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Legislazione penale minorile - Le cause e i processi della devianza minorile, Appunti di Diritto Penale. Università di Cagliari

Diritto Penale

Descrizione: Legislazione penale minorile - Le cause e i processi della devianza minorile
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Le cause e i processi della devianza minorile
La devianza
Il concetto di devianza fa diretto riferimento all’incapacità, o al rifiuto, da parte di un individuo, o di un gruppo di
individui, di attenersi ai valori del contesto sociale di appartenenza. Il rispetto di tali valori costituisce la normalità
sociale e il non rispetto è definibile come “anormalità”.
Superare occasionalmente tale limite può accadere a quasi tutti gli individui, ma colui che lo supera, ripetutamente e
abitualmente, viene considerato deviante.
All’interno di una società si crea una rete di aspettative predeterminate secondo le quali ci si aspetta che i singoli
individui e i gruppi sociali abbiano comportamenti conformi alle norme sociali condivise dalla maggioranza. Qualora
ciò non dovesse accadere scatterebbe la sanzione sociale la cui intensità è sempre direttamente proporzionale al livello
di gravità della condotta deviante messa in atto.
Nel più generale concetto di devianza è incluso quello di reato; questo è definibile come quella particolare forma di
devianza che viola il diritto scritto di un determinato gruppo sociale. Nelle scienze sociali, il termine devianza ha
valenza concettuale e semantica più estesa, e più sfumata, di criminalità; questa può essere considerata un caso
particolare della prima ed è più facilmente individualizzabile e descrivibile perché i suoi contorni sono definiti da quel
limite di tolleranza che è istituzionalmente ben definito.
Modalità sociale e modalità giuridica di definire la devianza, hanno un alto livello di interazione e di reciproca
modificabilità. Aumentando, cioè, il limite di tolleranza sociale, si modificano anche i suoi riflessi giuridici. Viceversa,
modificando determinate norme giuridiche si modifica il comportamento sociale ad esse collegato.
Esempi:
la L. 78/1958 che trasformò la prostituzione da attività lecita a illecita;
eliminazione del reato di adulterio commesso solo dalla donna;
abolizione dell’art. 544 c.p., che prevedeva l’estinzione del reato di violenza carnale e di atti di libidine su
minore, se ne seguiva il matrimonio riparatore.
Anche la sanzione è in stretta relazione con i due livelli; nel caso in cui vi sia infrazione sociale la sanzione è informale,
legata cioè a una reazione sociale che coinvolge il livello di relazionalità tra il singolo individuo e il suo gruppo di
appartenenza. Nel caso in cui, invece, si infrange una norma giuridica, la sanzione è formale e istituzionalmente
codificata.
Devianza minorile: un fatto sociale complesso
Nel più generale contesto della devianza, quella messa in atto da soggetti minorenni rappresenta un aspetto particolare.
È vero infatti che molto spesso la devianza minorile può configurarsi come anticipatoria di quella adulta e tale tipologia
di devianza si manifesta con lineamenti talmente particolari da costituire un fenomeno del tutto originale e molto
diverso da altri tipi di difformità comportamentale. Alcune caratteristiche, non sempre riscontrabili tra gli adulti, in
particolare la transitorietà, l’estemporaneità, l’impulsività e le modalità grippali, con cui le devianze minorili vengono
attivate, evidenziano come il fenomeno sembra essere maggiormente ascrivibile all’età, e al particolare periodo
evolutivo che la caratterizza.
La devianza minorile è quel tipo di comportamento deviante che riguarda soggetti appartenenti alla fascia di età
successiva all’infanzia, ma non ancora maggiorenni.
Occorre però fare una distinzione essenziale.
In termini giuridici è facile definire la fascia d’età perché riguarda i giovani tra i 14 e i 18 anni, cui la Giustizia Minorile
attribuisce la possibile imputabilità e punibilità per gli eventuali reati commessi.
