Riassunto Lo Spirito delle Leggi - Montesquie, Appunti di Filosofia Del Diritto. Università di Genova
francesca2008
francesca20086 marzo 2014
Questo è un documento Store
messo in vendita da francesca2008
e scaricabile solo a pagamento

Riassunto Lo Spirito delle Leggi - Montesquie, Appunti di Filosofia Del Diritto. Università di Genova

DOC (321 KB)
75 pagine
1Numero di download
55Numero di visite
Descrizione
RIASSUNTO:LO SPIRITO DELLE LEGGI - Montesquie - per esame filosofia del diritto - Genova - Giurisprudenza
2.99
Prezzo del documento
Scarica il documento
Questo documento è messo in vendita dall'utente francesca2008: potrai scaricarlo in formato digitale subito dopo averlo acquistato! Più dettagli
Anteprima2 pagine / 75
Questa è solo un'anteprima
2 pagine mostrate su 75 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
2 pagine mostrate su 75 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
2 pagine mostrate su 75 totali
Scarica il documento

RIASSUNTO:LO SPIRITO DELLE LEGGI

INTRODUZIONE

Montesquieu cercò di dimostrare come, sotto la diversità apparentemente arbitraria degli eventi, la storia abbia un ordine e manifesti l'azione di leggi costanti. Le istituzioni e le leggi dei vari popoli non costituiscono qualcosa di casuale o accidentale, ma sono strettamente condizionate dalla natura dei popoli stessi, dai loro costumi, dalla loro religione, ecc. Al pari di ogni essere vivente anche gli uomini, e quindi le società, sono sottoposte a regole fondamentali che scaturiscono dall'intreccio stesso delle cose.

Queste regole non debbono considerarsi assolute, cioè indipendenti dallo spazio e dal tempo; esse al  contrario, variano al variare delle situazioni; come i vari tipi di governo e delle diverse specie di  società. Ma, posta una società di un determinato tipo, sono con ciò stesso dati i principi ai quali essa  non può derogare pena la sua rovina.

Conciliare le leggi del tempo con il moto delle passioni è il compito vero del legislatore, perché  proprio queste passioni, dice Montesquieu, si raccolgono, si sedimentano, assumono forza trainante,  invadono il collettivo e ne determinano l'azione, ne sono l'esprit. "In tutte le società che non sono che  un'unità dello spirito si forma un carattere comune. Quest'anima universale assume un modo di  pensare che è l'effetto di una catena di cause infinite che si moltiplicano e si combinano di secolo in  secolo. quando questo carattere si è dato ed è stato ricevuto, è lui solo che governa e tutto ciò che i  sovrani, i magistrati, i popoli possono fare e immaginare, per quanto paia urtare questo carattere, o  adeguarvisi, vi si relazionano sempre ed esso domina fino alla totale distruzione".

AVVERTIMENTO DELL’AUTORE

Virtu nella repubblica è   l’amore della patria,  cioè   l’amore dell’uguaglianza.  Si   tratta dell’  uomo  virtuoso politico nel libro secondo; è l’uomo che ama le leggi del suo paese, e che agisce per amore  delle leggi del suo paese. 

PARTE PRIMA

Le leggi intese in modo ampio, sono i rapporti necessari che derivano dalla natura delle cose, e in  questo senso tutti gli esseri hanno le loro leggi. Le leggi sono le relazioni fra quella ragione e i diversi esseri, e le relazioni di questi diversi esseri fra  loro.  Prima  che  vi   fossero   leggi   stabilite,   vi   erano   rapporti   di   giustizia   possibili.  Bisogna   ammettere  rapporti d’equita anteriori alla legge positiva che li determina. Il mondo intelligente non è governato come quello fisico, perché anche se ha leggi invariabili per  natura, non le segue come il mondo fisico. Nel  mondo   intelligente,   essi  non  obbediscono  costantemente   alle   leggi  primitive;   e  perfino  non  sempre seguono quelle fatte da loro stessi.

L’uomo, in quanto essere fisico, è governato come gli altri corpi da leggi invariabili; in quanto essere  intelligente, viola perpetuamente le leggi stabilite da Dio, e muta quelle che ha stabilito lui stesso.  Deve guidarsi da solo; tuttavia è un essere limitato, soggetto all’ignoranza e all’errore come tutte le  intelligenze finite; perde perfino le deboli cognizioni che possiede; in quanto creatura sensibile, cade  in preda a mille passioni. I legislatori riportano l’uomo ai suoi doveri mediante le leggi politiche e civili.

