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Riassunto esame di Sociologia - Rif: Modernità e olocausto, Zygmunt Bauman, Sintesi di Sociologia. Università di Bergamo

Sociologia

Descrizione: Appunti rielaborati del corso di Sociologia. Esame sul libro Modernità e Olocausto di Zygmunt Bauman
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Universita: Università di Bergamo
Materia: Sociologia
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01/08/13 12:14

Zygmunt Bauman

MODERNITA' E OLOCAUSTO

1. INTRODUZIONE

Esistono due modi per sminuire, fraintendere o prendere alla leggera il significato dell'Olocausto per la sociologia come teoria della civilizzazione, della modernità, ovvero della civiltà moderna. Un modo è quello di presentare l'Olocausto come qualcosa che è accaduto agli ebrei, come un avvenimento della storia "ebraica". Ciò rende l'Olocausto un fatto unico, confortevolmente atipico e sociologicamente irrilevante. L'esempio più comune in questo senso è dato dalla presentazione dell'Olocausto come punto culminante dell'antisemitismo europeo-cristiano, l'Olocausto sembra essere un «pezzo unico» Il secondo dei due modi in questione consiste nel presentare l'Olocausto come il caso estremo di un'ampia e familiare categoria di fenomeni sociali, fenomeni certamente odiosi e ripugnanti, ma con i quali si può (e si deve) convivere. L'Olocausto, pertanto, viene classificato come una delle manifestazioni facenti parte di una classe che comprende molti episodi «simili» di conflitto. I due modi di affrontare il problema appena descritto producono sostanzialmente gli stessi effetti. L'Olocausto viene incanalato nel flusso familiare della storia: "Visto in questi termini, l'Olocausto si presta in modo assai conveniente ad essere considerato come un fenomeno «unico», ma dopotutto normale". In alternativa esso può essere ricondotto alla fin troppo nota vicenda secolare dei ghetti, delle discriminazioni giuridiche, e con ciò presentato come una conseguenza terrificante e tuttavia pienamente logica dell'odio etnico e religioso. Per Hughes il problema consiste nell'identificare la specifica combinazione di fattori psicosociali che potrebbero essere ragionevolmente collegati alle particolari tendenze comportamentali manifestate dagli esecutori dello «sporco lavoro»; nell'elencare una seconda serie di fattori che diminuiscono la resistenza a tali tendenze da parte di altri individui; e nell'arrivare a un certo grado di conoscenza che consenta di impedire a quelle tendenze di materializzarsi. Helen Fein ha fedelmente seguito le raccomandazioni di Hughes: concepire l'Olocausto come un prodotto unico ma pienamente determinato di una particolare concatenazione di fattori sociali e psicologici, che ha condotto a un temporaneo venir meno della presa normalmente esercitata dalla civilizzazione sul comportamento umano. Da questo punto di vista una delle cose che emergono intatte e indiscusse dall'esperienza dell'Olocausto è l'influenza umanizzante e/o razionalizzante dell'organizzazione sociale sugli istinti disumani che regolano la condotta dei soggetti presociali o antisociali. Gli atteggiamenti morali scompaiono quando la società cessa di funzionare correttamente. La presenza di un'efficace regolazione sociale rende per definizione improbabile questa eventualità. Il compito della regolazione sociale è quello di imporre dei vincoli morali all'egoismo rampante e all'innata bestialità dell'animale umano. l'Olocausto rappresenta un fallimento, non un prodotto, della modernità. Nechama Tec ha tentato di esplorare il lato opposto dello spettro sociale, quello dei salvatori: quelle persone che non consentirono l'esecuzione dello «sporco lavoro» persone che conservarono la propria integrità morale in un contesto di immoralità. la Tec ha dovuto trarre la sola conclusione legittima: «Questi salvatori agirono in un modo che per essi era naturale: essi furono istintivamente in grado di battersi contro gli orrori del proprio tempo». I salvatori erano desiderosi di aiutare le vittime perché ciò era nella loro natura. Essi provenivano da tutti i livelli e i settori della «struttura sociale», rivelando con ciò il bluff secondo cui esisterebbero alcune «determinanti sociali» del comportamento morale. - "L'Olocausto come test della modernità" Una delle conclusioni più argomentate e convincenti dello studio di Nechama Tec sostiene l'impossibilità di «intuire in anticipo» i segnali o i sintomi o gli indicatori della disponibilità individuale al sacrificio o della codardia di fronte alle avversità; cioè l'impossibilità di prevedere, fuori dal contesto che le suscita o semplicemente le «risveglia», le possibilità di una loro futura manifestazione. John R. Roth solleva la medesima questione del contrasto fra potenzialità ; e realtà (la prima come modalità non ancora svelata della seconda, quest'ultima come modalità già realizzata della prima). Noi sospettiamo che l'Olocausto possa semplicemente aver rivelato un diverso volto di quella stessa società moderna della quale ammiriamo altre e più familiari sembianze. Spesso ci fermiamo proprio sulla soglia di un'agghiacciante verità. Henry Feingold, insiste nel definire l'episodio dell'Olocausto come un nuovo sviluppo della lunga, e nel complesso incolpevole, storia della società moderna; uno sviluppo che non c'era modo di attendersi e di prevedere, come l'apparizione di un nuovo ceppo maligno in una famiglia di virus ritenuti ormai innocui. L'Olocausto ha messo in luce e permesso di esaminare alcuni attributi della nostra società non rilevabili, e perciò empiricamente inaccessibili, in condizioni «ordinarie». In altre parole proponiamo di trattare l'Olocausto come un raro, ma tuttavia significativo e affidabile, test delle possibilità occulte insite nella società moderna. - "Il significato del processo di civilizzazione" Via via che il quadro completo dell'Olocausto emerge dalla ricerca storica, si propone una sua interpretazione alternativa come evento che ha rivelato la debolezza e la fragilità della natura umana di fronte all'efficienza fattuale dei più celebrati prodotti della civiltà: la sua tecnologia, i suoi criteri razionali di scelta, la sua tendenza a subordinare pensiero e azione alla pragmatica economica ed efficientista. La civiltà moderna non è stata la condizione "sufficiente" dell'Olocausto, ma ha rappresentato senza alcun dubbio la sua condizione "necessaria". E' stato il mondo razionale della civiltà moderna a renderlo pensabile. «L'omicidio di massa della popolazione ebraica europea non è stato soltanto l'esito tecnologico di una società industriale, ma anche l'esito organizzativo di una società burocratica». "Dall'esercito la macchina della distruzione ereditò la precisione militare, la disciplina e l'insensibilità. L'influenza dell'industria si fece sentire nel forte accento posto sulla contabilità, sul risparmio. Infine, il partito conferì all'intero apparato l'«idealismo», il senso della «missione» e l'idea di partecipare all'edificazione della storia... " Secondo la scuola funzionalista, «Hitler fissò l'obiettivo del nazismo ma senza specificare come esso dovesse essere raggiunto». Una volta stabilito l'obiettivo, tutto procedette come Weber aveva spiegato: il «detentore del potere, nei confronti dei funzionari qualificati che si trovano nell'amministrazione, è nella situazione del 'dilettante' nei confronti dello 'specialista'». L'obiettivo doveva essere

