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Storia D'italia Dal Dopoguerra Ad Oggi - Storia Contemporanea, Sintesi di Storia Contemporanea. Università di Urbino Carlo Bo

Storia Contemporanea

Descrizione: Riassunto del Ginsborg_Storia d'Italia dal secondo dopoguerra ad oggi più dettaglio capitolo 1, 2 e 3.
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Universita: Università di Urbino Carlo Bo
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i.falcon - Università di Milano-Bicocca

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05/03/13 22:19
i.falcon - Università di Milano-Bicocca

Bellooooooo

05/03/13 22:19

Sarebbe errato interpretare tali misure [gli aiuti economici] come il primo passo di una vera e propria strategia intesa a fare degli Stati Uniti il punto di riferimento politico ed economico dell'Italia del dopoguerra. Ciò sarebbe accaduto solamente piú tardi. In questo momento la differenza tra i due alleati può forse venire espressa confrontando i differenti slogan politici da essi coniati per l'Italia. Gli inglesi proclamavano la loro intenzione di «prevenire epidemie e disordini», gli americani di «creare stabilità e prosperità». Non vi è dubbio su chi fosse piú lungimirante. (cap. 2, p. 50) Questo enorme desiderio di riforme e queste potenzialità oggettive rimasero quasi completamente irrealizzate. Gli Alleati ne furono responsabili in non piccola parte: essi cercarono gli interlocutori piú arrendevoli e conservatori, non importa se inquinati da vent'anni di appoggio al fascismo. Gli inglesi non erano interessati a riformare, ma a restaurare. Lo stesso, in modo abbastanza comprensibile, era vero per il re e per Badoglio. Il colpo di stato del 25 luglio 1943, malgrado il successivo disastro dell'8 settembre, li aveva messi al comando di tutta la metà meridionale dell'Italia. I due anni di vita del Regno del Sud emarginarono il Mezzogiorno dai progressi del Nord, isolarono le proteste dei contadini meridionali, assicurarono la continuità della burocrazia fascista e soffocarono le fragili forze della democrazia del Meridione. (cap. 2, p. 65) L'accettazione acritica e adulatoria della dittatura stalinista serví a poco per far progredire la causa del socialismo in Italia. Sia i comunisti sia la grande maggioranza dei socialisti sostenevano con cieca fiducia (perlomeno in pubblico) che il sistema statale sovietico rappresentava la realizzazione del socialismo. Erano già in circolazione, tuttavia, prove sufficienti che giungevano da diverse fonti per porre seriamente in dubbio questa affermazione. Per parecchi appartenenti ai ceti medi, ma non solo per loro, la Russia stalinista appariva invece come un regime totalitario che eliminava i suoi oppositori politici, distruggeva i contadini e controllava con ferocia la vita privata dei cittadini. Se questo era il socialismo non volevano averci nulla a che fare. Non fu per caso che la Democrazia cristiana mise la parola Libertas al centro del proprio vocabolario politico e sullo scudo crociato che divenne il simbolo elettorale del partito. Tutti i tentativi di Togliatti di costruire un blocco storico» di forze sociali attorno alla classe operaia si infrangevano contro questa barriera ideologica. Finché stalinismo fu sinonimo di socialismo, un gran numero di italiani continuò a preferire il sistema capitalista, malgrado tutte le sue ingiustizie. (cap. 3, p. 115) La mitologia della guerra fredda vuole che De Gasperi abbia attraversato l'Atlantico per ricevere dagli americani l'ordine di cacciare le sinistre dal governo. È un'ipotesi che suona alquanto improbabile. Il rapporto dell'America con la Dc non era, o almeno non era ancora, del tipo «io ordino e tu obbedisci». [...] Fu De Gasperi a prendere l'iniziativa della visita, e non il Dipartimento di Stato a convocarlo. È possibile che egli abbia tenuto segrete eventuali discussioni sull'espulsione delle sinistre, ma i funzionari americani vedevano a quell'epoca la situazione italiana in termini prevalentemente difensivi: il problema era quello di bloccare l'avanzata delle sinistre, non di decidere quando porre termine alla coalizione di governo. (cap. 3, p. 135) La lotta dei mezzadri si concluse cosí con un fallimento sostanziale, anche se non totale. Essa lasciò tuttavia un'eredità rilevante: si era imposta una tradizione di azione e cooperazione collettiva; famiglie e collettività erano state improvvisamente intrecciate; i giovani avevano contestato il potere dittatoriale dei vecchi, la campagna quello delle città. Chi ne guadagnò