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Appunti delle lezioni su Che cos'è la globalizzazione di Ulrich Beck, Sintesi di Sociologia. Politecnico di Torino

Sociologia

Descrizione: Riassunto delle lezioni di Sociologia. Viene analizzato il testo Che cos'è la globalizzazione rischi e prospettive della società planetaria di Ulrich Beck
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Universita: Politecnico di Torino
Materia: Sociologia
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occhi_blu - Università Cattolica del Sacro Cuore - Milano

fantastico

22/01/13 17:57
emmap - Università Alma Mater di Bologna

Come posso fare per scaricarlo?

10/07/12 10:16
jasmin89 - Università G.D'Annunzio di Chieti-Pescara

ottimo.....

18/05/12 18:17
annaclara - Università di Napoli Federico II

ottimo..consiglio!

03/05/12 15:21
sfrori - Università non definita

grazie

22/04/12 19:41

Che cos’è la globalizzazione:

A seguito della caduta del muro di Berlino e il crollo dell’unione sovietica, molti si aspettavano la fine della politica. Ma non è stato cosi. Questa idea si è ridimensionata in funzione di una nuova parola “GLOBALIZZAZIONE” che allude precisamente non alla fine della politica, ma ad una nuova collocazione del politico non solo al di fuori della stato-nazione ma soprattutto al di fuori del suo ruolo. Infatti con la globalizzazione emergono conseguenze politiche evocate da rappresentazioni dei rischi economici che la globalizzazione pone in movimento.

Perché globalizzazione significa politicizzazione? La globalizzazione rende possibile ciò che per il capitalismo forse per è sempre stato valido in modo latente. Le imprese che agiscono in modo globale, detengono un ruolo chiave non solo nell’organizzazione dell’economia ma anche in quella della società nel suo complesso. L’economia che agisce in maniera globale sgretola i fondamenti dell’economia nazionale e degli stati nazione. Tutto ciò che risponde agli antichi ordini sociali come l’organizzazione socia-statale compresa la sua tradizione, svanisce. La nuova politica segue la natura delle cose della globalizzazione. E la presunta politica della globalizzazione sopprime e congela posti di lavoro per garantirli su altri luoghi. Cosi nella globalizzazione chi stimola la crescita economica genera disoccupazione, chi abbassa le tasse per far crescere le opportunità di profitti produce in modo analogo quasi sempre disoccupazione. Ciò significa che il fenomeno della globalizzazione può essere considerato come una minaccia dove si cerca di sbarazzarsi dello stato-nazione e dei vincoli sindacali. Lo stato viene spinto a diventare minimale (ovvero si occupa solo di garantire l’ordine) rispetto al potere economico, che le multinazionali hanno acquisito grazie alla possibilità di produrre dove la manodopera costa meno, che influenza gli stati a compiere politiche che le attirino, al costo di creare “zone franche” in cui i diritti umani non siano garantiti. Il potere dello stato viene inoltre smantellato dalla possibilità di pagare le tasse dove costa meno, giocando sulla sede fiscale. Le multinazionali sono perciò contribuenti virtuali, ovvero ottengono agevolazioni a non finire dallo stato pur di continuare a mantenere la sede fiscale in quel paese, che si rifà (e solo in parte) sui contribuenti reali, ovvero le piccole e medie imprese. Il Welfare state è ormai troppo costoso da mantenere, anche perché molte medie imprese chiudono schiacciate da concorrenza sleale e tasse; i disoccupati che vengono a crearsi diventano poi un altro costo per lo stato sociale, che sarà compensato tassando ancor di più i rimanenti contribuenti reali. È un circolo vizioso creato dall’individualizzazione, che ha spinto ad abbandonare la politica per cercare la realizzazione personale. L’indebolimento dello stato Sociale deriva non solo dal fatto che le risorse diminuiscono mentre le spese aumentano in maniera esplosiva , ma anche dal fatto che gli mancano i mezzi di pacificazione, mentre la forbice tra poveri e ricchi si allarga sempre più. In questo modo viene a cadere il modello stato-nazione della prima modernità pensato e organizzato nell’unità dell’identità culturale.

TRA ECONOMIA MONDIALE E INDIVIDUALIZZAZIONE LO STATO NAZIONALE PERDE LA SUA SOVRANITA’ PERCHE’?

Mediante la tendenza dell’individualismo il progetto della modernità sembra cosi essere fallito. E con il crollo del moderno del capitalismo si perde il lavoro. Ma se si riuscisse a superare le ortodossie (dissidenze)che hanno fatto fallire il moderno, ciò che appare come un declino, potrebbe essere trasformato nell’avvio verso una seconda modernità. Sorgono le idee di globalismo, globalità e globalizzazione; che servono a infrangere l’ortodossia territoriale del politico e del sociale. Il Globalismo è la corrente che crede che la globalizzazione abbia una dimensione unicamente economica, impossibile da influenzare, e che il mercato si regoli da sé nel miglior modo possibile: pertanto lo stato deve diventare minimale, e lasciare che l’economia e la società si autoregolino da sé. Ne deriva il Globalismo opposto, che pur restando convinto del predominio del mercato, vuole sottrarvisi con barriere protezionistiche: nere (per motivi economici), verdi (poiché lo stato è la sola istituzione a garantire il rispetto dell’ambiente; pertanto va protetto), rosse (motivate dal bisogno di dimostrare la bontà delle affermazioni di Marx: il mercato schiaccerà la società). La Globalità invece è la percezione di vivere in una società globale; la Globalizzazione è il processo irreversibile per cui gli stati (attori nazionali) perdono importanza rispetto ad attori. Una differenza essenziale tra la prima e la seconda modernità è la irreversibilità della globalità. Vi sono otto ragioni che rende la globalità irreversibile.

1) L’estensione geografica, e la crescente interazione con i mercati del commercio finanziari e industriali.

2) La crescente rivoluzione tecnologica dell’informazione e della comunicazione.

3) Le rivendicazioni dei diritti umani che impongono il principio della democrazia universale.

4) I flussi di immagine dell’industria culturale globale.

5) La politica mondiale postinternazionale policentrica (Che ha più centri) con attori transnazionali crescenti.

6) Le questioni della povertà.

7) Il problema delle distruzioni globali dedll’ambiente.

8) La questione dei confini transculturali.

Alla luce di queste condizioni il termine globalità indica il fatto che nulla di tutto ciò che avviene sul nostro pianeta è un avvenimento limitato localmente. La globalità cosi intesa caratterizza la nuova situazione della seconda modernità ossia : asse locale-globale. Da questo concetto la globalità deve distinguersi il concetto di globalizzazione come processo che cerca spazi transnazionali, rivaluta le culture locali, e stimola le culture terze. In questo complesso qudro di riferimento possono riformularsi le domande tanto sulla dimensione quanto sui limiti dell’avvenuta globalizzazione tenendo in considerazione tre parametri:

1) Estensione nello spazio. 2) Stabilità nel tempo.

3) Densità (sociale) delle reti dei legami e dei flussi transnazionali.

Perciò la società mondiale non è una mega società nazionale che contiene e annulla in sé tutte le società nazionali , ma un orizzonte mondiale, caratterizzato dalla molteplicità e dalla non integrazione che si manifesta solo quando viene prodotto e conservato nella comunicazione e nell’agire. Globalizzazione significa quindi anche . non-Stato mondiale. O meglio: società mondiale senza Stato mondiale e senza governo mondiale. Si espande un capitalismo globale dis-organizzato, perché non ci sono una potenze egemone e un regime internazionale, nè economico né politico.