raggiunto; il modo di farlo dipendeva dalle circostanze. Così, in un primo momento, la soluzione pratica al problema posto da Hitler fu individuata nell'emigrazione degli ebrei tedeschi: se altri paesi fossero stati più ospitali verso i profughi ebrei, ciò avrebbe portato a una Germania "judenfrei". Dopo l'annessione dell'Austria, Eichmann si guadagnò le prime lodi incondizionate per aver accelerato e semplificato l'emigrazione della popolazione ebraica austriaca. Ma poi il territorio sottoposto al dominio nazista cominciò ad allargarsi. Nel frattempo le dimensioni dei territori conquistati continuavano a crescere, insieme al numero degli ebrei soggetti alla giurisdizione tedesca. In queste circostanze l'obiettivo di una Germania "judenfrei" non poteva che adattarsi al processo in corso. Quasi impercettibilmente, passo dopo passo, esso si trasformò nell'obiettivo di un'Europa "judenfrei". Così, il primo ottobre 1941, Himmler ordinò la cessazione di ogni ulteriore emigrazione ebraica. Era stato trovato un altro, più radicale, strumento per portare a termine il compito di « liberarsi dagli ebrei»: lo sterminio fu scelto essendo il più praticabile ed efficace dei mezzi atti a raggiungere l'obiettivo originario. Il resto fu una questione di cooperazione tra diverse sezioni della burocrazia statale, di attenta pianificazione, di progettazione della tecnologia e delle attrezzature tecniche adatte allo scopo, di bilancio, di calcolo e mobilitazione delle risorse necessarie: a tutti gli effetti, una questione di tediosa routine burocratica. - "La produzione sociale dell'indifferenza morale" E' ormai risaputo che il tentativo iniziale di interpretare l'Olocausto come un misfatto commesso da criminali incalliti, da sadici, da pazzi, da soggetti antisociali o da altri individui moralmente tarati non ha trovato nessuna conferma nella realtà dei fatti. L'attuale tendenza del pensiero storico in proposito è stata adeguatamente sintetizzata da Kren e Rappoport: "In base ai criteri clinici convenzionali non oltre il 10 per cento delle S.S. poteva essere considerato «anormale»”. Il fatto che la maggioranza di quanti presero parte al genocidio fosse costituita da individui normali che sarebbero tranquillamente passati attraverso tutti gli esami psichiatrici esistenti risulta moralmente inquietante. Sappiamo già che gli individui facenti parte delle organizzazioni più direttamente coinvolte nell'omicidio di massa non erano né anormalmente sadici né anormalmente fanatici. Sappiamo che le iniziative individuali venivano scoraggiate e che si facevano molti sforzi per mantenere tutte le attività in questione all'interno di confini professionali e strettamente impersonali. I vantaggi e in generale le motivazioni di carattere personale erano censurati e penalizzati. Le uccisioni provocate da desiderio o da piacere, a differenza di quelle eseguite in obbedienza ad un ordine e in modo organizzato, potevano condurre al tribunale e alla prigione. I capi delle S.S. facevano affidamento sulla routine organizzativa, non sullo zelo individuale; sulla disciplina, non sulla fede ideologica. La dedizione a un compito così sanguinoso doveva essere - e fu effettivamente - il frutto della fedeltà all'organizzazione. Come fu possibile, dunque, trasformare questi normali tedeschi in esecutori di un crimine di massa? Secondo Kelman, le inibizioni morali che impediscono di commettere atrocità violente tendono ad essere erose in presenza di tre condizioni: quando la violenza è "autorizzata" , quando le azioni violente sono "routinizzate" (da pratiche rispondenti a norme e da una precisa definizione dei ruoli) e quando le vittime della violenza vengono "disumanizzate" (grazie a una definizione e a un indottrinamento di carattere ideologico). Il primo principio palesemente rilevante ai fini del quesito che ci siamo posti è quello della disciplina organizzativa; più precisamente, quello che richiede di obbedire al comando dei superiori escludendo ogni altra motivazione all'azione. Tra le influenze «esterne» che interferiscono con lo spirito di dedizione all'organizzazione le più importanti risultano essere le opinioni e le preferenze personali. L'ideale della disciplina punta alla totale identificazione con l'organizzazione, il che, a sua volta, deve comportare la disponibilità a cancellare la propria identità. - "La produzione sociale dell'invisibilità morale" Per citare nuovamente Hilberg, «va tenuto presente che la maggior parte dei partecipanti [al genocidio] non arrivò a sparare su bambini ebrei né a introdurre gas nelle apposite camere... La maggior parte dei burocrati coinvolti stilava promemoria, preparava progetti, parlava al telefono e partecipava a conferenze. Essi erano in grado di distruggere un intero popolo stando seduti alla propria scrivania». Alcuni anni fa John Lachs individuò nella "mediazione dell'azione" (il fenomeno per cui l'azione di un individuo viene svolta in sua vece da qualcun altro, da un intermediario che «si colloca tra me e la mia azione, rendendomi impossibile esperirla direttamente») uno degli aspetti più significativi e tipici della società moderna. Ne deriva che vi sono molte azioni di cui nessuno è consapevolmente responsabile. Per la persona a nome della quale esse vengono eseguite, tali azioni esistono solo a livello verbale o immaginario; questa persona non le riconoscerà come proprie, non avendole mai compiute direttamente. L'individuo che di fatto le ha eseguite, d'altra parte, le vedrà sempre come appartenenti a qualcun altro e considererà se stesso come un semplice strumento innocente di una volontà estranea. Un effetto analogo si ottiene rendendo le vittime stesse psicologicamente invisibili. «Sembra essere una questione di distanza e di tecnologia. Non si può avere torto uccidendo la gente da lontano con armi sofisticate». Nell'uccisione «a distanza» il legame tra una carneficina e un'azione del tutto innocente è destinato a rimanere una nozione puramente teorica. E' pertanto possibile progettare modelli di armi nucleari sempre più devastanti, senza per questo perdere nulla della propria integrità morale e arrivare a una qualche crisi etica. Il successo tecnico- amministrativo dell'Olocausto fu dovuto in parte alla sapiente utilizzazione dei «tranquillanti morali» messi a disposizione dalla tecnologia e dalla burocrazia moderne. Tra essi i più importanti furono la naturale invisibilità delle connessioni causali interne a un sistema di interazione complesso, e la collocazione «a distanza» degli esiti sgradevoli e moralmente ripugnanti dell'azione, fino al punto di renderli invisibili all'attore. I nazisti si mostrarono particolarmente abili nell'utilizzazione di un terzo metodo. Tale metodo consisteva nel rendere invisibile la stessa umanità delle vittime. Il concetto di "universo degli obblighi" ; sviluppato da Helen Fein («la cerchia di persone legate tra loro da obblighi di reciproca protezione, i cui vincoli derivano dal comune rapporto con una divinità o una fonte consacrata di autorità»). L' «universo degli obblighi» designa i confini esterni del territorio sociale all'interno del quale possono essere poste questioni morali dotate di senso. Al di là di tali confini i precetti morali non sono vincolanti e i giudizi morali risultano privi di senso. Per rendere invisibile l'umanità delle vittime è sufficiente espellere queste ultime dall'universo degli obblighi. Escludere gli ebrei dall'universo degli obblighi era necessario per privarli dell'appartenenza alla nazione e alla comunità riunita nello stato tedesco. Se privare gli ebrei della loro germanicità era sufficiente per le S.S. tedesche, evidentemente non bastava a nazioni che, anche nel caso in cui apprezzassero le idee promosse dai nuovi dominatori d'Europa,

avevano motivo di temere e rifiutare le loro pretese; l'espulsione degli ebrei dalla nazione tedesca doveva essere sostituita dalla loro totale disumanizzazione. Di qui l'associazione tra «ebrei e pidocchi». - "Le conseguenze morali del processo di civilizzazione" Esistono molte interpretazioni del processo di civilizzazione, ma la più comune è quella che implica due fattori decisivi: la soppressione delle spinte irrazionali e fondamentalmente antisociali, e la graduale ma costante eliminazione della violenza dalla vita sociale. 2.

MODERNITA', RAZZISMO, STERMINIO [1]

