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SE QUESTO E' UN UOMO - Primo Levi [Scheda del libro], Riassunti di Letteratura. Università non definita

Letteratura

Descrizione: SE QUESTO E' UN UOMO - Primo Levi [Scheda del libro]
Mostro le pagine  1  -  3  di  3
SCHEDA DI LETTURA DE:
“SE QUESTO È UN UOMO
DI: PRIMO LEVI
ED: ENAUDI
GENERE: DRAMMATICO – STORICO
N. PAG. 218
IL LIBRO
Scritta nel 1945, subito dopo il ritorno da Auschwitz, questa è l’opera in cui Levi racconta con più urgenza e
drammaticità l’orrore della crudeltà e della morte nel Lager e i piccoli gesti di dignità e di solidarietà degli uomini
calpestati.
LA TRAMA
La vicenda dell’autore inizia la notte del 13 dicembre 1943, quando Levi venne sorpreso sulle colline torinesi, insieme
ai suoi compagni, da un reparto della milizia fascista. Dopo averci narrato in termini lapidari come venne catturato dai
fascisti e condotto nel campo di concentramento di Fossoli, e dopo averci descritto, attraverso pagine altamente
drammatiche, come gli ebrei internati nel campo accolsero l’annuncio della deportazione, Levi affronta la descrizione
del viaggio che lo condurrà, in un convoglio composto da dodici carri, chiuso dall’esterno e in cui si affollavano
uomini, donne e bambini, dalla piccola stazione di Carpi, in Italia, ad Auschwitz, nell’alta Alesia.
Giunti a destinazione, il meccanismo dell’annientamento si mette subito in moto: è il primo episodio di una lunga serie
di eventi simili il cui unico scopo è quello di giungere, per gradi, alla totale eliminazione dei deportati. Coloro che sono
in grado di essere utilizzati come mano d’opera fino allo sfruttamento completo di ogni risorsa umana, vengono
condotti ai campi di lavoro; tutti gli altri, vecchi, inabili, bambini, invece avviati alle camere a gas. Gli “abili, caricati
su un carro, vengono trasportati nel campo di lavoro che è stato loro assegnato. Spogliati, rivestiti con casacche a righe,
e zoccoli, tatuati sul braccio sinistro con il numero di matricola che d’ora in avanti sostituirà il loro nome, si
trasformano da uomini in “Häftlinge”, cioè in prigionieri. Da questo momento il nome di Primo Levi sarà:174517.
La narrazione prosegue addentrandosi, e descrivendo le abitudini di quell’inferno, che è la vita in un Lager. Tutti gli
internati vengono trasferiti ogni giorno presso una fabbrica di gomma, chiamata la Buna, e sotto la sorveglianza di un
Kapò, svolgono un lavoro massacrante. Ben presto i più deboli soccombono alle malattie e alle privazioni.
Non è trascorso molto tempo dal suo arrivo nel campo quando Levi, trasportando un carico pesante, cade e si ferisce un
piede. Quella stessa sera si presenta all’infermeria, la Ka-Be, dove resterà per una ventina di giorni. È proprio qui che
l’autore assiste alla sbrigativa procedura con cui le SS, prescelgono coloro da inviare alle camere a gas.
Viene quindi destinato ad un altro Block, dove ha la fortuna di incontrare Alberto, il migliore amico che si è fatto al
campo, con cui poi condividerà il privilegio di essere assegnato al Kommando chimico.
Poco tempo dopo dovrà sostenere un prova per poter essere ammesso al laboratorio di chimica del campo.
Miracolosamente, nonostante la soggezione provocata dall’esaminatore il dottor Pannwitz, Levi riesce a superare
l’esame. Rimarrà aggregato al Kommando chimico, ma passeranno diversi mesi, contrassegnati da sempre nuovi
patimenti e da unaltra selezione, prima che entri a far parte, insieme ad altri due prigionieri, uno belga e l’altro rumeno,
del laboratorio e possa cominciare a nutrire la speranza di superare il suo secondo inverno nel campo.
Nel frattempo hanno inizio i bombardamenti alleati sull’Alta Alesia, anche la fabbrica di gomma viene colpita, tutto fa
presagire come prossima la catastrofe del Terzo Reich, ma non per questo il ritmo di lavoro dei prigionieri subisce un