LO SHOCK DA GLOBALIZZAZIONE: UNA DISCUSSIONE TARDIVA

In Germania il dibattito sulla globalizzazione ha raggiunto e scosso in ritardo l’opinione pubblica. Una delle cause consiste nel fatto che, nell’opinione pubblica la globalizzazione è messa in relazione con lo smantellamento di posti di lavoro, con il loro trasferimento nei paesi, con salari più bassi. Lo sviluppo economico si sottrae al controllo dello Stato-nazione, mentre le sue conseguenze sociali – disoccupazione, migrazione, povertà, s si concentrano nelle reti di raccolta dello Stato sociale nazionale. La nuova situazione della società mondiale, nella quale la rappresentazione di prodotti,ditte,tecnologie, industrie nazionali, costringe (pena il declino economico,politico e culturale) ad aprire gli occhi sull’era globale e sulle sue possibilità. In altri termini : la globalità è una condizione ineludibile dell’agire umano alla fine di questo secolo. Quindi i fondamenti della prima modernità devono essere ridiscussi.

La controrivoluzione fallisce

La definizione di globalizzazione non è così semplice come può essere quella di qualche altro movimento. A seconda del campo in cui ci muoviamo può infatti assumere diverse sfaccettature. Ad esempio quando alcuni anni fa si ritrovarono dei pinguini avvelenati si parlò di globalizzazione ecologica. In maniera analoga, quando un giocoliere della finanza con azioni al

limite del legame creò una vera e propria bancarotta , si definì la globalizzazione economica.Altri esempi possono portare a una globalizzazione della cooperazione del lavoro e globalizzazione culturale.

Il concetto di globalizzazione assume dunque diverse dimensioni e all’interno della stessa dimensione può anche assumere diverse logiche (si pensi alla globalizzazione economica e all’internazionalizzazione,ovvero le relazioni internazionali tra paesi diversi)

Per globalizzazione s’intende l’evidente perdita di confini nazionali nelle diverse forme di economia,finanza,cultura,ecologia e via dicendo, un qualcosa di familiare ma al contempo sconosciuto che ci porta a modificare la vita di tutti i giorni dove le distanze sembrano essere non più un problema.

L’apertura dell’orizzonte mondiale: per una sociologia della globalizzazione

La teoria delle società container

Analizziamo gli effetti della globalizzazione nel mondo sociologico. Per prima cosa dobbiamo definire quella che dalla sociologia moderna viene definita teoria delle società container. Secondo tale teoria lo sguardo sociologico segue l’ente ordinatrice, ovvero lo Stato. Le società sono inquadrate all’interno dello Stato divenendo vere e proprie società di stato. Ciò significa che il concetto politico che si scinde dalla società (il politico fa parte dello stato) e che le società sono contenute all’interno dello stato come in un container. Questo schema ordinativo non vale solo verso l’esterno, bensì anche verso l’interno. Difatti se limitato verso l’esterno, all’interno lo spazio si divide in modo da pensare le società come identità collettive (classi,ceti sociali) e sistemi sociali (famiglia).

Con l’introduzione del concetto di globalizzazione la connessione tra sociologia e Stato- nazione viene messa in crisi. Per rendere più chiaro il meccanismo rappresentiamo la sociologia della globalizzazione come un insieme disorganico di dissidenti dalla sociologia dell’ordine nazional-statale. Tale approccio, seppur a volte contraddittorio con se stesso tenta di elaborare e fornire delle alternative concettuali alla sociologia moderna. In altre parole la sociologia della globalizzazione può essere compresa e sviluppata come una scienza che si oppone alla teoria delle società container.

Il nuovo approccio sembra essere giustificato da alcuni aspetti non contemplati precedentemente:

 La rappresentazione delle società inquadrate in contesti nazional-statali non considerava tutto ciò che si trovava negli spazi compresi tra l’interno e l’esterno, quelli che son definiti gli spazi sociali transnazionali.

La teoria del sistema mondo, comunemente accettata da tutti, è basata su un quadro generale comune, quello capitalistico, che rifugge il concetto di società nazionali.

 L’approccio del sistema mondo, seppur non definisce una società globale, ne indica almeno due in concorrenza tra loro: la società degli stati e la pluralità di organizzazioni/attori transnazionali.

 Nella teoria della società mondiale del rischio, si presenta non più un agire orientato verso un fine comune, ma gli effetti collaterali non voluti.

 La sociologia della globalizzazione rifugge la scelta estrema, out out, che sta alla base della teoria nazional-statale, ma persegue il concetto del sia..sia, della possibilità di realizzare contemporaneamente due cose anche se apparentemente in antitesi tra loro.

 La società civile transnazionale tende ad una nuova borghesia mondiale che non può prescindere da un’organizzazione basata sul sistema politico: viene dunque a cadere il concetto che vedeva la politica come un corpo estraneo alla sociologia.

Per capire cosa sia uno spazio sociale transnazionale facciamo l’esempio dell’Africa. L’africa non è vista come un continente delimitato geograficamente, bensì come l’identità nera, l’estetica di colore che nella concezione europea può assumere il concetto di arretratezza. Essere africano non vuol dire sempre esser nato in un determinato posto, ma avere in contesto sociale determinate caratteristiche

Logiche, dimensioni e conseguenze della globalizzazione

A questo punto c’è da chiedersi cosa spinge avanti la globalizzazione. Dinanzi a questa domanda i sociologi hanno 2 approcci differenti: il primo vede l’esistenza di una logica dominante individuando una dimensione centrale della globalizzazione, il secondo vede più logiche parziali della globalizzazione tra loro in concorrenza.

Per capire i 2 diversi approcci andiamo ad analizzare le due teorie principali che le caratterizzano:

 Sistema mondo capitalistico di WALLERSTEIN  Politica internazionale di ROSENAU, GILPIN, HELD

Sistema Mondo Capitalistico: WALLERSTEIN

In una sociologia della globalizzazione la teoria delle società container lascia il posto a forme di vite terze, ovvero a spazi sociali transnazionali, ove per transnazionale s’intende il sorgere di stili di vita e d’azione che vanno oltre le distanze. La loro analisi deve essere fatta abbandonando l’ipotesi dell’alternativa secca (out out) a discapito delle differenziabili forme di vita (sia…sia).

WALLERSTEIN sostituisce completamente l’immagine delle singole società tra di loro separate con l’immagine di un unico sistema mondo all’interno del quale tutti devono collocarsi e affermare una divisione del lavoro. Tale sistema s’impone, secondo WALLERSTEIN, con il capitalismo (mercato globale unico).

Il risultato di tale teoria vede un’economia capitalistica caratterizzata da tre elementi fondamentali:

 Un unico mercato dominato dal principio della massimizzazione del profitto;  La presenza di forze statali che tendono a regolare le leggi del mercato capitalistico al fine

di indirizzare i profitti verso alcuni gruppi;  La divisione del lavoro avviene in ragione di tre classi: spazi centrali, semiperiferie e

regioni, paesi periferici. Il sistema mondo così strutturato ha però delle contraddizioni interne. Infatti mentre il capitalismo conduce verso un mercato unico (meglio dire globale), l’umanità continua ad essere divisa in Stati e identità nazionali. Inoltre il sistema mondo oltre a produrre ricchezze produce anche povertà, facendo nascere e sviluppare al suo interno i conflitti. Le contraddizioni appena evidenziate portano WALLERSTEIN ad asserire che la logica interna del sistema mondo produce sia l’integrazione del mondo (mercato globale) sia la disgregazione del mondo (conflitti interni)

Politica internazionale: ROSENAU, GILPIN, HELD

Come WALLERSTEIN anche ROSENAU rompe con la teoria delle società container, macon una differenza sostanziale: ROSENAU non pone al centro della globalizzazione un unico sistema mondo capitalistico ma distingue due fasi della politica internazionale. Prima di analizzare le due fasi occorre evidenziare che per ROSENAU si è passati dall’epoca nazionale ad un’epoca

postinternazionale, dove più attori si dividono lo scenario politico. Esistono pertanto due aree delle società globali:

 La società degli stati, simile a quella del passato;  La subpolitica transnazionale, all’interno della quale si muovono attori differenti come

gruppi industriali internazionali, organizzazioni non governative (GREENPEACE) la Banca Mondiale e via dicendo.

