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Riassunto esame di "Sociologia dei Processi Culturali" (libro consigliato: Sciolla), Sintesi di Sociologia Dei Processi Culturali. Università di Roma Tor Vergata

Sociologia Dei Processi Culturali

Materie simili: Sociologia
Descrizione: SOCIOLOGIA DEI PROCESSI CULTURALI 1 ? LA NASCITA DEL CONCETTO SCIENTIFICO DI CULTURA, La scuola francese di sociologia,La tradizione sociologica tedesca. 2 ? DIMENSIONI E COMPONENTI DELLA CULTURA L'approccio sociologico alla cultura 3 ? NATURA, CULTURA, SOCIETA' Cultura e struttura sociale 4 ? LA DIFFERENZIAZIONE CULTURALE NELLE SOCIETA' MODERNE 5 ? SOCIETA' E CULTURA: COME LA SOCIETA' INFLUENZA LA CULTURA 6 ? SOCIETA' E CULTURA: COME LA CULTURA INFLUENZA L'AZIONE SOCIALE, Modello dell'attore socializzato
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Universita: Università di Roma Tor Vergata
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latcan_aurelia - Università Roma Tre

ciao, scusate, ma non so come funziona.
a me serve di scaricare solo un riassunto; devo pagare mensilmente??

21/03/16 00:52
alessia.recchia.35 - Università Roma Tre

utile

15/03/16 11:45
claudia792 - Università di Urbino Carlo Bo

utilissimo

01/08/13 11:27
cixigneo - Università di Torino

grazie mille!!

20/07/13 12:38
090187 - Università di Cassino

appunti utilissimi per l'esame che dovrò sostenere :-) speriamo bene :-p

09/05/13 22:32

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SOCIOLOGIA DEI PROCESSI CULTURALI

1 – LA NASCITA DEL CONCETTO SCIENTIFICO DI CULTURA

La genesi del termine Due concezioni della cultura: - concezione umanistica o classica (i filosofi dell’antichità e i romani…) - concezione antropologica o moderna Nell’ottocento Matthew Arnold disse che la cultura rappresentava «quanto di meglio è stato pensato e conosciuto». La concezione antropologica della cultura si afferma alla fine dell’800, ma c’erano già accenni nel secolo precedente, con pensatori tedeschi (come Herder). Antitesi tra «cultura» (Kultur) e «civilizzazione» sottolineata da Norbert Elias nel 1936. Inizialmente il concetto di cultura nasce su un «terreno sociale», ovvero come differenziazione e contrapposizione rispetto allo stile di vita dell’aristocrazia. Antitesi CULTURA-CIVILTA’.

I caratteri della cultura nell’antropologia Si riconosce l’esistenza di una cultura primitiva (idea trascurata dalla tradizione illuminista). Tre componenti della cultura nell’antropologia:

- la religione, la morale, il diritto (ciò che gli uomini pensano)  complessi di norme e credenze esplicite - i costumi e le abitudini (ciò che gli uomini fanno) che l’uomo acquisisce per il fatto di stare in una comunità - Gli artefatti (ciò che gli uomini producono) costruiti non solo come opera d’arte ma anche come oggetti di culto e uso quotidiano

Tre caratteri principali costituiscono la cultura: - La cultura è appresa [differenza uomo-animale = l’uomo è capace di apprendere a livello simbolico] - La maggior parte della tradizione antropologica attribuisce alla cultura anche il carattere della totalità dell’ambiente proprio dell’uomo [il

problema di questa considerazione è che in questo modo la cultura verrebbe a sovrapporsi con la società] - La condivisione: pur ammettendo l’esistenza di una variabilità individuale, per essere definito culturale un fenomeno deve essere

condiviso da un gruppo.

L’idea di cultura in tre tradizioni sociologiche La sociologia, fin dagli esordi nella seconda metà dell’Ottocento, vuole essere una scienza generale dei fenomeni sociali. La scuola di Chicago In America, la scuola più importante è quella di Chicago. Divenne famosa per l’analisi dei processi sociali innescati nelle metropoli dal flusso continuo di arrivo di immigrati dall’Europa. William Thomas e Florian Znaniecki analizzano il processo con cui la cultura di origine degli immigrati polacchi incide sul modo con cui si inseriscono nella nuova comunità. Nuovo metodo, etnografico  non si analizzano solo le statistiche, ma anche materiale autobiografico. Importante anche il ruolo di mediazione presente. Ne risulta che i polacchi cercano a tutti i costi di mantenere una propria identità culturale, pur integrandosi nella società americana. Ancora Thomas pone l’accento sul «patrimonio culturale» che ogni immigrato porta con sé. Teoria dell’«uomo marginale» (elaborata ne Gli immigrati e l’America)  colui che sperimenta un’incongruenza tra il sistema culturale della comunità da cui proviene e quella nuova: egli subisce una duplice perdita, il proprio status e il proprio senso di sé. Anni dopo i coniugi Robert ed Helen Lynd avviavano uno studio non più sulle metropoli, ma su una città americana di medie dimensioni, che chiamarono Middletown. Il metodo di studio era quello usato dagli antropologi per studiare le comunità primitive viventi, con una sorta di «antropologia sociale della vita contemporanea». Il dato più importante del loro lavoro riguarda il fatto che mentre dal 1890 al 1924 la tecnologia fa passi da gigante, non altrettanto avviene per il livello culturale. In seguito anche Park si cimenterà con uno studio del genere, ovvero con la «microsociologia urbana». Scrisse The City, costruito su una comprensione eminentemente culturale della città. Introduce anche l’importanza del vicinato e la possibilità per gli individui, di vivere contemporaneamente in più mondi diversi, cosa impossibile fino a pochi anni prima, con mancanza di mezzi comunicativi adeguati. Ora c’è molta più mobilità da parte della popolazione. Park non utilizza ancora il termine «subcultura» ma ne anticipa i tratti salienti, dal momento che descrive la differenziazione culturale dei sobborghi a carattere occupazionale, dei ghetti di immigrati su base etnica, tutto come «città entro la città». Alcune relazioni primarie sono state sostituite da relazioni secondarie, che non comportano la compresenza fisica tra le persone. Sono cambiate anche le forme del controllo sociale: la pubblica opinione ha sostituito il pettegolezzo del villaggio. Park, probabilmente influenzato da Simmel, sottolinea anche l’individualizzazione dell’uomo, generato dalla pluralizzazione dei contatti. Un altro filosofo dell’Università di Chicago, George Herbert Mead sviluppò una complessa teoria della socialità della mente e dell’identità. La scuola francese di sociologia La sociologia in Francia è legata al nome di Emile Durkheim. Egli, più che subire l’influenza dell’antropologia (caratteristica della scuola americana), contribuisce alla costituzione dell’antopologia stessa. Non utilizza il metodo antropologico delle società primitive moderne per studiare metropoli (metodo scuola Chicago), ma utilizza dati etnografici, per ricavare una teoria generale. Per Durkheim antropologia e sociologia non si differenziano per oggetto di studio, ma per tipo di analisi (differenza metodologica  l’antropologia studiava la descrizione empirica delle società primitive, la sociologia doveva formulare un’analisi teorica in merito). Durkheim critica l’utilitarismo, non credendo che tutto si possa basare sui contratti stipulati dai singoli individui. E’ necessaria una solidarietà precontrattuale e quindi non sono la razionalità e gli interessi individuali a tenere unita la società, ma qualcosa che costituisce il loro fondamento, individuato nella dimensione simbolica. Durkheim presenta inoltra il concetto di rappresentazioni collettive, o coscienza collettiva, ossia insieme di forti sentimenti, norme e valori comuni. Ma afferma anche l’affermarsi di una nuova religione dell’individuo. La novità del suo pensiero sta nell’individuazione del carattere oggettivo ed istituzionale della cultura. Ci sono rappresentazioni collettive e rappresentazioni individuali. Norme di esteriorità e obbligatorietà regolamentano le rappresentazioni e definiscono i cosiddetti “fatti sociali”. Durkheim sosteneva il carattere cognitivo e morale della cultura, ma anche e soprattutto, la sua funzione ordinatrice.

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La tradizione sociologica tedesca Non c’è una vera e propria scuola sociologica tedesca, perché non c’è un approccio unitario. Il contributo di autori come Georg Simmel e Max Weber è incastonato nel contesto storico e nazionale tedesco, che all’epoca risentiva di due dibattiti in particolare:

- il dibattito metodologico, sulle modalità di comprensione dei fenomeni culturali, intesi come l’intera gamma dei fenomeni storici e sociali. Gli storicisti rivendicavano l’autonomia delle scienze dello spirito, per le quali, secondo loro, non potevano esistere leggi generali analoghe a quelle delle scienze naturali. Al metodo nomotetico (delle scienze naturali) veniva dunque contrapposto il metodo idiografico  per descrivere i fenomeni della vita storica e sociale così come si presentano nella loro individualità. Per Simmel le scienze in generale non possono aspirare a un ideale assoluto di verità. Per Weber le differenze tra le due scienze non riguardano l’oggetto e nemmeno il metodo, ma gli scopi conoscitivi del ricercatore (per lui gli esseri umani sono esseri culturali).