Non è affatto ovvio che la presenza dell'antisemitismo, certamente una condizione necessaria della violenza antiebraica, possa essere considerata anche come condizione sufficiente. L’ipotesi secondo cui la violenza antiebraica in generale e l'evento unico dell'Olocausto in particolare sarebbero «una manifestazione esasperata di sentimenti antiebraici», «antisemitismo al massimo grado di intensità» o l'esplosione dell'avversione popolare per gli ebrei» risulta debole e scarsamente fondata dal punto di vista storico e della realtà contemporanea. Da solo, l'antisemitismo non fornisce alcuna spiegazione dell'Olocausto. E' anche evidente che, per rendere possibile l'Olocausto, l'antisemitismo di qualsiasi tipo doveva essere fuso con determinati altri fattori di carattere completamente diverso. Invece di indagare i misteri della psicologia individuale, è necessario chiarire i meccanismi sociali e politici capaci di produrre questi fattori aggiuntivi ed esaminare la loro reazione potenzialmente esplosiva a contatto con i tradizionali antagonismi tra gruppi. - "Alcune peculiarità dell'estraniazione ebraica" Fu la perpetua e generalizzata mancanza di una patria ciò che, più di qualsiasi altra cosa, isolò agli occhi di Hitler gli ebrei da tutti gli altri popoli che egli odiava e desiderava ridurre in schiavitù o distruggere. Hitler credeva che, non disponendo di uno stato territoriale, gli ebrei non potessero partecipare all'universale lotta per il potere nella sua forma consueta di guerra mirante alla conquista di terre, e che per questo dovessero servirsi in alternativa di metodi immorali, surrettizi e occulti che ne facevano un nemico particolarmente forte e minaccioso; un nemico che, inoltre, non sarebbe probabilmente mai stato soddisfatto o pacificato e che quindi, per essere ridotto all'impotenza, andava distrutto.) L'antisemitismo era interamente imputabile agli interessi di autodefinizione e autoaffermazione dei suoi portatori. - "Il gruppo prismatico" Nel corso dell'ultimo secolo prima delle spartizioni di cui fu oggetto il territorio della Polonia, gli ebrei polacchi furono in massima parte al servizio dell'aristocrazia e della piccola nobiltà. Essi svolgevano tutte quelle funzioni pubbliche fortemente impopolari richieste dal dominio politico ed economico dell'aristocrazia terriera, come l'esazione degli affitti e l'amministrazione delle ricchezze prodotte dal lavoro contadino: con ciò essi facevano da «intermediari» e, in termini socio-psicologici, da scudo dietro cui si nascondevano i veri signori della terra. Gli ebrei vennero ad occupare una posizione mediatrice, essendo un anello di congiunzione estremamente visibile su cui si concentrò l'ostilità delle classi inferiori ed oppresse. La metafora del prisma, e di qui il concetto di "categoria prismatica", sembrano esprimere questa situazione in modo più efficace dell'idea di «classe mobile». A seconda del punto di vista da cui venivano osservati, gli ebrei - come tutti i prismi - rifrangevano immagini completamente diverse: quella di una rozza, grossolana e brutale classe inferiore e quella di una spietata e arrogante classe superiore. Per secoli gli ebrei erano vissuti isolati nei ghetti, in parte per costrizione, in parte per libera scelta; ora essi emergevano dai loro luoghi d'isolamento, acquistavano proprietà e affittavano case in quartieri un tempo uniformemente cristiani, diventavano parte della realtà quotidiana e interlocutori di un rapporto non più limitato a una serie di scambi ritualizzati. Per secoli gli ebrei erano stati distinguibili a vista: essi portavano la propria segregazione, per così dire, cucita addosso, simbolicamente e letteralmente. Ora si vestivano come tutti gli altri, in funzione della collocazione sociale piuttosto che dell'appartenenza di casta. - "Le dimensioni moderne dell'incongruenza" Ricchi ma spregevoli, gli ebrei costituivano un parafulmine naturale capace di deviare le scariche dell'energia antimodernista. Per Fourier e Toussenel gli ebrei rappresentavano tutto ciò che vi era di odioso nell'avanzata del capitalismo e nella crescita disordinata delle metropoli moderne. Il veleno utilizzato contro gli ebrei avrebbe dovuto riversarsi sul nuovo, spaventoso e repellente, ordine della società. Secondo Proudhon l'ebreo «è ; per temperamento un anti-produttore, non è né un agricoltore e nemmeno un vero commerciante». Gli ebrei indigeni, che sotto gli occhi della sconcertata nobiltà si stavano trasformando in borghesia ebraica, minacciavano le élite esistenti in diversi modi. Essi impersonavano la concorrenza di un nuovo potere sociale basato sulla finanza e sull'industria nei confronti di quello vecchio fondato sulla proprietà terriera e sull'autorità sociale ereditaria che ne derivava. Essi incarnavano inoltre il venir meno dello stretto rapporto un tempo intercorrente tra la distribuzione del prestigio e quella dell'influenza: un gruppo sociale subordinato, tenuto in infima considerazione, saliva verso posizioni di potere servendosi di una scala recuperata nella pattumiera dei valori di scarto. Risultava facile, pertanto, identificare proprio gli ebrei con la nuova confusione e la nuova instabilità. Essi erano percepiti come una forza sinistra e distruttiva, come agenti del caos e del disordine: tipicamente, come sostanza glutinosa che rende incerti i confini tra cose da tenere separate, che rende scivolose tutte le scale gerarchiche, fonde ogni solidità e profana tutto ciò che è sacro.

- "Una nazione senza caratteri nazionali" Ma la dimensione dell'incongruenza ebraica che ha probabilmente influenzato la forma dell'antisemitismo moderno in maniera più profonda e duratura è data dal fatto che gli ebrei erano, per citare ancora la Arendt, un «elemento intereuropeo, non nazionale in un mondo di nazioni». La loro dispersione e ubiquità territoriale faceva degli ebrei una nazione inter-nazionale, ovvero una nazione priva di caratteri nazionali. "Ma gli ebrei non erano soltanto diversi da tutte le altre nazioni; erano anche diversi da tutti gli altri stranieri". Essi mettevano in discussione la differenza tra ospitanti e ospitati, tra indigeni e stranieri. Gli ebrei arrivavano a minare la più fondamentale delle differenze: quella tra «noi» e «loro». - "La modernità del razzismo" Tutto questo cambiò con l'avvento della modernità, con il suo smantellamento delle differenze fissate per legge, i suoi slogan di uguaglianza giuridica e la più strana di tutte le sue novità: la cittadinanza. "Quando gli ebrei vivevano nel ghetto le accuse contro di loro venivano da cittadini che godevano di uno status giuridico negato agli ebrei stessi. Ora, però, le accuse erano rivolte da cittadino a cittadino, essendo entrambi uguali di fronte alla legge, e il loro scopo era quello di dimostrare che gli ebrei erano indegni della posizione giuridica e sociale loro conferita". L'assimilazione degli ebrei nella società ospitante e la sparizione delle distinzioni sociali e religiose avevano portato a una situazione in cui ebrei e cristiani non potevano essere distinti. L'antisemitismo moderno non nacque da forti differenze fra i gruppi, quanto piuttosto dalla minaccia di una sparizione delle differenze, di un'omogeneizzazione della società occidentale e di un'abolizione delle antiche barriere sociali e giuridiche esistenti tra ebrei e cristiani. Per l'uomo l'"essere" precede l' "agire": niente di quello che fa può cambiare ciò che è. Ecco, a livello elementare, l'essenza filosofica del razzismo. 3. MODERNITA', RAZZISMO, STERMINIO [2]

