di sfera
rotonda, ugualmente pesante dal centro in ogni parte: infatti è necessario che esso non sia in qualche modo
più grande o in qualche modo più piccolo in questa o in quella parte, poiché non esiste, no, qualche cosa
che possa arrestare il suo adeguarsi all'eguaglianza, è possibile che un essere sia dell'essere da una
parte più, dall'altra meno, poichè è tutto inviolabile: perciò da tutte le parti eguale a se stesso, in modo
eguale sta entro i limiti." (Diels, 22B, 8, 48)
nel suo esprimersi "...poichè esiste un limite estremo, l'essere è limitato da tutte le direzioni..." emerge con
evidenza l'impossibilità di pensare e descrivere l'infinito in atto: nessuno può farlo e Parmenide, rivelando
con ciò una caratteristica tipica del pensiero greco antico, piuttosto che rischiare di ritrovarsi nell' "apeiron",
l’infinito-indefinibile di Anassimandro preferisce descrivere l'essere come realtà "finita", cioè perfetta,
conclusa, compiuta. Con lui la cultura greca spinge il pensiero ai limiti delle proprie capacità.
Il percorso filosofico di Eraclito è in un certo senso, come partenza della ricerca, più agevole, perchè si
comincia dal finito: il fatto che poi, proprio da questa dimensione egli possa giungere all'infinito è una
ulteriore sottile conferma dell'intuizione parmenidea dell'unità dell'essere: da qualunque parte si cominci si è
sempre nell'essere e, quando la analisi e la consapevolezza saranno adeguatamente cresciute, ci si ritrova
immersi nell'Uno e, proprio per questo, questa scoperta si definisce come autoconsapevolezza.
Niels Bohr, premio Nobel per la fisica, che riscopre il taoismo e, con esso, il logos eracliteo, che è il modo
di recuperare l'Uno avendo alle spalle una vita di ricerca nata dal presupposto che la realtà è molteplicità, è
espressione esemplare di una evoluzione fino al diciannovesimo secolo impensabile nel mondo scientifico.
In questo senso si possono capire due diverse affermazioni tendenti a mettere in luce in modo dialettico la
filosofia eraclitea e quella parmenidea.
La prima definisce il pensiero eracliteo come un insegnamento preliminare: si entra in una scuola
iniziatica ed Eraclito costituisce il primo livello di apprendimento, con il quale si può giungere ad una
maggiore consapevolezza della vita come viaggio dal passato al futuro. Chi riesce a rimettere in discussione
le certezze dell'uomo comune, certezze che hanno condizionato la sua vita di non iniziato, arriva a scoprire
l'infinito potere dell'io che, nella nuova consapevolezza, giunge a scegliersi con una intensità irraggiungibile
in condizioni normali, tanto da potersi sentire detentore di un potere che le vertigini: il potere di calare in
quello che chiamiamo il piano della realtà l'infinito costituente il piano della possibilità. Il dormiente è vissuto
dagli eventi, in lui qualcosa si manifesta ma questo qualcosa è lo spirito oggettivo di Hegel: il dormiente è un
soggetto sul piano anagrafico ma, sostanzialmente, egli è ciò che la sua famiglia, la parentela, la cerchia di
conoscenze, la classe sociale e la società in cui è vissuto hanno plasmato. Nella migliore delle ipotesi è un
momento nel quale si esprimono una ideologia politica e/o religiosa e, nella peggiore, un insieme di
tendenze istintuali divenute stile di vita in un particolare contesto storico e sociale. Il risvegliato si è liberato
da questi condizionamenti ed è, in tutti i sensi, rinato. E' una rinascita, però, da intendersi nella sua
accezione più radicale perchè non si tratta soltanto di una rimessa in discussione di certezze precedenti,
cosa già non facile e, quindi, non di tutti, ma, molto di più, si tratta di realizzare la consapevolezza della
relatività e complementarietà di tutto ciò che per i dormienti è invece ciò per cui merita vivere e, al limite,
morire. Qui e solo qui può inserirsi come ulteriore possibile sviluppo la filosofia di Parmenide che potrebbe
essere definita come l'insegnamento iniziatico di secondo livello. Al dormiente, che teme la morte, si può
insegnare che esiste la reincarnazione e, in essa, il capovolgimento del rapporto tra vita e morte per cui, al
limite, la morte diventa la madre della vita e non più la sua nullificazione. Ma, quando il dormiente è
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divenuto un risvegliato, allora e solo allora si potrà insegnare che credere nella reincarnazione è ancora
essere lontani dalla verità perchè si è ancora radicati in un bisogno di sopravvivenza dell'io che, per
definizione, individua l'altro come problema. Colui che ha capito il senso profondo del messaggio eracliteo è
giunto alla intuizione del logos che, nel divenire, afferma unicamente ed eternamente se stesso. E qui siamo
nell'Essere è di Parmenide: momento culminante di un lungo processo di analisi critica e ingresso in una
nuova dimensione, l'intuizione del mistico che ha perduto se stesso perchè ha trovato Dio o, meglio, ha
compreso se stesso come "momento" dell'eterno infinito Essere che è.
Un secondo modo di rapportare Eraclito e Parmenide potrebbe essere l'affermazione che, con essi, il
pensiero umano ha delineato i due invalicabili limiti all'interno dei quali si sviluppa la ricerca filosofica.
