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STORIA DI ROMA TRA DIRITTO E POTERE, Riassunto del corso Storia Del Diritto Romano (Capogrossi), Sintesi di Storia Del Diritto Romano. Polo Universitario della Spezia

Storia Del Diritto Romano

Descrizione: Riassunto degli argomenti d'esame di storia del diritto romano. Testo di riferimento: fino pag.381 del manuale di "Storia di roma tra diritto e potere" di Capogrossi per l'esame di Storia Del Diritto Romano
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Universita: Polo Universitario della Spezia
Indirizzo: Giurisprudenza
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maverick95fx1 - Università del Molise

buono

29/06/16 10:29
ballery - Università di Roma La Sapienza

ma è praticamente il libro riscritto al computer...=(

25/05/13 14:30
angpro - Università di Roma La Sapienza

complimenti...grazie mi sarà utile! qualche suggerimento sulle domande o argomenti più spinosi???

21/05/13 18:55
alberto91 - Università di Trento

Molto buono!

13/05/13 21:47
lorenx - Università di Roma La Sapienza

Ottimo

24/04/13 21:57

STORIA DI ROMA TRA DIRITTO E POTERE

CAPITOLO PRIMO

LA GENESI DELLA NUOVA COMUNITA’ POLITICA

1 Le condizioni materiali nel Lazio arcaico

Agli inizi dell’ultimo millennio a.C. il paesaggio fisico in cui si situavano gli insediamenti umani che avrebbero dato origine a Roma e alle altre città del Latium vetus non doveva essere molto diverso da quello odierno, solo più scosceso e segnato da maggiori e improvvisi dislivelli. Soprattutto la presenza di aree boschive e di vasti acquitrini, negli avvallamenti, contribuiva all’isolamento delle comunità umane ivi stanziate. Il territorio era limitato a Nord dal Tevere , a Ovest dal mare, a Est dai primi altipiani che segnano il confine fra i Latini e le popolazioni sabelliche e a Sud , infine , dagli ultimi contrafforti dei colli Albani che si sporgono sulla grande pianura che si apre verso Cisterna, Circeo e Terracina. Nella primitiva economia delle popolazioni laziali un ruolo importante era rappresentato dall’allevamento, dove, accanto alla pecora, ebbe per molto tempo fondamentale importanza il maiale. Era però già praticata anche una forma primitiva di agricoltura , legata anzitutto alla coltivazione di farro. Abbastanza antico appare anche lo sfruttamento di certi alberi da frutto , come il fico e , l’ulivo mentre la vite avrebbe assunto maggiore rilevanza in età successiva. Sin dagli inizi dell’ultimo millennio a. C venero sviluppandosi , con l’incremento dei livelli economici delle popolazioni laziali, forme di circolazione di uomini e cose. Le principali rotte commerciali , attraversando verticalmente la pianura laziale, univano l’Etruria alla Campania : due aree di più precoce sviluppo economico. Uno dei pochi punti di passaggio, dove era facile il guado del Tevere , è costituito dall’area su cui sorgerà Roma. Non meno importanti erano anche le vie di comunicazione del mare verso l’interno : allora , infatti, il Tirreno era già coperto da una fitta rete di traffici marittimi che contribuivano all’intenso flusso di beni tra la zona costiera degli scambi e l’entroterra , attraversando la pianura controllata dai colli Albani da un lato, dal Palatino e dal Campidoglio Quirinale dall’altro. Il nome della Via Salaria , a Roma , ricorda appunto uno di questi percorsi commerciali, relativo a un bene di fondamentale importanza nell’alimentazione umana : il sale. Quest’area , sin dagli inizi dell’ultimo millennio a.C. , era caratterizzata dalla presenza di numerosi villaggi vicini gli uni agli altri e costituiti da poche capanne. La loro aggregazione interna, e conseguentemente la reciproca differenziazione, si fondava sulla presenza di forme familiari o pseudo parentali, legate alla memoria di una più o meno leggendaria discendenza comune. Queste numerose comunità non sempre e non tutte erano destinate a evolvere verso forme cittadine, talora piuttosto ristagnando o regredendo in frammenti sparsi nella campagna. Contro ogni accelerazione della loro crescita materiale giocava la persistente difficoltà di assicurarsi lo sfruttamento di zone adeguate di territorio. Ciò infatti non implicava solo la capacità di difesa contro l’esterno, ma soprattutto presupponeva un adeguato controllo dell’uomo sulla natura, né facile né rapido. Cosicché non possono meravigliare le piccole dimensioni dei numerosi centri che, ancora tra IX e VIII secolo a.C. , appaiono disseminati nell’area laziale. L’elevata quantità degli insediamenti in un’area territoriale relativamente circoscritta non solo è confermata dalle continue e importanti scoperte archeologiche degli ultimi decenni , ma anche dalla memoria storica che ne avevano gli antichi. Sembra echeggiare questa situazione un suggestivo testo di Plinio in cui si afferma che , in un tempo remoto , in Latio vi furono, accanto a piccole cittadine ( clara appida ), dei populi, uniti da un vincolo religioso costituito dal culto di Iupiter Latiaris che si svolgeva in monte Albano , l’odierno Monte Cavo , nel cuore dei Castelli romani. Questi populi, designati unitariamente come Albanes , sono menzionati in numero di trenta e richiamati al plurale. Sia questi che gli appidia sarebbero stati tutti destinati < a dissolversi in età storica senza lasciar traccia > . E ‘attestato la

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presenza sin dalla più remota antichità di un tessuto unitario atto ad agevolare quei processi di fusione e saldatura che avrebbero portato alla formazione di unità più ampie e consolidate.

2 Villaggi , distretti rurali e leghe religiose

Nelle tombe d’epoca arcaica, scavate nelle varie località laziali, vediamo la presenza di antiche forme culturali , attestate dal trattamento del cadavere, dalle suppellettili che lo attorniano, legate alla vita quotidiana : recipienti con cibo, ornamenti , le armi per gli uomini , e gli strumenti di tessitura per le donne. Ciò fa pensare che fosse già diffusa la credenza in una vita ultraterrena. Un altro aspetto importante è costituito dalla grande omogeneità di questi ritrovamenti , a testimoniare una notevole uniformità di condizioni economiche. I vincoli parentali o pseudo parentali fattore di coagulo di queste varie comunità , non dovevano necessariamente coincidere con singole unità familiari, mentre invece erano rafforzati dal culto degli antenati e dalla presenza di più o meno circoscritte unità sepolcrali . Le elementari funzioni di guida del gruppo dovevano poi associarsi all’età e al ruolo militare. Accanto agli anziani, ai patres, detentori della saggezza e della capacità di ben guidare la comunità , è verosimile che, nei momenti di pericolo e di crisi , i poteri di decisione e di comando venissero deferiti ad alcuni guerrieri di particolare valore e capacità. Dobbiamo immaginare un ruolo permanente dell’assemblea degli uomini in arme, che restava, insieme al parere degli anziani , dei patres del gruppo , competente per le decisioni relative alla vita della comunità . E’ probabile che questi stessi patres, o alcuni di essi, assolvessero anche a particolari funzioni religiose, non solo all’interno della singola famiglia, ma anche in un ambito più ampio , essendosi già affermata , in questo campo, una competenza particolare di singoli individui, assunti quindi a una posizioni di prestigio all’interno della comunità. La grande quantità di questi piccoli villaggi, situati in un’area relativamente circoscritta, sovente a poche centinaia di metri gli uni dagli altri, contribuiva ad accentuare un ininterrotto e fitto sistema di relazioni tra di essi. Era un mondo magmatico caratterizzato da una < cultura > comune , consistente anzitutto nella comunanza della lingua latina e nella partecipazione a riti e culti. Alla vitalità di questo tessuto unitario dovette inoltre contribuire notevolmente un insieme d’interessi più direttamente economici. La gestione in comune o la spartizione dei pascoli, il controllo dei sistemi di comunicazione e dei traffici commerciali, la circolazione e lo sviluppo delle pur rudimentali tecniche agricole, la ripartizione o l’uso in comune delle terre, nonché le possibili forme di circolazione del bestiame nel corso dell’anno dai pascoli più alti alla pianura, a seconda delle stagioni , e la diffusione dei prodotti metallurgici sono fattori di coagulo tra più comunità. La celebrazione dei sacrifici in comune, come nel caso dei trigenta populi Albenses costituisce un momento importante nel sistema di comunicazioni e di scambio tra le varie comunità , assumendo anche un valore più propriamente < politico >. Come anche latamente < politico > appare la figura arcaica del rex Nemorensis, il grande e solitario sacerdote del bosco sacro presso Nemi ( risalente a un’epoca in cui il < sacro > non era costituito dagli uomini con i loro templi , ma si identificava con la dimensione naturale del bosco o dello spazio ai margini di esso e delle culture , oppure con il mistero vitale dell’acqua che sgorgava dalla terra ) . Esso era il luogo di un culto collettivo e di aggregazione di più comunità , non meno di altri centri religiosi. Intorno agli anni in cui la tradizione colloca la fondazione di Roma , verso la metà del VIII secolo, precisamente nel 753 a.C. , profonde trasformazioni sembrerebbero verificarsi nell’organizzazione economico – sociale del Lazio primitivo. Si tratta anzitutto di un processo di differenziazione, documentato dalla presenza di tombe con arredi funerari di crescente opulenza, nettamente distinte da quelle tuttora più diffuse , assai più modeste. Esse attestano , con l’affermata egemonia dei gruppi economicamente e socialmente più forti , una chiara ideologia aristocratica. Lo sforzo anche funerario si ricollega all’affermazione di una gerarchia sociale e di una distinzione di ruoli legata alla ricchezza. Un processo del genere fu reso possibile da un primo sviluppo economico delle società da esso interessate, con l’avvio dei primi fenomeni di accumulazione della ricchezza e con la parallela

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crescita della popolazione. Dove ormai interveniva in modo sempre più accentuato, a favorire l’ineguaglianza di distribuzione dei beni , un fondamentale fattore costituito dalla guerra, < il grande lavoro collettivo > di questa prima età. E’ in essa infatti che il valore individuale , gli stessi armamenti e quindi le prede belliche, definivano diversità di posizioni e di prestigio. Attorno ai guerrieri e ai gruppi familiari più forti si concentrò un numero crescente di seguaci , il che a sua volta dovette accentuare le differenze gerarchiche , sia in termini di forza militare che di ricchezze acquisite. E’ allora , inoltre, che la documentazione archeologica evidenzia un primo sviluppo tecnologico, con il passaggio da una produzione < domestica > dei principali manufatti, e in primo luogo degli oggetti di terracotta, a una produzione specializzata, mentre si moltiplicano gli oggetti metallici, la cui realizzazione implica la presenza di un’elevata tecnologia e la concentrazione di adeguate risorse. In questa fase lo sviluppo economico permette ormai ad alcuni individui di non partecipare immediatamente alla produzione dei beni alimentari e immediatamente funzionali al sostentamento , specializzandosi invece in altre attività artigianali e dando così luogo a un primo < mercato > di scambio tra prodotti agro – pastorali e manufatti. Tra i fattori che dovettero contribuire a tale processo di trasformazione, si può probabilmente annoverare lo sviluppo delle attività agricole . Si tratta di un passaggio importante, giacché la stessa superficie di territorio poteva , se sfruttata in forme agricole, sostenere un più alto numero di individui di un’equivalente area a pascolo. E’ quanto mai verosimile che sin da allora esistesse un regime di appropriazione individuale dei beni mobili , esteso anche al bestiame minore, pecore e suini, oltre che agli animali da trasporto e da lavoro : somari , cavalli e buoi. Analogamente dovevano già essere presenti forme limitate di pertinenza della terra, se non altro sulla capanna e sullo spazio circostante, ma anche con ogni probabilità sui primi circoscritti campi coltivati. Ciò insieme alla diversa distribuzione delle risorse della pastorizia, dovette determinare una progressiva stratificazione dei singoli patres all’interno delle varie comunità d’appartenenza rafforzando maggiormente alcune di queste a danno di altre. L’accentuarsi di tali squilibri, a sua volta, poteva in alcune situazioni ottimali dar vita a fenomeni di < sinecismo > ( da due vocaboli greci riferiti all’< abitare insieme> , che già gli antichi impiegavano a indicare la formazione della città dall’aggregazione di abitanti sparsi ) delle minori comunità verso la più ampia forma cittadina.

3 La fondazione di Roma

Nel quadro di questi nuovi fermenti , appaiono i primi centri insediativi unitari di un certo rilievo che potremmo definire, < città in formazione >. E’ in quest’epoca che vari insediamenti laziali assunsero una fisionomia diversa e più incisiva di quella dei villaggi dell’età precedente. Il nucleo della città era da identificarsi sul Palatino. A tale colle infatti si ricollegano le leggende e i più antichi riti religiosi, oltre ai ricordi legati alla coppia di gemelli salvati dalle acque del Tevere : dalla cosiddetta < casa di Romolo>, al fico < ruminale> sino al percorso effettuato dai Luperci , nella corrispondente cerimonia religiosa , percorso che seguirebbe l’antiquisimun pomerium, il confine della città tracciato dallo stesso Romolo . Quest’area insediativa , soprattutto successivamente alla fusione dei villaggi del Palatino con quelli del Quirinale – Campidoglio, presenta una rilevanza strategica eccezionale . La naturale fortificazione costituita da questi colli permette infatti il controllo di uno dei pochissimi guadi praticabili del Tevere , dove il fiume si divide in due. Ed è qui , appunto, che interviene l’improvvisa accelerazione di processi già sedimentati, di contro a fenomeni di ristagno e inadeguatezza. L’elemento reale che soggiace alla tradizione leggendaria della < fondazione > ( 21 aprile del 753 a C) propone l’idea di un relativamente rapido affermarsi di una realtà nuova. E’ questo il messaggio degli antichi : una < nascita > come rottura. L’espansione cittadina non segui pedissequamente gli schemi territoriali costituiti dai preesistenti collegamenti religiosi. Si possono intuire le tracce , sopravvissute solo in arcaiche tradizioni religiose, di altre forme aggregative, alternative al percorso unificatore che prevalse e che portò all’esistenza di quella

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Roma arcaica , con quella configurazione territoriale che la storia ha conosciuto. Con il prevalere di questa particolare aggregazione avviata verso la forma cittadina , il nucleo, almeno potenzialmente < politico> , di tutte le altre era destinato a essiccarsi, dissolvendosi di fronte alla forma storicamente vincente della polis . Indipendentemente dalla data precisa della fondazione di Roma nella seconda metà dell’VIII secolo a.C. si registrano alcuni fenomeni convergenti. Essi fanno pensare che, in quell’epoca , alcuni dei villaggi preistorici si fossero venuti fondendo in una nuova entità uni-taria caratterizzata da una fisionomia urbana. Con gli spazi per la vita della comunità e per l’assemblea cittadina, per i luoghi dei culti e per la sede del rex , nascono anche la politica e le istituzioni. E’ a Romolo che risale l’incisiva novità organizzativa della città : una < costituzione > , come descrizione di qualcosa che non esisteva prima . Nella sua figura si concentra la dimensione propria del mito di fondazione . Una volta confermato re dal consenso degli dei e dei concittadini, il fondatore definisce la forma sociale e istituzionale della città . Anzitutto distinguendo i suoi seguaci in patrizie e plebei . Quanto alla forma politica , egli avrebbe distribuito il popolo nelle tre tribù dei Romnes, Tities e Luceres, ciascuna suddivisa in dieci curie , suddivise a loro volta ognuna in dieci decurie. Ci troviamo quindi di fronte a un sistema piramidale di distribuzione della popolazione costituito da trecento decurie, trenta curie, tre tribù. Una distribuzione prioritariamente finalizzata alla guerra, giacché ciascuna curia avrebbe dovuto fornire alla città cento uomini armati e dieci cavalieri, dando così luogo alla primitiva legione di tremila fanti e assicurando il complessivo organico di trecento cavalieri . Il coerente sistema ternario a base di tale architettura attesta il carattere artificiale della costruzione così realizzata. Questa < nascita > , tuttavia , si presenta in termini ambivalenti. Da una parte, come rottura, come novità rispetto alla fase precedente. Ma essa raccoglie e organizza, fondendole, realtà preesistenti. Essa è il risultato della fusione dei villaggi preistorici del Palatino e poi del Quirinale. E con essi si fondono tradizioni, pratiche sociali, identità . Si accerta come questi mores della città fossero gli antichi stessi associati a una tradizione immemorabile, non certo introdotti, come invece le istituzioni politiche dal mitico eroe fondatore. Ed è proprio questo carattere che spiega la presenza di molteplici frammenti della tradizione antica, pressoché dimenticati, di piccoli elementi che stentano a inserirsi in un processo di armonizzazione del nostro quadro di conoscenze, facendo intuire una storia tortuosa, fatta di tensioni e conflitti, di svolte violente e improvvise. Tra questi è di notevole importanza, nel sistema territoriale della città primitiva, la contrapposizione dei montes, di carattere urbano , ai pagi , le strutture periferiche.

4 Le strutture familiari e le più ampie aggregazioni sociali

La città fu il punto di arrivo di un processo di crescita della società umana, che avrebbe avuto nella famiglia naturale, il padre e i suoi più diretti dissentiti, il nucleo originario. Di qui la possibilità di cogliere un elemento comune sia alla più piccola cellula della società umana, la famiglia, sia alla forma politicamente più compiuta dell’antichità classica , che è la città . I vincoli di sangue o pseudo parentali come fattore di coagulo di queste primitive comunità di villaggio si ritrovano in mutate condizioni, all’interno della città , nel sistema delle gentes. Due strutture centrali nel corso di tutta la storia di Roma sono la famiglia e la gens . La famiglia in genere si identifica con quella che i Romani indicavano come la familia proprio iure, nucleo centrale della loro intera organizzazione giuridica e sociale. Essa costituisce l’unità elementare di un sistema matrimoniale monogamico , consistente nella coppia di sposi con i diretti discendenti, il nucleo di persone che, almeno tendenzialmente , vive nella medesima città . La rigorosa logica patriarcale delle origini si esprime nel principio secondo cui il vincolo di parentela è stabilito solo attraverso la linea maschile : si tratta della cosiddetta parentela < agnatizia> dal termine latino adgnatus che indica appunto il vincolo di sangue secondo tale linea. Secondo tale criterio i figli di un fratello e di una sorella non sono agnati tra loro. Il sistema agnatizio si ritrova altresì nella nozione di famiglia allargata, che i Romani avevano accanto a quella della famiglia proprio iure, che comprendeva tutti i parenti per linea maschile, sino al sesto o settimo grado .

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Nella familia proprio iure convivevano , sottoposti all’ampia e forte potestas del padre, la moglie , i figli e le figlie non sposate e i successivi discendenti per linea maschile , nonché le loro mogli. E a tale potere essi restavano sottoposti, salvo successivi temperamenti introdotti dai giuristi romani, sino alla morte del loro titolare. Le figlie e le nipoti ne uscivano invece nel momento in cui, sposandosi , entravano a far parte della famiglia del marito ( sottoposte quindi a un analogo potere da parte del pater di questa famiglia ). Il sistema familiare più antico era fondato sul matrimonium com manum che comportava la totale integrazione della moglie nella famiglia del marito, attraverso la finzione che la poneva in condizione di figlia del proprio marito . Al contrario la gens in epoca storica non è un gruppo parentale. Essa costituisce un’aggregazione, talora assai ampia di famiglie che portano lo stesso nomen. Secondo Cicerone : < i gentili sono coloro che portano lo stesso nome, che discendono da ingenui ( cioè cittadini nati liberi ) e che nei loro antenati non abbiano che ingenui che non abbiano subito alcuna capitis deminuti > . Quest’ultimo riferimento esclude dalla gens qualsiasi situazione di degradazione legale: perdita della libertà , della cittadinanza, ma anche il carattere illegittimo della nascita. L’appartenenza al gruppo gentilizio era immediatamente indicata dal nomen, che insieme al prenome individuale , anch’esso scelto per il nuovo nato all’interno di un gruppo di nomi tipici di quella particolare gens, era l’attributo di ciascun cittadino, almeno per l’origine, appartenente agli strati più elevati. Solo in seguito , e anche qui in origine solo per le genti patrizie, al nomen, si venne aggiungendo un cognomen a distinguere singoli individui e lignaggi, realizzandosi allora l’onomastica tipica dei Romani costituita di tria nomina: prenome personale, nome gentilizio e cognome del lignaggio . Va sottolineato che la presenza di una generalizzata forma onomastica come i tria nomina, nella società romana non postula necessariamente che tutta la cittadinanza romana fosse organizzata nella forma delle gentes. La formazione della nuova comunità aveva assorbito i minori villaggi, fondendo insieme i loro territori e i loro abitanti. Le strutture sociali che li avevano precedentemente organizzati non vennero meno con la costituzione della città : si dovettero però ridefinire. Di qui la duplice loro esigenza , da un lato di conservare per quanto possibile i loro propri elementi identitari : dal riferimento alle origini e al sepolcro comuni, ai riti e ai culti ancestrali e ai richiami al loro stesso territorio d’origine. Dall’altro tali gruppi dovevano anche riaffermare la loro fisionomia individuale , tuttavia, ora all’interno del quadro unitario introdotto dalla città. Ciò che avvenne uniformando i sistemi di auto definizione con l’uso uniforme del nomen, secondo lo schema che sarà proprio quello delle gentes in epoca storica. I gruppi che si erano fusi, i villaggi, i lignaggi lungi dal dissolversi , dovettero infatti conservare la loro autonoma struttura all’interno dei nuovi e omogenei contenitori costituiti dalle curie. Egualmente dovettero persistere le gerarchie antiche, seppure organizzate intorno al rex, secondo una logica numerica già presente nei preistorici trigenta populi Albenses che intaccava poco la loro interna struttura organizzativa, restata autosufficiente. Tali fenomeni contribuirono a fissare , se non ad accentuare, la struttura piramidale della società primitiva, rendendo più evidente il dualismo interno che forse era già affiorato nei villaggi precivici. Cioè la presenza delle gentes detentrici di risorse e di terre, in seguito identificate con la primitiva aristocrazia, e ad un insieme di individui relativamente al margine , sovente da quelle dipendenti come < clienti>. Questo vertice aristocratico fu indicato con il termine < patrizi> o , addirittura, con lo stesso termine che connota il capo famiglia : patres e, attribuito dagli antichi all’atto fondativo di Romolo. E’ invece abbastanza incerta l’ipotesi, a più riprese e in vario modo sostenuta dai moderni, che le gentes patrizie fondassero la loro supremazia economica sullo sfruttamento di terre lavorate esclusivamente dai loro clienti Si esclude inoltre che siffatta polarità esaurisse l’organico cittadino. Sin dai primi tempi dovette in esso confluire anche una realtà più eterogenea, per condizioni economiche, svincolata tuttavia da ogni legame di clientela. L’identificazione dei vertici politici cittadini con i gruppi gentilizi sanciva una distinzione di ruoli tra essi e il resto dei cittadini, in termini sia politici che sociali ,legati in buona parte al controllo della ricchezza fondiaria.

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La preminenza delle forme di allevamento, in alternativa allo sfruttamento agrario del territorio romano, rende quanto meno legittima l’ipotesi che a esse si debba associare la supremazia della primitiva aristocrazia. Di qui anche l’ipotesi di un diverso tipo di signoria sulla terra : giacché diversa era la forma di relazione con le terre a pascolo ( forse di diretta pertinenza dei grandi gruppi gentilizi ), di dimensioni assai più estese, della minuta frammentazione delle piccole unità fondiarie conquistate all’agricoltura. A differenziare i vari gruppi sociali dovette contribuire anche il fatto che fossero soprattutto le genti più antiche a conservare il controllo dei loro territori d’origine , in una condizione ambigua , ormai , non essendo essi parte del nuovo demanio distribuito per heredia ( forse l’unico in proprietà secondo il nuovo diritto cittadino ). I due iugeri degli heredia romulei, non meno della sacertà delle pietre di confine, tutelata con la morte del loro eventuale violatore, corrispondono a questo mondo di piccoli proprietari – agricoltori, non alla gestione di mandrie e greggi e agli spazi legati all’allevamento.

5 La città delle origini come sistema aperto

La legenda del ratto delle Sabine evoca il ricordo di un confronto – scontro tra la comunità latina del Palatino e quella sabina del Quirinale. Esso si concluse con la loro fusione , sino addirittura alla duplicazione della regalità con le due figure di Romolo e del sabino Tito Tazio, e segna il primo grande balzo in avanti nella storia di Roma. Un carattere proprio della storia di Roma è che essa lungi dall’apparire in forma monolitica , viene costruendosi con elementi eterogenei, se non contraddittori. Latini e Sabini , poi Etruschi sono componenti diverse che, fondendosi nel nuovo organismo politico della città , contribuirono a staccarla da uniformi radici etnico culturali e a < modernizzarla > , trasformandola in una realtà nuova. Tali fusioni appaiono dunque riproporre e accentuare il carattere di Roma come < ponte > , vincolo strategico e punto di controllo dei collegamenti e delle comunicazioni di più ampio respiro . Ma per ciò stesso, come momento d’incontro tra storie e radici etnico – culturali diverse ed eterogenee. Come in ogni gruppo chiuso , le forme pur inevitabili di circolazione e di integrazione individuale, al loro interno, avvenivano mediante meccanismi assimilativi fondati sulla finzione di un vincolo di sangue, di fatto inesistente. Una circolazione ristretta, dunque, e processi di crescita e di integrazione che incontravano un limite fortissimo in questo carattere familiare : il gruppo sociale presupponeva un < padre > , un comune antenato ed era circoscritto ai soli suoi discendenti , veri o fittizi. Qui è la differenza radicale di questa più fluida fisionomia che caratterizza molte società arcaiche con la città : che ha un < fondatore > , non un < padre > e che pertanto può unire insieme soggetti diversi senza necessariamente inglobarli in un vincolo parentale. Ed è qui che < la politica > opera tendenzialmente in modo eversivo verso la predominanza del sangue e dell’apparato familiare. Mentre insomma, nelle strutture precedenti, l’insediamento del nuovo individuo avviene nella sua trasformazione in < partente > nella città essa avviene con la sua integrazione nelle istituzioni : come < cittadino> , membro del populus. Il successore di Romolo, Numa non era membro della città , provenendo dalla città sabina di Cures . Per l’intera età monarchica, vi è un esito particolare con cui si conclusero molti degli scontro di Roma con altre città. La lotta tra la Roma del Palatino e la conquista sabina del Quirinale risoltasi nella loro fusione è un processo che si ripete nel corso dei successivi conflitti: la vittoria dell’una comunità sull’altra significava infatti la scomparsa della città vinta e l’assorbimento della sua popolazione da parte della città vincitrice. In tal modo le guerre di Roma appaiono, nel complesso, come una forma accelerata di successi sinecismi, con uno spostamento degli insediamenti sottomessi ed il loro totale assorbimento nella città vincitrice. Il risultato del processo di conquista e assorbimento di comunità da parte dei romani fu un’accelerazione della crescita quantitativa e quindi politico militare dei centri che si erano più rapidamente consolidati. Con un evidente meccanismo accumulativo , giacché ogni successo militare, accrescendo gli organici di popolazione e gli spazi territoriali della città vincitrice, alimentava nuovi successi. E’ allora che gli antichi appida, i populi , i castelli isolati come anche

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molte città ancora non consolidare < scomparvero senza lasciare traccia> , alimentando la forza di quelle comunità destinate invece quasi tutte a persistere nel corso di tutta l’antichità e oltre ancora. Ma accanto a queste forme di < cannibalizzazione > dei centri più forti nei riguardi dei vicini più deboli , è da segnalare anche un altro tipo di mobilità rappresentato dalla facilità con cui gruppi minori, clan gentilizi o singole famiglie e addirittura individui, si staccarono dalle loro comunità di appartenenza , emigrando in Roma. In effetti essa appare, sin dall’inizio , un’importante polo d’attrazione, anche a causa della particolare posizione strategica e del suo ruolo di snodo delle comunicazioni . Si tratta di fenomeni importanti non sol per l’evidente crescita quantitativa e il conseguente rafforzamento della città da essi ingenerato. Accelerando le forme di circolazione culturale, tali processi dovettero contribuire in modo determinante allo sviluppo degli assetti sociali e politici romani. Si trattò di fenomeni che a loro volta indebolirono la stretta relazione , forse in origine pressoché totalizzante, dell’ordinamento con le strutture gentilizie. Da un lato infatti le possibili migrazioni di interi gruppi gentilizi, esaltavano indubbiamente l’autonomia di tali strutture. Ma dovette essere ancor più numerosa una forma capillare di spostamenti individuali o di nuclei familiari, non riconducibile all’interno delle gentes, che contribuirono invece a rompere le logiche di schiatta e di sangue. Si tratta di un processo che, alla lunga, avrebbe disarticolato la natura confederale della società primitiva , rafforzando ulteriormente il ruolo di supremo mediatore del rex.

CAPITOLO SECONDO

LE STRUTTURE DELLA CITTA’

1 La chiave di volta delle istituzioni cittadine : il <rex>

Dovette essere il rex a costituire il fattore propulsivo dell’ordinamento cittadino. Egli ne esaltava infatti l’interno dinamismo rispetto ai vecchi meccanismi parentali e alle logiche di lignaggio, affermando, con il suo potere, la funzione unificante della città. Certo , in tale figura sono ben presenti le radici preistoriche che cogliamo anzitutto nel suo carattere carismatico e nella forte accentuazione religiosa derivata dall’arcaica immagine dei re – sacerdoti. Fu questo un aspetto destinato a influenzare anche la successiva fisionomia del potere istituzionale romano addirittura oltre la repubblica. Il rex tuttavia si colloca egli stesso in un quadro nuovo, dove anzitutto è assente ogni logica dinastica . Non è il figlio che succede al padre in questa monarchia, mai. Al contrario, è troppo insistita la vicenda di morte che segna la fine del monarca, a partire dall’eroe eponimo, per non cogliere traccia di logiche molto arcaiche, pur conservatesi a lungo nel paesaggio laziale . La volontà divina aveva un ruolo fondamentale nella designazione del nuovo re. Se Romolo , il leggendario fondatore della città , consulta direttamente gli dei, interpretando i segni favorevoli, il successore, anch’egli forse una figura convenzionale Numa Pompilio ascende alla carica attraverso la solenne cerimonia dell’inauguratio. L’auguare, operando in relazione a uno spazio sacro appositamente determinato ( il templum ), tocca con la destra il capo di Numa e chiede a Giove di manifestargli, con segni sicuri, la volontà che Numa sia re di Roma, Rex innaguratus, dunque, perché carico di una dimensione sacrale, supremo sacerdote e tramite della comunità con i suoi dei. Ma non solo quello, e non solo in virtù di un volere divino: giacché nell’avvento del nuovo re intervengono sia il senato che il popolo. L’inauguratio infatti è effettuata nei riguardi del nuovo re, già individuato e < creato > ad opera del senato , attraverso un suo membro specificamente qualificato per la sua funzione di interrex. Dopo la sua creatio e la successiva inauguratio il nuovo rex si sarebbe presentato al popolo riunito nella forma dei comizi curiati da lui stesso convocati, al fine di assumere di fronte a loro il supremo comando. L’incontro tra il rex e i suoi governati , anzitutto il suo esercito era carico di valore , esprimendo solidarietà e consenso. Tant’è che sarebbe poi sopravvissuto al regnum in quella lex curiata de imperio che

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continuò ad accompagnare l’elezione dei magistrati superiori ancora in età repubblicana. E’ comunque questo incontro che perfeziona il rituale dell’acquisizione dei poteri regali da parte dell’investito dal favore umano e divino . Sacerdote e capo militare , il rex è insieme il ductor dell’esercito ma anche, rispetto alla città , il garante della pax deorum dove si esalta la sua funzione di custode e tutore del diritto. Colui che < sa > e < dice > le norme della città e le applica nella gestione e composizione dei conflitti interindividuali e nella repressione delle condotte criminali , onde assicurare l’esistenza stessa e la sicurezza della compagine cittadina. Nella memoria degli antichi vi sono precisi riferimenti all’esistenza di leges regiae e si riportano varie norme attribuite di volta in volta ai vari re succedutisi a Roma. Non è molto probabile che , in origine , il rex , analogamente al magistrato repubblicano , sottoponesse formalmente all’approvazione dell’assemblea del popolo una sua proposta. Si deve anche supporre che la statuizione destinata a vincolare tutti i membri della comunità cittadina non si distinguesse talora dal giudizio reso per un litigio tra cives. Erano solenni pronunce espresse unilateralmente dal rex di fronte all’assemblea cittadina, unica garanzia di pubblicità in un’epoca in cui ancora la scrittura era pressoché inesistente e un ruolo fondamentale era ancora svolto dalla memoria individuale e collettiva. Incerto tra una dimensione magica e i primi sviluppi di un sapere tecnico – scientifico è l’altro ruolo del re , di custode del tempo, scandendo la vita cittadina. Ciò dipendeva dal fatto che in quell’epoca, i Romani non conoscevano ancora un calendario fisso, corrispondente al ciclo annuale del sole. I periodi e le < date > del calendario erano pertanto definiti secondo un sistema mobile e sempre variante di divisione dell’anno che serviva a stabilire tutte le scadenze della vita cittadina . Ciò avvenne agli inizi di ogni mese, dinanzi ai comizi convocati dal pontefice ( in appositi giorni predeterminati), dove il re indicava il calendario del mese, con i giorni fasti e nefasti. In ogni sfera della sua attività, il re fu progressivamente coadiuvato da una serie di collaboratori istituzionali. Talché egli finì col non essere mai solo nella sua azione di governo : non lo fu al comando dell’esercito dove accanto a lui vi era un comandante militare, che lo poteva anche sostituire in questo ruolo delicatissimo. Era il magistr populi a sua volta associato a un magister equitum , al comando della cavalleria. Non lo fu neppure al governo civile della città, dove era assistito da un prafectus urbi, il cui ruolo, nel corso del tempo, si sarebbe accresciuto soprattutto nel delicato settore dei giudizi civili e della repressione criminale. In Roma arcaica il peso della repressione criminale è confermato dal rilievo dei collaboratori del re in questo particolare settore : i duoviri perduellionis e i quaestores parricidii, competenti per la repressione di alcuni reati di particolare gravità . Infine nell’altra sua fondamentale funzione di garante e custode dei mores, il corpo consuetudinario del diritto cittadino, e di tutore dell’ordine legale della città, il rex fu coadiuvato sin dall’inizio dal collegio pontificale. Talché appare ovvio e quasi necessario che lo stesso rex facesse parte di questo collegio.

2 I < patres >

Secondo l’indicazione degli antichi, con la morte del re, auspicia ad patres redeunt. Con il potere di interrogare gli dei , < tornava > al senato il supremo ruolo di governo che vi era connesso, di fatto esercitato a turno da alcuni suoi membri designati come interreges, < tra i re> : ponte dunque , tra il vecchio e il nuovo re ancora da nominare. Tale interregnum veniva esercitato da dieci membri del senato , per cinque giorni ciascuno. Dopo i primi cinquanta giorni si deve supporre che il comando passasse a un altro collegio di dieci patres, ove non fosse ancora maturato quel consenso < politico > sicuramente preliminare alla creatio del nuovo rex. Il problema è costituito da quel redeunt : perché questa facoltà , costitutiva del potere sovrano, < torna > al collegio senatorio ? < Torna >, si noti, non va. E’ qui che si sfiora la logica profonda che è alla base della struttura cittadina, destinata a influenzare permanentemente la concezione romana del potere politico. L’antico potere di governo dei patres, ridotto a un ruolo pressoché < residuale > di fronte al rex , alla sua scomparsa riprenderebbe, dunque, l’originaria pienezza.

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Tanto il più arcaico termine patres quanto il più recente senatus ( da senes , anziano ) , impiegati dai Romani a indicare tale consesso, sembrano richiamare l’idea dell’età e dei ruoli a essa collegati, in coerenza al carattere accentuatamente patriarcale della società romana,. E’ dunque l’assemblea degli anziani, dei < patriarchi > delle varie gentes che, oltre a ritrovarsi investita del particolare potere dell’interregum si riunisce e collabora con il rex. L’appartenenza al collegio dei patres sancisce e convalida una superiorità sociale dei gruppi che li esprimono. Anche se nulla legittima a immaginare che l’organizzazione gentilizia fosse sottoposta formalmente al potere di un pater o princeps gentis , era però evidente e attestata dalle fonti antiche la preminenza, in essa, nel corso delle varie generazioni, di alcuni personaggi particolari. Tra coloro che , in ogni generazione , fossero emersi all’interno delle varie gentes, per lignaggio , ricchezza e per le proprie azioni in guerra e in pace, il rex sceglieva o era obbligato a scegliere, i membri del senato : i patres. L’idea sostenuta da non pochi studiosi moderni che tale consesso coincidesse con i capi delle gentes si scontra con il carattere del suo organico. Il numero dei patres, si presentava in forma artificiale : prima cento, poi cinquecento o duecento giungendo infine al numero pressoché definitivo di trecento senatori. Non solo è poco verosimile l’originaria presenza di cento gentes nella fase iniziale della storia di Roma, ma ancora più inverosimile è l’automatica crescita delle genti cittadine secondo numeri altrettanto artificiali , in corrispondenza ai successivi incrementi del senato. Di contro è verosimile che le varie gentes esprimessero un numero maggiore o minore di senatori a seconda del loro peso all’interno delle civitas. Si fa salvo, insomma, l’ipotesi del rapporto tra ordinamento gentilizio e senato, ma immaginando una logica più elastica e con un più forte ruolo di mediazione del rex. D’altra parte lo stesso Dionigi afferma che erano i patres più eminenti, non per anzianità, ma per prestigio e ricchezza, a essere designati dalle singole gentes. Un'altra importante funzione dell’assemblea dei patres è costituita dall’opera di consiglio e di ausilio fornita all’azione del rex. Questa funzione consultiva, coinvolgendo il senato nelle decisioni più gravi per la città , dovette rappresentare un momento importante nella formazione di quel consenso, indispensabile per la vita ordinata della comunità

3 Il < populus >

Una divisione fondamentale della popolazione consisteva nella sua distribuzione in trecento decurie, dieci per ognuna delle trenta curiae a loro volta ripartite in tre tribù ( essendo ogni decuria sottoposta a un decurione, ogni curia a un curione, ogni tribù a un tribuno : ruoli di carattere eminentemente militare ). Gellio ci permette di cogliere il criterio secondo cui tale ripartizione della cittadinanza dovette effettuarsi. Egli dunque ci informa che essa, a differenza di quella successivamente praticata per le centurie, fondata sull’appartenenza alle regiones e ai loca , si sarebbe fondata sui genera hominum. E’ un espressione che sembra evocare un criterio fondato sulla discendenza e sui lignaggi : si è di una curia perché vi appartenevano i propri antenati. L’idea dell’appartenenza alle curie sulla base dei vincoli di discendenza, ben si accorda con la possibilità di un diretto travaso in esse di strutture preciviche . Certo molti indizi fanno pensare a una funzione delle curie più consistente della loro pur reale funzione di suddivisione della cittadinanza. Ancora in epoca storica persistevano tracce significative di una loro differenziata fisionomia. In questo quadro, com’è ovvio, non manca una precisa dimensione religiosa : vi erano culti privati delle singole curie, relativi a particolari divinità e sotto la direzione di appositi sacerdoti. Essi assicurano siffatta coesione, non diversamente dai sacra gentilicia , anche se non a caso i sacra publica pro curiis erano ormai sussunti a livello della religione cittadina. E’ evidente che il particolarismo religioso , in questo caso come anche nelle tradizioni proprie delle singole gentes , si fonda sulla specificità storica di questi stessi organismi èd è diretto riflesso di una loro effettiva, anche se limitata, autonomia rispetto alla civitas . Il processo di unificazione politica aveva dovuto indebolire il legame dei gruppi < proto gentilizi> e familiari con il loro territorio d’origine. Ne è un sintomo proprio lo spostamento materiale e la concentrazione topografica dei più antichi centri di culto ( e di incontro ) delle singole curie. Ma

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dovette anche intervenire, in tal senso, la sovrapposizione di nuove forme religiose comuni, atte a obliterare o , almeno, a emarginare la connessione fra le singole curie e specifiche aree territoriali. Nella primitiva costituzione romulea l’organico dell’esercito romano era dato dalla somma dei contingenti fissi che ciascuna curia doveva fornire. Proprio questa rilevanza delle curie e, attraverso di esse, delle strutture gentilizie ha favorito l’idea che il primitivo esercito romano si organizzasse secondo forme tipiche delle aristocrazie, in un sistema essenzialmente < cavalleresco>. Il popolo riunito nel comizio curiato ( cioè tutti e solo i maschi adulti ), partecipava all’investitura del nuovo rex inauguratus, come anche a tutte le sue enunciazioni solenni tenute , appunto , nel comizio. Dionigi annovera poi tra le competenze dell’assemblea popolare anche la designazione dei magistrati ausiliare del rex. Anche in questo caso il popolo appare più atto a ricevere la notizia di delibere , che non ad approvare , con un voto , i provvedimenti proposti. Ma la competenza dei comizi si estendeva anche a una serie di atti di carattere, diciamo così, più < privato > e che tuttavia avevano diretta rilevanza rispetto alle organizzazioni familiari e gentilizie, incidendo sulla composizione interna di tali strutture. Ancora per tutta l’età repubblicana una parvenza degli antichi comizi si riuniva a presenziare e ad approvare l’adrogatio con cui un pater familias si assoggettava volontariamente alla potestas di un altro padre assumendo, a tutti gli effetti, nei riguardi di costui , la condizione di figlio . In tal modo si assicurava artificialmente la sopravvivenza di una famiglia che, altrimenti si sarebbe estinta: tale atto infatti era possibile solo nel caso in cui mancassero discendenti diretti dell’arrogante. Collegata in origine all’adrogatio appare a prima vista una forma arcaica di testamento. Nel testamentus calatis comitiss la designazione di un erede era il risultato indiretto della sua adozione come filius. Un risultato deliberatamente perseguito dalle parti e per cui si era escogitato che questa particolare adozione a differenza dell’adrogatio, avesse effetto solo alla morte del pater familias adottante , privo di figli legittimi, comportando come conseguenza la successione nella posizione del defunto da parte del designato. Ed infine sempre rientranti in questa categoria vanno ricordati tutti quei provvedimenti che modificano la condizione delle gentes o all’ammissione di uno straniero o di un intero gruppo . Tra di essi risalta la detestatio sacrorum, con la quale il membro di una gens scindeva il suo vincolo familiare e religioso con il gruppo di origine. E’ di notevole rilievo il fatto che le attività che incidevano sulla vita delle curie o che riguardavano , mediamente l’inauguratio dei sacerdoti maggiori, il rapporto del populus Romanus, con la divinità, non potessero prescindere dalla presenza solenne del comizio. Ciò comportava già una prima forma di controllo. Certo con dei forti limiti, giacché tali assemblee non dovevano avere il potere di esprimere esse stesse la volontà della città e neppure quello di modificare o di paralizzare decisioni prese dagli organi del governo cittadino : rex e patres. Anche se, proprio nelle delibere di interesse generale ( la pace e la guerra anzitutto ) il peso dell’assemblea dovette accentuarsi. Chiamata semplicemente a esprimere rumorosamente la sua approvazione o il dissenso senza tuttavia che si addivenisse ancora a un voto formale. Era la sede d’espressione e di verifica di quel consenso su cui si fondava , in ultima istanza la persistente legittimità e la forza del rex. La partecipazione dei comizi all’insieme degli atti che investivano la vita della città e il suo governo attesta comunque la presenza, sin dall’inizio , di una comunità politica, mai semplice accozzaglia di sudditi soggetti a un volere superiore ed estraneo. In una fase più avanzata di vita della città, verso la fine della monarchia è possibile che i comizi curiati siano giunti a esprimere formalmente un loro voto, almeno per alcuni aspetti specifici. In tal caso la decisione dovette essere presa dalla maggioranza delle trenta curie .

4 I collegi sacerdotali

L’altra componente essenziale della città , il suo patrimonio culturale ha un carattere di continuità con il mondo precivico . E questo vale anzitutto per la sfera religiosa dove , si può cogliere in modo affatto peculiare un’accentuata mistura di conservatorismo e d’innovazione. Ma vale egualmente per ciò che concerne la varia e ricca presenza di collegi sacerdotali, sin dalla prima età monarchica. Essi costituiscono , uno degli aspetti che meglio ci fa capire la natura complessa e stratificata

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dell’organizzazione e dell’identità cittadina. Da un lato perché lo stesso governo della comunità non si esaurisce nelle istituzioni politiche , essendo per molti aspetti determinante, con il fattore religioso , l’opera di questi stessi collegi. D’altro perché molti di essi si saldano alle radici preciche ( alcuni addirittura in un diretto e circoscritto rapporto con singole gentes ) , seppure nel quadro di un non facile processo di adattamento che ne ha permesso una configurazione relativamente unitaria. E’ in questo contesto che le forme e tradizioni più arcaiche sopravvissero a lungo, nella tradizione repubblicana quando non rinverdite addirittura dalla grande scenografia arcaicizzata di Augusto. Si deve ricordare la presenza, nella società romana arcaica, di una molteplicità di filoni in essa confluenti. Anzitutto , importantissimi , i culti dei Penati e dei Lari propri di ciascuna famiglia, di competenza di ciascun pater familias, poi culti e riti delle gentes, delle curiae o di aggregazioni più ampie e infine i culti della città. In essi confluisce una molteplicità di elementi che ci riporta a epoca preistorica, con l’innumerevole serie di divinità che accompagnano i Romani in ogni aspetto della vita e in ogni periodo. A ciò si collega la vasta stratigrafia di collegi e consorterie religiose, di pertinenza sia di singoli gruppi, che dell’intera comunità . Spiccano, tra i molti , i Luperci Quinctiani e i Luperci Fabiani, che presiedevano all’importante rito dei lupercali, quel percorso rituale, evocativo degli arcaici legami territoriali di alcune comunità preciviche. Ma non meno antico appare il collegio dei Salii, una specie di sacerdoti – guerrieri impegnati in singolari rituali di tipo magico – animistico, e dei Fratres Arvales che sovrintendevano al culto dell’antichissima dea Dia. Mentre poi i singoli luoghi della città restano legati a memorie di non meno arcaiche divinità : come quella di Semo Sancus, di origine sabina, sul Quirinale, o di Fauno sul Palatino. Nella fase successiva di piena espansione della vita cittadina appare conservare una rilevanza maggiore il collegio dei flamines, anch’esso tuttavia appartenente al più antico patrimonio religioso romano e con una fisionomia tutta particolare. Ciò è particolarmente evidente nei tre flamines maiores : Dialis , Martialis e Quirinalis, dove il culto di arcaiche divinità si saldava a quello delle nuove figure del Pantheon cittadino. Ma tali caratteri arcaici appaiono anche, se non maggiormente, nella serie di limitazioni rituali, stabilite in particolare nei riguardi del flames Dialis che sembrano risalire all’età del bronzo. Vi è un punto chiave, che evidenzia il carattere precivico di tali figure : la loro sostanziale estraneità al rex. Si tratta di realtà che la città stenta a fare proprie e che conservano un loro spazio arcano, ai margini del nuovo sistema. Il nucleo centrale della religione cittadina fu infatti rapidamente occupato da una originale fusione di elementi arcaici con forme decisamente innovatrici. Un processo che ha un momento di particolare evidenza nella significativa modifica intervenuta al vertice dell’intero sistema. Cioè la sostituzione delle tre supreme divinità arcaiche, Giove , Marte e Quirino, con quelle della religione olimpica che ruota intorno alla cosiddetta < triade capitolina > : Giove , Giunone e Minerva il cui culto , appunto si svolge sulla < roccaforte > della città : il Campidoglio, in un grande tempio appositamente edificato. Rientra in questa nuova sfera, pur conservando molti dei suoi caratteri arcaici, il culto di Vesta affidato ad apposite sacerdotesse che godevano ancora in età tardo repubblicana e imperiale di una condizione sociale elevatissima. Il compito delle Vestali, oltre alla partecipazione ad alcune importanti festività , è la custodia del fuoco sacro, che deve restare acceso permanentemente e, accanto a questo, dell’acqua. Vi è il diretto simbolismo di questi compiti relativi agli elementi fondamentali della vita umana, centrali nella concezione della natura propria degli antichi. Se questi aspetti ci riportano anch’essi a età precivica , l’integrazione nella città di questo culto è però attestata dalla dipendenza delle vestali dal rex : in un rapporto di dipendenza di tipo familiare sostituito poi , in epoca repubblicana, dal rapporto della vestale maggiore con il pontefice massimo. Così come non minore ambivalenza tra le radici preistoriche e la nuova funzionalità cittadina si può cogliere in altri collegi religiosi che assolsero un ruolo di grande rilievo anche oltre l’età regia. Anzitutto il collegio dei feziali i cui compiti erano essenzialmente circoscritti alle relazioni internazionali. Si tratta di un sacerdozio atto a costituire il sistema di comunicazione formale tra Roma e le altre comunità. Il collegio , di venti membri nominati a vita, non sembra presieduto da un supremo sacerdote, anche se al suo interno si distingue per la preminenza di funzioni il pater patratus .

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Ogni richiesta rivolta a popoli stranieri o da questi a Roma doveva avvenire mediante questo canale, che puntualmente Varrone indicava come il garante del rispetto della lealtà internazionale. E’ solo attraverso i feziali che poteva dichiararsi una guerra < giusta > e, una volta terminata , stringersi la pace legittima. Si tratta, di un sistema di comunicazioni che non incideva direttamente sulla sostanza dei rapporti internazionali di pertinenza del rex e dei detentori del potere di guerra e di pace. I feziali e il pater patratus semplicemente dovevano tradurre le decisioni politiche nella forma richiesta dall’ordinamento romano per la validità degli atti internazionali. Non deve però sfuggire il significato, sul piano sostanziale , del rigido formalismo di cui i feziali erano custodi. Esso infatti comporta la possibilità di rendere < giusta > ogni guerra dichiarata nel rispetto di certe regole, prescindendo dalla validità sostanziale delle pretese originarie, la cui affermazione fosse stata anch’essa affidata ai feziali secondo regole rituali . Entrava così in gioco il rispetto delle forme rituali, non la < giustizia > sostanziale della pretesa. Lo sviluppo delle regole formali contutelate, dette luogo alla formazione di una procedura che è alla base di quel primo nucleo di un diritto internazionale costituito dal ius fetiale. Estendendosi anche ai rapporti di diritto privato tra Romani e stranieri, il ius fetiale era destinato a contribuire al complesso processo di arricchimento dell’esperienza giuridica romana arcaica. Quanto poi al collegio degli auguri. Che gli antichi Romani si interrogassero costantemente sulla volontà degli dei al fine di regolare la vita sociale e di prendere decisioni importanti , non è certo fatto singolare. Questa interpretazione dei segni della volontà divina fini nell’esperienza romana, col dar luogo a due sistemi diversi. I Romani distinguevano gli auguria dagli auspicia, secondo un criterio che non doveva concernere tanto il tipo di manifestazioni divine da interpretare ( i segni celesti, le viscere degli animali sacrificati ecc. ) , derivando piuttosto dalla categoria di persone legittimate a interrogare la volontà degli dei : il rex e poi i magistrati per gli auspicia , gli auguri per gli auguria. Un’altra differenza tra auguria e auspicia sembra associarsi al riferimento di questi ultimi essenzialmente a situazioni immediate nel tempo e di per sé bene individuate. La constatazione di infausti auspici da parte del magistrato riguardava l’atto da compiersi nel giorno in cui tali auspici erano stati resi. E questo atto, che non poteva allora essere effettuato per l’ostile atteggiamento divino, poteva essere però ripreso e portato a termine, ove non avessero ostato altri auspici sfavorevoli, nel giorno o nei giorni immediatamente successivi. L’augurium invece può riguardare una situazione lontana nel tempo e può investire anche un oggetto più ampio che non singole iniziative, sino a riferirsi al destino stesso di Roma. Dal verbo augere ( aumentare ) , deriva l’idea che augurium evochi non già la semplice manifestazione di una volontà divina , ma una crescita di potenza, un arricchimento della condizione e dell’azione umana a seguito di un richiesto intervento degli dei. Per questo sia un luogo che una persona possono essere oggetto di inauguratio. Il rex, appunto, è persona inaugurata per eccellenza concentrandosi su di lui la forza magico – religiosa del consenso divino . Il grande prestigio e il non minore potere di fatto del collegio degli auguri giustifica il numero ridotto dei suoi componenti . Come per i feziali , anche in questo campo si venne solidificando una scienza augurale e un < diritto > augurale. Le tradizioni e le interpretazioni seguite dal collegio degli auguri vennero raccolte in vari testi. A tali collegi in genere si era prescelti, per cooptazione e, per molti secoli, vi appartennero solo elementi patrizi . Il che getta indubbiamente una luce significativa sulla composizione del primitivo organico cittadino e sull’originario predominio aristocratico. Ma è soprattutto da sottolineare il fatto, fondamentale per la successiva storia di Roma, che solo pochissimi ruoli , tra quelli ora evocati, presuppongano una totale < consacrazione > del sacerdote alla divinità , con la conseguente sua separazione dalla vita corrente nella città . In questo caso, in genere nominati a vita, essi sono esclusi da ogni forma di gestione diretta di potere. Per il resto, invece, i ruoli sacerdotali sono assunti da ordinari cittadini che non dismettono i loro correnti interessi e la partecipazione alla vita ordinaria della comunità , non diventano una casta separata né portatori di valori diversi da quelli della polis. Si sfiora così un tema assai importante relativo alla precoce < laicità > dell’ordinamento romano.

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E’ un aspetto che segna una delle fondamentali diversità delle società greco – italiche della storia di molte altre società orientali , maggiormente connotate in senso teocratico. La relativa debolezza della diretta gestione del potere dei collegi sacerdotali in Roma , anche dei più importanti come quello degli auguri o quello dei pontefici, appare direttamente collegabile alla forte preminenza di un’aristocrazia guerriera e al precoce affermarsi del peso politico dell’esercito cittadino. E’ probabile che abbia giocato notevolmente il carattere patriarcale delle primitive forme religiose romane, dove il rapporto con il sacro partiva anzitutto dalla religione domestica amministrata da ciascun pater familias. Il nuovo ruolo cittadino non modificò radicalmente questi presupposti , facendo confluire molte funzioni religiose , anzitutto nei titolari del potere legittimo sulla comunità : i magistrati e il senato , e nei collegi sacerdotali. Ciò che , appunto , ci permette di cogliere l’essenza del processo formativo della città e, insieme , individuare la persistente natura istituzionale della dimensione religiosa. Diversamente da quanto sovente si scrive, il nucleo della religione ancestrale non era destinato a dissolversi , dando luogo, a un diffuso e precoce scetticismo. Esso si è piuttosto < trasferito> a livelli nuovi, articolandosi in una pluralità di dimensioni. E questo ci fa capire come sia inesatta la frequente rappresentazione della religione romana come un fatto secondario rispetto agli sviluppi della cultura cittadina. Questa valutazione, abbastanza diffusa nella storiografia tra Otto e Novecento, oggi non è più accettabile. In effetti la fisionomia unitaria della città, è passata anche attraverso la costruzione degli dei cittadini, legata alla funzione unitaria dei templi e dei grandi culti collettivi oltre che al ruolo dei collegi sacerdotali.

5 I pontefici

E’ ai pontefici che risale l’elaborazione delle prime logiche interpretative e delle prime tecniche analitiche in grado di fornire la base di una elaborazione razionale autonoma, segnando così l’inizio della straordinaria avventura della scienza giuridica romana. In essa si esprime infatti in modo quasi emblematico la capacità romana di gestire il passato in funzione del futuro, di usare il materiale antico per costruire nuove realtà . Il collegio era presieduto, almeno in età repubblicana dal pontefice massimo : figura di notevole prestigio nella società romana e ambita ancora negli ultimi tempo della repubblica . Ne doveva far parte, ignoriamo in quale posizione, lo stesso rex , all’epoca del suo potere , giacché , poi, ne sarà membro il rex sacrorum, la sua proiezione depotenziata. Esso inoltre annoverava altri 13 membri tra cui i flamines maggiori destinati, come il pontefice massimo, a restare in carica tutta la vita. Per l’età monarchica invece sappiamo che il collegio istituito da Numa , era composto da 5 membri. Il pontefice massimo aveva una superiore autorità di controllo su tutte le forme della vita religiosa romana ; è difficile dire tuttavia quanto questa posizione derivasse dall’espropriazione di competenze originariamente attribuite al rex e quanto fosse invece il risultato di un’effettiva < divisione di potere > risalente all’età monarchica. E’ comunque indubitabile la generale funzione di supporto e di consulenza esercita dal pontifex maximus nei riguardi del rex ( oltre che, forse, alcune funzioni vicarie ) con un ruolo particolare per ciò che concerne i comizi calati. Soprattutto questo rapporto di collaborazione si coglie in tutta una serie di cerimonie religiose ( sacrifici a protezione della città, voti e promesse alle singole divinità per allontanare pericoli incombenti, consacrazione di luoghi assegnati alla divinità) , oltre che nell’enunciazione del calendario. E’ soprattutto in relazione alla conoscenza e applicazione delle primitive norme che disciplinano la vita della comunità cittadina che si evidenza la fondamentale funzione di supporto di tale collegio. Norme che il rex faceva osservare con la sua autorità e il suo potere, e che investivano sia i complessi cerimoniali che regolano il rapporto della comunità o dei singoli gruppi cittadini con le proprie divinità sia quelle infrazioni individuali che potevano attirare l’ira divina sulla città intera, sia i meccanismi volti a garantire la convivenza tra i singoli cittadini e i vari gruppi familiari e gentilizi. Quet’ultimo tipo di esigenza avrebbe dato luogo a una forma embrionale di rapporti che potremmo definire, di < diritto processuale> e di < diritto privato >. E i pontefici, appunto, raccolsero e conservarono queste primitive regole di comportamento e il modo di gestire gli inevitabili conflitti al fine di preservare la pace sociale. Una funzione, che da sola sarebbe stata

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sufficiente a spiegare il prestigio affatto particolare di questo collegio, ancora nel corso di tutta l’età repubblicana. E’ evidente come tali competenze si intrecciassero strettamente al ruolo del rex, come supremo garante della vita della comunità e quindi come suo giudice e < legislatore>. Nella misura in cui le leges regiae di cui parlano gli antichi non siano un’invenzione tardiva, si presupporre che primario fosse il ruolo pontificale nella loro elaborazione e conservazione. Con esse, d’altra parte, sin dalla più o meno leggendaria legislazione di Romolo, non si faceva altro che innovare e modificare singoli elementi di un tessuto istituzionale preesistente. Di ciò i Romani d’epoca più tarda avevano perfetta consapevolezza, riferendosi a questo come ai mores et instituta maiorum . Queste < consuetudini degli antenati > appaiono un’immagine carica di significato e immediatamente intuitiva, riferita al patrimonio ancestrale, dove sfera religiosa, sociale e giuridica sono ancora difficilmente distinguibili. Tali mores risalirebbero in buona parte alle stesse origini laziali, consistendo pertanto in regole già vigenti nella < struttura dell’organizzazione precivica >. Null’altro dunque < che le norme sulle quali si fondava l’ordinamento della gens, il suo ordinamento giuridico( o meglio di quella realtà che si era configurata come gens all’interno della città >) .

6 Le radici arcaiche del diritto cittadino

La valenza arcaica del termine ius è lungi dal corrispondere alla nostra idea di < diritto > , così come non facile è il rapporto originario tra le due sfere del ius e del fas, quest’ultimo solo malamente traducibile con < costume > . Esso a sua volta, va posto in relazione alla fusione nel blocco unitario della città del molteplice e differenziato patrimonio di riti , credenze , cosmogonie, delle concezioni di una vita ultraterrena e delle pratiche connesse, nonché di una molteplicità di rituali villaggi e delle minori comunità , ma anche nell’ambito delle più ampie aggregazioni sociali quali le leghe religiose. Un processo che fu sicuramente agevolato dalla forte somiglianza delle istituzioni delle varie comunità in esso coinvolte. Era una somiglianza, tuttavia, che non significava identità, dovendo quindi prevalere , di volta in volta, l’una sfumatura rispetto all’altra, sovrapponendosi logiche e pratiche simili e diverse insiemi . Del patrimonio culturale delle gentes ancora presenti in età storica restano essenzialmente varie forme di culti e riti religiosi di specifica pertinenza di alcune o di una sola gens. Il carattere arcaico dei culti collega il mondo cittadino alle antichissime tradizioni laziali dell’età precedente. Le notizie di cui disponiamo riguardino soprattutto forme culturali e rituali proprie delle gentes . E’ abbastanza naturale infatti la più accentuata dispersione dell’originario patrimonio gentilizio relativo alla sfera più propriamente sociale e giuridica. Priva infatti della maggiore forza di conservazione delle forme religiose, questi altri mores gentilizi furono esposti a una maggiore erosione, anche per la pressione cittadina volta a ridurre al mero livello sociale le regole gentilizie restate fuori dal proprio ordinamento. D’altra parte noi disponiamo anche di altre informazioni che ci confermano nell’idea che questi stessi sacra gentilicia siano le sopravvivenze salvatosi dall’erosione del tempo e , soprattutto dalla progressiva affermazione della antinomica struttura politica cittadina. E’ probabile che lo stesso riflusso nelle nuove istituzioni cittadine di parte del contenuto culturale dei vari gruppi minori avesse riguardato anche altre sfere, oltre a quella religiosa. Dal governo della comunità di villaggio , allo sfruttamento della terra e degli altri beni essenziali , ai criteri che regolavano il matrimonio e i sistemi familiari, alla divisione del lavoro, collegata da una parte alle classi di età dall’altra ai sessi, alla successione ereditaria, al disciplinamento dei rapporti di dipendenza, al controllo sociale dei comportamenti individuali pericolosi per il gruppo. Questa diversa sfera doveva consistere in un insieme di pratiche sociali in cui il riferimento ai legami di sangue, la pervasiva subordinazione alle potenze ultraterrene, la presenza di norme

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latamente giuridiche , si presentavano come un intreccio indissolubile. D’altra parte, come gli aspetti religiosi, queste stesse regole spesso non erano esclusive di una sola gente, o di un solo villaggio, ma costituivano un comune tessuto che era venuto saldando insieme, in una struttura culturale omogenea , più villaggi e più gruppi originariamente distinti . Credenze , pratiche sepolcrali, riti , sistemi matrimoniali e forme familiari erano d’altra parte circolate già nel mondo precivico, talché il consolidarsi all’interno dell’unità cittadina, piuttosto che segnare una rottura o una radicale sovrapposizione di forme nuove, esprime il quasi inevitabile sviluppo di fattori già presenti nel mondo laziale. Ed è proprio questo antico patrimonio, divenuto il cemento istituzionale della civitas a definire l’identità politico – culturale : la sua lingua, le sue rappresentazioni ideali, i suoi sistemi di organizzazione sociale e le sue stesse gerarchie sociali, oltre che, soprattutto , la sua religione e il suo diritto. Dando altresì consistenza e contenuto a molti dei collegi sacerdotali cittadini , con il superamento delle molteplici radici preistoriche. Di contro le tradizioni rimaste di pertinenza di ciascun gruppo interno alla nuova comunità sopravvissero solo e nella misura in cui esse non contraddicessero e minacciassero il sistema unificato di valori condivisi. Nel riflettere sull’esperienza romana , si deve abbandonare la nostra mentalità , dominata dalla lunga presenza e azione dello stato moderno. Essa infatti è costruita secondo una prospettiva dove sovranità e diritto sono intimamente associati attraverso l’onnipresente azione della legge, di cui il giudice , almeno nell’Europa continentale in teoria è il < servo >. In Roma il diritto è concepito come preesistente al legislatore, che interviene solo a modificare e innovare singoli punti. Il suo fondamento sono i mores : il punto di partenza di tutta la storia del diritto romano. La comunità politica , l’archeologia di uno < stato > , si forma in parallelo, se non successivamente, a essi. Il re può intervenire a regolare o a limitare e modificare il ruolo del pater familias nell’ambito della repressione domestica, può circoscriverne alcuni eccessi, può controllare, attraverso le curie, le modifiche artificiali nella composizione dei gruppi familiari e lo spostamento di patrimoni ereditari. E ancor più il suo giudizio , con la consulenza determinante dei pontefici , può innovare in uno o altro specifico aspetto di pratiche tradizionali. Ma le strutture fondanti dell’ordinamento , organizzazioni familiari, forme di signoria sui beni, rapporti tra individui, da cui discendevano tutti i vincoli che gravavano sui consociati, appaiono saldamente fondate sui mores solo marginalmente ed episodicamente modificati da singole leges. L’importanza dei pontefici e il ruolo rivoluzionario del rex stanno : nell’essere stati i registi del passaggio dalla pluralità di istituzioni < locali > a un corpo unitario . senza che mai , dunque, si sia immaginata che l’esistenza di questo dipendesse dall’atto normativo del sovrano, concepito invece come il depositario e il garante di un patrimonio ancestrale.

Capitolo terzo

I re etruschi

1) Le basi sociali delle riforme del VI secolo

Si ha l’avvento al potere di una serie di re di origine etrusca. Certamente si trattò di un momento di forte modernizzazione dell’apparato politico – istituzionale, tale da anticipare alcuni caratteri di quello che sarà l’impianto di fondo del successivo sistema repubblicano. Tali trasformazioni furono a loro volta rese possibili dalla crescita politica e sociale di Roma , nel corso del primo secolo e mezzo di vita. Non solo essa, alla fine del VII secolo era divenuta una delle principali città del Lazio sia per dimensioni territoriali che per popolazione . Essa , aveva

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cessato ormai di essere la < sede già creata > di una popolazione di pastori e agricoltori , accingendosi a un nuovo salto in avanti nel suo sviluppo economico – sociale. In parallelo agli sviluppi politico – militari che avevano contribuito all’accentuato rafforzamento della struttura urbana di Roma è da registrarsi l’azione di altri fattori, dall’accresciuta importanza delle forme di proprietà individuale all’ancor più significativa espansione delle attività artigianali e mercantili. Ciò che, a sua volta, aveva coinciso, se non con i primi passi di un’economia monetaria, con l’accentuata circolazione del bronzo come unità di misura e valore di riferimento degli altri beni. L’accresciuto rilievo della città aveva poi reso possibile, sotto i nuovi e più dinamici re di stirpe etrusca , un notevole incremento delle grandi opere pubbliche facendo di essa quella che fu chiamata da Giorgio Pasquali < la grande Roma dei Tarquini >. Lo sviluppo di tutte le attività indotte da tali opere a sua volta postulava un accresciuto fabbisogno di manodopera urbana , a seguito di cui una massa crescente di popolazione, composta anche da stranieri, si dovette concentrare nella città. Ora queste molteplici attività urbane si dovettero inserire sempre più malamente nella logica chiusa del sistema delle curie. Rispetto alle consorterie gentilizie che le dominavano, nuovi gruppi sociali e nuovi ceti erano infatti i protagonisti di questa stagione, la cui organizzazione interna tendeva in generale a fondarsi sulla centralità delle minori unità familiari, se non dei singoli individui. La prorompente economia urbana era più congrua a mestieri e attività individuali che permettevano a singoli individui o unità familiari anche piccole, d’aspirare a uno status economico – sociale autonomo. Da un lato dovette così verificarsi una crescita complessiva degli strati sociali estranei al sistema gentilizio, e costituiti sia da un < popolo minuto > , ai margini o quasi dell’economia cittadina sia da strutture familiari abbastanza importanti per consistenza economia in grado di prendere uno spazio autonomo nella città. Dall’altro si verificò anche un processo d’erosione nella stessa compattezza delle gentes a seguito delle tendenze centrifughe di singole famiglie o lignaggi. Oltre al fatto che non di rado dovette intervenire la rottura dei vincoli di dipendenza dei clienti arcaici, sia per una loro emancipazione economica sia per l’estinzione di alcune gentes. Tutti elementi che portarono a un incremento degli organici cittadini estranei alle gentes. Le attività rurali potevano essere organizzate ancora in forme limitatamente comunitarie nell’ambito delle gentes e delle curiae. Ma le sempre più importanti attività artigianali e lo stesso commercio presupponevano una specializzazione del lavoro e un’articolazione delle forze produttive poco adatte a organizzarsi così ampi come le gentes. Sin dai tempi della monarchia latino – sabina la società romana disponeva di un’ organizzazione familiare straordinariamente funzionale a questo tipo di attività ( e anche a un’economia agraria fondata sulla piccola proprieta ). Si tratta della familia proprio iure , dove, al limitato numero dei partecipanti , corrispondeva una reale compattezza; e dove soprattutto, l’unità , più che su un piano < orizzontale > di tanti collaterali, si realizzava in senso < verticale > . In essa dunque più generazioni potevano essere saldate insieme, sotto la potestas dell’avus , dando luogo a un sistema particolarmente adatto alla trasmissione di un sapere < tecnico >. Questa diffusa e articolata crescita economica, lungi dall’eliminarli, aveva addirittura accentuato due aspetti dalla originaria fisionomia della città, destinati a influenzare in profondità gli sviluppi successivi. Il primo concerne il diverso carattere dei due poli su cui si era fondata la comunità politica : il mondo aristocratico delle gentes e la restante cittadinanza. In questo dualismo, infatti, è dato di cogliere uno schema che diverrà evidente poi in età etrusca e, soprattutto, nella prima età repubblicana. Esso anticipava quella distinzione tra patrizi e plebei . Arnaldo Modigliano fa un osservazione sul carattere < più aggregato > e meglio evidenziato dei clan patrizi, rispetto ai gruppi sociali che avrebbero dato origine alla plebe. Questi ultimi, infatti, in un primo momento, parrebbero privi di una loro specifica identità , potendosi piuttosto definire in termini negativi : come < non patrizi >. La crescita economica del VI secolo a.C. come spesso è avvenuto nella storia, lungi dall’attenuare i dislivelli sociali piuttosto li accentuò.

2 La fisionomia della nuova città

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Nel corso del VI secolo a.C. fu protagonista una serie di re d’origine etrusca, portatori di un diverso e più elevato livello culturale rispetto alle società del Lazio primitivo che riflettevano la grande crescita economica e lo splendore culturale della loro civiltà . Questi mutamenti coincisero, d’altra parte , con un più generale avvicinamento di Roma alle potenti città etrusche che tuttavia in nessun modo significava una sua subordinazione politica. Al contrario, la sua amicizia era preziosa per gli Etruschi in una fase di forte espansione verso la Campagna , facendo di essa un punto d’appoggio d’importanza strategica nel contesto ostile delle città latine. Un antica tradizione verosimilmente d’origine etrusca , richiamata dall’imperatore Claudio, buon conoscitore di quella civiltà , identifica in Servio Tullio la figura di Mastarna, un capo militare venuto a Roma al seguito di Celio , si sarebbe impadronito del regnum spodestando Tarquinio Prisco. Tutto ciò corrisponde all’idea corrente sulla possibile presenza di bande armate con le quali arditi avventurieri etruschi avrebbero imposto la loro signoria sull’importante città latina. In effetti l’esistenza di molteplici capi – clan e < condottieri > di eserciti privati alla ricerca di fortuna trova anche riscontro nell’arcaica iscrizione relativa ai soldales di un Poplios Valesios , un personaggio appartenente a quella che sarà una gens importante nella prima vita repubblicana : Valerio Publicola. Più il capo di compagni d’avventura ( i soldales dell’iscrizione ) che una figura istituzionale della città . Del resto la stessa vicenda di un altro grande condottiero repubblicano Coriolano, che ruppe i suoi rapporti con Roma e guidò contro di essa l’esercito dei Volsci, conferma la fragilità dei rapporti di lealtà e la consistenza autonoma di questi singoli clan di guerrieri. Secondo l’indicazione pressoché unanime delle fonti, il potere dei nuovi re si accentuò sia nella sostanza che nella sua rappresentazione simbolica. Di contro, esso assume una singolare e interessante connotazione < irregolare > , secondo i vecchi canoni. Dalle indicazioni degli antichi tutti questi re parrebbero essere ascesi al regnum in forme difettose, per l’assenza dell’inauguratio, per la mancata procedura dell’interregum o della presentazione ai comizi curiati. Oltre alla mera violenza con cui l’ultimo Tarquinio, nell’esecrazione della leggenda, strappa il potere al grande Servio. L’altro aspetto che connota la fisionomia di questi sovrani , seppure in forme diverse, è la forte spinta militare che a sua volta, sottolinea il carattere autoritario del loro comando. Compensato , tuttavia, soprattutto per Tarquinio Prisco e Severio Tullio, da un diretto appoggio popolare. Anche quando , con Severio, la sua ascesa al regnum era avvenuta senza l’intervento di una regolare lex curiata, l’accento cade infatti sul sostegno popolare al nuovo rex. Le fonti antiche sono esplicite nell’attribuire a questi nuovi re una politica folopopolare e un potere parzialmente diverso da quello tradizionale : più forte e con una fisionomia più accentuatamente militare. L’innovazione appare sottolineata dalla nuova e ricca simbologia a esso relativa. Allora sono introdotte , quasi tutte dal mondo etrusco, le insegne della sovranità e del comando: la corona d’oro, la toga purpurea, le calzature rosse, il trono d’avorio , la corona d’alloro , lo scettro d’avorio e la guardia dei littori armati dei fasci e della scure . Simboli solenni che riappaiono in blocco , nel corso di tutta l’età repubblicana , in occasione della cerimonia del trionfo, con l’esaltazione del ruolo militare. Essi evidenziano quel potere supremo di governo che la repubblica erediterà dai re etruschi, indicato con il termine imperium, estraneo alla fisionomia dei primi re latino – sabani. Dall’altra parte il fondamento popolare dei re etruschi fu a sua volta la condizione per la realizzazione di una prolungata e incisiva politica di riforme. Le precedenti tradizioni latino – sabine appaiono così radicalmente superate e, con esse, l’equilibrio che, nell’età precedente, aveva connotato il rapporto tra rex e ordinamento gentilizio. L’intero assetto istituzionale preesistente, costituito dall’identificazione tra ordinamento curiato, organizzazione militare e struttura gentilizie, fu così travolto, sostituito dalla centralità della ricchezza individuale e dalla proprietà privata. Va spiegato cosa si intenda per < proprietà privata >, in riferimento alla società romana. Giacché , secondo i principi fondamenti del diritto romano validi ancora in età imperiale, questi diritti e poteri non concernevano tutti i cittadini che pur avevano pienezza di diritti pubblici e partecipavano a tutti i titoli alla vita politica cittadina. Nella sfera privatitica, dei diritti e delle ricchezza, persisteva infatti una rigida logica patriarcale in base a cui solo il pater familias era il titolare di tale insieme di facoltà . I filii familias, quale che fosse la loro età , rango e posizione pubblica, restavano privi di

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qualsiasi potere di carattere giuridico – economico. Proprietà privata, obbligazioni , crediti ecc. erano tutti e solo del pater. Il che , ancora una volta, accentuava quelle logiche gerarchiche profondamente insite nella struttura sociale romana : un sistema che iniziava, appunto, dalla sua unità di base : la famiglia nucleare.

3 Le prime riforme

Tarquinio Prisco avvio due riforme : l’ampliamento del senato e dell’organico della cavalleria . Entrambe investono il vertice dell’ordinamento cittadino , modificando e allargando la compagine aristocratica. Si attribuisce a lui l’incremento del numero dei patres, da duecento a trecento, spiegandone il motivo nella ricerca di una base più forte e leale di consenso. I nuovi senatori, infatti , sarebbero stati < un partito sicuro del re, per il favore del quale erano entrati nella curia> . Ma al di là di questo aspetto, è indubbio che una riforma del genere riflettesse anzitutto il rafforzamento quantitativo dei gruppi al vertice della società romana. Questi processi di mobilità verticale, a loro volta, non dovettero essere un fatto improvviso : il cambiamento consiste nell’accelerazione improvvisa data loro da Tarquinio con questa, < nobilitazione di massa > . A rendere memorabile la vicenda, insomma, non fu la nomina di nuovi membri del senato tratti da lignaggi o da gentes di recente formazione ( o migrazione ), ma la quantità : il blocco di cento casi insieme. Tant’è che esso non si fuse con i patres preesistenti, dando origine invece a un nuovo gruppo sociale, probabilmente anch’esso annoverato tra i patrizi, ma di minor rango : indicato nelle fonti come minores gentes : < genti minori >. Anche in precedenza il meccanismo delle curie e gli incerti confini fra lignaggi agnatizi e strutture gentilizie, dovevano aver permesso la trasformazione di più solidi e forti gruppi familiari in nuove genti. L’indeterminatezza stessa della gens rispetto ad altre strutture familiari rendeva difficile evidenziare il punto di non ritorno che segnava il passaggio dalla ramificazione di un dato raggruppamento familiare ( numericamente e socialmente rilevante ) a una gens. In questo senso gli stessi fattori economici, se determinanti, non appaiono però sufficienti . Questo < punto di non ritorno> , era rappresentato dall’inserimento, a opera del rex di un membro nella nuova gens nei ranghi del senato. Quello che interviene invece con Tarquinio è il salto da un carattere graduale e circoscritto di una crescita e da un ricambio < fisiologico > di un gruppo aristocratico all’elevazione in blocco di un nuovo gruppo sociale D’altra parte, che la politica dei re etruschi mirasse deliberatamente a trarre tutte le conseguenze organizzative dalle migliorate condizioni economiche della città lo mostra l’altra riforma tentata da Tarquinio, volta ad allargare l’organico della cavalleria. L’opposizione a tale tentativo, di cui fu espressione un augure, Atto Navio, indusse il re ad aggirare l’ostacolo raddoppiando le tre antiche centurie di celeres. Anche in questo caso non si faceva che trarre le conseguenze dal processo di arricchimento intervenuto in quel periodo storico, per rafforzare il fondamento della potenza romana : il suo esercito. D’altra parte l’intervento sull’organico dei cavalieri, se da una parte rispondeva a esigenze tattiche, dall’altra doveva avere una portata più ampia, mirando al superamento delle stesse tribù romulee con l’inserimento al vertice dell’esercito di gruppi non appartenenti alla vecchia aristocrazia gentilizia. Si comprende meglio così l’opposizione dell’augure e la difesa dell’antico ordine da parte di un probabile difensore degli interessi e dei valori dell’aristocrazia gentilizia. La situazione verso la metà del VI secolo, quando già le prime riforme avevano avuto inizio : la crescita economico – sociale aveva ingenerato una situazione nuova, ponendo problemi e aprendo possibilità prima inesistenti o almeno non percepite in misura adeguata . Con tali sviluppi infatti, erano anche aumentati i gruppi detentori di una notevole percentuale della ricchezza cittadina, in misura non inferiore a quella già di pertinenza delle genti patrizie. Di lì l’aspirazione a una integrazione nel vertice cittadino, soddisfatta da Tarquinio Prisco con l’incremento dei senatori, ma anche con l’utilizzazione di questo nuovo organico di ricchi nelle file della cavalleria cittadina. Il che , a sua volta, non poteva dissociarsi da un più generale potenziamento della struttura di base dell’esercito : la fanteria. Ciò si rivelò possibile facendo leva sull’accresciuta potenza economica della città, utilizzando le ricchezze individuali , antiche e nuove, in funzione di un armamento

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uniforme e fortemente potenziato di tutto l’organico della legione. Un risultato cui non poteva sopperire , per la natura uniforme della sua composizione, l’antico sistema curiato, in cui i cittadini erano inseriti solo in base alla loro discendenza. E’ questo il problema che verrà risolto in modo affatto rivoluzionario dal successore di Tarquinio , il grande Servio Tullio.

4 L’ordinamento centuriato ( riforma di Servio Tullio )

Al centro della sua riforma s’impone dunque una nuova organizzazione militare, in funzione di un tipo di combattimento più < moderno > . La primitiva legione fornita dalle curie e costituita secondo i genera gominum, fu così soppiantata da quello schieramento oplitico che costituì la grande novità delle forme di combattimento proprie della città giunta a un adeguato livello di crescita. La sua denominazione deriva dalla parola greca oplites, che significa < armato > , sottolineando la presenza di uno schieramento compatto di guerrieri dotati di armi pesanti , anche difensive, a sostituire ormai gli antichi soldati armati con sole armi offensive , privi di scudo e corazza. Tali trasformazioni ebbero un evidente fondamento di carattere economico nella disponibilità di una maggior quantità di armamenti individuali. Il che fu infatti reso possibile dagli sviluppi tecnologici, con l’aumentata produzione del metallo lavorato, nonché della presenza di un maggior numero di individui abbastanza ricchi da procacciarsi gli armamenti così prodotti. Come in Grecia anche in Roma, l’affermazione di questo sistema bellico coincise con un profondo mutamento dei rapporti sociali e politici. Entrò in crisi infatti il fondamento guerriero del predominio gentilizio. Con l’armamento oplitico , d’altronde, le differenze di classe si spostarono. Si accentuava anzitutto il rilievo della ricchezza individuale. Lo schieramento oplitico presupponeva, un numero maggiore di cittadini abbienti, in grado di procacciarsi un armamento abbastanza costoso. Di qui la netta distinzione , allora intervenuta, tra costoro e una schiera ancor più numerosa di individui privi di mezzi destinati ad avere funzioni meramente subalterne, di ausilio e di assistenza agli opliti . La massa più elevata di armati presupposti dalla riforma serviana non postulava solo una crescita complessiva di ricchezza dei Romani. Essa richiedeva anche una più precisa stratigrafia, fondata su un sistema d’inquadramento della popolazione diverso da quello basato sulle curie. Va infatti tenuto presente come il criterio d’appartenenza a queste sulla base dei lignaggi non rendesse trasparenti i diversi livelli di ricchezza della popolazione, che invece, ora , erano divenuti il criterio fondamentale per l’arruolamento. Di qui una nuova forma di distribuzione dei cittadini fondata sulla ricchezza individuale. Con un effetto indiretto ma gravido di conseguenze per il futuro : che ormai l’individuo si trova in diretto rapporto con la città , per quel che < vale > , anzitutto economicamente e per quel che è . La creazione del < cittadino> , il grande progresso della città greca e di Roma, è ora perfezionato, restando un retaggio per le età future. Ciò avrebbe comportato , secondo l’indicazione degli antichi, la sostituzione del comizio curiato con un nuovo sistema di carattere timocratico. Tutti i cittadini sarebbero stati distribuiti in cinque classi corrispondenti a diversi livelli di ricchezza, suddivise a loro volta in centurie. Il disegno compiuto dei nuovi comizi centuriati ( che sarà proprio solo dell’età repubblicana avanzata ) consisteva in un totale di 193 centurie di cittadini, ripartite in cinque classi : la prima era composta da coloro che avevano un capitale di 100.000 ( o 120.000 assi ), la seconda classe di 75.000, la terza di 50.000 , la quarta di 25.000 e la quinta di 12.500 assi ( o 11.000) . La prima classe forniva all’esercito, oltre alle centurie di cavalieri, che ammontavano a 18, comprensive però anche di quelle i cui cavalli erano forniti dalla città ( equo publico ) , ben quaranta centurie di juniores , cittadini tra i 18 e i 46 anni d’età che costituivano il vero corpo combattente della città , e 40 centurie di seniores, soldati più anziani che servivano da riserve. La seconda , la terza e la quarta classe fornivano invece ciascuna dieci centurie di juniores e dieci di seniores. La quinta classe infine forniva 15 centurie di juniores e quindici di seniores. A queste 188 centurie si devono aggiungere ancora cinque centurie : due di soldati del < genio > , di tecnici che si collocavano, ai fini del voto, accanto alle centurie della prima classe, due centurie di musici, posti accanto alla

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quarta classe e infine un’unica centuria di capite censi , in cui erano inclusi tutti i cittadini privi di qualsiasi capitale ed estranei alla specializzazione ora ricordate. E’ indubbio che l’antico patriziato dovette in origine essere ben presente anche nelle classi più elevate delle centurie di fanteria. Certamente moltissime famiglie delle gentes patrizie disponevano della ricchezza fondiaria richiesta per l’appartenenza ai ranghi più alti dell’esercito centuriato. E tuttavia delle prime classi di centurie dovevano far parte, anche molti esponenti di famiglie non patrizie, anch’esse adeguatamente qualificate dalla loro ricchezza. L’egemonia patrizia, in questa nuova organizzazione militare, restava sempre forte , non era però assoluta, aprendosi così per più ampi gruppi sociali un ruolo significativo proprio in quell’aspetto così essenziale alla posizione del cittadino nelle società antiche costituito dal servizio militare. D’altra parte è anche evidente che il maggior peso finisse col gravare sui cittadini più ricchi , quelli appartenenti alle prime classi. Essi infatti, proporzionalmente meno numerosi dei cittadini delle altre classi, erano tenuti a fornire il numero maggiore di soldati. Il che, a sua volta, era perfettamente coerente alle nuove caratteristiche dell’esercito oplitico e del suo fondamento timocratico, legato cioè alla ricchezza individuale. La società serviana esprimeva un nuovo tipo di gerarchia. Talché quando l’ordinamento centuriato si estese dall’originaria sfera militare alla dimensione politica, il voto dei membri delle prime classi di centurie fu ben più < pesante > e importante di quello degli altri cittadini. Il rapporto tra la sfera politica e quella militare, a sua volta, sarebbe sempre restato strettissimo; non a caso la convocazione del popolo nei comizi , era indicato con l’espressione affatto significativa di exercitus imperare : < convocare l’esercito > e la stessa assemblea centuriata era designata come < esercito urbano> . Ma soprattutto, anche in età repubblicana , i comizi continuarono a esser convocati fuori del pomerium, la cinta sacra di Roma all’interno della quale non poteva esplicarsi il comando militare. La fisionomia dell’ordinamento centuriato rappresenta il punto di arrivo di un processo complesso. Restando all’età di Servio, è da presumersi che la svolta si esaurisse negli aspetti propriamente militari . E’ quindi possibile che l’innovazione fosse allora rappresentata dall’introduzione delle sole centurie di juniores : l’organico dell’esercito. Ciò che ci permetterebbe di meglio comprendere la logica di fondo che avrebbe ispirato l’azione del grande re riformatore. Concentrandoci infatti su queste sole centurie, direttamente riferite all’esercito oplitico, ci possiamo rendere conto che la somma delle prime tre classi corrisponde al numero di sessanta centurie. Ciò che a sua volta deve essere messo in relazione con quanto ci dicono soprattutto Livio e Dionigi circa il fatto che solo gli appartenenti alle prime tre classi erano forniti di un armamento pesante, adeguato alla fanteria oplitica . Gli armati delle centurie inferiori si presentavano semplicemente come ausiliari dei primi In effetti queste sessanta centurie corrispondono ai seimila armati cui era pervenuta quell’unica legione romana che, ai tempi della monarchia etrusca , costituiva tutto l’esercito della città. Appare dunque verosimile che l’originaria riforma militare di Servio sia consistita nella semplice duplicazione dell’antico organico della legione: da tremila uomini a seimila. L’accrescimento non solo nuerico , ma di potenzialità belliche legato al pieno armamento oplitico allora introdotto è evocato dalla distinzione di quella parte di popolazione destinata a costituire la classis, come l’esercito era allora chiamato, da quella restata, infra classem, ai margini dell’esercito , con funzioni ausiliarie. Solo in seguito questa legione originaria verrà sdoppiata , senza però che ciò comportasse l’ulteriore raddoppio dell’organico militare. Ciascuna legione avrebbe infatti continuato a comporsi di sessanta centurie , ridotte peraltro dai cento uomini originari a sessanta e talora addirittura a trenta , a seconda della qualità degli armati e della diminuita consistenza numerica delle legioni stesse, allorché si privilegiarono unità militari più numerose e agili. Ed emerse altresì l’epoca in cui ciò dovette verificarsi : quando il supremo comando passò dal rex alla coppia di consoli. Con il che si conferma indirettamente anche la datazione tradizionale delle stesse riforme serviane, riferite all’età immediatamente precedente. E’ anche probabile che l’ulteriore incremento degli organici della cavalleria , egualmente attribuito a Servio, sia ascrivibile all’età successiva, in corrispondenza allo sdoppiamento della legione. Ignoriamo quando l’organizzazione centuriata dell’esercito si sia tradotta anche in una vera e propria assemblea politica. Ciò che avrebbe anzitutto postulato l’integrazione delle centurie di juniores con quelle dei seniores. Anche se non è da escludersi che questa innovazione sia

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intervenuta ancora sotto i re etruschi, è forse più plausibile che sia coeva all’inizio della repubblica, quando il popolo riunito per centurie, i comizi centuriati, fu chiamato a eleggere i magistrati cittadini.