L'eliminazione degli ebrei veniva dunque presentata come sinonimo del rifiuto dell'ordine moderno. La modernità ha reso possibile il razzismo. Il razzismo è un'arma interamente moderna utilizzata nella conduzione di battaglie premoderne o almeno non esclusivamente moderne. - "Dall'eterofobia al razzismo" Nella sua accezione più comune il razzismo è inteso come un tipo di avversione o pregiudizio tra gruppi. Via via che il razzismo acquista rilievo tra le forme contemporanee di avversione tra gruppi assume un peso crescente un filone interpretativo opposto: la tendenza ad estendere la nozione di razzismo in modo da ricomprendere in essa ogni genere di avversione. Tutti i tipi di pregiudizio tra gruppi vengono così interpretati come altrettante espressioni di razzismo. Pierre-André Taguieff tratta il razzismo e l'eterofobia (l'avversione per i diversi) come sinonimi. Entrambi si manifestano, egli sostiene, «su tre livelli». Il «razzismo primario» è, a suo parere, universale. E' una reazione naturale alla presenza di un estraneo, a qualsiasi forma di vita umana che risulti sconosciuta e sconcertante. Invariabilmente, la prima risposta all'estraneità è l'antipatia, un fenomeno spontaneo, esso non ha bisogno di essere suscitato o fomentato. Esso può innalzarsi ad un secondo livello di complessità e trasformarsi in razzismo «secondario». Tale trasformazione ha luogo quando viene fornita una teoria che offre delle basi logiche all'avversione. Il ripugnante Altro viene rappresentato come animato da intenzioni malvagie o come «oggettivamente» pericoloso, in ogni caso come una minaccia per il benessere del gruppo che prova l'avversione. Infine, il razzismo «terziario» o mistificatorio, che presuppone i due livelli «inferiori», è caratterizzato dall'uso di un'argomentazione che si richiama alla biologia. Questa classificazione tripartita appare viziata sul piano logico: se il razzismo secondario è già caratterizzato dalla teorizzazione dell'avversione primaria, non sembra esserci alcuna buona ragione per isolare come caratteristica distintiva di un razzismo «di livello superiore» soltanto una delle molte possibili ideologie che possono essere usate a questo scopo. Il razzismo di terzo livello appare molto simile a un caso particolare del gruppo di secondo livello. Qui suggeriamo, al contrario, che "sono precisamente la natura, la funzione e il modo di operare del razzismo a differenziarlo radicalmente dall'eterofobia", cioè da quel diffuso senso di disagio che gli individui normalmente esperiscono quando si trovano di fronte a « presenze umane» che non comprendono pienamente. Il razzismo è diverso dall'eterofobia e dall'inimicizia competitiva (i sentimenti di antipatia e di avversione appaiono maggiormente come appendici emozionali dell'attività di separazione). Il razzismo si distingue per una pratica di cui è parte e che razionalizza: una pratica che combina le strategie dell'architettura e del giardinaggio con quelle della medicina nella costruzione di un ordine sociale artificiale attraverso l'eliminazione di quegli elementi della realtà data che non rientrano nella realtà perfetta immaginata, né possono essere modificati in modo da rientrarvi". Il razzismo esprime la convinzione che una certa categoria di esseri umani non possa essere incorporata nell'ordine razionale. Il razzismo isola una certa categoria di persone che non possono essere raggiunte dall'argomentazione o da qualsiasi altro strumento educativo, e che dunque devono restare perpetuamente estranee. Ne consegue che "il razzismo è inevitabilmente associato alla strategia dell'allontanamento". Se le condizioni lo permettono, il razzismo esige che la categoria dei trasgressori sia rimossa dal territorio occupato dal gruppo che essa minaccia. Se tali condizioni non sussistono, il razzismo esige che la categoria dei trasgressori venga fisicamente sterminata. - "Il razzismo come forma di ingegneria sociale" Il razzismo acquista i suoi caratteri specifici solo nel contesto fornito dal progetto di una società perfetta. Nel caso dell'Olocausto il progetto era costituito dal Reich millenario. Gli ebrei non costituivano una razza come le altre: erano piuttosto un'anti-razza, una razza destinata a minare e ad avvelenare tutte le altre, a scalzare non semplicemente l'identità di una qualche razza in particolare, ma l'ordine razziale stesso. (Si ricordi che gli ebrei rappresentavano una «nazione senza caratteri nazionali», l'irriducibile nemico dell'ordine fondato sulle nazioni.). «La scoperta del virus ebraico», disse a Himmler nel 1942, «Dal virus ebraico hanno origine innumerevoli malattie... Riguadagneremo la nostra salute soltanto eliminando gli ebrei». In sintesi: molto prima che fossero costruite le camere a gas, i nazisti, su ordine di Hitler, tentarono di sopprimere i propri compatrioti malati di mente o fisicamente handicappati attraverso una «uccisione misericordiosa», e di selezionare una razza superiore mediante la fecondazione organizzata di donne superiori da parte

di uomini superiori sul piano razziale. Il "Führer" espresse la sua romantica visione di un mondo ripulito dalle razze inguaribilmente malate. La storia dell'antisemitismo moderno - sia nella sua forma eterofobica, sia in quella razzista moderna - non è conclusa. Oggi i processi di modernizzazione sembrano spostarsi dall'Europa in altre parti del mondo. 4. UNICITA' E NORMALITA' DELL'OLOCAUSTO

I filosofi, i sociologi, i teologi non riescono a spiegare che cosa è successo e perché, e non possono aiutarci a comprenderlo. E' vero che l'Olocausto ha avuto luogo quasi mezzo secolo fa. E' vero che i suoi esiti immediati stanno rapidamente sprofondando nel passato. La generazione che ne ha avuto esperienza diretta è ormai quasi pressoché scomparsa. Ma le istituzioni, un tempo familiari, che l'Olocausto ha reso di nuovo misteriose, sono ancora parte fondamentale della nostra vita. Esse non sono superate. E dunque non è superata la "possibilità" dell'Olocausto. - "Il problema" Se c'era qualcosa, nel nostro ordine sociale, che rese possibile l'Olocausto nel 1941, non possiamo essere sicuri che da allora sia stato eliminato. La vera causa di preoccupazione può essere individuata in due fattori. In primo luogo non è che l'Olocausto abbia semplicemente, per qualche misteriosa ragione, evitato di cozzare con le norme e le istituzioni sociali della modernità: furono tali norme e istituzioni a rendere l'Olocausto possibile. Senza la civiltà moderna e i suoi principali, fondamentali esiti, non vi sarebbe stato alcun Olocausto. In secondo luogo, tutta l'intricata rete di controlli ed equilibri, barriere ed ostacoli che il processo di civilizzazione ha eretto e ci difenderebbe dalla violenza e terrebbe a freno tutti i poteri ambiziosi e senza scrupoli, si è dimostrata inefficace. Quando si giunse all'omicidio di massa, le vittime si ritrovarono sole. Non soltanto esse furono ingannate da una società apparentemente pacifica e umana, legalistica e ordinata, ma il loro stesso senso di sicurezza divenne un fattore decisivo della loro caduta. Esistono ragioni di preoccupazione poiché oggi sappiamo "di vivere in un tipo di società che rese possibile l'Olocausto e che non conteneva alcun elemento in grado di impedire il suo verificarsi". - "La straordinarietà del genocidio" L'omicidio di massa non è un'invenzione moderna. La storia è carica di inimicizie collettive e settarie che spesso sfociano nella violenza aperta, talvolta portano al massacro. Ciò nega l'unicità dell'Olocausto. In particolare, sembra smentire lo stretto legame tra l'Olocausto e la modernità, l'«affinità elettiva» tra l'Olocausto e la civiltà moderna. Suggerisce, invece, che l'odio omicida collettivo è sempre stato tra noi e probabilmente non scomparirà mai; e che il solo significato della modernità a questo proposito consiste nel fatto che non ha posto fine alla disumanità dell'uomo nei confronti dell'uomo. La modernità non ha mantenuto le proprie promesse. Ma essa non ha alcuna responsabilità per l'episodio dell'Olocausto, poiché il genocidio accompagna la storia umana fin dall'inizio. Ma presenta anche caratteristiche che non condivide con nessuno dei precedenti casi di genocidio. Esse hanno un sapore distintamente moderno. La loro presenza suggerisce che la modernità ha contribuito all'Olocausto in modo più diretto che non semplicemente attraverso la propria debolezza e inettitudine. Suggerisce che l'Olocausto fu, nella stessa misura, un prodotto e un fallimento della civiltà moderna. Il 9 novembre 1938 ebbe luogo in Germania un avvenimento consegnato alla storia con il nome di "Kristallnacht". Abitazioni, negozi, luoghi di culto ebraici furono assaliti da una folla scatenata. Se il trattamento riservato agli ebrei da parte dei nazisti si fosse concretizzato soltanto in eventi simili alla " Kristallnacht", non avrebbe aggiunto molto di più che un paragrafo ai molti volumi della cronaca delle emozioni sfocianti in furore omicida, delle folle avide di linciaggio. Ma non è questo che accadde. Non accadde per una semplice ragione: non era possibile concepire né eseguire un omicidio di massa delle dimensioni dell'Olocausto affidandosi soltanto a una serie di Notti dei cristalli, non importa quanto numerose. Consideriamo le cifre. Lo stato tedesco sterminò approssimativamente sei milioni di ebrei. Al ritmo di 100 al giorno ciò avrebbe richiesto circa 200 anni. La gente può essere istigata al furore, ma il furore non può essere alimentato per 200 anni. Un omicidio accurato, globale, definitivo richiedeva la sostituzione della folla con la burocrazia, della furia collettiva con l'obbedienza all'autorità. L'omicidio di massa contemporaneo si distingue, da una parte, per l'assenza pratica di spontaneità e, dall'altra, per il prevalere del progetto razionale, accuratamente calcolato. Il genocidio moderno, analogamente alla cultura moderna in generale, può essere concepito come il lavoro di un giardiniere. Vi sono erbe infestanti dovunque vi sia un giardino. E le erbe infestanti vanno sterminate. Le vittime di Stalin e di Hitler non furono uccise per conquistare e colonizzare il territorio da esse occupato. Esse furono uccise perché non rientravano, per una ragione o per un'altra, nel progetto di una società perfetta. Furono eliminate affinché fosse possibile fondare un mondo umano obiettivamente migliore: più efficiente, più morale, più bello. Un mondo comunista. O un mondo ariano. - "La peculiarità del genocidio moderno" Quando il sogno modernista viene abbracciato da un potere assoluto in grado di monopolizzare i moderni strumenti di azione razionale, e quando tale potere si libera da qualsiasi efficace controllo sociale, allora ci troviamo di fronte alle condizioni che producono l'Olocausto. diversi fattori che dovevano combinarsi per produrre l'Olocausto: l'antisemitismo radicale (e - come si ricorderà dal precedente capitolo - moderno, cioè razzista e votato allo sterminio) di tipo nazista; la trasformazione di tale antisemitismo nella politica concreta di un potente stato centralizzato; il controllo, da parte di quello stato, di un enorme, efficiente apparato burocratico; uno «stato di emergenza», cioè condizioni straordinarie di guerra che consentissero a quel governo e alla burocrazia da esso controllata di far passare provvedimenti che forse avrebbero incontrato ostacoli molto più seri in tempo di pace; infine, la non interferenza, l'accettazione passiva di tali provvedimenti da parte della popolazione nel suo complesso. Due di questi fattori possono essere visti come incidentali, cioè come attributi non necessari della società moderna, anche se compresi tra le sue possibilità. I restanti fattori, tuttavia, rientrano pienamente nella «norma» della modernità. Essi sono costantemente presenti in ogni società moderna, e la loro presenza è stata resa possibile e inevitabile da quei processi che sono propriamente associati al sorgere e al radicarsi della civiltà moderna. Qui intendiamo concentrarci soltanto su uno dei fattori costitutivi dell'Olocausto: i modelli di azione

