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Filosofia del Diritto - Autorità, Sintesi di Filosofia Del Diritto. Università di Salerno

Filosofia Del Diritto

Descrizione:  Alcuni autori del libro "Autorità"
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Universita: Università di Salerno
Indirizzo: Giurisprudenza
Data di caricamento: 02/07/2011
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cristina123 - Università de L'Aquila

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09/10/12 13:06
silvietta7914 - Università di Salerno

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17/12/11 21:04

L'unità culturale dell'Europa cristiana conosce una serie di crisi storico-politiche che vanno dal tracollo economico e demografico, prodotto dalle grandi epidemie di peste del XIV secolo, al gravissimo indebolirsi tanto dell'autorità imperiale, dal XIII secolo, quanto dell'autorità della Chiesa, a causa della 'cattività avignonese' durata buona parte del XVI secolo. Sono inoltre di capitale importanza, per la fine dell'ideologia medievale dell'autorità, sia gli scismi d'Occidente (1378-1417 e 1431-1449) - a cui si intreccia la dottrina conciliare (dichiarata eretica da Pio II, nel 1460, in quanto gravemente lesiva dell'autorità del papa) - sia la riscoperta della cultura classica a opera dell'umanesimo; ma le più profonde e radicali modificazioni del concetto d'autorità sono dovute alla Riforma protestante, all'individualismo che ne scaturisce, e alle nuove realtà politiche che si avviano all'egemonia in Europa, gli Stati. Scopo dell'azione intellettuale e politica di Martin Lutero (1483-1546) è combattere la dottrina cattolica dell'autorità, come mediazione fra trascendenza e mondo, istituzionalizzata nella Chiesa. Lutero (Della libertà del cristiano, 1520) separa radicalmente i due 'regni' dell'interiorità spirituale e dell'esteriorità mondana: nel primo il cristiano è assolutamente libero e realizza un rapporto immediato con Dio attraverso la privata interpretazione della Scrittura - l'autorità spirituale -, nel secondo è invece soggetto all'autorità secolare e alla sua spada, istituita direttamente da Dio "per impedire le opere malvage" (Sull'autorità secolare, 1523). Lutero, insomma, ammette la genesi divina del potere, ma ne rifiuta la fondazione ecclesiastica; in lui l'autorità perde il proprio nome, troppo legato alla tradizione latina, e diviene uberkeytt (tedesco moderno Obrigkeit), termine che rivela, nel riferirsi a über/oben ('sopra'), la coincidenza dell'autorità con la 'superiorità' invincibile del potere. Secondo Lutero alla funzione punitiva e strumentale del potere non si sottrae neppure il giusto, la cui obbedienza all'autorità esteriore è espressione di libertà interiore e non di mera paura, come accade invece per i malvagi. Nel dissociare bene e potere, il luteranesimo è un momento importante tanto del moderno passaggio a una nozione di autorità non più personale e simbolica ma inerente all'ufficio (cioè coincidente con la stessa istituzione 'superiore'), quanto della formazione della moderna soggettività che, affrancata dalle gerarchie dell'ordine medievale, obbedisce all'autorità avendola interiorizzata e riconosciuta.

