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Fondamenti di Scienza Politica - Riassunto esame di Scienza Politica - Cotta, Morlino e Dalla Porta, Sintesi di Scienza Politica. Università di Napoli L'Orientale

Scienza Politica

Descrizione: Fondamenti di Scienza Politica - Riassunto esame di Scienza Politica contenente appunti, sintesi e schemi. Libro consigliato per l'esame: Cotta, Morlino e Dalla Porta
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Universita: Università di Napoli L'Orientale
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jodi92 - Università della Calabria

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20/07/13 15:53
harrytiamo - Università Cattolica del Sacro Cuore - Milano

Grazie!

23/05/13 18:03
gabros - Università di Sassari

Ottimo

17/04/13 12:52
irenina90 - Università di Sassari

Sembrano abbastanza ben fatti!!:)

13/04/13 19:21
mario.svizio1 - Università di Firenze

Ben fatto. Mi sono trovato molto bene. grazie

14/03/13 19:17

SCIENZA POLITICA Definizione Bobbio: studio della realtà politica applicando la metodologia delle scienze empiriche.

Compare alla fine dell'800 In Italia 1896 Elementi di Scienza Politica (Gaetano Mosca) Anni '50: ricostituzione della scienza politica come conoscenza empirica della politica (Sartori)

Differenze con la filosofia politica, diritto pubblico, storiografia: -esclusione di giudizi morali (avalutatività), -distinzione dei processi reali da quelli formali, -dati slegati da tempo, luogo, circostanze specifiche.

Dagli USA: rivoluzione comportamentista > studio del comp. individuale + metodo scientifico

Approcci 1) A. istituzionale-tradizionale: anni 60 2) Studi sul potere politico e le elites 3) Approccio sistemico: metà anni 60. Il sistema politico è l'unità centrale di analisi, è un insieme di interazioni e processi che det. le decisioni politiche > input: domande a sostegno della comunità politica > outpt: decisioni e reazioni della comunità politica. Tra inputs e outputs ci sono i processi decisionali.

4) Approccio della scelta razionale: due assunti ( individualismo e comportamento utilitarista) > comportamento razionale e fnalizzato a massimizzare l'utilità. Critiche: assunti irrealisti ( non c'è ad es. sempre completa info) spiegazioni a posteriori di eventi già avvenuti Dominante negli USA, minoritario in Eu e Italia.

5) Neo-istituzionalismo: ruolo centrale delle istituzioni attenzione per le strutture politiche tradizione delle analisi istituzionali a) N-I storico: attenzione alla dimensione temporale e produzione di paths, percorsi definiti dalla storia delle istituzioni b) N-I sociologico: alla base delle istituzioni gli aspetti culturali. c) N-I basato sulla Teoria della scelta razionale: le istituzioni risolvono il paradosso della azione collettiva, difficoltà a cooperare per un bene comune.

LA POLITICA Invenzione umana, collettiva o individuale che riguarda la gestione della collettività responsabile dell’ordine pacifico. La politica comporta una serie di attività svolte da attori individuali o collettivi più o meno specializzati [CHI] intraprese in uno specifico ambito territoriale e in una data comunità, il sistema politico [DOVE] nel quale si prendono decisioni vincolanti o imperative che distribuiscono chances di vita, possibilità di scelte e vincoli, purché si sia risolto il problema dell’ordine e della sicurezza [PERCHE’]; sia l’ordine che le funzioni di benessere possono essere svolte e stabilite ricorrendo a strumenti coercitivi-repressivi [politica autoritaria] sia a strumenti consensuali-partecipativi [politica democratica] [COME]

1.Le tre facce della politica. POLITICS: L'insieme delle architetture del potere, dei processi e degli attori. POLICY: Decisioni, provvedimenti che interessano individui, gruppi o interi settori della società. POLITY: Definizione dell'identità e dei confini della comunità politica organizzata.

Politics, ovvero problema del potere e delle istituzioni. É il principale aspetto dello studio della politica, l'analisi della sfera del potere, inteso come capacità di influire sulle decisioni altrui. In particolare, oggetto di studio è

• la natura del potere (cioè la sua legittimazione e il modo di utilizzarlo), • la sua distribuzione e trasmissione (chi lo detiene e come si stabilisce chi ne è il titolare), • il problema di come viene esercitato e limitato.

Lo studio del potere si può idealmente articolare su due piani fondamentali: • il primo è quello che analizza le architetture del potere, ovvero i regimi politici. • Il secondo è quello che studia gli attori che operano all'interno dei regimi e i processi che vi si

svolgono. Per ciascuno di questi due livelli possiamo distinguere tra:

• un approccio di studio statico e di breve periodo (diretto a individuare le differenze tra i vari regimi e mettere a fuoco la struttura interna di ciascuno, cioè sugli attori e le loro caratteristiche, sulle istituzioni e sui processi)

• un approccio di studio dinamico e di lungo periodo (che si concentra invece sulle trasformazioni di regime e sulla loro spiegazione).

Policy, ovvero la politica nella società: Policy indica le politiche pubbliche, ovvero i programmi d'azione, proposti dagli attori politici e decisi nelle sedi politiche, i cui effetti influiscono sulla vita quotidiana dei cittadini. In questo modo la politica mostra il suo aspetto di governo, cioè il modo di affrontare e risolvere i problemi della comunità, dirigendosi verso l'esterno. Si può dire che le policies sono il prodotto della politica. Dal punto di vista della scienza politica, studiare le policies (che sono molto eterogenee, andando dai singoli provvedimenti a sistemi concatenati di decisioni) significa:

• innanzitutto, analizzarne i contenuti e mettere in luce la distribuzione dei costi/benefici che comportano;

• in secondo luogo, significa indagare il processo di decisione nelle sue diverse fasi e studiare gli attori che in questo sono coinvolti e le relazioni che intercorrono tra essi;

• infine, merita una specifica attenzione tutto il processo di attuazione delle politiche, una fase tutt'altro che irrilevante, dato che vede in gioco burocrazie pubbliche, destinatari delle politiche e gruppi di interesse che possono facilitare, distorcere o persino bloccare l'attuazione di policies.

Polity La polity è la definizione dell'identità e dei confini di una comunità politica. Una comunità politica non ha dimensione definita e immutabile, bensì variabile nel tempo anche se più lentamente di altri aspetti della politica. L'aspetto dei confini ha influenza diretta sulla polity: se cambia il territorio cambia anche la comunità politica e l'ambito di vigenza dell'autorità politica, in concreto la sua capacità di attuare le decisioni prese dagli organi politici centrali (es Cecoslovacchia). Ma la polity, oltre agli aspetti riguardanti la definizione della comunità politica, cioè del territorio e della popolazione che insiste su quel territorio, comprende anche le strutture e i processi di mantenimento e cambiamento della comunità: dalla polizia alla magistratura, dalla burocrazia all'esercito. Riguardo alla natura e caratteristiche della polity, l'epoca contemporanea è stata dominata dallo Stato nazionale: una particolare forma di polity che combina una cospicua serie di istituzioni per il controllo centralizzato di ampi territori e popolazioni con un forte e diffuso senso di appartenenza ad una comune identità culturale. Esistono cmq anche polities costruite su basi multinazionali (ad esempio l'impero austro-ungarico o la Svizzera attuale).

Grado e modi del coinvolgimento degli individui nella vita della polity possono essere estremamente diversi. In alcune polities possono caratterizzarsi come partecipazione attiva di una maggioranza anche molto ampia. I componenti della polity si qualificano allora come cittadini. In altre invece il coinvolgimento è essenzialmente passivo e prevale la figura del suddito.

La natura della polity non dipende però, solo dal principio sul quale essa si fonda, ma anche dalla sua organizzazione interna. In proposito si può concentrare l'attenzione su due poli estremi:

• da un lato una polity fortemente centralizzata e omogenea • dall'altro una polity a elevato grado di decentramento e differenziazione.

Come per lo studio delle altre facce della politica, anche qui accanto ad un approccio statico abbiamo un approccio dinamico, proprio perchè la polity non è una realtà naturale e immutabile, di cui quindi ne vanno studiate le dinamiche (costruzione,durata nel tempo, trasformazione, crisi, eventuale crollo). I processi di costruzione/distruzione di una polity se, a prima vista, appaiono non facilemente distinguibili dai processi di politics (conquista e gestione del potere), ai quali a volte si mescolano, presentano però, ad un più attento esame, delle peculiarità proprie. Investendo la dimensione della identità di una comunità politica e dei suoi confini con le altre comunità politiche, tali processi riguardano uno spazio che sta tra politica interna e politica internazionale. a) Quando una comunità politica nasce o viene distrutta, si espande o si contrae inevitabilmente si pongono problemi di rapporti e di equilibri nell'arena politica internazionale con altre comunità politiche che, in questi processi, possono sentire una minaccia o trovarvi un'opportunità. b) Allo stesso tempo, però, sono fondamentali per questa faccia della politica gli aspetti interni. Un ruolo particolarmente importante ai fini della costruzione di una polity e della sua conservazione l'hanno sicuramente i meccanismi simbolici (come le bandiere, inni, cerimonie, monumenti, necessari per far sviluppare il senso di appartenenza ad una stessa comunità), ma anche quelli materiali (cioè quelle “tecnologie potestative” capaci di assicurare il mantenimento dell'autorità all'interno della polity e, dunque, adeguate alle dimensioni e caratteristiche della stessa. Ad es. il crollo dell'impero sovietico, con il distacco degli stati satelliti, trova la sua spiegazione nella crisi di quel particolare tipo di tecnologia del potere che era stato il partito bolscevico e della sua capacità di tenere insieme una polity così estesa e complessa.

Come cambia la politica? Se volessimo cercare di riassumere i mutamenti che hanno caratterizzato la politica negli ultimi 200 anni potremmo parlare di tre grandi linee di trasformazione nell'ambito della polity, della politics e della policy. Si può dire che la costruzione dello stato nazionale, la nascita e il consolidamento della democrazia e lo sviluppo di un sistema di welfare state universalistico esprimono sinteticamente nei 3 rispettivi settori la vicenda evolutiva della politica moderna. Questo però non vuole affattto dire che per la politica si sia ormai prossimi ad una sorta di “fine della storia”. Infatti:

POLITY: stato nazionale - nonostante il progressivo processo di diffusione degli stati nazionali, lo sviluppo di organismi internazionali e sopranazionali e fenomeni come l'integrazione europea segnalano una parallela spinta verso la limitazione della sovranità esterna degli stati: - inoltre, ci troviamo di fronte ad un crescente emergere di spinte regionaliste e autonomiste che sfidano e cercano di limitare la sovranità interna. - infine vediamo che si diffondono assetti caratterizzati dalla coesistenza di livelli di governo diversi tra loro (ad es. centrale, regionale), ma non gerarchicamente ordinati come nel modello classico di stato nazionale. POLITICS: democrazia - nonostante la netta tendenza verso il consolidamento della democrazia, come dimostrano le transazioni in America Latina, Europa orientale e Asia, proprio nel momento del trionfo di questa forma di regime politico, non si sfugge alla sensazione che anche il cammino di sviluppo della democrazia incontri limiti e possibili involuzioni. - in molti paesi di consolidata democrazia non solo il livello di fiducia nei confronti delle istituzioni, ma anche quello di partecipazione dei cittadini alla vita pubblica non cresce o addirittura diminuisce. - inoltre, indebolitasi la minaccia degli oppositori del regime democratico, diventa più facile riconoscere i limiti della democrazia reale rispetto agli ideali ai quali si richiama. - la sovranità popolare, ovvero il controllo dei cittadini sul potere, si realizza nella pratica in misura tutt'altro che piena, in quanto limitata ad es da gruppi di pressioni od oligarchie dotate di risorse e ben organizzate. POLICY: welfare state - il sistema di welfare state, la cui crescita fino a qualche anno fa sembrava inarrestabile, deve fare i conti con crescenti ripensamenti. Dal sistema pensionistico a quello sanitario le proposte orientate a ridurre il ruolo dello stato e a restituire ai privati una parte di responsabilità vanno intensificandosi. - in un altro importante settore di policy, quello delle poltiche economiche, lo sviluppo dello stato interventista subisce la sfida rinnovata del mercato e le politiche di privatizzazione smantellano molti dei tradizionali strumenti di intervento dello stato nell'economia. - in definitiva il lungo ciclo di politicizzazione, cioè di espansione della politica nella vita sociale ed economica, sembra lasciar posto ad un processo di “depoliticizzazione”, cioè di riduzione della sfera della politica.

DEMOCRAZIA 1 Definizione Per secoli si è discusso sul significato di democrazia. Il significato letterale è “potere del popolo”, ma esso è stato riformulato e arricchito con la famosa espressione “potere dal popolo, del popolo, per il popolo”, nel senso che il potere deriva dal popolo, appartiene al popolo e deve essere usato per il popolo. Se fino a qualche decennio fa alla democrazia reale erano ancora attribuiti significati diversi (si chiamavano così ad es la Polonia e l'Inghilterra degli anni '50, oggi non è più in discussione il fatto che siano democrazie le liberal-democrazie di massa, ovvero quei regimi contraddistinti dalla reale garanzia di partecipazione politica della popolazione adulta maschile e femminile e dalla possibilità di dissenso, opposizione e anche competizione politica1.

Al fine di capire più immediatamente quali regimi possano essere considerati democratici e quali no, molto importante è la cd. definizione minima di democrazia, quella cioè che indicano quali siano i pochi aspetti, più immediatamente controllabili ed empiricamente essenziali, che consentono di stabilire una soglia al di sotto della quale un regime non possa venire considerato democratico.

Secondo questa definizione, democratici sono tutti quei regimi che presentano almeno: a) suffragio universale, maschile e femminile; b) elezioni libere, corrette, ricorrenti (il che implica anche la reale garanzia dei diritti civili e politici); c) pluripartitismo; d) diverse e alternative fonti di informazione.

Osservando tale definizione possiamo facilmente parlare, come d'altronde hanno fatto diversi autori, di una democrazia formale o procedurale: la democrazia è in sostanza una forma, un insieme formalizzato di regole a cui si riconducono diritti e libertà e che fa sì che le decisioni (i contenuti) siano prese seguendo det. procedure. Vi è cmq incertezza decisionale, in quanto si può assumere un ampia gamma di decisioni su molteplici temi (anche se alcune condizioni socio-economiche, come il mercato e la proprietà privata devono essere garantite). Si può dunque sostenere che il regime democratico è quello che: a) consente la maggiore incertezza riguardo il contenuto delle decisioni che gli organi eletti possono assumere; tale incertezza è cmq sempre relativa e non può superare certi confini; b) si fonda su un accordo-compromesso che fissa regole collettivamente accettate.

Queste considerazioni spingono a dare una definizione empirica e procedurale di democrazia, come quell'insieme di norme e procedure che risultano da un accordo-compromesso per la risoluzione pacifica dei conflitti tra gli attori sociali politicamente rilevanti (imprenditori, sindacati), e gli attori istituzionali presenti nell'arena politica.

Questa definizione, oltre a mettere maggiormente in evidenza l'aspetto genetico – come nasce e come si forma un regime democratico – permette di cogliere un importante aspetto di fondo di qualsiasi regime democratico, troppo spesso trascurato: la democrazia è un regime caratterizzato da regole e istituzioni che devono bilanciare principi opposti: - la d. necessita dell'accordo ma deve allo stesso tempo accettare il dissenso e il conflitto; - deve ammettere l'incertezza dei risultati decisionali, ma ha bisogno della certezza delle regole; - deve applicare la regola di maggioranza come reg decisionale principale, ma deve proteggere i diritti delle minoranze;

1 Definizione di Schumpeter e di Sartori p 42.

- si deve caratterizzare per un'ampia rappresentanza delle varie voci nelle sedi decisionali, come il

parlamento, ma al contempo non può rinunciare a un alto grado di efficacia decisionale e funzionalità.

2 Tipi e modelli di democrazia2

Democrazia rappresentativa e democrazia diretta Iniziamo da una prima distinzione basilare, quella tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta. a) La democrazia rappresentativa è un regime basato sulle regole e le istituzioni della rappresentanza, ovvero caratterizzato da - elezioni libere, competitive, corrette, ricorrenti, - strutture rappresentative (governo, parlamento), - dal fatto che le decisioni politiche vengano delegate a specialisti della politica.

b) La democrazia diretta coincide invece con la democrazia degli antichi, ovvero delle antiche città, dove un piccolo numero di cittadini si riunivano e decidevano sui problemi che li riguardavano. Era tuttavia un regime che oggi designeremmo come autoritario, in quanto di solito un gruppo di cittadini conviveva con un numero ben più ampio di persone senza diritti e in posizione subordinata. Istituti di democrazia diretta come i referendum si sono mantenuti nelle attuali democrazie che sono in larga misura rappresentative. Questa distinzione, come anche tutte le altre tipologie proposte nel corso degli anni, presenta un problema metodologico di fondo in quanto opera una scelta eccessivamente semplificante di un numero ridotto di dimensioni, di solito non più di due.

Tipologia democratica di Lijphart (1984) Un altra proposta di modelli democratici è quella proposta da Lijphart. Lo studioso elabora una tipologia democratica che assume come centrali due variabili: - la propensione delle elites all'accordo o al conflitto - l'esistenza di una cultura politica omogenea o eterogenea. Ne emerge una tipologia interessante strutturata in 4 tipi democratici:

• d. consociativa accordo/eterogenee (Olanda) • d. depolicizzata accordo/omogenea (USA) • d. centripeta conflitto/omogenee (UK) • d. centrifuga conflitto/eterogenee (Francia, Italia)

Modelli: principio maggioritario e consensuale Più promettente di una tipologia, necessariamente basata su un numero ristretto di dimensioni, è la costruzione di modelli, capaci di enucleare un maggior numero di dimensioni rilevanti e di far perdere un numero di informazioni molto inferiore, guadagnando così in rigore e precisione. In un altro studio Lijphart ha costruito due “modelli polari” ovvero con caratteristiche opposte cominciando con l'osservare come le democrazie ispirino le loro “forme istituzionali” a due principi che possono essere puri o misti: il principio maggioritario e il principio consensuale.

Sulla base del principio maggioritario, la democrazia è un regime in cui i rappresentanti, eletti sulla base di elezioni libere, competitive e ricorrenti, raggiungono le proprie decisioni in base al principio di maggioranza. Il risultato decisionale è così determinato dalla maggioranza delle preferenze.

2 La tipologia che distingue tra democrazie parlamentari, presidenziali e semi-presidenziali. È in realtà una tipologia dei rapporti tra esecutivo e legislativo.

Questa concezione della democrazia è stata criticata dai sostenitori del principio consensuale, i quali osservano che di fatto il principio maggioritario non viene applicato nella maggior parte delle decisioni pubbliche e invece sottolineano l’importanza della ricerca dell’accordo, del consenso più ampio, del compromesso. In questa prospettiva, la democrazia è più tolleranza reciproca che tirannia della maggioranza; più ricerca di accordo che vittoria da un parte.

Le due concezioni di democrazia danno vita a due modelli istituzionali, internamente coerenti, nel senso che tutte le caratteristiche del modello maggioritario convergono verso la concentrazione del potere politico nella maggioranza e quelle del modello consensuale convergono nella diffusione e ripartizione del potere. Queste caratteristiche si possono raggruppare in due insiemi, quello riguardante il potere esecutivo e i partiti e quello riguardante l'assetto unitario o federale di un regime politico e altri aspetti connessi. Combinando le diverse dimensioni, il primo modello istituzionale di democrazia che emerge è definito: A) Modello Westminster si attiene al principio maggioritario e prende ispirazione dal modello inglese e dal nome del parlamento britannico. E’ contraddistinto da:

- concentrazione del potere esecutivo in governi monocolore e maggioranze risicate; - fusione dei poteri (legislativo ed esecutivo) e dominio del governo; - sistema bipartitico con una sola dimensione rilevante; - sistema elettorale maggioritario; - pluralismo dei gruppi di interesse; - governo centralizzato e unitario; - bicameralismo asimmetrico; - costituzione flessibile e sovranità parlamentare; - assenza di controllo di costituzionalità; - banca centrale controllata dall’esecutivo; - esistenza esclusiva di forme di democrazia rappresentativa.

B) Il modello consensuale si attiene a quello che è il principio consensuale cioè la diffusione e ripartizione del potere. E’ contraddistinto da:

- governi formati da più partiti e ampie coalizioni; - equilibrio di poteri fra esecutivo e legislativo; - sistema multipartitico; - sistema elettorale proporzionale; - sistema di interessi concertato e neo-corporativo; - decentramento e assetto federale; - bicameralismo forte e rappresentanza delle minoranze; - costituzione rigida e potere di veto delle minoranze; - controllo costituzionale; - indipendenza della banca centrale.

I due modelli sono emersi in circostanze storiche diverse: Il modello maggioritario è nato e si adatta a società omogenee, dove i maggiori partiti sono politicamente non distanti. Il modello consensuale tende a nascere invece in società non omogenee, ovvero in società plurali divise da fratture religiose, ideologiche, linguistiche, culturali, dove le politiche dei partiti sono distanti tra loro e dove la fedeltà degli elettori ai lori partiti è più rigida, riducendo così l'opportunità per i principali partiti di alternarsi nell'esercizio del potere.

3. Democrazie ideali e qualità democratica (def. normativa) Non è possibile limitare l'analisi alle sole democrazie empiricamente esistenti. Giungere a stabilire che cosa sia o possa essere una democrazia ideale è utile specialmente quando l'analisi si sposta sulla qualità democratica.

