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il processo nel diritto romano, Appunti di Diritto Romano. Istituto Universitario di Studi Superiori di Pavia

Diritto Romano

Descrizione: Tutto sul processo nel diritto romano
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Universita: Istituto Universitario di Studi Superiori di Pavia
Indirizzo: Giurisprudenza
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IL PROCESSO

Il processo è il susseguirsi di una serie di attività volte all’accertamento e alla realizzazione di posizioni giuridiche soggettive attive. A darvi impulso è il singolo, un soggetto privato e vi interviene un organo pubblico: un organo giudiziario. Ciò per far sì che il privato veda tutelati i propri diritti. Nella civiltà arcaica i privati si facevano giustizia da soli, vigeva un principio di autotutela (legge del taglione). Per il diritto delle XII tavole, il creditore che non fosse stato soddisfatto dal debitore lo conduceva, anche con l’uso della forza, dinnanzi al magistrato: in presenza di questo, le parti dichiaravano l’oggetto della contesa e davano inizio al processo. Soltanto alla fine veniva emanata la sentenza: se il creditore aveva una sentenza a lui favorevole, questi si impossessavate debitore e poteva venderlo come schiavo fuori Roma. Successivamente si impose il ricorso ad arbitri, i quali avevano il dovere di vigilare sulla corretta impostazione e trattazione delle controversie. Nel diritto giustinianeo il creditore insoddisfatto si rivolgeva al giudice, che ordinava al creditore di comparire in tribunale. Seguiva il processo che portava all’eventuale condanna del debitore. Se persisteva l’inadempimento dopo la condanna, si aveva l’esecuzione: venivano prese le cose di proprietà del debitore, vendute, e con il ricavato si soddisfaceva il creditore. Diritto ed azione erano strettamente connessi.

LE LEGIS ACTIONES

È la forma più antica del processo romano privato. Furono così definite sia perché furono introdotte per leges, sia perché furono create sulla base delle parole usate dalle leggi, parole che dovevano essere rispettate alla lettera, pena l’improponibilità dell’azione. La legis actio era una solenne affermazione del proprio diritto compiuta di regola davanti al magistrato (in iure) e secondo uno schema precostituito. L’intervento del magistrato era soltanto simbolico, le parti si presentavano al suo cospetto ed esponevano le loro pretese, senza indicare i fatti concreti. Il magistrato aveva il compito di conciliare i contendenti, La decisione finale era rimessa al giudice, scelto dallo stesso giusdicente da una lista di notabili (iudex poteva essere anche un cittadino privato). Il processo si divideva in due fasi: -in iure: davanti al magistrato -apud iudicem: davanti al giudice privato;

FASE IN IURE: aveva lo scopo di fissare con certezza e precisione i termini della controversia e richiedeva la presenza di entrambe le parti(il processo non poteva svolgersi nella fase in iure senza la presenza di entrambe le parti): spettava all’attore condurre dinnanzi al magistrato (ius vocatio) la controparte, anche con la forza. Il convenuto doveva difendersi. Se il convenuto non contrastava le affermazioni dell’attore

si aveva confessio in iure (il processo si arrestava dal momento che la pretesa dell’attore riceveva conferma dal magistrato (addictio). Ciò avveniva anche in caso di fondatezza del diritto affermato dall’attore, il quale poteva impossessarsi della cosa o del debitore.

Se il convenuto non si opponeva oppure la pretesa dell’attore sembrava evidente, il magistrato affermava tale diritto (addictio) con le determinate conseguenze.

Se il convenuto non collaborava, intervenivano azioni esecutive: l’actio in rem, con la quale perdeva il possesso della cosa a favore dell’avversario (si interviene in giudizio per difendere una res-diritto reale) o l’actio in personam che consisteva nell’immediata azione personale (chi è convenuto con actio in personam difende se stesso-diritto personale).

L’attività difensiva del convenuto (defensio) si concretizzava nella sua partecipazione alla litis contestatio, rendendo con ciò impossibile all’attore l’esercizio del diritto fuori dalla sede giurisdizionale. La litis contestatio consisteva in uni scambio di dichiarazioni solenni incompatibili tra loro tra attore e convenuto alla presenza di testimoni. La funzione della litis contestatio era quella di determinare l’oggetto del processo e quella di impegnare le parti a risolvere la lite mediante la sentenza. Le parti, con la promozione del processo, rinunciavano alla difesa privata.