- La controversia tra idealismo e materialismo (in seguito alla critica dell’idealismo hegeliano da parte di Marx). Il dilemma era se i fattori culturali possedevano una loro autonomia ed erano in grado di influenzare le relazioni sociali, o, viceversa, rappresentavano un fenomeno della struttura economico sociale, un mero riflesso della realtà. Per Weber c’è condizionamento reciproco tra idee e società.

Simmel analizza la differenza tra cultura oggettiva e cultura soggettiva e anche l’individualismo; pone anche l’accento sull’innovazione della cultura. Per Alfred Weber, fratello di Max, con la sociologia della cultura si riconoscono due mondi diversi: uno soggettivo dell’elaborazione artistica e l’altro oggettivo dell’elaborazione scientifica. Riprende anche l’antitesi cultura/civilizzazione e considera la cultura come oggetto a sé stante. Mannheim e Scheler elaborarono negli anni Venti i fondamenti della sociologia della conoscenza. Al centro del loro interesse, la ricerca delle relazioni tra esistenza e pensiero, tra gli aspetti della conoscenza e la realtà sociale in cui si sviluppano. Scheler opera inoltre una distinzione tra fattori ideali, che costituiscono la sfera spirituale della cultura, e fattori reali, in cui annovera una grande quantità di elementi. Mannheim studia soprattutto le ideologie politiche (liberalismo, conservatorismo) e le credenze utopiche.

2 – DIMENSIONI E COMPONENTI DELLA CULTURA

L’approccio sociologico alla cultura

Come la sociologia si distacca dall’antropologia in quattro aspetti: 1 – Distinzione analitica società / cultura, che appartiene a tutte e tre le tradizioni (americana, francese, tedesca) 2 – Aspetto tipico della tradizione americana e tedesca: l’enfasi sulla differenziazione interna alla cultura (es. analisi delle differenze interne ad una cultura industriale metropolitana  Chicago, oppure l’importanza della dimensione storica e temporale dei fenomeni culturali. Durkheim sottolinea il problema dell’anomia (mancanza di regole), che genera «disordine culturale». 3 – Capacità innovativa e creativa della cultura  importanza data (soprattutto da americani e tedeschi) alle differenze tra gruppi, alla presenza di elite, ai gruppi minoritari. Max Weber usa il concetto di «carisma» per spiegare l’origine di nuovi sistemi di idee. 4 – L’importanza delle forme dell’interazione sociale, con “agenzie di socializzazione” (famiglia, maestre, gruppi di amici). Questa è la caratteristica meno sviluppata dalla tradizione sociologica. Durkheim e i francesi sembrano adottare un modello più vicino a quello dell’antropologia, dove la trasmissione culturale è vista come un processo di condizionamento. Dunque la sociologia si afferma in parte accettando prospettive antropologiche, in parte rifiutandole. Da Parsons alla nuova sociologia della cultura A partire dagli anni Trenta si è verificato un declino dell’interesse sociologico per l’analisi della cultura. Dalla fine degli anni Trenta agli anni Cinquanta vi sono stati singoli contributi, che sono rimasti isolati o sottovalutati (come Norbert Elias o Florian Znaniecki o Robert Merton). Negli anni Cinquanta, negli Stati Uniti, la prospettiva empirica della scuola di Chicago lascia il campo a quella molto più teorica e astratta dello struttural-funzionalismo, elaborata dal sociologo Talcott Parsons. E questo rappresenta il miglior tentativo di costruire una teoria generale dell’azione sociale. Parsons opera sia una restrizione dell’ambito semantico del concetto di cultura, sia lo astrae, identificandolo come realtà non immediatamente constatabile. Egli sottolinea, però, anche il carattere normativo della cultura (non più adattivo, come nelle popolazioni primitive) ed essa viene quindi definita come insieme di modelli di comportamento che godono di un consenso sociale. Affinché la cultura svolga la funzione di bussola, è necessario che si fondi su un sistema di valori. Egli rende anche esplicito un aspetto già sviluppato dai “classici”, ovvero la necessità della distinzione analitica tra società e cultura. Egli elabora inoltra uno schema in cui distingue quattro sottosistemi che intervengono nell’azione sociale: la personalità, la cultura, il sistema sociale e l’organismo biologico. L’organismo biologico svolge la funzione dell’adattamento, cioè stabilisce un rapporto con l’ambiente fisico. La personalità svolge la funzione del conseguimento, cioè mobilita le energie psichiche che servono a raggiungere determinati scopi. Il sistema sociale rappresenta la funzione dell’integrazione, ovvero stabilisce le forme della coesione. La cultura svolge la funzione della latenza, ovvero fornisce all’attore sociale la motivazione e il senso dell’azione attraverso valori e norme che vengono interiorizzate durante la socializzazione. Gerarchia cibernetica:

- Sistema culturale (il più ricco di informazione ma povero d’energia) - Sistema sociale - La personalità [o sistema psichico] - Organismo biologico (il più ricco di energia ma povero di informazione)

A partire dalla fine degli anni Sessanta nasce una nuova sociologia della cultura. Essa ritiene fondamentale per l’analisi:

- le contraddizioni ed incongruenze entro il sistema culturale; - il problema del dissenso e dell’innovazione sul piano culturale; - il rapporto tra cultura e azione.

Della cultura si enfatizza il carattere complesso, ma essa viene anche definita come «cassetta degli attrezzi». Si registra anche un avvicinamento tra sociologia e psicologia, necessaria per studiare le leggi che sono alla base dei processi cognitivi precoscienti.

Dimensioni della cultura

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La sociologia del Novecento dà una nuova definizione di cultura, secondo Richard Peterson «la cultura è costituita da quattro tipi di elementi: norme, valori, credenze e simboli espressivi». Coerenza / incoerenza Le proposizioni culturali e non culturali si differenziano sul piano della coerenza/incoerenza. Spesso si è confusa la coerenza del sistema culturale con l’integrazione della società. Autori come Rimmel e Coser hanno sostenuto che il conflitto non è sempre un fattore di disgregazione, ma può essere e di solito è un elemento di ordine: il conflitto, ad esempio, acuisce il senso dei confini di gruppo e rafforza il sentimento di identità e di appartenenza. Rimmel ha addirittura affermato che a volte il nemico diventa addirittura indispensabile al mantenimento del gruppo, è per questo che in mancanza di esso si crea il «capro espiatorio». Il grado di integrazione di una cultura varia da cultura a cultura. E’ più elevato nelle società semplici, un esempio è il codice d’onore dei paesi mediterranei. Se infatti cresce la complessità sociale, c’è anche maggiore differenziazione simbolica, si moltiplicano le scelte dell’individuo e dunque gli individui si trovano a doversi confrontare con modelli culturali contrastanti. Si è anche parlato di «eccedenza culturale», ovvero dilatazione dell’immaginario collettivo, a cui non corrispondono azioni e modelli di vita realmente praticabili. Pubblico / privato La cultura è pubblica perché le proposizioni da cui è costituita sono codificate in rappresentazioni di gruppi e simboli collettivi. Il linguaggio è pubblico, poiché è oggettivamente accessibile da parte di tutti. La differenza tra pubblico e privato si chiarisce con l’esempio della danza (p.62). Oggettività / soggettività Durkheim è il primo autore, con le sue “rappresentazioni collettive” (servendosi anche del termine “istituzioni”), ad aver saldato le due dimensioni, soggettiva ed oggettiva. Durkheim ha posto l’accento sul carattere pubblico e collettivo della cultura, derivandone da questo anche la sua oggettività. Tra pubblico e oggettivo non c’è completa sovrapposizione. Una differenza importante sta nell’imparare una cultura ed esservi stato socializzato. Es. uno studioso del buddismo può saperne più di un credente, ma le dottrine non hanno per lui i significati che hanno per un credente. Esplicito / implicito Si parla anche di dimensione esplicita / implicita della cultura: c’è una cultura tacita. Ci sono giudizi che i soggetti di un gruppo sociale esprimono, ma dei quali non sono in grado di spiegare i motivi, a volte di molte norme nono si conoscono i fondamenti.