La democrazia ideale, secondo la definizione di Dahl, è un regime caratterizzato da una necessaria corrispondenza tra gli atti del governo e i desideri dei cittadini, ovvero un regime dove c'è una continua capacità di risposta (RESPONSIVENESS) del governo alle preferenze dei cittadini. Ma come è possibile individuare i desideri o le preferenze dei cittadini? Chi ha titolo ad esprimerle senza tradirle o modificarle? E come tradurre empiricamente poi la responsiveness? Per superare i problemi empirici che ogni definizione pone Dahl suggerisce una via d'uscita attraverso 2 postulati. 1° POSTULATO affinché un regime sia capace di risposta nel tempo, tutti i cittadini devono avere uguali opportunità: - di formulare le loro preferenze - esprimere tali preferenze agli altri e al governo, - ottenere che le loro preferenze siano pesate ugualmente senza discriminazioni.

2° POSTULATO affinché ci siano queste tre opportunità sono necessarie 8 garanzie costituzionali: - libertà di associazione - libertà di pensiero ed espressione - diritto di voto - diritto di competizione elettorale - fonti di info alternative - diritto di elezione a pubblici uffici - elezioni libere e corrette -esistenza di istituzioni che rendono le politiche governative dipendenti dal voto e preferenze.

In altre parole, Dahl traduce in due precisi assunti la sostanza di quanto è stato sostenuto dalla dottrina liberale costituzionale sulla corrispondenza responsabilità-rappresentanza-elezione, e assume che la responsabilità viene fatta valere attraverso la capacità di sanzione di chi vota, il quale potrà e dovrà valutare autonomamente la responsivenes governativa alle proprie preferenze.

Responsiveness e relativa responsabilità sono dunque elementi importanti per la qualità democratica. Ma come è possibile farli valere concretamente? In concreto si può affermare che il cittadino votante può far valere quella responsabilità, e dunque, spingere i governanti alla responsiveness se esiste concretamente la possibilità di alternanza tra partiti al governo.

A contrario se c'è un partito che supera largamente e per anni la metà dei seggi, la possibilità concreta di sanzione del votante (voto ad un altro partito) è pressoché inesistente, e così: - non c'è responsabilità - la spinta alla responsiveness è debole.

É cmq ipotizzabile una responsiveness anche dove non c'è alternanza in caso di: - presenza di varie strutture/sedi di partecipazione/contrattazione e cittadini partecipanti e consapevoli - esistenza un opposizione non solo politica ma anche dei mezzi di info - efficienza degli apparati amministrativo e giudiziario (per la tutela dei diritti)

4 Condizioni favorevoli (non-politiche) Un'ulteriore domanda che si pone nello studio della democrazia è se sia possibile individuare condizioni non direttamente politiche rilevanti e favorevoli per le democrazie del passato e per quelle di più recente formazione. Queste condizioni, cmq, non possono essere definite univocamente, cambiano da paese a paese e a seconda del periodo storico, dell'assetto istituzionale, delle condizioni economiche.

Condizioni culturali e democrazia consociativa Soprattutto negli anni 50 diversi studiosi hanno cercato di isolare il complesso dei valori che rendono la cultura politica di un certo paese più adatta per le istituzioni democratiche. Sulla scorta di Montesquieu e Weber, alcuni autori hanno creduto di trovare il denominatore comune nei valori affermatisi attraverso la religione ebraico-cristiana. ● Uno dei primi e più articolati tentativi di individuare i valori che pongono le basi culturali migliori per un regime democratico - e soprattutto per la sua stabilità - sono quelli di Almond e Verba (1963). Per questi autori la cultura che meglio sostiene un sistema di questo tipo è la cosiddetta cultura civica: una cultura caratterizzata da partecipazione; attività politica vivace; impegno civile moderato; assenza di dissensi profondi, fiducia nel proprio ambiente sociale; rispetto per l’autorità; senso di indipendenza;atteggiamenti favorevoli verso le strutture politiche

● Dalla ricerca di Almond e Verba in poi il settore di studi riguardante la cultura politica si è enormemente sviluppato, anche se è rimasta inalterata la controversia su quale sia il complesso di valori e atteggiamenti effettivamente rilevanti . Diverse altre ricerche, come quella di Lijphart, hanno dimostrato come una cultura politica, caratterizzata da aspetti oggettivamente sfavorevoli alla democrazia, possa essere aggirata e superata da altri fattori – solo in parte di tipo culturale – fino a giungere al risultato di una democrazia stabile.

● Questo caso è illustrato dagli studi sulle democrazie consociative, cioè quei regimi caratterizzati da: - società plurali, cioè società con profonde divisioni religiose, etniche, linguistiche e ideologiche intorno a cui sono strutturare le diverse organizzazioni politiche e sociali, quali partiti, gruppi d’interesse e mezzi di comunicazione; - governi con larghe coalizioni; - meccanismi di veto indirizzati a garantire meglio le minoranze a livello decisionale - applicazione del principio di proporzionalità in tutte le sedi rilevanti - alta autonomia nella gestione dei diversi segmenti della società; - maggiore importanza degli atteggiamenti delle elites rispetto alla cultura politica a livello di massa.

La democrazia in questi casi è quindi garantita non da elementi culturali, ma geopolitici (piccole dimensioni del paese), politico-strutturali (esistenza di equilibrio di potere tra i segmenti sociali), politico-sociali (più segmenti organizzati organizzati in strutture proprie, partiti e altre associazioni autonome) e storici (tradizioni di accordo tra le elites).

Condizioni economico-sociali a) Tra le condizioni economico-sociali numerosi autori hanno indicato nel pluralismo sociale come una condizioni che rendono più probabile l'instaurazione e il mantenimento di una democrazia. Con tale espressione, che va distinta da pluralismo culturale3, si intende una ampia articolazione e differenziazione della società in diversi gruppi sociali fra i quali si distribuiscono le risorse eco.

3 Le due espressioni connotano realtà sociali almeno in parte differenti: non vi può essere pluralismo culturale senza pluralismo sociale, ma vi può ben essere semmai il contrario.

É questo tipo di pluralismo sociale, in società culturalmente poco plurali che viene considerato il

terreno più favorevole ad assetti politici democratici. Infatti, si assume anche che il pluralismo sociale implichi il pluralismo politico, ovvero pluralismo nelle istituzi oni politiche intermedie (partiti, sindacati e gruppi di pressione). b) Un'altra condizione favorevole per la democrazia è un alto livello di alfabetizzazione, nonché la diffusione e sviluppo dei mass media. c) Altra condizione favorevole è l'assenza di disuguaglianze economiche estreme, visto il presupposto secondo cui la concentrazione di ricchezza, status sociale, conoscenze comporta anche la simile concentrazione di risorse politiche.

Ci possiamo a questo punto chiedere se esista una correlazione tra sviluppo socio-economico e dem. Possiamo rispondere che non vi è un legame necessario: si tratta di una correlazione spuria, in cui la direzione di causazione non è chiara. Pluralismo sociale, istruzione comunicazione e assenza di disuguaglianze sono i presupposti più sicuri di un possibile assetto democratico; anche se poi nel mondo moderno è frequente la correlazione fra sviluppo economico e le 3 condizioni. Queste tre condizioni poi, sono condizioni necessarie ma non sufficienti, che possono essere anche presenti in regimi non democratici. Si capisce allora meglio come alcuni autori insistano nel sottolineare l'importanza della leadership: la democrazia è anche una scelta che un elite politica può fare superando certe condizioni socio-economiche meno vantaggiose, o anche indipendentemente da esse.

Percorsi storici precisi. É possibile affrontare il problema delle condizioni più favorevoli per un assetto democratico, adottando una prospettiva storica. Questa prospettiva è stata adottata ad es. da Barrington Moore, il quale individua le condizioni di fondo che in paesi come l'Inghilterra, la Francia e gli USA hanno consentito l'instaurazione democratica. Moore vede un unico processo di cambiamento fondato su 5 fattori:

• un equilibrio tale da impedire l'affermazione di una monarchia assoluta e lo strapotere dell'aristocrazia terriera.

• una svolta verso l'agricoltura mercantile (e non tanto l'industrializzazione) • indebolimento dell'aristocrazia terriera che si rivolge ad attività mercantili e industriali,

integrando anche gli stessi contadini nella produzione per il mercato • mancanza di una coalizione aristocratico-borghese contro i contadini e i lavoratori, al contrario

antagonismo tra aristocrazia terriera e borghesia mercantile-industriale, che favorisce la competizione per acquistare un più ampio appoggio popolare che alla fine integra anche la classe popolare nel regime democratico.

• rottura rivoluzionaria con il passato. Le rivoluzioni inglese, americana e francese sono state per Moore indispensabili alla democratizzazione.

Un punto molto dibattuto di questa analisi è che la rottura rivoluzionaria non è un elemento indispensabile alla successiva democratizzazione e non ha sempre luogo, come successo alle piccole e medie democrazie europee. Piuttosto, possiamo affermare che la violenza ha un ruolo centrale nel mutamento politico. Come fa osservare Rokkan, le date degli eventi bellici, specie le due guerre mondiali, sono decisivi per il passaggio alle democrazie di massa.

Il quesito più specifico da porre é perché le classi sociali privilegiate accettino di trasformare i regimi

liberali e oligarchici in democrazie di massa, ammettendo nell'arena politica le classi sociali inferiori e dei partiti e sindacati che li rappresentano? Possiamo dire che le elites accettano questo allargamento come soluzione di accomodamento e di compromesso per evitare più gravi problemi (come una radicalizzazione nella mobilitazione delle classi inferiori) e per anzi ottenere, integrandole, l'appoggio delle classi sociali inferiori al loro potere politico (parlamentare o di governo).

5. La prima democratizzazione. Vediamo adesso il percorso che per la prima volta porta all'instaurazione di un regime democratico. Competizione e partecipazione L'analisi più semplice e efficace della prima democratizzazione è quella di Dahl (1971) che individua due processi fondamentali al centro del cambiamento: 1) ammissione del dissenso, opposizione, competizione fra le diverse forze politiche. 2) crescita di inclusività, ovvero la proporzione della popolazione legittimata a partecipare, controllare e opporsi all'operato del gov.

1) Il primo processo determina l'emergere dei diritti civili (libertà di espressione, associazione, stampa); 2) Il secondo processo determina invece l'espansione dei diritti politici e dunque la partecipazione.

Dahl, sulla base delle due dimensioni, individua 3 percorsi principali verso la democrazia: a) la competizione precede l'inclusività. Si ha in questo caso un processo in cui si passa dalla egemonia chiusa (1 e 2 no) > alla oligarchia competitiva (1 si 2 no) > alla poliarchia (1 e 2 si). b) l'inclusività precede la competizione. Si ha in questo caso un processo in cui si passa dalla egemonia chiusa (1 e 2 no) > alla egemonia con partecipazione (1 no 2 si) > alla poliarchia (1 e 2 si) c) la competizione e l'inclusività crescono contemporaneamente. Si ha in questo caso un processo in cui si passa direttamente dalla egemonia chiusa alla poliarchia, o liberal-democrazia di massa.

Il punto più interessante da sottolineare è che il caso a) è quello più frequente nelle democrazie europee come laGB, la Svezia, la Norvegia, che si sono consolidate meglio e non sono crollate negli anni 20/30.

Diritti sociali e mobilitazione delle classi inferiori Oltre allo sviluppo dei diritti civili e politici, l'emergere delle democrazie occidentali è caratterizzato anche dal graduale sviluppo dei diritti sociali; in altre parole possiamo dire che la prima democratizzazione vede lo sviluppo di una cittadinanza a tre dimensioni:

- Elemento civile: è costituito dai diritti necessari alla libertà individuale (di parola, di pensiero, di fede, diritto di proprietà privata, diritto di ottenere giustizia). Le istituzioni connesse con i diritti civili sono le strutture giudiziarie

- Elemento politico: riguarda l'acquisizione del diritto di voto o di partecipare all'esercizio del potere politico. Le istituzioni connesse sono le istituzioni rappresentative, locali e nazionali.

- Elemento sociale: riguarda tutta la gamma che va dal diritto al benessere e alla sicurezza economica fino al diritto a partecipare pienamente al retaggio sociale e a vivere la vita di persona civile. Le strutture connesse sono i servizi sociali, il sistema scolastico ecc, che configurano il cd. welfare state.

Le ragioni dello sviluppo della cittadinanza e soprattutto dell'affermazione dei diritti sociali non si comprendono se non si intende la democrazia come un regime che accetta e presuppone l'ingresso delle classi inferiori nell'arena politica nazionale. Questo significa l'approvazione e la vigenza di un diritto di associazione (partiti) e di unione (sindacati).

Quindi, nel passaggio da un regime oligarchico a una democrazia, un punto determinante, strettamente

connesso all'ingresso delle classi inferiori in politica, è costituito dall'organizzazione di strutture intermedie , caratterizzata appunto dalla nascita e organizzazione in tempi e con modalità specifche e diverse di partiti e sindacati.

Legittimazione e incorporazione (Rokkan) Secondo Rokkan (1970), per spiegare la diversità delle esperienze europee all'interno della prima democratizzazione, possiamo ricorrere a due macrofenomeni:

• il fenomeno della soglia di legittimazione, riguardante il riconoscimento effettivo dei diritti civili, ovvero della cittadinanza civile

• il fenomeno della soglia di incorporazione, attinente all'espansione del suffragio, e riguar- dante quindi l'espansione della cittadinanza politica.

Le differenze in ordine a questi 2 macro-fenomeni si spiegano in riferimento a 4 elementi, relativi alle condizioni storiche di partenza di ciascun paese.

1 Il livello di consolidamento territoriale durante il Medioevo 2 La continuità di attività degli organi medievali di rappresentanza 3 La differenziazione tra i paesi tra i paesi di antica formazione e quelli di recente indipendenza 4 La dimensione e la forza del sistema politico dominante

Si possono desumere quattro generalizzazioni riguardanti gli effetti di quelle differenze: 1 Più forti le tradizioni consolidate della regola rappresentativa, più alte le possibilità di una

rapida legittimazione dell'opposizione. 2 Più alto lo status internazionale del paese dominante, minore la possibilità di legittimazione del

territorio dipendente 3 Più forti le tradizioni ereditate dalla regola rappresentativa, meno facile e più lento da invertire

il processo di eugualitarizzazione. 4 Più forte la minaccia delle aspirazioni all'indipendenza nazionale, minori gli avanzamenti nel

processo di democratizzazione.

Rappresentanza e potere esecutivo Nel processo di democratizzazione sono importanti anche altri due fenomeni:

1 la soglia di rappresentanza, attinente alla riduzione degli ostacoli frapposti alla rappresentanza di nuovi partiti, e più concretamente, al passaggio da sistemi elettorali maggioritari a proporzionali

2 la soglia del potere esecutivo, che riguarda la responsabilità politica del governo nei confronti del parlamento (istituzionalizzazione del controllo parlamentare sul governo).

1) Circa le spiegazioni e le modalità secondo cui si tutte le piccole democrazie europee finiscono con l'accettare il sistema proporzionale, mentre vi sono resistenze talora vincenti nei paesi maggiori, Rokkan propone due generalizzazioni: - I sistemi proporzionali saranno favoriti in democrazie articolate e con governi deboli, o in caso di eterogeneità etnico-religiosa e alta differenziazione economica. - I sistemi maggioritari sono invece favoriti in sistemi politici più grandi e con governi forti.

2) Circa l'introduzione del controllo parlamentare sull'esecutivo si può parlare di due modelli opposti: - Il modello inglese (Belgio, Olanda, Norvegia) in cui il principio di responsabilità precede l'estensione del suffragio. - Il modello tedesco (Danimarca, Svezia Austria) in cui il principio di responsabilità segue l'estensione del suffragio.

3 I REGIMI NON DEMOCRATICI

Tra i regimi non democratici i modelli principali sono 3: regime autoritario, totalitario, tradizionale. 1 I regimi autoritari La definizione ormai largamente accettata da cui si può partire è quella proposta da Juan Linz che definisce autoritario quel regime caratterizzato da 5 dimensioni rilevanti:

1 pluralismo limitato e non responsabile 2 assenza o limitata presenza di mobilitazione politica 3 presenza di un leader o piccolo gruppo che esercita il potere 4 potere esercitato entro limiti mal definiti ma in realtà prevedibili 5 mentalità caratteristiche.

1) Centrale, innanzitutto, è il pluralismo limitato e non responsabile, riguardante gli attori rilevanti nel regime autoritario e nella comunità politica. Gli attori istituzionali rilevanti sono ad es, l'esercito, la burocrazia e l'eventuale partito unico; gli attori sociali rilevanti sono invece la Chiesa, gruppi industriali o finanziari, i proprietari terrieri e in qualche caso i sindacati. Questi attori inoltre non sono politicamente responsabili secondo il meccanismo tipico delle liberal- democrazie di massa, cioè attraverso elezioni libere, competitive, corrette. La nozione di pluralismo limitato, ci rimanda al concetto di coalizione dominante. Con questo termine si intende, in senso ampio, l'insieme dei gruppi sociali politicamente attivi che sostengono il regime nella sua fase di instaurazione e nei periodi successivi ovvero la base sociale del regime e in senso stretto le elites. Il punto da fissare è che tali gruppi formano una coalizione talora di fatto, talora risultato di un accordo esplicito. Tale accordo è a vantaggio degli attori facenti parte della coalizione e contemporaneamente emargina tutti gli altri grazie alla combinazione di repressione poliziesca e uso dell'apparato ideologico adottato dalle elites del regime per la propria legittimazione. Se esiste un accordo e c'è un'intesa tra i vari attori sui problemi sostantivi, tanto più omogenea e potenzialmente solida sarà la coalizione dominante. La coalizione è dominante in termini di risorse coercitive, di influenza, di status. Esiste cmq uno spazio per le opposizioni. Anzi, in questo tipo di regime può essere addirittura conveniente tollerare un certo grado di opposizione o mantenere una pseudo-opposizione che dà una vernice liberale al regime.

2) Altro aspetto molto importante è il grado dei mobilitazione, ossia il quantum di partecipazione di massa indotta e controllata dall'alto. Alla società politica non sono riconosciute né autonomia, né indipendenza, anzi si cerca di tenere la società fuori dall'arena politica. Questa situazione implica l'esistenza di efficaci apparati di repressione e la parziale debolezza o assenza di strutture di mobilitazione nonché l'assenza di garanzie reali attinenti i diritti politici e civili.

3) Un ulteriore caratteristica fa riferimento alle autorità, e più esattamente al leader o piccolo gruppo al potere. Effettivamente questi regimi sono caratterizzati da una notevole personalizzazione del potere, visibilità del leader, talora carismatico, oppure di poche persone che detengono di fatto le leve del potere in quanto presenti negli organi di vertice.

4) A livello di regole e strutture politiche, Linz indica i limiti formalmente mal definiti entro cui il regime esercita il potere. La definizione approssimativa di tali limiti, che contrasta con la “certezza del diritto” propria degli assetti democratici, consente ai governanti di esercitare il potere con maggiore discrezionalità.

5) Un'ultima caratteristica riguarda il grado di elaborazione della giustificazione ideologica del regime.

L'autoritarismo è contraddistinto dal fatto che la sua legittimazione avviene sulla base di mentalità, cioè semplicemente sulla base di alcuni atteggiamenti intellettuali e valori, più o meno ambigui, sui quali è facile trovare un accordo tra gli attori diversi. Si tratta di valori quali patria, nazione, ordine, gerarchia, autorità, ecc. Non ci sono, cioè, articolazioni ideologiche articolate e complesse per sostenere il regime.

2 I regimi totalitari I regimi totalitari sono regimi contraddistinti da: a) assenza di pluralismo ovvero monismo, caratterizzato dal ruolo preminente del partito unico e subordinazione di tutti gli altri attori e istituzioni. b) presenza di un'ideologia articolata e precisamente definita, finalizzata alla legittimazione e al mantenimento del regime e a dare contenuto alle politiche di mobilitazione. c) presenza di una mobilitazione alta e continua sostenuta dalla ideologia e dal partito d) un piccolo gruppo o un leader al vertice del partito unico e) limiti non prevedibili al potere del leader alla comminazione di sanzioni.

A questi elementi di base, si può aggiungere che l'ideologia totalitaria si sostanzia in una sorta di universo concentrazionista: un progetto di sradicamento e trasformazione totale della realtà sociale attuato tramite la repressione di ogni potenziale nemico (inclusi gli stessi seguaci o membri delle elites) che può costituire un intralcio alle politiche del regime. Inoltre, unendo l'aspetto dell'alto grado di mobilitazione con l'obiettivo di profonda trasformazione rispetto alla situazione precedente, possiamo affermare che il regime totalitario attui una vera e propria istituzionalizzazione del disordine rivoluzionario, vale a dire una struttura organizzativa fondata sul disordine civile e sull'instabilità permanente.

A questo punto si possono vedere le differenze tra i due esempi maggiori di totalitarsimo, cioè tra Germania nazista e Unione Sovietica. Queste differenze si sostanziano soprattutto nella ideologia: nazionalista e razzista quella nazista, internazionalista e con maggiori obiettivi di trasformazione quella sovietica; e nelle strutture centrali dei due diversi regimi: i partiti unici rispetto alle diverse origini sociali dei gruppi dirigenti; la possibilità di istituzionalizzare organizzazioni paramilitari nel caso nazista e non in quello sovietico. Un altro quesito importante è quali altre realtà politiche possano essere fatte rientrare nel modello totalitario. Diversi autori vi hanno incluso la Cina di Mao, Cuba, il Vietnam del Nord o la Romania.

