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Riassunto Conforti - Le Nazioni Unite, Sintesi di Diritto Ed Organizzazione Internazionale. Università di Bari

Diritto Ed Organizzazione Internazionale

Descrizione: Riassunto dell'esame integrato e rielaborato coi mie appunti. Libro consigliato: Organizzazione Internazionale di Conforti sulle Nazioni Unite, Conforti
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Universita: Università di Bari
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ottimi

25/06/13 01:40
iolandatiziana - Università di Roma La Sapienza

fatto benissimo

04/06/13 12:51
iolandatiziana - Università di Roma La Sapienza

fatto benissimo

04/06/13 12:51
paolalum90 - Libera Università Mediterranea Jean Monnet di Casamassima

dell'ottava edizione

19/04/13 17:55
faby90 - Università di Pisa

di che edizione sono questi riassunti??

18/04/13 16:27

LE NAZIONI UNITE

INTRODUZIONE

1. ORIGINI E FORMAZIONE DELLE NAZIONI UNITE

In una solenne dichiarazione firmata a Washington l’11/01/1942,le nazioni che avrebbero vinto la seconda

guerra mondiale accettarono i principi stabiliti da Roosevelt e Churchill nella Carta Atlantica del 1941(che

accennava alla possibilità di dar vita ad un sistema di sicurezza collettivo che scoraggiasse le aggressioni tra

stati).La dichiarazione fu sottoscritta da 26 governi , altri 21 aderirono successivamente.

Fu soltanto nel ‘43 a Mosca che fu prevista una vera e propria organizzazione sul tipo della Società delle

Nazioni.

Tra la fine di Agosto e l’Ottobre del ’44 gli stessi governi di Mosca si riunirono a DUMBARTON OAKS per

gettare le basi della futura organizzazione.

Si ribadivano gli scopi del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale,sviluppare rapporti

amichevoli tra stati attraverso collaborazioni in campo economico e sociale ecc...La struttura dell’ente

comprendeva un Consiglio,l’Assemblea,il Segretariato con a capo il Segretario e la Corte di giustizia.

Accanto all’assemblea veniva posto il Consiglio Economico e Sociale (in posizione ausiliaria).

Il CONSIGLIO DI SICUREZZA sarebbe stato composto da 11 membri di cui 5 a titolo

permanente(Usa,Urss,Cina,Francia,Gran Bretagna).Gli altri 6 sarebbero stati nominati dall’Assemblea ogni 2

anni. Nulla si decise sul metodo di votazione. Successivamente a Yalta nel’45 fu attribuito il c.d. Diritto di

veto per i 5 membri permanenti.

Le 3 potenze di Yalta convocarono a San Francisco il 25.04.1945 una Conferenza delle Nazioni Unite per

elaborare la Carta della nascente organizzazione. Presero parte alla conferenza 50 stati oltre quelli firmatari

della Dichiarazione. Furono convocate Argentina,Danimarca,Ucraina e Bielorussia(per aumentare il peso

dell’Urss nell’organizzazione) e Polonia che però non vi partecipò per la presenza nel paese di due governi

rivali(problemi interni).Risolti questi la Polonia iniziò a partecipare.

La conferenza si chiuse il 26.06.1945. Si seguirono le linee guida stabilite a Dumbarton Oaks .

Al termine della conferenza la carta fu approvata all’unanimità e firmata da tutti i partecipanti.

Entrò in vigore il 25.10.1945 una volta cioè che fu ratificata dai 5 stati permanenti del Consiglio + la

maggioranza degli altri stati firmatari. Alla fine del ’45 la carta fu ratificata da tutti gli stati della

conferenza(c.d. membri originari ).Oggi si contano più di 190 membri. L’Italia fu ammessa nel 1955.

Non fanno parte oggi Taiwan e la Rep. Turca di Cipro.

La Società delle Nazioni si sciolse nell’Aprile del ’46 , quando l’Onu era in piena attività. Una serie di funzioni

di carattere non politico (es. funzioni svolte dal segretariato della Lega e dalle varie commissioni ad hoc

della stessa)furono trasferite all’Onu senza dar luogo a controversie.

2. GLI SCOPI DELLE NAZIONI UNITE

 Mantenimento della pace e sicurezza internazionale

 Sviluppare relazioni amichevoli tra stati

 Libera autodeterminazione dei popoli

 Collaborazione in campo economico , sociale, culturale

 Tutela dei diritti e delle libertà fondamentali dell’uomo senza distinzione alcuna

Negli anni gli sforzi dell’Onu si sono concentrati in maniera diversa sulle varie tematiche enunciate in base

ai problemi del momento.

3. L’INTERPRETAZIONE DELLA CARTA

La Carta , essendo un accordo internazionale , non si sottrae alle comuni regole sull’interpretazione dei

trattati. La Corte di giustizia ha alcune volte fatto ricorso alla c.d. “Teoria dei poteri impliciti” in base alla

quale ogni organo disporrebbe non solo dei poteri espressamente conferiti dalle norme costituzionali ma

anche di tutti i poteri necessari per l’esercizio dei poteri espressi. Va detto che questa teoria può essere

utilizzata qualora resti nei limiti di una interpretazione estensiva,qualora cioè serva a garantire ad un

organo il pieno esercizio delle funzioni che la carta gli assegna. Non è giustificabile l’orientamento della

corte che deduce poteri dai fini dell’organizzazione stessa. Ai lavori preparatori deve ricorrersi solo in caso

il testo sia ambiguo e lacunoso.

COMPETENZA AD INTERPRETARE

Non esiste nelle Nazioni Unite un organo con specifica competenza ad interpretare però ai sensi dell’art.96

la Corte Internazionale di giustizia può emettere pareri su ogni questione giuridica e quindi anche su temi di

interpretazione della carta ma le sue decisioni non sono di carattere vincolante né per chi richiede il parere

né per tutti gli altri stati. Del tutto isolata è l’opinione che l’interpretazione spetti all’Assemblea dato che in

nessun documento ufficiale si parla di questo. Quindi ogni organo dell’Onu può interpretare la carta per

prendere decisioni concrete ma senza che la sua interpretazione abbia carattere vincolante. Quindi il

singolo stato membro può contestare l’interpretazione della carta data dall’organo interessato contestando

allo stesso tempo l’illegittimità dell’atto eseguito basandosi su quell’interpretazione.

LA RIGIDITA’ DELLA CARTA

L’ART.108 prevede che per l’adozione di un emendamento alla carta serva la maggioranza di 2/3

dell’Assemblea e ratificato dai 2/3 dei membri delle Nazioni Unite compresi i membri permanenti del

Consiglio di Sicurezza. Analoga è la procedura in caso di revisione(art.109) . Unica differenza è che la ratifica

non interviene dopo una risoluzione dell’Assemblea ma dopo che si sia pronunciata una conferenza ad hoc.

Alla revisione si dovrebbe ricorrere solo in caso di modifiche molto incisive sull’assetto dell’Organizzazione.

I 2 articoli si discostano molto dal principio di dir. internazionale secondo cui i trattati possono essere

modificati solo col consenso di tutti gli stati contraenti. Questa distanza è attenuata dal fatto che se uno

Stato membro non accetti un emendamento può recedere dall’organizzazione. Recesso che sebbene non è

espressamente previsto dalla carta,non lo si è escluso nella Conferenza di San Francisco. Naturalmente gli

emendamenti non accettati devono avere notevole importanza.

LE TENDENZE REVISIONISTICHE ATTUALI

Fino ad oggi la procedura di revisione non è mai stata applicata. Gli emendamenti sono stati effettuati in

poche occasioni e su materie minori come l’aumento dei membri del Consiglio da 11 a 15 nel 1963 e del

consiglio economico e sociale da 18 a 27 nel’63 e poi a 54 nel 1971. Da vari anni però si parla della

necessità di revisione della carta. Nel 1974 il comitato ha dato vita ad un comitato speciale con il compito di

studiare il problema. Nel 1993 l’Assemblea generale decise di creare un gruppo di lavoro senza mandato a

termine su varie materie. Nel 2003 invece il Segretario generale istituì un Panel di alto livello(composto da

16 saggi) per lo studio dei problemi relativi alla sicurezza che terminò il suo lavoro nel Dicembre 2004. In

questo periodo le proposte dei governi furono le più svariate: alcune riguardano la struttura dell’Onu,altre i

temi della pace e della sicurezza internazionale,altre su collaborazione economica tra stati. Il Panel

conteneva varie proposte per eliminare la povertà e la fame nel mondo,lotta al terrorismo,ambiente ecc.

Sulla sicurezza egli propose l’allargamento del Consiglio (o con l’aumento dei seggi permanenti o di quelli

non permanenti) e la costituzione di un organo sussidiario del Consiglio: la Commissione per la costruzione

della pace . Tutte proposte poco innovative che già sono state oggetto di discussione in vari anni dell’Onu e

quindi il Panel lascia il tempo che trova. Concludendo,sarà difficile che si arrivi a modifiche importanti della

Carta dato l’atteggiamento dei membri permanenti del Consiglio che hanno diritto di veto anche in materia

di ratifica,emendamenti e revisioni. Bisognerebbe invece dare più potere ai popoli che ai loro governi!

CAPITOLO 1 – L’APPARTENENZA ALL’ORGANIZZAZIONE

SEZIONE 1 – L’ACQUISTO DELLO STATUS DI MEMBRO

1. L’AMMISSIONE – ARTICOLO 4

Il paragrafo 1 dice che per entrare a far parte dell’Onu uno Stato deve essere amante della pace , accettare

gli obblighi statutari ed essere disposto ad adempirli. Ai sensi del par.2 l’ammissione è pronunciata

dall’Assemblea Generale su raccomandazione del Consiglio di Sicurezza. Per la delibera dell’Assemblea è

richiesta la maggioranza dei 2/3. Anche il consiglio delibera con questa modalità con possibilità di diritto di

veto per i membri permanenti.

2. REQUISITI PER L’AMMISSIONE

Deve innanzitutto trattarsi di uno Stato,deve essere amante della pace e deve accettare gli obblighi

statutari e adempirli. L’accettazione degli obblighi statutari è implicita nella richiesta che uno stato invia

all’Onu per essere ammesso (inoltrata al Segretario Generale allegando un’accettazione formale di tali

obblighi).Richiesta che deve provenire dagli organi formalmente idonei a presentarla(es. ministero degli

esteri).Naturalmente sarà a discrezione di Assemblea e Consiglio verificare l’esistenza dei 2 requisiti.

Riguardo la nozione di Stato , questa va identificata con lo stato soggetto di diritto internazionale e quindi

un apparato effettivo ed indipendente di governo di una comunità territoriale. E’ indipendente lo stato

portatore di un ordinamento originario da dove trarre la propria Costituzione e non da un ordinamento

giuridico di un altro stato .Quindi è da considerarsi illegittima l’eventuale ammissione di governi in esilio o

di comitati o organizzazioni di liberazione nazionale (es. Olp).Molte di queste entità hanno infatti lo status

di osservatore e quindi possono partecipare ai lavori dell’Assemblea ma senza diritto di voto. Infine non ha

alcun valore dal punto di vista giuridico il fatto che lo stato da ammettere non sia stato riconosciuto da una

parte degli stati membri dell’Onu

3. IL PROBLEMA DEI MINISTATI

Sono quelli che hanno non solo scarsa popolazione ma anche scarse risorse economiche. Per questo tipo di

stati si è proposta la figura di ASSOCIATI che godrebbero della quasi totalità dei vantaggi connessi allo

status di membro senza sopportarne gli oneri. Fin quando non verrà attuata questa formula ci si baserà sul

potere discrezionale del Consiglio e dell’Assemblea per porre un freno all’ammissione dei ministati. La

prassi però va in senso contrario : basti pensare all’ammissione di paesi come Seychelles ,San Marino,Tonga

o Nauru (11.000 abitanti)che hanno diritto pieno di voto in Assemblea.

4. L’AMMISSIONE DI STATI NEUTRALIZZATI

Stati neutralizzati sono quelli che in base ad accordi internazionali si impegnano a non muovere guerra o

compiere atti capaci di coinvolgerli in un conflitto. Il loro status mal si concilia con alcuni principi della carta:

ad es. obbligo di assistenza e partecipazione alle azioni dell’Onu anche di tipo militare o adottare misure

non implicanti l’uso della forza contro un paese che minacci la pace. Queste misure possono coinvolgere lo

stato neutralizzato in un conflitto. Alcuni casi nella prassi : 1)Nel 1955 l’Austria dichiaro con legge

costituzionale la sua neutralità e notificò tale legge a tutti gli stati con cui aveva relazioni diplomatiche

sollecitando il riconoscimento della sua neutralità. 57 Stati aderirono prima e altri dopo il 14.12.1955 (data

di ammissione all’Onu dell’Austria). 2)Turkmenistan neutrale dal 1985. 3)La Svizzera neutrale dal 1815 fu

ammessa all’Onu nel 2002.

Uno Stato neutralizzato può essere ammesso all’Onu? Innanzitutto egli dovrà accettare SENZA LIMITI gli

obblighi derivanti dalla Carta di pena illegittimità della richiesta di ammissione. Detto ciò non vi sono altri

requisiti particolari se non quelli che possono esser fatti rispettare a discrezione di Assemblea e Consiglio

come ad es. la capacità di adempiere agli obblighi statutari. Si può quindi ritenere legittima l’ammissione

dell’Austria.

