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Riassunto "Sociologia dei Processi Culturali" di Sciolla, Riassunti di Sociologia Dei Processi Culturali. Università di Roma Tor Vergata

Sociologia Dei Processi Culturali

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Descrizione: SOCIOLOGIA DEI PROCESSI CULTURALI 1 ? LA NASCITA DEL CONCETTO SCIENTIFICO DI CULTURA, La scuola francese di sociologia,La tradizione sociologica tedesca. 2 ? DIMENSIONI E COMPONENTI DELLA CULTURA L'approccio sociologico alla cultura 3 ? NATURA, CULTURA, SOCIETA' Cultura e struttura sociale 4 ? LA DIFFERENZIAZIONE CULTURALE NELLE SOCIETA' MODERNE 5 ? SOCIETA' E CULTURA: COME LA SOCIETA' INFLUENZA LA CULTURA 6 ? SOCIETA' E CULTURA: COME LA CULTURA INFLUENZA L'AZIONE SOCIALE, Modello dell'attore socializzato
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SOCIOLOGIA DEI PROCESSI CULTURALI
1 – LA NASCITA DEL CONCETTO SCIENTIFICO DI CULTURA
La genesi del termine
Due concezioni della cultura:
- concezione umanistica o classica (i filosofi dell’antichità e i romani…)
- concezione antropologica o moderna
Nell’ottocento Matthew Arnold disse che la cultura rappresentava «quanto di meglio è stato pensato e conosciuto».
La concezione antropologica della cultura si afferma alla fine dell’800, ma c’erano già accenni nel secolo precedente, con pensatori tedeschi (come
Herder).
Antitesi tra «cultura» (Kultur) e «civilizzazione» sottolineata da Norbert Elias nel 1936. Inizialmente il concetto di cultura nasce su un «terreno
sociale», ovvero come differenziazione e contrapposizione rispetto allo stile di vita dell’aristocrazia. Antitesi CULTURA-CIVILTA’.
I caratteri della cultura nell’antropologia
Si riconosce l’esistenza di una cultura primitiva (idea trascurata dalla tradizione illuminista).
Tre componenti della cultura nell’antropologia:
- la religione, la morale, il diritto (ciò che gli uomini pensano) complessi di norme e credenze esplicite
- i costumi e le abitudini (ciò che gli uomini fanno) che l’uomo acquisisce per il fatto di stare in una comunità
- Gli artefatti (ciò che gli uomini producono) costruiti non solo come opera d’arte ma anche come oggetti di culto e uso quotidiano
Tre caratteri principali costituiscono la cultura:
- La cultura è appresa [differenza uomo-animale = l’uomo è capace di apprendere a livello simbolico]
- La maggior parte della tradizione antropologica attribuisce alla cultura anche il carattere della totalità dell’ambiente proprio dell’uomo [il
problema di questa considerazione è che in questo modo la cultura verrebbe a sovrapporsi con la società]
- La condivisione: pur ammettendo l’esistenza di una variabilità individuale, per essere definito culturale un fenomeno deve essere
condiviso da un gruppo.
L’idea di cultura in tre tradizioni sociologiche
La sociologia, fin dagli esordi nella seconda metà dell’Ottocento, vuole essere una scienza generale dei fenomeni sociali.
La scuola di Chicago
In America, la scuola più importante è quella di Chicago. Divenne famosa per l’analisi dei processi sociali innescati nelle metropoli dal flusso
continuo di arrivo di immigrati dall’Europa.
William Thomas e Florian Znaniecki analizzano il processo con cui la cultura di origine degli immigrati polacchi incide sul modo con cui si
inseriscono nella nuova comunità.
Nuovo metodo, etnografico non si analizzano solo le statistiche, ma anche materiale autobiografico. Importante anche il ruolo di mediazione
presente.
Ne risulta che i polacchi cercano a tutti i costi di mantenere una propria identità culturale, pur integrandosi nella società americana.
Ancora Thomas pone l’accento sul «patrimonio culturale» che ogni immigrato porta con sé.
Teoria dell’«uomo marginale» (elaborata ne Gli immigrati e l’America) colui che sperimenta un’incongruenza tra il sistema culturale della
comunità da cui proviene e quella nuova: egli subisce una duplice perdita, il proprio status e il proprio senso di sé.
Anni dopo i coniugi Robert ed Helen Lynd avviavano uno studio non più sulle metropoli, ma su una città americana di medie dimensioni, che
chiamarono Middletown. Il metodo di studio era quello usato dagli antropologi per studiare le comunità primitive viventi, con una sorta di
«antropologia sociale della vita contemporanea».