Componenti della cultura I valori Due usi di valore nel linguaggio comune: al singolare, qualcosa che si ritiene importante (qualsiasi oggetto può diventare un valore); al plurale, gli ideali a cui gli esseri umani aspirano e a cui si riferiscono quando formulano giudizi. Nelle scienze sociali con il termine valore si intende soprattutto il criterio della valutazione, ossia il principio generale in base al quale approviamo o disapproviamo un certo modo di agire o di pensare Il concetto di valore si distingue dunque da quello di preferenza: la preferenza indica ciò che si desidera, mentre il valore indica ciò che si dovrebbe desiderare, ed ha quindi una dimensione normativa. Si possono individuare tre dimensioni dei valori:

- dimensione affettiva - dimensione cognitiva - dimensione selettiva

Parsons formula il modello delle variabili strutturali (patterns variables): - dilemma universalismo / particolarismo - dilemma prestazione / qualità - dilemma neutralità affettiva / affettività - dilemma specificità / diffusione

Le norme Le norme sono state create per regolare situazioni concrete «applicando» valori (es. il valore dell’onestà). Le norme, anche se possono essere interiorizzate, sono formulate in maniera socialmente imperativa. Solitamente connesse ad esse ci sono anche sanzioni: negative (punizioni) o positive (premi). Le norme si distinguono dalle massime d’esperienza, ma un osservatore esterno fa fatica a distinguerle. Un’altra divisione è tra norme costitutive (di qualcosa di nuovo, ad es. regole dei giochi) e norme regolative (di qualcosa che c’è già, ad es. precetti religiosi). C’è anche una distinzione per grado di formalizzazione, dal più alto (norme giuridiche) al più basso (“microrituali”). Importanti sono anche le norme deontologiche che definiscono le etiche professionali. I concetti La categoria dei concetti è molto ampia. Essa comprende le proposizioni descrittive della realtà. Mentre le norme stabiliscono che cosa si deve fare, i concetti stabiliscono che cosa è la realtà intorno a noi. Le prime, dunque, dicono cosa la realtà deve essere, le seconde quel che la realtà è. Distinzione tra:

- credenze fattuali (cose che si sanno) - credenze rappresentazionali (credenze, opinioni, convinzioni)

I simboli

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Simbolo  segno capace di evocare una relazione tra un oggetto concreto e un’idea astratta (es. lo scettro è il simbolo della sovranità). La semiologia studia i segni nell’ambito della vita sociale. I simboli vanno distinti dai segnali, che hanno valore prevalentemente informativo (es. segnali stradali). Altri segni che non vanno confusi sono i marchi, che hanno funzione rievocativa (rami spezzati dove si è passato). I simboli hanno carattere intersoggettivo, ovvero sono condivisi da un gruppo sociale. Essi fanno anche parte della dimensione esplicita della cultura, ovvero rappresentano un sapere che gli individui sono in grado di esprimere, ma senza di sviluppare i ragionamenti e le argomentazioni.

3 – NATURA, CULTURA, SOCIETA’

Cultura e struttura sociale

Distinzione importante tra cultura e società: la cultura fa riferimento a proposizioni e rappresentazioni sulla natura, l’uomo, la società e i loro rapporti; la società fa riferimento alla struttura delle relazioni sociali, piccoli e grandi gruppi. Questa distinzione implica una relativa autonomia della cultura e la considerazione del fatto che tra cultura e società c’è un rapporto bidirezionale, ossia c’è un’influenza reciproca. L’ammissione dell’autonomia della cultura ha permesso una specializzazione ed una evoluzione della cultura nella vita sociale.

La cultura come «bussola»

Qual è il significato della cultura? Molti autori hanno elaborato l’idea che la funzione della cultura consista principalmente nel dare senso alle nostre azioni e un ordine all’esperienza, costituendo una sorta di «bussola». Perché serve una bussola? Gli antropologi affermano che il motivo sta nella carenza dell’organizzazione istintuale dell’uomo rispetto agli altri mammiferi, e quindi al necessità di costruirsela. Quindi la conseguenza è una costruzione sociale che dura tutta la vita, con una stabilità sempre sottoposta al mutamento. In questo modo la cultura, da ornamento, diventa caratteristica necessaria per la vita.

Il problema del relativismo

In epoca moderna filosofi come Pascal, Montagne e Montesquieu hanno richiamato l’attenzione sulla molteplicità di modi di pensare ed agire, ossia il relativismo dei mondi culturali. Sull’argomento due poli:

- modelli riduzionisti (in cui rientrano marxismo, materialismo culturale) che tendono a minimizzare la variabilità culturale, sostenendo che le variazioni sono solo superficiali e nascondono uniformità più profonde

- modelli relativisti (fenomenologia, storicismo, sociologia, antropologia, che insistono sull’unicità di ogni cultura, e quindi sulla profonda variazione da una cultura all’altra. Per sociologi e antropologi è soprattutto un problema di metodo  non si può affrontare lo studio di una cultura con pregiudizi, applicando schemi prodotti dal proprio gruppo, ma occorre adeguarsi.

Quella del relativismo è dunque un’attitudine volta a contrastare l’etnocentrismo (la nostra civiltà è il centro di tutte le cose), che aveva caratterizzato ricerche di antropologi, missionari, viaggiatori. Ci sono però, d’altra parte, degli universali culturali, ovvero tratti comuni a tutte le culture (es. il tabù dell’incesto e il complesso di Edipo; la norma della reciprocità  contraccambiare favori o vantaggi).

4 – LA DIFFERENZIAZIONE CULTURALE NELLE SOCIETA’ MODERNE

Il pluralismo culturale

Il pluralismo culturale può essere definito come una diversità per quanto concerne i valori e le norme sociali. Il pluralismo si manifesta soprattutto nella società moderna, ma anche nelle società del passato accadeva qualcosa di simile. In esse, ad esempio nella società-stato agricola, la cultura era segmentata orizzontalmente, ossia c’erano nette divisioni di stato, casta, gruppo. Le cose cambiano con la società industriale, mobile ed instabile. Il pluralismo vero e proprio si verifica quanto una società è industrializzata ed esiste alta mobilità si a geografica che sociale. Durkheim e Simmel avevano già trattato l’argomento della complessità sociale, individuando due caratteristiche: l’aumento del numero e della varietà degli elementi del sistema, e la moltiplicazione delle relazioni di interdipendenza tra gli stessi elementi. Simmel però pone l’accento su un altro aspetto importante: nella società premoderna l’individuo era legato dalla nascita a un numero limitato di gruppi, entro un sistema di cerchie sociali concentriche. Con la complessità sociale si perde questa organizzazione: è possibile che l’individuo passi da un “mondo” all’altro nell’arco della stessa giornata, facendo parte di vari gruppi, che magari non hanno elementi in comune (es. club sportivo e gruppo di volontariato).

Subculture

La subcultura è uno strumento concettuale che serve a rappresentare una differenziazione culturale, che avviene nella società industriale moderna. Tre tratti distintivi:

- il prefisso sub, che descrive la cultura del gruppo come subalterna, subordinata alla cultura più ampia, presentandosi dunque come “di nicchia”. Subordinazione perché gli individui sono definiti dagli altri e da se stessi come devianti. E’ il caso delle subculture delinquenti.

- il concetto di subcultura si basa su differenze di classe, etnia, o semplicemente geografiche. - tutte le sottoculture hanno in comune una cosa: vengono acquisite solo per interazione con quanti già condividono il modello culturale.

Perché si possa parlare di subcultura, quindi, ci deve essere un sistema di interazioni a livello microsociale che esprime specifici modelli culturali.

L’analisi delle subcultura ha una lunga tradizione di studi, ed ha origine nella Scuola di Chacago, per un periodo che va dagli anni Venti agli anni Sessanta. Tuttavia solo con lo studio di Cohen, sulle bande malavitose, esso viene esplicitato. Egli fornisce un ritratto della subcultura delinquente: essa si concentra soprattutto nel settore maschile della gioventù della classe operaia. La subcultura delle bande giovanili è gratuita, per ottenere cioè solo un riconoscimento da parte degli altri. La subcultura è distruttiva perché prende le proprie norme dalla cultura circostante e le capovolge. Inoltre la banda non si specializza su una attività criminale, come gli adulti, ma fa di volta in volta quello che regala edonismo immediato.

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Un secondo filone di ricerche è legato all’Università di Birmingham, durante gli anni Settanta. Il fuoco di interesse si sposta dalle subculture delinquenti alle subculture giovanili in generale (mods, punks, skinheads). Anche le subculture giovanili appartengono in prevalenza alla classe operaia. Secondo Hall e Jefferson la subcultura è una soluzione di compromesso tra l’esigenza di essere autonomi e mantenere l’identificazione con i genitori. Le subculture adottano tratti della cultura d’origine, e una valorizzazione della mascolinità. Chi appartiene ad un gruppo si identifica con l’uso di oggetti (Vespa per i Mods, spille per i Punks), per un certo tipo di pettinatura, o per l’ascolto di un certo tipo di musica. Tutto ciò per formare uno stile distintivo. Anche in Italia, negli anni Ottanta, si affermano subculture giovanili metropolitane, ma in maniera meno efficace rispetto alle omologhe subculture inglesi.