3 I regimi tradizionali Quando si parla di regimi tradizionali ci si riferisce a casi quali l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Si tratta di regimi basati sul potere personale del sovrano che tiene legati i suoi collaboratori in un rapporto fatto di paure e ricompense. Si tratta di regimi dove le decisioni arbitrarie del sovrano non sono limitate da norme, ne devono essere giustificati su base ideologica. Vi è dunque un uso del potere in forme particolaristiche e per fini essenzialmente privati. In questi regimi l'esercito e la polizia svolgono un ruolo centrale, mentre evidentemente manca sia qualsiasi ideologia sia una qualche struttura di mobilitazione di massa, come è di solito il partito unico. Si è insomma in un ambito politico dominato da elites e istituzioni tradizionali. Non si può peraltro dimenticare che come tutti gli ambiti tradizionali, la religione fa da background culturale in questi regimi, e tale religione, nei due casi su menzionati, è quella islamica. Riassumendo i regimi tradizionali, o sultanistici, sono caratterizzati da: a) Pluralismo disperso. b) Ideologia arbitraria c) Mobilitazione manipolata e leadership personalistica.

4. Sottotipi autoritari: i regimi militari Dai principali modelli di regime non-democratico passiamo ora ad esaminare più da vicino i più importanti tipi di autoritarismo, il genus più rilevante dei tre almeno nel senso del numero e varietà dei casi empirici che rientrano in esso4.

Il primo tipo autoritario da analizzare è il regime militare. Questo regime è caratterizzato dal fatto che: - I militari, o più spesso un settore delle forze armate, costituiscono il più importante attore del regime; - Tale assetto politico, di solito, nasce da un colpo di stato, o da un più semplice intervento che configura neanche la minaccia di un golpe. Va cmq tenuto presente che non sempre ad un golpe militare segue l'instaurazione di un regime militare 5. - Quanto all'ideologia, i regimi militari molto difficilmente hanno fatto ricorso ad articolate razionalizzazioni. Di solito, si è fatto appello a principi o valori quali l'interesse nazionale, la sicurezza, l’ordine (necessità di una razionalizzazione tecnocratica per eliminare sprechi, corruzioni e ingiustizie). - Quasi mai vi è stata una politica di mobilitazione dall'alto con qualche esito. L'organizzazione militare non è ovviamente adatta a creare e stabilizzare relazioni elites-massa, e quindi la depoliticizzazione e l'apatia a livello di massa configurano la situazione più ricorrente. - Allo stesso modo, di rado il regime presenta novità istituzionali distintive: le istituzioni sono limitate a classiche juntas o organi consiliari ristretti che sono la sede decisionale e governativa di tali regimi.

Tipologia dei regimi militari Un altro aspetto, connesso con i precedenti, che serve a definire meglio un regime militare è la presenza o meno di un leader militare in posizione di preminenza rispetto agli altri ufficiali. - Si parla di tirannia militare, quando riscontriamo la presenza di un leader che domina l'esercito e governa in modo personalistico, e più in particolare di cleptocrazia quando si vuole indicare la commistione di personalismo e corruzione che lo caratterizza. In questi regimi l'esercito è di solito inefficiente e poco coeso, il reclutamento avviene su basi personali e tutte queste caratteristiche rendono molto instabile il regime. - Si parla invece di oligarchia militare quando si ha un gruppo più o meno ampio di militari, con o senza un primus inter pares, prima coinvolti nel golpe e poi nel regime; tuttavia l'aspetto più importante riguarda l'effettivo ruolo politico dei militari, il grado di penetrazione nelle strutture politiche, sociali o economiche preesistenti. Questo si può tripartire tra: a) controllo, in cui i militari svolgono un limitato compito di guida di organizzazioni e settori largamente autonomi; b) direzione degli stessi settori; c) amministrazione, che configura una colonizzazione dei vari settori della burocrazia, affari, sindacati.

Nordlinger ripropone in altri termini questa tripartizione differenziando i regimi in: - regimi con militari moderatori, dove i militari hanno potere di veto: sono un gruppo di

pressione potente capace di intervenire per destituire il governo; il loro obiettivo è il mantenimento dello status quo e dell'ordine.

- regimi con militari guardiani, dove i miliari controllano direttamente il governo, occupando ruoli decisionali importanti, con l'obiettivo di ordine e di razionalizzazione economica.

- regimi con militari governanti, in cui i militari hanno controllo di ogni struttura politica, burocratica e economica. Gli obiettivi di mutamento che i pongono sono più ambiziosi, la repressione più forte, più alta la probabilità di persistenza. In alcuni casi viene tentata la creazione di un partito di massa, e se il partito riesce a rendersi autonomo creando così un regime esercito-partito.

4 Le dimensioni rilevanti nei regimi autoritari sono 4: coalizione dominanate (quali e quanti attori), ideologia legittimante (quanto articolata), mobilitazione dall'alto (grado e caratteristiche), e strutturazione del regime (grado di innovatività).

5 Infatti, nei quasi 200 colpi di stato avutisi tra il 1945-1985, solo pochi hanno dato origine a regimi militari in senso stretto

Va osservato che più alta è la complessità socio-economica di un paese, più è facile che si instaurino

regimi civili-militari piuttosto che solo militari (America Latina vs. Africa). L'intervento militare Le motivazioni dell'intervento militare in politica sono soprattutto di carattere politico-sociale: a) Assenza di istituzioni politiche consolidate (perciò è frequente nel terzo mondo) b) I militari hanno il monopolio della forza e sono l'organizzazione più potente grazie a:

- Organizzazione - Disciplina gerarchica - Comunicazione e spirito di corpo - Possesso di armi pesanti.

c) Un altra ragione è che i militari si installano in una situazione di profonda crisi politica caratterizzata da bassa legittimità del regime vigente, da politicizzazione delle classi inferiori, da minaccia agli interessi delle classi medie, da profonda crisi economica, da illegalità, disordine, violenza e corruzione; ma anche divisioni etniche, regionali, locali incapacità dei regimi politici di rispondere ai problemi economici. d) Un ultima e non trascurabile ragione è la prevalenza degli interessi corporativi (Nordingler). In situazioni di disordine civile o di crisi, i militari possono intervenire per prevenire i tagli al loro bilancio o accrescerne le spese, anche se poi le analisi empiriche mostrano che una volta al governo le spese per la difesa non vengono aumentate, forse perché i militari si trovano di fronte alle stesse pressioni, domande e limitazioni dei gov. Civili. Un altra ragione specifica può essere la reazione a interferenze civili per limitare la loro autonomia, o per rispondere alla creazione da parte dei civili di milizie alternative al monopolio militare della forza. I militari poi possono essere mossi da un interesse di classe, con riferimento alla politicizzazione delle classi inferiori (coincidenza di interessi fra militari e classi medie). É per questo lo studioso argentino Nun, in caso di golpe accompagnato da una mobilitazione delle classi medie, ha coniato il termine di colpo di stato delle classi medie. In aree come l'Africa, gli interessi dei militari non sono di classe, ma piuttosto etnici. e) Tra i fattori che invece limitano l'intervento dei militari, abbiamo la presenza di un partito dominante che garantisce la stabilità (Huntington); nonché un'alta professionalizzazione insieme alla credenza nel principio della superiorità civile determinano in negativo l'intervento militare.

5 I regimi civili-militari Questi regimi, innanzitutto, sono fondati su un'alleanza tra militari, più o meno professionalizzati, e civili, siano essi burocrati, politici, o attori industriali e finanziari. Si distinguono in:

Regimi burocratici-militari -.a E' un regime caratterizzato da una coalizione dominata da ufficiali e burocrati; -.b Le decisioni politiche dettate da pragmatismo; -.c Di solito, non vi è un partito di massa con un ruolo determinante. Tuttavia è possibile la

creazione di un partito unico voluto dal governo che tende a ridurre la partecipazione popolare.

-.d Sono diversi dai regimi tradizionali. Infatti di solito vengono instaurati in sistemi in cui erano già presenti strutture democratico-liberali ed era in atto un processo di modernizzazione socio-economica.

-.e Nello stadio più avanzato, si caratterizzano anche per una maggiore importanza del ruolo dei tecnocrati nella vita politica

-.f Inoltre, c'è un maggiore ricorso a misure repressive per controllare le masse popolari -.g Esempi di questo tipo di regime sono il Brasile, l'Argentina, la Spagna e il Portogallo

Regimi corporativi E' un regime in cui la coalizione dominante è sempre costituita da civili-militari, ma è caratterizzato dalla partecipazione controllata e dalla mobilitazione della comunità politica attraverso strutture organiche. A livello ideologico, rifiuta la concezione liberale della competizione e l’idea marxista di società, e aderisce ad un idea di rappresentanza sulla base delle unità economiche e sociali di appartenenza. Si può poi distinguere tra un corporativismo includente ed escludente. In quello includente, l'obiettivo dei governanti è mantenere un equilibrio stato-società garantito da politiche dirette ad includere gruppi operai importanti nel nuovo assetto politico-economico. In quello escludente, l'obiettivo è l’esclusione raggiunta per mezzo di coercizione, smobilitazione e ristrutturazione dei gruppi operai più importanti.

Il populismo I regimi burocratico-militari e i regimi corporativi sono stati talora definiti anche populisti, anche se poi tra militari e populismo non vi è un rapporto necessario: possono essere populisti anche regimi non militari. Più precisamente, e con particolare riferimento all'America Latina, si utilizza populismo per indicare dei movimenti socialmente e ideologicamente compositi e con aspetti diversificati caratterizzati per: - una traduzione politica del processo di mobilitazione che investe settori della popolazione prima non attivi politicamente; - Se la sua base sociale principale sono le masse urbane di recente immigrazione, ci sono anche i gruppi di classe media e alto-borghesi o militari; - I movimenti e i partiti populisti sono anche contraddistinti dalla presenza di un leader carismatico e da un rapporto non mediato organizzativamente tra il leader e le masse. - Il tipo di partecipazione risultante è una mobilitazione dall’alto di gruppi popolari non pienamente organizzati; - L'ideologia non è formulata precisamente, si riferisce anzi a valori vaghi e ambigui (progresso, sviluppo, industrializzazione, nazionalismo). Tuttavia costante è l'accento sulla volontà popolare identificata con la giustizia e la moralità, e l'importanza del rapporto diretto tra popolo e leader. - Esempi: Pinilla in Colombia, Peron in Argentina, Cuba

I regimi esercito-partito Quando dall'America Latina ci si sposta in aree geopolitiche come l'Asia e l'Africa, troviamo un diverso tipo di regime civile-militare: il regime esercito partito. - Gli attori principali sono l'esercito e il partito, due strutture parallele e sostanzialmente in simbisosi, dove gli stessi leader possono occupare ruoli diversi nell’una o l’altra struttura. - In genere l'esercito è l'attore primario e sfrutta il partito, per svolgere i compiti di mobilitazione, integrazione e controllo della popolazione. - Questi regimi hanno spesso un orientamento ideologico marxista-leninista; - L'instaurazione è avvenuta a seguito di un colpo di stato militare; - La principale struttura civile è il partito unico; c'è cioè un sistema con partito egemonico; - In definitiva, è un modello che prevede una notevole innovatività istituzionale sia per il ruolo che per l’articolazione delle strutture politiche sia per gli altri organi di governo della società e dell’economia; - Garantisce spesso un'alta stabilità.

- Esempi: Siria, Yemen, Iraq, Mauritania. -

6 I regimi civili I regimi civili sono regimi di mobilitazione, nei quali cioè la caratteristica di limitata mobilitazione propria dei regimi autoritari si attenua, così che diventano un modello-limite di autoritarismo, più vicino al totalitarismo. I diversi regimi civili sono accomunati dal ruolo preminente del partito unico. Le differenze stanno nelle origini, nei contesti culturali e socio-economici e nelle ideologie-mentalità che ispirano e guidano l’azione dei governanti e sostanziano le forme di legittimazione di quei regimi.

Regime nazionalista di mobilitazione Il primo modello è quello di regime nazionalista di mobilitazione, che nasce dalla lotta per l’indipendenza nazionale diretta da un’élite nazionalista civile, da un leader carismatico, il quale fa del partito il veicolo di una mobilitazione dal basso, divenendo poi la struttura portante del regime stesso. I militari hanno un ruolo secondario e accettano sostanzialmente il controllo delle elites civili, mentre l'ideologia, che è molto centrale, è inizialmente nazionalista, ma una volta raggiunta l'indipendenza si colora di un socialismo abbastanza ambiguo. La grande maggioranza dei casi ascrivibili a questo modello si trovano in Africa, e di solito vengono instaurati negli anni 60 in seguito alla decolonizzazione, ma ci sono anche casi durante gli anni 70 (Angola, Mozambico, Guinea Bissau)

Regime comunista di mobilitazione Il secondo modello, il regime comunista, si afferma in Europa Orientale e in Asia nel 2° dopoguerra. - In un contesto socio-economico relativamente sviluppato, al centro della coalizione dominante sta il partito unico, con un articolazione strutturale approfondita e una notevole capacità di controllo della società. La sovrapposizione di strutture del partito con quelle del regime ha fatto parlare di stato-partito - Accanto al partito unico con tendenze totalitarie, le complessità sociale o gli aspetti strutturali di tipo etnico ed economico fanno si che abbiano un proprio ruolo nel regime anche altri gruppi, come i burocrati, gli industriali o i militari. - In genere i militari mantengono il ruolo di garanti del regime e sostenitori dell’egemonia del partito, in grado anche di intervenire con sostanziali modificazioni dello stesso regime nel caso di crisi profonda del partito (es: Polonia 1983) - L'ideologia prevalente è il marxismo-leninismo, con alcune varianti in Cina (maoismo) e Jugoslavia (titoismo). - Va infine sottolineata la pervasività delle strutture politiche-partitiche a tutti i livelli di società. - Ciò che differenzia questo modello dal totalitarismo è:

1 l'esistenza di un qualche grado di pluralismo limitato 2 un'ideologia meno dominante; 3 una minore mobilitazione

- La differenza rispetto al regime nazionalista non sta tanto nell'ideologia, quanto nel fatto che questo modello si afferma in paesi già indipendenti ed socio-economicamente già sviluppati. - Esempi sono l'URSS dagli anni 60 in poi, la Cina, e gli altri paesi dell'Europa Orientale.

Il regime fascista di mobilitazione Il terzo modello si applica ad un solo caso: l'Italia tra il 1922 e il 1943 ed è il primo esempio di regime non democratico di massa. - L'attore principale è un leader carismatico strettamente legato a un partito con tendenze totalitarie, ben articolato, strutturalmente differenziato, che preesiste all'instaurazione del regime e ne è il protagonista. Nelle fasi successive di consolidamento il partito tende mano mano a rendersi autonomo rispetto agli altri gruppi socio-economici che l'hanno appoggiato (monarchia, esercito, Chiesa, proprietari terrieri, la grande industria). - La presenza di tali soggetti ci fa parlare di un pluralismo limitato, differenziandolo così dai r. totalitari

- Il regime viene instaurato essenzialmente in risposta a un fenomeno di mobilitazione delle classi

inferiori. Questo spiega le ragioni dell'appoggio degli altri gruppi al partito, sia l'ideologia e il successo. - L'ideologia è pan-nazionalista, il che ci spiega la politica estera, aggressiva e imperialista, del regime. Altrettanto spiccati sono l'antiliberalismo, l'antiparlamentarismo, l'anticomunismo, ma vi sono anche componenti anti-clericali e anti-capitaliste. Punta sull'integrazione e solidarietà nazionale, ordine, ecc. - Il regime crea e mantiene un'alta mobilitazione e a una parallela smobilitazione dei ceti di opposizione (operai e contadini) attraverso la repressione e le misure di polizia.

Regime di mobilitazione a base religiosa. Negli anni '80 in Iran emerge un fenomeno del tutto nuovo in quanto a regimi di mobilitazione. Sebbene come gli altri regimi è inizialmente creato da un leader carismatico, al tempo stesso è lontano dagli altri modelli perché non nasce, ad es, né da una lotta per l'indipendenza, né da un movimento totalitario di qualche sorta. La novità più importante è data dalla presenza combinata di una struttura di mobilitazione articolata e più efficace del partito, il clero, e da un’ideologia complessa che disciplina, controlla e ha prescrizioni per ogni momento della vita dell’affiliato credente, la religione musulmana. Il risultato, in termini di regime è: - un assetto monistico in quanto a numero di attori presenti - un'ideologia complessa - un'alta, enorme capacità-realtà mobilitativa - interessanti novità istituzionali a livello nazionale e locale

7. I regimi di transizione Al centro di un potenziale continuum tra autoritarismo e democrazia vi sono tutti quei regimi che mescolano caratteristiche delle democrazie con aspetti autoritari. Questi sono i cd regimi di transizione, cioè regimi preceduti da un’esperienza autoritaria o tradizionale, cui faccia seguito un inizio di apertura, liberalizzazione e pluralismo (emergenza quindi delle opposizioni e rispetto dirti civili). Un solo partito cmq resta dominante e le elezioni sono semi-compettitive, perché gli altri partiti sono di recente creazione o ri-creazione o di scarso seguito. Vi è una qualche partecipazione reale, ma molto ridotta e limitata al periodo elettorale: spesso inoltre una legge elettorale distorta provvede a mantenere un enorme vantaggio del partito dominante- egemonico, che è in larga misura una struttura burocratico-clientelare. La mobilitazione autoritaria, così come la repressione e i suoi relativi apparati sono scarse. Complessivamente, esiste una scarsa istituzionalizzazione e organizzazione dello stato. I militari possono, però, mantenere un ruolo politico evidente, pur se sempre meno diretto e esplicito.

In ogni modo l'elemento centrale è che tali regimi hanno perduto alcuni assetti essenziali del genus non-democratico, ma non hanno ancora tutte le caratteristiche richieste per la definizione minima di democrazia. Se esistono limiti nell'espressione effettiva del voto, del grado di competitività e correttezza delle elezioni, si parla di democrazia protetta. Con questo termine si intende che il regime in questione ha tutti gli aspetti che formalmente lo farebbero rientrare tra le democrazie, ma è ancora controllato da apparati militari o da forze esterne che condizionano il regime o comunque vi sono leggi o norme non scritte che limitano la competizione, proibendo a certi partiti di presentare proprie liste elettorali.

Si parla invece di democrazia elettorale se il procedimento elettorale è corretto, ma i diritti civili non sono ben garantiti, l’informazione è condizionata da situazioni di monopolio con la conseguenza di escludere parti della popolazione dall’uso effettivo dei propri diritti, e non vi è una effettiva opposizione partitica.

Si parla invece di pseudo-democrazie nel caso di regimi autoritari che presentano le forme più esteriori del regime democratico, quali costituzioni che garantiscono i diritti ed elezioni, ma ad esse non corrisponde nessuna realtà neanche parzialmente democratica.

8 La crisi autoritaria Dopo una descrizione statica dei diversi regimi non democratici, può essere utile un'analisi dinamica. A proposito della dinamica autoritaria i principali processi sono l'instaurazione, il consolidamento, la crisi

Il consolidamento autoritario può considerarsi sostanzialmente concluso quando, completata la costruzione delle istituzioni, la coalizione dominante si è data un assetto. Gli esiti del consolidamento possono essere tre: crisi, persistenza instabile, persistenza stabile. La crisi può avvenire dopo il processo instaurativo, a mostrare il fallimento del consolidamento o anche a distanza di molti anni.

● Si hanno le condizioni per la crisi autoritaria quando la coalizione dominante alla base del regime si incrina e successivamente si rompe; in altre parole quando viene meno il patto sostantivo che è alla base del regime. Fra gli attori istituzionali crescono divisione e contrasti; il regime incontra difficoltà a raggiungere una propria autonoma legittimazione di massa; specie se i gruppi sociali di classe media e operaia hanno già sperimentato una propria organizzazione e partecipazione democratica. In questo caso i governanti autoritari possono inseguire una propria legittimazione attraverso elezioni manipolate, referendum coercitivi o parlamenti fantoccio.