In termini extragiuridici, il problema è più complesso perché, riferendosi alla fascia adolescenziale o immediatamente
post adolescenziale, che è fase di passaggio tra l’età infantile e quella adulta, determina limiti temporali molto più
difficilmente definibili.
(Segue): a) Devianza minorile come processo
Poiché non esiste una sola ed esclusiva ipotesi che possa portare ad una completa ed esaustiva interpretazione della
devianza minorile, si possono utilizzare alcuni approcci teorici per comprenderne alcuni aspetti secondo l’angolazione
visuale da cui ci si pone. Le molteplici condizioni che concorrono alla determinazione del fenomeno, trovano un loro
ordine concettuale riassumibile in alcune intelaiature teoriche che, a loro volta, si caratterizzano secondo alcuni aspetti
particolari su cui pongono l’enfasi.
La devianza minorile costituisce un vero e proprio processo sociale che si sviluppa attraverso quattro tappe:
disadattamento: difficoltà della condizione giovanile di rapportarsi in maniera soddisfacente con il mondo
adulto. L’età giovanile è un momento di passaggio tra l’infanzia e l’assunzione di responsabilità dell’età
adulta;
disagio: è il risvolto soggettivo in conseguenza dello stato di disadattamento. Si concretizza nelle difficoltà di
inserirsi con facilità nel contesto sociale e assumere responsabilmente una identità personale;
devianza: si pone in essere und determinato comportamento, non conforme alle aspettative sociali;
emarginazione: in quanto esclusione e marginalizzazione, denota lo stare ai limiti del contesto
d’appartenenza.
Disadattamento, disagio, devianza ed emarginazione sono quasi sempre, strettamente interconnessi, con una prevalente
condizione di consequenzialità dei vari passaggi; all’interno di tale dinamica di consequenzialità, il disagio può
considerarsi un fattore di accelerazione verso l’assunzione di comportamenti devianti che, se reiterati, portano
all’emarginazione.
(Segue): b) Il vissuto di deprivazione all’origine della devianza minorile
L’ipotesi di fondo è che esista una stretta relazione tra situazioni di insufficiente e squilibrato sviluppo economico e
criminalità diffusa. Si suppone infatti che la condizione di povertà susseguente a un insufficiente sviluppo, colpendo gli
strati più deboli del sistema sociale e offrendo ridotte opportunità per raggiungere apprezzabili mete sociali, inneschi un
processo di anomia, di cui la devianza minorile è uno degli aspetti fenomenologicamente più seri.
La condizione di povertà, traducendosi in autopercezione di svantaggio, diviene un vissuto winnicotiano di
deprivazione.
La situazione di povertà ha, sugli adolescenti, conseguenze molto simili a quelle che si hanno vivendo all’interno di un
contesto familiare poco soddisfacente, sul piano affettivo e scarsamente incisivo su quello educativo.
Le condizioni di svantaggio economico e il conseguente vissuto di deprivazione hanno, quindi, una ripercussione
negativa sull’evoluzione degli adolescenti in quanto incidono negativamente su alcuni aspetti ben precisi della
personalità in formazione.
Si possono individuare tre tipologie di risvolti negativi. Si creano scarse opportunità di vivere con adeguatezza le varie
fasi evolutive che precedono l’adolescenza creando estrema confusione sulle modalità con cui la personalità del
soggetto verrà delineata.
La conseguenza più immediata e percepibile consiste nell’acquisizione di un basso livello di autostima provocato
proprio dalla consapevolezza di non godere di opportunità simili a quelle di altri coetanei. Ciò, a sua volta, determina
una incapacità di fare apprezzabili ipotesi programmatorie sulla propria esistenza, soprattutto perché non sono
progettabili mete realistiche raggiungibili.