di piú furono i comunisti, che erano stati attivi nella Federterra e che avevano guidato ed educato i mezzadri nel corso della lotta. È a questo periodo che risale il solido supporto elettorale offerto dal centro-Italia rurale al Pci. (cap. 3, p. 145) Il movimento contadino del 1944-47 e quello del 1949-50 costituirono nondimeno degli straordinari tentativi per spezzare il modello di una società frantumata dalla sfiducia. Individualismo e solidarietà, famiglia e collettività si rapportavano l'un l'altra in una drammatica mescolanza di aspirazioni e delusioni. Fu questo il tentativo piú grande compiuto nel Sud agricolo di collocare la famiglia entro un contesto collettivo. E fu anche l'ultimo. (cap. 4, p. 168) È quindi in questo contesto che la riforma agraria assume il suo pieno significato. All'egemonia ideologica e culturale fornita dalla rete delle parrocchie, la Dc aggiungeva adesso la base materiale su cui fondare il proprio consenso. Alla fiducia comunista in un'azione dal basso come mezzo per modificare in profondità la situazione nelle campagne, la Dc rispose attuando, secondo i propri criteri, una riorganizzazione e un riorientamento dall'alto. La riforma agraria può cosí essere vista come un elemento nella strategia del consenso della Democrazia cristiana, basata sull'uso e l'abuso del potere statale. (cap. 4, p. 187) Nelle campagne meridionali i comunisti avevano cercato di creare un sistema di valori che incoraggiasse le famiglie a unirsi in una battaglia collettiva per un futuro migliore. Nelle città meridionali, per contrasto, la Dc rispose con un appello a valori piú tradizionali e a un sistema che offriva soluzioni individuali all'interno di una rete clientelare. Nel Nord cattolico un'ideologia integralista cercava di legare strettamente la famiglia alle organizzazioni clericali e alla crociata per una società cattolica. Nel Sud il rapporto famiglia-Chiesa-società era di tipo diverso: la famiglia lottava per la propria sopravvivenza; la Chiesa prendeva la forma di un santo protettore (ad esempio san Gennaro); la società, se tutto andava bene, quella di un protettore politico benefico. (cap. 5, p. 244) Nella storia d'Italia il «miracolo economico» ha significato assai di piú che un aumento improvviso dello sviluppo economico o un miglioramento del livello di vita. Esso rappresentò anche l'occasione per un rimescolamento senza precedenti della popolazione italiana. Centinaia di migliaia di italiani, come la famiglia Antonuzzo, partirono dai luoghi di origine, lasciarono i paesi dove le loro famiglie avevano vissuto per generazioni, abbandonarono il mondo immutabile dell'Italia contadina e iniziarono nuove vite nelle dinamiche città dell'Italia industrializzata. (cap. 7, p. 294) Lo Stato aveva svolto un ruolo importante nello stimolare il rapido sviluppo economico, ma aveva poi fallito nel gestirne le conseguenze sociali. In assenza di pianificazione, di educazione al senso civico, di servizi pubblici essenziali, la singola famiglia, soprattutto quella dei ceti medi, cercò una alternativa nella spesa e nei consumi privati: usando la macchina per andare al lavoro, recandosi dai medici a pagamento, mandando i figli negli asili privati. Il «miracolo» si rivelò cosí un fenomeno squisitamente privato, riaffermando la tendenza storica di ogni famiglia italiana a contare quasi esclusivamente su se stessa per il miglioramento delle proprie condizioni di vita. (cap. 7, p. 326) Per molti aspetti si può dire che gli obiettivi del centro-sinistra mai pienamente realizzati a livello nazionale dai promotori di quella esperienza, furono attuati in un contesto locale dai loro oppositori comunisti. Il riformismo umano e moderato di La Malfa, fondato su alleanze interclassiste, su buone relazioni industriali e sulla spesa per i servizi sociali, trovò la sua patria nella rossa Bologna. (cap. 8, p. 402) Il progetto di Berlinguer, infine, rimaneva assai vago. Per tutti questi anni egli insisté sul contributo unico che la «terza via» del Pci dava al socialismo, una via che non intendeva seguire né il modello socialdemocratico né quello sovietico. [...] Nei suoi discorsi ci sono sí richiami alla necessità di introdurre «alcuni elementi dell'ideale socialista», ma non sono mai accompagnati da un'elaborazione teorica. [...] Il compromesso storico, cosí, anche se testimonia la «tensione etica rara» della direzione di Berlinguer, non portò alcun contributo alla differenziazione tra riforme di struttura e riforme correttive. Proprio qui risiedeva una delle sue piú grandi

