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Elementi di Sociologia - Bagnasco, Barbagli e Cavalli, Sintesi di Sociologia. Università di Palermo

Sociologia

Descrizione: Sintesi + appunti delle lezioni del corso di Sociologia dell'Università di Palermo (libro usato dal professore nelle spiegazioni: elementi di sociologia di Bagnasco).
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ELEMENTI DI SOCIOLOGIA
Bagnasco,Barbagli, Cavalli
CAPITOLO 1
Che cos'è la sociologia.
1. Il senso comune sociologico.
Ognuno di noi, per il semplice fatto di vivere, e di essere vissuto, insieme ad altri esseri umani, si è fatto una
serie di idee su qualcosa che nel linguaggio di tutti i giorni viene chiamato “società”. Ognuno è quindi in un
certo senso un sociologo e dispone di un sapere su come vanno le cose nel mondo dei rapporti sociali. Il suo
apprendimento ha avuto inizio subito dopo la nascita; da allora, giorno dopo giorno, si è imparato a districarsi
nella rete dei rapporti sociali. Questo sapere, per quanto molto utile, ha tuttavia dei limiti: è infatti innanzitutto
legato alla personale esperienza diretta che è circoscritta; ad di dello spazio sociale di cui si ha
esperienza, bisogna fare affidamento sul “sentito dire”, cioè sull'esperienza di altri. Talvolta si creano proprie
credenze e pregiudizi che danno un'immagine distorta della realtà; inoltre se la fonte del sapere è
l'esperienza, questa è inevitabilmente legata al presente, mentre la società esisteva prima di noi: ha cioè una
dimensione temporale che trascende quella di coloro che di volta in volta ne sono gli abitanti.
2. Qual'è l'oggetto della sociologia?
La sociologia è lo studio scientifico della società; questo concetto, in particolare, è usato in contesti molto
diversi e eterogenei: il riferimento prevalente è alla società compresa nel territorio di uno stato nazionale, ma
questo riferimento non è di certo esclusivo; di società infatti si occupano anche altre scienze sociali che si
sono sviluppate contemporaneamente alla sociologia: l'economia, la scienza della politica, l'antropologia
culturale e la demografia. Ma in che modo la sociologia si differenzia dalle altre scienze sociali? A ciò sono
state date varie risposte, riconducibili a tre nuclei fondamentali:
la soluzione gerarchica, risale a Comte e assegna alla sociologia una posizione privilegiata in un
ordine che parte dall'astronomia e dalla fisica; proprio perché nata per ultima, la sociologia è
destinata a completare il processo evolutivo che ha condotto la conoscenza umana ad affrontare
oggetti sempre più complessi e a produrre sintesi sempre più ampie+
la soluzione residuale; Runciman sostiene che rientra nel campo di studio della sociologia tutto
quanto non è oggetto di un'altra scienza sociale specializzata. Anche questa soluzione risulta
insoddisfacente in quanto non chiarisce il carattere problematico dei confini con le altre discipline; la
sociologia studia infatti lo stesso ambito di fenomeni che è oggetto anche delle altre scienze sociali. I
confini tra le discipline quindi non identificano delle categorie di oggetti concreti, ma dei modi di
guardare ai loro molteplici aspetti
soluzione analitica o formale; risale a Simmel, ma ritorna in tutte quelle correnti che pongono al
centro dell'analisi sociologica il concetto di interazione sociale. In base a questa concezione la
sociologia è definibile non in base ad una classe di oggetti che le sia propria, ma in base ad una
prospettiva analitica che isoli le forme di associazione dissociandole dal loro contenuto particolare.
La sociologia studierà così le forme di subordinazione e di dominio, la competizione e la
concorrenza, l'imitazione, la divisione del lavoro, le forme di rappresentanza, il conflitto ecc.
3. Le origini
Si comincia a parlare di sociologia nella cultura europea intorno alla metà del XIX sec. E nei decenni
successivi cresce il numero di studiosi, i quali si definiscono sociologi; come mai, proprio in quel periodo
nasce l'esigenza di una scienza della società? È utile fare riferimento a tre rivoluzioni che sono alla base del