● Quanto alle cause della crisi le ipotesi più rilevanti sono tre: a) Trasformazioni nella struttura, nella consistenza, nelle scelte e preferenze dei gruppi sociali ed economici che formano la coalizioni dominante che tenderanno a modificare tale coalizione b) Tali modificazioni possono portare all’uscita dalla coalizione di alcuni attori che diventeranno oppositori attivi o passi del regime e tensioni interne, conflitti e domande di adattamento del regime stesso. c) Trasformazioni socio-economiche possono dare maggiori risorse di influenza e coercitive a nuovi attori esclusi dalla coalizione dominante che potranno mobilitarsi contro il regime

Nel quadro di queste ipotesi, la rottura, ovvero la graduale erosione della coalizione dominante può essere dovuta almeno a tre fenomeni: 1) Il primo fenomeno riguarda l'emergere di divisioni all’interno delle forze armate a causa di lotte personalistiche di potere, avvicendamento di laedership, differenze ideologiche, o a difficoltà concrete che comporta l’attuazione di certe politiche. Può accadere ad es. che una parte dei militari, quella al governo, inizi ad assumere posizioni diverse dagli altri militari (una possibilità cmq poco probabile nel caso di militari governanti). Anche il fallimento di politiche socio-economiche può portare i militari ad un disimpegno per salvare il loro onore. 2) Il secondo fenomeno riguarda le divisioni tra le forze armate e gli attori civili della coalizione, che avvengono quando le forze armate vogliono affermare il proprio dominio, oppure quando i civili impongono politiche inaccettabili per i militari, spingendoli così a riconsiderare i costi e i problemi di una loro presenza in politica e a togliere il sostegno al regime. 3) Distacco delle élites civili dalla coalizione dominante in quanto risultano fallimentari le politiche varate dal regime, soprattutto in materia economica; oppure in quanto sembra maturato il momento per altre politiche che prescindano dal condizionamento nazionalistico dei militari. Ovviamente, questa ragione specifica è più probabile laddove esiste una forte borghesia capitalista e dove la struttura economica è più sviluppata. Esempi di ciò sono l'Argentina, il Perù, la Colombia, il Venezuela e Cuba

Una causa importante di questi fenomeni può essere una guerra perduta o anche sconfitte militari che

possono rinfocolare le divisioni all'interno delle forze armate, o portare al distacco delle elites civili dai militari. Non va dimenticata, inoltre, la straordinaria rilevanza che può avere in questi casi il fattore internazionale come variabile interveniente per spiegare sia la crisi che il crollo.

Nei regimi meglio consolidati non appena inizia la crisi si hanno delle manifestazioni ricorrenti. In particolare la coalizione dominante cerca di superare la crisi perseguendo, anche in contemporanea, due politiche contrapposte: una repressione della società civile, oppure aperture democratiche apparenti e di facciata. La rottura della coalizione dominante porta a delle manifestazioni anche livello di politica visibile:

- innanzitutto, l'inasprimento del conflitto tra le elites comporta una maggiore difficoltà decisionale se non un vero e proprio immobilismo.

- un'altra conseguenza può essere una riduzione delle capacità repressive; - ci può essere una crescita della mobilitazione che il regime non è più in grado di controllare e

talora anche nell'affermazione di ideologie antiautoritarie.

Si innestano a questo punto alcuni fenomeni, relativi alla crisi della coalizione dominante, che portano al crollo del regime:

- in primo luogo, il distacco di settori della coalizione dominante dal regime e passaggio all'opposizione;

- in secondo luogo il passaggio all'opposizione attiva di gruppi indecisi indifferenti; - in terzo luogo, riprendono vigore le e diventano capaci di maggiore attività le opposizioni già

esistenti (Chiesa, classe operaia).

In questa seconda fase non è ancora rilevante le capacità economiche e di mobilitazione delle opposizioni; ciò che è invece importante è che questa opposizione esista, cresca e sia in grado di modificare i rapporti di forza esistenti nell'arena politica, che, insomma, prefiguri la possibilità di un alternativa politica senza la quale la crisi potrebbe durare infinitamente. Storicamente non è mai stata l'opposizione anti-regime ad assumere direttamente l'iniziativa del cambiamento, ma è piuttosto un attore prima appartenente alla coalizione autoritaria a prendere l’iniziativa ai fini di un mutamento del regime. Il regime quindi crolla o si trasforma perché l’iniziativa di un gruppo di attori o di uno solo attore, dotati di risorse tali da superare qualunque difesa residua del regime autoritario, ha creato un’alternativa capace di stabilizzarsi. A volte ci può anche essere un evento acceleratore di ordine interno o esterno (guerra, pressione internazionale), che porta al crollo del regime; ma esso può non essere necessario; nella maggioranza dei casi basta una leadership abile e decisa a portare a compimento il mutamento che sarà facilitata nel suo compito se si creano situazioni favorevoli.

DINAMICHE DI MUTAMENTO

1 Crisi e crollo democratico Partendo dalla definizione empirica di democrazia, si può subito distinguere all'interno della crisi democratica, tra crisi della democrazia e crisi nella democrazia e poi tra crisi e crollo democratico.

Crisi della democrazia è l'insieme dei fenomeni che alterano il funzionamento dei meccanismi tipici di quel regime. Più precisamente, vi è crisi democratica quando insorgono limiti e condizionamenti alla precedente espressione dei diritti politici e civili ovvero quando si ha limitazione della competizione politica e della potenziale partecipazione in quanto si è rotto il compromesso democratico che ne è alla base. La crisi a cui ci riferisce è la crisi delle liberal-democrazie di massa come la Germania di Weimar.

La crisi nella democrazia riguarda invece altri casi (Inghilterra anni '30) e indica 2 fenomeni rilevanti: - arresto del funzionamento o cattivo funzionamento, sulla base delle norme esistenti, di alcune strutture e meccanismi cruciali del regime o nei rapporti legislativo/esecutivi o in strutture burocratiche o giudiziarie (Inghilterra anni '30); - distacco o cattivo funzionamento dei rapporti società-partiti o gruppi-strutture del regime democratico, quando domande espresse dalla società civile non si traducono in decisioni assunte dal regime (Francia fine ‘60);

Crisi non è sempre crollo della democrazia. Si ha invece crollo quando i caratteri fondamentali del regime saltano e una diversa democrazia o un regime autoritario vengono instaurati con modalità discontinue, ovvero in seguito ad un colpo di stato, una guerra, anche civile, un’invasione esterna, ecc

Svolgimento della crisi democratica Rispetto allo svolgimento della crisi democratica, innanzitutto, occorre individuare;

- innanzitutto i conflitti sostanziali e gli attori istituzionali e politici rilevanti in un certo periodo. - in secondo luogo si deve vedere lo stato del regime democratico antecedentemente al periodo

identificato come critico; - in terzo luogo se nel medio e lungo periodo vi sono state profonde trasformazioni socio-

economiche o anche una crisi economica, o difficoltà a risolvere problemi sostantivi.

Manifestazioni della prima fase della crisi sono: - l'inasprimento della lotta politica a livello di elites - una maggiore fluidità nei legami tra partiti, sindacati da un lato e società civile dall'altro; - la frammentazione/frazionalizzazione partitica, cioè aumento e divisioni nei partiti) - la crescita di partecipazione, che comporta più manifestazioni di vario tipo; - e infine l'instabilità governativa, che comporta un aumento di crisi governative.

Se queste manifestazioni si approfondiscono e diventano molto evidenti emergono altre conseguenze: - aumenta l'inefficacia decisionale (difficoltà di giungere a decisioni) - cresce l'ineffettivita del governo (difficoltà di eseguire le decisioni prese) - cresce l'illegittimità del regime

In particolare, se cresce l'inefficacia decisionale e l'ineffettività, cresce anche l'illegittimità del regime. A questo punto, è probabile l'innescarsi di un circolo vizioso, perché l'inefficacia decisionale, l'ineffettività e la maggiore illegittimità contribuiscono ad inasprire il conflitto politico e ad approfondire la radicalizzazione del conflitto.

In questa prima fase della crisi, è ancora possibile fermare il circolo vizioso, se le elite democratiche

riescono a ricomporre un accordo-compromesso sui problemi-sfida sostantivi.

Se i tentativi di recupero non hanno successo, allora il circolo vizioso continua la sua azione e la crisi democratica entra nella sua seconda fase. In questa fase si hanno le condizioni di base che conducono alla caduta del regime, se contemporaneamente:

- la radicalizzazione si spinge al punto di distruggere il centro politico, sia in termini di strutture partitiche, sia di posizioni di accordo sui problemi sostantivi;

- vi è una crescente violenza (episodi di terrorismo, violenza, formazione di gruppi paramilitari); - si ha una crescita di politicizzazione dei poteri neutrali (esercito, magistratura, capo dello

Stato).

Lo schema appena tratteggiato è applicabile a tutti i casi di crollo democratico degli anni 20 e 30 in Europa occidentale, e in particolare Germania e Itala. É da chiedersi se sarebbe possibile applicare questo schema alle crisi democratiche, magari senza crollo, degli anni successivi alla II g. mondiale in Europa, ad es in casi come quello francese o italiano. La risposta è negativa, perché gli enormi mutamenti del contesto internazionale, delle strutture socio- economiche, delle strutture politiche e partitiche hanno fatto si che i legami tra società civile,strutture intermedie e istituzioni democratiche si siano fatti più solidi e fitti, impedendo anche le tre condizioni che caratterizzano la seconda fase. Le crisi democratiche europee degli anni '70 sono quindi crisi senza crollo. Molti studiosi, tra cui Huntington, King, Crozier, hanno evidenziato come al centro delle crisi europee, cioè delle crisi di società altamente industrializzate, in generale vi sia l'esplosione dei bisogni, delle aspettative e la relativa crescita delle domande al governo da parte di gruppi ed individui. Tale crescita significa maggiore coinvolgimento della società in attività politiche, cioè attivazione di nuovi gruppi, pressione per raggiungere i propri fini e attesa che il governo risponda a queste domande. Il risultato di questi fattori è costituito dal sovraccarico delle domande sulle strutture decisionali del regime. In altri termini, le strutture del regime possono diventare, da una parte, incapaci di selezionare le troppe domande e, dall'altra, altrettanto incapaci di dare soddisfazione ad esse per la mancanza di risorse necessarie, nonostante l'esplosione del debito pubblico.

Cause della crisi democratica Tra i fattori esplicativi della crisi democratica, gli autori che si sono occupati della governabilità e del sovraccarico delle domande fanno riferimento a trasformazioni culturali che mettono in discussione il senso stesso dell'autorità, mutamenti sociali profondi nella direzione di una complessità maggiore e di una crescente frammentazione degli interessi. La necessità di soddisfare le varie domande e la impossibilità di ridurre la distribuzione di risorse porta all'inflazione, che si risolve solo adottando politiche economiche diverse. Queste spiegazioni si possono considerare relativamente soddisfacenti rispetto alla domanda “perché crisi”, ma non lo sono affatto rispetto alla domanda perché crisi senza crollo. A questo proposito si devono richiamare i fattori che rendono improbabile il crollo: - il grado di consolidamento raggiunto dalle istituzioni - l'enorme espansione dei gruppi sociali il cui reddito o altri benefici correlati (le istituzioni del welfare) dipendono dal regime democratico; - l'assenza di alternative politiche anti o non democratiche - la situazione internazionale caratterizzata da interdipendenza (CEE, NATO).

2 La transizione e l'instaurazione democratica La dinamica di un regime democratico è racchiusa in 5 diversi processi: transizione, instaurazione, consolidamento, stabilità e crisi. Nella sua fase iniziale il processo instaurativo si può sovrapporre alla transazione. Con tale termine si intende il periodo ambiguo ed intermedio in cui il regime ha abbandonato alcuni caratteri determinanti del precedente assetto istituzionale senza avere acquisito tutti i caratteri del nuovo regime che sarà instaurato. Si tratta di un periodo di fluidità istituzionale nel quale si fronteggeranno le diverse soluzioni politiche degli attori in campo. Poiché in numerosi casi il regime di partenza è un regime autoritario, la transazione inizia quando cominciano ad essere riconosciuti i diritti civili e politici e può considerarsi conclusa quando emerge chiaramente la possibilità di instaurare una democrazia: tale realtà viene consacrata con le prime elezioni libere, competitive e corrette.

In ogni modo è opportuno distinguere anche tra liberalizzazione e instaurazione democratica. Con il primo termine si intende il processo di concessione dall’alto di maggiori diritti politici e civili, non ampi e completi, ma tali da consentire l’organizzazione controllata della società civile a livello sia di élites sia di massa. Si può configurare in sostanza un ibrido istituzionale che dovrebbe consentire di superare la crisi del regime autoritario allargandone le basi di sostegno sociale, senza “civilizzarlo” completamente. Con instaurazione democratica vera e propria si intende un processo diverso o eventualmente successivo alla liberalizzazione. Tale processo comporta

- un allargamento completo e reale dei diritti civili e politici; - una completa “civilizzazion” della società, vale a dire il ritorno dei militari nelle caserme con la

loro conseguente neutralità politica e subordinazione ai poteri civili liberamente eletti; - l'emergere di un sistema partitico e di organizzazioni collettive degli interessi (sindacati e altri

gruppi) - l'elaborazione e adozione delle principali procedure e istituzioni democratiche: legge elettorale,

fissazione dei rapporti legislativo/esecutivo. L'instaurazione democratica può dirsi completa quando termina la costruzione delle principali strutture.

Attori e caratteri dell'instaurazione democratica Elemento centrale dell'instaurazione sono gli attori. É opportuno, al proposito

1 distinguere tra attori interni al precedente regime non democratico, attori esterni e attori internazionali.

2 tenere ferma la distinzione fra transizione, e attori protagonisti di quella, e instaurazione, che può essere caratterizzata da attori in parte diversi. É infatti possibile che l'instaurazione sia provocata da attori esterni, ma l'instaurazione abbia come protagonisti attori interni.

Gli attori istituzionali interni sono l'esercito, l'elite di governo, l'alta burocrazia del regime autoritario. Essendo nelle loro mani il monopolio delle risorse coercitive e il controllo degli organi di governo, la loro iniziativa è assai frequente nelle transizioni e nella fase iniziale dell'instaurazione, mentre è raro il caso in cui sia l'opposizione ad avviare il mutamento. La transizione può essere avviata anche da attori interni non governativi (cioè le forze politiche che sono uscite dalla coalizione dominante), oppure da attori moderati, governativi e non, del regime autoritario più una parte dell'opposizione mossi da un interesse effettivo al cambiamento; entrambi i gruppi conducono il processo con gli inevitabili problemi che sorgono tra di essi e con le altre forze autoritarie e con l’opposizione più estrema. Cmq, il saldarsi di questa alleanza può porre le condizioni della transizione prima e dell'instaurazione poi.

Rilevante è poi il ruolo dei militari, perché essi detengono il monopolio dell’arena coercitiva. Anche se

i militari sostengono il regime democratico, essi rimangono sempre potenzialmente pericolosi, perché possono sempre decidere di mantenere un controllo parziale sul potere politico.

Un altro elemento centrale per il processo di instaurazione è la formazione della coalizione fondante il regime. Tale coalizione scaturisce dall'incontro degli interessi diversi e dalle scelte simili dei diversi attori politici e sociali attivi durante la transizione. Quanto più ampia è la coalizione fondante, cioè quanto più vi partecipano tutte le forze presenti e politicamente attive nel paese, tanto più il processo di instaurazione ha possibilità di successo. La coalizione può anche concluder accordi o patti che tendono a ridurre la conflittualità col fine di definire un agenda di problemi sostantivi da affrontare e che riconoscono la legittimità di posizioni politiche diverse, impegnandole a cercare una soluzione pacifica dei conflitti. Il processo costituente si conclude con l'adozione di una Carta accettata da tutti, in cui si fissa il raggiungimento del consenso su aspetti sostantivi, come i valori e le linee guida da seguire.

Durante il processo instaurativo, le elites hanno un ruolo centrale, anche in funzione del fatto che essendovi un’intensa partecipazione di massa, l’elite può mettere in campo risorse di pressione e influenza durante i confronti/scontri che latenti o manifesti si mantengono durante l'instaurazione, soprattutto durante la campagna elettorale.

Circa le modalità instaurative, ci può essere continuità/discontinuità con il passato sotto il profilo normativo e del personale, delle strutture amministrative e giudiziarie del nuovo regime. Tale aspetto riguarda in sostanza il problema delle epurazioni ai livelli più alti del corpo amministrativo e giudiziario e degli apparati repressivi quali i servizi segreti, polizia, esercito, per collocare nei ruoli chiave del regime personale maggiormente leale verso il nuovo assetto istituzionale. Il problema cioè che emerge è quello della legittimazione del nuovo regime. É un problema particolarmente spinoso: da una parte, una maggiore continuità può rendere più facile e indolore l'accettazione del nuovo regime; dall'altra, una maggiore discontinuità, anche sul piano normativo, rende più facilmente legittime le nuove istituzioni per gli strati sociali legati alla vecchia opposizione. La soluzione preferita è molto spesso una non soluzione, ovvero un contemperamento delle 2 esigenze.

Esisti dell'instaurazione democratica Gli esiti dell'instaurazione democratica sono condizionati dalle tradizioni politiche del paese, in particolare: a. Presenza o assenza di una tradizione monarchica, che pone, in caso positivo, il problema istituzionale monarchia/repubblica b. Presenza o assenza di esperienze conflittuali e violente (guerra civile), rimaste nella memoria collettiva e condizionanti in senso moderato e propenso al compromesso il comportamento. Anche il solo ricordo negativo del periodo autoritario ha un effetto moderatore (Cile e Spagna).

L'esistenza di una precedente politica democratica di massa è un fattore molto rilevante. Ove tale precedente esperienza fosse stata consistente e relativamente duratura, la nuova instaurazione sarà chiamata ridemocratizzazione, come avvenuto in Italia, Spagna, Germania: vi è stata cioè una realtà di politicizzazione collettiva con diversa durata e intensità che include a) Partecipazione alle scelte elettorali e politiche c) Difesa dei propri interessi tramite organizzazioni di categoria c) Presenza di processi di identificazione partitica

Tale esperienza influisce sul nuovo assetto democratico attraverso meccanismi di trasmissione della

memoria storica, ovvero meccanismi di socializzazione politica tradottisi in continuità della leadership partitica, organizzazione dei partiti, forze elettorali o altre organizzazioni collettive.

Quanto più lunga è stata la prima esperienza democratica e quanto più breve è stata la parentesi autoritaria, tanto più forte sarà l'influenza di quella prima esperienza democratica in direzione di: a) istituzioni rappresentative (riproposizione delle vecchie istituzioni o reazione al ricordo dei difetti e fallimenti precedenti) b)partiti e sistema partitico (riproposizione di vecchi leaders e patiti, magari con un nuovo sistema).

L'influenza e l'importanza del tipo di regime non democratico precedente sono ovvie. Le due variabili maggiormente. Rilevanti e tra loro connesse sono: a) il grado in cui il regime mobilita, organizza e controlla la società civile attraverso il partito unico. b) il grado in cui il regime riesce a disarticolare la stessa struttura sociale e a distruggere precedenti identificazioni sociali e politiche. Il regime raggiunge tali risultati sia per mezza di strutture di mobilitazione totalizzanti, come il partito unico, sia attraverso una sistematica opera di repressione e distruzione degli oppositori. Questo elemento diventa successivamente rilevante per l'instaurazione perché rende più difficili e problematiche sia l'attivazione della società civile, sia la creazione di nuove identità sociali e politiche. L'esistenza di una opposizione democratica durante il regime autoritario consentirà ai partiti che la formano di occupare lo spazio politico creato dalla liberalizzazione propria delle fasi iniziali di transizione e instaurazione.

L'ultimo fattore da considerare sono le modalità di transazione ed in particolare va analizzata la continuità/discontinuità di questa transazione. Con discontinuità si intende un cambiamento operato attraverso una rottura delle regole del regime. É un atto precisamente individuabile in seguito al quale il regime crolla e inizia la transazione: un colpo si stato, una guerra, un passaggio del governo nelle mani dei civili, o altri eventi simili Con continuità invece si denota l'ipotesi in cui è lo stesso regime autoritario a pilotare la trasformazione in senso democratico, servendosi delle vecchie norme sia per poter procedere a un cambiamento controllato, sia per poter legittimare meglio il processo di trasformazione presso i settori sociali legati al vecchio regime. La ragione per cui l'elite governativa dovrebbe decidere per il cambiamento è che una parte di tale elite percepisce che il cambiamento non è più possibile da bloccare se non con risorse coercitive che non può più adoperare, oppure perché ritiene che le conviene addirittura assecondare il cambiamento, disfacendosi così della corrente più reazionaria della coalizione autoritaria. Reagisce pilotando la trasformazione in modo da poterla controllare, da ottenere l'appoggio dell'opposizione moderata, isolare quella estremista e evitare i pericoli di uno scontro frontale.

3. Il consolidamento Il consolidamento è il processo definizione-adattamento delle diverse strutture e norme democratiche, innescato dal trascorrere del tempo, cioè la fissazione di istituti e procedure propri di un certo regime democratico.

Instaurazione e consolidamento non sono fenomeni che si susseguono con necessaria unilinearità. L'instaurazione può sfociare nel consolidamento ma anche ad es in una nuova crisi. Il consolidamento inizia quando ciascuna delle nuove istituzioni e norme del sistema vengono create, o ripristinate, e cominciano a funzionare (es emanazione di una Carta o istituzioni). Il processo di consolidamento può svolgersi secondo modalità molto diverse; tuttavia resta contraddistinto da due sub-processi di fondo: la legittimazione e l'ancoraggio.

La legittimazione La legittimazione, ovvero l'accettazione e il sostegno delle strutture del regime da parte delle elites e della società si sviluppa attraverso 4 ambiti: a) La messa in opera e il mantenimento del compromesso democratico, ovvero il modo in cui viene accresciuta, mantenuta, e ricreata la legittimazione democratica. L'instaurazione può anche essere il risultato di eventi casuali. Al contrario, per il consolidamento è essenziale mantenere e rafforzare quell'accordo-compromesso alla base della democrazia, come il riconoscimento dell'opposizione e dell'uguaglianza politica. b) Il secondo ambito riguarda il rispetto della legalità, come capacita delle elites di porsi come garanti del rispetto delle leggi e delle decisioni assunte, e soprattutto come disponibilità-accettazione della legge da parte della società.(certezza del diritto). c) Il terzo ambito riguarda la neutralità e neutralizzazione dei militari. Il consolidamento è infatti possibile solo se tale problema è già stato risolto o se hanno successo le politiche in questo campo. d) Un quarto ambito riguarda infine i gruppi imprenditoriali privati che accettano le istituzioni, nel momento in cui vedono garantiti pienamente i loro interessi.