Se le parti non raggiungevano un accordo, dopo la litis contestatio, il magistrato le rimetteva dinanzi al giudice che, ascoltate le rispettive ragioni e le prove, emetteva la sentenza oralmente. FASE APUD IUDICEM: non era più necessaria la presenza delle due parti, ma, qualora una fosse stata assente, la sentenza era emessa a favore di chi era presente. L’ufficio del giudice poteva essere affidato ad una persona sola o ad un collegio [con competenze in materia di libertà (decemviri) o di eredità e proprietà (centumviri)]. Nella legis actio sacramenti il

giudice si limitava a dire quale delle due parti avesse ragione, quale dei due sacramenta fosse iustum e quale iniustum (pronunciava un accertamento). Nelle legis actiones dichiarative, il giudice emetteva la condanna, ordinava un dato comportamento al convenuto.

LEGIS ACTIO SACRAMENTI (dichiarativa)

La legis actio sacramenti aveva origini molto antiche, era actio generalis, serviva alla difesa di qualsiasi diritto. Fissati i termini della controversia, ciascuna delle parti faceva giuramento solenne (sacramentum) di pagare in favore dell’erario una determinata somma in caso di soccombenza. Un iudex, nominato dal magistrato, stabiliva quale parte avesse ragione. Si distinguevano: -legis actio sacramenti in rem: faceva valere un diritto reale su una cosa, l’oggetto del contendere era la titolarità di un diritto su una res. Si applicava per la tutela dei diritti assoluti e, per la rivendica della proprietà, dell’eredità, per le servitù più antiche (via, iter, actus, acquaeductus) e per la rivendica dello stato di libertà. Attore e convenuto comparivano davanti al magistrato portando la cosa controversa o una parte simbolica di essa. L’attore, tenendo in mano una festuca, percuoteva la cosa e pronunciava la frase:”hunc ego hominem ex iure Quiritium meum esse aio secundum sua causa.” (affermo che questo schiavo mi appartiene per diritto quiritario) Toccava la cosa con la festuca operando la vindicatio. Potevano verificarsi due ipotesi: Se il convenuto non si opponeva, la cosa restava dell’attore, se il convenuto compiva la stessa dichiarazione ed eseguiva gli stessi atti dell’attore, sorgeva la controversia. Il magistrato pronunciava a frase “mittite ambo rem” intimando ad entrambe le parti di abbandonare la cosa contesa. Qui seguiva la reciproca scommessa, sacramentum o summa sacramenti, la somma oggetto della sfida (50 assi per le controversie con valore fino a mille assi, 500 assi per le controversie di valore superiore); ciascuno dei contendenti doveva avere al seguito dei garanti (praedes) che assicurassero il pagamento in caso di soccombenza. Il magistrato poteva assegnare il possesso interinale sulla res oggetto del giudizio alla parte che secondo lui vantava una pretesa fondata. La restituzione della res e dei frutti ad opera del possessore interinale era garantita dai garanti (praedes). La somma era devoluta all‘erario. -legis actio sacramenti in personam: oggetto del contendere era l’esistenza o meno, a carico del convenuto, di una obbligazione. Il creditore ed il debitore si recavano in iure. Davanti al magistrato il creditore affermava il proprio diritto sul debitore. Se il convenuto taceva, risultava affermato il suo debito, se invece contestava, provocava il creditore al sacramentum. Una parte affermava il credito e l’altra negava. Anche qui era necessario l’intervento dei praedes.

Nominato il iudex, si passava alla fase apud iudicem (uguale per entrambe) nella quale ciascuna parte apportava le prove poste a fondamento della propria pretesa. Il giudice, dopo averle valutate, emetteva la sentenza, proclamando quale sacramentum fosse iustum e quale iniustum.

LEGIS ACTIO PER IUDUCIS ARBITRIVE POSTULATIONEM (dichiarativa)

Era esperibile in due casi: -a tutela di crediti derivanti da sponsio; -a tutela del coerede che chiedeva la divisione ereditaria (actio familiae erciscundae). Presenti in iure le parti, il creditore affermava il suo credito e, nel caso di contestazione del debitore, si rivolgeva tanto a lui quanto al pretore dicendo: “poiché tu neghi, chiedo a te, pretore, di dare un giudizio”. L’attore, dopo aver chiarito la sua domanda a seguito del diniego del convenuto, chiedeva la nomina del iudex. Per quanto concerneva poi la divisione delle cose singole e l’actio finium regundorum, il iudex veniva definito arbiter che poteva effettuare la divisione della cosa comune.