Cultura alta, cultura popolare, cultura di massa La sociologia ha cercato di operare una distinzione tra cultura alta, cultura popolare e cultura di massa. Il dibattito inizia negli anni Venti. Nella società preindustriale la cultura alta è unicamente a beneficio di un’elite sociale, d’altra parte la cultura popolare è patrimonio della vita quotidiana, delle feste delle popolazioni. Secondo alcuni, il passaggio alla società industriale di massa produce effetti negativi sulla cultura popolare, che subisce una metamorfosi totale, degenera e si sottomette alla logica del consumo, diventando cultura di massa, con caratteristiche di standardizzazione e superficialità. La nozione cultura di massa ha sia carattere descrittivo (è per la massa) sia carattere valutativo (viene considerata negativamente). La Scuola di Francoforte in Germania (con pensatori come Adorno e Lowenthal) propose la teoria della semicultura, affermando la presenza di un’industria culturale basata sui mezzi di comunicazione dei massa e volta all’omologazione culturale. C’è anche da dire che ricerche storiche hanno mostrato quanto la cultura popolare fosse estremamente diversificata. La cultura popolare, inoltre, non è imitazione della cultura d’elite, ma c’è interazione tra le due (es. Dante che porta al popolo progetti pensati per l’aristocrazia / nobili che si divertono coi balli dei contadini). Gli intermediari tra i due “mondi” erano i tipografi avventizi, creatori dei libretti popolari. Le definizioni stesse di cultura alta e popolare non sono stabili, ma cambiano nel tempo: quel che può sembrare patrimonio di una cultura alta può diventare tipico della cultura popolare e viceversa.

Cultura e classi sociali Valori e credenze non variano casualmente, ma seguono linee di divisione sociale. Classe e coscienza per Karl Marx Nelle società complesse sono presenti strutture di diseguaglianze economiche e sociali. Queste disuguaglianze assumono caratteristiche riassunte con il nome di classi. La stratificazione in classi è diversa rispetto per esempio a due sistemi tradizionali:

- il sistema indù delle caste (che divide l’insieme della società in gruppi ereditari distinti e gerarchicamente ordinati, con contrapposizione tra puri e impuri)

- il sistema dei ceti degli stati feudali (con una struttura basata sul valore del sangue: si classificavano le persone in base al ceto a cui si apparteneva per nascita, non in base alla ricchezza).

Le strutture tradizionali di disuguaglianza avevano, comunque, una caratteristica comune: ognuno non poteva cambiare il proprio status e allora si erano sviluppati sofisticati sistemi di legittimazione religiosa dell’ordine sociale. Con la nascita del capitalismo, con le rivoluzioni inglese e francese i sistemi di giustificazione e legittimazione crollano ed emergono nuovi valori, legati all’idea dell’uguaglianza. Dal XVII secolo anche le dottrine filosofiche insistono sulla naturalità dell’uguaglianza, ovvero il contrario della credenza precedente (naturalità della disuguaglianza). Karl Marx pone l’accento sulle classi sociali, al centro di tutta la sua opera. Per lui esse hanno un fondamento prevalentemente economico ed esistono due classi principali:

- la borghesia, proprietaria dei mezzi di produzione - il proletariato, che possiede solo la propria forza lavoro e deve venderla per sopravvivere

Marx distingue tra «classe in sé» (ovvero la collocazione oggettiva delle persone) e «classe per sé» (che fa riferimento alla dimensione soggettiva, alla presa di coscienza degli individui di appartenere a una comunità). Egli afferma anche che c’è una struttura economica che determina una sovrastruttura politica e giuridica: tutta la realtà è cioè un riflesso dei rapporti economici sottostanti. Marx pone anche l’accento sulla nozione di pratica e sulla necessità di analizzare concretamente la vita materiale. La pratica di cui parla Marx è:

- quella lavorativa con cui si riproducono le condizioni dell’esistenza - quella trasformatrice dei rapporti sociali di produzione

Marx sostiene inoltre che la coscienza di classe emerga con l’omogeneità interna ad una classe (riduzione differenza di lingua, religione ecc.) e concentrazione delle forze produttive nello stesso luogo (i grandi stabilimenti facilitano la comunicazione tra i membri della stessa classe). Classi e ceti secondo Weber Mentre Marx voleva il crollo del capitalismo, Weber si poneva interrogativi sulle origini di esso. Nella sua formazione, Weber fu influenzato dal marxismo. Weber era preoccupato che la sua opera fosse solo vista come un rovesciamento della tesi marxiana. Mentre per Marx le classi si collocano all’interno dei rapporti di produzione, per Weber il luogo privilegiato entro cui si costituiscono è il mercato. L’enfasi è posta sulla distribuzione più che sulla produzione. Marx ha parlato di proprietari e non proprietari, Weber aggiunge due rapporti: il rapporto tra creditori e debitori e il rapporto tra venditori e compratori. Oltre alla classe, Weber analizza la stratificazione per ceti. Mentre le classi sono legate alla sfera economica, i ceti sono situati nella sfera della cultura. Soggetti che fanno parte di classi diverse possono far parte dello stesso ceto, e viceversa. Il ceto tende alla chiusura sociale e la sua caratteristica è la ricerca di prestigio sociale. Weber utilizza il termine «affinità elettive» (di Goethe) per sottolineare il carattere non deterministico, ma reciproco e bilaterale tra la realtà economico-sociale e la configurazione culturale, con valori morali e religiosi. Presenta studi comparati nei quali mostra diversi orientamenti religiosi:

- un orientamento religioso mistico, in cui l’individuo diventa un tutt’uno con la divinità, e il singolo cerca la salvezza per sé (tipico delle religioni orientali, dell’Asia e soprattutto dell’India). Questo orientamento prevede la presenza dominante di strati intellettuali elevati.

- quando si forma uno strato ierocratico, cioè un gruppo di individui dediti alla cura professionale del culto, esso tenderà a sottoporre la salvezza a suo diretto controllo. La religiosità presenta dunque un carattere ritualistico.

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- Gli strati guerrieri cavallereschi risultavano estranei ad atteggiamenti mistici, ma erano incapaci di avere una visuale razionalistica. La loro forma di religiosità faceva perno sull’idea del destino.

- lo strato contadino, la cui esistenza era legata alla produzione della terra, manifestava un’affinità con una religiosità di tipo magico, rivolta a procurarsi i favori degli spiriti.

- gli strati borghesi non vivono solo sulla terra come i contadini, ma hanno una condotta di vita orientata razionalmente. E’ a loro affine, dunque, una religiosità che prospetti una regolamentazione etica. Questa religiosità si è storicamente manifestata nelle religioni profetiche (come il cristianesimo) con cui i credenti si sentivano strumenti di Dio.

Weber vuole altresì dimostrare la tesi che il capitalismo moderno sia stato favorito dalla diffusione della religione protestante dopo lo scisma seguito alla Riforma. Secondo lui la classe portatrice dello spirito del capitalismo non è la borghesia tradizionale, ma la media borghesia industriale. Egli individua una configurazione di valori del capitalismo:

- la concezione del guadagno come fine in sé (non come mezzo per raggiungere qualche altro fine, per soddisfare bisogni materiali, ma per investire in nuova ricchezza)

- l’idea del dovere professionale (il singolo sente un’obbligazione morale verso la sua attività professionale) L’ethos capitalistico, per affermarsi, si dovette dunque scontrare con un modo di comportarsi tradizionalistico. Stratificazione sociale e cultura nella ricerca sociologica contemporanea Thompson, storico inglese, critica l’interpretazione di Marx, affermando che la classe non è un’entità, ma un insieme di relazioni. Egli afferma che la classe operaia organizzata e autoconsapevole era quella del periodo industriale nelle tradizioni locali del XVIII secolo. Richard Hoggart afferma che a metà Novecento, molte specificità nella classe operaia erano ancora riconoscibili. L’identità di gruppo era ancora molto sentita, la sua cultura si esprimeva anche nelle scelte di consumo. Oggi è difficile riconoscere un rapporto fra classe operaia e cultura, così stretto da formare una vera e propria comunità. Anche se i confini di classe sono più mobili, non per questo è venuto meno il carattere di classe di molti orientamenti culturali. Due esempi. Jack Goody analizza la cultura culinaria delle maggiori società d’Europa e dell’Asia, e afferma che essa è sempre stata associata alle gerarchie sociali. La differenza tra classi elevate e classi inferiori non riguardava solo la quantità del cibo, ma anche la complessità di preparazione, gli ingredienti impiegati, e ancora più importanti, l’etichetta e l’ordine delle portate. Grandi cambiamenti avvengono con l’espansione della classe media, che con ricettari e manuali di comportamento “rompono” l’organizzazione gerarchica culinaria. Basil Bernstein si concentra invece sul rapporto tra linguaggio e classi sociali. Secondo lui il sistema di classe ha influenzato la distribuzione sociale della conoscenza. Attraverso la socializzazione i bambini di classe operaia acquisiscono un codice ristretto, che realizza significati dipendenti dal contesto. I figli di classe media, invece, assumono un codice elaborato, che si basa su significati anche indipendenti dal contesto. Il diverso rendimento di bambini di classe operaia e bambini di classe media non è quindi dovuto a un deficit dei primi, ma a una differenza d’apprendimento e nell’uso del linguaggio. Il sociologo francese Piere Bourdieu è andato oltre la definizione esclusivamente economica delle classi per Marx. Egli identifica tre diverse forme di capitale:

