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il processo nel diritto romano, Appunti di Diritto Romano. Istituto Universitario di Studi Superiori di Pavia

Diritto Romano

Descrizione: Tutto sul processo nel diritto romano
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IL PROCESSO
Il processo è il susseguirsi di una serie di attività volte
all’accertamento e alla realizzazione di posizioni
giuridiche soggettive attive. A darvi impulso è il singolo,
un soggetto privato e vi interviene un organo pubblico: un
organo giudiziario.
Ciò per far sì che il privato veda tutelati i propri
diritti. Nella civiltà arcaica i privati si facevano
giustizia da soli, vigeva un principio di autotutela (legge
del taglione).
Per il diritto delle XII tavole, il creditore che non fosse stato
soddisfatto dal debitore lo conduceva, anche con l’uso della forza,
dinnanzi al magistrato: in presenza di questo, le parti dichiaravano
l’oggetto della contesa e davano inizio al processo. Soltanto alla fine
veniva emanata la sentenza: se il creditore aveva una sentenza a lui
favorevole, questi si impossessavate debitore e poteva venderlo come
schiavo fuori Roma.
Successivamente si impose il ricorso ad arbitri, i quali
avevano il dovere di vigilare sulla corretta impostazione e
trattazione delle controversie.
Nel diritto giustinianeo il creditore insoddisfatto si rivolgeva al
giudice, che ordinava al creditore di comparire in tribunale. Seguiva il
processo che portava all’eventuale condanna del debitore. Se persisteva
l’inadempimento dopo la condanna, si aveva l’esecuzione: venivano prese
le cose di proprietà del debitore, vendute, e con il ricavato si
soddisfaceva il creditore.
Diritto ed azione erano strettamente connessi.
LE LEGIS ACTIONES
È la forma più antica del processo romano privato.
Furono così definite sia perché furono introdotte per leges,
sia perché furono create sulla base delle parole usate dalle
leggi, parole che dovevano essere rispettate alla lettera,
pena l’improponibilità dell’azione. La legis actio era una
solenne affermazione del proprio diritto compiuta di regola
davanti al magistrato (in iure) e secondo uno schema
precostituito. L’intervento del magistrato era soltanto
simbolico, le parti si presentavano al suo cospetto ed
esponevano le loro pretese, senza indicare i fatti concreti.
Il magistrato aveva il compito di conciliare i contendenti,
La decisione finale era rimessa al giudice, scelto dallo
stesso giusdicente da una lista di notabili (iudex poteva
essere anche un cittadino privato).
Il processo si divideva in due fasi:
-in iure: davanti al magistrato
-apud iudicem: davanti al giudice privato;
FASE IN IURE: aveva lo scopo di fissare con certezza e
precisione i termini della controversia e richiedeva la
presenza di entrambe le parti(il processo non poteva svolgersi
nella fase in iure senza la presenza di entrambe le parti): spettava
all’attore condurre dinnanzi al magistrato (ius vocatio) la
controparte, anche con la forza. Il convenuto doveva
difendersi.
Se il convenuto non contrastava le affermazioni dell’attore
si aveva confessio in iure (il processo si arrestava dal
momento che la pretesa dell’attore riceveva conferma dal magistrato
(addictio). Ciò avveniva anche in caso di fondatezza del
diritto affermato dall’attore, il quale poteva
impossessarsi della cosa o del debitore.
Se il convenuto non si opponeva oppure la pretesa
dell’attore sembrava evidente, il magistrato affermava
tale diritto (addictio) con le determinate conseguenze.
Se il convenuto non collaborava, intervenivano azioni
esecutive: l’actio in rem, con la quale perdeva il
possesso della cosa a favore dell’avversario (si interviene
in giudizio per difendere una res-diritto reale) o l’actio in
personam che consisteva nell’immediata azione personale
(chi è convenuto con actio in personam difende se stesso-diritto
personale).
L’attività difensiva del convenuto (defensio) si
concretizzava nella sua partecipazione alla litis
contestatio, rendendo con ciò impossibile all’attore
l’esercizio del diritto fuori dalla sede giurisdizionale. La
litis contestatio consisteva in uni scambio di dichiarazioni
solenni incompatibili tra loro tra attore e convenuto alla
presenza di testimoni.
La funzione della litis contestatio era quella di
determinare l’oggetto del processo e quella di impegnare le
parti a risolvere la lite mediante la sentenza. Le parti,
con la promozione del processo, rinunciavano alla difesa
privata.
Se le parti non raggiungevano un accordo, dopo la litis
contestatio, il magistrato le rimetteva dinanzi al giudice
che, ascoltate le rispettive ragioni e le prove, emetteva la
sentenza oralmente.
FASE APUD IUDICEM: non era più necessaria la presenza delle
due parti, ma, qualora una fosse stata assente, la sentenza
era emessa a favore di chi era presente. L’ufficio del
giudice poteva essere affidato ad una persona sola o ad un
collegio [con competenze in materia di libertà (decemviri) o di
eredità e proprietà (centumviri)]. Nella legis actio sacramenti il
giudice si limitava a dire quale delle due parti avesse ragione, quale
dei due sacramenta fosse iustum e quale iniustum (pronunciava un
accertamento). Nelle legis actiones dichiarative, il giudice emetteva la
condanna, ordinava un dato comportamento al convenuto.
LEGIS ACTIO SACRAMENTI (dichiarativa)
La legis actio sacramenti aveva origini molto antiche, era
actio generalis, serviva alla difesa di qualsiasi diritto.