È la terza conseguenza, cioè l’estrema difficoltà, e molto spesso l’impossibilità, di poter realisticamente programmare
un futuro, di breve e lungo termine, che, insieme ad altre dinamiche può portare l’adolescente a vivere il proprio tempo
non solo in maniera estemporanea e improvvisata, ma con modalità fortemente condizionabili; e, conseguenzialmente si
crea un primo modellamento di quella identità negativa, che potrà divenire l’opportunità di definirsi rispetto al sociale.
L’esperienza primaria di deprivazione: Winnicott.
Donald Winnicott considera l’evolversi dell’individuo un passaggio da una caratterizzazione di dipendenza a una di
indipendenza; considera inoltre sei stadi attraverso i quali il soggetto percorre il cammino verso l’indipendneza
psicologica; ad ogni stadio, può corrispondere un eventuale fallimento dello sviluppo psichico determinato dalle
condizioni ambientali e condizionato dalle modalità con cui il soggetto le esperisce.
Sostiene Winnicott che, se entro i primi due anni di vita non si è creata una duratura immagine della madre può
scaturire una tendenza antisociale che si manifesterà nella tarda infanzia o nell’adolescenza; infatti, la forza o la
debolezza dell’Io trovano saldo fondamento nei primi anni di vita del bambino e sono susseguenti alla possibilità che le
cure materne siano state più o meno buone. Se le cure sono state buone, il bambino sperimenta una continuità
dell’essere, condizione essenziale per sviluppare un Io forte; le possibili interruzioni del maternage diventano, invece,
fonte di indebolimento dell’Io e da ciò può derivare lo sviluppo della tendenza antisociale.
Le condizioni nelle quali è più facile che ciò avvenga sono da recarsi, prevalentemente nei casi di disgregazione
familiare. Winnicott individua due aspetti peculiari dell’attività antisociale: il furto e la distruzione, o comunque attività
che provochino danno. Nella tarda infanzia, e successivamente negli anni dell’adolescenza, la tendenza antisociale si
manifesterà sotto altre forme, legate all’attività e al contesto ambientale del soggetto. È l’ambiente che, secondo
Winnicott, può contribuire a sanare la dissocialità. Allorquando il bambino diviene cosciente della tendenza antisociale,
l’ambiente può agire terapeuticamente sul suo sistema di relazione dell’Io e divenire un sostegno positivo. Quindi,
proprio l’ambiente, a sua volta può porsi come “ambito terapeutico” per superare tale forma di aggressività.
L’interazione individuo – società: Erikson
Uno dei contributi più interessanti che riguardano la genesi psicosociale della devianza, basato sullo studio emozionale
del bambino e la sua interazione con il contesto socio ambientale, è quello di Enrik Erikson. Questi sulla scia della
teoria freudiana dello sviluppo sessuale, considera otto stadi psico evolutivi di ciò che egli chiama il ciclo vitale
dell’uomo.
I primi quattro sono essenzialmente infantili; durante il quinto avviene il passaggio dal fanciullo all’adulto: è la fase
adolescenziale, il cui esito positivo dipende dalle modalità positive o negative con cui sono stati vissuti i primi quattro
stadi.
Se nei primi quattro stadi il bambino è riuscito a sviluppare sentimenti di fiducia, autonomia, iniziativa e industriosità,
il quinto stadio, che segna il passaggio dall’infanzia all’adolescenza sarà caratterizzato dalla formazione di una identità
positiva; se invece l’esperienza dei quattro stadi precedenti ha fatto nascere e radicare sentimenti poco costruttivi
(vergogna, dubbio, colpa, inferiorità), il quinto stadio sarà caratterizzato da una confusione di identità, che costituisce la
premessa per la formazione di una identinegativa. Identità non è qualcosa di statico e immutabile ma un concetto
dinamico che indica lo sviluppo psicoevolutivo dell’uomo, attraverso l’interazione con l’ambiente sociale,
culturalmente determinato e limitato nello spazio e nel tempo. Il processo di formazione dell’identità ha origine
dall’incontro della figura materna con il neonato, in un clima di fiducia reciproca e reciproco riconoscimento, è
destinato ad evolversi continuamente durante tutta la vita dell’uomo. Il processo di formazione dell’identità, inoltre ha
le su crisi normative nell’adolescenza e sotto molti aspetti è determinato da quanto è avvenuto in passato e determina
molto di ciò che avverin futuro. Attraverso l’interazione con l’ambiente la persona si crea un’immagine di se e degli
altri da cui dipende il suo senso di identità.