rallentamento o le loro sofferenze diminuiscono. Episodio significativo, nonostante sia assai drammatico, è
l’impiccagione di un uomo accusato di aver organizzato un complotto per l’ammutinamento dei prigionieri del campo;
gli Häftlinge vengono condotti sul luogo dell’esecuzione, dove il condannato prima di morire si rivolge ai compagni
così: “Compagni, io sono l’ultimo!”.
Dopo questo episodio gli eventi precipitano, il fronte russo si sta avvicinando e il Lager viene evacuato. Nel campo
rimangono solo circa ottocento ammalati, tra i quali anche l’autore poiché colpito dalla scarlattina, abbandonati a se
stessi, senza cure, acqua, né cibo, ad una temperatura di venti gradi sotto zero. Levi è tra i pochissimi che riesce a
sopravvivere e le ultime pagine del libro, scritte sotto forma di diario, ci danno la cronaca di ciò che accade in questi
terribili dieci giorni, dal 19 al 27 gennaio 1945 data della liberazione.
I PERSONAGGI
Innanzi tutto, nel campo esistevano tre categorie di prigionieri che si distinguono tra loro per il diverso contrassegno che
portano sulla giacca: gli ebrei una stella rossa e gialla, i politici un triangolo rosso, i criminali un triangolo verde.
Levi divide inoltre i personaggi in due categorie: i salvati e i sommersi, dedica a questa distinzione un intero capitolo
portando diversi esempi. Fra quelli della prima categoria: l’ebreo galiziano Schepschel che riesce a sopravvivere grazie
ad espedienti di ogni genere e piccoli traffici; l’ingegnere Alfred L. che attraverso una laboriosa ostentazione di
prosperità riesce a conquistarsi un posizione di rispetto; lenergumeno Elias Lindzin, che nonostante la sua statura,
possiede una notevole forza fisica tanto da renderlo fisicamente indistruttibile; il giovane Henri, che avendo capito i tre
metodi per sopravvivere ( sapersi organizzare, rubare, suscitare pietà), si guadagna la simpatia degli altri. Nella seconda
categoria si riconosce Null-Achtzehn, cioè “Zero Diciotto, talmente indifferente a tutto che non reagisce neppure più ai
maltrattamenti e alle percosse, che mostra l’agghiacciante metamorfosi di un uomo sottoposto all’opera di
annientamento messo in atto dal Lager.
Levi ci propone la descrizione di numerosi compagni ecco i più significativi:
ALBERTO: è il suo migliore amico, lo incontra all’uscita dall’infermeria e non si separerà più da lui fino alla sua
partenza il 18 gennaio 1945, e da quel momento non si rivedranno mai più, poic anche lui morirà durante
un’interminabile marcia attraverso la Germania. “Non ha che ventidue anni, due meno di me, ma nessun italiano ha
dimostrato capacità di adattamento simili alle sue…ha capito prima di tutti che questa vita è guerra; non si è concesso
indulgenze, non ha perso tempo a recriminare e a commiserare sé e gli altri… La loro era sicuramente una grandissima
amicizia “Era il mio indivisibile: noi eravamo “i due italiani”, e per lo più i compagni stranieri confondevano i nostri
nomi. Da sei mesi dividevamo la cuccetta, e ogni grammo di cibo organizzato extra-razione …”
LORENZO: un operai civile italiano che lavorava alla fabbrica di gomma; che mosso dalla compassione per la sorte di
Levi, senza pretendere alcun compenso, cercò di aiutarlo, sfamandolo per sei mesi. “Io credo che proprio a Lorenzo
debbo di essere vivo oggi; e non tanto per il suo aiuto materiale, quanto per avermi costantemente rammentato, con la
sua presenza, con il suo modo copiano e facile di essere buono, che ancora esisteva un mondo giusto ad di fuori del
nostro, qualcosa e qualcuno di ancor puro e intero, di non corrotto e non selvaggio, estraneo all’odio e alla paura;
qualcosa di assai mal definibile, una remota possibilità di bene, per cui tuttavia metteva conto di conservarsi.”