Fissati i termini della controversia, ciascuna delle parti
faceva giuramento solenne (sacramentum) di pagare in favore
dell’erario una determinata somma in caso di soccombenza. Un
iudex, nominato dal magistrato, stabiliva quale parte avesse
ragione.
Si distinguevano:
-legis actio sacramenti in rem: faceva valere un diritto reale su
una cosa, l’oggetto del contendere era la titolarità di un diritto su
una res.
Si applicava per la tutela dei diritti assoluti e, per la rivendica
della proprietà, dell’eredità, per le servitù più antiche (via, iter,
actus, acquaeductus) e per la rivendica dello stato di libertà.
Attore e convenuto comparivano davanti al magistrato portando la cosa
controversa o una parte simbolica di essa. L’attore, tenendo in mano una
festuca, percuoteva la cosa e pronunciava la frase:”hunc ego hominem ex
iure Quiritium meum esse aio secundum sua causa.” (affermo che questo
schiavo mi appartiene per diritto quiritario) Toccava la cosa con la
festuca operando la vindicatio. Potevano verificarsi due ipotesi:
Se il convenuto non si opponeva, la cosa restava dell’attore, se il
convenuto compiva la stessa dichiarazione ed eseguiva gli stessi atti
dell’attore, sorgeva la controversia. Il magistrato pronunciava a frase
“mittite ambo rem” intimando ad entrambe le parti di abbandonare la cosa
contesa. Qui seguiva la reciproca scommessa, sacramentum o summa
sacramenti, la somma oggetto della sfida (50 assi per le controversie
con valore fino a mille assi, 500 assi per le controversie di valore
superiore); ciascuno dei contendenti doveva avere al seguito dei garanti
(praedes) che assicurassero il pagamento in caso di soccombenza. Il
magistrato poteva assegnare il possesso interinale sulla res oggetto del
giudizio alla parte che secondo lui vantava una pretesa fondata. La
restituzione della res e dei frutti ad opera del possessore interinale
era garantita dai garanti (praedes). La somma era devoluta all‘erario.
-legis actio sacramenti in personam: oggetto del contendere era
l’esistenza o meno, a carico del convenuto, di una obbligazione.
Il creditore ed il debitore si recavano in iure. Davanti al magistrato
il creditore affermava il proprio diritto sul debitore. Se il convenuto
taceva, risultava affermato il suo debito, se invece contestava,
provocava il creditore al sacramentum. Una parte affermava il credito e
l’altra negava. Anche qui era necessario l’intervento dei praedes.
Nominato il iudex, si passava alla fase apud iudicem (uguale per
entrambe) nella quale ciascuna parte apportava le prove poste a
fondamento della propria pretesa. Il giudice, dopo averle valutate,
emetteva la sentenza, proclamando quale sacramentum fosse iustum e quale
iniustum.
LEGIS ACTIO PER IUDUCIS ARBITRIVE POSTULATIONEM
(dichiarativa)
Era esperibile in due casi:
-a tutela di crediti derivanti da sponsio;
-a tutela del coerede che chiedeva la divisione ereditaria (actio
familiae erciscundae).
Presenti in iure le parti, il creditore affermava il suo credito e, nel
caso di contestazione del debitore, si rivolgeva tanto a lui quanto al
pretore dicendo: “poiché tu neghi, chiedo a te, pretore, di dare un
giudizio”. L’attore, dopo aver chiarito la sua domanda a seguito del
diniego del convenuto, chiedeva la nomina del iudex.
Per quanto concerneva poi la divisione delle cose singole e l’actio
finium regundorum, il iudex veniva definito arbiter che poteva
effettuare la divisione della cosa comune.
LEGIS ACTIO PER CONDICTIONEM (dichiarativa)
Fu introdotta per i crediti di somme certe di danaro e poi
estesa ai crediti di cosa determinata; la condictio sostituì
al pagamento di una somma di danaro all’erario, il pagamento
di una penale al vincitore. L’attore affermava davanti al
convenuto che questi era debitore verso di lui di una data somma di
danaro e gli chiedeva di riconoscere il suo debito. Se il convenuto
negava, l’attore lo invitava a comparire dopo 30 giorni davanti al
pretore per la nomina del giudice; di solito il convenuto per evitare la
condictio provvedeva a pagare il debitum. La prima parte si svolgeva
extra ius, non davanti al magistrato.
Con la legis actio sacramenti in rem, alla parte vittoriosa
spettava la cosa oggetto della contesa, che poteva essere
ottenuta anche con la forza.
Se invece era stata esperita una delle altre legis actiones,
a tutela di un credito, il creditore poteva iniziare, nel
caso di inadempimento, l’esecuzione personale. Due furono le
legis actiones esecutive:
1.LEGIS ACTIO PER MANUS INIECTONEM (esecutiva)
È la più antica delle legis actiones ed è il primo esempio
di azione esecutiva generale. Presupposto era il mancato
pagamento da parte del convenuto di una somma di denaro,
quando l’esistenza del debito fosse certa. Il creditore,
trascorsi 30 giorni dalla sentenza, conduceva anche con la forza, in ius
il debitore insolvente e dinanzi al magistrato pronunciava una frase
definita. Il condannato non poteva respingere la manus iniectio, ma
poteva richiedere l’intervento di un terzo (vindex) che contestava le
ragioni del creditore. Se però il vindex risultava sconfitto, il
debitore era condannato al pagamento del duplum. La mancata presenza del
vindex autorizzava al magistrato a confermare la dichiarazione del
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Universita: Istituto Universitario di Studi Superiori di Pavia
Data di caricamento: 05/02/2012
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