5 Le tribù territoriali e il censimento dei cittadini

Quale che fosse la dimensione originaria della riorganizzazione militare e della cittadinanza realizzata da Servio, sin da allora il nuovo sistema postulava una conoscenza analitica dei livelli di ricchezza dei singoli cittadini onde distribuirli nelle centurie delle diverse classi. E’ quanto effettivamente la tradizione unanimemente imputa allo stesso Servio, riferendogli sia l’introduzione del censimento, sia un’ulteriore distribuzione della popolazione per tribù territoriali. Due innovazioni tra loro collegate. Con il termine censimento si accertava in effetti la condizione economica di ogni gruppo familiare in funzione del nuovo sistema, di cui non sfuggiva agli antichi il significato gerarchico. Livio lo sottolinea chiaramente, allorchè attribuisce a Servio l’istituzione del < census >, cosa utilissima per la futura grandezza della città, secondo cui i compiti di pace e di guerra vennero assegnati non viritim ( cioè in modo uniforme a tutti i cittadini ) ma in proporzione della ricchezza . In astratto questo strumento sarebbe stato sufficiente a permettere la distribuzione dei cittadini tra le varie classi di centurie. Tuttavia il riordinamento della cittadinanza appare sin dall’inizio più articolato. Sempre allo stesso Servio è infatti attribuita l’introduzione di un altro sistema di distribuzione della cittadinanza per tribù territoriali, in sostituzione delle vecchie tre tribù dei Ramnes , Tities e Luceres. La loro funzione era quella di provvedere a un organico inquadramento di tutti i cittadini. Vere e proprie ripartizioni amministrative , esse dovevano fornire alle avarie centurie i contingenti militari, nonché il sostentamento a loro necessario. Gravava infatti sulle tribù l’onere di un tributo : già gli antichi associavano il termine tributum a tribus. Questa forma primitiva di tassazione , riscossa dai tribuni aerarii, antichi magistrati della tribù , era commisurata all’entità delle proprietà dei singoli cives e aveva precipui scopi bellici. Anche qui ci troviamo di fronte a quella che è la probabile concentrazione di un processo storico più complesso, giacché sembrano sovrapporsi addirittura due sistemi successivi. Il primo, fondato sulla distribuzione di tutti i cittadini in quattro tribù < urbane > che avrebbero ricompreso non solo la cinta urbana, ma anche il territorio circostante. Immediatamente di seguito , forse sotto lo stesso Servio, alle prime quattro tribù urbane , si sarebbero aggiunte le nuove tribù rustiche, realizzando una distribuzione più articolata della cittadinanza. Nelle tribù urbane sarebbero stati raggruppati gli individui privi di proprietà fondiaria, mentre nelle tribù rustiche ( che all’epoca della cacciata dei Tarquini ammontavano a quindici ) furono collocati i proprietari dei fondi in esse situati. In tal modo diventava immediatamente rilevabile la distribuzione della ricchezza fondiaria ( il criterio su cui era fondata la distribuzione dei cittadini nelle varie classi delle centurie ) che invece, sia nel sistema delle sole quattro tribù urbane che in quello precedente delle tre originarie tribù , non aveva rilevanza. Mentre poi la denominazione delle quattro tribù urbane si riferiva a entità territoriali ( Subarana , Esqquiliana, Collina e Palatina) , quella delle più antiche tribù rustiche derivava dall’onomastica gentilizia. Questo non significa naturalmente, che la struttura interna di codeste tribù fosse fondata sui legami gentilizi : al contrario, l’appartenenza a esse era data dalla proprietà individuale della terra. E’ però possibile che siffatti riferimenti onomastici attestino la persistenza, all’interno di queste tribù , in aree omogenee e con una loro identità territoriale , di gruppi compatti di proprietari appartenenti alla stessa gens.. Solo a partire dagli inizi del V secolo a.C. comincerà con la Clustumina la serie di tribù con nomi locali. Solo con le tribù rustiche poteva essere rilevata in modo adeguato la ripartizione della proprietà fondiaria : la base delle ricchezze individuali. Nell’ipotesi quindi in cui il nuove assetto centuriato si fosse esaurito nelle centurie di juniores, esso avrebbe tagliato fuori proprio quei patres più anziani , titolari di quella ricchezza familiare in base a cui i figli potevano essere inseriti in una adeguata classe di centurie. Solo distribuendo tutta la popolazione nelle diverse tribù territoriali si

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poteva rendere trasparente l’organico cittadino, identificandone le varie unità familiari e i corrispondenti livelli sociali e di proprietà che costituivano la base dello stesso ordinamento centuriato. In tal modo assumeva tutta la sua rilevanza l’unità familiare , definità < l’unità economica di base > del sistema centuriato, in relazione a cui il singolo cittadino veniva collocato in una classe o in un’altra di centurie. In tal modo diveniva definitiva la distinzione tra il mondo dei proprietari fondiari e quello, forse ancor più numeroso, dei nullatenenti, ammucchiati tutti nelle sole quattro tribù urbane , degradate ora a strutture pressoché residuali. Alle diciannove tribù esistenti alla fine dell’età monarchica avrebbe fatto seguito immediatamente l’istituzione di due nuove tribù. Numero destinato a crescere nei cento cinquant’anni successivi , per raggiungere quello definitivo di trentacinque, trentuno rustiche e quattro, le più antiche, urbane.

6 Controllo sociale e repressione penale

Una delle conseguenze della stratificazione economica formalizzata dal sistema centuriato fu la quasi subitanea scomparsa di quei comportamenti di singoli o di gruppi familiari volti ad affermare una gerarchia sociale in forme individuali. Ci si riferisce al lusso funerario, venuto totalmente meno nel corso del VI secolo. Non certo in ragione di un impoverimento della società romana : tutt’altro. Questo diminuito fasto delle tombe corrispose infatti a una fase di grandi spese pubbliche, con la costruzione di importanti templi e di imponenti opere urbane. Per questo tale svolta appare piuttosto il risultato di un intervento autoritario della città, interessata a impedire le forme più estreme di emulazione nello sfoggio di ricchezze che, alla lunga , avrebbero potuto indebolire la stessa forza economica dei ceti aristocratici. Le prime leggi volte a stabilire un limite alle spese funerarie dovettero essere allora introdotte venendo poi recepite nella successiva legislazione delle XII Tavole . Un altro e più iportante settore della vita sociale in cui dovette aversi un incisivo intervento del rex , già prima dell’epoca etrusca, fu quello costituito dalla repressione dei comportamenti individuali pericolosi per l’ordinamento cittadino. In questo ambito infatti la sua azione dovette essere più diretta e innovatrice che nel più vasto campo dei mores. Giacchè ora la stessa esistenza della comunità moltiplicava , con la vicinanza, le occasioni di conflitto e , quindi, postulava l’introduzione di forme regolate di litigio atte a evitare il confronto violento e governate da procedimenti razionali. E’ allora che si dovettero consolidare i primi meccanismi di una procedura civile e di regole che permettessero agli organi cittadini di distribuire ragioni e torti tra i privati litiganti. La città intervenne precocemente anche a reprimere le condotte criminali dei singoli individui. Ciò iniziò in forma molto limitata, giacchè sino ancora nella legislazione delle XII Tavole quella che noi chiameremo la repressione criminale in senso proprio era circoscritta solo ad alcune condotte particolarmente gravi. Il resto era lasciato all’ancor forte autonomia dei singoli gruppi familiari e gentilizi e alla loro capacità di autodifesa. Dove al massimo la comunità interveniva a regolare le forme e sancire limiti della vendetta e dell’autodifesa privata. L’autonoma presenza della città, a imporre il proprio ordine, anche nella sfera criminale, senza intervento degli interessi privati lesi, concerneva pertanto due tipi di comportamenti : l’uccisione violenta di un membro della comunità , da un lato, forme di tradimento o azioni dirette contro l’esistenza stessa della comunità politica dall’altro. Questi ultimi tipi di condotta sono richiamati sotto i due termini di perduellio, crimine contro l’ordine politico e della civitas e di proditio, il tradimento con il nemico e comportano la morte del colpevole. Per quanto discussa e incerta nel suo fondamento etimologico , tuttavia è assai verosimile, che la condanna a morte del parricidas, sancita dalle XII tavole, non riguardasse solo l’uccisione del proprio padre, ma anche chi avesse uscciso un qualsiasi cittadino avente autonoma rilevanza rispetto alla comunità . In questi casi il rex interveniva direttamente attraverso suoi magistrati, i quaestores parricidii e i duoviri perduellionis. La loro esistenza conferma la novità di questi reati rispetto al mondo precivico. Accanto a questi casi, va ricordata una molteplicità di procedimenti repressivi di condotte asociali e dannose, alcuni dei quali d’efficacia immediata, che potremmo chiamare < di polizia >, e altri

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invece in cui la punizione interveniva soprattutto sul piano della sfera religiosa, anche se con conseguenze personali molto gravi, sino alla morte dell’autore del reato. Tali condotte erano colpite anzitutto perché, violando precetti e regole , attiravano l’ira degli dei sull’autore del misfatto e, con esso, sulla comunità intera. Il caso più importante e con chiare radici preciviche è costituito dalla particolare sanzione consistente nella consacrazione ( sacratio ) del colpevole agli dei . Tale condizione comportava il suo distacco dalla comunità e la perdita di ogni tutela giuridica , esponendolo a qualsiasi aggressione cui non avrebbe reagito l’intervento sanzionatorio della città. Vi sono poi altre azioni delittuose punte molto gravemente nella legislazione decemvirale, ma che non sembrano comportare questa sacratio dell’autore del reato, né il diretto risarcimento della vittima. Si pensi alla repressione degli atti di magia contro il vicino l’incendio doloso del raccolto. In tal caso la sanzione prevista, che consisteva quasi sempre nella morte del colpevole , avveniva attraverso i canali delle forme religiose arcaiche che, ci riportano a situazioni più antiche della repressione della perduellio o dello stesso parricidium .E comunque tutto fa pensare che occorresse, anche in questo caso, la reazione del danneggiato e la sua denuncia del malfattore. Non meno numerosi tuttavia sussistevano comportamenti lesivi dei singoli cittadini ed effettuati < ingiustamente >. Si pensi al furto , ma si pensi anche al danneggiamento di un bene o a delle lesioni fisiche arrecate a un individuo. Ebbene in questi casi la comunità primitiva interveniva a proteggere il danneggiato contro l’autore della condotta illegittima. Ma lo faceva solo se la stessa vittima si faceva parte attiva per difendersi , mentre l’eventuale condanna mirava a conseguire insieme l’obiettivo di risarcire il danno e di punire l’autore della condotta illegittima. Una logica che mostra appunto il delicato equilibrio tra il ruolo arbitrale della comunità politica e l’autonomia dei singoli gruppi. Tutta la sfera< privata > dei diritti , è esclusivamente riferita alla figura forte del pater della familia proprio iure. Un criterio molto rigido , soprattutto considerando che esso , al contrario di altri aspetti dei rapporti giuridici privati, non sembra evolversi granchè nelle età più avanzate, sino a epoca imperiale. Esso in effetti corrisponde a quello che, in genere , giuristi e antropologi tendono a definire un sistema < patriarcale > dove l’unità familiare in qualche modo imprigiona i singoli individui in vincoli di sangue e di status che li accompagnano per tutta la vita. Solo che , sin dalle sue prime origini cittadine, il diritto romano presenta, sotto questo profilo, una fisionomia molto particolare. Giacché al contrario di innumerevoli società in cui il sistema familiare tende a sopravvivere al titolare provvisorio dei poterei di governo su di esso, in Roma questo non è mai avvenuto. L’unità familiare si dissolveva con passaggio di ogni generazione , alla morte del pater, suddividendosi per quanti sono gli immediati suoi discendenti. Questo è il motivo istituzionale per cui l’ordinamento cittadino ha valorizzato questo sistema. Perché esso, addirittura più della grande riforma centuriata, comunque certamente in parallelo a essa, è lo strumento più devastante nei riguardi della tendenza dei gruppi < intermedi >, fondati sul sangue e sulla parentela a porsi come entità autonome rispetto all’ordinamento politico unitario. La famiglia romana era fortemente coesa, nella sua struttura giuridica, ma transeunte : non superava una generazione e per questo non poteva assumere una valenza latamente < politica > contribuendo, al contrario, a indebolire, dall’interno, la stessa logica gentilizia.

Capitolo quarto

DALLA MONARCHIA ALLA REPUBBLICA

1 La cacciata dei Tarquini e la genesi della costituzione repubblicana

Nella vicenda romana si innesta un fattore internazionale : il collegamento di Roma con il mondo etrusco, a sua volta proteso verso la Campania, in diretto conflitto con gli insediamenti greci ivi

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situati. Ciò che contribuiva a sua volta ad accentuare la tradizionale inimicizia tra i Greci d’Occidente e gli Etruschi , alleati ai Cartaginesi, per il controllo del Tirreno . Pur destinata a persistere ancora nel secolo successivo, negli ultimi decenni del VI secolo a.C. la spinta etrusca verso la Campania aveva conosciuto una seria battuta d’arresto a seguito di alcune gravi sconfitte militari ad opera dei Greci e dei loro alleati Latini. Tutto ciò ebbe a riflettersi anche sugli equilibri interni a Roma , giacché divenne allora possibile un vero e proprio < colpo di stato > da parte dell’aristocrazia romana, che non solo estromise dal trono Tarquinio il Superbo , ma cancellò lo stesso istituto della monarchia. Questa svolta si colloca nel 509 a.C. Dove si può immaginare che intervenissero, forse in modo determinante , importanti fattori interni alla società romana. E’ infatti possibile che la vasta rivoluzione istituzionale attuata dai re etruschi in Roma , forzasse eccessivamente i tempi. E’ possibile cioè che le forze che la nuova costituzione mobilitava e su cui si doveva fondare non fossero ancora in grado di sostituirsi alle vecchie strutture , ai precedenti tipi di aggregazione sociale. Potè anche pesare negativamente l’inizio di quella crisi economica e l’indebolimento delle forze produttive che sembra caratterizzare gran parte del V secolo. Allora , tra l’altro si può cogliere una significativa stratificazione delle dimensioni numeriche della cittadinanza romana, accompagnata addirittura da un’erosione delle aree territoriali già acquistate al suo ambito d’influenza. In questa fase, dunque, è facile immaginare che riprendessero forza le forme sociali ed economiche più arretrate : le gentes, arroccate nei loro possessi territoriali. Certo si che i primi anni della repubblica furono caratterizzati da una fisionomia incerta e da gravi difficoltà internazionali. Da un lato Roma ebbe a fronteggiare la reazione etrusca , in appoggio ai Tarquini. E’ abbastanza certo che il capo etrusco di Chiusi, Porsenna, abbia conquistato militarmente Roma ( solo in tal modo può spiegarsi il ricordo di condizioni molto pesanti imposte ai Romani , come il divieto di lavorare il ferro se non per strumenti agricoli : un < disarmo > ante litteram ) . Ma per noi è ancora più importante il fatto che il suo successo, contrariamente alle premesse indicate esplicitamente dagli storici antichi ( il suo intervento in appoggio ai Tarquini), non influisse sulla successiva vicenda costituzionale romana e non comportasse quindi la restaurazione di Tarquinio. D’altra parte è indubbio che Roma, dopo la caduta dei Tarquini , per qualche tempo restasse ancora legata alla sfera d’influenza etrusca. Era del resto un orientamento reso inevitabile dal suo isolamento nel contesto laziale, a seguito della lotta delle città latine contro gli Etruschi ( e contro i loro alleati ). La conservazione delle antiche alleanze dovette infatti risultare indispensabile per difendere la sua precedente preminenza, ora contestata dai Latini. Che tuttavia la solidità di Roma fosse ormai un fatto acquisito , lo prova la relativa rapidità con cui essa seppe reagire, anche militarmente, all’ostilità latina pervenendo a un esito sostanzialmente positivo e al rinnovo dell’antica alleanza con il Foedus Cassianum. Esso prende il nome da Spurio Cassio che nel 493 a.C. dopo aver guidato gli eserciti romani nella guerra contro i Latini riuscì a concludere con essi una pace duratura. La brusca scomparsa del rex , a opera dell’antico patriziato , aveva ridato a quest’ultimo una rinnovata preminenza di cui resta traccia evidente. In effetti , dopo i primi anni di vita della nuova forma repubblicana, le gentes patrizie si spinsero a bloccare a proprio vantaggio l’insieme dei canali di circolazione sociale e di ascesa politica che avevano funzionato nell’età precedente e che avevano permesso la presenza in senato, forse già nella tarda età monarchica, di un gruppo di conscripti accanto ai patres. Questa chiusura, come non di rado è avvenuto nella storia, segnò tuttavia nei tempi lunghi, l’inizio di una crisi lenta, ma non per questo meno inesorabile, a danno dei momentanei vincitori. Che sin dall’inizio trovarono un limite nella loro reazione costituito dall’impossibilità di un semplice ripristino della situazione anteriore all’età serviana, giacché esso avrebbe causato un pericolosissimo indebolimento della città. V’era infatti un aspetto irreversibile delle riforme serviane, su cui si sarebbero fondate a lungo le fortune della repubblica. Si tratta del nuovo ordinamento centuriato , con il superamento dei comizi curiati. Un ritorno alla situazione originaria avrebbe pertanto comportato un vero e proprio collasso dell’apparato militare in un momento di massima necessità di difesa. Egualmente difficile, per gli

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stessi motivi, sarebbe stato il ripristino dell’originaria figura del < re sacerdote >, vanificando il rafforzato imperium dei re etruschi. L’aristocrazia gentilizia, rinunciando quindi al semplice ritorno alle origini latino – sabine, puntò piuttosto sull’ulteriore modifica delle riforme serviane. Fu , a ben vedere, un meccanismo abbastanza semplice, anche se non privo di difficoltà, quello da essa messo in atto e che consisteva del circoscrivere , senza però depotenziarlo, il vertice del governo cittadino. La soppressione del carattere vitalizio della carica suprema di governo e il suo sdoppiamento , con i due consoli eletti annualmente, realizzarono perfettamente tale riequilibrio , salvaguardando nondimeno il forte carattere militare assunto dal comando supremo in età etrusca. In tal modo si realizzavano le premesse per un permanente spostamento del baricentro politico a favore dell’altro organo del governo cittadino : il senato. I primi 50 anni del nuovo assetto repubblicano sono forse il periodo più oscuro e ricco di interrogativi di tutta la storia di Roma. Non poche , ma contraddittorie e lacunose, sono le notizie che gli autori antichi forniscono in proposito. Addirittura fonte di incertezza sono quei pur così importanti elenchi di magistrati eponimi ( i cui nomi , elencati in serie successive, servivano cioè a indicare l’anno della loro carica ) che hanno inizio con la repubblica . Giacché in questi < Fasti > come sono chiamati dai Romani, compaiono sino al 486 a.C. circa, acanto a nomi di consoli patrizi, anche quelli di magistrati plebei. Poi , questi nomi cessano, a conferma delle unanimi indicazioni degli storici antichi relative all’esclusione dei plebei dal consolato e dalle altre magistrature, così come dagli stessi ranghi del senato. Una volta che un tempo si tendeva semplicemente ad annullare , negando autenticità alle liste con i nomi plebei. Esse infatti smentivano una rappresentazione storica in termini di flussi lineari di eventi tutti concordanti in direzione univoca e che leggeva la storia repubblicana arcaica come una costante linea di crescita della plebe e non come un regresso seguito poi da una ripresa. E’ abbastanza verosimile , al contrario, che proprio così sia avvenuto e che la scomparsa di nomi plebei dai Fasti consolari corrisponda al momento di massimo arretramento di questo gruppo sociale di fronte alla ripresa gentilizia. D’altra parte tale questione si intreccia al problema della possibile precoce presenza, nel consesso dei patres, accento a costoro, di un certo numero di conscripti, estranei alle gentes patrizie. In effetti per la fase iniziale della repubblica, in cui alla suprema magistratura potendo ancora accedere anche non patrizi, è ben possibile che essi potessero rientrare nel senato, pur restando questo una roccaforte patrizia. Del resto, già nel senato monarchico è ben possibile la presenza di questi membri non patrizi. Non solo dei conscripti in tale epoca parlano le fonti antiche, ma anche l’inserimento selettivo di nuovi membri da parte del rex. L’incertezza più grave concerne tuttavia la sequenza complessiva delle innovazioni istituzionali. Stando alle fonti si dovrebbe ammettere che, con la caduta dei re si fosse addivenuti in Roma alla nomina di un supremo collegio di due consoli sino alla metà del V secolo, quando per due anni di seguito essi sarebbero stati sostituiti da un collegio di dieci membri avente anche il compito di raccogliere e redigere il testo delle leggi romane : i decemviri legibus scribundis. D’altra parte , con la liquidazione di siffatto collegio, nel 449 , il ripristino dei due consoli non sarebbe stato costante , essendo questa carica frequentemente sostituita dalla nomina di più tribuni militum consulari potestate. Sino cioè al 367 a. C. quando si sarebbe raggiunta la definitiva parificazione politica dei patrizi e plebei ammettendosi che uno dei due consoli, tornati a essere questi la magistratura ordinaria , potesse ( o dovesse ) essere plebeo. In effetti tra questa prima fase del consolato e il definitivo assetto del 367 a.C. intercorre un periodo troppo lungo perché non sorgano consistenti sospetti in ordine al significato stesso di tale intervallo, potendosi quindi dubitare che i due consoli del 367 a.C. costituiscano la mera continuazione di una situazione < ordinaria >, esistente sin dall’inizio del V secolo. In verità le incerte indicazioni di cui disponiamo potrebbero farci immaginare un lungo periodo di una certa quale < sperimentazione istituzionale>. La durata stessa di questa fase conferma tuttavia la presenza, sin dall’inizio, di alcuni elementi di fondo del nuovo assetto politico come condizione per il funzionamento complessivo della macchina politica. Tra essi si elenca anzitutto il forte limite temporale nelle supreme cariche di governo, la

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fisionomia militare, unita all’elevata concentrazione dell’imperium loro attribuito , nonché , nel governo della città , l’accresciuto ruolo dell’esercito oplitico, con il valore deliberatamente dei comizi , e l’accresciuta rilevanza del consesso dei patres. Per questa prima età non si può andare molto oltre , giacché lo stesso quadro istituzionale appare oscurato dall’intensità con cui nelle fonti antiche relative al V secolo a.C. , si impone in primo piano il conflitto tra i due ordini sociali : i patrizi e i plebei . Specie dopo l’esclusione di questi ultimi dalla suprema magistratura repubblicana. . L’accento degli antichi, in relazione al mutamento istituzionale intervenuto con la cacciata dei Tarquini, esalta la nuova libertas repubblicana. Avremo modo di vedere quanto di ideologico e di formato si annidi in questa prospettiva, anche perché non si deve dimenticare come gli spazi del civis, in Roma non meno che nelle altre città antiche, fossero sempre e comunque condizionati e limitati dal supremo valore costituito dalla salvezza e dagli interessi della città . Connaturato a tale libertas è comunque il fondamentale diritto riconosciuto a ciascun cittadino di appellarsi al popolo di fronte al potere di repressione criminale del magistrato , sino ad allora giudice ultimo sulle questioni di vita e di morte. E’ possibile che una prima legge in tal senso fosse approvata sin dall’inizio della repubblica, certo essa dovette essere ribadita e meglio formulata nel 449 a.C. , immediatamente di seguito alle XII Tavole, con una legge Valeria Orazia in cui si vietava ai magistrati competenti di mettere a morte un cittadino romano colpevole di una colpa capitale, senza previa consultazione del popolo riunito nei comizi ( provocatio ad polum ). Tale normativa avrebbe altresì vietato di istituire una qualsiasi magistratura sottratta a questo potere di provocatio, concepito come una suprema garanzia per tutti i cittadini. E’ chiaro il particolare interesse plebeo per tale garanzia, se si considera come le magistrature contro cui si introducevano queste limitazioni fossero ancora di esclusiva estrazione patrizia. Ciò non toglie che questa garanzia fosse largamente insufficiente ad attenuare il violento conflitto ancora in corso tra i due gruppi contrapposti.

2 Patrizi e plebei

E’ del tutto verosimile che la fisionomia unitaria della plebe sia il risultato dell’azione politica patrizia dei primi annni della repubblica destinata a innescare il prolungato conflitto, sviluppatosi su più piani. Anzitutto quello politico : che concerneva , la radicale esclusione plebea dal governo della città : dalle supreme magistrature sino ai collegi sacerdotali. Il contenuto dello scontro è di per sé evidente, riguardando la pretesa equiparazione dei due ordini. Più articolato appare il confronto economico, che si sviluppò essenzialmente su due piani. Anzitutto vi è la richiesta di un alleggerimento dei debiti che opprimevano gli strati economicamente più deboli della città . In moltissime società precapitalistiche i ceti agricoli più poveri erano infatti i più esposti al flagello dei debiti: bastava un’annata o poche annate di cattivi raccolti e subito le riserve familiari e la stessa semente venivano consumate. A questo punto il processo d’indebitamento s’aggravava sia per il peso degli interessi che per le difficoltà di ricostituire il capitale d’esercizio, compreso il sostentamento della famiglia contadina. Di qui i rischi crescenti di perdita del campicello avito e di riduzione in totale povertà . A ciò , nella Roma arcaica, s’aggiungeva una forma di esecuzione personale particolarmente gravosa in cui il debitore finiva in condizione semiservile ( nexum ) o , addirittura, con la sua definitiva insolvenza, veniva venduto come schiavo in territorio straniero ( trans Tiberim) . Ma il contrasto appare ancora più grave, rischiando di portare a radicali lacerazioni della società romana fu, sin dal V secolo , lo sfruttamento della terra. Gli antichi ricordano infatti l’insistente richiesta plebea di distribuire in proprietà privata a tutti i cittadini i territori strappati ai nemici. Tale pretesa si scontrò con la decisa opposizione dei patrizi, interessati a conservare la maggior parte nella forma dell’ager publicus di pertinenza della città , ma sfruttato direttamente dai privati. Della gravità del conflitto dà la misura la crisi e la messa a morte , per opera patrizia, dello steso Spurio Cassio che aveva tentato di venire incontro alle aspirazioni dei plebei.

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L’accusa rivolta da questi ai patrizi è che essi volessero di fatto mantenere il controllo di tali terre, a favore loro e dei loro clienti. Ciò che ha indotto la grande maggioranza degli storici a supporre un’originaria esclusione dei plebei di fatto almeno, se non di diritto , dal possesso e dallo sfruttamento dell’ager publicus. Non si capirebbe altrimenti l’interesse a trasformare questo ager in proprietà privata che sembra ispirare la politica plebea. Si crede che gli antichi,scrivendo alla fine della repubblica o in età imperiale, molti secoli dopo gli eventi da loro narrati e in un contesto assolutamente diverso, inevitabilmente utilizzassero le categorie dei loro giorni. Dove appunto tutto il territorio romano o era publicus o era in proprietà individuale dei cittadini. Essi pertanto qualificavano come < pubbliche > cioè della città , le terre che apparivano sottratte alla proprietà dei privati. Ma nelle terre introno a cui si dovette sviluppare la lotta patrizio – plebea, nel primo secolo della repubblica, dovevano essere ricomprese anche quelle aree, da sempre , quindi ancor prima dell’affermarsi della città, di pertinenza delle varie genti. Tra cui non si devono dimenticare i vasti pascoli ai quali era associata parte della ricchezza gentilizia. Contro questo monopoli gentilizio e soprattutto a bloccare un suo ulteriore incremento a seguito di nuove conquiste, si mosse dunque la richiesta plebea di distribuire tutte le terre in proprietà privata, rispetto a cui le famiglie plebee si sarebbero trovate sullo stesso piano delle famiglie appartenenti alle gentes patrizie. Per quanto concerne infine l’aspetto sociale della contrapposizione tra plebei e patrizi, il punto centrale è in genere indicato dall’assenza del connubio. Il che escludeva la possibilità di un rapporto matrimoniale valido fra un patrizio e una plebea o viceversa. Questo avrebbe comportato la degradazione sociale dei figli nati da tale matrimoni, esclusi comunque dai ranghi del patriziato, oltre alla perdita di rango della sposa , se essa era d’origine patrizia. Una sanzione che ribadiva formalmente l’inferiorità sociale dei plebei : i quali , infatti, contro di essa si batterono,sino a ottenerne il superamento con la lex Canuleia del 445 a.C. Il ricompattamento della plebe contro questo sistema di esclusioni fu talmente violento e consistente da minacciare la sopravvivenza stessa della comunità politica. La crisi fu superata solo con il riconoscimento alla plebe di un insieme di strumenti protettivi rispetto alle prevaricazioni delle magistrature patrizie. A guidare la secessione plebea si erano posti dei magistrati, ispirati alla figura dei tribuni militum, o addirittura alcuni tribuni militum dell’esercito centuriato schieratisi con la plebe, che avevano assunto il nome di tribuni della plebe. Il compromesso politico che ne seguì comportò il loro riconoscimento come organi della città : sancendo dunque il loro < diritto d’aiuto > ( ius auxilii ) a favore della plebe. Ma proprio questo carattere escluse per molto tempo la loro partecipazione all’effettivo governo della città, attribuendo a essi invece una generalizzata e sempre più penetrante funzione di controllo nei riguardi dell’azione degli altri magistrati repubblicani. Il loro potere d’intervento < negativo > s’estese, in effetti, all’intera vita politica cittadina, sostanziandosi nella possibilità loro riconosciuta d’interporre l’intercessio : un vero e proprio veto, contro qualsiasi atto o delibera dei magistrati o dello stesso senato. In tal modo l’autorità dei tribuni era lungi dall’essere subalterna alle strutture cittadine, potendo, in teoria , giungere a paralizzare nel suo complesso la vita stessa della comunità . A ben vedere, era lo stesso meccanismo della secessione, la minaccia di dissoluzione del patto che univa i cittadini all’interno della polis, a trasferirsi così all’interno delle strutture istituzionali romane. La posizione di questi magistrati era poi rafforzata dal carattere sacrosanto della loro persona, originariamente affermato con una lex sacrata e sempre in seguito confermato. Questa a sua volta , consisteva in un giuramento assunto collettivamente dalla plebe ma vincolante, per il suo fondamento religioso, l’intera comunità . Con tali leges la componente plebea si poneva come forza autonoma, in grado di ridisegnare l’intero impianto cittadino. Il suo punto di forza era l’assemblea , il concilium plebis, organizzata sulla base della distribuzione per tribù territoriali, che votava proprie delibere : i plebisciti , ed eleggeva propri magistrati : i tribuni e in seguito gli edili. Si trattava solo dei primi, sebbene fondamentali , passi verso un più vasto processo di equiparazione, ancora da realizzarsi , giacché né era stato rimosso il monopolio delle cariche magistratuali, nè si erano accolte le altre pretese plebee volte a riequilibrare i rapporti di carattere

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economico – sociale tra i due ordini. Per il momento , il mondo plebeo costituiva ancora una realtà sociale autonoma e antagonista. Per questo, con i suoi magistrati , la plebe mantenne un tessuto identitario separato , con tradizioni religiose, divinità e templi suoi propri. Sino addirittura a identificarsi con una sua sfera territoriale al di fuori del recinto sacrale della città : l’Aventino. La sua posizione, tuttavia, conobbe un progressivo consolidamento che permise di superare ben presto una strategia meramente difensiva. Già verso la metà del V secolo a.C. s’ebbero i primi sostanziali passi in avanti nella lotta per la parificazione politica e sociale dei due ordini e, con essa, di un mutamento complessivo dell’assetto cittadino.

3 Le XII TAVOLE

Nel V secolo a.C. si ha il successo plebeo nell’ottenere la redazione scritta del corpo di regole che presiedeva alla vita della città. In tal modo infatti veniva meno il monopolio della conoscenza e dell’interpretazione del diritto cittadino sinora esercitato dal corpo aristocratico dei pontefici. Questa grande innovazione, che ovviamente aveva incontrato l’ostilità dei patrizi fu resa possibile dalla defezione di una componente importante dello stesso patriziato. Ciò avvenne quando il capo dell’autorevole gens Claudia , Appio , si schierò a favore di tale richiesta , assumendo una funzione centrale nel nuovo processo legislativo. Per l’anno 451 – 450 a.C. al posto della normale coppia consolare si provvide così a istituire un collegio di dieci membri, con il compito, oltre all’ordinario governo della città , di leges scribere, di redigere per iscritto le leggi della comunità cittadina Appio Claudio fu chiamato a presiederlo. In questa svolta giocava anzitutto una più matura aspirazione a quella certezza che solo la norma scritta può dare rispetto a formule di carattere consuetudinario e che appare costantemente riproporsi nel corso della storia . Ma forse dovette affiorare allora anche una prospettiva nuova che tendeva a ridefinire la stessa concezione romana del diritto. Alla preminenza originaria dei mores ancestrali, affidati al sapere e alla memoria di specialisti , si sostituiva l’idea della centralità della legge scritta , formalmente approvata dalla comunità politica. Il valore irreversibile del testo scritto e di una legge < eguale > per tutti i cittadini e accessibile a tutti era di per sé , una nozione nuova nell’esperienza romana. D’altra parte che tale svolta andasse forse al di là della stessa pur centrale questione del controllo della vita giuridica sembra attestato dal fatto che ai dieci membri del collegio fossero attribuiti, secondo le fonti antiche, poteri assoluti e sottratti alla provocatio che limitava invece l’imperium dei magistrati ordinari. Il che permette d’immaginare che il decemvirato, pur all’origine finalizzato alla redazione delle leggi, tendesse ad assumere un significato più ampio, di organo generale di governo della città e delle sue leggi. Non solo esso sostituiva la coppia consolare, ma comportava anche la sospensione di ogni altra magistratura, compresi i tribuni della plebe. Si adombrava una nuova e più forte unità di governo che, d’altronde, con l’ammissione anche di plebei in questo collegio, allorché esso venne rinnovato per un nuovo anno , realizzava la sostanziale parificazione politica dei due ordini. La tradizione , se è univoca intorno alla redazione delle XII Tavole , appare però immediatamente oscurarsi nella rappresentazione delle vicende successive. Il collegio, rieletto per il secondo anno, onde completare la redazione delle tavole della legge, sempre presieduto da Appio Claudio, fù integrato da elementi plebei. Una svolta importante, dunque, a favore della plebe, resa tuttavia incomprensibile dalla fisionomia tirannica e antiplebea attribuita dagli antichi ai nuovi decemviri ed, ora allo stesso Claudio. Come già era avvenuto nel caso dell’espulsione dei Tarquini da Roma. La libertas repubblicana non assume connotazioni di carattere democratico, non è una libertas di tutti, ma di una consorteria aristocratica: è fondata sull’eguaglianza di pochi. Le personalità che in qualche modo tendono a sottrarsi alla compatezza del sistema aristocratico, sin dall’inizio della storia repubblicana, sono sempre indicate con caratteri di tiranni. L’oligarchia al potere imputa loro la massima colpa verso la libertas repubblicana : l’aspirazione a un potere assoluto, l’adfectatio regni. Sarà questo lo strumento per colpire ogni personalità che devi eccessivamente dalla lealtà verso il gruppo dirigente. Da Spurio Cassio ad Appio Claudio il decemviro, dalle tragiche e grandiose figure dei Greci sino a Giulio Cesare, assistiamo alla costante ripetizione di tale accusa

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da parte di un’aristocrazia sempre mutevole nella sua composizione interna, ma dominata da una logica sempre uguale. Quella di colpire tutti coloro che in qualche modo tendano a indebolire i suoi interessi e valori a favore di una visione diversa degli equilibri politici interni alla città. Forse l’ulteriore e per certi versi definitiva crescita plebea , con la sua ammissione al decemvirato, sarebbe stata tollerata, nei nuovi equilibri cittadini, se il disegno riformatore sviluppato con la regia di Appio Claudio non fosse andato ancora oltre. Lo coglie Livo , allorché parla di un mutamento della forma della città. Affiorava così la possibilità di una totale rifondazione della comunità, con un’integrazione sociale più radicale di quella possibile per la città patrizia delle origini. Dove emerge infatti una tendenza non solo ad assicurare una conoscenza pubblica delle norme, ma a realizzare anche un loro nuovo modo di formazione. All’antico sapere pontificale, filtrato all’interno di un sistema sociale chiuso, e fondato sull’idea di un < diritto > non direttamente dipendente dall’azione e dalla volontà degli organi cittadini, a loro in gran parte preesistente, parrebbe contrapporsi un’opposta concezione. Con la tendenziale concentrazione delle funzioni di governo e legislative nel binomio costituito dai decemviri e dall’assemblea popolare , per un momento e un momento solo, parrebbe che tutto < il diritto > fosse riportato all’interno della < politica >, recuperato alla sovranità del popolo e ad esso subordinato. Era la strada che avrebbe potuto riorientare la struttura intimamente aristocratica di Roma verso un tipo di democrazia fondata sulla sovranità del demos, di matrice greca. Ma fu solo una tendenza che traspare rapidamente, senza riuscire a ingenerare un sostanziale o tanto meno definitivo mutamento della natura globale dell’esperienza giuridica romana. Perché , appunto , questa potenziale eversione segnò invece la catastrofe politica di Claudio, facendo rapidamente rientrare il sistema giuridico nel suo alveo tradizionale. Si salvò solo il programma originario , volto a dare certezza all’intero ordinamento romano . Dal 449 a.C. una volta approvate anche le due ultime tavole , le XII Tavole rappresentarono la nuova realtà istituzionale alla quale i Romani si sarebbero rivolti per secoli come il punto iniziale della loro storia giuridica. Il nuovo grande corpo legislativo costituì da allora il fondamento del ius civile : il diritto della città , identificandosi in pratica con esso. Anche se gli stesi Romani ebbero ben chiaro che esse non esaurissero l’intero loro sistema giuridico . Malgrado il loro valore pressoché fondativo era infatti chiaro che non tutto il diritto vigente in Roma era stato in esso riportato. La maggior parte delle norme contenute nelle XII Tavole presuppone altri segmenti del diritto che ad esse preesistono e su cui esse si innestano, modificandoli eventualmente. E questi segmenti , appunto , altro non sono che i mores ancestrali. Ma era anche altrettanto evidente che le regole in seguito applicate dai magistrati giusdicenti, che continuarono a utilizzare la consulenza dei pontefici, non si limitarono certo all’originario dettato dei decemviri. La loro portata effettiva si venne infatti modificando nel corso del tempo a opera dell’interpretatio, dei pontefici prima, dei giuristi < laici > in seguito . Non verrà mai infatti meno l’importanza anche ideologica di tale legislazione cui nei secoli successivi ci si richiamerà, non solo per le sue norme specifiche, ma per il suo valore generale di riferimento all’ordinamento giuridico romano. Quello che è certo è che con il 449 a . C. nuovi vincoli e confini più precisi furono posti ad antiche pratiche. La libertà dei pontefici di conservare, o eventualmente di modificare le antiche tradizioni secondo una sapienza esoterica sottratta a ogni controllo esterno, conobbe ora un limite evidente. Almeno per quanto riguarda l’aspetto formale ogni cittadino fu in grado di sapere quale fosse il diritto della città. Egualmente le capacità di modificare e d’innovare attraverso provvedimenti legislativi, trova un punto di partenza e un ovvio elemento di condizionamento in un diritto certo, redatto per iscritto, noto e controllato da tutta la comunità. La legislazione delle XII tavole concerneva essenzialmente il processo civile e il sistema dei diritti < privati > che attengono ai rapporti tra i cittadini. Quello che noi chiameremmo il < diritto pubblico > e l’organizzazione della primitiva macchina statale romana restarono essenzialmente al margine. Quanto al significato complessivo di questa raccolta ha valore di spartiacque , tra < vecchio> e < nuovo > . Tra ciò che è stato raccolto e conservato dai decemviri degli antichi mores e le nuove regole da essi introdotte . Di qui la coesistenza di molte regole arcaiche e di principi e meccanismi innovativi che sembrano allora affiorire per la prima volta nell’esperienza giuridica romana. Il

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primo aspetto , che ci riporta a epoca talvolta ben più antica delle XII Tavole, lo si può trovare in gran parte del sistema che regola le obbligazioni legali liberamente contratte tra i privati. Tali rapporti infatti si sostanziano in forme immediatamente o mediate di dipendenza personale : il debitore è < legato >, sottoposto anche personalmente al potere del creditore. La figura più importante è quella del nexum, dove il terme latino evoca appunto un legame materiale che vincola giuridicamente. La stessa logica arcaica la ritroviamo poi nell’insieme di vincoli personali derivanti dalle conseguenze di azioni dannose e illegittime. In essi infatti le forme primitive delle obbligazioni si saldano alle forme semiprivate delle sanzioni. Tuttavia, proprio in questo campo, già si introduce un elemento nuovo costituito dalla possibilità per le parti di un accordo privato e tra loro vincolante, un pacisci, da cui poi il pacrum come fonte di obbligazione , che supera lo stadio della vendetta ( peraltro egualmente sancita nelle XII Tavole con la cosiddetta < legge del taglione > ) per giungere , peraltro in un arco di tempo abbastanza lungo , alla nozione, capace di evolversi sino ai giorni nostri di < transazione >, di < accordo privato vincolante> e fonte , a sua volta , di un nuovo tipo di obbligazioni. Poco sviluppato appare ancora l’intervento diretto nella comunità a reprimere i comportamenti illeciti dei singoli, regolati, più attraverso la tutela fornita alla reazione delle parti lese che non autonomamente dagli organi cittadini. Predecemvirale appare anche la fisionomia che caratterizza la struttura base dell’organizzazione sociale : la famiglia nucleare dominata dalla centralità del pater familias, in pratica l’unico titolare di diritti, legittimato alla loro gestione. Un sistema , alternativo e disgregativo di un possibile ruolo delle gentes come soggetto collettivo di diritti e poteri all’interno della città . Di contro, fu il sistema decemvirale a introdurre in seguito più o meno ampi correttivi e fattori di elasticità alla pesante autorità del pater familias. Li cogliamo nel meccanismo ideato per rompere la patria potestà del pater, mediante una particolare applicazione della mancipatio. Ma ancor più importante, sotto tale profilo , appare il superamento del sistema oppressivo e rigidamente patriarcale costituito dal matrimonio com manu che necessariamente assimilava la moglie alla condizione di una figlia di famiglia sottomessa alla piena potestà del marito. In linea di massima il sistema giuridico adombrato dalle XII Tavole, per ciò che del loro contenuto è a noi pervenuto , corrisponde a una società agraria relativamente stabile. Al centro di esso si pone coerentemente la figura della proprietà fondiaria. Essa non appare isolata ma governata piuttosto da un insieme di regole che miravano a integrarla all’interno di un coerente assetto territoriale, volto a massimizzare i vantaggi a favore di tutti i fondi interessati. Esse da un lato vietavano per quanto possibile le turbative a danno dei vicini, e introducevano una più vasta regolamentazione territoriale, avviando quella successiva straordinaria esperienza romana rappresentata dalla centuratio. Dove appare centrale la duplice preoccupazione di assicurare una buona viabilità locale e un adeguato controllo delle acque, sin da allora, in certi periodi dell’anno, pericolose per le culture e la stessa preservazione dei campi agricoli. I beni in proprietà sono distinti poi in due categorie diverse , le res mancipi e necmancipi, sottoposte a un diverso regime di circolazione. Per le prime, in generale le cose più importanti in un’economia primitiva, anzitutto gli immobili il trasferimento della proprietà era possibile solo attraverso l’impiego di una forma negoziale particolarmente solenne e che coinvolgeva la presenza di una pluralità di testimoni : la mancipatio . Ma ancor più interessante è la presenza dell’usus a sanare gli eventuali vizi intervenuti negli atti di trasferimento della proprietà stessa e, in particolare, della mancipatio. E’ questo un esempio molto importante delle innovazioni che l’interpretatio pontificale aveva introdotto in funzione della massima certezza del diritto. Non può infine meravigliare , in una società piuttosto statica ed in cui lignaggi e appartenenze familiari e di clan erano ancora così importanti anche sotto il profilo istituzionale che il sistema della successione dei familiari nel patrimonio del defunto fosse ben disciplinato. Anche se la libertà del pater di disporre del suo patrimonio mediante testamento appare, dal punto di vista sociale, ancora più significativa e ricca di conseguenze. Sarà soprattutto nel secolo e mezzo successivo all’introduzione di questa legislazione, che l’interpretazione dei pontefici, oltre che dei magistrati competenti a regolare i processi tra i cittadini, avrebbe potentemente contribuito a sviluppare nella pratica un’applicazione sempre più

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innovativa e ampia delle regole decemvirali, adattandole alle esigenze di una società in trasformazione. Spesso dagli storici questo lungo periodo di gestione di un sistema giuridico più moderno è stato trascurato, con il risultato di concentrare nell’età dei grandi mutamenti culturali e istituzionali, successiva alle guerre annibaliche, gli inizi di un < più moderno > sistema giuridico. In tal modo però si trascura la precedente, ricchissima fase di sperimentazione delle innovazioni che la stessa evoluzione di una società , come quella romana, già richiedeva.

4 La conclusione di un percorso

Si è già accennato ad alcune delle tappe della lenta ripresa plebea : l’istituzione dei tribuni, tra il 494 e il 471 c. C. , quando la loro elezione fu deferita con una lex Publica ai comizi tributi, la legislazione decemvirale, intervenuta nella metà del secolo, le coeve leggi Valerie Orazie, a conferma del diritto di provocatio dei cittadini, sino infine alla lex Canulia di pochi anni successiva. Aveva così iniziato la lunga e abbastanza frammentaria sperimentazione istituzionale con la frequente sospensione della coppia consolare per l’accentuarsi della pressione per l’ammissione dei plebei a tale carica. Onde evitare d’irrigidirsi in una sempre più difficile esclusione dei plebei dal consolato, si preferì sospendere la nomina di tali magistrati, anche forse in ragione di esigenze militari che richiedevano un numero di magistrati com imperio maggiore della sola coppia consolare. Così , in molti degli anni che vanno dal 444 al 368 a. C. al posto della coppia consolare, si provvide ad attribuire l’imperium consulare agli ufficiali delle legioni : i tribuni militum. Questi , eletti in numero da tre a sei, sostituirono la coppia consolare, essendo titolari di un imperium di rango e forza minori di quello dei consoli , tant’è che costoro potevano convocare il senato solo in via eccezionale, non conservavano dopo la carica il prestigio e il ruolo particolare degli ex consoli ed erano esclusi dal trionfo. Che in tal modo si accentuasse l’erosione della supremazia patrizia, lo mostra il fatto che, verso la fine del secolo, a tale carica vennero eletti anche elementi plebei. D’altra parte questo meccanismo rispondeva anche all’esigenza di articolare maggiormente il governo cittadino. Un’esigenza oggettiva, come mostra un’ altra importante innovazione, costituita dall’introduzione, verso il 442 a. C. della censura. Si trattava di una nuova importante magistratura preposta alla delicatissima funzione di effettuare il censimento della città. Sin dall’inizio dovette definirsi la netta separazione tra le funzioni del censore e il ruolo di governo dei magistrati cum imperio, destinata a persistere nel corso di tutta la repubblica. Il secolo si chiudeva dunque con sostanziali progressi verso l’equiparazione politica dei due ordini, mentre restava immutato il monopolio patrizio sulle terre pubbliche e addirittura aggravato il problema dell’indebitamento degli strati più poveri della plebe. E’ qui, però, che negli anni immediatamente successivi intervenne la svolta destinata a far superare questi nodi che avevano avvelenato la vita della città sin dalla caduta dei Tarquini. Nel 396 a.C. si concluse infatti vittoriosamente l’annoso tentativo di Roma di conquistare militarmente la potente città etrusca di Veio, che bloccava la sua espansione verso il Nord. Questa vittoria, seguita rapidamente dall’acquisizione dei territori intermedi, e dall’accentuata espansione anche verso il Lazio meridionale, a seguito del durissimo confronto con la popolazioni ivi insediata, i Volsci , fece cadere in mano romana un enorme e ricco patrimonio fondiario, che portò in pratica a raddoppiare il precedente ager Romanus. Tutto ciò ebbe a riflettersi positivamente anche sul lungo stallo che aveva caratterizzato la lotta patrizio – plebea in ambito sociale ed economico. La distribuzione a tutti i cittadini romani di un apprezzamento di sette iugeri ricavati dalle terre strappate a Veio ( circa due ettari ) attenuò l’interesse plebeo per la redistribuzione dell’antico ager publicus, al centro della costante e quasi ossessiva rivendicazione che attraversa tutto il V secolo. Ma questa stessa redistribuzione di ricchezza alleggerì anche la pressione esercitata sugli strati più deboli dai processi d’indebitamento : l’altro punto centrale delle rivendicazioni plebee. Questa modalità di distribuzione della terra veiente comportò l’acquisizione per le varie famiglie di un multiplo dei sette iugeri assegnati a ciascun cittadino. In base al regime della proprietà vigente in Roma, che riconosceva tale diritto solo al pater familias, i vari lotti assegnati ai cittadini in età

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adulta, ma ancora sotto la potestas del padre tuttora vivente, venivano a sommarsi nelle mani di quest’ultimo dando origine, nel caso di famiglie abbastanza numerose, a unità fondiarie di notevoli dimensioni. Il riassetto interno avviato con le distribuzioni di terra veiente aprì un processo destinato a concludersi circa trent’anni dopo, nel 367 , con il compromesso patrizio – plebeo. E’ in quell’epoca che le basi economiche della società romana si allargarono in misura consistente, innescando un rapido processo d’espansione della proprietà agraria, ma anche di quei meccanismi finanziari e mercantili che avrebbero reso possibile, a partire dalla fine del secolo, una nuova fase , sia in termini meramente militari, sia con una colossale politica di opere pubbliche. Nel 367 a. C. furono così approvate tre distinte proposte di legge che, dai magistrati proponenti sono ricordate come le Leggi Licine Sestie. Nella memoria storica dei Romani esse appaiono come un fondamentale punto di svolta nella lunga vicenda della lotta patrizio – plebea con il quale la plebe appare conseguire gran parte degli obiettivi principali che si era prefissi, sia sul piano politico che economico – sociale. Ciò non vuol dire che , in via legislativa, si fosse realizzata una rivoluzione che annullava dalla sera alla mattina la precedente realtà , cancellando integralmente i precedenti squilibri. Questo non solo non era possibile, data la consistente difesa degli interessi patrizi, ma non era neppure consono a una concezione della politica e della società così tradizionalista come quella romana. Con la legislazione del 367 a.C. si accelerò piuttosto un processo di trasformazione delle strutture politico – istituzionali e sociali di Roma che rese possibile un’intima saldatura tra i due ordini sociali. I patrizi e i plebei restarono distinti per tutta l’età repubblicana e oltre ancora, ma a livello politico essi vennero rapidamente fondandosi in un nuovo ceto di governo patrizio – plebeo , mentre la centralità della proprietà individuale della terra e lo stesso carattere individualistico delle terre pubbliche sfruttate dai privati completò la già avviata dissoluzione delle arcaiche strutture gentilizie che da allora persero ogni residuo ruolo economico. L’intera società romana veniva così riplasmata profondamente , distaccandosi definitivamente dall’involucro arcaicizzante e superando quel conflitto interno che ne aveva bloccato , o almeno limitato , i potenziali sviluppi. Quanto i processi di crescita già avviati avessero reso matura la situazione per il superamento degli antichi contrasti, lo mostra il fatto che la nuova legislazione introdotta nel 367 a. C. avviò quasi immediatamente l’unificazione politica della città, destinata a tradursi altrettanto rapidamente in una formidabile e durevole spinta espansionista. La prima delle tre Leggi Licinie Sestie prevedeva che uno dei due consoli potesse essere plebeo ( divenendo ciò un vincolo solo in seguito ). Si apriva così la strada per la piena partecipazione della plebe a tutte le cariche politiche e religiose romane. Con la seconda legge si introduceva un limite al possesso di terre pubbliche da parte di ciascun cittadino, cosicché , con la definitiva frantumazione delle terre dei patrizi, i possessi di minori lotti di terre pubbliche divennero effettivamente accessibili a un maggior numero di cittadini, ivi compresi i plebei. Per i debiti, l’ultima legge prevedeva infine una serie di provvedimenti volti a limitare il peso di questi, prevedendo che gli interessi già pagati dovessero computarsi come parte del capitale da restituire. Un insieme di norme di grandissima rilevanza sociale, limitava e poi sopprimeva definitivamente l’asservimento personale del debitore, rompendo le forme di dipendenza arcaiche. Il cittadino indebitato era così sottratto all’asservimento personale da parte del creditore, restando vincolato solo sul piano giuridico ed economico. E’ in quell’epoca che ormai l’unica vera forma di lavoro dipendente divenne la < moderna > schiavitù, destinata a rappresentare un elemento fondante dell’economia romana per tutta la sua storia successiva. La sequenza politico – sociale che si innesta a partire dal 396 è d’impressionante evidenza. Da un lato infatti, dopo un ristagno durato tutto il V secolo, in rapida successione tra il 387 e il 332, ben otto nuove tribù si aggiunsero al precedente nucleo delle 17 tribù rustiche , compeltatosi nel 495 a.C. nel successivo periodo conclusosi nel 241 a.C. si completò il numero complessivo delle tribù , giungendo al totale di 31 tribù rustiche non più destinato a mutare. D’altra parte con la svolta del 367 a.C. si era ormai pervenuti al completamento dell’architettura costituzionale della città. Con essa i censori, successivamente al compromesso patrizio – plebeo del 367 a.C. , assumevano una fisionomia più netta , precisandosi le loro competenze per quanto

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concerne l’arruolamento da loro effettuato, nei ranghi del senato, degli ex magistrati, sia patrizi che plebei. Essi diventavano così i garanti della costruzione di una nuova aristocrazia politica, la nobilitas patrizio – plebea selezionata sulla base delle cariche magistratuali e della sua appartenenza al senato, che si sostituì , nel governo della res publica, all’antica nobiltà di nascita costituita dai patrizi. In quello stesso anno, a conclusione del lungo processo di completamento delle istituzioni repubblicane, un nuovo magistrato veniva introdotto, destinato ad amministrare la giustizia e a regolare le controversie tra i privati : il pretore.

Parte seconda

L’APOGEO REPUBBLICANO

Capitolo quinto

IL COMPIUTO DISEGNO DELLE ISTITUZIONI REPUBBLICANE

1 Il consolato e governo della città

A qualificarne in modo affatto particolare la fisionomia delle città repubblicane , non era solo l’assenza di una < costituzione > scritta, con quel tanto di sistematico e di coerente, in termini di disegno organizzativo, da ciò necessariamente ingenerato. Giocava in tal senso anche la natura delle singole leggi che , di volta in volta avevano introdotto nuove figure di governo o nuovi compiti e regole per le magistrature già esistenti. Il carattere ellittico delle leggi arcaiche e alto – repubblicane, ne rendeva imprecisa la portata specifica e lo stesso contenuto, non indicando quasi mai le modalità e i criteri concreti per la loro applicazione. Di qui l’enorme importanza della successiva interpretazione e delle prassi che erano venute regolando settori interni dell’apparato politico, senza od oltre la norma. Questa stessa articolazione dei criteri organizzativi rendeva poi possibile una successiva loro rimessa in questione. Ci si poteva allontanare in certe circostanze dalle pratiche e dalle regole senza che scattasse una impssibilità assoluta. Che del resto solo un’inesistente e per i Romani inconcepibile superiore istanza, qual è , nel mondo moderno, un giudizio di costituzionalità o di legittimità , avrebbe potuto rendere effettiva. Di qui il paradosso affatto romano di un insieme di regole, in genere seguite , ma all’improvviso e in certe condizioni, disattese. E di qui infine, il paradosso della nostra moderna tradizione di studi che quanto più è stata influenzata dal nostro modo di concepire uno < stato> o una < costituzione> tanto più si è addentrata in una contraddizione insuperabile. Lo si coglie in modo esemplare proprio nei punti alti di questa tradizione : anzitutto al capolavoro di Mommsen sul Diritto pubblico romano. In esso infatti la visione razionalizzatrice di un grande storico cerca di tracciare un insieme complesso e coerente di competenze e di reciproci confini tra le varie figure e organi della repubblica. Al che tutta la storiografia del XX secolo, in pratica , reagirà dimostrando di volta in volta il mancato rispetto dell’una o dell’altra regola. Ma proprio in ciò essa trova il suo vero limite ricadendo nelle stesse logiche mommseniane e inseguendo una coerenza di sistema, forzando le logiche interne alla costruzione politica romana. La stessa grande opera di revisione della Costituzione romana di De Martino, appare sì rileggere criticamente gli antichi schemi ottocenteschi, senza peraltro riuscire a realizzare l’impossibile ambizione di pervenire a un coerente disegno costituzionale di Roma. I consoli sono stati probabilmente introdotti all’inizio della repubblica ma riaffermati a regime definitivamente solo nel 367 c.C. . A questa coppia di magistrati, al vertice dell’intero assetto di governo della città, è conferito il supremo potere di comando. Esso è indicato come imperium maius, in quanto superiore a quello di ogni altro magistrato. Insieme alla collegialità , questa carica è caratterizzata, dall’annualità. L’antica figura del rex presentava intimamente fusi in sé due fondamentali aspetti : un ruolo politico – militare e uno religioso che si esprimeva nella sua inauguratio, e nella legittimazione a interrogare la volontà degli dei, mediante gli auspicia. Con la sua scomparsa i Romani ne preservarono alcuni

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aspetti meramente religiosi in capo a quello che potremmo indicare come un < fossile istituzionale> : il rex sacrorum. La sopravvivenza, se pur ad sacra, dell’antico rex all’interno del nuovo ordinamento repubblicano era necessitata dall’esigenza di scindere la figura inaugurata dal rex dal potere politico di cui egli , sino ad allora, era stato il titolare supremo. Un’ulteriore conseguenza di tale processo, era la rafforzata autonomia del governo cittadino dall’influenza delle forme religiose, così importanti invece nelle società orientali. Il titolare dell’imperium perde infatti quell’intimo rapporto con la sfera sacra che aveva invece caratterizzato il rex inaguratus delle origini , mentre relativo appare il peso dei sacerdozi e dei centri di culto sulla vita politica cittadina. Vi era tuttavia un aspetto della sfera religiosa che non poteva invece disgiungersi dalla vita politica e militare : il potere / dovere di interrogare la volontà degli dei prima di intraprendere ogni azione pubblica. Di prendere cioè gli auspicia per cogliere il segno di questa volontà e interpretarlo, cioè che veniva effettuato prima di una qualsiasi azione rilevante. L’imperium consolare era poi distinto, a seconda che fosse esercitato all’interno del confine della città , orientato essenzialmente a governare la comunità politica e la vita dei suoi membri ( imperium domi ) o che si sostanziasse in un comando militare , fuori della città ( imperium militiare ) . Una serie di limitazioni introdotte gradualmente a circoscrivere l’efficacia dell’imperium domi nei riguardi dei cittadini non poteva infatti applicarsi o si sarebbe applicata in dimensioni minori in relazioni all’imprium militiae, al comando dell’esercito romano. Ci si riferisce anzitutto al diritto dei cittadini di appellarsi al popolo contro la repressione esercitata dai magistrati, ma anche al potere di veto esercitato dai tribuni della plebe. Questo non significa che i consoli potessero anche decidere della guerra , essendo ciò di competenza dei comizi centuriati : era però loro compito provvedere all’arruolamento dei cittadini, previa decisione del senato, e , successivamente, dirigere la campagna militare, anche qui con la supervisione del senato, assicurando la disciplina dell’esercito. In funzione di ciò il loro imperium militiae si spingeva sino al potere di mettere a morte i propri soldati, in casi particolarmente gravi. Occorreva il parere di un consilium magistratuale, ma le procedure erano piuttosto sommarie; in seguito tuttavia le garanzie a favore dei cittadini vennero estese anche nei riguardi del comando militare esercitato fuori del pomerium. Sempre a fini militari i consoli avevano altresì il compito di imporre dei tributi ai cittadini per sostenere le spese della guerra. All’interno della città, nell’esercizio del governo civile, ai consoli era riconosciuto sin dall’inizio un duplice potere : il jus agendi com populo e il ius agendi com patri bus. Da una parte cioè il potere di convocare i comizi centuriati, sia al fine di proporre l’approvazione di nuove leggi, che di fare eleggere i magistrati , procedendo quindi alla proclamazione degli eletti. In questo caso essi, d’intesa con il senato, presentavano ai comizi liste preselezionate e circoscritte dei candidati. L’altra facoltà era quella di chiedere il parere del senato, avendolo convocato su problemi di particolare rilievo relativi al governo della città , soprattutto per quanto concerne la politica estera, la politica monetaria e ogni materia di carattere religioso. Altri poteri dei consoli, accanto alla politica tributaria, consistevano nella gestione del tesoro pubblico, sotto il controllo del senato con l’ausilio dei questori, e nell’amministrazione delle terre pubbliche, nell’intervallo tra due censure successive. Accanto a un’ampia sfera di competenze nel campo della repressione criminale, seppure questa amministrazione attraverso figure specifiche, e presto limitata dal diritto di provocazione al popolo per quanto concerne la pena di morte, i consoli o i tribuni militum consulari potestate ebbero, sino alla creazione del pretore, anche la giurisdizione sulle controversie private tra i cittadini. In effetti si tratta di un insieme di competenze che per certi versi costituisce la chiave di volta degli equilibri repubblicani : da una parte infatti un’ ampia quota dei poteri sovrani di delibera e di orientamento appartiene al senato e ai comizi, ma è indubbio che senza l’iniziativa di uno dei due titolari dell’imperium questi organi non possano svolgere il loro ruolo essendone esclusa l’autoconvocazione. Già qui si evidenzia l’intreccio e l’indispensabile cooperazione tra titolari di poteri diversi che l’ordinamento politico romano postulava. L’accentuato carattere collegiale di tale magistratura rendeva inevitabile che la sfera di competenze corrispondente all’imperium fosse riconosciuta in toto a ciascuno dei due magistrati. L’unico limite che ne deriva era dato dagli identici poteri in capo all’altro console. Era un limite serio, in verità ,

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perché significava che ciascuno dei due aveva il potere di paralizzare qualsiasi attività del collega con quel singolare strumento costituito dall’intercesso. Una facoltà che i consoli potevano esercitare anche verso qualsiasi altro magistrato cittadino , a eccezione del dittatore ( la cui presenza, comunque, in origine era alternativa alla loro persistenza in carica ). Un sistema del genere, indubbiamente, rendeva possibile l’esplosione di crisi non risolvibili all’interno della dinamica delle magistrature stesse. Crisi tanto più gravi ove fossero intervenute in tempo di guerra dove, in teoria, il comando militare era indiviso, rendendo così possibili interferenze ancora più gravi , sino a paralizzare la gestione efficace di una campagna militare. Solo in via empirica si cercò di ovviare a tali inconvenienti, sempre con la regia del senato, dividendo in pratica le competenze e lasciando ciascun console a gestire in modo relativamente autonomo certi settori della cosa pubblica. Ma nulla vietava che entrambi i consoli si ponessero alla testa della stessa armata romana, sino a dover governare , ad esempio, un giorno per uno : anche qui con ovvi ed evidenti inconvenienti pratici in termini di efficienza e certezza delle scelte intraprese. Nel corso del tempo l’ambito di competenze assegnate , con la regia del senato, a ciascuno dei due consoli si definì in modo più netto. Esso venne indicato con il termine provincia , che poi sarebbe passato indicare l’oggetto primario dell’imperium magistratuale, e cioè il territorio extraitalico su cui esso si esercitava. La titolarità dell’intercessio da parte dei consoli nei riguardi degli altri magistrati sanciva anche formalmente il carattere gerarchico dell’ordinamento delle magistrature repubblicane. Man mano che , nel tempo, aumentarono il numero e le figure di magistrati, si chiarirà il ruolo superiore e centrale dei consoli, rispetto a tutte le altre figure in posizione subordinata, a eccezione dei censori, eccentrici rispetto all’intero sistema magistratuale. Come l’imperium consulare derivava direttamente dal potere del rex, egualmente la simbologia ad esso relativa, introdotta dai re etruschi, si trasmise intatta ai consoli : il colore porpora dei bordi della loro tunica, il particolare seggio magistratuale e soprattutto i littori : le guardie del corpo munite dei fasci e delle scuri, evocatrici, del loro potere di repressione, sino alla condanna a morte del colpevole. Tuttavia , in considerazione della provocatio nella vita civile, la scure avrebbe accompagnato il console solo nelle campagne militari. I consoli sono inoltre magistrati eponimi : per individuare l’anno , i Romani richiamano il nome dei due consoli in carica. Altro aspetto fondamentale di questa figura, ma ciò si estenderà necessariamente a tutte le altre magistrature , è l’inviolabilità della persona del magistrato contro cui non può essere portata, durante l’anno di carica, alcuna azione materiale e neppure una pretesa legale. Sin dagli inizi della repubblica i Romani, sospendendo il funzionamento delle cariche ordinarie, potevano ricorrere, in situazioni di particolare pericolo, a una magistratura straordinaria : la dittatura. Il dittatore era unico, essendo titolare di un imperium che, almeno in origine, era più forte e concentrato di quello dei consoli, in ragione della eccezionalità del provvedimento e del suo carattere di emergenza. Il dictator, almeno sino alla fine del III secolo a.C. , non era eletto, ma nominato da uno dei consoli con l’accordo del collega e del senato. Egli non aveva in origine alcuna di quelle limitazioni che la libertas repubblicana aveva introdotto nei riguardi dei magistrati ordinari. La nomina del dittatore mirava dapprima a far fronte a gravi crisi di carattere militare e aveva essenzialmente funzioni di difesa da pericoli esterni. Lo prova non solo la sua derivazione dalla figura del magister populi, il comandante dell’esercito dell’età monarchica, non a caso chiamato a nomianre anch’egli un suo magister equitum , ma anche il fatto che la carica non durasse oltre sei mesi delle antiche campagne militari che si svolgevano essenzialmente nel periodo estivo. Questo carattere non verrà meno, anche se in seguito le competenze del dittatore s’ ampliarono , agli aspetti immediatamente militari del governo della res publica, a quelli religiosi e politici.

2 . Il pretore e le altre magistrature

Accanto e sotto i consoli, sin dall’inizio, fu introdotta una serie di collaboratori civili e militari. La figura più rilevante è senz’altro rappresentata dal pretore, cui era deferita la giurisdizione sui processi tra i privati. Questi era, come i consoli, titolare del supremo potere di comando,

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l’imperium, ma era gerarchicamente inferiore a essi: esposto quindi alla loro interessio, incapace però di interporre contro di loro la propria. Nondimeno anche il suo imperium lo legittimava, se necessario, a esercitare il comando militare, guidando gli eserciti romani fuori del confine sacro della città, cioè che avvenne abbastanza di frequente , dati i crescenti impegni militari di Roma e il moltiplicarsi degli scenari di guerra. La funzione primaria del pretore è tuttavia riferita essenzialmente alla sfera processuale e per questo è indicata con un termine specifico : iurisdictio , da ius dicere : < dire il diritto>. La iurisdictio del pretore si sostanziò essenzialmente nel controllo delle procedure e nella verifica della legittimità delle pretese in conformità a quello che era il diritto vigente. Nell’esercizio di questa sua competenza si dovette precocemente verificare un fenomeno gravido di conseguenze e che avrebbe reso possibile una straordinaria evoluzione e maturazione delle forme processuali e giuridiche romane : la separazione tra il ruolo del magistrato e la valutazione delle specifiche circostanze oggetto della controversia a lui sottoposta dai privati. Nel sistema processuale, diviso in due fasi, la sentenza che decideva della causa era lasciata ad un giudice privato, in base all’accertamento dei fatti materiali adotti dalle parti, il cui inquadramento nell’ambito degli schemi giuridici, tuttavia, non era di sua competenza. La scissione in due fasi del processo romano evidenziava infatti la presenza di due convergenti meccanismi : l’accertamento dei fatti materiali cui si riferiva il litigio processuale ed il loro inquadramento all’interno del sistema di regole proprie del diritto romano. Ora questo secondo e primario aspetto era di stretta competenza del pretore e dalla sua definizione prendevano significato i fatti stessi lasciati, all’accertamento del giudice privato. Tale scissione era destinata a facilitare una sempre più autonoma elaborazione delle categorie giuridiche di riferimento da parte del magistrato giusdicente. Ad una condizione, tuttavia, che si superasse la rigidità delle più arcaiche forme processuali per legis actiones. Con esse infatti lo stretto formalismo del comportamento dei litiganti, la rigida predeterminazione delle pretese adducibili in giudizio e la fissità delle formule ( e dei contenuti legali cui essi si riferivano ) che le parti e il magistrato dovevano recitare, lasciavano poco spazio al suo ruolo giurisdizionale . E’ qui dunque che intervenne , a partire dalla seconda metà del III secolo, un’innovazione di grande rilievo, allorché il pretore estese la forza del suo imperium all’interno del processo. Nel compiuto disegno istituzionale del 167 a.C. il sistema di governo della città è costituito da un gruppo di magistrature superiori, rappresentato dai censori , e dalle altre magistrature com imperio: i consoli, il pretore e da una magistratura straordinaria costituita dal dictator. Al di sotto di queste figure si collocano le magistrature minori , con funzioni più circoscritte e munite di una semplice potestas che ne legittimava l’azione. Ogni magistrato poteva e doveva poi interrogare gli dei per poter esperire le proprie funzioni in piena legittimità ; anche qui scattava la rigida gerarchia che separava i magistrati com imperio da quelli cum potestate. I primi erano infatti titolari degli auspicia maiora, i secondi invece degli auspicia minora. I magistrati com imperio , poi, si avvalevano , nell’espletamento delle loro funzioni , di un consilium di carattere privato , composto da amici e cittadini autorevoli , che contribuivano comunque a rafforzare l’autorità e l’efficacia della loro azione. Tra questi magistrati minori vi erano i duoviri perduellionis e i questores parricidii, competenti per la repressione dei maggiori crimini. Ma assai più importanti per l’articolarsi delle loro competenze furono altri magistrati creati in funzione di una diretta collaborazione con i consoli. Si tratta dei quaestores, introdotti in numero di due, alla fine del IV secolo elevati a quattro e , infine, nel 267 a.C. durante la Prima guerra punica, raddoppiati a otto. Non a caso questi nuovi quattro questori furono preposti al controllo delle coste e all’allestimento della flotta. La loro competenza principale riguardava gli affari civili e, anzitutto, l’amministrazione delle finanze statali, in collaborazione con i censori, e sotto le direttive del senato. Ma , questa figura fu utilizzata per una molteplicità di ulteriori incombenze, in seguito anche per collaborare con i governatori provinciali. Per il governo dell’esercito si ripropone la figura dei tribuni militum : alcuni di diretta nomina dei consoli, altri eletti anch’essi dai comizi. Questi magistrati, nominati annualmente, costituiscono il gruppo che potremmo chiamare di < ufficiali superiori> al comando dell’intero esercito. Questo, a

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sua volta è organizzato per legioni che continuano a essere la struttura fondamentale dello schieramento militare romano. L’elevato numero di questi tribuni militum, 24, comportò il fato che non tutti, tutti gli anni, prestassero effettivamente servizio nelle legioni. Le nuove esigenze intervenute con il primo scontro con Cartagine, sono inoltre all’origine dei duoviri navales , preposti al comando della flotta allora creata. Si tratta però di una magistratura che non divenne permanente nel sistema romano. Una delle prime e più importanti acquisizioni dei plebei , per rompere la loro originale emarginazione dagli affari della repubblica, fu il riconoscimento e l’integrazione , nell’assetto repubblicano, di una loro magistratura : i tribuni della plebe. La loro fisionomia può essere definita in termini di un < contropotere> nei riguardi dello stesso sistema istituzionale costituito dai supremi magistrati e dal senato, in funzione della difesa degli interessi dei plebei ( auxilium praestare). Vari erano gli strumenti pratici di cui disponevano : oltre al potere d’intervento e di sanzionare contro gli autori di condotte dannose a carico dei plebei ( multae irrogatio), potevano interporre l’intercessio contro qualsiasi iniziativa magistratuale. Senza considerare una ancor più pericolosa facoltà consistente nella summa coercendi potestas, con cui il tribuno, pur privo di imperium , poteva giungere a uccidere il trasgressore delle leggi sacrate, compreso qualsiasi magistrato repubblicano , o comminargli la consacrazione dei beni senza l’ostacolo della provocatio. Essi potevano convocare la plebe in assemblea, organizzata per tribù territoriali, proponendo l’approvazione di delibere comuni ( plebei scita ). L’originaria natura rivoluzionaria della lotta da cui era scaturita l’istituzione dei tribuni si rifletteva sulla persistente loro estraneità al sistema dei magistrati preposti al governo della città e, conseguentemente, alla logica del cursus honorum. D’altra parte la stessa funzione di difesa della plebe a essi affidata, vincolava l’azione e persino la persona dei tribuni all’interno della sfera cittadina, essendo loro precluso di allontanarsi da Roma , anche solo per una notte. Va infine ricordato l’introduzione, accanto ai tribuni, degli edili della plebe con compiti organizzativi all’interno della città. Accanto a essi , in seguito , saranno introdotti gli edili curuli ( dal particolare tipo di sedile, la < sella curule> di spettanza dei magistrati romani), appartenenti invece alle magistrature cittadine. Questa figura avrà la funzione di sovrintendere alla vita materiale ed economica della città, dai mercati alla viabilità, dalla polizia all’igiene, alle cerimonie pubbliche e, in seguito , ai giochi pubblici. Il controllo dei mercati ebbe rilevanza particolare, giacché esso era finalizzato anzitutto a garantire un adeguato approvvigionamento dei beni di prima necessità, comportando anche una costante sorveglianza sull’andamento dei prezzi. A tal fine gli edili furono titolari di una limitata giurisdizione sui mercati e le transazioni cittadine, emanando loro editti cui si rivolse anche l’attuazione dei giuristi. Un’innovazione ancor più importante era stata, nel 442 a.C. , l’introduzione dei censori che riprendeva così una funzione già dei re etruschi e dei primi consoli. In effetti la redazione del censimento della popolazione era un compito quanto mai delicato giacché in base alle liste del censo, tutta la cittadinanza romana veniva a essere < fotografata> ( temine che non significa la passiva recezione di situazioni di fato, su cui i censori avevano effettivamente un potere di controllo, ma anche di modifica). In tal modo si distinguono anzitutto i cittadini dagli stranieri e dagli schiavi e, tra i cittadini , i nati liberi , gli < ingenui> , dagli schiavi manomessi : i < liberti>. Ciascun cittadino era così collocato nella sua famiglia , associato alla proprietà fondiaria di cui era titolare , radicato nelle varie tribù territoriali e, infine, inserito nelle classi di censo cui lo legittimava la sua ricchezza familiare. Non solo : questi magistrati , redigendo le liste del censo, enumeravano i membri del senato. Con la lectio senatus ( la redazione della lista dei vecchi e nuovi senatori) si inserivano nuovi nomi, tra i membri del senato, a riempire i vuoti verificatisi nel quinquennio precedente a seguito delle morti o di altri eventi. Non sappiamo bene come avvenisse, all’inizio, questa scelta dei nuovi senatori . Probabilmente dalla fine del IV secolo, in coincidenza col plebiscito Ovinio, la selezione venne definitivamente attribuita ai censori ed agganciata a criteri obiettivi. Venivano anzitutto

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prescelti gli ex magistrati, partendo dall’altro : prima gli ex censuri ed ex consoli, poi gli ex pretori e infine gli ex questori. D’altra parte era nei poteri dei censori anche quello di escludere dai ranghi del senato, con un apposito provvedimento, un suo membro che si fosse macchiato di comportamenti seriamente lesivi del prestigio di tale consesso. Si trattava di una grave decisione che derivava dal loro generale potere di controllo dei costumi dei cittadini : la cura morum . In base a essa, nei casi più gravi , tali magistrati potevano irrogare una specifica sanzione consistente nella nota censoria. Essa comportava una generica condizione di ignomina all’interno della comunità cittadina, ma poteva anche determinare una retrocessione nel ruolo politico – sociale , con l’iscrizione del cittadino indegno in una classe di centurie inferiore a quella cui aveva diritto in base al suo patrimonio, o col suo allontanamento dalla classe dei cavalieri , o dai ranghi senatori. Un altro importantissimo ambito di competenza dei censori concerne l’amministrazione delle proprietà e dei beni pubblici, da loro registrati nel censimento insieme ai patrimoni privati. Essi inoltre sovrintendevano alle attività economiche della città, anzitutto controllando le entrate e le spese pubbliche , e provvedendo allo svolgimento di tutte quelle attività fondate sul sistema degli appalti da parte dei privati. I censori venivano eletti ogni cinque anni e duravano in carica fino al completamento del censimento, ma non oltre i diciotto mesi. Altissimi erano il loro prestigio e il rango, addirittura preminente rispetto ai consoli, pur non avendo dirette funzioni di governo. Per questo essi non erano muniti di imperium, estranei ai compiti militari e anche alle dirette delibere politiche : il che spiega perché non avessero il diritto di convocare il senato e i comizi popolari. Anche la severa repressione ( sino alla riduzione in schiavitù) di coloro che dolosamente si fossero sottratti al censimento, poteva essere da loro attuata solo mediatamente, attraverso la coercizione materiale esercitata dai consoli o da altri magistrati com imperio. E’ abbastanza incerto sino a che punto l’intercessio dei tribuni della plebe potesse rivolgersi contro la loro attività. Vi èuna tendenza in atto nel corso di tutta l’età repubblicana a integrare la struttura di base dell’organizzazione di governo della res publica, con una serie di elementi ulteriori volti a far fronte alle più differenziate e, talora, molto particolari esigenze suscitate dal funzionamento di una macchina politico – amministrativa e militare sempre più importante. Vennero così a far parte in modo stabile di collegi aventi competenze molto diverse un insieme di magistrati minori, indicati in base al loro numero complessivo, quali viginti sex veri. Questi collegi, istituiti in momenti diversi, vanno dai quattro prefecti Capuam Cumas, con funzioni giurisdizionali in relazione all’espansione romana in Campania ed alle complesse forme di gestione dei diritti privati, ai trasviri capitales, introdotti all’inizio del III secolo a.C. , destinati ad assistere i magistrati superiori nella loro giurisdizione criminale, ed ai più tardi decemviri litibus iudicandis preposti invece a giudicare delle cause di libertà. Ad altri collegi infine erano attribuite molteplici e diverse competenze : dalla coniazione della moneta ( un compito precocemente separato dalle più generali funzioni di supervisione dell’erario, proprie dei censori e dei questori ), alla manutenzione delle strade pubbliche, sia all’interno del circuito cittadino che al di fuori di esso ; mentre vere e proprie funzioni di polizia furono affidate ai quinqueviri cis Tiberim, la cui denominazione segna anche i confini del loro ambito d’attività. Magistrature straordinarie sono invece quelle istituite appositamente per specifiche esigenze propostesi di volta in volta al governo della repubblica. Si tratta anzitutto dei magistrati nominati agris dandis adsignandis et coloniae deducendae , preposti alle attività richieste per la fondazione di una colonia, con la complessa procedura di divisione e redistribuzione delle terre coloniarie mediante la centuriazione. Talora si provvide alla creazione di magistrature straordinarie per procedere a operazioni in genere di competenza delle magistrature ordinarie : dalla leva militare, alla presidenza di assemblee elettorali, o per la conclusione di accordi di pace.

3. Il senato

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In età monarchica, il senato romano era designato col termine di patres . Tale vocabolo serviva a indicare sia la figura del capo della famiglia nucleare, la cellula dell’intera vita sociale e giuridica romana, sia l’insieme dei patrizi, contrapposti ai i plebei. Le cose non erano destinate a mutare, almeno nel breve momento, con la cacciata dei re. Per gran parte del primo secolo della repubblica patriziato e senato dovettero coincidere pressoché integralmente. Solo quando i plebei iniziarono a essere ammessi gradualmente alle magistrature superiori, cum imperio, come tribuni militum consulari protestate, e poi come pretori e consoli, i ranghi del senato si allargarono a ricomprendere, accanto ai membri delle antiche gentes patrizie, anche gli ex magistrati di rango plebeo, arruolati per la prima volta, conscripti, in tale organo. Da allora l’endiadi patres conscripti indicherà il senato nella sua pienezza. Spettano a tale organo, sin dalle origini della repubblica, alcune funzioni esclusive : anzitutto quella di approvare , integrandone l’efficacia con la propria auctoritas, le delibere dei comizi in tema di legge. Nel corso del tempo una serie di leggi ( tra il 339 e il 290 a.C. circa ) stabilirono che questa approvazione senatoria non dovesse confermare la delibera comiziale, ma intervenisse preventivamente, come autorizzazione dei vari magistrati a presentare una proposta ai comizi. Il mutamento aveva lo scopo di sottrarre la sovranità del comizio, nella formazione della legge, alla conferma da parte del senato. Nondimeno il suo ruolo non fu cancellato, ma solo ridotto ad un filtro preventivo. La sua funzione di propulsore e ispiratore dell’intera politica romana, nel corso di tutta la repubblica, nonché il suo funzionamento come stanza di compensazione delle opposte linee politiche e di governo e delle tensioni sociali, trovavano un momento di particolare rilievo nell’assistenza e consulenza prestata all’azione di governo dei magistrati superiori. Consulenza non meramente facoltativa, giacché il < consiglio> non lasciava molti margini alla libertà d’azione del magistrato steso. Questo appare evidente soprattutto in certi settori particolarmente delicati e importanti, nell’ottica della classe dirigente romana, coma la politica estera , le scelte tra la guerra e la pace, i problemi e gli affari di carattere religioso, la gestione delle entrate e delle uscite. In questi settori si affermò infatti una prassi consolidata che vincolava sostanzialmente l’azione del magistrato, prima, a chiedere il consultum del senato e poi a seguirne l’orientamento. Connesso a queste funzioni ed egualmente carico di potere è l’altro privilegio riconosciutogli con la funzione di approvare la selezione dei candidati alle varie cariche magistratuali effettuate dai magistrati in carica. Questa specie di monopolio nell’impostazione e indirizzo delle linee di governo era, a ben considerare, la necessaria risposta al carattere strettamente temporaneo delle cariche magistratuali. Nel corso di un anno ( la durata ordinaria di esse ) , una politica di lungo respiro negli affari interni non poteva certo essere impostata e realizzata e, tanto meno poteva esserlo un’efficace politica estera, fatta di trattative, di accordi, di intrecci di relazioni costruiti nel tempo. E’ pur vero che, la compattezza e la limitatezza del ceto di governo romano, nonché il fatto che, sovente, gli stessi personaggi fossero nuovamente eletti ad altre cariche nel corso di un periodo di tempo relativamente ristretto , rendevano possibile la presenza di consistenti strategie politiche nel ceto di governo che controllava le cariche magistratuali. Ma è altrettanto vero che la sponda inevitabile e il luogo di dibattito e di orientamento, oltre che la memoria storica delle scelte già intraprese e la stanza di regia delle strategie di lungo periodo della politica romana è e diverrà sempre più il senato. Lo sarebbe divenuto in modo definitivo nel momento in cui la rottura tra patrizi e plebei , che nella prima metà del V secolo aveva minacciato la sopravvivenza di Roma indebolendone a lungo l’azione, fu superata nel corso del secolo successivo. Allora la compattezza del nuovo blocco di governo romano trovò piena e duratura espressione all’interno di tale consenso, che almeno sino all’età dei Gracchi, avrebbe governato la politica cittadina senza sostanziali opposizioni. In virtù della sua assoluta centralità politica nei secoli di splendore della costituzione repubblicana , il senato appare in grado di assicurare un costante e talora non facile equilibrio dell’intero assetto delle magistrature romane. Si pensi solo alla sua funzione di arbitro in rapporto alle possibili

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tensioni interne alla coppia consolare. Restava sì in tutta la sua originaria pienezza la forza del potere monarchico in capo ai consoli, ma transeunte e indebolita dalla loro collegialità. In questa prospettiva possiamo cogliere , sin dall’inizio, un carattere di fondo delle istituzioni politiche repubblicane, sino alla crisi che, dalla fine del II secolo a.C. , avvierà il tramonto della libera res publica. Si tratta di quello che potremmo definire il loro carattere < consociativo>. Tanto la facilità , almeno teorica, dei reciproci veti all’interno delle magistrature collegiali, che il ruolo potenzialmente paralizzante del tribuno corrispondono a una concezione secondo cui il potere politico e di governo non tendeva a costruirsi , almeno in modo esclusivo , sul criterio della maggioranza e sulla conseguente differenziazione di ruoli tra questa la minoranza. E neppure le reciproche garanzie a favore di tutti gli elementi costitutivi della comunità politica si realizzarono secondo lo schema fondante della moderna statualità : la divisione dei poteri. Al contrario, il governo della comunità ha sempre richiesto una compartecipazione di tutti i soggetti politici nella gestione dei singoli centri del potere politico. Certo, tale partecipazione interveniva quasi sempre a livelli diseguali fra tutte le forze politiche e sociali ; alle cariche magistratuali si veniva comunque eletti in base al gioco delle maggioranze comiziali, così come le delibere e gli orientamenti del senato erano presi in tale consesso secondo il principio della maggioranza. Tuttavia, all’interno di ogni azione di governo, di ogni scelta assunta secondo tali logiche, dovette poi verificarsi un minimo di consenso comune. Ove questo fosse mancato e il peso delle esigenze della parte soccombente fosse stato troppo sottovalutato nel gioco concreto della politica cittadina, scattava il potere di veto e di paralisi insito nella struttura istituzionale repubblicana. L’evolversi degli equilibri tra i gruppi sociali si espresse anzitutto nei continuamente modificati livelli di loro partecipazione e di controllo dei vari meccanismi di governo. E’ degno di rilievo il fatto che il sistema di governo della repubblica, malgrado questo singolare carattere, abbia funzionato a lungo e , nel complesso, in modo molto efficace. Non solo, esso ha mostrato sovente notevoli capacità in senso < decisionista> , come tempestività di scelte e di interventi, tali da non risentire, in apparenza, delle potenzialità negative. Il che probabilmente, si spiega con la forte compattezza e disciplina dell’intera comunità politica che dovette orientare la complessiva condotta dei ceti dirigenti e delle supreme magistrature. E’ essa infatti che ha rappresentato il vero presupposto di quella capacità di regia e di controllo mostrata dal senato romano nel corso dell’età d’oro della repubblica. E questo, per concludere, ci riporta al rapporto tra tale organo e i consoli : che va interpretato anche considerando la configurazione sociale dei magistrati romani e il loro destino politico – istituzionale. Giacché non si deve dimenticare che essi, scaduto il loro anno di carica, venivano a far parte, per tutto il resto dei loro anni di vita attiva, dei suoi ranghi. Il loro comportamento, nel corso della loro carica, restava quindi profondamente condizionato dal loro collegamento con il consenso senatorio di cui non di rado facevano già parte e in cui sarebbero comunque rientrati. Di qui l’omogeneità dell’organizzazione magistratuale romana con la politica e gli interesse senatori. Un’omogeneità destinata a persistere nel tempo e a plasmare la fisionomia politica della città , anche se non mancano eccezioni , e pur molto significative, e se poi, con l’aggravarsi di conflitti sempre più radicali nella compagine sociale cittadina, a partire dal II secolo a.C. , essa venne definitivamente meno. Quanto agli aspetti concreti del suo funzionamento, dobbiamo ricordare che tale potente consesso non si poteva autoconvocare, essendo questo compito affidato ai titolari del ius agendi com patri bus. La sua organizzazione interna funzionava secondo una logica gerarchica legata al rango degli ex . magistrati. La sua presidenza conseguentemente era affidata all’ex. Censore più anziano. Con il consolidarsi delle sue competenze nella politica estera, il senato si arrogò il diritto d’inviare ambascerie presso i popoli e le nazioni straniere onde trattare accordi e ogni questione di rilevanza internazionale. I personaggi prescelti per compiere tali missioni furono indicati come legati, i cui compiti erano predeterminati da un apposito senatoconsulto. Nella tarda repubblica essi erano scelti esclusivamente tra i membri di questo consesso.