Può uno stato neutralizzato, una volta ammesso ,rifiutarsi in singoli casi di assistere l’Onu nella tutela

della pace? Il governo austriaco ha più volte rivendicato questo diritto (es. nel ’67 si riservava sia pure solo

di principio di attuare misure contro la Rodesia del Sud,tesi poi abbandonata).Quindi uno stato deve

accettare integralmente gli obblighi derivanti dalla Carta non essendoci forme attenuate di partecipazione

all’Onu e non potrebbe rifiutarsi di compiere azioni in aiuto all’organizzazione. La Svizzera nella domanda di

ammissione ha invece dichiarato espressamente che il suo status è compatibile con gli obblighi dell’Onu.

Comunque è a discrezione del Consiglio chiedere che le sue decisioni siano eseguite da alcuni membri e non

da altri e quindi il dispensare lo Stato neutralizzato volta per volta nelle singole operazioni.

5. L’AMMISSIONE “CONDIZIONATA”

Il problema si pose nei primi anni di vita dell’Onu quando l’Urss negò col suo veto l’ammissione di alcuni

stati ma dichiarando di essere disposta a votare in loro favore se fossero stati ammessi alcuni paesi “amici”.

Un’ammissione condizionata può essere considerata anche quella della Rep. di Macedonia nel 1993 . Sulla

questione delle ammissioni condizionate l’Assemblea chiese un parere consultivo alla Corte di Giustizia nel

’47. Nel ’48 fu reso il parere che naturalmente era nettamente contrario alle ammissioni condizionate. Per

la corte i requisiti dell’art.4 par.1 sono necessari e sufficienti; aggiungere altri requisiti è senz’altro

illegittimo . Il parere si fonda su argomenti letterali del’’art.4 par.1 .

6. LA RIAMMISSIONE

E’ il caso dello Stato che : A)dopo essere espulso dall’Onu o essersi ritirato chiede di rientrarvi; B)uno stato

che, dopo essersi estinto come soggetto internazionale e aver perduto la qualità di membro,riacquisti la sua

individualità e egualmente chieda di riprendere il suo posto all’Onu. Alcuni casi nella prassi: L’Indonesia si

ritirò dall’Onu nel ’65 e a sua volta la Siria si fuse con l’Egitto nel ’58 perdendo l’identità di soggetto

internazionale e quindi il suo seggio all’Onu. Quando questi 2 stati chiesero di essere riammessi(nel ’61 la

Siria e nel ’66 l’Indonesia)la procedura seguita fu di natura semplificata. In una seduta dell’Assemblea il

presidente chiese se vi fossero obbiezioni al ripristino dei 2 seggi e vedendo un accordo unanime i

rappresentanti dei 2 paesi ripresero il loro posto. L’accordo di tutti gli stati rese superfluo ricorrere

all’ammissione vera e propria prevista dall’art. 4 come da legge.

SEZIONE 2 - LE VICENDE DELLO STATUS DI MEMBRO

1. LA SOSPENSIONE

SOSPENSIONE TOTALE (ART.5): lo Stato membro contro il quale il Consiglio di Sicurezza abbia intrapreso

un’azione punitiva o coercitiva,può essere sospeso dall’esercizio di tutti i diritti e i privilegi in seno all’Onu

con una delibera dell’Assemblea Generale su proposta del Consiglio a cui spetta eventualmente anche

competenza per la revoca della sospensione.

SOSPENSIONE PARZIALE(ART.19): lo Stato membro in ritardo nel pagamento dei contributi finanziari dovuti

perde diritto di voto in Assemblea se il suo arretrato corrisponde alla somma che deve nei 2 anni

precedenti. La sospensione opera in modo automatico e l’Assemblea può revocarla se accerta che il ritardo

non è imputabile allo Stato.

Illegittima deve ritenersi la decisione presa dall’Assemblea nel ’74 di respingere le credenziali dei

rappresentanti del governo Sudafricano e estrometterli dai lavori dell’organo. Questa però fu una

sospensione più “politica” che dettata dalla Carta , dato che il governo sudafricano appoggiava l’apartheid.

Il Sudafrica infatti ha riguadagnato il suo seggio nel ’94 con l’avvento della democrazia e la fine

dell’apartheid stesso.

2. ESPULSIONE

Ai termini dell’art. 6 l’Assemblea può espellere dall’Onu , su proposta del consiglio di sicurezza,lo stato

membro che abbia persistentemente violato la Carta. Questa norma non è stata mai applicata. Una

proposta fu fatta nel ’74 contro il Sudafrica ma venne bloccata dal veto di Usa,Inghilterra e Francia in seno

al Consiglio di Sicurezza.

3. RECESSO

Nessuna norma della Carta prevede il recesso unilaterale dal vincolo associativo. In mancanza di una norma

espressa ci si chiede se il recesso dall’Onu sia ammissibile. Nella prassi l’unico caso è quello dell’Indonesia

che nel ’65 dichiarò di volersi ritirare per protesta contro l’elezione della Malaysia come membro non

permanente del Consiglio di Sicurezza. Il recesso venne notificato con lettera al Segretario generale che

però sottolineava in risposta i suoi dubbi sulla liceità di questa azione. Vi furono però dei comportamenti

dell’Onu (es. cancellazione dell’Indonesia dalla lista dei membri,rimozione di targa e bandiera …)che fecero

pensare ad una sorta acquiescenza al recesso. L’Indonesia rientrò nell’Onu 2 anni dopo. La prassi ci dice

che quindi uno Stato può recedere. La carta invece essendo un trattato non prevede questa possibilità se

non si verifichino mutamenti sostanziali delle circostanze che esistevano al momento dell’accordo(c.d.

clausola rebus sic stantibus).

4. RIFLESSI SULLO STATUS DI MEMBRO DELLE VICENDE INTERNE DI UNO STATO

L’estinzione dello Stato come soggetto di diritto internazionale comporta la perdita dello status di membro

dell’Onu.

L’ipotesi del DISTACCO di una parte del territorio e della popolazione che vi risiede non determina

l’estinzione dello stato e se sulla parte distaccata non si estende la sovranità di un altro stato preesistente

ma se ne formi uno autonomo , questi potrà divenire membro dell’Onu attraverso l’ammissione(es. il

Pakistan si separò dall’India nel’47 e fu costretto a seguire le procedure di ammissione).

SMEMBRAMENTO: mentre il distacco non implica l’estinzione dello stato,con lo smembramento uno stato

si estingue e sul suo territorio si formano 2 o più nuovi stati che dovranno seguire l’iter normale di

ammissione per far parte dell’Onu.

Caso recente di smembramento è quello dell’Unione Sovietica nel ’91 con la caduta del governo

comunista. Tutti i nuovi stati nati dallo smembramento avrebbero dovuto seguire la normale

procedura di ammissione(ad eccezione di Bielorussia ed Ucraina già membri fondatori Onu)poiché

nessuno dei nuovi stati era continuatore politico dell’Unione sovietica. Non fu così,infatti ad Alma

Ata nel ’91 la gran parte delle ex repubbliche sovietiche si pronunciò nell’attribuire alla Russia il

seggio permanente nel Consiglio. L’intesa trovò poi acquiescenza da parte dei membri Onu. Le altre

repubbliche furono ammessi come nuovi stati. Un’ipotesi di smembramento fu trattata come

distacco! Illegittimità sanata dall’acquiescenza degli altri stati membri.

Altro caso di smembramento è quello della ex- Jugoslavia nel ’91: è infatti da escludere che

l’attuale Rep. di Jugoslavia (Serbia) sia la continuatrice della ex Repubblica socialista di Jugoslavia.

Infatti fu costretta a seguire l’iter normale di ammissione e fu ammessa nell’Onu nel

2000,cambiando poi il proprio nome nel 2003 in Serbia e Montenegro.

INCORPORAZIONE: avviene quando uno stato ,estinguendosi,passa a far parte di un altro stato e vi

sia continuità tra l’organizzazione di Governo di uno degli stati preesistenti e l’org. Di Governo dello

stato che risulta dall’unificazione. Lo stato incorporante conserverà il suo seggio all’Onu mentre lo

perderà lo stato incorporato.(v. caso di riunificazione della Germania Fed. Con quella Democratica).

FUSIONE: quando 2 o più stati si estinguono dando vita ad uno nuovo. Il nuovo stato dovrà

chiedere ammissione con normale procedura non essendo successore dei precedenti.

5. GOVERNI FORMATISI IN SEGUITO A RIVOLUZIONE O INTERVENTI MILITARI DI STATI STRANIERI

Dalla prassi dell’Onu si può dedurre che in questi casi lo status di membro non viene meno e non è quindi

necessario provvedere ad una nuova procedura di ammissione. Il nuovo governo che ha preso il potere

invia i nuovi rappresentanti all’Onu per esercitare i propri diritti;unica condizione è che questo Governo

controlli effettivamente il Paese(es. Cecoslovacchia nel’48 o Cuba con Fidel Castro nel ’59 sostituirono i

vecchi delegati con quelli dei nuovi governi). Stessa soluzione in caso di governi installati da stati

stranieri(es. Urss in Afghanistan negli anni ‘80 o Usa a Panama nell’89).

Può accadere però che l’avvicendamento dei delegati all’Onu preceda di qualche tempo quello avvenuto

nello stato membro e sia prematuro(es. subentro dei rappresentanti del governo repubblicano a quello

reale yemenita ad opera dell’Assemblea generale nel ’62 quando ancora le forze repubblicane non avevano

del tutto sconfitto le forze dell’Imam).

L’avvicendamento può al contrario avvenire in ritardo come accadde in Iraq nel ’58 in cui il delegato del

vecchio regime continuò a partecipare alle sedute del Consiglio nonostante il nuovo governo avesse

nominato un altro rappresentante.

Più recentemente la prassi suggerisce che se la situazione in un paese è politicamente incerta e ognuno

invia i propri rappresentanti all’Onu , il seggio di quel paese resterà vacante.(v. sospensione Somalia).Caso

molto importante su questo tema è quello della Cina che durò dal 1949 al 1971 che fu trattato come un

caso di mutamento rivoluzionario di governo quando in realtà si trattava di DISTACCO e quindi il vecchio

governo nazionalista doveva conservare il proprio seggio all’Onu e quello nuovo chiedere

l’ammissione(Cina popolare).

6. I GOVERNI IN ESILIO

E’ IL CASO DI QUEI GOVERNI CHE SI RIFUGIANO ALL’ESTERO e trattati come enti sovrani a causa

dell’occupazione del territorio dello stato da parte di forze rivoluzionarie che lo annettono ad un altro

stato. E’ evidente che il vecchio governo in esilio perde il proprio seggio all’Onu dato che non controlla più il

Paese. Se vi è stata annessione lo status di membro verrà meno (non esistendo più lo stato preesistente),se

vi è invece un ‘o occupazione bellica temporanea lo status di membro resta in quiescenza durante la guerra.

Illegittimo fu infatti il comportamento dell’Assemblea Generale tra il’79 e il ’90 di fronte alle pretese della

Kampuchea Democratica e il governo della Rep. Popolare di Kampuchea ad occupare il seggio cambogiano

all’Onu. Restarono infatti dal ’79 al ’90 i rappresentanti democratici sebbene si era instaurato un altro

governo che controllava il paese(decisione più politica che legittima).

7. VICENDE DELLO STATO E NORME SULLE CREDENZIALI

Il rischio in tema di riconoscimento delle credenziali di un governo per l’ammissione all’Onu è che

Assemblea e Consiglio decidano diversamente sullo stesso caso . L’unica soluzione possibile è un’intesa tra i

2 organi sempre però rispettando le disposizioni della Carta o del diritto comune.

CAPITOLO 2 - GLI ORGANI

SEZIONE 1 - IL CONSIGLIO DI SICUREZZA

1. LA COMPOSIZIONE DEL CONSIGLIO. L’ELEZIONE DEI MEMBRI NON PERMANENTI

COMPOSIZIONE TOTALE : 15 MEMBRI

5 PERMANENTI (USA – CINA – RUSSIA – FRANCIA – INGHILTERRA)

10 NON PERMANENTI : ELETTI OGNI 2 ANNI DALL’ASSEMBLEA GENERALE.

Fino al 1965 il Consiglio era composto da 11 membri di cui 6 non permanenti. Poi l’art.23 venne modificato

con una risoluzione del 17.12.1963 entrata in vigore nel ’65 in seguito a ratifica dei 2/3 degli stati membri.

Questa risoluzione è formata da 2 parti: in una decide di sottoporre l’emendamento alla ratifica degli

stati,nella seconda disciplina i criteri di elezione dei 10 membri non permanenti : 5 eletti tra gli stati di

Africa e Asia; 1 tra gli stati dell’Europa Orientale; 2 America Latina; 2 Europa Occidentale e altri stati.

Questa risoluzione aveva valore di raccomandazione :lo stato che seguirà questi criteri dettati

dall’Assemblea non verrà accusato di violare l’art.23 sulla ripartizione dei seggi. Può darsi che il Consiglio

possa essere incompleta per la mancata elezione di qualche rappresentante ma questo non renderà

invalida la delibera non essendo previsto un quorum particolare per l’approvazione delle delibere.

2. LA PROCEDURA DI VOTO IN SENO AL CONSIGLIO. LA NATURA DELLO STATEMENT DI SAN

FRANCISCO.