debolezze. (cap. 10, p. 482) Sia per Lombardi nei primi anni '60, che per Berlinguer alla metà degli anni '70, l'alleanza con la Dc non veniva dunque considerata come un semplice strumento per delle riforme correttive, bensí un trampolino per profonde trasformazioni strutturali. (cap. 10, p. 511) Nei trent'anni di vita della Repubblica gli attivisti del Pci erano sempre stati presi di mira dalle misure repressive della polizia; dal 1976 in poi, invece, il partito divenne il piú zelante difensore delle tradizionali misure di legge e di ordine, anziché farsi campione delle campagne per i diritti civili. Un esempio emblematico di tale atteggiamento fu l'appoggio acritico dato al governo per il rinnovo della legge Reale sull'ordine pubblico, contro la quale il Pci aveva votato nel 1975. Sui temi cruciali che riguardavano i giovani politicizzati – il diritto a manifestare, i poteri della polizia, la detenzione preventiva, la riforma carceraria – i comunisti mantennero un silenzio che non lasciava presagire niente di buono. [...] Qualsiasi opposizione al compromesso storico veniva spesso qualificata semplicemente come atteggiamento deviante. [...] Si generò un terribile paradosso: i comunisti volevano prevenire l'estendersi della violenza, ma la loro politica creava un terreno piú fertile per i terroristi. (cap. 10, pp. 512 sg.) I brigatisti si erano mostrati risoluti ed efficienti, ma la loro non fu una vittoria. La decisione di uccidere Moro creò gravi dissensi al loro interno, mentre all'esterno si diffuse un profondo sentimenti di ripulsa per quanto avevano fatto. È generalmente riconosciuto che la crisi del terrorismo italiano prese l'avvio dall'uccisione di Moro. A posteriori sembra quindi corretto riconoscere che avevano ragione i paladini dell'intransigenza: se Moro fosse stato scambiato con uno o piú terroristi in prigione, le Brigate Rosse sarebbero apparse allo stesso tempo invulnerabili e propense al compromesso, col risultato che il loro fascino sarebbe quasi certamente cresciuto. [...] Dopo la morte di Moro la democrazia italiana non solo si difese ma si rafforzò. (cap. 10, pp. 519 sg.) La conseguenza piú grave della linea dell'Eur fu la crescente delusione tra la base della Cgil, il diminuito impegno della classe operaia, e il conseguente indebolimento sia del Pci sia del sindacato nelle trattative con i loro alleati-oppositori. Ancora una volta, come nel 1945-47, il Pci fu incapace e riluttante a usare il considerevole peso della mobilitazione di massa per costringere la Dc a fare concessioni effettive, e accettò la logica capitalista di salvare l'economia senza una strategia economica alternativa. (sui tentativi di riforma del 1977; cap. 10, 8b; p. 524) Infine, per concludere con una nota positiva, l'assassinio di Aldo Moro e tutti gli altri compiuti per mano dei terroristi se non «rifondarono» la Repubblica certo non avvennero invano. Gli «anni di piombo» produssero un mutamento profondo nell'atteggiamento di un'intera generazione verso la violenza. Man mano che si susseguivano gli omicidi, i fautori della violenza «rivoluzionaria», parte cosí interna all'esperienza del '68, rimasero isolati tra gli stessi giovani. Alla fine del decennio i problemi piú gravi della Repubblica non erano stati risolti, ma si era abbandonata l'idea di risolverli con la forza. (cap. 10, 10; p. 540)