Il dato più importante del loro lavoro riguarda il fatto che mentre dal 1890 al 1924 la tecnologia fa passi da gigante, non altrettanto avviene per il
livello culturale.
In seguito anche Park si cimenterà con uno studio del genere, ovvero con la «microsociologia urbana». Scrisse The City, costruito su una
comprensione eminentemente culturale della città. Introduce anche l’importanza del vicinato e la possibilità per gli individui, di vivere
contemporaneamente in più mondi diversi, cosa impossibile fino a pochi anni prima, con mancanza di mezzi comunicativi adeguati. Ora c’è molta più
mobilità da parte della popolazione.
Park non utilizza ancora il termine «subcultura» ma ne anticipa i tratti salienti, dal momento che descrive la differenziazione culturale dei sobborghi a
carattere occupazionale, dei ghetti di immigrati su base etnica, tutto come «città entro la città».
Alcune relazioni primarie sono state sostituite da relazioni secondarie, che non comportano la compresenza fisica tra le persone.
Sono cambiate anche le forme del controllo sociale: la pubblica opinione ha sostituito il pettegolezzo del villaggio.
Park, probabilmente influenzato da Simmel, sottolinea anche l’individualizzazione dell’uomo, generato dalla pluralizzazione dei contatti.
Un altro filosofo dell’Università di Chicago, George Herbert Mead sviluppò una complessa teoria della socialità della mente e dell’identità.
La scuola francese di sociologia
La sociologia in Francia è legata al nome di Emile Durkheim. Egli, più che subire l’influenza dell’antropologia (caratteristica della scuola americana),
contribuisce alla costituzione dell’antopologia stessa.
Non utilizza il metodo antropologico delle società primitive moderne per studiare metropoli (metodo scuola Chicago), ma utilizza dati etnografici, per
ricavare una teoria generale. Per Durkheim antropologia e sociologia non si differenziano per oggetto di studio, ma per tipo di analisi (differenza
metodologica l’antropologia studiava la descrizione empirica delle società primitive, la sociologia doveva formulare un’analisi teorica in merito).
Durkheim critica l’utilitarismo, non credendo che tutto si possa basare sui contratti stipulati dai singoli individui. E’ necessaria una solidarie
precontrattuale e quindi non sono la razionalità e gli interessi individuali a tenere unita la società, ma qualcosa che costituisce il loro fondamento,
individuato nella dimensione simbolica.
Durkheim presenta inoltra il concetto di rappresentazioni collettive, o coscienza collettiva, ossia insieme di forti sentimenti, norme e valori comuni.
Ma afferma anche l’affermarsi di una nuova religione dell’individuo.
La novità del suo pensiero sta nell’individuazione del carattere oggettivo ed istituzionale della cultura.
Ci sono rappresentazioni collettive e rappresentazioni individuali. Norme di esteriorità e obbligatorietà regolamentano le rappresentazioni e
definiscono i cosiddetti “fatti sociali”.
Durkheim sosteneva il carattere cognitivo e morale della cultura, ma anche e soprattutto, la sua funzione ordinatrice.
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La tradizione sociologica tedesca
Non c’è una vera e propria scuola sociologica tedesca, perché non c’è un approccio unitario.
Il contributo di autori come Georg Simmel e Max Weber è incastonato nel contesto storico e nazionale tedesco, che all’epoca risentiva di due dibattiti
in particolare:
- il dibattito metodologico, sulle modalità di comprensione dei fenomeni culturali, intesi come l’intera gamma dei fenomeni storici e sociali.
Gli storicisti rivendicavano l’autonomia delle scienze dello spirito, per le quali, secondo loro, non potevano esistere leggi generali
analoghe a quelle delle scienze naturali. Al metodo nomotetico (delle scienze naturali) veniva dunque contrapposto il metodo idiografico
per descrivere i fenomeni della vita storica e sociale così come si presentano nella loro individualità. Per Simmel le scienze in generale
non possono aspirare a un ideale assoluto di verità. Per Weber le differenze tra le due scienze non riguardano l’oggetto e nemmeno il
metodo, ma gli scopi conoscitivi del ricercatore (per lui gli esseri umani sono esseri culturali).
- La controversia tra idealismo e materialismo (in seguito alla critica dell’idealismo hegeliano da parte di Marx). Il dilemma era se i fattori