4. Il popolo e leggi le della città

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Con l’avvento della repubblica si dovettero immediatamente definire le forma di designazione dei nuovi governanti. L’introduzione di magistrati annuali, non inaugurati, postulava la loro elezione da parte della comunità cittadina, con un voto del popolo riunito in assemblea. La versione civile dell’antica organizzazione militare costituita dai comizi centuriati, forse già esistente nell’ultima età monarchica, assolse tale funzione. In questa assemblea il peso dei cittadini era disuguale, sia in relazione al censo che all’età . Nel comizio centuriato le delibere infatti erano assunte dalla maggioranza delle centurie che costituivano ciascuna un’unità di voto. Le centurie delle prime classi e, all’interno di ciascuna classe, quelle dei seniores, erano meno affollate rispetto a quelle delle classi inferiori e a quelle degli juniores e pertanto i loro membri avevano un peso politico maggiore. Per ciascuna classe sussisteva infatti un eguale numero di centurie comprensive di cittadini più giovani ( dai 18 ai 45 anni d’età ) e di seniores ( dai 46 ai 60 anni). E’ ovvio che , data la durata media della vita, minore che ai nostri giorni e dato il numero inferiore di annate in essi ricomprese, il numero di seniores all’interno della stessa classe di centurie fosse minore che quello dei corrispondenti juniores. Di qui il peso ponderato maggiore dell’anziano rispetto al giovane, oltre che del ricco rispetto al povero. Le 193 centurie non votavano contemporaneamente, ma secondo un ordine progressivo ( ben presto comunque non iniziando più dalla prima classe) . In un primo momento il voto era orale ed era raccolto da appositi funzionari, poi si passò alla votazione scritta. D’altra parte , se ricordiamo come il numero complessivo delle centurie fosse 193, si capisce che sovente le 18 centurie dei cavalieri e le 80 centurie della prima classe , votando in modo uniforme , realizzassero da sole la maggioranza, tagliando fuori dalla decisione tutto il resto della popolazione. Poiché poi, una volta raggiunta la maggioranza la votazione finiva, le ultime centurie del comizio raramente riuscivano a esprimere il loro voto. Sin dall’inizio della repubblica, non solo la nomina dei magistrati superiori , ma anche le delibere che riguardavano la vita della comunità dovettero essere assunte da tali comizi. Non solo le grandi decisioni politiche , ma anche ogni atto che fosse vincolante per la città stessa : sin da allora concepito come la < legge > della città. Naturalmente uno strumento così ingombrante e complesso e la stessa logica di democrazia diretta che ne è alla base resero impossibile, anche in prosieguo di tempo, fare di codesta assemblea un sofisticato meccanismo atto a temperare il dispositivo delle singole leggi in funzione delle diverse esigenze e opinioni. Il magistrato legittimato a convocare i comizi, avendo individuato una data consentita dal calendario religioso e politico della città , con un certo anticipo doveva annunciarne la convocazione, rendendo pubblica la sua proposta di legge. Davanti al comizio convocato si svolgeva un dibattito su di essa per poi passare alla votazione ( eventualmente in una data successiva ) che riguardava la proposta nella sua interezza. L’assemblea poteva accettala o respingerla, non essendo possibile introdurre emendamenti e modifiche al testo originario. Egualmente questa forma di < democrazia limitata> operava nella elezione dei magistrati : poichè i comizi furono chiamati a scegliere i nuovi magistrati solo all’interno di una ristrettissima rosa di nomi, preselezionati dai magistrati uscenti col consenso del senato. L’autorganizzazione della plebe nella sua lotta politica e le sue secessioni erano avvenute nella forma di assemblee ( i concilia plebis ), convocate secondo il criterio territoriale delle tribù. Esse pertanto costituirono, sin dall’inizio, i distretti elettorali dei magistrati plebei : dei tribuni e degli edili. Quando poi la fase di più acuto conflitto tra patrizi e plebei fu superata, soprattutto dopo la piena parificazione dei due ordini, quest’ultimo strumento, assai più agile dei comizi centuriati, fu utilizzato , per quanto possibile , al posto di quelli. I nuovi comizi tributi, definiti secondo la logica degli antichi concilia plebis , furono così integrati con la presenza anche dei patrizi e chiamati a eleggere i magistrati minori, sine imperio, nonché ad assumere un ruolo sempre più importante nel processo legislativo romano. Il superamento del conflitto patrizio – plebeo, rese infatti possibile il riconoscimento del valore generale dei plebisciti . La tradizione fa risalire addirittura alla leggi Valerie Orazie del 449 a.C. la parificazione dei plebisciti alle leggi comiziali. E’ più verosimile invero che questo processo sia stato realizzato in un momento successivo, attraverso due delibere comiziali : una delle leggi Publilie del 339 a.C. e la legge Ortensia del 286 a.C. Così , tra la fine del IV secolo a.C. e gli inizi del secolo successivo, il più pesante apparato dei comizi centuriati limitò

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le sue delibere agli aspetti più importanti della vita cittadina : in particolare l’elezione dei magistrati cum imperio. Nessuna meraviglia dunque che buona parte della legislazione romana, a partire dal III secolo derivasse da proposte dei tribuni. Il mezzo secolo che intercorre tra queste due leggi coincide, in effetti, con la piena integrazione dei due ordini e, conseguentemente, con il parziale mutamento di significato dello stesso tribunato della plebe , che da organo di parte e tendenzialmente antagonistico al sistema delle magistrature ordinarie e del senato, divenne elemento di un sistema politico unitario. Sovente il senato poté utilizzare l’azione di qualche tribuno proprio per osteggiare o paralizzare la condotta politica troppo indipendente, o considerata scorretta di qualche magistrato ordinario. D’altra parte la composizione dei comizi tributi, con la larga predominanza del ceto dei piccoli e medi proprietari fondiari, contribuì a dare all’elettorato romano una fisionomia abbastanza conservatrice ( seppure meno squilibrata dei comizi centuriati a favore delle grandi ricchezze). Fu quella la sede atta a esaltare gli interessi del ceto dei proprietari rurali, che furono una delle basi essenziali della politica di espansionismo territoriale, essenzialmente orientata ad acquisire nuove terre agrarie. Solo abbastanza lentamente gli interessi mercantilistici , legati alla ricchezza mobiliare, acquistarono peso in codesto consesso. In ciò fu importante il precoce ruolo di Appio Claudio Cieco, con la conseguente apertura a una più accentuata innovazione politica. S’impone, nelle XII Tavole, l’autonomia del processo legislativo il cui fondamento è direttamente riferito al < popolo> : conseguentemente ai comizi . Livio ricorda come in XII tabulas legem esse , : < qualsiasi cosa avesse stabilito il popolo, ciò divenisse diritto/ legge efficace>. Affiora qui un principio generale, poi temperato da altri criteri , con cui si esalta la centralità della legge e il potere sovrano dei comizi. Almeno potenzialmente , questa sovranità pote erodere l’altro aspetto fondante della comunità costituito dal carattere consuetudinario del sistema normativo romano e dal ruolo dell’interpretazione pontificale e dei giuristi. Di fatto però questa stessa legislazione intervenne, nei secoli della repubblica, solo molto limitatamente per modificare il diritto civile dei Romani , e quando ciò avvenne , fu quasi sempre per una particolare rilevanza sociale o politica dell’argomento trattato o qualche specifica esigenza e difficoltà della pratica legale, superabile efficacemente solo in via legislativa. Il settore privilegiato dall’azione legislativa dei comizi appare piuttosto il diritto pubblico, dove si intervenne continuamente a correggere e perfezionare il sistema di governo della res publica. Se consideriamo l’insieme delle leggi di cui si ha ricordo, sia attraverso le citazioni degli antichi, sia attraverso il fortunato ritrovamento di alcuni importanti testi redatti su materiale non deperibile, marmo, bronzo, noi possiamo individuare alcune tendenze di fondo della legislazione comiziale. Anzitutto, la larga prevalenze di leggi relative all’organizzazione cittadina : in particolare il vasto gruppo di provvedimenti relativi alle singole magistrature che ne ampliano o modificano le competenze e il funzionamento e quelli volti a stabilire limiti ulteriori alla originaria configurazione dei poteri magistratuali. Vanno ricordate poi numerose leggi relative alla disciplina dei comizi, che testimoniano la progressiva trasformazione dell’originario dominio patrizio della prima età repubblicana. Ad esse s’aggiunge, insieme a diverse leggi riferite all’organizzazione delle varie figure sacerdotali, un elevato numero di delibere relative alla dichiarazione di guerra e agli accordi internazionali, dove il popolo interveniva accanto al senato. In questo stesso ambito non meno importanti appaiono i provvedimenti relativi alla fondazione delle colonie, all’attribuzione degli statuti municipali, nonché alla concessione della cittadinanza romana a singoli stranieri o a intere comunità. Quanto alla cittadinanza sono menzionate anche altre norme volte a impedire l’acquisizione surrettizia della cittadinanza romana e gli abusi che possano aversi in questo settore. Un altro importante gruppo di leggi concerne invece aspetti che potremmo definire, di < politica sociale>, e che attengono essenzialmente alla sfera del diritto privato. Più precisamente, a metà strada tra questo e il diritto pubblico appaiono i numerosi interventi in tema di debiti, volti a limitare i pesi gravanti sui debitori e l’usura, i divieti legislativi di eccessive spese di lusso ( le cosiddette leggi < suntuarie > ) , e soprattutto la vasta e ripetuta legislazione agraria. Lo stesso carattere hanno poi le leggi , degli ultimi secoli della repubblica, che introducono e disciplinano le distribuzioni di grano alla plebe a prezzi ridotti o gratuitamente ( le cosiddette leggi frumentarie ). Altri interventi legislativi di grande rilievo e destinati ad avere notevole impatto sulla vita cittadina

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riguardano la costruzione e la manutenzione delle vie , dei grandi acquedotti pubblici, il sistema urbanistico, la coniazione delle monete e altre attività amministrative, tutti compiti in parte deferiti all’apparato statale centrale, in parte di competenza delle autorità locali. Sin dall’inizio di questa attività comiziale si delineò un limite connaturato alla legislazione romana. Si tratta di una concezione delle norme giuridiche esistenti come valide perennemente e quindi non abrogabili espressamente. E’ invero una rappresentazione più influenzata da elementi ideologici che non da una valutazione realistica della vita dell’ordinamento, giacché i Romani innovarono ampiamente, modificando e di fatto abrogando moltissime regole, sia relative alla macchina dello stato e ai vari settori del diritto pubblico, sia , e ancor più, nel campo del diritto privato. Solo molto raramente la sostituzione delle nuove regole alle antiche si accompagnava, però , all’esplicita obliterazione di queste ultime : allora i Romani parlavano di leges perfectae. La maggior parte delle loro leggi, che sono indicate come leges imperfectae e minus quam perfectae, conseguiva questo risultato indirettamente, rendendo praticamente impossibile o troppo dannoso per i privati il perseguimento delle antiche forme giuridiche, peraltro teoricamente ancora valide. E’ una distinzione che indubbiamente evidenzia la particolare visuale dei Romani dove sembra assente o debole la nostra idea dell’onnipotenza della legge. Essa d’altra parte appare perfettamente coerente con la loro concezione del potere d’interveto dei comizi, in grado di limitare o modificare anche in profondità l’efficacia pratica del ius civile, ma non di cancellarne l’esistenza.

5. la sovranità del legislatore e i suoi limiti

Ben prima che gli sviluppi della scienza giuridica romana rendessero possibile una riflessione di carattere teorico sull’ordinamento cittadino, esso si presentava ormai nella sua forma compiuta. Sin dalla seconda metà del IV secolo a.C. e sempre più chiaramente in seguito, possiamo così connstatare la convergenza di una pluralità di organismi e di ruoli, tendenzialmente autonomi gli uni dagli altri, in una nuova e più solida unità politica. La sua fisionomia complessiva, tuttavia, non è per noi di facile comprensione. Diverse erano infatti le concezioni che la ispiravano e alle quali s’ispirava l’intero impianto normativo. Ciò , del resto , appare abbastanza chiaramente non appena ci si accosti a un termine chiave per la storia istituzionale e politica romana : res publica . Esso infatti appare intraducibile , nelle nostre lingue e che non può essere reso col nostro termine < stato > , senza deformare la stessa idea romana della partecipazione e integrazione collettiva nella vita della città. Nell’esperienza romana, infatti, l’elemento comunitario è più forte , mentre ancora non è così accentuata, pur con tutta l’autorità degli organi di governo , la separatezza tra cittadino e lo stato , che è caratteristica dei moderni ordinamenti. Questi ultimi si sono venuti configurando , a partire dal tardo Medioevo , attraverso la progressiva maturazione, nella riflessione teorica e nella pratica del potere, della moderna idea di < Stato> , identificando e < reificando> un’entità al di fuori e al di sopra dei suoi membri. Nel pensiero romano intorno alla natura della res publica la presenza di concezioni abbastanza contraddittorie trova indiretta conferma nella ricchezza dei termini utilizzati a indicare la comunità politica , res publica, civitas, pupulus Romanus Quirites, che, invece, appare del tutto offuscata dalla moderna espressione < città stato > , con tutta la proiezione in essa dei nostri valori. Non si deve poi dimenticare come sia ambiguo il rapporto tra l’entità politica e il suo diritto : da una parte infatti ci troviamo di fronte all’idea che alcune delle sue strutture fondanti preesistono a essa, consistendo nell’originario patrimoni ancestrale dei mores . Dall’altra è però fur di dubbio che è la città a produrre il suo diritto e la sua forma istituzionale. Con la repubblica una nuova idea di legalità si dovette comunque imporre rispetto all’immagine primitiva del governo semidispotico di un rex, secondo la formula per cui , allora omnia com manu a rege gubernadantur ( dove è difficile tradurre cum manu, che comunque indica un potere diretto e discrezionale). Questa legalità si associa non solo all’idea di un’eguaglianza dei cittadini di fronte alle norme della città : idea già dominante all’epoca delle XII Tavole e certo non esclusiva dei Romani , ma anche alla crescente consapevolezza che l’esistenza della res publica poneva limiti a ogni titolare dei segmenti di sovranità ripartiti tra gli organi della città. Quanto al dominio della

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legge, si consideri il principio introdotto dalle XII Tavole ( ma forse più risalente ) secondo cui ciò che fosse stato votato dal popolo avesse valore vincolante. Il primato della legge così affermato , appare tuttavia temperato da altri valori e dal potente fattore costituito dall’interpretatio dei gruppi a ciò deputati : i pontefici , prima, i giuristi < laici > poi . E qui dobbiamo considerare come, nella percezione collettiva, vi fossero alcuni principi, non sempre consacrati da norme di diritto positivo, cha apparivano connaturati alla esistenza stessa della repubblica. Tra essi va annoverato il modo < fondante > in cui era concepita la specifica libertà individuale e la garanzia personale del cittadino sancita dalle Leggi Valerie Orazie. Egualmente un principio generale che regolava la legislazione romana concerneva il divieto di adottare norme di carattere < singolare >, non destiante a regolare una generalità di situazioni, ma volte a colpire specificamente una posizione individuale. Alla stessa logica si ispirava un’altra norma decemvirale che escludeva la possibilità di legiferare a danno di specifiche persone, vietando di introdurre dei privilegia negativi. Egualmente, in seguito, si identificherano delle norme di < diritto particolare > ( ius singulare ) in deroga ai criteri generali della legislazione e del diritto. E interessante l’affiorare, nella riflessione giuridica della tarda repubblica, in linea con questi presupposti , dell’idea che la legge non possa togliere a un gruppo di individui la libertà o la cittadinanza. Quasi in quegli stessi anni in una legge di Silla, si sanciva che < se non sia legittimo votare ( dai comizi ) alcunché, ciò si consideri come non votato>. Un limite dunque assoluto che chiariva e limitava la portata di quell’altra norma antichissima circa l’onnipotenza delle delibere popolari, piegandola a un superiore principio di legalità. E’ possibile dunque supporre che fosse immanente al pensiero politico romano la coscienza dell’esistenza di limiti posti anche al potere della legge, coessenziali alla libertas repubblicana. E, del resto, il primo limite in tal senso è rappresentato dal carattere autonomo e primordiale del diritto della città: dalla natura inviolabile e insopprimibile del ius civile. Nella realtà delle vicende politiche e dei contrasti di valori e di interessi, affiora così l’idea di un nucleo di principi e di reciproche garanzie , all’interno della comunità politica, connaturato alla esistenza di questa e immodificabili, o difficilmente e limitatamente modificabili, senza minacciare la sua stessa essenza. E tale idea si fa evidente nei momenti , diciamo così, < negativi > : quando ad esempio un tribuno della plebe , senza scandalo dei consociati e senza sembrar sovvertire l’ordine costituito , chiama in giudizio un ex magistrato per una condotta , non illegittima dal punto di vista delle norme scritte, eppur lesiva di un diritto di qualche cittadino, sentito come acquisto e vitale da parte dell’intera comunità. E’ in questa stessa prospettiva che si colloca l’altro assunto posto a salvaguardia della repubblica e tuttavia mai formulato esplicitamente da una norma positiva: il divieto di attentare all’esistenza della res publica. Molti cittadini verranno accusati di < aspirare a divenire re> adfctatio regni , e per questo messi a morte ; ma non sembra sia mai stata votata una norma che vietasse questo comportamento eversivo ( pur essendo coinvolti i comizi nella repressione concreta di tale minaccia). Essa è implicita nell’esistenza stessa della repubblica, nel mito della cacciata dei Tarquini ed è presente nella coscienza collettiva. Ora questi stessi principi ( quelli che oggi sarebbero espressi, secondo le nostre logiche, in una < carta costituzionale> ), non necessariamente scritti e formulati in regole, non sono neppure chiaramente predeterminati e conoscibili ex ante. Se vogliamo sono incorporati all’interno della storia stessa della costruzione repubblicana : anzitutto nel riconoscimento del valore fondante del processo di integrazione che è alla base. Per questo né l’autonomia né la sfera dei poteri del senato, da una parte, né il ruolo e la sacertà dei tribuni della plebe dall’altra, potrebbero essere messi in discussione da qualche legge positiva. Essi, non diversamente dall’esistenza della coppia consolare, dal diritto di provocatio, sono incorporati nella storia comune della civitas e ne costituiscono il fondamento da tutti condiviso. Si tratta di pochi e fondamentali meccanismi che possiamo effettivamente considerare come il nucleo della costituzione reale della repubblica. Esso è necessariamente integrato da un sistema ben più fluido e abbastanza poco determinato di regole che ne integrano il contenuto rendendone possibile il funzionamento concreto. La loro efficacia e le relazioni tra di esse potrà però variare nel tempo, sia a seguito di leggi positive, come sarà per la funzione dell’auctoritas senatoria, sia anche

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per gli equilibri concreti tra gli organi, come ad esempio nel sovrapporsi di un potere dei comizi e del senato in molte decisioni assunte alternativamente dall’uno o dall’altro organismo. Sovente si tratta di principi incorporati nel complesso edificio istituzionale, addirittura privi di una loro formale evidenza, finché un comportamento o una norma di diritto positivo sembri intaccarne l’esistenza : solo allora se ne coglie l’esistenza. Insomma è la violazione che evidenzia e conseguentemente parrebbe < creare > per reazione, la norma stessa. Questa non conoscibilità a priori , a sua volta, è il risultato di un certo modo di essere di un determinato sistema, quello romano, appunto. Per questo, come non sussiste una < carta > e un disegno predeterminato di queste regole fondanti, egualmente non era neppure concepibile l’esistenza di un organo specificamente compente a valutarne la possibile violazione. Anche sotto questo profilo l’esperienza romana appare profondamente diversa, se non opposta, a quella che caratterizza la storia degli stati moderni dell’Europa continentale. In effetti , a ben vedere, questo aspetto < indeterminato> è un carattere di fondo dell’esperienza giuridica romana. La stessa costruzione del sistema dei diritti privati, il lascito più importante del sapere giuridico romano, presenta una caratteristica tendenza al < non compiuto> , al mai definitivamente stabilito, una volta per tutte. La portata effettiva delle norme e delle regole consuetudinarie, il funzionamento dei singoli istituti e il sistema di relazioni tra di essi, insomma il quadro prodotto dall’incessante lavorio di generazioni di giuristi, non trovano mai una rigida definizione. Al contrario, essi costituiscono il risultato di un processo dialettico in continuo divenire, caratterizzato quindi da quel margine di variabilità e di incertezza che esprime anche la creatività e l’elasticità del sistema. Per concludere questo discorso su quelli che oggi chiameremo i < fondamenti costituzionali > dell’ordinamento romano, è ovvio che la sua stessa indeterminatezza si presti, ancor più di una carta scritta, a varie interpretazioni e a varie sollecitazioni in senso diverso e talora opposto. Così come è ancora più ovvio che la colossale avventura in termini di potere e di conquista che caratterizza la storia di Roma dal IV secolo sino al I secolo a.C. comportasse trasformazioni profonde e radicali riletture di questo patto sociale, inespresso e tuttavia sempre presente nella coscienza collettiva. Trasformazioni che, appunto permisero a Roma di far fronte a situazioni assolutamente nuove, anzitutto modificando la sua stessa fisionomia istituzionale, rispetto alla logica propria della città come unità politica. Grandissimo fu il percorso effettuato e relativamente rapido , ma sempre con un qualcosa di provvisorio. Si trattò di un continuo ritorno sulle soluzioni già acquisite perfezionando e correggendo il disegno istituzionale romano : mai definitivamente compiuto, sempre in divenire.

CAPITOLO SESTO : LA STRADA PER L’EGEMONIA ITALICA

1, Cittadini e stranieri

Va ricordato come il territorio di Roma, in origine non superiore al centinaio di chilometri quadrati, verso la fine del VI secolo a.C. fosse aumentato di circa otto o nove volte. Né meno formidabile e rapido era stato l’incremento della popolazione cittadina, accelerato dall’assorbimento delle minori comunità investite della sua espansione. In poche parole Dionigi esprime puntualmente il significato di questa notevole crescita : < proprio dall’inizio , immediatamente dopo la sua fondazione essa cominciò ad attirare le nazioni vicine che erano numerose e atte alla guerra e crebbe continuamente soggiogando ogni avversario>. Inoltre vi è anche l’accentuarsi dei caratteri di separatezza tra la comunità cittadina e ciò che < ne è fuori> : tra Romani e stranieri. Nella fisionomia delle antiche città era presente una concezione del diritto abbastanza diversa da quella che caratterizza gli ordinamenti statali moderni. A eccezione dei diritti politici, riservati ovviamente ai propri cittadini, vige infati in questi ultimi il cosiddetto principio della < territorialità del diritto>. Il diritto dello stato si applica cioè a tutti coloro che a qualsiasi titolo si trovano nel suo territorio, indipendentemente dalla loro cittadinanza. Costoro dovranno rispettare le

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leggi civili e penali dello stato ospitante e automaticamente riceveranno una tutela analoga a quella dei suoi cittadini, in una condizione di sostanziale eguaglianza. Al contrario, nel mondo antico e particolarmente nel complesso paesaggio delle poleis greco – italiche , tendeva a prevalere un criterio opposto, fondato sulla < personalità > del diritto . Ogni individuo, cioè , era legato alla sua patria d’appartenenza e al diritto proprio di questa. Allorché si fosse trovato nell’ambito di un’altra comunità politica, egli sarebbe restato estraneo al diritto proprio di essa, non avendo quindi, almeno in teoria, la facoltà di utilizzarlo e di chiedere la protezione legale di cui fruivano i cittadini di quest’ultima. Soprattutto nella ricca tradizione letteraria greca si incontra sovente la richiesta di ospitalità e di protezione che lo straniero rivolge appellandosi agli dei. Se le leggi della città non estendono la loro tutela allo straniero, saranno gli dei a mostrarsi benevoli verso costui e a impegnare i loro seguaci a un atteggiamento di mitezza e ospitalità nei suoi riguardi. Le leggi degli dei si sovrappongono così e ampliano le dimensioni stesse e la portata delle leggi della città. In effetti, se l’ospite è < sacro>, è perché egli, in quanto < straniero>, non ha < diritti > , può solo appellarsi agli dei , a un obbligo morale e religioso che i cittadini hanno di rispettarlo. Di qui l’importanza del sistema di templi e di santuari istituzionalmente aperti a tutti i pellegrini e in grado di offrire protezione al viaggiatore. E’ però indubbio che, già in età molto risalente, si sperimentarono nuovi e più < giuridici> meccanismi per assicurare tutela adeguata ai membri delle varie comunità interessate. Uno dei primi strumenti fu la concessione a un singolo o a un gruppo di stranieri dell’hospitium da parte di privati o della città, senza che ciò postulasse un accordo con la città di questi stranieri. Le radici di tale istituto, , < l’ospitalità>, risalgono alle forme di circolazione gentilizia. In origine era il modo in cui si formalizzava la protezione che potenti clan privati assicuravano ai loro < amici> di altre comunità, una forma di protezione dentro il proprio ordinamento. Tra chi aveva concesso l’hospitium e il beneficiario di questo intercorreva un vero e proprio vincolo volto ad assicurare la tutela dello straniero. Presto , accanto a questo hospitium privato, intervenne un hospitium pubblico concesso dalla città stessa ad alcuni stranieri che permetteva a essi di rivolgersi ai tribunali locali per protezione legale. Questi casi di hospitium pubblico, senza l’intermediazione di privati cittadini, divennero sempre più numerosi col rafforzarsi delle strutture cittadine. Lo strumento generalizzato per fronteggiare le esigenze di tutela dei propri cittadini < all’estero>, fu però quello dei trattati internazionali. Essi furono utilizzati dai Romani sin da epoca molto risalente, come attestano i numerosi riferimenti agli accordi intercorsi tra Roma e i suoi vicini già durante i re e come è confermato dalla precoce presenza dei feziali , espressamente preposti alla loro stipula. Tali accordi, costituirono il fondamentale meccanismo per la costruzione di un tessuto entro cui la città stessa poteva sviluppare la sua azione. Solo in prosieguo il tempo e a seguito di una nuova e più vasta articolazione del loro sistema giuridico, sia sotto il profilo giudiziario che dei connessi processi di concettualizzazione, i Romani avrebbero realizzato un sistema generalizzato e sicuro di tutela degli stranieri, indipendentemente dall’esistenza di un trattato internazionale che li vincolasse a proteggere legalmente i cittadini della controparte. Ma , allora, non a caso, il loro sguardo era ormai proiettato su tutto il bacino mediterraneo, in termini d’interessi economici e culturali , oltre che di potere. E’ indubbio infatti., come le fonti attestano chiaramente, che il campo privilegiato della primitiva esperienza romana di carattere < internazionale>, fosse l’area caratterizzata, sin dall’origine, da una comunanza etico – culturale e linguistica : l’antico Lazio. Lungi dal rappresentarci la situazione originaria delle varie città del Lazio come l’esistenza di monadi isolate e ostili le une alle altre, siamo dunque indotti a inserire gli echi delle complesse vicende cui si è fatto cenno in un quadro sostanzialmente unitario. Che non è l’originario < stato – stirpe> da alcuni immaginato, ma la presenza di un persistente sentimento di comunanza, il rafforzarsi di una consapevolezza etnica ( il Nomen Latinum) che sin dall’inizio hanno agevolato i rapporti fra le varie comunità e le comunicazioni commerciale ed economiche fra di esse. Qui, soprattutto nell’ultima fase dei re, Roma affermò la sua superiorità. In effetti la politica romana d’incorporazione delle comunità minori, era restata circoscritta essenzialmente alle popolazioni più omogenee, concludendosi, comunque, con la fine del periodo monarchico. Ma anche in quella fase le relazioni di Roma con il mondo latino si erano venute

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articolando anche attraverso la conclusione di molteplici foedera : veri e propri acordi internazionali. D’altra parte si è richiamato la molteplice valenza, come fattore di coagulo tra le comunità preciviche, delle leghe religiose e dei santuari comuni, di cui era sopravvissuta memoria anche quando moltissime delle entità che ne facevano parte si erano dissolte nelle superiori unità cittadine. Il significato politico di alcune di queste leghe religiose spiega la tendenza romana ad assorbire o , comunque, ad affermare un certo controllo su questi stessi culti. Così un momento assai importante dell’assunzione di un ruolo egemonico di Roma nel Lazio appare, nella prospettiva degli storici antichi, l’istituzione di un culto fedele di Diana con la costruzione sull’Aventino di un apposito tempo da parte di Servio , in alternativa ad altri centri di culto su cui Roma non aveva una posizione di superiorità . Agli ultimi anni della monarchia risale un’altra importante federazione, di carattere religioso e politico insieme, con un netto carattere antiromano. Si tratta del ripristinato culto di Diana presso Ariccia cui partecipano, oltre a questa, Tuscolo, Lanuvio, Laurento, Cori , Tivoli e Pomezia, essendone invece esclusa Roma . Non a caso sono gli anni del grande isolamento romano e dell’acuirsi del conflitto con i Latini. Va ancora ricordata in questa prospettiva, la successiva operazione che sembrerebbe messa in opera da Tarquinio il Superbo, volta a recuperare antichissime tradizioni religiose, addirittura dei pupuli Alnenses. Ci si riferisce al rinnovato culto di Giove Latiaris in Monte Albano e al ripristino delle connesse cerimonie religiose che univano i vari popoli latini : le Feria Latinae. La superiorità politica di Roma nel Lazio è attestata da uno dei più importanti documenti relativi alla prima fase della sua storia a noi pervenuto. Ci si riferisce al testo del primo trattato tra Romani e Cartaginesi che, secondo Polibio, sarebbe stato stretto proprio nell’anno immediatamente seguente alla cacciata di Tarquinio il Superbo da Roma e che quasi sicuramente riprendeva uno schema di relazioni già realizzato sotto la dominazione dei re etruschi, nel quadro della più generale alleanza tra Etruschi e Cartaginesi. Negli ultimi decenni l’autenticità del testo e della datazione proposta da Polibio ha trovato ulteriori conferme nella documentazione archeologica che attesta una consistente presenza dei navigati punici sulle coste italiche in questo periodo della storia di Roma. e’ del tutto ragionevole supporre che i Cartaginesi, al momento dell’espulsione di tarquini da Roma, avessero voluto ribadire i loro rapporti con questa importante città del Lazio , nel momento in cui poteva essere venuta meno la sua collocazione nell’ambito politico etrusco. Tra le molte notizia che questo trattato ci fornisce, vi è la conferma delle pretese egemoniche di Roma, nel quadro di un suo diversificato tipo di relazioni con le varie città laziali. I limiti stabiliti a possibili aggressioni da parte cartaginese riguardano infatti tutte le città del Lazio : vi è tuttavia una netta distinzione fra alcune città che sono considerato come < soggette > o forse più precisamente < alleate dipendenti> e altre città che invece sono espressamente indicate come non soggette. Sebbene dalla prima categoria siano ricordate nominativamente, e a buon motivo data la loro maggiore esposizione, solo città in prossimità del mare, da Ardea e Lavinio sino a Terracina, dal testo polibiano si desume che vi fossero anche altre città appartenenti a questa categoria, in un’area territoriale non irrilevante. E tuttavia l’egemonia di Roma, neppure a livello di mera enunciazione, si estendeva a tutto il Lazio. Nel trattato erano menzionate città del Lazio < non soggette > ai Romani , ma egualmente tutelate contro ogni invadenza cartaginese.

2. Latini e cittadini delle colonie

Il testo di Polibio non ci offre solo una conoscenza di prima mano del quadro politico – geografico del Mediterraneo occidentale verso la fine del VI secolo a.C. Esso ci informa anche sull’insieme di meccanismi posti in essere dai due soggetti contraenti per assicurare reciproca tutela ai propri cittadini che possano trovarsi nell’ambito di influenza della controparte. D’altra parte le disposizioni introdotte in proposito nel trattato, di notevole complessità, evidenziano come solo in tal modo v’era la garanzia che i propri cittadini avrebbero goduto di adeguata tutela legale nell’ambito di altre comunità. Per questo tali meccanismi dovettero svolgere un ruolo fondamentale nel rafforzamento delle comunicazioni e del traffico commerciale, almeno all’interno di certe aree geografiche , attenuando

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quelle forme latenti di ostilità che favorivano, tra l’altro, il già facile passaggio dal commercio alla pirateria o alla razzia. Anche qui non si deve isolare l’esperienza romana : illuminante infatti è la moltitudine di trattati , a noi pervenuta, intercorsi tra la miriade di piccole città greche. Dove appunto agli effetti negativi derivanti dalla rigorosa separatezza di ognuna di loro si sopperiva con la moltiplicazione di questi canali legali. Il trattato con Cartagine sarà seguito pochi anni dopo da un ancor più importante patto d’alleanza fra Romani e Latini, che va sotto il nome di Foedus Cassianum. E’ di particolare importanza il fatto che la logica adottata in ques’ultimo, per fornire la protezione reciproca dei cittadini delle comunità alleate, sembri essere abbastanza diversa da quella che pare ispirare l’accordo romano – carataginese. Lo schema in esso seguito postulava dei meccanismi di parziale assimilazione tra le varie città coinvolte nel trattato, compresa Roma. Riprendendo forse pratiche ancora più antiche , si veniva così a sancire una forma di comunanza giuridica tra Romani e Pricsci Latini ( così gli antichi abitanti delle città della Lega vennero designati per distinguerli da quelli delle successive colonie latine ). Questa è infatti la portata del principio secondo cui il Latino che si fosse trovato in ambito romano non solo veniva assimilato ai cives Romani nella fruizione di tutto il diritto privato ( ius civile ) e della conseguente protezione processuale nelle forme solenni del diritto romano, ma era anche ammesso a stringere validi rapporti matrimoniali con i Romani. Questi meccanismi di assimilazione sono indicati dai Romani con due espressioni tecniche : ius commercii e ius conubii : < diritto di commercio> e < diritto di sposarsi>. Era un principio che funzionava in base alla reciprocità di comportamento di tutte le città della Lega : come tutte le relazioni di carattere internazionale . E i rapporti tra Romani e Latini, erano di questa natura intercorrendo, sino alla metà del IV secolo a.C. , tra comunità indipendenti. In altre parole i Latini a Roma godevano di una condizione analoga a quella dei Romani che si fossero trovati nelle altre città dell’alleanza : una parziale assimilazione ai cittadini delle varie comunità. Quasi sicuramente non appartiene invece all’originario regime del Foedus Cassianum, il < diritto di emigrare > ( ius migrandi) che, in seguito , avrebbe legittimato i membri delle città della Lega ad acquistare la cittadinanza di Roma, spostando la loro residenza in essa. Di esso le ci fanno pensare ad uno strumento successivamente definito per facilitare la mobilità e gli scambi in area laziale e divenuto, col tempo, un ambito privilegio dei membri del Latium Vetus rispetto alla sempre più prestigiosa e vantaggiosa cittadinanza romana. L’unità politica ribadita da questo trattato prevedeva, tra l’altro, la possibilità che l’insieme delle città della Lega fondasse nuove colonie che sarebbero divenute esse stesse nuovi membri dell’alleanza. Si trattava di una pratica comune a tutto il mondo delle poleis greco – italiche, in cui i processi d’espansione avvenivano appunto attraverso la fondazione di queste nuove città. Tra l’altro fu questa la prassi in base a cui l’intera parte meridionale della penisola era stata < colonizzata > dalle città greche. In questo contesto il termine colonia indicava piccole comunità semiurbane, create ex novo dalla città – madre e situate in punti strategicamente importanti, anche se sovente assai distanti dalla fondatrice. A differenza della colonizzazione greca in Italia, i vincoli tra le colonie e Roma restarono sempre strettissimi ed energico e costante il controllo esercitato da questa su tutte le varie colonie, moltiplicatesi nel corso degli anni. Le singole città della Lega, e in particolare Roma, aderendo a questa politica coloniaria comune, non avevano comunque rinunciato al potere di fondare proprie colonie. Così Roma continuò a costituire, come già era avvenuto all’età dei re, accanto alle colonie latine, anche sue proprie colonie di cittadini romani. Nel corso del tempo questa pratica avrebbe assunto un’importanza crescente e sotto più profili. Soprattutto nel caso delle colonie romane si trattò di insediamenti relativamente ristretti , sovente con un organico non superiore a 300 coloni, che rispondevano a esigenze di carattere strategico. Sovente fondate in prossimità della costa marina, esse costituivano anzitutto dei presidi militari, come controllo delle comunicazioni , centri di difesa contro aggressioni esterne in aree pericolose od ostili. Tali funzioni spiegano perché i cittadini fossero esentati dal servizio nelle legioni romane, assolvendo già in loco a una funzione militare. La facoltà della Lega latina di fondare sue colonie fu effettivamente esercitata nel corso del primo secolo dell’alleanza. Tuttavia, a partire dagli inizi del IV secolo a.C. , con il crescente predominio di

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Roma , essa di fatto si appropriò di tale potere, fondando autonomamente nuove colonie latine : ciò che divenne, anche formalmente, sua esclusiva facoltà con lo scioglimento della Lega nel 338 a.C. Sempre più, nel corso del tempo, la fondazione di colonie latine, da parte di Roma, oltre ad assicurare il controllo di nuovi territori, servì a realizzare una politica demografica e , indirettamente, economica. Esse infatti assicurarono l’alleggerimento demografico della popolazione sovrabbondante, rendendo possibile il conseguimento di una sempre rinnovata redistribuzione di terre, a vantaggio soprattutto dei ceti meno abbienti di Roma e delle città a questa più strettamente collegate. In tal modo nuclei consistenti di popolazione si trasferirono in aree relativamente poco sfruttate , spesso solo di recente acquisite al dominio romano, favorendone la progressiva urbanizzazione. Fu una politica che, nel corso del tempo, divenne uno strumento formidabile per rafforzare e accelerare la romanizzazione di tutta l’Italia e in particolare di quelle aree di recente conquistate che si prestavano a grandi investimenti agrari. La colonizzazione del Piceno e della Gallia Cisalpina, comportò un salto qualitativo dei libelli economici di tali territori, destinato ad avere effetti permanenti sulla storia della penisola. Tra le colonie romane e le colonie latine sussistevano tuttavia fondamentali differenza : la prima e più evidente è costituita dalla loro diversa condizione giuridica. La colonia romana infatti non era una struttura istituzionale estranea a Roma, ma solo un suo segmento organizzativo, comprendente un certo numero di suoi cittadini che mantenevano lo statuto personale preesistente. Al contrario, la colonia latina era formalmente una comunità separata ed estranea a Roma, tanto che quei cittadini romani che avessero partecipato, come non era infrequente, alla sua fondazione, divenendone membri, perdevano la loro cittadinanza d’origine, acquistando la condizione giuridica di Latini. La fondazione di una nuova colonia avveniva in genere sulla base di una delibera del senato e dell’approvazione di comizi che stabilivano anche i magistrati incaricati delle procedure necessarie per la sua istituzione, dando istruzioni per l’emanazione dello statuto che avrebbe regolato, con una lex data, la vita e l’organizzazione interna. Si trattava in genere di uno schema relativamente uniforme con cui si definivano i magistrati di governo e quelli preposti alla giurisdizione cittadina, nonché l’assemblea cittadina e il senato, avente un ruolo puramente locale, ma modellato sull’infinitamente più autorevole e potente senato di Roma. Un importante elemento connesso alla fondazione della colonia è costituito dal particolare assetto del territorio a essa assegnato. Sin dal IV secolo a.C. venne infatti adottato dai Romani un sistema di divisione dell’area della colonia in parcelle regolari e tutte della stessa misura. Sotto la guida dei magistrati incaricati delle operazioni di fondazione della colonia, appositi tecnici, gli agrimensori, avendo identificato un punto centrale, tracciavano due linee perpendicolari che venivano a costituire gli assi centrali, chiamati cardo e decumano maggiore. In parallelo e a distanza regolare venivano tracciate altre linee rette ( cardini e decumani ) che si incrociavano pertanto ad angolo retto, costituendo al loro interno tanti quadrangoli regolari: le centurie . Secondo lo schema tipico la centuria consisterebbe in un’area di duecento iugeri ( circa cinquanta ettari ) : equivalente appunto ai cento heredia romulei. Da questo numero ideale parrebbe derivare quindi il suo nome. In Italia queste linee di divisione, cardi e decumani, chiamati dagli agrimensori anche genericamente limites, < confini>, avevano una certa larghezza in modo da costituire vere e proprie strade rurali, realizzando un articolato reticolo stradale atto ad assicurare a tutte le unità fondiarie l’accesso alle più grandi vie pubbliche. Questa pratica ha un fondamento nelle più antiche tradizioni religiose del mondo romano – italico, collegandosi alle autctone concezioni dello spazio come elemento di un universo religioso. Essa fu ampiamente sviluppata nei suoi aspetti tecnici , dando luogo a una vera e propria scienza in cui nozioni geometriche, conoscenze astronomiche e geologiche, elementi giuridici confluirono , lasciando importanti testimonianze anche nelle fonti antiche. Ma il documento più importante è dato dalla persistenza, in tutto l’ambito dell’impero, delle tracce di questa colossale manipolazione territoriale. E ancor oggi in molte città, soprattutto nelle aree pianeggianti dell’Italia del Nord , il reticolo urbano che si incrocia ad angolo retto perpetua le antiche divisioni coloniarie ( che intervenivano in effetti, non solo a definire il territorio agricolo, ma anche gli spazi urbani della colonia) . Attualmente in vari territori europei e nordafricani gli archeologi, rintracciano sempre

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più numerose sopravvivenze delle antiche forme di divisione del territorio agrario, ormai incorporate in una paesaggio che, pure, ha profondamente mutato il suo aspetto fisico ed economico.

3. La svolta del 338 a.C. e i nuovi statuti giuridici di Roma

Un aspetto fondamentale dell’espansionismo romano, già evidenziato nel corso del IV secolo a.C.: è che esso solo in parte è stato il frutto di fattori meramente militari, fondandosi piuttosto su una sempre più articolata politica di cui la regia restò essenzialmente nelle mani del senato. E’ indubbio che il nuovo quadro istituzionale che si delineò sin da allora fu reso possibile proprio dall’accorta e innovativa utilizzazione delle logiche giuridiche elaborate dal collegio pontificale che ne era il depositario e messe a disposizione del ceto di governo romano. L’aspetto più significativo dell’espansione romana nel Lazio e nelle aree immediatamente circostanti, sino alla metà del IV secolo a.C. è costituito dagli ampliamenti territoriali. Roma in effetti applicava in genere il criterio di < multare > le popolazioni sconfitte e sottomesse sottraendo a esse una parte del loro antico territorio. Era l’applicazione di una idea diffusa in tutto il mondo antico che il vincitore avesse ogni potere sui vinti e quindi anche sui loro beni. I nuovi territori così acquisiti, da una parte restarono nella disponibilità dello Stato cittadino e costituirono il demanio di ager publicus, lasciato in varie forme allo sfruttamento dei privati, in genere dietro pagamento di un canone, dall’altra furono ridistribuiti in proprietà privata ai cittadini romani , sia nelle forme di terre assegnate individualmente ( viritim ), sia mediante la fondazione di colonie. Ne era conseguito l’incremento numerico delle tribù territoriali e, indirettamente una naturale espansione demografica, ma nulla più . Diversamente che alle origini, le popolazioni delle città vinte non erano state assorbite all’interno della civitas Romana : erano restate piuttosto come entità più o meno subalterne, sovente vincolate formalmente da trattati di alleanza diseguale imposti da Roma. I limiti di questa politica si erano visti proprio in occasione della conquista di Veio . Di una città così importante e forte, Roma non aveva saputo far altro, una volta sconfitta, che distruggerla, disperdendone la popolazione, in parte sterminandola o riducendola in schiavitù ( solo in seguito riassorbendone alcuni frammenti al suo interno). Si trattava, in fondo , di una politica abbastanza generalizzata, nel mondo delle poleis greco – italiche : ma che, appunto, ne aveva segnato un forte limite. Che si può cogliere in modo particolarmente evidente proprio nelle vicende delle città greche, il cui espansionismo, non riuscì quasi mai a superare la radicale separatezza tra la città egemone e le comunità subalterne. Lo stesso successo di una politica del genere comportava un ampliamento dell’ambito geografico d’influenza politica e, conseguentemente, un crescente squilibrio tra l’organico della città egemone, incapace di crescere, e la dimensione dei suoi impegni. La drastica soluzione adottata da Roma per Veio, se pur giustifica dalla durata e dalla violenza dello scontro, appare abbastanza rozza. Sino a far trapelare una certa impreparazione della vincitrice ad affacciarsi in modo adeguato sulla scena di una politica di più ampio respiro. Ma fu un’impreparazione presto colmata : pochi anni dopo essa avrebbe mostrato una ben superiore capacità di governo delle molteplici comunità su cui, anche fuori dal Lazio, si sarebbe estesa la sua egemonia, comprese le ricche città campane. Una capacità di cui colpisce, anzitutto, la ricchezza e la varietà delle soluzioni di volta in volta dotate, secondo una logica singolare, che da un lato esaltava, dall’altro in qualche modo trascendeva la dimensione propria delle città – stato che la costituzione del 367 a. C. aveva appena completato. Il Foedus Cassianum , durato, seppure con alterne vicende per circa un secolo e mezzo, era venuto definitivamente meno nel 338 a.C. Allora infatti un’ultima e più pericolosa definizione dei Latini dall’alleanza, si era conclusa con la definitiva vittoria militare dei Romani. Conseguentemente il senato di Roma , in virtù del potere assoluto del vincitore , ridefinì allora, in modo affatto unilaterale, la situazione giuridica di ciascuna delle città vinte. Il carattere di questa delibera, anche se per diverse di essa lasciava sostanzialmente immutata la loro presistente parte di Roma, di un potere sovrano su tutte le antiche città della Lega. Tuttavia esse, pur derivando ormai la loro condizione dalle decisioni romane, continuarono a godere, sino alle radicali trasformazioni intervenute con la concessione della cittadinanza romana a tutti gli Italici, nel corso del I secolo

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a.C. , di una autonomia organizzativa interna non diversa da quella che avevano come stati sovrani, prima del 338 a.C. Una sovranità , che si arrestava appunto alla sfera interna. Lo dimostra bene un altro particolare provvedimento assunto in quel contesto dal senato e riferito da Livio. Ci si riferisce alla situazione intercorrente tra le varie città laziali che proprio il Foedus Casianum invece presupponeva. Per tutte costoro, infatti, i Romani concilia commerciaque inter se ademerut : unilateralmente bloccarono tutti i rapporti giuridici e istituzionali tra queste città , evidentemente onde ostacolare qualsiasi ulteriores solidarietà che potesse nuovamente sfociare in un’alleanza antiromana. L’unilaterale elaborazione da parte del senato di una gamma di posizioni interne alla sfera politica romana ma che si articolavano poi nella moltiplicazione di centri dipendenti con diversi margini di autonomia ( sino all’impiego dello strumento tipicamente di carattere internazionale che è il foedus a definire il rapporto tra Roma e qualche sua colonia) ci fa capire che, almeno a partire da quel momento , la vecchia nozione della città sovrana, in cui il diritto della comunità e lo statuto politico si identificavano, era venuta meno. Roma si stava avviando a divenire un’entità politica nuova a cui facevano capo, in forma politicamente affatto subalterna, sia le città incorporate, pur grafitiate di una vasta autonomia interna semi – sovrana, che i vari tipi di colonie. Continuare ad applicare a essa lo stereotipo – formula di città – stato è così solo fonte di fraintendimenti. L’ordinamento romano, infatti, fondato tuttora su una struttura politica affatto < cittadina > , disponeva di un pluralità di statuti giuridici personali la cui convergenza unitaria appariva in sostanziale contrasto con il carattere proprio di ciò che, molto approssimativamente, s’intende per < città – stato>. Il che contribuì a dare a Roma una fisionomia affatto particolare e inedita. Fino al 338 a.C., possiamo dire che , in linea di massima , appartenessero a Roma, sottoposti alla sua sovranità solo i cittadini romani : a partire da allora invece Roma potè disporre anche di un altro statuto giuridico, quello di latino . Poteva trasformare un romano in latino, come nel caso della partecipazione di questi a una colonia latina, e poteva disporre unilateralmente delle condizioni giuridiche di questi stessi Latini, ormai sudditi, modificandone il contenuto. La pur differenziata condizione dei Latini prisci e coloniari, appare privilegiata all’interno della più vasta categoria dei peregrini. Del resto, a partire dal 338 a.C. , anche il valore di quest’ultimo riferimento venne a mutare : sinora infatti esso aveva indicato il cittadino di una comunità sovrana, estranea a Roma. Ora anch’esso, pur conservando anche tale significato, finì egualmente col designare uno dei possibili statuti giuridici interni all’ordinamento sovrano romano e quindi alla sfera del suo potere. L’accesso facilitato alle forme e alla tutela del diritto romano, nei rapporti dei Latini con i Romani , consacrato dal commercium e dal conubium, non significa che si fossero dissolti gli ordinamenti propri delle varie città latine. Questi continuarono a regolare la vita interna di tali comunità e le relazioni legali tra i loro cittadini. Così come di un loro proprio statuto continuarono a fruire le colonie latine, anch’esse in una condizione di formale estraneità rispetto a Roma, sebbene questa le avesse fondate e ne conservasse un effettivo controllo. Comunque, il termine ius Latii venne usato , non solo per tutta l’età repubblicana, ma anche in età imperiale, a indicare questa particolare posizione giuridica, compreso il ius migrandi, nei rapporti con Roma, assicurati ai membri delle comunità del Latium vetus e anche, seppure in seguito con qualche limitazione e con qualche gerarchia interna , ai membri delle colonie latine più recenti.

4. La genesi del sistema municipale

Con il generale provvedimento assunto dal senato romano nel 338 a.C. , dopo la vittoria sui Latini e i loro alleati, i Romani, avevano anche concesso ad alcune città vinte la loro piena cittadinanza. In alcuni casi poi, invece di queste , avevano, attribuito a qualche comunità una cittadinanza romana < limitata > : senza diritti politici ( civitas sine suffragio). Nel primo caso i nuovi cittadini, iscritti in una delle antiche tribù territoriali romane divenivano cives, pienamente parificati sia sotto il profilo dei diritti privati che dei ruoli pubblici e istituzionali , quali il voto nei comizi e la partecipazione agli impegni militari. I cives sine suffragio

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restavano invece esclusi dalla partecipazione politica e dalla pari dignità militare. Godendo solo della parificazione della sfera giuridica privata. In verità tra gli stranieri e gli alleati gratificati del semplce ius commerciii e del ius conubii , i Latini appartenenti alle città del Latium vetus, i membri delle nuove colonie latine, e i municipes sini suffragio od optimo iure sussistevano molteplici elementi comuni che avvicinavano queste posizioni, senza tuttavia renderle identiche. La loro persistente autonomia e, insieme , il loro diverso combinarsi all’interno del blocco di potere romano si compone in un disegno straordinariamente articolato che costituì il fondamento della potenza politico – militare di Roma destinata a dar luogo all’impero municipale. Attraverso la connessione del ius commercii e del ius conubii lo straniero titolare di tale condizione di privilegio, appare assimilato al cittadino per quanto concerne l’accesso e la fruizione al diritto privato cittadino. In genere questo meccanismo è visto dalla prospettiva romana, come ammissione del Latino e più in generale dello straniero agli istituti del ius civile romano, ma uno schema del genere, proprio perché fondato sulla reciprocità, può egualmente essere considerato dal punto di vista opposto : come assimilazione del Romano ubicato in territorio straniero al diritto locale. A ben vedere, se eliminiamo tutti gli aspetti concernenti il diritto pubblico, il contenuto della nuova figura introdotta dai Romani con la civitas sine suffragio, potrebbe quasi identificarsi con la duplice concessione del commercium e del conubium. Sarebbe variato solo un elemento , sebbene fondamentale : il carattere di reciprocità . Non a caso un criterio tipico di rapporti fondati sul riconoscimento bilaterale delle rispettive autonomie sovrane. Proprio ciò che ora era venuto meno nell’ambito , prima, dell’Italia centrale ( almeno a partire dalla seconda metà del IV secolo a.C.) , e poi per le altre comunità italiche così assimilate. Diversamente dunque dal caso del conubium e del commercium, la concessione della civitas sine suffragio avrebbe comportato sempre l’assimilazione dello straniero così gratificato al Romano : sia che le relazioni tra i due si svolgessero a Roma che nell’altra città. In tal modo, a partire dal III secolo a.C. , il diritto romano, non diversamente in fondo dalla lingua latina, divenne progressivamente l’unico medium della complessiva circolazione culturale e sociale nella penisola, assumendo la nuova funzione di generale < collante > nei rapporti tra i membri di più comunità legate a Roma. In questa nuova e ben più duratura fase di crescita, l’estensione della cittadinanza non comportava più l’inglobamento fisico dei nuovi cives Romani nella città di Roma : al contrario le varie città conservano pienamente la loro identità materiale, solo divenute una frazione del < popolo Romano>. Del resto per i municipi sine suffragio è da ritenersi che la loro estraneità alla sfera politica romana, comportasse necessariamente la persistenza dell’originaria identità istituzionale , non solo le proprie < leggi>, ma il proprio ordinamento cittadino , del tutto autonomi rispetto alla romana. Ma in tal modo, gli schemi costitutivi della < città – stato> vennero dilatati ben al di là della loro dimensione originaria, avviandosi a produrre qualcosa d’integralmente nuovo. Si disegnò così , nel corso del tempo, un mosaico di innumerevoli centri urbani o semi – urbani che vivevano di una loro vita autonoma ( seppure a livelli tra loro differenziati ) e, contemporaneamente, erano anche parte di una < città – superiore > enormemente dilatata : Roma. Era questo il mutamento rivoluzionario rispetto all’originaria identificazione dell’unità urbana con lo spazio politico che aveva qualificato l’appartenenza degli abitanti locali a un dato ordinamento. Aveva inizio, in modo frammentario e apparentemente causale, la sperimentazione di un nuovo assetto politico : l’organizzazione per municipi di Roma. Se , nel caso delle città e delle colonie latine, la loro autonomia, apparentemente immutata rispetto alla situazione precedente al 338 a.C. presentava aspetti che, per quanto concerne l’organizzazione interna sembrano sfiorare un’indipendenza semisovrana, così non è nel caso delle comunità costituite da cittadini romani : siano esse le colonie romane o le città gratificate della cittadinanza romana piena o sine suffragio. Questi cittadini optimo iure o semicittadini sine suffragio fanno parte infatti dell’ordinamento romano e vivono secondo le sue leggi. Qui però interviene la grande elasticità dei Romani, con l’originale creazione di un sistema notevolmente fluido e ricco di intimi contrasti, sino a rasentare l’indeterminatezza, epperò straordinariamente efficace e solido .

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In effetti le vecchie comunità indipendenti, trasformate in municipi di cittadini con pieni diritti politici o di semicittadini senza diritti politici, dovettero conservare al loro interno, almeno parte della loro precedente organizzazione e, nel secondo caso, anche una parte delle loro tradizioni giuridiche. Per questi ultimi la cittadinanza romana costituì più un sistema giuridico che regolò i rapporti tra i membri e i Romani o altri cittadini di altri municipi, che non la vita interna alla comunità. In particolare lo statuto giuridico delle terre dei municipi sine suffragio, non diversamente da quello delle colonie latine, era retto dalle forme della proprietà privata , non identificabile tuttavia con il dominium ex iure Quiritium : la proprietà riconosciuta dal diritto civile romano e vigente nel territorio di Roma distribuito in proprietà privata ai cittadini romani. Sappiamo anche come l’organizzazione di governo e l’assetto istituzionale di questi nuovi municipi sia stato reso gradualmente omogeneo con la presenza di magistrature uniformi e di senati locali ( l’ordine dei < decurioni> ) . Chiara l’azione d’orientamento in tal senso di Roma, che appare ancor più evidente nell’imposizione da essa effettuata di una superiore autorità comune preposta ad amministrare la giustizia. Si tratta dei prefetti, magistrati delegati dal pretore, aventi competenze per aree territoriali e gruppi di popolazione più o meno ampi. Questo meccanismo fu sperimentato con i praefecti Capuam Cumas, competenti per le città campane, gratificate dalla civitas sine suffragio, e fu poi sistematicamente applicato con i praefecti iure dicundo. La loro giurisdizione concerneva le questioni di maggiore rilevanza economica, che, in genere riguardavano le elites locali, più accentuatamente romanizzate , mentre è probabile che i magistrati originari delle singole città avessero conservato una competenza per le questioni di minor momento , continuando per queste ad applicare le tradizioni giuridiche locali. Anche se, va detto, ci troviamo di fronte a una realtà quanto mai fluttuante , in cui persistenze e nuove emergenze coesistevano, senza che una rigida < teoria dello stato > o dell’ < amministrazione >, che del resto mancava ispirasse l’azione di governo e d’indirizzo dei Romani. La società romana aveva un carattere cittadino esaltato del resto proprio dalla fondazione delle colonie. E’ questo aspetto che essa tende a ritrovare nella sua fase d’espansione e, eventualmente, a sviluppare laddove le forme con cui essa veniva a confrontarsi si presentavano diversamente . Così, nella progressiva penetrazione politico – istituzionale di Roma in tutto il territorio della penisola e nelle forme organizzative adottate per le popolazioni sottoposte, costante fu il riferimento al modello cittadino. Anche quando la vera e propria < sovranità> ( o meglio alcuni elementi essenziali di essa : il diritto di pace e di guerra , il batter moneta, il diritto di vita e di morte sui cittadini) fu avocata da quella che si è chiamata < la città superiore > rappresentata da Roma, si favorì la persistenza di una circoscritta individualità politica nei vari municipi e colonie. E questo lo si vede molto bene proprio nel caso in ci particolari motivi ispirarono una opposta politica, dove la massima sanzione irrogata a una comunità appare appunto la sua cancellazione come città, quasi la soppressione di un organismo vivente. Anche dove, come nel mondo sannita, le forme di insediamento prevalenti si collegavano più a strutture sparse o a villaggi , i Romani cercarono sempre di identificare un elemento, magari il villagio potenzialmente più < promettente > da trasformare in una piccola città e quindi in centro municipale a cui agganciare in forma subalterna le altre strutture territoriali ( villaggi, mercati rurali, piccoli santuari circondati da abitati ecc. ) . D’altra parte un vincolo che contribuì a limitare un’espansione accelerata del diritto romano era la sua insuperabile connessione con l’uso della lingua latina. Ancor più che nell’esperienza contemporanea, il carattere formalistico e orale del diritto romano, l’uso di parole e frasi predeterminate per porre in essere una serie di atti giuridicamente rilevanti, dalla trasmissione della proprietà alle forme primitive di contratto sino ai litigi processuali , escludeva che chi non sapesse parlare latino potesse accedere al diritto romano. Ora, i Romani, non solo non imponevano la loro lingua ai popoli sottoposti , ma escludevano addirittura che essi potessero usarla negli atti ufficiali, senza loro autorizzazioni. Così i municipi sine suffragio continuarono per secoli a usare dei vari loro diritti come delle lingue autoctone , dall’osco all’umbro , solo molto lentamente subendo un processo di romanizzazione, peraltro inarrestabile ( anche perché queste autorizzazioni a usare il latino nella vita ufficiale delle varie comunità vennero comunque gradualmente rilasciate ). Dovettero essere soprattutto le elites locali, maggiormente inserite , com’è ovvio, in una rete di

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contatti interlocali e con i Romani , a interessare rapporti esterni, fruendo costantemente del diritto romano e portando avanti così , in forma semispontanea , il processo di romanizzazione delle loro istituzioni. D’altra parte questi municipes potevano ben imitare i Romani nei loro usi, parlare la loro lingua , adottare anche , per quanto possibile, le loro istituzioni giuridiche. Ma questa era decisione unilaterale e , per molto tempo, più atta a introdurre dal basso, in forma disordinata e semicasuale, pezzi di ordinamento romano, che l’intero sistema del diritto civile romano e la sua integrazione costituita dal sempre più importante ius honorarium. Se esaminiamo le aree in cui si venne estendendo questa cittadinanza senza diritti politici , ci possiamo rendere conte che, nel Lazio e nei territori immediatamente confinanti, questo statuto fu rapidamente trasformato nella piena cittadinanza romana, comprensiva dei diritti politici. Laddove , insomma, sin dall’inizio sussisteva una forte omogeneità culturale, linguistica e, verosimilmente, giuridica che permise l’acquisizione rapida della piena cittadinanza romana senza gravi scosse. Questa situazione rese anche possibile la relativamente indolore assimilazione delle popolazioni e delle culture più lontane o , comunque, diverse da quella romana : in tal caso codesto status intermedio durò più a lungo. La misura del successo di tali processi è data dal fatto che, alla fine della repubblica, le tradizioni , le culture e i linguaggi italici erano ormai affatto tramontati, di fronte alla espansione dei modelli romano – latini . Di qui la relativa facilità con cui s’ebbe la definitiva espansione del diritto romano in tuta la penisola, almeno a partire dalla fine della guerra sociale, dopo la concessione della piena cittadinanza romana a tutti gli Italici. Naturalmente uno dei principali vantaggi conseguiti dai Romani con tale organizzazione fu una rapidissima crescita degli organici cittadini. Già intorno al 330 a.C. , dopo la grande sistemazione del Lazio e della Campania settentrionale, il blocco politico rappresentato da Roma , con le comunità incorporate e i suoi alleati dipendenti latino – campani, raggiungeva gli 800.000 abitanti in un territorio di circa 6.000 kmq. , superato solo di poco, in Italia, dal mondo sannita. Contemporaneamente, nel 332 a.C. le tribù territoriali romane avevano raggiunto il numero di 29 sul totale di 35 che verrà raggiunto nel secolo successivo. La centralità del modello cittadino ci permette di cogliere un’altra specifica fisionomia inerente all’organizzazione del paesaggio agrario. Giacché , sia la grande villa schiavistica tardo repubblicana e imperiale sia la piccola proprietà contadina in organico rapporto con il sistema della centuriatio ripetono, sul territorio, gli schemi urbani e ,attraverso la fitta viabilità rurale , appaiono direttamente connessi alla città e a essa funzionali. Questo panorama tuttavia, da solo non dà conto interamente della complessità del disegno strategico romano, rispetto alla penisola italica, a partire dagli ultimi decenni del IV secolo a.C. E’ infatti da ricordare come l’ampia estensione territoriale pienamente romanizzata di cui il sistema coloniario e quello municipale appaiono le strutture portanti presupponesse, sotto il profilo territoriale e degli assetti organizzativi, anche nuclei minori. E questo soprattutto nelle aree dove i processi di urbanizzazione erano più lenti o addirittura inconsistenti. Lì si ricordano dunque altre figure quali i fora, i conciliabula, i pagi e gli stessi villaggi ( vici ), quali località in cui popolazioni rurali venivano a incontrarsi in mercati stagionali, si saldavano in comuni luoghi di culto e in distretti rurali aventi una loro identità amministrativa. Si tratta di strutture con una loro più o meno accentuata autonomia, situate all’interno e in funzione dell’ager Romanus , rispetto a cui intervenivano, con funzioni di controllo e di coordinamento, i magistrati romani. Nel mentre che i suoi antichi alleati venivano assorbiti all’interno dell’ordinamento politico romano e regolati dal suo potere sovrano, una miriade di nuovi rapporti di alleanza venivano stretti dai Romani con le varie popolazioni e comunità italiche, nel corso della loro rapida espansione. Il foedus, il trattato d’alleanza, era stipulato tra soggetti sovrani, talora sancendo una loro formale subalternità politica, a favore di Roma ( foedus iniquum ) , altre volte conservando invece solo formale, di un’alleanza tra pari ( foedus aequum). Il fatto che tra gli impegni reciproci assunti tra le parti vi fosse l’obbligo di aiutare l’alleato in caso di guerra era ed è la vera chiave di lettura di questi trattati : soprattutto di quelli formalmente paritetici. Giacché mai queste piccole città, queste comunità minori, sovente interamente circondate

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da territori romani, sarebbero state in grado di scatenare in modo autonomo una guerra, mentre, al contrario, le guerre le faceva in continuazione l’altro alleato, Roma. E a Roma gli innumerevoli alleati italici, che dal termine societas, utilizzato a indicare l’alleanza internazionale, prendevano il nome di socii dei Romani, dovevano quindi fornire supporto in termini di risorse materiali e di uomini. Così si moltiplicava la forza militare di Roma , per nuove conquiste, per nuove vittorie sancite da nuove alleanze subalterne Coerentemente del resto con le logiche che avevano ispirato la politica internazionale delle più importanti città greche, anche il senato romano, nel definire la politica estera di Roma, si è costantemente impegnato a favorire e sostenere i gruppi aristocratici all’interno di ciascuna città alleata, a danno delle forze popolari e contro ogni spinta in senso democratico. In ciò si rifletteva anzitutto la tendenza intimamente conservatrice delle classi dirigenti romane : il naturale senso di affinità e di comunanza di interessi della nobilitas repubblicana, pur con le sue diverse sfumature, con le aristocrazie locali. La dovevano giocare anche altri fattori : anzitutto la maggior facilità di controllare un ceto ristretto e interessato alla conservazione della < legge e ordine > e condizionato dai suoi stessi interessi economici, rispetto alle spinte meno calcolabili e tendenzialmente eversive di gruppi più estesi e, forse, più fortemente radicati alle loro radici autoctone.

CAPITOLO SETTIMO : UN’ARISTOCRAZIA DI GOVERNO

1.La nuova direzione politica patrizio - plebea

Il compromesso patrizio – plebeo del 367 a.C. aveva sanato un punto debole del precedente assetto costituito dal suo esclusivismo . Alla lunga , l’interruzione dei meccanismi di mobilità sociale, intervenuta agli inizi del V secolo, avrebbe infatti comportato l’indebolimento di un patriziato irrigidito e dissanguato, con esiti negativi sulla sua stessa capacità di governo. Ora il ruolo dell’antica aristocrazia gentilizia e la sua fisionomia guerriera sono ripresi appieno dalla nuova classe di governo della repubblica, la nobilitas patrizio – plebea, formatasi a seguito dell’accesso plebeo alle magistrature superiori. Questo blocco sociale, capace al contrario del patriziato , di un costante , anche se molto circoscritto rinnovamento, costruì e gestì , nel tempo, una sempre più complessa macchina istituzionale. Fu esso a guidare la più straordinaria e duratura < storia di successo> del mondo antico , realizzata con un esemplare impasto di abilità politica e diplomatica, di brutalità e competenza militare, di sapienza istituzionale e di governo. Una storia dove vecchio e nuovo si saldano felicemente, giacché la capacità di far fronte al nuovo di questa aristocrazia non attenua il suo attaccamento e il continuo riferimento al significato esemplare del passato. Come del resto sovente è avvenuto nei processi storici, le tradizioni e la mentalità dell’antico patriziato si erano trasmesse alla nobiltà patrizio – plebea. E’ vero che, in teoria, ciascun cittadino che fosse nato da padre libero, ingenuus, poteva aspirare ad una carica magistratuale. Ma nei fatti questa carriera era aperta a pochi e in genere predeterminati individui appartenenti a un ristretto gruppo sociale. Era aperta, come già prima del 367 a.C. , a chi appartenesse alla non molto numerosa aristocrazia di sangue : ai patrizi. Nell’antichità classica ma soprattutto in Roma, il buon cittadino, l’individuo che dà il suo contributo alla vita della città è anzitutto un potenziale soldato. E’ altresì una persona che partecipa attivamente alla vita politica cittadina. Il suo tempo non è dedicato all’attività economica : il sostentamento suo e della famiglia è ricavato in genere da una proprietà fondiaria lavorata da altri soggetti : gli schiavi, i contadini pagati a giornata o, come coloni, con parte del prodotto del fondo. Per questo solo il giovane appartenente a una famiglia di buoni proprietari fondiari poteva pensare a una sua ascesa politica, condizione per il suo inserimento nella nobilitas patrizio – plebea. Ma occorreva anche che egli godesse di amicizie e protezioni altolocate : la prima condizione per il suo successo era infatti distinguersi nel corso degli anni di servizio militare. Un servizio militare prolungato : non meno di dieci anni dovevano passare in tale condizione , prima che il cittadino, lasciate le armi, potesse presentarsi a una candidatura. Ovviamente una condizione del genere tagliava fuori da ogni possibile aspirazione tutti coloro che dovevano vivere

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del loro lavoro, la gente minuta. D’altra parte non meno importante era il modo in cui questo prolungato impegno militare poteva essere assolto. Allora , come oggi, essere prescelto a servire direttamente nello stato maggiore del generale impegnato in una campagna militare agevolava notevolmente il giovane ufficiale, che avrebbe avuto modo così di distinguersi per abilità e coraggio, addestrarsi nel comando e imparare le strategie e le tecniche militari, elemento molto importante anche nelle successive tappe della sua carriera. Solo dopo gli anni non brevi di questa esperienza, avendo acquistato quindi un minimo di rilevanza in essa, e illustratosi per le sue capacità e il suo coraggio, magari nel corso di qualche azione particolare, egli avrebbe potuto presentarsi alle elezioni per le cariche minori: quella di questore e di edile. E lì , di nuovo, occorrevano amicizie, protezioni e alleanze. Giacché , occorreva essere prescelti in una rosa di candidati, ciò che tagliava fuori chI non avesse appoggi in senato o tra i magistrati proponenti. E occorreva impegnarsi poi in una campagna elettorale che, nel tempo, sarebbe divenuta sempre più dispendiosa, sino a costringere gli aspiranti, che non fossero eccezionalmente ricchi, a indebitarsi , sperando poi di saldare i creditori con i guadagni ricavati dalle campagne militari vittoriose o dall’amministrazione ( e spoliazione ) delle province. Colui che veniva eletto a una carica magistratuale usciva dunque da un prolungato collaudo , sperimentato anzitutto nella sua capacità militare, già inserito in una rete di protezioni e alleanze del ceto di governo romano, supportato da un minimo di redditi autonomi, in genere derivanti dalla proprietà agraria. Anche gli < uomini nuovi > che, nel corso di ogni generazione, rinsanguarono la vecchia nobiltà senatoria appartenevano in sostanza a un blocco sociale molto omogeneo e controllato. Essi erano quasi sempre inseriti, sin dall’inizio , seppure in forma subalterna, all’interno delle logiche e delle alleanze dell’oligarchia romana. Un curricolo del genere comportava evidentemente una forte selezione, superata solo dai migliori o più fortunati. Malgrado i privilegi che la nascita assicurava in partenza ad alcuni, giocavano in genere anche le qualità personali garantendo un’adeguata mobilità nella forte gerarchia sociale e politica romana ( anche nel senso dell’emarginazione di membri dei vecchi gruppi oligarchici troppo incapaci o , comunque, inadeguati alla difficile carriera della politica e del governo). Il collaudo così effettuato di questo insieme di competenze e di storie personali trovava il suo esito finale nel senato, dove infine esse si riversavano, assicurando la qualità di governo della repubblica. Sempre più, poi, man mano che aumentavano gli impegni militari di Roma, i quadri di governo , proprio attraverso il loro lungo curricolo militare anteriore al loro diretto impegno nella politica cittadina, accrebbero le loro competenze ed esperienze militari. Talché , mentre per i secoli le legioni romane furono costituite dai cittadini – proprietari, ispirati a un immediato e vitale patriottismo, i loro comandi assunsero nel tempo un carattere semi – professionale che li mise in grado di sostenere il confronto con le tecniche e le competenze delle armate di mestiere, da quella macedone e cartaginese, a quelle dei regni d’Oriente. Rispetto agli eserciti cittadini, le armate mercenarie avevano infatti il vantaggio di avvalersi di uomini più allenati ed esperti nel combattimento e di ufficiali e di comandi sperimentati e dotati di competenze e conoscenze che mancavano sovente ai quadri dirigenti degli eserciti cittadini. Quanto poi fosse rilevante l’aspetto militare nella storia individuale e nei ruoli sociali, lo mostra l’importanza che avrà , nel corso di tutta la repubblica, il solenne riconoscimento tributato ai singoli per il proprio valore in guerra e, soprattutto, ai comandanti militari in occasione di grandi successi, con il trionfo. Solenne cerimonia, decretata dal senato , con cui il magistrato, sfilava solennemente nella città, seguito dalle sue legioni, esibendo il bottino della vittoria, e i prigionieri , dove il grande fasto pubblico si associava alle arcaiche forme simboliche del ptoere. Col tempo si venne definendo un preciso insieme di regole volte a disciplinare la carriera pubblica dei cittadini romani. Questa aveva inizio con l’elezione alle magistrature minori, presupposto per aspirare alle cariche superiori, dopo un regolare intervallo di tempo tra l’una elezione e l’altra, giungendo infine al vertice della repubblica, con l’elezione a console e a censore. Tale disciplina escludeva altresì un’immediata rielezione alla stessa carica, sempre al fine di evitare un’eccessiva concentrazione di potere in singoli individui. Malgrado il costante, anche se controllato e circoscritto, rinnovamento del ceto dirigente romano di cui s’è detto , tutta la vita politica continuò a essere solidamente controllata dalle consorterie

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nobiliari. E la lotta di potere, i rapporti di forza e le alterne vicende della politica passarono anzitutto attraverso la storia delle gentes. Pur non identificandosi più con il tramontato monopolio patrizio delle cariche pubbliche e del senato, esse infatti costituivano un potente legame sociale e un sistema di solidarietà e di alleanze naturali entro cui l’individuo si trovava a operare. Anzi , il fatto che ben presto gli strati superiori della plebe si venissero anch’essi organizzando per gentes, accanto alle antiche stirpi patrizie, contribuì a conservarne la rilevanza pubblica e sociale. In una società fortemente tradizionale e gerarchica come quella romana, dove il rango era determinato dall’appartenenza a un lignaggio e fondato sui meriti degli antenati , per i plebei come per i patrizi, l’appartenenza a una gens restava un sicuro punto di riferimento. In effetti la formazione e la condotta politica e sociale dei membri della nobilitas si ispirava anzitutto alle tradizioni familiari e al ricordo dell’opera delle generazioni precedenti. Ricorrono costantemente, nella vita politica in Roma, nel corso di molti secoli, i nomi delle grandi stirpi nobiliari portati dagli innumerevoli magistrati che si successero al governo della repubblica. Inframmezzati qua e là da qualche nome diverso : di nomine novi ascesi a rinsanguare l’aristocrazia repubblicana, che conservò il monopolio del potere sino all’età delle guerre civili, in un contesto fortemente gerarchico , dove il popolo minuto era chiamato a un ruolo di comparsa o poco più. Non esistevano dunque le condizioni perché si formasse un tipo di alleanze o raggruppamenti politici su progetti e programmi, come nell’esperienza moderna, del < partito> politico. Non che non esistessero divergenze anche molto profonde, all’interno dell’oligarchia romana in ordine alle scelte politiche, sia interne che internazionali, e che non esistessero strategie consolidate e contrapposte, delineatesi e persistenti nel corso delle generazioni. Ma tutto ciò era anzitutto affidato alla memoria familiare e di ceto : ancorati alla loro specifica tradizione, i diversi clan continuavano nel tempo a ispirarsi ai modelli aviti , a ripercorrere, in contesti politici nuovi, antiche strade, richiamandosi ai loro specifici valori. Rapporti di parentela e appartenenza gentilizia, legami di amicizia individuali e di gruppo e, soprattutto , vincoli clientelari costituivano in effetti, nel corso di tutta la storia romana quei collanti su cui si fondava la politica , e con cui si costruivano il consenso sociale e le fortune individuali. Di qui le tradizioni politiche a tutti note, come l’orientamento conservatore dei Fabi , sin dai tempi più antichi , legato ai valori agrari e cauto verso le nuove politiche imperialistiche, di contro il carattere avventuroso e capace di grandi aperture innovative dei Claudi. La storia di queste famiglie serve a educare le nuove generazioni e a orientarle , non meno, peraltro, di quanto gli interessi del presente inducessero poi queste ultime a riscrivere la loro stessa storia familiare. La coscienza di un’antica comunanza, i sui simboli, quali le pratiche tradizionali e il sepolcro gentilizio, i collegamenti più o meno tenui, ma reali tra i vari gruppi familiari legati a un originario comune lignaggio, sono infatti elementi che si accentuano man mano che si sale nella piramide sociale. Uno strumento fondamentale di questa persistente forma gerarchica e dei ruoli ora delineati è rappresentato dalla clientela che costituisce un tipo di relazione straordinariamente diffuso nell’antichità , anche fuori di Roma. Non si tratta più della clientela arcaica, dipendente dalle grandi signorie patrizie ormai scomparse, ma di un reticolo di alleanze e di rapporti di dipendenza di natura più complessa . Che corrisponde anzitutto a un sistema di ruoli : con la riaffermazione di forme di signoria aristocratica che si sostanzia nel < largir protezione> in tutte le forme ai ceti socialmente più deboli. Intorno alle grandi famiglie e con riferimento alle personalità più eminenti tra i vari patres, si venne costruendo così un reticolo di forme di lealtà subalterna destinate a riflettersi anche nel momento elettorale, a sostegno delle ambizioni e dei disegni dei grandi. E’ in questo quadro di relazioni reciproche di scambio che, si inseriscono anche le carriere degli < uomini nuovi >. Molti di essi infatti, lungi dal < farsi da soli> fruirono dei legami di protezione forniti loro dai vari gruppi nobiliari per muovere i primi passi della loro carriera. Quanto fosse importante lo schema clientelare in Roma, lo prova il fatto che questo sistema di relazioni squilibrate non restò circoscritto solo ai rapporti sociali e politici cittadini. Su una logica non dissimile , infatti, si fondò il tipo di relazioni funzionali alla costruzione dell’egemonia di Roma. Quando infatti un magistrato romano, con la sua vittoria militare, aveva ottenuto la resa di una città o di una popolazione, con il conseguente assoggettamento politico, egli ne assumeva la protezione. Anzitutto facendosi intermediario tra gli interessi di questa comunità e il supremo volere del senato,

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cercando di ottenere da questo la sanzione definitiva dei provvedimenti da lui assunti nell’affermare la signoria romana e divenendo poi, lui e i suoi discendenti, il referente constante per ogni richiesta che tale popolazione dovesse fare ai Romani. Protezione politica, dunque, a fronte di un continuo supporto materiale, di ogni tipo , a favore del patrono. E in seguito ciò varrà per intere province. Si creò così un singolare sistema di legami di dipendenza semi – privati , tuttavia con una forte rilevanza politico – sociale, che integravano e , in qualche modo, < armonizzavano> l’impersonalità dei meri assetti giuridici dati da Roma al mondo provinciale. Mitigando altresì alcune asprezze di un governo che si veniva rivelando assai spesso avido e miope.

2. Gli sviluppi sociali tra IV e III secolo a.C.

Nulla più della straordinaria spinta espansionista che prese consistenza nella politica romana, a partire dalla seconda metà del IV secolo a.C. , può testimoniare l’enorme importanza del ricompattamento politico – sociale intervenuto con le leggi Licine Sestie. In quegli anni l’espansione territoriale romana si fù consolidata in una vasta unità regionale che rappresentava, come ricorda Tom Cornell, uno dei territori più ricchi e più adatti allo sfruttamento agrario dell’intera Italia centrale. Immediatamente di seguito avrebbe avuto inizio l’espansione verso le ricche pianure campane, con l’acquisizione di Capua nella sua orbita. In questa fase, i Latini, stretti dalla soffocante alleanza con Roma, avevano cercato di sottrarsi mediante una vera e propria insurrezione militare. La loro sconfitta portò al definitivo assorbimento delle città dell’antica Lega latina nell’ordinamento politico di questa città . Lo scorcio del secolo fu soprattutto dominato dal conflitto con la popolazione militare più forte esistente allora in Italia, situata sugli altipiani appenninici tra l’attuale Abruzzo, il Molise, sino a lambire la Campania e la Lucania : i Sanniti. Contro costoro la potente organizzazione militare romana ebbe a subire un ulteriore formidabile collaudo i cui risultati si poterono apprezzare immediatamente dopo, quando Roma fu in grado di resistere all’esercito di Pirro, chiamato a soccorso dall’ultima città della penisola italica ancora indipendente, Taranto. La tradizione militare macedone, illustrata dalla straordinaria avvenuta di Alessandro Magno , e di cui lo stesso Pirro , suo parente, era un importante rapresentante , non riuscì a prevalere sulle legioni romane. Fu l’ultimo ostacolo che si frapponeva ancora alla completa acquisizione dell’intero mezzogiorno d’Italia , con i suoi porti e le floride città mercantili di origine greca, nel dominio romano : un fatto compiuto già nel 272 a.C. , con la caduta di Taranto. Questa ininterrotta e felice politica espansionistica comportò, com’è ovvio, un parallelo processo di crescita economica, incrementato dai bottini ricavati dalle ricche città della Magna Grecia e dalle ulteriori acquisizioni territoriali. E’ pur vero che resterà per molto tempo, a dominare l’immaginario collettivo dei Romani e la loro auto rappresentazione, l’idea di un popolo laborioso , legato alla terra e ai suoi duri impegni , costretto sovente a prendere le armi per difendersi da aggressioni di prepotenti vicini, in cui tutti vivevano molto austeramente, quasi poveramente, seguendo i costumi ancestrali. L’immagine elaborata e trasmessa dai Romani è quella dei grandi condottieri e salvatori della patria come Cincinnato, Manio Curio Dentato che, lasciata la guida delle legioni romane, tornarono a lavorare i loro campicelli aviti, di pochissimi iugeri , con le proprie mani. Ma , appunto, questa evocazione, talvolta veritiera, spesso decisamente falsata, ci interessa più come testimonianza di una nostalgia e di una ideologia, che non come preciso riferimento storico. Forse i Romani del IV secolo non avevano ancora pienamente < conosciuto la ricchezza >, come Fabio Pittore dirà poi di essi per l’epoca delle guerre puniche. Ma già allora la precedente stratificazione sociale aveva dovuto subire significativi mutamenti. Anzitutto per la saldatura degli strati superiori della plebe con le famiglie patrizie che non fu solo politica. Qui interessa infatti la formazione di una proprietà fondiaria di una certa consistenza e di patrimoni sufficientemente importanti da costituire il fondamento di un altro meccanismo . Da sempre l’organizzazione statale romana si è venuta strutturando, sulla base dei ruoli assorbenti attribuiti alle varie magistrature elettive e ai loro diretti collaboratori, in un insieme di attività tutte

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o quasi di carattere gratuito : il vir bonus, il vittorioso cittadino dell’ideologia romana è colui che dedica i suoi sforzi a servire la patria, prima come guerriero, poi nella vita politica della città. La gratuità di tale impegno e delle cariche politiche presupponeva una selezione tra aspiranti in possesso di adeguati mezzi economici. Tale meccanismo favorisse il sostanziale monopolio delle cariche magistratuali da parte di una nobiltas relativamente ristretta, con il conseguente accumularsi di tradizioni e di competenze funzionali a tali ruoli . Un effetto collaterale di questa connotazione aristocratica, unita alla generale ideologia del mondo romano, svalutativa di mestieri e professioni remunerate , è costruito dal mancato sviluppo di un ceto qualificato di amministratori e burocrati, pur essendo l’apparto statale chiamato a far fronte a esigenze sempre più complesse. Non è un caso infatti, che se ciò non è stato caratteristico della sola esperienza romana, che tutta la sempre più complessa organizzazione dell’apparato statale si fondasse su una struttura molto < leggera >, fatta di pochi collaboratori dei vari magistrati , senza una vera burocrazia che potesse funzionare in modo autonomo, pur sotto la guida di costoro. Tuttavia nuove e molteplici esigenze e funzioni si imponevano a una macchina politico – amministrativa che iniziava ad avere un’importanza almeno regionale : si pensi solo a una politica di opere pubbliche di dimensioni ormai imponenti, con la costruzione degli edifici civili e religiosi della città, delle grandi strade militari , dei primi acquedotti. Ma si pensi anche a un patrimonio pubblico , soprattutto delle terre conquistate, sempre più ingente che doveva essere amministrato attraverso un complesso e articolato sistema di concessioni e di affittanze, nonchè alla gestione di entrate finanziarie enormemente accresciute , anch’essa affidata in gran parte all’intermediazione privata, e infine all’opera di rifornimento e di attrezzatura di eserciti sempre più importanti. L’armamento degli eserciti, il loro approvvigionamento, in un ambito territoriale ormai a vasto raggio , postulavano anch’essi quadri organizzativi e operativi dotati di competenze sempre più sofisticate e con crescenti risorse economiche. La risposta fu allora, come anche per tutta la lunga vicenda repubblicana , quella di < scaricare> tali funzioni all’esterno delle stesse strutture istituzionali della città. Gran parte degli aspetti significativi della vita finanziaria e della gestione delle ricchezze e delle attività di interesse statale si realizzarono appaltando a privati imprenditori le attività a ciò necessarie e lasciando a questi tutti i vantaggi economici delle intermediazioni così richieste. Così lo sfruttamento delle terre pubbliche , non distribuite in proprietà privata, fu affidato ai privati, secondo modalità e con regimi abbastanza differenziati, ma in genere a fronte del pagamento di un canone periodico ( talvolta però con un pagamento iniziale < d’acquisto > più elevato ) . Data la debolezza organizzativa dei magistrati responsabili della loro gestione, gran parte di tali terre non veniva direttamente assegnata alla miriade di coltivatori e di allevatori interessati al loro sfruttamento, ma concessa a grandi mediatori, in grado di pagare le elevate somme richieste dai magistrati romani per aree assai ampie. Questi poi suddividevano tali estensioni di ager publicus, tra tutti i piccoli agricoltori interessati, lucrando la differenza, sovente assai elevata, tra la cifra globale del lavoro versata alle casse di Roma e i canoni percepito dai sub conduttori. Il guadagno di Roma era minore , ma si evitava tutto il lavoro e il funzionamento di controllo che la riparazione delle terre pubbliche tra una molteplicità di coltivatori e allevatori avrebbe comportato e i costi a ciò connessi. Un meccanismo non diverso riguardava anche le riscossioni tributarie, nelle province , gestite anch’esse attraverso appalti ai privati che si facevano carico di tale incombenza per conto di Roma, lucrando anche qui la differenza tra il percepito e quanto dovuto a essa. Ma non meno importante appare lo sviluppo delle opere pubbliche. La grande rete stradale che ebbe inizio con la via Appia, alla fine del IV secolo, la costruzione dei primi acquedotti pubblici destinati a trasformare le condizioni materiali della città e la crescita degli edifici pubblici e dei templi , più tardi lo sviluppo delle grandi terme pubbliche, comportarono un crescente livello di investimenti e di opere. Anche questo settore si fondò , non già su un intervento diretto dell’apparato pubblico, ma su una delega alla gestione privata attraverso il consueto sistema degli appalti. Lo stesso sistema s’applicò per l’organizzazione del vettovagliamento e delle strutture logistiche a sostegno di eserciti impegnati sempre più a lungo e in territori sempre più lontani da Roma.

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Tutto ciò fu possibile grazie alla precoce affermazione, in Roma, di un gruppo sociale relativamente articolato, distinto dalla mobilità delle cariche, tutta orientata al governo della politica e agli impegni militari. Si trattava di individuare provvedimenti dagli strati più ricchi della popolazione : quelli che fornivano all’esercito i cavalieri , gli equites, in grado di provvedere a loro spese alla costosa cavalcatura. Non solo costoro erano i detentori dei capitali necessari a supportare le intraprese ora accennate, che sovente richiedevano forti anticipazioni finanziarie e un sistema di garanzie patrimoniali da fornire alle pubbliche autorità . Ma essi soprattutto avevano acquisito quelle competenze e quelle tecnologie finanziarie e imprenditoriali richieste per far fronte ai compiti ora richiamati. Si tratta insomma di una specializzazione e anche di una peculiare destinazione di flussi di ricchezza che identificava e circoscriveva i suoi titolari dando ad essi un ruolo sempre più importante nella società romana, ma , insieme segnava la separatezza dalla nobilitas patrizio – plebea, proposta alla politica e in grado di monopolizzare il governo cittadino. Un sottogruppo particolare di questo ceto di < cavalieri > e di appaltatori ( redemptores ) è rappresentato dagli appaltatori ( e riscossori) delle imposte, i publicani, così odiosamente richiamati in tante testimonianze antiche e addirittura nei Vangeli , per il loro ruolo negativo e insostituibile insieme nello sfruttamento dei popoli provinciali. In genere la formazione di questi nuovi gruppi sociali e l’affermarsi delle connesse attività economiche viene collocato in un periodo successivo a quello qui considerato. Ma se questo sistema non si fosse già avviato sin dalla fine del IV secolo, come sarebbe stata in grado Roma di affrontare l’imponente quantità di opere pubbliche che, se non altro a partire dalla censura di Appio Claudio , nel 312 a.C. , venne realizzata e, poi , di riconvertire in pochissimi anni la sua forza militare, attrezzando una potente flotta, nel corso della Prima guerra punica ? . E come avrebbe potuto mobilitare e coordinare le risorse della Magna Grecia nello scontro essenzialmente sul mare svoltosi nel corso della Prima guerra punica ? senza poi considerare i prolungati e pesanti sforzi organizzativi necessari al sostentamento delle stesse sue armate nella drammatica guerra contro Annibale e di cui abbiamo precise testimonianze in Livio. Ci si riferisce anzitutto all’assunzione da parte di alcune compagnie di pubblicani, nel 215 a.C. , dell’onere dei rifornimenti alle truppe romane in Spagna. Di fronte alle case pubbliche ormai vuote costoro furono in grado d’anticipare le somme colossali per tale operazione, senza previsione della data del rimborso delle spese da parte delle autorità cittadine , con il patto di poter recuperare i loro crediti solo con il miglioramento delle sorti della guerra.