tecnologico-burocratici tipicamente moderni e la mentalità che essi istituzionalizzano, generano, sostengono e riproducono. - "Gli effetti della divisione gerarchica e funzionale del lavoro" L'uso della violenza massimizza l'efficienza e riduce al minimo i costi quando i mezzi impiegati sono soggetti esclusivamente ai criteri della ragione strumentale, e perciò dissociati dalla valutazione morale dei fini. Tale dissociazione è in buona misura il risultato di due processi paralleli . Il primo processo è dato dalla "minuziosa divisione funzionale del lavoro" ; il secondo processo è dato dalla "sostituzione della responsabilità tecnica a quella morale". La divisione del lavoro (anche quella che deriva dalla semplice gerarchia dell'autorità) crea sempre una distanza tra la maggior parte di coloro che contribuiscono al risultato finale dell'attività collettiva e il risultato stesso. Prima che gli ultimi anelli della catena burocratica del potere (gli esecutori diretti) affrontino il proprio compito, le operazioni preparatorie di quella fase sono già state in gran parte svolte da persone prive di qualsiasi esperienza personale, e in alcuni casi di qualsiasi conoscenza, del compito in questione. A differenza di quanto avviene m una unità di lavoro premoderna, in cui tutti i gradini della gerarchia hanno in comune le stesse capacità professionali, le persone che occupano livelli successivi della burocrazia moderna differiscono radicalmente per il tipo di competenza e di formazione professionale che il loro lavoro richiede. L'esistenza di questa distanza pratica e mentale dall'esito finale del processo burocratico fa sì che la maggior parte dei funzionari della gerarchia burocratica possa impartire ordini senza avere piena conoscenza dei loro effetti. L'impatto psicologico di questo distacco è profondo e di ampia portata. Una cosa è impartire l'ordine di caricare delle bombe su un aeroplano, un'altra cosa è provvedere alla regolare fornitura dell'acciaio destinato a una fabbrica di bombe. Nel primo caso è possibile che chi impartisce l'ordine non abbia un'immagine esatta della devastazione che le bombe provocheranno. Ma nel secondo caso l'amministratore incaricato della fornitura non deve nemmeno pensare all'uso a cui sono destinate le bombe. Il secondo processo che porta alla dissociazione dei mezzi dalla valutazione morale dei fini è strettamente legato al primo. La sostituzione della responsabilità morale con quella tecnica non sarebbe concepibile senza la meticolosa frantumazione funzionale dei compiti e la loro separazione . Ogni membro di una gerarchia di autorità è responsabile di fronte al proprio immediato superiore, ed è quindi naturalmente interessato alla sua opinione e alla sua approvazione del lavoro svolto. Un membro di una gerarchia potrebbe decidere che il suo superiore ha oltrepassato i limiti della propria competenza, spostandosi dal campo di interesse puramente tecnico a quello dotato di significato morale (sparare a dei soldati è accettabile, sparare a dei bambini è un'altra questione) . Tutte queste possibilità teoriche spariscono, però, o almeno risultano considerevolmente indebolite, quando la gerarchia lineare di autorità viene affiancata, o sostituita, dalla divisione funzionale e dalla separazione dei compiti. A questo punto il trionfo della responsabilità tecnica è completo, incondizionato e praticamente inattaccabile. La responsabilità tecnica differisce da quella morale in quanto dimentica che l'azione è un mezzo in vista di qualcosa di diverso da essa. Nel momento in cui le sue connessioni esterne vengono efficacemente rimosse dal campo visivo, l'azione del burocrate diventa un fine in sé. - "La disumanizzazione degli oggetti dell'attività burocratica" Un altro effetto, ugualmente importante, del contesto burocratico dell'azione è la "disumanizzazione degli oggetti dell'attività burocratica": la possibilità di esprimere tali oggetti in termini puramente tecnici ed eticamente neutri. La disumanizzazione comincia nel momento in cui, grazie alla dissociazione che abbiamo visto, gli oggetti dell'attività burocratica possono essere, e sono, ridotti a una serie di misurazioni quantitative. Per gli amministratori delle ferrovie l'unica espressione significativa dell'oggetto del proprio lavoro è data in termini di tonnellate per chilometro. Essi non hanno a che fare con esseri umani, bensì semplicemente con un «carico», cioè con un'entità costituita esclusivamente da quantità misurabili e priva di qualità. Ridotti a semplici quantità misurabili prive di qualità, gli esseri umani perdono la propria specificità. A questo punto essi sono già disumanizzati. La disumanizzazione è inestricabilmente collegata alle fondamentali tendenze razionalizzanti della burocrazia moderna. Ai soldati viene detto di sparare a dei "bersagli", i quali "cadono" quando sono "colpiti". Gli impiegati delle grandi imprese sono incoraggiati a distruggere la "concorrenza". Una volta efficacemente disumanizzati gli esseri umani oggetto delle prestazioni burocratiche vengono visti con indifferenza etica, la quale si trasforma rapidamente in disapprovazione e in censura quando la loro resistenza o mancanza di cooperazione rallenta il corso della routine burocratica. Gli oggetti disumanizzati non possono essere difensori di una «causa »; essi non hanno «interessi» ; che possano essere presi in considerazione, di fatto non hanno nessun diritto alla soggettività. Gli oggetti umani diventano pertanto un « fattore di disturbo». - "Il ruolo della burocrazia nell'Olocausto" Gli storici dell'Olocausto vengono suddivisi tra « ;intenzionalisti» e «funzionalisti». I primi insistono sul fatto che Hitler aveva sicuramente preso fin dall'inizio la decisione di uccidere gli ebrei e aveva atteso soltanto le condizioni opportune per metterla in atto. I secondi attribuiscono a Hitler solo l'intenzione generica di «trovare una soluzione» al «problema ebraico»: un'intenzione ben definita per quanto riguardava la visione di una «Germania ripulita», ma vaga e confusa circa i passi da compiere per avvicinarsi a quell'obiettivo. La ricerca storica sostiene in modo sempre più convincente il punto di vista funzionalista. Né ci sono dubbi sul fatto che, per quanto vivace fosse l'immaginazione di Hitler, essa sarebbe arrivata a ben pochi risultati se non fosse stata sostituita da un enorme e razionale apparato burocratico. E' vero che non fu la burocrazia a scatenare la paura della contaminazione, ma fu la burocrazia a realizzare l'Olocausto. Hilberg sostiene che nel momento in cui un funzionario tedesco scrisse la prima norma sulla segregazione degli ebrei, il destino della popolazione ebraica europea era ormai segnato. Ciò di cui la burocrazia aveva bisogno era la definizione del proprio compito. Dopodiché si poteva essere certi che essa, razionale ed efficiente com'era, lo avrebbe portato a compimento. La burocrazia contribuì alla realizzazione dell'Olocausto non soltanto con le proprie capacità e attitudini intrinseche, ma anche con la propria immanente patologia. Una volta messa m movimento, la macchina omicida sviluppò una propria forza d'inerzia: quanto più si dimostrava efficiente nel ripulire dagli ebrei i territori sottoposti al suo controllo, tanto più attivamente cercava nuovi territori su cui esercitare le capacità recentemente acquisite.