Il contrasto tra la doppia società mondiale di ROSENAU e la teoria del sistema mondo è evidente: ROSENAU al posto di un mercato globale unico pone come aspetto predominante una politica mondiale policentrica, dove tutti gli attori lottano l’uno contro gli altri per imporre i propri interessi.

Il passaggio dalla politica dominata dallo stato nazione alla politica policentrica riconduce ROSENAU alla dimensione tecnologica della globalizzazione. L’incredibile sviluppo tecnologico ha abbattuto le distanze facendo nascere e moltiplicare gli attori della politica mondiale. Questa politica mondiale policentrica contraddistingue una situazione nella quale:

 Organizzazioni transnazionali (banca mondiale, MCDONALD, etc.) agiscono in collaborazione o in antitesi tra di loro;

 Problemi transnazionali come variazioni climatiche, AIDS, etc. che determinano l’ordine del giorno politico;

 Eventi transnazionali come Guerre, eventi sportivi come Olimpiadi, tramite tv satellitare;  Sorgono comunità transnazionali che si basano sulla religione (islam) stili di vita (musica),

etc;  Strutture transnazionali (banche, ec.) che creano relazioni oltre le distanze.

In contrasto con quanto asserito da WALLERSTEIN e ROSENAU, GILPIN sottolinea che la globalizzazione nasce sulla base di determinate condizioni della politica internazionale, ovvero è il prodotto di un ordine globale permissivo dove gli Stati sono i soli a consentire la nascita di relazioni transnazionali. Da questo punto di vista, la globalizzazione rimane prerogativa delle autorità nazionali intese come potenze egemoni.

La globalizzazione fondata sulla teoria egemonica del potere, sulla sovranità sembra essere un controsenso in quanto il concetto stesso della globalizzazione rifugge quello della sovranità politica. È quanto afferma HELD; nel mondo degli accordi internazionali la politica nazional- statale perde ciò che rappresentava le sue fondamenta: la sovranità. Sulla spinta della globalizzazione secondo HELD l’ambiente internazionale riduce sia l’autonomia statale (a volte anche in maniera molto evidente) che la sovranità degli stati. La sovranità deve essere considerata di conseguenza come un potere scisso tra una serie di attori e incatenato a questa pluralità di attori.

Società mondiale del rischio: Globalizzazione ecologica come politicizzazione involontaria

La società mondiale del rischio cerca di fornire delle risposte alla domanda di quali siano le esperienze politiche collegate alla crisi ecologica. Lo shock ecologico infatti produce un’esperienza che i vari studiosi credevano fosse riconducibile solo alle guerre, conservando però caratteristiche peculiari. Infatti essa diventa la prima esperienza di un destino comune che, in assenza di un nemico comune, risveglia il concetto di una coscienza cosmopolita, che supera i confini tra uomo animali e natura. Se i pericoli fondano le società, BECK asserisce che il pericolo globale fonda la società globale del rischio.

In antitesi con gli attori precedenti, secondo i quali la società transnazionale nasce perché gli attori e gli spazi transnazionali nascono e si sviluppano in virtù di un’azione intenzionale, ovvero un fine comune, la società mondiale del rischio sostiene che non è più possibile evidenziare le conseguenze ed i pericoli legati alla notevole industrializzazione delle società:

gli spazi transnazionali vengono creati in questo caso anche senza una vera e propria volontà da parte degli atori che ne prendono parte.

Le conseguenze culturali, politiche ed economiche della società mondiale del rischio devono essere conosciute e comprese se si vuole valutarne la loro incidenza sulle decisioni politiche. Per far ciò bisogna ammettere l’esistenza di una “valuta negativa”, ovvero di un qualcosa che rappresenti i pericoli di rilevanza pubblica.

In generale si possono distinguere tre generi di pericoli globali:

1. La distruzione ecologica e pericoli tecnico-industriali determinati dalla ricchezza (buco dell’ozono,effetto serra)

2. La distruzione ecologica e pericoli tecnico-industriali determinati dalla povertà, (bisogna però fare una distinzione: mentre le minacce ecologiche determinate dalla ricchezza derivano dall’esternalizzazione dei costi di produzione, la distruzione ecologica derivante dalla povertà è in primis un’autodistruzione dei poveri che ha effetti collaterali anche sui ricchi (rifiuti tossici a Napoli, effetto sulla popolazione locale che si riflette anche sullo stato)

3. L’insorgere dei pericoli delle armi di distruzione di massa, legato alla fattispecie delle guerre ma anche al terrorismo fondamentalista o del singolo individuo.

Questi tre generi di pericoli globali sono in grado di complementarsi e rinforzarsi tra di loro, ovvero bisogna interrogarsi su come i disastri ecologici, sino essi determinati dalla ricchezza o dalla povertà, possano favorire le guerre e viceversa. I legami che si possono individuare, con scenari più o meno apocalittici, sono numerosi. Secondo lo studioso ZURN esiste una “spirale di distruzione” i cui effetti possono sommarsi in un’unica grande crisi.

L’analisi della società mondiale del rischio si fonda proprio su quanto appena detto: le minacce globali mettono in discussione gli obsoleti schemi di sicurezza, i danni perdono la loro connotazione temporale e spaziale e viene meno anche il principio dell’individuazione del responsabile: nel caso si dovesse avere un caso limite, il worst-case (letteralmente il caso peggiore) non ci sarebbero cure e/o rimedi. Pertanto la società mondiale del rischio non individua pericoli globali in quanto tali, bensì pericoli che si intrecciano tra loro sino a diventare irriconoscibili.

La percezione del pericolo però sblocca gli automatismi, apparentemente ben radicati, della decisione sociale. Ciò che prima era stato deciso senza rendere conto a nessuno ora diviene di dominio pubblico; la percezione del pericolo produce (quasi involontariamente) un antidoto politico che porta gl’individui ad una pubblica consapevolezza che a sua volta apre gli spazi a una nuova azione politica.

Perché la tesi della MCDONALDIZZAZIONE del mondo è sbagliata:

paradossi della globalizzazione culturale

Lo sviluppo del mercato globale ha profonde conseguenze selle culture locali, sui vari stili di vita. La globalizzazione dell’agire economico causa una trasformazione identificata col termine di globalizzazione culturale, con una convergenza della cultura globale: è questo che viene inteso con il concetto di macdonaldizzazione. Tale teoria spinge verso l’universalizzazione, intesa come un’unificazione degli stili di vita, dei comportamenti. Il risultato è l’insorgere di un unico mondo che non riconosce le molteplicità, ma diventa un mondo di merci dove gli uomini sono ciò che comprano. La globalizzazione in termini economici tende dunque a minimizzare i costi al fine di massimizzare i profitti, prescindendo dalle culture locali.

Gli studiosi appartenenti alla cultural theory (la teoria della cultura), rifuggono però questa ipotesi. Per loro la macdonaldizzazione del mondo è sbagliata poiché la globalizzazione non comporta una riduzione ad unità della cultura e né conduce a quella che si potrebbe definire come una “cultura globale”.