3. Appio Claudio Cieco e gli inizi della modernizzazione

Un esempio significativo della fedeltà alle tradizioni gentilizie e della conseguente continuità politica all’interno del ceto dirigente romano lo troviamo in Appio Claudio . Alla fine di quel IV secolo così ricco di mutamenti e di aperture , egli sembra emblematicamente segnare per più di un aspetto i nuovi orizzonti della scena politico – istituzionale romana. La sua preminenza politica, chiaramente echeggiata negli autori antichi, è attestata dalla sua rielezione al consolato nel 307 e nel 296 a.C. In sé nulla di più ovvio che il membro di uno dei grandi lignaggi romani, che sin dalla sua migrazione in Roma, agli inizi della repubblica, aveva continuato a illustrare la gloria , pervenisse ripetutamente alla massima carica magistratuale. E neppure può apparire singolare il fatto che egli , nella sua azione di governo, svolgesse un ruolo di innovazione e di < modernizzazione >, del tutto in linea con le tradizioni familiari. Colpisce piuttosto l’amplissimo spettro dei suoi interventi che vanno dalle strutture materiali della città sino al cuore dei suoi processi culturali e tecnici. Ha quasi un valore simbolico, in effetti, il fatto che la prima e più importante via di comunicazione costruita da Roma, la via Appia, chiamata dagli stessi Romani la < regina delle vie>, prenda il nome da questo personaggio che, nella sua censura, ne determinò la costruzione. Non si tratta solo di una grande opera pubblica e di comunicazione civile : essa corrisponde anzitutto a un progetto politico e militare di espansione verso la Magna Grecia, in un percorso che unisce Roma alla Campania, dirigendosi poi verso l’Apulia, sino al grande porto di Brindisi : la porta verso la Grecia e il Mediterraneo orientale. Progetto politico e militare, perché l’espansione verso l’Italia meridionale significava anche una

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scelta tra due alternative possibili che si ponevano ai Romani. O la mera fedeltà alla tradizione politica di crescita territoriale e della ricchezza fondiaria, o una nuova apertura verso gli orizzonti e le possibilità che il contatto con il mondo mercantile della Magna Grecia rendeva possibile. A favore della prima alternativa erano orientati soprattutto i grandi più tradizionalisti, oltre al ceto dei medi e piccoli proprietari agrari, cui si associava quella < fame di terra > propria del mondo contadino. I loro interessi erano orientati verso le ricche terre dell’Italia centrale e settentrionale. D’altra parte si apriva la possibilità di nuove aperture verso un’economia dominata dagli interessi commerciali e orientata verso i grandi traffici mediterranei, associata piuttosto alle città e ai porti della Magna Grecia, fiorenti oltre che per i commerci e l’agricoltura, per un ricco artigianato di cui restano tante evidenze archeologiche. L’esito finale di questa seconda prospettiva era il mare : un grande mutamento di orizzonti per una potenza militare così < territoriale > come Roma. Lo spostamento degli orizzonti politici romani verso il Mezzogiorno significava in effetti un’alleanza più stretta con gli interessi mercantili e marinari delle città ivi situate. Appio Claudio è uno dei primi personaggi di rilievo che sembra trarre tutte le conseguenze dalla presenza romana in Campania. Egli infatti appare come uno dei precoci fautori di quella che, nel corso del secolo successivo, costituirà la grande svolta politica di Roma, gravida di conseguenze per tutto il mondo antico e che si sarebbe sostanziata anzitutto nel drammatico conflitto con Cartagine per il controllo del Mediterraneo occidentale. L’attenzione di Appio Claudio verso gli aspetti mercantili e finanziari e i ceti più direttamente a essi collegati è anche alla base della riforma della composizione delle tribù che comportava la valutazione, accanto ai beni immobili , anche della ricchezza mobiliare per la distribuzione della cittadinanza. Un criterio che si sarebbe riflesso altresì sulla stratigrafia sociale dei comizi centuriati. Questa radicale innovazione si associa ad un’altra novità introdotta con la sua censura : l’iscrizione tra i nuovi senatori di alcuni liberi. Fu un atto certo inaudito agli occhi dei Romani , sulla cui veridicità , del resto , si può nutrire qualche dubbio, che esprime tuttavia la tipica arditezza, sino all’arroganza , dei Claudi. Si trattò comunque di riforme troppo radicali destinate ad avere vita breve perché negli anni successivi, in un abbastanza ovvio riequilibrio di rapporti, si ebbe la revoca sia dell’iscrizione nelle tribù rustiche della turba dei non proprietari, ricondotti così all’interno delle sole quattro tribù urbane , sia la cancellazione degli ex schiavi fatti senatori. Quest’ultima vicenda comunque fa pensare ad una crescente importanza dei liberi nell’economia mercantile romana. Malgrado questi temperamenti, profonda e duratura appare l’azione di rinnovamento realizzata da Appio , della cui fortissima personalità risuona chiaramente l’eco negli storici antichi. E questo, a sua volta, evidenzia una linea di continuità ideale con l’antico decemviro : che si ritrova nel ruolo affatto particolare giocato dal Censore nel campo del diritto. Di nuovo venne in gioco , come al tempo delle XII Tavole , il monopolio del collegio pontificale, che anche Appio Claudio Cieco mirò a rodere , ma in modo meno radicale , più sapiente , e per ciò stesso , alla lunga, più efficace di quanto non avesse fatto il suo avo. A lui risale infatti un’iniziativa gravida di conseguenze intrapresa dal suo segretario e liberto Gneo Flavio ( giacché appare pressoché impossibile che questi non avesse avuto il consenso del patrono) . Flavio infatti, nel 304 a.C. , rese pubblici i calendari e i formulari delle azioni processuali, permettendo a tutti i concittadini di accedere direttamente alla conoscenza degli strumenti fondamentali per la tutela processuale dei loro diritti. Sino ad allora costoro erano dipesi dalla esclusiva e riservata conoscenza che ne aveva il collegio pontificale, al quale quindi dovevano rivolgersi per poter agire in giudizio. Si trattò di un formidabile salto in avanti nel processo di diffusione delle conoscenze giuridiche. E qui si saldano quelle aperture verso nuovi orizzonti politico – geografici, a una più o meno consapevole intuizione delle nuove esigenze che le dimensioni più vaste della politica di potenza romana comportavano anche sul piano del diritto. Si ha una gamma di soluzioni straordinariamente innovative che, già nel 338 a.C. , furono introdotte nella sistemazione del Lazio e della Campania settentrionale. Questo è un punto abbastanza trascurato dagli studiosi moderni : come se fosse ovvio e affatto naturale quell’improvviso capovolgimento logico che, dall’esclusivismo proprio della città antica fece scaturire il suo opposto : la moltiplicazione della città stessa in tanti < micro – doppioni> ovvero i municipi. Che

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svuotò l’essenza stessa della civitas, l’idea d’appartenenza al corpo cittadino, appena completatasi con il patto patrizio – plebeo, introducendo questa cittadinanza dimezzata : qualcosa che < è e non è > , costituita dalla civitas sine suffragio. I più intelligenti e consapevoli si dovettero rendere conto dell’utilità e forse della necessità urgente di rafforzare quegli strumenti logici e tecnici che sino ad allora erano stati tranquillamente affidati al lavorio separato e sicuro di una esperta consorteria quale il collegio pontificale, rinforzato, da pochi anni, dalla figura del pretore. Non solo si trattava di far fronte ai grandi processi istituzionali ingenerati dalla stessa espansione politica romana, or ora considerati, ma anche al rapido accrescersi di nuove esigenze nel campo dei rapporti privatistici. Qui infatti, al diritto delle persone e alla disciplina dei rapporti familiari e successori, si era venuto sostituendo , al centro della vita sociale, l’insieme dei rapporti negoziali, funzionali a un’accresciuta circolazione di beni. Chiamato a mediare e orientare questi processi, il vecchio consesso pontificale, forse, rischiava di non essere più adeguato rispetto alla loro dimensione quantitativa e alla complessità , ingenerata dall’accentuato processo evolutivo della società romana. Anche oggi lo possiamo constatare : quando interviene una forte accelerazione economico – sociale, sia in termini qualitativi ( nuove esigenze cui sempre meno agevolmente sopperiscono gli strumenti tradizionali ) che quantitativi ( maggiori transazioni, più numerosi soggetti a esse interessati e quindi indirettamente coinvolti in problemi legali ) le forme del diritto preesistenti e la cultura giuridica consolidata stentano a tenere il passo. E il risultato della storia contemporanea è sotto i nostri occhi : da una parte la tendenza al blocco e alla paralisi, dall’altra, sotto l’apparenza di uno spontaneismo o , almeno , di una casualità anarchica, nuove risposte che si vengono ingenerando all’interno della società, sovente dal basso, prescindendo dal formalismo statuale che prima o poi daranno luogo a nuove forme relativamente consolidate. E’ possibile che, di fronte a una posizione che poteva divenire di freno dei pontefici, il pretore da solo non fosse in grado di gestire e governare la trasformazione. Ed è egualmente ipotizzabile che tutto ciò, insieme alle ancora latenti tensioni tra gli ordini, si ricordi sempre che l’ultima e oscura sessione plebea era ancora da venire, agli inizi del III secolo a.C. , potesse ingenerare un malessere, non certo tra gli strati inferiori della plebe, ma proprio tra coloro che alla crescita erano più interessati e avevano necessità di forme giuridiche adeguate , soprattutto di un accesso a esse facilitato e semplificato. Certo, è solo un’ipotesi : che però permette d’inquadrare la spinta innovatrice di Appio e del suo scriba all’interno di una logica coerente. Si potrebbe dunque interpretare l’opera riformatrice di Claudio come destinata a ridisegnare ruoli e funzioni di governo ( giacché il diritto per i Romani era allora e restò sempre una funzione privilegiata di governo della società) all’interno del preesistente blocco sociale. Il che ci farebbe capire che la sua azione, diversamente da quella del predecessore in età decemvirale, fosse il contrario di una rottura istituzionale. Pur non meno incisiva, spostando anch’essa equilibri consolidati, senza tuttavia modificare la complessiva gerarchia dei ceti dirigenti romani, in nessun modo riprendeva l’idea di una legge della città che si sovrapponesse e si sostituisse come meccanismo di ammodernamento e di sviluppo, all’interpretatio. In modo più o meno consapevole, le sue aperture avviavano piuttosto il superamento dei tempi morti e del lento filtraggio tipici di un collegio chiuso, con le sue logiche di corporazione, indipendentemente dalla sua stessa composizione sociale, come erano i pontefici. Esse tendevano piuttosto ad avviare ed ampliare un < mercato > , non di cose , ma di giuristi. Che, tuttavia, come sempre in Roma, era un mercato controllato da una logica generale di tipo gerarchico, tale da escludere in partenza qualsiasi forma generalizzata di eguaglianza , secondo gli schemi delle democrazie antiche o moderne. La tradizione ci dice che lo stesso Censore fosse competente nel campo del diritto, sino a essere autore di opere giuridiche. Il ceto di governo romano, agli inizi della sua grande avventura imperiale, si impadronisse del diritte controllo del diritto, più o meno consapevole dell’enorme valore di esso : anzitutto come strumento di governo e di potere. Semmai colpisce la precoce comprensione di come la politica e le forme dell’organizzazione, quindi il diritto , fossero altrettanto essenziali di quanto non fosse la forza delle armi.

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Il ruolo di un aristocratico innovatore come Appio Claudio e, sessant’anni dopo , di un esponente plebeo come Tiberio Coruncanio ci devono inoltre far riflettere sulla coerenza della spinta modernizzatrice del nuovo blocco patrizio – plebeo. La fine del monopolio pontificale, infatti , non segna solo l’inizio di un grandioso processo di crescita dell’ordinamento giuridico romano e del suo supporto tecnico – scientifico . Essa segna anche l’essiccarsi definitivo di ogni potenziale alternativa consistenze in una gestione di tali saperi da parte di un corpo separato di sacerdoti, ciò che in effetti era invece avvenuto in molte altre società antiche. Il processo avviato da Claudio, destinato ad ampliare e rafforzare le competenze chiamate a lavorare nel campo del diritto, non modificava , i rapporti sociali esistenti . La conseguenza e quindi la gestione del diritto, infatti, restò saldatamente nelle mani di quella nobilitas chiamata a regolare e dirigere la vita politica e sociale della città. E qui si realizzò nel corso di alcune generazioni, una singolare selezione per cui il comune accesso alla conoscenza contribuì a ridefinire una gerarchia fondata da un lato sull’autorità sociale ( solo i membri della nobilitas per tutta l’età repubblicana e ancor oltre furono legittimati a tale esercizio ) dall’altro sul personale prestigio e competenza, acquisito, come gli altri aspetti della politica, in concorrenza con i propri pari. La forza dell’oligarchia romana, ciò che ne ha legittimato il ruolo di governo nel tempo , nella sua capacità di raccogliere tutta la forza innovatrice e ammodernatrice dell’operazione di Claudio e dei suoi epigoni, riaffermando così, ed estendendo, la propria presa sul governo della città. Questo è il senso del passaggio dalla giurisprudenza pontificale a quella cosiddetta < laica > , allorché la nobilitas repubblicana cessò ogni delega a un corpo selezionato quali i pontefici, assumendo la diretta gestione di questo delicato settore del sapere.

4. Le regole di un’oligarchia

La maggior parte delle leggi votate nei comizi servirono dunque a perfezionare e a completare l’editto già esistente. La legislazione comiziale romana si è svolta secondo un lungo e relativamente coerente percorso orientato a ridefinire in continuazione l’instabile equilibrio tra organi cittadini. Ma ancora più laboriosa e mai compiuta in un disegno definitivo fu la disciplina dei vari organi costitutivi della repubblica. Lungi dal consistere in un blocco uniforme in cui un insieme di meccanismi istituzionali ha continuato a funzionare secondo le logiche e nella forma predeterminata una volta per tutte, il disegno si è venuto continuamente modificando nel corso di tutta l’età repubblicana, anche con riforme di notevole importanza. Per il senato, si è già detto come si definissero in modo sempre più ripido i criteri di selezione dei nuovi membri, sottraendoli all’arbitrio e all’incertezza delle scelte autoritative dei magistrati. La logica di ciò è evidente , se si considera come fosse sempre molto stretto il controllo senatorio sulla selezione degli aspiranti alle cariche effettuata da magistrati in carica al fine di sottoporre la scelta finale ai comizi. Gli automatismi successivi garantivano, più dell’arbitrio di un singolo censore, le logiche di cooptazione della vecchia oligarchia senatoria. Particolarmente rilevante , ripetuto e continuo fu l’intervento legislativo nei riguardi dei comizi. Qui infatti si provvide, nel corso del tempo, a modificare la stesa composizione delle unità di voto, intervenendo sul numero delle centurie, nonché sull’ordine che presiedeva alla loro consultazione nei comizi. Le votazioni non fossero contemporanee per tutti i distretti di voto : al contrario ciascuna centuria veniva chiamata a votare secondo un ordine predeterminato e legato alla divisione in classi, chiudendosi la votazione una volta raggiunta la maggioranza. Infine nuove norme intervennero più volte , non solo a modificare quest’ordine di voto, ma anche a ridefinire il rapporto tra le centurie stesse e il fondamentale sistema di distribuzione della popolazione per tribù territoriali. Non sempre di queste modifiche e dei criteri di volta in volta adottati riusciamo a farci un’idea chiare in base alle notizie degli antichi. Più sicuri siamo invece sul tipo di innovazioni relative al contenuto delle varie magistrature e al modificarsi delle loro originarie competenze e poteri e, soprattutto, allo stesso percorso stabilito per il cursus honorum del cittadino. Esse appaiono costantemente ispirate alla salvaguardia della natura oligarchica della repubblica. Si trattava pertanto di evitare che la compattezza dell’aristocrazia di governo, fondata su una logica

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essenzialmente paritaria, fosse intaccata dal prevalere di singole personalità politiche troppo forti, che avrebbero potuto squilibrare il sistema afferendo un potere personale. Se dunque il relativo ritardo con cui il giovano romano poteva entrare nell’agone politico, dopo il servizio militare, evidenzia un generico favore per la maturità , se non l’anzianità , diverse sono poi le regole che governano il successivo percorso. I due principi della non duplicabilità delle cariche , almeno negli anni immediatamente successivi a quello in cui si è gestita la magistratura stessa, e gli intervalli di tempo stabiliti tra la scadenza da una data magistratura e la possibilità di presentarsi alle elezioni per una magistratura superiore erano entrambi finalizzati a evitare il concentrarsi di troppo potere, e in un periodo troppo ristretto, nella stessa persona. E proprio nel momento in cui il massimo sforzo militare romano nella seconda metà del III secolo aveva impedito il rispetto di queste regole, maturò la preoccupazione di riaffermarle : la lex Villia annalis, del 180 a.C. ribadì , con l’età minima per l’accesso alle cariche pubbliche, derivata dall’obbligo dei preliminari dieci anni di servizio militare, l’intervallo di due anni tra l’una carica e la successiva. Talché, in età ciceroniana, dopo gli ulteriori interventi normativi, l’età per accedere all’edilità curule era di 37 anni , 40 per la pretura, 43 per il consolato, mentre derivava verosimilmente dall’intervento di Silla il criterio dei 31 anni per la nomina questore. Certo, tutta la storia della repubblica , a ben vedere, anche gli anni del suo massimo splendore , è stata caratterizzata dalla presenza di fortissime personalità politiche che sembrano dare una fisionomia particolare a certi periodi di tempo, a certe fasi storiche Ma esse, pur , talora, assumendo posizioni e coprendo cariche anche in temporanea difformità delle regole esistenti in ordine al cursus honorum o in ordine alla gestione dei vari poteri, appaiono sempre rientrare all’interno di un sistema , non giunsero mai a creare squilibri permanenti tra i poteri e gli organi della repubblica.

CAPITOLO OTTAVO : L’EVOLUZIONE DEL DIRITTO ROMANO E GLI SVILUPPI DELLA SCIENZA GIURIDICA

1. I giuristi e il diritto privato

Il fondamento del ius civile romano è da identificarsi nei mores e nella legge delle XII Tavole. Ma si è anche già sottolineato come, nella concreta applicazione di questo corpo vetusto di regole, fosse stato a lungo determinante il ruolo assolto dal collegio pontificale. Assai più tardi, in età imperiale, i giuristi teorizzeranno la complessa fisionomia di quel diritto da essi studiato e straordinariamente sviluppato. Così Gaio , un giurista del II secolo d.C. , affermerà che il < diritto del popolo Romano consiste nelle leggi , nei plebisciti , nei senatoconsulti, nelle costituzioni imperiali , negli editti di coloro che hanno il ius edicendi, e, infine, nei pareri degli esperti : i responsa prudentium >. Alla sua epoca, in effetti, il substrato consuetudinario del diritto romano, gli antichi mores , era ormai da secoli totalmente assorbito all’interno del valore fondante delle XII Tavole, per eccellenza le < leggi > della città, e dell’interpretatio dei giuristi. In effetti è attraverso il lavoro di riflessione e delle opere della giurisprudenza che si trasmetterà la conoscenza del diritto cittadino, il ius civile. Ha un enorme rilievo , in questa vicenda, il passaggio da un sapere monopolizzato da un gruppo chiuso di specialisti , i pontefici , a una elaborazione svolta in un contesto diverso e più < moderno >. Ciò avvenne tra la fine del III e i primi decenni del II secolo a.C. , con le prime generazioni di giuristi < laici > . All’antico carattere sapienziale e autoritativo della tradizione pontificale si sostituì un più avanzato livello di razionalità , con il costante controllo dei procedimenti argomentativi e delle soluzioni prospettate da parte di una nuova e più vasta comunità costituita da tutti i conoscitori del diritto. Costoro furono così in grado, non solo di estendere a dismisura gli spazi e i tipi di relazioni governati dal diritto, ma soprattutto di elaborare un insieme di procedimenti logici, di verifiche pratiche e di astrazioni concettuali che costituiscono il sostrato di quella vera e propria < scienza > del diritto , sviluppatasi in Roma , per la prima volta nella storia del mondo antico. Il punto di partenza, di questo processo risale alla censura di Appio Claudio , prima, al pontificato di Tiberio Coruncanio poi, il primo pontefice plebeo ( nel 330 una lex Ognulnia aveva completato il

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processo di parificazione dei due ordini, ammettendo i plebei ai collegi sacerdotali ). Questi infatti, nel 254 a. C. , rendendo pubbliche le sedute dei pontefici, permise che, anche al di fuori del ristretto numero dei membri di quel collegio, altri acquisissero la conoscenza dei contenuti e la comprensione dei metodi applicati dagli stessi pontefici. Divenne allora possibile anche per altri cittadini dedicarsi allo studio e all’interpretazione della tradizione giuridica romana. . Con la definitiva e sistematica affermazione di queste nuove tendenze, in età postannibalica, si imposero, al di fuori di esso, le prime grandi personalità di giuristi ( che solo in alcuni casi rivestirono anche la carica di pontefice ), iniziando una riflessione sistematica sulle norme, sugli istituti e sulle forme processuali. Si trattava di un lavoro a metà teorico e a metà pratico, che si aggiunse e poi si sostituì a quello dei pontefici nell’assistere e orientare i propri concittadini : consigliandoli sugli atti giuridici da stipulare ( cavere ), aiutandoli nell’interpretare situazioni legali oscure e incerte ( rispondere ) e assistendoli negli eventuali litigi ( agere ). I giuristi ricevevano nelle proprie abitazioni amici, clienti , ma anche estranei che necessitavano di un parere legale, largendo consigli e assistenza. Gli incontri erano un aspetto della vita sociale e ovviamente, pubblici : pubblici i consigli e le spiegazioni. Così intorno ai più brillanti e autorevoli tra questi specialisti, da cui si andava per un parere, ma anche per istruirsi , si costituì un pubblico di auditores. E tra costoro , nascevano interessi e vocazioni, si formavano allievi che imparavano il modo di ragionare del giurista già affermato , comprendevano il procedimento utilizzato per giungere a certi risultati, acquisivano la conoscenza di tradizioni legali consolidate e di leggi. Diventavano insomma, essi stessi , nuovi giuristi. Nel tramonto della scienza pontificale dovette giocare un ruolo non marginale la progressiva diffusione della scrittura. Certo , essa risale già alla Roma del VI secolo a.C. , com’è pacifica la redazione scritta delle XII tavole. Tuttavia la stessa formulazione delle norme in esse contenute, funzionale alla memorizzazione ( e Cicerono ci informa che, ancora ai suoi tempi i ragazzi dovevano imparare a memoria le intere XII Tavole ), insieme all’accentuato ritualismo di tutte le più antiche forme giuridiche romane e all’insistita presenza di testimoni fa pensare più a una durevole rilevanza dell’oralità che non all’uso di documenti scritti. E’ almeno verosimile che anche molti dei procedimenti e delle soluzioni perseguite dal pontefice, seppure schematicamente registrate in testi scritti, si fondassero, almeno in parte, sulla memoria del gruppo. Già nel III secolo a.C. , e più ancora nel successivo, intervenne tuttavia un notevole ampliamento delle forme scrittorie . E’ allora , in tale mutato contesto, che la nobilitas laica si impadronì di questa sfera del sapere pratico, iniziando a produrre testi scritti in cui si conservava memoria dei casi e delle soluzioni già discusse e delle proposte avanzate dall’uno o dall’altro giurista. La raccolta di questi testi iniziò così a circolare, contribuendo all’accumulazione di un sapere trasmesso nel corso delle generazioni , con le inevitabili selezioni, consolidamenti, e ulteriori innovazioni. D’altra parte lo scritto, invece della sola memoria, favoriva anche una nuova articolazione del pensiero, la stesura di ragionamenti più complessi. Al carattere oracolare e apodittico del parere pontificale si sostituì così la discussione e il ragionamento di cui restava ricordo scritto. Si aprì allora la lunga strada della costruzione intellettuale e di un sistema di governo dei rapporti sociali che ha impastato di sé la storia della civiltà europea. Questo lavoro di riflessione sul diritto romano da parte dei pontefici prima, della scienza giuridica laica in seguito significa che,fintanto che i primi erano stati i depositari anche della conoscenza delle norme, totale era stata la loro autorità nell’interpretarne il contenuto e la portata. Anche alla luce delle pratiche più tarde, pur presenti ancora nei giuristi tardo repubblicani , è verosimile che il punto di partenza del loro lavoro consistesse nella determinazione precisa della portata delle antiche formule legislative e negoziali. Anzitutto la comprensione e spiegazione del significato letterale delle parole in esse impiegate : interpretazione non facile, per l’oscurità della lingua arcaica di molte delle antiche norme, ma , soprattutto, non neutrale perché , in molti casi, attraverso nuovi e modificati valori attribuiti al singolo vocabolo o alla frase , si poteva innovare e modificare il valore immediato e l’originaria portata delle norme. Da questo punto di partenza il controllo pontificale si spinse più in là di quest’ambito allorché , molto liberamente e con

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intelligenza creativa, innovò il contenuto ed estese o mutò l’ambito di applicazione dei singoli negozi e dei vari istituti giuridici. Non vi è praticamente norma nelle XII Tavole che non richiedesse e non rendesse possibile un insieme di interpretazioni sempre più complesse e innovative man mano che le arcaiche forme del diritto antico si rivelavano di per sé insufficienti a disciplinare una realtà sociale ed economica in rapido sviluppo. Strumenti essenziali di questa prima fase dell’esperienza giuridica romana furono anzitutto l’utilizzazione su vasta scala delle finzioni giuridiche e dell’analogia. Nuovi risultati si realizzavano appunto modificando consapevolmente il significato e la portata di un istituto per giungere a conseguenze del tutto diverse da quelle ordinarie. Nella stratificazione del sistema giuridico romano incontriamo così, in modo pressoché sistematico, la distorsione consapevole dell’originaria finalità di antichi istituti per giungere a risultati affatto nuovi. Ad esempio utilizzando il divieto di abusare del potere di vendita del figlio sancito dalle XII Tavole ( che stabilivano un limite al numero di vendite effettuate da parte del pater , superato il quale costui perdeva la sua potestas sul figlio ), per creare il nuovo istituto dell’emancipazione : una serie di vendite fittizie con cui il padre liberava volontariamente il figlio dalla sua potestà. Ma si pensi ancora alla molteplice applicazione, sicuramente gestita dai pontefici , di falsi processi, concordati tra le parti, per giungere a conseguire una pluralità di risultati : dal trasferimento della proprietà, all’adozione di un figlio o alla liberazione di uno schiavo. E il collegio pontificale egualmente deve anche essere intervenuto a progettare la norma decemvirale che ammetteva la temporanea assenza della moglie dalla casa maritale, in modo da scindere un legittimo matrimonio, valido secondo il diritto civile, dal pesante potere patriarcale del marito, in origine indissolubile dal matrimonio stesso. Egualmente si finse di < vendere > un patrimonio, quando in verità si voleva lasciare il medesimo, dopo la propria morte, ovviamente a titolo gratuito, a un successore : l’erede. In altri casi invece si trattava di utilizzare uno schema già esistente nell’esperienza giuridica romana per estendere l’efficacia rispetto a situazioni similari, anche se non originariamente previste. Con la < laicizzazione > della scienza giuridica venne meno l’originaria forza cogente del sapere pontificale che scioglieva difficoltà e dubbi, esprimendosi con soluzioni univoche e in forma definitiva. Proprio perché i pareri non provenivano più da un’autorità unica ma da una molteplicità di individui appartenenti al ceto dei giuristi, prese forma una nuova fisionomia del diritto , concepito come ius controversum. Un diritto in cui l’effettiva portata e significato stesso delle regole, il suo modo di funzionamento, non tendevano a sostanziarsi in forma chiara e conclusiva, ma derivavano da un continuo e sempre rinnovato dibattito tra gli specialisti. Prevalevano di volta in volta le idee e interpretazioni più convincenti , le soluzioni proposte dalle personalità più autorevoli. Autorevolezza, del resto, determinata essenzialmente dal consenso degli altri giuristi e dall’opinione pubblica, secondo una logica destinata a persistere per tutta la restante età repubblicana e durante il principato. Certo , in tal modo, sussistevano margini relativamente ampi d’incertezza circa le soluzioni di ciascun caso pratico e conseguentemente, circa i criteri di comportamento che doveva assumere il cittadino sia in ordine a possibili accordi e nuovi affari giuridici, sia intorno alla legittimità di una pretesa avanzata da lui o contro di lui, sia intorno alla sfera di poteri che i vari diritti di sua pertinenza gli potevano assicurare. In verità ciascuno, ma anche lo stesso magistrato nella sua azione giurisdizionale, doveva orientarsi rispetto a un insieme di opinioni, talora piuttosto contraddittorie e quasi mai uniformi, sostenute dai giuristi in relazione alle varie questioni loro sottoposte. Ma questo è appunto il carattere < controverso > del diritto romano identificabile in un corpo di soluzioni adottate dai vari giuristi, in relazione a un’infinità di casi , e nel corso di più generazioni. Certo , un’idea semplificata di < certezza > veniva così sacrificata a favore di una dialettica in incessante sviluppo. Questo, lungi dall’indebolire, accentuò il prestigio dei giureconsulti, fondato sulla loro continua attenzione alla coerenza logica delle soluzioni adottate rispetto alle premesse, sul rigoroso rapporto tra la < regola > astratta e la portata precisa del caso da risolvere e soprattutto sull’ininterrotta verifica dei risultati di volta in volta conseguiti. Un meccanismo del genere sorse e si sviluppò essenzialmente sotto lo stimolo di nuovi casi continuamente sottoposti all’attenzione e alla

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valutazione dei giuristi. Questi, a loro volta, furono poi da essi utilizzati in via autonoma come palestra per nuove elaborazioni ; talora i casi stessi furono inventati, onde verificare la validità e la portata delle soluzioni già adottate o addivenire ad altre alterntive. Questo modo di lavorare riguardava essenzialmente problemi specifici, impegnandosi raramente in enunciazioni di carattere generale sulla base di presupposti teorici esplicitamente individuati. Sin dalla prima età di questa nuova fioritura scientifica possiamo cogliere gli indizi di una forza creativa che, probabilmente, non era stata così evidente , forse neppure così presente, nella fase precedente. Basti pensare che le prime generazioni di giuristi laici ( così si indicano questi nuovi cultori del diritto estranei al collegio pontificale ) vennero a creare , con la loro riflessione, nuovi istituti del diritto civile, nuove categorie di diritti e nuove relazioni, completamente al di fuori di ogni normativa legale e assolutamente estranei all’insieme di regole introdotte dalle XII Tavole. Questo ad esempio è stato il caso del rivoluzionario riconoscimento di situazioni giuridiche destinate a limitare l’antico diritto di proprietà e il cui contenuto consisteva in un insieme di facoltà per l’appunto inerenti a questa stessa proprietà . Ci si riferisce all’usufrutto e alle servitù prediali, introdotte sicuramente tra la fine del III e la prima metà del II secolo a.C.e tutelate mediante actione in rem. Ma ancor più innovativo appare il riconoscimento intervenuto , sulla base di un formidabile sforzo teorico, con la netta distinzione della nozione del possesso da quella del diritto corrispondente, la proprietà. Un’operazione che molte altre esperienze giuridiche non hanno mai realizzato appieno e che, giù nel III secolo a.C. era acquisita dai giuristi romani. Si pensi infine al ruolo che questi giuristi dovettero giocare, insieme al pretore, nell’elaborare il nuovo sistema processuale destinato a obliterare le antiche e rigide legis actiones . Ma non meno importante fu l’attività interpretativa dispiegata nel campo degli illeciti extracontrattuali e , successivamente, il ruolo dei giuristi nella creazione dei contratti consensuali. Praticamente non vi è un campo in cui l’intervento dell’interpretazione della giurisprudenza laica non abbi innovato radicalmente, introducendo nuove regole e istituti fondati appunto su null’altra autorità che il proprio prestigio. Per questo dobbiamo ricordare che, quando parliamo dell’< interpretazione > dei giuristi romani, usiamo un termine che, nel suo significato corrente , è ampiamente inadeguato a farci cogliere appieno la forza creatrice di questo lavoro. D’altra parte non tutti i pareri e le soluzioni già date e ricordate dalla ristretta cerchia di giuristi erano d’egual valore e avevano un analogo peso nell’orientare privati , magistrati e giudici nella pratica legale. Giacché il parere dell’uno pesava più di quello dell’altro giurista, la soluzione proposta da quello si imponeva non solo per la sua intrinseca validità , ma anche per l’indefinibile e impalpabile, ma efficace , autorità del suo autore. Come in tutte le aristocrazie era un modo di pari, quello dei giuristi, dove non esistevano gerarchie formali, non vi erano carriere interne , né valutazioni < oggettive > , concorsi, esami , punteggi e quant’altro. Ma proprio per questo, quanto più indefinita era la dimensione dell’autorità intellettuale che disegnava e ridisegnava in continuazione gerarchie e spazi d’influenza , tanto più incisivo era l’effetto di questa autorità. Si primeggiava perché si era legittimati solo ed esclusivamente dai membri di questo gruppo ristretto , auto selezionato e volontariamente coeso. E più il procedimento seguito dall’uno dava luogo a risultati utili e convincenti, più le sue successive soluzioni finivano con l’essere recepite per la mera autorità già conseguita , non di rado senza che di esse si rendessero esplicitamente neppure le giustificazioni razionali che pur le avevano ispirate.

2. Il pretore e l’innovazione del processo civile romano

Sin dalla sua istituzione, il pretore, come del resto gli altri magistrati com imperio , era caratterizzato da una forte autonomia rispetto all’ordinamento esistente. Caratere che si accentuò notevolmente allorché si modificarono i meccanismi che avevano presieduto sin dall’origine all’interpretazione e all’applicazione del diritto vigente. Per diverso tempo si era posto un serio limite tuttavia a questo processo innovativo : esso era rappresentato dalla rigidità e dal formalismo dell’antico processo romano per legis arcione. L’esistenza di circoscritti e predeterminati schemi verbali con cui si dovevano esprimere le pretese processuali bloccava l’ampliamento delle possibili pretese dei litiganti a situazioni non previste dalle forme arcaiche , vincolando la capacità innovativa della

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giurisprudenza e la libertà del pretore. D’altra parte non si deve dimenticare che, almeno sino alla seconda metà del III secolo a.C. ; egli avesse continuato ad avvalersi della consulenza dei pontefici. Ora , per la sua stessa natura e la sua storia, questo collegio, per quanto capace d’innovare e di adeguare, con la sua interpretatio , le antiche forme legali alle nuove esigenze, era condizionato da una visione più o meno accentuatamente tradizionalista. Per questo, dunque, la perdita dell’antico monopolio pontificale nella conoscenza e nell’elaborazione del diritto, affermando un sapere giuridico più aperto dovette favorire il ruolo innovatore del pretore. Gli furono infatti forniti allora gli strumenti concettuali per costruire nuovi meccanismi processuali, ché questo era il campo specifico di sua competenza, in grado di adeguare le antiche forme legali alle nuove esigenze economico – sociale e a più progrediti valori di equità. I limiti e le rigidità dell’antico processo civile vennero così progressivamente aggirati, sino alla definitiva obliterazione dell’antico sistema delle legis actiones. Era un rapporto stretto, questo, tra i pretori e il nuovo ceto dei giuristi, giacché anche nel caso non infrequente in cui codesti magistrati fossero privi di specifiche competenze nel campo del diritto, essi si avvalessero del loro consiglio ed assistenza. Del resto alcuni di questi giuristi dovettero assai di frequente far parte di quel consilium di cui il pretore, come ogni magistrato com imperio, secondo la prassi romana, si avvaleva. Per questo Gaio poteva legittimamente annoverare i responsa dei prudentes, cioè l’insieme dei pareri dei giuristi , come una delle fonti del diritto romano : dei iura populi Romani. Era infatti essenzialmente il consenso dei principali giuristi introno alla esistenza di un dato istituto e alla sua disciplina , a sancire la legittimità . Così sono avvenute, negli ultimi due secoli della repubblica, le grandi innovazioni e l’arricchimento di interi settori del diritto , nonché la sostituzione dell’antico sistema processuale , anche se, in tal caso , l’azione dei giuristi venne poi rafforzata e resa definitiva con ulteriori interventi legislativi. E di nuovo , a tal proposito , torniamo alla grande stagione delle innovazioni costituita dal III secolo a.C. Allora infatti si imposero alcuni dei presupposti che contribuirono in modo determinante al superamento di tale situazione. Fu infatti in quella fase di straordinaria crescita politico militare, ma anche economica e culturale, di Roma che un numero sempre maggiore di stranieri, per i più diversi motivi , fu attratto in quella che ormai era divenuta una delle principali città del Mediterraneo. La maggior parte di essi non era titolare del ius commercii con i Romani , ma egualmente, nella sua vita quotidiana e nei suoi rapporti commerciali necessitava di una protezione giuridica. Che doveva dunque esser fornita al di fuori delle regole e delle forme del ius civile dal quale costoro erano esclusi e, conseguentemente , anche al di fuori degli schemi delle corrispondenti legis actiones. Ciò avvenne a opera del pretore, con procedimenti nuovi, fondati sul suo potere di iurisdictio, e investendo una serie sempre più ampia di questioni e litigi secondo criteri che poteva prescindere dagli schemi propri del ius civile, ispirati a una logica più immediatamente equitativa , più semplici e accessibili a soggetto appartenenti a culture giuridiche diverse. L’importanza di tale nuovo settore della vita giuridica fu tale da rendere necessario, nel 242 a.C. , la creazione accanto al vecchio pretore ( da allora disegnato come urbanus : < cittadino> ) , di un nuovo pretore che avesse competenza specifica sui litigi tra stranieri o tra stranieri e Romani : il praetor peregrinus. Ciò, a sua volta, accentuò ulteriormente lo sviluppo di quelle forme di litigio sottratte alla logica delle legis actiones, a tutela di situazioni giuridiche nate dalla pratica commerciale e fondate sulla buona fede delle parti. Si trattava di un insieme di rapporti nuovi, estranei al formalismo dei negozi del diritto civile e a quelle strutture patriarcali , l’esaltazione dello status di pater familias, di proprietario, di cittadino , che dominava tuttora l’antico ius civile. Dove l’accordo, la < stretta di mano> diveniva il momento centrale , di fronte al rispetto delle procedure, alla rigidità di atti o di frasi cariche di parole arcaiche che il diritto civile richiedeva fossero rispettate perché certi effetti legali avessero luogo e che , comunque pronunciate , divenivano vincolanti. Tra l’altro , si crede che proprio in questo campo, per la sua estraneità assoluta alle forme del ius civile, più rapidamente lo stesso pretore si sia potuto svincolare dall’ipoteca dei pontefici, saldandosi invece alle prime esperienze della giurisprudenza laica. Questa procedura più semplice e priva di formalismi, dall’ambito originario di applicazione nei litigi con o tra peregrini, si estese ben presto anche ai rapporti tra Romani, sempre più insofferenti

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degli arcaici e ormai inutili rituali. Verso la fine del III secolo a.C. , proprio sulla scorta dell’esperienza già acquisita con gli stranieri e dopo l’estensione delle nuove forme di protezione giuridica e delle più informali situazioni legali tutelate dal praetor peregrinus agli stessi Romani , erano maturi i tempi per una svolta ulteriore. Ebbe inizio allora il generalizzato tramonto delle legis actiones. Tra la fine del terzo e la prima metà del II secolo a.C. fu gradualmente introdotto un nuovo tipo di processo. Esso è designato come il < processo formulare> perché fondato su < formule >, predeterminate in modo circostanziato, che il pretore rilasciava alla fine delle discussioni preliminari tra le parti, svoltesi davanti a lui, e che riassumevano e richiamavano il contenuto preciso delle opposte pretese legali e fornivano al giudice – vincolandolo, i criteri da seguire nel decidere della controversia, accertando la verità materiale dei fatti addotti dalle parti. La struttura di queste formule e il loro contenuto prescittivo potevano variare all’infinito , adeguando quindi la rigidità e l’astrattezza delle antiche regole alla varietà dei casi pratici e alla capacità di progresso della riflessione dei giuristi. Era così assicurata al magistrato giusdicente una libertà assai maggiore d’impostare il processo in modo aderente alla sostanza del conflitto tra le parti ed al contenuto effettivo delle loro pretese. Ma soprattutto, ora , il pretore poteva attribuire un peso adeguato , ai fini della decisione, a elementi di fatto, rilevanti sotto il profilo della giustizia sostanziale, che l’astrattezza delle legis actiones aveva invece impedito di prendere in considerazione del dibattito processuale. Questo nuovo processo costituiva , a sua volta, un passo fondamentale ai fini di un ruolo assai più pregnante della stessa giurisdizione pretoria. In tal modo infatti veniva integrato e in parte superato, senz’essere peraltro cancellato, il patrimonio giuridico ancestrale, i mores e le XII Tavole , fondamento del ius civile, con quel duro formalismo e la rigidità di struttura degli istituti arcaici che nessuna interpretazione giurisprudenziale avrebbe potuto superare. Avvalendosi della libertà concessagli dagli strumenti processuali nuovi che egli stesso si era venuto forgiando, il pretore poté ampliare gli spazi della sua tutela. Da un lato egli fu infatti in grado di fornire protezione ai privati, anche in assenza di una norma del diritto civile romano a loro favore, ove motivi di equità lo avessero richiesto. Dall’altro egli poté rifiutarsi di fornire protezione giudiziaria a certi < diritti> , attribuiti ai singoli dalla logica degli istituti civilistici, ma chiaramente contrari al senso di giustizia ormai assai più raffinato affermatosi in una società più evoluta. Si trattò di processi innovativi, agevolati dalla precedente sperimentazione da parte del praetor peregrinus. E’ in questo contesto che assume un valore molto forte , a indicare insieme un valore di riferimento del pretore e un criterio – giuda per la giurisprudenza , il termine aequitas, intraducibile con la nostra < equità > : esso infatti evoca anche l’idea di un’eguaglianza tra le parti che la soluzione adottata doveva rispettare.

3. L’editto del pretore, il < ius gentium > e il < ius honorarium>

Nel tempo , i criteri sostanziali cui il pretore si atteneva in questa sua nuova attività giurisdizionale, pur derivando dalla soluzione di casi concreti e di situazioni nuove, vennero coagulandosi in regole e prescrizioni generali. In effetti una delle facoltà proprie dei magistrati superiori , com imperio , era quella di emanare degli editti contenuti delle prescrizioni da rendere note a tutta la popolazione. Così avvenne per le nuove forme di protezione giuridica : il pretore unico, prima, e poi i due pretori separatamente, ciascuno con un proprio editto, all’inizio del loro anno di carica, rendevano noto quali situazioni, non rientranti nella disciplina del ius civile , avrebbero trovato tutela da parte loro, e in che modo. Le regole elaborate dal pretore peregrino, che costituivano un vero e proprio corpus di istituti e diritti nuovi e diversi da quelli riconosciuti dal diritto civile, furono considerate come proprie di un < diritto di tutti gli uomini> ius gentium. I vantaggi assicurati dall’elaborazione di queste nuove e più flessibili regole di condotta e delle correlate situazioni giuridiche non restarono però confinati ai soli rapporti tra stranieri o tra stranieri e romani, estendendosi, a tutti i cittadini. In tal modo la specifica esperienza del praetor peregrinus contribuì ad arricchire lo stesso patrimonio giuridico

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romano, di cui il ius gentium venne a far parte a tutti gli effetti. Più tardi la riflessione filosofeggiante di qualche giurista romano identificò questo ius gentium con la parte comune ai diritti positivi delle varie società. Ma codesta specie di comparazione giuridica ante litteram è sicuramente una costruzione tardiva e posticcia, giacché la genesi di questo settore del diritto romano è interna all’esperienza romana. Certo, essa derivava dall’esigenza di fornire tutela a uomini appartenenti a esperienze giuridiche diverse, adeguandosi alla loro cultura e talora recependo anche pratiche mercantili diffuse nel bacino mediterraneo o comuni ai popoli italici, di cui molti elementi potevano essere presenti in Roma. Necessità elementare di tutti gli ordinamenti cittadini, in un quadro dove circolavano ampiamente uomini e cose, era quella di tutelare il valore degli accordi pacificamente stipulati, garantirne i risultati privilegiando la buona fede ed evitando ogni formalismo, del resto impossibile proprio per il carattere < promiscuo > ( sotto il profilo dei diritti d’appartenenza ) delle parti negoziali. Del resto le origini di questo sistema risalgono alla prima età repubblicana. Malgrado l’importanza di tali sviluppi, è però indubbio che incidenza ancora maggiore, sulla storia del diritto romano , ebbe l’ulteriore innovazione dell’introduzione del processo formulare. Questo infatti fu lo strumento fondamentale che permise al pretore di esplorare precocemente i grandi spazi che il suo imperium / iurisdictio magistratuale gli apriva. Dove egli era veramente il < sovrano > ( solo soggetto a un controllo equitativo o politico dei suoi consociati, eventualmente paralizzabile nella sua azione dall’intercessio di un console, di un collega o di un tribuno, oppure chiamato a rispondere delle sue azioni successivamente alla fine della sua carica ). Il pretore, non era il < servo della legge >, e pertanto poteva evitare di applicarla o poteva intervenire a condannare o ad assolvere anche in casi che la legge non prevedeva, se il senso comune di equità e le esigenze materiali di fronte a cui si fosse trovato avessero consigliato tali soluzioni. Di fatto, seppure sul piano eminentemente processuale, era un nuovo diritto che si sovrapponeva e correggeva, integrandolo, l’antico ius civile. Anche attraverso nuovi strumenti che il pretore veniva forgiando. Ad esempio un tipo di litigio che , già prima del processo formualre a partire dal III secolo a.C. , venne introdotto mediante una scommessa che i litiganti erano costretti a stipulare tra loro dal pretore onde accertare la verità di una loro pretesa giudiziale ( ager per sponsionem), superando così i vincoli e le rigidità delle stesse legis actiones. Vanno inoltre ricordati gli ordini del pretore contenuti negli interdetti ( una specie di procedimento sommario e di urgenza, anch’esso già definito nel II secolo a.C. e volto a tutelare situazioni non configurabili come diritti individuali ), nonché le stipulationes e le cautione. Con queste egli poteva costringere i litiganti, in via pregiudiziale, a fornire garanzie e ad assumere specifiche obbligazioni processuali per conseguire risultati lontani dal diritto civile, ma conformi a criteri di giustizia sostanziale. Così come formidabile mezzo d’innovazione era il potere di non ammettere una pretesa processuale pur legittima secondo lo stretto diritto civile ove ostassero motivi d’equità sostanziale o , addirittura di imporre al giudice di utilizzare, come se fossero intervenuti , di fatti non veramente esistenti ( actiones ficticiae) o di giudicare a favore dell’attore sulla base di fatti di per sé irrilevanti per il diritto civile ( actiones in factum). Questa vasta gamma d’interventi, se derivava dalla sfera di sovranità del magistrato, non esprimeva certo un suo arbitrio personale ; una sua privata alzata d’ingegno . Era qualcosa che, dopo i primi tempi, era previsto e atteso. Né il successore di un pretore che aveva bene amministrato la giustizia, ricevendo consenso dalla comunità , aveva interesse ad azzerare il già fatto : lo recepiva integralmente , modificando qualcosa che non andava, introducendo qualche altra novità che sembrava utile e necessaria. Così l’editto del pretore di anno in anno , veniva ripubblicato dal nuovo magistrato , conservandosi e completandosi nel tempo. Certo potevano, porsi al pretore, nel corso del suo anno di carica, nuovi problemi non preventivamente previsti nel suo stesso editto e non regolati dall’antico ius civile. In tal caso egli poteva assumere qualche nuovo provvedimento con un decreto appositamente assunto. Questo, a sua volta, se si fosse rivelato efficace, poteva successivamente essere inglobato organicamente nel nuovo editto emanato dal suo successore. La rivoluzione introdotta dalla giurisdizione del pretore urbano come di quello peregrino, non avvenne seguendo la logica di una giustizia < caso per caso> e incapace quindi di assurgere a regola generale di condotta del magistrato, conoscibile sin da prima da tutti gli interessati. Ciò sarebbe

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stato contrario , non solo al persistente formalismo dei Romani, ma anche alle stesse generali esigenze di equità e di giustizia che si voleva privilegiare. Gli editti emanati da tali magistrati , le cui previsioni sempre più articolate e sempre più numerose, divennero nei fatti un nuovo corpo normativo. Romani e stranieri sapevano che, anche rispetto al diritto civile, l’editto del pretore innovava nella sostanza e prevaleva, giacché , senza protezione processuale, il diritto , in sé , valeva poco, potendo realizzarsi solo per il buon cuore della controparte, non per la forza di una sentenza. Accanto al sistema del diritto civile si venne così affermando un nuovo sistema di regole , che non potevano abrogare quello, ma che con quello coesistevano in modo sostanzialmente autonomo : il < diritto pretorio>, il ius honorarium ( e del resto , nella logica romana, neppure la sovranità della legge abrogava formalmente il vecchio ius ) . Fu questa singolare articolazione dei processi normativi a rendere possibile l’enorme e relativamente rapido sviluppo del sistema del diritto romano in funzione delle grandi trasformazioni economico – sociale iniziate all’epoca delle guerre puniche. Va ricordato che, oltre al pretore, anche altri magistrati aventi competenze giurisdizionali hanno emanato editti di un certo rilievo, anche se minori rispetto a quello pretorio, nell’evoluzione giuridica romana. Si tratta anzitutto degli edili curuli, che, erano preposti al controllo dei mercati cittadini e, in quell’ambito, erano titolari di una limitata giurisdizione. In secondo luogo, dei governatori provinciali, chiamati ad amministrare la giustizia nelle loro province, e che nel loro editto fissavano i criteri cui si sarebbero attenuti nel corso della loro carica. A partire dal II secolo a.C. sono ormai evidenti due logiche parallele su cui si struttura l’intero ordinamento giuridico romano : da una parte il < diritto > in senso stretto : le norme del diritto civile, esclusive dei cittadini romani, dall’altra il < diritto onorario> , non meno efficace , ai fini pratici, delle regole del diritto civile, ma fondato esclusivamente sul potere magistratuale e illustrato dall’editto pretorio. Questa dictonomia resterà , seppure in condizioni profondamente mutate , per tutto il corso della vita del diritto romano, sia nella tarda repubblica che nell’età del principato. E’ indubbio che essa avrebbe potuto ingenerare più di una difficoltà se , in concreto, tali processi non fossero stati governati in modo profondamente unitario dalla cooperazione tra magistratura giusdicente e scienza giuridica laica. In questa fase nuova, infatti, se ormai è del tutto obliterato l’antico rapporto di dipendenza del pretore dal sapere autoritario ed esclusivo dei pontefici, il suo ruolo è nondimeno profondamente intrecciato al lavoro dei giuristi. E’ in questa oggettiva convergenza di funzioni apparentemente molto diverse e di ruoli distinti che si è realizzato il punto di sutura tra i due sistemi del ius civile e del ius honorarium.Senza la sanzione processuale assicurata dal pretore l’interpretazione giurisprudenziale delle regole del ius civile, elaborata dai giuristi difficilmente avrebbe portato alle profonde innovazioni effettivamente verificatesi. A lui infatti incombeva l’onere di concedere una formula processuale atta a recepire o a non escludere la soluzione del problema giuridico proposta dai giuristi. D’altra parte, non solo nella stessa elaborazione del contenuto dell’editto e nella concreta condotta processuale, l’azione dei magistrati, talora del tutto incompetenti in materia legale, fu assistita dai giuristi. Costoro vennero anche, se non soprattutto , operando nei riguardi del corpo normativo costituito dalle previsioni edittali, relative alle fattispecie variamente tutelate, lo stesso insieme d’interpretazioni che già in relazione al ius civile era divenuto il medium tra la domanda di giustizia della società e < il > diritto romano.

4. La scienza giuridica romana come sapere aristocratico

L’evoluzione del diritto privato romano era sottratto al diretto intervento della comunità politica. Ciò significa che la maggior parte delle regole che disciplinavano la vita dei cittadini nella sfera giuridica privata non derivava da una delibera dell’assemblea cittadina. E’ questo uno degli aspetti dove si può cogliere con la massima evidenza la singolare natura della società romana. In essa infatti vediamo operare nel corso dei secoli e malgrado tutti i rivolgimenti politici e le lotte di ceto, una delega mai discussa, priva a un collegio religioso , e poi a una comunità di sapienti , di un grandissimo potere : quello di enunciare ciò che è < il diritto > della città nella sua applicazione concreta.

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La legge , sia quella generale e fondante identificata nelle XII Tavole, sia la singola norma particolare era senz’altro fonte del diritto , concepita come vincolante per l’intera comunità. Ma accanto, quasi a dire , < sopra > di essa, si poneva l’interpretatio dei giuristi: senza di essa la norma, sovente nel suo arcaismo anche linguistico, nella sua povertà strutturale e definitoria, sarebbe restata inoperante, o avrebbe avuto ben altre e più circoscritte applicazioni. Gran parte del diritto vigente nelle varie società europee era redatto in testi scritti in latino, lingua estranea alle lingue correnti e in nessun modo ancora < codificato> in testi unitari. Ancor meno questo vale per Roma : giacché il diritto di fronte all’oscurità e genericità delle norme delle XII Tavole che lo interessava, di fronte allo schematismo di una legge successivamente votata dai comizi, dipendeva subito dalla mediazione autoritaria di un sapere specialistico : quello dei pontefici, prima, quello dei giuristi < laici >, in seguito. In effetti la iurisdictio magistratuale e la legge comiziale intervenivano più < in parallelo> che con una funzione esplicitamente abrogativa del vecchio ordinamento .Ne conseguiva che l’unico fattore che poteva incidere direttamente sulla portata delle regole del ius civile era l’interpretatio dei giuristi. Interpretatio che, non a caso, abbiamo visto indicare come fonte autonoma di diritto. Essa era pertanto l’unico strumento capace di penetrare più a fondo nel corpo duro dell’antica tradizione consolidatasi nella sacralità del ius civile. Un potere dunque assai grande, che non era nelle mani del popolo adunato in comizio né affidato al potere sovrano del magistrato elettivo, ma delegato a un corpo di sapienti. D’altra parte, a guidare la nostra comprensione dell’intima fisionomia di questo sistema e il suo vero carattere, non si deve dimenticare una cosa. E cioè che i saperi e i poteri istituzionali che servivano a gestire e controllare questi fondamentali aspetti della vita sociale e politica restarono per secoli eslcusivamente nelle mani dell’aristocrazia romana. Sulla selezione delle magistrature repubblicane, in buona parte monopolizzate dalla nuova nobilitas . A ciò fu riscontrato il fatto che, sino alla prima età del principato, la scienza giuridica si si sa anch’essa identificata integralmente con questa stessa nobilitas. Come d’abitudine per questo tipo di aristocratici, l’attività da essa svolta al servizio dei cittadini, consigliarli negli affari legali, assisterli nel’impostare le possibili controversie e risolvere i loro dubbi, che i Romani riassumevano con i tre verbi, cavere, agere e respondeer, era effettuata gratuitamente. Per allargare la cerchia di amici, alleati e clienti chiamata poi in ausilio, al momento del voto elettorale, a supporto dei propri ruoli nella politica cittadina. Era questo un lavoro che non disonorava il cittadino di rango , anzi gli permetteva di eccellere tra i suoi pari, contribuendo a ridefinire gerarchie sociali e supremazie anche politiche. Bretone giustamente insiste sullo stretto rapporto tra questa scienza aristocratica della tarda repubblica e quel servizio dello stato che era la vocazione propria di tale nobilitas. Del resto questo riferimento all’idea di lavori onorevoli o disonorevoli per il buon cittadino , ci rimanda a una caratteristica di fondo della società romana, come di molte società antiche. Si tratta del carattere schiavistico da essa già precocemente assunto e ora , alle soglie delle guerre puniche ormai dominante. Esso divenne a sua volta un fattore di selezione sociale e di rafforzamento di quelle logiche gerarchiche che si è visto come connessione alle forme politico – sociali romane. Che deve lavorare, come piccolo mercante , come artigiano o quant’altro , per assicurare il proprio sostentamento è in partenza escluso dagli happy few chiamati a reggere la città, a guidare gli eserciti, a far parte della nobilitas. Del resto questo riferimento all’idea di lavori onorevoli o disonorevoli per il buon cittadino, ci rimanda a una caratteristica di fondo della società romana, come di molte società antiche. Si tratta del carattere schiavistico da essa già precocemente assunto e ora, alle soglie delle guerre puniche ormai dominante . Esso divenne a sua volta un fattore di selezione sociale e di rafforzamento di quelle logiche gerarchiche che abbiamo visto come coessenziale alle forme politico – sociali romane. Chi deve lavorar, come piccolo mercante, come artigiano o quant’altro, per assicurare il proprio sostentamento è in partenza escluso dagli happy few chiamati a reggere la città , a guidare gli eserciti , a far parte della nobilitas. D’altra parte si preparava , nel corso del III secolo a. C. , a contatto con la Magna Grecia e poi direttamente con il mondo ellenistico, una rivoluzione negli orizzonte intellettuali: nuovi spazi si

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aprivano alla classe dirigente romana e nuove occupazioni, purché gratuite . E in ciò, dal filosofeggiare al dilettarsi di letteratura e poesia, all’arte oratoria, così importante nella vita politica cittadina, ma anche nei dibattiti giudiziari con cui ci si faceva una fama da spendere egualmente nella carriera politica : si pensi a Cicerone, occupazioni intellettuali e morale aristocratica si vennero a saldare perfettamente. Lo studio della retorica greca fu essenziale per divenire un buon oratore, ma fu un sapere che fecondò in profondità anche lo studio del diritto, permettendo di chiarire e raffinare le tecniche argomentative che ne costituivano il corpo centrale. Non si deve però presumere che tale influenza s’esaurisse nelle sole tecniche d’analisi utilizzate dai giuristi romani e neppure nell’elaborazione delle categorie con cui essi verranno organizzando il materiale da loro esaminato. Le grandi correnti filosofiche greche, anzitutto lo storicismo, contribuiranno infatti a dare una maggiore profondità di campo alla scienza giuridica, con una maggiore consapevolezza del suo significato nella costruzione della società umana. E questo studio , appunto , rientrava tra le attività che potevano essere esercitate senza disdoro dall’aristocrazia romana , divenendo uno strumento importante per la vera vocazione di un aristocratico, oltre alla guerra, che era il governo della città . La connotazione aristocratica della giurisprudenza repubblicana è una chiave di lettura importante per farci comprendere il modo in cui vari aspetti dell’esperienza giuridica romana si sono venuti svolgendo e tra loro intrecciando. E che ha sicuramente contribuito a quel carattere autoritativo dei responsa dei giuristi repubblicani. E’ vero che, nel corso del I secolo d.C: , la comunità dei giuristi mutò in parte la sua fisionomia, con la presenza di elementi provenienti dall’ordine equestre. Ma ciò corrispose al generale mutamento negli assetti sociali e al diverso ruolo che vennero allora assumendo gli stessi giuristi. Si crede, in effetti, che raramente , prima della vicenda romana, il diritto si fosse saldato in modo così esplicito alla politica come arte del governo e della disciplina sociale. Sempre più, con l’accrescersi della potenza di Roma, la fondamentale questione del controllo e dell’organizzazione di un numero crescente di individui e realtà territoriali differenziate s’impose al centro dell’attenzione della classe di governo, plasmandone gli orientamenti. La forma del diritto divenne il sistema di coordinate che organizzò l’universo di riferimento e lo strumentario intellettuale di cui essa si avvalse in questa storia di successo. Talché fu il diritto lo strumento attraverso cui si definì il complessivo funzionamento della società : ci si riferisce in particolare alla definizione di forme fisse e concordate atte a sancire, da una parte < le regole del gioco> nelle lotte per il potere e nell’azione individuale, dall’altra il funzionamento ottimale, consapevolmente predeterminato tra i gruppi interessati dell’intero apparato pubblico. Esso fu lo strumento per determinare i confini entro cui ciascun potere pubblico e privato poteva e talora doveva esercitarsi e per individuare quell’insieme di comportamenti che garantivano il godimento dei beni materiali , la loro circolazione e il loro accrescimento. Il linguaggio e le logiche che legavano la comunità dei cittadini e la stessa struttura della città erano così dominati in misura crescente dalla forma giuridica. Non meno della vita del singolo, immerso in una quoditianità tutta permeata del diritto, dove si richiedeva un’infinità di azioni rilevanti giuridicamente. Si determinava così un carattere centrale della società romana destinato , per molteplici vie, a influenzare in profondità la storia futura. Il modo particolare in cui abbiamo visto prodursi sempre nuovi spazi del diritto , sempre nuove soluzioni vincolative per i consociati era possibile, a sua volta, solo a due condizioni : che esistesse un fortissimo controllo sociale e una ancor maggiore compattezza di ceto. Una soluzione adottata per la sola autorità intellettuale e per il prestigio personale del suo autore, uno strumento processuale imposto o rifiutato dal pretore in virtù del suo imperium , la sostanziale assenza della legge come generale e preordinata decisione della comunità politica, poterono funzionare, come è stato nel caso romano e non per decenni, ma per secoli, solo sulla base di un generale anche se non esplicito insieme di deleghe a soggetti portatori di autorità. Deleghe possibili perché il gruppo sociale legittimato a esprimerle era sufficientemente compatto da non richiedere mediazioni preventive ( cioè < leggi > ) che definissero il livello degli interessi contrapposti da tutelare. Pur nel contrasto tra opinioni scientifiche e interessi pratici dei litiganti , vi era la coscienza di un superiore insieme di ragioni comuni comunque salvaguardate anzi rafforzate dall’appartenenza a un blocco

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sociale egemone e omogeneo nei suoi valori di riferimento e nella sua cultura, al quale apparteneva, insieme ai magistrati e ai giuristi, gran parte dei principali e più importanti tra i fruitori di questo stesso < diritto > e della relativa tutela processuale. Ed è interessante notare che, anche quando la lotta politica ruppe la compattezza di ceto e segnò le sorti della libertas repubblicana, l’autonomia della scienza giuridica romana era così consolidata da sopravvivere alla crisi, restando, seppure in condizioni e con spazi diversi, ancora al centro della vita giuridica del principato.

5. La giurisprudenza dalle guerre annibaliche alla crisi della repubblica

Attraverso l’inizio di un consapevole sforzo di concettualizzazione, si poterono rivoluzionare le categorie fondanti del diritto romano arcaico, costruendo i pilastri di quella che sarebbe stata la grande architettura del diritto romano nella sua < età dell’oro> : quel diritto romano definito come < classico >. Avvalendosi degli schemi elaborati dalla filosofica greca, i giuristi romani iniziarono a lavorare su sistemi classificatori, mirando essenzialmente a distinguere e a raggruppare la molteplicità dei fatti giuridicamente rilevanti in base alla presenza o meno di elementi comuni, assunti come criteri qualificanti. Tali raggruppamenti erano distinti tra loro in base alla diversa presenza di questi elementi ed erano finalizzati anzitutto ad applicare al singolo caso una regola prevista per l’intera classe di fatti in cui esso rientrava. Dal disordine dei fatti materiali e dalla loro eterogeneità si passava così a raggruppamenti omogenei e per ciò disciplinabili in modo uniforme. Alcuni di questi elementi caratterizzanti potevano essere dati materiali, facendo parte della struttura concreta del fatto, altri no, essendo essi stessi il risultato di una determinata rappresentazione intellettuale. Ci fù inoltre un accresciuta circolazione delle conoscenze attraverso le opere dei giuristi. In tal modo infatti la nobilitas senatoria, lo stesso ceto equestre e gli amici e i frequentatori dei ceti dirigenti erano in grado di conoscere , volendolo, quali soluzioni tecniche e quali interpretazioni di antiche norme fossero ormai divenute vincolanti agli occhi dei giurisit e, conseguentemente , di coloro cui era affidata l’applicazione del diritto in Roma. Si venne formando un sistema di regole e categoria organizzato secondo gli schemi della dialettica greca, per generi e speci. Prendeva così forma quel metodo , fondato su percorsi razionali e secondo logiche precedentemente rese evidenti e discusse. Ciò che a sua volta agevolò in modo straordinario i processi di adeguatamento delle forme giuridiche a una realtà sociò economica già ampiamente mutata. E’ allora che si definirono alcune delle strutture fondanti dello stesso sistema del diritto : la radicale distinzione tra rapporti obbligatori e diritti sulle cose, la definizione della precisa fisionomia della proprietà, nettamente distinta dal possesso e a sua volta evidenziata dall’articolarsi di diritti più limitati sulle cose e limitativi della stessa proprietà. Si trattò di acquisizioni destinate a costituire la base dei successivi sviluppi del diritto romano, che hanno altresì profondamente influenzato la scienza giuridica europea e i nostri diritti continentali , sino ai nostri giorni. Ed è allora che le strutture patriarcali si dissolsero rapidamente con l’articolarsi dei poteri del pater familias, con il riconoscimento di una forte autonomia legale e patrimoniale della donna, anche a seguito del più recente tipo di matrimonio, introdotto dalla scienza pontificale, che escludeva la pienezza dei poteri del marito sulla sposa. Ma è soprattutto nel campo dei contratti che si introdusse il concetto rivoluzionario che un nuovo assetto legale, derivante da un accordo volto ad assicurare uno scambio di prestazioni tra due o più parti poteva divenire il contenuto unitario di una situazione giuridicamente protetta, generatrice di obblighi specifici a carico di ciascuno dei partecipanti all’accordo. Situazione infinitamente lontana, nella sua ricchezza, dallo schematismo di una stipulatioo dell’antico mutuo da cui un obbligo specifico a acarico dell’uno derivava esclusivamente da un fatto o da parole intercorse tra debitore e creditore. Al contrario , i nuovi contratti consensuali, divennero il recepiente unitario e, in una certa misura, stereotipo in cui riversare, secondo le varie finalità , un insieme di relazioni inerenti a processi anche economici di maggiore complessità.

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A questa fase fondatrice fece seguito una stagione più matura , dove già la ricca messe di risultati conseguiti iniziò a essere organizzata e sistemata: fu il momento straordinariamente creatico che coincide con l’età tragica ma vitale delle guerre civili, dominato da due personalità : Quinto Mucio Scevola e Servio Sulpicio Rufo. Nella coscienza dei contemporanei e nel ripiegarsi sulla storia del proprio sapere che vennero facendo le generazioni successive, Quinto Murcio si staglia come l’autore di una prima generale organizzazione del sistema giuridico. Cicerono, ci dice che egli fu il primo a organizzare il diritto generatim . Il grande giurista , che si colloca agli inizi dell’ultimo secolo della repubblica, per molti versi presenta un aspetto ambivalente : pontefice e cultore del diritto sacro insieme a quello civile, egli presenta la tipica fisionomia aristocratica che, nel caso particolare, giungeva a sostanziarsi in una tradizione di studi e di specialisti trasmessa di padre in figlio. Ma di Quinto va soprattutto ricordata l’importanza delle sue opere scritte : un libro di < definizioni > ( con il termine greco oron ), così popolare e autorevole da sopravvivere sino a Giustiniano, e soprattutto i diciotti libri ius civilis. Ivi tutta la materia del diritto civile romano trovava una prima importante sistemazione, tant’è che la sua opera, a sua volta, fu l’oggetto di numerosi commentari di altri giuristi successivi che, in tal modo , approfondirono lo studio di questo settore del diritto : Lelio Felice, Pomponio e Gaio. Cicerono era amico di Servio ed esprime , a più riprese, nelle sue opere la grande amministrazione nutrita per questo giurista. Per lui questi, di una generazione più giovane di Mucio, gli era senz’altro superiore, essendo merito suo quello di avere per la prima volta elevato lo studio del diritto al rando di scienza. In questo autore l’organizzazione di categorie appare fondarsi su una tecnica più matura e collaudata di quella del suo grande predecessore , segnando il vero punto di partenza per i successivi percorsi giurisprudenziali. Si può affermare che con Servio la struttura sostanziale dei problemi di fondo relativi alle grandi categorie giuridiche e alla disciplina specifica di molteplici istituti del diritto privato romano sia stata posta in termini che non sarebbero stati modificati granché dalla giurisprudenza dei secoli successivi. Non solo, ma in certi passaggi parrebbe addirittura affiorare in Servio il tentativo di riorganizzare l’intera materia giuridica all’interno di un quadro logico sistematico nuovo, ispirato a una coerenza < dogmatica > che non sarà dato di ritrovare poi neppure nei più grandi giuristi imperiali : da Labeone a Giuliano e che solo nelle grandi sistemazioni dell’ultima stagione della scienza giuridica < classica > riemergerà , secondo logiche tuttavia assai meno innovative. Sarà la numerosa schiera degli allievi diretti e indiretti di Servio , gli auditore Servii, che ci lascerà raccolta dei suoi pareri, i responsa, relativi soprattutto alla soluzione di casi pratici. Egli fu il primo giurista del cui pensiero resti consistente documentazione : la rilevanza degli echi che ancora ci giungono è la prova della grande influenza da lui esercitata su più di una generazione, negli anni del definitivo tramonto della repubblica. Resta infine un’ultima grande figura di giurista che si staglia già sui nuovi orizzonti del principato augusteo e tuttavia per valori, propensioni e stile segna piuttosto il momento finale della grande tradizione repubblicana. Di spiriti antimonarchici, Marco Antistio Labeone, tenacemente si sottrasse alle insistenti blandizie di Augusto per attrarlo nella sua orbita di collaboratori e amici. La sua chiara adesione ai valori dell’antica nobilitas l’indusse ad appartarsi dalla vita politica dominata ormai dalla grande ombra del principe, rinunciando così alla prospettiva di quel cursus honorum, ormai possibile solo con il favore del nuovo potere. Dedicatosi soprattutto alla riflessione scientifica, oltre che all’insegnamento e ai responsa, egli fu l’autore di un numero elevatissimo di opere nelle quali dovette rifulgere la sua autonomia e peculiare creatività , che ancor oggi si riflette nelle numerose citazioni del suo pensiero effettuate dai giuristi successivi, oltre che in non molti passi a lui direttamente attribuiti.

Capitolo nono: i nuovi orizzonti del III secolo a.C: e l’egemonia romana nel Mediterraneo

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1. Le guerre puniche e l’eredità di Annibale

Il controllo romano dei grandi centri mercantili e marittimi della Magna Greci , conclusosi con la conquista di Taranto era destinato ad ampliare la spinta espansionista romana verso una realtà sino ad allora estranea : il mare. La svolta precipitò in occasione dell’aiuto fornito dagli stessi Romani ai Mamertini, mercenari che si erano impadroniti della città di Messina, in Sicilia, sottraendola ai consistenti interessi cartaginesi nell’isola. Si trattava di una scelta politica molto grave, giacché inevitabilmente li poneva in diretto contrasto con l’antica alleanza , dando luogo al primo conflitto militare tra Cartagine e Roma. Iniziava una nuova e drammatica stagione per la politica romana, destinata a concludersi solo alla fine del secolo , nel 202 a.C. , con la definitiva vittoria sull’avversaria e sul più grande nemico che Roma abbia mai avuto : Annibale. Nel 265 iniziò la Prima guerra punica che si protrarrà sino al 241 a.C: ; nel 238 – 237 s’ebbe l’occupazione da parte dei Romani della Sardegna e della Corsica, sottratte ai Cartaginesi ; nel 238 si realizzò la conquista della Liguria e della Gallia Cisalpina ; nel 231 si strinse l’alleanza dei Romani con Sagunto contro l’espansione cartaginese in Spagna ; nel 218 – 2020 si svolse infine la Seconda guerra punica. Le dimensioni stesse degli avvenimenti e la drammaticità dei problemi che si posero, in quegli anni, alla classe dirigente romana contribuirono ad accentuare divergenze già esistenti al suo interno, tra i fautori di un più cauto e tradizionale espansionismo territoriale, e i gruppi più avventurosi, interessati a valorizzare il recente dominio romano sulla Magna Grecia. E’ certo che esse furono presenti sin dai primi anni del primo conflitto con Cartagine e destinate a persistere , seppure in forme alterne, nella successiva vicenda repubblicana. Sin da prima dell’inizio della guerra, del resto, non erano state poche le opposizioni, tra i notabili repubblicani, all’accentuarsi di una politica ostile a Cartagine. Anche in seguito, durante le due guerre, si ricordano, da parte dei gruppi politici più cauti , sia in Roma che in Cartagine, diversi tentativi di arrestare lo scontro con un ragionevole compromesso. Alla prova dei fatti prevalsero comunque i gruppi più radicali che vollero condurre la vicenda sino alla sua estrema conclusione. Nel caso romano, ciò non impedì che, in quello stesso lasso di tempo, i dirigenti del partito < agrario > ottenessero un parziale successo, imponendo anche un’espansione territoriale verso il Nord. In questo senso vanno ricordate le campagne militari nell’Italia centro – settentrionale che avrebbero portato all’acquisizione delle ricche terre del Piceno e della pianura padana. In particolare la conquista del Piceno e le campagne contro i Galli , guidate da un grande dirigente plebeo, Caio Flaminio. Emblematica appare in tal senso la costruzione della via Flaminia nel 220 a.C. , sotto la censura dello stesso Flaminio. Diretta a Nord verso l’Adriatico , sotto Rimini, essa andava in direzione opposta a quella, più antica , della via Appia. Quasi a simboleggiare una alternativa nella politica espansionista romana, legata ai tradizionali aspetti agrari di cui il Piceno costituiva l’esito quasi naturale. Quanto alla eredità politica di Appio Claudio , è sufficiente ricordare come, tra i magistrati che fecero pendere la bilancia a favore della guerra contro Cartagine, sia da annoverarsi un altro Claudio , appartenente alla stessa gens : Appius Claudius Caudex. Una conseguenza di grande rilievo dello scontro con Cartagine fu il formidabile collaudo della costruzione politica romana in Italia. Se infatti già nel corso della Prima guerra punica la società romana aveva mostrato una grande capacità di mobilitazione di risorse, riconvertendosi, con i propri eserciti territoriali, in una potenza marinara , fu la Seconda guerra punica , con la discesa di Annibale in Italia a dare la misura della compattezza del blocco politico costruito da Roma. In effetti Annibale, portando il suo esercito in Italia, perseguiva un disegno strategico che andava oltre il mero confronto militare con i Romani, mirando alla disgregazione di quel sistema con cui si era venuto costruendo , tra IV e III secolo, il blocco politico – militare dei popoli italici sotto il diretto controllo di Roma. Sebbene il suo genio militare gli facesse vincere tutti gli scontri diretti che i Romani si illusero di potere affrontare con lui, Annibale non sarebbe riuscito a realizzare appieno il suo progetto. Solo le

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popolazioni più recentemente sottomesse dai Romani come i galli e gli Etruschi, o alcune città della Magna Grecia, anzitutto Capua, defezionarono dalla loro fedeltà ai Romani. La persistenza del blocco di alleanze romano – italico riuscì a impedire che un disastro militare come Canne segnasse la fine politica di Roma. E’ quello che Annibale aveva ben chiaro, rinunciando a espugnare l’appartenente indifesa Roma dopo questa sua clamorosa vittoria. Il messaggio della classe dirigente romana, anzitutto del senato , allora, non fu quello di < tutti a casa > ma di mobilitare ulteriormente una cittadinanza stremata e impaurita , mandando l’inequivocabile segnale , ad amici e nemici, di una lotta a oltranza. Anche se, con il consueto complesso gioco di equilibri, la direzione delle operazioni militari passò dalle mani del partito < oltranzista > che le aveva guidate sino ad allora, ostinandosi in disastrosi scontri diretti con il grande generale cartaginese, a quelle del capo della fazione più prudente e meno entusiasta della guerra con Cartagine : Quinto Fabio Massaio. La rinuncia da parte sua agli scontri diretti a favore di una strategia di logoramento, con la tattica della terra bruciata, mutarono le sorti della Seconda guerra punica, preparando la successiva riscossa. Che, a sua volta, fu guidata dall’esponente giovane e brillante della linea < guerrafondaia > : Pubblico Cornelio Scipione che, dalla vittoria su Annibale, avrebbe preso il nome di < Africano>. Profonde e durature furono le conseguenze della totale vittoria militare conseguita da Roma alla fine di questo durissimo scontro. Era infatti pressoché inevitabile che, con essa, si rafforzassero potentemente gli orientamenti espansionistici del gruppo dirigente romano, finendo con l’assumere una fisionomia decisamente imperialistica. Ed è proprio nella prima metà del 2° secolo avanti cristo che essa s’affermò con straordinaria efficacia, allorché Roma acquisì il controllo diretto e indiretto dei regni ellenistici, impadronendosi di tutto il Mediterraneo orientale e del mondo < civilizzato>. Sebbene sin dall’epoca arcaica non vada sottovalutato l’aspetto economico delle continue guerricciole e scorribande locali intercorse tra le popolazioni finitime , è indubbio che il tipo di operazioni militari intervenute in Italia e nel Mediterraneo occidentale nel corso del III secolo a. C. avesse assunto una dimensione incommensurabilmente maggiore. Questo fatto ci fa capire meglio come, per l’età precedente, la guerra fosse il maggiore investimento non solo politico ma economico di Roma : un affare straordinariamente redditizio. E non solo per la res publica , ma ormai , anche per i capi militari e i soldati che vi partecipavano. Ciò che , a sua volta , contribuì a un ulteriore e più accentuato processo di concentrazione di ricchezza nelle mani dei ceti dirigenti romani. La politica espansionista s’associava ormai a colossali interessi economici che coinvolgevano tutto il ceto di governo e, seppure più indirettamente, l’intera società romana. Il che portò , tra l’altro, alla rapida dissoluzione delle tradizioni patriarcali, e di quella militaresca e contadina austerità che sino ad allora avevano retto la repubblica. Arnold Toynbee ha intitolato una sua monumentale ricerca all’< eredità di Annibale>, ispirandosi a una bellissima immagine di un altro grande studioso , Gaetano de Sanctis. Questi aveva infatti ritratto Annibale che si allontanava sconfitto dall’Italia, lasciando però dietro di sé , come sua < eredità>, il frutto velenoso della disperata lotta da lui condotta contro i Romani. Esso era destinato a intaccare ed erodere alla lunga il trionfo dei vincitori, ormai senza più limiti imposti da poteri esterni a loro. Quasi che la straordinaria violenza di uno scontro in cui la posta in gioco era tutto, un immenso potere, destinato a investire il mondo di allora e a modificarlo in profondità , per il vincitore, la fine dell’esistenza stessa di una comunità politica, della libertà e spesso della vita, per gli sconfitti, non avesse inciso su ogni aspetto della società e delle istituzioni romani. Del resto la percezione del carattere cruciale di quegli anni per la storia del mondo antico fu comune a tutti i popoli del Meditterraneo e si riflette ancor oggi nel profondo della nostra visuale. Non è poi un caso che nel dibattito che s’aprì verso la fine dell’800, in cui intervennero anche storici del mondo antico, su cui ha richiamato l’attenzione Andrea Giardina, la stessa storia dell’Italia moderna , o meglio la desolazione del latifondo meridionale, ancora ben presente allora, venisse fatta risalire alle devastazioni della guerra annibalica , così a lungo guerreggiata soprattutto nell’Italia meridionale, aggravata dalla pratica della < terra bruciata>.

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La prolungata guerra contro Annibale, lo sforzo eccezionale cui fu sottoposta l’intera organizzazione romana del potere, l’entità dei disastri, la grandezza della vittoria finale e infine le ulteriori conseguenze politiche non potevano non produrre effetti più o meno duraturi sull’intera società romana e sulle sue strutture e istituzioni, a più livelli. Lo testimonia anzitutto l’affermarsi , sulla scena politica cittadina, di grandi personalità che tendono a mettere in ombra e a minacciare gli equilibri tipici dell’oligarchia senatoria. Ma lo cogliamo anche nella trasformazione , e deformazione, dell’antico principio costituito dalla proroga nel comando militare dei magistrati superiori ( prorogatio imperii ) , dopo la scadenza regolare del loro mandato. Sino a che non fossero stati rilevati nel comando del successore, essi infatti continuavano a esercitare il comando come < pro magistrati> : proconsoli e propretori. Rispetto alla prassi sino ad allora seguita, qulcosa di nuovo avvenne, nel momento più drammatico della Seconda guerra punica, in relazione al giovane e carismatico Publio Cornelio Scipione. Questi infatti, nel 211 a.C. , fu investito del comando della guerra in Spagna contro i Cartaginesi , nel riuscito tentativo di allontanare o indebolire la pressione di Annibale sull’Italia. Egli fu eletto, dai comizi centuriati , direttamente alla pro magistratura, come proconsole, senza precedentemente avere rivestito la corrispondente carica di magistrato. In tal modo si innovava profondamente nella stessa logica sino ad allora seguita , prevedendo che il supremo potere di comando costituito dall’imperium potesse essere sganciato dalla titolarità della magistratura ordinaria. Un criterio che avrebbe avuto una durevole fortuna, sia nel corso delle guerre civili che, in seguito, nella costruzione del principato. Più indeterminata, ma non meno significativa e grave di conseguenze nelle logiche della oligarchia repubblicana, la posizione dello stesso Publio Cornelio Scipione l’Africano, in Roma dopo la sua vittoria su Annibale. La grandezza della vittoria e il ricordo dei pericoli superati si sommavano nell’attribuire a questo personaggio un’aura particolare e un prestigio mai avuto in precedenza da alcun uomo politico e, che trascendeva anche la sua eminente posizione istituzionale, per alcuni anni come princeps del senato. Per la prima volta erano veramente minacciati gli equilibri consolidati all’interno di questa repubblica aristocratica e il senato appariva svuotato di autorità rispetto a un personaggio da cui tutta la vita politica veniva a dipendere : l’ombra monarchica sembra scendere sulla città. Si trattò di un periodo in cui, formalmente, le istituzioni repubblicane continuarono immutate : ma erano modificati gli equilibri interni e i reali centri di potere. E’ in ragione di ciò che si spiega la durissima lotta di Catone il Censore contro l’Africano. < Nulla di personale > o quasi, dunque, ma molto di politico : e , come non di rado accade nella storia, lo strumento per la vittoria finale di Catone fu un processo criminale. Non direttamente contro l’Africano, praticamente intoccabile nella sua gloria, ma contro il fratello, per un affare di < fondi neri > a disposizione di costui nel corso di un comando militare in Oriente, di cui non si riusciva a dar conto. L’autorità dell’Africano impedì che il processo fosse condotto a termine : ma la sua esposizione in questo affare intaccò il suo prestigio personale, avviandone il declino politico. Consapevole di ciò , egli addirittura lasciò Roma, ritirandosi in volontario esilio in Campania, nei suoi possedimenti presso Literno. E’ degno di nota che Catone stesso era stato un protetto della gens Fabia , e aveva fatto i primi passi della sua carriera pubblica con il suo appoggio. Come si vede , il diverso orientamento politico, conservatori, agrari contro innovatori filo mercantilisti e < protoimperalisti > , trasmesso attraverso il sistema dei lignaggi, parentele e clan gentilizi e delle connesse alleanze sociali e < amicizie > , si confermava, anche in tal caso, come un carattere della tradizione politica romana. Il tramonto di Scipione e il recupero di autorità dell’aristocrazia senatoria permisero un riequilibrio della scena politica romana per tutto il II secolo : l’epoca della grande espansione imperialistica. Un periodo, tra l’altro , in cui proprio l’insieme di competenze e di sapienza politica del senato guidò una fase delicatissima della politica estera romana. Ma fu l’ultima stagione in cui esso assolse con piena efficacia al ruolo di protagonista della politica romana. Il germe dei poteri personali, di un crescente squilibrio ingenerato dalla gloria militare era stato seminato e si accingeva ormai a dare frutti velenosi : s’era aperta l’< eredità di Annibale >, appunto In seguito, si introdussero ulteriori cautele e restrizioni nella carriera politica : la lex Villia annalis, del 180 a.C. , con cui si regolò l’età necessaria per presentarsi alle varie cariche, mentre si rafforzò

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il divieto di iterazione delle cariche e di continuazione per più anni di seguito della medesima magistratura: dopo il terzo consolato di seguito di Marcello nel 152 a. C., non vi furono più casi in cui non si rispettasse l’intervallo decennale tra un consolato e il successivo, sino a cinque consecutivi consolati di Mario : ma, con essi, siamo già in piena crisi della repubblica.

2. Il governo provinciale

Negli anni immediatamente successivi alla Prima guerra punica, a seguito della sua vittoria e poi dei mutati equilibri nel Mediterraneo occidentale, Roma era subentrata ai Cartaginesi nel controllo di buona parte della Sicilia e della Sardegna. Queste acquisizioni territoriali trans marine furono indicate con il termine provincia : vocabolo usato a designare la sfera di competenza specifica riconosciuta a un magistrato com imperio e ora esteso a indicare l’oggetto materiale di questa competenza : il territorio conquistato e le sue popolazioni. Si trattava di organizzare un sistema di governo nuovo che non poteva e non intendeva ripetere, se non per alcuni aspetti , l’esperienza assimilatrice che aveva e avrebbe continuato a caratterizzare il processo di romanizzazione dell’Italia. In effetti, come avrebbe di lì a poco confermato la vicenda annibalica, gli Italici costituivano un indispensabile retroterra, anzitutto demografico, del potere politico – militare romano: fornendo non solo contingenti militari importanti, seppure sempre al margine del nerbo delle legioni, ma anche supporti materiali ed economici. In ciò divergevano le nuove realtà provinciali, almeno per molto tempo, considerate anzitutto territori e popolazioni da sfruttare economicamente , non realtà da assorbire in un blocco politico unitario. Soprattutto nel caso siciliano, quello più antico e di notevole importanza, data la ricchezza e la produttività della regione, i Romani derivarono in buona parte il loro sistema organizzativo dai modelli ellenistici preesistenti. In particolare quelli adottati da Siracusa, la più splendida e importante delle città greche in Sicilia il cui tiranno , Gerone, dette il nome allo statuto generale applicato dai Romani : la cosiddetta lex Hironica. In sostanza si derivò dai regni dell’Oriente ellenistico l’idea che il monarca fosse anche il proprietario dell’intero territorio. Conseguentemente tutti coloro che avessero in qualche modo acquisito e sfruttato le terre coltivabili, anzitutto i piccoli agricoltori, furono considerati come affittuari che dovevano pagare al sovrano coma canone annuo una quota parte del prodotto : in teoria la < decima > parte di questo. Nel caso siciliano i Romani ( ma così fu in linea generale anche per le province successive ) stabilirono che tutti gli agricoltori dovessero iscriversi in appositi registri, indicando la quantità di terra coltivata ( professio iugerum ), insieme al proprio nome ( subscriptio aratorum ) mentre alla percezione della decima si sarebbe dovuto provvedere con il consueto sistema degli appalti. In generale quasi tutta la popolazione originaria della provincia era considerata come < straniera > , alla merce del popolo Romano, in quanto non più appartenente a una comunità sovrana e priva ormai di un suo proprio autonomo statuto giuridico ( peregrini nullius civitatis ) . Anche nella realtà provinciale giocò tuttavia la sensibilità romana per il modello cittadino : dove i Romani , invece che a un mondo arretrato e dai caratteri rurali, si trovarono di fronte a città ben sviluppate, che richiamavano gli schemi loro propri della città - stato , essi le potenziarono. Ciò avvenne seguendo schemi tra loro differenziati , concedendo sovente a queste lo statuto gratificante di < città alleate > ( civitates foederatae ), non di rado lasciando loro un’autonomia semi – sovrana ( civitates sine foedere liberae ) , giungendo talora, in casi particolarmente interessanti , a esonerarle dagli oneri tributari in genere imposti loro ( civitates liberae et immunes ). In generale le città provinciali conservarono, entro il quadro di una più o meno ampia autonomia, le loro istituzioni e le loro leggi. Anche su queste il governatore provinciale aveva una funzione di supervisione, trovandosi quindi al vertice di un sistema composito in cui, ancora una volta, una molteplicità di statuti giuridici , sia personali che territoriali veniva a coesistere all’interno di un potere politico anche troppo fermamente esercitato. In generale queste città erano poi sottoposte a una imposizione tributaria indicata dai Romani con il termine stipendium , e a specifici obblighi , come quelli delle città libere siciliane, tenute a vendere a Roma il loro frumento a un prezzo politico. Dalla serie di orazioni di Cicerono contro Verre , il

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corrotto e devastante governatore della Sicilia, risulta chiaro come codesto sistema potesse sfociare facilmente in una forma di sistematica oppressione per gli abitanti locali. L’alleanza tra l’avidità dei governatori romani e gli appaltatori delle imposte , i publicani ( che nel caso siciliano presero il nome particolare di decumani , da < decima > ) comportò una pressione fiscale eccessiva, tale da incidere negativamente sulle condizioni economiche di tali territori, soprattutto delle aree meno redditizie. I publicani infatti tendevano ad aumentare a dismisura la percentuale dei tributi commisurata alla produzione agricola, andando molto al di là di quelli che erano i criteri generali stabiliti da Roma e a cui, in teoria , gli stessi governatori avrebbero dovuto far riferimento. Costoro però, invece di controllare il comportamento fraudolento e illegale di questi intermediari, si associarono sovente a essi nel taglieggiare le popolazioni sottoposte. Le due prime province, la Sicilia e la Sardegna, furono affidate al governo di nuovi magistrati creati appositamente. Poiché per esse era necessaria la presenza di un presidio militare che consolidasse le acquisizioni romane, si affidò il governo di queste province a due nuovi pretori appositamente creati, richiedendosi l’esercizio dell’imperium. In seguito, col moltiplicarsi dei nuovi territori provinciali e con le ulteriori necessità di disporre annualmente di un numero crescente di governatori legittimati a guidare le legioni romane in territori d’occupazione, i Romani rinunciarono a moltiplicare in misura crescente il numero dei magistrati ordinari. Si trattò dunque di aumentare il numero dei titolari dell’imperium militiae, senza accrescere il numero di magistrati eletti annualmente dai comizi. La prorogatio imperii fu lo strumento utilizzato a tal fine. Quello che sino ad allora era stato un provvedimento di emergenza, a garantire la continuità del comando militare, divenne quindi un nuovo meccanismo per moltiplicare i governatori provinciali con pieni poteri. Al termine del suo anno di carica, ciascun console e ciascun pretore veniva inviato ad assumere il comando di una provincia, conservando l’imperium non più come magistrato ancora in carica, ma come pro – console o pro – pretore, sino a che lui stesso sarebbe stato rilevato da tale condizione dal suo successore inviato dal senato. La determinazione dei diversi magistrati destinati al governo delle varie province divenne in effetti uno degli oggetti di maggior contesa e competizione tra gli interessi e uno strumento di ulteriore potere nelle mani del senato. Vi erano infatti province ricche e meno ricche , aree dove erano più facili le occasioni di arricchimento o di ulteriori glorie militari, magari a buon mercato , e zone difficili da controllare e in cui l’impegno militare avrebbe sicuramente superato i vantaggi di facili vittorie e buoni bottini. Di qui la necessità di stabilire le destinazioni dei vari magistrati in modo relativamente imparziale : il che avvenne con l’assegnazione di queste già al momento dell’assunzione della carica magistratuale , mediante sortitio , un sistema che sottraeva al senato l’arbitiro e il potere di favorire gli amici e svantaggiare i nemici. In linea di massima ogni provincia era retta da un particolare statuto, elaborato, su incarico del senato e in base alle sue istruzioni, da dieci cittadini ( decem legati ) a ciò preposti all’atto di costituzione della provincia stesa. Una volta ratificato il loro operato dallo stesso senato, il governatore provinciale emanava il suddetto statuto come lex data in virtù del suo imperium. Soppresse le preesistenti istituzioni politiche, e stralciando la posizione delle civitates cui Roma avesse concesso l’autonomia e la libertà , in questo statuto si provvedeva a dividere il territorio provinciale in diversi distretti. Dato il modo empirico con cui i Romani si impegnavano a risolvere i problemi man mano che si ponevano, si capisce come, solo molto lentamente, il sistema dell’amministrazione provinciale sia venuto disegnandosi in forma coerente e razionale. Lo schema generale del governo provinciale prevedeva la presenza, accanto al governatore , di un gruppo di legati di rango senatorio inviati direttamente dal senato, un po’ come collaboratori del governatore stesso e un po’ come suoi controllori, e , sotto di lui, di un questore con funzioni militari e finanziarie, ma a cui verranno affidati i più diversi incarichi. A questo vertice di governo si associava però la debolezza dell’apparato burocratico che avrebbe dovuto supportarne l’azione. Il che , tra l’altro, spiega due fenomeni di segno opposto : da una parte la persistente importanza dei centri urbani presenti nella provincia cui venivano deferite molte competenze, ad esempio

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nell’amministrazione della giustizia, in una forma lata di autogoverno o di autonoma organizzazione della vita locale. D’altra la dilagante e pericolosa presenza degli intermediari privati romani : i publicani . Il governatore era preposto anche al controllo del sistema giudiziario, con una competenza che si estendeva soprattutto a tutte quelle comunità al di fuori degli ordinamenti cittadini e, in teoria , ormai prive di un loro proprio diritto cui fare riferimento. Di fatto le tradizioni locali continuarono a essere praticate e tutelate dai Romani, ma la superiore titolarità del governatore avviò un processo di trasformazione verso un sistema in cui esse vennero integrandosi e confondendosi con le forme più elementari e immediate del diritto romano. La repressione criminale discendeva invece dall’imperium militiae del governatore ( perché di potere militare si trattava, situandosi il suo comando in territorio non romano ), che in questo caso , almeno in linea generale , non s’arrestava neppure di fronte alle città autonome, mentre le città alleate in base a un trattato conservavano la loro autonomia giurisdizionale anche in questo settore. L’occasione di arricchimento personale che il governo provinciale offriva venne a far parte delle prospettive inerenti alla carriera politica e , in ultima analisi, appare ai più uno dei principali risultati da conseguire con essa. Relativamente poche e ricordate quasi come eccezioni sono le figure di governatori distintisi per l’onesta amministrazione e per la cura dei governati. Sebbene le malefatte di Verre in Sicilia fossero forse unpò fur del comune, si deve ricordare che il suo guaio non fu la generalizzata e amara protesta dei siciliani, alla scadenza della sua carica, né la possibile disapprovazione dell’aristocrazia politica romana, ma l’ambizione di un giovane oratore che voleva affermarsi in Roma e che trovò l’occasione di acquistare notorietà e successo. Senza Cicerone, gli amici di Verre avrebbero sicuramente evitato che il suo processo avesse luogo o finisse con una condanna. D’altra parte che la conclusione e l’estorsione dei provinciali fosse molto diffusa lo prova la precoce approvazione, nel corso del II secolo, delle leggi de repetundis volte a reprimere questo tipo di reati. Leggi forse , per un certo tempo, restate più sul piano delle buone intenzioni e delle minacce che effettivamente incise sul comportamento degli interessati. Almeno sino a quando le giurie dei tribunali giudicati furono composte da cittadini di rango senatorio : appartenenti cioè al gruppo sociale più coinvolto in siffatto tipo di reati .i comandati militari e quei governatori provinciali istituzionalmente più di ogni altro in grado di effettuare tali reati provenivano infatti quasi tutti da questo ceto.