Le ancore del consolidamento L'altra dimensione del consolidamento riguarda l'emergere e lo sviluppo delle ancore, cioè di quelle strutture istituzionali che sono il cuore effettivo di questo processo, in quanto consento di giungere a un qualche risultato anche in presenza di una legittimità ridotta. La teoria dell'ancoraggio mostra l'esistenza e l'azione di 4 ancore nel processo di consolidamento:

1 le organizzazioni partitiche 2 i gruppi di interesse e i sindacati 3 i rapporti clientelari 4 gli assetti neo corporativi

L'ipotesi centrale della teoria dell'ancoraggio è che quanto minore è la legittimità goduta da un certo assetto democratico tanto più forti e sviluppate devono essere una o più ancora, in una o più delle loro diverse forme; e al contrario se esiste o si sviluppa gradualmente un’ampia legittimazione allora le ancore possono rimanere deboli e non sono essenziali al consolidamento. La teoria dell'ancoraggio infine può anche mostrare come dietro la crisi vi è un progressivo o più o meno rapido dis-ancoraggio, ovvero la mancata formazione di ancore.

4 La stabilità e i nuovi problemi Se il consolidamento ha successo subentra la fase di stabilità. Con questo termine si intende la ragionevolmente prevedibile capacità di durata del regime democratico in termini di: a) istituzionalizzazione raggiunta (razionalizzazione e organizzazione delle strutture politiche); b) legittimità (diffusa credenza che un regime sia meritevole di sostegno) c) efficacia decisionale (capacità di prendere e eseguire le decisioni).

All'inizio del XXI secolo i problemi più importanti che si presentano alle democrazie contemporanee sono tre, analiticamente connessi: 1) Il primo problema riguarda come costruire e consolidare una democrazia su base sovranzazionale come l'UE, un modello che va oltre la tradizionale esperienza dello Stato nazionale o multinazionale.

2) Il secondo problema riguarda la transizione da democrazie a bassa qualità a democrazie ad alta qualità. La qualità viene misurata assumendo i diritti come criteri decisivi: non solo diritti politici e civili, ma anche diritti sociali connessi agli istituti di welfare: diritto alla salute, assistenza della vecchiaia, protezione dell’invalidità, al sostegno alla disoccupazione, erogazione di servizi pubblici.

3) Il terzo problema riguarda i paesi di recente democratizzione ed è ben esemplificato dal concetto

sviluppato da O'Donnel di democrazia delegata. Con questo termine si intende democrazie in cui le funzioni reali di rappresentanza sono nelle mani di elites e in cui non esiste una sfera pubblica o una qualche possibilità di controllo reale e responsabilità politica di quelle elites governanti e delegate a tale funzione; In breve, democrazie in cui non esiste la responsabilità (accountability verticale) dei governanti nei confronti dei governati, e quello che si può rafforzare è solo un accountability orizzontale, creando dei meccanismi di controllo reciproco dei principali organi di governo. Collegato a questo problema, c'è quello dell'esportazione della democrazia. Va detto che se riteniamo che la democrazia sia un bene esportabile, ciò che viene esportato non può che essere una democrazia minima, ovvero una democrazia delegata.

PARTECIPAZIONE POLITICA E MOVIMENTI SOCIALI

Il tema della partecipazione è centrale per la politica e la democrazia. Il concetto stesso di politica, riferendosi nella sua radice etimologica, richiama a un immagine di partecipazione: nella polis si interveniva attraverso l'espressione delle proprie opinioni alla elaborazione delle decisioni. Se è vero che nelle attuali forme di democrazia, la partecipazione è in tensione con il principio della rappresentanza, un certo livello di partecipazione è comunque necessario a legittimare i rappresentanti. La stessa sovranità popolare presuppone la partecipazione, che si è infatti sviluppata in Europa nel 18 secolo insieme ad uno spazio pubblico che ha permesso l'interazione tra cittadini e i rappresentanti delle istituzioni e si è quindi estesa attraverso l'ampliamento del suffragio elettorale, principale strumento di partecipazione dei cittadini.

La partecipazione politica è stata definita come il coinvolgimento dell'individuo nel sistema politico a vari livelli di attività, dal disinteresse totale alla titolarità di una carica politica. In una concezione più limitata, essa comprende quei comportamenti dei cittadini orientati ad influenzare il processo politico.

Numerose sono le ricerche empiriche sulla estensione delle diverse forme di partecipazione. Per lungo tempo gli studiosi si sono concentrati sulle forme convenzionali di partecipazione che sono:

- esporsi a sollecitazioni politiche, - votare - avviare una discussione politica - portare un distintivo politico - assistere a un comizio - diventare membro di un partito - sollecitare contributi in denaro per le cause politiche - candidarsi a una carica elettiva - occupare cariche politiche, ecc

1 La selettività della partecipazione Se la partecipazione è espressione di democrazia, numerose ricerche empiriche hanno cmq rilevato che nelle democrazie occidentali, la partecipazione è selettiva: non solo il numero dei cittadini che partecipano politicamente è limitato, ma per di più alcuni gruppi partecipano meno di altri. In diverse ricerche si è così cercato di rilevare e poi spiegare, il quanto e il chi della partecipazione.

Quanta partecipazione Come già accennato, sebbene le teorie normative hanno affermato che la partecipazione legittima la democrazia, gli studi sui comportamenti individuali hanno presentato un'immagine differente delle democrazie contemporanee. Ricerche condotte a partire dalla metà degli anni 60 hanno rilevato che la democrazia convive con tassi molto bassi di partecipazione. Teoricamente, una democrazia funzionante ha bisogno di cittadini informati sulle tematiche politiche, attivamente impegnati rispetto ad esse e capaci di esercitare influenza sulle decisioni pubbliche. Purtroppo però gli studi sul comportamento politico mettono in dubbio questo modello attivista e razionale. Altre ricerche dello stesso periodo hanno confermato che le democrazie funzionano ad un tasso di partecipazione che è molto più basso di quello ipotizzato nelle teorie normative come condizione necessaria di buon governo. Nel suo famoso studio del 1965, Milbrath ha ad es osservato che negli USA i “gladiatori” spesso attivi in politica erano appena il 7% dei cittadini, gli “spettatori” impegnati ad un livello minimo il 60% e gli “apatici” completamente disinteressati alla politica il 30% .

La quantità di persone coinvolte si riduce, inoltre, man mano che si sale nel grado di impegno, ad es da andare a votare a iscriversi a un partito e candidarsi. Aumenta quindi ad ogni passaggio il grado di selettività della partecipazione. Chi partecipa Il problema della selettività viene accentuato dal fatto che la percentuale di coloro che partecipano tende a non essere rappresentativo della popolazione nel suo complesso. Ci sono cioè disuguaglianze nella misura della partecipazione. A parità di altre condizioni, secondo Milbrath i livelli più alti di partecipazione riguardano:

- coloro che hanno livelli più alti di istruzione - chi proviene da ceti medi piuttosto che operai - gli uomini rispetto alle donne - chi vive da lungo tempo in un luogo - coloro che appartengono a maggioranze etniche

In generale, tanto più alto è lo status sociale di un individuo, tanto più egli tende a partecipare. Nonostante i sistemi democratici siano in linea di principio egualitari (una testa, un voto), in pratica però l'influenza politica esercitata dai cittadini varia in misura considerevole. Infatti le disuguaglianze sociali ed economiche si riflettono in disuguaglianza politica. Chi ha più alto status ha, infatti, sia risorse materiali (denaro) sia risorse simboliche (prestigio) da investire nella partecipazione. Per quanto riguarda le prime, chi ha maggiore denaro e tempo libero può utilizzarlo, con minori costi marginali, in attività politica. Inoltre, chi ha prestigio ha anche maggiore influenza e la sua partecipazione ha quindi maggiore possibilità di successo. E ancora, chi ha alto status sa anche come si fa a partecipare, dato che con lo status aumenta l'istruzione e chi è più istruito sa meglio cosa fare quando vuole affermare i suoi interessi. Chi non ha queste risorse accetta la sua incompetenza, delegando ad altri l'intervento politico. É questo sentimento di incompetenza dunque, e non l'assenza di opinioni, ad allontanare questi ultimi dalla politica. Coloro che si collocano in una posizione centrale dal punto di vista sociale hanno così anche un vantaggio psicologico: istruzione e prestigio danno fiducia in se stessi, quindi nella propria capacità di cambiare le cose e fanno crescere la convinzione di aver “diritto alla parola”.

L'eguaglianza politica è dunque, ameno in parte, un'utopia, proprio perché le uguali opportunità formali di accesso sono disegualmente impiegate dai vari grupp sociali.

2. Le nuove forme di partecipazione Sebbene la partecipazione nelle sue forme convenzionali sia, come abbiamo visto, un fenomeno molto selettivo, a partire dagli anni 70 si comincerà ad osservare una rapida crescita di nuove forme di partecipazione politica, quali:

- aderire a un boicottaggio - scrivere a un giornale - autoridurre le tasse - occupare edifici - bloccare il traffico - firmare una petizione - partecipare ad uno sciopero selvaggio - usare violenza contro cose o èersone

Specie nelle democrazie occidentali, gruppi sempre più ampi di cittadini sono disponibili a fare ricorso a forme non convenzionali per presentare le loro domande al sistema politico. Va aggiunto inoltre che le azioni convenzionali e le azioni non convenzionali non sono mutualmente esclusive, ma piuttosto operano insieme, costituendo così quello che possiamo chiamare un repertorio dell'azione collettiva. Se vi sono individui che preferiscono l'uno o l'altro tipo di strategie, ve ne sono cmq molti che combinano i due tipi.

Incrociando la partecipazione ad attività convenzionali e quella di attività non convenzionali si possono distinguere 5 categorie di cittadini:

1 inattivi, che al massimo leggono di politica o firmano una petizione 2 conformisti, che si impegnano un po' nelle attività convenzionali 3 riformisti, che partecipano in modo convenzionale, ma a volte ampliano il repertorio politico

fino ad abbracciare forme legali di protesta. 4 attivisti, che ampliano il repertorio al massimo livello, fino a includere forme non legali di

protesta 5 protestatari, che adoperano tutte le forme non convenzionali, rifiutando quelle convenzionali.

Una ricerca comparata di grandi dimensioni, ha confermato che se la partecipazione politica di tipo tradizionale è rimasta stabile, quella non-istituzionale è cresciuta invece enormemente e si è ridotta la differenza nei tassi di partecipazione legata a genere, età e livelli educativi. Così da far parlare di “rivoluzione partecipativa”.

3 I movimenti sociali

Quando si analizzano le forme non istituzionali di partecipazione è necessario analizzare anche i movimenti sociali, cioè quegli attori collettivi che più spesse queste forme utilizzano. Il concetto di movimento sociale si riferisce a: a) reti di interazioni prevalentemente informali, b) basate su credenze collettive e solidarietà, c) che si mobilitano su tematiche conflittuali, d) attraverso l'uso di varie forme di protesta.

a) In primo luogo, i movimenti sociali non devono essere considerati organizzazioni come i partiti o i gruppi di pressione, ma reti di relazione informali tra una pluralità di individui che si sentono parte di uno sforzo collettivo.

b) Queste reti di relazione assolvono alla fondamentale funzione di permettere la circolazione delle

risorse necessarie per l'azione, favorendo l'elaborazione di nuove interpretazioni della realtà. Caratteristica dei movimenti è infatti la condivisione di un proprio sistema di credenze e l'elaborazione di visioni del mondo e sistemi di valori alternativi rispetto a quelli dominanti: essi contribuiscono al formarsi di un vocabolario e all'emergere di idee e di opportunità di azione che in passato erano sconosciute. c) I valori emergenti sono poi alla base sono poi alla base della definizione dei conflitti di natura politica e/o culturale, volti a promuovere o ostacolare il mutamento sociale. Questi movimenti in sostanza sono portavoci di nuove forme di conflittualità, non più fondate sulla contrapposizione tradizionale capitale/lavoro, propria della società industriale, bensì basate su un opposizione alla penetrazione dello stato e del mercato nella vita sociale: rivendicano in altre parole la riappropriazione della propria identità, il diritto di realizzare la propria vita privata e affettiva contro la manipolazione omnicomprensiva del sistema. d) Infine, i movimenti sociali si caratterizzano per l'adozione di forme inusuali di comportamento politico, in particolare della protesta come modo di fare pressione politica. Per protesta si intende una forma non convenzionale di azione che interrompe la routine quotidiana e che si rivolge in primo luogo all'opinione pubblica piuttosto che ai politici, muovendo così una critica fondamentale alla democrazia rappresentativa. Chi protesta può tentare di esercitare pressione attraverso la minaccia di un potenziale danno, la mobilitazione di un grande numero di cittadini, o l'adozione di forme d'azione ad alto impatto simbolico.

1. Alcune forme di protesta si avvicinano al modus operandi di una battaglia: la logica è quella del potenziale danno materiale. Nella sua forma più estrema, e poco frequente nelle democrazie, questa logica d'azione si riflette nella violenza politica, che tendenzialmente mira a infliggere perdite materiali al nemico. Le azioni di protesta sono spesso dirompenti, nel senso che stravolgono il normale svolgimento della vita quotidiana, ma è chiaro che hanno soprattutto un valore simbolico: il danno non è quello derivante nell'immediato dall'azione (es blocco stradale), ma piuttosto l'effetto di delegittimazione dello stato. 2. Una seconda logica d'azione cui si rifanno numerose forme di protesta è la logica dei numeri: quanto maggiore sarà il numero dei dimostranti, tanto maggiore sarà non solo il disturbo prodotto nell'immediato, ma anche la potenziale perdita di consenso per il governo. La paura di perdere elettori dovrebbe quindi spingere i rappresentanti del popolo a rivedere la propria posizione, riallineandola con quella del paese reale. 3. A partire dagli anni 70 poi, si sono sviluppate forme di protesta che possiamo definire come basate su una logica della testimonianza: l'obiettivo principale degli attivisti è quello di dimostrare la possibilità di agire collettivamente in vista di scopi universali. La testimonianza si esprime soprattutto attraverso la partecipazione ad azioni che comportano alti costi o rischi personali. Questa logica permea ad es le tattiche di disobbedienza civile, basate sull'infrazione consapevole ad una serie di leggi considerate ingiuste.

4. Mobilitazione delle risorse e partecipazione Soprattutto a partire dagli anni 70 si è sviluppata una corrente di studi che ha centrato l'analisi sui processi di mobilitazione delle risorse necessarie all'azione collettiva dei gruppi sociali. In questa prospettiva, i movimenti sociali agiscono in modo razionale, propositivo e organizzato. Le azioni di protesta derivano da un calcolo di costi e benefici, influenzato dalla presenza non solo di conflitti, ma anche di risorse necessarie ad attivare questi conflitti. Centrale è il ruolo di imprenditori politici (individui o organizzazioni) nel mobilitare lo scontento, ridurre i costi dell'azione, utilizzare e creare reti di solidarietà, distribuire incentivi ai membri, acquisire consensi all'esterno.

Nell'analisi delle risorse interne al gruppo, l'attenzione si è soffermata soprattutto sulle forme di

organizzazione. L'importanza dell'organizzazione sta nel fatto che essa può compensare l'assenza di altre risorse. In sostanza, quando una certa categoria sociale è ben organizzata, l'attività dei suoi membri viene innalzata al di sopra del livello che le caratteristiche individuali dei membri stessi avrebbero fatto prevalere. É stato infatti dimostrato come gli individui appartenenti ad un gruppo, pur avendo un basso un basso status sociale partecipano molto.

Contrariamente a quanto sostenuto da più parti, è quindi l'inserimento in reti sociali e associazioni politiche a favorire l'azione collettiva nelle sue diverse forme. La partecipazione è infatti facilitata dall'appartenenza ad organizzazioni formali o anche reti informali di conoscenze e amicizie, che spesso operano come canali di reclutamento per la partecipazione. L'inserimento in reti di relazioni ha quindi un ruolo importante, perché qui si formano idee, valori, solidarietà di gruppo e l'individuo acquisisce informazioni e competenze per partecipare politicamente.

Dato che gli ambienti (e i gruppi) sociali si differenziano sulla base della densità dei reticoli che li caratterizzano, ciò da luogo ad una differente capacità di partecipazione. Charles Tilly (1978) ha sostenuto ha tal proposito che la mobilitazione dei gruppi è influenzata dal loro livello di catnet: sintesi di caratteristiche legate alla categoria sociale e densità dei network (o reticoli) sociali. Infatti, nel passaggio da categoria (come aggregato di individui che condividono det. caratteristiche) a un gruppo sociale (come comunità capace di azione collettiva) è facilitato dalla presenza contemporanea di specifici tratti categoriali e di reti di relazioni che legano tra loro i soggetti che tali tratti condividono. Che le opportunità di partecipazione crescano per quei gruppi sociali caratterizzati da somiglianze strutturali e intensità di relazioni sociali è confermato da numerosi studi sul movimento sindacale e operaio. Inoltre, il ruolo dei reticoli sociali sarà tanto più importante quanto più rischiosa o costosa è la partecipazione politica. (ad es il movimento per i diritti civili dei neri negli USA).

5. Partecipazione e identità Organizzazioni e reticoli sociali facilitano la partecipazione nella misura in cui essi producono identità collettive, e cioè senso di appartenenza ad un gruppo e sistemi di solidarietà. In quest'ottica, la partecipazione politica è un'azione di solidarietà con altri, che mira a conservare o trasformare la struttura (e i valori) del sistema di interessi dominante. Buona parte dell'attività politica è infatti orientata a sostenere queste solidarietà attraverso la creazione di identità collettive, che sono poi alla base della partecipazione. Per mobilitarmi, ad es, come operaio e chiedere maggiori diritti per gli operai, devo innanzitutto identificarmi come operaio. L'identità come consapevolezza dell'appartenenza ad un noi collettivo, o ad una classe, facilita poi la partecipazione politica: essa è infatti maggiore quanto maggiore (più intensa e chiara) è la coscienza di classe. Possiamo quindi dire che se la costruzione dell'identità è una precondizione dell'azione collettiva, essa ne è al contempo un prodotto. Infatti, se l'organizzazione è importante soprattutto nelle fasi iniziali della creazione di una identità comune, è la stessa partecipazione che poi rafforza il senso di appartenenza, in una sorta di circolo virtuoso. Va infine detto che la costruzione dell'identità comporta una definizione in positivo di chi fa parte di un certo gruppo, ma anche necessariamente una definizione in negativo di chi ne è escluso e che tali identità vengano riconosciute dall'esterno.

6Variabili culturali e partecipazione Lo sviluppo delle nuove forme di partecipazione è stato collegato da diversi studiosi anche alle caratteristiche della cultura politica, intesa come insieme di valori, atteggiamenti e conoscenze relative alla politica. All'inizio degli anni 70, se nei paesi in via di sviluppo si osservava che la maggiore occupazione, istruzione ed esposizione ai mezzi di informazione (modernizzazione sociale) aveva portato ad una maggiore fiducia nelle capacità di influenzare l'ambiente attraverso scelte politiche sempre più basate sull'interesse personale (valori materiali), nel mondo occidentale, si è assistito ad un profondo mutamento nel sistema di valori, caratterizzato dall'emergere di valori post-materialisti (individui che si allontanano dai bisogni materiali) La spiegazione che viene data è che la generazione che è arrivata all'età adulta tra la fine degli anni 60 e l'inizio degli anni 70 si differenzia molto dalla generazione precedente per il benessere economico raggiunto, l'accesso all'istruzione superiore, la maggiore sicurezza individuale e collettiva (no guerre) e questo ha spinto ad un indebolimento dei valori di tipo materialistico (che appunto riflettono preoccupazioni relative al benessere e alla sicurezza) e all'emergere invece di valori post-materialisti orientati verso bisogni di natura espressiva (autorealizzazione nella sfera privata, espansione della libertà di opinione, della democrazia partecipativa) finalizzati a dare maggior peso ai cittadini nelle scelte politiche e garantire maggiore libertà di parola. Inoltre la lunga fase di crescita economica ha spostato l'attenzione dai temi materiali a quelli relativi allo stile di vita ed ha portato ad un cambiamento nel modo di concepire la società e la politica.

7. Variabili socio-economiche Se variabili culturali, come il post-materialismo, sono state individuate come cause dello sviluppo di nuove forme di partecipazione, lo stesso fenomeno è stato spiegato anche a partire da variabili socio- economiche e politiche In particolare, rilevante per lo sviluppo della partecipazione è ciò che è stato definito la struttura delle opportunità politiche. L'assunto di fondo è che la partecipazione si intensifica quando si aprono canali di accesso alle istituzioni, che portano a sperare in un successo dell'azione collettiva.

Fra le istituzioni politiche che possono influenzare la partecipazione ci sono: 1) Il decentramento territoriale: maggiore è il grado di distribuzione dei poteri alla periferia, maggiore sarà la possibilità dei movimenti sociali di trovare un punto di accesso al processo decisionale. Così, ad es, il decentramento dei poteri dallo stato nazionale alle regioni, dalle regioni alle città e dalle città ai quartieri viene considerato, a parità di condizioni, come un'apertura del sistema istituzionale alle spinte provenienti dal basso.

2) La separazione funzionale del potere: maggiore è la divisione dei 3 poteri e indipendente è il sistema giudiziario, tanto più aperto sarà il sistema.