culturali possedevano una loro autonomia ed erano in grado di influenzare le relazioni sociali, o, viceversa, rappresentavano un fenomeno
della struttura economico sociale, un mero riflesso della realtà. Per Weber c’è condizionamento reciproco tra idee e società.
Simmel analizza la differenza tra cultura oggettiva e cultura soggettiva e anche l’individualismo; pone anche l’accento sull’innovazione della cultura.
Per Alfred Weber, fratello di Max, con la sociologia della cultura si riconoscono due mondi diversi: uno soggettivo dell’elaborazione artistica e l’altro
oggettivo dell’elaborazione scientifica. Riprende anche l’antitesi cultura/civilizzazione e considera la cultura come oggetto a sé stante.
Mannheim e Scheler elaborarono negli anni Venti i fondamenti della sociologia della conoscenza. Al centro del loro interesse, la ricerca delle
relazioni tra esistenza e pensiero, tra gli aspetti della conoscenza e la realtà sociale in cui si sviluppano. Scheler opera inoltre una distinzione tra fattori
ideali, che costituiscono la sfera spirituale della cultura, e fattori reali, in cui annovera una grande quantità di elementi. Mannheim studia soprattutto le
ideologie politiche (liberalismo, conservatorismo) e le credenze utopiche.
2 – DIMENSIONI E COMPONENTI DELLA CULTURA
L’approccio sociologico alla cultura
Come la sociologia si distacca dall’antropologia in quattro aspetti:
1 – Distinzione analitica società / cultura, che appartiene a tutte e tre le tradizioni (americana, francese, tedesca)
2 – Aspetto tipico della tradizione americana e tedesca: l’enfasi sulla differenziazione interna alla cultura (es. analisi delle differenze interne ad una
cultura industriale metropolitana Chicago, oppure l’importanza della dimensione storica e temporale dei fenomeni culturali.
Durkheim sottolinea il problema dell’anomia (mancanza di regole), che genera «disordine culturale».
3 Capacità innovativa e creativa della cultura importanza data (soprattutto da americani e tedeschi) alle differenze tra gruppi, alla presenza di
elite, ai gruppi minoritari. Max Weber usa il concetto di «carisma» per spiegare l’origine di nuovi sistemi di idee.
4 – L’importanza delle forme dell’interazione sociale, con “agenzie di socializzazione” (famiglia, maestre, gruppi di amici). Questa è la caratteristica
meno sviluppata dalla tradizione sociologica.
Durkheim e i francesi sembrano adottare un modello più vicino a quello dell’antropologia, dove la trasmissione culturale è vista come un processo di
condizionamento.
Dunque la sociologia si afferma in parte accettando prospettive antropologiche, in parte rifiutandole.
Da Parsons alla nuova sociologia della cultura
A partire dagli anni Trenta si è verificato un declino dell’interesse sociologico per l’analisi della cultura. Dalla fine degli anni Trenta agli anni
Cinquanta vi sono stati singoli contributi, che sono rimasti isolati o sottovalutati (come Norbert Elias o Florian Znaniecki o Robert Merton).
Negli anni Cinquanta, negli Stati Uniti, la prospettiva empirica della scuola di Chicago lascia il campo a quella molto più teorica e astratta dello
struttural-funzionalismo, elaborata dal sociologo Talcott Parsons. E questo rappresenta il miglior tentativo di costruire una teoria generale dell’azione
sociale. Parsons opera sia una restrizione dell’ambito semantico del concetto di cultura, sia lo astrae, identificandolo come realtà non immediatamente
constatabile.
Egli sottolinea, però, anche il carattere normativo della cultura (non più adattivo, come nelle popolazioni primitive) ed essa viene quindi definita come
insieme di modelli di comportamento che godono di un consenso sociale.
Affinché la cultura svolga la funzione di bussola, è necessario che si fondi su un sistema di valori.
Egli rende anche esplicito un aspetto già sviluppato dai “classici”, ovvero la necessità della distinzione analitica tra società e cultura.
Egli elabora inoltra uno schema in cui distingue quattro sottosistemi che intervengono nell’azione sociale: la personalità, la cultura, il sistema sociale
e l’organismo biologico.
L’organismo biologico svolge la funzione dell’adattamento, cioè stabilisce un rapporto con l’ambiente fisico.
La personalità svolge la funzione del conseguimento, cioè mobilita le energie psichiche che servono a raggiungere determinati scopi.