3. L’innesto della cultura ellenistica

Gli anni in cui la vita politica e la società romana furono dominate dalla personalità di Publio Cornelio Scipione l’Africano coincisero con un’accentuata tendenza a impegnare la potenza romana nel mondo ellenistico. Proprio sotto il forte influsso di Scipione e dei suoi amici prese allora definitiva consistenza in Roma, quella fisionomia imperialistica della politica estera romana. Di fatto, verso la metà del II secolo a.C. , Roma era pervenuta a controllare l’intero bacino mediterraneo e l’insieme di quei regni ellenistici che, sino ad allora avevano rappresentato il punto più elevato della civiltà antica e la massima concentrazione di ricchezze e di popoli. Il problema di fondo , che Annibale ancora una volta aveva ben visto, fuggendo dalla patria sconfitta e recandosi in Oriente per cercare di ricostruire una vasta alleanza antiromana tra gli ancora potenti e ricchi regni di quell’area, per Roma era rappresentato dallo squilibrio a lei sfavorevole in termini di forza rappresentato dall’insieme dei regni asiatici rispetto alla sue pur grandi potenzialità , consolidate dalla clamorosa vittoria su Cartagine. Macedonia, Siria , Egitto, il regno del Ponto, l’Asia Minore e la stessa Grecia, unite insieme , costituivano infatti un concentrato di ricchezze, di popoli e una tradizione militare tali da rendere assolutamente impari il confronto di Roma con una loro ipotetica alleanza : essa ne sarebbe uscita sicuramente soccombente. Il capolavoro politico romano , tra il 200 e il 167 a.C: , fu di perseguire sistematicamente la divisione tra questi stati, stringendo alleanze con gli uni e isolando l’altro, affrontando così separatamente, prima la Macedonia, poi la Siria, definitivamente sconfitta già nel 188 a.C. , ad Apamea, e infine liquidando gli ultimi sussulti macedoni con la conclusiva vittoria di Pidna nel 168 a.C. La graduale

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trasformazione di queste grandi realtà in nuove province, la riduzione della stessa Grecia a realtà provinciale sono solo ulteriori conseguenze di un gioco già definitosi. Salvo alcuni casi in cui il senato romano preferì mantenere una parvenza di autonomia di tali stati, queste vaste acquisizioni si sostanziarono in un continuo incremento del numero di province direttamente governate dai magistrati romani. Seppure codeste trasformazioni non avessero diretta influenza sulle strutture istituzionali della città, esse erano destinate a incidere in profondità sulla realtà dei rapporti e il tessuto connettivo della società romana. Come sovente è dato riscontrare nella storia, i circoli più accentuatamente imperialistici erano stati anche più spiccatamente filo ellenistici : aperti e interessati alla cultura e ai valori del mondo che essi si apprestavano a sottomettere. Tra l’altro i Romani , a differenza di altre grandi esperienze imperiali proprie dell’età moderna, non erano distorti nel loro approccio alla civiltà ellenistica da quei pregiudizi religiosi e culturali che avrebbero progressivamente scavato fossati insuperabili tra governati e governanti, minando tutta l’esperienza coloniaria moderna, ivi compresa quella probabilmente di maggior successo, costituita dall’impero britannico. La continua importazione di idee, valori e tecniche nuove, che ampliavano a dismisura i ristretti orizzonti della società romana, contribuì alla formazione di un vero bilinguismo culturale ( oltre che linguistico ) dell’intera sua classe dirigente. Il fenomeno , già avviato sin dalla seconda metà del III secolo a.C. , conobbe un’ulteriore dilatazione e accelerazione nel secolo successivo. Malgrado l’opposizione degli abitanti più tradizionalisti, timorosi degli effetti a lungo termine di siffatti mutamenti e i temporanei successi di Catone che, anzitutto con la sua censura , tentò di ripristinare gli austeri costumi del buon tempo andato, questo processo si rivelò inarrestabile. D’altra parte sia le culture che gli uomini conquistati o alla periferia del nuovo impero erano attirati inevitabilmente dal centro del potere mondiale ormai rappresentato da Roma. E’ allora infatti che la classe dirigente, non solo imparò il greco come sua seconda lingua , ma soprattutto , andò a scuola dai filosofi e dagli oratori, utilizzando questo nuovo sapere nell’oratoria politica e giudiziaria, nonché nella scienza giuridica. Fu un fenomeno di enorme rilievo che, ovviamente , allargò a dismisura gli orizzonti dei Romani del II secolo a . C. Ma , proprio per questo contribuì a indebolire quelle semplici e forti idealità della repubblica antica, inducendo questa comunità di agricoltori e guerrieri a una riflessione critica sugli stessi valori costitutivi della res publia. Inafferrabili nella loro specifica identità e tuttavia presenti nella consapevolezza collettiva essi rischiavano infatti di essere oscurati e dissolversi sotto la pressione di nuove idee. All’orizzonte ristretto della civitas e al forte senso di identità che l’appartenenza a essa comportava, con tutte le conseguenze in termini di omogeneità politica e di partecipazione condivisa ai valori comuni, venivano sostituendosi , nella coscienza di alcuni cittadini, più sensibili o colti, nuove preoccupazioni, altri e più generali interessi. Affiorava l’idea di una comunità di individui più ampia di quella ristretta ai propri concittadini e che, pur tuttavia, al destino e agli interessi di Roma era indissolubilmente associata : gli Italici ormai pressoché totalmente assimilati, ai nuovi popoli delle province , anch’essi governati e dipendenti da Roma e fondamento di gran parte del suo benessere. Maturava una tendenza di tipo universalistico e un nuovo riconoscimento di una dignità umana indipendente da gerarchie e statuti sociali e scissa dallo stesso così radicato senso di appartenenza dato dalla cittadinanza. Sull’azione e sulle idealità dei Gracchi, seppure in misura difficile a stabilirsi, agirono influenze di questo tipo attraverso l’insegnamento di Blossio, un filosofo stoico di Cuma. E , di contro, giocava anche, seppure in vario modo, nella coscienza della classe dirigente romana, in questa età di grandi cambiamenti, la volontà di sottrarre il destino di Roma al destino proprio di ogni storia umana , la nascita, la maturità e grandezza massima e infine la decadenza e la morte. Rappresentazione questa tanto più pregnante in quanto diretta espressione della generale concezione della storia nell’antichità classica, affatto estranea all’idea di un progresso unilineare ( che invece è alla base, anche per le sue antiche radici cristiane, di tanta parte della nostra visione del mondo) e fondava invece sull’ipotesi di un inseguirsi di vicende cicliche. Per un Romano di quell’epoca, la grandezza del presente non poteva non far sorgere il timore che si fosse già

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raggiunto il punto culminante e che, da allora, iniziasse la decadenza naturale in ogni vicenda umana. D’altronde i dilatati orizzonti e gli accresciuti livelli di consapevolezza e di responsabilità politica del ceto dirigente romano, successivamente alle conquiste orientali, erano anche, potenzialmente, fattori di crisi. Di ciò aveva avuto intuizione la generazione di Catone e di quei dirigenti politici che avevano cercato di restaurare e difendere antiche tradizioni di sobrietà, mirando a limitare , se non a evitare, le conseguenze negative indotte, nella società romana, dalle grandi trasformazioni ingenerate dallo stesso successo di Roma. Nell’orazione in difesa degli abitanti di Rodi , il vecchio Catone sembra esprimere i timori profondi di una cultura consapevole dei pericoli che si spalancano davanti all’uomo accecato dalla ubris ( l’orgoglio smisurato che porta l’uomo a sfidare gli dei e a provocarne la vendetta, secondo la tradizione greca). I Romani vollero infatti punire pesantemente Rodi antica e fedelissima loro alleata che aveva fornito, nel corso delle guerre orientali una preziosa base per il sistema delle comunicazioni militari e degli approvvigionamenti tra l’Italia e i teatri d’azione delle armate romane. Volevano punirla semplicemente perché , nell’ultima guerra macedonica, scatenata autonomamente dai Romani, e con un carattere ormai esplicitamente aggressivo, Rodi aveva esitato a schierarsi con costoro, non essendo a ciò obbligata in base agli accordi da essa stipulati con i Romani. E qui, di fronte all’arrogante iniquità di questa progettata sanzione, interviene appunto l’ammonimento di Catone a non abusare del proprio potere. In questo atteggiamento si esprimeva invero una diffusa consapevolezza di siffatti pericoli in tutta la classe dirigente romana. Persino in chi, come Scipione Emiliano, era stato un protagonista degli aspetti più feroci dell’espansionismo militare romano, cogliamo il dubbio che la fine del metus Punicum ( i limiti precedentemente imposti ai Romani dalla minaccia cartaginese ) potesse ingenerare nuovi e singolari pericoli per Roma. Dietro tale pensiero si celava la coscienza dei pericoli derivanti dalla solitudine del comando e dal senso di onnipotenza che ormai i Romani potevano provare, nel momento in cui nessuna forza terrena sembrava più in grado di opporsi a loro. Nei più consapevoli dei Romani si annidava la preoccupazione che proprio tanto potere finisse con l’appannare e deformare la lucidità politica e la capacità di governo di Roma.

4. L’impero mediterraneo e la trasformazione della società romana

L’altro più contraddittorio e, almeno nel breve periodo, più significativo effetto della crescita imperiale di Roma fu la trasformazione di una importante , ma circoscritta città nel cuore di un impero mondiale. Si trattò di un processo molto rapito, che non superò l’arco cronologico di due o tre generazioni. Già la Roma che usciva dalle guerre annibaliche era qualcosa di radicalmente diverso dalla città dei primi decenni del secolo, e destinata a mutare ulteriormente, in forma accelerata, nei decenni successivi. Anzitutto sotto il profilo dell’accumulazione di ricchezze e , conseguentemente della trasformazione dei rapporti sociali . L’aristocrazia romana e il ceto equestre, più di ogni altro gruppo, furono i beneficiari di questa crescita, con la conseguente concentrazione di grandi capitali nelle mani di pochi privilegiati. Soprattutto i cavalieri costituivano il perno di tutto il meccanismo di sfruttamento provinciale, avendo acquisito un controllo strategico nella gestione dei flussi di ricchezza che l’espansione imperiale assicurava non solo a Roma , ma all’Italia intera, partecipe, seppure in forma subalterna , di questi processi. Il loro ruolo tuttavia restava, se non circoscritto , sicuramente orientato alla gestione finanziaria e ai correlati investimenti nei processi mercantili, nei traffici marittimi, nelle attività bancarie e nella gestione degli appalti e delle grandi opere pubbliche cresciute in quantità e in dimensioni. La nobiltà delle cariche, per la sua stessa vocazione, rimase invece relativamente al margine di queste forme di reinvestimento ( e di moltiplicazione ) delle ricchezze. Essa ebbe sì a lucrare, e non poco, dalle guerre, con i bottini rapinati ai vinti e con la successiva spoliazione delle province, ma il suo

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steso ruolo la vincolava alla politica cittadina. Di qui la necessità di investimenti relativamente stabili, che non la impegnassero eccessivamente in un diretto lavoro di gestione. Nell’amministrazione dei loro patrimoni, i membri della classe dirigente romana fruivano di un insieme di collaboratori, sovente schiavi o liberi orientali con particolari competenze commerciali e finanziarie. E’ attraverso costoro e con l’attiva cooperazione dei banchieri e finanzieri appartenenti al ceto degli equites che molti e importanti segmenti dei patrimoni nobiliari vennero investiti in attività finanziarie e mercantili. Una quota probabilmente maggioritaria di essi dovette tuttavia orientarsi verso gli investimenti immobiliari. Anzitutto attraverso la proprietà di grandi edifici urbani d’abitazione a più piani ( insulae ) che, in una città come Roma , si venivano moltiplicando, a seguito della crescente quantità di abitanti. Molti, tra gli strati meno elevati, ma non solo, erano alloggiati negli appartamenti peggiori di queste insulae affittati a cifre talora abbastanza elevate. L’investimento privilegiato dall’oligarchia romana, o almeno quello su cui più si concentrava l’interesse e di cui maggiormente si parlava, continuò peraltro a essere costituito dalla terra : quello più consono alla tradizione e al ruolo di questo ceto di proprietari fondiari e di guerrieri. Un investimento tanto più facilitato dalla disponibilità di terre sparse in tutta la penisola, derivante dallo sradicamento di parte del ceto rurale italico. La durata dello sforzo militare contro Annibale e la mobilitazione di tute le risorse disponibili avevano impegnato una intera generazione di contadini a passare la maggior parte della loro vita attiva lontani dai campi. Non era facile per costoro tornare , una volta lasciato l’esercito, a una vita lontana nel tempo e da cui si erano disabituati. D’altra parte il crescente splendore di Roma, la vita facile e i flussi di ricchezza che si riflettevano su ogni ceto, le nuove occasioni di guadagno offerte dalle attività commerciali direttamente connesse alle campagne militari e i nuovi arruolamenti per le guerre d’Oriente, con il miraggio dei ricchi bottini, costituivano un potente fattore d’attrazione. Così per molti antichi proprietari contadini, dopo la lunga stagione di guerre era pressoché irresistibile la spinta all’inurbamento. Di contro, le campagne spopolatesi di una parte dei loro antichi contadini, vennero riorganizzate dai membri dell’oligarchia romana che estesero i loro domini, incorporando sovente i campicelli degli antichi agricoltori inubati. Si impose allora un sistema di grandi tenute , gestite da fiduciari , spesso essi stessi schiavi o liberti dei titolari, con l’impiego promiscuo di manodopera schiavistica e di contadini liberi. Il meccanismo fu favorito , per un certo tempo, dalla disponibilità di grandi masse di schiavi a buon mercato riversatesi nei grandi mercati specializzati , a seguito delle guerre vittoriose di Roma. Il livello degli investimenti, la specializzazione e la qualità delle culture, le necessità di crescenti derrate alimentari per i mercati cittadini contribuirono a loro volta a un continuo ampliamento delle dimensioni di tali proprietà . le terre private restavano la base delle villae dei grandi oligarchi romani , ma a esse si sommavano crescenti aree di terre pubbliche di cui vi era ancora notevole disponibilità in Italia. La crisi demografica del mondo rurale a sua volta era destinata a incidere negativamente su un meccanismo che era stato , per secoli , il fondamento della forza di Roma, ancora determinante nell’età delle guerre puniche. Si tratta dell’organico rapporto tra l’antico esercito cittadino fondato sull’ordinamento centuriato e la piccola proprietà rurale dei contadini – soldati, identificata da sempre con un ceto dei piccoli e medi proprietari agrari. Un ceto, ora , se non in via di sparizione, certamente assottigliato, tanto da non garantire più il < rifornimento > delle centurie di cittadini e delle tribù territoriali con i propri organici. La schiavitù nella società romana ha avuto una fondamentale importanza già a partire dai primi secoli della repubblica. Con Plauto, alla fine del III secolo abbiamo la precisa testimonianza di questa realtà come un fenomeno di massa. Gli sviluppi del II secolo a.C. non possono quindi essere considerati che in termini di continuità con l’età precedente. Ciò che forse contraddistingue l’esperienza romana è la vasta gamma di situazioni in cui il sistema schiavistico dette luogo, almeno nella fase di suo massimo sviluppo, tra il II secolo a.C. e i primi due secoli del principato. Da un lato colpisce lo sfruttamento sistematico e brutale di questo tipo di forza- lavoro : dal suo impiego in massa nei nuovi come negli antichi processi produttivi, soprattutto nel settore agrario, ad altre e ancora più pesanti utilizzazioni, come il lavoro nelle miniere o l’impiego degli schiavi come

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rematori nelle grandi navi da trasporto e da guerra. E tuttavia, dal lato opposto, tale istituto venne utilizzato, in modo straordinariamente efficace, in una molteplicità di impieghi e di attività che moltiplicarono la capacità d’azione e di gestione della classe dirigente romana attraverso l’utilizzazione sistematica di peculiari ed elevate capacità tecniche di alcuni schiavi o di ex schiavi . ciò che ha reso possibile incrementare e articolare in misura eccezionale e rapidissima le originarie potenzialità della società romana con la conseguenza di un formidabile sviluppo dell’intera organizzazione economico – sociale tardo repubblicana. In questa relativamente sofisticata utilizzazione vennero infatti valorizzate una vasta gamma di competenze, specializzazioni professionali, saperi e conoscenze tecniche nuove per gli orizzonti romani. Questo avvenne attraverso figure di schiavi ben diverse da quelli destinati a lavorare nei latifondi : si tratta di artisti, letterati formatisi alla grande tradizione ellenistica, specialisti in ogni campo, dalla professione medica alle tecniche commerciali e bancarie, così sviluppate in Oriente, ai vari settori artigianali, oltre a tutta la sfera delle attività letterarie e pedagogiche. Questo tipo di schiavi era acquistato a prezzi sovente molto elevati e quasi sempre destinato a lavorare a stretto contatto con i loro padroni. In questo modo, attraverso la disponibilità di questa vasta gamma di competenze, la stessa capacità di gestione delle imprese agrarie, commerciali e delle attività finanziarie facenti capo al pater familias venne fortemente potenziata. Un aspetto centrale che dobbiamo avere ben presente è rappresentato dalla facoltà riconosciuta dall’ordinamento romano a ciascun proprietario di concedere al proprio schiavo, insieme alla libertà , anche la cittadinanza romana. E’ chiaro che i beneficiari di questo straordinario potere furono soprattutto quegli schiavi più a contatto con i loro padroni e meglio in grado di conquistarsene la benevolenza. Divenuti liberi, essi e i loro discendenti costituirono un nuovo e importante gruppo sociale la cui diversa fisionomia e la cui differenziazione culturale , contribuì ad arricchire ulteriormente la società romana. E’ di grande interesse il fatto che, malgrado le resistenze al processo di ellenizzazione della società romana , non si registri alcun serio tentativo di arrestare il potente meccanismo di mobilità sociale rappresentato dalle manomissioni degli schiavi. Era questo infatti, forse più della spontanea immigrazione in Roma dei sudditi liberi provenienti da ogni parte dell’impero di recente acquisito, che nella Roma tardo repubblicana assicurava una inevitabile penetrazione di nuovi elementi portatori di culture anche molto lontane da quella romana che, con la cittadinanza , acquistarono in essa uno strumento permanente. Sarebbe stato sufficiente rompere l’originario principio che associava strettamente libertà e cittadinanza perché ciò divenisse impossibile. In effetti il sistema romano delle manomissioni evidenzia la rigida consequenziarietà delle logiche giuridiche che le ispiravano. In Roma la libertà individuale era garantita al cittadino : di questa o di un’altra città con cui si fosse in relazione reciproca. Ma questo stretto collegamento tra libertà e cittadinanza poneva un problema nel caso della liberazione di uno schiavo , dovendosi configurarlo anche come < cittadino>. Per questo, in origine, fu pressoché inevitabile che allo schiavo di un Romano, che aveva perso la sua cittadinanza originaria, la concessione della libertà s’accompagnasse contestualmente all’acquisizione dell’unica cittadinanza di cui Roma disponeva : quella romana, appunto. Così s’ebbe il paradosso che ciascun privato cittadino di Roma , proprietario di uno schiavo, potendolo trasformare in un uomo libero con la manomissione, disponesse anche di un potere squisitamente sovrano come quello di concedere la cittadinanza. A partire dal III secolo a. C. e sempre più nel tempo , Roma disponeva anche di altre < città - dinanze > la lantina e lo stesso statutto di peregiunus < straniero>, come appunto di sudditi delle province . Ai liberti dunque si sarebbe potuto dare questo più basso statuto personale , invece della sempre più pregiata cittadinanza romana. Ma, salvo casi particolari e relativamente circoscritti, non fu questa la strada battuta e la saldatura tra libertà e cittadinanza romana restò ferma. E’ stato questo, alla lunga , un formidabile elemento di arricchimento della società romana , una delle società più < aperte > del mondo antico, e conseguentemente anche una ragione del suo durevole successo, speculare alla parabola delle città greche. Ciò di cui, del resto, avevano chiara consapevolezza i contemporanei e gli stessi nemici di Roma, direttamente interessati a valutarne la forza. Divenuta la grande metropoli dell’intero Mediterraneo, Roma da tutti i popoli attrasse

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energie, conoscenze, saperi rifondendo e riplasmando questa realtà e con essa rinnovando la sua composizione sociale, le sue competenze e la sua popolazione. Non si deve dimenticare infatti, nel sistema stratificato della società romana, non solo questa costante forma d’arruolamento di nuovi cittadini < dal basso >, ma anche la loro ulteriore mobilità . Giacché i figli di ex schiavi , se nati quando il padre era già divenuto < libero >, avevano lo statuto di < ingenui> potendo ulteriormente ascendere nella scala sociale. E’ ovvio che questo stesso arricchimento si associasse a quell’ampliamento d’orizzonti e al mutamento di costumi derivante anche dall’innesto di nuove tradizioni e sensibilità . Anche sotto questo profilo, la compattezza e l’omogeneità culturale di quella relativamente piccola città di contadini e guerrieri che aveva conquistato l’Orbe antico, stanno ora diventando un ricordo del passato.

5. La teoria della < costituzione mista >

Polibio, s’interrogò a fondo sui motivi dello straordinario successo politico di Roma. Il grande vantaggio di Roma consisterebbe, secondo Polibio , in un equilibrio difficile e sempre mutevole fra le tre forme di governo proprie delle società umane , già identificate dai filosofi greci : il governo monarchico, quello aristocratico e , infine quello democratico. L’avere, diciamo così < selezionato > il meglio di questi tre meccanismi di governo e averli fusi in un disegno unitario sarebbe dunque la ragione ultima del successo romano : il potere monarchico , identificabile nella forza dei consoli, quello aristocratico, nel ruolo del senato e quello democratico nei comizi. L’enorme peso che tale schema ha avuto nella formazione degli stati moderni ha finito quasi col L’esperienza romana appare ispirata a una logica , in cui più che la < divisione dei poteri >, parrebbe giocare la confusione di più poteri nello stesso soggetto e, contemporaneamente, la scissione di uno stesso tipo di potere tra soggetti diversi , chiamati a operare insieme. Sia la collegialità dei magistrati , sia l’autoritas del senato nei riguardi dei comizi , sia l’interazione tra magistrati e senato con i suoi consulta, sembrano elementi di un’architettura costruita per funzionare attraverso la cooperazione e l’integrazione, con il conseguente equilibrio derivante da tutto ciò. L’equilibrio repubblicano parrebbe derivato dal coinvolgimento di più titolari nell’attuaizone dello stesso potere e dalla presenza di meccanismi che necessitavano la costante presenza di un sufficiente livello di consenso tra tutti i soggetti istituzionalmente rilevanti. Nell’esperienza romana su cui Polibio veniva riflettendo, ciascun portatore di un potere originario finiva dunque col partecipare a ogni fondamentale espressione della sovranità, giacché era proprio questa condivisione del potere che impediva la degenerazione in senso unilaterale della < costruzione mista>. Tuttavia, quando Polibio veniva riflettendo su questo modello , elaborando la sua particolare interpretazione, gli equilibri che avevano retto per secoli la complessa impalcatura repubblicana erano avviati ormai a una crisi profonda e, per certi versi irreversibile.

PARTE TERZA : UN’AMBIGUA RIVOLUZIONE

Capitolo decimo : la prospettiva delle grandi riforme e la crisi della classe dirigente romana

1. La rottura del patto

Verso la metà del II secolo erano ormai evidenti taluni fattori di crisi ingenerati dall’evoluzione della politica romana e dalle sue dimensioni imperiali, dove aspetti politici e problemi istituzionali si intrecciavano in modo indissolubile. Si evidenzia allora l’impressionante e sempre più accentuato

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squilibrio tra le dimensioni di Roma e del suo territorio e il resto del mondo da essa dominato. Paradossalmente erano proprio i successi della politica romana a pesare negativamente sul destino di questa città. Perché Roma, ancora alla fine del II secolo, aveva conservato la struttura e le istituzioni della tipica < città – stato > dell’antichità classica. Ma ormai i limiti di questa forma organizzativa apparivano incompatibili con la dimensione dei compiti derivanti dalla sua espansione. Il latino s’avviava ad essere ormai l’unico medium linguistico della penisola ( anche se ancora ben persistevano le varie lingue italiche ), l’omogeneità politica e culturale un fatto pressoché compiuto , gli interessi economici anche molto stretti, mentre poi il diritto romano era ormai divenuto lo strumento di comunicazione delle élites locali. Il punto centrale dell’insieme di tensioni e di contraddizioni ingenerate dal successo della politica romana appare , in ultima analisi, lo squilibrio tra una gigantesca concentrazione di privilegi in un gruppo sociale sempre più ristretto , e l’accumularsi di costi crescenti gravanti su una base sociale sempre più ampia , in parte costituita dagli stessi cittadini romani e da tutti gli alleati italici. Era reale il pericolo di rottura di quel patto su cui si era fondata la stessa costituzione repubblicana, non solo infatti, mancava , e sarebbe mancata a lungo una risposta condivisa ai problemi nuovi che la società e il ceto dirigente romano si trovava ad affrontare. Era anche impossibile che la soluzione potesse scaturire da quelle consolidate tecniche di governo e da quel sapere istituzionale che la classe dirigente romana s’era forgiata. Il problema di fondo era costituito dallo scardinamento dell’architettura istituzionale del suo necessario fondamento in termini di potere e di consenso politico : e questo non poteva essere risolto solo in termini istituzionali. Di qui l’inarrestabile divaricarsi di tendenze politiche sempre meno capaci di mediazioni : da parte di alcuni infatti appariva possibile solo la fedeltà e la difesa delle vecchie tradizioni e di antiche gerarchie. Per altri il sistema tradizionale non solo non reggeva più, ma era esso stesso divenuto , con l’attaccamento a un modello politico – istituzionale costruito sull’arcaico universo cittadino, un fattore di cresi e di squilibri. E tutti i gruppi e le varie tendenze poi erano attraversati orizzontalmente da una contraddizione ancora più di fondo. Il carattere pressoché insolubile della contraddizione che ne emergeva aggravò le tradizionali divergenze all’interno del gruppo dirigente romano. Al termine della conquista del Mediterraneo occidentale, a partire dalla seconda metà del II secolo, esse esplosero canalizzandosi verso soluzioni diametralmente opposte. Da un lato, le antiche sollecitudini per le conservazioni del fondamento rurale della società romana si caricavano allora di un’accentuata coloritura filo popolare. Mentre , all’opposto , la roccaforte aristocratica costituita dal senato cercò di accentuare il suo potere arbitrale, sino a ledere a più riprese l’intangibilità della libertas repubblicana. La stessa urgenza di dare rapide e definitive risposte ai problemi che venivano premendo rese poi impossibile quel tipo di compromessi fondati sulle complesse mediazioni realizzate per molto tempo all’interno del senato. Di qui l’esplosione di un conflitto insanabile tra l’aspirazione a una democrazia più radicale e la difesa di un principio aristocratico ancora forte, che rivendicava al senato l’antica , ma non più indiscussa centralità. Le fazioni e i gruppi politici che avevano caratterizzato la vita della repubblica si coagularono così in due grandi e contrastanti linee di tendenza : gli < ottimati > e i populares. Allora la lotta politica , almeno per quanto concerne il carattere di queste foze antagoniste si avvicinò maggiormente alla nostra idea di < partito > come libera consociazione di individui legati da una comune e simile visione della politica e degli obiettivi da conseguire. Sarà poi il potere specifico della magistratura suprema , l’imperium legittimante al comando militare, l’altro elemento che entrerà in gioco. Ecco dunque tutti i presupposti per il sedimentarsi dell’impasto esplosivo che finì col tradurre in termini di forza bruta , sino all’impiego delle armate romane, quella che sinora era stata una lotta politica svoltasi entro una variabile ma reale cornice di legalità. Tali processi ebbero altresì l’effetto d’irrigidire pericolosamente antiche pratiche di governo , e d’indurre i vari partiti ad approntare meccanismi più o meno improvvisati che finivano con ledere, in modo talora assai grave, i delicati equilibri su cui si era fondato l’edificio repubblicano. Meccanismi a loro volta consolidati più attraverso pratiche continuamente ricalibrate e delicati compromessi che non fondati su disegni definiti una volta per tutte. Questo è il caso del nuovo

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valore attribuito dal senato ai suoi consulta tradizionalmente approvati per giudicare l’azione politica dei magistrati superiori. Divenuti, nella forma del senatus consultum ultimum, un delicatissimo strumento istituzionale che, sul presupposto di qualche pericolo eccezionale per la repubblica, permetteva , sulla base del suo giudizio del magistrato proponente e della connessa delibera senatoria , di sospendere le ordinarie garanzie di libertà e di tutela giuridica per i cittadini. Nessun vincolo più si opponeva così all’azione dei consoli intrapresa per la < salvezza della repubblica >. La prima sperimentazione di esso avvenne, come sovente accade, in seguito a un falso allarme. Si trattò dell’< invenzione > di un complotto a danno del senato e dei dirigenti romani, rappresentato dai culti dionisiaci , di origine greca, ampiamente diffusi nella penisola già negli ultimi anni del III secolo a.C. Indubbiamente per un tipo di religiosità come quello romano, fortemente istituzionale, non poteva esservi nulla di più estraneo che la forma mistico – estatica dell’abbandono al sacro e alla possessione divina perseguita da quest’altro tipo di culti. Di qui la facile psicosi nell’interpretare questi riti segreti in cui schiavi, donne e giovani, i ceti marginali rispetto alla gerarchia sociale romana, si riunivano insieme per abbandonarsi a emozioni e riti strani ed oscuri. Si pensò, di fronte all’estraneo e al nuovo, allora come sempre, a un complotto e a un disegno eversivo. La paura pervase il senato di Roma , anche a seguito di delazioni di alcuni < pentiti >, inducendolo ad autorizzare, con formule delibera , i consoli a una durissima repressione del culto, mettendone a morte i seguaci e intervenendo a che lo stesso tipo di repressione fosse impartito in tutti i municipi e le colonie e in tutte le altre città italiche alleate dei Romani. Per la prima volta, con tale decisione, si esonerarono i supremi magistrati romani, in considerazione dell’eccezionale pericolo, dal rispetto dei vincoli che la libertas repubblicana era venuta stringendo al loro imperium. Che questo provvedimento senatorio fosse carico di pericoli lo mostra il tentativo di utilizzare successivamente questo stesso strumento nella lotta contro i Gracci.

2. Tiberio Gracco e la distribuzione dell’< ager publicus>

. Già intorno al 140 a.C. si era tentato , pur senza successo , da parte degli ambienti politici vicini agli Scipioni di presentare una proposta di legge agraria che sopperisse alla crescente situazione di impoverimento e di abbandono dei piccoli agricoltori. Contemporaneamente in senato si dibatteva il problema della diminuita natalità della popolazione romana : una questione di grande importanza, se consideriamo come la disponibilità di un organico sufficiente di giovani fosse condizione per l’arruolamento di nuove leve per le legioni, la base del potere di Roma. Ed una conferma di quanto fossero fondate queste preoccupazioni s’era avuta quando, per reprimere le rivolte di schiavi verificatesi in quegli anni in Sicilia, non era stato facile provvedere ad arruolare il numero necessario di soldati. In quello stesso lasso di tempo, un giovane aristocratico, Tiberio Gracco, trovava drammatica conferma di questa realtà . Occorre ricordare come,anche in quell’epoca, la composizione dell’esercito si fondasse sulle logiche dell’ordinamento centuriato, seppure profondamente modificate e aggiornate nel corso dei secoli. Secondo queste il nerbo delle legioni era fornito dal ceto dei piccoli e medi proprietari fondiari restandone invece al margine la massa di nullatenenti ormai ammucchiatisi in Roma e che vivevano in gran parte in forma parassitaria di libertà pubbliche e private. Essi infatti eranto tutti concentrati nelle poche centurie di proletari. Sin dagli inizi del II secolo a.C. era emersa la volontà di difendere il fondamento agrario della società romana, come è attestato dall’azione politica di Catone e dal suo stesso trattato De agricoltura. Inoltre, sin da allora, si era cercato di rivitalizzare l’antica legislazione de modo agrorum risalente addirittura alle leggi Licinie Sestie con cui si stabiliva un limite ai possessi di terre pubbliche da parte di ciascun cittadino. Tale intervento aveva suscitato malumori tra le classi alte, che si aggravarono in seguito, quando un altro progetto di riforma agraria fu proposto da Gaio Leio, probabilmente durante il suo consolato nel 140 a.C. Di fronte alla dura reazione dei < ricchi>,

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come li chiama Plutarco, Lelio aveva precipitosamente fatto marcia indietro, lasciando così ulteriormente aggravare un problema che minacciava le strutture stesse della repubblica. Questa era la situazione quando, nel 133 a.C. Tiberio come tanti giovani appartenenti alla classe dirigente romana, iniziò la sua carriera facendosi eleggere al tribunato della plebe. Ma, a differenza della maggior parte i costoro egli avviò immediatamente una decisa politica riformatrice, tale da suscitare profonde avversioni, oltre che non minori convinte adesioni. Riprendendo infatti l’antica legislazione , Tiberio propose ai comizi una legge con cui si riaffermava un limite ai possessori di terre pubbliche che ciascun cittadino poteva acquisire : 500 iugeri, circa 125 ettari, per ogni pater familias cui si sarebbero potuti aggiungere altri 250 iugeri per ogni figlio maschio, sino a un totale complessivo di ben 1000 iugeri. In base a tale proposta, gli antichi possessi di ager publicus che rientravano nei limiti previsti dalla legge sarebbero divenuti proprietà privata dei singoli possessori, mentre la terra eccedente tali misure era recuperata alla res publica per essere redistribuita tra i cittadini non abbienti, in forma di piccola proprietà contadina. Si trattava di una vera e propria < riforma agraria> anche perché la legge prevedeva l’inalienabilità di questa piccola proprietà onde favorire il radicamento dei nuovi assegnatari alla terra. Il compito di recuperare e distribuire tali terre ai piccoli proprietari – contadini venne affidato a un triumvirato appositamente istituito , eletto dai concilia plebis. La sostanza della proposta non era particolarmente rivoluzionaria, riprendendo, del resto, idee e schemi già dibattuti in Roma. nondimeno essa toccava notevoli interessi, giacché sottraeva ai grandi proprietari , appartenenti quasi tutti all’aristocrazia senatoria o comunque a essa strettamente collegati, terreni agricoli già colonizzati e messi a coltura e considerati ormai , anche per questo motivo ,non già come possessi teoricamente sempre revocabili, ma come vere forme di un’intangibile e legittima proprietà . Questo gruppo potente ebbe buon gioco nell’affidarsi a un altro tribuno, C. Ottavio, perché , secondo le regole tradizionali, interponesse l’intercessio contro la proposta del collega, impedendo quindi che i concilia potessero discuterla e votarla. Ma questo espediente non bloccò Tiberio nell’attuazione del suo progetto politico : l’ostacolo dell’intercessio fu da lui rimosso in modo efficace quanto brutale e ai limiti della legittimità . Non potendo superare la paralisi derivante dal veto del collega, egli lo aggirò , facendo votare dagli stessi concilia la deposizione di Ottavio sulla base dello specioso e pericoloso argomento che non poteva essere magistrato della plebe che avesse operato contro l’interesse di questa. Si trattava di un procedimento grave e profondamente contrario alla logica generale delle magistrature romane e della costituzione repubblicana . In questo modo infatti si introduceva quasi il principio di un mandato vincolante tra il magistrato e i suoi elettori. Così, solo a seguito di un’azione arbitraria, sostanzialmente illegale e certamente senza precedenti come la revoca di un tribuno per le sue posizioni politiche , la legge agraria proposta da Tiberio poté essere votata. A rafforzare la propria iniziativa Tiberio sfruttò poi un evento esterno appena accaduto e consistente nel testamento di Attalo II, re di Pergamo, il quale aveva istituito il popolo Romano come sue erede. Prevenendo qualsiasi decisione del senato che si era sempre arrogato una competenza esclusiva per tutti i problemi di politica estera, Tiberio fece votare dai concilia un plebiscito con cui si affidava il tesoro alla commissione appena istituita, onde finanziare la complessa operazione di ripopolamento delle campagne prevista dalla legge agraria. Tiberio era un politico che rappresentava interessi e valori condivisi: dietro di lui era schierato non solo il popolo minuto, attirato dalla promessa della distribuzione gratuita di terre pubbliche ai non abbienti, ma anche membri dell’aristocrazia romana, compresi non pochi senatori che condividevano molti dei motivi di fondo che avevano ispirato le progettate riforme di Grecco. L’irrigidimento dello scontro, tuttavia, fece precipitare la situazione verso esiti incontrollati : lo si vide chiaramente quando lo stesso Tiberio volle ripresentarsi alla caria di tribuno della plebe per l’anno successivo, allontanandosi dai criteri tradizionali che regolavano il cursus honorum. Tale rilevazione appariva pressoché indispensabile per garantirgli , data la violenza della lotta in corso, dai pericoli alla sua stessa persona . Il tribuno aveva un carattere sacrosanto la cui assoluta inviolabilità personale era severamente garantita. Benché non esistesse un esplicito divieto d’iterazione immediata della carica, tale situazione fu sfruttata dai nemici di Tiberio che maliziosamente l’associarono all’idea che questi aspirasse a un

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potere monarchico. Accusa senza fondamento, ma atta ad accrescere i sospetti nei gruppi dell’oligarchia romana. Fu pertanto contro l’immediata rielezione di Tiberio al tribunato per l’anno successivo che si scatenò la violentissima opposizione dei suoi avversari politici. Nei tumulti che seguirono lui stesso e alcuni suoi seguaci vennero assaliti e uccisi da un gruppo di senatori, nei pressi della curia dove si riuniva il senato. Questa fine cruenta era destinata ad avviare una vera e propria persecuzione che tentò di coprirsi a sua volta con forme legali , attraverso l’emanazione di un senatusconsultum ultimum per la < salvezza suprema > della repubblica. Tale tentativo del partito antigraccano fu vanificato dalla ferma opposizione di Publio Mucio Scevola, il console in carica per il 133 – 132 a.C. La sua opposizione , tuttavia, non fece che rinviare la persecuzione dei seguaci di Graco a opera dei suoi immediati successori : i consoli Popilio Lena e Publio Rupilio. I sostenitori di Tiberio furono quindi dichiarati < nemici della repubblica > e rinviati al giudizio di tribunali eccezionali senza che potessero appellarsi al popolo con la provocatio. Tuttavia il progetto di riforma ideato da Tiberio non si dissolse con le fortune politiche del suo autore. Gli interessi e gli appoggi che avevano superato il tribuno erano sufficientemente forti da impedire che la legge fatta votare da Tiberio fosse abrogata o totalmente disapplicata. Pochi anni dopo, nel 129 a.C. , per iniziativa di Scipione Emiliano, fu comunque votato un senatoconsulto che mirava a ostacolare, se non bloccare l’attività dei triumviri preposti al recupero e all’assegnazione delle terre. Malgrado tali ostacoli, la politica di distribuzione graccana dovette durare abbastanza a lungo e mettere radici , se ancor oggi troviamo, nell’Italia meridionale, dove l’azione di recupero delle terre pubbliche fu particolarmente incisiva , cippi, detti < graccani> , che segnavano i confini dei territori recuperati dai privati possessori e assegnati ai piccoli coltivatori in base alla legge agraria. E’ possibile che l’ostilità di Scipione, tradizionale protettore degli alleati italici, verso le leggi graccane sia da ricondursi alla lesione degli interessi dei numerosi possessori italici i quali assai verosimilmente, ma di ciò non siamo certi, non erano stati ammessi a partecipare alle distribuzioni di terra. In effetti il partito popolare aveva cercato di ovviare a questo svantaggio degli Italici favorendo per altri e più sostanziosi aspetti gli interessi di costoro. Va ricordato come già nel 125 a.C. fosse stata proposta da Fulvio Flacco la concessione della cittadinanza romana ai sosi Italici, e che, caduta questa per la decisa opposizione della nobilitas lo stesso magistrato avesse avanzato una proposta più limitata , anch’essa bocciata, volta ad assicurare anche ai socii il privilegio della provocatio al popolo.

3. L’eredità politica di Tiberio e il programma di Gaio Gracco

Gaio eletto tribuno della plebe nel 123 a.C. , e rieletto nell’anno successivo, egli fece approvare un complesso intreccio di leggi che appaiono corrispondere a un progetto politico ormai ben più ampio e ambizioso di quelle limitate riforme a suo tempo propugnate dal fratello Tiberio. Anche le leggi agrarie furono riprese e ribadite da Gaio, benché di ciò non abbiamo una chiara e precisa conoscenza. E’ probabile che la nuova legislazione recuperasse e insieme sostituisse integralmente quella di Tiberio . In essa si dovette rivitalizzare, tra l’altro, il lavoro dei triumviri agris dandis , restituendo ai commissari gli originari poteri giusdicenti loro attribuiti. Inoltre le terre assegnate furono sottoposte al pagamento di un vectigal , di un canone, e verosimilmente, ma non vi sono certezze su questo punto, fu diminuito il tetto dei cinquecento iugeri di terre pubbliche lasciate agli originari possessores. Colpisce soprattutto , nell’azione di Gaio, la quantità e la complessità dei campi toccati dalle riforme . Con una fitta serie di leggi si riprendevano infatti tutte le linee tradizionali del < partito agrario > e dell’antica politica filo – plebea , con un forte rilancio della colonizzazione romana. Un’altra lex Sempronia accentuava la linea antisenatoria, con la fondazione di una colonia a Taranto e il progetto di un’altra colonia a Capua che avrebbe recuperato parte delle fertilissime terre campane restate di pertinenza di Roma, dopo la severa punizione inflitta a tale città per la sua defezione da Annibale. Terre che , di fatto, erano state sfruttate per quasi un secolo esclusivamente

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dalla nobilitas senatoria. Egualmente un’altra legge stabili la fondazione di una colona a Cartagine, sottraendo al senato la competenza esclusiva , sino ad allora gelosamente conservata, sulla condizione delle province romane. Sempre nell’ambito della politica agraria vanno ancora ricordati altri provvedimenti come la costituzione di grandi magazzini pubblici per il deposito del grano e di nuove strade volte a favorire la complessiva politica di ripopolamento delle campagne. L’iniziativa legislativa di Gaio andava tuttavia oltre, toccando una molteplicità di altri punti nodali della vita della repubblica, in modo da modificare i complessivi equilibri politici . Evidente appare nella sua azione l’obiettivo strategico da lui perseguito che mirava anzitutto all’annullamento o , quanto meno, ad un forte ridimensionamento del senato attraverso la costruzione di un diverso blocco sociale. Va ricordata in questa direzione la lex Sempronia de provincia Asia che sottraeva al controllo del senato gli appalti per le imposte nelle ricchissime province d’Asia : fonte di favoritismi clientelari e di grande potere per tale organismo. In questo contesto una lex Sempronia de provinciis consularibus che obbligava il senato a sorteggiare quali province fossero assegnate ai futuri consoli, prima delle elezioni. Tale procedura consentiva così di sottrarre all’arbitrio di questo consesso uno strumento importante per premiare gli amici e penalizzare gli avversari. Nei provvedimenti normativi volti a perseguire questa strategia si iscrivono a giusto titolo una serie di leggi miranti a precisare e irrigidire i criteri di legalità e le tutele di libertà dei cittadini, così ampiamente minacciati nel corso dei tumultuosi eventi che avevano portato alla morte di Tiberio. Va anzitutto ricordato la legge che impediva la repressione di reati non previamente definiti mediante leggi comiziali e la lex Sempronia de capite civis Romani che riaffermava con forza e in modo sistematico il ruolo di controllo dei comizi per tutti i casi d’applicazione della pena capitale nelle quaestiones. Esse miravano a rendere impossibile, per il futuro, qualsiasi tipo di operazione come quella a suo tempo messa in atto contro i seguaci di Tiberio. Di contro un altro principio normativo veniva fatto valere, a chiudere la questione apertasi in età di Tiberio , con cui si sanciva la legittimità formale della rielezione di un tribuno in carica ( anche se di questo plebiscito è incerta la data, che potrebbe essere anteriore al 123 a. C. ) . Infine da parte di Gaio si interveniva anche sui comizi centuriati, proponendosi la soppressione dell’antico sistema di voto per classi di centurie, con cui i ceti economicamente più deboli erano stati ridotti in pratica all’irrilevanza . La proposta di Gaio prevedeva il sorteggio dell’ordine di voto delle varie centurie, mettendole , almeno formalmente , sul piano di parità . Un intervento più pericoloso per il senato appare la modificata composizione dei tribunali de repetundis, competenti per i reati di corruziozione e concussione di cui spesso si macchiavano i titolari degli uffici di amministrazione e di governo provinciale, appartenenti quasi tutti all’aristocrazia senatoria. A patire da una lex Sempronia iudiciaria ( ma forse si trattò di due successive leggi, intervenute nei due anni in cui Gaio ricoperse il tribunato ) , si mirò a modificare la composizione dei tribunali giudicanti e in particolare quella della questio de repetundis composta da membri del ceto senatorio, ovviamente più indulgenti verso i loro pari rango. A seguito della nuova legislazione l’organico dei giudici veniva a essere fornito dai cavalieri , portatori di interessi in parte diversi, e che disponevano in questo modo di un efficace mezzo di pressione nei confronti del ceto senatorio. E qui emerge con chiarezza l’intento di saldare gli interessi del potente ceto equestre alla politica del partito popolare. A questo gruppo, così rilevante economicamente , ma restato sostanzialmente estraneo, o comunque ai margini , della vita politica cittadina, si offriva ora un prezioso strumento di controllo proprio sui membri del senato , creando con esso un elemento di contrasto. D’altra parte l’organicità delle iniziative legislative e politiche di Gaio ci fa pensare che la sua azione mirasse a qualcosa di più della semplice resa di conti con il senato, o del riequilibrio nel gioco dei ruoli e delle influenze tra i vari gruppi che costituivano il tessuto complessivo della città e dell’ordinamento politico romano. Certo , questi sono gli aspetti più evidenti ; ma dietro l’articolata serie di iniziative volte ad assicurare tali obiettivi, si intravede tuttavia una strategia ancora più ambiziosa che si spingeva a delineare come risultato ultimo la trasformazione della stessa res publica. Sino ad allora infatti mai era stato messo in discussione il suo stesso fondamento di carattere aristocratico, intimamente collegato ai ruoli militari e alle cariche politiche. Si delineava ora per la prima volta la possibilità di spostare tali assetti verso una più radicale forma di

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democrazia, quale forse solo l’esperienza greca aveva conosciuto. Di qui , ad esempio, l’insistenza figura del tribuno e sulla legge quali strumenti pressoché esclusivi per attuare questo cambiamento radicale del sistema politico. La legge votata dal popolo e il diverso ruolo assunto dal tribuno, che cessava di essere titolare di un potere prevalentemente di controllo sul governo altrui per diventare invece il promotore di un proprio progetto, nel suo disegno , venivano posti al centro dell’intera scena politica. La sovranità popolare tendeva così a svincolarsi da quel costante riequilibrio costituito dall’auctoritas del senato e dallo stesso cursus honorum per divenire autonomo fondamento della politica e della legittimità repubblicana. Che questo fosse il vero nocciolo della politica graccana, sembrerebbe confermarlo la grande quantità di leggi fatte votare direttamente da Gaio o da lui ispirate : di gran lunga eccedenti, per un arco di tempo così breve, il numero relativamente ridotto di leggi ordinariamente votate dai comizi. A quelle che si è già ricordato, infatti , vanno aggiunte ancora, per quel che sappiamo, una lex Sempronia militaris che mise a carico dello stato le spese per le vesti dei soldati e introdusse un limite d’età per l’arruolamento, una lex Sempronia de Popilio Lenate senza autorizzazione dei comizi, una lex Sempronia de siariis et veneficiis , con cui si estendeva la repressione criminale a nuove fattispecie, una lex Sempronia viaria e una lex Sempronia de coloniss Tarentum deducendam, con cui si destinavano ricchi territori a una politica di ripopolamento agrario , una Runovius portoris, relativa alla politica doganale e al controllo dei conti dei pubblicani, una rogatio Marcia de tribunis militum, una lex Papiria de tresviris capitali bus, anch’essa relativa alla repressione penale, e infine , oltre all’importantissima lex Acilia repentundarum , di cui di sono pervenuti frammenti epigrafici, le due leggi relative alla composizione dei comizi centuriati e al sistema processuale.

4. Un nuovo modello di < rex publica >?

Sembra dunque delinearsi una res publica direttamente governata dal popolo e dai suoi magistrati e soprattutto da quel tribunato della plebe che, dopo tanti secoli ritrovava l’originario significato rivoluzionario. Affiorava infatti, più nettamente di quanto non fosse emerso nelle lontane vicende del decemvirato legislativo , la potenziale emarginazione dei magistrati dalla repubblica e dello stesso senato. La legge votata dai comizi, svincolava in pratica da ogni interferenza di tali organi, diveniva, nel modello abbozzato dall’azione dei Gracchi, il vero centro istituzionale dello stato cittadino. Affiorava così la possibilità di una deriva in senso < ateniese>, con un primato della democrazia assembleare sul costante temperamento dei poteri attraverso le mediazioni necessarie ad assicurare quelle convergenze postulate dalla costituzione romana. In tal senso deponeva anche il fatto che i due frattelli, per la loro lotta, scartassero gli strumenti tradizionali che, comunque, per essere utilizzati, richiedevano quel minimo di consenso tra organi e ordini. Sottraendosi al controllo e alla < normalizzazione > che il cursus honorum comunque comportava, essi appaiono fondare tutta la loro azione sulla figura ambigua del tribunato. E’ comprensibile che agli occhi di molti membri del ceto dirigente romano, non solo tra i più conservatori degli aristocratici ma tra i < moderati>, istintivamente rispettosi dei tradizionali equilibri della resp publica, il tentativo graccano assumesse la coloritura di un’avventura eversiva. E la percezione, vera o falsa che essa fosse, della posta in gioco spiega pertanto la violenza della reazione senatoria. La partita apertasi ora, più chiaramente di dieci anni prima, andava al di là degli aspetti particolari della distribuzione e del controllo delle risorse pubbliche o dell’organizzazione politica romana, investendo la natura stessa della res publica e l’intera architettura politica su cui essa si era venuta costruendo. E, ancora una volta , lo scontro ebbe un esito mortale. Nel momento infatti in cui gli equilibri vennero modificandosi, con una parziale erosione del consenso popolare di cui Gaio Gracco godeva, i suoi avversari non esitarono, nei giorni di tumulto che seguirono la mancata rielezione di Gaio al tribunato della plebe per la terza volta consecutiva , a organizzarne l’assassinio. E’ importante riflettere sulla parabola politica di Gaio. La sua sconfitta infatti appare legata anzitutto

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alla precarietà del blocco politico e sociale da lui costruito in funzione antisenatoria e fondato sull’alleanza con il ceto equestre. Nel tempo, infatti, l’intima convergenza d’interessi tra due gruppi egualmente coinvolti nella politica imperialistica – nobiltà senatoria e cavalieri, era destinata a prevalere sui possibili vantaggi a breve termine che questi ultimi avevano potuto ricavare dalla loro alleanza con Gracco. E soprattutto si deve riflettere sulle radici ultime della politica graccana che sembrano riallacciarsi alla tradizione agraria e allo spirito conservatore che aveva sempre visto con sospetto le forme più avventurose di espansionismo imperialistico d’oltremare, temendone le ricadute in patria. Ebbene, sin dall’età di Catone, con la sua lotta contro gli Schipioni, in questo partito si annidava un’intima contraddizione : esso voleva infatti evitare gli aspetti più patologici e più evidentemente corrompenti di tale politica, ma non era disposto a contestarne le premesse , fondate su una logica di potenza che appare invece pienamente condivisa. Lo abbiamo già visto in Catone che difende Rodi dalla volontà di sopraffazione dei senatori romani, ma che insiste sulla brutale e politicamente ingiustificata distribuzione di Cartagine. Lo si coglie egualmente in Gario Gracco che, se da un lato favorisce una politica di risanamento sociale attraverso la fondazione di colonie e la distribuzione di terre ai piccoli agricoltori, fa poi votare una legge che assicura la distribuzione di grano a prezzo politico ai cittadini romani meno abbienti. Questa legge < frumentaria > , la prima di una numerosa serie, segna infatti il sostanziale congiungimento degli interessi popolari alla politica imperialistica gestita dai ceti dirigenti. Le distribuzioni gratuite o quasi di grano erano infatti possibili solo imponendo i corrispondenti oneri a carico dei provinciali. Non solo , ma essa garantiva, finanziandola, l’esistenza di una plebe parassitaria e, in fondo, subalterna, in contrasto con il progetto di ripopolamento delle campagne perseguito dello stesso Gracco. In verità le soluzioni prospettate dai due fratelli erano sin dall’inizio, o insufficienti , come appunto la semplice riforma agraria di Tiberio, o inconsistenti, come il più complesso progetto di Gaio. Una radicale trasformazione del tradizionale assetto gerarchico di Roma in una grande democrazia di tipo ateniese avrebbe infatti potuto essere veramente praticabile solo a condizione che una stabile alleanza tra l’assemblea popolare e il ceto degli equites emarginasse il ruolo del senato e dell’aristocrazia politica che in esso aveva il suo riferimento stabile. Ma proprio la costruzione imperiale ormai realizzata contribuiva in modo determinante a preservare ed a valorizzare ulteriormente quelle funzioni militari e di governo che costituivano lo specifico know how di tale aristocrazia. Non solo : anche una soluzione del genere era del tutto inadeguata di fronte a quello che stava diventando il problema centrale dell’organizzazione polito – istituzionale romana. Il dilatarsi anche spaziale dell’ambito d’efficacia di un potere che restava invece sempre più pericolosamente ristretto nella sua base politica. E’ questo il problema che il giovane tribuno parrebbe aver affrontato nei suoi ultimi giorni e che si manifestava in concreto nella crescente pressione dei Latini e anche dei gruppi d’Italia più legati a Roma per acquisire la cittadinanza romana. Gaio aveva infatti valutato nelle sue giuste dimensioni tale fenomeno, e del resto in questa direzione lo spingeva anche l’esigenza di estendere i benefici delle leggi agrarie a un numero di interessati più ampio che non i soli cittadini romani. Di fatto la rapida acquisizione da parte di Roma del vasto impero mediterraneo, con la conquista di tutto l’Oriente ellenistico e con gli enormi vantaggi, anzitutto economici , che ne erano conseguiti , aveva profondamente modificato il quadro delle alleanze e delle relazioni italiche, così come ancora esso poteva delinearsi nel corso del secolo precedente, all’epoca dello scontro con Cartagine. Allora infatti Roma era stata l’indiscusso punto di riferimento di un complesso sistema di forme di integrazione e di alleanze formalmente o sostanzialmente subalterne, dove alla fedeltà e agli oneri richiesti alle molteplici comunità a esso appartenenti, corrispondevano i vantaggi derivanti dall’appartenenza a un blocco politico forte e relativamente omogeno. Ma tutto ciò , ora, non bastava più agli alleati di Roma sulla cui fedeltà e sulle cui risorse s’era basata tanta parte del suo successo. Occorreva dunque una redistribuzione di ruoli : l’ampliamento della cittadinanza, essenziale per l’appartenenza piena al blocco sociale dominante, ne era la chiave. Erano ormai lontani infatti i tempi in cui gli alleati di Roma si mostravano soprattutto interessati a conservare la loro pur minuscola sovranità , giacché , già verso la metà del II secolo a.C. , la fedeltà alle tradizioni e alla propria identità politica apparivano meno rilevanti rispetto ai crescenti vantaggi

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derivanti dalla cittadinanza romana. E’ vero che Preneste, ancora nel 216 a.C. , aveva rifiutato la cittadinanza romana offertale quale premio della sua fedeltà in una fase politica molto delicata, preferendo continuare a fruire del proprio ordinamento. Ma già pochi anni dopo , nel 137 a. C. i Ferentini , ad esempio, avevano chiesto che i Latini partecipanti alla fondazione di una colonia romana acquisissero la cittadinanza, mentre in quegli stessi anni il continuo flusso di Latini e di altri italici in Roma aveva raggiunto dimensioni preoccupanti, così come allarmanti apparivano le aperte frodi miranti all’acquisizione della cittadinanza romana da parte di costoro. Nel corso del tempo erano divenuti sempre più evidenti i vantaggi derivanti dall’appartenenza alla città al centro di un enorme tessuto di potere e di ricchezze ( si consideri come questa situazione avesse reso possibile, a partire dal 167 a.C: , di esonerare di fatto i cittadini romani dall’obbligo di pagare il tributo per il sostentamento della res publica ). Appalti , espansione mercantile, arricchimenti al seguito degli eserciti vincitori, spoliazione di città vinte, asservimento massiccio dei nemici e loro vendita sui mercati di schiavi, speculazioni finanziarie e mercantili di ogni tipo erano le attività in cui non solo molti cittadini romani, ma anche mercanti e affaristi italici trovavano crescenti campi d’azione e fonti di ricchezza. Ed erano attività tutte in cui la titolarità della cittadinanza romana veniva ad assumere notevole valore. Senza poi considerare come, con l’accresciuto potere romano, si fosse venuta accentuando un’arroganza dei suoi gruppi dirigenti verso tutti gli altri popoli sottoposti che doveva apparire particolarmente odiosa ai vecchi alleati italici. Così nel corso del II secolo a.C. , si delinearono due tendenze di segno opposto: da una parte l’accresciuto interesse di Latini e Italici di acquisire individualmente o in blocco la civitas Romana . Dall’altra una netta inversione nel precedente atteggiamento romano , da sempre piuttosto liberale in queste concessioni : ora esse diventarono sempre più rare e circoscritte. In relazione a ciò, il progetto di Gaio era tutt’altro che avventuroso, in quanto orientato ad assumere nella cittadinanza romana solo gli antichi Latini che ne erano ancora restati fuori, pur fruendo da secoli del commercium e del conubium con i Romani. Per gli alleati italici, Gaio immaginava invece una loro parziale assimilazione ai privilegi goduti in precedenza dagli stessi Latini. E tuttavia anche questa politica , molto graduale e cauta, si scontrò con le resistenze romane : fu relativamente facile , in quel momento , per il senato cercare di isolare Gaio dalla sua stessa base, scatenandogli contro un altro tribuno, all’apparenza ancor più radicale di Gaio , che ne indebolisse il prestigio. Ciò avvenne con l’azione di M. Livio Druso che, insieme a una serie di proposte demagogiche, interpose il veto contro la proposta di Gaio di estensione della cittadinanza ( anche qui giocando sugli egoismi e le paure dello stesso popolo minuto di Roma ). Lo spostamento di umori degli strati popolari segnò , con il destino personale del grande riformatore, momentaneamente, anche quello del suo partito. La linea politica graccana fu infatti pressoché cancellata e, pochi anni dopo , con la lex agraria epigraphica del 111 a.C. , l’intero demanio territoriale romano fu completamente riorganizzato, favorendo il consolidamento degli antichi possessi di ager publicus trasformati in piena proprietà e , di conseguenza , sminuendo l’importanza , anche quantitativa, delle terre pubbliche, all’origine di tutti i conflitti degli ultimi decenni. Già prima di questa conclusione singoli provvedimenti avevano poi iniziato a smantellare le basi della riforma agraria. Da un lato si affermò l’alienabilità della assegnazioni graccane, che favorì la rapida sostituzione dei coloni in difficoltà con i grandi proprietari disposti a recuperare parte di queste terre, dall’altro si mise anche formalmente termine ai processi di acquisizione dell’ager publicus.

Capitolo undicesimo : il tentativo di restaurazione sillana e il tramonto della repubblica

1. Le riforme militari di Mario e la crisi italica

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La radicale sconfitta dei Gracchi e delle forze che li sostenevano non aveva risolto i problemi che le loro proposte avevano cercato di superare , al contrario. Soprattutto la crescente pressione degli Italici, che in nessun modo avevano trovato udienza nella dirigenza romana, alla lunga si sarebbe rivelata pernicosa. Ma neppure la crisi demografica delle campagne italiche, cui pure le riforme agrarie avevano tentato di far fronte, poteva considerarsi risolta : sia i fenomeni d’inurbameto del resto favoriti dalle stesse frumentazione introdotte dalla legislazione graccana, sia la concorrenza della grande proprietà schiavistica avevano continuato a incidere negativamente sull’organico dei piccoli proprietari – contadini, un tempo il nerbo delle legioni romane. Quest’ultimo aspetto apparve quanto mai evidente nella successiva stagione politica, allorché nuove e gravi esigenze militari assunsero improvvisa rilevanza per Roma. Si trattò anzitutto della difficile campagna militare contro una nuova invasione della penisola da parte di bellicose popolazioni celtiche e germaniche. In effetti , nel corso dei secoli, queste ondate si erano ripetute, e talora, con esiti abbastanza catastrofici, se ricordiamo la stessa conquista e incendio di Roma da parte dei Galli all’inizio del IV secolo a.C. Da tempo esse però non si erano più verificate anche per la rafforzata presenza militare romana nell’Italia del Nord. Di qui l’emozione suscitata dalla rinnovata minaccia, tanto più che gravi difficoltà si riscontrarono allora nell’assicurare la leva per approntare un esercito adeguato. Apparivano ormai evidenti gli effetti già da tempo paventati, dell’assottigliamento del ceto di piccoli proprietari sull’organico delle legioni romane. La vittoriosa difesa contro l’invasione fu comunque assicurata ad opera di un generale di origine plebea e la cui personalità avrebbe dominato le vicende romane a cavallo del secolo : Gaio Mario. Ben si comprende come , in ragione della popolarità così conseguita , anche per concludere un’ancora più difficile guerra avviata dai Romani in Nord Africa, contro Giugurta , re della Numidia, lo steso Mario fosse chiamato a guidare la conclusione di tale impresa, su fortissima pressione popolare e di fronte a un senato incerto e profondamente isolato nell’opinione pubblica. La soluzione adottata da Mario fu di colmare i vuoti , arruolando volontari provenienti da vasti strati di cittadini nullatenenti, attirati dal solo e dalla speranza di ulteriori vantaggi economici con la divisione del bottino di guerra. In questo modo si tagliavano però definitivamente le antiche radici cittadine dell’ordinamento militare romano , fondato sulla costituzione centuriata, avviandosi così la sua progressiva trasformazione in un esercito di mestiere. Alla fedeltà verso un entità imperiale come la res publica, naturale in un cittadino che solo per qualche anno era chiamato a effettuare il suo servizio militare, e che invece da sempre partecipava alla vita della città e alle sue vicende politiche, sarebbe subentrata nei veterani, arruolati per lunghi periodi di tempo, una più immediata ed esclusiva fedeltà al proprio comandante. Questo appannarsi del carattere dell’antico esercito cittadino costituì pertanto la premessa per l’affermazione di forme sempre più accentate di poteri personali in capo ai grandi comandanti militari. I quali , alla fine del loro comando, si mostravano sempre meno disposti a rientrare nei ranghi come semplici, anche se autorevoli membri dell’aristocrazia senatoria. Questo aspetto era destinato a divenire il principale fattore di crisi, destinato infine a travolgere le istituzione repubblicane. Dopo le campagne contro le invasioni barbariche e contro Giugurta , il prestigio di Mario, rieletto ripetutamente al consolato, dominò l’orizzonte politico romano, determinando una forte spinta in senso democratico. La guida effettiva, tuttavia , finì con l’essere assunta da due personalià più rozze e di orientamento più radicale, Saturnio e Glaucia, che si rivelarono i due veri cervelli politici del partito popolare. I loro orizzonti non andavano comunque al di là degli obiettivi ormai tradizionali di tale partito. E’ quanto si può cogliere abbastanza bene nella pur ricca serie di proposte legislative elaborate da Saturnio e votate verso la fine del secolo. Erano le strade consuete : distribuzione di grano alla plebe a prezzi irrisori, fondazione di colonie trasmarine, distribuzione di terre ai veterani di Mario e infine una nuova legge giudiziaria proposta da Glaucia. Più pericolosa era invece una lex Appuleia de maiestate minuta che precisava e ampliava la figura del crimen maiestatis con cui si colpivano i reati di carattere politico. Tale imputazione, per l’indeterminatezza dei comportamenti

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annoverabili come un attestato alla maiestas populi Romani, era infatti facilmente utilizzabile in una lotta politica ormai senza esclusione di colpi. La radicalizzazione dello scontro imposta dai due demagoghi potrò a nuovi grandissimi torbidi che si evidenziarono , soprattutto, nei disordini che accompagnarono l’approvazione della legge agraria relativa alla distribuzione delle terre della Gallia Cisalpina conquistate da Mario contro i Cimbri. Le continue forme d’illegalità culminarono infine, nel 100 a.C. , allorché Saturnio e Glaucia cercando di farsi rieleggere al tribunato, giunsero all’assassinio del candidato avversario. Ciò legittimò il senato a emanare il sempre temuto senatus consultum ultimum, incaricando lo stesso consolo in carica , Mario , di intervenire contro i suoi antichi alleati. Malgrado il tentativo di Mario di evitare le conseguenze ultime dell’incarico affidatogli , ad opera della nobilitas si perpetrò l’uccisione di Glaucia e Saturnio e di molti loro seguaci, dopo che erano stati disarmati e imprigionati dallo stesso console. Tutto ciò segnò non solo una nuova catastrofe per il partito popolare, ma anche il tramonto politico di Mario , un bravo e fortunato comandante militare, ma un politico incerto e poco abile. Ormai egualmente inviso ai popolari per la repressione da lui condotta e all’aristocrazia senatoria per tutta la sua precedente storia politica, egli ritenne opportuno allontanarsi da Roma con un pretesto. La guida dei popolari venne di fatto assunta da un altro politico radicale come Cinna . E’ degno di rilievo il fatto che negli anni dei ripetuti consolati di Mario, il punto di forza della spinta in senso democratico della politica romana sia stato rappresentato, ancora una volta, dal tribunato della plebe. Anche in questa fase sembra riprendere vita la tendenza già evidente al tempo dei Gracchi , a svuotare buona parte del potere e delle competenze tradizionali del senato mediante una serie d’iniziative legislative sottoposte dai tribuni ai comizi. Non meno significativa, per i successivi sviluppi del quadro politico – istituzionale romano, appare la parziale modifica della fisionomia della più alta magistratura di Roma , il consolato. Si ammise allora infatti, sovvertendo le regole tradizionali , la rielezione della stessa persona a tale carica per più anni di seguito , favorendo una pericolosa concentrazione di potere civile e militare. Quasi negli stessi anni, con il figlio del vecchio avversario di gaio gracco, Livio Druso , la questione degli Italici, la cui soluzione appariva ormai sempre più urgente, tornò al centro della scena politica romana. Questi infatti, ricoprendo come il padre la carica di tribuno , si distaccò tuttavia dalla linea paterna , antigraccana e filo senatoria, riprendendo piuttosto molte delle linee riformatrici del partito avversario. Si trattò invero di una politica piuttosto equilibrata : mentre una sua lex Livia agraria riprendeva , insieme a una legge frumentaria, il contenuto delle riforme graccane, di contro Druso restituiva le competenze giudiziarie al senato, togliendole ai cavalieri , a loro volta favoriti invece dalla duplicazione dell’organico dei senatori , egualmente proposta da Druso. L’accresciuto numero di senatori, portato a 600, facilitò infatti l’inserimento nei loro ranghi di molti esponenti del ceto equestre. In questo quadro di ragionevole redistribuzione del potere e di contemperamento degli interessi era pressoché inevitabile che il tribuno si impegnasse a risolvere quello che ormai, per la forza delle cose, era divenuto il nodo centrale della politica romana, costituito dall’insistente richiesta degli Italici di accedere alla cittadinanza romana. A tal proposito Druso presentò una proposta di legge relativamente moderata che prevedeva una progressiva concentrazione della cittadinanza romana agli alleati italici. L’oligarchia senatoria tuttavia, alleata con gran parte dei cavalieri, rifiutò ogni soluzione di compromesso, come l’ipotesi di concessioni miste della latinità e della cittadinanza romana , bloccando , con mezzi talora ai confini della legalità, l’approvazione della legge . Non solo i più oltranzisti del partito senatorio si spinsero sino ad assassinare lo steso Druso , nella notte seguente alla caduta della sua proposta. Allora, di fronte a questa ulteriore violenta chiusura, le tensione accumulatesi esplosero con violenza portando a una generalizzata ribellione antiromana da parte degli Italici. La < guerra sociale > ( dal termine socius a indicare gli alleati italici di Roma ), si impose con una grande alleanza italica, di cui il nucleo più forte era costituito dalle popolazioni sannite. E’ probabile che sin dall’inizio confluissero in essa diverse e addirittura contraddittorie aspirazioni, sul cui contenuto non vi è pieno accordo tra gli studiosi moderni. La maggior parte di costoro tende a identificarne il fondamento nella diffusa aspirazione degli Italici, anzitutto dei Latini, alla piena

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assimilazione e parità di condizioni con i Romani. Ma vi è chi , tende piuttosto a valorizzare la presenza di un più radicale orientamento antiromano. Tra i soci italici, infatti, non dovettero essere pochi coloro che videro, in questo frangente, l’occasione per riconquistare una piena libertà del giogo romano, abbattendone la soverchiante potenza. Certamente nei Latini, attratti anch’essi nell’alleanza antiromana era prevalente il primo aspetto, nei Sanniti, forse il secondo. In effetti , un dato poco coerente con l’interpretazione tradizionale, fondata peraltro sulla versione più diffusa delle testimonianze antiche , è il fatto che la forza propulsiva della rivolta antiromana sia stata quasi sempre rappresentata dagli strati più popolari delle varie comunità , mentre assai più incerta e contraddittoria appare sovente la condotta delle aristocrazie locali, tradizionalmente più legate all’alleanza con Roma. si noti che proprio queste ultime erano le più interessate alla cittadinanza, sia per le possibilità che apriva , sia per la loro già esistente partecipazione a quelle forme di circolazione giuridica dove essa era effettivamente rilevante. Che la mancata acquisizione della civita Romana fosse invece di qualche danno effettivo al piccolo contadino osco o sanità è cosa tutta da dimostrarsi. E’ almeno possibile immaginare che l’arruolamento romano abbia fortemente contribuito a far saldare tra loro diversi e contraddittori elementi : aspirazione a una parificazione politica da un lato , nostalgia per l’antica libertà ed esasperazione per l’arroganza romana dall’altro , tentazione infine di liberarsi una volta per tute da un’alleanza divenuta un giogo oppressivo. Quello che sembra sia comunque confermato in modo abbastanza chiaro da questa vicenda è che il senato, il popolo e l’esercito di Roma, che avevano saputo in modo così straordinariamente efficace conquistare un impero , si mostravano sempre più incapaci di conservarlo. Questo è il punto per noi più importante che ci permette d’intuire il progressivo accumularsi di tensioni molto pericolose, potenzialmente in grado di usare una potenza che rischiava di doversi affidare alla sola forza materiale. Fatto si è che l’esplosione della lotta armata coincise con un gravissimo isolamento politico – militare romano. Il sostanziale insuccesso del tentativo di piegare gli alleati italici con la sola forza delle armi fece maturare ben presto una svolta politica . Roma si ridusse ora ad offrire , a chi avesse sospeso le ostilità belliche , quei benefici precedentemente esclusi per il naufragio dei ragionevoli progetti di ampliamento della cittadinanza romana. Tra l’89 e l’88 a.C. la guerra si spense lentamente dopo che la lex lulia de civitate Latini et sociis danda, del 90 a.C. , successivamente integrata da altre due leggi , sancì la concessione della cittadinanza romana ai Latini e gli antichi alleati italici restati fedeli o che avessero immediatamente deposto le armi contro Roma. anche se queste concessioni potevano essere estranee agli obiettivi perseguiti da alcune componenti degli insorti Italici, esse contribuirono comunque a disarticolarne la compattezza, facendo emergere opposte tendenze e priorità . Che vi fosse questa diversità di orientamenti sembra stia a provarlo il fatto che , quando in seguito a questi provvedimenti , le varie città italiche poterono trasformarsi in municipi romani, alcune di esse, come narra Livio, furono incerte se continuare a < vivere secondo le loro leggi> , come comunità indipendenti , o accettare la cittadinanza romana. Conseguenza necessaria e prevista di tale legislazione era la trasformazione delle numerose comunità italiche in municipi romani e conseguentemente la perdita , da parte loro, delle proprie istituzioni giuridiche e politiche. Si deve segnalare un problema importante che derivò da questo improvviso allargamento della cittadinanza e che assunse un elevato significato politico. Si tratta delle modalità in cui i nuovi cittadini romani vennero inquadrati all’interno del sistema comiziale romano. Nei primi tempi infatti, l’ovvia tendenza romana a limitare gli effetti di questo drastico mutamento degli organici cittadini fece sì che i nuovi cives, pur così numerosi ( proprio per questo) venissero inquadrati in un numero molto limitato di tribù. Pertanto i mutamenti furono piuttosto graduali, anche perché non si deve dimenticare come restasse assolutamente immutato il principio per cui le riunioni comiziali si svolgevano in Roma , il che richiedeva spostamenti più o meno gravosi, con giorni di viaggio, ai nuovi cittadini che avessero voluto partecipare al voto. Di fatto solo i più ricchi tra costoro e solo per quelle votazioni che avessero avuto maggiore importanza parteciparono ai comizi , con un effetto relativamente limitato sul loro esito. Resta una grande incertezza nelle fonti antiche circa il numero preciso delle tribù in cui i nuovi cittadini vennero inquadrati, da due a otto

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o dieci, e se queste si aggiungessero alle antiche trentacinque tribù e intervenissero nel voto solo successivamente a esse o se i nuovi cives fossero stati inseriti in una parte delle antiche tribù. Quella che è chiara tuttavia è la filosofica cui si ispirarono siffatti procedimenti e gli obiettivi così perseguiti : evitare, per quanto possibile una sostanziale modificazione dei rapporti di forza all’interno del corpo elettorale. Quanto fossero maturi i tempi di questa svolta istituzionale ( segnando quindi un limite dell’interpretazione del carattere antiromano della guerra sociale che si è considerato in precedenza ) lo dimostra, il fatto che, nei decenni successivi ai provvedimenti d’estensione della cittadinanza, intervenne un radicale mutamento linguistico nella penisola italica, con un’improvvisa quanto generalizzata obliterazione delle antiche lingue indigene a favore del latino. La rilevanza di questa svolta , sottolineata dal fatto che siffatte tradizioni linguistiche erano ancora ben vitali sino alla fine del II secolo d.C., richiamandosi a una vasta e importante documentazione epigrafica, non può non essere inquadrata all’interno della vasta trasformazione istituzionale allora intervenuta, contribuendo a definire la portata. L’integrazione italica nella cittadinanza romana, non solo comportava una diversa centralità del latino. Essa dovette anche coincidere con una più vasta assimilazione culturale che ebbe per conseguenza il deperimento delle tradizioni autoctone : anzitutto giuridiche. Era il frutto del mutato orientamento di gran parte degli italici di cui la richiesta di accedere alla civitas Romana resta la traccia più evidente e significativa. E’ allora , del resto, che dai frammenti di processi e di consapevolezze già accumulatisi , prese consistenza una nuova unità italica, nel suo rapporto con Roma. Identità , peraltro, < incompiuta > perché destinata a fondarsi essa stessa in un più vasto orizzonte , segnato , dall’avventura imperiale romana.

2.Le guerre in Oriente e l’affermazione di un nuovo potere personale : Silla

Le traumatiche crisi nelle relazioni con gli antiche alleati italici e il conseguente isolamento di Roma trovarono, in quello stesso lasso di tempo, un pesante riscontro nello scenario dell’Oriente ellenistico. In effetti, ancor nel corso della guerra Sociale e negli anni immediatamente successivi, mentre già si riaccendevano i torbidi interni, con la lotta ormai incancrenitasi tra la fazione aristocratica e quella popolare, un grave segnale di crisi si era avuto in quella parte dell’impero da poco soggiogata. Un potente sovrano ellenistico , Mitride, re del Ponto, provocato da un’avventurosa spedizione contro di lui da parte di un modesto esercito locale, guidato e accompagnato da forze romane, dette ai piccoli staterelli ancora indipendenti ed alle numerose città e popolazioni ormai assoggettate da Roma un pesante segnale di sollevazione contro il suo dominio. Si trattava dell’invito a massacrare tutti i commercianti romani e italici che, forti di questo stesso dominio , si erano sparsi in tutti i territori d’Oriente, coinvolti nello sfruttamento economico delle province. La vasta adesione dell’ordine di eccidio e le dimensioni di questo attestano l’intensità dell’odio antiromano nell’Oriente ellenistico. Solo pienamente pacificata la penisola e sistemata la questione degli Italici si poteva far fronte a questa nuova grave minaccia che rischiava di scatenare una colossale < guerra di liberazione > nella parte del mondo mediterraneo più ricca di popolazione e di mezzi economici. Si pose allora il problema del comando di questa importante campagna militare, assegnato a Lucio Cornelio Silla, un brillante esponente del partito aristocratico che si era già messo in luce nella guerra Sociale. Fu invero una designazione estorta con la forza dallo stesso Silla, alla testa delle legioni già da lui arruolate per tali guerre d’oltremare. Ancora una volta si trattava di uno dei tanti episodi di prevaricazione sugli antichi meccanismi istituzionali. Si insisterà sul carattere illusorio delle vittorie di volta in volta conseguite dalle due fazioni e sancite durante solo il breve momento della vittoria sul partito avversario. E tuttavia questo quasi ossessivo richiamo alla legge sembra attestare il valore che, per la società romana, pur in mezzo a violenze e illegalità di ogni sorta, continuava ad avere la forma giuridica, senza di cui non sembrava possibile realizzare e consolidare nessuna vittoria politica. Delibere e leggi comiziali, tra loro incompatibili e contraddittorie, appaiono susseguirsi rapidamente , in gran disordine, coerentemente

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alla violenza e all’incertezza dello scontro. Nondimeno un punto significativo in cui tali vicende normative cosneguirono effetti permanenti fu la liberalizzazione, perseguita dal partito popolare, delle iscrizioni degli Italici nelle tribù territoriali, rafforzandone il ruolo nei comizi cittadini. Contemporaneamente una continua serie di abusi e di violazioni contribuiva a erodere le istituzioni repubblicane. Colpisce in particolare l’uso politico di un insieme di processi : da un lato i procedimenti criminali de maiestate avviati da parte popolare per eliminare o indebolire eminenti personalità di parte aristocratica. Di contro la nobilitas riproponeva l’approvazione di un senatusconsultum ultimum per spezzare la forza del partito popolar. A questi abusi si accompagnava, poi, non di rado il delitto politico, in uno scontro senza più misura e regola. Questa guerra civile strisciante trovò un punto di massima evidenza durante la prolungata assenza da Roma di Silla per la conduzione della guerra in Asia contro Mitridate. Allora infatti il partito popolare, guidato dal vecchio Mario e, dopo la sua scomparsa , in forma più radicale, da Cinna , si accanì con violente persecuzioni e assassini nei confronti dei familiari di Silla, oltre che degli altri membri del partito senatorio. Tornato in Italia a capo del suo esercito vittorioso, Silla , nell’80 a.C. , non esiterà a minacciare militarmente contro Roma, debellando l’armata levata dai capi popolari e schierata dinanzi alle porte della città . Vinti costoro , egli entrò in Roma imponendo un ordine legale fondato sul terrore. Il feroce massacro degli esponenti popolari , tra cui molti membri del senato , che ne seguì era un altro anello della catena di stragie e vendette in una logica perversa di azioni e reazioni. In ciò vi fu tuttavia un’ulteriore , sinistra innovazione : le famose < liste di proscrizione > con cui una serie di capi popolari , ma anche di meri avversari personali di Silla o di qualche suo potente seguace , furono dichiarati < nemici della repubblica > : i loro beni furono espropriati , essendone una parte consistente assegnata a colui che avesse denunciato il singolo proscritto, e la loro stessa vita lasciata alla mercé di ogni assassino legalizzato. La lex valeria de Sulla dictatore, imposta ai comizi ormai asserviti, attribuì a Silla la pienezza dei poteri assoluti , in qualità di < dittatore per ricostruire la repubblica e scrivere le leggi> . Il termine dictator, da lui assunto, ci riconduce alle origini stesse della repubblica, con una figura che da tempo aveva perso la sua originaria rilevanza. Tuttavia il contenuto in termini di poteri, l’indeterminatezza nella durata e l’estensione, la finalizzazione stessa mirante a una generale < restaurazione > dell’ordine politico evidenziano immediatamente la radicale diversità della costruzione sillana rispetto ai modelli del passato. La legge di conferimento della dittatura rei publicae constituendae , una volta tanto, corrispondeva pienamente al progetto sillano : il grande capo aristocratico restò in carica circa due anni. Al loro scadere , malgrado nessun ostacolo si opponesse alla sua permanenza al vertice di Roma per il restante periodo della sua vita ( e in questo senso si erano mossi i suoi seguaci e amici progettando una estensione vitalizia della sua dittatura ), si ritirò a vita privata. In quei due anni egli aveva portato a termine una serie eccezionalmente alta di provvedimenti legislativi tesi a riplasmare integralmente gli assetti istituzionali e l’organizzazione della res publica. Realizzando il suo disegno, con la restaurazione dell’antica, gloriosa repubblica, egli rimise pertanto i suoi poteri eccezionali che riteneva ormai non più necessari.

3. Le riforme sillane

Silla era un convinto e radicale esponente della cultura e dei valori dell’aristocrazia romana che, si sostanziava in un sistema fortemente gerarchico, con il suo punto di riferimento e di forza nel senato. Coerentemente al carattere di fondo della sua visione politica, egli mirò a riaffermare l’antica centralità del senato come sede primaria della politica, perduta o , almeno , fortemente indebolitasi nel corso degli ultimi decenni. Si ha un’ azione corrosiva svolta in proposito, da un lato, dal rinnovato vigore rivoluzionario del tribunato della plebe e dall’attività legislativa, il cui fondamento popolare era ormai sfuggito in gran parte al controllo del senato stesso, dall’altro dalla rapidissima crescita di peso politico dei comandi militari.

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Non meravigli dunque che proprio questi due aspetti fossero al centro dell’intervento riformatore di Silla. Colpisce invece, oltre alla coerenza del disegno da lui perseguito, la complessità delle correzioni apportate, di contro alla rapidità di esecuzione del progetto di ricostruzione . Anche se, va detto, l’identificazione dei punti di crisi del vecchio sistema non garantiva l’efficacia dei rimedi progettati. In effetti il rinnovato disegno istituzionale non poteva reggere senza un parallelo, e assai più difficile conseguibile, riequilibrio dell’intero assetto economico – sociale e dei rapporti di forze in esso affermatisi. L’obiettivo ultimo di ridare forza al senato e ai gruppi sociali che in esso si identificavano fu realizzato , anzitutto restituendo , ancora una volta, al ceto senatorio il controllo dell’intero sistema criminale romano. Vi sopperì la rinnovata composizione di tutte le quaestiones perpetuae, i cui giudici tornarono a essere membri dell’ordo senatorius. In secondo luogo, si limitò a riaffermare l’antico controllo senatorio sui processi legislativi : a tal fine operarono una serie di provvedimenti con cui , non sappiamo in che forma precisa, s’attuò una parziale rivitalizzazione dell’auctoritas patrum interposta alla leggi comiziali. Si trattava, com’è evidente, di un passaggio chiave , proprio alla luce della fortissima autonomia legislativa dei comizi tributi, affermatasi a partire dai gracchi. Questo era stato un aspetto chiave del sostanziale indebolimento del senato, dal quale del resto era derivata anche una perdita del suo pieno controllo sulle magistrature superiori e , conseguentemente , sugli stessi comizi centuriati. E’ comunque indubbio che le riforme sillane mirassero soprattutto a ridimensionare il peso dell’assemblea tributa , che sin dai Gracchi abbiamo visto essere stata la base costante dell’azione popolare. Quanto al senato, Silla provvide a reintegrare le file dei senatori ormai dimezzate dalla lunga stagione di guerre e di persecuzioni interne, confermando l’ampliato organico di seicento senatori progettato da Druso figlio. In tal modo egli potè inserirvi in esso un numero significativo di esponenti del ceto equestre , assicurando, insieme a una maggiore rappresentatività di tale consesso, una più stretta integrazione dei due gruppi sociali al vertice della repubblica : la nobiltà senatoria e i cavalieri . Al fine poi di garantire la piena indipendenza del blocco di governo così rinvigorito dalle possibili manipolazioni dei singoli magistrati e in particolare dei censori egli ridusse ulteriormente l’autonomia di scelta da parte di costoro , rafforzando gli automatismi selettivi. Un aspetto più contraddittorio dell’azione riformatrice del dittatore sembra invece costituito dal modo in cui egli ridisegnò il ruolo e i poteri dei tribuni della plebe. L’obiettivo era chiaro : si trattava di impedire che, per il futuro, potesse riproporsi l’azione eversiva di questi magistrati , evidenziatasi sino all’età dei Gracchi e divenuta il fondamento del partito popolare. Tuttavia, nel far ciò , Silla finì con l’intaccare, in senso non meno eversivo della fazione da lui combattuta, la tradizione repubblicana. La svalutazione radicale della figura del tribuno, attivata cancellando quasi totalmente la sua integrazione all’interno della costituzione romana, modificava un punto centrale degli equilibri consolidatisi da secoli. In effetti il tribunato non era stato solo un organo fondamentale della dialettica politica tra i gruppi sociali, ma era divenuto un meccanismo prezioso, per la sua < elasticità > , dell’intera macchina politica della repubblica aristocratica. Al fine di rendere meno ambita tale carica e, insieme , di contenerne fortemente il potenziale rivoluzionario, Silla stabilì la preventiva approvazione del senato dei candidati all’elezione a tribuno ( forze ammettendovi solo i membri di tale consenso). Inoltre coloro che avevano ricoperto questa magistratura non potevano rivestirne altre, comprese quelle com imperio. Parallelamente, anche l’ambito d’intervento e l’efficacia del tribunato furono ridotti notevolmente. In particolare, per quanto concerne il potere di veto ( intercessio ) , esso poteva esplicarsi ormai solo a favore del singolo cittadino, cessando quindi di essere un fattore condizionante della politica romana, come invece era stato sin dalla istituzione di tale figura. Sempre in una linea antipopolare si colloca l’altro provvedimento assunto da Silla volto a sopprimere le frumentationes a favore della plebe urbana. Queste erano state un fondamentale strumento con cui i capi popolari avevano guadagnato il supporto dei loro seguaci. Di contro Silla mirava anche a impedire che altri potessero riprendere l’esempio da lui stesso dato, guidando l’esercito contro Roma e annullando con forza le delibere dei suoi organi costituzionali . Egli ritenne di poter realizzare tale obiettivo, accentuando la distinzione tra governo civile e

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comando militare, ribadendo l’antica tradizione che escludeva l’esercizio dell’imperium militiae entro i confini sacri di Roma ( pomerium ). Solo che, ora , i confini civili di Roma furono estesi sino a comprendere tutta l’Italia peninsulare, rendendo illegale ogni attività di tipo militare in tale ambito territoriale. Questo di fatto comportò la totale spoliazione dei consoli dell’imperium militiae, essendo questi vincolati ora a risiedere permanentemente e a esercitare le loro funzioni solo in ambito italico. Il comando militare , da allora, restò di pertinenza esclusiva delle pro magistrature. Fu un’innovazione che, alla lunga, si rivelò dannosa, avendo rotto così nettamente l’unitarietà della figura dell’imperium : un aspetto fondante degli equilibri repubblicani . Era un criterio che , malgrado tutte le innovazioni formali e le modificazioni sostanziali, sino ad allora non era stato mai dismesso : il suo superamento rendeva inermi le magistrature supreme della repubblica. La vasta ambizione istituzionale del dittatore volta a < rifondare > effettivamente la res publica, aveva ridisegnato , con l’organicità dei suoi interventi, l’intera organizzazione del governo repubblicano. In qualche modo egli formalizzò e meglio definì molti dei meccanismi e principi consuetudinari, formatisi nell’incertezza di prassi mai irrigidite in regole troppo precise. Il cambiamento appare in modo esemplare, ad esempio, nella nuova disciplina del cursus hornoum introdotta da Silla : nessun mutamento radicale , solo regole antiche razionalizzate e meglio definite : dalla proibizione del rinnovo delle cariche magistratuali per più anni di seguito alla contestuale precisazione dei criteri d’età per l’ammissione alle varie cariche. Ora il certus ordo magistratum si presentava con disegno più netto, fissando lo schema di carriera possibile per i cittadini romani. E’ invece ad una maggiore efficacia dell’azione di governo che si mirò, riaffermando la competenza del senato nell’assegnazione delle province ai promnagistrati, elevando gli organici complessivi nel governo provinciale ed accrescendo il numero dei magistrati minori e dei pretori. Di egual rilievo appare il tentativo sillano di limitare le prevaricazioni perpetrate sul governo provinciale, soprattutto quelle poste in essere dal ceto equestre e dai pubblicani. Esemplare è il provvedimento assunto per la gestione della ricca provincia d’Asia con cui Silla annullò l’assegnazione dell’appalto delle imposte ai pubblicani effettuata da Gaio Gracco, stabilendo che il tributo fissato a carico delle varie comunità fosse riscosso direttamente dal governatore della provincia. Ma l’azione di Silla va al di là di questi pur rilevanti interventi sulla macchina istituzionale , seguendo profondamente anche gli equilibri sociali della sua epoca. Con le proscrizioni, con la violenta persecuzione dei suoi avversari, tra cui molti senatori, egli incise in profondità sulla composizione dell’aristocrazia di governo. L’espropriazione di grandi patrimoni fondiari non ridisegnò solo il panorama delle ricchezze romano – italiche, impoverendo ed emarginando interi gruppi sociali, ma permise anche l’accumulazione di un vasto demanio territoriale redistribuito ai suoi veterani. Nuovamente , seppure con un segno politico del tutto diverso, quei grandi travasi di popolazione verso le campagne e le incisive modificazioni del sistema della proprietà fondiaria che si erano verificate in età graccana ebbero ora a ripetersi. Un altro settore infine in cui il suo intervento avrebbe lasciato una traccia profonda, con un indubbio carattere di razionalità e di modernità , è il processo criminale . Anche qui, l’obiettivo era anzitutto politico, volendo sopprimere , in questo delicatissimo settore, il ruolo delle assemblee popolari e ridurre conseguentemente i margini di arbitrio dei singoli magistrati e in particolare dei tribuni. In tal modo una riforma che aveva come suo obiettivo immediato quello di limitare l’esercizio spregiudicato a fini politici del processo criminale ripetutamente verificatosi soprattutto nel corso degli ultimi decenni, raggiunse importanti e durevoli risultati. Le riforme sillane infatti, in questo campo, resero possibile la rapida tecnicizzazione di questo delicato settore del diritto.