Se la Riforma rivoluziona l'aspetto religioso dell'autorità, Thomas Hobbes (1588-1679) distrugge quello collegato alla tradizione; infatti, nel XVI capitolo del Leviatano (1651), egli afferma che l'autorità è "il diritto di fare un'azione" e che "fatto per autorità" significa "fatto per commissione o con il permesso di chi ha il diritto". Nella situazione di eccezionale emergenza in cui si trova ad argomentare, Hobbes intende l'autorità non come fondamento e fine dell'ordine, ma come autonoma facoltà di agire propria di tutti gli uomini, naturalmente liberi e uguali, con i rischi d'instabilità che derivano dall'assenza di gerarchie tradizionali o naturali (nello stato di natura l'uomo è 'lupo' per ogni altro uomo). Ma se l'autorità, per Hobbes, si manifesta dapprima come disordine individualistico, emerge immediatamente l'esigenza degli effetti positivi dell'autorità: è quindi per lui compito della politica costruire un'autorità artificiale, che assolva alla funzione semplificata non di realizzare il sommo bene ma di evitare il sommo male, i rischi di morte violenta per il singolo. Secondo Hobbes l'autorità viene costruita dalla ragione dei singoli, che si uniscono grazie a essa in un patto, dando vita allo Stato, cioè al sovrano rappresentativo di cui tutti i singoli sono "autori" e nel quale alienano integralmente la propria capacità d'azione politica in una tensione all'unità lontanissima dall'assetto internamente pluralistico dell'autorità medievale. In seguito al patto, solo lo Stato ha autorità: questa coincide con il potere legittimo dello Stato, la cui legittimazione sta nel realizzare razionalmente, at traverso un efficace rapporto di comando e obbedienza, lo 'scopo' concreto della protezione dei singoli. Nel XXVI capitolo del Leviatano Hobbes afferma "auctoritas, non veritas, facit legem"; questa contrapposizione fra autorità e verità è il segno che l'autorità non è, per lui, fondamento trascendente ma sommo potere, sovranità, capacità d'azione dello Stato, imperio universale della legge, che realizza la volontà - non arbitraria ma razionale - del sovrano. La posizione di Hobbes è antitetica rispetto alle difese tradizionali del potere regio, come il diritto divino dei re, teorizzato da Jacques-Benigne Bossuet (1627-1704), o la naturale paternità del re rispetto ai sudditi, difesa da Giacomo I Stuart (1566-1625) e da Robert Filmer (1588-1653). Privata tendenzialmente di ogni determinazione personale e trasformata in capacità ordinativa, artificiale e al tempo stesso efficace, l'autorità è anche sottratta, da Hobbes, alla Chiesa (Hobbes è il grande avversario della potestas indirecta teorizzata da Bellarmino) e a ogni altra organizzazione intermedia (oltre che i singoli - tranne che non vogliano ritornare allo stato di natura - anche i ceti e le fazioni perdono il diritto di resistenza), ed è attribuita direttamente ed esclusivamente allo Stato. Da un punto di vista storico-politico il pensiero hobbesiano risponde così alle esigenze di sicurezza rese urgenti dall'ingresso sulla scena sociale del settarismo protestante e dell''individualismo possessivo', e delinea il quadro istituzionale - privo di ipoteche metafisiche, di finalità trascendenti e di istanze arbitrarie - che rende reciprocamente compatibili i nuovi dinamici interessi borghesi, senza subordinarli ad altre esigenze che non siano quelle della 'forma' politica e dell'ordine pubblico. Accentuando la differenziazione fra spirituale/religioso da una parte, e politico/ statuale dall'altra (cioè fra privato e pubblico), Hobbes prosegue la secolarizzazione iniziata da Lutero e da Calvino; ma per questi ogni potere è autorità, a cui si contrappone la coscienza del singolo, mentre per Hobbes l'autorità del Leviatano, pur assoluta, cioè sciolta da ogni altra istanza, è un prodotto della ragione, e solo per questo è irresistibile. La coincidenza di autorità e potere legittimo razionale è evidente anche nel pensiero di John Locke(1632-1704), le cui principali opere politiche (Primo trattato sul governo e Secondo trattato sul governo, 1690) costituiscono una tappa decisiva per la moderna concezione dell'autorità, che in lui è orientata alla salvaguardia non solo della vita, ma anche della libertà, individuale e sociale. Il primo obiettivo polemico di Locke è la tesi filomonarchica di Robert Filmer (che attribuisce al sovrano la stessa autorità di un padre sui figli), alla quale Locke reagisce dimostrando la differenza che intercorre fra rapporti naturali di subordinazione (quali si danno tra i figli minori e il padre) e rapporti politici: questi si fondano sulla naturale libertà di tutti gli uomini (e quindi sulla loro uguaglianza) e perciò possono formarsi solo

