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Cesare Pavese e il Neorealismo - Riassunto - Letteratura, Sintesi di Letteratura. Università di Urbino Carlo Bo

Letteratura

Descrizione: Riassunto di Letteratura su Cesare Pavese e il Neorealismo
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Universita: Università di Urbino Carlo Bo
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16/05/12 18:48
ivan92 - Università di Macerata (UNIMC)

CESARE PAVESE ED IL NEOREALISMO!

27/11/11 17:36

Il termine “Neorealismo” si diffonde originariamente in ambito cinematografico, a partire dal film Ossessione di Visconti, uscito nel 1942. Dopo il 1943 l’etichetta si estende anche all’ambito letterario. Essa y78i8i9indica la necessità di un ritorno alla realtà, dopo il soggettivismo e l’intimismo prevalenti negli anni Trenta, ed esprime l’esigenza, che si diffonde in questo periodo in buona parte della cultura europea, di “andare verso il popolo”. È soprattutto la realtà della guerra, della Resistenza e del dopoguerra, con la sua miseria e con le sue lotte politiche, a ispirare la nuova cinematografia (Visconti, De Sica, Rossellini), la nuova narrativa (Pratolini, per esempio), la nuova poesia (Scotellaro). Il prefisso “neo” indica la novità del fenomeno rispetto al realismo ottocentesco. Pur rifacendosi infatti a modelli prevalentemente ottocenteschi (Verga soprattutto), la nuova narrativa tende infatti a un nuovo impegno politico e ideologico, esplicitamente di parte, che coincide con la prospettiva dei partiti di sinistra. Notevole è anche l’influenza della narrativa americana (di Hemingway, per esempio), d’altronde mediata dai due maestri del Neorealismo, Pavese e Vittorini. La differenza fra il Neorealismo e il generico “nuovo realismo” che si diffonde in Italia negli anni Trenta è cospicua: il Neorealismo si rifà più apertamente a modelli ottocenteschi e a un impegno esplicitamente ideologico e politico, ispirato all’antifascismo, all’esigenza di “andare incontro al popolo”, alla denuncia delle ingiustizie sociali e, spesso, a una prospettiva di tipo socialista. L’aspetto ideologico- politico era invece assente o comunque assai meno evidente nel “nuovo realismo” e più in generale nella letteratura degli anni Trenta. Il Neorealismo (così come l’Ermetismo) sarà spazzato via dallo sperimentalismo promosso dalle nuove tendenze letterarie che si affermeranno nella seconda metà degli anni Cinquanta e all’inizio degli anni Sessanta, grazie all’azione di Pasolini da un lato e dei poeti “novissimi” della Neoavanguardia dall’altro, e delle rispettive riviste, «Officina» (1955-1959), e «Il Verri» (nata nel 1956). In poesia, la poetica del Neorealismo fu promossa soprattutto da riviste come «La strada», diretta da Antonio Russi fra il 1946 e il 1948, e «Momenti» (1948 54), che sostenevano la necessità di una poesia impegnata anche in senso politico, volta a coltivare l’epica e la cronaca piuttosto che la lirica, una poesia corale atta a rappresentare situazioni collettive e stati d’animo popolari piuttosto che la poesia soggettiva e individuale, la prosasticità al posto della purezza e della rarefazione linguistica e stilistica. L’obiettivo polemico era rappresentato, naturalmente, dall’Ermetismo. I modelli furono soprattutto stranieri: Majakovskij, Brecht, García Lorca, Neruda, Eluard, Aragon, Lee Masters con Spoon River Anthology. Il Neorealismo dette i suoi risultati migliori nel cinema piuttosto che nel romanzo o nella poesia, generi in cui prevalsero un’impostazione eccessivamente ideologica e la retorica populistica. I poeti più significativi comunque furono Velso Mucci e soprattutto il lucano Rocco Scotellaro (1923 1953), il cui realismo va cercato tuttavia, più che nella rappresentazione dei contadini della sua terra (che nei suoi versi tende irresistibilmente a diventare leggenda, mito, luogo di non contraddizione), nella descrizione angosciosa dell’ambiente cittadino. Bisogna ricordare poi che poeti ermetici o vicini all’Ermetismo fiorentino come Alfonso Gatto e, soprattutto, Salvatore Quasimodo si adeguarono alla nuova poetica nella produzione successiva al 1945, abbandonando — particolarmente il secondo — l’allusività e i giochi analogici del simbolismo per una poesia ispirata alla cronaca e impegnata in senso sociale e politico. L’area cronologica del Neorealismo va dal 1943 al 1955 circa. Nonostante la scarsezza di validi risultati estetici, la poetica neorealista favorì in poesia un abbassamento stilistico e un rinnovamento linguistico che posero fine al chiuso petrarchismo degli anni Trenta. Inoltre promosse uno sviluppo di forme poetiche — per esempio, il poemetto narrativo — che saranno riprese dai poeti di «Officina». Al di là dei suoi risultati, la poesia neorealistica aprì dunque nuove interessanti direzioni di ricerca, che saranno continuate, in modi nuovi, dai poeti sperimentali della generazione successiva.

IL NEOREALISMO IN BREVE

Con il termine "Neorealismo" si indica una tendenza della cultura italiana tra la fine degli anni trenta e la metà degli anni cinquanta che ha avuto le sue principali espressioni nella letteratura e nel cinema. Il termine fu usato per la prima volta nel 1931 in riferimento al romanzo di Moravia Gli indifferenti, ma già alcune altre opere di quegli anni mostravano la tendenza a una riscoperta della realtà quotidiana e a uno stile che la ritraesse nel modo più credibile.

Furono però la seconda guerra mondiale, la Resistenza e le condizioni dell'Italia nel secondo dopoguerra a dare l'impulso maggiore allo sviluppo del Neorealismo, che raccoglie personalità e opere anche molto diverse tra loro, ma che condividono alcuni caratteri generali:

• l'idea che la letteratura debba lasciare spazio alla rappresentazione quasi cronachistica della realtà, nella convinzione che siano i fatti stessi a caricarsi di significato etico ed estetico;

• a questa concezione si ricollega quella della letteratura come "impegno" culturale e sociale, anche nel quadro della ricostruzione materiale e morale del paese dopo il Fascismo e la guerra;

• l'ampio spazio riservato alle testimonianze dirette e alle esperienze autobiografiche, come per esempio quelle di guerra e di prigionia;

• una scelta linguistica e stilistica il più possibile vicina al "parlato", con un'attenzione anche alle diverse caratteristiche regionali, che mira a conferire autenticità alla narrazione.