4. L’evoluzione del diritto e del processo criminale sino alle grandi riforme di fine II secolo

Nel considerare gli inizi del sistema di repressione dei comportamenti delittuosi abbiamo potuto constatare il ruolo relativamente circoscritto che l’ordinamento romano sembra assolvere in questo settore, almeno per un lungo periodo iniziale della sua storia. Limitata, come si ricorderà , appare infatti la tipologia dei crimina perseguiti direttamente dalla città di fronte all’estensione di altre

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forme di repressione che richiedevano la reazione diretta e personale degli offesi. Tuttavia, nel corso del tempo, l’intervento diretto della città si ampliò gradualmente, ciò che, a sua volta , comportò un maggior coinvolgimento dei magistrati com imperio, e in particolare dei pretori aventi generali funzioni giusdicenti, nei procedimenti relativi ai vari crimini. Alla loro competenza, si aggiunse nel tempo la funzione repressiva dei tribuni della plebe, anch’essa destinata ad ampliarsi progressivamente. In effetti l’originaria facoltà d’irrogare sanzioni a chi avesse attentato alla loro persona sacrosanta, era stata estesa a perseguire molti altri comportamenti illeciti dei cittadini e dei magistrati. Del resto dall’originaria sfera di difesa della loro persona si era venuta sviluppando quella più ampia azione volta a tutelare in generale la maistes populi Romani. Questo reato < più moderno> della eprduellio, e che verosimilmente la soppiantò, fù destinato a una lunga e crescente fortuna, non priva di pericoli per la sua grande indeterminatezza. Inoltre una serie di reati minori fu progressivamente sottoposta alla competenza dei questori e degli edili. Mentre poi la più immediata repressione per reati colti in flagranza o nei riguardi di figure di minor conto era affidata ai poteri, diremmo oggi , < di polizia> dei tresviri capitales. Tali magistrati, istituiti per combattere le forme di illegalità dilaganti in Roma nella sua fase di rapido sviluppo urbano , tra il III e il II secolo a.C. , erano originariamente nominati dal pretore divenendo poi elettivi . Essi operavano direttamente irrogando sanzioni minori come la fustigazione o l’incarceramento , mente per i reati più gravi , in genere, la loro funzione era quella di istituire il procedimento criminale. Nel corso del tempo s’era tuttavia evidenziata una seria debolezza di questo sistema, soprattutto se confrontato con il tecnicismo del processo civile. Com’è noto, sin dalla prima età repubblicana, i giudizi criminali che comportavano la condanna a morte dell’imputato erano stati sottratti alla competenza esclusiva dei magistrati mediante la provocatio ad populum. In tal modo i magistrati repubblicani finivano con lo svolgere solo una funzione istruttoria, mentre di fatto la funzione giudicante passava all’assemblea popolare. Suprema garanzia di libertà , questo intervento popolare, appare tuttavia ispirato a una logica affatto opposta a quella , essenzialmente aristocratica e libera da ogni controllo < politico > , che si trova alla base del fortunato sviluppo del diritto civile romano e della scienza a esso collegata. Qui infatti il tecnicismo proprio di una procedura in mano agli specialisti aveva permesso lo sviluppo di forme sempre più raffinate e articolate in funzione di adeguare quanto più possibile la regola astratta alla verità e alla giustizia dei casi concreti. Il diritto di provacatio e il conseguente controllo dei comizi centuriati appare di gran lunga preminente in ordine ai giudizi de capite , estendendosi tuttavia nel corso del tempo anche ai sempre più numerosi reati repressi sia con multe pecuniarie, sia con la detenzione del colpevole ( in vincula ductio ), sia infine con la fustigazione ( senza messa a morte del condannato). I limiti così imposti a magistrati romani, già con una lex Menenia Sextia, fatta risalrire addirittura a età decemvirale, furono poi rafforzati da un gruppo dileges Porciae , probabilmente tutte degli inizi del II secolo a.C. Con esse, tra l’altro, si estese il diritto di provocazione dei cittadini romani anche contro la loro fustigazione e anche nel caso essi si fossero trovati fuori di Roma e nelle province. L’assemblea popolare convocata a giudicare tutte queste materie era, non solo condizionata da forti ed evidenti elementi politici, ma soprattutto dall’emotività tipica di ogni riunione di persone in numero elevato. La semplice quantità di coloro che dovevano essere informati dei fatti addebitati al colpevole ostava a una percezione analitica e attenta di situazioni talora abbastanza complesse, mentre la comprensione del tecnicismo dei meccanismi applicativi delle norme penali , era praticamente fuori dalla portata di un’assemblea così numerosa. Le condizioni poste a garanzia dei cittadini, per concludere, impedivano in partenza uno sviluppo tecnico di questo delicatissimo settore del diritto. E d’altra parte il valore politico di questo presidio della libertas repubblicana escludeva che si delegasse a giudici e tribunali specializzati e tecnicamente agguerriti, il giudizio su un insieme di reati la cui complessità trascendeva i limitati orizzonti delle origini. Con il grande ammodernamento dell’apparato amministrativo e della cultura giuridica romana, oltre che dell’intera società , intervenuto dopo lo spartiacque costituito dalla guerra annibalica, questi aspetti di debolezza apparvero sempre più intollerabili. Tanto più che molti meccanismi arcaici della repressione criminale ancora presenti nelle XII Tavole, in cui maggiormente si saldava la sfera religiosa e la repressione cittadina, erano ormai caduti in desuetudine. Ma soprattutto il

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disarticolarsi della società romana, nel corso del III secolo a.C. , in un quadro istituzionale e culturale di crescente complessità , incisero negativamente sul ruolo giudiziario degli antichi comizi. Ed è allora che intervenne un progressivo processo di trasformazione e di riforma.

5. Le < quaestiones perpetuae >

Tale processo fu avviato dal senato con la prassi di affidare a un magistrato com imperio, coadiuvato da un consilium di senatori , il compito di giudicare i processi più gravi e delicati, sovente contro una persona di rango senatorio per reati commessi nell’assolvimento di qualche pubblico ufficio. Già da prima era invalso l’uso che i tribuni della plebe chiamassero gli ex magistrati a rispondere delle loro azioni, e in particolare di casi di cattiva amministrazione a danno di singoli cittadini o di sudditi provinciali, irrogando in base ai loro poteri una multa agli autori di tali comportamenti. Nei casi di particolare gravità , di fronte alle lamentele portate dai provinciali in senato , questo nominava un collegio di giudici , i reciperatores : figure già presenti nelle controversie di carattere internazionale, chiamati a giudicare i fatti, condannando eventualmente a restituire il frutto delle precedenti spoliazioni effettuate dai magistrati romani. Ancora una volta alla trasformazione del processo criminale nel corso del II secolo a.C. , sovraintese l’autorità del senato. Sin dall’inizio del secolo esso aveva affermato una competenza diretta nelle questioni criminali di particolare rilevanza. In generale questo intervento si era realizzato mediante un’apposita delibera, oppure con vere e proprie leggi, da esso stimolate e autorizzate, con cui si istituivano appositi tribunali. Composti da un corpo di giuristi , e presieduti da un console o da un pretore, essi furono chiamati a giudicare crimini di rilevanza politica quali la corruzione e il broglio ( ambitus ), oltre che, come nel caso dei Baccanali, ogni attentato alla sicurezza della res publica , o crimini privati di particolare gravità come l’omicidio e l’avvelenamento. I Romani le indicavano come qaestiones exstraordinarieae : indagini < eccezionali> . Il passaggio successivo fu la trasformazione di alcuni di questi procedimenti in forme ordinrie, sotto la denominazione di quaestiones perpetuae. Esse riguardarono anzitutto la represione del crimen repetundarum : il tipico reato di concussione dell’aristocrazia romana e degli affari perpetrato ai danni dei provinciali. Ad opera del senato , ma in parallelo intervenirono talora delibere popolari volte a perseguire casi particolarmente scandalosi e clamorosi, si instaurarono ripetutamente dei giudizi relativi alle repetundae ( termine che, in origine , indicava il maltolto di cui si richiedeva la < restituzione > a favore dei malcapitati provinciali). Il tribunale così istituito , presieduto da un magistrato o da un ex magistrato era composto da giudici specializzati, sin da epoca molto risalente, a regolare le controversie internazionali, i reciperatore. In un primo momento, non mirava alla repressione del reato, ma alla mera restituzione del maltolto. D’altra parte le spoliazioni effettuate dai magistrati erano solo un caso, sebbene molto grave e troppo frequente , di un insieme d’illeciti che sempre meno l’antico sistema dei giudizi popolari appariva adeguato a combattere efficacemente. Di qui il moltiplicarsi delle quastiones per giudicare soprattutto reati d’ordine politico in cui erano coinvolti ex magistrati . Ora , se l’efficacia del nuovo strumento era di gran lunga superiore agli antichi iudicia populi, è anche vero che l’istituzione dei tribunali, caso per caso, e l’assenza di una prassi precisa non favoriva quelle certezze procedurali che si richiedevano in un settore così delicato della vita giuridica cittadina. Cresceva pertanto l’esigenza di disporre di corti permanenti in grado di giudicare una predeterminata tipologia di reati. Ciò che si verificò verso la metà del secolo. Ancora una volta il fattore trainante fu la quaestio de repentunsdis. Una lex Calpurnia, del 149 a.C. , regolamentò in modo più circostanziato tale reato, sottoponendolo ad un tribunale specificamente competente ed istituito in forma stabile. Negli anni successivi, sino alle grandi riforme sillane, si ebbe un continuo incremento dei procedimenti criminali fondati sulle quaestiones : relative alla repressione dell’alto tradimento e a comportamenti pericolosi per l’ordine cittadino ( quaestio maiestatis ), alla sottrazione di beni pubblici ( peculatus ), ai brogli elettorali ( de ambitu ) alle uccisioni violente e a gravi turbative per l’ordine pubblico ( de sicariis et veneficis ), divenendo lo strumento privilegiato della persecuzione

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criminale. Con Silla vi rientrò anche la persecuzione di tutte le aggressioni violente, con il processo de vi. Numerosi poi, furono gli interventi legislativi intervenuti a modificare i meccanismi del crimen repetundarum , sia per la composizione del tribunale competente che per la determinazione delle fattispecie considerate , cui si aggiunse, con una lex Acilia, l’ulteriore aggravamento delle sanzioni. Proprio questa ininterrotta serie d’interventi sta a dimostrare la rilevanza sociale ed economica del reato in questione e la sua diffusione. Soprattutto la continuamente modificata composizione dei tribunali giudicanti, sta infatti a mostrare quanti e quali interessi fossero in gioco. Attraverso la storia di questo reato traspaiono aspetti latenti ma significativi del governo provinciale. Sino al punto d’ingenerare il sospetto che le crescenti forme di corruzione, divenute sistema , minacciassero d’avvelenare tutta le res publica. Del resto, a evidenziare la limitata efficacia della repressione criminale in questo campo , è sufficiente considerare come, ancora decenni dopo tali riforme, siffatti tipi di reati continuassero non solo a essere diffusi, ma risultino , almeno nel caso di Verre a noi ben noto, addirittura ingigantiti e peggiorati. Certo la repressione non divenne più efficace dopo che Silla aveva ridato il controllo di tale materia al senato, fondendo di nuovo insieme controllati e controlli. D’altra parte è non meno significativo che, ancora in questa fase più evoluta del procedimento criminale, la logica < privatistica > legata al principio di autodifesa, che aveva dominato il mondo delle origini , ancora sopravvivesse. In effetti non si era affermato un astratto dovere del magistrato romano di scoprire e indagare sui possibili reati, dovendo piuttosto essere cura dei singoli interessati o di un qualsiasi cittadino che si facesse difensore dell’ordine costituito iniziare l’azione contro un criminale presso un tribunale cittadino . Questo aspetto, insieme al persistente sistema delle azioni con cui un danneggiato reagiva contro certi comportamenti illeciti, acquisendo i vantaggi della condanna pecuniaria dell’offensore ( actione penale ) e al carattere < popolare > di altri strumenti processuali, tra cui gli interdetti, ordini del pretore, chiesti dai privati anche a tutela di pubblici interessi, attesta l’idea dell’intimo rapporto tra ordinamento cittadino e il singolo. La difesa della città si identificava con l’azione e la responsabilità di ciascuno dei suoi membri , non essendo delegata all’azione di un soggetto impersonale ed estraneo quale un pubblico funzionario. Conseguenza ulteriore è che la vittoria in un processo del genere comportasse comunque un premio individuale per il vincitore, ricavato dalla stessa condanna pecuniaria : a saldare insieme interesse individuale e bene pubblico ( e questa logica , seppure in modo distorto , la si ritroverà nei primi concessi ai denuncinti nelle proscrizioni sillane, riemergendo poi in modo ben più massiccio in età imperiale). In questo tipo di procedimenti , mentre la giuria aveva il solo compito di dichiarare la colpevolezza o l’innocenza dell’accusato , era il magistrato a irrogare la condanna eventuale. Restava poi ancora attuale, nel sistema delle quaestiones, la possibilità per l’imputato di sottrarsi a una condanna alla pena capitale, prima che essa fosse pronunciata. Era il < diritto di andare in esilio> , il ius exilii che consisteva nella volontaria uscita dall’ambito della sovranità romana. Nel complesso uno dei settori in cui le riforme sillane incisero più profondamente e positivamente fu il processo criminale. Esse, permisero di meglio precisare il tipo di reati perseguiti dai singoli tribunali , separando più chiaramente le funzioni di polizia dal giudizio criminale , circoscrivendo quindi i margini d’arbitrio dell’indagine criminale e favorendo la certezza della legge in un campo delicatissimo della vita sociale. La chiarificazione realizzata da Silla non azzerò il precedente sistema di repressione criminale, ma lo potenziò e perfezionò. Il progresso così realizzato sembra consistere precisamente nel pieno riconoscimento del rapporto tra norma e repressione criminale. Solo allora infatti si enucleò con adeguata chiarezza il principio fondamentale di un’elevata civiltà giuridica secondo cui nessuno poteva essere assoggettato a un procedimento criminale se la condotta criminosa imputatagli non fosse stata precedentemente prevista dalla legislazione cittadina. D’altra parte, coerentemente al rigorismo e al carattere reazionario della politica sillana, non può meravigliare né che egli sopprimesse il diritto di appello al popolo da parte del condannato ( svolta peraltro non duratura ), né, soprattutto, che egli espletasse delle giurie delle quaestioens i cavalieri per ridale in mano al ceto senatorio. A presiedere le sette quaestiones perpetuae istituite in modo

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permanente per giudicare di reati furono chiamati sei pretori esistenti a Roma , accanto al pretore urbano e peregrino.

6. I signori della guera

Silla , non aveva un progetto di potere personale : ricostituito lo stato repubblicano e rafforzatolo nella sua fisionomia aristocratica, egli ritenne conclusa la sua missione, si ritirò volontariamente a vita privata. Sebbene egli non fosse destinato a sopravvivere di molto al suo ritiro, fece tuttavia in tempo a vedere incrinarsi alcune strutture portanti dell’edificio da lui eretto. E questo, non solo e non tanto per la ripresa del partito popolare, ma ad opera dei suoi stessi seguaci ed eredi politici, a evidenziare una crisi ormai insuperabile. E’ però anche vero che molte delle sue riforme si rivelarono notevolmente durature proprio perché , nel complesso avevano fornito una razionale soluzione ai reali problemi di funzionamento della macchina politica. E’ interessante in proposito ricordare l’immediata reazione ( appena ciò fu possibile ) dei popolari volta a ridare vigore ai poteri dei tribuni e , contemporaneamente a sopprimere la separatezza del restante cursus honorum. Quanto forti fossero anche gli interessi che le riforme sillane avevano coagulato dietro di sé, rafforzzando il blocco aristocratico – conservatore impegnato nella loro difesa, lo mostra il fatto che tale reazione non riuscì comunque a ridare al tribunato l’antica forza, neppure dopo il 70 a.C. , quando la potestà tribunizia fu parzialmente restaurata. Nel progetto sillano, insieme alla chiara intelligenza del suo autore, traspare invero un singolare impasto di modernità e comprensione del nuovo con l’inseguimento di modelli ormai senza sostanza. Tale tensione evidenzia bene, a sua volta, le profonde contraddizioni che minavano da tempo la res publica e che i tentativi sino ad allora perseguiti non avevano potuto risolvere. Né i Gracchi con le leggi agrarie o con il loro disegno di una democrazia più avanzata, né l’estensione della cittadinanza agli Italici , né Mario , con la prevalenza delle logiche militari sulla dimensione della politica, né lo stesso Silla , con il suo progetto di restaurazione della repubblica aristocratica e con la separazione tra potere militare e civile, avevano saputo o potuto dare una risposta adeguata al problema di fondo che stava erodendo dalle fondamenta l’antico edificio repubblicano. Esso era infatti strettamente connesso alla politica imperialistica romana, da nessuno in verità rimessa seriamente in discussione. I fattori della crisi restavano dunque operanti, convergendo ad accentuarli potenti interessi presenti nella società romana e, insieme , fenomeni strutturali di lungo periodo. In primo piano appare indubbiamente il perverso intreccio tra i grandi processi di arricchimento, soprattutto dei suoi stati dirigenti, e l’accentuato sfruttamento del mondo provinciale. Ma in ciò convergevano anche i rapidi e massicci fenomeni di inurbamento della plebe rurale, il mutamento delle strutture economiche dell’agricoltura italica, dominate ora dal sistema delle ville schiavistiche e del grande allevamento, e , infine e soprattutto, il rapido professionalizzarsi dell’esercito. Non sempre gli storici di Roma e delle sue istituzioni hanno saputo trarre le logiche conseguenze da un fatto ben noto. E cioè che la guerra e la conquista fosse stata da sempre, accentuandosi a partire dal II secolo a.C. , il più colossale investimento economico , prima che politico , della società romana. Era l’intero edificio cittadino a essersi costruito, anzitutto in funzione della guerra : questo era il punto. La novità semmai , consisteva ora nel fatto che un ruolo non meno rilevante della vecchia aristocrazia delle cariche e di governo , che da sempre era stata la protagonista della politica di potenza romana fosse stato assunto dal nuovo e più composito gruppo degli equites. A questo ceto appartenevano , oltre ai medi e grandi proprietari terrieri , anche quelli d’origine municipale sparsi nella penisola, i numerosi uomini d’affari e finanzieri che investivano le loro e altrui ricchezze in operazioni commerciali e speculative che andavano moltiplicandosi, grazie proprio agli sviluppi della politica romana.

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Sin dall’età dei Gracchi, questo gruppo sociale era apparso determinante e l’alleanza con esso aveva costituito la chiave di volta dell’aggressiva strategia politica di Gaio. Ma proprio la sconfitta del suo disegno ci aiuta a comprendere la convergenza di fondo tra i due gruppi al vertice della società romana. Per entrambi la guerra era infatti la grande occasione : di carriere per la nobiltà senatoria, di affari e di ricchezze per i cavalieri. Per questo , già nel III secolo a.C. , se non da prima, il loro ruolo appare indissolubilmente saldarsi all’avventura imperialistica e alla conquista militare romana. E , del resto , a questi stessi interessi non fu estranea la stessa logica del partito popolare, segnandone i limiti di fondo. Esemplare appare in tal senso il fondamento popolare dei grandi poteri di cui fu investito, a suo temo, un insigne personaggio della nobilitas senatoria, Scipione Emiliano, per concludere, nel modo più brutale e sanguinoso, la guerra contro la quasi inerme Cartagine. E di nuovo , qualche decennio dopo, sarà sotto un analogo impulso popolare, di concerto con gli interessi dei cavalieri, che si sarebbe riacutizzata la guerra contro Giugurta, con l’attribuzione del comando a Mario, malgrado le ragionevoli esitazione del senato. Le vicende successive e lo stesso esempio di Silla avevano poi reso evidente la vera conseguenza dei fenomeno verificatisi nell’età precedente : la centralità dell’esercito e la ricorrente tendenza dei suoi comandanti a sottrarsi al controllo ordinario degli organi della res publica. Il rimedio da lui escogitato avrebbe addirittura sguarnito il presidio della libertas repubblicana, agevolando il carattere potenzialmente eversivo progressivamente assunto dall’imperium militiae , ormai sottratto alle magistrature ordinarie.

Capitolo dodicesimo : l’età delle guerre civili

1. La perdita di centralità del senato e i nuovi poteri personali

Vi era un altro e più impalpabile elemento, ma non meno significativo, che contribuì a riaccendere la situazione di crisi e di guerra civile permanente, facendola precipitare nei decenni immediatamente successivi al ritiro di Silla. Si tratta della progressiva perdita di prestigio del senato. La perdita di autorità di tale assemblea era ormai palese e si evidenziava proprio quando politiche giuste da esso perseguite ( come appunto la sua cautela nell’intraprendere una faticosa guerra oltremare contro lo stesso Giurta ) venivano svalutate nell’opinione pubblica per i sospetti di corruzione e di debolezza ormai pericolosi e diffusi. In verità il senato era divenuto sempre più parte nel gioco politico , perdendo in parte l’antica funzione di stanza di compensazione e centro di controllo dell’intero sistema politico. Questo declino, già affiorato nella tumultuosa stagione dei Gracci, ebbe ulteriore conferma negli anni successivi a Silla. Ormai le divergenze di un tempo, nel chiuso della classe dirigente, si erano trasformate nello scontro di due fazioni, se non di veri e propri partiti nel senso moderno. Il senato era divenuto parte del gioco, alla testa del gruppo conservatore e aristocratico. Sia questo che il partito popolare si rifacevano a una loro eredità politica , con alcuni punti fermi di un embrionale programma d’azione. A ciò si aggiungeva anche la tendenza alla formazione di poteri personali a base militare addirittura aggravata con le riforme sillane. Alla tradizionale dictonomia tra il sistema ordinario delle magistrature com imperio e delle pro magistrature associate al governo delle province e ormai titolari esclusive degli effettivi poteri militari, ai aggiunse un ulteriore meccanismo. Ci si riferisce all’esperienza sempre più frequente di conferire , per scopi relativamente eccezionali, poteri magistratuali sganciati dal meccanismo della prorogatio imperii. Il sistema , come sappiamo, era antico , essendo stato collaudato addirittura con il giovane Publio Cornelio Scipione, ma già allora esso non a caso si era associato al ruolo carismatico del grande generale romano . E quanto timore un tipo di poteri del genere suscitasse nel ceto dirigente romano lo prova l’ostilità del senato a conferire a Pompeo, un antico collaboratore di Silla , già distintosi per le sue virtù militari , i poteri straordinari per combattere il crescente pericolo ella pirateria nel Mediterraneo orientale e nell’Adriatico che minacciava di interrompere l’intero sistema di comunicazioni

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marittime da cui dipendeva lo stesso approvvigionamento di Roma. Fu ancora una volta per la pressione di parte popolare che essi furono conferiti a Pompeo mediante una lex Gabina de piratis persequendis del 67 a.C. . Anche in questo caso, la forma e la sostanza dell’antica costituzione si modificarono vistosamente , giacché questi poteri erano stati attribuiti a un privato cittadino, qual era allora Pompeo, e non , come sarebbe stato nella prassi, a un magistrato com imperio allo scadere della carica ordinaria. Ed erano poteri anche , in sé eccezionali e fuor dell’usuale : l’esigenza di non dar tregua a un avversario estremamente mobile come i pirati rendeva inevitabile che questo imperium non fosse, come di prammatica, circoscritto da limiti territoriali , e neppure limitato nel tempo , dalla consueta annualità . Tale imperium, mettendo il titolare nel pieno controllo di più province territoriali e dell’intera flotta, comportava di fatto per Pompeo una signoria pressoché assoluta su tutta la parte orientale dell’impero ( la base sostanziale di ogni equilibrio politico per la stessa Roma ), senza alcun limite imposto da colleghi e controlli esterni . Ancora una volta, relativamente pochi anni dopo la restaurazione sillana, il complesso sistema di equilibri della tradizione repubblicana sembrava dissolversi di fronte al ruolo carismatico di un potere personale, svincolato dalle tradizionali limitazione che l’ordinamento repubblicano aveva costruito. Avvalendosi egualmente del favore popolare Pompeo , in seguito, potè strappare, senza veri motivi, a Lucullo ( contro cui si venivano sommando l’ostilità dei soldati per la sua severa disciplina e quella dei cavalieri per il suo corretto trattamento delle popolazioni conquistate) il comando della guerra in Oriente, inigigantendo ulteriormente il suo già eccezionale potere personale. A sua volta, proprio in ragione dei timori suscitati in senato da questa vicenda fuor delle regole, al termini del suo comando in Oriente, lo stesso Pompeo si sarebbe scontrato con la pervicace resistenza del senato ad approvare il suo progetto di sistemazione delle grandi conquiste in Oriente, con la creazione di nuove province. Era infatti in genere lo stesso magistrato che aveva guidato la conquista e l’assoggettamento di nuove comunità a predisporre l’inquadramento e la sistemazione nell’ambito dell’organizzazione provinciale romana, assumendone il ruolo semiufficiale di protettore, con la conseguente crescita della sua sfera d’influenza e di prestigio politico.

2. Il primo triumvirato

L’irresistibile sviluppo di questi poteri personali , con la sostanziale erosione della costituzione repubblicana, trovò drammatica evidenza quando un accordo privato esautorò esplicitamente il ruolo del senato, affermando nuovi e complessivi equilibri sulla scena politica romana al di fuori e sopra di esso. I protagonisti furono tre eminenti personalità proveniente da storie diverse e talora opposte : da un alto due antichi e importanti seguaci di Sila, Marco Licinio Crasso , , e Pompeo, , dall’altro Gaio Giulio Cesare . Quest’ultimo, pur appartenente alla migliore aristocrazia romana, era legato alla tradizione di parte popolare anche per la stretta parentela della moglie con il grande e leggendario Mario. Un matrimonio che aveva un notevole significato politico, se si considera come Cesare, con coraggio, si fosse rifiutato di scioglierlo malgrado le dure e pericolose pressioni in tal senso da parte di Silla all’epoca della sua dittatura. Cesare aveva già dato prova di quanto fosse forte la sua influenza sui comizi facendosi eleggere alla prestigiosa carica di pontifex maximus contro alcuni importanti personaggi dell’oligarchia senatoria che si erano canditati a tale funzione. Egli ora , con tale accordo, si riprometteva soprattutto di conseguire l’appoggio politico e finanziario di Crasso, indispensabile per completare la carriera politica con il consolato e tentare poi, con i comandi provinciali , di acquisire quella rilevanza e quella forza militare di cui invece era già insigne Pompeo. Diversamente , Pompeo era stato indotto ad aderire a questo accordo dall’intendimento di ottenere , grazie ai comizi controllati da Cesare, l’approvazione del suo progetto di sistemazione delle province d’Asia che il senato era restio a concedergli .Ma soprattutto , in tal modo, egli mirava a rompere una situazione di progressivo isolamento, essendo ormai sospetto sia alla gelosa aristocrazia senatoria per il suo ruolo militare eminente, oltre che per le sue troppo evidenti ambizioni, sia alla fazione popolare per le sue origini politiche e la sua successiva storia.

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L’obiettivo di Crasso era invece quello di rinvertire il suo prestigio militare, ormai datato, con una nuova guerra contro i Parti. L’accordo fra i tre personaggi giovava dunque a tutti, seppure in forme e secondo progetti diversi, rendendo altresì palese la marginalità del senato come sistema regolatore degli equilibri politici e degli interessi in campo. Esso fu infatti semplicemente scavalcato grazie al voto dei comizi. In tal modo questa svolta, intervenuta nel 60 a.C. , rimetteva esplicitamente in discesa l’impianto di base della restaurazione sillana, rendendo, non solo il senato , ma gli stessi equilibri repubblicani una cosa del passato. Il fatto che questo stesso < triumvirato> non fosse altro che un accorto politico privato, irrilevante in sé rispetto ai ruoli istituzionali e alle forme di governo , sottolineava ulteriormente la debolezza di un’architettura ormai incapace di reggere sulle sue proprie fondamenta, alla mercè di rapporti di forza, di volta in volta delineatisi nel gioco politico. E del resto, quanto il < diritto > si piegasse ormai al <fatto> , lo mostra l’enorme rilevanza assunta , agli occhi di tutti i Romani, dal pubblico rinnovo dell’accordo politico tra i tre, intervenuto quattro anni dopo a Lucca. Allora infatti a portare il loro omaggio ai nuovi padroni si recarono in tale località ben 200 senatori, oltre a numerosi magistrati com imperio ancora in carica. Questi eventi segnano la fine di un ciclo che era già , di per sé abbastanza eccezionale nella storia del mondo antico. Quanto all’azione politica di Cesare, negli anni in cui resse l’accordo con Pompeo e, ancora in seguito , allorchè maturò invece la crisi tra i due , sino allo scontro finale per il potere, sono da segnalare alcuni aspetti che ne connotano l’intima adesione alla tradizione popolare. Da una parte appaiono emblematiche le proposte di legge agraria da lui ispirate e contro cui si schiererà , a difesa degli interessi e dei pregiudizi oligarchici, Marco Tullio Cicerone. Esse miravano a una nuova distribuzione di ager publicus sia in Italia che in varie province e a una nuova disciplina delle terre restate pubbliche , riprendendo , seppure in un contesto profondamente modificato, se non altro dalle ripetute distribuzioni di terre italiche ai veterani, un punto centrale e altamente simbolico del programma di potere popolare sin dall’età dei Gracci. Attenzione ai generali interessi di buon governo traspare poi dalla sua lex Iulia de pecuniis repetundis, con cui si riorganizzava l’intera disciplina di questo reato ed il relativo processo con tale efficacia da giustificarne la sua successiva durevole fortuna. Di contro la sua forte intesa con Crasso e con gli interessi dei cavalieri di cui questi era portatore è segnalata da alcuni provvedimenti legislativi che tendevano nuovamente a favorire, nel sistema degli appalti, l’ordine equestre Durante gli anni di assenza da Roma, per Cesare sarà fondamentale l’azione in suo appoggio dei tribuni della plebe. Sin dal primo triumvirato del resto la sua alleanza con lo spregiudicato ed energico Clodio, un patrizio fattosi plebeo per poter ricoprire tale carica, era stata un elemento importante della sua politica. Il tribuno infatti aveva solidamente tutelato gli interessi di Cesare, negli anni della lontananza di questi, andato a governare, dopo il suo consolato, la Gallia Cisalpina . anche dopo la scomparsa violenta di Clodio , soprattutto quando i rapporti con Pompeo vennero a incrinarsi si avviò la definitiva crisi con l’oligarchia senatoria, fu assolutamente indispensabile per Cesare, dalla sua solida posizione nelle Gallie , avvalersi dell’azione di altri tribuni contro le innumerevoli iniziative legislative avviate in Roma dai suoi nemici volte a indebolirne la posizione.

3. L’ascesa di Cesare

Le ragioni più profonde di una radicale trasformazione ormai inevitabile furono anzitutto la debolezza delle strutture politiche cittadine rispetto agli immani compiti che si ponevano per il governo e il controllo di un potere esercitato ormai, direttamente o indirettamente , su tutto il mondo civilizzato. La stessa concessione della cittadinanza romana agli Italici, più che un riassetto complessivo del sistema di governo di Roma, aveva finito col rendere più evidente l’inadeguatezza della forma della res publica. Allora anche l’ultima parvenza di un assetto fondato sullo schema della città – stato era stata travolta dalla trasformazione di una molteplicità di civitates, sino ad allora stati indipendenti, in un’unica globale civitas. In fondo nel corso di una, al massimo di due generazioni, queste si succedono dai gracchi ai provvedimenti successivi alla guerra Sociale, si era

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chiesto ai cittadini romani di abbandonare radicalmente la concezione, sino ad allora pacifica in tutto il mondo delle poleis, con cui si identificava ordinamento politico e comunità cittadina. E’ vero che, essa era già stata superata con l’esperienza municipale e coloniaria ma sino ad allora i mutamenti non si erano riflessi sugli equilibri interni alla civitas. Non solo l’intero sistema costituzionale romano, dalle magistrature ai comizi e , ovviamente, al senato, ma anche la struttura militare, malgrado tutte le riforme intercorse, ancora si identificavano ampiamente con la cittadinanza romana. Proprio qui, all’improvviso era venuta meno quella rigida gerarchia tra alleati italici e Romani consolidata nel corso, non già di decenni, ma di secoli. Né poi, una volta dilatata oltre ogni misura la dimensione della polis a ricomprendere i confini di una nazione, sarebbe stata possibile pensare di conservare gli stessi principi fondanti della libertas repubblicana. Perché l’elemento democratico presente in Roma, come in molte altre città dell’antichità classica, e che le differenziava dalle forme autoritarie delle monarchie ellenistiche e orientali, erano proprio quei comizi che presupponevano non già una delega ad altri organismi intermedi e rappresentativi ( come in tutte le esperienze proprie degli stati nazionali moderni ), ma la diretta partecipazione di tutto il popolo alle decisioni e alle scelte della città E’ vero che l’antichità conosceva anche altri modelli di organizzazione politica, assai più ampi e capaci di comprendere territori e popoli diversi : ma è alle monarchie e agli imperi orientali che ci si doveva rivolgere, dove, appunto, la società era assoggettata alla autocratica volontà del sovrano. D’altra parte proprio questa crisi di legittimità delle istituzioni della città repubblicana era particolarmente difficile a comprendersi e pressoché impossibile da risanarsi : ciò che contribuì alle molteplici incertezze e ondeggiamenti di una lotta politica ormai senza quartiere. Vi era poi il problema del controllo politico della forza militare , che il tentativo di restaurazione sillano aveva finito con l’aggravare, rischiando di sortire gli effetti opposti a quelli divisati dal dittatore. Non avendo approvato ( e forse essendo impossibile anche immaginarlo ) alcun meccanismo istituzionale, di tipo burocratico, che saldasse direttamente, secondo una linea di comando militare al governo civile, non solo era possibile , ma anche molto probabile che quest’ultimo, alla fine , cadesse alla mercè del primo. Come effettivamente avvenne, soprattutto con il secondo triumvirato. Allorché divenne addirittura clamoroso il fatto che i membri del senato, lungi dal rivendicare la loro centralità, si misero essi stessi al seguito ora di quello ora di quell’altro capo militare, spostandosi addirittura fisicamente dove le sue armate si trovavano. Vinse alla fine, come tanto sovente le vicende storiche ci insegnano, non solo il capo di eserciti più bravo nell’arte della guerra, e quasi certamente Cesare lo era ormai rispetto al vecchio Pompeo, ma anche , e forse, soprattutto colui che aveva più chiaro, davanti a sé l’obiettivo da perseguire, gli strumenti per realizzarlo e il prezzo da pagare. Non sappiamo del resto sino a che punto, per Cesare, fosse veramente un < prezzo > la soppressione o , comunque , la radicale trasformazione dell’antica libertas repubblicana e dei suoi valori consolidati : ma sappiamo bene che egli con tutto ciò si veniva consapevolmente a confrontare. La situazione precipitò dopo una prolungata e velenosa controversia, avviatasi sin dal 52 a.C. e, com’era caratteristico della tradizione romana, formulata in termini giuridici. Da una parte infatti il senato voleva disarmare Cesare, tributario di un’immensa popolarità per gli straordinari successi conseguiti con la conquista della Gallia Transalina , e forte della fedeltà di un esercitò bel collaudato. Il progetto dei suoi avversari era quello di costringerlo a presentare personalmente la sua candidatura al consolato come privato cittadino ( il che in effetti era la prassi ordinaria ). D’altra parte il generale chiedeva di poterlo fare non di persona, restando ancora alla testa del suo esercito in Gallia, per rientrare in Roma solo dopo la sua elezione e progetto della nuova carica. Il disegno del partito senatorio era evidentemente quello di ridurre fortemente il potere di Cesare, privilegiando la posizione di Pompeo, ormai schieratosi decisamente con esso. Cesare , in effetti, si trovava in una posizione difficile, giacché , se avesse seguito l’antica prassi costituzionale, si sarebbe trovato come semplice cittadino alla mercé dei suoi avversari. E quanto poco di essi potesse fidarsi lo mostrava l’insieme di provvedimenti legislativi fatti appositamente votare da Pompeo, chiaramente finalizzati a indebolire la sua posizione. La sua era una situazione sostanzialmente difensiva, anche per la sua ormai troppo lunga permanenza nelle province galliche, riequilibrata

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solo in parte, nel gioco politico di Roma, dall’aiuto che potevano fornirgli i suoi amici e alleati in senato e i tribuni della plebe che gli garantivano la sua presa sulla base popolare. Il suo ritorno a Roma come privato cittadino, in una stagione in cui l’assassinio politico era ormai divenuta la forma di lotta corrente, più che un azzardo , sarebbe stata una totale inequità o una dichiarazione di resa. Si trattava quindi di cambiare i termini del gioco. Varcando, nel 49 a.C. , il Rubicone, il fiumiciattolo presso Rimini che segnava il confine dello spazio civile di Roma entro cui era vietato ordinare e guidare eserciti , Cesare si mise fuori di quella legalità il cui rispetto, il quel momento , con ogni probabilità , lo avrebbe portato alla sconfitta politica e, verosimilmente, alla morte . Egli si avvia così , con la decisione e la lucidità che ne avevano caratterizzato sino ad allora l’azione politica , a costruire una nuova legalità. E’ a tutti noto l’esito della vicenda che, come da decenni ormai era d’uso , si spostò dal piano politico a quello militare. Allontanatosi dall’Urbs e dall’Italia Pompeo con tutto il suo seguito, dove numerosi erano anche membri del senato, Cesare restò padrone del campo. Il suo avversario aveva infatti prescelto come teatro dello scontro militare ormai inevitabile l’Oriente, dove egli aveva numerose clientele e amicizie per il ruolo a suo tempo svolto nella sistemazione di quell’area. A Farsalo , a Nord della Grecia , si giocò dunque l’ultima partita, dove Cesare a capo di un’armata assai minore dell’esercito di Pompeo, ma meglio organizzata e più abilmente guidata inflisse una radicale sconfitta a quest’ultimo. La fuga successiva di Pompeo, il suo assassinio da parte del giovane Tolomeo, sovrano d’Egitto, per compiacere l’ignaro Cesare, e le successive guerre vittoriose condotte da quest’ultimo contro gli ultimi baluardi delle forze senatorie conclusesi a Tapso, in Africa , con il suicidio del più illustre degli ultimi difensori dell’oligarchia romana, Catone, segnano la conclusione dell’intera vicenda.

4. Il governo , le riforme e l’ombra di un potere monarchico

Forte della definitiva vittoria sul partito senatorio e su Pompeo, tornato a Roma Cesare si accinse dunque a costruire la nuova realtà politica romana. Il fondamento legale del suo potere era molto forte, ma singolarmente complesso, giacché si fondava su una peculiare concentrazione nella sua persona di una serie di cariche e poteri magistratuali tradizionali , ma da sempre conferiti a distinti titolari. Non solo in ciò egli si distaccava dalla tradizione repubblicana , ma anche dalla più recente scissione , in essa realizzatasi , tra potere civile e militare, ora nuovamente ricongiunti. Egli infatti ricoprì per più anni di seguito l’ufficio di console, conservando tuttavia il diretto controllo dell’esercito mediante l’imperium proconsolare. Ma l’eccezionalità della posizione di Cesare risalta soprattutto per il potere assoluto ed eccezionale da lui acquisito facendosi conferire la dittatura. Era un blocco monopolistico che escludeva in partenza quelle pericolose discrasie e quegli spazi che la crisi della costituzione repubblicana aveva evidenziato nella prima metà del secolo. La particolare fisionomia militare di questa sua posizione venne poi ribadita simbolicamente dall’attribuzione del titolo a vita di Imperator, che nell’età precedente connotava i magistrati al comando di un esercito vincitore, ora divenuto un elemento del suo nome, trasmissibile, come tale agli eredi. Contemporaneamente, in virtù della potestà censoria, attribuitagli dai comizi , potè intervenire molto incisivamente sulla struttura della cittadinanza e sulla composizione dei vari ordini e ceti , compreso lo stesso assetto del senato. E’ invece incerto se egli abbia anche assunto la potestas tribunizia , con l’insieme di funzioni legislative e di controllo a essa connesse. Accanto a questi ruoli istituzionali Cesare acquisì , sempre sulla base del voto dei comizi, specifiche funzioni e prerogative che tradizionalmente erano state di pertinenza del senato come il potere di attribuire il governo delle province ai vari magistrati, il diritto di decidere nuove guerre e, più importante ancora, il controllo dell’erario. Questo infatti significava il governo di tutti i flussi d’entrata e di uscita delle casse pubbliche . Si trattava di un enorme e capillare potere che investiva non solo il sistema fiscale, ma l’intera macchina delle finanze pubbliche cui egli sovrintendeva integralmente anche in virtù della sua generale potestas censororia. E’ abbastanza verosimile che l’impasto di competenze e facoltà tradizionali, riutilizzate in forma così diversa , presentasse un aspetto di provvisorietà agli occhi dei contemporanei. Che in cesare si concentrasse la signoria politica era infatti cosa ovvia, ma non doveva apparire ancora chiaro il tipo

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di istituzione con cui si intendeva sostituire il vecchio edificio repubblicano. E’ certo possibile che siffatto precario equilibrio potesse evolvere verso forme più esplicitamente monarchiche : era infatti questo il progetto che sembrava emergere talora, soprattutto nel comportamento di alcuni suoi seguaci. L’interna configurazione della dittatura conferita a Cesare è una chiave importante per valutare sino a che punto il suo governo si avviasse effettivamente verso tali forme. Nel 48 a.C. e nell’anno successivo la dittatura conferitagli era stata temporanea. Anche se sin da allora la sua portata appare del tutto diversa dall’antico modello repubblicano ( circoscritto a solo sei mesi e progressivamente limitato nei suoi poteri ) , per estensione e incisività , e non subordinata a una precisa, anche se assai vasta finalità , come quella di Silla. Ma a partire dal 47 e i modo ancora più evidente , a partire dal 45 a.C. la dittatura venne trasformata in un attributo permanente e vitalizio, facendo uscire definitivamente la sua persona da qualsiasi precedente repubblicano. Contemporaneamente l’assunzione del consolato per dieci anni, il modo in cui egli disponeva della facoltà di designare una parte notevole degli antichi magistrati repubblicani , svuotando il ruolo dei comizi, l’assunzione progressiva di poteri come quello censorio, senza la titolatura della relativa magistratura facevano di lui , più che qualcosa di eccezionale e anomalo rispetto alla struttura della repubblica, la negazione stessa della logica repubblicana. Anche a livello simbolico s’accumulò una serie d’innovazioni che tendevano a esaltare la sua persona al di là dei limiti tradizionali : dalla toga purpurea che i magistrati indossavano solo nel giorno del loro trionfo e progressivamente riconosciutagli senza alcun limite, alla corona d’alloro, anch’essa segno originario del trionfo militare e da lui portata d’ordinario, alla istituzione di una guardia personale compresa da senatori e cavalieri. Questi e altri onori conferitigli e da lui accettati erano il segno, non solo di piaggeria degli uni e di superbia dell’altro, ma fanno pensare alla progressiva trasfigurazione simbolica del portatore dei poteri eccezionali, rappresentato come fondamento di un nuovo assetto politico. Ovviamente una posizione siffatta poteva facilmente assumere la fisionomia di una monarchia. Che poi il potere di Cesare s’evolvesse effettivamente in tal senso, resta abbastanza incerto. Considerando i pochi anni di cui dispose per attuare la sua azione riformatrice, è forse più produttivo analizzare ciò che , in base ad esso, con la sua eccezionale energia ed ampiezza di visuale, poté realizzare il dittatore. Non vi fu aspetto delle istituzioni e della società che non sia stato investito dalla sua azione : di fatto un’opera che presupponeva , analogamente a quella di altri grandi < modernizzatori> che la storia ha conosciuto , un potere pressoché assoluto. Nei brevi anni del governo di Cesare emergono con sufficiente evidenza le linee strategiche perseguite e l’ordine di priorità degli obiettivi. Due in particolare sono i settori dove la sua azione avviò a soluzione problemi centrali per l’esistenza stessa della res publica. Si tratta dei nodi cruciali costituiti dalla cittadinanza romana e dall’organizzazione del sistema provinciale : i due poli dell’impero di Roma. E’ vero che buona parte degli Italici era stata già ammessa alla cittadinanza romana negli anni immediatamente successivi alla guerra Sociale , ma sappiamo anche che, per molto tempo, si fosse cercato di limitare gli effetti di tale riforma inserendo i nuovi cittadini in pochissime tribù. Cesare riprende ora il processo d’integrazione, portandole alle sue inevitabili conseguenze con l’estensione della cittadinanza romana a tutta la Gallia Cisalpina e realizzando così l’effettiva unificazione politica della penisola. Ma nella stessa direzione opera un’altra e ancor più incisiva riforma : l’allargamento dell’organico del senato a novecento membri . Dove l’aspetto fortemente innovativo, sino a segnare un vero e proprio trauma per l’antica aristocrazia senatoria, umiliata nell’esasperata consapevolezza del proprio ruolo, è costituito dall’inserimento nelle sue fila di esponenti della borghesia italica, tra cui quei Galli , solo alloraa divenuti cittadini, oltre che di una serie di più dubbie figure di seguaci politici o militari del dittatore. Vi fu inoltre il rispetto e potenziamento dei minori centri cittadini , inglobati nella nuova unità istituzionale, ma preservati con grandissimi spazi di autogoverno . Al cuore del potere, restato rigorosamente in mano romana, si raccordò un sistema periferico con ampi margini di autonomia organizzativa, orientato peraltro a riprodurre < in piccolo > il modello romano. L’avvio della singolare costruzione di quello che possiamo chiamare l’ < impero municipale >, che avrà il suo

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apogeo a partire da Augusto, trova le sue sicure radici nel complesso di riforme e di innovazioni introdotte da cesare. Qui si evidenzia la forza riformatrice di Cesare, intervenuta a disciplinare i nuovi assetti istituzionali nell’ambito dell’Italia municipale , elaborando modelli validi anche per il mondo provinciale. L’ azione di Cesare fu orientata a uniformare, razionalizzandoli, i veri assetti locali. Ancor più importante fu la drastica riforma da lui attuata nel governo delle province. In esso, la selvaggia politica di sfruttamento ad opera dei governatori e della nobiltà delle cariche da una parte, degli speculatori e affaristi del ceto equestre dall’altra, quasi sempre tra loro concordi nel violare le regole di buon governo e i criteri legali dell’amministrazione provinciale, minacciava di avviare l’intero sistema politico romano in una spirale distributiva .Alla lunga infatti un sistema così irrazionale avrebbe comportato o crescenti tensioni e resistenze locali, non gestibili con il semplice impiego della forza, o una distruzione delle fonti di ricchezza, con una devastazione dei popoli e dei territori da amministrare. Questo sistema dunque fu circoscritto e modificato mediante un più efficace controllo centrale, ponendo limiti agli arbitri nel governo provinciale. Inoltre l’opera del dittatore accentuò la tradizionale politica territoriale romana, tesa a favorire e accelerare i processi di urbanizzazione . sotto la sua spinta si moltiplicò infatti, anche nei territori provinciali, quella caratteristica figura costituita dalla colonia latina, promuovendosi antiche comunità locali, già ben romanizzate , a tale statuto e fondandone di altre. Infine le sue riforme definirono una duplice condizione delle varie province , a seconda che il loro carattere più recente e le condizioni locali richiedessero o no un più diretto controllo militare. Si trattava di una distinzione destinata a conservare a lungo un significato importante. La sua azione andò ben oltre questi pur così importanti settori, abbracciando quasi ogni aspetto della società romana in uno straordinario sforzo di razionalizzazione e di modernizzazione. La pervasiva volontà di imporre alla società romana un salto in avanti nei suoi aspetti organizzativi si evidenzia anche nell’innumerevole serie di progetti ideati e avviati da Cesare, anche se in parte interrotti per la sua morte improvvisa. Con la riforma, questa si attuata, del calendario, portato a 365 giorni, e praticamente restato a regolare il tempo sino ai giorni nostri, i grandi piani di sistemazione urbanistica della capitale e gli ancor più vasti programmi di opere pubbliche, con cui si finanziarono indirettamente molti strati sociali più deboli o più colpiti dai danni derivati dalle guerre civili, anche a compensare il blocco imposto da Cesare a quelle pericolose distribuzioni gratuite di grano che avevano devastato l’erario. Senza poi tener conto degli altri innumerevoli provvedimenti riformatori : solo a titolo d’esempio si potrà così citare, tra gli altri, l’approvazione di una legislazione < d’emergenza > per fronteggiare le conseguenze catastrofiche delle guerre civili, con la sospensione dell’obbligo del pagamento dei canoni abitativi, e con intervenuto sul delicatissimo e disastrato problema delle insolvenze debitorie ; la sistemazione degli statuti coloniari e municipali ; la rinnovata legislazione volta a frenare le dissipazioni e i lussi eccessivi ; la normativa sulle modalità di utilizzazione della manodopera nei grandi latifondi a pascolo. Ci troviamo di fronte alle impressionanti e numerosissime testimonianze di un progetto titanico e tuttavia coerente. Un monarca rivoluzionario, peraltro, che non esitava a riprendere le antiche aspirazioni a un’accentuata razionalizzazione delle forme giuridiche , con un compiuto sistema normativo. E non esitava, anche in questo caso , a cancellare la centralità delle forme casistiche adottate sino ad allora dalla scienza giuridica romana, a favore dell’opposto principio della codificazione e della conseguente formalizzazione e unificazione della sfera normativa. In effetti questo progetto di codificazione dell’intero sistema del diritto civile sembra evidenzi in modo esemplare la forte volontà e capacità di trasformazione della società romana, insieme al sostanziale distacco dai vecchi schemi repubblicani che caratterizza la fisionomia dei suoi anni di governo. Se teniamo conto della centralità di quei meccanismi di controllo e di produzione del diritto la cui fisionomia aristocratica era assicurata dal ruolo dei giuristi , ci rendiamo conto come il disegno cesariano scardinasse alle radici tale sistema, spostando nuovamente e in modo definitivo gli equilibri a favore della sfera

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legislativa, che dopo le XII Tavole era restata relativamente marginale rispetto al pretore e all’interpretatio dei giuristi.

5. L’eredità di Cesare

L’immenso potere , unito al peculiare prestigio e all’enorme popolarità presso la gente minuta, oltre che tra i suoi soldati e i suoi veterani , era venuto sfumandosi , nella figura del dittatore, in un’aura quasi religiosa. Ciò contribuì ad aumentare le inquietudini suscitate nel cuore stesso di Roma dalla chiarezza con cui egli aveva reso ormai esplicito l’irrevocabile tramonto dell’antica repubblica e dalla franchezza con cui aveva evidenziato i veri rapporti di forza rispetto al vetusto senato, riempito ora dei suoi amici e clienti della Gallia. Si accentuava in effetti quella latenza monarchica presente , sin dall’inizio , nei suoi poteri eccezionali e accentuata dalla sua azione di governo , così incisiva e rapida , ma per ciò stesso autoritaria. Il complotto contro di lui, destinato ad avere successo, maturò proprio in questo clima d’incertezza. Le Idi di Marzo del 44 a.C. , quando Cesare venne pugnalato in senato da un gruppo di congiurati appartenenti ai suoi ranghi, segnano l’ultimo importante sussulto di una tradizione aristocratica ancora vitale, ma potrebbe anche far sospettare un certo isolamento di Cesare negli ultimi mesi di governo. Le accelerazioni da lui date a un processo inevitabile, ma non per questo meno difficile e traumatico, erano forse state eccessive e, soprattutto, i segnali verso una svolta istituzionale in senso monarchico troppo netti. Gli stessi imponenti preparativi per una grande spedizione in Oriente , contro i tradizionali nemici di Roma, i Pati , che ne minacciavano in modo serio le frontiere, forse accentuarono tali preoccupazioni. Essi infatti potevano far insorgere il sotterraneo timore che la strategia del dittatore comportasse un generale spostamento verso Oriente degli equilibri politici dell’impero e del suo sistema di governo. Non sarebbe stata, questa, una lezione vana per colui che avrebbe ereditato il ruolo e il progetto cesariani. Questi timori più o meno diffusi avevano trovato un qualche fondamento anche in altri aspetti della più recente condotta del dittatore. Il suo love affarir con l’erede della dinastia dei faraoni , dallo stesso Cesare conferma come regina d’Egitto , Cleopatra, aveva cessato di essere cosa privata. La presenza di Cleopatra in Roma e quella del figlio nato dalla loro relazione, Cesarione, la dissoluzione del precedente matrimonio di Cesare erano tutti elementi che, uniti alla concentrazione unica di potere nelle sue mani, avvicinavano la sua figura a quella di un sovrano orientale. Di qui le paure, le incertezze e il serpeggiare di dissensi destinati a sfociare in un complotto coronato da successo, anche se breve. La fragilità del progetto politico alla base della congiura anticesariana la si può cogliere nell’incertezza di condotta dei congiurati, una volta avvenuta l’uccisione di Cesare, e nella mancanza di una lucida valutazione delle forze reali che l’ucciso era venuto coagulando interno a un progetto politico di rinnovamento della res publica. Richiamarsi genericamente all’antica libertas repubblicana e ai suoi valori andava bene sul piano della propaganda e come manifesto politico . Si trattava certo di dotarsi di forze militari sufficienti : ma questo si badi, doveva necessariamente avvenire in aperto conflitto con la tradizione militare ben solida che faceva capo a Cesare, e ora, dopo la sua morte, ai suoi successori politici. La precaria ripresa dell’aristocrazia senatoria poteva durare solo sino al momento in cui costoro non fossero riusciti a formare un fonte compatto : si trattò di uno spazio di tempo di circa un anno, segnato da grandi incertezze e da continui spostamenti politici, conclusosi con il definito accordo tra Antonio e Ottaviano, nell’estate del 43 a.C. Il primo e più immediatamente aspetto significativo è che l’uccisione di Cesare, lungi dal riequilibrare i rapporti di forza e recuperare una centralità delle antiche istituzioni repubblicane rispetto al ruolo che eserciti e comandanti militari avevano avuto, ancor prima della sua ascesa, confermò l’irrimediabile debolezza politica delle istituzioni repubblicane cui si rifacevano i congiurati. Praticamente senza soluzioni di continuità si imposero infatti al centro della scena politica romana gli eredi e i continuatori di Cesare. Ormai ineliminabile , dalla scena politica romana, era infatti, da un lato, la presenza di quei veri e propri < partiti > che sopravvivevano alle

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avventure personali e ai ruoli individuali , dall’altro l’utilizzazione dell’elemento militare nella definizione dei rapporti di forza anche politici. Dopo una specie di tregua armata, che permise ai cesariani di organizzarsi meglio , consolidando il potente strumento militare costruito da Cesare e inevitabilmente passato sotto il suo controllo, e dopo i capi del partito trovarono un accordo sulla spartizione dell’eredità politica cesariana, una nuova forma di governo venne fatta votare dai comizi a sancire la irreversibile rottura con il passato : il secondo triumvirato ( rispetto al primo triumvirato di Cesare, Pompeo e Crasso ). Esso, votato con una lex Titia de triumvirs rei publicae constituendae consulari potestate creandis , del 43 a.C. , attribuiva amplissimi poteri di governo , anche militare con l’imperium proconsolare, e costituenti , al grande collaboratore e generale di Cesare, Marco Antonio, al giovane pronipote dello stesso Cesare e da lui adottato per testamento , Gaio Ottavio, nonché a un altro eminente capo popolare, Marco Lepido. La carica era votata per un quinquennio e sarebbe scaduta alla fine del dicembre del 38 a.C. Questa iniziativa , riaffermando nettamente la centralità dei poteri straordinari e anomali rispetto alla struttura repubblicana, era il preciso segnale di ripresa del partito popolare. L’esplicito richiamo all’eredità politica di Cesare, poi, comportava il recupero della sua linea intrinsecamente eversiva rispetto ai valori e alla tradizione repubblicana. Dopodiché ebbe inizio una nuova sanguinosa stagione di vendette, avviata con uno strumento già sperimentato da Silla : le liste di proscrizione. Tutti i congiurati, oltre a numerosi membri della nobiltà senatoria e del ceto equestre furono inseriti in esse, e non solo per motivi politici. I triumvirati infatti avevano un disperato bisogno di mezzi finanziari per sostenere anzitutto le spese di quelle armate su cui si fondava il loro potere e per prepararsi allo scontro finale con l’esercito che i cesaricidi erano riusciti a raccogliere in Oriente. In quel fragente fu ucciso anche Marco Tullio Cicerono, l’anziano oratore, estraneo alla cugiura, ma colpevole di aver pronunciato in senato le feroci invettive contro Antonio, con l’illusione di trovare nel giovane Ottavio un maggior rispetto per l’antica legalità repubblicana. Due anni dopo, nel 42 a.C. , la lunga strada della vendetta ebbe conclusione a Filippi, quando le legioni di Ottavio e di Antonio debellarono l’esercito di Cassio e di Bruto ( ma il merito militare della vittoria spettò tutto ad Antonio). La morte dei due capi e di moltissimi altri membri del partito senatorio segnò il definitivo tramonto della tradizione repubblicana. Ma non segnò la fine delle guerre civili : mancava ancora l’ultimo atto, a concludere il precario equilibrio di potere tra i cesariani.

6. Lo scontro tra Ottaviano e Antonio

Votato triumviro con poteri costituenti ed eccezionali, Ottaviano condivideva con i suoi due soci una signoria sovrana, ampia ed efficace, quanto indeterminata nel contenuto. Essa era tale a assicurargli sia il controllo dell’elemento militare che del governo civile, essendo costituito l’unico limite dalla presenza dei colleghi. Di fatto, dopo un difficile avvio che non escluse conflitti anche vivaci tra i triunviri, si addivenne a una divisione di competenze su base essenzialmente territoriale. Si attribuì pertanto il governo d’Oriente , la parte più ricca e popolosa dell’impero , ad Adriano, quello dell’Italia , e delle province occidentali a Ottaviano , mentre a Lepido era assegnata l’Africa. Era una scelta che evidenziava l’identificazione d’Antonio con i progetti politici di Cesare, tutti incentrati, negli ultimi anni, sul consolidamento delle frontiere orientali dell’impero e sulla grande spedizione militare progettata contro i Parti . Ottaviano sembrava invece ispirarsi alla convinzione che il nucleo centrale del potere fosse ancora situato in Italia , compresa la Cisalpina : la grande riserva militare dello stesso Cesare. Malgrado la vastità dell’impero da governare e il compito gravoso di provvedere a risanare popoli e città devastate dalla guerra civile, già pochissimo tempo dopo questa grande suddivisione di potere iniziarono serie frizioni tra le due figure eminenti : Antonio e Ottaviano. Il precario equilibrio tuttavia continuò , rendendo possibile , nel 37 a.C. , il rinnovo del triumvirato per altri 5 anni, anche se, subito dopo, si addivenne alla definitiva emarginazione politica di Lepido, che conservò la sola carica onorifica di pontefice massimo.

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Era pressoché inevitabile che si avviasse il diretto confronto tra gli altri due personaggi, restati soli al vertice dell’intero apparato politico e ormai in diretta concorrenza per il potere supremo. A indebolire la posizione di Antonio giocava il sostanziale insuccesso nella campagna contro i Parti, arbortita quasi prima del suo inizio e conclusasi con il solo assoggettamento dell’Armenia, ridotta, come stato vassallo, a far da cuscinetto con gli stessi Parti. L’esito negativo di questo punto centrale dell’eredità cesariana, ferendo l’orgoglio romano, contribuì anche a scoprire la forza militare di Antonio su un fianco molto delicato, ai pericolosi confini orientali dell’impero. Inoltre la scena politica fatta da Antonio che preferì sistemare le zone di confine attraverso la creazione o il riconoscimento di un insieme di piccoli stati e monarchie dipendenti da Roma piuttosto che annettere territori conquistati creando nuove province , poteva ingenerare non pochi sospetti. Ingiusti, se consideriamo che la creazione di stati – cuscinetto era stata un sistema costantemente perseguito dai Romani : ma qui venivano a giocare altri fattori. In particolare il dubbio che Antonio fosse intenzionato a spostare in Oriente il cuore politico dell’impero era avvalorato, dopo il suo divorzio dalla sorella di Ottavio, Ottavio, nel 32 a.C. , dal suo matrimonio con Cleopatra, conservata come regina dell’Egitto. Non poteva non turbare l’opinione pubblica romana l’insistita presenza, accanto ad Antonio , con stile fasto orientali , della regina, insieme al figlio Cesarione, da lei avuto da Cesare. Tutto ciò faceva infatti pensare a una politica dinastica, tipica di un sovrano ellenistico, ma in deciso contrasto con la tradizione politica romana. Ad aggravare la posizione d’Antonio intervenne poi, in quello stesso anno, la pur illegittima pubblicazione del suo testamento da parte di Ottaviano. In esso si confermava infatti il sistema di piccoli stati orientali dipendenti da Roma , su cui venivano posti come sovrani locali i figli che Cleopatra aveva avuto, prima di Cesare e poi da lui : una conferma ulteriore delle logiche dinastiche di cui Antonio era sospettato e che ne accentuavano la fisionomia di monarca orientale, così estranea alla cultura politica romana. Nel frattempo Ottavio, con l’aiuto determinante del suo più grande generale , Marco Vipsanio Agrippa, aveva rafforzato la sua posizione sconfiggendo , nel 36 a.C. il figlio di Pompeo, Sesto. Questi aveva avviato da tempo una guerra sul mare contro i nemici della plebe, bloccando con la sua agile flotta i commerci mediterranei e minacciando gli stessi porti italici. Contestualmente Ottaviano si era fatto attribuire dai comizi il contenuto della tribuncia potestas , senza peraltro assumerne la carica. Sempre più, in quello scorcio di tempo egli era venuto proponendo un’immagine di sé come difensore dell’antica centralità di Roma e dell’Italia rispetto alla tendenza < orientalizzanti > d’Antonio. Del resto non si trattava di mera propaganda , giocando qui un’effettiva divergenza tra due diverse strategie politiche. Dieci anni dopo Filippi, al termine della relativamente lunga stagione di questa pace armata, nella sapiente strategia di Ottaviano erano ormai maturi i tempi per lo scontro finale. Ed egli , come al solito, seppe ben scegliere il momento e la scenografia. Il futuro Agusto avrà agio e tempo di riscrivere in seguito la storia degli anni in cui veniva preparando la conquista del potere, secondo i suoi metri e i suoi interessi. Oggi gli storici si sono sottratti in buona misura all’influenza di questa rappresentazione che tendeva a fare di Antonio poco più di un soldataccio rozzo, infatuato della bella Cleopatra. In verità, e qui il primo a ingannarsi fu proprio Cicerono, Antonio era un bravo generale, un competente magistrato, anche se, come tanti altri, ambizioso politico. Egli non fece parte della fazione più estremista dei cesariani e mostrò sempre , anche nei riguardi di Ottaviano, lealtà e rispetto per gli impegni assunti. Mentre Ottaviano, appena poté , ai suoi impegni venne meno. Per non parlare poi della sua inabilità nel campo militare. L’unica vera qualità di Ottaviano fu tuttavia la più importante ai fini della lotta per il potere. Egli possedeva infatti una superiore capacità politica ; non fece guerre in prima persona , ma scelse buoni generali e grandi ministeri e con questa superiorità giunse allo scontro finale con Antonio. Vi si era preparato con grande lucidità politica e sapienza strategica, lungo tutto il decennio successivo a Filippi. Di qui la sua costante e paziente ricerca di ogni occasione per accrescere il suo prestigio e la sua popolarità . Di qui il suo atteggiamento deliberatamente cauto e moderato nei riguardi della vecchia, ma ancor autorevole, aristocrazia senatoria e lo sbandierato ruolo di difensore degli interessi italici in fuzione polemica contro Antonio.

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I suoi poteri, al momento dello scontro, non sono tutti egualmente evidenti : in particolare la sua posizione di triumviro poteva risultare scaduta, con la fine del secondo quinquennio, nel 32 a. C. , benché lo stesso Antonio si considerasse ancora in carica, facendo prevalere alla data della scadenza, la finalità della carriera rei publicae constituendaee. La sua posizione, alla vigilia dello scontro finale tra i due triumviri, era comunque assicurata, oltre che da potere tribunizio , dal consolato assunto per quell’anno dal < giuramento > di fedeltà dell’Italia e delle province occidentale per la difesa dell’unità della sovranità dell’impero di Roma. Un atto più carico di valore politico e simbolico. Forte di ciò , alla fine del 32, Ottaviano entrerà in guerra , non già con il romano Marco Antonio, ma con la regina d’Egitto , Cleopatra. Antonio ne era coinvolto in quanto personalmente alleato di Cleopatra, ma scendendo a difesa di una dichiarata nemica di Roma, diveniva lui stesso hostis rei publicae. Antonio giungerà allo scontro con Ottaviano nelle condizioni peggiori : incertezza e demoralizzazione infatti serpeggiavano nel suo esercito e tra i numerosi senatori e amici politici che lo avevano raggiunto in Oriente, per la presenza ormai dominante della < straniera > Cleopatra. Attirato con la sua flotta in posizione sfavorevole da Agrippa, ad Azio, nell’estate del 31 a.C. , egli quasi non combatté, preferendo allontanarsi per raggiungere Cleopatra, che si era subito allontanata dallo scontro, con la sua flotta. Con questa sciagurata manovra egli perdeva buona parte delle sue navi e dei suoi soldati. Riparti in Egitto , ad Alessandria, ormai senza difesa, nel 30 a.C. Antonio e Cleopatra si uccisero al sopravvenire del vincitore. Si concluse allora la lunga stagione delle guerre civili, e la repubblica romana si spense con essa.

PARTE QUARTA

L’IMPERO UNIVERSALE

CAPITOLO TREDICESIMO : AUGUSTO E LA COSTRUZIONE DI UN NUOVO MEDELLO POLITICO – ISTITUZIONALE

1.La sperimentazione di una forma politica

Tornato a Roma padrone assoluto dell’impero finalmente riunificato, Ottaviano, oltre a liquidare le pendenze del passato periodo di lotte, doveva provvedere a dar veste formale al nuovo sistema di potere destinato ad assicurare il suo ruolo personale. La strada per la creazione del nuovo ordine politico – costituzionale ebbe allora inizio , sapientemente perseguita in un arco di tempo relativamente lungo. In un primo momento, negli anni immediatamente successivi alla sua definitiva vittoria su Marco Antonio e alla riunificazione di tutto il governo nelle sue mani, si protrasse sostanzialmente la situazione precedente, in un quadro di non grande chiarezza istituzionale. Esso si concluse pochi anni dopo Azio, nel 27 a.C. dopo che nell’anno precedente si era fatto rieleggere alla carica di console lo stesso Ottaviano con il suo fidatissimo Agrippa. Immediatamente di seguito egli assunse la funzione di princeps del senato al quale, dopo la crisi delle guerre civili, egli apparve restituire prestigio e ruoli. Nel gennaio di quell’anno, in due solenni sedute del senato, Ottaviano annunciò che finalmente l’opera di restaurazione della res publica era stata completata e che, pertanto , essa poteva riprendere a funzionare regolarmente.. Si tratta delle Res gestae, la memoria ufficiale e il bilancio del suo governo , da lui diffuse in tutto l’impero . Ivi dunque scriveva, a proposito si questa svolta istituzionale, di avere < sciolto la res publica dal suo potere e ( d’averla ) restituita alla volontà del senato e del popolo romano>. Il riferimento implicito è l’abrogazione delle disposizioni eccezionali assunte dai triumviri in vista della lotta contro i cesaricidi : ciò che presuppone l’idea che esse fossero restate efficaci sino ad Azio e oltre. E’ però vero che, anche dopo questa < restituzione >, egli restava titolare del consolato, princeps senatus e investito dei poteri della tribuncia potestas. Ma soprattutto , in riconoscimento di quanto

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da lui fatto, dal senato gli fu votato un insieme di oneri straordinari e di nuovi poteri. E’ allora che prese forma la progressiva ma sistematica innovazione dell’organizzazione istituzionale romana, con una sapiente combinazione delle antiche forme repubblicane e del suo potere personale basato soprattutto ( anche se non solo ) sul controllo della componente militare. Di qui l’importanza del conferimento a suo favore di un imperium, con il diretto comando di tutte le province non < pacificate> : in pratica quelle strategicamente rilevanti, dov’erano acquartierate le legioni. Si trattava di un potere tanto più incisivo perché privo di scadenze e non circoscritto ad un ambio territoriale. Esso era qualificato come maius, sancendo una superiorità gerarchica del suo titolare nei riguardi di tutti i magistrati e gli altri titolari di imperium. E’ invece incerto se esso avesse, sin dall’inizio, quel carattere formalmente illimitato che si definirà con maggior precisione in seguito , esteso a controllare l’intera estensione dell’impero. Questa sua posizione fu integrata anche da un diritto d’intervento per salvaguardare in generale ogni interesse pubblico, in seguito indicato da Plinio come omnium rerum potestas. Inoltre successivamente al 27 a.C. , Ottaviano non era più solo il princeps senatus, essendo ormai indicato come il princeps universorum : di tutti. Tale eminenza venne poi ulteriormente sottolineata dalla sua nuova designazione come Augustus, evocativa di un’autorità vaga e indistinta, atta a collegarsi anche con la sfera religiosa ( il termine ha infatti lo stesso etimo di augurium e inauguratio). Egli in base all’adozione testamentaria di Cesare, aveva già assunto il praenome di questi : Imperator, a significare , insieme all’eredità politica del grande predecessore, la sua posizione eminente nella res publica e il fondamento militare del suo ruolo. In tal modo egli potrà poi affermare nelle Res gestae, che, in quegli anni, facendosi rieleggere al consolato, non ebbe per quanto concerne la sfera di < potere nulla di più di quello che ebbero i suoi colleghi> , ma tutti egli sovrastata in una generica quanto pervasiva < autorità> : auctoritate omnibus praestiti , così scriverà si sé , sottovalutando tuttavia in modo evidente il peso eccezionale assunto dal conferimento contemporaneo, nella sua persona, della somma di ruoli e di poteri. Nel 23 a.C. si completò il percorso costituzionale di Augusto . Nell’agosto di quell’anno egli , infatti, rinunciò al consolato: carica che, in seguito avrebbe ricoperto solo altre due volte, evitando questa come ogni altra magistratura repubblicana. Secondo questo stesso schema il carattere sacrosanto della sua persona, la possibilità di convocare i comizi e soprattutto il potere di veto contro ogni possibile iniziativa dei magistrati in carica gli derivava dalla tribunizia potestas, confermatagli ora in tutta la sua pienezza e a vita, senza però la titolatura della carica. Avendo inoltre acquisito lo ius agendi cum patri bus degli antichi magistrati com imperio , poteva convocare e presiedere il senato. E’ inoltre abbastanza probabile che allora si ampliassero i suoi precedenti poteri proconsolari in modo da poter interferire anche sulle province senatorie. In seguito egli avrebbe assunto anche l’imperium consolare, probabilmente a vita ed il ius auxilii anche oltre il pomerio. A ciò si aggiungeva il diritto di modificare la decisione delle corti giudicanti nei processi criminali, aggiungendo il suo voto a quello dei loro componenti. In tal modo la costruzione augustea perfezionava e rafforzava ciò che era già stato avviato da Cesare, confermando la fine di quell’esiziale dicotomia tra ordinamento politico e potere militare che aveva sconvolto la tarda repubblica, almeno a partire da Mario. Ormai la catena di comando, sinora di difficile evidenza e sempre contestata, tra centro e periferia, appare accorciarsi e concentrarsi, una volte per tutte, nella figura del principe. Quasi ovvia conseguenza di questa sua peculiare situazione era il controllo da lui acquisito introno a ogni decisione circa la guerra e la pace, e sulla stipula dei tratti internazionalei. Egli era egualmente legittimato a definire gli assetti amministrativi e giuridici dei municipi delle colonie e di tutte le altre comunità e popoli sottoposti alla sovranità di Roma. Augusto sembra aver declinato il conferimento della cura legume et morum, offrertagli a quel che sembra nel 19 e nel 18 a.C.; e, prima ancora nel 22 a.C. , aveva evitato di assumere il titolo di censor perpetuus , nonché quello di dictator rei publicae costituendae, a lui proposti per far fronte a una grave carestia allora intervenuta in Italia. Il che evidenzia la sua tendenza a evitare tutte quelle cariche, anche straordinarie, che comunque evocassero pratiche adottate nel corso della crisi

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repubblicana. Il che non esclude, per quel che riusciamo a sapere dalle fonti antiche, che egli non avesse esitato a esercitare appieno le funzioni proprie del censore. A tal fine parrebbe che egli si fosse fondato sull’originaria estensione del potere consolare, piuttosto che sulla potestas censoria ( probabilmente da lui mai accettata come esplicita designazione ), almeno per quel che riusciamo a ricostruire dalle notizie abbastanza contraddittorie e noi pervenute. Certo si è che egli svolse, e con molta incisività , la sostanza dell’attività censoria, effettuando sia alcuni censimenti che la ben nota lectio senatus con la drastica revisione degli antichi e nuovi ranghi di tale consesso. Ma non si deve sottovalutare il fatto che, in parallelo a questa sua assunzione delle funzioni censorie, egli ripristinasse proprio nel 22 a.C. la coppia ordinaria di censori nelle persone di due autorevoli senatori : Lucio Munazio Planco e Paolo ( Lucio ) Emilio Lepido. In tal modo si venne perfezionando il compiuto disegno di un sistema di governo che conservava la forma della costituzione repubblicana , il senato anzitutto, i comizi , le antiche magistrature repubblicane, ma in cui la struttura portante dell’intera impalcatura delle istituzione era ormai fondata su un potere personale garantito dal diretto controllo dell’esercito e da un capillare e amplissimo potere d’intervento in tutte le sfere della politica e dell’amministrazione. Insomma, dopo avere, con la solennità e l’enfasi tipiche di un’operazione di propaganda, rimesso i suoi poteri eccezionali al senato e al popolo , essendo ormai la repubblica < salva > e pacifica, Ottaviano si fece attribuire la somma quasi totale dei poteri che erano propri delle più importanti magistrature repubblicane, riassumendo in sé quella sovranità così articolata e diffusa nel sistema repubblicano. Il fatto che l’insieme di tali competenze non derivasse dalla titolarità delle corrispondenti magistrature lo sottraeva poi al sistema di controlli esercitato dal senato sui magistrati repubblicani. Non solo : Augusto , con il suo potere di convocare e di presiedere il senato, aveva assunto una preminenza anche formale su di esso. Ma soprattutto, in virtù del suo generale e superiore potere d’iniziativa e di controllo, specie nella politica estera e provinciale e nella gestione delle finanze pubbliche , si era sostituito , in notevole misura, al senato stesso nel compito di orientare l’azione dei vari magistrati, erodendo a suo vantaggio l’antica prerogativa che tale organismo si era da sempre gelosamente riservata. L’antico Ottavio, divenuto poi Cesare Ottaviano per adozione, è definitivamente scomparso. Ora al vertice dello stato così restaurato si trova l’Imperator Caesar Augustus : l’immagine stessa del potere e della sua sacralità ; idea accentuata dall’ulteriore riferimento alla discendenza del divinizzato Cesare. Il nuovo nome non conserva più il ricordo delle vere origini familiari e, soprattutto, quello di < Ottaviano capopolo>, al di una fazione politica eversiva e macchiatasi di illegalità e delitti. Esso, degli antichi vincoli, evoca solo la sua discendenza da Cesare, ormai assunto tra le divinità di Roma. Augusto, nominato pontefice massimo, assolve alla necessaria ed esclusiva intermediazione tra la sfera divina e quella umana. La sua designazione come pater patriae : colui che dà vita alla città , si riallaccia alla dimensione arcaica e patriarcale, sottolineando una supremazia in cui si sostanziano anche aspetti religiosi. Essa evidenzia soprattutto la rinnovata vita della città di cui egli è l’autore. Fortuna e virtù si fondano nella sua vicenda in modo straordinario. La fredda determinazione e la matura sapienza politica mostrata sin dai lontani anni della giovinezza lo hanno portato al vertice di un potere immenso, mai forse avuto prima da nessuno. Nel corso degli anni successivi, con pazienza e abilità non meno grandi, egli conserverà e consoliderà la sua posizione e , con essa, l’impero . Fu poi anche fortuna, per lui e per Roma, che la sua vita durasse a lungo ( ma non scevra, anche in questo caso, da abilità nell’evitare ogni pericolo di conflitto e nello sventare complotti che pur vi furono ), e con essa il suo governo : Augusto , nato nel 63 a.C., divenuto triumviro a ventuno anni e infine , dopo Azio, poco più che trentenne solitario padrone dell’impero, sarebbe restato al potere sino al giorno della sua morte, nel 14 d.C. L’eccezionale lunghezza di questo periodo , più di ogni altro fattore, poté assicurare quella stabilità e quella sicurezza cui ormai tutti i ceti e tutte le parti dell’impero ambivano. Era iniziato il secolo d’ora , l’età di Augusto , che riportava finalmente la pace e le certezze. E di ciò anche i nostalgici delle antiche libertà non poterono che prendere atto, se non allietandosene, e rassegnarsi al nuovo e non più sopprimibile protettore e, forse, padrone.

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2. Equilibri da salvaguardare

Per persuadere i contemporanei, rassicurare gli amici e i seguaci, placare i timori degli antichi nemici, per costruire insomma intorno al suo progetto e al suo ruolo un adeguato e generalizzato consenso, soprattutto in quel mondo romano – italico che egli aveva mobilitato con Antonio, era indispensabile fare i conti con le tradizioni politiche repubblicane. Facendo tesoro della storia recente, Augusto eviterà costantemente le brusche accelerazioni che Cesare aveva tentato di dare alla complessa macchina politico – istituzionale romana, salvando quanto più possibile delle istituzioni dell’antica res publica. Si trattava di non offendere l’insieme di valori e riferimenti compenetrati nella tradizione repubblicana, ancora tanto forte nella sensibilità dei suoi concittadini e soprattutto degli irrequieti ceti dirigenti. A tal fine era indispensabile che, soprattutto in una prima stagione di questa nuova fase politica, le antiche istituzioni mantenessero un ruolo non semplicemente formale. Anzitutto il senato. Augusto non amava tale consesso che, nella sua grande maggioranza , al momento dello scontro definitivo con Antonio, si era schierato contro di lui. E non poteva non temere un organismo che, con le sue tradizioni repubblicane, aveva espresso quei gruppi che al momento della sua giovinezza avevano ucciso il padre adottivo, Gaio Giulio Cesare, per impedirgli d’affermare quel superiore potere che , ora , egli aveva realizzato. E tuttavia, anche volendolo , egli non avrebbe potuto sopprimere questo fondamentale serbatoio della classe dirigente romana, annullando con ciò la vecchia nobilitas e per ciò stesso smentendo alla radice quel programma di stabilizzazione della società romana con cui si era proposto al governo e alla pacificazione dell’impero Del resto doveva essere del tutto estranea alla sua visuale un’eventualità del genere che avrebbe cancellato alla radice quella tradizione nobiliare da sempre struttura portante dell’intero impianto politico romano. Il suo progetto comportava sì profondi riequilibri e trasformazioni, ma non l’integrale cancellazione di tutta una plurisecolare tradizione, né una generale rivoluzione sociale: in ciò , del resto, più cauto della strategia innovatrice del suo padre adottivo e certamente non propenso, per calcolo e per carattere, a portare sino alle estreme conseguenze gli aspetti più radicale della tradizione popolare. Inoltre, quanto forti fossero ancora i valori repubblicani, lo aveva mostrato la sopravvivenza della vecchia costruzione nel corso di quasi un secolo di guerre civili . Se essi non fossero stati profondamente radicati nella società romano, non sarebbe durato tanto a lungo il dissanguamento di una classe dirigente nella lotta feroce che aveva devastato l’ultimo secolo della repubblica. Sotto questo profilo la pervicace resistenza del ceto senatorio, sino all’immane tentativo di Bruto e Cassio, la morte di Catone, Cicerone e tanti altri non appaiono cose vane: tutto ciò aveva contribuito a segnare i limiti del nuovo ordine , a lasciare messaggi carichi di memoria e di autorità , fondendo così , insieme , antichi valori e nuove necessità. Il richiamo al complesso impasto ideologico della res publica romano – italica era stato il nucleo forte del programma politico di Ottaviano contro Antonio e diveniva ora, dopo Azio, il cemento ideologico della nuova costruzione. Tutto ciò si associa inevitabilmente a quella libertas aristocratica e agli orizzonti di quell’oligarchia guerriera e politica cui lo stesso principe apparteneva per nascita e formazione. Di qui la complessa fisionomia della sua condotta e il carattere di singolare compromesso tra vecchio e nuovo rappresentato dalla costruzione istituzionale da lui elaborata, ben riflesso, del resto , dall’interpretazioen datane in varie sedi pubbliche e, soprattutto, nelle Res gestae. Non è una menzogna, in queste la lettura della sua azione di governo e del suo potere in linea di continuità con le istituzioni repubblicane : è però incompleta. Il che, si crede ha contribuito , insieme alla diversità dei giudizi dei suoi contemporanei, ad alimentare un vasto e interminabile dibattito tra i moderni. D’altronde questa tensione tra vecchio e nuovo si rifletteva sinanco nelle sue qualificazioni, dove egli appariva da un lato come il detentore del comando militare, in qualità di Imperator, dall’altro anche come il princeps del consesso senatorio, secondo le antiche regole repubblicane. Egualmente egli continuò a moltiplicare, nel corso del suo principato , i formali atti d’ossequio verso il senato, senza però rinunciare a roderne i poteri effettivi.

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La strategia di Augusto si occupò dalla politica religiosa al controllo dei costumi, dall’influenza esercitata sugli orientamenti letterari e artistici dell’epoca , con un forte recupero della < classicità > e del passato. In questi aspetti rifulge la lucidità con cui egli perseguì una persuasiva costruzione, anche ma non solo di carattere ideologico, tesa a conciliare la società romana con la nuova realtà . Un altro formidabile mistero del principe, Mecenate, provvide ad arruolare artisti , poeti, letterati per esaltare il secolo nuovo , la pax Augusta, in un’operazione che mirava a conciliare un patrimonio culturale e politico da recuperare e salvaguardare, per quanto possibile, con le logiche e i valori del nuovo regime che non poteva perdere il suo assai meno aulico fondamento militare. Equilibrio sempre relativamente instabile : per gli umori dei singoli, per le mai sopite nostalgie della classe dirigente verso la antiche libertà , per le difficoltà obiettive di gestione di una macchina colossale che la repubblica aveva saputo costruire pezzo a pezzo, ma che ora si doveva gestire e far funzionare quotidianamente, consolidandola nel tempo. Né meno importante, sotto questo profilo, appare la politica religiosa : elemento non secondario sia nella costruzione del consenso sia nel suo successivo governo. Fu pontefice massimo, la solenne inaugurazione dell’Ara Pacis Augustae , deliberata nel 13 dedicata nel 9 a.C., a celebrare la definitiva pacificazione dell’impero, dove gli splenditi bassorilievi ( la cui voluta sobrietà classicheggiante sembra oggi stonare con la titanica cornice architettonica ) evocano il mito di Enea, insieme ai riti e agli dei delle città, e dove era esposta anche una copia delle Reges gestae . Ma alle forme tradizionali la politica religiosa d’Augusto associava anche elementi di novità. E’ un aspetto che vedremo nella celebrazione dei culti secolari, e che era già presente nell’immediata divinizzazione dell’ucciso Cesare e nel rilancio dei culti gentilizi, in primo luogo, di quella dea venere da cui la gens Iulia, cui pure Cesare apparteneva, si vantava di discendere. A evidenziare un almeno parziale svuotamento della costituzione repubblicana giocava tuttavia la centralità dei due riferimenti divenuti i veri titoli di legittimità del nuovo potere : l’esercito e il popolo. L’imperium proconsolare e la tribunizia potestas, che avevano un ruolo determinante nella costruzione del nuovo sistema di potere, esprimono appunto questo speciale rapporto. Ne risaltava l’immagine di un governo fondato sul consenso popolare e sul supporto di un’armata di cui presto il grosso dell’organico avrebbe cessato di essere costituito da Romani e da Italici, per aprirsi anche ai sudditi delle province più profondamente romanizzate. E proprio questo fattore militare costituiva una nuova base rappresentativa degli interessi collettivi presenti nell’impero, non meno efficace di quanto non fosse stata per secoli all’interno degli orizzonti cittadini. Se vista solo attraverso la grande concentrazione di potere nella sua persona e nell’andamento corrente della vita politica durante il suo principato, la situazione emersa dopo il 27 o il 23 a.C. poteva essere ben interretata come la signoria di un monarca. E tale fisionomia fu ravvisata in lui e nei suoi successori, non solo da molti storici moderni, sovente influenzati troppo da ideologie, preoccupazioni e interessi a loro contemporanei, ma anche dagli antichi, oltre che da buona parte del mondo provinciale, soprattutto in quell’Oriente da sempre aduso a tale forma di governo. Oggi non è però possibile fermarsi a un’interpretazione del genere : tra l’altro ciò significherebbe un’inaccettabile scorciatoia con cui la genesi di un processo sarebbe letta e deformata attraverso i suoi esiti finali, ancora assai lontani. La costruzione d’Augusto e la fisionomia che il potere supremo venne assumendo in capo ai suoi successori , ancora nel corso di molte generazioni, non sono infatti riducibili a una non esplicita, ma sostanziale forma monarchica. Ove a ciò riducessimo il principato augusteo, non solo giungeremmo a darne un quadro falsato, svalutando l’intelligenza politica e la sapienza di Ottaviano, il lungo percorso da lui effettuato e il progetto realizzato nella sua trasformazione in Imperator Caesar Augustus. Ma non saremmo più in grado di comprendere la grande complessità di una macchina istituzionale , le tensioni cui dovette far fronte e le dimensioni della sua successiva evoluzione, nel lungo arco di tempo in cui essa sopravvivrà al suo autore. Mentre molti hanno interpretato il principato di Augusto come una poco mascherata forma di monarchia militare, altri insistendo maggiormente sulla formale conservazione delle istituzioni e magistrature repubblicane e sul restaurato ruolo del senato, lo hanno considerato una forma di diarchia tra il vecchio sistema repubblicano e il superiore < protettorato> del principe. Senza considerare l’intensità polemica ravvivata, nel corso del secolo scorso, dall’emergere nella storia contemporanea, di grandi poteri totalitari che ambivano anch’essi a divenire imperi millenari.