L’Italia in Guerra. Cap. 1 Entrata in guerra nel 1940 sull’onda dei primi travolgenti successi hitleriani, fidando in un esito rapido e nell’acquisizione di sicuri vantaggi territoriali, l’Italia si trovò ad affrontare invece un conflitto lungo e rovinoso. Il peso dell’impegno bellico, aggravato dalla mancanza di adeguata preparazione sul piano militare, il ruolo subordinato rispetto agli alleati tedeschi, i bombardamenti, le privazioni, logorarono progressivamente il consenso al regime fascista anche in ambienti in origine favorevoli o comunque non ostili a Mussolini. Nel corso del 1943, mentre le sorti del conflitto si facevano via via più difficili per lo schieramento nazi-fascista, autorevoli rappresentanti delle classi dirigenti italiane – soprattutto dopo lo sbarco anglo- americano in Sicilia – valutarono l’opportunità di uno sganciamento dell’Italia dall’alleanza con la Germania hitleriana. Il 25 luglio 1943 Vittorio Emanuele III destituì e fece arrestare Mussolini, messo in minoranza alla riunione del Gran Consiglio del Fascismo. Manifestazioni di gioia accolsero nel paese la caduta del regime, ma la diffusa richiesta di pace venne disattesa dalla dichiarazione del maresciallo Badoglio, nuovo capo del governo, secondo cui la guerra sarebbe continuata a fianco degli alleati tedeschi. Intanto si avviavano le trattative segrete con gli Alleati anglo-americani per la conclusione dell’armistizio firmato il 3 settembre e reso noto l’8. Nessun piano era stato tuttavia predisposto per arginare la prevedibile reazione tedesca di fronte al ritiro unilaterale da parte degli alleati italiani. Mentre il re e la corte abbandonavano precipitosamente Roma diretti a sud, l’esercito fu lasciato senza direttive, esposto su tutti i fronti alle vendette delle truppe hitleriane; i tedeschi che, ufficiosamente informati delle intenzioni italiane, avevano fatto affluire cospicue forze al Brennero, occuparono la parte centro.settentrionale dell’Italia, la quale venne in tal modo spezzata in due, con la formazione di due entità statali: il Regno del Sud e la Repubblica sociale italiana. Nell’Italia meridionale liberata era inoltre presente con funzioni di controllo, il governo militare alleato. Dall’inizio del’44 si aggiunse come quarto “centro di governo” il Comitato di liberazione nazionale Alta Italia (Clnai) che coordinava le attività della Resistenza, organizzata immediatamente dopo l’8 settembre nelle zone occupate dai nazi-fascisti. La realtà di un’Italia così lacerata si innestava sulla preesistente strutture frammentata e composita della società italiana, il cui vario articolarsi può essere colto per scorci significativi. Una prima componente era rappresentata dalla classe operaia del Nord, soprattutto del “triangolo industriale” (Milano, Torino, Genova), su cui il fascismo aveva agito con spinte contraddittorie, insieme oppressive e innovative, e su cui ora si scatenava la pressione terroristica degli occupanti nazisti. Vi erano poi le popolazioni agricole delle regioni centrali, dove il sistema prevalente della mezzadria – basato sull’esistenza di famiglie molto numerose, composte da più coppie di diverse generazioni – aveva tradizionalmente assicurato la stabilità sociale, messa ora in crisi dalle difficoltà della guerra che spingevano le famiglie mezzadrili a una serie di rivendicazioni e a un nuovo ruolo di protagonismo. Infine, vi erano le popolazioni dell’Italia meridionale, legate ad una economia agricola per lo più arretrata, perpetuatrice di antichi mali e do miseri livelli di vita, che contrassegnavano anche la “capitale” Napoli, città dai dirompenti contrasti sociali.

