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PARMENIDE - Riassunto - Filosofia, Sintesi di Filosofia. Università di Messina

Filosofia

Descrizione: Riassunto di Filosofia su Parmenide, L'Essere e differenze con Eraclito
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1.2 - Parmenide.
Definendo Eraclito come filosofo del divenire e Parmenide come scopritore dell'immutabilità dell'essere si
determina una contrapposizione nella quale, per la sua rigidità, si perdono completamente intuizioni e
suggestioni filosofiche fondamentali che vedremo riemergere nei secoli successivi, nella storia della filosofia.
Abbiamo già visto che Eraclito, partendo dall'evidenza quotidiana, ci porta a conclusioni provocatorie, per
cui alla realtà, che è un fluire nel quale l'uomo comune si smarrisce, sovrintende un logos che non si
configura come divinità personale; è un logos immanente-trascendente, inafferrabile sul piano logico e
concettuale: il logos, il senso del mondo è nell'eterno capovolgersi delle prospettive, per cui la verità è tutto
e il contrario di tutto. La razionalità del mondo si può recuperare solo su un piano intuitivo, a cui il filosofo ci
conduce passo passo, partendo dall'analisi della realtà di cui è intessuto il piano esistenziale: il fluire del
tempo, il divenire delle cose, il nascere e il morire. Il pensiero eracliteo è impegnativo perchè, partendo da
questa dimensione di evidenza che è sotto gli occhi di tutti, propone un salto che pochi riescono ad operare:
l'uomo comune non riesce a cogliere il logos e, ancora più difficilmente, riesce ad operare in se stesso il
salto evolutivo grazie al quale scoprire l'infinito che ci costituisce, per cui io posso diventare quell'evento e
quel punto singolare nel quale il bene e il male emergono come tali e le cose che l'umanità vive come
destino diventano invece scelta consapevole. Malattia e salute sono soltanto squilibrio o equilibrio, ma
questo equilibrio si costituisce nel fiume del divenire: è, quindi, equilibrio dinamico, mai definitivo, che
nessun dormiente può sperare di conseguire consapevolmente.
Il filosofo, il risvegliato, è l'io che sa dirigere le proprie scelte nella vita e oltre la vita, nel senso che vivendo
consapevolmente sa scegliere tra lo yin e lo yang e ciò non produce solo lo stato di equilibrio che si chiama
salute ma realizza contemporaneamente una vita che, come karma, costituisce la premessa che spiega
razionalmente le condizioni di partenza di una vita futura. Il logos si manifesta, quindi, come il passato che
spiega il presente e che, insieme ad esso, condiziona il futuro: nell'io consapevole l'anima si rivela come
infinito quando nel suo insondabile abisso avviene la scelta per la quale e nella quale bene e male perdono
la loro unilateralità e irriducibilità e, in tale evento, il peso del nostro passato come capacità di condizionare il
futuro si riduce in funzione della consapevolezza via via raggiunta.
Con Parmenide la situazione cambia: l'affermazione "l'essere è", con la quale si è soliti sintetizzare il suo
pensiero, con la banalità dell'evidenza tautologica copre uno spessore problematico che solo la riflessione
filosofica riesce a cogliere: l'apparente banalità della formula nasconde una vertiginosa profondità metafisica.
"L'Essere è" significa "Dio esiste", ma in una accezione che il credente di solito non prende in
considerazione. L'esistenza di Dio come infinito in atto riduce a illusione la molteplicità e il divenire: in altre
parole, annienta il nostro mondo, la nostra realtà. Si parte dalla intuizione dell'essere nella sua dimensione
assoluta nella quale il divenire, la molteplicità, lo stesso capovolgersi di ogni prospettiva cessano di essere
significativi. Vita e morte si costituiscono come realtà nel tempo e, in esso, si oppongono diventando
reciprocamente incomprensibili. La dimensione parmenidea è l'eterno infinito presente nel quale, scomparso
il tempo, le opposizioni spariscono: vita e morte, salute e malattia, io e non-io si rivelano illusioni perché
l'Essere è. Quando Platone, accennando a Parmenide, lo definisce "venerando e terribile" coglie a fondo
l'abisso dell'"Essere è" per cui, se solo si cerca di approfondire con discorsi e con analisi concettuale questa
affermazione si esce dall'assoluto dell'intuizione per ritrovarsi nel finito, nel molteplice, nella temporalità.
Quando si afferma che Parmenide parte dall'intuizione dell'essere, ci si trova di fronte ad una proposta che
richiede un impegnativo sforzo di riflessione: l'uomo comune coglie la molteplicità e il divenire, non l'essere.