Tra gli autori più importanti del Neorealismo letterario ricordiamo, oltre a Vittorini, Pavese, Fenoglio, Moravia, Pratolini, Cassola e, almeno per la sua produzione giovanile, Calvino. Un posto particolare occupano poi nel quadro del Neorealismo le opere di Primo Levi, Carlo Levi e di Mario Rigoni Stern. Per il cinema, infine, si possono citare i capolavori di Vittorio De Sica, Ladri di biciclette (1948) e Umberto D. (1952), e di Roberto Rossellini, Roma città aperta (1945).

LEZIONI SU CESARE PAVESE

LA VITA. LA PERSONALITÀ. IL MITO.

1. I dati fondamentali della biografia di Pavese si possono ricavare da qualsiasi manuale.

Alcuni momenti e aspetti bisogna, però, sottolinearli:

- un legame profondo con la sua terra, la regione piemontese delle Langhe, una zona collinare; un legame \1q2a4erde ki+ùùèù+ùà+ùàètanto profondo che l'esperienza dell'infanzia langhigiana diventa per lui fondamentale per dare un senso alla vita, come vedremo; [In questo senso, c'è qualcosa che accomuna Pavese a Pascoli.]

- la formazione in un ambiente politico e culturale dominato dalla figura severissima di Gobetti. L'influsso del gobettiano professore di liceo Augusto Monti;

- gli anni del confino a Brancaleone Calabro, dopo i quali subisce la delusione di vedere sposata la donna che amava. Questo "traccerà nella sua esistenza un solco di incolmabile dolore, di disperata frustrazione " (Mondo).

- l'istintiva avversione al fascismo, che però non lo spinge, come altri suoi amici, a partecipare direttamente alla lotta partigiana;

- l'iscrizione al P.C.I. dopo la Liberazione, come atto di volontà per partecipare alle speranze e agli entusiasmi di allora;

- il suicidio, dopo un'ennesima delusione amorosa, per una donna americana Costanza Dowling. E' il 27 agosto 1950. Quell'anno aveva vinto il prestigioso Premio Strega.

2. Il suicidio (Cfr. Marchese, Storia ecc.) è la tragica conclusione di una vita vissuta sotto il segno dell'angoscia, un sentimento tormentoso che gli derivava dal sentire l'esistenza come un "essere per la morte". Questa intima sofferenza accompagnerà sempre Pavese, sarà il suo "vizio assurdo".

Pavese sembra incarnare così, nella sua vita, la figura sveviana dell'"inetto", che si trova a fronteggiare doveri e impegni troppo superiori alle sue possibilità psichiche: erano i doveri e gli impegni imposti dall'ambiente gobettiano e dall'insegnamento ricevuto dal suo maestro Augusto Monti. In termini psicoanalitici Monti diventa un sorta di super ego che incombe minaccioso e mai soddisfatto, e che sempre gli ingiunge di arrivare alla "maturità", alla razionalità, all'adesione piena alla vita.

Ma Cesare Pavese rispondeva a questa sfida del super ego con i sintomi di una vera malattia psicologica: l'inadeguatezza al reale, la difficoltà nella comunicazione con gli altri, l'impossibilità di un lineare rapporto d'amore con una donna, la frustrazione ricorrente nella ricerca della felicità, la solitudine.

Ha scritto Elio Gioanola: "Da questo ambiente [l'ambiente gobettiano] Pavese imparò a ignorare l'inconscio e a tentare la costruzione... volontaristica della sua vita, nel tentativo impossibile di rimarginare il deficit psichico con una serie di costruzioni velleitarie. Da questo conflitto Pavese finì per uscirne umanamente stroncato. Mentre era proprio nella sua "immaturità" la riserva [della sua poesia]: egli è uno dei molti artisti decadenti che hanno costruito la poesia sulle rovine della loro vita;... [fu] poeta nella misura in cui riuscì a toccare, nei traumi dell'angoscioso conflitto, il fondo intatto dei suoi miti personali... ".

Immaturità, dunque, come sorgente di poesia. Che significa? Che Pavese traeva alimento alla sua poesia dal legame profondo e mai rescisso con l'infanzia e i suoi "miti", le sue "favole", le sue "verità". Comprendere questo legame di Pavese con l'infanzia - perciò - è la chiave di accesso a tutta la sua opera più grande.

Il conflitto interiore di cui abbiamo parlato, cioè l'incapacità di aderire alla vita pur volendolo, si espresse nei termini di un altro conflitto, tra "campagna" e "città". Cioè Pavese, per dare una spiegazione alle contraddizioni della sua personalità, elaborò una sorta di teoria che contrapponeva la "natura" alla civiltà, cioè la "campagna" alla "città", con sottolineatura positiva per il primo termine.

Questa contrapposizione gli veniva suggerita sia dalla letteratura americana (che esaltava, con Anderson, la vitalità istintiva e selvaggia, il primitivo) sia dalle letture degli studiosi del mito e degli psicoanalisti: le due fonti convergevano nel dirgli che esisteva nel profondo dell'individuo un patrimonio di verità e di valori che nascono con lui, sono "natura", si scoprono nell'infanzia e che si oppongono alla società, alla civiltà, alla "città".

Anche la sua poetica, Pavese la farà derivare dalle riflessioni sul mito.

Vediamo cosa sia il mito in Pavese.

3. IL MITO

E' fondamentale in Pavese, sempre.

Per lui "mito" è il tesoro di verità, affetti e sensazioni che ci derivano dall'infanzia, nell'età pre-razionale. Pavese ha il suo : la sua terra, le Langhe.

Il mito si fa ossessivo per gli spatriati e gli sradicati, che non hanno un passato in cui riconoscersi.

Il mito presuppone la nostalgia di esso e quindi il tema del "ritorno", non solo fisico, ma spirituale, a quel "clima".

Ne La luna e i falò questo ritorno si rivela impossibile, perché non si recupera ciò che si è perduto ( appunto i falò della notte di S. Giovanni e la luna ).

Allora chi è rimasto legato alla sua terra, chi non è partito vive ancora il mito, che gli altri hanno perduto? Chi resta è radicato, è "qualcuno", è felice?

No. Qui scocca l'antinomia pavesiana. Non c'è salvezza neanche in chi rimane. Anguilla che torna alla Gaminella ritrova odori e sapori, ma anche il peso di una irrimediabile miseria, che distrugge l'umano nell'uomo (Valino incendiario).

Già in Paesi tuoi Pavese manifesta attrazione per il mondo contadino nel quale vede incarnato il suo mito del primitivo (vale a dire di un mondo ancestrale in cui l'uomo misteriosamente entrava in contatto con la natura, che era terribile ma anche innocente, cioè al di qua del peccato).