ROBERTSON sottolinea che il discorso sulla globalizzazione comporta anche un’analisi della localizzazione. Egli rifugge l’immagine di singole società separate e dei loro spazi culturale e descrive un processo di globalizzazione culturale dove divengono contemporaneamente possibili cose anche in contrapposizione tra loro. La tesi di fondo vede dunque la globalizzazione come un’accentuazione del locale, dove globale assume il significato di “in più luoghi contemporaneamente”, quindi traslocale. Grandi multinazionali come COCA COLA descrivono le loro strategie di mercato come localizzazione globale. Pertanto secondo gli autori della cultural theory le culturale non si fondono tra loro ma si ridistribuiscono nel contesto globale, in uno scambio,dialogo e conflitto transnazionale. In altre parole la globalizzazione conduce ad una intensificazione delle dipendenze reciproche oltre i confini nazionali, il modello dei mondi separati viene sostituito da un’interdipendenza transnazionale.

Glocalizzazione: ROBERTSON

ROBERTSON fa un ulteriore passo avanti definendo le modalità con le quali si è affermata nella coscienza comune “la consapevolezza che il mondo intero sia un solo luogo”. Come prima cosa egli si chiede quale aspetto assume il mondo alla luce del nuovo approccio transculturale. La globalizzazione culturale contrasta l’identificazione dello Stato con la società, producendo una dimensione transculturale dove si incontrano diversi stili di vita. In tale ottica locale e globale non si escludono, anzi il locale diviene un aspetto del globale. Per tale motivo Roberstson propone di sostituire il concetto di globalizzazione con glocalizzazione ( globalizzazione +localizzazione), che fornisce il concetto di come l’idea di poter comprendere il mondo odierno prescindendo dalla cultura e tutti i campi derivati, sia assurda. Il cambiamento che separa la nuova socilogia della globalizzazione dal sistema mondo sta proprio in questo, ovvero la cultura globale non può essere intesa come una mera somma delle varie culture e quindi statica, ma come un processo dialettico nel quale più elementi, anche contrapposti, convivono. In questo senso si può parlare di paradossi della glocalizzazione, ovvero facce diverse di una stessa medaglia che vedono coesistere:

 Universalismo e particolarismo;  Legami e frammentazioni;  Centralizzazione e decentralizzazione;  Conflitti ed accordi

La forza di immaginare vite possibili:APPADURAI

APPADURAI riprende ed amplia il punto di vista di Robertson e la sua teoria delle culture sostenendo la relativa autonomia della cultura glocale. Egli definisce tra l’altro, gli ethnoscapes , ovvero “paesaggi di persone” (turisti,immigrati,lavoratori stranieri) che caratterizzano il mondo e che con i loro spostamenti continui determinano in qualche misura la politica interna e internazionale (pensare agli accordi Italia-Libia sulla questione immigrati). APPADURAI definisce anche:

technoscapes, movimenti delle tecnologie che superano i confini; financescapes, movimenti di valute (la borsa mondiale); mediascapes, la ripartizione della possibilità di diffondere immagini elettroniche; ideoscapes, la serie collegata di immagini che hanno le radici nell’illuminismo. Questi flussi (movimenti) e panorami di immagini rappresentano le pietre miliari per la costruzione di mondi immaginari che vengono visti, scambiati e diffusi in tutto il mondo. Secondo APPADURAI le culture glocali non sono più legate né ad uno spazio né ad un tempo quasi fossero senza contesto: l’immaginazione acquista così un potere fondamentale nella vita degli uomini. Sempre più persone sognano ed immaginano” una vita possibile”, più ricca

di opportunità e migliore di quella che stanno conducendo. Il motore dell’immaginazione sono i massmedia che fungono da occhiali per gli uomini che “vedono” la loro vita attraverso i media.

Questo nuovo potere delle industrie globali dell’immaginazione comporta che le forme di vita vengono sconvolte e guidate da modelli creati da altri. In tale gioco anche la miseria nasce e convive con il mercato delle vite immaginarie, rendendola ancora più spaventosa della realtà e pertanto da evitare secondo i modelli proposti dall’economia della cultura.

Ricchezza globalizzata, povertà localizzata:BAUMAN

Come abbiamo visto gli osservatori della scuola della cultural theory rifuggono l’idea della macdonaldizzazione del mondo, individuando degli scenari glocali intesi come un’immaginazione delle vite possibili. BAUMAN si pone il quesito su quali siano le conseguenze derivanti dalle disuguaglianze glocali: il nesso globale-locale secondo BAUMAN divide la società mondiale.

Globale e locale pur rimanendo due facce della stessa medaglia, rappresentano due forze che dividono la popolazione in ricchi globalizzati e poveri localizzati

Globalizzazione e localizzazione possono essere facce inseparabili della stessa medaglia, ma le due parti della popolazione vivono su lati differenti ed è possibile osservare solo una faccia per volta della medaglia. Per tale motivo secondo BAUMAN si perde il nesso tra povertà e ricchezza. La popolazione mondiale è divisa in ricchi globalizzati (che superano i confini e non hanno mai tempo) e poveri localizzati (intrappolati nella loro realtà e che devono ammazzare il tempo). Tra questi vincenti e perdenti della globalizzazione non esisterà più alcun nesso, pertanto la secolare dipendenza servo-padrone viene a cadere. Inoltre si viene a spezzare quel vincolo che rendeva la solidarietà non solo necessaria, ma possibile.

La glocalizzazione così come definita diventa un eufemismo, l’illusione che vengano prodotte delle condizioni transnazionali alle quali non sappiamo fornire alcuna risposta e nemmeno un nome.

Società civile transnazionale:come si forma uno sguardo cosmopolitico?

Bilancio provvisorio:”il nazionalismo metodologico” e la sua confutazione

Andiamo ora a vedere come e perché la globalizzazione determina una differenza tra prima e seconda modernità. La prima modernità è intesa come nazionalismo metodologico, ovvero dove lo Stato diventa il container delle società. In questa maniera le società nazional-statali producono e conservano nella vita quotidiana le proprie identità fondamentali, caratterizzate da formazioni tautologiche (i tedeschi vivono solo in Germania, gli Italiani in Italia). Questo modo di pensare gli spazi nazional-statali contrasta la spinta economica,sociale e culturale della globalizzazione. La seconda modernità, che nasce a punto sulla spinta della globalizzazione, vede il crearsi di spazi transnazionali che contrastano la realtà nazional- statale.

Ciò risulta ancora più evidente se si considerano quelle società transnazionali che al fine di massimizzare i profitti tendono a muovere i centri di potere, portando quasi ad uno scontro tra stati (si pensi alla Cina che con le sue esportazioni minaccia le economie interne dei paesi europei). Nel rapporto tra prima e seconda modernità dunque la politica non detta più le regole, ma cerca di modificarle per indirizzare i profitti: in tal caso si parla di una politica della politica.

Un altro modo per evincere le differenze tra prima e seconda modernità è quello di analizzare, coem dice APPADURAI, la scelta delle vite possibili: l’immaginazione delle vite possibili non deve essere intesa solo in chiave nazionale, ma secondo le prospettive di una società mondiale.

La divisione tra le due modernità, infine, diventa chiara se si distinguono 2 concetti fondamentali di cultura: il primo dove la cultura è connessa ad un determinato territorio essendo il risultato di processi di apprendimento locali; il secondo vede la cultura come un concetto universale che sta alla base delle teorie dello sviluppo umano. Le 2 teorie, pur essendo unificabili tra loro, rappresentano un tassello di differenziazione tra la prima e la seconda modernità.