- "Il fallimento delle salvaguardie moderne" L'oscuro e ignobile ruolo che la scienza ha svolto nell'esecuzione dell'Olocausto è stato sia diretto sia indiretto. Indirettamente la scienza ha aperto la strada al genocidio minando l'autorità e mettendo in dubbio il valore vincolante del pensiero normativo, in particolare di quello religioso ed etico. Attraverso la pressione istituzionale e lo scherno essa mise a tacere i predicatori della moralità. Nel corso di questo processo si rese cieca e muta dal punto di vista morale. Smantellò tutte le barriere che potessero impedirle di cooperare, alla progettazione dei metodi più efficaci e più rapidi di sterilizzazione o uccisione di massa; o di concepire la schiavitù dei campi di concentramento come opportunità unica e meravigliosa di sviluppare la ricerca medica per il progresso della cultura e - naturalmente - dell'umanità. Le varie discipline scientifiche aiutarono gli esecutori dell'Olocausto anche direttamente. La ricerca ha prezzi elevati e necessita di enormi edifici, attrezzature costose e grosse équipe di esperti ben retribuiti. Essa, pertanto, dipende da un flusso costante di denaro e risorse non monetarie, che soltanto istituzioni di dimensioni ugualmente grandi sono in grado di offrire e garantire. Un governo che allunghi la sua mano generosa per offrire tale possibilità ; può contare sulla gratitudine e sulla cooperazione degli scienziati. Essi sarebbero disposti, per esempio, ad accettare l'improvvisa scomparsa di alcuni dei loro colleghi con la forma del naso o i dati biografici sbagliati. - "Conclusioni" Il contesto moderno rese possibile l'emergere di uno stato dotato di grandi risorse, capace di sostituire l'intera rete delle forme di controllo economico e sociale con il potere e l'amministrazione politica. Ma ancora più importante è il fatto che il contesto moderno ha dato sostanza a quel potere e quell'amministrazione. La modernità, come si ricorderà, è un'epoca di ordine artificiale e di grandi progetti sociali, l'era dei pianificatori, dei portatori di una visione del mondo fortemente strutturata e, più in generale, dei «giardinieri», che considerano la società come un appezzamento di terreno vergine il cui assetto deve essere accuratamente progettato, in modo che le coltivazioni e le manipolazioni successive si attengano alla forma progettata. 5. LA SOLLECITAZIONE DELLA COOPERAZIONE DELLE VITTIME

«la partecipazione o la non partecipazione ebraica alle deportazioni non ebbe nessuna sostanziale influenza - in un senso o nell'altro - sull'esito finale dell'Olocausto in Europa orientale». Per sostenere questa sua conclusione Trunk fa riferimento ai numerosi casi in cui il rifiuto di alcuni "Judenräte" di obbedire agli ordini delle S.S. condusse alla loro sostituzione con persone più docili o anche allo scavalcamento della mediazione ebraica da parte delle S.S.. E' certo, però, che i casi "individuali" di disobbedienza restarono inefficaci proprio perché in numerosi altri casi i nazisti "poterono" contare sulla cooperazione ebraica e quindi sulla possibilità di eseguire le operazioni omicide utilizzando soltanto marginalmente le proprie forze. Appare comunque probabile che, se la cooperazione non vi fosse stata, o almeno non su scala così ampia, le complesse operazioni dell'omicidio di massa avrebbero posto agli amministratori tedeschi problemi gestionali, tecnici e finanziari di ben altre dimensioni. "Senza" queste diverse e sostanziali forme di aiuto, probabilmente l'Olocausto avrebbe avuto luogo ugualmente, ma sarebbe passato alla storia come un episodio diverso e forse meno spaventoso. L'asservimento degli ebrei non fu mai uno scopo dei nazisti. Ciò che i nazisti desideravano creare era una situazione di totale "Entfernung": una definitiva rimozione degli ebrei dallo spazio vitale della razza tedesca. Hitler e i suoi seguaci erano del tutto indifferenti ai servigi che gli ebrei potevano offrire, perfino nel ruolo di schiavi. - "L'isolamento delle vittime" L'ebraismo fu rappresentato come una malattia contagiosa; i suoi portatori come una specie di bacilli del tifo. I rapporti con gli ebrei erano gravidi di rischi. C'erano tuttavia dei limiti all'efficacia della propaganda antisemita. Molti si dimostrarono immuni alla predicazione dell'odio e si rifiutarono di applicarla ai singoli ebrei da essi conosciuti. Se la propaganda antisemita fosse stata l'unico mezzo per « isolare» gli ebrei dalla vita comunitaria, essa sarebbe probabilmente andata incontro a un insuccesso. Ma l'impatto della propaganda fu sostenuto e considerevolmente rafforzato dall'attenzione con cui ogni misura antiebraica fu rigorosamente circoscritta al proprio obiettivo, così che ogni intervento successivo, anche se inefficace in rapporto al proprio scopo dichiarato, approfondiva il solco tra gli ebrei e il resto della popolazione, sottolineando il seguente messaggio: per quanto atroci siano le cose che accadono agli ebrei, esse non hanno assolutamente nessuna influenza negativa sulle condizioni di vita di tutti gli altri, e pertanto riguardano soltanto gli ebrei. Una precisa definizione degli ebrei era necessaria per assicurare ai testimoni della persecuzione che quanto essi vedevano o sospettavano non sarebbe accaduto anche a loro. Per quanto fossero assurde nella loro sostanza e nella loro pretesa validità funzionale, le famose Leggi di Norimberga servirono magnificamente allo scopo suddetto. Esse non lasciarono alcuno spazio alla sopravvivenza di una qualche «terra di nessuno» tra gli ebrei e i non ebrei, creando così una categoria di persone marchiate a fuoco in vista di un « trattamento speciale» e, infine, dello sterminio. - "Il gioco del «salvare il possibile»" Sappiamo già che gli stessi nazisti, compresi i loro capi, non iniziarono la guerra contro gli ebrei con un'idea chiara del suo esito finale. Fu nel corso e sotto l'influenza del perseguimento burocratico di quello scopo che, in una fase posteriore, la distruzione fisica degli ebrei divenne una «soluzione» nello stesso tempo «razionale» e tecnologicamente praticabile. Ma anche quando Hitler prese la fatale decisione di assassinare gli ebrei russi il mantenimento del segreto sulla natura della «soluzione finale» rimase una parte integrante ed essenziale del progetto nazista. La deportazione delle vittime verso le camere a gas veniva chiamata «trasferimento» e la natura dei campi di sterminio si dissolveva nell'idea vaga dell'«Est». Il segreto fu mantenuto letteralmente fino all'ultimo momento. La ragione di ciò era quella di far sì che entrassero nelle camere a gas volontariamente e senza opporre resistenza. In tutte le fasi dell'Olocausto,