Il sistema sociale rappresenta la funzione dell’integrazione, ovvero stabilisce le forme della coesione.
La cultura svolge la funzione della latenza, ovvero fornisce all’attore sociale la motivazione e il senso dell’azione attraverso valori e norme che
vengono interiorizzate durante la socializzazione.
Gerarchia cibernetica:
- Sistema culturale (il più ricco di informazione ma povero d’energia)
- Sistema sociale
- La personalità [o sistema psichico]
- Organismo biologico (il più ricco di energia ma povero di informazione)
A partire dalla fine degli anni Sessanta nasce una nuova sociologia della cultura.
Essa ritiene fondamentale per l’analisi:
- le contraddizioni ed incongruenze entro il sistema culturale;
- il problema del dissenso e dell’innovazione sul piano culturale;
- il rapporto tra cultura e azione.
Della cultura si enfatizza il carattere complesso, ma essa viene anche definita come «cassetta degli attrezzi».
Si registra anche un avvicinamento tra sociologia e psicologia, necessaria per studiare le leggi che sono alla base dei processi cognitivi precoscienti.
Dimensioni della cultura
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La sociologia del Novecento dà una nuova definizione di cultura, secondo Richard Peterson «la cultura è costituita da quattro tipi di elementi: norme,
valori, credenze e simboli espressivi».
Coerenza / incoerenza
Le proposizioni culturali e non culturali si differenziano sul piano della coerenza/incoerenza.
Spesso si è confusa la coerenza del sistema culturale con l’integrazione della società.
Autori come Rimmel e Coser hanno sostenuto che il conflitto non è sempre un fattore di disgregazione, ma può essere e di solito è un elemento di
ordine: il conflitto, ad esempio, acuisce il senso dei confini di gruppo e rafforza il sentimento di identità e di appartenenza. Rimmel ha addirittura
affermato che a volte il nemico diventa addirittura indispensabile al mantenimento del gruppo, è per questo che in mancanza di esso si crea il «capro
espiatorio».
Il grado di integrazione di una cultura varia da cultura a cultura. E’ più elevato nelle società semplici, un esempio è il codice d’onore dei paesi
mediterranei. Se infatti cresce la complessità sociale, c’è anche maggiore differenziazione simbolica, si moltiplicano le scelte dell’individuo e dunque
gli individui si trovano a doversi confrontare con modelli culturali contrastanti. Si è anche parlato di «eccedenza culturale», ovvero dilatazione
dell’immaginario collettivo, a cui non corrispondono azioni e modelli di vita realmente praticabili.
Pubblico / privato
La cultura è pubblica perché le proposizioni da cui è costituita sono codificate in rappresentazioni di gruppi e simboli collettivi. Il linguaggio è
pubblico, poiché è oggettivamente accessibile da parte di tutti. La differenza tra pubblico e privato si chiarisce con l’esempio della danza (p.62).
Oggettività / soggettività
Durkheim è il primo autore, con le sue “rappresentazioni collettive” (servendosi anche del termine “istituzioni”), ad aver saldato le due dimensioni,
soggettiva ed oggettiva.
Durkheim ha posto l’accento sul carattere pubblico e collettivo della cultura, derivandone da questo anche la sua oggettività. Tra pubblico e oggettivo
non c’è completa sovrapposizione.
Una differenza importante sta nell’imparare una cultura ed esservi stato socializzato. Es. uno studioso del buddismo può saperne più di un credente,
ma le dottrine non hanno per lui i significati che hanno per un credente.
Esplicito / implicito
Si parla anche di dimensione esplicita / implicita della cultura: c’è una cultura tacita. Ci sono giudizi che i soggetti di un gruppo sociale esprimono,
ma dei quali non sono in grado di spiegare i motivi, a volte di molte norme nono si conoscono i fondamenti.
Componenti della cultura
I valori
Due usi di valore nel linguaggio comune: al singolare, qualcosa che si ritiene importante (qualsiasi oggetto può diventare un valore); al plurale, gli
ideali a cui gli esseri umani aspirano e a cui si riferiscono quando formulano giudizi.
Nelle scienze sociali con il termine valore si intende soprattutto il criterio della valutazione, ossia il principio generale in base al quale approviamo o
disapproviamo un certo modo di agire o di pensare
Il concetto di valore si distingue dunque da quello di preferenza: la preferenza indica ciò che si desidera, mentre il valore indica ciò che si dovrebbe