artificialmente, come risultato di una specifica volontà individuale e razionale di unione 'orizzontale' (sociale) e, in seguito, di sottomissione 'verticale' (politica). L'autorità politica, dunque, richiede l'autorizzazione che, dal basso, legittimi il potere: c'è "società politica" soltanto quando vi siano governanti "autorizzati dalla comunità a far eseguire" le leggi che essa stessa si è data (Secondo trattato). L'autorità politica, frutto di un patto e rappresentativa, è, a differenza di quanto accadeva in Hobbes, limitata da istanze (individui e società) alle quali deve rispondere; la polemica lockiana contro Hobbes nasce dal fatto che nel sovrano assoluto Locke vede, anziché la sovranità della legge, il permanere di un potere arbitrario e incontrollabile. L'esigenza, presente in Hobbes e in Locke, che l'autorità sia razionale, artificiale e impersonale, esprime la pretesa, tipicamente moderna, che si debba prestare ubbidienza solo all'universale, cioè alla legge e non a una istanza particolare: e questa è l'essenza stessa dello Stato moderno; tale esigenza si accompagna - nell'ideologia liberale implicita in Hobbes e palese in Locke - all'ineliminabile presenza dell'individuo, di cui si presuppongono l'autonomia e l'uguaglianza 'naturale' rispetto a ogni altro soggetto. Che l'autorità dello Stato sia limitata dall'obbligo di rispettare il libero convincimento dei cittadini, che cioè debba essere riconosciuta interiormente dal singolo, è tesi che governa d'ora in poi il pensiero politico europeo; nella modernità l'autorità è quindi concepita negativamente, come dogmatismo che ostacola la ragione e la libertà, ed è valutata positivamente solo in quanto in essa (come nello Stato razionale, e solo in questo) il soggetto si possa riconoscere e identificare.

L'opera di Max Weber (1864-1920) è una tappa fondamentale nello sforzo di costruire tipologie scientifiche dell'autorità: in Economia e società (1922), accanto a passi in cui la distinzione fra potere e autorità non è formalizzata - "Il potere (autorità) può fondarsi sui più diversi motivi di disposizione a obbedire, dalla cieca abitudine fino a considerazioni puramente razionali rispetto allo scopo" -, autorità (Autorität) si precisa, per Weber, come sinonimo di potere legittimo (legitime Herrschaft) e questo si distingue dal potere in quanto tale - che esercita il "comando in virtù di una costellazione d'interessi" - poiché presuppone un "dovere d'obbedienza"; nell'età moderna il monopolio del potere legittimo appartiene allo Stato. Ma oltre che potere legittimo, in Weber 'autorità' significa anche il fondamento, "i principî ultimi sui quali può fondarsi la validità di un potere". Il criterio di legittimazione razionale del potere, l'autorità razionale, culmina, per Weber, nella moderna burocrazia come ordinamento legalmente statuito, impersonale, fondato sulla competenza e sull'ufficio; la burocrazia, in quanto potere che si autolegittima grazie alla propria intrinseca razionalità organizzativa e procedurale, è essa stessa 'autorità' ed è sottoposta alla contraddizione di rovesciarsi in cieco specialismo. Il criterio di legittimazione tradizionale (l'autorità tradizionale) consiste nell'"autorità dell'eterno passato", nella tradizione che consacra l'"autorità personale" di chi esercita il potere; infine, la legittimazione carismatica del potere (l'autorità carismatica) è "l'autorità dello straordinario dono di grazia personale", "l'autorità di una personalità concreta" che innova in modo rivoluzionario la tradizione e lo status quo.Questa tipologia delle forme d'autorità è un decisivo punto di riferimento sia per le scienze sociali sia per le scienze politiche; il suo valore euristico e scientifico sta - oltre che nella capacità di spiegare tanto le forme istituzionali dell'autorità (d'ufficio) quanto quelle personali (carismatiche) - nel modo disincantato con cui viene assunta l'ambiguità dell'autorità: in Parlamento e governo (1918) e in Il lavoro intellettuale come professione (1919) Weber afferma che gli esiti 'illiberali' e autoritari del moderno trend razionalistico, cioè il rovesciarsi dell'autorità razionale/burocratica in "gabbia d'acciaio", sono contrastabili dall'azione innovativa di un'autorità carismatica.