pertanto, le vittime erano "poste di fronte ad una scelta" (almeno soggettivamente, poiché oggettivamente la scelta non esisteva più, essendo stata cancellata dalla decisone segreta della distruzione fisica). Per rendere il comportamento delle loro vittime prevedibile, e perciò manipolabile e controllabile, i nazisti dovevano indurle ad agire in modo «razionale»; per ottenere questo risultato dovevano far loro credere che c'era davvero qualcosa da salvare. Affinché si convincessero di ciò, le vittime dovevano essere portate a pensare che il trattamento del gruppo nel suo complesso non sarebbe stato uniforme, che la sorte dei singoli membri sarebbe stata diversa e dipendente in ciascun caso dal merito individuale. Le vittime dovevano credere, in altre parole, che la loro condotta aveva importanza e che la loro situazione poteva essere, almeno in parte, influenzata da ciò che avrebbero fatto. - "La razionalità individuale al servizio della distruzione collettiva" Nel corso del viaggio verso la distruzione finale la maggior parte delle vittime non fu, per lo più, completamente priva di scelta. E dove c'è scelta, c'è la possibilità di un comportamento razionale. In effetti, la maggior parte dei perseguitati si comportò razionalmente. Avendo il pieno controllo dei mezzi di coercizione, i nazisti fecero in modo che "la razionalità comportasse la cooperazione" . La nozione di cooperazione è forse troppo vaga e inclusiva. Considerare la semplice mancanza di una ribellione aperta come un atto di cooperazione può essere un atteggiamento rigido e ingiusto. Se gli ebrei fossero stati chiamati a morire tutti insieme, in un colpo solo, la scelta (o meglio, l'assenza di scelta) sarebbe stata chiara e senza ambiguità per tutti. Essa avrebbe ovviamente prodotto un appello alla resistenza generale. I tedeschi non sarebbero stati in grado di mettere il comportamento razionale delle vittime al servizio del proprio progetto di distruzione. Esse, infatti, non avrebbero cooperato. Sfruttare la razionalità delle vittime costituiva una soluzione molto più razionale. Dovunque fu possibile, perciò, i nazisti cercarono di evitare la deportazione totale. Essi preferivano evidentemente eseguire l'operazione per gradi. Di grande utilità era il gioco dei numeri: la vita di molti vale più della vita di pochi, uccidere di meno è meno ripugnante che uccidere di più. ". il 4 settembre 1942 Rumkowski dichiarava: «Noi non eravamo... motivati dal pensiero di quanti sarebbero periti, ma dalla considerazione di quanti sarebbe stato possibile salvare». Altri si calarono nelle metafore della medicina moderna e rivestirono i panni dei chirurghi salvatori di vite: « Talvolta è necessario asportare un arto per salvare il corpo» o «Se bisogna amputare un braccio infetto per salvare una vita, che sia fatto». Una volta espresse queste giustificazioni e presentate le condanne a morte come un'encomiabile conquista del pensiero razionale moderno combinato con l'ardente cuore ebraico, una domanda continuava a turbare anche i più convinti collaborazionisti: ammesso che alcuni debbano perire affinché altri possano vivere, chi sono io per decidere chi debba essere sacrificato, e a vantaggio di chi? E' accertato che domande come queste tormentarono molti dei consiglieri e dei leader ebrei, anche quelli che non rifiutarono la propria collaborazione. Gli altri, abbastanza codardi o abbastanza coraggiosi da scegliere la sopravvivenza, avevano disperatamente bisogno di una risposta: una scusa, una giustificazione, un'argomentazione morale o razionale. Nella maggior parte dei casi documentati essi scelsero quest'ultima, la più accettabile per gli altri e la più convincente: all'attonito pubblico veniva offerta una dimostrazione di pensiero razionale, di calcolo numerico: «Se avessimo lasciato il compito ai tedeschi, i morti sarebbero stati molti di più ». La strategia del «salvare il possibile» fu perseguita finché l'ultimo ebreo non fu seppellito. C'era sempre qualcosa o qualcuno da salvare, e dunque un'occasione per essere razionali. La logica e la razionalità dei consiglieri ebrei li indusse ad assumere il ruolo di assassini. - "La razionalità dell'autoconservazione" E' impossibile dire quanti di coloro che scelsero di «sporcarsi le mani» sperassero effettivamente di sopravvivere. Nel ghetto la distanza tra le classi equivaleva alla distanza tra la vita e la morte. Sopravvivere significava chiudere gli occhi di fronte alla miseria e all'agonia altrui. I poveri morivano per primi, e in massa. 6. L'ETICA DELL'OBBEDIENZA (LEGGENDO MILGRAM)

L'Olocausto aveva fatto apparire insignificanti tutte le immagini del male ereditate dal passato. Con ciò esso portò a un rovesciamento di tutte le tradizionali argomentazioni fornite per spiegare le manifestazioni del male. All'improvviso risultò chiaro che il più grande degli orrori a memoria d'uomo non scaturiva dall'infrazione dell'ordine, ma da un impeccabile, perfetto e incontrastabile dominio dell'ordine. Non era opera di una folla tumultuosa e incontrollabile, ma di uomini in uniforme, obbedienti e disciplinati. Ben presto divenne evidente che questi uomini, una volta spogliatisi delle uniformi, non erano affatto malvagi. Essi si comportavano in buona misura come tutti noi. A partire da quel momento, tutte le coscienze avrebbero dovuto ritenersi limpide solo fino a prova contraria. Le vecchie abitudini di pensiero sono dure a morire. Poco dopo la fine della guerra, un gruppo di studiosi guidato da Adorno pubblicò "La personalità autoritaria"; per Adorno e i suoi colleghi il nazismo fu crudele perché furono crudeli i nazisti, e i nazisti furono crudeli perché le persone crudeli tendevano a diventare naziste. Come ammise uno dei membri del gruppo diversi anni più tardi, «"La personalità autoritaria" enfatizzava soltanto le potenziali determinanti del fascismo e dell'etnocentrismo a livello della personalità e sminuiva l'importanza delle contemporanee influenze sociali». Veniva così soppressa l'oscura e sgradevole idea che molte persone gentili possano diventare all'occorrenza crudeli. La ricerca di Milgram sfidò questa tradizione, particolare scalpore e collera suscitò la sua ipotesi che la crudeltà non venga commessa da persone crudeli, ma da uomini e donne comuni che cercano di assolvere nel modo migliore i propri normali compiti. - "La disumanità come funzione della distanza sociale" Il risultato più sorprendente della ricerca di Milgram è forse il rapporto inversamente proporzionale tra la disponibilità a esercitare la crudeltà e la prossimità della vittima. E' difficile fare del male a una persona tanto vicina da poterla toccare. E' alquanto più facile infliggere dolore a qualcuno che vediamo soltanto da lontano. Ed è ; ancora più semplice nel caso di una persona che possiamo soltanto udire. Infine, è molto facile essere crudeli verso qualcuno che non vediamo né udiamo. La ragione per cui la separazione della vittima rende più facile la crudeltà sembra psicologicamente ovvia:

all'esecutore viene risparmiata l'angoscia di vedere l'esito delle proprie azioni. Egli può addirittura indursi a credere che non è accaduto niente di veramente disastroso. - "La complicità con le proprie azioni" La misura in cui un attore risulta vincolato a perpetuare l'azione, e trova difficile sganciarsene, tende a crescere ad ogni stadio successivo della sequenza. I primi gradini sono agevoli e richiedono, eventualmente, un minimo di travaglio morale. I gradini che seguono sono sempre più gravosi. Infine, affrontarli diventa insopportabile. Ma a quel punto è cresciuto anche il costo del ritiro. In questo modo la spinta a interrompere l'azione risulta debole. Quando l'attore è sopraffatto dal desiderio di sganciarsi, di solito è troppo tardi per farlo. Milgram ha citato l'"azione sequenziale" tra i principali « fattori vincolanti», quei fattori che legano il soggetto alla situazione in cui si trova. Il fattore più importante del processo, tuttavia, sembra essere il seguente: "...[rifacendosi a un suo esperimento] se il soggetto decide che non è accettabile somministrare la scossa successiva, di volta in volta appena più forte della precedente, come giustificare allora quella che ha appena somministrato? Negare la correttezza dell'azione che è sul punto di compiere significa mettere in discussione la correttezza di quella che ha appena compiuto, il che mette in dubbio la stessa posizione morale del soggetto.” Nel corso di un'azione sequenziale l'attore diventa schiavo delle proprie azioni precedenti. - "La moralizzazione della tecnologia" Non c'è dubbio che la sostituzione della morale sostanziale con quella della tecnologia fu più facile grazie allo spostamento dell'equilibrio tra la prossimità del soggetto al destinatario dell'azione e la sua prossimità alla fonte di autorità dell'azione. Secondo la conclusione dello stesso Milgram, è psicologicamente facile ignorare la propria responsabilità quando si è soltanto un anello intermedio nella catena di un'azione immorale e si è lontani dagli esiti finali dell'azione stessa. Agli occhi di un tale soggetto intermedio, le operazioni che egli compie appaiono di natura tecnica, per così dire, ad entrambe le estremità della catena. Il legame causale tra l'azione e la sofferenza della vittima viene offuscato e può essere ignorato con uno sforzo relativamente piccolo. - "La libera fluttuazione della responsabilità" Una volta scaricata la propria responsabilità riconoscendo al superiore il diritto di impartire ordini, l'attore precipita in uno «stato eteronomico», una condizione in cui vede se stesso come esecutore dei desideri di un'altra persona. Lo stato eteronomico è il contrario dello stato di autonomia. - "Pluralismo del potere e potere della coscienza" La disponibilità ad agire contro il proprio giudizio e contro la voce della propria coscienza non è semplicemente una funzione degli ordini emanati dall'autorità, ma il risultato del rapporto con una fonte di autorità risoluta, univoca e monopolistica. Tale disponibilità ha maggiori probabilità di manifestarsi all'interno di un'organizzazione che non ammette nessuna opposizione e non tollera nessuna autonomia, un'organizzazione nella quale non esistono due membri di uguale potere. 7. VERSO UNA TEORIA SOCIOLOGICA DELLA MORALE