L'eterno divenire o l'eterna immobilità dell'essere, quando non vengono intuite come coincidenti,
rappresentano le uniche due alternative possibili. L'affermazione che il mondo sia nato in un punto e in un
istante "singolari" che la scienza ha chiamato Big bang se, come teoria, esclude che ciò rientri in un ciclico
eterno pulsare dell'essere, è la negazione di qualunque significato del mondo: è affermare l'assurdità della
filosofia come ricerca, dal momento che l'esserci del mondo sarebbe frutto del puro caso. E, comunque, se
un eterno pulsare tra Big bang e Big crash ci riporta al pensiero eracliteo la affermazione che il mondo è
nato per caso potrebbe essere vista come la versione laica della teologia negativa, per cui nessun discorso
razionale può essere fatto su Dio: in ultima analisi, se è vero che il caso si prospetterebbe come il nulla che
toglie qualunque possibile significato all'esserci del mondo, fino a qual punto non coinciderebbe con il Caso,
un Dio imperscrutabile e inaccessibile alla mente umana? Ma questo è Parmenide, nel senso che è la sua
stessa intuizione vista da una angolazione negativa. Se vogliamo fare filosofia questa è l'unica scelta
possibile: o il caso è il Caso oppure è meglio riimmergerci nell'innocenza animale. Non si vede infatti che
cosa di buono ci possa derivare da una ricerca che si conclude nella heideggeriana lucida follia per cui
l'unica certezza è la realtà della morte, intesa come nullificazione totale e definitiva.
Ecco allora il pensiero di Eraclito e di Parmenide porsi come momento nel quale il pensiero occidentale ha
individuato il campo e i confini di ciò che significa fare filosofia: nessuno riuscirà a dilatare ulteriormente
questi confini. I grandi filosofi saranno quelli che, in un contesto storico e culturale diverso, scaveranno più a
fondo lo stesso terreno, saranno cioè capaci di riesprimere le intuizioni dei due filosofi rendendole
accessibili a strati sempre più ampi di umanità, a rendere più facilmente assimilabili profondità di riflessione
che, nei frammenti pervenutici delle opere dei due filosofi greci, sono difficilmente proponibili. I grandissimi
filosofi saranno invece quelli, e nella storia della filosofia occidentale sono più numerosi di quanto non
appaia a prima vista, che invece riescono a intuire la sostanziale convergenza dei limiti delineati dal divenire
eracliteo e dall'eterna immobilità parmenidea e cercheranno di spingere la mente umana oltre i limiti che la
logica coglie come insanabili contraddizioni. Questi filosofi cercheranno di farci intuire che il divenire
dell'essere nasce dal nostro modo di essere coscienti; il tempo non esiste fuori di noi ma è la condizione
senza la quale non sapremmo di esserci: l'orizzonte di ricerca filosofica, che in un primo tempo sembra
estendersi su una dimensione di opposizione lineare con le due estremità dell'eterno divenire e dell'eterno
infinito presente, si richiude e si unifica nella scoperta del logos che si esprime nel divenire e che, nel suo
significato filosofico più profondo, coincide con il vertiginoso abisso dell'identità di Dio che, come assoluto,
non può che riproporre eternamente se stesso.
Le intuizioni di Parmenide sono affascinanti perché ci invitano, pur essendo nel tempo, a proiettarci fuori di
esso, a proiettarci nel “l’Essere è”, a proiettarci nell’eternità di Dio per arrivare a cogliere l’Infinito che è la nostra
radice e che in noi si esprime. Sono attimi di intuizione che, appena percepiti, immediatamente sfuggono
perchè in realtà noi ci siamo già in Dio, ci siamo da sempre.
Se vogliamo fare un esempio diciamo che all’interno di Dio siamo come una persona che non ha mai
ascoltato una certa sinfonia di Beethoven, una persona che pure apprezza la musica classica, ma non ha mai
sentito quella particolare composizione; se le facciamo ascoltare la sinfonia, all’interno di essa si perde, perché
le è completamente nuova: non è capace, mentre la ascolta, di conoscere l’evoluzione dei suoni, non è capace
di cogliere con sicurezza il filo conduttore che tutto collega in una composizione unitaria, perché è travolto dalla
dimensione musicale geniale, eccelsa di Beethoven. Ci vorrà del tempo, dello studio, una lunga serie di ascolti
per riuscire a sentire un accordo e immediatamente ricordare cosa c’era prima e già sapere cosa arriverà dopo,
così come ci vorrà ancora più tempo per riuscire mentalmente ad intuire tutta la sinfonia di Beethoven perché
ce l’hai dentro di te ormai. Ci vuole fatica.
Noi in Dio stiamo facendo questa specie di apprendistato.
Eravamo animali, capaci solo di cogliere la realtà dell’attimo e, diventando esseri umani, ci stiamo allenando
ad estendere la nostra consapevolezza nel tempo. L’animale è incapace di proiettarsi nel passato e nel futuro:
noi vediamo la gazzella che pascola tranquillamente a poche centinaia di metri dal leone, semplicemente
perché il leone è sazio, e la gazzella non è capace di pensare alla potenziale pericolosità dell’inquilino accanto,
perchè vive l’attimo. Gli animali più evoluti, in realtà, non vivono l’attimo nella sua dimensione più totale, perchè
sono già capaci di modificare il loro comportamento in base ai risultati a cui tendono però in loro l’istinto prevale
nettamente rispetto alle scelte coscienti.
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Universita: Università di Messina
Materia: Filosofia
Data di caricamento: 18/10/2011
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casalealberto1 - Università di Torino

Testo molto utile e ben congegniato..

11/02/13 02:53
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