E’ una dichiarazione che le potenze invitanti fecero il 7.6.1945 su varie questioni tra cui :quando votare con

diritto di veto e doppio veto,maggioranze necessarie in caso di voto su questioni procedurali o meno ecc.

Lo statement va considerato alla stregua di lavori preparatori anche se spesso non aiuta l’interpretazione di

questioni ambigue. Non fu mai adottato da tutti i paesi ma restò vincolato alle 5 Grandi Potenze.

3. IL DIRITTO DI VETO E IL VALORE DELL’ASTENSIONEDEL MEMBRO PERMANENTE.

Il diritto di veto può essere esercitato dai 5 membri permanenti su questioni non procedurali. Anche

l’astensione viene equiparata al veto. La prassi però si orientò nel senso di dare comunque validità alle

delibere prese con l’astensione di uno o più membri permanenti del Consiglio,dando vita ad una delle

poche norme non scritte che derogano disposizioni della Carta. Un 1° caso di delibera con astensione si

ebbe nel ’46 quando fu deliberata una proposta dell’Assemblea di creare un sottocomitato per studiare se

il regime di Franco in Spagna costituisse minaccia per la pace. Nonostante l’astensione del rappresentante

dell’Urss la delibera fu approvata. Una forma di astensione è la NON PARTECIPAZIONE al voto. Qui lo Stato

non intende impedire l’adozione della delibera ma sottolinea il suo dissenso con maggior forza.

4. L’ASSENZA DEL MEMBRO PERMANENTE

In caso di assenza di un membro permanente non si ritiene che si sia formata una regola non scritta come

nel caso dell’astensione. Le conseguenze sul voto dipendono infatti dal valore che da all’assenza lo Stato

interessato. Se si assenterà con lo scopo di paralizzare i lavori del Consiglio il suo atteggiamento varrà come

voto negativo; se intende solo dissociarsi dall’atto adottato dal consiglio la sua assenza sarà equiparata

all’astensione e l’atto sarà valido(es. nel ’50 l’ Urss abbandonò il consiglio per 6 mesi per protesta e

nonostante ciò le delibere furono approvate eguagliando l’assenza ad una sorta di astensione).

5. IL PROBLEMA DEL DOPPIO VETO

Come voterà il Consiglio quando deve decidere se una questione abbia carattere procedurale o meno? La

Carta non offre elementi per rispondere e né tantomeno i lavori preparatori e lo Statement. Anche la prassi

è molto contraddittoria a riguardo:nei primi anni sembrava orientata nell’applicare comunque diritto di

veto alle questioni preliminari come ad esempio nel ’46 sulle questione spagnola/Franco o sugli incidenti

alla frontiera Greca nel ’47 ecc. Già nel ’50 ci fu inversione di rotta quando il Consiglio non tenne conto di

un veto della Cina nazionalista su formosa. Nel ’59 sul Laos si doveva decidere se l’istituzione di un

comitato d’indagine era attinente a procedura o meno. Non si tenne conto del veto dell’Urss e il comitato

fu creato. Concludendo si può dire che il Consiglio non potrà arbitrariamente stabilire quali delibere

appartengono a procedura e quali non. Un Governo,se ritiene che l’organo ha adottato con la maggioranza

valida per le risoluzioni di procedura una risoluzione di fondo,lo accuserà di aver violato la carta e avanzerà

dubbi sulla legittimità dell’atto.

6. L’ASTENSIONE DAL VOTO DEL MEMBRO PARTE DI UNA CONTROVERSIA

L’art. 23 dice che lo stato membro del Consiglio che sia parte di una controversia deve astenersi dal votare

nelle decisioni previste dal cap. VI e dall’art.52 . Il cap. VI autorizza il Consiglio a svolgere inchieste e a

contribuire alla soluzione delle controversie (in particolare quelle suscettibili di mettere in pericolo la pace

e la sicurezza internazionale)chiedendo alle parti di ricorrere a mezzi di risoluzione pacifica(es.

negoziati,arbitrati,mediazioni …)oppure entrando esso stesso nel merito per indicarne una soluzione. Viene

sancito così dalla Carta il principio “Nemo iudex in re sua” anche se questo non è valido per alcune

questioni come: 1) Azioni e sanzioni in caso di minaccia alla pace o atti di aggressione; 2)Risoluzioni con cui

il Consiglio propone all’Assemblea di espellere uno Stato; 3) raccomandazioni del Consiglio affinchè uno

stato non rifiuti le decisioni della Corte internazionale. L’obbligo di astensione non va inteso in maniera

formale e valido quindi solo per quegli stati che ricorrano al Consiglio e contro quegli stati cui è presentato.

Obbligati ad astenersi saranno anche quelli che in un progetto di risoluzione risultino come i destinatari. In

ogni singolo provvedimento bisogna individuare eventualmente gli stati coinvolti che dovranno astenersi.

*Vi furono dei casi in cui membri permanenti coinvolti in un progetto di risoluzione sono stati comunque

ammessi a votare come ad es. l’Urss nell’83 che esercitò diritto di veto in una delibera che prevedeva

un’inchiesta sull’abbattimento sospetto di un jet della Corea del Sud da parte dell’Unione Sovietica.

7. L’APPROVAZIONE PER CONSENSUS

Le delibere del Consiglio sono valide col voto favorevole di almeno 9 membri e, se non procedurali,senza

voto contrario dei membri permanenti. Dal punto di vista giuridico non ha importanza la forma di

espressione del voto (es. alzata di mano,mancanza di obiezioni espresse al Presidente,acclamazione ecc …).

In questa varietà di espressioni va segnalato il consensus ossia una delibera che riflette l’accordo di tutti i

membri di un organo e che viene presa senza votazione formale(di solito con una dichiarazione del

Presidente dell’organo). Non sempre però accordo unanime e mancanza di voto formale si combinano :può

anche darsi che il consensus sia messo ai voti e riscontri alcuni contrari!. Il consensus contribuisce quindi a

dare alle risoluzioni contenuti vaghi e di compromesso; molti stati infatti possono dichiarare di essere

d’accordo con la delibera nel suo complesso ma avanzano espresse riserve su alcune parti della delibera

stessa.

8. LA PARTECIPAZIONE ALLE SEDUTE DEL CONSIGLIO DI STATI NON MEMBRI DELL’ORGANO

Uno stato membro dell’Onu ma non del Consiglio di Sicurezza potrà partecipare ai lavori dell’organo ma

senza diritto di voto,ogni volta che lo si ritenga particolarmente coinvolto. Il consiglio poi può invitare

qualsiasi persona fisica che ritiene idonea a fornire informazioni o assistenza nella circostanza. L’art.32

precisa che anche uno stato NON MEMBRO può partecipare ai lavori del Consiglio se è parte in una

controversia. Infatti se uno stato accusa o è accusato deve essere ascoltato. Nel 1975 ci fu un invito “sui

generis” per l’OLP ,non in base agli art 37 e 39 reg. int. ma con gli stessi diritti dati agli stati membri

dall’art.37 e ciò creò qualche disapprovazione. Un caso simile anche nel ’92 con la ex- Jugoslavia quando il

suo rappresentante veniva comunque fatto sedere dietro la targa Jugoslava.

SEZIONE 2 - L’ASSEMBLEA GENERALE

1. LA COMPOSIZIONE DELL’ASSEMBLEA. GLI ORGANI SUSSIDIARI

E’ composta da tutti gli stati membri dell’Onu con 5 rappresentanti a testa ma con 1 solo voto a

disposizione. Lo scopo di questa regola è di far partecipare più esponenti dello stesso stato portatori di

diverse idee , comunque la partecipazione al voto sarà unitaria ed esercitata dall’organo cui compete la

politica estera di quel paese. Possono far parte della delegazione anche 5 membri supplenti ed un numero

indefinito di consiglieri,esperti ecc. La delegazione viene accreditata all’inizio di ogni sessione

dell’Assemblea. Vi sono sessioni ORDINARIE e STRAORDINARIE. Le prime hanno inizio il 3° Martedì di

Settembre, le seconde sono convocate dal Segretario Generale su richiesta del Consiglio di Sicurezza o della

maggioranza dei membri. Vengono eletti il Presidente e vari vice-presidenti. I lavori si svolgono spesso in

varie Commissioni principali. L’ Assemblea ha creato poi organi sussidiari a carattere permanente che si

occupano di settori particolari(es. UNICEF,UNESCO,UNCTAD,UNITAR …).

2. LA PROCEDURA DI VOTO . A) LA MAGGIORANZA DEI PRESENTI E DEI VOTANTI

L’ART.18 prevede che le delibere dell’Assemblea siano prese a maggioranza (semplice o qualificata)dei

presenti e dei votanti. Per quanto riguarda le astensioni si segue l’art. 86 reg. Int. che dispone che vadano

conteggiati solo voti a favore o contro altrimenti l’astensione non si distinguerebbe dal voto negativo.

B) MAGGIORANZA SEMPLICE E QUALIFICATA

L’art. 18 par.2 elenca un certo numero di questioni importanti che vanno prese con maggioranza di 2/3.

Mentre il par. 3 prevede che l’Assemblea decida a maggioranza semplice su “altre questioni” e può

aggiungerne altre che prevedano maggioranza qualificata. Di conseguenza l’Assemblea ha pian piano

introdotto nuove categorie per le quali occorrono i 2/3. (es. l’art.81 dice che quando una proposta viene

respinta o adottata , essa non può essere esaminata di nuovo nel corso della stessa sessione a meno che i

2/3 dei presenti e votanti non decidano diversamente. Bisogna chiedersi se l’elenco previsto dal par .2 sia

tassativo o esemplificativo. Se l’elenco è tassativo l’Assemblea deciderà con i 2/3 solo nelle materie

elencate; se invece è solo esemplificativo l’Assemblea deciderà volta per volta se la questione è importante

e richiede la maggioranza qualificata. La prassi è orientata proprio in questo senso e questo ha creato che

per fattispecie molto simili si sia una volta adottata maggioranza semplice e a volte quella qualificata!

Anche per questo sarebbe da preferire la tesi della tassatività e inoltre che senso avrebbe il par.3 quando

parla di aggiunte in futuro di categorie che richiederanno maggioranza qualificata?Lo scopo era proprio

quello di evitare decisioni caso per caso. A termini della Carta l’Assemblea può quindi deliberare con i 2/3

su questioni non incluse nel par.2 solo se delibera in maniera generale ed astratta che tutte le decisioni

dello stesso genere in futuro verranno prese con quel sistema . Tale delibera poi potrà esser revocata ma

sempre in via generale ed astratta. Può accadere però che sia dubbia l’appartenenza di una questione alle

categorie elencate nel par. 2 . In tal caso l’Assemblea ha votato a maggioranza semplice la questione

preliminare.

SEZIONE 3 - IL SEGRETARIATO

1. LA NOMINA DEL SEGRETARIO GENERALE

La carica di Segretario generale è ricoperta da un individuo che non è organo di alcuno stato e che non deve

ricevere sollecitazioni da alcun governo. E’ nominato dall’Assemblea su proposta del Consiglio di Sicurezza

la cui delibera è soggetta al veto di uno dei membri permanenti. Deve esserci perfetta intesa sulla nomina

tra Assemblea e Consiglio. L’art. 97 non fissa la durata del mandato che deve essere concordata dai 2

organi; in mancanza il Segretario resterà in carica fino a revoca dell’Assemblea su proposta del Consiglio.

2. IL PERSONALE DEL SEGRETARIATO. IL RAPPORTO D’ IMPIEGO DEI FUNZIONARI E LA SUA NATURA

GIURIDICA

Al Segretario generale fa capo un vasto apparato burocratico. Lo status dei funzionari è regolato da norme

dell’Assemblea. L’art. 101 dice che il personale è nominato dal Segretario secondo le norme assembleari.

Nella prassi l’assemblea tende a condizionare le nomine dei funzionari più elevati in grado sia imponendo

una previa consultazione con gli stati membri e sia sottoponendo la nomina a una successiva conferma ad

opera dell’assemblea medesima. Si è creata così questa norma consuetudinaria. Come per il Segretario

anche per i suoi funzionari vige l’indipendenza dagli stati membri. Le controversie sul rapporto d’impiego

sono giudicate da un Tribunale Amministrativo istituito da una risoluzione del ’49. E’ composto da 7 giudici

nominati dall’Assemblea e le sue sentenze sono inappellabili salva una revisione successiva del tribunale su

ricorso del Segretario o del funzionario.

3. LE IMMUNITA’ E I PRIVILEGI DEL PERSONALE DEL SEGRETARIATO

La Carta delle Nazioni Unite all’art. 105 par.2 si limita a sancire un principio quadro in tema di immunità

demandando all’Assemblea il compito di proporre agli stati membri la conclusione di accordi per una

disciplina dettagliata della materia. Tra gli accordi meritano una menzione particolare la Convenzione

generale sui privilegi e le immunità delle N.U. del 1946 e la Convenzione tra Onu e Svizzera sempre del ’46.

In genere le convenzioni in materia sono di 2 tipi: o descrivono in modo dettagliato il tipo e l’ampiezza delle

immunità oppure rinviano alle norme di diritto internazionale comune sulle immunità diplomatiche. Le

immunità sono concesse nell’interesse dell’Organizzazione , la quale tramite il Segretario può sempre

rinunciarvi in base ai singoli casi concreti. Uno stato che non sia membro Onu e che non sia legato da

convenzioni , non ha alcun obbligo di concedere immunità o privilegi ai funzionari del segretariato.