L’adolescenza è uno stadio in cui l’individuo si sente molto più vicino alla sua epoca storica che non nella prima fase
dello sviluppo infantili. Mentre gli antecedenti infantili dell’identità sono più inconsci e cambiano molto lentamente, il
problema stesso dell’identità cambia con il periodo storico; è proprio questo il suo compito.
I principi costituzionali della giustizia penale minorile
I diritti del minore nella Costituzione italiana
Nella Costituzione non esistono specifiche norme che facciano espresso riferimento al sistema di giustizia minorile, per
questo motivo, le basi su cui identificarlo o trarne l’ispirazione di fondo si ricavano dalle diverse disposizioni che la
Carta fondamentale dedica alla persona, ai suoi diritti, alle sue libertà, congiuntamente alle norme in materia penalistica
e processualpenalistica.
L’art. 31, comma 2 della Cost., impone alla Repubblica il compito di proteggere la maternità, l’infanzia e la gioventù,
favorendo gli istituti necessari a tale scopo”: questo art. costituisce un punto di riferimento imprescindibile, capace di
orientare e condizionare la lettura da darsi alle diverse norme costituzionali, ma in modo particolare esso serve da
parametro sulla base del quale valutare la compatibilità di qualsiasi proposizione normativa pensata per i minori.
Se in generale la punizione deve trovare una sua legittimazione all’intero dei principi costituzionali, quando essa si
rivolge verso persone che ancora on hanno raggiunto la maggiore età, i titoli di legittimazione risultano precari e
problematici, dovendo superare, oltre al compito di protezione del minore (art. 31) anche il principio sulla libertà
personale (art. 13). Da queste 2 importanti disposizioni costituzionali si ricavano le funzioni e i limiti della sanzione
penale in ambito minorile: l’inviolabili della libertà personale e l’assunzione da parte dello Stato del compito di
protezione dei minori impongono che le eccezioni di tale inviolabilità, se riferite ai minori, debbano ricevere
un’ulteriore legittimazione alla luce dell’obbligo di protezione.
L’obbligo di protezione appare però come un parametro aggiuntivo. L’art. 2 Cost. riconoscendo e garantendo i diritti
inviolabili dell’uomo, impone di considerare il minore in primo luogo come persona, meritevole come tale di una piena
tutela dei suoi diritti fondamentali. Questa pienezza di diritti è supportata dalla parte finale dell’art. 2 che, richiedendo
l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale, postula un dovere di intervento
affinché chi si trovi in condizioni di svantaggio tali da non consentirgli di godere dei suoi diritti inviolabili, venga
messo in condizione di farlo: fra tali situazioni è compresa anche la minore età.
Gli interventi nei confronti dei minori non potranno, dunque, non rispettare quel nucleo di garanzie riconosciute
dall’ordinamento ad ogni individuo.
Il compito di protezione del minore
“Protezione del minore”: proteggere significa recuperare socialmente il minore (significato attribuito all’ espressione
dalla Corte costituzionale).
Proprio perché si tratta di individui che stanno attraversando il difficile percorso della crescita, i minori hanno bisogno
di particolare attenzione e protezione da tutto ciò che potrebbe condurli al consolidamento della carriera deviante.