mondo moderno: l'avvento della scienza moderna, la rivoluzione industriale e quella francese:
in primo luogo, il dominio della scienza moderna si estende anche ai fatti sociali; lo spettacolare
sviluppo delle scienze della natura a partire dal XVII sec., l'applicazione del metodo sperimentale,
fondato sull'osservazione dei fatti e la rivoluzione scientifica non potevano non influire anche sullo
studio degli esseri umani, dei loro rapporti e delle loro istituzioni. Verso poi la fine del XVIII sec.,
incomincia a diffondersi la fiducia nella possibilità di estendere allo studio dell'uomo, della società e
della cultura gli stessi principi del metodo scientifico che stavano dando tanti risultati nello studio dei
fenomeni naturali;
in secondo luogo, le scienze sociali sono un prodotto della rivoluzione industriale; tra le scienze
sociali, la prima ad acquisire un proprio statuto autonomo dalla filosofia fu l'economia politica; non a
caso Smith e gli altri economisti classici possono essere considerati anche dei sociologi, essi
riflettono infatti sulle trasformazioni sociali che stavano avvenendo sotto i loro occhi nell'Inghilterra
del XVIII sec., e cercano di interpretarle alla luce di un modello capace di cogliere le interdipendenze
tra i vari gruppi sociali coinvolti nel processo economico. Alle categorie economiche della terra, del
capitale e del lavoro corrispondono infatti i gruppi dei proprietari terrieri, degli imprenditori capitalisti
e dei lavoratori salariati, i quali recepiscono rispettivamente rendita, profitto e salario. Questi gruppi
sono legati tra loro essenzialmente da rapporti di scambio, il mercato è l'elemento connettivo della
società e sul mercato ogni scambista persegue il proprio interesse egoistico. Il meccanismo della
concorrenza assicura tuttavia che a prevalere sia l'interesse collettivo alla massima produzione di
ricchezza. L'opera di Smith è stata spesso interpretata nei termini di una teoria della società ridotta
ai puri e semplici rapporti di scambio, soprattutto da coloro che vedevano con sgomento l'avvento
della rivoluzione industriale. La sociologia nasce infatti da un atteggiamento ambivalente nei
confronti del tipo di società moderna che si stava delineando; se da un lato le rivoluzioni politiche e
quella industriale venivano viste come tappe decisive sulla strada dell'emancipazione e del
progresso, dall'altro vi era chi vedeva nelle trasformazioni in atto l'irruzione di interessi senza freno
che minacciavano di travolgere l'ordine sociale. In particolare si vedevano minacciati i rapporti
gerarchici consolidati dalla tradizione, nei quali il dominio era temperato dalla solidarietà e dalla
protezione dei superiori nei confronti degli inferiori e dal rispetto dei secondi verso i primi; a ciò si
aggiungeva lo sradicamento di intere masse di popolazione dai loro luoghi d'origine, dalle loro
abitudini e dalle loro reti di relazione, conseguenza dei processi di migrazione e di inurbamento,
l'indebolimento dei rapporti tra le generazioni, smembramento delle famiglie, il venir meno dei
rapporti di fiducia fondati sulla conoscenza personale e così via;
in terzo luogo, la rivoluzione francese anticipata da quella inglese e americana, essa marca la
caduta di un ordinamento politico fondato sul principio dinastico e il potere assoluto: lo scettro passa
nelle mani del popolo dal quale i governanti devono ricevere investitura e consenso.
In poche parole la società emerge come oggetto di studio quando i suoi fondamenti sono messi in
discussione, quando cambiano i rapporti tra gruppi sociali e individui e diventano mobili i punti di riferimento
e i criteri che guidano i comportamenti.
4. Temi e dilemmi teorici: ordine, mutamento, conflitto, azione e struttura.
Il paradigma dell'ordine.
Vi sono alcuni temi che attraversano la storia della disciplina e restano tuttora al centro della riflessione
sociologica; essi ruotano intorno ad un interrogativo di fondo, ossia che cosa fonda l'ordine sociale? Prima