Nel “l’Essere è" abbiamo il trascendimento totale di ciò che normalmente si chiama realtà e vita. Il divenire di
Eraclito è sotto gli occhi di tutti, è la vita vissuta. L'Essere è, è un concetto limite, una intuizione che è la
massima astrazione a cui la mente umana possa giungere. Solo chi ne realizza in profondità il significato
può intuire il senso dell'espressione biblica "Io sono colui che è" ma, in realtà, l'espressione parmenidea
costituisce un enunciato molto più impegnativo e, filosoficamente, più corretto dell'espressione biblica, la
quale nasconde una trappola. E' la trappola della personalità di Dio, per cui siamo in presenza di ciò che
Hegel chiamerà il "cattivo infinito": un Dio che è ancora un "io", un "colui che". Di fronte al “l’Essere è", e
sono parole testuali di Parmenide, "...saranno tutte soltanto parole, quanto i mortali hanno stabilito, convinti
che fosse vero: nascere e perire, essere e non essere, cambiamento di luogo e mutazione del brillante
colore." (Diels, 22B, 8, 42).
Parmenide scopre la potenza del pensiero umano: esso, come consapevolezza, coglie se stesso e può
spiegare contemporaneamente la materia. Per noi, figli della cultura occidentale, è una filosofia inquietante
perchè nel suo spiegare la materia, recuperandola all'interno di una visione monista, la riduce ad illusione,
anticipando con ciò di molti secoli quello che sarà l'esito dell'idealismo. Se rileggiamo, tra i frammenti
pervenutici, questi due passi:
"E' la stessa cosa pensare e pensare che è, perchè senza l'essere, in ciò che è detto, non troverai il
pensare..." (Diels, 28B, 8, 38).
"Suvvia, io dirò, tu intanto ascolta e accogli la mia rivelazione, cioè quali sole vie di ricerca siano
logicamente pensabili: e, precisamente, in quale modo una esiste e non è possibile che non esista - è il
cammino della Persuasione (infatti accompagna la Verità) - e che l'altra non esiste e che è logico non esista:
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io ti chiarisco come questo sia un sentiero che non si può scrutare; infatti non potresti conoscere il non-
essere, chè ciò non è fattibile, nè esprimerlo." (Diels, 28B, 2)
ebbene, ci rendiamo conto che, se per definizione la materia è qualitativamente diversa dal pensiero, e il
pensiero, come consapevolezza, è momento dell'essere, la materia diventa necessariamente non essere. Si
potrebbe obiettare che è un altro momento dell'essere, contrapposto al pensiero ma, a parte il rischio di
ritrovarci nella filosofia di Eraclito, resta il fatto che, se così fosse, la filosofia avrebbe fallito. Se filosofare è
cercare il senso del mondo, scoprire che esso è costituito di due principi inconciliabili e, quindi,
reciprocamente incomprensibili significa ritrovarci in quella che sarà la problematica conclusione del
pensiero aristotelico: la realtà è costituita di due principi opposti che, nella loro essenza sono dei concetti
limite, delle pure astrazioni.
La conseguenza di tutto ciò sarà la scoperta che il reale è costituito di un indefinibile numero di realtà
impregnate dei due principi: la dicotomia aristotelica non riusci a chiarire dove "finisce" la materia e
"comincia" il pensiero negli uomini, negli animali, nei vegetali, nei cristalli. Si cade in una infinita molteplicità
che ci costringe a constatare l'impossibilità di risolvere una ricerca che, nel suo procedere, approda alla
consapevolezza di un moltiplicarsi all'infinito dei problemi. E, ancora, siamo così sicuri di poter distinguere
con precisione il confine tra la dimensione animale e quella vegetale, tra il mondo organico e quello
inorganico? L'attuale stato delle conoscenze a livello subatomico rende insostenibili le certezze cartesiane
che ci hanno accompagnato per tanti secoli. Ma, allora, non potrebbe essere più giusto il discorso
parmenideo sulla unicità dell'essere? Nel momento in cui la fisica afferma che la materia è energia, perchè
non riconoscere che anche il pensiero lo è? L'attuale stato della scienza ammette la possibilità di una ipotesi,
che fino a pochi decenni fa nessuno avrebbe mai pensato proponibile in campo scientifico: l'ipotesi secondo
la quale si può affermare addirittura che, in realtà, il pensiero precede e pone la materia, nel senso che
nell'esperimento di laboratorio lo scienziato vedrà e misurerà ciò che ha pensato, proprio per il fatto di averlo
pensato. Nella storia della filosofia occidentale si è sostenuta più volte questa tesi e Parmenide è il primo ad
averlo fatto. Se pensiamo al discorso berkeleyano ("Trattato sui principi della conoscenza umana" § 5):
"... Vi può essere infatti uno sforzo di astrazione più elegante di quello che riesce a distinguere
l'esistenza di oggetti sensibili dal fatto che essi sono percepiti, sì da pensare che essi non vengano
percepiti?..."