- il capitale economico (ovvero il livello di risorse materiali, quali il reddito e la proprietà) - il capitale sociale (le reti di relazioni sociali in cui sono inseriti gli individui) - il capitale culturale (nelle due componenti di capitale scolastico e capitale ereditato)

Bourdieu afferma inoltre che le classi superiori cercano di affermare il proprio “gusto”, per distinguersi rispetto a quelle inferiori. Esiste anche una netta diversificazione di classe dei consumi, che con uno schema egli divide in quattro possibili combinazioni (capitale culturale alto / capitale economico alto, capitale culturale basso / capitale culturale basso, capitale culturale alto / capitale economico basso, capitale culturale basso / capitale economico alto) v. pag. 111. Anche la borghesia si vuole distinguere dai ceti più bassi, e trova un alleato naturale nella nuova piccola borghesia. Bourdieu si sofferma anche sul concetto di habitus: egli lo intende come sistema di disposizioni durevoli, ossia come inclinazioni a percepire, pensare e fare in un certo modo. Importante è anche l’analisi di quanto il capitale culturale influisca nella vita. Secondo Bourdieu, il capitale culturale a scuola influisce su materie come inglese, storia, meno con la matematica, che si apprende a scuola. Anche i gusti musicali possono dipendere dalla classe: le classi più elevate ascoltano musica classica, quelle inferiori preferiscono country o western. L’analisi weberiana sulla cultura del capitalismo ha stimolato un intero filone di ricerche, che si sono occupate dell’importanza del valore del successo nella cultura della società industriale contemporanea. McClelland afferma che la società industriale contemporanea ritrova nella sua cultura il valore dominante dell’”achievement”, ossia l’aspirazione al successo. Ci sono però ambivalenze, ovvero l’aspirazione al successo non coinvolge tutti gli strati sociali allo stesso modo  i ceti più bassi sono meno motivati di quelli superiori. Gli strati inferiori mostrano però spiccato interesse per l’”affiliation”, ossia il valore di solidarietà, di tempo libero, di migliorare i legami familiari. Si sono affermati nel corso degli anni valori postmaterialisti (la difesa della natura, la qualità della vita, la partecipazione politica) che hanno sostituito valori materialisti (il successo, il reddito, la stabilità economica).

Cultura, identità e generazioni

Il problema delle generazioni dal punto di vista sociologico fu trattato in maniera particolare da Karl Mannheim. Egli prende in esame il ruolo dei gruppi d’età, ossia le generazioni come fattori sociali che favoriscono la formazione di particolari stili di pensiero. Egli critica due diversi modi di affrontare il problema delle generazioni:

- i positivisti (che consideravano la generazione una realtà solo biologica) - la concezione romantico – storicista (che intende la generazione più come un’entità spirituale piuttosto misteriosa.

Mannheim riconosce una dimensione quantitativa e una qualitativa del tempo. L’intervallo di tempo che separa le generazioni diventa quindi un tempo di cui si ha un’esperienza soggettiva, un tempo comprensibile a posteriori. Fare parte di una stessa generazione non significa vivere la contemporaneità meramente cronologica, ma fare le stesse esperienze significative e subire le stesse influenze dominanti. Mannheim distingue tra collocazione e gruppo concreto. La collocazione indica una condizione comune ad altri individui, in cui ci si trova senza averne necessariamente coscienza. Il gruppo concreto è invece formato da individui che hanno coscienti relazioni tra loro. Il grande merito di Mannheim è quello di aver sottolineato la differenza che esiste tra generazione come categoria storico – sociale ed età come caratteristica ascritta, legata cioè alla natura biologica. Una generazione sociale è composta da persone cha hanno più o meno la stessa età e che hanno condiviso alcune esperienze politicamente rilevanti (es. chi aveva tra i 18 e i 33 anni nel 1918 ha fatto parte di una generazione per cui quegli anni sono stati decisivi per la formazione del pensiero politico). Alla fine degli anni Cinquanta emerse una gioventù ribelle, caratterizzata da ostilità rispetto al sistema sociale ma ideologicamente muta.

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Agli inizi degli anni Sessanta all’ondata ribelle si sostituisce una generazione nuova, che propone propri modelli culturali basati su valori pacifisti (la cultura beat). Alla fine degli anni Settanta alla generazione anticonformista ma scarsamente politicizzata, ne segue un’altra che dà vita a movimenti politici radicali (la generazione del ’68). Tesi di Erikson: gioventù  intervallo, attesa in cui all’individuo è consentita una vasta esplorazione sociale libera da obblighi specifici.

5 – SOCIETA’ E CULTURA: COME LA SOCIETA’ INFLUENZA LA CULTURA

Quattro approcci teorici

Il rapporto tra cultura e società è bidirezionale. Le più importanti questioni sollevate dalla tradizione sociologica possono essere raggruppate sotto tre titoli principali:

- la dipendenza delle forme culturali dalle strutture sociali (la cultura viene intesa come variabile dipendente dalla cultura) - il ruolo che le forme culturali svolgono nello sviluppo sociale (variabile indipendente - i processi sociali in base ai quali la cultura viene trasmessa da una cultura all’altra, si diffonde e si trasforma.

Si possono individuare quattro modelli principali che riguardano l’emergere delle forme culturali. I modelli funzionalisti Il termine “funzionalismo” nasce negli anni Trenta. Le scienze sociali intendono individuare la funzione che la cultura svolge nello stabilire e mantenere il sistema sociale. Malinowski sosteneva che la funzione della cultura consiste nel soddisfare i bisogni fondamentali dei membri del gruppo. Radcliffe-Brown pensava invece che la funzione della cultura fosse non il soddisfacimento dei bisogni individuali, ma la conservazione della struttura sociale complessiva (idea simile a quella di Durkheim). Merton distingue tra funzione manifesta e funzione latente (es. con la danza della pioggia può anche non piovere  funzione manifesta, però la danza può rinsaldare l’unità del gruppo  funzione latente). I modelli causalisti L’idea è che la cultura sia direttamente causata da processi che sfuggono alla coscienza degli individui. Diversi tipi di cause: biologiche, psichiche, economiche o sociali. Vilfredo Pareto attribuisce l’origine di valori e credenze a cause psichiche. Marx e Durkheim hanno sostenuto l’importanza delle cause sociali (sottostrutture e sovrastrutture). I sociologi David Bloor e Barry Barnes hanno elaborato il «programma forte» di sociologia della conoscenza, sostenendo che anche le conquiste delle scienze naturali non appartengono al mondo puro delle idee, a fanno parte della cultura e possono essere ricondotte a dimensioni sociali. Dagli anni Settanta è sorta negli Stati Uniti una prospettiva di studio che si definisce «produzione di cultura». La tesi è che gli aspetti istituzionali e organizzativi dell’industria culturale condizionino il contenuto dei prodotti culturali. Peterson e Berger, ad esempio, hanno mostrato che l’innovazione estetica nella musica popolare è associata a periodi di elevata competizione tra le case discografiche. I modelli strumentali La teoria sostiene che gli individui agiscano calcolando il rapporto costo / beneficio di ogni azione e che quindi seguano il proprio interesse. Secondo Elster vi sono tre versioni dell’utilitarismo:

- le norme sono razionalizzazioni ex post del proprio interesse - le persone seguono le norme per paura di ricevere una sanzione se non lo fanno - si aderisce alle norme sociali perché hanno spesso conseguenze benefiche.

I modelli interazionisti Questi modelli si discostano nettamente dai modelli strumentali. Essi infatti non danno priorità al calcolo strumentale, ma all’interazione comunicativa tra individui impegnati in pratiche (dal coordinamento nella vita famigliare ai coordinamenti sul lavoro). Le norme sociali non emergono dal calcolo, ma dalla ripetizione di soluzioni a problemi ricorrenti di cui si è fatta esperienza nel passato. Esistono situazioni problematiche, non affrontabili sulla base dell’esperienza, e allora i partecipanti, se hanno idee contrarie, devono “negoziare” un significato. I modelli strutturalisti Il termine “strutturalismo” deriva dall’applicazione all’analisi della cultura della cosiddetta linguistica «strutturale», legata al nome di Saussure, che si era interessata non alla storia del linguaggio ma piuttosto alla sua struttura interna. E allora Levi Strauss si concentra sulla cultura considerata in se stessa.