degli sconvolgimenti di natura rivoluzionaria l'ordine sociale appariva assicurato dalla credenza in una
qualche entità trascendente, dalla quale emanavano le leggi che governavano sia il mondo della natura che
quello umano. Una volta però infranta la credenza nella sacralità della tradizione, l fondamento dell'ordine
sociale doveva essere ricercato all'interno della società stessa. Hobbes aveva risolto questo problema
postulando un patto di soggezione mediante il quale, gli uomini, sottoponendosi allo stato, erano riusciti a
controllare la loro natura egoistica e violenta che altrimenti avrebbe condotto alla disgregazione della
società. Smith aveva invece visto nel mercato e nella mano invisibile che regola gli scambi, l'elemento
connettivo che riesce a tenere insieme individui e gruppi che perseguono interessi diversi. Stato e mercato
appaiono come due risposte al problema dell'ordine sociale; per i primi sociologi tuttavia queste due risposte
non appaiono più sufficienti, l'ordine sociale deve trovare fondamento in qualche meccanismo o processo
che operi nella struttura interna dell'organismo sociale. Infatti i modelli organicistici della società sono una
delle prime forme di soluzione del problema; essi saranno destinati a durare nel tempo e ricompariranno, in
versioni modificate, anche nelle più moderne teorie funzionalistiche. Comte e Spencer sviluppano entrambi
un modello organicistico di stampo evoluzionistico; le teorie dell'evoluzione naturale di Lamarck e di Darwin
esercitarono una notevole influenza sul pensiero sociologico. Per Spencer e Comte la società è concepita
come un organismo le cui parti sono connesse tra loro da una rete di relazioni di interdipendenza; l'equilibrio
che si genera tra le varie parti è dinamico, sottoposto cioè ad un continuo processo di evoluzione che si
muove dall'omogeneo all'eterogeneo. Il motore del processo è la competizione tra le specie; essa seleziona
coloro che dispongono di maggiore capacità di adattamento all'ambiente. Gli organismi sociali rispondono
alle sfide generando nuovi organismi, con la conseguenza di innestare processi di divisione del lavoro. Da
Spencer in poi la divisione del lavoro è diventata uno dei temi centrali della teoria sociologica. Mentre per
Simmel la divisione del lavoro, producendo differenziazione sociale, fa in modo che la conseguente
eterogeneità tra gli appartenenti ad una società crei le basi per un'accentuata individualizzazione, tipica della
modernità; gli esseri umani diventano così sempre più diversi l'uno dall'altro e in virtù di questa diversità
devono stabilire rapporti di interazione reciproca,diretta o indiretta, attraverso la mediazione del denaro, con
chi è lontano nello spazio fisico e sociale ( la diversità estende le relazioni di interdipendenza). Anche per
Durkheim il problema dell'ordine è centrale nella sociologia ed egli lo affronta individuando un nesso tra
forme della divisione del lavoro e forme della solidarietà sociale: nelle società dove la divisione del lavoro è
scarsa ciò che unisce è un vincolo di solidarietà fondato sulla credenza in una comune origine o identità; il
vincolo di solidarietà appare originarsi all'esterno, in una credenza di natura sacrale e religiosa (solidarietà
meccanica). Nelle società moderne invece, dove prevale la divisione del lavoro, il vincolo di solidarietà è di
natura interna, fondato sui nessi di interdipendenza tra le varie funzioni e professioni svolte da individui e
gruppi sociali (solidarietà organica). Il problema del mutamento rappresenta l'altra faccia del problema
dell'ordine; anche Tonnies lo affronta con un modello dicotomico, ma mentre per Durkheim il mutamento è
progressivo; Tonnies guarda all'avvento della modernità con una sorta di nostalgia per il passato: per lui
organica è la comunità, che emerge in forme embrionali in seno alla famiglia nei rapporti tra madre e
bambino, tra moglie e marito ecc, per estendersi poi ai rapporti di vicinato e di amicizia. Questi rapporti sono
improntati a intimità, condivisione di linguaggi, significati, abitudini ed esperienze comuni; i vicoli di sangue