Questa intuizione (risale al Vico) del valore del mito si confermerà con studi psicoanalitici sull'inconscio collettivo (Jung) [i miti - per esempio indiani e cinesi - nei loro contenuti simbolici, appartengono a un inconscio primordiale e collettivo dell'umanità, il quale diventa il quadro di riferimento di ogni coscienza individuale. Questi simboli sono chiamati archetipi e sono presenti in ognuno di noi, a prescindere dalle nostre esperienze concrete e storiche, e sono essi a guidare la nostra esistenza. [Noi siamo cioè guidati dal mito anche quando crediamo di essere al posto di guida], con studi etnografici (De Martino e Lévy Bruhl) che influenzeranno poi la sua poetica, la cui elaborazione sarà comunque lenta e stratificata.

Soprattutto in Feria d'agosto e in Dialoghi con Leucò Pavese esprime la componente astoricistica della sua cultura, indicando nell'irrazionale e nel mistero la prima ispirazione della poesia.

Irrazionale vuol dire quelle "illuminazioni" alogiche, quei miti, quelle fantasie, che germinano in noi dall'inconscio e che risalgono alla prima infanzia, quando il fanciullo intuisce miracolosamente, senza mediazioni razionali, il segreto della vita. [E sono miti legati al sesso, alla donna/uomo, alla violenza, alla morte, al sangue]. Essi sono legati a luoghi "unici", quei luoghi dell'infanzia che il ricordo fa assoluti, colloca fuori del tempo e dello spazio e trasfigura [anche solo un giardino, o una stanza, o una strada, o un oggetto ecc.] facendoli diventare simboli della vicenda umana, di quella propria e di quella universale.

L'influsso di Vico o degli etnografi è però filtrato dalla sensibilità propria di Pavese: e allora il mito pavesiano evoca "sue", personali, angosce primordiali: il mare, la vigna, la collina, la terra, luoghi in cui esplode la vita, piena, forte, calda, ma in cui si scatena la violenza, "il selvaggio", la sessualità che fa sgomento e paura, la morte.

Perciò per lui il mito non è consolazione od oblio, ma un mezzo per arrivare a conoscere una più vasta realtà, e perciò si ricollega alla poetica, perché nella poesia si rappresenta questa più vasta conoscenza di sé e del mondo.

"E' necessario - osserva Pavese in La selva, che fa parte di Feria d'agosto - fissare attraverso la parola la contemplazione atemporale dell'esperienza e far rivivere nel mito lo stato di aurorale verginità della natura, per rendersi consapevoli del proprio esistere e del proprio destino. I simboli cui attinge il poeta sono sovranamente umani, necessari a serbare la coscienza di sé e insomma a vivere. "

Nei Dialoghi con Leucò Virbio (Cfr. Il lago), morto in Grecia, è risuscitato da Diana ma in Italia, nel Lazio, in mezzo a uno splendido paesaggio: dovrebbe essere felice, ma non lo è. La sua felicità è immobile, non ha passato, non ha ricordi. Senza di essi non c'è identità, non c'è vita. Virbio infatti ricorda l'infanzia (l'epoca della scoperta) e rievoca il tempo in cui "pensai che dietro i monti di casa, lontano, dove il sole calava, - bastava andare, andare sempre - sarei giunto al paese infantile del mattino, della caccia, del gioco perenne. Non sapevo di volere la morte."

Vuol dire che quella condizione di "gioco perenne" (assenza di dramma e dolore e fatica) non è della vita, ma solo fuori della vita, solo della morte. Perciò Virbio dirà a Diana: Ho bisogno di stringere a me un sangue caldo e fraterno [...] incontrare la donna, il mio simile, vivere con l'uomo, dividere con lui la vita. Ho bisogno di avere una voce e un destino [cioè un'identità, essere qualcuno, con la sua storia]. Troppe volte mi sono specchiato nel lago [cioè ho visto soltanto me stesso]. Chiedo di vivere, non di essere felice. " Quindi c'è opposizione immedicabile tra vivere ed essere felici.

Pavese, quindi, coniugando Vico e Jung fonda proprio sul mito l'incanto polisemico (= dai molti significati) della poesia, che egli ricerca nella primitività ambivalente degli archetipi (le idee, i sentimenti fondamentali dell'essere umano in quanto tale, di centomila anni fa come di oggi): la terra, per esempio, come fonte di vita e di morte, la terra è sesso e sangue, sensualità e violenza.

Le strutture fondamentali dell'immaginario di Pavese compaiono molto presto, già con le poesie di Lavorare stanca. Schematicamente l'opposizione principale nel mondo pavesiano è questa:

CITTÀ' CAMPAGNA

strada terra / collina

donna-aggressività donna-sesso / donna-dolcezza

solitudine e adolescenzaSfrenatezza / dolcezza infanzia

dovere e impegno politico

inverno e notte estate-sole d'agosto

lampioni, pioggia, tabacco calore, incendio, colline bruciate

La città, insomma, che a livello di coscienza è la maturità, la fermezza, l'impegno, nel simbolismo profondo, nella "verità" del mito, è il luogo della solitudine, dell'alienazione, della mancanza; luogo di prostitute, sbandati, ubriachi, di vecchi e ragazzi deviati, che nel sesso e nell'alcool cercano i sostituti della felicità, ma sono infelici.

La campagna, invece, terra e collina, è la pienezza della vita, sia perché luogo aperto, selvaggio, libero sia perché idea della madre (le mammelle delle colline), da cui si viene e in cui ci si rifugia.

Per adesso è sufficiente aver posto queste basi, che ci consentono di affrontare con maggiore consapevolezza la lettura delle principali opere di Pavese.

LA POESIA.

Pavese comincia la sua attività di scrittore come poeta. Passerà, però, presto ai racconti e ai romanzi. Poi tornerà ancora, di tanto in tanto, a scrivere versi.

Sull'opera poetica di Pavese (cioè sulla sua opera in versi) si può rinviare alle pagine di Guglielmino (Il sistema letterario. Novecento. pp. 1000 e ss. ), con appena qualche integrazione.

1. Prima di tutto bisogna ricordare che nel 1936, quando apparvero le poesie pavesiane (Lavorare stanca), era dominante in Italia il gusto "ermetico", cioè una concezione della poesia come espressione di sentimenti e immagini in un linguaggio "chiuso", difficile, astratto, lontano da ogni contatto con la realtà quotidiana: un linguaggio che usava il simbolo, l'allusione misteriosa, la parola che rimanda ad altre parole per essere capita. Insomma una poesia per pochi intenditori, aristocratica, tutta intimistica anzi solipsistica.