L’ideologia come sistema culturale

A partire dal XIX secolo, le religioni cristiane entrano in competizione con altre fonti di legittimazione che pretendono di fondare la vita sociale e collettiva su sistemi di idee e di valori secolari. Le prime ideologie post-cristiane sono il nazionalismo, l’individualismo liberale e il comunismo. I criteri che consentono l’individuazione di un’ideologia sono: - una visione del mondo con un alto grado di coerenza interna - prodotto da gruppi intellettuali, ma diffuso ad ampi strati della popolazione - funzione di legittimare i rapporti di potere presenti in un gruppo sociale Il potere e l’ideologia sono strettamente collegati. Un potere diventa legittimo quando riesce di far accettare le proprie decisioni come ben fondate e giustificate. La tesi della fine delle ideologie, agli inizi degli anni Sessanta, sosteneva che le ideologie sarebbero finite perché la struttura dello stato del benessere avrebbe risolto tutte le questioni sociali più importanti, sostituendo agli “ideologi” gli “esperti”.

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Furono poi individuate le “religioni politiche”, come il comunismo nell’U.R.S.S. e il nazionalsocialismo hitleriano. Nell’ideologia nazionalsocialista c’era una notevole coerenza e ricchezza di temi: la centralità dell’idea etno-razziale di Volk e spazio al mito, con il mito ariano. Si svolgevano inoltre numerosi rituali e cerimoniali. Si possono individuare quattro concezioni dell’ideologia che ricapitolano le vicende storiche che il termine ha subito. L’ideologia come difetto della ragione Francesco Bacone sostiene la teoria degli “idola”, per spiegare le forme distorte del pensiero e le cause che producono questa distorsione. Egli elabora la teoria per analizzare gli elementi che possono influire sul pensiero umano. Con questa concezione egli apre la strada secondo cui il «pregiudizio» si basa su un complesso di impulsi irrazionali, condizionati dagli interessi di dominio di potenti gruppi sociali (grande accusato era il clero). Il pregiudizio viene quindi considerato una consapevole manipolazione dei ceti subordinati da parte dei potenti. L’ideologia come falsa conoscenza Per Marx l’ideologia è intesa come pensiero metafisico, che inverte o capovolge i rapporti reali (secondo l’idealismo le idee sono autonome, la critica di Marx invece sostiene che esse siano emanazione diretta della realtà). Esempio della camera oscura. Ne “il capitale” Marx analizza il problema del “feticismo delle merci”, con cui intende che l’ideologia tratta i reali rapporti tra persone come se fossero rapporti tra cose, oggettivizzandoli e naturalizzandoli. Così il commerciante pensa che siano le merci a scambiarsi l’un l’altra. L’ideologia è dunque per Marx una falsa coscienza, ossia una rappresentazione falsa che si produce senza che ci la produce abbia coscienza della sua falsità. L’ideologia come razionalizzazione Secondo Vilfredo Pareto gli esseri umani si distinguono dagli animali perché pur agendo mossi da impulsi e da istinti, si affannano a presentarli sotto forma di ragionamenti e argomentazioni razionali. Le forme ideologiche operano dunque come razionalizzazioni a posteriori, senza averne coscienza. Il meccanismo è lo stesso della “falsa coscienza” marxiana, ma non si applica alla società, bensì alla psiche  sono dunque Pseudoragionamenti. Le ideologie possono essere analizzate sotto l’aspetto oggettivo (in base al nesso logico con cui vengono collegati i dati), soggettivo (in base alle ragioni che gli individui hanno per accogliere l’ideologia), infine, per la loro utilità sociale (indipendentemente dalla loro verità quanto esse influiscano positivamente o negativamente sulla società). L’ideologia come concezione del mondo di un’epoca Secondo Mannheim bisogna passare da una concezione particolare dell’ideologia, alla concezione totale dell’ideologia, quando spostiamo l’attenzione dal livello psicologico a quello del modo di affrontare e interpretare la realtà di un’intera epoca storica o gruppo sociale. Mannheim considera importante un metodo interpretativo per lo studio dei prodotti culturali, distaccato dai metodi di studio delle scienze naturali. Individua tre livelli di significato:

- significato obiettivo (che riguarda l’identificazione di un’azione) - significato espressivo (intenzione soggettiva dell’attore sociale) - significato documentario (significato totale)

Mannheim vuole presentare dunque una concezione positiva e neutrale dell’ideologia, per andare oltre il concetto di ideologia come falsa coscienza [Marx] o pseudoragionamento [Pareto]

Il senso comune come sistema culturale E’ un insieme di quadri di pensiero, rappresentazioni e schemi che presentano sia aspetti cognitivi sia simbolici, utilizzati dai soggetti a un livello implicito. Boudon ci fa l’esempio della danza della pioggia. Quando giudichiamo irrazionale tale gesto, noi lo facciamo perché stiamo usando nozioni di causa ed effetto, ma senza esserne coscienti. Del senso comune non fanno solo parte categorie e nozioni generali, ma anche modi di rappresentarsi gli altri e di percepire l’ambiente sociale. Si creano dunque gli stereotipi, con le annesse motivazioni autoprotettive. Nel senso comune rientrano anche i cosiddetti microrituali e le regole pragmatiche, che vanno sotto il nome di etnometodologia. Harold Garfinkel faceva sperimentare ai suoi studenti l’infrangere le regole dei microrituali (parlare a distanza troppo ravvicinata ecc…) Lo studio del sapere implicito è stato analizzato dalla sociologia in particolare da due orientamenti:

- la scuola durkhemiana - il pragmatismo americano

La scuola durkhemiana Durkheim e Mauss sostenevano che le categorie fondamentali (di causa, spazio tempo) fossero rappresentazioni collettive e non prodotti della mente individuale. Ciò le rende vere e proprie istituzioni sociali. Durkheim elabora una teoria che si fa strada tra due teorie, l’empirismo (che sostiene che la mente umana è una sorta di magazzino e l’individuo accumula lì tutte le sue conoscenze) e il kantismo (secondo cui la mente umana è una sorta di faro, che seleziona attraverso forme a priori, non basate sull’esperienza). Durkheim scarta tutte e due le correnti, formula invece la tesi che la società sia all’origine della conoscenza: essa viene prima dell’individuo e per mantenersi ha bisogno che i propri membri comunichino tra di loro. Tutto per lui è logico, la classificazione secondo genere e specie deriva nelle società totemiche dalla divisione delle tribù in fratrie, con una classificazione basata sull’opposizione. Durkheim parla anche del tempo: esiste non solo il tempo cronologico, ma anche il tempo sociale, un tempo comune al gruppo. Il tempo sociale è un tempo diviso e misurabile, con un calendario che esprime il ritmo della collettività e ne garantisce la regolarità. Norbert Elias sottolinea l’intreccio tra “tempo sociale” e “tempo vissuto” e culmina col “tempo esatto”, standardizzato e calcolato con specifici strumenti.

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Marcell Mauss delinea un’importante analisi della genesi della categoria di persona, considerata una categoria fondamentale come quella di tempo e di spazio. Dalla nozione di “personaggio” presente presso le popolazioni tribali, alla nozione di persona titolare di diritti e doveri nell’antica Roma, e poi nel periodo più recente in cui la persona assume un carattere sacro, viene concepita come entità dotata di autonomia e responsabilità morale. Marcel Granet ha spiegato che il pensiero cinese si basa sull’intuizione analogica, la lingua cinese non è organizzata con lo scopo di registrare concetti, ma per scopi pratici. Maurice Halbawachs ha sottolineato l’importanza della memoria collettiva, una vera e propria costruzione sociale, punto di intersezione di flussi continui di memoria. Le cerimonie pubbliche (il 25 aprile) servono a rinnovare la partecipazione dei cittadini e rinforzare i legami sociali. Il pragmatismo americano Il pragmatismo americano collega il ragionamento quotidiano non al calcolo, ma alla ripetizione dei soluzioni di problemi nelle pratiche della vita quotidiana. Importante il lavoro di Alfred Schutz, che definisce i fondamenti del sapere comune nella vita quotidiana:

- Oggettività (ognuno percepisce la vita di tutti i giorni come oggettiva, costruita prima che si venisse al mondo)  ad es. il Linguaggio. - Intersoggettività (la realtà mi si presenta come un mondo che condivido con altri)  la vita reale è reale per me come è reale per altri - Naturalità (il senso comune adatta un atteggiamento naturale rispetto al mondo che mi circonda)  sospendo il dubbio: quando chiamo

mio zio in America non penso a come si fa - Tipizzazioni (nel mondo della vita si incontrano persone e le si percepiscono in base a “schemi di tipizzazione”)  mi forniscono una

struttura di aspettative: se arriva uno con la borsa a tracolla penso che sia un postino - Fondo di conoscenza comune (le persone interpretano la propria situazione usando un fondo di conoscenze e simboli comuni a tutti.