DELLE LEGGI DELLA NATURA

Hobbes ritiene che gli uomini proverebbero sin dal principio il desiderio di sottomettersi a vicenda,  non è ragionevole.  Oltre al sentimento, che posseggono  sin dal principio, gli uomini giungono ad avere delle cognizioni;  ed ecco un secondo legame che gli altri animali non conoscono. Hanno dunque un nuovo motivo di  unirsi, e il desiderio di vivere in società  è una quarta legge naturale.

DELLE LEGGI POSITIVE

Non appena si  costituiscono  in   società,  gli   uomini  perdono  il   senso  della   loro  debolezza,  cessa  l’uguaglianza che esisteva fra loro e ha inizio lo stato di guerra. Ogni singola società diviene consapevole della propria forza, il che da origine ad uno stato di guerra  fra nazione e nazione. Del pari in ogni società i privati cominciano a conoscere la propria forza, cercano di rivolgere a loro  favore i vantaggi principali  di questa società, e cio crea fra di essi uno stato di guerra. Questi due tipi di stato di guerra determinano l’istituzione delle leggi fra gli uomini. In quanto abitanti  di un pianeta tanto grande non possono non esservi popoli diversi, essi hanno leggi che regolano le  relazioni di quei popoli fra loro, e questo è il DIRITTO DELLE GENTI. In quanto vivono in una  società  che dev’essere conservata, hanno leggi che regolano le relazioni fra i governanti e i governati,  ed ecco il DIRITTO POLITICO. Altre infine ne hanno che regolano i rapporti che tutti i cittadini  hanno fra loro, ed è questo il DIRITTO CIVILE. Il diritto delle genti, è fondato secondo natura principio che le varie nazioni debbano farsi in tempo di  pace il maggior bene e in tempo di guerra il minor male possibile, senza nuocere ai loro veri interessi. Lo scopo della guerra è  la vittoria, quello della vittoria è  la conquista; quello della conquista, la  conservazione Da questi principi derivano le leggi che formano il diritto delle genti, e per ciascuna società vi è poi  un diritto politico. Quindi il  governo più  conforme alle natura al  carattere del popolo   per cui è  stabilito. La legge, in generale,  è  la ragione umana, in quanto governa tutti i  popoli della terra,  e le leggi  politiche e civili di ogni nazione non devono costituire che i casi particolari ai quali si applica questa  ragione umana.

LIBRO   SECONDO   –   DELLE   LEGGI   CHE   DERIVANO   DIRETTAMENTE   DALLA  NATURA DEL GOVERNO

CAPITOLO PRIMO – DELLA NATURA DEI TRE DIVERSI GOVERNI

Vi sono tre specie di governi ( natura di ogni governo) : il REPUBBLICANO ( è quello in cui tutto il  popolo, o soltanto una parte del popolo , detiene il potere sovrano ) ; il MONARCHICO ( quello in  cui governa uno solo, ma per mezzo di leggi fisse e stabilite) ; il DISPOTICO ( uno solo, senza legge  e senza regola trascina tutto con la sua volontà e i suoi capricci).

Vi sono tre specie di governi: il REPUBBLICANO, il MONARCHICO e il DISPOTICO. Per  scoprisse la natura basta l'idea che ne hanno gli uomini meno istruiti. Io suppongo tre  definizioni, o meglio tre situazioni di fatto: che il governo repubblicano è quello in cui tutto il  popolo, o soltanto una parte del popolo, detiene il potere sovrano; il monarchico, quello in cui  governa uno solo, ma per mezzo di leggi fisse e stabilite; mentre nel dispotico uno solo, senza  legge e senza regola, trascina tutto con la sua volontà e i suoi capricci. Ecco quello che chiamo la  natura di ogni governo. Bisogna vedere quali sono le leggi che scaturiscono da questa natura, e  che, in conseguenza, sono le prime leggi fondamentali.

CAPITOLO SECONDO – DEL GOVERNO REPUBBLICANO E DELLE LEGGI RELATIVE  ALLA DEMOCRAZIA.