4. LA PROTEZIONE DEI FUNZIONARI

La materia è regolata dalla convenzione sulla sicurezza del personale Onu firmata a New York il

9.12.1994,entrata in vigore nel ’99 e ratificata da circa 70 stati . La convenzione dispone che gli stati

contraenti devono prendere tutte le misure al fine di garantire la sicurezza del personale delle N.U. e del

personale assimilato. Non si parla però di eventuali indennizzi alla vittima o ai suoi familiari o alle N.U.

stesse. Regole che quindi andranno ricercate nel dir. Internazionale comune. Un principio generale è che lo

Stato deve predisporre misure idonee a prevenire e a reprimere le offese contro la persona o i beni dello

straniero che si trovi nel suo territorio. Questo principio si estende anche allo straniero che sia organo o

funzionario del proprio stato e si trovi all’estero in missione ufficiale. Se uno Stato viene meno a questo

dovere generico di protezione è internazionalmente tenuto al risarcimento danni. Tale risarcimento può

formare oggetto di un’azione internazionale da parte dello stato di cui l’individuo leso è cittadino : la c.d.

AZIONE IN PROTEZIONE DIPLOMATICA. Sebbene ad agire sia lo stato ed a lui sia dovuto il risarcimento , sarà

lo stesso a giralo alle vittime per i danni personali e patrimoniali subiti. Deriva anche un dovere di

protezione dei funzionari Onu(come per altre Organizzazioni Internazionali)posto a tutela della funzione.

Per analogia si applica anche a questi il principio che tutela i funzionari stranieri in missione. Inoltre i

membri devono dare alle nazioni unite ogni assistenza in qualsiasi azione che queste intraprendono in

conformità alle disposizioni della Carta (art.2 par.5). L’Onu potrà quindi reclamare sul piano internazionale

contro lo stato che sia venuto meno ad una adeguata protezione del funzionario e chiedere che le siano

risarciti i danni prodotti alla funzione attraverso la perdita o la lesione dell’agente. E’ da escluderà che gli

stati abbiano verso le N.U. un dovere di protezione posto a tutela del funzionario come individuo; l’Onu

non potrà quindi agire sul piano internazionale contro lo stato che non ha adeguatamente protetto il

funzionario ,dopo averlo ammesso sul suo territorio, per il risarcimento dei danni arrecati al funzionario

stesso o ai suoi aventi causa.

SEZIONE 4 - IL CONSIGLIO ECONOMICO E SOCIALE

E IL CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE FIDUCIARIA

1. COMPOSIZIONE E FUNZIONAMENTO DEL CONSIGLIO ECONOMICO E SOCIALE

Il Consiglio è un organo ausiliario dell’Assemblea e ha il compito di promuovere la collaborazione

internazionale nel campo economico e sociale sotto la direzione dell’Assemblea. Si compone di 54 membri

dell’Onu eletti per una durata di 3 anni . Si riunisce in sessione ORDINARIA 2 volte l’anno e in

STRAORDINARIA quando la richieda la maggioranza dei membri o in altri casi previsti dallo statuto. Ogni

membro del consiglio dispone di un voto; le risoluzioni sono adottate a maggioranza dei membri presenti e

votanti. Può essere invitato alle sue deliberazioni ogni membro interessato (ma senza diritto di voto).Il

Consiglio ha istituito poi vari organi sussidiari come commissioni tecniche o economiche regionali.

2. IL CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE FIDUCIARIA

Organo che ha perso rilevanza con la scomparsa dell’istituto dell’amministrazione fiduciaria. Opera sotto la

direzione dell’Assemblea , salvo quando esercita le sue funzioni con riguardo a territori-zone strategiche,nel

qual caso è subordinato al Consiglio di Sicurezza. La sua composizione è variabile. Nel 1994 ha smesso di

operare con l’indipendenza raggiunta da Palau (che era sottoposta ad amministrazione fiduciaria degli Usa).

3. LA CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA

E’ il principale organo giudiziario delle N.U. e il suo compito è quello di dirimere controversie tra gli Stati. E’

regolata da uno statuto annesso alla Carta. I 15 giudici che la compongono sono nominati a titolo

personale e vanno scelti tra persone di alta levatura morale o giureconsulti di grande competenza nel

diritto internazionale. Il loro mandato dura 9 anni ma può essere rinnovato alla scadenza e godono di

privilegi e immunità diplomatiche.

4. L’ELEZIONE DEI GIUDICI

Il Segretario generale forma una lista di candidati . La lista viene sottoposta all’Assemblea Generale ed al

Consiglio di Sicurezza , i quali eleggono i giudici in maniera indipendente. Saranno eletti quei giudici che

ottengono la maggioranza assoluta dei voti nei 2 organi. Nel Consiglio non si potrà esercitare diritto di veto.

Se dopo 3 sedute Assemblea e Consiglio non riescono a coprire i posti vacanti,il compito di eleggerli passa

ad una commissione di 6 membri(3 nominati dall’Assemblea e 3 dal Consiglio).Se nemmeno qui si riesce , li

scelgono i giudici in carica da una lista di candidati formata dal Segretario Generale.

CAPITOLO 3 - LE FUNZIONI

SEZIONE 1 - LIMITI GENERALI DELL’ATTIVITA DELL ‘ ONU

1. LIMITI RATIONE PERSONARUM E RATIONE MATERIAE

Un primo limite attiene alla sfera soggettiva dell’Organizzazione e si ricava da norme che stabiliscono

quando le N.U. possono occuparsi di rapporti interessanti gli stati membri. Vi è poi un limite ratione

materiae la c.d. “domestic jurisdiction” (art.2 par.7): le Nazioni Unite non sono autorizzate ad intervenire in

questioni che appartengono esclusivamente alla sfera interna di uno Stato …

2. L’ONU E GLI STATI NON MEMBRI

A causa dell’universalità dell’Onu,il rapporto tra Onu e stati non membri ha perso molto significato(gli unici

paesi non membri sono Taiwan e la Rep. Turca di Cipro). L’art 2 par.6 dice che l’organizzazione deve fare in

modo che anche gli stati non membri seguano i principi della carta per il mantenimento della pace e della

sicurezza internazionale. L’ Onu a tal fine può ricorrere a mezzi aventi valore di esortazione

(raccomandazioni del Consiglio o dell’Assemblea) che non hanno carattere coercitivo o vincolante. Il

Consiglio può anche agire con misure coercitive contro stati terzi che minaccino la pace. Sia con atti che

non implichino l’uso della forza (come ad es. la rottura di ogni relazione economica da parte degli stati

membri con il paese colpevole della minaccia)sia con vere e proprie azioni belliche. Deroga questa al

principio di dir. Internazionale che non prevede effetti per chi non ha sottoscritto il trattato.

3. IL LIMITE DELLA COMPETENZA DOMESTICA (Art.2 par.7)

Le Nazioni Unite non sono autorizzate ad intervenire in questioni che appartengono esclusivamente alla

competenza interna di uno Stato.

A)LA NOZIONE DI DOMESTIC JURISDICTION : 1) NOZIONE GIURIDICA : una prima definizione fu data nel

1923 dalla Corte Permanente di Giustizia Internazionale : il dominio riservato comprende le materie nelle

quali lo stato è libero da obblighi internazionali di qualsiasi genere e solo in queste materie egli decide in

esclusiva. La nozione ha carattere negativo ma relativo dato che il grado di competenza domestica deriva

dal numero di obblighi internazionali che gravano sullo Stato. La nozione ha poi carattere storico dato che il

numero di trattati conclusi dallo stato varia nel tempo come evoluzione del dir. Internazionale sia comune

che pattizio. 2) LA NOZIONE ACCOLTA DALL’ART. 2 PAR. 7 : i redattori della carta si preoccuparono di un

aumento di accordi internazionali relativi a materie di dominio riservato che la stessa carta elevava ad

oggetto di collaborazione internazionale. Essi vollero considerare sottoposto a domestic jurisdiction tutto

ciò che in linea di principio non fosse regolato da norme internazionali. Le altre tesi che si discostano dalla

definizione giuridica di domestic jurisdiction svalutano detta nozione a vantaggio delle competenze

Onu,muovendosi in senso opposto a quanto voluto dai redattori della carta e giustificando la prassi recente

degli organi di respingere le eccezioni fondate sulla competenza domestica. Si conclude dicendo che in

quelle materie sottoposte a domestic jurisdiction l’Onu può adottare solo risoluzioni di carattere generale

ed astratto. 3) GLI SVILUPPI DELLA PRASSI : l’Onu ha sempre o quasi respinto le eccezioni fondate sull’art.2

par.7 e si è sempre dichiarata competente a discutere e deliberare ad onta delle proteste del singolo stato;

ciò soprattutto in materia di tutela di diritti umani e lotta contro i governi oppressivi. L’Assemblea generale

ha adottato non solo una grande quantità di risoluzioni generali ed astratte ma ha controllato nei singoli

stati che venissero rispettati i diritti umani intervenendo sensibilmente anche in tema di indipendenza dei

popoli. A differenza del passato oggi il limite di domestic jurisdiction è caduto sul tema dei diritti umani .

Infatti qualsiasi situazione all’interno di uno stato lesiva dei diritti umani è ormai oggetto dell’attività

dell’Onu,costituisca o meno la violazione di un obbligo internazionale specifico. Altra materia è quella degli

accordi tra le varie fazioni di uno stato affinchè si crei una costituzione unitaria per il paese.

B)IL SIGNIFICATO DEL TERMINE “INTERVENIRE” : Si intende non un intervento di carattere autoritario con

l’uso della forza ma un esercizio dei normali poteri conferiti dalla carta agli organi

dell’Onu(Raccomandazioni,delibere,istituzioni di commissioni ecc…)che riguardino un determinato stato e

non siano di carattere generale ed astratto.

C)LA PORTATA DELL’ECCEZIONE PREVISTA DAL’ULTIMA PARTE DELL’ART.2 PAR.7 : la parte finale dell’art.2

par.7 esclude che il limite della domestic jurisdiction sia invocabile quando il Consiglio di Sicurezza faccia

ricorso alle misure coercitive previste dal cap.VII . Scopo della norma è quello di assicurare l’intervento del

Consiglio(con misure militari o meno) se si è di fronte a una minaccia per la pace o ad un atto di

aggressione. Sottratte al limite della competenza domestica : decisioni su misure non implicanti l’uso della

forza nei confronti di uno stato(anche solo raccomandate);delibere con cui il Consiglio decida di svolgere

un’inchiesta,cioè acquisire elementi su una determinata situazione;inviti del Consiglio alle parti coinvolte in

caso di minaccia o rottura della pace per cercare di risolvere la crisi(tipica misura è il “cessate il fuoco”).

Sono escluse le raccomandazioni che hanno per scopo di indicare agli stati interessati come risolvere le

controversie.

SEZIONE 2 - IL MANTENIMENTO DELLA PACE: LE FUNZIONI DEL CONSIGLIO DI SICUREZZA

1. I CAPITOLI VI E VII DELLA CARTA

Il capitolo VI è dedicato alla soluzione pacifica delle controversie e disciplina l’esercizio da parte del

Consiglio di una funzione meramente conciliativa. Il capitolo VII riguarda l’azione a tutela della pace e in

caso sia minacciata,abilita il Consiglio a prendere una serie di misure implicanti o meno l’uso della forza ,

per ristabilirla . Se il cap. VI riguarda situazioni potenzialmente idonee a turbare la pace,il cap. VII ha

riguardo a crisi internazionali già in atto ossia minaccia alla pace ,violazione di pace e atti di aggressione.

Protagonisti nel cap.VI sono più che il Consiglio , le parti della controversia o gli stati potenzialmente idonei

a turbare la pace. Il Consiglio può quindi solo stimolare le parti interessate a raggiungere un accordo ma la

soluzione è di competenza dei singoli stati membri. Tipico strumento in tal senso è la raccomandazione

ossia un atto non vincolante per gli stati interessati. Nel cap.VII il Consiglio emette decisioni che vincolano

direttamente gli stati interessati , risoluzioni di carattere operativo. Tutta la funzione conciliativa del cap. VI

è soggetta a domestic jurisdiction , questo non avviene nel cap.VII . Spesso gli interventi del Consiglio ai

sensi del cap.VI possono confondersi col cap.VII ; in questi casi c’è bisogno di un’opera attenta di

interpretazione facendo attenzione soprattutto al dispositivo di questi atti.

2. IL POTERE DI ATTIVARE IL CONSIGLIO

L’ART.35 attribuisce a tutti gli stati il potere di adire l’organo e possono sottoporre al Consiglio una qualsiasi

controversia o una situazione suscettibile di portare ad un attrito internazionale. Anche gli stati non

membri possono adire il Consiglio ma solo per sottoporgli una controversia di cui siano parte e dichiarino di

volerla regolare in modo pacifico. L’attività del Consiglio può anche essere provocata dall’Assemblea o dal

Segretario generale. La prima riguardo situazioni che mettano in pericolo la pace e la sicurezza

internazionale;il secondo può sottoporgli questioni che possano minacciare la pace e la sicurezza

internazionale. Una volta sottoposte tali questioni, il Consiglio deve essere riunito. Una volta riunito dovrà

accertare che esistano i requisiti per l’esercizio delle sue funzioni;in caso contrario la quaestio non sarà

inclusa nell’agenda dell’organo.