Resistenza e liberazione Cap. 2 Gli anni 1943-45 furono, seppure in diverso modo, drammatici per l’Italia divisa: in primo luogo per il Centro-nord, teatro dello scontro tra nazifascisti e Resistenza, ma anche per il Sud, dove al perdurante problema della miseria diffusa, ora aggravata dalla guerra, si rispose per lo più con l’usuale metodo della repressione. Ma furono anche anni decisivi per l’Italia, tra il crescere della lotta partigiana fino alla liberazione e serrato confronto politico che vide protagonisti soprattutto gli Alleati, il Partito comunista e la Democrazia cristiana, in vista non solo delle scelte del momento a anche del futuro assetto del paese.

Per comprendere la dinamica degli eventi e l’interagire delle forze attive sulla scena politica italiana, occorre fare riferimento ad un quadro internazionale dominato dalla alleanza fra rivali che intercorse fra Anglo-americani e Sovietici, uniti nello sforzo di battere militarmente il nazismo, ma concorrenziali nel definire i reciproci rapporti di forza su cui si sarebbe basato l’ordine mondiale all’indomani della guerra. Gli Alleati guardavano con preoccupazione all’influenza che avrebbe potuto esercitare il movimento resistenziale, dove i comunisti rappresentavano la forza più solida e organizzata, sulla futura costituzione del paese. Di qui, il difficile rapporto tra Resistenza e Alleati, che in vari modi tentarono di controllare l’autonomo sviluppo della lotta partigiana e che di fronte alla maturità del movimento insurrezionale culminato nell’aprile 1945 cercarono di far pesare la loro autorità, direttamente o attraverso l’appoggio dato alle forze più moderate e conservatrici. Questo atteggiamento ebbe importanti conseguenze sulla strategia adottata dal Partito comunista, il cui leader, Palmiro Togliatti, puntava sì ad una netta rottura di continuità nei confronti del passato liberale prefascista, ma nello stesso tempo riconosceva realisticamente l’impraticabilità della prospettiva rivoluzionaria in un’Italia assegnata, sulla base dell’accordo spartitorio tra le grandi potenze, alla sfera di influenza anglo-americana. Questa valutazione si espresse nella linea politica dell’unità di tutte le forze anti- fasciste, una linea politica che poneva al primo posto la lotta per la liberazione dell’Italia e che rimandava a una seconda fase la realizzazione di una piena democrazia, dove le forze popolari avrebbero dovuto essere il soggetto politico-sociale egemone. La subordinazione di tutti gli altri obiettivi all’alleanza con le forze moderate è evidente nelle scelte del Partito comunista di fronte al vasto movimento di lotte contadine avviato al Sud nell’autunno 1944, che pure poteva avvalersi di una serie di provvedimenti legislativi favorevoli, emanati dal ministro dell’Agricoltura del Regno del Sud, il comunista Fausto Gullo. Ma la riforma Gullo, che aveva immediatamente provocato reazioni da parte delle tradizionali forze dominanti nel Mezzogiorno, non venne adeguatamente sostenuta dal Partito comunista, per timore di mettere in crisi i delicati equilibri raggiunti in sede nazionale con le altre forze politiche, in primo luogo la Democrazia cristiana. Quest’ultima, primo nucleo del futuro partito di massa dei cattolici, fu in un serto senso meno attiva degli altri due soggetti protagonisti nel biennio ’43-45, ma seppe tuttavia inserirsi abilmente negli spazi che le venivano aperti dalla strategia togliattiana. Sotto l’abile guida di Alcide De Gasperi, grazie all’appoggio del Vaticano, in quegli anni la Democrazia cristiana pose le premesse per diventare un grande partito interclassista e soprattutto si accreditò, sia al Nord che al Sud, come la formazione politica in grado di meglio garantire, al posto del vecchio Partito liberale, un modello di sviluppo rispettoso degli interessi del capitalismo italiano.