LEGIS ACTIO PER CONDICTIONEM (dichiarativa)

Fu introdotta per i crediti di somme certe di danaro e poi estesa ai crediti di cosa determinata; la condictio sostituì al pagamento di una somma di danaro all’erario, il pagamento di una penale al vincitore. L’attore affermava davanti al convenuto che questi era debitore verso di lui di una data somma di danaro e gli chiedeva di riconoscere il suo debito. Se il convenuto negava, l’attore lo invitava a comparire dopo 30 giorni davanti al pretore per la nomina del giudice; di solito il convenuto per evitare la condictio provvedeva a pagare il debitum. La prima parte si svolgeva extra ius, non davanti al magistrato.

Con la legis actio sacramenti in rem, alla parte vittoriosa spettava la cosa oggetto della contesa, che poteva essere ottenuta anche con la forza. Se invece era stata esperita una delle altre legis actiones, a tutela di un credito, il creditore poteva iniziare, nel caso di inadempimento, l’esecuzione personale. Due furono le legis actiones esecutive:

1.LEGIS ACTIO PER MANUS INIECTONEM (esecutiva)

È la più antica delle legis actiones ed è il primo esempio di azione esecutiva generale. Presupposto era il mancato pagamento da parte del convenuto di una somma di denaro, quando l’esistenza del debito fosse certa. Il creditore, trascorsi 30 giorni dalla sentenza, conduceva anche con la forza, in ius il debitore insolvente e dinanzi al magistrato pronunciava una frase definita. Il condannato non poteva respingere la manus iniectio, ma poteva richiedere l’intervento di un terzo (vindex) che contestava le ragioni del creditore. Se però il vindex risultava sconfitto, il debitore era condannato al pagamento del duplum. La mancata presenza del vindex autorizzava al magistrato a confermare la dichiarazione del

creditore. Il creditore aveva diritto a condurre il debitore a casa sua, tenerlo legato per 60 giorni, durante i quali doveva presentarlo a 3 mercati consecutivi dicendo dell’ammontare del debito. Trascorsi i 60 giorni, il debitore poteva essere ucciso o venduto come schiavo fuori da Roma. Se vi erano più creditori, poteva essere ucciso ed il suo corpo sarebbe stato diviso tra loro.

2.LEGIS ACTIO PER PIGNORIS CAPIONEM (esecutiva)

La legis actio per pignoris capionem era una forma di esecuzione sui beni del debitore, eseguita senza il bisogno di un precedente giudicato e fu utilizzata solo per i crediti di carattere pubblicistico. Si celebrava anche in assenza dell’avversario e non richiedeva la presenza di un magistrato. Consisteva nell’atto del creditore che si impadroniva di una o più cose del debitore inadempiente, pronunciando certa verba per soddisfare il proprio credito. ricorrevano a tale azione: -i soldati contro coloro che erano tenuti a dare lo stipendio e le vettovaglie -i publicani contro i debitori di imposte per riscuotere il vectigal dai privati contribuenti.

L’AGERE IN REM PER SPONSIONEM

Tra le azioni con le quali sarebbe stato possibile agire con la legis actio sacramenti in rem, si fece ricorso all’agere in rem per sponsionem. Nella fase in iure aveva luogo una sponsio preiudicialis, nella quale il convenuto prommetteva all’attore una somma di denaro di importo simbolico, per l’ipotesi in cui la cosa in contestazione risultasse appartenere all’attore. Con altra sponsio (pro praede litis et vindiciarum) che aveva la funzione che nella legis actio per sacramenti in rem il convenuto prometteva all’attore che, una volta riconosciuto debitore in virtù della sponsio preiudicialis, avrebbe restituito la cosa controversa con i frutti del periodo processuale. L’attore proponeva l’azione in personam nascente dalla sponsio preiudicilis, nella quale il giudice condannava il convenuto al relativo importo in quanto accertava preliminarmente che la res controversa era dell’attore. Il giudice si pronunziava sul debito nascente dalla sponsio preiudicialis, indirettamente sull’appartenenza della cosa. In caso di accertamento positivo avrebbe restituito cosa e frutti. Se non l’avesse fatto, l’attore avrebbe esercitato l’azione nascente dall’altra sponsio, prestata in iure. Il convenuto non avrebbe avuto difesa. Emergono dunque la presenza di entrambe le parti in iure ma non l’esigenza della presenza della cosa, non c’era nessun provvedimento per l’assegnazione provvisoria della cosa controversa: restava presso chi l’aveva già. L’attore agiva senza rischio; per il caso di soccombenza la pena sarebbe stata del minor importo. L’onere della prova gravava sull’attore.