desiderare, ed ha quindi una dimensione normativa.
Si possono individuare tre dimensioni dei valori:
- dimensione affettiva
- dimensione cognitiva
- dimensione selettiva
Parsons formula il modello delle variabili strutturali (patterns variables):
- dilemma universalismo / particolarismo
- dilemma prestazione / qualità
- dilemma neutralità affettiva / affettività
- dilemma specificità / diffusione
Le norme
Le norme sono state create per regolare situazioni concrete «applicando» valori (es. il valore dell’onestà). Le norme, anche se possono essere
interiorizzate, sono formulate in maniera socialmente imperativa. Solitamente connesse ad esse ci sono anche sanzioni: negative (punizioni) o positive
(premi).
Le norme si distinguono dalle massime d’esperienza, ma un osservatore esterno fa fatica a distinguerle.
Un’altra divisione è tra norme costitutive (di qualcosa di nuovo, ad es. regole dei giochi) e norme regolative (di qualcosa che c’è già, ad es. precetti
religiosi).
C’è anche una distinzione per grado di formalizzazione, dal più alto (norme giuridiche) al più basso (“microrituali”). Importanti sono anche le norme
deontologiche che definiscono le etiche professionali.
I concetti
La categoria dei concetti è molto ampia. Essa comprende le proposizioni descrittive della realtà. Mentre le norme stabiliscono che cosa si deve fare, i
concetti stabiliscono che cosa è la realtà intorno a noi. Le prime, dunque, dicono cosa la realtà deve essere, le seconde quel che la realtà è.
Distinzione tra:
- credenze fattuali (cose che si sanno)
- credenze rappresentazionali (credenze, opinioni, convinzioni)
I simboli
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Simbolo segno capace di evocare una relazione tra un oggetto concreto e un’idea astratta (es. lo scettro è il simbolo della sovranità). La semiologia
studia i segni nell’ambito della vita sociale.
I simboli vanno distinti dai segnali, che hanno valore prevalentemente informativo (es. segnali stradali).
Altri segni che non vanno confusi sono i marchi, che hanno funzione rievocativa (rami spezzati dove si è passato).
I simboli hanno carattere intersoggettivo, ovvero sono condivisi da un gruppo sociale. Essi fanno anche parte della dimensione esplicita della cultura,
ovvero rappresentano un sapere che gli individui sono in grado di esprimere, ma senza di sviluppare i ragionamenti e le argomentazioni.
3 – NATURA, CULTURA, SOCIETA’
Cultura e struttura sociale
Distinzione importante tra cultura e società: la cultura fa riferimento a proposizioni e rappresentazioni sulla natura, l’uomo, la società e i loro rapporti;
la società fa riferimento alla struttura delle relazioni sociali, piccoli e grandi gruppi. Questa distinzione implica una relativa autonomia della cultura e
la considerazione del fatto che tra cultura e società c’è un rapporto bidirezionale, ossia c’è un’influenza reciproca.
L’ammissione dell’autonomia della cultura ha permesso una specializzazione ed una evoluzione della cultura nella vita sociale.
La cultura come «bussola»
Qual è il significato della cultura?
Molti autori hanno elaborato l’idea che la funzione della cultura consista principalmente nel dare senso alle nostre azioni e un ordine all’esperienza,
costituendo una sorta di «bussola».
Perché serve una bussola?
Gli antropologi affermano che il motivo sta nella carenza dell’organizzazione istintuale dell’uomo rispetto agli altri mammiferi, e quindi al necessi
di costruirsela.
Quindi la conseguenza è una costruzione sociale che dura tutta la vita, con una stabilità sempre sottoposta al mutamento. In questo modo la cultura, da
ornamento, diventa caratteristica necessaria per la vita.
Il problema del relativismo
In epoca moderna filosofi come Pascal, Montagne e Montesquieu hanno richiamato l’attenzione sulla molteplicità di modi di pensare ed agire, ossia il
relativismo dei mondi culturali.
Sull’argomento due poli:
- modelli riduzionisti (in cui rientrano marxismo, materialismo culturale) che tendono a minimizzare la variabilità culturale, sostenendo che
le variazioni sono solo superficiali e nascondono uniformità più profonde
- modelli relativisti (fenomenologia, storicismo, sociologia, antropologia, che insistono sull’unicità di ogni cultura, e quindi sulla profonda