vediamo recuperata in pieno l'intuizione di Parmenide. Secondo Berkeley, infatti, se percepire un oggetto
è, in ultima analisi, un momento di coscienza, dire che un oggetto esiste anche senza che io lo pensi
diventa un "elegante sforzo di astrazione" che, come tale, resta comunque all'interno della dimensione del
pensiero. Ecco il senso della affermazione secondo cui Parmenide scopre la potenza del pensiero: con il
pensiero posso affermare che la materia non esiste senza che, per questo, il mondo, che è la mia coscienza
del mondo, cambi. La materia, come tale, non potrà mai "sapere" che esiste il pensiero e, quando il
materialista definisce fantasma, puro nulla, il pensiero come contrapposto alla realtà del mondo materiale,
non riuscirà più a spiegare come possa quel puro nulla che è il pensiero cambiare il mondo, come si possa
dalla dimensione mentale del progetto passare alla costruzione del ponte o della diga che cambiano il
mondo. Quando Fichte definirà come dogmatico rinunciatario il materialismo, avrà le sue radici filosofiche
nel pensiero di Parmenide. Ancora, quando alcuni filosofi proporranno la prova ontologica per dimostrare
che Dio esiste, non faranno che cercare di innestare nell'ortodossia cristiana l'intuizione di evidenza assoluta
del “l’Essere è", in realtà, però, perdendo con l'affermazione della personalità divina lo spessore ontologico-
metafisico della intuizione parmenidea. Consapevoli del rischio insito in tutte le sintesi estreme, potremmo
dire che gli empiristi sceglieranno il punto di partenza del pensiero eracliteo, mentre gli idealisti si
riconosceranno nella intuizione parmenidea. Se, però, il pensiero eracliteo sfocia nell'intuizione del logos che
ripropone se stesso aprendo in tal modo all'intuizione di Parmenide, non così avviene per quest'ultimo:
"l'Essere è" è una sorta di buco nero da cui la realtà spazio-tempo non può più riemergere.
L'intuizione dell'assoluto può essere il traguardo di un lungo percorso filosofico di ricerca ma non può,
come intuizione di partenza, preludere ad un discorso filosofico che, per definizione, è ricerca. L'"Essere è"
è possesso della verità e, come tale, non ha più bisogno di ricerca alcuna: è contemporaneamente inizio e
termine del filosofare. Parmenide può concludere un pensiero come quello eracliteo mentre sarebbe assurdo
pretendere da lui uno sviluppo. La ricerca, con Parmenide, diventa semmai percorso interiore: è il soggetto
che si sente nell'essere e che, quindi, non si propone più come punto di riferimento privilegiato attorno a cui
costruire una spiegazione del mondo: l'io individuale, postosi nell'ottica dell'unità dell'essere, intuisce il senso
profondo dell'affermazione parmenidea della illusorietà della dimensione spaziale e temporale. Chi entra in
profondità nella intuizione di Parmenide esce dalla ricerca filosofica: quando si riesce a mettere a fuoco
l’intuizione del “l'Essere è”, si è dei mistici e non più dei filosofi e la nuova consapevolezza acquista dei
connotati tali da porre il mistico ai margini della civiltà occidentale.
Nei secoli scorsi l'Europa ha prodotto un certo numero di mistici ma questi, quando già non si
autoemarginavano dal contesto sociale, vennero sistematicamente strumentalizzati: preziosi punti di
riferimento e di prestigio in un monastero, dove il carisma del mistico si poneva come nucleo attorno a cui
sedimentare e decantare la pericolosa tensione religiosa dei radicali, sempre scomodi sia per la chiesa che
per lo stato se fuori dalla solitudine e dal silenzio di un monastero. Per il resto il mistico europeo si è sempre
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Universita: Università di Messina
Materia: Filosofia
Data di caricamento: 18/10/2011
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casalealberto1 - Università di Torino

Testo molto utile e ben congegniato..

11/02/13 14:53
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