Le poesie di Pavese apparvero subito molto diverse e in contrasto con la lirica ermetica: esse raccontavano dei fatti, descrivevano il mondo quotidiano, gli ambienti popolari, la campagna o le strade della città, e lo facevano con un linguaggio molto vicino al parlato. Quindi era una lirica che sembrò realistica, non più chiusa nel mondo privato dell'autore, ma aperta alla società, alle pene, ai drammi degli altri.

2. C'era anche una novità stilistica e metrica, come abbiamo accennato.

Il verso di Pavese era ampio, lungo (aveva il ritmo del decasillabo ma era di tredici sillabe), sembrava una prosa: e ne puoi vedere esempi nel manuale citato.

Pavese la chiamò poesia - racconto, poesia che voleva avere "la massima aderenza alle cose".

Con una felice sintesi Elio Gioanola definisce "realismo lirico" la cifra della poesia di Pavese. Gioanola adopera anche la formula "realismo mitico", per alludere alla capacità pavesiana di trovare nell'esperienza delle cose, della vita concreta (= realismo), il mito, la verità profonda ed eterna (= mito ).

E tuttavia Lavorare stanca "non preludeva tanto a sviluppi creativi nell'ambito della lirica in versi, quanto alla preparazione dei ritmi del racconto in prosa... (Poesia italiana del Novecento, Librex, p. 645).

3. Però dopo le prime poesie a Pavese sembrò che la sua lirica corresse un rischio: di diventare una specie di raccontino in versi, un disegno soltanto, quasi uno schizzo di certi ambienti popolari e di certi personaggi (cioè una specie di bozzettismo naturalistico).

Per evitare questo pericolo Pavese modificò un po' il suo modo di fare versi e le sue liriche non si svolsero più come racconti, ma come una catena di immagini, attraverso le quali egli ricreava fantasticamente la realtà (vedi nel manuale a p. 1001).

Tuttavia questi cambiamenti non snaturarono la poesia pavesiana, che rimase sempre in bilico tra il racconto e l'immagine.

4. Se scendiamo ora nel cuore della lirica di Pavese troviamo che fin dall'esordio il giovane scrittore (come accade solo ai grandi) ha trovato i temi e i toni ai quali resterà fedele per tutta la vita, in ogni sua opera.

Ecco allora che già compaiono i contrasti dolorosi tra il mondo della campagna e quello della città. E il primo è il luogo dell'infanzia, piena di mistero, di scoperte, di "verità" profonde (i miti) che colpiscono l'animo e restano dentro tutta la vita: nella campagna c'è il sesso, la scoperta della donna come femmina, la passione violenta, lo scatenarsi degli istinti; in città la solitudine, la povertà dei sentimenti, la freddezza.

Emerge, in mezzo agli altri temi, la figura dell'espatriato, che, fatta la fortuna, torna al suo paese e cerca di ritrovare nella sua terra se stesso, il senso della vita, recuperando il passato. Sarà il tema, questo, dell'ultimo romanzo, La luna e i falò.

5. Alcune poesie esemplari sono: I mari del Sud, Incontro, Il Dio - Caprone, Grappa a settembre.

Le prime due sono antologizzate nel manuale.

Il Dio - Caprone è una poesia che svolge il tema della campagna come infanzia e mito.

Non c'è vero realismo, la fantasia si concentra tutta sul "selvaggio", che è sangue e sesso.

Al centro il caprone, favoloso animale circondato di mistero: la campagna è piena di misteri per il ragazzo che viene dalla città in estate (= il ragazzo è lui) e tra animali e gente dei campi impara il sesso e che donne e capre, se si uniscono al maschio, restano gravide.

Quando arriva la notte e si leva la luna, le capre si agitano, perché vanno in cerca del caprone. Questo, di notte, assale ogni femmina, animale o umana e la sua violenza fa scorrere sangue. Talvolta i cani feroci strappano la catena, si uniscono al caprone e "poi ballano tutti, tenendosi ritti e ululando alla luna."

E la vita dei contadini si svolge in questa campagna dominata dalle forze primordiali dell'istinto: essi lavorano, zappano, cantano, bevono vino, fanno figli, ed hanno "i volti bruciati" come il colore della terra, perché "l'idea di nerezza" richiama "l'intimità di rapporto tra il contadino e la terra."

In questa istintualità primordiale le donne e i contadini assumono atteggiamenti e comportamenti animali e gli animali assurgono a dimensioni demoniache, in una caratteristica mancanza di distinzioni.

L'altra lirica, Grappa a settembre, realizza l'ideale dell'immagine - racconto: ci sono "poche immagini (nebbia, mattino, grappa, donne) che si inseguono e si intrecciano, scambiandosi qualità e caratteristiche" (Gioanola, cit. p. 660).

E' settembre, i mattini sono chiari sul fiume. C'è odore di tabacco e c'è la grappa. "Tutto si ferma e matura." Al mattino si vedono solo donne, che ricevono il sole "come fossero frutta", anch'esse maturano ("Le strade / sono come le donne, maturano ferme.). Poi l'odore del tabacco si confonde con quello della grappa: "è un nuovo sapore" che emana dalle cose. "E' così che le donne / non saranno le sole a godere il mattino."

La donna conclude la lirica, cioè da protagonista, che ha la capacità di godere delle cose perché essa è "natura", è istinto, è terra.

PAVESE NARRATORE.

1. Dopo le prove iniziali, nel 1938 - 39, Pavese compone Il carcere. E' la trascrizione dell'esperienza vissuta durante il confino a Brancaleone Calabro.

Non è tanto un racconto di fatti e personaggi ma, nonostante la narrazione in terza persona, è l'indagine su una coscienza inquieta (la sua), che sente il peso della sua solitudine, il bisogno di spezzarla andando verso gli altri, ma non è capace di liberarsene, perché avverte oscuramente che il suo destino è nell'essere solo.

Può sembrare realismo, in verità è un lungo racconto intimistico e autobiografico. Non manca la donna, Concia, che, al solito, è natura, istinto, maternità e sesso, primitività.

2. Nel 1941 appare Paesi tuoi. Nasce subito un equivoco: mentre in Italia (dopo Bernari, con Tre operai e Moravia, con Gli indifferenti) si andava sviluppando la richiesta di realismo, contro l'intimismo della prosa d'arte e degli ermetici, questo racconto è giudicato appunto "realistico".