Proteggere il minore significa dunque recuperare il minore alla società, facendo in modo che, una volta portato a
compimento il processo di maturazione, il soggetto possa consapevolmente compiere scelte rispettose delle norme
penali. Stabilito che l’obbligo di tutela si traduce in primo luogo in questo tentativo di recuperare il minore, si devono
puntualizzare le cadenze attraverso le quali si snoda il percorso che dall’obbligo di tutela perviene al recupero del
minore. L’art. 3 impone che venga riservato un eguale trattamento alle situazioni uguali, ed un trattamento diverso alle
situazioni diverse. Pur trattandosi di persona, il minore non ha raggiunto un compiuto equilibrio psicofisico: la
peculiarità della sua condizione, l’intrinseca diversità rispetto alla situazione dell’adulto impongono allo Stato di
differenziare gli interventi nei suoi confronti, quando deficit culturali ed educativi, soprattutto se causai da situazioni di
disagio, possono inserire il minore nel circuito penale. Questo compito di diversificandone dovrà essere realizzato
tenendo ben presente l’obbligo di protezione del minore.
Le diverse norme costituzionali che possono venire in considerazione in materia minorile subiscono una sorta si
adattamento alla luce di quel compito inderogabile di protezione del minore: dal loro intreccio e sovrapposizione si
ricavano precise linee di intervento cui il legislatore dovrà attenersi.
Corte costituzionale e sistema di giustizia minorile
Dovere di protezione del minore, obbligo dello Stato di predisporre gli istituti necessari a tale scopo e diversità del
minore rispetto all’adulto hanno determinato alcune differenziazioni di regime, appoggiate dalla Corte costituzionale
che si è impegnata nell’intento di rendere i precetti costituzionali effettivamente operativi in questa materia, esortando
in numerose occasioni il legislatore ad orientare il suo operato verso una compiuta realizzazione di tali postulati. La
giustizia minorile ha una particolare struttura in quanto è diretta alla ricerca delle forme più adatte per la rieducazione
dei minorenni.
Necessaria specializzazione dell’organo giudicante
La creazione di un organo specifico deputato a conoscere reati commessi dai minori: il Tribunale dei minorenni può
annoverarsi tra quegli istituti dei quali la Repubblica deve favorire lo sviluppo e il funzionamento, ottemperando al
precetto costituzionale che la impegna alla protezione della gioventù. Il minore, proprio perché non ha portato a
compimento il processo di crescita presenta una personalità complessa, a volte problematica, non avendo ancora
raggiunto un suo equilibrio. Se la finalità che ci si pone è il recupero del minore, è necessario che a sondare queste
personalità sia un organo dotato di specifiche conoscenze sui minori. Nella prospettiva fondamentale e fondante del
recupero, il minore deve essere valutato, esaminando attentamente la personalità al fine di individuare la risposta
rieducativi più appropriata.
Composizione mista del Tribunale per i minorenni : giudici specializzati affiancati dai c.d. giudici esperti: questo
dimostra il fatto che nel diritto penale minorile l’attenzione si sposta dal fatto alla personalità dell’autore al fine di
individuare la risposta che abbia concrete chances di recuperare il minore.
Necessità di prognosi individualizzate
Essendo ogni minore un caso a sé, assicurare la sua protezione significa rifuggire da quegli automatismi legislativi che,
basati su giudizi presuntivi, disconoscono le peculiarità della condizione minorile, impedendo che dall’attento esame
della personalità si possa giungere all’individualizzazione della risposta più adatta alle esigenze del minore. Nel 1978 la
Corte sancisce il bando di ogni automatismo in campo minorile in quanto antinomico con la finalità di recupero imposta
dall’art. 31 Cost. Ogni minore è un soggetto della personalità ancora in fieri: risulta però indispensabile dare al giudice
la possibilità di adottare decisioni individualizzanti , non imbrigliate da qualsivoglia automatismo legislativo, le sole
idonee allo scopo del recupero del singolo minore.