IL PROCESSO PER FORMULAS

Le legis actiones, per il loro rigore formale entrarono in desuetudine in quanto inadeguate a soddisfare le mutate esigenze della res publica. Le procedure per formulas a lungo convissero con le legis actiones. Inizialmente furono utilizzate nell’ambito della iurisdictio del praetor peregrinus, un processo organizzato per approntare una difesa giudiziaria ed una protezione per gli stranieri che si trovavano a Roma. Successivamente furono utilizzate anche dal praetor urbanus nelle controversie tra romani per quanto concerneva lo ius civile. Oltre che a Roma, fu applicato anche in territorio italico e nel resto delle province. Si continuò a ricorrere alle legis actiones soltanto in 2 casi: -damnum infectum -in materia successoria

Il processo per formulas era unico ed utilizzato per tutte le varie actiones. Anche il processo per formulas aveva una fase in iure ed una apud iudicem, con la differenza che non richiedeva schemi prestabiliti o riti solenni. Le parti esponevano liberamente le loro ragioni.

Nella fase in iure l’atto iniziale del processo era la in ius vocatio. Accanto ad essa si andò via via affermando una nuova figura di introduzione del processo: il vadimonium (i garanti che vi intervenivano vades), che consisteva in un invito a presentarsi in tribunale nel giorno e all’ora stabiliti, fatto dall’attore al convenuto (che avrebbe dovuto pagare una penale se non si fosse presentato). Tale promessa assumeva il nome di stipulatio, poteva esser fatta anche da un terzo. il magistrato doveva valutare il contenuto ed il fondamento della domanda, concedere o negare l’actio richiesta, consentire o meno che si svolgesse il processo (dare o denegare actionem). Conosciuta la richiesta dell’attore, si passava all’interrogatorio del convenuto (interrogatio) il quale poteva: -riconoscere la sua fondatezza (confessio in iure) con il quale terminava il processo; -limitarsi ad un atteggiamento passivo, il magistrato riconosceva il diritto dell’attore; -contestare la domanda chiedendo che fosse negata l’azione (chiedeva al magistrato di denegare l’azione) o opporre ad essa elementi di fatto o di diritto che la paralizzavano (concedere una exceptio a suo favore); Se il convenuto si rifiutava di rispondere, la sua posizione si aggravava. In questa fase il creditore poteva deferire giuramento (iusiurandum) al convenuto, ponendolo nella situazione di pagare il debito o proclamarne l’inesistenza. Le parti discutevano assieme al magistrato il caso concreto. Se in questa fase si accertava la fondatezza della pretesa attrice, non si faceva luogo alla seconda fase. Se il pretore riteneva di accordare l’azione, egli stesso determinava le reciproche pretese delle parti fissandole nella formula, che era una specie di riassunto scritto fatta dal magistrato e trasmessa al giudice.

Con riferimento alla litis contestatio nel processo formulare è da sottolineare che questa aveva una valenza tutta nuova: si trattava di un atto delle parti, un accordo tra attore e convenuto sull’adozione di una determinata formula. Dopo che il magistrato aveva effettuato la iudicis datio, l’attore indicava i termini definitivi della questione da portare innanzi al iudex ed il convenuto dava il suo assenso. Il magistrato investiva il giudice del potere di giudicare sulla lite, e l‘azione non poteva essere ripetuta. Terminata la fase in iure il magistrato rilasciava la formula le cui parti caratteristiche erano: Intentio: necessaria, esprimeva la pretesa vantata dall’attore. Poteva

essere certa (quando la pretesa attrice era determinata) e l’attore sarebbe potuto incorrere in pluris petitio (vi erano 4 tipi di pluris petitio: RE=oggetto del diritto più ampio rispetto al vero, TEMPORE=attore agisce prima del termine per adempiere alla prestazione, LOCO=l‘attore pretende la prestazione in luogo diverso, CAUSA=l‘attore priva il debitore di una scelta che gli spetta), con la conseguenza di perdere la lite o incerta (negli altri casi)

Demonstratio: non era necessaria, indicava la causa, i fatti che avevano dato vita all’azione, iniziava con la parola “quod”.