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Il principato d’Augusto, soprattutto per il Fascismo italiano , fu un valore di riferimento, cui si contrappose la risposta liberale – aristocratica di Sir Ronald Syme con la sua famosa < rivoluzione romana >. Operazioni segnate da un fortissimo preconcetto ideologico e che oggi ci appaiono tutte irrimediabilmente datate. D’altra parte, al di là dei giudizi di valore, appare indispensabile andare oltre al problema delle sole remore giuridico - istituzionali che si ponevano a un esercizio < monarchico > del potere da parte di Augusto ( remore peraltro già di per sé rilevanti in una società così profondamente impregnata degli aspetti legalistici e formali ). Né è sufficiente circoscrivere la nostra attenzione al progetto politico e al programma ideologico di Ottaviano – Augusto. La forza delle cose infatti, avrebbe potuto postulare sviluppi che se ne distaccassero o addirittura li rinnegassero. A cogliere le ragioni ultime dell’equilibrio, sia pure < sbilanciato > che caratterizzò a lungo questa nuova stagione politica, ben oltre la vita di Augusto , almeno sino al tardo II secolo d.C. , ci aiuta la considerazione delle strutture sociali che caratterizzarono questa età. Si impone allora alla nostra visuale l’autonoma e persistente forza dell’aristocrazia senatoria : al vertice non solo delle strutture politiche, ma di un intero sistema economico fondato ancora tanto su quella ricchezza fondiaria, di cui essa aveva una parte consistente. Ma anche per le sue profonde tradizioni, da sempre associate anzitutto al governo del vasto apparato militare romano, ora direttamente sottoposto al superiore controllo di Augusto, ma non radicalmente trasformato. La stessa fisionomia del princeps, per più versi , non si differenziava da questo ceto : egli era il più ricco, il titolare di un patrimonio personale immenso , ma non diverso , in ultima analisi, da quello di molti altri membri dell’antica nobilitas senatoria. Si trattava di una gerarchia sociale, economica e militare che non poteva non pesare direttamente sul piano degli equilibri politici di cui l’autorità del princeps doveva tener conto. Insomma, il principe era titolare di un potere assolutamente sovrastante che metteva alla sua mercé qualsiasi cittadino, pur di rango elevato o appartenente al ceto senatorio, come qualsiasi magistrato in carica . Ciò non poteva non far trasparire quelle venature monarchiche, nella sua posizione di preminenza, echeggiate nelle testimonianze antiche. E tuttavia a questo potere così espansivo e potenzialmente assoluto , reali anche se informali limiti erano posti dalla persistenza dei vari blocchi sociali e in particolare dalla struttura stessa della società imperiale. La sua azione politica non mirava certo a intaccare il fondamento di quel mondo che egli intendeva controllare e consolidare, non distruggere. Per questo essa doveva salvaguardare anche l’antica gerarchia nobiliare che di tali equilibri era insieme frutto e garanzia : come del resto il suo intervenuto sulla compagine sanatoria mostra in modo chiaro. Insomma il singolo era alla merce del principe, non l’intero gruppo sociale cui apparteneva. Ed il rapporto tra il suo nuovo ruolo e questi equilibri potrebbe essere bene evidenziato dal riferimento da lui stesso utilizzato nel tracciare il bilancio della sua politica, con il termine auctoritas. Un termine dal significato abbastanza indeterminato, ma non per questo meno significativo nell’universo mentale dei Romani. Auctoritas non solo e non è tanto la nostra < autorevolezza>, < prestigio > , ma un vocabolo con una valenza tecnico – giuridica ampia e forte. Esso ricorre in molti aspetti della vita del diritto , sia privato che pubblico , esprimendo un compito e un potere di indirizzo, di sorveglianza e d’integrazione da parte di un soggetto nei confronti dell’azione e dei poteri di un altro. Lo abbiamo incontrato a proposito del senato, chiamato a sancire l’efficacia delle delibere popolari, ma esso è impiegato anche a proposito dei compiti del tutore di un impubere o di una donna. Questi infatti possono effettuare degli atti giuridici vincolanti di un certo rilievo solo se interviene a rafforzarli l’auctoritas del tutore. La superiore volontà del princeps sembra egualmente necessaria a completare e perfezionare i processi decisionali propri degli altri organi di governo. Per questo il titolare di questa superiore auctoritas ( sebbene tale vocabolo, nelle Res gestae , qualificasse essenzialmente il rapporto di Augusto con i magistrati in carica ) su tutta la res publica non ne è il < sovrano> : ma il < protettore > e il supremo garante. L’indeterminatezza dei confini in cui si colloca e opera questa sua supremazia, con l’elasticità d’applicazione dei singoli poteri a lui conferiti, rendeva possibile che le

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vecchie realtà continuassero ad operare anch’esse, seppure entro spazi più ridotti . In questo quadro il senato e le vecchie magistrature repubblicane svolgono ancora funzioni di governo, anche se, ormai non esclusivamente ed esaustive dell’immane macchinario politico. Vi è un ultimo aspetto di cui si deve tener conto nel cercar di cogliere la fisionomia complessiva del principato di Augusto ed è la presenza di quel blocco politico che fu alla base della sua conquista del potere e che, nel suo nucleo centrale, restò al centro del sistema poi realizzato. Ci si riferisce anzitutto all’importantissima figura di Livia, la sposa del princeps e incarnazione dell’antica e idealizzata immagine della matrona romana, ma anche donna d’enorme influenza e di grande capacità. E poi ai grandi collaboratori del principe : Agrippa, generale e uomo di governo, designato da Augusto come suo successore, Mecenate, l’autore di quella preziosa politica culturale così importante nella scenografica del principato, nonché ad altri uomini al vertice del nuovo apparto di potere. Tutto ciò costituiva qualcosa di molto simile al gruppo dirigente di un partito politico, con la sua tradizione e i suoi valori , e con un capo assolutamente indiscusso. Dove, tra l’altro, le stesse svolte impresse da Augusto alla sua politica si riflessero nel mutamento di equilibri interni e di ruoli , ad esempio con l’improvvisa caduta in disgrazia di Mecenate, in relazione a uno degli oscuri complotti sventati contro Augusto. Anch’essi sintomi delle difficoltà nel sicuro controllo di una situazione in continua evoluzione. E del resto, che di un < partito> si trattasse, o giù di lì , lo attesta anche la presenza, in senato, di un blocco di amici e seguaci politici del principe, abbastanza ben individuato e, appunto, operante secondo le logiche di una forza politica. Per concludere, sembra che ci si possa ancora utilmente rifare alla chiave interpretativa del nuovo governo, diviso tra il principe e antiche istituzioni repubblicane, proposta da Mommsen. Dove tuttavia si cala l’accento sul carattere processuale e in continua ridefinizione di una situazione non riconducibile, come invece lo stesso Mommsen tendeva a fare, agli schemi propri di una < costituzione >, interpretando lo stesso potere del principe in rapporto a una per quanto anomala magistratura. Tutto era, il nuovo princeps , fuorché un < magistrato>, rappresentando piuttosto un soggetto politico nuovo in un quadro costruito su antichi elementi , ma nuovo esso stesso e di cui egli si riservava il ruolo finale di regista, anche rispetto a quella parte dell’antico edificio repubblicano destinata a sopravvivere e di cui egli fu il < protettore>.

3. Un sistema dualistico

Gli equilibri diseguali così ridisegnati comportavano l’inevitabile ridimensionamento dell’antico ruolo del senato a favore del governo di Augusto. In effetti gli aspetti strategici del governo nel campo della politica estera e militare dell’amministrazione provinciale e della politica finanziaria, passarono tutti dal suo controllo a quello del principe. Questo tuttavia non fece venir meno la diffusa aspirazione ad accedere a tale consesso. E non solo per vanità ma perché , nel nuovo sistema se ne era addirittura rafforzata l’antica funzione di selezione sociale, a garanzia della persistente fisionomia aristocratica dell’intero assetto istituzionale. La stessa riduzione del numero di senatori da parte di Augusto , ricondotti ( almeno in teoria ) al numero di 600, con l’allontanamento di non pochi dei nuovi membri introdotti a suo tempo da Cesare, tra cui molti provinciali, aveva riqualificato il ruolo e il prestigio di questo organismo . Rinunciando alla politica più decisamente filoprovinciale di Cesare, in cui già si delineava il disegno di un impero universale, Augusto, con maggior cautela, aveva infatti riaffermato la centralità politica della società romano – italica. Nella sua stabilizzazione politico – istituzionale poi gran parte dei vertici di governo dell’apparato statale continuavano a essere affidati alla nobilitas senatoria. Nell’età del principato la fisionomia di questo gruppo sociale venne ancor meglio definita : di esso ne facevano parte i diretti discendenti ( per via agnatizia o adottiva ) di un membro del senato, nonché coloro che vi fossero stati fatti rientrare direttamente dal superiore potere censorio dello stesso principe. In virtù di tale appartenenza si apriva l’accesso a una serie di uffici e compiti, anche al di là delle cariche magistratuali : anzitutto l’ammissione ai quadri superiori dell’esercito.

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D’altra parte l’arruolamento dei nuovi senatori continuava a effettuarsi tra coloro che avessero ricoperto le varie cariche magistratuali. Con ciò esso dipendeva doppiamente dal volre del principe, anzitutto perché egli ne effettuava la lectio, ormai senza rispettare le scadenze quinquennali legate all’antica censura, e poi perché la scelta dei nuovi magistrati, destinati successivamente ad accedere al senato, era da lui controllata attraverso il potere, che si era fatto conferire di designare i candidati alle varie cariche e il diritto di commendatio con cui i comizi venivano vincolati alle sue scelte. Proprio questo fatto evidenzia la permanente funzione di snodo del senato nei processi di mobilità verticale nella società romana. Da un lato infatti esso consacrava, le carriere già realizzate ma dall’altro costituiva anche il permanente serbatoio per i quadri che il principe avrebbe utilizzato nel governo della complessa macchina politica che si era venuta costruendo. Il suo dilatarsi, in effetti, offriva anche ai senatori ancor più numerose occasioni d’affermazione e di carriera come collaboratori del principe. D’altra parte venne allora ulteriormente formalizzato il requisito sociale per l’accesso al senato, costituito dal livello di ricchezza degli aspiranti. Si richiedeva infatti che i senatori avessero un patrimonio di almeno un milione di sesterzi, talché in alcuni caso lo stesso Augusto intervenne personalmente a integrare le insufficienti ricchezze personali dei prescelti. Il senato, peraltro, non era venuto meno integralmente al suo ruolo di motore centrale del governo statale, coinvolto, seppure con costante cautela dal principe nelle sue iniziative, soprattutto in quelle volutamente più pubblicizzate. Molte delle antiche funzioni appaiono persistere, seppure depotenziate : esemplare l’antica competenza finanziaria e nel campo della politica estera. Al senato , rimarrà il controllo parziale delle finanze, mentre nell’amministrazione delle province, resteranno di sua competenza quelle più antiche e < pacificate >, in cui in pratica non sono stanziate significative unità militari. Ai governatori da esso nominati, il senato affiancherà , proseguendo la pratica repubblicana, legati e questori come suoi coillaboratri. Alle antiche funzioni indebolite o scomparse, soprattutto gli immediati successori di Augusto vennero poi sostituendo nuovi compiti. Così , alla perduta rilevanza dei senatus conslta che nell’età repubblicana avevano avuto la funzione, eminentemente politica, di guidare, e vincolare, l’azione di governo dei magistrati superiori, si accompagnò il loro nuovo valore come fonte normativa. Mentre in un primo momento essi avevano trovato applicazione attraverso l’imperium magistratuale, non differendo in sostanza nella loro natura da quelli dell’età repubblicana , tra la fine del I e il II secolo d.C. diventarono un’autonoma fonte del diritto civile, con efficacia identica a quelle delle antiche leges comiziali, anzi in loro sostituzione. Attraverso un’intensa attività del genere , nel corso dei primi due secoli del principato, furono così ridisegnati interi settori del diritto privato romano. Anche qui , il controllo e l’iniziativa restò costantemente nelle mani del princips . Sia perché egli aveva il potere di convocare il senato e di presiederlo, sottoponendogli direttamente proposte e delibere cui era ben difficile opporsi, sia perché poteva agire anche attraverso quei magistrati com imperio da lui influenzati e chiamati a collaborare. Il senatoconsulto veniva in genere emanato dal senato su una proposta del principe, esposta personalmente in assemblea , o letta da un magistrato da lui incaricato. Nel tempo, sempre meno la delibera del senato si discosterà dal testo proposto, sicché i giuristi , nel richiamare la nuova normativa, si riferiranno direttamente all’oratio in seantu habita del principe. Un ruolo importante venne poi conservato al senato nel campo della repressione criminale, avendo esso acquisito , già con Augusto , immediata competenza per quegli aspetti di particolare rilievo politico costituiti dal crimen maiestatis e dal crimen repetundarum. Con Tiberio le funzioni di tale consesso si estesero a giudicare reati d’ogni tipo, ove vi fossero coinvolti personaggi di rango senatorio o equestre.

4. Gli antichi organi della < res publica >

Anche lo spazio dei comizi fu significativamente ridimensionato. Sin dalle riforme sillane e viepiù in seguito le assemblee popolari avevano perso a favore delle quastione perpetue le antiche

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competenze giudiziarie in materia criminale. Ora i comizi persero anche la funzione tradizionale di selezionare i magistrati. Il potere di commendatio del principe aveva infatti svuotato l’antica libertà di scelta tra più canditati che essi avevano avuto in età repubblicana. Fu un mutamento che divenne esplicito con i successori di Augusto, allorché la stessa nomina degli antichi magistrati passò direttamente nelle competenze del senato. Di contro Augusto, diversamente dai suoi successori, tese a dare un grande rilievo all’altra antica funzione assolta dai comizi : la legislazione. Attraverso l’ormai docile strumento comiziale egli varò una vasta e articolata legislazione volta a riformare e razionalizzare l’intero assetto sociale. Si trattò tuttavia di una fase assai breve, giacché , con i suoi successori questa attività dei comizi fu integralmente sostituita dai senatoconsulti, oltre che dall’accresciuta rilevanza delle costituzioni imperiali. Di fatto già nel corso del I secolo d.C. i comizi repubblicani persero rapidamente di vitalità , cessando infine di essere addirittura convocati, essendo quasi tutte le loro funzioni trasferite al senato. All’età augustea risale invece una numerosa serie di leggi comiziali con le quali si venne a incidere in profondità in tutta la vita giuridica, tanto nei vari aspetti del diritto civile quanto in quelli del diritto penale e del sistema processuale. Così una lex Iulia iuidciorum privato rum sancì la definitiva scomparsa dell’antico processo per legis actiones, mentre un’altra lex Iulia iudiciorum publicourm introdusse una generale riforma del processo penale romano, intervenendo ampiamente sul sistema delle quastiones. Ma particolarmente importante fu la legislazione augustea nel campo familiare : in ciò Augusto era stato stimolato, otlre che dal generico progetto di restaurazione dall’antico ordine, da precise preoccupazioni di carattere demografico. Proprio il vasto impiego della vecchia aristocrazia e degli equites nel suo progetto di governo richiedeva infatti un sostanziale incremento numerico dei ceti dirigenti romani, rispetto al preoccupante calo di natalità evidenziatosi invece da tempo. Non solo e non tanto aveva giocato il malessere delle guerre civili, in una stagione che ormai si sperava chiusa per sempre, quanto il diffondersi di una vita lussuosa e rilassata. E’ qui dunque che la politica augustea evidenzia il suo intento di restaurazione di un vasto apparato sociale piuttosto che quello di una sua radicale modifica. Con le leges Iuliae de maritandis ordini bus Augusto introdusse un insieme di meccanismi incentivanti e di sanzioni economiche per stimolare la natalità della nobilitas e favorirne i matrimoni legittimi. Queste e altre leggi emanate in momenti successivi si vennero componendo in un sistema normativo organico, evocato dai giuristi come la lex IUlia et Papia, volto a disciplinare tutto il sistema familiare e i rapporti coniugali, mentre altre leggi erano state introdotte a rafforzare le regole di moralità e la disciplina sociale all’interno dei vincoli matrimoniali, reprimendo in particolare le condotte scandalose e i disordini sessuali delle matrone romane. Negli ultimi anni del suo principato, Augusto provvide a riformare l’organizzazione dei comizi, individuando un complesso sistema di precedenze tra le varie centurie in ordine all’andamento della votazione ( si deve ricordare che il loro voto non era contemporaneo, il che accentuava l’importanza dell’ordine di precedenza, non solo per mero lustro, ma anche come fattore d’influenza del complessivo andamento del voto). Un sintomo, questa riforma, non solo della residua importanza dei comizi, ma anche dell’attenzione con cui Augusto ne perseguiva il controllo : anche di essi, in fondo , sospettoso , come del senato. Tuttavia il loro sostanziale depotenzimento era già evidente con la riduzione d’importanza delle votazioni per l’elezione dei magistrati, essendo i candidati predeterminati dal princeps con la sua destinatio. E’ indubbio che in questo nuovo contesto la funzione delle magistrature appaia in rapida e irreversibile decadenza. Ciò è evidente soprattutto per quelle figure che avevano avuto un ruolo maggiore in età repubblicana , e in particolare, i consoli. La selezione fù ora strettamente sotto il controllo del principe, ma le stesse antiche funzioni di governo, politiche e militari, di costoro erano state ormai in gran parte da lui avocate. Il peso venne poi ulteriormente ridotto con l’introduzione, accanto ai consoli ordinari di altri consoli suffecti, destinati a subentrare ai primi nel corso dell’anno. In tal modo si poteva soddisfare un maggior numero di ambiziosi, riducendo ancor più l’effettiva rilevanza della carica. Tutto ciò non fece venir meno, però , l’interesse per tali nomine : al contrario. Oltre alla vanità personale giocava l’elevata posizione in senato degli ex consoli , ma soprattutto il fatto che dai loro ranghi provenissero i più

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importanti governatori provinciali, nonché il praefectus urbi , mentre l’accresciuto numero di consoli eletti annualmente, a sua volta, corrispondeva al maggior fabbisogno di consulares per l’ingigantita macchina di governo. La stessa perdita di ruolo appare intervenire molto rapidamente anche per le altre antiche figure, dai censori , ai tribuni e agli edili. Seppure per la censura vi era stato uno sporadico tentativo di Augusto di ricostituirla come figura autonoma, si era però rivelato immediatamente impossibile conservare a essa una reale efficacia essendo il suo contenuto divenuto elemento integrante del ruolo del principe. Di qui i lunghi periodi in cui essa cessò di funzionare , sino a che, con Domiziano, divenuto lui steso censor perpetuus, scomparve definitivamente. Discorso in parte non diverso vale anche per il tribunato, limitato fortemente dalla diretta concorrenza della trinunicia potestas dello stesso principe. Tuttavia tale magistratura si conservò immutata , nelle sue competenze formali , né venne a variare il numero di dieci tribuni annuali. Così come restò in essa l’edilità : ma anche qui alcune delle sue funzioni più importanti le furono sottratte e assunte direttamente dal principe con la cura annonae a lui attribuita ed esercitata tramite funzionari da lui dipendenti. Tra l’altro per quasi tutte queste figure , restate più ricche di prestigio che di effettivi poteri, il trasferimento del nucleo centrale delle loro antiche competenze al principe aveva comportato lo sviluppo di un sistema burocratico . Proprio il carattere più circoscritto a specifici compiti esecutivi , che già la connotava in età repubblicana , la questura potè invece, conservare, almeno in un primo momento, le sua antiche funzioni. Così come per un lasso di tempo significativo la stessa pretura continuò a conservare le sue importanti competenze giurisdizionali. Qui infatti giocava anzitutto il suo ruolo come fonte di diritto e regolatore dell’intero sistema giuridico che aveva nel processo la chiave di volta. Alla persistente importanza del pretore contribuiva altresì la consolidata istituzionalizzazione delle questiones perpetuae nel campo criminale , tutte presiedute da un pretore. Il numero di questi ultimi venne pertanto a variare durante il reggimento di Augusto, anche per nuove funzioni di governo temporaneamente assegnate ad alcuni, giungendo sino a un massimo di 16. In generale si deve constatare come il numero totale dei magistrati in qualche modo riferibili alle istituzioni repubblicane fiunisse addirittura con l’aumentare, a seguito della crescente complessità del governo imperiale. Va infine ricordato un altro mutamento intervenuto con l’avvendo del nuovo ordine. Sappiamno come, in età repubblicana, le magistrature fossero state sempre ricoperte a titolo gratuito , anche se erano previsti vari rimborsi per le spese vive sostenute nell’esercizio delle loro funzioni. In particolare la repubblica aveva provveduto a rimborsare i costi delle missioni di magistrati e legati romani fuori di Roma, con cifre forfetarie indicate come viaticum, otlre a supportarli con un formidabile sistema di comunicazioni via terra, organizzato essenzialmente con finalità strategico – militari. Di questo cursus publicum potevano fruire , oltre a tutte le persone in missione ufficiale, anche i senatori. Tale assistenza sarebbe stata ulteriormente sviluppata in età imperiale, mediante l’ulteriore potenziamento sia del reticolo viario che del sistema di assistenza del cursus assicurando tempi di percorrenza incredibilmente brevi anche per lunghissime distanze . Mutò invece nettamente il sistema degli indennizzi e soprattutto, sin da Augusto, si introdusse un sistema generale di retribuzioni fisse per tutti i magistrati e funzionari.

5. Il profilo sociale del principato

Il profondo ridimensionamento dei vecchi organi repubblicani all’interno del nuovo disegno istituzionale , nel complesso, appare il risultato pressoché inevitabile del dualismo che in pratica si sostanziò, accanto alla persistenza di un vertice di governo affidato al ceto senatorio, nella complessiva riorganizzazione del sistema di governo della res publica, con la formazione di un apparato < burocratico > , alle dirette dipendenze del princeps, in cui venne progressivamente integrato il ceto equestre. Una situazione che in qualche modo appare rinnovare gli equilibri e la gerarchia sociale tardo repubblicana.

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La novità del principato augusteo consiste nel progressivo ampliamento della composizione di questi due gruppi sociali e in particolare dell’ordine equestre con l’ingresso delle elites italiche prima e provinciali poi. Quest’ultimo aspetto è particolarmente importante giacché si associa all’altra precoce tenenza degli equites a divenire lo strumento privilegiato dell’azione di governo del principe. Fu questa una tendenza destinata a consolidarsi sotto i successori di Augusto , in particolare con Nerone e poi con Vespasiano e Adriano. Il fatto che tale gruppo fosse privo di consolidate radici politiche ne faceva uno strumento particolarmente docile e affidabile nelle mani del principe , da lui dipendendo ogni possibilità di ulteriore carriera e promozione sociale. Questa sua stessa debolezza politica e la forzata lealtà al principe che ne derivava lo rendevano particolarmente utile nell’espletamento di quelle più delicate funzioni di governo potenzialmente atte a minacciare, se male usate, lo stesso potere imperiale. Mentre dunque i legati di Augusto, posti al governo delle province di sua diretta competenza, appartenevano all’ordine senatorio, non diversamente dai governatori delle province senatorie, le alte cariche dell’amministrazione centrale erano invece quasi tutte riservate all’ordine equestre, lo era , la figura più elevata e incisiva dell’apparato militare e di governo, il praefectus praetorio , gli altri praefecti , al vertice amministrativo dello stato , con l’eccezione del prefectus urbi, e lo erano anche, insieme ai responsabili di molti uffici minori, i procuratores Augusti, titolari di molteplici competenze, anche in ambito finanziario. Accanto e al di sopra di quel sicuro e indispensabile strumento esecutivo che furono i liberti imperiali, tutta l’ossatura della nuova forma burocratica dell’organizzazione imperiale si fondò così sulla classe dei cavalieri. Fu una promozione che, tra l’altro, compensava in parte questo gruppo delle diminuite occasioni di guadagno, assicurate dal sistema di cui esso, in precedenza, aveva avuto in pratica il monopolio. In effetti, nella lunga stagione del principato di Augusto, si venne avviando , pur con mille cautele e contraddizioni, con la trasformazione del sistema politico, una vera e propria rivoluzione, rispetto al vecchio ordine repubblicano, dell’intero assetto organizzativo del governo di Roma. Per questo smisuratamente accresciuto nelle dimensioni e per l’articolarsi delle strutture funzionali, l’apparato amministrativo della repubblica aveva conservato quelle singolari caratteristiche di < leggerezza> che lo avevano configurato sin dall’origine. Si trattava di un insieme di magistrature e di funzioni assolte da un ceto di notabili coadiuvati da un limite circoscritto di esecutori che in nessun modo possiamo assimilare a dei moderni < funzionari > e < impiegati >. Molti di essi infatti erano servizi pubblici o liberti e il tipo di organizzazione cui facevano capo non aveva niente a che fare con la nostra idea di una < burocrazia>. E’ proprio qui che Augusto avviò un cambiamento di vasta portata. Si moltiplicarono infatti le figure di pubblici amministratori, con una fisionomia diversa da quella degli antichi magistrati repubblicani : nominati dal princeps, non eletti nell’agone della lotta politica. Non solo, ma ebbero inizio forme di appartenenza permanente all’organico dei funzionari con il loro impiego stabile in una serie di uffici e funzioni che permise loro di acquisire nel corso del tempo un insieme di specifiche competenze . Erano queste le premesse per la progressiva formazione di un < sapere burocratico >, costituito dal possesso di tecniche e di criteri di gestione di carattere generale e quindi atti a sostanziarsi in vere e proprie regole destinate a disciplinare il comportamento collettivo di un corpo di funzionari. Questo, a sua volta , fu caratterizzato ormai da quell’aspetto tipico di ogni burocrazia che era la gerarchia interna e la < carriera >. Siffatta macchina , già imposta da Augusto , era destinata a svilupparsi con i suoi successori, crescendo in dimensioni e complessità , costituendo la struttura di governo del principato. In tal modo divenne possibile per la prima volta nella storia di Roma, un controllo capillare del suo immenso dominio politico e dell’amministrazione dei gettiti finanziari necessari a far pronte alla crescente spesa pubblica : fu questo, in buona parte, il potere nuovo del principe. A differenza delle magistrature repubblicane, tutti questi funzionari erano direttamente nominati dal principe e ne dipendevano integralmente, tra l’altro per la retribuzione, sebbene ciò sia lungi dal riflettere condotte meramente arbitrarie o improvvisate al centro. Sia i criteri di nomina, sia le competenze, sia infine i sistemi di controllo e la durata nel tempo erano regolati secondo logiche consuetudinarie, collaudate nel corso del tempo e con l’esperienza pratica. Ovviamente, tutti questi

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funzionari erano regolarmente stipendiati, secondo diversi livelli retributivi che riflettevano la relativa importanza degli uffici ricoperti e del rango di ciascuno. Il carattere gerarchico tipico del nuovo sistema burocratico si sarebbe in seguito accentuato, con l’affermazione di un sistema rigido di designazioni che, riflettendo il livello retributivo e lo stesso rango, andavano da sexagenarius a tricenarius.

Capitolo quattordicesimo : Le strutture portanti del principato augusteo.

1. L’assetto istituzionale

La concentrazione di poteri nella persona di Augusto e la costruzione della nuova macchina di governo, con il conseguente svuotamento della centralità del senato, ebbero modo di essere sperimentate e perfezionate durante la lunga vita del principe. Talché , alla sua morte, egli lasciava un sistema politico – organizzativo ormai definitivo, destinato, pur nel corso di non poche vicissitudini e crisi , sia interne che esterne, e con le inevitabili ulteriori modifiche, a funzionare efficacemente per secoli. Tre sono i suoi aspetti caratterizzanti : a) la costruzione del sistema burocratico di gestione dell’immenso apparato politico e territoriale che costituiva l’impero di Roma , con un articolato sistema di rapporti tra centro e periferia ; b) il riordino del sistema finanziario e tributario centrale e periferico ; c) la riorganizzazione della macchina militare romana, con una più precisa definizione dei suoi compiti permanenti. Circa il primo punto converrà partire dal vertice di governo per sottolineare come funzioni imperiali e ruolo cittadino ancora, in qualche misura, si intrecciassero tra loro. Questo doppio registro , di reggimento di una città , e insieme, di un dilatato potere esteso a disciplinare molteplici popoli e territori costituisce una chiave interpretativa importante per la comprensione della costruzione augustea. La < città> - Roma – e l’impero sono i due poli su cui essa si venne realizzando e rispetto a cui l’Italia restò qualcosa d’intermedio e lievemente indeterminato. Non era proprio l’Urbs per antonomasia, ma neppure era identificabile con il mondo provinciale : la nuova realtà imperiale. Il suo governo finiva quindi col costituire quasi un’appendice del governo cittadino e col seguire le logiche di questo. Augusto e i suoi successori non potevano dimenticare di essere al vertice di quella che era stata una semplice città e che tuttora, attrverso i suoi abitanti, restava la sede più immediata del consenso popolare essenziale al loro stesso potere. Di qui l’importanza del tutto particolare del loro diretto controllo della città, attuato con l’introduzione del praefectus urbi, a sua volta coadiuvato da altre figure minori. Questa carica, ricavata forse da Augusto dalla più antica storia di Roma in età monarchica, fu introdotta non senza contrasti e difficoltà . Comunque essa venne rapidamente a consolidarsi . In essa, si evidenzia proprio la tensione che si è ora ricordata tra il vecchio e il nuovo ordine. Roma, con il suo governo cittadino, continuava a essere il centro della vita < urbana >, con la sua popolazione di < cittadini>, ma , contemporaneamente, era ormai divenuta il riferimento di interessi politici di dimensioni universali e la sede del governo dell’impero, con le sue < impersonali > strutture burocratiche accentrate nei palazzi imperiali. Le competenze del praefectus urbi si limitavano originariamente a funzioni di polizia e alla connessa sfera giurisdizionale, al di fuori del processo ordinario. Ben presto tale sfera si dilatò sino a ricomprendere la giurisdizione criminale entro le cento miglia di Roma, oltre che in Roma stessa. Malgrado il fatto che i titolari di tale ufficio fossero non solo di rango senatorio, ma scelti tra coloro che avessero gestito il consolato – i consulares – esso non poteva in alcun modo identificarsi con una magistratura tradizionale, essendone la nomina effettuata direttamente dal principe. Di contro la carica più elevata per il ceto dei cavalieri fu quella del prefetto al pretorio, al comando delle truppe scelte poste a presidio di Roma e, poi, dell’intera Italia peninsulare. Esse derivavano direttamente dalla vecchia guardia personale, la cohor praetoria, del magistrato repubblicano. Il loro organico però venne ampliato sino a comprendere un corpo di nove corti ( di mille uomini ciascuna) composto dal fiore della gioventù italica, di cui tre stanziate presso Roma,

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con un trattamento economico privilegiato e con grandi opportunità di carriera nell’esercito. Appare evidente la delicatezza di un ufficio in cui risiedeva la sicurezza personale del principe e che lo garantiva dal pericolo, sempre reale, di complotti contro la sua persona. Non solo : già sotto Tiberio si sarebbe visto quanto questa carica potesse essere dilatata e potenziata, insieme al rafforzato ruolo delle coorti pretorie. Il che avrebbe pesato non poco negli sviluppi, talora drammatici, che si ebbero in occasione della successione al principato, con un loro intervento diretto nel momento della designazione del nuovo principe. Anche il praefectus praetorio, nel corso del tempo, ampliò il suo ruolo, sino a esercitare un diretto controllo sul funzionamento amministrativo dell’Italia e , soprattutto , estendendo anche la competenza nel campo della giurisdizione, sotto l’immediato controllo del principe stesso. A ciò si aggiungevano altre funzioni nella repressione criminale, fuori di Roma e del territorio circostante. Ma soprattutto , sul piano più strettamente militare, il praefectus praetorio assunse progressivamente un generale ruolo di comando delle armate romane, accanto all’imperatore, quasi come un moderno capo di stato maggiore. Ben si comprende quindi la sua posizione di primo piano, soprattutto nel corso delle grandi campagne militari che lo videro sovente impegnato in prima fila, sul teatro delle operazioni, anche lontano da Roma e dall’Italia. In parallelo, in alcuni passaggi cruciali dei primis secoli del principato se ne accrebbe il peso politico, sino a che il praefectus praetorio finì con lo svolgere quasi una funzione vicaria dell’imperatore. Solo tenendo conto di quanto importante continuasse a essere, per il principe, la vita e la sicurezza di Roma, e avendo un’eguale consapevolezza delle particolarità dei meccanismi economici che presiedevano alla vita della società antiche, si può apprezzare l’importanza di un altro gruppo di funzioni attribuite ad Augusto ed ereditate poi dai suoi successori, relative al controllo dell’annona. Attraverso tale competenza era infatti salvaguardata l’esigenza di un costante e sicuro approvvigionamento di quell’enorme centro di consumi costituito dalla città di Roma, sulla cui rilevanza politica è addirittura inutile insistere. Un problema che, a sua volta, va inquadrato in un aspetto più generale che concerne il funzionamento dei mercati. In effetti nell’antichità , l’esistenza di una libera circolazione commerciale e di mercati autoregolantesi era limitata sempre dall’intervento della città o del sovrano. Esso infatti perseguiva l’obiettivo politico primario rappresentato da un’adeguata disponibilità di derrate alimentari per la popolazione, soprattutto urbana, e si sostanziava anche in un’attenta rilevazione dei prezzi di mercato, forse talora atta a sfociare in qualche forma di rudimentale controllo. Anche in questo caso Augusto e i suoi successori eserciteranno codeste competenze attraverso funzionari delegati : anzitutto il praefectus annonae, preposto appunto a tali funzioni. Anch’egli apparteneva all’ordine equestre, con un rango inferiore solo agli altri due praefecti , praetorio e urbi. Sempre all’interno dell’amministrazione cittadina, seppure in posizione più subalterna, va infine ricordato un praefectus vigilum incaricato, con le sue cohortes vigilum, della prevenzione e della difesa della città dagli incendi. Accanto al praefectus urbi, di rango senatorio, si delineano dunque al vertice della nuova amministrazione centrale quattro carice di praefecti ( pretorio , annonae , vigilum e quella non meno importante dell’Egitto ) assegnate a membri dell’ordine equestre. Il che evidenzia gli effettivi equilibri sanciti dal principe tra i due ceti di governo.

2. Una rete amministrativa

Ma le innovazioni perseguite da Augusto nella riorganizzazione del sistema amministrativo romano vanno al di là della sfera centrale di governo, per investire una ben più ampia e capillare articolazione del potere.. In virtù delle sue funzioni censorie, il principe assunse, attraverso l’opera di una molteplicità di curatores, quasi tutti di rango equestre, la gestione e tutela dell’immenso patrimonio immobiliare e delle strutture materiali costituito da monumenti religiosi e pubblici ( affidati ai curatori medium sacrarum operum locorumque publicorum ), oltre che dalla splendida rete di vie, acquedotti pubblici, fognature e dalle altre strutture pubbliche esistenti in Roma e in Italia ( per cui erano competenti i curatori viarum , aquarum, alvei Tiberis et riparum et cloaca rum urbi e i curatores

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regionum in cui era stata ripartita la città : 14 regioni e 265 vici ). In parallelo molteplici altre incombenze di carattere amministrativo furono deferite a un insieme di procuratores. Già tale termine evoca l’origine privatistica della loro attività , modellata sullo schema di un mandato conferito da un soggetto a un altro per l’espletamento di un insieme di attività effettuate nell’interesse del primo. Uno schema diffuso proprio nell’ambito della gestione individuale dei patrimoni, delegata nei suoi vari settori, dal titolare a singoli procuratore. La < pubblicizzazione > di tale rapporto effettuata dal principe riflette una logica tipicamente romana, radicata nell’esperienza repubblicana, dove assai spesso il magistrato aveva svolto le sue funzioni pubbliche anche con strumenti propri della sua sfera privata : con l’ausilio cioè e con il lavoro dei suoi schiavi e dei suoi liberti. Anche ora questo supremo ed anomalo magistrato che è il princeps perseguì i suoi obiettivi al servizio della res publica e assolse alla molteplici funzioni mediante una delega conferita ai procuratores da lui preposti alle varie incombenze. Sotto i successori d’Augusto , definendosi meglio la fisionoma burocratica dell’apparato centrale, alla originaria preminenza dei liberti , subentrò un vertice amministrativo costituito dai procuratores Augusti , di rango equestre , e con un ruolo più elevato. Al di sotto di essi si collocarono poi, almeno per tutto il I secolo d.C. , una rete di altriprocuratores , costituiti , in un primo momento, da liberti imperiali. In seguito , a partire da Adriano, anche queste funzioni furono affidate essenzialmente a funzionari di rango equestre. Tale sistema fu generalizzato a tutti i settori d’interesse pubblico in cui rilevava una responsabilità di governo del principe : in primo luogo nell’amministrazione delle finanze. Infine, un campo di attività sempre più importante riguardò la gestione della complessa segreteria del principe ( retta da procuratores scriniorum ) e il coordinamento e la direzione dei vari uffici del governo centrale. Quest’ultima funzione fu possibile solo attraverso una fitta e costante rete di comunicazioni di cui resta ampia traccia , non solo nella raccolta delle costituzioni imperiali , ma anche nella ricca corrispondenza con Taiano di Plinio il Giovane, negli anni del suo governo della provincia di Bitinia. Gli uffici preposti a tali attività vennero affidata ad altri procuratores : ab epistulis Latinis , ab epistulis greci , a libellis. Al vertice del sistema , furono in genere collocati funzionari scelti nel ceto equestre, sotto cui si venne poi articolando una rete di collaboratori minori, in genere costituiti da liberti imperiali. Tale presenza evidenzia quella confusione tra il governo dell’impero e l’amministrazione della domus privata del principe, attraverso la sua familia. In effetti, con tale organizzazione, Augusto e i suoi successori non facevano che perpetuare pratiche proprie dell’oligarchia tardo repubblicana. Ci si riferisce all’organizzazione economica e al funzionamento di un sistema anche molto complesso come poteva essere la gestione di un patrimonio e dell’insieme di persone appartenenti a livelli diversi, a un grande e potente clan familiare. Questa gestione, talora imponente anche per le dimensioni economiche e gli interessi coinvolti, aveva comprtato la formazione di vere e proprie burocrazie private alle dipendenze del pater familias e dei suoi più diretti collaboratori , eventualmente i figli o alcuni liberti ( quanto non addirittura schiavi ) di fiducia. Non a caso , nel trasferire queste pratiche private alle funzioni pubbliche, il settore in cui tale fenomeno si rese più evidente fu quello relativo agli aspetti finanziari. Qui il patrimonio privato dell’imperatore, la res privata, pur progressivamente inserito nel sistema delle finanze pubbliche , continuò a essere gestito secondo le logiche delle grandi signorie aristocratiche tardo repubblicane che, proprio sulla figura dei liberti oltre che degli schiavi, si erano fondate. Era questo uno degli aspetti di quell’ambigua configurazione istituzionale che caratterizzò il potere di Augusto . Ed è significativo infatti che, con il progressivo accentuarsi del carattere ufficiale del principe e con il conseguente mutamento di significato della sua sfera privata , divenuta ormai anch’essa un altro aspetto del suo ruolo pubblico, i liberti imperiali fossero sostituiti con quadri provenienti dal ceto equestre. Il nuovo sistema di governo aveva un carattere composito , funzionava sulla base di due logiche parallele e intersecantesi. Da una parte il sistema burocratico – amministrativo facente capo direttamente al principe, dall’altra l’azione delle vecchie istituzioni repubblicane, secondo quella logica di < dualismo squilibrato > . Uno < squilibrio > che si evidenzia invero ove si consideri il punto di riferimento dell’intero sistema. Giacché , sin da Augusto e sempre più in seguito, la vera e

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unica < cabina di comando> in cui confluiva l’enorme flusso d’informazioni provenienti da ogni regine dell’impero e da ogni ufficio amministrativo, a cui pervenivano le più varie richieste e quesiti di funzionari imperiali e di privati, dove delibere i più diversi problemi di governo era essenzialmente la figura del principe. Così come ogni impulso e direttiva, ogni decisione in merito alle varie richieste da lui proveniva. Di qui l’importanza degli uffici centrali , la rapida loro crescita di numero e di organici e, infine, la crescente formalizzazione ed uniformazione delle procedure da essi seguite. Il potenziamento degli uffici centrali di governo e il loro maggior coordinamento con il sistema periferico si riflesse anche su un particolare, ma importante, aspetto organizzativo. Ci si riferisce non solo al sistema di comunicazioni stradali, fluviali e marittime con il ricchissimo complesso di infrastrutture ad esse collegate e di cui gli apparati di governo avevano la responsabilità , solo in parte trasferita alle autorità locali. Non meno importante fu il funzionamento di quel cursus publicus un efficacissimo reticolo di supporti – stazioni di posta- , tappe per i rifornimenti ecc, -, che permetteva a chi ne poteva fruire di percorrere grandi distanze in tempi eccezionalmente veloci. Ad esso potevano accedere i messaggeri imperiali, e gli alti funzionari ed ufficiali in missione, oltre che, in virtù del rango, i membri dell’ordo senatorius. Tale cursus era già esistente in età repubblicana , ed ora passò sotto la responsabilità dei curatores e degli altri funzionari competenti. In effetti ,nel sistema imperiale romano, le comunicazioni tanto via terra che per mare non furono solo condizione per la vita del commercio e dell’economia, ma anche per il governo e la politica. L’ambiguità tra le antiche forme del governo e l’inovazione augustea si ritrova anche in un altro organismo destinato ad assumere particolare rilievo. In effetti sin dalla repubblica era stata prassi costante che i magistrati superiori e i pro magistrati in carica si avvalessero, sia per la loro azione di governo che nell’attività giurisdizionale, di un consilium, fatto di amici e di esperti. Nulla di nuovo quindi, salvo l’incomparabile posizione del princeps rispetto agli antichi magistrati repubblicani, che anch’egli si avvalesse di un organismo analogo. Il consilium principis sembra proittare anche nei tempi nuovi codesta tradizione , e , con essa, l’antico, impalpabile, ma reale elemento costituito dalla consorteria politica : alleanze personali , ma anche ereditarie, spirito di clan, dipendenza clientelare e scambio di benefici. Era stato questo il fondamento dei giochi politici nella repubblica e ora continuava ad opeare come sistema di relazioni sempre più accentuatamente intrecciato dal e intorno al principe. Nei primi tempi Augusto si limitò a valorizzare questo strumento per garantire i suoi rapporti col senato. Egli infatti si avvalse di un consilium di senatori per istruire e predisporre il materiale di particolare rilevanza politica che intendeva sottoporre al parere del senato. Più incerta e labile è la presenza, allora e anche negli imperatori immediatamente successivi, di quel tipo di consilium che già i magistrati repubblicani avevano avuto, fatto di amici scelti in base alle loro competenze e alla lealtà politica, di carattere affatto privato e pertanto utilizzato nella misura e nelle forme che al principe parevano opportune. Comunque già con Tiberio risulta l’esistenza di un organismo siffatto , seppure negli anni della sua presenza in Roma. In seguito , specie dopo Claudio, esso venne prendendo maggiore consistenza, sino alla svolta intervenuta, anche in questo caso, con la grande opera di riorganizzazione di Adriano. Allora se ne precisò la composizione con due fondamentali elementi : anzitutto gli esponenti autorevoli del vertice del sistema del governo imperiale, in secondo luogo i migliori giuristi dell’epoca. Anche in seguito esso non perse comunque la sua antica fisionomia di organo privato , composto a < amici > del princeps, benché assai più evidente il suo ruolo generale di supporto e di coordinamento del governo imperiale. Ma non meno importante divenne anche l’assistenza da esso costantemente presentata al principe nella sua sempre più estesa attività giurisdizionale . Con Adriano l’appartenenza al consilim, non solo venne formalizzata , ma anche retribuita , senza che tuttavia ciò comportasse l’esigenza che alle riunioni di tale organismo fossero chiamati sempre tutti i suoi componenti. Il che è abbastanza comprensibile, se consideriamo anche la gamma assai estesa di consulenze che esso era chiamato a fornire. Nel tempo il membro più autorevole del consilium il prefetto al pretorio, fu chiamato a presiederlo, in caso di assenza del principe.

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3. Il fisco

Un settore dove il ruolo di Augusto era destinato a incidere in profondità , modificando radicalmente gli antichi assetti repubblicani. concerne la politica monetaria e finanziaria dell’impero. Ciò riguardò anzitutto il diritto di battere moneta : espressione generalizzata e costante della sovranità e da sempre di competenza del senato. Anhe qui si ribadisce, formalmente, il dualismo tra principe e senato : a partire dal 15 a.C. le reciproche competenze verranno fissate da Augusto, che si riserverà la monetazione d’oro e d’argento , mentre quella in bronzo resterà di spettanza del senato. Dove lo squilibrio è evidente, giacché tutto il sistema monetario si fondava sulla doppia circolazione in oro e argento , rispetto a cui, la moneta in bronzo , pur molto importante per la complessiva quantità di circolante e per la sua rilevanza sociale come mezzo di pagamento di più largo uso quotidiano, restava subordinata. Tra l’altro non si deve dimenticare l’enorme importanza assolta – sin dall’età repubblicana – dalla moneta di metalli pregiati ai fini della stabilità del potere d’acquisto del denaro e conseguentemente degli equilibri generali dell’economia romana Il dualismo principe – senato si estese in verità a tutta la politica finanziaria dell’impero : accanto al vecchio aerarmi populi Romani, rimasto, senza grandi modifiche, sotto il controllo di quest’ultimo si delineò infatti un sistema finanziario autonomo sotto la supervisione del principe. L’amministrazione del primo restò di competenza dei praefecti aeraii di rango senatorioe, in seguito, dei pretore, tornandosi poi, con Claudio alla figura repubblicana dei quaestores, definitivamente sostituiti, sotto Nerone, dai due praefecti aeraii Saturni. Non si deve tuttavia dimenticare che, nel rispetto formale della competenza senatoria, di fatto con essa confliggesse il potere di controllo del principe in base al suo diritto di informare e coinvolgere il senato nelle sue decisioni. Esso , in effetti, mise in grado gli imperatori più attenti all’equilibrio complessivo del bilancio romano d’impostare e realizzare una politica di gestione del tesoro pubblico molto efficace. Soprattutto, pero, l’intervento del principe e la confusione tra il suo patrimonio personale e tesoro pubblico finì col ridurre l’importanza dell’aerarium populi Romani rispetto al fisco imperiale. Con questo riferimento, già in uso nell’età di Tiberio, si indicavano infatti l’insieme delle attività finanziarie di diretta pertinenza del principe, chiarendosi un processo che, già con Augusto, aveva concentrato nelle sue mani buona parte del sistema finanziario pubblico. Anche in questo campo si evidenzia l’abile saldatura tra vecchio e nuovo effettuata da Augusto, dove le antiche forme non vennero cancellate, ma in parte sostituite o integrate < dall’interno > con altre struttrure le cui leve restavano invece direttamente nelle mani del nuovo centro di potere. Questo processo si sviluppò infatti attraverso la costituzione di casse separate – indicate come rationes riferite ai singoli settori di competenza. In particolare vi rientrarono vasti settori della spesa pubblica : anzitutto le pesanti voci di bilancio relative alla macchina militare, seguita dagli oneri derivanti dal funzionamento del sempre più pesante apparato burocratico . In particolare la difesa dell’impero con il sostentamento di eserciti stanziali dislocati nelle regioni più delicate o verso i confini più esposti alle pressioni esterne comportava un costo elevatissimo. Di qui l’accresciuta dimensione del bilancio imperiale, attraverso il costante e sistematico reperimento di grandi mezzi finanziari, a sua volta, reso possibile dal funzionamento della nuova gestione delle entrate che aveva sostituito in gran parte il vecchio sistema degli appalti. In notevole misura questi flussi finanziari furono dirottati verso una gestione autonoma, direttamente controllata dal principe, di cui la più importante era l’aerarium militare. Esso era gestito da tre praefecti di rango pretorio, scelti con sorteggio ma che rispondevano al principe in quanto capo dell’esercito e titolare quindi delle spese a esso relative. Nell’aerarium militare confluirono una serie di entrate derivanti dalle imposte di sucessione ( la vigesima hereditatum : il 5 % del valore dei patrimoni entrati in successione ), dalle vendite all’incanto e dai contributi diretti del principe dalle sue casse private. Tale settore del tesoro costituì anche lo strumento indispensabile per assicurare la liquidazione dei veterani al momento del congedo.

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Mentre su questa cassa non gravava anche l’onere delle spese correnti per l’esercito, in particolare, il soldo delle truppe. Ancora una volta si coglie in queste innovazioni la consapevolezza con cui Augusto affrontò le grandi questioni che l’ultima età repubblicana aveva lasciato aperte, talora aggravandole. Tra queste, appunto le complesse conseguenze di quella professionalizzazione dell’esercito romano avviata sin dall’età di Mario. Le legioni che avevano seguito e garantito le sorti dei grandi capi militari, sin da Cesare e Pompeo erano costruite da veterani impegnati per decenni nel mestiere delle armi. Si trattava di una fedeltà personale legata a un’adeguata remunerazione economica, costituita anzitutto dagli stipendi e poi dalla < liquidazione > , essenzialmente in terre, ai veterani stessi al momento del loro congedo. Una pratica , quest’ultima, che , soprattutto nel corso delle guerre civili aveva contribuito a ulteriori squilibri nelle campagne italiche, con massicce espropriazioni di terre per sopperire a tali esigenze. Lo stesso Ottaviano aveva dovuto affrontare e risolvere siffatto ordine di problemi nel corso della sua lotta di potere. Augusto , negli ultimi anni, impresse una svolta, orientandosi a sostituire tali terre con somme in denaro concesse al momento del congedo e prelevate, appunto , dall’aerarium militare. E infine si deve ricordare la sempre più dilatata sfera del patrimonium personale di Augusto e , poi , del principe in quanto tale. Un elemento ambiguo giacché esso coincide con il fondamento privatistico delle ricchezze individuali che Augusto possedeva, come del resto ciascuna eminente personalità politica tardo repubblicana. D’altra parte , anche qui, giocava la progressiva istituzionalizzazione della sua figura, per cui la sfera privata del principe cessava di essere esclusivamente tale per assumere rilevanza pubblica. Lo si coglie nel fatto che in questo suo patrimonio personale si concentrassero nuovi flussi di ricchezza ( le acquisizioni forzate per condanne criminali, i poventi provenienti dall’attivo delle province imperiali, nonché i numerosi lasciti testamentari a favore del principe, così frequenti in Roma, effettuati per piaggeria, ma anche per consolidare, con l’interesse di quel beneficiario, il resto delle volontà testamentarie ) e che di contro, esso fosse impiegato a supporto dell’azione pubblica del principe e a integrare le attività già gravanti sull’erario. Pressoché naturale sviluppo di tale processo di pubblicizzazione fu l’affermazione di un nuovo criterio secondo cui questo stesso patrimonio < privato > cessò di essere devolouto secondo le logiche che presiedevano alla successione ereditaria nel campo privatistico per essere trasmesso al successore nel potere imperiale. Esso fu affidato alla gestione di un procurator a patrimonio, carica ricoperta anche da liberti. Di particolare rilievo fu poi la concentrazione, in Italia e soprattutto nelle province, di enormi proprietà fondiarie nelle mani del principe. Si trattò di un elemento importante anche per la riorganizzazione di intere regioni. In generale tali latifondi , raggruppati tra loro in regiones, vennero amministrati da procuratores imperiali che provvedevano ad affidarli in gestione a conductores che li suddividevano poi in gestioni dirette affidate a singoli coloni . Come si deduce da alcuni ben noti appelli di questi ultimi all’imperatore e dall’intervento di questi , il rapporto privatistico tra conductores e colini restò sempre sottoposto al superiore controllo e alla responsabilità dei procuratori imperiali. Il processo di trasformazione in senso pubblico del patrimonim principis, ora ricordato, contribuì a definire un altro settore finanziario costituito da un patrimonio ancora < più privato> del principe , la res privata, di cui egli aveva una più piena e personale disponibilità . In una fase relativamente più avanzata si enucleò così una ratio privata riferita a un segnmento lasciato alla più ampia disponibilità personale e a una gestione più elastica e autooma di quanto non fosse il patrimonim principis. A partire da Adriano la supervisione di questo settore fu attribuita a un procurator rationis privatae con un rango elevato nella gerarchia imperiale. L’identificazione della fisionomia unitaria del fisco imperiale avenne con il contributo dei giuristi che erano chiamati a sistemare e classificare le forme istituzionali del nuovo regime. In tal modo si formalizzò il coordinamento dei vari centri finanziari che facevano capo all’amministrazione centrale. Solo più tardi , con Adriano, si avrà poi l’istituzione di un advocatus fisci chiamato a rappresentare l’interesse dell’amministrazione finanziaria nei rapporti con i privati e nei relativi contenziosi cui venne a collegarsi una più vasta rete di altri advocati fisci operanti in ambito provinciale.

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Sempre nel quadro del processo di razionalizzazione avviato sotto il principato si deve ricordare come, tra i numerosi procuratores, cui era stato deferito di fatto il controllo dell’intera gestione finanziaria dell’impero ( ricorderemo quelli patrimoii , vicesimae hereditatum ), si imponesse in primo piano, a partire da Claudio, il procurator a rationibus, in seguito indicato semplicemente come rationalis. A lui infatti venne affidato il compito di tracciare una specie di bilancio generale dello stato, onde permettere ai poteri centrali, principe e senato, di avere il quadro complessivo della situazione finanziaria ed economica dell’impero. Il sistema fiscale vigente nelle province, appare diverso a seconda delle due categorie di province populi Romani o imperiali. In queste ultime tale settore dell’amministrazione fu affidato a dei procuratori, mentre nelle prime analoghe funzioni furono di competenza di questori. Il sistema fiscale, per le province imperiali, consisteva in un’imposizione personale gravante su tutti i provinciali , tributum capitis , e in un’imposta fondiaria costituita dal tributum soli. Nelle province senatorie invece vi era una responsabilità delle città per la riscossione degli stipendia dovuti al fisco in relazione ai patrimoni fondiari. Fondamentale, infine, è il passaggio a una gestione diretta del prelievo fiscale , con l’eliminazione del sistema degli appalti.

4. Il centro del potere e il governo provinciale

L’architettura disegnata da Augusto nel lunghissimo periodo di governo che la sorte gli concesse, con tutte le ambiguità e l’indeterminatezza , era stata perseguita in modo altamente razionale, garantendo adeguatamente sia gli equilibri sociali e politici del vastissimo mondo che faceva capo a Roma, sia il sistema di potere militare su cui essa necessariamente si fondava. Il che , insieme al rallentamento dell’espansionismo militare romano, rese possibile un lungo periodo di pace all’interno dell’impero. Naturalmente ciò non sembra vero in superficie, giacché i complotti e i torbiti da un lato, le forme di repressione e persecuzione politica , gli omicidi e i delitti, dall’altro , non vennero certo meno. Anzi la famiglia imperiale, già in vita di Augusto, fu teatro di drammi palesi e sanguinosi , macchinazioni celate che solo in parte trascesero il chiuso dei palazzi. Ed ancor più negli anni dei successivi imperatori, delle efferatezze dell’onnipotente Seiano, prefetto al pretorio sotto Tiberio, alla sanguinosa condotta di Caligola e poi del tardo Nerone, all’assassinio di Clauido, alla lotta tra i pretendenti all’impero, dopo Nerone, alle repressioni sotto l’odiato Domiziano, la storia del primo secolo del principato è costellata di atrocità. Ma tutto ciò poco toccava l’infinità di individui al di fuori della ristretta cerchia della nobilità senatoria, degli alti magistrati e funzionari , dei comandanti militari. Già poco si rifletteva sulla cittadinanza romana e ancor meno sugli Italici , non più coinvolti direttamente nella lotta per il potere ( salvo l’anno degli scontri tra i quattro pretendenti al trono dopo l’uccisione di Nerone ). A differenza di quello che invece era avvenuto, con esiti catastrofici, città distrutte, massacri, espropriazioni forzate di terre, all’epoca delle guerre civili. I sussulti del potere suscitavano poi echi ancora più deboli nelle province. La macchina messa in piedi da Augusto continuò a funzionare , con aggiustamenti e modifiche nel corso del tempo, e ad opera di ciascuno dei successori, per tutta l’età d’oro del principato, sino a Marco Aurelio. Ed è qui, in verità , che realizzò i suoi effetti ottimali il processo di stabilizzazione volto a riequilibrare il rapporto tra il centro e la periferia provinciale. Pur avendo rallentato la spinta innovatrice di Cesare, Augusto aveva portato avanti in modo sistematico il profondo risanamento del governo provinciale, grazie al controllo unitario e costante nel tempo esercitato, direttamente o indirettamente, dal centro su tutti i governatori provinciali. Per questo, anche il riaffermato primato di Roma e dell’Italia non aveva impedito che già sotto Augusto e assai più con i suoi immediati successori, si attivasse una fortissima romanizzazione delle elites locali. Del resto la consapevolezza con cui tale politica fu allora perseguita è attestata in modo impressionante dalla splendita orazione di Claudio in senato, riportata anche in un’importante epigrafe trovata a Lione. Conformemente alla visuale in essa espressa , Claudio , oltre a inserire nel senato esponenti provinciali, s’impegnò anche in una sistematica politica di concessione della civitas Romana a numerose comunità provinciali, seguito poi da Flavi nel processo di latinizzazione di intere province. Riprendevano così consistenza i circuiti d’integrazione provinciale, già abbozzati

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a suo tempoda Cesare, facilitandosi anche , per i nuovi cittadini le forme di nobilitazione attraverso la carriera militare o al servizio del principe. E in effetti, già pochi anni dopo la fine di Nerone, l’ultimo esponente della cosiddetta dinastia Giulio – Claudia, ascesa al potere il primo imperatore d’origine italica : Vespasiaqno, mentre, con Traiano fu elevato al vertice dell’impero un personaggio d’estrazione provinciale. Allora dettero i loro frutti maturi quei meccanismi d’assimilazione, fondati sull’estensione delle forme giuridiche romane, la latinizzazione e infine la concessione della civitas Romana. Tutto ciò non diminuisce però la grande distanza che continuava a sussistere tra il centro e la periferia, tra il luogo privilegiato della politica e del governo, Roma, il mondo municipale e quello provinciale. Ed è qui che interviene , come primario fattore di mobilità sociale, l’esercito, dove un bravo ufficiale d’origine provinciale poteva ascendere ai massimi livelli e di lì , se non fare , come Vespasiano o Traiano e molti altri in seguito , il gran salto verso il potere supremo, almeno ascendere al rango equestre, o addirittura essere cooptato nella vecchia nobilitas senatoria. Quanto alla razionalizzazione e al coordinamento dei governi provinciali , fondamentale fu il recupero , da parte di Augusto, della distinzione tra province istituite da più tempo e già < pacificate > e quelle ancora sotto il diretto controllo delle armate romane. Essa venne formalizzata con i due tipi di province, populi Romani e imperiali. Una distinzione, tuttavia, ispirata a un criterio di massima che, come sempre nella storia istituzionale romana, non si irrigidiva in un’applicazione troppo sistematica. In effetti, nella determinazione di siffatta classificazione giocava , con la tendenza del principe a cosnervare sotto il suo diretto controllo le province strategicamente più importanti, la presenza dei più diversi motivi particolari, anche temporanei. Così la definizione delle due categorie non solo non era rigida , ma variava nel tempo : ad esempio vediamo la Sardegna o la Bitinia, divenire imperiali da senatorie, e viceversa la Gallia Narbonese e la Licia divenire senatorie da imperiali. In relazione al rango dei governatori, si deve poi ricordare un’altra suddivisione interna, essendo alcune di esse < consolari > altre < pretorie >. Le province imperiali restarono sotto il diretto controllo dell’imperatore, che le governò attraverso legati Augusti , da lui delegati , muniti in genere di imperium pro praetore ( essendo alcuni di rango consolare ). Le province senatorie, invece vennero lasciate , come nell’età precedente, al superiore controllo del senato, continuando a esser governate da proconsules ( questa era la qualifica per tutti i governatori delle province senatorie, estesa anche agli ex pretori ) di rango senatorio, provenienti in genere dalle file degli ex consoli o pretori. Seppure la designazione di questi ultimi non dipendesse direttamente dalla volontà del principe, questi, esercitava comunque una generale sorveglianza in ragione del suo imperium maius, gerarchicamente superiore agli imperia dei singoli governatori. In effetti egli poteva inviare a ciascun governatore, durante il suo ufficio e indipendentemente dalla sua qualifica, istruzioni , sovente con un contenuto molto analitico, mediante la forma specificamente prevista dei mandata. D’altra parte, gli stessi governatori si orientarono sempre più a informare il principe in modo molto puntuale di tutte le questioni di un certo rilievo. A ciò si deve aggiungere il fatto che un insieme di funzionari e magistrati minori assegnati ai vari uffici amministrativi in cui si sostanziava il governo provinciale, in progresso di tempo, finì con l’avviluppare il governatore entro un sistema che ne riduceva ulteriormente l’autonomia, pur conservando un ruolo preminente. E infine, a definire i veri equilibri tra i governatori delle province senatorie e il principe, era la durata dei primi, più circoscrita ( del resto in conformità con le originarie pratiche repubblicane ) nel tempo e quindi tale dal distogliere dall’idea di una costruzione di poteri autonomi o dal mettere radici troppo in profondità in una realtà periferica e lontana dal controllo centrale. Ancora più complesso il ruolo dei governatori per quanto concerne l’assetto amministrativo della provincia e, in particolare, gli aspetti finanziari e i sistemi d’esazione fiscale essenziali alla vita stessa dell’organizzazione imperiale. Sin da età augustea infatti era prevalsa la pratica di preporre dei procuratori imperiali alla direzione di questi settori. Benché non sia sempre chiaro il rapporto intercorrente tra questi e il governatore provinciale, dovette restare a ques’ultimo una residuale competenza, giacché siamo informati di una sua generale responsabilità in materia. Resta fermo un punto già segnalato e cioè che il nuovo sistema presupponeva la scomparsa , o comunque una

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radicale modifica del generalizzato sistema d’appalto delle imposte proprio dell’età repubblicana, con tutti i suoi effetti negativi. Allo sfruttamento irrazionale e illimitato che aveva sovente caratterizzato il governo dei pro magistrati , associato alla presenza massiccia dei pubblicani e degli uomini d’affari romani, si sostituì un sistema più stabile e più efficacemente sottoposto al controllo centrale, in cui si valorizzò ulteriormente la forza e l’autonomia dei centri cittadini. Rientra in questi orientamenti l’insieme di vincoli posti alla condotta anche privata del governatore onde impedire illeciti arricchimenti e prevaricazioni. Le costituzioni imperiali introdussero in proposito alcune limitazioni alla loro libertà negoziale, il divieto di contrarre matrimonio con donne appartenenti alle province da loro amministrate, di accettare donativi e di gestire attività commerciali. Ma anche tutta l’importante politica dei lavori pubblici e del controllo e della gestione delle istallazioni, dalle strade ai fiumi e alle strutture urbane, ivi comprese le canalizzazioni e le cloacae faceva capo al governatore che si avvaleva di diretti collaboratori, oltre a interagire strettamente con le amministrazioni delle varie civitates provinciali che a lui si rivolgevano per istruzioni e aiuto. Nei riguardi di queste divenne sempre più penetrante la sua supervisione sulla gestione dei bilanci cittadini, al fine di scongiurare i pericoli di dissesto delle finanze cittadine che una cattiva amministrazione poteva comportare, con gravi riflessi negativi , anche se indiretti, per Roma. Affatto peculiare, poi, restò, sotto Augusto e i suoi immediati successori, la condizione dell’Egitto, un regno di capitale importanza, nel Mediterraneo orientale, per le ricchezze e l’ingente produzione granaria, destinata in parte ad alimentare Roma e l’Italia. Sebbene l’Egitto fosse divenuto un elemento, anche se molto importante, del sistema provinciale romano, con la sua vittoria su Cleopatra, Augusto, agli occhi degli Egiziani, appariva l’erede dei faraoni, assumendo gli stessi oneri divini e umani goduti dai Tolomei, l’ultima dinastia conclusasi appunto con Cleopatra. Su di esso il principe esercitò un controllo diretto, attraverso un praefectus Aegypti , di rango equestre, da lui direttamente dipendente. Era questa una delle cariche più elevate dell’intera carriera dell’ordine equestre , a indicare l’importanza tutta particolare di tale dominio. Cosa del resto confermata dal divieto imposto ai senatori romani e ai più importanti membri del ceto equestre di recarvisi senza autorizzazione imperiale. L’importanza di questo ricchissimo regno , sia sotto il profilo strategico che economico, in relaizone ai delicati equilibri dell’intero bacino mediterraneo e, conseguentemente, ora , dei fondamenti stessi del potere imperiale di Roma sconsigliava evidentemente qualsiasi interferenza esterna. Una situazione del genere , sebbene di gran lunga la più importante e permanente, non fu l’unica. Sussistevano anche province governate , in una forma essenzialmente provvisoria al di fuori della logica che sinora abbiamo indicato, da praefecti o procuratores scelti da Augusto, in quanto successore dei sovrani locali : questo è il caso delle Alpes Cottiae e Poeninae, della Rhetia e del Noricum , della Tracia e dell’Epito. La grandiosa espansione territoriale che Roma aveva ancora perseguito nell’età delle guerre civili trovò ora una nuova e compiuta sistemazione, con il radicale accrescimento del numero di province sottoposte a un regime relativamente uniforme. Ancora negli ultimi anni della repubblica esse infatti non eccedevano il numero di quindici : vennero dunque raddoppiate ( per raggiungere, nell’età di traiano, nei primi decenni del II sec. d .C. , quello di 45 ). Questa crescita rendeva possibile il rafforzamento di un sistema capillare di governo, sempre sotto il controllo centrale del princeps. Accanto alla complessa gestione amministrativa da lui esercitata attraverso un insieme più o meno numeroso di funzionari e collaboratori, il governatore era altresì il superiore punto di riferimento nell’amministrazione della giustizia. La sua competenza giurisdizionale si estendeva sia nell’ambito privatistico che a quello penale. Anche in ciò s’esprimeva la pienezza della sovranità di Roma sui territori e sulle popolazioni delle province. Tuttavia interveniva un limite, in proposito, costituito dall’esistenza di più o meno ampi margini di autonomia a favore dei centri cittadini presenti nel territorio delle varie province e caratterizzati da un’identità e da una storia più o meno rilevante. Si tratta di quelle civitates liberae, liberae et immunes o , addirittura, foederatae, quasi a evocare una vera e propria autonomia sovrana, che Roma non solo aveva lasciato sussistere, ma che aveva anche favorito. Da ciò derivava un complesso intreccio di situazioni giuridiche diversificate e una

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pluralità di condizioni istituzionali dei provinciali che appaiono riprodurre , nella nuova realtà imperiale, l’esperianza che fu già del mondo italico nel corso dei secoli che ne prepararono la definitiva e totale romanizzazione.

5. L’apparato militare

Il fondamento militare del nuovo potere imperiale, che abbiamo visto nella costruzione augustea, resterà una costante del nuovo regime. Il diretto controllo della macchina militare da parte del princeps s’accompagnò a sua volta alla definitiva professionalizzazione degli eserciti romani, concludendosi così un lungo processo che era stato accelerato dalle dimensioni dell’impegno militare dell’ultima età repubblicana. L’enorme mobilitazione militare e il continuo fabbisogno di nuove leve erano stati allora ingenerati soprattutto dalla guerra civile e dall’arruolamento di eserciti schierati gli uni contro gli altri nella strenua lotta per il potere . Rispetto al complessivo organico di cittadini romani adulti in grado di portare le arimi, una percentuale piuttosto elevata fu sottratta per anni alla vita civile e arruolata nelle legioni di Cesare e Pompeo, dei cesaricidi e dei triumviri, sino agli eserciti di Ottaviano e di Antonio, lungo un arco di tempo relativamente lungo, conclusosi con lo scontro finale ad Anzio. Con la fine delle guere civili, questa mobilitazione straordinaria era venuta meno, sena tuttavia che cessasse il fabbisogno di nuove leve sia per assicurare l’organico delle legioni impegnate nella definitiva pacificazione e controllo dei grandi territori conquistati , sia, e soprattutto , nella difesa delle frontiere imperiali, oltre che, seppure in misura affatto sporadica a partire da Augusto , in nuove spedizioni al di là di esse. L’arruolamento a ciò necessario avvenne allora esclusivamente su base volontaria, e dovette ancora attingere prevalentemente alla popolazione italica. Nel corso del primo secolo del principato possiamo ritenere , in linea di massima, che salvo alcune particolari contingenze, l’organico degli armati delle legioni dovette aggirarsi intorno al numero di centocinquantamila, cui si devono aggiungere i contingenti impiegati come truppe ausiliarie e le riserve, più un organico significativo impiegato nella flotta. Sotto Augusto si scese da un totale di 28 a 25 legioni, ciascuna con un organico di circa 5.000 uomini. Il servizio militare ancora nei primi anni del regno di Augusto era di 16 anni, più altri quattro di riserva. Esso , nel 5 d.C. , fu poi elevato a vent’anni cui faceva seguito un ulteriore quinquennio in riserva. La liquidazione dei veterani che interveniva al termine del servizio attivo, con il congedo , sotto Augusto, avesse cessato di effettuarsi mediante la concessione di terre coltivabili, consistendo piuttosto in una somma di denaro. Soprattutto dopo la catastrofe intervenuta nella selva di Teutoburgo , nel 9 d.C. , dove tre legioni romane guidate da Varo furono distrutte dai guerrieri germanici sotto il comando di Arminio, la politica imperiale mirò essenzialmente al consolidamento del sistema delle frontiere dell’impero, in particolare di quelle orientali, più esposte alla pressione di popolazioni ostili dall’esterno. La sostanziale rinuncia a ogni ulteriore tentativo espansionistico, salvo i pur importanti episodi costituiti dalla conquista della Britanni meridionale sotto Claudio e della Dacia con Traiano, costituì una svolta destinata a influenzare la successiva strategia militare dell’imepro e tale da incidere profondamente sulla futura fisionomia della civiltà europea. Nell’organizzazione militare che ne derivò si delineano gli aspetti di maggior interesse per noi : la composizione delle legioni e la loro dislocazione rispetto al sistema provinciale, la separatezza tra esercito e società civile, e , infine, le linee di comando che legavano le varie armate al loro supremo riferimento : princeps. La dislocazione delle armate romane si situò essenzialmente fuori dall’Italia, dove furono mantenute scelte coorti di pretoriani, costituite da poche migliaia di uomini in tutto che non turbavano l’effettiva smilitarizzazione della penisola. Ancora a lungo, quanto già buona parte dell’organico delle altre legioni era stato sostituito con elementi provinciali , le corti dei pretoriani furno quasi eslcusivamente composte da italici. Il che si spiega anche col fatto che esse costituivano una base privilegiata per un’ulteriore carriera, fornendo con i loro organici i quadri di comando delle legioni. Nei due porti di Ravenna e di Miseno, vicino a Napoli, erano inoltre riparate le potenti flotte militari, alle dipendenze dei praefecti classis, che avevano il compito di garantire la sicurezza

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delle coste italiche e, insieme di controllare il sistema di comunicazioni marittime e la sicurezza sia dell’Adriatico che del Meditterraneo occidentale. Secondo il carattere difensivo della strategia militare di questo periodo, in Iberia venne fortemente diminuito l’ingente organico militare, ancora presente all’inizio del governo di Augusto. Lo stesso fu fatto per l’Egitto , ormai pienamente sotto il controllo romano, mentre una maggiore concentrazione di truppe fu conservata, oltre che in Africa , nella Numidia e in Mauretania, in Palestina , in Sardegna , in Rezia e, infine , nella parte meridionale della Britannia, dopo la sua conquista. Il grosso delle legioni tuttavia fu impiegato , a consolidare i confini dell’impero : a difesa delle province della Germania superiore inferiore e della Pannonia, secondo il tracciato disegnato dal Reno e da Danubio, sino alle delicatissime frontiere orientali, a difesa dei temibili e mai domati Parti. Due corpi d’armate furono così sitauti nella Germania superiore e inferiore, uno nel Norico e uno nella Mesia inferiore , mentre altre due armate si trovavano nella Pannonia inferiore e superiore. Un’altra armata fu collocata in Dalmazia, e infine un’altra in Cappadocia, a fronteggiare i Parti. La lunghezza del servizio , la strategia prevalentemente difensiva, la conseguente dislocazione del grosso delle armate in aree relativamente poco sfruttate e dove raramente sussistevano grandi centri urbani, la stessa rigida disciplina militare e le tecniche romane che avevano sviluppato un sistema molto efficace di insediamenti fortificati ove stanziare con sicurezza le legioni, erano tutti elementi destinati a ingenerare un particolare isolamento degli eserciti. Essi vivevano in forma separata dalla civiltà urbana e secondo logiche di autosufficienza. D’altra parte, se sussiteva il divieto per i soldati di contrarre matrimonio , rendendo questa carriera ancora più diversa ed estranea dalla vita civile, molti di essi stringevano unioni permanenti, dando luogo a verre e proprie famiglie di fatto che vivevano anch’esse in questi isolati accampamenti militari. I governanti romani provvidero a regolare queste situazioni , sanandole al momento in cui i veterani venivano licenziati dal servizio attivo. Di tutti questi aspetti abbiamo un’importantissima serie di testimonianze epigrafiche a noi pervenute con la scopera di piccole tavolette di bronzo nelle quali era inciso, insieme al nome del singolo veterano, la parte del decreto imperiale con cui si stabiliva il congeto d’intere legioni o corpi militari dopo il lungo servizio prestato. In esso si concedeva una serie importante di benefici : anzitutto la cittadinanza romana a quei veterani che non fossero cittadini, legittimandosi altresì il matrimonio con la convivente ( o anche un futuro matrimonio ) e sanando la posizione degli eventuali figli come se fosero nati da giuste nozze, e quindi acquisendoli anch’essi entro la cittadinanza romana. In tal modo, dopo il lungo e fedelede servizio, il veterano ormai completamente romanizzato , veniva pienamente integrato, ma solo allora, nella comuntià politica di Roma. A ciò si aggiunge il rapido modificarsi della composizione delle legioni : se ancora all’epoca delle guerre civili il loro organico era stato costituito dagli Italici, ben presto, il numero dei provinciali s’accrebbe, diventando infine affatto maggioritario nella composizione complessiva delle armate. Fù proprio l’esercito a costituire uno dei fattori maggiori di mobilità sociale. Da ciò l’accentuarsi del valore di riferimento del princeps, il comandante supremo e il titolare della fedeltà di questi soldati, in parte addirittura estranei alla cittadinanza di Roma e alle sue tradizioni. Proprio il carattere di separatezza e di autosufficienza che finivano con l’avere i presidi militari ai confini dell’impero divenne a sua volta un fattore di accelerazione nei processi di antropizzazione e sfruttamento dei territori più marginali , costituendo altresì uno stimolo all’avvio di processi di urbanizzazione. In effetti il processo di radicamento delle armate nelle aree da loro presidiate contribuì alla progressiva formazione di insediamenti permanenti, legati a questi presidi militari relativamente fissi, con profondi effetti sul territorio così investito. Alcune delle città destinate a durare ancora in età moderna hanno avuto origine proprio in questi contesti , con la loro capacità di attrazione della popolazione circostante. Soprattutto a partire dalla metà del II e nel corso del III secolo d.C. , l’accentuarsi di tale forma d’isolamento ingenerò molteplici problemi, inducendo un elemento di sospetto e di timore verno la forza militare, pur da sempre concepita come forma indispensabile di difesa e di sicurezza, ma avvertita come una realtà estranea dalle popolazioni locali . D’altra parte già da tempo questo elemento era intervenuto nel gioco della politica in Roma, anzitutto per il ruolo che le corti di

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pretoriani ebbero a giocare nel meccanismo della successione imperiale e nel controllo o nella partecipazione ai complotti che portarono all’uccisione di alcuni imperatori. Dopo la fine della dinastia Giulio – Claudia in più di un caso le armate provinciali sarebbero intervenute in questo gioco , acclamando i loro comandanti come imperatori, pronte a sostenere le ragioni con la forza delle armi. Di qui la delicatezza del sistema di controlli e di direzione delle varie armate : esse erano dislocate quasi interamente nelle procince imperiali. Il loro comando diretto era affidato a uomini di immediata fiducia del principe, sia i legati imperatori preposti al governo delle province, sia legati incaricati direttamente della direzione delle operazioni militari e delle campagne di guerra, sia infine i comandanti delle singole legioni. Non solo , altri personaggi, sovente di rango senatorio, erano inviati dal principe presso le legioni, sempre come suoi legati, con funzione di osservazione e di controllo delle situazioni locali.

6. Il problema della successione

Uno dei punti più delicati del nuovo sistema era rappresentato dai meccanismi di perpetuazione e trasmissione del potere. Augusto si preoccupo nel corso della sua vita dalla sua successione. Non solo lui dava per scontata l’irreversibilità della nuova forma politica , ma questo non risolveva il problema della successione nel potere, giacché la strada intrapresa escludeva l’instaurazione di un regime monocratico con le connesse logiche dinastiche. D’altra parte abbiamo ben visto come la somma dei vari poteri in cui si era sostanziata la figura del princeps fosse derivata da investiture formali da parte del senato e dei comizi. Un’analoga investitura era quindi richiesta anche per il futuro successore di Augusto. Tuttavia una qualche logica < dinastica > soggiaceva alla struttura stessa e al tipo di organizzazione delle forme aristocratiche repubblicane, con quella memoria di clan , quel richiamo agli antenati , quella trasmissione di ruoli e di eredità politiche e non solo economiche che programmaticamente facevano acquisire alle nuove generazioni le posizioni politiche dei padri. E questa logica fu uno degli strumenti al quale il principe si rivolse per programmare la propria successione, in ciò, in fondo , facilitanto proprio dal fatto di non avere figli naturali di sesso maschile e pertanto di dovere , non diversamente da quanto aveva fatto il suo padre adottivo - < inventare > un successore. A tal fine egli seguì due schemi paralleli, ma distinti. Da una parte si rifece alle logiche ereditarie proprie della società romana, investendo l’erede prescelto della rilevanza politica e sociale da lui acquisita. Il matrimonio con l’unica figlia di Augusto , Giulia , divenne così strumento di designazione politica . Ma, ancor più di ciò , ai fini dell’investitura politica, sempre nella logica < parentale > dovette valere lo stesso meccanismo che era stato utilizzato da Cesare e su cui Augusto aveva costruito la sua strada imperiale : l’adozione , che fu effettivamente collaudata con cui si sarebbe designata, nell’età d’oro del principato, una serie di imperatori, da Traiano a Marco Aurelio. Caligola, al contrario , non fu adottato da Tiberio , nel testamento, ma solo indicato come suo successore. Malgrado ciò, la scomparsa del princeps ingenerava un vuoto istituzionale che occorreva colmare , giacché la successione dell’erede – testamentario, adottivo ecc. – concerneva la sfera privata dei diritti, non la sfera pubblica. Lì essa aveva un importante valore morale e politico, sin dall’età repubblicana, ma non sarebbe stato concepibile per l’erede < rivendicare > il potere imperiale come avrebbe invece potuto rivendicare il patrimonio privato del principe defunto. Per questo , sin da Augusto, intervenne un secondo meccanismo , accanto all’esaltazione dei vincoli familiari, ed eventualmente adottivi, con il successore designato , che consisteva nella sua integrazione nella sfera di potere e di governo durante la vita del predecessore. E’ quelllo che avvenne in modo esemplare con Tiberio , con il suo coinvolgimento, negli ultimi anni di vita del principe, nella titolarità dell’imperium proconsolare e della tribunici apotestas i due pilastri fondamentali su cui si era eretta la costruzione augustea, consolidando fortemente il successore nel momento della scomparsa dell’imperatore in carica.

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E, in fine, si trattava anche di attivare il meccanismo per trasmettere la stessa pienezza di poteri e di ruoli del defunto al suo successore. Di qui il ruolo del senato e del popolo che erano stati, il fondamento formale del sistema di poteri di Augusto. Era il senato infatti che, con un’unica delibera, alla morte del principe, attribuiva al suo successore l’insieme dei poteri di cui era stato titoalre il defunto. Il successivo intervento del popolo che, nel comizio , confermava tale delibera aveva un valore meno netto. La complessa e lunga sequenza di riconoscimenti e attribuzioni che Ottaviano era venuto concentrando nella sua persona al fine di costruire un nuovo assetto di poteri, era in genere pasata attraverso iniziative, più o meno spontanee o servili, ma esclusive del senato. Sin da allora l’intervento dei comizi era stato pretermesso. Si trattava dunque, con Tiberio e poi con gli altri successori, di delibere in blocco e sin dal primo momento l’intero < pacchetto > di quei poteri e facoltà che si erano venuti concentrando nel corso di decenni nella persona di Augusto Nel corso del tempo la delibera del senato avrebbe assunto la forma compiuta di una vera e propria lex de imperio. Vespasiano ascese al potere imperiale con la forza delle armi, alla testa delle sue legioni, dopo un anno particolarmente drammatico per la storia di Roma, allorché , dopo l’uccisione di Nerone ad opera dei pretoriani, si erano avuti ben quattro imperatori, acclamati ciascuno del proprio esercito o dal senato, a contendersi con la forza il potere supremo. Allora, mancando ogni forma di designazione da parte del predecessore, l’investitura imperiale fu conferita dal senato con un consultum , trasformato in legge comiziale. Il testo della lex de imperio Vespasiani è a noi pervenuto in parte attraverso un’epigrafe, ed evidenzia l’attribuzione in blocco, al nuovo designato , dell’insieme di poteri e facoltà che Augusto era venuto concentrando nella sua persona, nel corso degli anni, e trasmesso poi al successore. La doppia partecipazione del senato e del popolo richiama la base formale dell’investitura, a cui tuttavia non poteva mancare la forza militare. D’altra parte, a ricordare il persistente fondamento militre del nuovo sistema di governo, le truppe imperiali, soprattutto i pretoriani, venivano a giocare un ruolo sostanziale che si esprimeva nella loro acclamazione del nuovo imperator : qui l’intreccio di rapporti di forza e di rivendicazioni di ruoli antichi o nuovi che si evidenzia nei momenti di crisi , quando appunto la caduta improvvisa di un imperatore escludeva un’ordinata e programmata successione al vertice imperiale. Il problema della successione restava così latente, riesplodendo tuttavia in modo anche molto acuto in tempi diversi. Esso apparve particolarmente evidente al momento in cui la sequenza cripto – dinastica della stirpe Giulio Claudia venne a interrompersi definitivamente con l’uccisione di Nerone. Allora infatti la presenza di diversi organi che rivendicavano un ruolo costitutivo nell’investitura del princeps e la contesa di più aspiranti al potere sfociò, come si è detto , in un vero e proprio scontro militare. Ed è questa incertezza nei meccanismi formativi del nuovo principe, la ragione non ultima delle violente lotte che , in un quadro assai più generalizzato di crisi, segnarono il tramonto del sistema del principato. Ma con ciò siamo già in pieno III secolo d.C. , allorché era in incubazione una compiuta trasformazione dell’antico edificio imperiale

Capitolo quindicesimo : La matura fisionomia dell’ordinamento imperiale

1. Una strada già segnata

La morte di Augusto , nel 14 d.C. fu seguita da complesse e mutevoli vicende . Tra gli immediati suoi successori, appartenenti alla famiglia ( in senso lato ) di Augusto si stagliano da un lato Tiberio , dall’altro Claudio. Drammatica appare , nel complesso, la vicenda del primo, designato alla successione di Augusto solo tardivamente. Figlio della potente moglie del principe, Livia, Tiberio Claudio Nerone, legato agli antichi valori repubblicani di quell’aristocrazia guerriera cui apparteneva per nascita ed educazione, sembra aver esitato ad accettare il potere imperiale. E tuttavia , forse anche il peso di questi legami ideali, malgrado la sua intenzione di ridare spazio alle logiche repubblicane, valorizzando anzitutto il ruolo del senato, il corso degli avvenimenti e la sua stessa condotta portò a esiti oppossti. Sotto il suo regno si accentuarono infatti gli aspetti autoritatiri

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del nuovo sistema di governo, anche in ragione del ruolo negativo, ma determinante, del suo praefectus pretorio, Seiano. Quersti potè sfruttare il lungo, volontario isolamento del principe, a Capri, per infierire sul ceto senatorio e sinanco sulla famiglia imperiale. Ancor più significativo, però è il fatto che la caduta e l’uccisione di quest’ultimo , su ordine dello stesso Tiberio , non comportasse né un ridimensionamento dei dilatati poteri che era venuto assumendo quest’alto ufficio, né soprattutto, un’effettiva rivalutazione del senato. Bravo generale e attento amministratore, Tiberio contribuì , negli anni del suo governo, a risanare la difficile situazione finanziaria dell’impero e a consolidare la strategia militare già delineata da Augusto. Si precisò allora infatti la complessiva riconversione della potente macchina militare romana in funzione difensiva delle frontiere esterne : il limes , completando il disarmo di gran parte dei territori provinciali, ormai stabilmente pacificati. La struttura difensiva del sistema militare romano non venne smentita neppure nel caso della vigorosa reazione che si ebbe sul fronte germanico, anzitutto a vendicare l’umiliazione subita a Teutobugo , sotto la guida di gemanico. Era questi un altro discendente della stirpe Giulio – Claudia e figlio adottivo dello stesso Tiberio , ma a lui premorto per un’oscura vicenda. Più innovativo appare invece il governo di Claudio, dopo i pochi anni turbolenti di Caligola. Non solo con questo erudito imperatore si ebbe una singolare, anche se limitata, ripresa dell’espansionismo territoriale romano con la conquista della parte meridionale della Gran Bretagna, ma soprattutto si realizzò allora il primo significativo potenziamento della macchina amministrativa imperiale. Da un lato si avviò il primo serio coinvolgimento, in essa, del ceto dei giuristi, dall’altro la burocratizzazione degli uffici di governo favorì l’impiego sistematico, come quadri operativi, anche a livelli piuttosto elevati di responsabilità , dei liberti imperiali. Questo fatto, insieme al dilatarsi della sfera di competenza di questi stessi uffici, contribuì a limitare ulteriormente gli spazi del senato, giustificando la latente ostilità che molti suoi membri nutrivano per questo imperatore. Tuttavia è da sottolineare come a questo indebolimento dei suoi ruoli politici corrispondesse, con Claudio , un incremento di funzioni del senato nel campo legislativo. Si ebbe infatti allora un vasto sviluppo di quei senatoconsulti che, come sappiamo, si sostituirono allora alle antiche leges, costituendo uno strumento prezioso per la politica imperiale di innovazione e di correzione dell’antico sistema giuridico romano. E’ probabilmente il frutto dell’attenzione con cui Claudio seguiva il governo dell’impero anche la prima persecuzione dei cristiani. E’ un punto che non può essere trascurato , giacchè la storia della predicazione cristiana e della sua progressiva affermazione, in alternativa al paganesimo antico, ma anche ad altre grandi religioni di salvezza, anzitutto quella giudaica, era destinata a incidere in profondità non solo sulla società romana, ma anche sulla forma Imperii. Non è casuale la figura cruenta degli altri due esponenti della stirpe Giulio - Claudia : Caligola e Nerone. Essa fa pensare infatti alla presenza di sostanziali equilibri . E che comportavano, in ultima analisi un effettivo, anche se sotterraneo controllo del potere imperiale, che scattava proprio quando questo tendeva ad accentuare eccessivamente un carattere autocratico o a mostrarsi impari a grandi compiti assunti. V’erano insomma dei limiti indeterminati ma reali, che difendevano la sicurezza dell’impero e la persistenza del compromesso augusteo, che non potevano esser superati senza stimolare congiure e complotti di palazzo, alla fine, coronati da successo. Di Nerone si deve tuttavia ricordare un’importante riforma nel campo monetario che modificò il preesistente rapporto tra monete auree e d’argento , a favore di queste ultime. Questo avvantaggiò il ceto dei piccoli e medi proprietari e i militari rispetto ai grandi patrimoni, beneficiari pressoché esclusivi della circolazione aurea. Fu una riforma che sopravvisse a lui, giacché il corso così definitivo si rivelò eccezionalmente stabile, destianto a durare sino quasi alla fine del II secolo d.C. E’ interessante notare che i contendenti , pur radicati, salvo Galba, nell’apparato militare , in genere ai vertici dei vari eserciti dislocati nelle province, fossero tutti d’origine senatoria e appartenenti alla nobilitas romana. Diversamente appunto da colui che riuscì a succedere definitivamente nel potere imperiale, Tito Flavio Vespasiano, un homo novus fattosi strada nei comandi militari , appartenente a una famiglia sabina della tipica borghesia italica.