3) Abbiamo poi le strategie prevalenti, cioè le procedure che i membri di un sistema adoperano quando hanno a che fare con gli sfidanti. Nei Paesi mediterranei, ma anche in Germania e Francia, le esperienze autoritarie e la ritardata introduzione del suffragio universale, hanno portato ad una prevalenza di strategie eslcusive, cioè volte a reprimere i movimenti sociali, che hanno prodotto una divisione e radicalizzazione del movimento operaio Invece, nei paesi con mercati aperti, in GB e nei Paesi Scandinavi, le strategie sono state inclusive, cioè volte a una cooptazione delle niove domande, e hanno prodotto movimenti operai uniti e moderati.

4) Sia le istituzioni che le strategie prevalenti sono variabili statiche, che cambiano cioè lentamente. Ci sono però anche variabili dinamiche. Tra queste molto importante è la configurazione del potere

, cioè la distribuzione del potere tra gli attori rilevanti, che operano sia nel sistema dei partiti che in

quello delle organizzazioni di interessi. La configurazione del potere è data dal rapporto fra il sistema di alleanze (attori che sostengono i movimenti) e il sistema di conflitto (attori che si oppongono ai movimenti), che crea o distrugge opportunità di partecipazione.

La partecipazione fa bene alla democrazia? Se alcune forme di partecipazione sembrano crescere, contrastanti sono cmq i pareri sulle loro conseguenze nei regimi democratici Democrazia e apatia In uno studio del 1960, Seymur Lipset aveva sostenuto che un certo livello di apatia fa bene alla democrazia, poiché la non partecipazione può essere un segno positivo di consenso a chi governa, mentre una crescita della partecipazione può indicare scontento politico e disgregazione sociale. Questo perché la crescita della partecipazione aumenta il numero delle domande al sistema, creando rischi di sovraccarico, con una conseguente riduzione della capacità di risposta e credibilità dei governanti. Secondo Huntington, ciò può addirittura portare, come successo negli anni 70, ad una crisi della democrazia caratterizzata da distruzione dell'ordine civile, indebolimento dei governi e alienazione dei cittadini. Se la protesta è stata quindi vista come possibile causa di delegittimazione delle democrazie, alcuni hanno cmq sottolineato i suoi aspetti positivi. Paragonando le reazioni dei cittadini di un sistema politico a quelle dei consumatori in un mercato, Albert Hirchman ha distinto diverse strategie per esprimere uno scontento. Un cittadino, così come un consumatore, può reagire all'insoddisfazione utilizzzando strategie di uscita (exit) o di protesta (voice). - L'uscita si riferisce all'abbandono di un prodotto per un altro. Si tratta di una strategia per salvaguardare il proprio benessere o migliorare la propria posizione, che è inequivocabile (o si esce o si resta) e impersonale (si evita ogni confronto diretto tra cliente e impresa) - La voce è invece la reazione di chi preferisce cambiare ciò che non va piuttosto che eluderlo e comprende quei comportamenti che vanno dalla timida lagnanza ad una violenta protesta. É diretta e schietta.

Sia la voce che l'uscita, in dosi eccessive, sono deleterie e per questo occorre anche una cera dose di attaccamento affettivo, o lealtà nei confronti delle istituzione, perché favorisce l'opzione voce rispetto all'opzione uscita, che è più deleteria. Ne deriva che i sistemi politici che facilitano la protesta, stimolando la partecipazione, funzioneranno meglio di quelli dove lo scontento non può sfociare che nell'uscita.

Associazionismo e democrazia La partecipazione, come capacità della società civile di organizzarsi e realizzare direttamente alcuni obiettivi è stata vista anche come particolarmente favorevole alla democrazia, poiché le si attribuisce la valenza positiva di favorire l'autogoverno, contro l'alienazione del cittadino quando si rapporti allo stato sulla base di diritti e obblighi puramente politici. Secondo Alexis De Toqueville, la forza della democrazia americana stava proprio nel decentramento ai comuni e alle associazioni dei poteri, in Europa concentrati invece nello Stato nazionale. “Nel comune il cittadino si socializza alla politica perché è alla sua portata. Nelle associazioni si sviluppa il piacere di stare insieme e si impara ad interagire con gli altri.” Di recente le teorie di Tocqueville sono state riprese dalla letteratura sul capitale sociale, definito in riferimento alle caratteristiche della organizzazione sociale – reticoli di relazioni, norme di reciprocità, fiducia negli altri – che facilitano la cooperazione per il raggiungimento di di comuni benefici. Sono in particolare le associazioni di cittadini a diffondere tra i partecipanti il sentimento della cooperazione, della solidarietà e dell'impegno sociale, e quindi lo stesso capitale sociale.

La presenza di capitale sociale creato dalle associazioni favorirebbe il buon governo. Non a caso, come

ha spiegato Robert Putman, le regioni con più alti tassi di associazionismo (e quindi di civismo) sono caratterizzate da benessere economico e buon governo.6 Il capitale sociale migliora l'azione del governo nella misura in cui esso genera fiducia negli altri, inclusa la p. amministrazione, oltre ad aumentare le capacità di autogoverno dei cittadini, In queste società, esperienze positive di cooperazione spingono a continuare a cooperare: il capitale sociale cresce, cioè, su se stesso.

Va precisato però che non sempre la presenza di capitale sociale porta a buon governo. Il capitale sociale è infatti composto da tutte quelle risorse che aiutano a fare le cose e gli interessi che si organizzano per cooperare possono essere ad es quelli di una minoranza contraria alla democrazia. Si è cominciato quindi a parlare di cattivo capitale sociale, come ad es quello dei nazisti, dei gruppi terroristi o dei mafiosi.

Un altra precisazione da fare è che il capitale sociale non è monopolio esclusivo delle associazioni: può essere infatti prodotto da altre istituzioni dal basso, come la famiglia, o dall'alto, come la scuola, le chiese, partiti e governo. Va detto che il ruolo delle istituzioni pubbliche è centrale nello stimolare e nel creare le condizioni nelle quali il capitale sociale può aiutare a raggiungere beni collettivi.

I GRUPPI DI PRESSIONE Lo studio dei gruppi di interesse è sempre stato oggetto di considerazioni e sentimenti contrastanti. Sono stati, infatti, ritenuti di volta in volta espressione della libertà democratica di associazione e unione, ma anche espressione dei poteri economici (e religiosi) più forti; espressione delle capacità di classi deboli di accrescere le proprie possibilità di influenza attraverso l'organizzazione e la pressione, ad es sindacale, ma anche dimostrazione dell'ulteriore spazio dato agli interessi dominanti di mantenere o accrescere le disuguaglianze esistenti. 1 Cenni storici L'esistenza o anche l'emergere di gruppi di interesse non è un fenomeno europeo-occidentale e neppure proprio del mondo moderno. - Già durante l'impero romano esistevano corporazioni, cioè organizzazioni composte da individui che esercitavano la stessa professione - Nel Medioevo, le gilde e le corporazioni avevano importanti funzioni di governo nei Comuni. - Nel 18° secolo le dottrine del libero scambio e della concorrenza mettevano in discussione i privilegi monopolistici delle corporazioni. - Nel seconda metà del 19° secolo veniva riconosciuto il diritto al lavoro, cioè l'accesso ad esso senza restrizioni, e bandito al contempo ogni forma di gruppo professionale. - Sempre nella seconda metà del 19° secolo venivano riconosciute la libertà di lavoro e di associazione. Le rivendicazioni della classe operaia fecero si che fra i diritti civili venisse riconosciuto il diritto a formare gruppi come le organizzazioni sindacali per la difesa degli interessi collettivi. - La 1GM rappresentò un momento di grande espansione delle organizzazioni di rappresentanza di specifici interessi, che giocarono un ruolo centrale nella mobilitazione dello sforzo bellico, nel campo sia della produzione che dell'ordine pubblico. I bisogni della guerra spinsero a coinvolgere i gruppi organizzati nelle decisioni pubbliche: le associazioni industriali acquisirono poteri di coordinamento e ai sindacati venne riconosciuto il diritto di sostenere le rivendicazioni dei lavoratori. - La capacità di organizzazione dei diversi gruppi è cresciuta grazie ai processi di modernizzazione e agli sviluppi tecnologici (stampa, media elettronici), oltre che dalla diffusione dell'istruzione e crescita del ceto medio.

6 L'associazionismo in Italia è più diffuso nel centro nord. Nel sud l'amm. pubblica si intende gestita dagli “altri” (capi, notabli), mentre il cittadino non partecipa alle decisioni riguardanti il bene pubblico.

2. I gruppi: definizione La definizione dei concetti di gruppo di interesse o gruppo di pressione è tuttora controversa. - In primo luogo, la realtà degli interessi è estremamente variegata in termini di dimensione dei gruppi coinvolti, consapevolezza della condivisione di caratteristiche comuni, rilevanza della identità di gruppo, omogeneità degli interessi, ecc. - In secondo luogo, il significato stesso del termine gruppo non è univoco. Secondo alcuni studiosi, un gruppo coincide con ogni sezione della società con interessi propri che agisca o tenti di agire. Non c'è gruppo senza interesse, che è l'equivalente di un gruppo. Altri studiosi hanno invece collegato il gruppo ad un atteggiamento. Un gruppo di interesse è un gruppo che sulla base di atteggiamenti condivisi presenta delle domande ad altri gruppi. Altri autori ancora hanno hanno sottolineato la consapevolezza dell'appartenenza: un gruppo di interesse è un gruppo di individui che sono legati da comuni preoccupazioni o interessi e che sono consapevoli di questo legame.

Il concetto di gruppo di pressione, spesso utilizzato in modo intercambiabile con quello di gruppo di interesse, sottolinea l'azione dei gruppi in politica. A voler essere precisi le due dizioni indicano aspetti diversi: non tutti i gruppi di interesse si attivano in politica, fanno pressione. L'uso intercambiabile è, dunque, accettabile purché si sia consapevoli che la prima dizione indica l'azione svolta e la seconda che cosa tiene insieme il gruppo. All'azione di pressione si riferisce anche l'inglese lobbying, che indica l'azione di delegati di gruppi di interesse, in contatto diretto con parlamentari, membri del governo, burocrati o altri, con il fine di influenzare le scelte politiche.

Un gruppo di interesse può quindi essere definito come un insieme di persone, organizzate su basi volontarie, che mobilita risorse per influenzare decisioni e conseguenti politiche pubbliche.7

3. Tipologie dei gruppi Prima di vedere le tipologie, va ricordato che la funzione principale dei gruppi è l'articolazione di interessi. Con questo termine si intende la formulazione di una domanda politica da parte di gruppi o individui in forme e modalità molto diverse. La funzione di articolazione può essere svolta da individui o da diversi tipi di organizzazioni. Individui, specifiche imprese, singoli enti possono essere e di fatto sono tutti importanti e diretti “articolatori” dei loro stessi interessi.8 Data la varietà del fenomeno sono state elaborate diverse classificazioni e tipologie in relazione alla struttura organizzativa, alle strategie utilizzate e agli obiettivi.

Struttura organizzativa Per quanto riguarda la struttura organizzativa, i gruppi si possono distinguere in 4 tipi. 1) Anomici, cioè folle e rivolte disorganizzate, espressione più o meno spontanea di protesta che crescono velocemente e di norma altrettanto velocemente rientrano. 2) Non-associativi, basati su interessi derivanti da identità condivise quali razza, religione, lingua. Pur non avendo una struttura associativa specializzata, gli interessi sono percepiti come comuni, in quanto alla base di una identità collettiva, e ciò da al gruppo una maggiore continuità e stabilità rispetto al gruppo anomico.

7 L'organizzazione del gruppo è di solito formalizzata da apposite norme e l'aggregazione è volontaria in quanto la stragrande maggioranza dei suoi membri non è retribuita e la partecipazione è libera. Differnetemente dai partiti, i gruppi cercano di influenzare le decisoni pubbliche, non di eleggere i propri rappresentati in governi e parlamenti.

8 Tra le modalità individuali di articolazione degli interessi va segnalata per la sua importanza, anche in Italia, l'articolazione particolarista di tipo clientelare. La ricerca di un lavoro, l'ssegnazione di una carica, spinge gli individui a creare un rapporto personale di scambio di favori con i funzionari della p.a. o con esponenti politici. Tipico di un economia poco sviluppata e dipendente dall'intervento pubblico e di una societò poco sviluppata e autonoma.

3) Istituzionali, i quali si trovano all'interno di organizzazioni quali i corpi legislativi, le forze armate, le burocrazie e le chiese. Essi svolgono più funzioni, non solo l'articolazione di interessi. 4) Associativi, cioè strutture specializzate per l'articolazione degli interessi che sono specificamente designate a rappresentare gli obiettivi di un gruppo in particolare. Es di questi ultimi sono i sindacati, le organizzazioni imprenditoriali e religiose ecc. Questi sono i gruppi maggiormente rilevanti nelle moderne democrazie.

Modalità d'azione Le modalità di azione possono essere le più diverse, ma in linea di massima i gruppi possono seguire:

- forme d'azione convenzionali (comunicazioni e contatti con i decisori politici) - forme d'azione non convenzionali (campagne verso l'opinione pubblica, scioperi, corruzione,

finanziamenti politici) Se tali forme d'azione hanno successo, l'articolazione degli interessi diventa allora domanda politica e si traduce in decisioni da attuare; un successo parziale comporta decisioni solo in parte congruenti con gli interessi; un insuccesso significa che le domande restano inascoltate.

Obiettivi Per quanto riguarda gli obiettivi dei gruppi, si è distinto tra

- gruppi di difesa di interessi oggettivi , cioè gruppi formati a partire da categorie occupazionali o su base etnico o di genere)

- gruppi fondati sull'espressione di preferenze morali, come i gruppi filantropici, umanitari, ecc.

Distinguiamo inoltre tra: - gruppi di interesse pubblico, che difendono interessi comuni, condivisi da tutti i membri di una

comunità nazionale, la cui organizzazione è più difficile da attuare. - gruppi di interesse speciale, che difendono interessi parziali, con piccoli, con più risorse e più

facili da organizzare.

Risorse. Modalità d'azione e obiettivi condizionano e sono condizionati dalle risorse a disposizione dei gruppi. Se ne distinguono almeno 6 tipi.

1 economico-finanziarie (possedute soprattutto da i gruppi associativi imprenditoriali). 2 numeriche (proprie di quei gruppi che mobilitano l'opinione pubblica e fanno propaganda) 3 di influenza (che dipendono dallo status sociale e dalla facilità di accesso alle sedi decisionali) 4 conoscitive (cioè dovute al monopolio o controllo di conoscenze tecniche) 5 organizzative (derivanti dall'esistenza di strutture efficienti nel gruppo nell'esprimere e

articolare le proprie domande secondo le modalità, i tempi e nelle sedi più opportune) 6 simboliche (che hanno i gruppi in grado di convogliare consenso sulle proprie domande

facendo ricorso a simboli e valori rilevanti per i cittadini in certi momenti ad es in passato, i gruppi religiosi, le associazioni patriottiche, di reduci, ecc.)

4. Gruppi e partiti Le strategie dei gruppi sono influenzate dalle caratteristiche dei sistemi politici nazionali. A questo proposito uno degli aspetti più interessanti riguarda il rapporto tra partiti e gruppi. L'aspetto essenziale da considerare è se, come e in che misura i partiti diventino e rimangano dei gatekeepers, cioè “controllori d’accesso” rispetto agli interessi sostenuti dai gruppi. I partiti

sono considerati gatekeepers se con una propria organizzazione, un elettorato identificato, propri

interessi autonomi, propri esponenti, riescono ad essere presenti in ogni arena decisionale, centrale o locale e a determinare sia l’accesso, sia l’agenda e i risultati decisionali che toccano gli interessi sostenuti dai gruppi. In altri termini i partiti diventano e restano efficaci gatekeepers se riescono a far prevalere il circuito elettorale rappresentativo rispetto a quello definito come funzionale, proprio degli interessi, Dal punto di vista dei gruppi, l'aspetto centrale è che, in questa situazione, essi non possono perseguire i propri interessi se non passando attraverso i partiti e le elites partitiche. I gruppi cioè non hanno accesso diretto alle arene decisionali, specie in sede governativa e parlamentare centrale. In particolare, l'intervento sul partito può avvenire: 1. a livello elettorale (ad es nel momento delle candidature) 2. a livello interno del partito (ad es con la presenza di propri esponenti nel partito) 3. a livello delle dichiarazioni programmatiche (ad es attraverso info e posizioni suggerite dal gruppo) 4. a livello decisionale (as ed con interventi diretti del gruppo su parlamentari e ministri)

Fra gruppi e partiti si instaura un rapporto che può essere di 4 tipi: 1. Occupazione: situazione in cui gli interessi del gruppo sono subordinati a quelli del partito che ha la preminenza assoluta in termini di reclutamento, nomina, attività organizzative e decisionali interne al gruppo. 2. Simbiosi: si ha invece in quella situazione in cui partito e gruppo sono in una posizione di parità, hanno bisogno l'uno dell'altro e si rinforzano a vicenda nelle rispettive sfere di attività. (es partiti socialisti e sindacati). Tale relazione simbiotica è più probabile quando il partito si lega ad una organizzazione di massa rispetto alla quale avvengono sovrapposizione di membership e reciproco sostegno finanziario. La rel. cmq non è necessariamente perfettamente simmetrica, con un dominio condizionato del partito. Aggiungendo alla interazione gruppi-partiti quella tra gruppi e p. amm., proprio a proposito del caso italiano, in una famosa ricerca Joseph la Palombara ha utilizzato i termini rapporto di clientela (quando ad un gruppo viene riconosciuto un accesso privilegiato con la p.a.) e rapporto di parentela (quando un gruppo ha un rapporto privilegiato con un partito, ad es la CGIL e il partito comunista)

In queste situazioni, i rapporti fra sindacati e partiti sono influenzati dalle caratteristiche che i primi hanno assunto nei diversi paesi. In particolare, i sindacati in alcuni casi si sono limitati a rappresentare i propri iscritti, in altri hanno assunto invece un ruolo politico di difesa dell'intera classe operaia. Questo è appunto il caso italiano, dove è emerso il modello di sindacato di classe che ha creato l'illusione della rappresentanza universale del sindacalismo di classe e la gestione politica più che sociale dei movimenti di protesta, con un'azione surrogata rispetto ai partiti e ad un ampliamento dei temi a cui i sindacati si sono interessati (casa, fisco, sanità, ecc)

3. Egemonizzazione: è una situazione opposta all'occupazione, dove il gruppo ha egemonizzato completamente un partito o addirittura ne ha creato uno ad hoc. Il gruppo condiziona il partito a livello di nomina e organizzazione, a livello elettorale e in sede decisionale. In sostanza, il partito è espressione del gruppo e gli offre un accesso indiretto alle decisioni pubbliche.

4. Neutralità: è infine la situazione i partiti restano autonomi nel ruolo di gatekeepers, e i gruppi trovano più conveniente non stabilire rapporti privilegiati con alcun partito, ma solo rapporti limitati nel tempo e ad una tematica specifica anche con più partiti contemporaneamente (appello multipartitico). Un esempio è Confindustria che mantiene un'autonomia completa e stabilisce rapporti nelle sedi decisionali quando vengono in discussione aspetti rilevanti per il gruppo. Un caso estremo è quello in cui il gruppo può contare su un accesso diretto alla burocrazia e alle sedi decisionali , non avendo più bisogno di interagire con un partito (è secondario), fino all'annullamento di questi. Il gruppo si trasforma così da controllato a controllore e “autodispensatore” di risorse.

5 La teoria pluralista dei gruppi Lo studio dei gruppi è effettivamente un passo obbligato per analizzare la politica al di là delle norme giuridiche. Già nel 1908, Bentley, in contrasto con gli approcci formali-legali, che guardavano alla politica soprattutto a partire dalle norme scritte, sviluppa un approccio realistico alla politica partendo dalla constatazione che i gruppi sono gli attori più rilevanti e che sono importanti le azioni, piuttosto che credenze, così come l'analisi di come funziona il sistema, piuttosto di come dovrebbe funzionare.

Questo obiettivo è centrale nell'approccio classico ai gruppi, noto come teoria pluralista. Secondo questa teoria la presenza dei gruppi è vista come fonte di equilibrio, socializzazione e autonomia della società dallo stato. 1. In primo luogo la pluralità dei gruppi garantisce un certo equilibrio tra spinte contrastanti. La competizione tra diversi gruppi porta ad una mediazione tra di essi, permettendo così di avvicinarsi ad una sorta di bene comune ed è quindi benefica per la democrazia, perché come in un mercato la concorrenza eviterebbe il monopolio. Secondo David Truman, la sfida proveniente dai gruppi attivi porta alla mobilitazione di gruppi latenti, cioè di gruppi che pur condividendo un interesse non si sono ancora organizzati per difenderlo. Questa possibile mobilitazione di gruppi latenti spinge i gruppi attivi a moderare le proprie rivendicazioni. La possibilità di mobilitazione dei gruppi latenti spiegherebbe inoltre la disponibilità dei politici a farsi carico della difesa dei loro interessi. Se temporaneamente alcuni interessi possono prevalere su altri, questo dominio sarà transitorio: durerà solo iltempo necessario ai gruppi per organizzarsi. La mobilitazione produce contro-mobilitazione, e la pressione degli uni indebolisce quella degli altri, permettendo così al governo di bilanciare fra le varie richieste e mirare al benessere collettivo.