Nel 1913 Sigmund Freud (1856-1939) in Totem e tabù ha avanzato, per spiegare la genesi della società, l'ipotesi del "parricidio originario", secondo la quale il padre - l'autorità esterna - è stato ucciso dall'orda primitiva; ma nella società così formatasi il padre morto è divenuto oggetto di un'obbedienza retrospettiva e interiorizzata che obbliga tutti a rispettare i suoi divieti (i tabù, e primariamente il tabù dell'incesto). Questa strutturazione della società (filogenesi) trova corrispondenza nella strutturazione psichica del soggetto (ontogenesi): in Il disagio della civiltà (1930) Freud afferma che l'autorità esterna viene introiettata come Super-Io dal soggetto, che così si identifica col padre; tale autorità interna riproduce, resi coattivi dal senso di colpa, i divieti paterni contro le pulsioni primarie (cioè contro il "complesso d'Edipo", che deve quindi essere sublimato). I processi d'individuazione personale e d'identificazione con l'istituzione, propri dell'autorità, vengono così spiegati tanto nella loro ambivalenza e ambiguità (verso l'autorità - come verso il padre - il soggetto prova contemporaneamente sentimenti di paura e di identificazione) quanto nella loro necessità: l'introiezione e la razionalizzazione di quegli stessi divieti che la società ha dovuto far propri sono l'unico modo, per il soggetto, di vivere una normale e integrata esistenza sociale. Il modello freudiano spiega anche il fenomeno delle masse gregarie, alla ricerca di un'autorità più forte e meno razionale di quella che trovano nello Stato e nella legge; già oggetto d'analisi da parte di Gustave Le Bon (Psicologia delle folle, 1895) che l'aveva definito "sete di sottomissione", il gregarismo di massa è interpretato da Freud come atto erotico che esprime un vincolo libidico: "il temuto posto del padre primigenio", che come Super-Io orienta le normali dinamiche d'individuazione e d'identificazione, è preso in questi casi da un oggetto esterno, il "capo della massa", con esiti patologici (Psicologia delle masse e analisi dell'Io, 1921). Nell'ambito psicologico e psicanalitico si incontrano diversi modi di interpretare l'ambiguità dell'autorità e di distinguere fra autorità positiva e negativa; quest'ultima viene definita attraverso le categorie di carattere autoritario e di autoritarismo (concetti che denotano rispettivamente la mancanza di libera e consapevole individuazione, e l'assenza di responsabilità del sistema politico).

Carl Schmitt (1888-1985) distingue 'autorità' da 'potere' sulla scorta della differenziazione classico-romana fra auctoritas e potestas (v. Schmitt, 1928; tr. it., pp. 109-110) e riconosce che il moderno Stato di diritto è finito quando - tra Otto e Novecento - la sua autorità universale e razionale, ma anche storicamente concreta e politica in senso

forte, è andata distrutta nella logica positivistica secondo cui la legge vale solo perché 'posta' dallo Stato (Legalità e legittimità, 1932). L'autorità deve oggi, secondo Schmitt, combinare la decisione - con la quale un popolo afferma la propria esistenza politica -, la rappresentazione - attraverso cui si perviene a una forma politica - e l'amministrazione, in una logica tendenzialmente post-statuale (v. Schmitt, 1928). Anche Michel Foucault (1926-1986) nega che l'autorità - in quanto capacità di dare senso alle relazioni di potere - appartenga allo Stato sovrano e ai suoi apparati coercitivi, che sono sovrastrutturali e secondari rispetto alla produzione di 'verità', efficacemente attuata da "reti di potere che passano attraverso i corpi, la sessualità, la famiglia, gli atteggiamenti, i saperi, le tecniche" (Microfisica del potere, 1977).

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