3. L’INCHIESTA

Il Consiglio può fare indagini su qualsiasi controversia o situazione che possa crearne una per stabilire se il

persistere della stessa possa mettere in pericolo la pace e la sicurezza internazionale. Può quindi costituire

la premessa per l’esercizio di una qualsiasi competenza del Consiglio in tema di pace e sicurezza (anche del

cap.VII).Nella prassi queste inchieste hanno per lo più carattere generico e soprattutto si sottraggono

sempre alla domestic jurisdiction. In caso di inchiesta il membro interessato deve astenersi dal voto se

rientrano nel cap. VI . Il Consiglio può condurre l’inchiesta sia direttamente e sia creando un organo

sussidiario ad hoc in base all’art.29 oppure incaricando il Segretario il quale agirà in base all’art.98. Possono

essere creati anche organi sussidiari per sorvegliare il rispetto di tregue e armistizi conseguenti al cessate il

fuoco dato dal Consiglio. La delibera che istituisce l’inchiesta non è un atto normativo né nel senso di

manifestazione di comando né di desiderio ; trattasi di una risoluzione operativa con la quale il consiglio

agisce. Gli stati dovranno quindi collaborare in base all’art.2 par.5 ; lo Stato sebbene non sia obbligato,in

caso chiuda le frontiere all’inchiesta deve fornire almeno una logica motivazione altrimenti potrà indurre il

consiglio a considerarlo un atto che minaccia la pace. (es. caso Iraq nel quale il Consiglio ha più volte

invitato il governo ad aprire le frontiere agli ispettori Onu nel 2001).

4. LA FUNZIONE CONCILIATIVA DEL CAP. VI

A)PRESUPPOSTI OGGETTIVI : la situazione o controversia che possa mettere in pericolo la pace e la

sicurezza internazionale deve avere come minimo la seguente caratteristica: da un lato la pretesa di

uno o più stati che altri tenga un certo contegno; dall’altro il rifiuto a tenerlo. Ai fini della funzione

conciliativa non vi sono differenze tra controversia e situazione come si ricava anche dalla prassi. Le

questioni sottoposte al Consiglio devono avere comunque una certa gravità sia riguardo la materia sia

dal modo e dall’intensità con cui gli stati interessati pretendono di far valere i propri rispettivi interessi.

Il Consiglio gode di ampia discrezionalità nel decidere se una questione presenti effettivamente un

qualche pericolo per la pace e quindi meriti di essere trattata.

B)L’INDICAZIONE AGLI STATI DI METODI DI SISTEMAZIONE DI DIVERGENZE PERICOLOSE PER LA PACE

L’ART.33 fa obbligo alle parti di una controversia di ricercarne la soluzione con mezzi pacifici ed indica

come tali ad es. negoziati,inchieste,mediazioni,conciliazioni,arbitrati,regolamenti giudiziali o accordi

regionali. Lo stesso articolo al par. 2 + l’art. 36 danno facoltà al Consiglio di sollecitare le parti di una

controversia affinchè facciano ricorso a mezzi sopra descritti. Mentre l’art. 33 si riferisce ad un invito

generico del Consiglio,l’art.36 il secondo prevede che l’organo indichi quale mezzo specifico utilizzare

per risolvere una determinata questione. Il Consiglio potrà servirsi solo di raccomandazioni per

sollecitare gli stati in questione. Un 1° tipo di intervento del Consiglio è quello che indica agli stati il

metodo da seguire per risolvere la controversia, tenendo conto delle procedure già avviate dalle parti e

,se si tratta di una questione di diritto , di ricorrere alla Corte Internazionale di giustizia. Il Consiglio può

anche predisporre direttamente un determinato procedimento. Ciò attraverso la creazione di organi

sussidiari(Commissioni di buoni uffici,di mediazioni,di conciliazione ecc..) che possono assistere gli stati

interessati nella sistemazione delle loro controversie. In generale l’unica cosa che il Consiglio non

potrebbe fare è quella di entrare nel merito delle questioni(previsto dall’art.37 in casi eccezionali)ma la

prassi ci dice che spesso il Consiglio si è sentito libero di agire anche in tal senso.

C)L’INDICAZIONE DI TERMINI DI REGOLAMENTO l’art. 37 contiene innanzitutto una norma di carattere

procedurale. Vi è l’obbligo degli stati in questione di sottoporre la controversia all’esame del Consiglio

se non riescono a risolverla con i mezzi citati dall’art.33. In questo caso potrà intervenire

raccomandando termini di regolamento e avanzando proposte di merito , stabilendo chi ha torto e chi

ha ragione,indicando le concessioni reciproche che le parti dovranno effettuare nell’interesse della

pace ecc … L’art. 37 subordina l’intervento del Consiglio a 3 requisiti: 1)esistenza di una controversia tra

stati;2)ricorso al consiglio di almeno una delle parti;3)impossibilità di raggiungere un’intesa attraverso i

mezzi dell’art.33.

5. L’AZIONE A TUTELA DELLA PACE IN BASE AL CAP. VII – CONSIDERAZIONI INTRODUTTIVE

Nel cap. VII vi sono le competenze più importanti del Consiglio che dovrebbero servire ai fini del

mantenimento dell’ordine tra gli stati. Questo sistema di sicurezza collettiva ha mal funzionato fino alla

caduta del muro di Berlino a causa della guerra fredda e dei veti incrociati tra Urss e paesi occidentali. Ha

ripreso vita durante la guerra del Golfo. Una delle caratteristiche dell’attuale azione del Consiglio è

l’intervento negli affari interni degli stati soprattutto in caso di guerre civili e violazioni dei diritti umani che

richiedono assistenza alle autorità locali o addirittura la sostituzione delle stesse.

6. L’ACCERTAMENTO DI UNA MINACCIA ALLA PACE,DI UNA ROTTURA DELLA PACE O DI UN ATTO DI

AGGRESSIONE

L’Art.39 che apre il cap. VII dispone che l’esercizio delle competenze del Consiglio sia legato all’esistenza di

una minaccia alla pace,violazione della pace o atto di aggressione. Nel verificare l’esistenza di uno di questi

presupposti il Consiglio gode di ampia discrezionalità soprattutto dell’ipotesi di minaccia alla pace (ipotesi

assai vaga che può non essere caratterizzata da operazioni belliche o uso della forza)che può riguardare la

politica interna dello Stato come in caso di guerre civili o particolari politiche discriminatorie. Per tutta la

materia del cap. VII non vi è il limite della domestic jurisdiction che è caduto nella prassi. La discrezionalità

dell’art.39 è rimasta anche riguardo gli atti di aggressione,nonostante una Dichiarazione di principi emanata

dall’Assemblea generale nel ’74 che elencava tali atti(es. occupazione militare,bombardamento di forze

aeree ,terrestri o navali,al blocco dei porti o delle coste ecc…)è scritto che il Consiglio può dichiarare

aggressivi anche altri atti non elencati nella Dichiarazione stessa. La discrezionalità del Consiglio è

addirittura illimitata o quasi in caso di minaccia alla pace con l’uso di forze militari. L’unico limite in questo

caso riguarda il fatto che il consiglio non può giudicare come atto di aggressione quello esercitato in

legittima difesa come previsto dall’art.51. Altro è il discorso della legittima difesa “preventiva” spesso

utilizzata da grandi nazioni come Usa e Inghilterra per giustificare azioni militari contro altri stati con il

pretesto di combattere il terrorismo o il traffico di droga. L’Onu non prevede questo tipo di legittima difesa

e questo è confermato dalla prassi come nel caso dell’attacco degli Usa all’Afghanistan nel 2002 (c.d.

Dottrina Bush mai autorizzata dal Consiglio) o in Iraq nel 2003 utilizzando come motivo il rischio di

produzione di armi di distruzione di massa. Nel caso di minaccia alla pace senza l’uso della forza bellica il

comportamento di uno Stato non può essere condannato dal Consiglio se la condanna non deriva dalla

gran parte degli stati e dei loro popoli. In epoca di guerra fredda solo 2 volte il Consiglio si attivò con misure

coercitive anche in caso di situazioni non caratterizzate da operazioni militari: 2 risoluzioni nel ’66 e ’68

contro la Rodesia del Sud e una nel ’77 contro il Sud Africa per terminare la politica di apartheid di questi

stati. Oggi dubbi di legittimità solo per alcune risoluzioni prese contro l’Iraq nel’91 che dettavano le

condizioni per il cessate il fuoco quando l’aggressione irachena al Kuwait era stata respinta con obbligo di

risarcimento dei danni altrimenti sarebbe iniziato un embargo.

7. LE MISURE PREVISTE DALLA CARTA

A)LE RACCOMANDAZIONI PREVISTE DALL’ART.39 : di fronte a minaccia per la pace il Consiglio può o

deliberare misure coercitive in base agli art. 41 e 42 oppure fare raccomandazioni anche simili a quelle del

cap. VI (di natura conciliativa o indicative di termini di regolamento)con la differenza che solo per le prime

del cap. VII vi è l’obbligo di astensione dal voto del membro direttamente interessato. Rientrano nell’art.39

quelle risoluzioni che nell’indicare termini o procedimenti di regolamento,adottano una delle altre misure

previste dal cap. VII. Per le raccomandazioni vali il limite della domestic jurisdiction anche se limato dalla

prassi. Spesso infatti il Consiglio è intervenuto dopo la fine del conflitto per promuovere accordi tra le

fazioni o per assistere le autorità locali nelle libere elezioni democratiche e altri diritti civili.

B)LE MISURE PROVVISORIE DELL’ART.40 : la provvisorietà di queste misure riguarda sia lo scopo che si

prefiggono che è quello di evitare un aggravarsi della situazione,sia i limiti posti al loro contenuto non

dovendo esse pregiudicare i diritti,le pretese o le posizioni degli stati interessati. L’art.40 prevede che il

Consiglio vi ricorra prima di fare raccomandazioni o di decidere sulle misure da prendere in conformità

all’art. 39. Le misure provvisorie formano soltanto l’oggetto di raccomandazioni del Consiglio anche se la

prassi ha cercato di dare valore vincolante ma senza consenso. Tipica misura ex art. 40 è il cessate il fuoco

richiesto dal Consiglio in occasione di conflitti internazionali. Altre misure sono ad esempio : quelle che

richiedono la liberazione di prigionieri politici,quelle che esortano gli stati terzi a non appoggiare le parti in

lotta fornendo loro armi,quelle che richiedono il ritiro di truppe straniere in stati con guerre civili o ritirare

truppe su determinate posizioni.

C)LE MISURE NON IMPLICANTI L’USO DELLA FORZA – ART. 41 : tali misure sono sanzionatorie e vengono

adottate contro uno Stato che a giudizio del Consiglio turbi o minacci la pace o sia da considerarsi come

aggressore. Ad adottarle in concreto sono gli stati membri su richiesta del Consiglio e possono consistere in

interruzioni totali o parziali delle relazioni economiche e delle comunicazioni

ferroviarie,marittime,aeree,postali,telegrafiche e altre.(la lista è solo esemplificativa)L’applicazione in toto

di tutte queste misure isola lo stato verso il quale sono rivolte. Sono sottratte alla domestic jurisdiction.

Vengono prese attraverso una DECISIONE del Consiglio cioè un atto che vincola gli stati membri ad

adottarle. Durante il periodo della guerra fredda sono state prese solo 2 decisioni in tal senso :una nel ’66 e

nel ’68 contro la Rodesia del Sud e una nel ’77 contro il Sud Africa. Quelle contro la Rodesia sono state

revocate nel 1979 e imponevano una serie di misure fino all’isolamento totale del Governo rodesiano. La

risoluzione contro il Sud Africa si limitava ad imporre l’embargo qualsiasi fornitura di armi al governo. Dopo

la fine della guerra fredda le risoluzioni in tal senso si sono moltiplicate come ad es. quelle riguardanti la

crisi del Golfo o ex- Jugoslavia o Somalia. Il punto dolente di queste risoluzioni è che spesso non trovano

attuazione da parte degli stati. Di solito il Consiglio crea un Comitato che deve controllare che le sanzioni

vengano attuate e che non vengano create inutili sofferenze alla popolazione civile ma spesso questo

controllo è facilmente aggirabile. Spesso vengono concesse deroghe alle sanzioni per ragioni umanitarie. A

parte le decisioni il Consiglio può emettere raccomandazioni non vincolanti anche se la prassi non è molto

ricca in tal senso. Misure atipiche sono quelle risoluzioni che dichiarano invalidi certi atti statali interni

come ad es. la risoluzione 21.5.68 n°252 presa contro Israele che dichiarava invalidi alcuni atti

amministrativi e non compiuti da Israele o altre sempre contro Israele(invalidità occupazione dei

territori),Sudafrica(invalidità costituzione) o Iraq. Ad esse va attribuito solo il valore implicito di richiesta

rivolta agli stati membri di disconoscere le misure adottate da quegli stati e si stabilirà volta per volta se il

Consiglio le intende come decisioni vincolanti o meno.