(famiglia e parentela), di luogo (vicinato) e di spirito (amicizia) contribuiscono a creare delle unità organiche,
nelle quali gli esseri umani si sentono uniti in modo permanente da fattori che li rendono simili gli uni agli
altri. Nella società invece gli individui vivono isolati, oppure in tensione gli uni con gli altri, e ogni tentativo di
entrare nella loro sfera privata viene percepito come un atto di intrusione; il rapporto societario tipico è quello
di scambio dove i contraenti non sono mai disposti a dare qualcosa di più di quello che ricevono, che mette
in relazione non gli individui, ma le loro prestazioni.
Il paradigma del conflitto.
Per Marx in ogni società i rapporti sociali fondamentali sono quelli che si instaurano nella sfera della
produzione e distribuzione dei beni e servizi che servono alla società stessa per funzionare e riprodursi,
questi rapporti sono essenzialmente di dominio e sfruttamento e quindi conflittuali, in quanto gli interessi
delle classi contrapposte sono inevitabilmente antagonistici. La storia, scrivono Marx ed Engels, è stata
finora storia della lotta di classe; questo conflitto è il motore del mutamento di classe: ogni sistema sociale
produce nel suo seno le forze destinate a negarlo e alla fine superarlo; il proletariato industriale è il prodotto
del sistema capitalistico, ma anche il fattore che condurrà alla sua distruzione e all'instaurazione di una
società senza classi dove verranno meno anche le ragioni del conflitto. A differenza di Marx, per Weber il
conflitto non si riduce alla lotta di classe; le classi nascono anche dalla contrapposizione di interessi
economici che si scontrano laddove si formano dei mercati; in epoca moderna la lotta di classe si manifesta
principalmente sui mercati dove si scambia forza lavoro, ma la sfera economica non è l'unica in cui si
manifesta il conflitto: accanto ad essa si collocano le sfere della politica, del diritto, della religione, dell'onore
e del prestigio. Le varie sfere poi non sono isolate l'una dall'altra, anche se ognuna mantiene una sua
relativa autonomia. In quest'ottica deve essere letta anche la tesi weberiana sulle origini protestanti dello
spirito del capitalismo, dove in questo caso il conflitto nasce nella sfera religiosa e le nuove sette producono
conseguenze sugli atteggiamenti dei credenti verso l'attività economica e mettono in moto delle dinamiche
che risulteranno favorevoli allo sviluppo dell'imprenditorialità capitalistica. Tuttavia il conflitto per Weber non è
una condizione patologica della società: esso non conduce alla disgregazione della società, ma alla
creazione di strutture istituzionali (ordinamenti sociali) che esprimono i rapporti di forza che si sono
consolidati e che quindi svolgono la funzione di regolazione del conflitto. Non c'è in Weber un esito finale
dove i conflitti si placano e regna l'armonia: il conflitto genera sia ordine che mutamento, la società stessa
non è altro che l'insieme delle istituzioni e dei conflitti che si intrecciano su piani e in sfere diverse. Gli attori
sociali si muovono in questo spazio, dovendo scegliere continuamente da che parte stare; la dimensione
della scelta poi fa riferimento alla contrapposizione tra paradigma della struttura e paradigma dell'azione.
Il paradigma della struttura.
Chi si muove nella prospettiva del paradigma della struttura parte dall'assunto che per spiegare i
comportamenti umani bisogna ricondurli alle coordinate sociali nelle quali si manifestano: ogni uomo nasce
in un mondo sociale preformato, cresce in un determinato ambiente, assume i valori, le credenze, i modi di
pensare e le abitudini che vigono nella società in cui è nato e nell'ambiente specifico in cui vive, entrerà in un
ruolo lavorativo dove si aspettano da lui determinate prestazioni, svilupperà preferenze, ma anche idee
politiche, condizionate dal posto che occupa nella struttura sociale. L'intera sua esistenza seguirà quindi
strade già tracciate, poiché la struttura sociale altro non è che il reticolo di queste strade. Tutte le volte che si