La religione come sistema culturale

Quando un insieme di credenze, valori e simboli riguardano la natura di esseri sovrumani e il rapporto con il mondo umano, si parla di religione. Parlare di religione come sistema culturale significa parlare dei suoi tratti distintivi:

- la presenza di una struttura di significati, espressi in dottrine, dogmi, precetti e simboli - l’individuo è inserito in un ordine cosmico sacro (la religione connette il microcosmo al macrocosmo, inserendo l’individuo in un ordine

universale) - la religione ha un carattere pubblico

Ci sono vari tipi di religione, classificabili in base a diversi criteri. Max Weber considera le grandi religioni universali, quelle che non investono solo un ambito locale, ma territori vastissimi. Due criteri di classificazione:

- immagine del mondo - modo di ottenere la salvezza

L’immagine del mondo può essere teocentrica (tradizione occidentale e mediorientale) o cosmocentrica (tradizione asiatica). Nella tradizione occidentale e mediorientale la salvezza si ricerca con l’uomo inteso come strumento di Dio. Weber chiama questa concezione “ascetismo”. Nella tradizione asiatica l’uomo è concepito come contenitore del divino. Questa concezione è chiamata “misticismo”. Le religioni, inoltre, si sono espresse in svariate forme organizzative (i sacerdoti, addetti al culto). La chiesa è una comunità di credenti stabilizzata, a cui si appartiene per nascita, caratterizzata dal clero che si dedica all’organizzazione religiosa. La setta (in senso positivo) si distingue dalla chiesa: ad essa si appartiene non per nascita, ma per scelta. Quindi la comunità è molto più ristretta. [es. I testimoni di Geova] Quando si parla di religione come fenomeno sociale, si prendono in considerazione due interpretazioni: causali e funzionali. Mentre le spiegazioni causali cercano di rendere conto degli aspetti culturali della religione riportandoli a condizioni sociali antecedenti, le spiegazioni funzionali si rifanno alle conseguenze di questi stessi aspetti per la società o per gli attori sociali. Durkheim, parlando di funzioni della religione, sostiene che essa rinforzi i legami che connettono l’individuo alla società di cui fa parte. Anche l’antropologo Malinowski diceva che spesso la magia risolveva situazioni di forte tensione emotiva creando sicurezza. Merton  funzioni manifeste e funzioni latenti Per Luhmann la religione riduce la complessità sociale moderna, considerando il mondo come un tutto. Teodicea  soluzioni che riguardano l’incongruenza tra il destino e il merito. La religione nella società moderna è mutata rispetto ai secoli precedenti. L’inurbamento e la differenziazione della società hanno mutato la presenza stessa della religione nella vita quotidiana. Si è verificato un processo occidentale di razionalizzazione (ogni cosa può essere dominata con la ragione). Si è anche verificata la progressiva autonomizzazione della religione. Weber sottolinea che il processo di “disincantamento del mondo” si è verificato proprio per mano dell’ebraismo e del cristianesimo (in particolare il protestantesimo). C’è stato il processo di secolarizzazione, ovvero il processo tramite cui alcuni settori della società e della cultura vengono sottratti al dominio delle istituzioni e dei caratteri religiosi. Nell’occidente la differenziazione istituzionale è un tratto acquisito e si è realizzata velocemente la separazione Stato-Chiesa.

6 – SOCIETA’ E CULTURA: COME LA CULTURA INFLUENZA L’AZIONE SOCIALE

Due approcci teorici

Come avviene che i valori, le norme e le credenze abbiano un impatto sui comportamenti concreti delle persone? Modello dell’attore socializzato Secondo Talcott Parsone, durante l’infanzia nell’individuo avviene un processo di interiorizzazione dei valori condivisi dalla comunità. Successivamente, i valori inseriti nella personalità si trasformano in motivazioni profonde. La conformità è garantita dai meccanismi di controllo sociale (sanzioni, riprovazione sociale). Queste disposizioni rendono prevedibili i comportamenti dei singoli nella collettività.

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Questo modello è stato molto influente, soprattutto per spiegare l’influenza della cultura sulla politica. Modello dell’identità sociale Per spiegare questo modello Francesca Cancian parte dalla constatazione che la connessione tra valori e comportamenti non è sempre chiara. Lei afferma che le credenze normative sono collegate al comportamento solo se le credenze sono condivise da un gruppo e servono per la sua identità sociale. I membri di un gruppo possono condividere molte credenze, ma solo quelle che definiscono la loro identità in quanto membri di una posizione sociale saranno in relazione con l’azione. Gli individui agiscono in conformità a una norma perché è il modo per dare validità alla loro identità. Questo delimita possibili azioni significative. ES. E’ impossibile essere una strega finchè l’esistenza di questa identità non è stata accettata.

Cultura e sviluppo economico

Il ruolo dell’etica protestante nello sviluppo del capitalismo moderno Max Weber si concentra sulle condizioni culturali che hanno favorito lo sviluppo del capitalismo: egli individua un punto importante nell’etica religiosa nata con la Riforma protestante. Weber parte da una regolarità statistica  gli imprenditori capitalisti sono di religione protestante. Come mai? Weber sottolinea il fatto che i caratteri del capitalismo siano emersi sono in Occidente in una determinata epoca. Con la riforma Protestante c’è una rottura con l’etica cattolica: si svaluta l’ascesi monacale per far posto all’ascesi laica (ovvero al successo nel lavoro). Lutero introduce l’idea del sacerdozio universale. Con la dottrina della predestinazione di Calvino, poteva esserci fatalismo. Invece tutti cercavano successo nel lavoro professionale per assicurarsi la salvezza eterna.  ciò quindi spinge al capitalismo. Gli effetti della cultura sulla crescita economica: ricerche comparate Weber svolge un’analisi comparata delle religioni universali, con una conferma “a contrario” della sua tesi sul capitalismo influenzato dal protestantesimo. Le religioni di tradizione asiatica, infatti, hanno ostacolato lo sviluppo del razionalismo economico tipico del capitalismo moderno, favorendo invece un’etica economica tradizionalistica. Non c’è stato per questi paesi lo sviluppo di una profezia etica (con un inviato di Dio che impone dei comandamenti, cosa successa in Occidente), ma di una profezia esemplare, che non impone obblighi alle masse, ma dà dei consigli. Il confucianesimo non ha sviluppato nessuna delle due etiche, ma è stato quello che più si è opposto allo sviluppo del capitalismo. Perché? La religiosità era puramente magica, con valori incentrati sul culto degli antenati e la devozione verso la famiglia. Inoltre, grande problema era quello della fiducia. Senza fiducia, le società restano “familistiche” [come dice Fukuyama], ovvero legate solo alla sfera familiare. Inglehart svolge un’analisi comparata ed elabora un indice della motivazione al successo e quanto essa influisca sullo sviluppo ecnomico: Giappone, Cina, Corea del Sud hanno indice di motivazione elevata ma poca obbedienza / Nigeria e Sudafrica, all’opposto, hanno grande obbedienza e fede religiosa. A metà si collocano Stati Uniti ed Europa.

Cultura e sviluppo politico Il programma di ricerca sulla cultura politica si sviluppa grazie alla scienza politica americana a partire dagli anni Sessanta. La tesi di fondo è che ogni sistema politico sia legato a una cultura, che genera disposizioni e influenza gli individui nel modo di agire. Eckstein formula tre postulati riguardo alla cultura politica:

- gli attori non rispondono alle situazioni, ma rispondono tramite la mediazione di orientamenti - gli orientamenti variano in funzione di condizioni di tipo culturale - gli orientamenti non sono acquisiti in maniera automatica, ma sono appresi attraverso un processo di socializzazione.