C'erano delle ragioni: è infatti il racconto di un incontro fra Talino (contadino violento e istintivo), ex carcerato, e Berto (cittadino disadattato) uscito anche lui dallo stesso carcere. Berto è goffo e incerto, Talino energico e sicuro. I due si stabiliscono in campagna. Berto vi trova un mondo sanguigno e bestiale, pieno di simboli e di riti. Scopre che Talino ha incendiato il cascinale di un rivale, che la sorella di lui ne è stata un tempo l'amante. Berto inorridisce e, anche perché innamorato della sventurata ragazza, se ne va. Ma Talino continua la sua furia: ucciderà per gelosia la sorella, conficcandole un forcone nella gola e si consegnerà ai gendarmi sotto gli occhi esterrefatti di Berto.

E' un testo complesso, questo. In esso si intrecciano le suggestioni di Verga con quelle degli scrittori realistici americani (tanto amati da Pavese), mentre, dietro l'apparente naturalismo, si può scorgere la presenza dei soliti miti (città / campagna ecc.).

Significativa la dimensione mitica e sacrificale che Luperini trova nel dissanguamento di Gisella, trafitta dal forcone ("un rito iniziatico - il sacrificio per le messi - non un documento sociale e realistico.")

LE OPERE DELLA MATURITÀ

1. Ci soffermeremo su quattro opere. Due molto importanti, anche se non eccezionali, e due che sono i capolavori di Pavese.

2. Significativo è Il compagno (1945 - 6), storia di Pablo che, da superficiale suonatore di chitarra, matura pian piano una coscienza morale e politica e si fa militante della Resistenza.

Pavese paga così il suo pedaggio al neorealismo e alla poetica dell'impegno, cioè si adegua al clima del dopoguerra quando lo scrittore doveva essere "impegnato", e partecipare così, con la penna, alla lotta politica contro il fascismo e contro il regime moderato post fascista.

Il romanzo riesce soltanto in parte. E' il segno evidente che l'ispirazione resistenziale non era quella vera di Pavese e che la scelta di quel tema, congeniale a molti scrittori del suo tempo, per lui era una forzatura.

3. L'altra opera, fondamentale, è Dialoghi con Leucò.

Sono 27 brevi dialoghi, preceduti da una Avvertenza, che afferma la vitalità simbolica del linguaggio del mito, da cui riemergono aspetti primordiali e inquietanti dell'esistenza.

"Il centro tematico è la trama di cui è tessuto il destino umano, governato crudelmente dagli dèi, indifferenti e annoiati nella loro eternità.

Ma i mortali hanno bisogno di speranze e si nutrono di emozioni e passioni, come Saffo, che è tanto più viva dell'inerte ninfa Britomarti. Calipso, per esempio, non riesce a trattenere Odisseo, che non è attratto da un'immortalità priva di ansie.

Armanda Guiducci, studiosa di Pavese, trova che, accanto al tema del destino nell'angoscia della solitudine, in un mondo - carcere, compare l'altro tema (L'inconsolabile) di Orfeo, estrema incarnazione di Pavese stesso. E' il mito più esemplare: "l'idea cupa del destino come ripetizione, giacché ciò che è stato sarà, e l'idea disperata della poesia unica salvezza contro l'angosciosa solitudine in un destino in un destino invincibile, che imprigiona.

4. Per La casa in collina e La luna e i falò sono largamente sufficienti le pagine e le schede di Guglielmino, integrate dalle schede di Marchese.

LO STILE

Per lo stile, sono sufficienti le osservazioni di Guglielmino e di Marchese.

una sintesi dei romanzi citati è nelle schede del Dizionario Vallecchi o del Dizionario CDE.

Cesare Pavese nasce nelle Langhe, a S. Stefano Belbo in provincia di Cuneo nel 1908 da una famiglia di piccolo borghese trasferitasi poi a Torino, dove rimase per gran parte della sua vita, abitando presso la casa della sorella Maria.

Rimase sempre legato alle Langhe nelle quali tornò ogni estate della sua fanciullezza.

Le Langhe saranno per Pavese sempre un luogo “mitico”, una “casa” accogliente e rappresenteranno per lui una speranza di sicurezza.

Quando nel 1916 i possedimenti paterni di S. Stefano Belbo, dovranno essere venduti per le difficoltà economiche della famiglia, Pavese vive questo distacco dalla casa natale come una perdita di una parte di sé.

S. Stefano Belbo (Cuneo)

A Torino frequenta il liceo classico “D’Azeglio” ove trovò come professore di italiano Augusto Monti, un personaggio di spicco e noto scrittore antifascista, grazie ad esso Pavese, tra il 1923 ed il 1926, partecipa a quel rinnovamento delle coscienze che a Torino si concretizzava grazie anche all’opera di Gobetti e Gramsci.

Il carattere di Pavese, già timido ed introverso, con la morte del padre, avvenuta in tenera età, subisce un’ulteriore accentuazione della sua emotività e tendenza all’isolamento.

Le lettere dell’adolescenza sono già una risposta, seppur ambigua, alla situazione umana e morale di Pavese, infatti in esse cogliamo ciò che lo turba maggiormente sul piano esistenziale, come il suicidio dell’amico

Elio Baraldi, l’incapacità di esternare il proprio amore per la compagna di classe Olga, quest’ultima tema di meditazione sulla sua infelicità nelle lettere agli amici, e ancora, la timidezza che lo rende incapace di ottenere un appuntamento con la ballerina Pucci.

Nel 1927 si iscrisse all’Università degli Studi di Torino, nel 1930 si laureò con una tesi, per la verità criticata, sulla poesia “Foglie morte” di Whitman, appassionato estimatore della cultura americana, insieme a Vittorini alimenterà un vero e proprio mito dell’America, come terra dell’individualismo e della libertà, traducendo libri di autori importanti come Dickens, Joyce, Melville…

Conseguita la laurea in lettere si dedicò all’insegnamento, questo per qualche tempo, in seguito si occupò di traduzioni e collaborazioni presso varie riviste culturali e testate giornalistiche.

Nel 1931, con la morte della madre, andrà ad abitare presso la sorella Maria ove rimarrà fino alla morte.

Nel 1933 cominciò a lavorare presso la casa editrice Einaudi, appena fondata dal suo amico Giulio Einaudi, il quale decide di riunire alcuni giovani intellettuali torinesi tra cui, oltre a Pavese, Vittorini, Ginzburg, Mila e Carlo Levi, fu uno dei principali collaboratori e animatori di questa casa editrice.

Nel 1935 viene arrestato perché trovato in possesso di alcune lettere indirizzate a una militante del partito comunista clandestino, dopo alcuni mesi di carcere fu condannato a tre anni di confino a Brancaleone Calabro, ma dopo un anno, in seguito a un condono, peraltro ripetutamente chiesto sia da Pavese che dalla sorella Maria direttamente a Mussolini, poté tornare a Torino.