Poligamia di luogo: la globalizzazione delle biografie

Per capire il concetto di poligamia di luogo dobbiamo immaginare una persona che vive per 6 mesi in un anno determinato luogo e altri 6 mesi in un altro. Questa vita, trascorsa tra 2 posti diversi, non porta a fenomeni di dissociazione poiché è la persona a scegliere di vivere in questo modo. Questa persona vive per l’appunto una poligamia di luogo, amando 2 posti che possono essere anche in contrapposizione tra loro. La poligamia di luogo conduce poi alla globalità biografica, i contrasti non si hanno solo tra luoghi differenti ma al centro della propria vita senza che se ne abbia una precisa consapevolezza: è questo il vivere in maniera glocale. La vita difatti non è più legata ad un luogo ma intesa come un viaggio che sfrutta come mezzi per viaggiare le nuove tecnologie (internet, i media). Inoltre, la multilocalizzazione (l’essere in più posti) e la globalità della vita fanno sempre di più diminuire il potere della sociologia nazional-statale: la glocalizzazione della biografia sconfigge lo stato container a favore della scelta dei luoghi.

Non si faccia però l’errore di chiamare globalità della biografia qualsiasi multilocalismo, ma solo quello che va oltre i confini racchiudendo in sé i contrasti di molte vite messe insieme. Per tale motivo dobbiamo intendere il concetto di mobilità in un nuovo modo, ovvero la mobilità interna della propria vita, per la quale è normale andare e venire da un luogo, l’essere contemporaneamente in posti differenti, la facoltà mentale e psicologica di accettare la vita quotidiana tra mondi differenti.

Come è possibile una critica interculturale?

Per capire come sia possibile un dialogo, una critica interculturale facciamo riferimento a due autori fondamentali come NIETSZCHE e LESSING. Partendo da NIETSZCHE, egli analizza ciò che che c’è di sbagliato, egoistico nella morale con quella teoria che chiama “quella saggezza piena di ironia” dove il compatire viene sostituito dal ridere insieme, la fine delle certezze di una volta deve creare uno spazio per la gioia, nel ridere insieme, nel dialogo interculturale. C’è da chiedersi cosa sia per NIETSZCHE la morale della vita glocale alla luce dello sguardo ironico assunto dal Nostro. Ebbene la morale della vita glocale sicuramente non è una morale convenzionale presupponendo che le morali assolutistiche di mondi separati vengano distrutte. Ciò non significa che non ce ne sia nessuna, piuttosto viene creato uno spazio per un contemporaneo processo di riduzione ed ingrandimento delle esigenze morali.

In altre parole la saggezza piena di ironia trova espressione in 2 movimenti.

Da un lato si augura l’individualizzazione dell’ideale, ovvero il singolo diviene legislatore di se stesso e la morale trova espressione solo come autolegislazione.

Dall’altro non schiude le porte al relativismo, all’ognuno faccia quel che vuole. Anzi NIETSZCHE sostiene proprio il contrario: occorre ridurre da un lato il proprio giudizio morale per aprire le porte al dialogo interculturale.

Pertanto l’individualizzazione della morale non deriva da alcun motivo egoistico, bensì offre la possibilità di una morale globale che rende possibile non solo il dialogo ma anche lo scambio interculturale.

In altre parole NIETSZCHE risponde a come sia possibile una critica interculturale nel seguente modo: solo se gli individui si danno un codice morale proprio e al contempo si interrogano sullo stesso sono in grado di poter raccogliere le sfide della vita internazionale. Limitarsi ad avere un codice morale proprio senza la possibilità di mettersi in discussione porta all’egocentrismo; la sola disponibilità a mettersi in discussione senza un codice morale proprio è troppo debole e destinata a soccombere alle ottusità del mondo.

LESSING, nel suo dramma Nahan il saggio, abbandona ogni certezza, anche se in maniera diversa da NIETSZCHE sostituendo all’ironia la tristezza. In tal modo arriva alla conclusione che non esistono certezze che avvicinino gli uomini ad altri uomini e alle loro verità: i principi universalistici e quelli relativistici sono tra loro intrecciati che la lotta per la verità diviene il presupposto per un agire prezioso.

Nietszche e Lessing, pur ragionando in maniera diversa convergono nei ragionamenti: entrambi non sono disposti a dettare principi universalistici o principi relativistici.

L’universalismo ha lo svantaggio di imporre agli altri il proprio punto di vista ma al contempo include gli altri prendendoli sul serio. (è importante non confondere un punto di vista universalistico comunque disposto ad autolimitarsi e conoscitore di verità, da un punto di vista totalizzante che nei casi estremi diviene totalitario)

Il relativismo e il pensiero contestuale rimangono irrinunciabili perché rafforzano il rispetto per le differenze culturali.

Posti dinanzi alla scelta tra universalismo e relativismo (o contestualismo) Nietszche e Lessing assumono una posizione definita da Beck “inclusiva”: non scelgono l’uno o l’altro ma entrambi, tracciando uno schema diviso in quattro parti fondamentali: Universalismo Universalistico (UU), Contestualismo Universalistico (CU), Universalismo Contestuale (UC) e Contestualismo Contestuale (CC).

Le prime due posizioni (UU e CU) possiedono entrambe, in proporzioni differenti, caratteri totalizzanti; entrambe rifuggono il cambio di prospettive, con argomentazioni diverse ma simili nel risultato, ritenendolo semplicemente impossibile.

La terza posizione, il contestualismo universalistico (CU) si traduce nel concetto della non- mescolanza. L’impossibilità di comunicare (o almeno la convinzione di ciò) porta a un aprioristico patto di non mescolanza tra le culture; in pratica una sottintesa impossibilità di comunicare e di cambio di prospettive. È importante proprio quest’ultimo aspetto: esso conferma l’affermazione di punti di vista esclusivi senza nemmeno provare a cambiarli.

L’universalismo contestuale parte invece dalla circostanza opposta della non-mescolanza: gli individui che vivono in un’era globale non solo non vogliono ma nemmeno possono sfuggire alla mescolanza reciproca delle certezze esclusive. Il patto di non mescolanza lascia dunque il posto all’accettazione della vita glocale. Sino a che punto sia possibile questo scambio interculturale non può essere detto a priori ma solo dopo che si è provato a fare questo passo. È proprio questa la differenza sostanziale tra UC e CC: l’universalismo contestuale nega la connessione tra culture senza nemmeno provare a effettuarla, il contestualismo contestuale non rinuncia a cercare questo passaggio per lo scambio tra culture.

Profili della società mondiale: Prospettive concorrenti

Andiamo ora a distinguere i concetti di globalizzazione, globalità e globalismo.

La parola globalizzazione sottolinea il carattere transnazionaale del movimento che abbiamo individuato sino ad ora; con tale termine intendiamo:

 l’intensificarsi di spazi, relazioni eventi problemi e conflitti che vanno oltre i confini diventando transnazionali e quindi globali;

 un processo che non vuole essere “totale” ma piuttosto “contingente e dialettico”  un processo di cui è necessario individuarne grado, densità e misura le cui manifestazioni

devono essere verificate empiricamente. Il concetto di globalità intende rimarcare con forza il significato di società mondiale ed afferma che questo stato è irreversibile; il significato di società mondiale va dunque inteso in maniera:

multidimensionale; policentrica; contingente; politica. Dai concetti di globalizzazione e globalità va distinto quello di globalismo , ovvero l’ideologia secondo la quale il mercato economico assume un aspetto predominante e la globalizzazione deve essere vista solamente in ottica economica.

Vogliamo ora determinare e giustificare l’ipotesi presentata dell’irreversibilità della società mondiale analizzando e mettendo a confronto sei diverse prospettive:

1. Culture terze o società civile globale? 2. Democrazia cosmopolita 3. Società mondiale capitalistica 4. Società mondiale del rischio 5. Società politica mondiale (di transizione) 6. Prospettiva: lo Stato transnazionale.