CHARLES e ARTHUR: sono due compagni di stanza, che durante i dieci giorni precedenti la liberazione lo aiuteranno
a sopravvivere. “I due francesi con la scarlattina erano simpatici. Erano due provinciali dei Vosgi, entrati in campo da
pochi giorni… il più anziano si chiamava Arthur, era contadino, piccolo e magro. L’altro, suo compagno di cuccetta, si
chiamava Charles, era maestro di scuola e aveva trentadue anni…”
SPAZIO&TEMPO
La vicenda si svolge a Monowitz, vicino ad Auschwitz, in Alta Slesia: una regione abitata sia da tedeschi che da
polacchi. Tutti i prigionieri lavoravano in una fabbrica di gomma chiamata Buna, per questo lo stesso campo si
chiamava Buna.
Gli spazi aperti sicuramente l’autore non ha avuto la possibilità di vedere ciò che “stava fuori” visto che tutto il campo
era recintato e potevano uscire solo quando si dirigevano al lavoro. “Si vedevano a mezzogiorno le montagne; a
ponente, familiare e incongruente, il campanile di Auschwitz (qui, un campanile !) e tutto intorno i palloni frenati dello
sbarramento. I fumi della Buna ristagnavano nell’aria fredda, e si vedeva anche una fila di colline basse, verdi di
foreste…” Gli spazi chiusi, naturalmente il luogo in cui si svolge l’intera narrazione, o quasi, è il Lager “…è un
quadrato di circa seicento metri di lato, circondato da due reticolati di filo spinato, il più interno dei quali è percorso da
corrente ad alta tensione. È costituito da sessanta baracche in legno, che qui si chiamano Block, di cui una decina in
costruzione… ogni Block è adibito a determinati scopi, cucina, infermeria, fattoria sperimentale, dormitorio, questi
ultimi si distinguono per il tipo di prigioniero “non vi sono che centoquarantotto cuccette a tre piani, disposte
fittamente, come delle di lavare, in modo da utilizzare senza residui tutta la cubatura del vano, fino al tetto, e divise in
tre corridoi; qui vivono i comuni Häftlinge, in numero di duecento duecentocinquanta per baracca, due quindi in buona
parte delle cuccette…”. L’altro luogo “principale” è la fabbrica della Buna “la Buna è disperatamente ed essenzialmente
opaca e grigia. Questo sterminato intrico di ferro, di cemento, di fango e di fumo è la negazione della bellezza. Le sua
strade e i suoi edifici si chiamano come noi, con numeri o lettere, o con nomi disumani e sinistri. Dentro il suo recinto,
non cresce un filo d’erba, e la terra è impregnata dei succhi velenosi del carbone e del petrolio, e nulla è vivo se non
macchine e schiavi: e più quelle di questi.”
Il tempo della storia e della narrazione, sono ben determinati, infatti la vicenda inizia con l’arresto dell’autore il 13
gennaio 1943 e termina la mattina del 27 gennaio 1945 con la liberazione del Lager da parte dell’Armata Russa.
IL COMMENTO
La struttura del romanzo: si può notare che a seconda degli episodi narrati l’autore ha scelto un andamento diverso:
quello del resoconto, in cui gli avvenimenti ci vengono esposti nella loro successione cronologica; quello più aperto e
disteso che procede per associazioni di memoria, in cui l’autore ci presenta la vita nel campo attraverso una serie di
quadri che includono personaggi e situazioni; quello infine di impianto diaristico, adottato nelle ultime pagine, che
meglio riproduce il precipitare degli eventi e meglio si adegua alla concitazione che assume il racconto.
La lingua: il romanzo è scritto con un linguaggio semplice e vicino all’uso quotidiano; si nota l’uso di termini
appartenenti a lingue straniere, in particolare il tedesco e il francese.
Levi in quest’opera, non si limita a dare una registrazione delle proprie esperienze, a offrire un documento umanissimo
delle sofferenze, ma riesce anche ad esprimere un giudizio sull’atrocidi quelle stesse sofferenze, con il distacco che