Al suo ritorno a Torino nel ’36 ebbe due scottanti delusioni, venne a conoscenza che la donna che amava sin dai tempi dell’università si era sposata e che la pubblicazione sulla rivista culturale “Solaria” della sua raccolta di poesie “Lavorare stanca” non ebbe il successo desiderato, queste delusioni (non tanto la seconda quanto la prima), gli fanno sfiorare il suicidio.

Il lavoro intenso divenne per lui un’evasione dall’angoscia, è infatti proprio il suo periodo più fecondo sia come scrittore che come collaboratore della casa editrice Einaudi, nel 1937 l’incontro con Vittorini gli consente di collaborare alla “Antologia Americana”.

La letteratura americana esercita da sempre un profondo fascino su Pavese che grazie alla sua opera di traduzione e con la direzione di una collana Einaudi, contribuirà a diffonderla nel nostro paese.

La vita di Pavese si rispecchia in quasi tutte le sue opere, infatti l’esperienza del confino vissuta nel 1935 si riscontra nel suo romanzo breve “Il carcere”, scritto tra il novembre del 1938 e l’aprile del 1939, ma pubblicato solamente nel 1948 accoppiato a “La casa in collina” , in un volume complessivo intitolato “Prima che il gallo canti”, seguono “Paesi tuoi” nel 1939, pubblicato nel ’41, “La bella estate” scritto nel ’40, ma pubblicato solo nel 1949, sempre nel 1940 Pavese scrisse il romanzo breve “La spiaggia” dapprima apparso sulla rivista romana “Lettere d’oggi” e successivamente pubblicato postumo nel 1956 da Einaudi.

Sempre nel 1940 Pavese è impegnato in diverse attività, continua ad elaborare la sua teoria del mito, che darà i primi risultati con la pubblicazione di “Feria d’agosto” del 1946, inoltre è a capo della sezione romana della casa editrice Einaudi, sempre di questi anni è il suo amore per Fernanda Pivano.

Il 1940 è un anno intenso per Pavese infatti proprio in questo anno pubblica una nuova edizione di “Lavorare stanca” ora diviso per sezioni e aumentato di poesie scritte tra il ’36 e il ’40.

La guerra è vissuta da Pavese come un fatto lontano e pieno di rimorsi, infatti per problemi di salute, dapprima non venne chiamato alle armi e, dopo l’8 settembre 1943, quando quasi tutti i colleghi e gli amici partecipano ad organizzare la guerra partigiana, Pavese lascia la città bombardata e in mano ai tedeschi per rifugiarsi presso la casa della sorella a Serralunga, dove rimase nascosto, qui ebbe un periodo di forte crisi

interiore che lo portò dopo la liberazione, ad iscriversi al Partito Comunista Italiano al quale rimase legato fino alla fine.

Nel 1946 scrisse un romanzo politico intitolato “Il compagno” che verrà premiato con il premio Salento, pur essendo giudicato freddamente dalla critica.

Sempre in quegli anni conclude i “Dialoghi con Leucò” e tra il 1947 e il 1948 si dedica alla stesura della “Casa in collina”.

Inizia una collaborazione con il giornale “L’Unità” dove pubblica una serie di articoli sul ruolo dell’intellettuale e sui rapporti letteratura – società, tra i nuovi autori Pavese promuove la pubblicazione di “Sentiero dei nidi di ragno” di Italo Calvino.

La militanza politica nel partito non aiuta Pavese, anzi si ritrova sempre più isolato perché non accetta la “linea” ufficiale del comitato centrale, questo lo spinge a tornare agli studi, con i quali approfondisce la costruzione di una poetica personale incentrata sul significato conoscitivo e antropologico del mito.

Gli ultimi romanzi sono la testimonianza di quel gioco di simboli che trasfigurano le cose quotidiane e danno loro un significato e un valore, di questo suo periodo sono: “La bella estate” ed infine “La luna e i falò”, quest’ultimo è il romanzo della piena maturità, il suo capolavoro che lo fa risaltare alla critica e con il quale vinse nel 1950 il premio “Strega”.

In questo periodo va incontro all’ultima grande delusione, la più drammatica: la storia d’amore con Constance Bowling, un’attrice americana conosciuta a Roma, dopo giorni intensi di felicità la storia d’amore si interrompe perché la ragazza torna in America.

Proprio mentre la sua attività di scrittore raggiunge l’apice della notorietà, per Pavese la vita non sembra più sopportabile, nel marzo del 1950 annota sul suo diario “ Non ci si uccide per amore di una donna, ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nudità, miseria, infermità, nulla”; per questo nulla, la sera del 27 agosto 1950, dopo essere passato a salutare i suoi amici nella redazione torinese de “L’Unità”, si uccide con dei barbiturici in una stanza d’albergo a Torino.

Sul comodino un biglietto: “Tutto fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più”.

REALISMO E SIMBOLISMO

Scrivere per Pavese significa innanzitutto costruire se stesso come uomo.

Egli lavora, nelle diverse forme del suo impegno, intorno a due temi:Realismo e Simbolismo.

Nelle sue opere è presente la realtà, ma questa viene analizzata attraverso i simboli, i miti della nascita e della morte e il contrasto, irrisolto, amore-sessualità.

Il tema predominante per Pavese è il mito, cioè, “l’indistinto in fondo alla nostra coscienza” , “l’elemento primordiale della coscienza” e che attraverso il periodo dell’infanzia e dell’adolescenza prefigura il nostro rapporto con le cose, o meglio, il nostro destino umano.

Egli considera il luogo della nascita e dell’infanzia come un emblema del destino di libertà e di autenticità propria di ogni uomo.

Una sua opera maggiore di realismo simbolico è senza dubbio “Paesi tuoi”, considerato, erroneamente, dalla critica del tempo come un romanzo “neorealista” che raccontava semplicemente una tragedia rusticana di fine Ottocento.

Il giudizio della critica ovviamente non piacque a Pavese.

PAVESE E LA LETTERATURA AMERICANA

Il mito americano nasce, in Italia, attraverso la cultura di un’intera generazione che si opponeva al fascismo non solo politicamente e civilmente, ma anche proclamando la propria libertà culturale e il luogo che incarnava questa libertà era appunto l’America.

La letteratura americana era una letteratura giovane e proprio per questo non appesantita da una tradizione letteraria secolare, come era invece quella del vecchio continente.

Insieme a Vittorini, Pavese, contribuirà notevolmente alla diffusione della letteratura americana in Italia.