Condemnatio: parte della formula con la quale si invitava il giudice a condannare il convenuto se sussistevano le condizioni, oppure di assolverlo.

Adiudicatio: si trovava nelle azioni divisorie: actio communi dividundo e actio familiae erciscundae e nelle azioni per il regolamento dei confini: actio finium regundorum .

Es: “se risultano vere le cose esposte nella demonstratio, e se risultano fondate le pretese esposte nella intentio, tu, oh, giudice, condanna il convenuto a pagare all’attore la data somma; se invece non ti risultano veri i fatti e se non risultano fondate le pretese, assolvilo”.

Parti accessorie della formula: Praescriptio: fu introdotta a vantaggio dell’attore. Poteva avvenire che

in forza della stessa obbligazione si dovesse dare una cosa subito ed un’altre in un momento successivo; se si agiva in giudizio per ottenere le prestazioni già scadute, la formula avrebbe dovuto fare riferimento solo a queste. Se si agiva chiedendo una somma indeterminata, la domanda non poteva essere accolta. Era inserita prima della intentio allo scopo di limitare il campo del giudizio ponendo riserve alla possibilità di agire di nuovo in giudizio. Esse evitavano di incorrere in pluris petitio.

Exceptio: Era un rimedio a favore del convenuto il quale poteva non solo negare i fatti esposti dall’attore, ma anche contestarli poiché, se provati,portavano all’assoluzione del convenuto. Veniva inserita tra l’intentio e la condemnatio. Poteva darsi che dall’eccezione affermata dal convenuto l’attore opponesse altri fatti (dopo l’exceptio veniva posta la replicatio); alle repliche dell’attore poteva rispondere il convenuto con la duplicatio.

Le eccezioni si distinguevano in: Perentorie o perpetue: basate su una circostanza che poteva essere

opposta in qualunque tempo; Dilatorie o temporali: potevano essere opposte in periodo determinato di

tempo;

I vari tipi di azioni e formule: Azioni civili ed azioni pretorie: le azioni civili sono fondate

sullo ius civile (appartengono allo ius Quiritium, sono di spettanza di uno ius e sono obbligazioni a carico del convenuto espresse col verbo oportere). Le azioni dello ius honorarium avevano fondamento in apposite clausole contenute nell’editto dove il pretore indicava le circostanze in presenza delle quali avrebbero concesso l’azione. Le azioni pretorie (che servivano a colmare le lacune dello ius civile) potevano essere: actiones utiles: erano azioni iuris civilis adattate dal pretore ed applicate a casi non tutelati dallo ius civile; le azioni utiles erano dette ficticiae le cui formule erano caratterizzate dal fatto che si dava per esistente una situazione che in realtà non esisteva. Actiones in factum: si prescindeva dallo ius civile e si chiedeva al giudice di condannare o assolvere a seconda che riscontrasse o meno se certi eventi avessero avuto luogo. Actiones con trasposizione di soggetti: si indicava nell’intentio il nome del soggetto legittimato e nella condemnatio il nome della parte che stava effettivamente in giudizio al posto del legittimato.

Iudicia bonae fidei e iudicia stricta: le iudicia bonae fidei erano il dovere giuridico del debitore di adempiere; si diede questa tutela anche ai peregrini. Erano azioni in personam che avevano formula con demonstratio, intentio e condemnatio. Il giudice, secondo i criteri della buona fede era invitato a stabilire gli obblighi a carico del convenuto. Buona fede era intesa come correttezza. Le iudicia stricta invece, il dovere giuridico di adempiere da parte del debitore era espresso nella intentio con oportere puro e semplice.

Azioni in rem e azioni in personam: nelle azioni in rem (reali), la pretesa dell’attore è erga omnes, affidando al giudice il compito di accertare la spettanza dell’attore di un potere assoluto sulla cosa per cui si controverte (nell’intentio figurava solo il nome dell’attore). L’azione reale segue la cosa, è proponibile contro chi possiede il bene che ne è oggetto. L’attore poteva opporre una rei vindicatio contro colui che al momento della litis contestatio deteneva la cosa. Se la cosa era perita prima della litis contestatio, l’azione non era più proponibile; se deteriorata, la rivendica era fatta solo per quello che ne rimaneva della cosa. Nelle azioni in personam l’attore si affermava creditore e assumeva che l’avversario, suo debitore, era tenuto verso di lui ad un certo comportamento. La pretesa dell’attore era specifica verso un soggetto determinato. Di fronte a un’azione in personam, al convenuto che rifiutasse di se defendere (indefensio), il pretore poteva consentire all’attore di trascinare l’avversario presso di se e tenerlo in stato di assoggettamento oppure consentire all’attore di immettersi nel possesso del convenuto (missio in bona o missio in possissionem). Le azioni in personam non erano ripetibili de eadem re, de azioni in rem si.