proviene dalla sua volontà di comprendere le leggi che regolano il comportamento degli uomini, per riuscire a capire il
mostruoso fenomeno del Lager. “Ci si potrà forse domandare se proprio metta conto, e se sia bene, che di questa
eccezionale condizione umana rimanga qualche memoria. A questa domanda ci sentiamo di rispondere affermamente.
Noi siamo infatti persuasi che nessuna umana esperienza sia vuota di senso e indegna di analisi, e che anzi valori
fondamentali, anche se non sempre positivi, si possano trarre da questo particolare mondo di cui parliamo.”
L’autore ci vuole inoltre proporre lo spaccato di un mondo in cui la lotta per la vita, ridotta al suo meccanismo
primitivo, si riconosce come uno spietato processo di selezione naturale, dove l’unico elemento di differenziazione tra
gli uomini è determinato solo dalla loro capacità o incapacidi imporsi, di dominare al fine di sopravvivere. “Nella
storia e nella vita pare talvolta di discernere una legge feroce che suona: a chi ha, sarà dato; a chi non ha, a quello sarà
tolto”. Nel Lager, dove l’uomo è solo e la lotta per la vita si riduce al suo meccanismo primordiale, la legge iniqua è
apertamente in vigore, è riconosciuta a tutti”.
Levi fa notare che tutte le azioni compiute nel campo da parte dei tedeschi, hanno sempre un sottofondo di ilarità; come
esempio si può portare l’insegna vivamente illuminata all’entrata del campo dove spiccano le parole: ARBEIT MACHR
FREI (Il lavoro rende liberi). “la mia idea ormai è che tutto questo è una grande macchina per ridere di noi e
vilipenderci, e poi è chiaro che ci uccidono, chi crede di vivere è pazzo, vuol dire che ci è cascato, io no, io ho capito
che presto sarà finita,…”
Ecco alcune frasi che mi hanno particolarmente colpito:
“… nel Lager si perde l’abitudine di sperare, e anche la fiducia nella propria ragione. In Lager pensare è inutile, perché
gli eventi si svolgono per lo più in modo imprevedibile; ed è dannoso, perché mantiene viva una sensibiliche è fonte
di dolore, e che qualche provvida legge naturale ottunde quando le sofferenze sorpassano un certo limite.
“A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che “ogni straniero è nemico”.
Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come uninfezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e
incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso
divento premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena sta il Lager:”
“Tutti scoprono, più o meno presto nella loro vita, che la felicità perfetta non è realizzabile, ma pochi si soffermano
invece sulla considerazione opposta: che tale è anche una infelicità perfetta. I momenti che si oppongono alla
realizzazione di entrambi i due stati-limite sono della stessa natura: conseguono dalla nostra condizione umana, che è
nemica di ogni infinito. Vi si oppone la nostra sempre insufficiente conoscenza del futuro; e questo si chiama, in un
caso, speranza, e nell’altro, incertezza del domani. Vi si oppone la sicurezza della morte, che impone un limite a ogni
gioia, ma anche a ogni dolore. Vi si oppongono le inevitabili cure materiali, che, come inquinano ogni felicità duratura,
così distolgono assiduamente la nostra attenzione dalla sventura che ci sovrasta, e ne rendono frammentaria, e perciò
sostenibile, la consapevolezza.”
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Informazioni sul documento
Caricato da: Alberto
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Indirizzo:
Universita: Università non definita
Materia: Letteratura
Data di caricamento: 05/07/2010
Jules09 - Università di Milano-Bicocca

BEN FATTO!

24/04/13 03:55
143mymonkey1 - Università non definita

ben fatto !

24/01/13 12:47
pippo11 - Istituto Superiore di Scienze Religiose

buono

12/03/12 06:52
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