La sua “carriera” come traduttore e diffusore della cultura americana nasce nel 1930 sulla rivista “Cultura”, dove Pavese pubblica un saggio sullo scrittore americano Sinclair Lewis, che in quell’anno aveva ricevuto il premio Nobel per la letteratura, di seguito gli viene affidata la traduzione de “Il nostro signor Wrenn”, ha qui inizio la sua attività di traduttore.

PAVESE E IL NEOREALISMO

Definire Pavese uno scrittore neorealista è sicuramente errato, o perlomeno, non è esatto.

Vediamo innanzitutto il significato del Neorealismo:esso nasce da uno stato d’animo, da una volontà di voler influire sul reale e dal bisogno di testimoniare e raccontare i fatti nel modo più reale possibile, le opere neorealistiche sono una fedele copia della realtà.

Il fenomeno del Neorealismo non era un movimento prettamente legato alla letteratura, anzi, le sue maggiori rappresentazioni le possiamo trovare nell’ambito cinematografico nella produzione di grandissimi film come: “Ossessione” (1942) di Luchino Visconti, “Roma città aperta” (1945) e “Paesà” (1946) di Roberto Rossellini, e “Ladri di biciclette” (1948) di Vittorio De Sica, questi film erano imperniati intorno alla realtà del nostro Paese, la trasposizione della realtà era così ricercata che gli attori che li interpretavano erano presi dalla strada.

Pavese pur avendo numerosi punti di contatto con il Neorealismo, alla cui affermazione effettivamente concorrerà, essendo stato a lungo ritenuto un maestro di questo genere, è comunque molto diverso principalmente per un motivo: lo scopo del Neorealismo è, come già detto in precedenza era riportare la realtà del periodo senza modificarla o personalizzarla quindi con l’unico scopo, appunto, di raccontare i fatti.

I personaggi dei romanzi di Pavese, in prevalenza contadini delle Langhe od operai e popolani della periferia torinese, rientrano sicuramente nella tipologia neorealista e quindi racconta anche egli la realtà, ma il suo fine, rispetto al Neorealismo, era quello di approfondire la problematica interiore ed esistenziale dell’uomo.

RELAZIONE SUL LIBRO: “LA SPIAGGIA”

Cesare Pavese scrisse il romanzo breve “La spiaggia”, tra il 1940 e il 1941, il romanzo è scritto in prima persona.

Narra la storia di un professore torinese (in cui Pavese si identifica) che dopo diversi anni ritrova l’amico d’infanzia, Doro, sembra rinascere l’amicizia, il professore però nota dei strani cambiamenti nell’amico.

Doro invita l’amico professore al mare, nella sua villa sulla costa ligure, ma quando questi sta per raggiungerlo al mare, improvvisamente Doro gli comunica che andrà lui a Torino per passare qualche giorno insieme e ricordare i vecchi tempi.

I due tornano nelle Langhe, terra della loro infanzia, e per qualche giorno Doro il vecchio ritrova se stesso, ma quando finisce questa vacanza e si dirigono sulla costa ligure, Doro ritorna improvvisamente irrequieto, la storia prosegue poi per tutto il romanzo descrivendo la vacanza al mare, la società, i divertimenti estivi, l’apparente calma e spensieratezza, risaltando però al tempo stesso il vuoto interiore dei personaggi.

È l’analisi di una società, l’alta borghesia, in cui si risalta, apparentemente, la gioia di vivere e l’assenza di problemi, ma alla fine ciò che risalta veramente è il vuoto interiore di queste persone così ricche, ma al tempo stesso così vuote e annoiate dalla vita.

La prima sensazione che risalta è la non descrizione fisica dei personaggi del romanzo, mentre vengono descritti minuziosamente i gesti, le posizioni e le espressioni dei personaggi.

Il romanzo è scritto in prima persona e ruota nella sua quasi totalità intorno al personaggio del professore torinese, una persona pacata e pacifica.

Il romanzo è ambientato in Italia, tra le Langhe vicino Torino, Genova e la costa ligure, l’ambiente che circonda i personaggi viene descritto raramente eccetto nel caso della natura, che a tratti viene esaltata e descritta nei particolari.

Il Pavese descrive la natura dei suoi luoghi d’origine mentre solo in rari casi descrive la natura della costa ligure (esalta la pianta d’ulivo che ha vicino al suo alloggio in più occasioni, per poi disprezzarla quando sente di doversene andare via), trovo strano che non venga descritto quasi per niente il mare, coreografia costante di buona parte del romanzo.

Il romanzo è molto realistico nel suo insieme, i suoi personaggi sono quasi insignificanti, di loro si conosce poco o niente, vengono usati per descrivere momenti ed eventi e basta, per loro non c’è altro spazio, anche il suo amico Doro, per lunghi tratti scompare senza lasciare traccia.

E’ proprio questa caratteristica dei personaggi (l’essere insignificanti e non sempre protagonisti), che rende il romanzo realistico, perché riflette quello che accade veramente nella realtà, dove ognuno di noi ha sì una sua storia, ma questa non interessa a nessuno.

Mostra una società vuota, con il solo intento di divertirsi, molto superficiale e infatti molti dei personaggi non hanno una loro identità, non sanno cosa vogliono esattamente, sono felici, ma al tempo stesso tristi e vuoti.

Anche in questo romanzo pavesiano notiamo un ritorno alle origini, alle Langhe, la ricerca dell’infanzia.

L’estate finisce e con se l’amicizia, ognuno ritorna alla sua vita, magari con la speranza di aver riempito in parte quel vuoto interiore.

RELAZIONE SUL LIBRO: “PAESI TUOI”

Paesi tuoi, un romanzo breve di Cesare Pavese, è stato scritto tra il giugno e l’agosto del 1939, il romanzo è scritto in prima persona, ma lo stesso Pavese fece poi notare in seguito che i pensieri di Berto, alle volte troppo intellettuali, dovevano essere assimilati a una terza persona.

Racconta la storia di un meccanico, Berto, e un “goffo” contadino, Talino, che si conoscono in carcere a Torino, salta subito evidente che c’è un confronto tra campagna e città, infatti sono uno l’opposto dell’altro per abitudini, atteggiamenti, personalità.

Dopo aver condiviso per 15 giorni il carcere vengono rilasciati lo stesso giorno e Berto, pur non nutrendo amicizia o stima verso Talino si lascia convincere da quest’ultimo a seguirlo nella sua cascina nelle campagne torinesi, che in vista della trebbiatura del grano ha bisogno di un meccanico che si occupi della trebbiatrice.