Culture terze o società civile globale?

Nell’opera Per la pace perpetua Kant sostiene che le democrazie non possono ritenersi tali se isolate nella forma delle società singole, nazional-statali, ma si sviluppano solo se inserite nella società civile mondiale. Secondo tale affermazione la democrazia ha senso solo se inserita in un contesto globale, il governarsi presuppone l’esistenza di una società civile globale e di rapporti giuridici validi universalmente. Chi collega la società mondiale con la propria esperienza personale deve fondamentalmente chiedersi se esiste una memoria globale.

Ora se la memoria della società mondiale è una caratteristica essenziale della stessa, la società multiculturale non è una costruzione mentale ma una realtà globale. Essa non può essere scelta e tanto meno rifiutata. Le sue contraddizioni esplodono conflittualmente sul posto, ma ciò non significa il fallimento del concetto di unificazione culturale globale, ma che tale concetto è troppo riduttivo. Esso deve tenere conto anche dell’influsso delle cosiddette culture terze che contribuiscono a far nascere nuove forme di vita transnazionali.

Pertanto la società mondiale non è un qualcosa esterno agli individui, ma un qualcosa che tocca la vita degli stessi; in altre parole la difesa dell’esperienza della società mondiale è un’ulteriore riprova della sua realtà

Democrazia cosmopolita

I diritti fondamentali validi a livello transnazionale sono alla base della democrazia cosmopolita; la civiltà è protetta contro le barbarie solo se i diritti fondamentali sono riconosciuti a livello

globale ovvero deve esistere un diritto civile mondiale valido e a garanzia di tutti. Da questo deriva un paradosso: se la società globale rifugge il concetto dello Stato-nazione, come può fondarsi su un diritto globale che vede proprio lo Stato-nazione come suo garante? In realtà, quando si parla di tutela dei diritti umani, concorrono diversi attori (come Stati, Organizzazioni non Governative, ONU, etc.) i cui rapporti tra loro e gli individui, depositari dei diritti umani, sono descritti attraverso tre modelli fondamentali:

1. Realpolitico; basato fondamentalmente sugli stati perciò la difesa dei diritti degli individui è competenza della giustizia nazional-statale;

2. Internazionalistico : anche in questo caso gli stati assumono un ruolo centrale e mantengono la competenza primaria sui diritti degli individui. Tuttavia le loro azioni sono in qualche modo influenzate da un consenso transnazionale;

3. Cosmopolitico qui al centro dell’analisi è l'individuo e le organizzazioni transnazionali. (i sostenitori del modello cosmopolitico vorrebbero che la difesa dei diritti umani fosse di competenza delle Nazioni Unite)

I diritti fondamentali, riconosciuti da tutti, hanno comunque bisogno di procedure e dipendenze ben delineate. Infatti sono le procedure che devono sostenere l’idea di una democrazia cosmopolita e rendere possibile la sua realizzazione. Held traccia quest linee fondamentali caratterizzanti il futuro:

1. l’ordine globale si caratterizza in reti di potere multiple e sovrapposte. Lo spazio di intervento della democrazia cosmopolita nasce da queste reti di natura differente.

2. I gruppi e le organizzazioni esigono una relativa autonomia che si manifesta in diritti e doveri individuati dal diritto cosmopolitico democratico;

3. questi principi sono legittimati e garantiti da tribunali connessi a livello transnazionale e locale

4. Gli stati nazionali cedono parte della loro sovranità a istituzioni internazionali divenendo comunque i nodi focali di congiunzione nei rapporti transnazionali;

5. Gli individui possono guadagnarsi spazi all’interno di poteri sia nazionali che transnazionali esercitando i propri diritti a livello glocale;

6. Le sovvenzioni pubbliche per tutti al fine di garantire l’esercizio della libertà politica.

Società mondiale capitalistica

L’analisi neomarxista ritiene l’idea di una democrazia cosmopolita non realizzabile in quanto l’etica viene a confondersi con il potere. Questa tesi si sviluppa attraverso sette passaggi fondamentali.

1. L’ipotesi di una società cosmopolita vede il venir meno delle zone franche; nel mercato mondiale a partire dalla fine della guerra fredda vengono cancellati gli spazi locali e nazionali economici a favore di spazi economici glocali.

2. I gruppi industriali necessitano di stati deboli sui quali poter esercitare una pressione al fine di favorire i propri interessi e massimizzare i profitti;

3. Mentre gli attori economici pensano e agiscono in maniera transnazionale sottraendosi così al controllo della politica nazional-statale, le conseguenze dell’economia transnazionale devono essere controbilanciate e affrontate dagli stati nazionali

4. Il capitalismo globale riesce a massimizzare i profitti con sempre meno forza lavoro umana con la conseguente perdita di potere di contrattazione e influenza sociale da parte dei lavoratori e una sempre più crescente massa di popolazione emarginata in quanto “economicamente non attiva”.

5. La doppia relatività della povertà. Come dimostrato da Baumann il filo di comunicazione che legava i ricchi globalizzati e i poveri localizzati rischia di spezzarsi in quanto non esistono più argomentazioni che fanno sedere allo stesso tavolo vincenti e perdenti della globalizzazione. La povertà diviene così frammentata in diversi gradi: la “semplice povertà”, che si riferisce ad una relatività dei parametri, la “doppia relatività” dove la relatività dei parametri si spezza in spazi di vita transculturali, transnazionali (ad es. se ho10 euro e vivo in Italia sono povero, ma se vivo in Africa sono ricco).

6. Le contraddizioni della vita glocale autonoma agiscono come criteri di esclusione, offrendo si opportunità di sviluppo, ma non per tutti.

7. Al capitalismo senza lavoro corrisponde d’altra parte un marxismo senza alcuna utopia; sono andate perse tutte le speranze e gli ideali politici.

Società mondiale del rischio: la gabbia della modernità si apre

La percezione dei pericoli ecologici induce molti al fatalismo. La caratteristica emergente nella società mondiale del rischio è che ambiti decisionali prima depoliticizzati vengono ora politicizzati in seguito alla percezione del rischio da parte dell’opinione pubblica: in altre parole vengono trattate tematiche che prima non venivano discusse perché l’opinione pubblica ha ora la percezione del rischio che potrebbe derivarne:improvvisamente tutto necessita di una spiegazione dinanzi all'opinione pubblica.

In altri termini nella società mondiale del rischio sorge, sulla spinta della percezione diffusa dei rischi, una società autocritica disposta ad adottare, almeno a parole, le contromisure necessarie per prevenire i suddetti rischi. In tale ottica si delineano i contorni di un’utopia della democrazia. Società del rischio vuol dire che il passato perde la sua forza di determinazione del presente. Al suo posto subentra il futuro, qualcosa dunque di non esistente poiché la discussione è incentrata sui rischi, su cosa potrebbe accadere se non si cambia la rotta. La rappresentazione drammatica dei rischi, messa in scena attraverso simboli ed immagini, assume anche il compito di antitodo contro le ottusità del presente, contro la prassi del “tiriamo avanti”. L’effettivo cambio di rotta però è voluto veramente da pochi; i più vogliono al contempo che non accada nulla (inteso come rischi) e vogliono comunque lamentarsi di ciò senza dare importanza alle problematiche ecologiche. Per molti sociologi la modernità si trasforma in una gabbia di ferro dove gli uomini devono compiere dei sacrifici sull’altare della razionalità. La teoria della società mondiale del rischio sviluppa il concetto opposto: la gabbia del moderno si apre per cui non solo i rischi del momento a produrre effetti inquietanti, ma soprattutto le conseguenze di riflesso che si hanno sulle istituzioni.