L’assetto postbellico, 1945-48 Se il periodo della Resistenza aveva visto la superiorità delle forze di sinistra, più attive nella lotta e politicamente più consapevoli, questa situazione si capovolse dopo la guerra. Gli anni dal ’45 al ’48 – che videro la nascita della nuova Costituzione repubblicana – sono contrassegnati dalla fine dell’unità fra i partiti antifascisti e dei governi di coalizione formati durante e immediatamente dopo la Resistenza. La rottura avvenne nel 1947, quando i partiti della sinistra, dopo una fase di progressivo logoramento dei rapporti fra le diverse forze politiche e di forti tensioni sociali nel paese, furono estromessi dal governo. Il radicalizzarsi dello scontro tra fronte capitalista e movimento operaio, tra forze moderate e forze di sinistra, ancora sotto la decisiva influenza della situazione internazionale, ebbe come esito il permanere dei tradizionali apparati dello Stato e dell’amministrazione centrale – presentava notevoli elementi di continuità col passato. Le elezioni del ’48, in cui si fronteggiarono Democrazia cristiana e schieramento di sinistra e che videro la netta vittoria della prima, chiusero definitivamente le aspettative di chi aveva percepito nella Resistenza un fattore capace di determinare una autentica cesura nella storia dell’Italia contemporanea. Nella svolta un peso notevole ebbero gli interessi della classe imprenditoriale. Fugati i timori di una possibile rivoluzione, che, al di là della strategia moderata del Partito comunista, non poteva fondarsi su una reale coscienza rivoluzionaria del proletariato italiano, gli industriali operarono attivamente per limitare il potere sindacale nelle fabbriche e disporre di piena libertà d’azione. In questo disegno essi trovarono il sostanziale appoggio della Democrazia cristiana, la quale, pur presentando al proprio interno posizioni articolate, soprattutto sul problema delle riforme sociali, si riconobbe unitariamente nel programma di De Gasperi, i cui punti essenziali erano l’adesione al sistema capitalistico occidentale e ai principi della democrazia rappresentativa, il netto rifiuto del comunismo, il richiamo ai valori della morale cattolica e della famiglia. Di fronte alla chiarezza e alla determinazione con cui si mosse lo schieramento moderato, le forze di sinistra non furono in grado di opporre una strategia adeguata, anzi lasciarono spazio all’iniziativa di una intraprendente Democrazia cristiana, che si impose nella conquista del consenso dei ceti medi. I motivi erano molteplici: la difficoltà di conciliare le esigenze di una rapida ricostruzione con la tutela degli interessi dei lavoratori; il richiamo ideologico all’Urss in piena “guerra fredda”, mentre l’Italia era saldamente ancorata la mondo occidentale; la stessa strategia della maggiore forza sinistra, il Partito comunista di Togliatti, che privilegiò a ogni costo il rapporto con la Dc, considerata come una forza popolare sul piano parlamentare, lasciando al grande potenziale di lotta dei lavoratori la rivendicazione di obiettivi immediati e circoscritti, che non coinvolgevano il problema dei rapporti di forza tra le classi.

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