Berto, dopo varie ripensamenti, e soprattutto dopo essere stato cacciato di casa dalla sua affittuaria, e senza uno straccio di lavoro, decide così di andare per qualche tempo in campagna per guadagnare qualcosa, o perlomeno avere un posto dove mangiare e dormire.

Talino anche se goffo e campagnolo è astuto e “torbido”, infatti all’inizio della storia pur non dimostrandosi cattivo non è mai chiaro nei suoi atteggiamenti e nelle sue parole, raccontando a Berto delle bugie.

Arrivati a casa di Talino, dopo un’estenuante viaggio in treno, vengono accolti da Viverra, il padre di Talino, uomo scorbutico e furbo. ma grande lavoratore.

E così tra le vicende della campagna, i giorni scorrono lenti.

Berto subito dopo il suo arrivo comincia ad analizzare i componenti della famiglia di Talino, soprattutto le sorelle, che vengono descritte come donne rozze, “dure”, robuste come uomini, ma una di loro, Gisella, è diversa dalle altre, è più aggraziata, femminile, tra loro nasce giorno dopo giorno un amore, fatto di sguardi fugaci, parole sussurrate e incontri segreti.

Tutto questo purtroppo non sfugge a Talino, che da goffo contadino che sembrava, rivela la sua vera natura malvagia e bestiale!

Egli oltre che malvagio è anche un codardo, perché il fine nascosto del portare Berto nella sua cascina era quello di avere una guardia del corpo, dato che aveva molte inimicizie dovute al fatto che aveva incendiato una cascina (oltre ad altre cose).

È codardo e malvagio, perché viene alla luce che lui ha avuto rapporti incestuosi con la sorella Gisella (simbolismo amore – sessualità) e quando si accorge del rapporto di questa con Berto si ingelosisce.

Dapprima la sua gelosia si manifesta con battute taglienti nei confronti di Berto e Gisella e poi si conclude nel giorno della trebbiatura con l’assassinio di Gisella, rea di averlo mandato in carcere per l’incendio della cascina e poi in seguito per il rapporto con Berto.

Alcuni tratti del romanzo sono a dir poco stravaganti, come Berto che ogni volta che guarda le colline intorno la cascina di Talino le accosta a delle mammelle, questo evento è presente più volte nel romanzo.

Dopo il mortale ferimento di Gisella si continua a lavorare come se nulla fosse successo e cosa ancor più brutta alla fine del romanzo c’è un’omertà, sempre presente, manifestata in modo “sottile” e che viene fuori prepotentemente nell’ultima parte quando Talino viene salvato dall’arresto.

Il romanzo è pieno di metafore, alcune molto difficili da cogliere altre invece evidenti, come per esempio “Talino faceva degli occhi da sembrare un caprone”, secondo la mia opinione, voleva mettere in risalto la sua

vera persona, oppure la descrizione della gente di campagna dedita solamente al lavoro, quasi senza altri valori, imbruttita all’inverosimile fisicamente, quasi fossero delle bestie.

La fine del romanzo mi lascia perplesso, perché Gisella è sì condannata a morire per il colpo datole da Talino, ma il romanzo finisce che lei è ancora in agonia e quindi la tragedia è troncata dando così toni ancora più forti al romanzo.

RELAZIONE SUL LIBRO: “LA LUNA E I FALÒ”

Il romanzo "La luna e i falò" di Cesare Pavese è il viaggio nel tempo di un trovatello cresciuto bracciante in una fattoria delle Langhe, emigrato in America, e tornato con un po’ di fortuna nelle sue campagne. Elemento, a mio avviso importante, è il ricordo: tornando nel paese d’origine,oltre ad avere una qual sorta di nostalgia di esso, riscopre moltissime cose naturali, come le aie, i pozzi le voci, i canneti, , gli odori delle fascine, le vigne, o determinati paesaggi che, emigrando in America, si era dimenticato. Appena arrivato alla sua patria ritorna a rivedere i luoghi di quando era bambino, ma si sente quasi imbarazzato del suo comportamento, si vergogna dei suoi capi d’abbigliamento, di non essere più in grado di andare in giro scalzo come un tempo; non riesce a convincere i suoi amici che un tempo era stato anche lui una persona semplice come tutti gli altri paesani. Pensa inoltre che se non avesse preso la decisione a tredici anni di andarsene, anche egli avrebbe fatto la vita da contadino e non sarebbe mai uscito dalla valle del Belbo. Non si sente a suo agio tra la gente del paese, in quanto , avendo fatto fortuna, aveva preso atteggiamenti, modi di fare e di vestire troppo differenti. Inizialmente, appena partito dalla patria, non si sente a proprio agio: infatti per le strade di Genova sente la mancanza di tante piccole cose apparentemente futili, ma per lui importanti. Egli si fa raccontare da Nuto, la fine dei suoi famigliari, come ad esempio il Padrino, va a trovare i suoi amici di infanzia, ma si accorge che tutto è cambiato. Egli trascorre molto tempo con Nuto, un suo vecchio amico d’infanzia, che gli racconta gli avvenimenti più importanti avvenuti nel periodo della sua assenza; ricordano anche la sua famiglia, la casa e il luogo dove svolse il suo primo lavoro, quello svolto nei campi quando era giovane;racconta a Nuto del suo incontro a Genova con la ragazza americana e dei lavori che svolse là. In questo libro troviamo molti temi; abbiamo il tema del ritorno: il protagonista ritorna a S. Stefano Belbo, da dove era partito ancora ragazzo per recarsi in America, dove si è arricchito, e ora invece può permettersi una vita agiata. Non è più il ragazzino che veniva mandato a lavorare nei campi, ma è qualcuno oggi che potrebbe essere a sua volta padrone. Ritorna con la mente a quella che è stata la vita da ragazzo, però vista alla luce dei nuovi tempi e si trasforma in una ricerca dell’identità del protagonista con il mondo che, oggi, davanti a se, vede ovviamente cambiato. Sotto il punto di vista storico, tutto è cambiato:c’è stata la guerra, la Resistenza, ma è cambiato soprattutto perché è cambiato lui stesso. Ultimo tema pavesiano che ricorre in questo romanzo è la morte: nelle pagine finali un personaggio, Valino, compie l’eccidio della propria famiglia e dà fuoco alla casa. Accanto a questo c’e la morte di Irene e Santina, due delle ragazze che il protagonista aveva conosciuto da bambino. Pavese raccoglie alcuni miti: il mito della città e della campagna, della fuga e del ritorno e anche, chiaramente, il mito dell’America, che rimane solo un sogno, perché in America non c’è mai andato. Vengono inoltre narrati anche i suoi odii, i suoi interessi, la sua curiosità di conoscere e capire la vita contadina.

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