Società mondiale come politica non legittimata democraticamente

Per società mondiale s’intende una società non fissata territorialmente, non integrata, non inclusiva, che cancella l’identità tra la distanza spaziale e quella sociale sottintesa nella società nazional-statale. L’espressione “società mondiale” inoltre nasconde in sé il fatto la realtà da essa espressa sia una forma sovversiva del sistema politico. La distinzione tra prima e seconda modernità, tra società nazionale e mondiale, non si riferisce solo a diverse epoche ma a due concetti diversi della società. Anzi, è soprattutto questo modo diverso di interpretare la società a condizionare il modo di vivere della seconda modernità. La società mondiale della seconda modernità vede da un lato la totalità dei rapporti sociali organizzati in maniera non-statale e dall’altro vive ed agisce al di là dei confini. L’unità di Stato, società ed individuo presupposti dalla prima modernità non esistono più. La società mondiale non significa però società statale mondiale o società economica mondiale, ma una società non statale per la quale le garanzie nazional-statali perdono il loro carattere vincolante; e tale processo, come abbiamo visto è irreversibile, non è possibile tornare indietro.

In altre parole nella seconda modernità, accanto alla società mondiale degli Stati nazionali, sorge una potente società mondiale non-statale composta da attori transnazionali le cui caratteristiche principali sono:

a) Agiscono in più luoghi andando oltre i confini ed il principio territoriale dello Stato b) Il loro agire è più inclusivo (sia… sia) di quello degli attori statali (esclusivo: o…o) c) Agiscono spesso più efficacemente rispetto alle istanze nazionali d) Gli attori transnazionali si procurano una loro “sovranità inclusiva” mettendo l’uno

contro l’altro gli Stati nazionali Quanto più queste caratteristiche si intrecciano tra di loro rinforzandosi a vicenda, tanto più vengono messi in discussione l’autorità, la politica e il potere degli Stati nazionali: abbiamo

dunque a che fare con una politicizzazione per mezzo della depoliticizzazione degli Stati.

Questo rapporto concorrenziale tra attori statali e transnazionali implica che tra società mondiale e società nazionale non esiste un’alternativa secca (o…o), ma che tra queste due forme di società sussiste un rapporto conflittuale. In un certo senso gli attori della società mondiale risultano essere spesso come i vincenti della globalizzazione, laddove per vincenti si intende “coloro che massimizzano i profitti”.

Nell’era globale vale dunque il principio che gli Stati nazionali non esistono senza società mondiali, le società mondiali non esistono senza gli Stati nazionali e le società nazionali.

In sintesi la società mondiale rimanda ad una sorta di nuovo mondo, di continente inesplorato, che si apre in scenari transnazionali. La conseguenza è che si manifesta una differenza di potere tra la politica nazional-statale e la possibilità d’azione della società mondiale. Tale differenza non si manifesta solo nel rapporto tra Stati nazionali con i gruppi industriali multinazionali (dove comunque rappresenta la forma più evidente) ma in diversi aspetti della vita comune che va oltre i confini nazionali.

Prospettiva: lo Stato transnazionale

Alcuni sociologi teorizzano con l’avvicinarsi dell’era globale la fine dello Stato nazione e quindi della democrazia. Altri come Beck vogliono invece fornire un’alternativa proponendo la concezione dello Stato transnazionale come possibile risposta alla globalizzazione. Alla base di questa teoria vige il principio che pur se invecchiato, il concetto di Stato-nazione è imprescindibile; e questo non solo per garantire la politica interna o altri aspetti cosiddetti nazionali, bensì anche per organizzare il processo della globalizzazione e regolarlo in prospettiva transnazionale.

Lo Stato transnazionale nasce dunque come uno stato forte che rimane comunque vincolato, in modo evidente sul piano della politica interna, alle procedure di comunicazioni tra più Stati nazionali. Il quesito da porsi è se le varie opinioni pubbliche siano consapevoli della prospettiva cosmopolita che sta assumendo la società. Difatti solo se nelle opinioni pubbliche si manifesta tale consapevolezza di una prospettiva cosmopolita si potrà arrivare alla politica interna transnazionale; in altre parole gli Stati transnazionali diventano possibili solo in virtù della consapevolezza da parte dell’opinione pubblica della necessità degli Stati transnazionali.

Inoltre poiché gli Stati transnazionali sono prima di tutto Stati non-nazionali e quindi svincolati dall’identità territoriale, essi devono esseri intesi come un contro-modello alla teoria degli Stati container.

In secondo luogo lo Stato transnazionale nega il concetto di Stato nazionale ma non rifugge quello di Stato inteso come lo Stato 1) che riconosce la globalità in tutta la sua dimensione come un processo irreversibile e 2) considera l’organizzazione transnazionale come l’elemento fondamentale per dare nuovo impulso alla politica statale e civile.

In terzo luogo, a differenza degli stati nazionali, gli scenari nei quali si muove lo Stato transnazionale sono quelli della globalizzazione-localizzazione. Gli Stati transnazionali diventano così glocali, province del mondo, e proprio per tale motivo assumono la loro posizione nel mercato e nella politica mondiali.

Infine proprio per come abbiamo definito gli Stati transnazionali, in essi la concezione di globalità diventa il fondamento irreversibile del pensiero e dell’agire politico.

A questo punto poniamoci come ultima domanda se sia possibile l’attuazione di società da un punto di vista cosmopolitico. La risposta che ci dà Beck è affermativa; tramite la cooperazione e le interdipendenze transnazionali. Nell’epoca della prima modernità vigeva l’alternativa di equilibrio o egemonia, in quella di globalizzazione l’alternativa è perdita della sovranità o cooperazione transnazionale. Per ciò che concerne la perdita della sovranità vuol dire rinunciare a due principi dello Stato-nazione: 1) l’identificazione dello stato con la società e “) il legame territoriale tra Stato e società.

ERRORI DEL GLOBALISMO

Il Globalismo ritiene che la globalizzazione sia un processo puramente economico e che il mercato si autoregoli, migliorando ogni aspetto della vita umana, ridistribuendo la ricchezza per tutti i paesi. Questa concezione presenta i seguenti errori: 1. Metafisica del mercato mondiale. Considerare l’economia come prevalente e capace di migliorare il benessere rende ciechi su altri fronti, come quello della solidarietà umana: un globalista abolirebbe le pensioni per favorire l’economia. 2. Il cosidetti libero mercato mondiale.Permettere di tutto all’economia non migliora la vita umana: basti pensare ai paesi del terzo mondo in cui non si rispettano i diritti umani, pur di attirare le multinazionali. Il PIL è cresciuto, la qualità della vita? 3. Da questo punto di vista economico abbiamo ancora a che fare con l’internazionalizzazione, non con la globalizzazione. I globalisti confondono l’internazionalizzazione (dell’economia) con la globalizzazione: Il commercio si svolge prevalentemente tra America, Europa ed Asia, non è globale. 4. Rappresentazione drammatica del rischio. Propagandare una ridistribuzione della ricchezza spinge i governi dei paesi ricchi a concedere troppo alle multinazionali. 5. Assenza di politica come rivoluzione. L'idea che l’economia sia il futuro del mondo e la politica vada abbandonata è una sciocchezza: anche il mercato ha una sua dimensione politica, e consiste nelle scelte che si fanno nei CDA delle multinazionali. 6.Il mito della libertà. Il globalismo è sicuro che vi sarà un’uniformazione dei gusti; il glocale li smentisce. 7. Critica del pensiero catastrofico. La politica può aprire una nuova fase della globalizzazione; abbandonarla lo rende impossibile.