D)LE MISURE IMPLICANTI L’USO DELLA FORZA (ART.42 ss). LE PEACE KEEPING OPERATIONS : Gli art. 42 e

ss. riguardano la possibilità di uso della forza contro uno stato colpevole di aggressione o di minaccia o

violazione della pace;oppure di impiegarla all’interno di uno Stato (ad es. intervenendo in una guerra

civile).Il ricorso alla forza da parte del Consiglio è concepito dall’art. 42 come un’azione di polizia

internazionale. Si tratta di delibere operative che consentono l’utilizzazione di forze armate nazionali sotto

comando internazionale facente capo al Consiglio di sicurezza. Gli artt. 43,44,45 prevedono la stipula di

accordi tra gli stati e il Consiglio per stabilire il numero,il grado di preparazione e la dislocazione delle

forze;l’art. 46 e 47 prevede un Comitato di Stato Maggiore composto dai capi di stato maggiore dei 5

membri permanenti posto sotto il comando del Consiglio. Gli articoli 43 e ss. ad oggi non sono mai stati

applicati. Spesso il Consiglio è intervenuto in crisi internazionali o creando Forze delle Nazioni Unite (c.d.

Caschi Blu)incaricate di operare per il mantenimento della pace o ha autorizzato l’uso della forza da parte

degli stati membri. L’organizzazione delle peace-keeping operations è spesso delegata dal Consiglio al

Segretario Generale e spesso le forze militari agiscono con personale civile dell’Onu per ristabilire le

condizioni di vita politica e istituzionale dopo una guerra civile. I compiti di queste forze sono molto spesso

limitati. Alcune raccomandazioni del Consiglio stabiliscono che queste forze dovrebbero esser rese operanti

entro 30 gg. (o entro 90 nei casi più complessi) dalla data delle risoluzioni che le creano. Queste forze di

polizia internazionale non perdono la loro efficacia per il fatto che non possono sparare se non per

legittima difesa ma spesso sono state oggetto di brutali attacchi come in Somalia nel ’93. Alcune forze

create dall’ONU negli anni sono : l’ ONUC che operò nel Congo negli anni ’60; UNIFIL creata nel ’78 per il

Libano; UNPROFOR creata nel ’92 per la crisi nella ex-Jugoslavia; UNOSOM che ha operato in Somalia tra il

’92 e il ’94 ; UNMIL che opera in Liberia dal 2003.

8. LE MISURE NON PREVISTE DALLA CARTA.

A) L’AUTORIZZAZIONE DELL’USO DELLA FORZA DA PARTE DEGLI STATI MEMBRI: Dato il frequente

insuccesso delle operazioni di peace-keeping,il Consiglio di sicurezza si è orientato spesso nel concedere

direttamente ai singoli stati membri il potere di impiegare forze militari per ristabilire condizioni di

sicurezza internazionale. In 2 casi si è trattato dell’autorizzazione a condurre vere e proprie guerre per

respingere aggressioni esterne. Un 1° caso nel 1950 quando gli stati membri furono invitati a aiutare la

Corea del Sud a difendersi dall’attacco della Corea del Nord. Poi nel 1991 nella guerra del Golfo per aiutare

il Kuwait a difendersi dall’Iraq. In altri casi si è trattato di autorizzazioni a intervenire in crisi interne come

nel caso di INTERFET creata per ristabilire la pace a Timor Est nel ’99 o di una risoluzione del 2003 che ha

istituito una forza multinazionale in Iraq. Bisogna sostenere però che la Carta non autorizza la delega agli

stati dell’uso della forza ma poi è accaduto che col passare del tempo la prassi ha creato una norma

consuetudinaria ad hoc che ha dato al Consiglio funzioni più direttive che operative(delegate agli stati). La

delega deve essere espressa e non deve esser ricavata da risoluzioni diverse ; il controllo sulle operazioni

condotte dagli stati deve restare nelle mani del Consiglio che deve essere costantemente informato. Una

guerra che nasce in maniera illegittima non può essere successivamente sanata da una ratifica come nel

caso della guerra in Kosovo non autorizzata dall’ONU. Le forze Nato agirono senza autorizzazione e la

successiva autorizzazione data alla Nato di gestire le fasi post guerra non deve essere intesa come una

sanatoria implicita della sua azione militare. Stesso discorso per gli Usa nella guerra in Iraq del 2003. Le

forze multinazionali comunque dovranno rispettare le regole del diritto internazionale soprattutto in

campo umanitario; a tal proposito con una ris. del ’91 è stato istituito un registro delle armi convenzionali

che fornisce notizie sui traffici di armi tra i vari stati membri.

B) ATTI DI GOVERNO DI TERRITORI : sono atti del Consiglio al fine di organizzare il governo di alcuni

territori in cui ci sono stati conflitti interni anche a carattere bellico. Vari casi nella prassi: 1)UNMIK creato

con una risoluzione del ’99 dopo gli attacchi aerei della Nato in Kosovo ma ancora in carica. E’ capeggiato

da un rappresentante speciale del Segretario Generale e ha il compito di organizzare e controllare le

istituzioni temporanee di autogoverno e di sovrintendere al trasferimento di poteri dalle istituzioni

provvisorie a quelle definitive. 2)UNTAET creata nel ’99 per mantenere l’ordine e la sicurezza a Timor Est e

per assistere la popolazione e l’autogoverno. Il governo Onu durò fino al 2002 quando il territorio divenne

indipendente e fu ammesso all’Onu col nome di Timor-Leste. Il nuovo stato è ora assistito

dall’UNMISET,una forza multinazionale di peace-keeping composta da personale civile e militare col

compito di assistere il Governo locale e la sua democrazia e stabilità. Sebbene questi atti di governo non

siano espressamente previsti dalla Carta , la prassi ha creato una norma consuetudinaria favorevole.

SEZIONE 3 - IL MANTENIMENTO DELLA PACE: LE FUNZIONI DELL’ASSEMBLEA GENERALE

1. DISCUSSIONI E RACCOMANDAZIONI SU QUESTIONI GENERALI

L’art. 11 par.1 prevede che l’Assemblea possa discutere qualsiasi questione di carattere generale relativa al

mantenimento della pace ma può emettere solo raccomandazioni quindi atti non vincolanti.

2. LA FUNZIONE CONCILIATIVA

L’Assemblea esercita la stessa funzione conciliativa di cui dispone il Consiglio in base al cap. VI, anzi ancora

più ampia coprendo qualsiasi questione che tocchi il benessere generale e le relazioni amichevoli tra le

nazioni. Può discutere qualsiasi questione relativa al mantenimento della pace che le venga sottoposta da

qualsiasi membro delle Nazioni Unite o dal Consiglio di Sicurezza o anche da uno stato non membro e può

emanare raccomandazioni agli stati interessati. Può quindi adoperare ogni strumento non vincolante per

far accordare le parti di una controversia o indicare termini di regolamento e istituire organi di

mediazione,conciliazione ecc. Unico limite è che se la questione è già affrontata dal Consiglio,l’Assemblea

non può emanare raccomandazioni su quella questione tranne se interpellata dal Consiglio stesso.

L’Assemblea dispone anche di un potere di inchiesta simile a quello del Consiglio,indispensabile per

stabilire quali misure siano da raccomandare su un caso concreto come si ricava dall’art.14.

3. IL PROBLEMA DELLE COMPETENZE DELL’ASSEMBLEA IN TEMA DI “AZIONE”.

A)LE SOLUZIONI DATE DALLA CARTA : L’Assemblea non può ricorrere a misure che implichino l’uso della

forza come invece il Consiglio e né tantomeno intraprendere azioni simili a quelle contemplate dall’art.42

,cioè costituire e diriger forze armate per operazioni di polizia internazionale. Devono essere considerate

illegittime le risoluzioni prese dall’Assemblea durante la crisi di Suez del ’56 che istituirono la prima Forza di

Emergenza delle Nazioni Unite (UNEF1) e restano l’unica iniziativa dell’organo in tema di azioni a

mantenimento della pace. L’Assemblea non può nemmeno intraprendere misure non implicanti l’uso della

forza come da art.41 (es. rottura di relazioni diplomatiche,sanzioni economiche ecc.).La competenza

dell’Assemblea si può forse ammettere solo per il 3° tipo di misure ossia quelle provvisorie disciplinate

dall’art.40 con cui essa di fronte ad una crisi internazionale,raccomanda il cessate il fuoco o la liberazione di

prigionieri o invita gli stati a non introdurre armi in zone di guerra ecc. Infine sia Assemblea che Consiglio

possono intervenire in procedure di riconciliazione nazionale.

B)LA PRETESA FORMAZIONE DI NORME CONSUETUDINARIE NELLA MATERIA : La formazione di norme

consuetudinarie che consentano all’Assemblea di intraprendere azioni militari o sanzionatorie è vista

favorevolmente dalla dottrina. Si giustifica ciò prendendo ad esempio la risoluzione dell’Assemblea n°377

del 1950 denominata ”Uniting for peace” che durante la crisi coreana stabilì che nel caso di inerzia del

Consiglio di Sicurezza sarebbe spettato all’Assemblea prendere le iniziative appropriate compresa

l’istituzione di forze armate delle N.U. La piena competenza dell’Assemblea si sarebbe consolidata per

consuetudine attraverso la prassi. Opinione non molto condivisibile per 2 motivi: 1)contro la competenza

dell’Assemblea ci fu grande opposizione di un gruppo di stati socialisti; 2)anche quegli stati inizialmente

favorevoli alla Uniting for peace come gli Usa e alla competenza dell’Assemblea,hanno rivisto

successivamente la loro posizione.

SEZIONE 4 - IL MANTENIMENTO DELLA PACE: LE FUNZIONI DEL SEGRETARIO GENERALE

1. LE FUNZIONI DELEGATE E LE FUNZIONI ESECUTIVE

Secondo l’art.98 il Segretario esercita quelle funzioni che gli siano affidate dall’Assemblea o dal Consiglio di

Sicurezza. La facoltà di delega non è sottoposta ad alcuna condizione particolare e il Segretario finisce col

godere di ampia autonomia nel rispetto comunque dei limiti e direttive imposte dall’organo delegante e

dalla Carta. La prassi offre tanti esempi di delega ma i più importanti riguardano le operazioni di peace-

keeping istituite su mandato del Consiglio di Sicurezza. La delega può sempre essere revocata dall’organo

delegante e può venire meno solo per un mutamento radicale delle circostanze da rendere impossibile

qualsiasi decisione alla luce delle direttive ricevute. Le funzioni esecutive del Segretario comprendono ogni

genere di attività necessaria per dare efficacia alle risoluzioni dell’Assemblea o del Consiglio (ad es.

risoluzioni che dopo aver raccomandato contegni a determinati stati chiedono al Segretario di informarsi

presso questi e di informare l’organo deliberante sull’avvenuta esecuzione della raccomandazione).

2. LE INIZIATIVE AUTONOME A FINI DI CONCILIAZIONE

Spesso il Segretario ha svolto funzioni di conciliazione mediando tra stati coinvolti in una crisi internazionale

ciononostante la Carta non preveda espressamente simili iniziative. Queste iniziative vanno collocate al di

fuori del quadro istituzionale dell’Onu. Discorso diverso forse per gli interventi in crisi interne ai singoli stati

dato che non hanno mai incontrato obiezioni da parte dei paesi membri. Il Segretario non può altresì

procedere ad inchieste formali dell’art.34.

SEZIONE 5 - IL MANTENIMENTO DELLA PACE E LE ORGANIZZAZIONI REGIONALI

1. LE AZIONI REGIONALI AUTORIZZATE DAL CONSIGLIO DI SICUREZZA

L’art. 52 riconosce le organizzazioni regionali e sottolinea il loro compito di dirimere le questioni locali tra

paesi che ne fanno parte. L’art. 53 prevede che il Consiglio di Sicurezza utilizzi le organizzazioni regionali per

azioni coercitive sotto la sua direzione ma esse possono agire senza la sua autorizzazione solo in caso di

legittima difesa. Sono organi decentrati delle Nazioni Unite. Nonostante ciò vi sono molti casi in cui le

organizzazioni regionali abbiano agito senza l’autorizzazione del Consiglio. I 3 mesi di bombardamenti della

Nato in Jugoslavia nel’99 ne sono un esempio lampante.

2. ALCUNE ORGANIZZAZIONI REGIONALI

NATO (Organizzazione del trattato atlantico del Nord): istituita nel 1949 per una difesa comune

degli stati occidentali,dopo la fine della guerra fredda molti stati orientali ne fanno parte. Organi

principali sono il Consiglio che riunisce i rappresentanti (ministri degli esteri o capi di stato) e il

Comitato di difesa composto dai Capi di Stato Maggiore di tutti i membri.

UEO (Unione Europea Occidentale): istituita col trattato di Bruxelles del 1948,si propone di

sviluppare la cooperazione economica,sociale e culturale dei suoi membri. Il suo organo principale

è il Consiglio in seno al quale le parti si consultano.

OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa): i suoi membri provengono da

Europa,Asia centrale e America del Nord. Fu istituita dopo la Conferenza sulla sicurezza e la

cooperazione in Europa del 1975 ad Helsinki. Compiti dell’organizzazione sono quelli di fornire

appoggio per la costituzione di governi democratici,ristabilire l’ordine e il diritto assicurare libere

elezioni democratiche in territori in crisi o post crisi.

ALTRE ORGANIZZAZIONI : OSA (ORGANIZZAZIONE DEGLI STATI AMERICANI,1948) – LSA(LEGA

DEGLI STATI ARABI,1945) – CIS (COMUNITA’ DI STATI INDIPENDENTI,1991) – OUA

(ORGANIZZAZIONE PER L’UNITA’ AFRICANA,1963).