Azioni arbitrarie: erano tutte quelle azioni la cui formula conteneva una particolare clausola per cui il giudice, prima di pronunciare la condanna, avrebbe dovuto invitare il convenuto a restituire (condictio certae rei) e, solo in caso di mancato adempimento condannarlo. La condanna era sempre espressa in denaro (condictio certae pecuniae). Una peculiarità dell’azione arbitraria era che se il convenuto non ottemperava, era l’attore a fissare l’importo della condanna pecuniaria, favorendo così la restitutio

della cosa. (la clausola restitutoria era solo per le azioni reali). Quando la clausola restitutoria mancava,il giudice avrebbe dovuto condannare il convenuto anche se questi dopo la litis contestatio avesse soddisfatto le pretese dell’avversario. (bisognava far riferimento alla situazione giuridica al tempo della litis contestatio).

Azioni penali, reipersecutorie e miste: le azioni penali, azioni in personam, il privato, vittima di un illecito, perseguiva dall’autore di esso una pena con funzione afflittiva e punitiva. La pena poteva essere corporale o pecuniaria; le azioni penali nascevano da atto illecito extracontrattuale. Le azioni penali potevano essere nossali (si esercitavano per gli atti commessi da soggetti sottomessi a potestà; l‘avente potestà, se soccombente poteva decidere se pagare la pena o consegnare l‘autore dell‘illecito alla potestà della persona lesa)Con le azioni reipersecutorie si perseguiva la res. Abbracciava ogni interesse patrimoniale che veniva leso, la funzione era pertanto risarcitoria. Le azioni reali erano tutte reipersecutorie, quelle in personam No (a meno che l‘editto del pretore non stabilisse pene fisse. l‘azione diventava penale). Penali erano le azioni di condanna in multiplo, del valore della cosa sottratta o del pregiudizio subito dell’attore (si assicura all‘interessato il corrispondente del valore della cosa o del pregiudizio, simplum). Tutte le azioni reipersecutorie erano al simplum. Azioni penali erano definite punitive, quelle reipersecutorie invece risarcitorie. Azioni miste: erano quelle inizialmente solo penali nelle quali la pena consisteva nel multiplum del pregiudizio subito dalla vittima; si analizzò la condemnatio distinguendovi una parte corrispondente al pregiudizio patito dall’attore ed una parte considerata risarcimento a titolo di pena.

La fase apud iudicem si svolgeva seguendo le indicazioni fissate nella formula e si concludeva con una sentenza, che consisteva o in una condanna al pagamento di una somma a favore dell’attore o di sua assoluzione. Poteva esserci solo un processo di accertamento. Le parti presentavano le loro prove a sostegno delle loro tesi. Il giudice faceva una valutazione delle tesi addotte dalle parti. L’onere della prova incombeva su chi affermava una determinata circostanza (attore nell‘intentio e convenuto nell‘exceptio). Il giudice, sentite entrambe le parti pronunciava la sentenza, di condanna (sempre una somma di denaro) o assoluzione. I sabiniani ritennero che il convenuto potesse evitare la condanna restituendo la cosa.

Le procedure esecutive: Actio iudicati:trascorsi 30 giorni dalla condanna, se il soccombente

non aveva ottemperato alla sentenza, questa poteva essere portata ad esecuzione con un’apposita azione, l’actio iudicati, secondo una formula concessa dal pretore. Il convenuto in questo caso, o riconosceva che i fatti esposti dall’attore erano veri, o negava quanto affermato dalla controparte(si apriva un nuovo processo; se l‘attore era vittorioso, il convenuto condannato a pagare il doppio). Se il convenuto confessava, aveva luogo il processo esecutivo che poteva essere:

personale (l’attore conduceva la controparte debitrice nelle proprie carceri private ove lo avrebbe tenuto fino al riscatto del debito ad opera di un terzo o del debitore stesso mediante il lavoro) o