8. Protezionismo nero,rosso,verde. Il Globalismo opposto, ovvero quello che vorrebbe alzare barriere protezionistiche, è ancor più criticabile: il protezionista nero non si rende conto che lo stato che tanto ama andrà comunque incontro allo sfacelo se si chiuderà su se stesso. Il protezionista verde non si rende conto che chiudendosi a livello nazionale, permetterà alle multinazionali di commettere i peggiori eco-crimini nei paesi del terzo mondo. Il protezionista rosso cerca di sottrarsi all’inevitabilità di abbandonare il welfare state; tuttavia il welfare (STATO-SOCIALE) indebolisce l’economia, quindi crea disoccupazione, quindi costi sociali ancora maggiori: viene buttano nella pattumiera della storia come un compromesso che la globalizzazione ha ormai dissolto.

RISPOSTE ALLA GLOBALIZZAZIONE

Beck sostiene l’esigenza di un dibattito politico sulla globalizzazione (e, di rimando, l’esigenza di abbandonare il globalismo: che dibattito politico è possibile con una controparte che vuole eliminare la politica?) in cui si superi lo schema sinistra-destra:

la sinistra deve comprendere l’impossibilità di mantenere il welfare state, la destra deve abbandonare il concetto di stato che ha amato finora. Va quindi ripensata la politica interna. E alle 10 trappole concettuali messe prima in evidenza oppone dieci risposte alla globalità e alla globalizzazione.

1. Operazione internazionale

2. Stato transnazionale o “ sovranità inclusiva”

3. Partecipazione al capitale

4. Riorientamento della politica della formazione

5. Le imprese transnazionali sono democratiche, antidemocratiche?

6. Alleanza per il lavoro di impegno civile

7. Cosa viene dopo la nazione export,modello Volkswagen? Nuove finalità culturali- politiche-economiche.

8. Culture sperimentali, mercati di nicchia e auto rinnovamento della società.

9. Imprese pubbliche,lavoratori autonomi.

10.Un contratto sociale contro l’esclusione?

Il dibattito dovrà riguardare la possibilità di regolamentare la condotta delle multinazionali, per evitare che esse possano mettere gli stati l’uno contro l’altro pur di conquistarsi le fabbriche; in seconda battuta si dovrà sradicare l’egoismo degli stati nazionali, in maniera che uno di questi non trasgredisca alle regole comuni che ci si sarà dati mediante un’unione transnazionale; questo è il nuovo obiettivo da perseguire. Gli stati devono abbandonare la sovranità esclusiva, ovvero la pretesa di comandare completamente il proprio territorio, e passare ad una sovranità inclusiva, ovvero in cui accettano di dover rispondere a delle regole comuni. Serve quindi un organo giuridico transnazionale ed un principio federalista, in cui gli stati accettino di essere più o meno “regioni” di un unico paese.

Di fronte alla possibilità per le multinazionali di spostare la produzione, Beck suggerisce agli stati europei due strade per non precipitare nella povertà: una, paradossale, di convertire i nostri popoli in azionisti delle fabbriche (in questo modo lo spostamento delle fabbriche in luoghi economici farebbe guadagnare gli azionisti); l’altra, più concreta, di investire nella ricerca (sia intesa come “diventare nazione dove far ricerca” che ricerca volta a produrre beni che altri paesi non possano produrre); in aggiunta, poiché la chiave di tutto è differenziare il proprio prodotto, Beck suggerisce di produrre prodotti che non possano essere fabbricati altrove: cose tipiche, o prodotti ecologici. Ulteriore risorsa potrebbe essere la creatività personale: ovvero creare nuovi lavori o servizi. Le multinazionali dovrebbero essere obbligate a produrre le loro merci solo in paesi a regime democratico, nel rispetto dei diritti umani; questo avverrebbe sotto il controllo di osservatori transnazionali. I fondi per il Welfare, se non può essere mantenuto

perché costoso ed inutile all’economia, possono essere trasferiti al volontariato, che diventerebbe un lavoro ben pagato (pertanto l’unica occupazione per molti).

LA BRASILIZZAZIONE DELL’EUROPA

Per evitare la brasilianizzazione dell’Europa, è necessario sviluppare un nuovo contratto sociale (New Deal) contro l’esclusione: l’esclusione è ritrovarsi nel Lumpenproletariat: niente lavoro significa non poter avere una casa. Non avere una casa non permette di trovare lavoro, si è esclusi. L'ex Popolo di Seattle è la grande novità della politica internazionale, come i girotondi lo sono per la politica italiana. Antagonisti, alternativi, li chiamano No global, anche se ripetono a tutti di non essere contro la globalizzazione, ma di volere una globalizzazione diversa, più solidale.

Il movimento New Global, nella sua parte italiana, racchiude due anime. Una cattolica, pacifista che raccoglie le cooperative e le associazioni che agiscono nel sociale e nelle parrocchie insieme alla Rete Lilliput, alle Acli, alla laica Arci, a Legambiente e a decine di altre. Una rete di associazioni solidaristiche, contraddistinte da una fortissima motivazione morale, cui va aggiunta Attac, l'organizzazione nata in Francia per promuovere la Tobin Tax. Da ultimo anche la Cgil si è avvicinata al movimento, portando dentro di esso il tema del lavoro. Poi il Laboratorio dei Disobbedienti. Una vasta area che mette insieme i centri sociali e altre strutture della sinistra antagonista comprese le ex Tute Bianche di Luca Casarini (si sono sciolte proprio durante i giorni del G8) o i campani della Rete No Global Forum e i giovani di Rifondazione comunista. Impegnati sui temi dell'immigrazione e sociali (dal lavoro, alla casa), non escludono a priori lo scontro con le forze dell'ordine e teorizzano la pratica della "disobbedienza civile". Un movimento variegato con alcuni obiettivi comuni, come si legge nel manifesto approvato a Porto Alegre il 4 febbraio del 2002: annullamento del debito dei paesi poveri, istituzione della Tobin Tax, abolizione dei paradisi fiscali, protezione dell'ambiente e della biodiversità, opposizione alle privatizzazioni, sostegno ai diritti dei lavoratori, alla parità fra uomo e donna, diffusione della democrazia nel mondo. Tutti condannano il terrorismo ma sono anche contro la guerra e, dopo l'11 settembre, hanno dato vita al movimento pacifista. Nemici storici sono il Wto e le teorie liberoscambiste "imposte" ai paesi più poveri, la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale ritenuti il "braccio armato" di quella politica di arricchimento delle zone già ricche della terra. Altri nemici sono le multinazionali e lo sfruttamento imposto ai lavoratori dei Paesi in via di sviluppo. Una parte del movimento, a partire da Greenpeace, fortemente ecologista, lavora per la riduzione dell'effetto serra e a difesa della natura e delle foreste. C'è, inoltre, chi come Attac vuole imporre ai Paesi ricchi la cosiddetta Tobin Tax, una tassa sulle transazioni finanziarie per ridurre gli squilibri fra Nord e Sud del mondo. I due slogan che accomunano tutti, pacifisti, cattolici, antagonisti sono: "Un altro mondo è possibile" e "Un altro mondo è in costruzione". Nel febbraio del 2002, ai No Global si affiancano in Italia i "movimenti" dei girotondi, critici verso la dirigenza della sinistra, di cui chiedono il rinnovamento, e fautori di

un'opposizione più radicale e più concreta sui temi della giustizia, della scuola, della sanità, del lavoro e dell'informazione. I loro slogan sono "Un'altra opposizione è possibile" e "Resistere, resistere, resistere".

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