Tutela del minore nel processo e dal processo
Proteggere il minore significa anche tutelarlo nel processo dalla stigmatizzazione connessa allo svolgimento,
salvaguardandolo da una pubblicità negativa, significa proteggerlo dal processo. L’esigenza di un’uscita precoce o,
rapida dal circuito penale per ovviare agli effetti stigmatizzanti dal processo. La Corte ha accordato la preferenza a riti
rapidi, che riducano i tempi di esposizione del minore al processo e gli inevitabili rischi della stigmatizzazione.
L’esigenza di tutela del minore dal processo è stata fatta propria dal legislatore del 1988 che ha strutturato il rito penale
minorile introducendo istituti e congegni volti non solo a propiziane un’uscita, quanto più possibile rapida, ma anche a
rendere effettivamente residuale l’utilizzazione dello strumento processuale.
Le indicazioni della Corte Costituzionale sul trattamento del minore autore di reato
Il tema della questione minorile, rappresentato dal trattamento del minore autore di reato, è stato in più occasioni
oggetto di interventi della Corte che, ha sempre dimostrato un netto sfavore nei confronti dell’applicazione della pena
detentiva. La premessa da cui muove la Corte, davanti all’esigenza del recupero sociale del minore, la stessa
realizzazione della pretesa punitiva può arretrare. Recuperare il minore alla società è così importante che la stessa
pretesa punitiva deve cedere il passo. L’esigenza del recupero sociale del minore è così pregnante da riflettersi sulla
stessa realizzazione della pretesa punitiva cosicché il ricorso all’istituzione carceraria va considerato come ultima ratio.
Principio irrinunciabile che giustifica il netto sfavore della consulta verso la pena detentiva, nonché un percepibile
favore nei confronti degli istituti introdotti dal legislatore del 1988 che, consentono di rendere effettivamente residuale
il ricorso al carcere. Se le esigenze di punizione nei confronti di autori minorenni possono arretrare questo significa
ammettere che la gravità oggettiva del fatto commesso perda in rilevanza, soprafatta dall’esigenza del recupero del
minore, recando una profonda lacerazione all’impianto tradizionale del diritto penale del fatto. Di qui la necessità di
trattare diversamente il minore, differenziando il regime sanzionatorio rispetto a quanto previsto dal sistema punitivo
generale. La diversità esistente tra minore ed adulto impone la creazione di un sistema ad hoc dove il ricorso alla pena
detentiva svolga il ruolo di ultima ratio. Il ruolo di ultima ratio attribuito all’applicazione della pena detentiva ha spinto
la Corte costituzionale, a più riprese, a sollecitare il legislatore a creare un regime differenziato di esecuzione per i
minori e a diversificare le modalità di accesso per la fruizione delle misure alternative alla detenzione. La fase esecutiva
si deve aprire alle esigenze di recupero del minore per cui non solo la carcerazione deve essere effettivamente utilizzata
come ultima ratio, ma deve differenziarsi, quanto a modalità esecutive, rispetto agli adulti.
I presupposti irrinunciabili di un sistema di giustizia minorile costituzionalmente orientato
Il quadro dei precetti costituzionali di riferimento congiuntamente alla concretizzazione di tali postulati operata dalla
Corte costituzionale nei suoi numerosi interventi delineano i presupposti irrinunciabili di un sistema di giustizia
minorile costituzionalmente orientato. Dalla piena valorizzazione dell’art. 31, comma 2 Cost., si ricava una prima e
fondamentale indicazione: la doverosa protezione della gioventù comporta l’obbligo di compiere ogni sforzo teso al
recupero del minore. L’art. 31, comma 2 Cost., rappresenta dunque: per il passato una chiave di rilettura delle
disposizioni vigenti; per il futuro il punto di riferimento sul quale dovrà basarsi la rifondazione della giustizia penale
minorile.
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Universita: Università di Cagliari
Data di caricamento: 16/03/2011
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grazie per questo documento

19/05/12 15:06
bellazaza - Università Kore di Enna (Unikore)

molto interessante

25/09/11 17:01
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