imputa alla società le cause del comportamento di un individuo, si segue un approccio che parte dalla
struttura sociale per arrivare all'individuo: quando una persona commette un reato grave si va a scavare
infatti nella sua biografia, per scoprire fatti che possono averlo indotto sulla via del crimine; si dice allora che
le cause del crimine sono cause sociali. I modelli di spiegazione utilizzati da Marx e Durkheim sono
classificabili nell'ambito del paradigma della struttura: quando Marx analizza i rapporti tra le classi e parla
dello sfruttamento dei lavoratori salariati da parte dei capitalisti, non pensa certo che i membri delle due
classi abbiano la possibilità di comportarsi diversamente; la posizione che occupano nella struttura sociale
impone agli uni di fare tutto il possibile per accrescere i profitti e agli altri di vendere la forza lavoro a un
prezzo che garantisce loro appena la sopravvivenza. Durkheim teorizza che la società viene prima degli
individui, che i fatti sociali possono essere spiegati solo da altri fatti sociali e che non si può partire dal
comportamento degli individui per arrivare alla società; la sua polemica contro le spiegazioni psicologiche dei
fatti sociali raggiunge il culmine nello studio del suicidio: egli mostra che nel suicidio operano cause sociali,
che possono spiegare come in certe condizioni sociali, che riducono il livello di integrazione di un individuo
nelle reti di rapporti sociali, aumenti la probabilità che egli giunga alla conclusione di togliersi la vita. Le teorie
funzionalistiche operano anch'esse con un modello di spiegazione di tipo strutturale: la teoria dei ruoli,
spiega infatti il comportamento degli individui in base allo status che occupano in uno dei sottosistemi che
compongono il sistema sociale; i ruoli sono strutture normative che determinano l'insieme dei diritti e doveri,
nei confronti di chi occupa una determinata posizione sociale. In altri termini, è la società che spiega gli
individui e non viceversa, non sono gli individui che scelgono la posizione sociale che occupano e i ruoli che
svolgono, ma è piuttosto la struttura sociale che seleziona e forma gli individui adatti a ricoprire quei ruoli e
occupare quelle posizioni. Per questa ragione, il paradigma della struttura riflette una concezione olistica del
sociale, in quanto concepisce la società come l'unità primaria di analisi e gli individui come veicoli attraverso
i quali la società si esprime.
Il paradigma dell'azione.
Il paradigma dell'azione nasce in Germania e a Weber è attribuito il merito di averne posto i fondamenti: egli
sostiene che per spiegare i fenomeni sociali è necessario ricondurli ad atteggiamenti e comportamenti
individuali e di questi si deve cogliere il significato che rivestono per l'attore. I principi del paradigma
dell'azione sono quindi due:
i fenomeni macroscopici devono essere ricondotti alle loro cause microscopiche
per spiegare le azioni individuali è necessario tener conto dei motivi degli attori.
In riferimento al paradigma dell'azione si parla di individualismo metodologico: al termine individualismo non
è attribuito nessun significato valutativo o morale, ma solo un significato logico; esso indica che non si
possono imputare azioni si cui si ipostatizza l'unità. Secondo i canoni dell'individualismo metodologico non è
corretto affermare che la classe operaia nutriva risentimento nei confronti della classe borghese, mentre è
lecito affermare che il sindacato dei metalmeccanici proclamò uno sciopero; cioè nel primo caso si postula
l'esistenza di attori collettivi che non sono in grado di esprimere sentimenti, nel secondo caso si tratta
sempre di attori collettivi, ma questa volta dotati di organi e procedure capaci di produrre decisioni vincolanti
per tutti i loro aderenti. Nella sociologia contemporanea si usa spesso sostituire il concetto di attore collettivo
con quello di agency, per indicare un ente che agisce attraverso gli individui, ma è dotato di una propria