2. In secondo luogo, gli effetti della partecipazione sono visti come particolarmente socializzanti: la vita nelle associazioni educa il cittadino all'interazione con gli altri, ad allontanarsi dai propri interessi egoistici, a comunicare e collaborare, portando coesione sociale e fiducia reciproca. In particolare la tolleranza reciproca è favorita dalle appartenenze multiple e trasversali: interessi diversi portano a lealtà divise fra gruppi diversi e dunque ad una rete di rapporti tra gli individui evitando la loro radicalizzazione in organizzazioni totalizzanti, come un partito ideologico di massa.

3. In terzo luogo, i gruppi esprimono la capacità di organizzarsi dal basso, rendendo i cittadini meno dipendenti dalle istituzioni pubbliche. L'approccio pluralista ha definito i gruppi come la normale forma di aggregazione degli individui e lo Stato come arbitro tra essi. Di conseguenza da questa teoria dei gruppi emerge una concezione della politica come mediazione, piuttosto che esercizio di autorità.

Critiche alla teoria pluralista ● La teoria pluralista è stata criticata sotto svariati aspetti, e accusata di difendere un mondo in cui pochi hanno potere su molti, dato che la mobilitazione era limitata e fonte di ineguaglianza. I gruppi con maggiori risorse hanno infatti maggiori capacità di mobilitarsi e di influenzare il governo a danno di altri. É stato osservato che l'esistenza di un interesse comune non porta automaticamente ad una azione collettiva. Visto che tutti, anche coloro che non hanno investito alcuna risorsa, possono godere di un bene collettivo, la razionalità individuale porterebbe ad agire da free-rider, cioè a non pagare il costo dell'azione collettiva, aspettando che altri si mobilitino. Ad es, sebbene tutti apprezzino un'aria pulita pochi sono disposti ad investire tempo e risorse per un azione ambientalista.

● Perché ci sia azione collettiva occorre allora che le organizzazioni siano in grado o di esercitare coercizione sui loro membri o distribuire incentivi selettivi (materiali come il denaro o simbolici come il prestigio) cioè premi o punizioni che beneficiano o colpiscano singoli individui.

Perché un gruppo si organizzi è dunque necessario che vi siano, innanzitutto, degli imprenditori capaci

di offrire risorse ai loro potenziali membri. Se distinguiamo tra promotori di gruppi di interesse e coloro che vi aderiscono, possiamo dire che i primi sono imprenditori che investono risorse per offrire servizi che gli aderenti, come consumatori, possono comprare. La mobilitazione di risorse e l'emergere di imprenditori dell'azione collettiva sono più facili tra individui ricchi di risorse materiali, che sono quindi disponibili a utilizzare parte di esse a un organizzazione di interessi. Ciò spiega la forte presenza di organizzazioni di ceti sociali abbienti: organizzazioni di professionisti, di imprenditori ecc. Così ad es, negli USA 800 dei 1200 G.di P. censiti in una ricerca degli anni '40 rappresentavano interessi de mondo degli affari. É più facile dunque organizzarsi per i ricchi che per i poveri e ciò aumenta le disuguaglianze sociali.

● La teoria pluralista è stata poi criticata dal punto di vista normativo, perché essa considera come equivalenti tutti gli interessi in gioco, rendendo il governo incapace di resistere alle pressioni; ricercare il bene comune è poi reso impossibile dall'aggressività dei GdP, concentrati nella difesa di interessi parziali in una situazione del tutti contro tutti che termina con il piegarsi del governo agli interessi forti. I risultati empirici hanno cmq rilevato una maggiore capacità organizzativa dei “grupppi deboli” (come gruppi per i diritti civili, gruppi ambentalisti ecc) e ha ridimensionato il potere dei gruppi in generale, rilevando che in realtà i gruppi sono più capaci di porre alcuni temi sull'agenda politica che di determinarne le soluzioni e che l'attività di lobbying è più orientata a offrire info più che esercitare ricatti.

6. Pluralismo e neocorporativismo A partire dagli anni 70, un ampio settore della letteratura si è concentrato sull'analisi di un modello di rappresentanza funzionale degli interessi diverso da quello pluralista, definito neocorporativo, a sottolineare le somiglianza con le corporazioni.

Tipo di associazioni e rapporti con lo Stato I due modelli si distinguono sia in relazione alla struttura organizzativa degli interessi sia in relazione ai rapporti tra interessi privati e istituzioni pubbliche. Modello pluralista: multiple, volontarie, concorrenti, non differenziate secondo criteri funzionali, non hanno licenze e non sono riconosciute, sovvenzionate o controllate dallo Stato Modello neocorporativo: singole, obbligatorie, non in concorrenza l'una con l'altra, gerarchiche, differenziate le une con le altre, riconosciute, sovvenzionate e a volte controllate dallo Stato.

Logica dei membri e logica di influenza Le associazioni degli interessi sono soggette a due diverse logiche di scambio la logica dei membri e la logica di influenza. La prima regola i rapporti tra associazioni e membri, la seconda regola i rapporti tra associazioni e istituzioni. Il funzionamento dei modelli pluralista e neocorporativo si differenzia per entrambi i tipi di logica. Modello pluralista: è caratterizzato da una struttura organizzativa frammentata e povera di risorse e ha quindi difficoltà a sviluppare programmi di lungo periodo. Per quanto rig. la logica di influenza, i gruppi esercitano varie forme di pressione, ma non vi sono rapporti strutturati. Tipica delle forme di influenza pluralista è la lobbying. Modello neocorporativo: è caratterizzato da associazioni forti, integrate, ricche di risorse, indipendenti dai membri e capaci di sviluppare prospettive di lungo termine. Per quanto rig. la logica di influenza, un sistema istituzionalizzato di interazioni attribuisce alle associazioni ruoli particolari nella elaborazione e soprattutto realizzazione delle politiche. Tipica delle forme di influenza neocorporativa è la concertazione, cioè l'accordo tra più attori.

L'analisi su pluralismo e corporativismo si concentra, di solito, sugli interessi economici, che sono

appunto gli interessi più forti. Da questo punto di vista, il corporativismo può essere considerato come una forma di regolazione sociale, cioè di coordinamento e regolamentazione delle attività di diversi attori (in particolare nel settore della produzione e della distribuzione di beni), attraverso accordi fra pochi grandi gruppi detentori del monopolio della rappresentanza funzionale di interessi in settori diversi con un riconoscimento privilegiato da parte delle istituzioni e un inserimento diretto nel processo decisionale.

Neocorporativismo: le cause Se guardiamo i dati empirici, il neocorporativismo si è diffuso in quei piccoli paesi europei (Svezia, Norvegia, Finlandia, Danimarca, Svizzera, Austria, Belgio, Olanda) dotati di un economia integrata nei mercati internazionali, di associazioni di classe e settoriali forti, di forti partiti social-democratici stabili nell'ambito di democrazie neutrali in politica estera e culturalmente omogenei. Rispetto ai problemi immediati, negli anni '70 molti paesi europei erano pressati dal bisogno di superare la crisi economica e ciò ha spinto i governi a cercare la concertazione con i rappresentanti di sindacati e datori di lavoro, diffondendo così il neocorporativismo laddove i partiti più vicini ai sindacati erano al governo.

Rispetto ai fattori di fondo che favoriscono assetti neocorporativi abbiamo fattori politici: in particolare una effettiva libertà di associazione, una capacità di azione collettiva, una partecipazione diffusa e organizzata; e fattori economici e amministrativi: in particolare l'informazione specializzata, la necessità di assicurarsi la pace sociale, la flessibilità della manodopera, il contenimento dei salari per accrescere la competitività internazionale, ecc.

Il neocorporativismo è invece ostacolato dalla frammentazione delle organizzazioni di rappresentanza degli interessi. Nei paesi più vicini al modello pluralista, diverse sono le ragioni di divisione e frammentazione, specie nei sindacati: possono essere di natura ideologica (Italia), linguistica (Spagna) o relativa alle categorie occupazionali (Inghilterra).

Neocorporativismo: le conseguenze Le conseguenze del neocorporativismo sono state descritte in modo contrastante. Negative Secondo alcuni studiosi, il favore accordato ai gruppi economici forti (cioè a quelli collocati nella sfera di produzione) emargina sempre più i gruppi non dotati di potere di ricatto economico. Vi sono inoltre elementi potenzialmente antidemocratici in accordi neocorporativi che avvantaggiano i rappresentanti di professione rispetto ai cittadini, le burocrazie rispetto alla base, i gruppi forti rispetto a quelli deboli. Inoltre il neocorp. porterebbe a ridurre la competizione e di conseguenza la partecipazione. In definitiva reali sono i rischi di sovrarappresentazione degli interessi forti.

Positive. Altri studiosi hanno invece messo in evidenza la capacità del neocorp. di ridurre sia il tasso di conflitti sul lavoro che, più in generale, il tasso di insubordinazione verso le istituzioni statali. Inoltre, il tasso di inflazione è risultato più basso in democrazie nelle quali esistevano accordi neocorp a livello nazionale; nel lungo periodo produrrebbe quindi stabilità dei prezzi e competitività internazionale.

I PARTITI POLITICI Definizioni Una delle più note definizioni di partito ci viene data da Max Weber secondo il quale i partiti sono associazioni formalmente organizzate fondate su un'adesione volontaria e costituite con il fine di influenzare l'ordinamento e l'apparato di persone che guidano la comunità sociale attribuendo ai propri capi una posizione di potenza e consentendo ai militanti di perseguire fini oggettivi o vantaggi personali o entrambi.

Un'altra definizione è quella proposta da Anthony Downs secondo il quale un partito è una compagine di persone che cercano di ottenere il controllo dell'apparato governativo a seguito di regolari elezioni.

1. Le funzioni dei partiti I partiti agiscono come mediatori tra le istituzioni pubbliche e la società civile, tra lo stato e i cittadini. 1. Una prima funzione è la strutturazione delle domande, i partiti organizzano cioè la volontà pubblica, operando una semplificazione della complessità degli interessi individuali. 2. I partiti inoltre mettono “ordine” nel caos”, cioè nella moltitudine di elettori, attraverso un processo di strutturazione del voto, dando stabilità nel lungo periodo ai comportamenti di voto individuali. 3. I partiti poi si occupano della socializzazione politica, cioè insegnano ad occuparsi della collettività, inculcando valori e distribuendo capacità politiche ai cittadini. Essi mirano a trasformare gli individui in cittadini integrati in una comunità e organizzano anche altre forme di partecipazione politica. 4. Attraverso la selezione delle candidature, i partiti operano poi l'importante funzione di reclutamento dei governanti. In tutte le democrazie infatti, le liste elettorali sono presentate da partiti e composte da loro appartenenti; inoltre nella stragrande maggioranza dei casi i gov sono formati da membri di partito. 5. Creando dei canali di comunicazione tra governanti e governati, consentono il controllo dei secondi sui primi. 6. I partiti inoltre sono importanti nella formazione di politiche pubbliche. Essi infatti elaborano programmi, li presentano agli elettori, e se vittoriosi, dovrebbero metterli in atto.

Approccio razionale: partiti e mercato elettorale Nello studio dei partiti si sono confrontati diversi approcci, che riflettono concezioni profondamente diverse della politica. In particolare, abbiamo un approccio identitario che ha sottolineato soprattutto la funzione dei partiti nella costruzione di identità collettive; e un approccio razionale, che invece vede i partiti come apparati orientati alla caccia di voti, ottenuti attraverso uno scambio tra rappresentanti e rappresentati simile a quello che avviene sul mercato economico tra imprese e consumatori.

Nel suo La teoria economica della democrazia, del 1957, Anthony Downs propone un'interpretazione del fenomeno elettorale basata sul concetto di razionalità, che in democrazia guiderebbe il comportamento sia degli elettori che degli eletti. L'assunto di fondo dell'approccio razionale è che l'individuo e perfettamente informato e sia capace di stabilire innanzitutto un ordine tra le varie alternative per lui disponibili e che poi scelga quella che si colloca più in alto nella graduatoria di preferenze. La teoria economica della politica presuppone che elettori ed eletti perseguano diversi tipi di beni. Come i consumatori nel mercato economico, gli elettori avrebbero nel mercato politico preferenze specifiche. Essi chiederebbero quindi delle particolari decisioni politiche ai loro eletti. Come le imprese nel mercato economico sono indifferenti al prodotto offerto, mirando essenzialmente al profitto, così i candidati nel mercato politico avrebbero come unico fine la propria elezione alle cariche pubbliche, senza preferenze per quella o questa politica pubblica.

Se nel mercato economico si parla di sovranità del consumatore,così nelle democrazie ci sarebbe

sovranità dell'elettore, e il personale politico sarebbe semplicemente il mandatario dei voleri dell'elettore mandante.

L'assunto dell'homo economicus è mantenuto anche dagli studiosi del cd. approccio della scelta pubblica (public choice). In questo approccio però la dipendenza degli eletti dagli elettori rischia di avere un effetto negativo, poiché li porterebbe a spendere denaro pubblico aumentando il debito e facendo crescere l'inflazione. Secondo gli studiosi della scelta pubblica, la soluzione alla crescita del debito è la sottrazione di potere decisionale agli organi elettivi.

Approccio identitario: identità collettive e partiti L'approccio economico ai partiti ha sollevato numerose critiche. Si è sottolineato, in primo luogo, che in realtà gli elettori non possiedono info sufficienti ad agire razionalmente. In secondo luogo, poco convincente è apparsa l'estensione del concetto di mercato in un ambito nel quale manca un mezzo di scambio generalizzato come il denaro. E ancora si è osservato che se i politici davvero seguissero le rischieste egoistiche dei loro elettori ne risulterebbe un'incapacità di perseguire il bene comune. Ma soprattutto si è osservato che la politica in realtà non gestisce preferenze già formatesi altrove, cioè ad essa esogene, ma che è proprio essenza della politica a formare le preferenze, attraverso l'elaborazione di identità collettive.

É stato in particolare Alessandro Pizzorno a elaborare un approccio identitario alla politica, sottolineando la necessità di una collettività identificante che fornisca i criteri rispetto ai quali il soggetto definisce i propri interessi. Secondo questo approccio, l'essenza stessa della politica è proprio la capacità di costruire queste identità collettive attraverso un uso sofisticato dell'ideologia, come strumento per definire interessi collettivi di lungo periodo ai quali subordinare il godimento di vantaggi individuali immediati. Solo una volta costituite le identità collettive, i rappresentati possono chiedere ai rappresentanti il soddisfacimento delle loro utilità (che l'identità collettiva permette appunto di calcolare) offrendo loro in cambio lealtà. Pizzorno ha infatti distinto tra rappresentanza identificante e rappresentanza efficiente.

- Attraverso l'attività identificante i politici svolgono il compito di costruire, preservare e rafforzare le identità politiche attraverso la produzione di simboli che servono ai membri di una collettività a identificarsi come tali, comunicarsi solidarietà, concordare l'azione collettiva.

- Attraverso l'attività efficiente invece i politic prendono decisoni (nei parlamenti e governi) intese a migliorare la posizione delle entità collettive che rappresentano.

Attraverso la costruzione di identità, i politici selezionano e riducono la domanda dal basso e producono solidarietà che consente di valutare l'attività collettiva come un beneficio: sentirsi parte della comunità ed essere riconosciuto come eguale.9

9 Questo spiegeherebbe ad es l'esercizio del diritto di voto che ha costituito un rebus per le teorie razionali. Datoo infatti che un singolo voto di solito non incide sull'esito delle elezioni cosa spingerebbe l'elettore razionale ad andare a votare, sapendo di avere una chance così bassa di det il successo del suo candidato? Secondo l'approccio identitario invece per l'elettore andare a votare è una gratificazione intrinseca, facendolo sentire parte della comunità.

2. L'evoluzione storica dei partiti. Funzioni e modi di operare dei partiti hanno mostrato di mutare nel tempo. Molte analisi storico- comparate si sono quindi concentrate sull'evoluzione dei partiti individuando una tendenziale successione dei vari tipi nel tempo.

Dai partiti di notabili ai partiti di massa. Max Weber ha proposto un'analisi dell'evoluzione dai partiti di notabili ai partiti di massa. I partiti di notabili caratterizzano la lunga fase in cui la politica non è una professione; si dedicano cioè alla politica individui che traggono altrove il loro sostentamento. I notabili erano individui che in virtù della loro condizione economica e della posizione che rivestivano nella società, erano trattati con deferenza ed erano legittimati a dirigere o amministrare un gruppo. Il notabile svolgeva la professione politica come professione secondaria, riceveva voti che offriva al governo in cambio del controllo di risorse pubbliche (licenze, posti di lavoro, riduzioni fiscali) che egli poteva distribuire ai suoi elettori come favori. Il partito di notabili si limita ad una rappresentanza individuale degli interessi dei singoli elettori. Esso si forma per promuovere l'elezione di individui disposti a sostenere gli interessi di un particolare gruppo di elettori. Tipico di una società con tassi limitati di partecipazione politica, si attiva quasi esclusivamente nel momento del voto con la principale funzione di selezionare i rappresentanti eletti.

La situazione muta alla fine del 19° secolo con l'emergere dei partiti burocratici di massa nati dall'allargamento del suffragio. L'estensione dei diritti politici ai non notabili, cioè a chi non ha risorse proprie, porta alla professionalizzazione della politica. Si forma così una classe politica, cioè un gruppo di persone, appartenenti a partiti ed elette nelle istituzioni rappresentative, che tendenzialmente fanno della politica la loro professione. Con il partito burocratico di massa si afferma infatti la nuova figura del politico di professione. La risorsa principale del politico di professione, oltre all'oratoria, è la delega a governare dal basso. Per conquistare le masse, diventa necessaria la creazione di un ampio apparato di funzionari pagati, radicato nel territorio e nei luoghi di lavoro. Il partito comincia quindi ad inquadrare i suoi aderenti in una rete di associazioni che mira non solo ad orientare il comportamento elettorale, ma anche ad influenzare la vita quotidiana dell'elettore. In particolare, i partiti socialisti erano partiti di integrazione, che appunto integravano i loro membri in una serie di associazioni vicine al partito stesso che lo accompagnavano dalla culla alla tomba.

Struttura organizzativa e tipologia di partiti. L'evoluzione storica dei partiti è stata osservata anche a partire dalla loro struttura organizzativa. Maurice Duverger ha ha distinto in questa chiave diversi tipi di partito a seconda delle caratteristiche delle loro unità di base, cioè della struttura posta alla base della gerarchia organizzativa del partito: comitato, sezione, cellula e milizia. (vedi tabella p 182).

1. Comitato: è tipico dei partiti della fine del 19° secolo. Esso è formato da una dozzina di persone appartenenti alle elites, che godono di un prestigio legato alla loro posizione sociale. Il tipo di adesione al comitato è la cooptazione e il luogo di adesione sono i circoli borghesi. La struttura organizzative è precaria, basata su incontri sporadici, ed è diffuso tra i partiti a base borghese, spesso di centtro-destra.

2. Sezione: a differenza del comitato è un organismo aperto, di massa, che cerca di ampliare al massimo il numero dei suoi iscritti. Nati con il suffragio universale, i partiti di sezione sono innanzitutto più centralizzati. Le risorse dei membri è l'attivismo e l'organizzazione è di tipo burocratica e molto più formale: si entra con una scheda di adesione pagando una quota e si partecipa ad incontri regolari. Il partito di sezione, invenzione socialista, risponde infatti a due bisogni

fondamentali dei partiti di massa: a) educare le masse e formarle politicamente b) offre una soluzione

al problema del finanziamento attraverso la pratica delle quote.

3. Cellula: tipica dei partiti comunisti a base operaia, la cellula mira a organizzare gli operai nelle grandi fabbriche, collegando le loro rivendicazioni economiche a un progetto più ampio. É un entità più piccola della sezione (30 membri) e l'aggregazione avviene su base professionale invece che territoriale, cioè sul luogo di lavoro, invece che nel luogo di residenza. Ha come base gli interessi condivisi e non è solo un organo che si riunisce ogni mese, ma una comunità permanente.

4. Milizia: tipica dei partiti fascisti, la milizia è un organo di tipo militare a piccole dimensioni, dotato di forte gerarchia che richiede obbedienza e dedizione. Il tipo di adesione è il reclutamento.

3. Le trasformazioni dei partiti di massa Pur considerando i partiti come attori fondamentali della democrazia, occorre evidenziare alcune linee evolutive dei partiti di massa in direzioni considerate spesso considerate come problematiche per la democrazia. La legge ferrea dell'oligarchia A partire dall'analisi dei partiti socialisti, Robert Michels ha descritto alcune degenerazioni. Una legge ferrea porterebbe alla trasformazione dei partiti, che sono inizialmente strutture democratiche aperte alla base, in strutture dominate da una oligarchia cioè da un numero ristretto di dirigenti. Per guidare un'organizzazione complessa occorrono competenze tecniche specifiche: è il possesso di queste competenze che porta a concentrare il potere in una oligarchia. Inizialmente il capo è al servizio della base, essendo l'organizzazione fondata sulla eguaglianza di diritti di tutti gli organizzati. L'organizzazione però ha bisogno di specializzazione tecnica. Strutturandosi in modo burocratico essa crea dei capi ai quali vengono affidati poteri decisivi e sempre più svincolati dal controllo della base: così l'organizzazione porta a termine la divisione di ogni partito in una minoranza dirigente e una maggioranza diretta. Questa evoluzione è una conseguenza della stessa crescita organizzativa: tanto più grande è il numero dei membri, tanto maggiore il bisogno di competenze specialistiche, e quindi di una struttura complessa Così il partito, come ogni altra organizzazione complessa, produce necessariamente diseguaglianze, facendo aumentare il potere di chi gestisce le risorse necessarie alla vita dell'organizzazione. L'oligarchia si afferma dunque grazie alla sua capacità di rispondere ai bisogni di efficienza delle organizzazioni complesse. L'inserimento nell'oligarchia tende poi a trasformare il modo di pensare stesso dei dirigenti. Chi occupa cariche di rilievo si imborghesisce alleandosi alla massa dei lavoratori. La frazione parlamentare acquista inoltre sempre più potere nel partito. Chi aveva iniziato a fare attività parlamentare, magari solo per obbedienza al partito, si convince invece dell'importanza del suo compito e sopratutto diventa grazie ad esso sempre più indispensabile e spesso, nei fatti, inamovibile. Il parlamentare comincia inoltre a pensare diversamente, cercando soprattutto di difendere i vantaggi personali che la sua posizione nel partito gli offre.