variazione da una cultura all’altra. Per sociologi e antropologi è soprattutto un problema di metodo non si può affrontare lo studio di
una cultura con pregiudizi, applicando schemi prodotti dal proprio gruppo, ma occorre adeguarsi.
Quella del relativismo è dunque un’attitudine volta a contrastare l’etnocentrismo (la nostra civiltà è il centro di tutte le cose), che aveva caratterizzato
ricerche di antropologi, missionari, viaggiatori.
Ci sono però, d’altra parte, degli universali culturali, ovvero tratti comuni a tutte le culture (es. il tabù dell’incesto e il complesso di Edipo; la norma
della reciprocità contraccambiare favori o vantaggi).
4 – LA DIFFERENZIAZIONE CULTURALE NELLE SOCIETA’ MODERNE
Il pluralismo culturale
Il pluralismo culturale può essere definito come una diversità per quanto concerne i valori e le norme sociali. Il pluralismo si manifesta soprattutto
nella sociemoderna, ma anche nelle società del passato accadeva qualcosa di simile. In esse, ad esempio nella società-stato agricola, la cultura era
segmentata orizzontalmente, ossia c’erano nette divisioni di stato, casta, gruppo. Le cose cambiano con la società industriale, mobile ed instabile.
Il pluralismo vero e proprio si verifica quanto una società è industrializzata ed esiste alta mobilità si a geografica che sociale. Durkheim e Simmel
avevano già trattato l’argomento della complessità sociale, individuando due caratteristiche: l’aumento del numero e della varietà degli elementi del
sistema, e la moltiplicazione delle relazioni di interdipendenza tra gli stessi elementi.
Simmel però pone l’accento su un altro aspetto importante: nella società premoderna l’individuo era legato dalla nascita a un numero limitato di
gruppi, entro un sistema di cerchie sociali concentriche. Con la complessità sociale si perde questa organizzazione: è possibile che l’individuo passi da
un “mondo” all’altro nell’arco della stessa giornata, facendo parte di vari gruppi, che magari non hanno elementi in comune (es. club sportivo e
gruppo di volontariato).
Subculture
La subcultura è uno strumento concettuale che serve a rappresentare una differenziazione culturale, che avviene nella società industriale moderna. Tre
tratti distintivi:
- il prefisso sub, che descrive la cultura del gruppo come subalterna, subordinata alla cultura pampia, presentandosi dunque come “di
nicchia”. Subordinazione perché gli individui sono definiti dagli altri e da se stessi come devianti. E’ il caso delle subculture delinquenti.
- il concetto di subcultura si basa su differenze di classe, etnia, o semplicemente geografiche.
- tutte le sottoculture hanno in comune una cosa: vengono acquisite solo per interazione con quanti gcondividono il modello culturale.
Perché si possa parlare di subcultura, quindi, ci deve essere un sistema di interazioni a livello microsociale che esprime specifici modelli
culturali.
L’analisi delle subcultura ha una lunga tradizione di studi, ed ha origine nella Scuola di Chacago, per un periodo che va dagli anni Venti agli anni
Sessanta. Tuttavia solo con lo studio di Cohen, sulle bande malavitose, esso viene esplicitato. Egli fornisce un ritratto della subcultura delinquente:
essa si concentra soprattutto nel settore maschile della gioventù della classe operaia. La subcultura delle bande giovanili è gratuita, per ottenere cioè
solo un riconoscimento da parte degli altri. La subcultura è distruttiva perché prende le proprie norme dalla cultura circostante e le capovolge. Inoltre
la banda non si specializza su una attività criminale, come gli adulti, ma fa di volta in volta quello che regala edonismo immediato.
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Informazioni sul documento
Caricato da: giuly
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Indirizzo:
Universita: Università di Roma Tor Vergata
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claudia792 - Università di Urbino Carlo Bo

utilissimo

01/08/13 11:27
cixigneo - Università di Torino

grazie mille!!

20/07/13 12:38
090187 - Università di Cassino

appunti utilissimi per l'esame che dovrò sostenere :-) speriamo bene :-p

09/05/13 10:32
giulia.melara.71 - Università di Modena e Reggio Emilia

Grazie, utilissimo

26/04/13 12:23
sara.paris - Università di Modena e Reggio Emilia

=)

19/04/13 09:11
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