volontà. Il secondo principio indica che per spiegare un'azione si deve tener conto dei motivi dell'attore, alla
base di questo approccio vi è una concezione dell'uomo come di essere dotato della capacità di compiere
delle scelte e di dare un senso alle sue azioni: l'attore si muove sempre in situazioni che comportano vincoli
e condizionamenti, ma non si riduce mai ad essere un burattino mosso da forze esterne, ma nell'ambito dei
vincoli contestuali, egli persegue mete ed elabora strategie che possono avere più o meno successo, ma
che comunque danno un senso alla sua azione. Secondo Weber la comprensione raggiunge il massimo
grado di evidenza nel caso delle azioni razionali; gli economisti della scuola neoclassica, hanno costruito sul
postulato della razionalità un imponente impianto teorico; tuttavia la razionalità riguarda soltanto quella
strumentale che Weber distingue dalla razionalità rispetto al valore: il primo tipo si riferisce a quelle forme di
comportamento che sono orientate intenzionalmente verso uno scopo, il secondo tipo riguarda invece i
comportamenti conformi a scelte valutative che l'attore ha adottato come criteri assoluti di orientamento
dell'azione, a prescindere dalle conseguenze che da tali comportamenti potrebbero derivare; tipiche azioni
razionali del primo tipo sono quelle che si realizzano nello scambio di mercato. Razionale rispetto al valore è
invece il comportamento del militante pacifista che si rifiuta di indossare le armi, oppure del credente
disposto a subire qualsiasi sofferenza piuttosto che abiurare alla sua fede.
Compatibilità tra i paradigmi.
Il paradigma della struttura vede nella società prevalentemente l'elemento della costrizione e gli individui
come esseri che devono adattarsi alle circostanze che vengono loro imposte; il paradigma dell'azione invece
concede spazio all'attore, non solo nel senso che questi può scegliere diversi corsi di azione, pur nell'ambito
dei vincoli posti dalla struttura, ma con la sua azione pone in essere la struttura stessa. Il passaggio
dall'azione alla struttura è teoricamente decisivo nel quadro del paradigma dell'azione: il concetto di effetto
non intenzionale è in questo contesto molto importante; un suo tipico effetto è presente nell'ipotesi
weberiana sul rapporto tra etica protestante e spirito del capitalismo: secondo Weber il dogma della
predestinazione metteva i credenti in una situazione di angoscia relativa al proprio destino di salvezza;
angoscia che tuttavia poteva trovare sollievo nei segnali di salvezza ricavabili dal successo terreno, in
particolare nell'attività imprenditoriale. La categoria degli effetti non intenzionali, chiamati anche effetti di
composizione, di aggregazione o emergenti, è importante per due ragioni: da una parte essa mette in luce
come sia frequente il caso di azioni individuali che producono effetti diversi alle intenzioni degli attori;
dall'altra essa spiega come da una molteplicità di azioni individuali si generino strutture istituzionali che
nessun attore ha voluto, ma che una volta consolidatesi, costituiscono un vincolo per gli attori stessi.
L'istituzione mercato è il tipico esempio di una struttura che si è generata storicamente in modo spontaneo
dall'intrecciarsi da una miriade di scambi tra compratori e venditori. Detto ciò, i due paradigmi risultano
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Caricato da: cristina.amato
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Universita: Università di Palermo
Materia: Sociologia
Data di caricamento: 20/02/2011
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vanessa.selv - Università di Napoli Federico II

raga qualcuno mi sa dire xke non mi fa scaricare il documento??? grazie

02/08/13 10:45
simone.malacrida - Università di Milano

Grazie mille

10/07/13 16:54
antonella.ninivaggi.91 - Università Alma Mater di Bologna

scusate xk nn riesco a scaricarlo?

30/06/13 12:38
stonics - Università di Padova

Ottimo riassunto!

16/05/13 11:50
simona.porrata1 - Università di Genova

grazie!

28/04/13 14:27
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