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2. Il principato dei Flavi

L’ascesa al potere di Vespasiano segnava a sua volta una rottura importante con la precedente tradizione, derivando completamente dall’acclamazione e dal sostegno delle truppe che comandava in Giudea. Tanto più che proprio da quell’evento egli fece datare l’inzio del suo impero , e non dal giorno del successivo riconoscimento del senato. Il testo del relativo senatoconsultoè in gran parte a noi pervenuto in un’epigrafe oggi nel Campidoglio, in cui si conferiva in blocco, al nuovo principe, la somma dei poteri accumulati da Augusto e dai successori. Grande amministratore, personalità autoritaria e autorevole, Vespasiano appare la figura più importante emersa dopo Augusto. Ancora una volta le virtù private divenivano il riferimento pubblico : in primo piano si imponevano ora i valori tradizionali di quel mondo municipale da cui Vespasiano proveniva : sapienza contadina, abitudine al risparmio e al duro lavoro, cautela e tenacia. Le origini del nuovo imperatore segnano pertanto un netto distacco dalla precedente stagione, dando una fisionomia nuova al governo imperiale : dove l’attenzione per l’amministrazione e il funzionamento ottimale della sempre più pesante macchina di governo prevalse integralmente rispetto all’antica aristocratica, un impasto di lusso e arroganza guerriera, della vecchia nobilitas di cui i Giulio – Claudi erano stati espressione. In effetti, il governo di vespasiano sarebbe stato tacciato di taccagnaria dai contemporanei, abituati ai pubblici fasti dei predecessori : taccagneria salutare, peraltro, per le finanze imperiali e, più in generale, per le condizioni dell’economia italica e provinciale. Il suo accanimento nel risanare e potenziare le finanze pubbliche è attestato, tra l’altro, da una prolungata lotta per recuperare all’erario quelle parti di terre pubbliche restate indivise ma fruite dalle varie comunità o dai privati ( subveseciva ). Questa azione suscitò non pochi malumori e resistenze e solo in parte ebbe successo. Essa tuttavia produsse , sempre indirettamente, un rilevante risultato, dando luogo alla complessiva ridefinizione delle strutture territoriali dell’impero e stimolando conseguentemente il lavoro sistematico da parte di quegli agrimensori le cui opere sono pervenute sino a noi. Anche qui, tuttavia, l’opera di Vespasiano riprendeva e svilupava l’azione che si era realizzata, sia con la generalizzata sistemazione degli ordinamenti municipali , sia in occasione dei suoi censimenti, una colossale rilevazione dello stato materiale dell’Italia. Al quadro conoscitivo dello stato dei territori, città, proprietà fondiarie, assetti municipale, mappe catastali, allora realizzatosi, per molto tempo, si sarebbe poi fatto costante riferimento. Alla piena integrazione italica, acquisita negli anni di vespasiano e dei suoi successori, i figli Tito e Domiziano, si accompagnò un salto in avanti dei processi di assimilazione delle popolazione extraitaliche. E’ soprattutto da sottolineare, a tal proposito, la rapida romanizzazione delle elites provinciali , prima forse nelle regioni occidentali, proprio per la minor capacità di resistenza delle tradizioni locali, rispetto alla civiltà ellenistica, di fronte alla forza dissolutrice e rinnovatrice dei modelli romani. Essa aveva già conosciuto un’accelerazione sotto il principato di Claudio , con l’ascesa di alcuni esponenti nei ranghi del senato romano. Ora si accentuò e si generalizzò tanto che , con la fine della dinastia Flavia, al governo imperiale sarebbe salito , dopo il breve e nobile interregno di Nevra, il primo imperatore d’origine provinciale : Traiano . Va sottolineato come lo strumento privilegiato di tali sviluppi fosse stata la generosa concessione del ius Latii a molte città provinciali , si tratta di quei numerosi municipi Flavi che si incontrano soprattutto in Spagna , con il conseguente ed esteso meccanismo di assimilazione anche giuridica così messo in moto, e la contestuale ascesa alla cittadinanza romana degli amministratori locali. Con Vespasiano si corresse poi un particolare , ma importante , meccanismo della strategia difensiva dell’impero. Essa si era fondata, in precedenza , sulla persistenza di un insieme di piccoli stati dipendenti, ma autonomi ,ad ammortizzare in parte la pressione dell’esterno. Questa politica fu ora abbandonata, sostituita dalla generalizzata estensione del sistema provinciale , che inglobò gli antichi staterelli semi – liberi . Ne derivò una indubbia semplificazione delle linee difensive dell’impero, ma anche un certo qual loro irrigamento, che a sua volta richiese una ricollocazione delle armate provinciali , sempre più spostate verso i confini esterni. Di qui l’ulteriore potenziamento di questi, anche mediante la valorizzazione delle grandi barriere naturali, come il Reno e il Danubio nel mondo germanico, del resto già ben presenti nella precedente storia militare

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di Roma. D’altra parte l’ancor limitato aggravio di spesa che queste innovazioni strategiche comportarono fu agevolmente sostenuto dall’accorta politica finanziaria di Vespasiano. Il nuovo assetto difensivo era destianto a un duro e quasi immediato collaudo sotto il regno del figlio di Vespasiano, Domiziano. Negli ultimi anni del secolo infatti si accentuò la pressione sui confini delle popolazioni germaniche e slave, impegnando lo stesso Domiziano in una serie di campagne ininterrotte sulle frontiere germaniche e a difesa della Mesia, in un quadro di crescente difficoltà . In quell’occasione il nuovo principe aveva mostrato grandi capacità militari, che si sommarono alle sue indubbie qualità di amministratore. In particolare come proprio ad opera sua si avesse un primo tentativo d’intervento pubblico a sostegno dell’agricoltura italica che aveva rivelato i primi sintomi di crisi. Ciò che fu attuato con veri e propri provvedimenti protezionistici. Tuttavia ciò non evitò che sotto di lui s’accentuassero le tensioni con il senato, sia per il suo indubbio autoritarismo, espresso anche dall’utleriore sviluppo da lui dato all’amministrazione imperiale, sia per le stesse aperture da lui intraprese. In effetti il complotto che portò al suo assassinio, intervenuto dopo vari anni di regno, sembra frutto della singolare saldatura tra l’opposizione dei circoli più conservatori della nobilità senatoria e quella delle componenti più innovatrici della società romana, influenzate dai circolari giudaici e cristiani ( ancora tra loro confusi ). Il ruolo di queste ultime rende così evidente il progresso fatto, già dai tempi di Nerone, dalle nuove religioni, malgrado proprio sotto Vespasiano , al diretto comando di Tito , si fosse effettuata una severa repressione della rivolta giudaica, con la distruzione del Tempio di Gerusalemme, e la dispersione del popolo ebraico. Anche questo, un aspetto gravido di conseguenze future. La morte di Domiziano segna l’estinzione dei Flavi e ridava spazio al senato di cui fu infatti espressione il successore : Marco Cocceio Nerva. I ripetutti richiami ai Giulio- Claudi , e ora ai Flavi, ci permettono di megli apprezzare il modo ambiguo e contraddittorio con cui , sin da Augusto, era stato presente, senza divenire mai un carattere fondante del principato, l’elemento dinastico. Un elemento che, era stato ereditato dalla tradizione gentilizia della vecchia nobilitas, dove sostanze economiche e patrimoni politici appaiono tramandarsi per generazioni secondo una logica di lignaggi. Nel corso del primo del principato questo aspetto venne progressivamente a modificarsi e ad accentuarsi sotto la pressione soprattutto dell’elemento militare, così incisivo ormai nei problemi di controllo e trasmissione del potere. La fedeltà dei legionari, reclutati tra i ceti più marginali della società romana - italica se non in ambito provinciale, tra individui romanizzati da poco o ancora estranei alla cittadinanza romana, più che alla forma impersonale della res publica, era legata all’immagine forte e rassicurante dei loro comandanti e del principe che essi servivano. Una fedeltà che passava ai discendenti immediati di questi, alla sua mote. V’è un altro aspetto che evidenzia il rilievo semi – pubblico dei vincoli familiari del princeps e che contribuisce a illustrarne l’ambigua fisionomia istituzionale. Ci si riferisce alla particolare posizione dei suoi più immediati parenti per linea agnatizia. E’ vero che quasi tutti gli imprenditori di questo primo periodo, dallo stesso Augusto agli Antonini, pur carichi d’autorità e di potere , avevano deliberatamente evitato qualsiasi atteggiamento che potesse sancire una superiorità formale rispetto ai membri della elite senatoria. Alcuni, come Augusto, avevano perseguito molto attentamente una scenografia destianta a sottolineare la semplicità di vita del princeps, anche nelle sue relazioni sociali. Ancor più rilevante della realtà effettiva appare pertanto l’insieme di oneri tributati ai membri maschili della famiglia imperiale e ai più eminenti personaggi femminili. Senza definire formalmente il carattere della < casa regnante > in termini monarchici, si era attuata quella che chiamerei una < istituzionalizzazione pubblica del rispetto sociale> , definendo la collocazione affatto particolare della domus Augustea. Il principio dinastico , comunque, non divenne mai totalmente dominante per il persistente peso del senato, come componente essenziale della formazione del potere supremo, confermato ancora dall’ascesa di Nerva. Quest’ultimo imperatore contribuì a potenziare un meccanismo già sperimentato , quello dell’adozione, sino a farne la base di un sistema d’investitura nel potere di carattere, diciamo < cripto dinastico >.

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Un grande modello destinato a funzionare per quasi un secolo, che apparve unica vera possibile alternativa alla perdurata libertas, ormai non più ripristinabile, conciliando i valori antichi alle esigenze del presente e riuscendo a integrare nuovamente i valori della migliore tradizione senatoria.

3.Il governo dei migliori e la militazione dell’impero

Per una serie di circostanze favorevoli, in parte meramente contingenti, in parte frutto dei continuamente varianti equilibri tra principe, esercito e senato, la successione imperiale, nel corso di quasi un secolo , fu così sottratta a un’immediata logica familiare per realizzarsi in base a quella che si tendeva a rappresentare come la designazione dei più meritevoli. Nella linea di successione che va da Nerva a Traiano, poi ad Adriano, da questi ad Antonio Pio, sino a Marco Aurelio, non intervenne un rapporto di parentela, se non con la finzione costitutiva dal consueto meccanismo dell’adozione, accompagnato talora dall’ammissione, già in vita del principe, del successore designato alla partecipazione al potere imepriale. In verità , in questa idea dell’investitura disinteressata dell’optimus princeps , con la subordinazione degli interessi privati ai valori della res publica, vi è motlo di costruito. Lo comprendiamo riflettendo sulla complessità dei giochi, delle influenze politiche, dei rapporti d’alleanza che finirono spesso, se non col condizionare le scelte del principe, almeno con l’influenzarle, e non poco. E il punto forse più interessante, a farci cogliere ancora una volta il carattere non univoco dello sviluppo storico, è che buona parte di questi fattori ebbero modo di dispiegarsi all’interno di quel terreno particolare – pubblico e riservato insieme – costruito dal senato romano. Ciò che, per incidens, ci aiuta a comprendere alcuni motivi della persistente importanza di tale organismo, dove, appunto, trovavano il loro riferimento molteplici forze solitdamente agganciate alle loro radici regionali e provinciali, oltre che ai vertici militari. E dove ricorrono nomi gentilizi, di recente origine, magari , ma destinati poi a riemergere, dopo due o più generazioni , al vertice dell’impero. Resta alto , nella memoria collettiva , e con un forte valore unificante, il prestigio del principato di traiano, anzitutto per la rinnovata immagine di forza associata ai suoi notevoli successi militari. Allora, infatti, com’è noto , s’ebbe l’ultima stagione di conquiste, con l’acquisizione della Dacia che non venne tuttavia completata con il più generale definitivo consolidamento dei confini orientali, giacché l’imperatore non riuscì a realizzare una vittoria decisiva sui tradizionali nemici, i Parti, lasciando aperto un fronte su cui si sarebbero consumate le forze degli imperatori successivi. Molto razionamente il suo successore , Adriano, preferì dunque tornare alla orami tradizionale politica di consolidamento dell’esteso limes romano, non esitando ad arrestrare la presenza romana dove ormai essa appariva insostenibile. Figura singolare e infaticabile di viaggiatore, divorato da una curiosità irrequieta e profondamente permeato della cultura ellenistica ( si ricordi che la lingua di cultura dei Romani dell’epoca era il greco ), Adriano percorse ripetutamente tutte le più remote province e località dell’impero , mobilitandone le energie e stimolandone lo sviluppo urbano e sociale. Né a ciò si ridusse la sua azione , anzi ancor più importante e fruttuoso appare il suo impegno, a sviluppare ulteriormente l’apparato di governo. E’ opera sua la precisa definizione dei tipi di carriera e delle retribuzioni dei vari funzionari , secondo una gerarchia che corrispondeva a quattro livelli stipendiari, si sessanta , cento , duecento e trecento mila sesterzi annuali. Un altro passo in direzione della progressiva < statizzazione > dell’organizzazione così costruita, e alla conseguente perdita di quell’ambiguo carattere di burocrazia semi – personale del principe, fondata sulla fides, fu la scomparsa, sotto di lui, dei liberti dal vertice degli uffici imperiali , accresciuti invece nel loro organico. Anche qui ne venne a beneficiare esclusivamente uno dei pilastri del nuovo potere : l’ordine equstre. In questa stessa direzione si colloca l’accentuata presenza dei giuristi adrianei nella burocrazia imperiale, da lui favorita, coerentemente del resto, alla codificazione dell’editto del pretore, effettuata su ordine dal più grande giureconsulto dell’epoca : Salvio Giuliano. Iniziativa che segnò una svolta definitiva nella politica del diritto dell’età imperiale, concentrando nel nuovo potere quei ruoli innovativi che erano stati propri dei diversi protagonisti della vita giuridica

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repubblicane. Ma per ciò stesso accentuando la complessiva giuridizzazione della forma Imperii, di cui aspetto forse non meno rilevante fu la centralità assunta dal consilium principis . Il potenziamento di quest’organo centrale dell’apparato imperiale contribuì indubbiamente a un’azione di governo più coerente e organica. E’ altresì ad opera di questo imperatore che si giunse a definire anche il complessivo organico dei vertici delle carriere burocratiche aperte all’ordine equestre. Il loro numero eccedeva di poco il centinaio ( tuttavia elevato a circa 180 nell’età dei Severi ). Un grande organico, se consideriamo la storia precedente, eppure ancora infinitamente ridotto rispetto alle logiche di un moderno apparato burocratico. Il governo centrale, sotto Antonio Pio e Marco Aurelio, non avrebbe conosciuto grandi innovazioni : si trattò dell’ultima fase < alta > dell’impero prima che crescenti difficoltà interne ed esterne ne modificassero la condizioe complessiva. Ma già allora, forse si sarebbe potutto avvertire qualche preoccupante scricchiolio. E’ vero infatti che in quell’epoca lo sviluppo della civiltà ubana sembra essere giunto al suo zenith : tra l’altro basta ancor oggi percorrere le coste del Mediterraneo o anche altre aree, più interne all’Europa occidentale, o entrare in uno degli innumerevoli musei in cui si conservano le tracce del mondo romano per percepire, anche visivamente, la forza di un insieme di tradizioni artistiche, ma anche di tecnologie, di forme d’organizzazione industriale e la base economica, che sembrano coagularsi nella costruzione di un irripetibile ideale di vita civile. Tutto ciò era anche l’effetto del generale riequilibrio tra centro e periferia affermato con l’ordinamento imperiale. In effetti, malgrado le molte difficoltà, ancora lo splendore è grande nell’età che va da traiano ai primi anni di Marco Aurelio, la sicurezza elevata e l’impero esprime ormai una signoria pacifica e universale : il meriggio dorato di un lungo giorno che , nella memoria dei posteri, sembrò identificarsi, secondo la suggestiva visione di Gibbon , nella stagione di più felice, non solo di Roma, ma addirittura dell’intera storia del genere umano. In questo impero era ormai definitivo il bilinguismo , anche culturale, dove non più solo il latino, ma anche il greco erano le lingue ufficiali, assicurando la conservazione di un enorme patrimonio intellettuale. Un carattere che esprime l’universalità e l’integrazione su cui esso si fondava. E tuttavia già prima della crisi che si aperse negli ultimi anni di Marco Aurelio , erano probabilmente insorte , seppure in modo episodico e ancora iniziale, le prime avvisaglie dell’indebolimento finanziario della civiltà municipale ancora in piena fioritura. Non è facile comprendere il significato reale di quei processi d’indebitamento che appaiono, allora, in taluni corpi municipali, nonché la portata e il significato degli interventi effettuati dalle autorità centrali per controllare e frenare la spesa. È indubbio tuttavia che la notevole autonomia finanziaria del sistema municipale ( responsabile, tra l’altro, anche per l’esazione fiscale a favore del governo centrale ), fosse destianta allora, o negli anni immediatamente di seguito, a entrare in crisi per gli accresciuti squilibri e i crescenti processi d’indebitamento che caratterizzarono la situaizone della maggior parte di tali comunità. Tra l’altro occorre ricordare come le economie municipali, sin dall’inizio, si fossero parzialmente fondate sulle contribuzioni semi – volontarie dei vertici sociali delle varie comunità. Sappiamo infatti come una parte del finanziamento delle attività e degli investimenti d’interesse pubblico fosse assunta direttamente dai più ricchi tra i cittadini, secondo la pratica di quell’evergetismo così diffuso nel monto antico. Anche questo meccanismo sembra tuttavia incontrare le sue prime difficoltà , proprio in questo periodo. Tra l’altro è abbastanza probabile che su di esso pesasse l’accresciuto fabbisogno delle comunità , indotto a sua volta dalle spese eccessive, favorite anche dagli esempi di opulenza di donatori più ricchi o più dissipatori. Il risultato comunque fu il progressivo allontanamento dalle cariche pubbliche ( che impegnavano appunto i titolari a largizioni e spese in funzione del loro ufficio ), con le scuse più diverse, delle elites locali, preoccupate di salvaguardare la loro stessa consistenza economica. Tale atteggiamento, già delineatosi nell’età del pieno splendore sotto il governo di Adriano, rese il necessario intervento imperiale per impedire o frenare questa fuga, talora con veri e propri mezzi coercitivi. La salvaguardia dello stesso sistema municipale passava infatti attraverso

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la disponibilità di adeguati organici per i vari collegi e le magistrature delle città dell’imepro. E’ in questo contesto che, a partire da Traiano e in modo sempre più capillare nei due secoli successivi, si dovettero approntare sistemi di controllo della politica finanziaria delle singole città. Ad essi è collegata l’introduzione, al vertice cittadino , del curator civitatis, con responsabilità e poteri di controllo in questo settore. Si tratta comunque, ancora, di ombre lievi, che si aggravarono peraltro nel corso del regno di Marco Aurelio, l’autore di un diario così carico di un’etica austera, ispirato alla più alta tradizione filosofica greca. Si concluse allora la fase alta dell’impero , non solo dissanguò ulteriormente le foze dell’impero, ma fece penetrare nei suoi territori una micidiale pestilenza destianta, nel corso di più di un ventennio, a cambiare la faccia di motle città e territori , incidendo in profondità sugli organici della popolazione. La crisi demografica e i dissensi derivanti da tale piaga contribuirono, insieme alla diminuita disponibilità di risorse umane sia per l’economia che per l’esercito , ad una grave crisi economica. Essa s’espresse anzitutto in una prolungata inflazione, legata attraverso rapporti tuttora discussi, alla svalutazione del valore intrinseco della moneta ( si ricordi che in un regime di circolazione metallica esso era correlato al valore del metallo in questa impiegato). In effetti si trattava di processi in parte resi inevitabili dalle esigenze finanziarie dell’amministrazione imperiale, non più sostenute da una sufficiente base di ricchezza prodotta. Il calo demografico ora ricordato può a sua volta contribuire a spiegare, con la mancanza di nuove leve per l’esercito, un parziale mutamento dei criteri d’arruolamento nelle legioni romane. Allora iniziarono infatti a essere reclutati addirittura barbari appena assimilati o semplicemente emigrati all’interno dei confini dell’impero. Un’ altra innovazione destinata a persistere nel tempo e ricca di esiti ambivalenti. Marco Aurelio, infine , ruppe la catena di adozioni che aveva permesso , se non ai più meritevoli in assoluto, almeno ad amministratori già collaudati, di pervenire alla suprema carica imepriale. Infelice però fu la designazione di suo figlio, Commodo, del tutto indadeguato, destianto così ad aggravare la crisi dell’impero. Peraltro la sua soppressione in seguito a una congiura e il successivo assassinio di Petinace, suo successore , da aprte dei pretoriani, bramosi di più ricchi compensi, segnano l’esplosione di una crisi politicva , che negli ultimi anni del II secolo, mise l’immenso potere imperiale alla mercé dei pretoriani e del popolaccio di Roma sempre più avido di feste e donativi. La risposta non poteva che avvenire in termini militari, ad opera delle legioni impegnate nella sempre più difficile difesa delle frontiere di Roma. Essa si espresse con l’ascesa al potere imperiale di Settimo Severo, ancora una volta acclamato dalle sue truppe. Questi era un valido comandante militare, appartenente all’aristocrazia neopunica, ormai estraneo a non pochi aspetti di quella civiltà che egli tuttavia aveva ereditato e avrebbe difeso con efficacia. Con lui e con i suoi successori il problema della difesa delle frontiere e la necessità di assicurare una sufficiente forza militare ( e il conseguente reperimento dei fondi a ciò necessari ) , più che dominante , divenne pressoché esclusivo. Soprattutto perché né l’economia né le condizioni demografiche dell’imepro si erano riprese. Il che aveva reso più oneroso il carico fiscale, estesosi ormai anche all’Italia che, sino ad allora, aveva goduto l’antico privilegio dell’immunità fiscale. Così , sotto il suo successore, Caracalla, sarebbe passata quasi inosservata l’estensione della cittadinanza a quasi tutti gli abitanti dell’impero, legata probabilmente alla politica fiscale di un apparato sempre più costoso gravante su una base economica sempre più ristretta. Con Settimo Severo possiamo considerare concluso , in linea di massima, il lungo percorso iniziato da Augusto e che aveva avuto, soprattutto con Adriano, un momento importante di chiarificazione e consolidamento. Attraverso un sistema di governo fondato sulla progressiva concentrazione del potere nella figura del principe e sul funzionamento di una complessa macchina burocratica – militare , da lui dipendente, ma dotata di una logica propria, l’ambiguità iniziale ormai si era dissolta. Probabilmente a partire da Adriano , e ancor più con l’ulteriore sviluppo intervenuto sopratto con quell’altro grande amministratore che fu Settimo Severo, possiamo affermare , sulla scia di Mommsen e di Nicolet, che avesse ormai preso consistenza reale il nucleo fondante di ciò che noi indichiamo con il termine < stato >.

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In questo ordinamento sovrano l’antica permeabilità che aveva caratterizzato la società e le istituzioni di Roma facendo di essa uno straordinario popolo d’attrazione si era venuto trasformando in una dimensione universale i cui echi sono ben presenti nella riflessione antica. Viene immediatamente alla memoria l’economio di Elio Aristide, che delinea la grande casa comune entro cui fioriscono e coesistono strade e civilità diverse, o il discorso di Claudio al senato che spiega lucidamente la forza di una tradizione politica in grado di assimilare i vinti e di trasformarli in una nuova componente dei vincitori, partecipi del loro stesso governo. In effetti appare così concludersi la fondamentale novità , che senga il vero spartiacque con il mondo antico ( e non solo ), rendendo diversa la storia di Roma : la rottura dei vincoli di sangue , delle mere lealtà tribali, dal particolarismo etico nella costruzione della comunità politica. Che gli stranieri conquistati progrediscano per statuti successivi, prima latini, poi cittadini, che gli schiavi siano assorbibili all’interno della comunità dei liberi, e che i loro figli possano nascere < ingenui> come i figli degli aristocratici romani era un fatto nuovo. Come nuova era l’assenza di ogni barriera , di qualsiasi preclusione di partenza data dalla nascita o dall’appartenenza etica e religiosa. A loro volta i meccanismi legali che avevano reso possibile tutto ciò furono un fatto irrevocabile per gli stessi Romani, da loro cosnervati nel corso di un vasto processo storico che finì col coinvolgere tutti i loro immensi domini. Con ciò essi avevano introdotto un elemento nuovo, profondamente estraneo e diverso da quella separatezza insuperabile tra razza dominante e razza soggetta che ha segnato il vero limite dell’altra grande esperienza imperiale dell’età moderna : quella britannica, ma che, su basi affatto diverse, ritroviamo in parte anche in altri grandi imperi come quello ottomano. Era una costruzione, dominata dal diritto e plasmata dalle sue forme : non nel senso di una democrazia , che in Roma non vi è mai stata , né dalla logica astratta di una rule of Law che in sé era estranea all’esperienza romana del potere. Ma dove la costante attenzione alle regole e il riferimento a criteri generali rendeva questa costruzione tanto diversa da quella degli altri grandi imperi e regni antichi. La rendeva più < moderna >, realizzando le premesse e accumulando il materiale in base a cui, in seguito e in altro contesto storico, gli eredi europei avrebbero potutto costruire la moderna idea di < stato >. Non è del resto casuale che la conclusione di tale processo, sotto Settimo Severo, abbia coinciso con l’ulteriore potenziamento dell’apparato burocratico e con il massimo coinvolgimento, in esso , del ceto dei giuristi.

4.La forma della sovranità

Non che, in apparenza almeno, il fondamento sociale di tale costruzione fosse granché mutato dai tampi di Augusto o di Claudio. Ancora nell’età dei Severi le strutture portanti appaiono essere ancor più le armate romane da un lato, i vertici del governo e dell’amministrazione dall’altro, ancora identificati con il ceto senatorio ed equestre. Anche allora, pur essendo molte cariche riservate a esponenti dell’ordine senatorio, il maggior numero di esse continuava a essere affidato a membri del ceto equestre : il grande serbatoio per il goveno imperiale. Che era pure, l’ambito in cui i circuiti provinciali primariamente si saldavano con le strutture sociali romano – italiche, assicurando quel proceso di circolazione e assimilazione. Il lavoro negli uffici imperiali era infatti , con la carriera militare, lo strumento di crescita sociale di questi ceti. D’altra parte sarebbe affatto erroneo interpretare la società imperiale in base all’idea di una radicale estraneità dell’aristocrazia senatoria dai grandi apparati pubblici , sia civile che militare, al diretto servizio del principe. Nel parlare del senato nell’età di Settivo Severo, dobbiamo ricordarci che ci riferiamo a una composizione sociale – altri nomi, stirpi , storie familiari, da quella prevalente, non dico in età augustea, ma neppure ai tempi di Vespaziano. Dai ranghi del senato erano totalmente scomparsi gli esponenti delle antiche genti patrizie e ormai erano rarissimi anche i membri dell’antica nobilitas patrizio – plebea . Il suo organico era ormai costruito in larghissima maggioranza dai vertici militari e burocratici dell’impero. Ed è qui che si

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rifletteva la presenza massiccia di esponenti delle aristocrazie provinciali che sempre più fornivano i quadri di queste carriere. L’ascesa di nuovi gruppi sociali e di esponenti di aree periferiche ai vertici della piramide sociale era infatti destinata a tradursi , presto o tardi, nella sanzione finale costituita dal loro inserimento nell’ordo equestre o addirittura in quello senatorio. Ma è proprio questa rinnovata composizione del senato a spiegare perché esso fosse restato ancora, in un’età in cui le logiche militari appaiono ormai assorbenti, luogo di effetivo potere e influenza. Oltre a costituire, per molto tempo ancora, uno dei punti privilegiati della silenziosa lotta di potere intorno, ma talora anche a danno, del principe. Il mutamento, per certi versi troppo diluito nel tempo per essere identificato con un fatto epocale, era intervenuto con la formalizzazione di un principio del resto ben presente sin dall’origine. Giacché sin dall’inizio era chiaro come il nuovo apparato burocratico delineato dal princeps da lui dipendesse e da lui derivasse la sua autorità. Tuttavia , nel tempo, si era modificata l’effettività del compromesso augusteo che aveva assicurato la coesistenza delle antiche forme con le nuove. Queste ultime , ormai, erano divenute totalizzanti, sostanziandosi pressoché esclusivamente nel governo burocratico e nei ruoli militari del principe. La stessa persistente importanza del senato , non dipendeva più dalle sue competenze residue nel campo della gestione del governo, ma dalla persistente sua capacità d’influenza. Ora, nel sostanziarsi dell’intero ordinamento politico nell’univoco rapporto tra principe e burocrazia, un ruolo fondamentale fu assolto dai giuristi . Non solo perché , la loro presenza nei settori più rilevanti dell’amministrazione fece si che il complessivo apparato statale risentisse di quel loro specifico formalismo, di quell’attenzione per la coerenza logica dei procedimenti che diventerà una connotazione di fondo del governo burocratico. Ma anche perché essi furono determinanti nel processo di concentrazione nella figura del principe dei processi normativi e giurisdizionali. E infine e soprattutto, perché il crescente coinvolgimento dei giuristi nella sfera del potere li avviò a una innovatrice riflessione sull’ordinamento che essi servivano. Furono loro, così , ad affermare non solo la totale dipendenza degli strumenti esecutivi della volontà del principe, ma la stessa gerarchia in ordine alla legge e alla giustizia. Paradossalmente , potremmo dire , si ripetè, in grande, la stessa commistione dei vari organi istituzionali in ogni sfera della vita pubblica che era stata tipizzata dalla repubblica. Solo che ora questa commistione venne a rivolversi con la formale concentrazione in un unico organo : il principe . Al di là della portata relativamente circoscritta, quando i giuristi serviani giungono ad affermare che quod principi placuit legis habet vigorem, riflettendo sul rapporto tra la pervasività delle leggi e la sovranità del principe, ecco, appare sbozzarsi una teoria della sovranità e della legge, le cui premesse si erano venute lentamente costruendo lungo tutta la prima età del principato. Ed è qui che s’impone il ruolo primario dei giuristi che abbimo visto progressivamente coinvolti nella gestione del potere imperiale. Dove invece , sembra è dato di cogliere un certo qual disinteresse della scienza giuridica romana, è in un riflessione adeguata sul < diritto > regolatore dei nuovi organi di governo dell’impero : insomma su quello che potremmo definire il < diritto amministrativo > del nuovo ordine imperiale. E questo, si noti, ancora in una fase storica in cui l’antica tradizione di sapere, per bocca di Pomponio, con grande consapevolezza, individuava nell’azione del giurista la condizione per l’organica esistenza dell’ordinamento. In effetti gli orientamenti peculiari , e limiti, di questo lavoro giurisprudenziale risalgono, a ben vedere, all’età repubblicana. Sin da allora infatti, l’attenzione dei giuristi era rivolta alla rilevazione dei poteri piuttosto che delle funzioni relative alle varie figure magistratuali. Giacché , sempre dalla originaria matrice repubblicana del potere magistratuale come originario e autosufficiente discendeva l’idea della imprescrittibilità e indeterminatezza delle relative funzioni. Un atteggiamento destinato a trasmettersi agli organi che, seppure per delega del supremo potere imperiale, vedevano ormai addirittura accentuarsi tale carattere. Né il magistrato prima, né il funzionario imperiale poi, se non rispetto al principe, potevano essere inquadrati entro un’ida di < competenza > o di complesso di doveri. In verità solo una piccola parte della moltitudine di opere prodotte dalla giurisprudenza classica e un’ancor minore percentuale dei vari contenuti di esse ci sono note. Abbiamo nondimeno notizia ,

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diretta o indiretta, di tanti di quei titoli di esse che il fatto che vi siano tra loro così rari e sporadici approfondimenti relativi al funzionamento degli uffici imperiali non può non esser di qualche significato. Gli arcomenti relativi all’organizzazione pubblica che incontriamo nei giuristi del principato appaiono relativamente scarsi : ma soprattutto il ruorlo sopravvissuto dei trattati, così come tanto tempo dopo le ripartizioni tematiche presenti nelle compilazioni imperiali , ci riportano ai vari officia. De officio proconsulis, de officio rectoris provinciae , de officio praefecti urbis e via decendo : questi sono i temi affrontati dai giuristi dell’epoca. Dove, ancora una volta, a ben vedere , la prospettiva perseguita non sembra orientata a definire un sistema di relazioni tra gli organi dello stato e tra questi e i cittadini. Si trattava piuttosto di generali descrizioni di doveri , poteri e compiti di queste varie figure burocratiche : insomma , ancora nell’età di Ulpiano, queste opere sembrano non andare oltre il carattere di < trattati di buon governo >, secondo la felice espressione di Grelle. Particolarmente interessante sarebbe ivece per noi trovarci di fronte a qualche esauriente discussione relativa alle funzioni , ma anche ai limiti rispetto ai privati, di alcune figure centrali nell’amministrazione finanziaria. Ad esempio, sappiamo bene quanti conflitti potessero ingenerarsi in proposito e quanto pesantemente potesse intervenire il fisco , attraverso molteplici figure , nell’esazione dei tributi e nei molteplici rapporti con i privati. Sappiamo anche come gli stessi giuristi avessero recepito e approvato l’orientamento imperiale che aveva ribadito il principio che anche le controversie fiscali dovessero essere ricondotte all’interno del sistema dei giudizi privati. Ma è altresi noto come i procuratores provinciali in ogni modo avessero cercato di sottrarsi , e quasi sempre con successo a tale tipo di rapporti per instaurare altri tipi di contenziosi con i privati, dove prevalesse l’elemento pubblicistico da essi rappresentato. Era questo un ambito privilegiato per favorire una prima riflessione de iure fisci , attraverso cui mettere a fuoco la specificità del rapporto tra gli organi del potere sovrano con i cittadini. Ma questo non sembra avvenuto o appare attestato solo in forma embrionale. Questo mancato riferimento alla nuova realtà , non solo colpisce nell’esaminare l’imponente retaggio della scienza giuridica romana, sino all’età dei Severi, ma è ancora più singolare se passiamo a considerare quanto è a noi pervenuto dalla legislazione imperiale. Quasi che il principe fosse disinteressato a definire in termini generali i rapporti tra uffici centrali e tra governo centrale e sistema periferico. Certo , nel Corpus iuris, i testi anteriori all’età dei Severi non sono molto numerosi. Frequenti sono però le citazioni di antiche costituzioni che potrebbero metterci sulle tracce di remoti interventi imperiali : e in esse non vi è nulla che concerne questi temi. Per questo, tutto sommato, si crede si possa almeno sospetare che ci si trovi di fronte a quella che, a prima vista, potremmo considerare una lacuna di un sapere che in quello stesso periodo si veniva organizzando in un sistema di straordinaria complessità – un insieme di regole, interpretazioni, connessioni, tutto il diritto relativo ai rapporti tra privati. Si riflettere sul modo in cui si venne costituendo e potenziando il direto rapporto di signoria del principe sull’apparato da lui costruito, che fece di questi la figura esclusiva di riferimento dell’itnero assetto istituzionale. Questo rapporto aveva a sua volta reso impossibile, per questa primitiva burocrazia, quella spersonalizzazione dei ruoli e delle funzioni che ritroviamo nelle moderne esperienze. Certo dovetero elaborarsi regole di funzionamento e si dovette decidere intorno a competenze e funzioni : cosa spettasse a chi. Ma sempre come regole interne a un corpo che, in qualche modo, apparteneva al principe e che, in ultima istanza aveva la sua volontà per legge. Ed è alla volontà superiore del principe dunque che i privati si rivolgevano : con suppliche d’ogni tipo, con richieste di decisioni d’ordine legale, a dirimere controversie e disciplinare giudici e giudizi. Tra queste richieste potevano benissimo esservi questioni che riguardassero contrasti con i funzionari imperiali , con rappresentati di quella macchina burocratica qui evocata nelle sue grandi linee. Del resto di tali richieste abbiamo precisa documentazione : proprio nei testi del Corpus iurisi , ma anche attraverso altri documenti. Si tratta di un gruppo di piccolissimi affittuari di un latifondo imperiale in Africa, il saltus Burunitanus, che si era rivolto all’imperatore contro i suoi funzionari locali e gli amministratori del

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suo stesso saltus, in combutta tra loro per estorcere da questi contadini prestazioni non previste dall’atto di assegnazione. L’imperatore intervenne riaffermando con forza le buone ragioni dei postulati : ma non sulla base di un giudizio. Il diritto appare dipendere tutto dalla sua signoria sovrana che ribadisce le soluzioni di carattere generale già da lui adottate e le applica al caso particolare. E’ pur vero che l’insieme delle risposte a siffatto tipo di richieste, moltiplicandosi nel tempo e sviluppandosi secondo una linea coerente assicurata dalla cancelleria imperiale, restavano come precedenti, assumendo un valore precettivo che orientava sia i tribunali e gli amministratori imperiali che le stesse successive decisioni del principe. E nulla avrebbe vietato invero che, in seguito , i giuristi si affaticassero intorno a esse onde ricavarne logiche coerenti, trarne massime generali applicabili a ogni caso analogo, facendo anche in questi casi di contrasti tra privati e amministratori pubblici, quell’opera di < massimazione > delle costituzioni imperiali fatte per tanti altri aspetti. Elaborando dunque, in tal modo, i primi embrioni di quello che potremmo chiamare un < diritto amministrativo>. Dove tuttavia sarebbe continuato a mancare un elemento che era stato alla base dello straordinario sviluppo della scienza privatistica romana : un sistema arbitrale di giudizi tra il privato e l’amministrazione . Non solo a questo l’esperienza romana non giunse proprio per la natura e il modo d’esercizio del potere imperiale che si irradiava sull’intera macchina di questo < stato in formazione>. Non vi furono neppure i tempi perché tutto ciò , compresa la riflessione giurisprudenziale, si potesse sviluppare. Quando questa macchina infatti poteva iniziare a prendere consistenza, negli ultimi decenni del II secolo, era prossimo, con i Severi , il collasso con quello dell’intero apparato politico anche della scienza giuridica romana che non sopravvisse , nel suo fulgore creativo , a questa dinastia.

5.Il paradosso dell’economia

Se vi è un momento, nella storia romana, in cui lo strumentario concettuale offerto dalle new institutionale economics , che insiste sul peso delle istituzioni sui modelli di funzionamento dell’economia elaborati dalla teoria neoclassica, appare d’utile applicazione, questo concerne lo snodo tra repubblica e impero. In effetti solo la svolta politica segnata dal principato di Augusto rese possibile un complessivo ridisegno dei rapporti economici sviluppatesi, nell’ambito del potere romano, negli ultimi due secoli della repubblica e che registravano la grande crescita economica dell’Italia. A questa faceva riscontro una notevole capacità d’esportazione dei prodotti italici , non solo vino e olio, ma anche manufatti < industriali > come le suppellettili di cerarmica prodotte in serie. Un fenomeno abbastanza significativo sotto il profilo quantitativo, come attestano i numerosi resti di anfore da vino o per l’olio, ma anche i frammenti di manufatti fittili italici disseminati nelle varie aree dell’impero. Questo sviluppo , tuttavia, appare strettamente intrecciato a fattori politici – militari. Anzitutto perché la produzione italica tardo repubblicana, oltre all’indubbia spinta a suo favore derivante dall’egemonia dei modelli romani, fruì per un certo lasso di tempo, del vantaggio indotto dai costi della manodopera servile artificialmente abbassati dalle acquisizioni belliche, cui faceva seguito il sempre rinnovato afflusso di notevoli masse di schiavi nei mercati specializzati della penisola. D’altra parte lo spazio di questo mercato mediterraneo , per quanto distorto, era ulteriormente deformato e limitato dalla presenza di circuiti acquisitivi fondati su prelievi forzosi di beni e servizi delle province a favore del centro romano - italico, legati alle acquisizioni belliche, sia alle esazioni, legittime e illegittime. Ora tutto questo flusso di riccheze e di beni provenienti dalla periferia del grande sistema di potere romano si realizzò al di fuori del mercato e, < contro> il mercato, giaché alterava il gioco normale delle logiche di scambio. Era la forza, non lo scambio a regolare infatti questo importante settore dell’economia tardo repubblicana, sotto forma di imposizioni tributarie e vendite forzose di tipo pubblicistico da un lato, di prelievi abusivi e illegittimi, a vantaggio privato di amministratori e appaltatori dall’altro.

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Per questo , senza escluderlo, tali fenomini riducevano notevolmente lo spazio per la formazione di un grande mercato mediterraneo, con la determinazione spontanea dei pezzi, secondo quelle logiche considerate spesso dai moderni come principi sottratti al relativismo della storia e più simili alle leggi proprie delle scienze naturali. E indirettamente, evidenziando la presenza di sostanziali squilibri politici, essi contribuirono a orientare quei pur persistenti spazi di autonomia locale verso la persistenza di mercati locali o regionali. L’opposto esito a favore di forme più accentuate di unificazione commerciali era infatti ostacolato dal peso squilibrante della controparte romano – italica. Questo quadro, dunque, appare radicalmente modificato dall’itnervento razionalizzatore di Augusto e dei suoi successori, pur riferito alle istituzioni giuridiche e politiche. Da esso infatti si ingenerò una svolta positiva nei rapporti economici interni all’area mediterranea. La fine o quasi dei prelievi arbitrari di tipo privatistico accentuò da un lato lo stesso aspetto razionale dei prelievi fiscali di tipo pubblicistico. Giacché più evidente appare il loro valore sinallagmatico rispetto a un tipo di vantaggi effettivamente assicurati ai provinciali a fronte di esso. Anzitutto con la definitiva unificazione politica e la pacificazione dell’impero , destinata a persistere, a eccezione di alcune rapide crisi, per tutto il I e il II secolo d.C. , sino a tutti i primi decenni del III secolo. Essa infatti rese possibile la creazione di un grande mercato che aveva il suo baricentro nel Mediterraneo ma che investiva anche le aree continentali delle Gallie al mondo germanico, in modo da favorire al massimo e per un relativamente lungo arco di tempo un elevato sviluppo mercantile. Ma non meno importante , ai fini del progresso economico – sociale , dovette essere la spinta filo cittadina della politica territoriale romana, accentuatasi nel corso della prima età imperiale. Ad essa infatti sono strettamente associate le forme artigianali e mercantili in grado di limitare l’assoluta prevalenza dei prodotti agrari nei rapporti produttivi e commerciali. Certo si è che la pace imperiale assicurò in quel periodo un enorme spazio unificato intorno al Mediterraneo, finendo con l’unire l’Arabia Felix, le lontane rotte carovaniere di Palmira o Petra con il Vallo di Adriano a Nord di York, in Gran Bretagna, l’attuale Romania al Portogallo. Tale da assicurare quella fioritura di città e di microaree economiche che corrispose a un periodo di elevato benessere collettivo e individuale. E’ addirittura verosimile che, come sostiene Eliio Lo Cascio insieme a molti altri, la dimensione produttiva e lo stesso livello di circolazione dei beni di quell’epoca fosse egugliato forse solo verso la fine del XVIII secolo, agli albori dell’incipiente capitalismo. Le opere pubbliche che accompagnarono questa spinta ubanizzatrice, ma che investirono anche il territorio attraverso la spelndita rete viaria romana, furono l’altro formidabile servizio fornito dal cetro dell’impero al mondo provinciale, non meno che una relativa certezza dei traffici ( non solo l’emarginazione della pirateria o del banditismo ) determinato dalla presenza di forme giurifiche condivise e da una generale politica giudiziaria e del diritto affidata ai centri provinciali, ma coordinata dal centro. E’ in questo quadro che prende consistenza il ben noto modello economico di Hopkins. Secondo lo storico di Cambrige, nel medio periodo, il prelievo fiscale romano sulle province era destinato a esercitare un effetto sostanzialmente riequilibratore. Definendo in effetti l’impero come un sistema economico chiuso, il che in effetti era solo in parte, si deve dunque considerare che le risorse monetarie versate dalla provincia alle casse imperiali creavano uno squilibrio tra provincia e sistema centrale, con una plusvalenza a favore di quest’ultima corrispondente all’ammontare complessivo delle imposte. Ma la stessa provincia , onde assicurare il pagamento delle imposte dovute doveva essere in grado di ricostituire le sue risorse. Il che poteva avvenire solo mediante sue esportazioni a favore del centro che permettessero di recuperare l’ammontare monetario richiesto per il pagamento dell’imposta successiva. Ora questo processo , in altre parole significa che lo squilibrio nella bilancia dei pagamenti poteva essere compensato solo con un saldo attivo della bilancia commerciale. Di qui il progressivo indebolimento economico del centro rispetto alla periferia, giacché le province esportavano merci per poter pagare le imposte, mentre il centro romano – italico importava ricchezza monetaria in base all’imposizione politica con cui pagava merci altrui che cessava così di produrre. L’inevitabile semplificazione di un’analisi ben altrimenti complessa sembra comunque sufficiente per farci cogliere alcune ( non tutte ) delle ragioni alla base di un fenomeno comunque di grande

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rilievo: il capovolgimento del rapporto tra l’economia romano – italica e provinciale a partire dal I secolo d.C. ora è la produzione italica ad apaprire declinante di fronte alla dimensione delle importazioni delle province. Talché , già allora dovette intervenire un apposito provvedimento imperiale di carattere protezionista a supporto della declinante situazione di cuna delle produzioni di punta dell’età dell’oro dell’agrocoltura italica, il vino, ormai sottoposta alla forte concorrenza di quel mondo gallico che, sino ad Augusto ne era stato invece un grande consumatore. Il punto centrale è tuttavia il miglioramento della situazione generale : mentre infatti nell’età precedente l’incremento di ricchezza di un solo territorio era andato a detrimento di un vastissimo sistema di popoli e di società , ora è questo a conoscere uno sviluppo differenziato, ma in alcuni casi, non solo duraturo, ma quantitativamente anche molto rilevante, di fronte a un relativo declino di una parte relativamente circoscrita, anche se centrale, dell’intero sistema D’altra pare un altro aspetto che si deve ricordare è la relativa fragilità e limitatezza di questi sviluppi imperiali. Verso la metà del II secolo d.C. appaiono già i sintomi di crisi. E qui si possono tentare delle spiegazioni solo di carattere molto ipotetico : non dobbiamo del resto dimenticare come tutti questi aspetti pur così rilevanti della storia romana, siano conoscibili solo limitatamente, essendo difficile per noi giungere a quantificare i fenomeno economici ( fenomeni per sé conoscibili anzitutto attraverso le < quantità> ). Anche se nell’età della grande pax Romana le forme di economia naturale e i circuiti meramente localistici delle merci e dei prodotti potevano considerarsi superati, non sia mai decollato un mercato tale da assicurare una consistente crescita quantitativa dei processi produttivi. Era assente infatti , o era stato troppo debole, il virtuoso rapporto tra la produzione e uno sviluppo della domanda complessiva: specie perché lo stesso circuito mercantile e la composizione complessiva della domanda concerneva una forte percentuale di prodotti agrari. E’ pur vero che nuovi bacini di consumo e nuove aree produttive erano state acquite con l’espansione continentale dell’impero , oltre che con il rafforzamento conseguente all’unificazione pacifica del mondo ellenistico e alla sua saldatura con il Mediterraneo occidentale. Ma anche allora la produzione di massa non abrebbe ecceduto che motlo limitatamente e per pochi prodotti il settore agricolo. Nella categoria delle industrie cittadine, oltre alla ceramica, poco si può immaginare in termini di produzione di tipo < industriale >. La stessa fabbricazione dei laterzi, frantumata nel sistema delle ville suburdane, ne restò sostanzialmente ai margini . Anche se, occorre riconoscere, queste limitazioni non sono specifiche dell’economia impeiale romana ma di molte società precapitalistiche. Lo stesso riequilibrio tra economie periferiche e penisola italica, non fa che evidenziare la natura sostanzialmente parassitaria e dipendente degli squilibri politici della precedente supremazia economica della penisola. Non ci dice nulla invece, o molto poco, sulla possibilità che questi stessi circuiti , otlre a riflettersi sulla forma del diritto e sull’articolazione di nuovi rapporti negoziale, rispondessero anche a forme più progredite e complesse di organizzazione dei fattori produttivi. In effeti è almeno possibile immaginare , sulla scorta di una serie di indicazioni ricavate sia dalle testimonianze letterarie che dai dati archeologici, che, in questa fase, fosse intervenuta una parziale modifica della fisionomia impeirale. Dove , all’accentuata proiezione della loro produzione in funzione dei grandi circuiti trans marini e dei consumi opulenti delle città , si fosse sostituito un diverso assetto volto alla stabilizzazione delle entrate nel medio e lungo periodo, più attento ai mercati locali. Infine sul medio e lungo periodo dovette pesare sull’intera economia imperiale il mutato significato della macchina da guera. In età repubblicana , infatti , questa , era gravata essenzialmente sull’esterno. Ciò aveva impedito la formazione di una vera untià economica tra Italia e territori conquistati , ed è vero che il prelievo di risorse aveva sfiorato forme di vera e propria distruttività . Epperò, per l’economia romana, era tuttora fatto salvo l’antico principio che la guera doveva < alimentare se stessa >. Così non è più a partire da Augusto : da allora il sempre più pesante apparato militare fu integralmente supportato dalla base economica dell’impero unificato. Sebbene si ritenga che la fiscaltià del principato non pesasse ancora eccessivamente su di essa, è probabile che il peso

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relativo fosse maggiore di quanto si possa a prima vista immaginare. E’ sufficiente ipotizzare che l’ammontare complessivo delle imposte gravasse su una quantità di plusvalenze non molto elevata, per dover concludere nel senso di una forte pressione relativa su un’economia di cui avremmo colto l’intrinseca debolezza. Certo si è che nell’arco di pochi decenni è proprio l’unità di essa che appare in crisi : da allora il destino economico delle diverse aree dell’impero ebbe una storia sua propria : fermo restando che alcune di esse continuarono a fruire a lungo di una notevole prosperità .

Capitolo sedicesimo : il diritto del principe

1. Una rete di governo : strumenti istituzionali e condizioni materiali.

Il nuovo regime politico presenta un duplice apsetto. Il primo deriva dal carattere , < sperimentale > della costruzione augustea : qualcosa che prende corpo nel tempo e che è progressivamente corretto, riformulato e perfezionato. Tant’è che sarebbe profondamente erroneo pensare che Augusto lasciasse in eredità un’architettura, < definitiva >. Come mai, del resto, la stessa res publica dei secoli precedenti aveva avuto una fisionomia del genere. Un altro aspetto deriva direttamente dallo sforzo di razionalizzazione dell’intera macchina di governo perseguito da Augusto e da motli suoi successori. Era pressoché inevitabile che esso si sostanziasse in un’acresciuta complessità di uffici e funzioni. Esse appaiono così intrecciarsi e sovrapporsi in un quadro sicuramente più articolato , se non addirittura più disordinato degli antichi assetti repubblicani. Dove tuttavia abbiamo potuto cogliere una delle più importanti novità del nuovo ordine imperiale : la costruzione di un sistema burocratico. Di esso fù fondamentale la realizzazione di un sistema di uffici centrali alle dirette dipendenze del principe, in grado di assicurare il controllo del crescente flusso d’informazioni, garantendo altresì il costante funzionamento di un sistema di direttive verso i centri periferici. Questi uffici della < cancelleria > imperiale, vennero disegnati distinguendo alcune funzioni fondamentali ; ciascuno di essi fu indicato poi con la preposizione a a evidenziare la funzione assolta : ab epistulis , a rationibuss ecc. Non può dunque meravigliare il grande rilievo assunto dai funzionari ab epistulis ( le cui incombenze, a suo tempo, Augusto aveva proposto di svolgere al poeta Orazio). Esso fu tentuo da letterati e sofisti, in seguito diviso in due uffici, ciascuno competente per la corrispondenza in latino e in greco : le due lingue dell’impero. Sebbene talora vi fossero preposti dei liberti, al loro veritce furono quasi sempre nominati membri del ceto equestre. La sua importanza essenziale per il sistema di comunicazioni che si è considerato è attestata dall’elevato livello della sua retribuzione. Naturalmente anche questo meccanismo era destianto a perfezionarsi nel tempo : Claudio , Vespasiano , Adriano e Settimo Severo segnao così delle tappe importanti nel proceso di perfezionamento e di ampliamento del sitema di governo dell’Italia e delle province , già imposto da Augusto. Fu Claudio in effetti a istituire un ufficio a libellis, competente a trattare tutte le suppliche rivolte dai privati all’imperatore, sovente relative a problemi legali : il che spiega perché , in seguito, giuristi importanti come Papiniamo e Ulpiano abbiano coperto tale incarico . Più specificatamente competente per le questioni giurisdizionali assunte dal principe appare tuttavia l’ufficio a cognitionibus, verosimilmente istituito anch’esso da Claudio. Con i Flavi appare invece un ufficio a commentariis, destinato a fondersi con altri incarichi, assolvendo alla funzione di archiviare e garantire la memoria di tutti gli atti ufficiali del principe ( avvicinandosi peraltro a un altro ufficio a memoria che apapre in età adrianea ). Esso ebbe un ruolo particolarmente importante, nell’assicurare il quadro consocitivo degli atti dell’amministrazione. Il dominio di questo settore, a sua volta, era divenuto sempre più difficile, indebolendo pertanto la stessa capacirtà di governo degli uffici imperiali , per l’ininterrotta crescita dei processi di concetrazione burocratica e di controllo capillare e centralizzato verificatasi nel periodo tra Adriano e Settimo Severo. Con tali uffici possiamo cogliere quella che si potrebbe definire la fisionomia embrionale di una moderna < statualità>. Non a caso in tale processo assunsero progressivamente un ruolo sempre più

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importante le successive generazioni dei giuristi postaugustei. Non solo il loro linguaggio permeò progressivamente le logiche degli apaprati di governo , ma fu anche la loro capacità di formalizzazione ad aiutare il principe nel disegnare l’insieme delle funzioni riconosciute a ogni ufficio e la definizione, seppure embrionale dei metodi di funzionamento di questa sempre più complessa macchina organizzativa. Tant’è che rapidamente questi stessi giuristi assunsero non poche funzioni direttive degli uffici centrali, diventando parte integrante del governo dell’amministrazione imperiale. La loro presenza dovette così contribuire in modo determinante a quella che possiamo definire la precoce < giuridizzazione del potere >, già nella prima età del principato, destianta a sua volta a plasmare la fisionomia della età a venire. Basti pensare all’influenza dei modelli romani sul modo in cui le forme di organizzazione politica, variamente ispirandosi al mito, ma anche al legato giuridico di Roma, ripresero consistenza nell’Europa medievale. E che , nuovamente, sino al secolo alle nostre spalle, dettero un posto privilegiato ai giuristi tra i moderni collaboratori del principe. Questo disegno comportava necessariamente una costante azione d’indirizzo politico e di controllo dell’intero apparato amministrativo, il che a sua volta richiedeva un complesso sistema di comunicazioni tra centro e periferia. Era questa la condizione essenziale per governare l’azione amministrativa nei più lontani gangli dell’impero attraverso un flusso costante di direttive, ordini ed editti emanati dall’apaprato centrale, in nome e per conto del principe. Il punto di partenza, anche in questo caso, è costituito dallo sviluppo sistematico di pratiche già collaudate in età repubblicana. Come tutti gli antichi magistrati di più alto livello, anche Augusto era, infatti, titoalre di uno ius edicendi, inerente appunto al suo imperium. E proprio a lui risalgono dunque i primi edicta rivolti a una provincia o a singole comnità all’interno di essa, nonché ai municipi o alle colonie romane. I destinatari immediati ne erano i magistrati e i funzionari preposti ai governi periferici. Il contenuto di questi edicta poteva riguardare tutavia, non solo l’azione di un certo magistrato, ma tutti i cittadini o intere comunità , accentuandosi in tal caso il valore normativo del provvedimento. Lo strumento principale per impartire le direttive del governo centrale erano tuttavia i mandata, con cui il principe dava specifiche istruzioni ai governatori provinciali, non eslcusi quelli delle province senatorie, o ad altri funzionari. Soprattutto in essi è dato cogliere un’azione innovatrice anche nel campo giuridico, benché non sempre generalizzabile a tutto l’impero. L’efficacia di tali mandata, in un primo momento fu comunque limitata dall’ida che il loro valore precettivo non adnasse oltre alla vita del principe che li aveva emanati. Accanto a tali prescrizioni vanno altresì ricordati inteventi imperiali più immediatamente legati alla sfera giuridica. Tali sono anzitutto i decreta in cui si sostanziava una decisione giudiziale relativa a una questione sottoposta al principe, al di fuori del sitema ordinario del processo romano , e che egli aveva ritenuto opportuno di esaminare. Sovente con questi decreta si ribadiva il diritto vigente, ma talora essi se ne discostavano, facendo valere nuovi criteri e valori, destianti a riorientare la successiva giurisprudenza. Con le epistulae e i rescripta l’imperatore dava invece risposte ai quesiti a lui rivolti da giudici o da privati cittadini. In linea di massima anch’essi concernevano problemi giurifici , fornendo una soluzione per il caso particolare e orientando l’inquadramento della controversia per cui fosse stato e ottenuto tale superiore parere. Talora l’enunciazione si ispirava esplicitamente a un criterio generale che poteva valere al di là del caso singolo .La decisione imperiale in tal caso era destianta a tradursi in una regola generalizzabile e fonte di dirittuo nuovo . Quando il questito era rivolto all’imperatore da un giudice o da un suo funzionario, la risposta gli era inviata separatamente, con un’epistula. Al contrario , quando erano i privati a rivolgersi al principe, la risposta era redatta in calce al testo a lui sottoposto, in modo che il privato potesse, e dovesse, esibire il parere più o meno vincolante del principe insieme al quesito a lui sottoposto ( subsciptio ) di qui la sua qualificazione come < rescritto >. E’ evidente in questo caso l’esigenza di agganciare la soluzione del caso alla specifica rappresentazione datane dal richiedente, onde evitare ogni equivoco interpretativo . Sia le epistulae che le subsciptiones ai privati rientrano nella figura dei < rescritti >. Queste varie manifestazioni della volontà imperiale vennero in seguito ricomprese all’interno della generale categoria delle < costituzioni >. Esse , nel corso del tempo assunsero, per l’azione congiunta della cancelleria imperiale e dei giuristi un complessivo valore normativo. Era compito

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infatti della cancelleria conservare l’insieme dei vari atti del principe garantendone l’autenticità : ma ancora più importante fu il ruolo dei giuristi. Progressivamente impegnati al diretto servizio del governo centrale, sovente, negli uffici competenti a predisporre gli interventi del principe in questo settore, essi si trovarono in un punto di snodo privilegiato che permise loro di cogliere, meglio di qualsiasi altro, il contenuto normativo e il valore innovativo di molte , ma non di tutte , le disposizioni contenute nelle costituzioni imperiali. Essi vennero così selezionando nel tempo tutto questo materiale, ricavandone il contenuto maggiormente atto ad assumer il valore di disposizioni generali e permanenti per la vita dell’impero e raccogliendolo come vera e propria fonte autonoma di diritto, integrando con esso l’antico diritto di cui essi continuavano a essere i custodi. La congeria dei provvedimenti imperiali, la loro eterogeneità e la varietà delle situazioni considerate era tale da rendere molto incerto e poco evidente, in partenza , quanto in esse vi fosse di specifico e non generalizzabile, legato a problemi affatto particolari di amministrazione o organizzativi e politici, quanto invece vi fosse di più rilevante ai fini di una complessiva evoluzione dei vari aspetti del diritto e delle istituzioni. Non solo, molte delle massive e degli altri atti imperiali celavano quasi il loro nucleo dispositivo all’interno di discorsi più ampi , ricchi di molteplici riferimenti. Questioni di fatto, considerazioni politiche, consigli e istruzioni potevano così accatastarsi insieme. Qui interveniva appunto il giurista che ricavava da tutto ciò quel < nucleo dispositivo> , di cui si diceva, isolandolo ed eventualmente sintetizzandolo o chiarendolo : come diremmo noi ricavando dal testo la < massima > identificabile nella norma, sia a conferma di antiche regole, sia inovando rispetto a esse. Egli era l’unico che disponeva della competenza e sensibilità per poter effettuare una selezione del genere. I vari tipi di costruzioni furono sovente riunite in raccolte più o meno ampie , che avevano la funzione di esaltarne la valenza normativa. Egualmente furono questi stessi giuristi a evidenziare e teorizzare la portata normativa di quest’insieme di provvedimenti imperiali, conferendo a essi una fisionomia unitari e un valore generale. Talché , nel II secolo, Gaio attribuiva a tali costituzioni valore analogo alla legge : un principio successivamente ribadito da Ulpiano , uno degli ultimi grandi giuristi d’epoca classica. D’altra parte proprio il ruolo assunto dai giuristi in questo settore dell’attività imperiale ci fa comprendere un carattere di fondo che presentano, almeno sina ai Servi, l’insieme di rescripta, decreta, epistulae. Essi raramente tendono a modificare in profondità o a innovare radicalmente i grandi sisetmi costituiti dal ius civile e dal ius honorarium. Servono piuttosto a correggere e integrare, specie sul piano equitativo, smussando certe asperità derivanti da una troppo coerente e logica applicazione dei principi e delle soluzioni già acquisite dalla scienza e della pratica giuridica romana. Nel complesso tali interventi mostrano un rispetto abbastanza generalizzato delle strutture fondanti del grande edificio costruito dai pretori e dalla giurisprudenza già alla fine della repubblica e ora ulteriormente sviluppato. Va infine sottolineato che, malgrado e forse anche in ragione del ruolo della giurisprudenza romana nell’individuazione del contenuto normativo degli interventi imperiali, le soluzioni adombrate dal principe non dovettero imporsi con la forza vincolante che noi attribuiamo alla nostra nozione di < legge >. Essi si inserirono in un sistema < aperto > costituitop dal ius controversum dei giuristi , dove le singole soluzioni prospettate aprono strade, senza irrigidirsi nell’autorità immobiliare della nroma. In un primo momento , insomma, anche le pur autorevolissime indicazioni provenienti dal principe non si sottrassero a qusta più generale concezione del diritto, presentando un certo margine di elasticità e postulando comunque un successivo intervento dell’interpretazione giuridica.

2. Giudici e giuristi nella prima età del principato

Sebbene il sistema processuale tardo repubblicano continuasse appieno ancora nella prima età imperiale, l’intervento del principe si fece sentire anche in questo campo. Con le leges Iuliae iudiciariae Augusto intervenne in qeusto settore, dando ad esso un’organica sistemazione. Va però

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menzionato anche un altro tipo di intervento, al di fuori dei settori già regolati o dell’editto del pretore, destianto a produrre ampi e durevoli effetti. Egli ifatti e ancor più i suoi successori provvidero a fornire una tutela processuale extra ordinem, al di fuori del sistema ordinario , a materie e situazioni degne di protezione. Si trattava in genere di spetti abbasatanza marginali su cui si doveva intervenire essenzialmente con logiche equitative, non trovandosi all’interno di rapporti giuridicamente rilevanti. Il capo privilegiato fu quello , cui i Romani invero erano particolarmente sensibili per i loro problemi di status, delle successioni e delle questioni di libertà. Questi procedimenti vennero indicati come forme di un < processo straordinario > : cognitio extra ordinem, a sottolineare il loro carattere eccentrico rispetto al processo civile ordinario. In effetti la competenza su tali giudizi fu affidata da Augusto , non già al praeto ubanus, ma ad altri pretori, il praetor fideicommissarium, il praetor liberalium causarum, e anche ai consoli. A differenza dei processi ordinari , tipici del sistema formualre, costoro giudicavano direttamente, senza deferire la verifica processuale al giudice privato. Fu una profonda modificazione che, seppur non esplicitamente , accentuava molto il carattere pubblicistico del giudizio, eliminando quella fisionomia < arbitrale > che aveva caratterizzato sinora il processo civile, ivi comprese le numerose azioni penali volte a irrogare delle pene private di carattere almeno parzialmente risarcitorio. Su qeusti nuovi procedimenti si riflesse inoltre più facilmente l’esperienza provinciale. In essa infatti la caratteristica cesura del processo civile ordinario romano, tra la fase di competenza del magistrato , volta a impostare il processo nei suoi termini legali , e quella lasciata al iudex privatus, destianta a sfociare nella sentenza. Il governatore, avendo preso visione della causa, emanava lui stesso la sentenza : e questo sia nei riguardi dei provinciali, sia nei riguardi di litiganti aventi un altro statuto personale, compresi i cittadini romani residenti in provincia. Ciò aveva reso possibile, tra l’altro , diversamente dai precedenti procesi ordinari, la condanna in contumacia del convenuto che avesse evitato di presentarsi in giudizio e, di contro, la possibilità di appellarsi contro la sentenza a un giudizio superiore, secondo una logica autoritativa affatto estranea alla natura arbitrale del processo ordinario. Il meccanismo che aveva facilitato questa più generalizzata trasformazione delle logiche processuali è costituito dalla facoltà , riconosciuta sin dall’inizio ai litiganti, di potersi rivolgere direttamente alla superiore autorità del principe a dirimere la loro controversia il cui svolgimento ordinario, in tal caso, veniva sopseso. Sin da Augusto, infatti, si era riconosciuta la possibilità di un suo intevento a giudicare sugli appelli proposti contro gli atti dei magistrati. In tal modo venne gradualmente modificandosi la struttura originaria del processo romano, divenendo possibile quell’appello a un’istanza superiore, escluso dal sistema ordianrio. Non solo , col tempo questo nuovo tipo di cognitio si estese al di là delle originarie situazioni, estranee al diritto civile e onorario, per cui si era venuto formando, applicandosi anche ad ambienti legali già sottoposti ai giudizi ordinari. I due procedimenti, il procedimento formulare e la cognitio, vennero così svolgendosi secondo una logica parallela , che vide accrescersi progressivamente l’importanza del nuovo tipo. Sino a che, già nel II secolo d.C. , quest’ultimo si affermo come un nuovo e generalizzato sistema processuale. Dove la cognitio extra ordinem ebbe ancor più rapidi sviluppi fu il processo criminale, rispetto a cui non sussiteva un interesse del principe a preservare l’antica competenza comiziale, in un quadro di rapido deperimento della stessa vitalità di tale organismo. Con la legge iudiciorum publicorum Augusto regolò dunque la procedura delle quastiones, limitando l’ampia autonomia che, in materia, avevano avuto i magistrati repubblicani. Ma ancora più ciò avvenne proprio con l’esercizio diretto della coercitio, il potere di repressione magistratuale, da parte del principe e dei suoi delegati, i quattro prefetti, urbi , praetorio, vigilum e annonae e che si svolgeva appunto nella forma della cognitio extra ordinem. In essa si seguiva lo schema per cui era il giudice a cercare autoritativamente le prove della colpevolezza dell’imputato, chiamato invece a dimostrare la sua innocenza, in un procedimento che noi definiremmo di tipo inquisitorio. L’influenza del potere imperiale sugli sviluppi e l’applicazione del diritto romano operò anche attraverso il suo modificato rapporto con la scienza giuridica. Augusto, pur abbandonando il

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disegno del genitore adottivo di codificare, riducendolo a un sistema unitario, tutto il diritto romano, aveva scelto una strada meno evidente e più indiretta, per incidere in questo delicato settore della vita sociale. Ancora una volta la sua azione mostrava un rispetto, non solo formale, per la tradizione che, in questo settore, aveva i suoi punti di forza nell’interpretatio dei giuristi e negli editti dei pretori giusdicenti, soprattutto il pretore urbano. In apparenza nulla sembrò mutare in quegli anni : il pretore, entrando in carica, continuava a emanare il suo editto, i giuristi continuarono il loro lavoro d’interpretazione delle antiche regole giuridiche, in modo non meno efficace e innovativo che nell’età precedente. Non possiamo però dimenticare come fosse lo stesso imperatore a scegliere i pretori attraverso il potere di commendatio . Ma soprattutto, a limtiare lo spazio per la libera creazione di nuove regole lascito di norma a tale magistrato, si trovarono allora ad operare i due fenomeni nuovi. Da un lato il peso sempre maggiore, soprattutto dopo Augusto , assunto dagli interventi imperiali, sia attraverso le costituzioni che con i senatoconsulti. Anch’essi , si noti , ispirati a quelle stesse logiche innovative ed equitative alla base della secolare azione dei pretori giusdicenti romani, ma supportati anche, oltre che dall’autorità imperiale, dal peso anche scientifico della cancelleria imperiale e dello stesso consilium principis. Dall’altro , rispetto al processo ordinario , si affermò la concorrenza crescente della cognitio extra ordinem- Tutto ciò contribuì , insieme alla perdita della sua autonomia politica, al progressivo indebolimento della creatività giuridica del pretore. La naturale conclusione appare pertanto il provvedimento di Adriano che vincolò tali magistrati a uno schema edittale , da lui fatto codificare in maniera definitiva. Quanto alla scienza giuridica, è da sottolineare come Augusto avesse esteso indirettamente la sua influenza conferendo un ius respondendi ex auctoritate principis ad alcuni giuristi da lui prescelti. Si tratta di una qualificazione che non dava competenze o poteri specifici, ma che, accrescendo il prestigio di alcuni , attribuiva un’autorià particolare alle loro opinioni. Di fatto il parere di un giurista munito del ius respondendi finiva con l’assumere un valore pressoché vincolante per il giudice, con un peso quindi superiore agli eventuali opposti pareri di giuristi privi di questo riconoscimento ufficiale. Anche in questo aspetto, ebbe a giocare insieme l’elemento tecnico e la pervasiva logica gerarchica della società romana : per tutta l’età di Augusto infatti codesto privilegio venne concesso ai migliori giuristi di quel periodo tutti però appartenenti all’ordo senatorio. Solo in seguito il ius respondendi fu concesso anche a personaggi di rango equestre : il primo caso fu quello di Masurio Sbino , uno dei più importanti giuristi del I secolo d.C. di modesta origine e asceso , per il suo indiscusso valore, al rando equestre e ricevendo appunto da Tiberio anche il ius respondendi. Coerentemente agli aspetti di continutià che i sistemi di formazione e di applicazione del diritto sembrano presentare, almeno per tutto il corso del I secolo d.C. , anche i caratteri sostanziali del diritto privato romano, in questa prima fase del principato, non paiono modificarsi granché , almeno all’apparenza. La complessiva disciplina dei vari istituti, la loro graudale trasformazione in funzione di nuove esigenze e sulla base di un costante approfondimento concettuale da parte dei giuristi, continuarono a dipendere dalla loro interpretatio. Semmai è dato ora di cogliere la presenza di tendenze più sistematiche rispetto all’attenzione per il singolo caso al centro dei responsa in cui si sostanziava l’opera dei giuristi repubblicani , nel loro lavoro quasi < pionieristico >. A partire dal I secolo d.C. il tipo di opere redatte dai giuristi investì , sempre secondo un metodo casistico, settori interi del sistema giuridico romano, ripartendosi soprattutto tra i grandi commentari relativi al diritto onorario e quelli invece riferiti al ius civile. Li parrebbe affiorare , rispetto alle vecchie raccolte di responsa, l’itneresse per un più organico sapere scientifico – teorico. D’altra parte la rilevanza stesa del ius respondendi continò a valorizzare l’elaborazione di ulteriori raccolte di responsa e opiniones dei più autrevoli giuristi, accanto a cui dobbiamo poi aggiungere un insieme di commentari a singoli rami del diritto, da quello pontificale al regime delle province, o a singoli istituti o figure di magistrati, nonché le opere istituzionali destinate alla didattica : le istitutiones, le regulae , le sentiae.

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Queste ultime opere, in ragione della loro funzione, hanno un carattere espositivo abbastanza semplice, molto diverso in genere dalla restante letteratura giuridica. Ma è soprattutto da segnalare il corpo centrale della produzione d’età imperiale rappresentato dai commentari, che tenderanno ad accrescersi per dimensioni e importanza, riferiti al ius civile ( con i commenti ad Quintum Mucim o ad Sabinum , fondati sui libri tres iuri civilis di questo importantissimo giurista ) e al diritto onorario fondato sull’editto del pretore ( con i commenti a edictum, appunto, che ovviamente continuarono a prodursi anche dopo la codificazione adrianea, non essendo per ciò venuto meno il valore dell’editto). All’interno di questi due grandi sistemi, il diritto onorario e il diritto civile, la successione degli argomenti evidenziava un ordine legato ai vari istituti e meccanismi processuali. In tali trattazioni il pensiero del giurista era espresso essenzialmente attraverso l’analisi di singoli casi e la loro soluzione, senza che ciò fosse ricondotto esplicitamente a criteri e regole di carattere generale o all’interno di una teoria unitaria. Questo non significa che tale supporto mancasse, anzi noi , possiamo ben cogliere non solo la coerenza logica dell’insieme delle soluzioni di volta in volta proposte, ma anche l’utilizzazione di schemi , di quella che si potrebbe definire una < teoria inespressa > . Inoltre , in queste opere si evidenzia la forte consapevolezza di una tradizione, per cui in modo sistematico si citano, da parte dei più recenti, opinioni e soluzioni propugnate dai giuristi delle generazioni precedenti. Esse sono accolte, discusse o respinte in una prospettiva che dà al lettore la percezione di una sequenza logica initerrotta e profondamente vitale e di un sapere in incessante approfondimento e sviluppo, che tuttavia contina a rifarsi alle sue radici ormai vecchie di secoli. In ultima analisi, l’insieme dei casi risolti e delle stesse divergenti soluzioni proposte si iscrive all’internno di costruzioni razionali di carattere generale di cui noi possiamo cogliere gli elementi costitutivi che pur quasi mai gli stessi giuristi romani hanno indicato esplicitamente. Ed è proprio attraverso questo sforzo, avviato sin dalle prime generazione dei doctores medievali che riscoprirono e studiarono le testimonianze giuridiche romane, che si è venuta costruendo una moderna < scienza> del diritto. Pertando dalla forte razionaltià dei metodi argomentativi e della coerenza logica e sistematica dei risultati dei giuristi romani, attestati nella grande, anche se assai parziale, documentazione a noi perventa, i giuristi medievali e moderni hanno elaborato categorie generali e metodi analitici forgiati su procedimenti logici sempre verificabili, controllabili e correggibili. D’altra parte, se già nell’ultima età repubblicana e in età augustea si poteva cogliere l’inizio di un mutamento nella composizione sociale dei giuristi romai, con la presenza di quadri < borghesi >, d’estrazione equestre, accanto agli esponenti dell’orginaria tradizione nobilare, dopo Augusto, tale mutamento venne decisamente accentuandosi. Negli ultimi suoi anni e , poi, sotto i suoi successori, il ceto dei giuristi subì una rapida modifica, aprendosi sempre più al ceto equestre. Non solo : iniziarono progressivamente a emergere tra costoro anche elementi di estrazione ancora più modesta o di origine provinciale. In verità si rifletteva anche in questo settore un più generale fenomeno di crescita e trasformazione dell’intera società imperiale. Certò questa è la tendenza di fondo che, all’osservatore ormai così lontano , è dato di cogliere. Ma non mancarono contraddizioni e resistenze. Così come contro il definito potere di Augusto , pur non mai seriamente minacciato da sussulti così gravi come quelli che si erano espressi con l’assassinio di Cesare, si delinearono tentativi di complotto e anche resistenze formali in senato. E questo si rivela anche nella scienza giuridica, dove abbiamo già visto come il giurista forse più brillante e autorevole di quell’età, Marco Antistio Labeone, esplicitamente si tenesse distaccato dal nuovo regime. E’ da ricordare, tra l’altro, come da lui discendesse la formazione di una delle due < scuole > di giuristi in cui si divise la scienza giuridica romana lungo tutto il corso del I secolo d.C. , sino a Salvio Giuliano, anche se essa avrebbe preso il nome di < proculiana> da un altro e minore giurista Proculio. Essa si contrapponeva alla scuola detta sabiniana da Masurio Sabino. Anche se i motivi di questa divisione sono tutt’altro che chiari , è verosimile l’idea di quegli studiosi moderni che vedono anche nel tradizionalismo e nella maggiore indipendenza politica di Labeone uno dei riferimenti che dovette incidere sulla formazione di due diverse tradizioni. Di esse la Sabiniana

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appare forse più realistica e più orientata a un maggiore rispetto per il dato materiale rispetto a operazioni più squisitamente speculative e astratte.

3. La matura stagione della scienza giuridica

Nel corso della prima eta del principato non era ancora venuta meno l’antica logica che aveva disciplinato quella piccola corporazione di specialisti . In verità questa, sin dalla sua prima affermazione, si era mossa sempre in parallelo e in simbiosi con l’autorità politica preposta all’applicazione e al controllo del diritto. Negli ultimi secoli della repubblica ciò era avvenuto, in base all’interazione dei giuristi rispondenti con quei pretori, appartenenti anch’essi allo stesso ristretto gruppo sociale e talora identificabili negli sessi giuristi. La nuova fisionomia < borghese > assunta ora dalla scienza e dalla vita del diritto in età imperiale e l’integrazione tra il principe e i giuristi esprimeva semplicemente il mutato assetto del governo e dell’intera società in questa nuova fase storica. In parallelo a tale trasformazione questo lavoro tese così a diventare una < professione > retribuita, sin nell’insegnamento che nella partecipazione al governo imperiale. Ad accenture e completare questo processo d’integrazione intervenne infine, agli inizi del II secolo d.C. , una svolta importante : il consolidamento in un testo definito e destinato a restare immutato , dell’editto del pretore. Tale < codificazione > fu effettuata, su ordine di Adriano , dal più grande giurista dei suoi tempi , e uno dei più grandi < tecnici > nella storia della giurisprudenza romana – Savio Giuliano. Questa decisione, piuttosto che una scelta improvvisa e arbitraria del principe, appare come il risultato di un processo in corso già da tempo. Si ricollega questo evento all’interno del ruolo profondamente innovativo e razionalizzatore dell’intero apparato imperiale svolto da quel grande irrequieto intellettuale e formidabile amministratore che fu Adriano. La sua azione non fosse circoscritta alla sfera del diritto, ma andava ben oltre. Ed è coerente a essa il generale potenziamento intervenuto allora del consilium principis, come momento di coordinamento dell’intero apparato statale. L’accresciuta presenza dei maggiori giuristi in tale organismo, voluto da questo principe, corrisponde certo alla funzione da esso assolta , sin dai temi di Clauio, un altro grande amministratore sicuramente sottovalutato da molti dei suoi contemporanei come da tanti autori moderni, di supportare con i suoi pareri tecnici la giurisdizione superiore del principe. Essa però esprimeva anche la definitiva integrazione di questo ceto di specialisti all’interno della burocrazia imperiale, sancendo in tal modo il definitivo e integrale spostamento dei processi formativi del diritto all’interno del nuovo sistema di potere. La composizione del consilium postadrianeo , con la presenza in esso dei vertici dell’amministrazione e della scienza giuridica, esprime la duplice competenza di ques’organo , evidenziando la nautra nuova dell’ordinamento politico derivante dalla stretta saldatura tra queste diverse funzioni. Lo stesso potere imperiale , con il suo mai dimenticato fondamento militare, trovava ora in esse nuova ragione e fondamento della sua legittimazione. Anzitutto come garante del funzionamento razionale e formalmente definito delle forme giuridiche dell’intera macchina di governo. Ma non meno importante e gravida di conseguenze sulle future idee intorno alla sovranità , era il concentrarsi nella persona del principe dei processi di produzione e di amministrazione del diritto. Erano così emersi, in modo sufficientemente definito , nel lorlo reciproco rapporto, i due elementi costitutivi di quella che sarebbe divenuta l’idea occidentale di < stato>. L’introiezione della scienza giuridica all’interno dell’amministrazione imperiale, completata da Adriano spiega anche perché, allora, si verificasse il sostanziale ridimensionamento del ius respondendi. Ora la legittimazione e il coinvolgimento dei giuristi o dei migliori di essi, nel processo di formazione di nuovo diritto, così come la libera innovazione ad opera del pretore col suo editto di fatto riassorbite in quello che sempre più ambisce, per la sua stessa natura < assolutistia >, a divenire l’unico centro produttivo del diritto : il potere imperiale. Con questa svolta si avviava l’ultima , gloriosa fioritorua della scienza giuridica romana nell’età degli Antonini e dei Severi.

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Allora emersero ancora grandi figure di giuristi, per giungere infine all’ultima stagione della scienza giuridica romana, con Ulpiano e Paolo, sino agli epigoni, Modestino e Marciano. Con i Severi, non terminò solo quel periodo storico che desniamo come < principato >, ma si concluse anche la fase vitale e produttiva della giurisprudenza del periodo che noi, per il suo ineguagliato splendore, chiamiamo < classica >. I giuristi successivi non poterono che rifarsi a quanto già realizzato in una sostanziale ripetitività , sino alla rinascita orientale, allorché i giureconsulti di Giustiniano furono in grado di raccogliere e selezionare l’antica eredità realizzando quel Corpus iuris civilis su cui l’Europa medievale e moderna ha fondato una parte così consistente della sua storia. Al volontario isolamento di Labeone o del suo allievo Nerva padre, suicida nel 33 d.C. , nel rimpiano di una libertà politica perduta, fa riscontro l’insigne carriera pubblica di Cassio Longino, allievo di Sabino, e di Giavoleno Prisco, entrambi elevati al consolato e chiamati ad assolvere ad alti incarichi dal proconsolato al governo provincile sino ai comandi militari e di Nerazio Prisco figlio, anch’esso giunto al consolato un anno dopo Giavoleno, e poi governatore della Pannonia, e tra i più autorevoli componenti del consilium di Adriano , dopo esserlo stato di quello di Traiano. Del consilium imperiale fece egualmente parte Giuvenzio Celso , pretore e due volte console e Salvio Giuliano, alievo di Giavoleno. Questi , non solo ebbe il compito di codificare l’editto del pretore, ma coprì numerose cariche sino al consolato e al successivo governo provinciale. Tra i grandi giuristi da Adriano ai Severi, forse solo Pomponio restò apparato , dedito essenzialmente allo studio , ed estraneo alle cariche dell’amministrazione imperiale. Anche sotto gli Antonini e Settimo Severo, infatti , quasi tutti i principali giuristi furono egualmente nominati a variare cariche e uffici dell’impero, da Marcello sino a Scevola e Papiniamo. Quest’ultimo percorse una lunga carriera all’interno dell’amministrazione imperiale sino a ricoprire la carica di prefetto del pretorio con Settimio Severo : una elevata funzione che segnò peraltro la sua rovina sotto Caracalla, che ne ordinò l’uccisione . Egualmente , i massimi giuristi dell’età dei Severi , Paolo e soprattutto Ulpiano ebbero la direzione di importanti uffici dell’amministrazione centrale e fecero parte del consilium del principe. Ulpiano pervenne anch’egli alla carica di praefectus praetorio. La crescente ampiezza delle trattazioni scientifiche svolte dalla ultime generazioni di giuristi < classici > esprime l’accresciuta dimensione ed estensione di una tradizione di sapere con cui essi dovevano confrontarsi. E, d’altra parte, nella loro opera emerge la crescente consapevolezza delle nuove fonti normative, direttamente o indirettamente rapportabili al pricipe, con numerose citazioni delle disposizioni contenute nelle costituzioni imperiali. Questo aspetto , tuttavia, non sembra incidere in modo immediato e radicale sul loro lavoro, modificandone la natura. Anche se , sono proprio tali giuristi a riconoscere e a generalizzare il valore e la portata normativa delle costitutuzioni. In verità in tutto ciò essi erano agevoli, e condizionati, dalla duplicità assunta dal loro ruolo : collaboratori del principe e, insieme, custodi di una tradizione scientifica ormai vetusta, che continuava a essere una struttura portante, oltre che un collante ideologico , della forma politica della società romana. Tradizione che già si era espressa nella repubblica aristocratica e che ora trovava una nuova , forse più durevole fisionomia, nel nuovo ordine imperiale.

4.La certezza del diritto

La circolazione delle conoscenze giuridiche, attraverso la pubblicazione delle opere di commento o delle raccolte di responsa da parte dei giuristi negli ultimi due secoli della repubblica, per quanto limitata dalla costosa riproduzione manoscritta dei testi, sicuramente raggiungese quei rispretti gruppi sociali primariamente interessati a una adeguata conoscenza del diritto. E sicuramente siffatto ordine d’informazioni, anche relative ai risultati dell’elaborazione giurisprudenziale, più immediatamente utilizzabili, erano egualmente acquisibili dai pratici Abbiamo già visto come la situazione iniziasse a mutare, tuttavia, quando , dopo la guerra Sociale e soprattutto dopo gli ulteriori allargamenti della cittadinanza effettuati da Cesare, un numero assai più elevato e, soprattutto, disseminato in ambiti territoriali sempre più vasti , fu ammesso a fruire del diritto romano. Allora , lo strato relativamente sottile entro cui circolavano gli scritti dei giuristi e, con essi , la conoscenza non solo delle poche norme scritte e delle previsioni dell’editto , o megli

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o dei vari editti magistratuali, ma anche di ciò che in concreto regolava i rapporti tra i privati e che era , in buona parte almeno, proprio il risultato della interpretatio dei giuristi dovette ampliarsi notevolmente. Ma se nei lontani municipi romani, pur retti dal diritto romano, già a stento poteva tenersi dietro alle modifiche annuali apportate dal petore al suo editto, quasi impossibile era poter seguire, data la ristretta e costosa circolazione di una scrittura solo manoscritta, la ricca produzione scientifica che, con la sua interpretatio ( sovente raccolta solo attraverso gli enunciati orali del maestro ), definiva la soluzione pratica dei casi, ne innovava talora in modo sostanziale la disciplina , incidendo sulla iurisdictio del pretore e dei suoi delegati periferici. Ben prima dell’editto di Caracalla, , moltissimi individui, nelle varie parti dell’impero, lontane giorni e giorni di viaggio da Roma, divenuti di questa cittadina , accedevano al diritto romano Non si deve sottovalutare il carattere frammentario e lacunoso che dovette caratterizzare la circolazione di una serie tanto numerosa di opere giuridiche. E’ pur vero che l’editto del pretore poteva fornire lo schema di base, riprodotto, impoverito forse e semplificato , dai decreti dei magistrati municipali, e gli statuti istitutivi della colonia o del municipio dovevano senz’altro ispirarsi agli schemi del ius civile romano. Ma qui le analogie si fermano , e da sole si appelesano insufficienti per potersi parlare di unità di un sistema giuriico : identico al centro come in periferia. Giacché proprio quella componente essenziale di esso rappresentata dall’elabrazione giurisprudenziale, giungeva solo assai limitatamente, e non sempre, in questa stessa periferia. Non si deve dimenticare che quella parte del diritto costituita dall’interpretatio giurisprudenziale non era codificabile, e neppure era ammissibile un ragionieristico tentativo di qualificare il peso delle varie opinioni e delle soluzioni alternative presenti nelle discussioni tra i giuristi. La consapevole concezione di un < diritto apeto > - un ius controversum ,dove cozzavano opinioni e soluzioni opposte, fondate sovente più sul prestigio dei rispettivi autori e sull’intima coerenza logica delle singole opinioni, che non sul peso degli argomenti addotti a loro sostegno, sovente restati affatto inespressi, almeno nei testi scritti, rendeva impercorribile tale strada. Invero questo tipo di diritti e di sapere difficilmente poteva superare un gruppo sociale ristretto e compatto quale non era più, in età imperiale, il vasto mondo dei cives Romani. Già prima , esso era stato caratterizzato da un elevato livello d’incertezza nelle previsioni dei privati. Ciò pote tollerarsi solo in virtù del carattere fortemente coeso che la società romana aveva conservato sino alla tarda repubblica, dove i principali protagonisti della vita giuridica, ivi compresi i titolari dei negozi e i potenzili litiganti, appartenevano a un grupo sociale ristretto e unito da comuni valori e interessi. Tuttavia , proprio quando le difficoltà inerenti a tale sistema, con l’ampliamento territoriale della sua vigenza si aggravarono in età imperiale, noi vediamo emergere quelle che potremmo definire le < linee di difesa > che la stessa organizzazione giuridica eresse onde assicurare un livello minimo di certezza del diritto. Ma molto più fu realizzato dal principe con la sua funzione d’indirizzo e di coordinamento . Un’azione che si espresse in quel corpo di rescripta, epistulae, decreta, a noi pervenute in misura molto minore e parziale rispetto alla produzione originaria, raccolta nel corso dei secoli nella cancelleria imperiale. Tale da darci comunque la misura non solo del sempre più incisivo e vasto intervento del governo centrale nella sfera giuridica, a dirimere le incertezze dei privati e degli stessi giudici. Esso attesta anche il ruolo del principe nell’assicurare un adeguato e uniforme livello di conoscenza di ciò che era il < diritto > da parte della periferia dell’impero. D’altra parte lo stesso sviluppo quantittativo delle opere della giurisprudenza imperiale, l’accumularsi di un materiale scientifico sempre più ampio e disordinato contribuì a ingenerare processi di selezione e di ricomposizione. Nel tempo le opere più antiche si dissolsero e cessarono di incidere direttamente sul livello di conoscenze e sulle applicazioni pratiche. Esse venenro comunque assorbite e recuperate , nei loro nuclei significativi, dai giuristi successivi che ne citarono le soluzioni, accogliendole o innovando ulteriormente, talora invece respingendole. In tal modo si costruì una catena di saperi in cui le opere più recenti, assumendo l’eredità del passato, contribuirono a selezionarlo, disperando buona parte di esso. Questa inevitabile selezione e semplificazione non a caso trovò il suo compimento più significativo, in una stagione più avanzata della scienza giuridica romana, quando già iniziarono ad avvertirsi

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sempre più gravi crepe nel grande edificio imperiale, nell’età dei Severi. E’ infatti con gli ultimi grandi Ulpiano e Paolo , che la loro opera assunse più nettamente la fisionomia di un colossale e sistematico recupero di quanto , a partire addirittura da Quinto Mucio o da Servio restava di valido e accettabile degli schemi e delle soluzioni elaborate nel corso delle varie generazioni. Una summa di sapere che, a sua volta, obliterava la biblioteche in cui si stipavano le antiche opere.

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