Questo copre la stessa area semantica del concetto di “carattere nazionale”, ampiamente studiato nel dopoguerra [es. da piccoli si è orientati a pensare in un certo modo…] Il concetto di cultura civica rappresenta una precisazione del concetto di cultura politica. Esso è una “cultura politica mista”, un misto tra il modello idealtipico “attivista” (di coloro che sono attivi politicamente) e quello “passsivista” (quelli che hanno fiducia e deferenza verso l’autorità).  studio di Almond e Verba. La cultura italiana non era mista, come per esempio in Gran Bretagna, ma particolarista: con fiducia ristretta alla famiglia, gli stessi tratti che Edward Banfield aveva chiamato FAMILISMO AMORALE. Non basta unificare le strutture istituzionali, è necessario far funzionare bene la presenza dello “spirito civico” (civicness), ovvero il tessuto di norme, regole, valori radicati nel tessuto associativo che favoriscono la cooperazione sociale e il perseguimento del bene collettivo. Diverse ricerche hanno individuato nell’ambito italiano la presenza di subculture politiche (subcultura bianca nel nord-est, ovvero dominanza democristiana, subcultura rossa nel centro, a dominanza socialcomunista). Il concetto di cultura civica è complesso e scomponibile in tre dimensioni:

- morale (che fa riferimento a valori espressi sotto forma di giudizi) - di fiducia (che fa riferimento a orientamenti cooperativi e aspettative nell’agire comune) - di identificazione (che fa riferimento al senso di appartenenza ad una comunità territoriale).

La dimensione morale è divisibile in tre fattori: - responsabilizzazione (assunzione di un rischio per sé e per gli altri) - diritti (dimensione di difesa di diritti fondamentali della persona) - civismo (condanna di comportamenti lesivi di interessi pubblici)

Cultura e consumo

Modello economico neoclassico  il consumatore agisce razionalmente, ha le capacità di acquisire tutte le informazioni necessaria sulla qualità e sui prezzi dei beni. Per alcuni la nostra società sarebbe divenuta la “società dei consumi”. Il consumatore stesso è anonimo, è solo un target.

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Perché la gente desidera ciò che desidera? Valore simbolico dei beni  acquisiti per il prestigio e la distinzione dagli altri. Le classi elevate cercano di differenziarsi da quelle inferiori comprando beni in eccedenza, per distinguersi socialmente, con un consumo vistoso di beni. Questo provoca l’imitazione delle classi inferiori, ma quando queste “imitano”, le classi elevate già cambiano gusto, facendo diventare tutto “vecchio”. Fenomeno della moda  c’è imitazione, ma anche d’altra parte, differenziazione, per distinguersi dagli altri. Habitus secondo Bourdieu  principio unificatore delle scelte e delle pratiche sociali realizzate da un attore sociale (cosa mangiare, come vestirsi), tutto ciò costituisce uno stile di vita.

7 – I PROCESSI DI TRASMISSIONE, CONSERVAZIONE E CAMBIAMENTO CULTURALE

Processi comunicativi La cultura circola prevalentemente attraverso il linguaggio, la principale forma di oggettivazione. Con il linguaggio si esprimono CONCETTI. Tra linguaggio e pensiero esiste un complesso processo di interazione. Ci sono anche segnali non verbali (tipici delle culture mediterranee). Una delle caratteristiche principali del linguaggio è la sua universalità  gli uomini devono comunicare. Esso può essere considerato elemento di prestigio e può avere funzione di identificazione collettiva. Ipotesi relativistica di Sapir – Whorf : la struttura di una lingua condiziona il modo in cui l’individuo comprende e percepisce la realtà. Elementi della comunicazione:

- emittente - ricevente - codice - canale - contesto

Un termine può denotare o connotare qualcosa, se però l’elemento che si connota non è presente nella realtà è difficile capire [es. per un aborigeno che non sa cos’è il cavallo]. Tre aspetti dei processi di trasmissione culturale legati alla comunicazione di massa:

- mezzo tecnico della trasmissione (importante rapporto tra tecnica e cultura, che può alimentare la memoria collettiva) – differenza tra gradi di partecipazione (tra guardare tv e leggere un libro)

- l’apparato istituzionale della trasmissione (struttura gerarchica, regole, organizzazione) – sistema dell’industria culturale di Hirsch  vari filtri prima di arrivare al prodotto, input e output

- distanziamento spazio – temporale:

o interazione faccia a faccia  compresenza, quindi spazio-tempo condiviso, molti indizi simbolici, azione indirizzata a un soggetto in particolare, comunicazione dialogica (bidirezionale)

o interazione mediata  separazione dei contesti spazio-tempo, contrazione dell’insieme degli indizi simbolici, azione indirizzata a un soggetto in particolare, comunicazione dialogica (bidirezionale)

o interazione quasi mediata  separazione dei contesti spazio-tempo, contrazione dell’insieme degli indizi simbolici, azione indirizzata verso diversi soggetti indefiniti, comunicazione a una direzione

La socializzazione

Con la socializzazione l’individuo diventa un essere pienamente sociale, con apprendimento e appropriazione interiore di significati e regole generali, ma anche adattamento a varie strutture. Socializzazione primaria:

- acquisizione competenze di base, durante l’infanzia, dura fino al periodo scolare Socializzazione secondaria:

- periodo in cui si apprendono ruoli specializzati, legati alla scuola e al mondo del lavoro Ci sono riti di passaggio che segnano il passaggio del ragazzo dal mondo della giovinezza al mondo adulto (residui  feste di laurea, addio al celibato). Agenzie di socializzazione  scuola, famiglia, gruppo dei pari, chiesa, esercito, comunicazione di massa. La socializzazione è un processo continuo, mai definitivamente compiuto. C’è la socializzazione alla vecchiaia e alla morte, c’è la risocializzazione  ad es. la conversione religiosa Conflitti di socializzazione: presenza di troppe agenzie di socializzazione. Problema dell’erosione delle tradizionali strutture gerarchiche (si indebolisce il ruolo del professore, dei genitori, molti più compromessi). Paradigma del condizionamento Talcott Parsons intende specificare i meccanismi psicosociali che legano la personalità individuale alla cultura di una società. Parsons pensa alla socializzazione come ad un processo di condizionamento (come Durkheim), in cui i soggetti apprendono passivamente valori condivisi. Si ricollega alla psicoanalisi di Freud. Diverse tappe:

- dipendenza orale (identificazione bambino – madre) - crisi anale - differenziazione madre – bambino - crisi edipica - latenza (il bambino apprende i ruoli differenziati in famiglia) - adolescenza - maturità (differenziazione tra ambiente familiare e altri ambienti

Paradigma dell’interazione Secondo questo paradigma l’individuo non è condizionato passivamente, ma è attivo e si adatta arricchendo le proprie risorse cognitive in maniera cosciente.

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La formazione del giudizio morale del bambino non dipende solo dalla logica interna di sviluppo, ma anche dal carattere del sistema di interazione in cui è inserito. Il processo porta a riconoscere “l’altro generalizzato” da parte del bambino.

L’istituzionalizzazione e la legittimazione

Istituzionalizzazione: processo con cui alcune relazioni e azioni sociali vengono oggettivate a date per scontate dai membri di un gruppo sociale. L’istituzionalizzazione è un processo che garantisce la persistenza e la conservazione culturale indipendentemente dall’interiorizzazione. Ci sono diversi gradi di istituzionalizzazione. La legittimazione designa invece il processo di giustificazione e di spiegazione. Universi simbolici  creano un ordine significativo in cui ogni fenomeno trova la sua collocazione. Es. : la morte può essere legittimata facendo ricorso a interpretazioni religiose e mitologiche.

Il cambiamento culturale

Come cambia la cultura??? Spiegazioni endogene a livello macrosociale Due esempi. Auguste Comte: la legge dei tre stadi. Il pensiero umano si evolve passando in tre fasi:

- fase teologica - fase metafisica - fase positiva

Weber: lo sviluppo del razionalismo occidentale è un processo endogeno, una “necessità interna”. C’è disincantamento religioso e modernizzazione. Spiegazioni esogene a livello macrosociale Per Durkheim lo sviluppo dell’individualismo è l’effetto dell’intensificazione della divisione del lavoro. Norbert Elias analizza il processo di monopolizzazione del potere, affermando che le corti, costituendosi come «spazi pacificati», favoriscono l’emergere, dopo un’evoluzione, delle “buone maniere”. Viene stabilito anche il monopolio della violenza fisica. Spiegazioni endogene a livello microsociale Il mutamento degli orientamenti culturali sarebbe dovuto agli effetti degli orientamenti stessi, che generano nei soggetti delusione e quindi voglia di cambiare [Hirschman]. Tarde afferma che i gusti culturali cambiano in base al “contagio”, come nella moda. Spiegazioni esogene a livello microsociale Weber presenta la teoria del “carisma”. Il carisma vuole spiegare l’innovazione nei sistemi di credenze. Routinizzazione del carisma  il nuovo sistema di credenze viene reso sistematico dall’intervento di un gruppo di interpreti ufficiali. Inglehart  dal dopoguerra in poi si sono affermati i valori postmaterialisti. I fattori economici agiscono sulla gerarchia individuale dei bisogni: se sto bene e i miei bisogni primari sono soddisfatti, posso dedicarmi ai bisogni secondari, per esempio legati alla cultura.

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