SEZIONE 6 - LA COOPERAZIONE ECONOMICA E L’AZIONE PER LO SVILUPPO

1. DECOLONIZZAZIONE POLITICA ED ECONOMICA. SVILUPPO SOSTENIBILE.

Le N.U. promuovono la collaborazione internazionale in campo economico e sociale nell’intento di ridurre

le diseguaglianze esistenti tra i vari stati sotto la spinta dell’Assemblea generale. Dagli anni ’90 il problema

si è intrecciato con quello ecologico dando vita al concetto di sviluppo sostenibile ossia compatibile con la

preservazione dell’ambiente e delle risorse naturali.

2. GLI ORGANI PREPOSTI ALLA COOPERAZIONE ECONOMICA

Ai sensi dell’art.60 gli organi preposti alla cooperazione economica sono l’Assemblea generale e il Consiglio

Economico e Sociale coadiuvati da un insieme di organi sussidiari come Istituti Specializzati e altre

organizzazioni autonome. Da ricordare anche i compiti del Segretariato in materia.

3. LE FUNZIONI DI TIPO NORMATIVO

L’azione dell’Onu per la cooperazione economica e lo sviluppo consta di regole contenute sia in solenni

Dichiarazioni di principi dell’Assemblea Generale o dal Consiglio Economico,sia in progetti di trattati da

sottoporre alla ratifica degli stati membri. Sono regole che però non hanno forza obbligatoria. Le regole

generali sono contenute in alcune storiche risoluzioni dell’Assemblea Generale. Tra queste vanno

sottolineate la Dichiarazione e il programma d’azione per l’instaurazione di un nuovo ordine economico

internazionale e la Carta dei diritti e doveri economici degli Stati. Le regole contenute in questi atti

continuano a costituire riferimento importante per gli organi dell’Onu e sono inserite in un quadro di

necessità ed azioni sociali più vasto dove sviluppo sociale ed ambiente sono considerati interdipendenti.

Importanti ad es. la Dichiarazione di Rio del 1992 in cui si media tra interessi dei paesi sviluppati e quelli in

via di sviluppo. Oltre all’Assemblea ruolo importante dal punto di vista normativo spetta all’UNCTAD

(Conferenza delle N.U. sul Commercio e lo Sviluppo)che si riunì per la prima volta nel ’64 a Ginevra. Divenne

organo sussidiario dell’Onu ed è composto non solo dalla Conferenza che si riunisce ogni 3-4 anni ma anche

dal Consiglio,da varie Commissioni e dal Segretariato. Ha come fine promuovere il commercio

internazionale nel quadro di una politica di sviluppo dei paesi arretrati.

4. LE FUNZIONI OPERATIVE

L’Onu interviene per risolvere problemi economici e sociali attraverso la deliberazione ed esecuzione di

programmi di assistenza tecnica o di altri tipi di aiuti ai paesi in via di sviluppo. Sono quindi stati creati

innumerevoli organi con funzioni operative come ad es. l’UNICEF nel 1946 (Fondo delle Nazioni Unite per

l’infanzia),l’UNHCR nel 1950(Alto Commissariato per i Rifugiati)più una serie di Fondi e Programmi in diversi

settori tra cui l’UNDP nel 1965. Compito di quest’organo è approvare programmi nazionali di sviluppo

presentati dai singoli stati,stanziare i relativi fondi e sovrintendere all’esecuzione dei progetti in genere

affidata ad altri enti o Istituti specializzati. L’Undp è composto da un Consiglio di amministrazione e da un

Amministratore con funzioni esecutive. Nel 1997 il Segretario Generale ha creato l’UNDG(Gruppo delle

Nazioni Unite per lo Sviluppo)che raggruppa gli organi che si occupano di questo settore e effettua

un’opera di coordinamento. Il problema pratico più rilevante resta la raccolta dei fondi necessari per

eseguire questi programmi. Infatti ciascun programma deve avere una propria fonte autonoma di

finanziamento spesso costituita da contributi volontari dei singoli stati membri. ne consegue che le attività

operative dell’Onu sono ancora solo una frazione modesta dell’assistenza internazionale fondata per lo più

da contributi diretti dei singoli governi.

5. I RAPPORTI CON GLI ISTITUTI SPECIALIZZATI

Sono organizzazioni collegate con l’Onu ma autonome dalla Carta. Hanno funzioni più o meno simili a

quelle degli organi dell’Onu che operano in questo settore e emanano atti di natura normativa

(raccomandazioni e progetti di convenzione multilaterale)o svolgono attività operative nel campo

dell’assistenza e degli aiuti internazionali. La struttura consiste di un organo assembleare in cui tutti gli stati

membri sono rappresentati,di un Consiglio e di un Segretariato. Alcuni Istituti esistenti sono la

FAO(Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura); ILO(Organizzazione internazionale del lavoro);

UNESCO (Organizzazione delle N.U. per la scienza e la cultura). Spesso questi Istituti stipulano accordi con

l’Onu per collaborare attraverso scambi di collaboratori ,osservatori,consultazioni ecc.. ma anche affinchè

l’Onu stessa possa emanare raccomandazioni che regolino la funzione di questi istituti armonizzandola con

la propria attività.

SEZIONE 7 - LA PROTEZIONE DEI DIRITTI UMANI

1. ASPETTI GENERALI DELL’AZIONE DELL’ORGANIZZAZIONE

La competenza della materia spetta all’Assemblea Generale e al Consiglio Economico e Sociale più una serie

di organi sussidiari da loro creati tra cui la Commissione per i Diritti Umani. La competenza di questi organi

si esaurisce con l’emanazione di atti normativi non vincolanti come raccomandazioni,dichiarazioni di

principio e progetti di convenzione multilaterale. Vi sono anche organi che svolgono funzioni operative tra

cui l’UNHCR creato nel 1950 (Alto Commissariato per i rifugiati)che ha assistito milioni di persone in campo

umanitario.

2. L’AZIONE NEI CONFRONTI DI SINGOLI PAESI

L’attenzione dell’Onu è rivolta soprattutto alle gross violations che un paese compie come ad es.

torture,apartheid,punizioni crudeli e degradanti nei confronti di categorie di individui o in maniera

generalizzata. Simili violazioni danno luogo non solo all’intervento dell’Assemblea ma anche del Consiglio di

Sicurezza essendo considerate come minaccia alla pace. Una risoluzione del Consiglio Economico e Sociale

del 1970 autorizza la Sottocommissione per la tutela delle minoranze ad esaminare situazioni scottanti

sottopostele dal Segretario ed eventualmente nominare un comitato di inchiesta ad hoc per esaminare

meglio la situazione. La commissione si è occupata ad es. di violazioni di diritti umani in Sudafrica,nei

territori Arabi occupati da Israele,in Cile,Cambogia ecc.. e l’Assemblea è spesso intervenuta con

raccomandazioni nei confronti di questi stati rei di negare ai cittadini il godimento di elementari diritti civili

e politici. Importante l’intervento dell’Alto Commissariato in varie zone calde come il Darfur o il Ruanda

contro genocidi e stermini di massa praticati sistematicamente in quelle zone.

3. LE RISOLUZIONI DI CARATTERE GENERALE

Sono risoluzioni che non si indirizzano a singoli paesi ma hanno portata generale come le numerose

adottate dall’assemblea tra cui la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo nel’48 o quella sui diritti del

fanciullo nel ’59,discriminazione razziale, trattamento dei detenuti,discriminazioni contro le donne ecc…

Sono atti che non hanno natura vincolante ma che hanno grande forza morale. Vanno ricordate anche

convenzioni multilaterali aperte alla ratifica degli stati membri come il Patto sui diritti civili e politici e quello

sui diritti economici,sociali e culturali entrati in vigore nel 1976.

4. I PATTI SUI DIRITTI UMANI E IL COMITATO DEI DIRITTI DELL’UOMO

Entrambi i Patti su citati sono stati ratificati da un elevato numero di stati appartenenti alle aree

geopolitiche più diverse; l’Italia li ha ratificati con alcune riserve nel 1978. I diritti che gli stati in base ai 2

patti devono riconoscere sono molto estesi. I diritti economici comprendono tra gli altri quello al lavoro,ad

un’equa retribuzione,alle assicurazioni e altre forme di assistenza sociale. I diritti civili e politici comprende

le varie libertà fondamentali come quella di pensiero,coscienza,religione,associazione ecc. Il Patto sui diritti

civili e politici ha dato luogo ad un Comitato dei diritti dell’uomo che ha cominciato a funzionare nel 1977

ed è composto da 18 membri eletti dagli stati per un periodo di 4 anni. Il Comitato può esaminare reclami

presentati,contro uno stato contraente,da altri stati o da individui solo se lo stato accusato ha dichiarato di

accettare la competenza del Comitato in materia o ratificato un protocollo ad hoc. Nel 1985 il Consiglio

Economico e Sociale ha creato il Comitato dei diritti economici,sociali e culturali affinchè l’assista nelle sue

competenze così come previste dal Patto.

SEZIONE 8 - LA DECOLONIZZAZIONE E L’AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI

1. LA COMPETENZA DELL’ONU A DECIDERE SULL’INDIPENDENZA DEI POPOLI SOTTO DOMINIO

COLONIALE

Stando alla sola volontà dei redattori della Carta le potenze coloniali non avrebbero avuto alcun obbligo ad

avviare le colonie all’indipendenza. L’art.73 si limitava a chiedere alle potenze coloniali di promuovere il

progresso economico,politico ed educativo delle popolazioni sottoposte. Molto limitato il potere di

controllo dell’Onu : l’art.10 permette che l’Assemblea può discutere e fare raccomandazioni su qualsiasi

questione ed argomento che rientri nei fini dello Statuto. Competenza quindi limitata a questioni di

carattere generale col conseguente divieto dell’Assemblea di occuparsi di casi di singoli paesi non

autonomi. Però la prassi ha travolto l’art.73 dando vita ad una norma che impegna gli stati a non ostacolare

l’indipendenza delle colonie. Spesso vi sono state varie risoluzioni che in virtù della consuetudine hanno

avuto forza vincolante. La competenza assembleare non è senza limiti ; un primo limite impone

all’Assemblea di decidere circa la sorte di un territorio non autonomo tenendo conto delle aspirazioni della

popolazione locale. Un secondo limite di integrità territoriale chiede di tener conto dei legami storico-

geografici tra il territorio da decolonizzare ed uno stato contiguo magari formatosi anch’esso per

precedente decolonizzazione. La prassi consente che l’Assemblea pretenda che questi stati concordino tra

loro una soluzione orientata verso la decolonizzazione.

2. L’AUTODETERMINAZIONE DEI POPOLI

Principio menzionato nell’art.1 par.2 nonché in una serie di risoluzioni e dichiarazioni solenni

dell’Assemblea tra le quali quella del 1970 sulle relazioni amichevoli e la collaborazione tra gli stati. E’ ormai

consolidata la prassi che tende a considerare l’autodeterminazione come sinonimo di democrazia intesa

come legittimazione democratica dei Governi. Purtroppo la realtà è un po’ diversa,basti ad es. ricordare la

crisi in Kosovo dove ,nonostante le varie violazioni contro la popolazione albanese sfociate in espatrio ed

esecuzioni sommarie,l’Assemblea e il Consiglio dopo averle condannate non hanno però messo in dubbio la

sovranità territoriale della Repubblica jugoslava sulla regione. Se sin procede con rigore il principio di

autodeterminazione avrebbe un’applicazione molto limitata, applicandosi solo ai territori sottoposti ad un

governo straniero impostosi con la forza. Difficoltà quando il governo straniero si appoggia ad un governo

locale;in casi del genere il principio di autodeterminazione si applica ad entrambi i Governi che dovranno

far cessare l’occupazione.

3. LE AMMINISTRAZIONI FIDUCIARIE

E’ un istituto ormai esaurito che fu introdotto nella Carta in analogia con l’istituto dei mandati,in vigore

all’epoca della società delle nazioni,per accordare ai territori sottoposti ad amministrazione fiduciaria un

regime più vantaggioso di quello dei comuni territori non autonomi. Per i primi e non per i secondi venne

usata la parola indipendenza e si creò un apposito organo di controllo : il Consiglio di Amministrazione

Fiduciaria,in posizione ausiliaria rispetto all’Assemblea. Tutti i territori amministrati fiduciariamente adesso

sono indipendenti.

4. LA QUESTIONE DELLA NAMIBIA

Nel ’90 ha raggiunto l’indipendenza dopo essere stata affidata al Sudafrica a titolo di mandato dopo la

Prima Guerra Mondiale. Per molto tempo il Sudafrica ha negato l’indipendenza o l’amministrazione

fiduciaria sotto l’Onu. Questo ha creato un duro conflitto tra la stessa Onu e il Sudafrica anche dal punto di

vista giuridico.

SEZIONE 9 - LA REGISTRAZIONE DEI TRATTATI

1. GLI EFFETTI DELLA REGISTRAZIONE

L’art.102 dispone che ogni trattato e accordo internazionale stipulato da un membro delle Nazioni Unite

deve essere registrato al più presto presso il Segretariato e pubblicato a cura di quest’ultimo. La

registrazione ha come unica conseguenza quella di poter invocare il trattato dinanzi all’Onu;non vi sono

altri effetti derivanti da essa. Gli atti vengono pubblicati poi nella raccolta United Nations Treaty Series.