patrimoniale(culminava con la bonorum venditio, esperibile sul patrimonio del debitore insolvente. L‘esecuzione aveva per oggetto tutti i beni del debitore soccombente. Essa iniziava con l‘immissione nei beni del debitore la missio in bona, della quale era dato pubblico annuncio: durante i primi 30 giorni i creditori si immettevano nel possesso a scopo di garanzia e veniva nominato un curator bonorum, con poteri di amministrazione e limitata disposizione. Trascorsi 30 giorni i creditori si preparavano alla vendita dei beni che venivano aggiudicati al miglior offerente. Il compratore, bonorum emptor, diveniva successore universale del debitore e poteva essere convenuto dai creditori di quest‘ultimo per la quota dei crediti che si era impegnato a pagare). L’actio iudicati presupponeva un precedente iudicatum.

Procedure esecutive in assenza di iudicatum: Si poteva dar luogo a procedure esecutive anche in caso di convenuto che ricusasse di se defendere e quella del vocatus in ius che rifiutasse di seguire l’attore in giudizio.

Cessio bonorum: cessione volontaria del soccombente di tutto il suo patrimonio ai creditori.

Distractio bonorum: il pretore nominava un curator bonorum che vendesse i singoli cespiti per soddisfare i creditori.

Rimedi pretori: Interdicta: ordinanze di urgenza emesse dal magistrato cum imperio,

che vietavano determinati comportamenti. Col tempo, divennero tre: interdicta prohibitoria (vietavano di fare qualcosa), interdicta restitutoria (ordinavano di fare qualcosa) e interdicta exhibitoria (ordinavano di esibire). Erano emessi su domanda di un privato nei confronti di un altro privato, presenti ambedue le parti innanzi al magistrato.

In integrum restitutio: era uno dei rimedi pretori. Comportava un ripristino della situazione giuridica qual’era prima di un evento o di un atto i cui effetti giuridici il pretore voleva eliminare. La in integrum restitutio si realizzava in forza di un atto del pretore che emanava un decretum nel quale si affermava che fosse reintegrata la precedente situazione.

Cautiones o stipulationes pretoriae: vi si ricorreva quando mancava un obbligo sanzionato al compimento di una certa prestazione ed il pretore riteneva equo che quell’obbligo vi fosse; oppure l’obbligo esisteva ed il pretore riteneva opportuno tutelarlo in maniera più congrua. Compiuti i necessari accertamenti, il pretore imponeva alla parte cui era stata avanzata l’istanza di obbligarsi con stipulatio con cui promettere all’avversario la prestazione del caso.

Missio in possessionem: era una misura provvisoria con la quale il pretore immetteva un determinato soggetto nella detenzione di un complesso di beni, con poteri di controllo, amministrazione e disposizione al fine di costringere il proprietario dei beni stessi a mantenere un determinato comportamento.

Il processo extra ordinem:

Caratteri: Scomparvero le fasi in iure e apud iudicem, tutta l’attività si svolgeva

davanti lo stesso funzionario statale; Il funzionario-giudice aveva ampi poteri per accertare il fatto; La presenza del convenuto non era più essenziale per lo svolgimento del

giudizio, bastava soltanto che esso fosse stato avvertito dall’inizio del procedimento;

Il soccombente, ritenendo ingiusta la sentenza, poteva ricorrere al funzionario di grado superiore, fino al princeps;

La condanna poteva imporre anche un certo comportamento al convenuto, non consisteva più la condanna nel pagamento di una somma di denaro;

Gli organi competenti a giudicare extra ordinem erano: -a Roma i magistrati o i funzionari del princeps -nelle province il governatore

Coloro che giudicavano in appello erano: -Senato -Praefectus pretorio -praefectus urbis

La procedura della cognitio extra ordinem: La chiamata in giudizio del convenuto avveniva con una citazione (il convenuto era obbligato a presentarsi un dato giorno, ad una determinata ora) tramite autorità giudiziaria sollecitata dell’attore. La costituzione in giudizio concretava la litis contestatio (indicava la trattazione della causa davanti al giudice; era lo scontro tra tesi dell’attore ed antitesi del convenuto). Nel giorno stabilito le parti si presentavano davanti al giudice e si aveva o confessio in iure del convenuto o iniziava il giudizio vero e proprio. Raccolte le prove, il giudice emetteva la sentenza per iscritto. La sentenza era appellabile.

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