Questo porta spesso come conseguenza una moderazione dei fini del partito. Tattiche radicali metterebbero in pericolo le condizioni di vita di chi del partito vive. Per tutti costoro, l'obiettivo fondamentale diviene la sopravvivenza dell'organizzazione che assicura il loro reddito economico. E così che, con una sostituzione di fini, un'organizzazione diventa da mezzo scopo e infine scopo assoluto

L'approccio organizzativo ai partiti: critiche alla legge ferrea Sebbene colgano molti aspetti reali, le ipotesi di Michels vanno cmq ridimensionate e specificate.

Guardando ai partiti con un approccio organizzativo, fondato sul'amalisi della complessa struttura di

interesi e conflitti presente al loro interno, Angelo Panebianco ha osservato che la loro evoluzione è più complessa e contraddittoria di quanto sostenuto dalla legge ferrea delle oligarchie. Se è vero che i dirigenti hanno una certa autonomia di manovre, garantita dalle loro competenze, essi hanno cmq bisogno dei seguaci: il potere nell'organizzazione è infatti relazionale, cioè legato ad uno scambio di risorse che, seppure in misura diseguale, sono possedute sia dai leaders che dalla base. In secondo luogo, le ideologie non sono del tutto manipolabili: se i fini dichiarati non coincidono con gli obiettivi reali, i fini ufficiali mantengono tuttavia una rilevanza per la coesione del gruppo e non possono essere abbandonati. Quello che c'è non è una sostituzione dei fini ma una loro articolazione. La struttura organizzativa dei partiti tende così a variare. L'evoluzione dei partiti non è dettata da una legge ferrea, ma è dettata da una serie di vincoli ambientali e scelte strategiche. Riguardo la scelta strategica ci sono due approcci principali. Secondo il Closed System Approach, le organizzazioni sono capaci di controllare tutte le condizioni rilevanti e di scegliere la strategia migliore per raggiungere i loro obiettivi. Secondo il Natural System Approach invece, le organizzazioni hanno una capacità limitata di raccogliere info e quindi di controllare il proprio ambiente. Molte ricerche hanno indicato che in diversi momenti e nei diversi partiti prevalgono mix diversi di aadattamento e controllo dell'ambiente esterno: in generale l'organizzazione tende ad adattarsi al suo ambiente, a sopravvivere, ma esso riesce a controllare almeno alcuni aspetti di esso.

Il partito pigliatutto Mezzo secolo dopo Michels, Otto Kirchheimer ha guardato alle trasformazioni del partito di massa, elaborando il concetto di partito pigliatutto per descrivere il nuovo tipo di partito che cominciava ad affermarsi nel secondo dopoguerra. Questo modello emergente di partito si caratterizza per: a) una drastica riduzione del bagaglio ideologico del partito. b) un ulteriore rafforzamento dei gruppi dirigenti al vertice. c) una diminuzione del ruolo del singolo membro del partito. d) una minore accentuazione del ruolo di riferimento di una specifica classe sociale. e) L'assicurare l'accesso a diversi gruppi di interesse f) La professionalizzazione delle organizzazioni di partito.

L'affermarsi del partito pigliatutto sarebbe il risultato di una serie di trasformazioni sociali e culturali che hanno portato all'indebolimento dei sentimenti di appartenenza di classe così come delle credenze religiose. Il successo elettorale diventerebbe infatti l'obiettivo principale dei partiti. Abbandonando i tentativi di formazione intellettuale e morale delle masse, il partito si sta spostando sempre più chiaramente verso la ribalta elettorale, rinunciando ad agire in profondità, e preferendo un più vasto consenso e un immediato successo elettorale. Il concentrare tutte le energie nella competizione elettorale porterebbe l'indebolimento del rapporto privilegiato con un gruppo o classe sociale, e la ricerca di sostegno anche in altri gruppi sociali dotati di interessi compatibili. Attraverso la scelta di temi consensuali il partito può estendere al massimo il raggio dei potenziali elettori.

Il partito professionale-elettorale (tabella p 188) Alle caratteristiche sopra elencate per il partito pigliatutto, Panebianco ne aggiunge un'altra: la professionalizzazione delle organizzazioni di partito. Per descrivere il nuovo tipo di partito, differenziandolo dal p. burocratico di massa, Panebianco propone il concetto di partito professionale- elettorale. Si caratterizza per: a) La classica burocrazia di partito è sostituita da tecnici ed esperti. b) Si indebolisce il rapporto con un elettorato di appartenenza e crece il ruolo dei leaders c) Cresce l'importanza dei contributi provenienti dai GdP. d) L'adesione al partito è sempre meno basata su idee e valori e sempre più su interessi e carriera.

La trasformazione del p. burocratico di massa in p. professionale-elettorale è legata al mutamento

socio-economico e a quello tecnologico. La televisione n particolare ha alterato le tecniche organizzative: ha alterato la modalità di comunicazione politica, divenendo cinghia di trasmissione tra partiti ed elettori e facendo incentrare le campagne sui leaders e sui singoli temi.

É un partito organizzativamente debole (poco coerente e coeso), incapace di creare identità e programmi di lungo termine che si assoggetta alle domande esterne e che corre il rischio di perdere la propria identità organizzativa diventando una bandiera di comodo.

Il cartel party La crescente rilevanza del finanziamento pubblico ha fatto parlare in studi molto recenti di Cartel- party o partito cartellizato. Se in teoria c'è competizione tra i partiti per appropriarsi delle risorse, il concetto di cartel party sottolinea la crescente collisione tra partiti, che formano appunto cartelli, cioè alleanze per ottenere risorse pubbliche. Il cartel party rappresenterebbe così uno stadio estremo di trasformazione del partito da organismo interno alla società civile (come era il partito di comitato) ad una organizzazione intermedia tra stato e società civile (come il partito di massa) e poi ad una struttura interna dello Stato, caratterizzato da un allentamento dei rapporti con la base sociale ed una sua atomizzazione che riduce il ruolo dei membri e accentua quello dei leaders. Si riducono i contributi dei militanti, ma il ruolo di legislatori dei partiti consente loro di ricorrere ai finanziamenti da parte dello Stato in cambio della loro funzione di intermediari tra Stato e società civile Accordandosi fra loro per aumentare il finanziamento pubblico, i partiti sarebbero entrati in rapporti di reciproca complicità, del resto facilitata anche da una riduzione della distanza ideologica tra i partiti e da una maggiore convergenza nei programmi delle varie coalizioni di governo. Questa situazione rischia di minare la legittimità dei partiti, che vengono infatti spesso percepiti come apparati parassitari.

4. Fratture sociali e partiti (Stein Rokkan) Nell'analisi politologica si sono spesso distinte le caratteristiche dei partiti contemporanei a partire dalla loro base sociale e ideologica. Ma come sono nati questi diversi tipi di partiti? E perché alcuni tipi sono presenti in alcuni paesi e non in altri. A queste domande rispondono le analisi che guardano alla evoluzione di alcuni conflitti, o fratture (cleverages), sociali centrali in ciascun paese ricercandovi le origini dei partiti tutt'oggi esistenti.

Le quattro fratture fondamentali I partiti politici presenti nei diversi paesi riflettono conflitti, fratture sociali storicamente presenti in essi

a) Due principali fratture si sono sviluppate durante il processo di costruzione dello Stato nazionale : - il conflitto tra la cultura centrale e la resistenza delle popolazioni sottomesse. - il conflitto tra Stato-nazione (centralizzante e uniformante) e i privilegi corporativi della Chiesa.

b) Le altre due fratture si sono sviluppate durante il processo di costruzione del capitalismo industriale : - il conflitto tra interessi agrari e la nascente classe degli imprenditori industriali - il conflitto tra proprietari e datori di lavoro da un lato e affittuari e operai dall'altro

1) La prima frattura si sviluppa quindi tra centro e periferia e si riferisce ai conflitti tra un centro politico, culturale ed economico e aree periferiche che si oppongono all'incorporamento e allo accentramento territoriale del potere politico, economico e culturale simbolizzato attraverso l'affermazione di un'unica lingua.

2) La seconda frattura è quella tra Stato e Chiesa. Un duro conflitto ha contrapposto le aspirazioni mobilizzanti dello Stato nazione alle richieste corporative della Chiesa. Se il conflitto ebbe anche una dimensione economica, il nodo centrale fu il controllo della morale e delle norme della comunità. Il conflitto riguardò il controllo dell'istruzione: infatti il diritto della Chiesa di rappresentare la condizione spirituale dell'uomo e di controllare l'educazione dei bambini si scontrava con l'affermarsi dell'istruzione obbligatoria sotto il controllo statale.

3) La terza frattura, quella tra città e campagna, emerse a seguito della Riv. Industriale, la quale produsse interessi contrastanti tra produttori del settore primario e imprenditori (soprattutto barriere doganali), dando luogo a schieramenti parlamentari opposti, p. conservatori-agrari e p. liberal-radicali.

4) La quarta frattura introdotta dalla Riv. Industriale è quella fra imprenditori e classe operaia, un conflitto che si sviluppò all'interno del mondo dell'industria e che vide i lavoratori tentare di superare il loro svantaggio nel mercato del lavoro fondando partiti che chiedevano maggiore eguaglianza.

Proprio attorno al tema dell'intervento dello Stato per ridurre le diseguaglianze sociali si è articolato il principale asse di conflitto destra-sinistra, dove la destra si caratterizzava per una richiesta di minore intervento dello stato e minore tassazione, e la sinistra per domande di maggiore intervento in tema di servizi sociali e miglioramento delle condizioni di lavoro.

L'evoluzione dei partiti di sinistra venne comunque influenzata dalle reazioni delle eltes verso le rivendicazioni operaie. Una tendenza delle classi dirigenti ad integrare le domande della classe operaia portò a partiti di sinistra più pragmatici e moderati (Inghilterra, Paesi Scandinavi), un atteggiamento repressivo portò ad una prevalenza di partiti ideologizzanti e più radicali (Francia, Italia).

Fratture e congelamento I partiti costituitesi attorno a quegli assi di conflitto sarebbero in buona parte sopravvissuti fino ad oggi. E non solo i partiti sarebbero rimasti gli stessi, ma anche la loro forza si sarebbe mantenuta tendenzialmente stabile nel tempo. Molti studi hanno infatti indicato una bassa volatilità, cioè fluttuazione del voto, tra un'elezione e un'altra, facendo parlare di stabilità elettorale da una generazione all'altra. Anche più di recente, le analisi sulla volatilità tra partiti di destra e partiti di sinistra ha confermato l'ipotesi del congelamento, secondo cui a partire dagli anni 20, vi è una continua riduzione del passaggio degli elettori da destra a sinistra e viceversa. In tutti i paesi, infatti, l'effetto omogenizzante del dominio della frattura imprenditori-operai si sarebbe mantenuto nel tempo grazie alla stabile suddivisione dei sistemi politici lungo l'asse principale destra- sinistra. Questa volatilità elettorale tra destra e sinistra sarebbe rimasta contenuta almeno fino al 1989.

Le ragioni del congelamento della struttura dei conflitti sarebbero da rintracciare nella capacità dei partiti di agire sulla struttura stessa del conflitto. I partiti cioè, essendo nati da fratture sociali, contribuirebbero a riprodurre tali fratture, controllando e plasmando i conflitti. Il congelamento dei conflitti ha un effetto positivo nel lungo periodo: ha infatti prodotto, piuttosto che una pacificazione dei conflitti, un loro ingessamento all'interno di regole e procedure ben definite evitando la possibilità di esplosioni violente.

Nuove fratture e scongelamento Molti studiosi hanno approfondito gli studi di Rokkan, proponendo l'idea di famiglie spirituali di partiti per indicare insiemi di partiti accomunati da una concezione del mondo analoga. Sono stati cosi distinti

1) Partiti liberali e radicali. Nati nel 19° secolo per promuovere gli interessi della borghesia contro i proprietari terrieri (rimozione delle barriere doganali) e l'estensione dei diritti civili e politici. Difendono le libertà individuali e si oppongono all'intervento statale nella società e in economia 2) Partiti conservatori Nati in opposizione ai partiti liberali, per difendere gli interessi dei proprietari terrieri e del clero contro l'estensione del suffragio e dei diritti di cittadinanza. Oggigiorno questi partiti sono a favore delle dottrine liberali di deregolamentazione e limitazione dell'intervento statale. 3) Partiti socialisti e socialdemocratici Nati nel 19° secolo dalla mobilitazione della classe operaia con richieste non solo di diritti politici, ma anche di diritti sociali, da ottenere cmq con procedure democratiche. Dal secondo dopoguerra hanno rinunciato alla socializzazione dell'economia a favore di un'economia mista, di tipo keynesiano. 4) Partiti democristiani Nati nel 19° secolo per esprimere l'opposizione della Chiesa cattolica alle emergenti democrazie liberali. Propensi all'estensione di alcuni diritti civili, hanno espresso un netto rifiuto per alcuni diritti civili, in particolare in tema di diritto di famiglia e controllo delle nascite. 5) Partiti comunisti Fondati dopo la rivoluzione russa per scissione dai partiti socialisti delle componenti più vicine all'URSS. A lungo fedeli all'idea di una rivoluzione sociale per mutare gli assetti produttivi. Molti di questi partiti hanno compiuto un processo di revisione ideologica fino ad accettare le regole della democrazia e il capitalismo. 6)Partiti agrari Nati nei paesi di piccole dimensioni per difendere gli interessi delle campagne durante la Rivoluz. Ind. 7) Partiti etnico-regionalisti Emersi in difesa delle minoranze etnico-linguistiche con notevoli differenze interne in termini di ideologia e di strategia di azione. 8) Partiti della destra radicale Comprendono un eterogeneo insieme di partiti anti-liberali e anti-democratici. Se prima questa famiglia era rappresentata dai p. fascisti, oggi ci si riferisce principalmente ai partiti xenofobi e populisti. 9) Partiti ecologisti. Emersi negli anni '80 con attenzione prevalente alla difesa dell'ambiente dall'inquinamento e propensi ad uno sviluppo sostenibile.

● Secondo ricerche recenti si assisterebbe ad uno scongelamento nel sistema dei partiti a seguito di un cambiamento nel peso relativo delle diverse famiglie spirituali e alla nascita di nuovi partiti. Le analisi comparate sulla evoluzione del voto nelle democrazie europee hanno evidenziato: - un declino dei partiti religiosi e comunisti - l'emergere dei partiti verdi - la nascita di nuovi partiti al di fuori dei cleverages tradizionali, specie dell'asse destra-sinistra - lo sviluppo di nuove tematiche importanti per la competizione elettorale: oltre i temi socio-economici, religiosi,etnico-culturali e quelli legati al conflitto città-campagna, la politica estera, il conflitto tra valori materialisti e post-materialisti.

● Soprattutto a partire dagli anni 80, si è assistito a mutamenti sociali e politici che hanno causato un declino dell'identificazione con un partito politico, determinando una crescita della volatilità elettorale e una riduzione nel numero degli iscritti, specie nei partiti comunisti e conservatori. Queste tendenze si sono rafforzate negli anni '90, soprattutto a seguito del crollo del socialismo reale e degli scandali politici che ha investito numerose democrazie occidentali (es classico: tangentopoli). I giudizi sugli effetti di questo scongelamento variano. Secondo alcuni, il deallineamento dell'elettorato

indicherebbe una crescente perdita di fiducia nei partiti. Secondo altri invece il distacco dai partiti è un sintomo della crescente maturità dell'elettorato, sempre più capace di giudicare i partiti sulla base delle loro performances, invece che del pregiudizio ideologico.

5. Sistemi di partito e competizione Un altro oggetto di grande interesse per gli scienziati politici è stata la competizione all'interno dei sistemi di partito. Come sappiamo, i sistemi di partito rappresentano più che la somma della loro unità, includendo anche il tipo di interazioni - di cooperazione e competizione - che intercorrono tra i membri

Il numero di partiti Un'analisi classica dei sistemi di partito fatta da Duverger, li distingueva, in base al numero di unità, in sistemi monopartitici, bipartitici e multipartitici. Secondo Duverger, tali differenze derivano dalle caratteristiche delle istituzioni, in particolare del sistema elettorale. - il sistema maggioritario favorisce il bipartitismo - il sistema proporzionale favorisce il multipartitismo - il sistema monopartitico caratterizza i regimi autoritari.

Il sistema britannico e statunitense sono considerati esempi classici di sistemi bipartitici, con un alternanza di potere tra i due partiti. Questi sistemi sono considerati particolarmente efficienti, stabili e moderati dalla prospettiva dell'alternanza di governo. La maggior parte delle democrazie cmq vede sistemi multipartitici nati, come ha spiegato Rokkan, dal succedersi e dal congelarsi di conflitti sociali. Tali sistemi vedono: governi più eterogenei e instabili, radicalismo ideologico, difficoltà per l'elettore di attribuire meriti e demeriti.

Come contare i partiti e la polarizzazione ideologica Questa analisi è stata cmq considerata come effettivamente semplificatoria, anche perché al di là del numero conta la dimensione dei diversi partiti. Per giungere ad una tipologia effettivamente capace di individuare tipi significativi, Sartori ha suggerito due correttivi all'analisi di Duverger. 1) Un primo correttivo riguarda il modo di contare: si deve operare un conteggio intelligente. Perché il conteggio sia intelligente importante non è tanto la dimensione di un partito, ma piuttosto il suo peso strategico. Un partito infatti conta solo se esso ha almeno

1 un potenziale di coalizione (può cioè entrare in coalizioni di governo) 2 potenziale di ricatto (la sua esistenza ha conseguenze sulle tattiche adottate dagli altri partiti)

2) il secondo elemento importante nel definire le caratteristiche di un sistema di partito è il livello di polarizzazione ideologica, cioè la collocazione degli elettori lungo l'asse destra sinistra.

Sulla base di questi due criteri, Sartori ha costruito una tipologia di sistemi di partito più complessa rispetto a quella di Duverger. Innanzitutto vengono distinti tre tipi di regime monopartitici. a) partito singolo, quando un solo partito è legale b) partito egemonico, quando altri partiti sono legali, ma solo come satelliti del partito principale. c) partito predominante, quando esistono più partiti che competono ma di fatto non riescono a vincere

Vi è poi un sistema con due partiti significativi e moderazione ideologica. Si può parlare qui di d) bipartitismo, quando i due partiti sono in grado di competere per la maggioranza assoluta dei seggi; almeno uno dei due riesce in effetti ad ottenere la maggioranza e riesce a governare da solo; e quando l'alternanza al potere è una prospettiva credibile

Per quanto riguarda i sistemi multipartitici ne vengono distinti tre: e) pluralismo moderato, caratterizzato da non più di 5 partiti che contano, governi di coalizione in un sistema a 2 coalizioni, spostamento verso il centro per conquistare l'elettorato fluttuante. f) pluralismo polarizzato, caratterizzato da più di 5 partiti, - presenza di due opposizioni bilaterali esclusive che non si alleerebbero mai; - presenza di partiti anti-sistema - il centro è occupato, il sistema è cioè basato sul centro; - il sistema è ideologicamente polarizzato con tendenze centrifughe; - opposizioni irresponsabili (promesse irrealizzabili) - scarsa responsabilità democratica del partito al centro; non potendo essere escluso dal governo per mancanza di alternativa, non si preoccuperà troppo del parere degli elettori sulle sue performances. g) multipartitismo segmentato, caratterizzato da più di 5 partiti ma con bassa polarizzazione ideologica.

Secondo Sartori, in Italia fino agli anni 70 ci sarebbe stato un multipolarismo polarizzato: - presenza di più di 5 partiti; - DC stabilmente al centro in governi di coalizione - presenza di partiti anti-sistema (MSI e PCI) - polarizzazione nella collocazione dei cittadini - tendenza centrifuga (erosione del voto alla DC) Tale interpretazione è stata cmq da più parti criticata: - il PC non era un partito anti-sistema - c'era una tendenza a negoziare accordi a un livello politico poco visibile - a partire dagli anni '60, secondo Farneti, c'è un pluralismo centripeto in cui il centro si rafforza e i partiti provenienti dalle ali estreme si moderano (PDS e AN).

Oggi la categoria più rappresentativa è quella del pluralismo moderato dato che: - i partiti anti-sistema sono scomparsi o si sono moderati - c'è stata una frammentazione e conseguente crescita del numero di partiti.

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