- "La società come fabbrica della morale" Nel senso comune scientifico è stata accolta l'idea secondo cui la stessa persistenza di una norma morale testimonia la presenza di un bisogno collettivo, che essa è stata creata per soddisfare. Durkheim respinse l'invito a collegare le norme ai bisogni; egli criticò, in effetti, il punto di vista comunemente accettato, secondo cui le norme morali riconosciute come vincolanti in una particolare società devono aver acquisito la propria forza obbligante attraverso un processo di analisi e scelta consapevole, Durkheim sostenne che l'essenza della morale va cercata proprio nella sua forza obbligante, piuttosto che nella sua connessione razionale con i bisogni che i membri della società cercano di soddisfare: una norma è tale non perché sia stata selezionata per la sua adeguatezza al compito di promuovere e difendere gli interessi dei membri di una società, ma perché questi ultimi si convincono del suo valore vincolante. Ogni morale deriva dalla società; al di fuori di quest'ultima non esiste vita morale; la miglior comprensione della società si ha immaginandola come fabbrica produttrice di morale; la società promuove il comportamento moralmente regolato ed emargina, sopprime o impedisce l'immoralità. L'alternativa alla presa morale esercitata dalla società non è l'autonomia umana, ma il dominio delle passioni animali. Finché la morale viene concepita come un prodotto sociale, gli eventi che offendono sentimenti morali diffusi e profondamente radicati, tendono ad essere visti come risultato del fallimento o della cattiva gestione di quella che potremmo chiamare «industria della morale». Il verificarsi della condotta immorale viene interpretato come esito di una produzione inadeguata di norme morali, o della produzione di norme imperfette. La condotta immorale viene allora teorizzata come «deviazione dalla norma».Questa teoria della morale concede alla società il diritto di imporre la propria versione della condotta morale. - "La sfida dell'Olocausto" Le risposte politiche e giuridiche al crimine nazista hanno posto all'ordine del giorno la necessità di legittimare il verdetto di immoralità con cui sono state condannate le azioni di un gran numero di persone che seguirono fedelmente le norme morali della propria società. In assenza di una qualche giustificazione per giudicare criminale un comportamento disciplinato, pienamente conforme alle norme morali in vigore a quell'epoca e in quel luogo, non vi sarebbero stati criminali di guerra e sarebbe venuto a mancare ogni diritto di processare, condannare e giustiziare Eichmann. Questo tema è stato sviluppato con estrema chiarezza da Hannah Arendt: "In quei processi, dove gli imputati erano persone che avevano commesso crimini «autorizzati», noi abbiamo preteso che gli esseri umani siano capaci di distinguere il bene dal male anche quando per guidare se stessi non hanno altro che il proprio raziocinio, il quale inoltre può essere completamente frastornato dal fatto che tutti coloro che h circondano hanno altre idee.”

- "Prossimità sociale e responsabilità morale" La responsabilità scaturisce dalla prossimità dell'altro. Prossimità significa responsabilità, e la responsabilità è la prossimità. Rinunciare alla responsabilità, e perciò neutralizzare la spinta morale che ne consegue, comporta necessariamente la sostituzione della prossimità con la separazione fisica o spirituale. L'alternativa alla prossimità è la distanza sociale. L'attributo morale della prossimità è la responsabilità; l'attributo morale della distanza sociale è la mancanza di un rapporto morale. lo stato nazista ha certamente avuto successo nell'eliminare il più formidabile degli ostacoli all'omicidio, quella «pietà istintiva, animale, che ogni individuo normale prova di fronte alla sofferenza fisica degli altri». Una delle difficoltà principali incontrate dall'antisemitismo consiste nel cancellare l'immagine dell''ebreo della porta accanto', il conoscente o il collega visto come persona viva, che respira, la cui semplice esistenza sembra negare la validità dello stereotipo negativo rappresentato dall''ebreo mitologico'. Sembrava esserci una correlazione sorprendentemente debole tra le immagini personali e quelle astratte, quasi non rientrasse nelle abitudini umane esperire la contraddizione logica tra le une e le altre come una dissonanza cognitiva o, più in generale, un problema psicologico. "«La razza ebraica viene sterminata», va dicendo ogni nostro camerata. E poi arrivano loro, ottanta milioni di buoni tedeschi e ognuno ha il suo ebreo perbene da salvare... E' chiaro: gli altri sono tutti dei porci, ma quest'uno è un ebreo eccezionale" . - "La soppressione sociale della responsabilità morale" I nazisti ottennero i maggiori successi nella spersonalizzazione degli ebrei. Quanto più gli ebrei venivano spinti fuori dalla vita sociale, tanto più sembravano coincidere con gli stereotipi di una propaganda che, paradossalmente, si intensificava via via che l'effettiva presenza degli ebrei in Germania diminuiva. La «soluzione finale» non sarebbe stata possibile senza la progressiva esclusione degli ebrei dalla società tedesca, che ebbe luogo sotto gli occhi di tutti e nella sua forma giuridica andò incontro a una diffusa approvazione, sfociando nella spersonalizzazione e nella degradazione della figura dell'ebreo". Quei tedeschi che obiettavano alle gesta delle S.A. quando veniva preso di mira l'«ebreo della porta accanto» (e persino quelli, tra loro, che trovarono il coraggio di rendere manifesta la propria disapprovazione) accettarono con indifferenza e spesso con soddisfazione le restrizioni giuridiche imposte all'«ebreo come tale». Ciò che provocava la reazione della loro coscienza morale quando erano in causa dei conoscenti non sollecitava quasi nessun sentimento se il bersaglio era costituito da una categoria astratta e stereotipata. I tedeschi osservarono tranquillamente, o non notarono affatto, la graduale scomparsa degli ebrei dal mondo della propria vita quotidiana. Fasi della disumanizzazione: 1) La definizione isola il gruppo delle vittime come categoria "diversa" 2) I licenziamenti e le espropriazioni infrangono la maggior parte dei contratti di validità generale, sostituendo alla prossimità la distanza fisica e spirituale. 3) Il concentramento completa questo processo di distanziamento. Il gruppo delle vittime e il resto della popolazione non vengono più a contatto. 4) Lo sfruttamento e la riduzione alla fame ottengono un ulteriore, stupefacente, risultato: spacciare la disumanità per umanità. E' ampiamente provato che i capi nazisti locali chiesero ai propri superiori il permesso di uccidere una parte degli ebrei sottoposti alla loro giurisdizione per risparmiare loro l'agonia dell'inedia; l’uccisione appariva un atto di misericordia 5) Così l'atto finale, l'annientamento, non costituì affatto una drastica frattura. - "La produzione sociale della distanza" La necessaria distanza fisica e funzionale, tuttavia, non può essere ottenuta lungo tutta la scala gerarchica della burocrazia. Alcuni degli esecutori devono incontrare le vittime faccia a faccia. Si rende quindi necessario un altro metodo per assicurare la dovuta distanza psicologica anche in assenza di quella "fisica" o "funzionale". Questo metodo è fornito da una forma di autorità specificamente moderna: la competenza. L'essenza della competenza consiste nel ritenere che la corretta esecuzione di un compito richieda una certa conoscenza, che tale conoscenza sia distribuita in maniera ineguale, che alcune persone ne possiedano più di altre, che quanti la possiedono debbano dirigere l'esecuzione del compito e che questa posizione direttiva attribuisca loro la responsabilità del modo in cui il compito viene eseguito. Per coloro che non possiedono il "know-how", agire responsabilmente significa seguire il consiglio degli esperti. - "Osservazioni finali" Il manifestarsi del comportamento immorale su scala non marginale può essere spiegato solo come effetto del cattivo funzionamento dell'ordinamento sociale «normale». Da questa ipotesi consegue che l'immoralità nel suo complesso non può essere socialmente prodotta e che le sue vere cause vanno cercate altrove. Nel presente capitolo si è voluto far osservare che la forza delle motivazioni morali ha un'origine presocietaria. Tra i risultati sociali ottenuti nella sfera della gestione della morale è necessario citare i seguenti: la produzione sociale della distanza, che annulla o indebolisce la pressione della responsabilità morale; la sostituzione della responsabilità tecnica a quella morale, che occulta efficacemente il significato morale dell'azione; e la tecnologia della segregazione e della separazione, che promuove l'indifferenza al destino dell'«altro», destino che altrimenti sarebbe soggetto al giudizio morale e a una reazione moralmente motivata.

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