2. GLI EFFETTI DELLA MANCATA REGISTRAZIONE

Quali accordi internazionali sono soggetti a registrazione? E’ inutile cercare di individuare tutte le categorie

di accordi riportabili all’art.102. Infatti si deve convenire che un atto non registrato sia comunque

invocabile dinanzi agli organi dell’Onu se le parti sono in buona fede. Buona fede che sarà provata nel caso

si sia richiesta la registrazione senza ottenerla ma sarà anche da ammettere in casi di atti anomali o di

dubbia natura che le parti non intendevano nascondere. Il Segretariato potrà decidere se registrare l’atto o

meno.

SEZIONE 10 - LE FUNZIONI GIURISDIZIONALI

1. LA SOLUZIONE GIUDIZIARIA DELLE CONTROVERSIE TRA STATI

Le funzioni giurisdizionali sono assolte dalla Corte Internazionale di Giustizia il cui Statuto è annesso alla

Carta. Essa svolge le funzioni della cessata Corte Permanente di Giustizia Internazionale creata al tempo

della Società delle Nazioni. Compito principale è la risoluzione delle controversie internazionali tra

stati,applicando il diritto internazionale ed emanando sentenze vincolanti per le parti. Grosso limite è il

fatto che la giurisdizione della Corte non ha valore se non è stata preventivamente accettata dalle parti in

causa.

2. L’ATTIVITA’ CONSULTIVA DELLA CORTE INTERNAZIONALE DI GIUSTIZIA

Ai sensi dell’art.96 possono chiedere pareri alla Corte l’Assemblea e il Consiglio di Sicurezza nonché,su

autorizzazione dell’Assemblea,gli altri organi dell’Onu e gli Istituti specializzati. I pareri sono facoltativi e

non vincolanti non avendo gli organo obbligo di chiederli e di conformarvisi. I singoli pareri però possono

contribuire alla formazione o alla conferma di norme consuetudinarie internazionali. I pareri chiesti da

Consiglio e Assemblea possono toccare qualsiasi questione giuridica; quelli chiesti da altri organi e Istituti

specializzati possono interessare solo questioni che sorgono nell’esercizio delle loro attività. Va respinta

l’opinione che la Corte non possa emanare pareri sull’interpretazione della Carta e su questioni di grande

rilievo politico. Nulla poi esclude che la quaestio sottoposta al parere della Corte formi oggetto di una

controversia tra Stati o tra uno stato e l’Onu. La Corte avrebbe anche facoltà di non esprimersi su una o più

determinate questioni (potere discrezionale)ma la tesi lascia perplessi perché fondata su argomenti

letterali. In realtà lo spirito delle norme fa pensare ad una obbligatoria collaborazione della Corte con gli

organi dell’Onu nella soluzione delle questioni giuridiche. L’esistenza di una controversia tra stati non

dovrebbe poi limitare la funzione della Corte di dare pareri non vincolanti in merito alla questione.

SEZIONE 11 - IL REPERIMENTO DEI MEZZI FINANZIARI

1. I CONTRIBUTI OBBLIGATORI DEGLI STATI MEMBRI

L’art.17 dispone che l’Assemblea Generale approvi il bilancio dell’organizzazione e ripartisca le spese tra i

membri con una delibera presa a maggioranza di 2/3 e tenendo conto della capacità contributiva di

ciascuno Stato. La delibera è vincolante per gli stati e il membro in arretrato di 2 annualità di contributi

perde il diritto di voto in Assemblea. Vi sono stati casi nella prassi di Stati che hanno rifiutato di contribuire

(tra il 1961 e il 1965)alle spese per il mantenimento dell’UNEF in Medio Oriente e dell’ONUC in Congo. Essi

sostennero che il rifiuto era fondato giuridicamente sia perché si trattava di spese straordinarie e non

ordinarie e quindi non previste dall’art.17,sia perché alcune risoluzioni che avevano dato luogo alle spese

erano illegittime a causa dell’incompetenza dell’organo,sia perché si dava all’Assemblea un potere di

supergoverno in contrasto con la sua natura di organo atto solo a raccomandare. Il rifiuto venne mantenuto

nonostante la condanna da parte della maggioranza dell’Assemblea e il parere contrario della Corte di

Giustizia e di conseguenza le spese furono pareggiate con contributi volontari. A parte ciò spesso i rifiuti si

verificarono per spese di minore entità per opposizione di stati socialisti e soprattutto per motivi politici più

che economici. Le spese ripartibili tra i membri ex art.17 sono quindi solo quelle che derivano da attività

legittimamente deliberate e previste dalla Carta. La prassi successiva ha confermato la divisione

obbligatoria delle spese ex art.17 ma con criteri alquanto diversi da quelli adottati per le spese ordinarie.

2. I CONTRIBUTI VOLONTARI

La contribuzione volontaria può essere prevista da particolari norme della Carta. Può essere sollecitata

dall’Onu per rafforzare fondi già costituiti con contributi obbligatori sia per finanziare attività collegate ai

fini statutari. Un organo dell’Onu può subordinare l’esecuzione di una delibera operativa al fatto che vi

siano contributi volontari per attuarla (es. UNFICYP a Cipro nel 1964).

3. L’EMISSIONE DI PRESTITI

Talvolta l’Onu ha fatto appello al mercato finanziario come ad es. una risoluzione del 1961 che autorizzò il

Segretario ad emettere un certo numero di obbligazioni Onu e una che nel 1963 ne prorogò la successiva

vendita. Metodo contrastato spesso da Urss e altri paesi perché contrario all’art.17 che contempla solo i

contributi degli stati membri.

CAPITOLO 4 - GLI ATTI

1. LE RACCOMANDAZIONI AGLI STATI

La raccomandazione è l’atto tipico delle Nazioni Unite e non vincola gli stati a cui è diretta. Produce un

effetto di liceità. Non commette illecito infatti lo Stato il quale,per eseguire una raccomandazione di un

organo dell’Onu,tenga un comportamento contrario ad accordi precedentemente assunti o ad obblighi

derivanti dal diritto internazionale consuetudinario. Lo stato che non si conforma alla raccomandazione

deve dimostrare la sua buona fede spiegando i motivi del suo rifiuto in Assemblea o nel Consiglio. Non

derivano ulteriori obblighi da questo tipo di atto.

2. LE DECISIONI

Le decisioni hanno effetti pienamente vincolanti per gli stati a cui sono indirizzati ma non sono molto

numerose nel sistema delle Nazioni Unite. Tra quelle più importanti abbiamo: quelle dell’Assemblea che

approvano il bilancio e ripartiscono le spese tra gli stati membri e le decisioni del Consiglio di Sicurezza sulle

misure non implicanti l’uso della forza ma anche le risoluzioni del Consiglio in caso di mancata esecuzione di

una sentenza della Corte Internazionale di Giustizia e quelle relative a sospensione o espulsione di uno

stato membro. Il Consiglio può emanare decisioni solo ex art.41 ossia quando vi sono gravi crisi che

necessitano di misure sanzionatorie.

3. LE RISOLUZIONI ORGANIZZATIVE

Sono risoluzioni che istituiscono organi o provvedono ad eleggerne i membri;queste risoluzioni sarebbero

per tutti obbligatorie perché comunque coinvolgerebbero i rapporti tra gli stati membri o perché gli stati

avrebbero l’obbligo di non muovere obiezioni contro chiunque se ne avvalesse. In realtà più che di obblighi

si tratta di risoluzioni col fine di creare e rinnovare gli organi dell’Onu.

4. LE RISOLUZIONI OPERATIVE

Sono risoluzioni che prevedono un’azione direttamente condotta dall’Onu (es. dal Consiglio di Sicurezza o

dall’Assemblea Generale o dal Segretario su loro mandato o ancora da organi sussidiari).Vi sono vari esempi

di queste risoluzioni; si pensi a quelle istitutive di forze armate dell’Onu ex art.42 o a quelle che istituiscono

un’inchiesta o predispongono i programmi di assistenza tecnica ecc. Queste risoluzioni non producono

obblighi immediati per gli stati membri ma non possono equipararsi a mere raccomandazioni(l’agire è cosa

diversa dal raccomandare!).

5. PROPOSTE,AUTORIZZAZIONI,DELEGHE,APPROVAZIONI,DIRETTIVE ECC.

Sono atti previsti dalla Carta che riprendono quelli posti da persone giuridiche pubbliche o private del

diritto statale. L’unica cosa da sottolineare è che le proposte,autorizzazioni ed approvazioni condizionano la

legittimità degli atti a cui si riferiscono e che illegittimo è l’atto dell’organo ausiliario o delegato che

fuoriesca dai limiti delle direttive o della delega.

6. LE DICHIARAZIONI DI PRINCIPI DELL’ASSEMBLEA GENERALE

Fin dai primi anni di vita dell’Onu l’Assemblea ha spesso indirizzato agli stati solenni Dichiarazioni di principi

su rapporti internazionali ma anche rapporti interni agli stati. Ricordiamo ad es. la Dichiarazione Universale

Dei Diritti dell’Uomo del 1948,varie dichiarazioni sul genocidio,sull’indipendenza dei popoli coloniali,sul

divieto dell’uso di armi nucleari e termonucleari,sulla discriminazione razziale ecc. Talvolta le dichiarazioni

di principi si limitano a riprodurre norme internazionali già esistenti di tipo consuetudinario o nella Carta.

Naturalmente le dichiarazioni non sono atti vincolanti ma sono raccomandazioni a carattere generale e

solenne. Svolgono comunque un ruolo importante nello sviluppo del diritto internazionale consuetudinario.

Alcune hanno valore di veri e propri accordi internazionali ossia non enunciano solo un principio ma ne

equiparano l’inosservanza a violazione della Carta. Naturalmente questo valore obbligatorio sarà valido

solo per quegli stati che partecipano col loro voto favorevole alla formazione dell’atto. Di recente anche il

Consiglio ha emanato dichiarazioni di principi a carattere non vincolante dato che non si fondano sul cap.VII

della Carta.

7. GLI ATTI E IL PRINCIPIO DI LEGALITA’:IL DOVERE DEGLI ORGANI DI CONFORMARSI ALLA CARTA

Nell’emanazione dei loro atti gli organi dell’Onu devono rispettare la Carta. Sono illegittime anche le

risoluzioni che violano norme di diritto internazionale consuetudinario oppure principi generali di diritto;

sempre che si tratti di norme o principi generali cui non deroghino singole disposizioni della Carta.

8. L’OSSERVANZA DEI REGOLAMENTI INTERNI

Tali regolamenti vincolano gli stati membri. Una qualsiasi procedura contraria al regolamento potrebbe

essere adottata solo in seguito ad una modifica testuale e ponderata dello stesso. Sono quindi contrarie alla

Carta quelle deroghe o violazioni del regolamento che sopprimano o limitino in modo serio la facoltà del

singolo stato di esprimere il suo parere e presentare le sue proposte. Le regole di procedura si distinguono

a seconda che riguardino : a)l’ammissione di uno stato ai lavori del collegio(norme sulle credenziali); b)la

possibilità che una materia possa essere discussa o meno(formazione dell’ordine del giorno); c)lo

svolgimento vero e proprio della discussione e della votazione. Vi sarà violazione del principio di obiettività

ogni volta che lo stato sia senza motivo escluso dai lavori,non sia posto in grado di conoscere l’argomento

della discussione o altresì venga negato ai suoi rappresentanti il diritto di voto o di discussione.

9. LA LEGITTIMITA’ DEGLI ATTI E LA FORMAZIONE DELL’ACCORDO NEL SISTEMA DELLE NAZIONI UNITE

La mancanza di un controllo di legittimità degli atti dell’Onu ad opera di un organo giurisdizionale è una

carenza significativa nel sistema dell’Organizzazione. Diversa è la situazione quando la legittimità di un atto

è sollevata in una controversia tra 2 o più stati dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia. La stessa Corte

potrà dichiarare l’illegittimità di un atto dell’Onu ma la sentenza sarà applicata solo alle parti della

controversia. La illegittimità di un atto non è denunciabile dal singolo stato membro se questo gli abbia già

prestato la propria acquiescenza in modo esplicito o meno. Se non è membro dell’organo da cui l’atto

proviene,lo stato sarà acquiescente se non contesta l’atto appena gli sia data la possibilità di pronunciarsi.

Se invece è membro non si può dire che il voto negativo sia indice di una riserva sulla legittimità dell’atto

anzi l’acquiescenza si eviterà solo se la contestazione risulti da una dichiarazione espressa prima o subito

dopo la votazione. Anche la prassi va in questa direzione. Anche lo stato che si astiene potrà evitare gli

effetti dell’acquiescenza manifestando la sua riserva di carattere giuridico durante la fase del dibattito e

della manifestazione del voto. L’acquiescenza si presume in caso di voto favorevole fino a prova contraria.

Se lo stato contesta validamente la legittimità di una delibera,l’atto non avrà effetti per quello sia che si

tratti di semplici raccomandazioni o decisioni o risoluzioni operative e organizzative. Solo se le risoluzioni

incidono sulla struttura dell’Onu nel suo complesso(es. quelle relative all’ammissione di uno stato)le

conseguenze della denuncia di illegittimità si attenuano: lo stato che contesta la regolarità dell’atto potrà si

protestare o sospendere temporaneamente la propria collaborazione con l’Organizzazione ma alla fine non

avrà alternativa all’acquiescenza diversa dal recesso dall’Onu.

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