Quando, nella repubblica, il popolo in corpo ha il potere sovrano, ci troviamo in una democrazia.  Quando   il   potere   sovrano   è   nelle  mani   di   una   parte   del   popolo,   questa   situazione   si   chiama  aristocrazia. Le leggi che stabiliscono il diritto di voto sono fondamentali. Il popolo che detiene il potere sovrano deve fare direttamente tutto quello che è in grado di fare bene;  e quello che non è in grado di fare bene, è necessario che lo faccia per mezzo dei suoi ministri. I ministri non sono suoi se non è lui che li nomina: è dunque un principio fondamentale di questo  governo che il popolo nomini i suoi ministri, vale a dire i suoi magistrati. La   legge  che   fissa   il   suffragio  è    un’altra   legge   fondamentale  della  democrazia.  Un’altra   legge  fondamentale della democrazia è che solo il popolo faccia le leggi.

Quando, nella repubblica, il popolo in corpo ha il potere sovrano, ci troviamo in una  democrazia. Quando il potere sovrano è nelle mani di una parte del popolo, questa situazione si  chiama aristocrazia. Il popolo nella democrazia è, sotto certi aspetti, il monarca. sotto certi altri  è il suddito. Non può essere monarca se non per i suoi suffragi che sono la sua volontà. La  volontà del sovrano è il sovrano stesso. Le leggi che stabiliscono il diritto di voto sono dunque  fondamentali in questo governo. Infatti, stabilire come, da parte di chi e su che cosa devono  essere dati i suffragi, è altrettanto importante che, in una monarchia, sapere chi è il monarca e  in qual modo deve governare (... ). È essenziale fissare il numero dei cittadini che devono 

formare le assemblee; senza di che si potrebbe non sapere se ha parlato il popolo o solamente  una parte del popolo. A Sparta si richiedevano diecimila cittadini. A Roma, nata piccola  per,arrivare ­alla grandezza; a Roma, destinata a conoscere tutte le vicissitudini della sorte; a  Roma, che aveva talvolta quasi tutti i suoi cittadini fuori le mura e talvolta tutta l'Italia e una  parte della terra entro le mura, questo numero non era stato fissato, e fu questa una delle cause  principali della sua rovina. Il popolo che detiene il potere sovrano deve fare direttamente tutto  quello che è in grado di fare bene; e quello che non è in grado di fare bene, è necessario che lo  faccia per mezzo dei suoi ministri. I ministri non sono suoi se non è lui che li nomina: è dunque  un principio fondamentale di questo governo che il popolo nomini i suoi ministri, vale a dire i  suoi magistrati. Al pari dei monarchi, ed anche di più, ha bisogno di essere guidato da un  consiglio, o senato. Ma perché il popolo vi abbia fiducia, bisogna che ne elegga i membri; sia che  li scelga lui stesso, come in Atene, sia che li scelga per mezzo di qualche magistrato stabilito per  eleggerli, come si praticava a Roma in alcune occasioni. (…) Come la maggior parte dei  cittadini, che hanno sufficiente capacità per eleggere, ma non ne hanno abbastanza per essere  eletti, così il popolo, che ha abbastanza capacità per farsi render conto dell'amministrazione  altrui. non è adatto ad amministrare da sé. Bisogna che gli affari vadano avanti, e che vadano  avanti in un certo modo, né troppo lento né troppo veloce. Ma il popolo ha sempre troppa  attività, o troppo poca. Talvolta con centomila braccia rovescia tutto, talaltra, con centomila  piedi, non avanza che come un insetto. Nello Stato popolare, si divide il popolo in date classi. E  appunto nel modo di fare questa divisione che si sono segnalati i grandi legislatori; e da questa  sono sempre dipese la durata della democrazia e la sua prosperità. (…) Come la divisione di  coloro che hanno diritto di voto è, nella repubblica, una legge fondamentale, così la maniera di  darlo è un'altra legge fondamentale. Il suffragio a sorte è proprio della natura della democrazia,  il suffragio a scelta lo è di quella dell'aristocrazia. La sorte è un modo d. eleggere che non  affligge nessuno; lascia a ciascun cittadino una ragionevole speranza di servire la patria.  Tuttavia, essendo di per sé un sistema difettoso, i grandi legislatori hanno cercato di sempre  meglio regolarlo e correggerlo. (…) La legge che fissa le modalità del suffragio è un'altra legge  fondamentale della democrazia. È un gran problema se i suffragi debbano essere pubblici o  segreti. Cicerone scrive che le leggi che li resero segreti negli ultimi tempi della repubblica  romana, furono una delle cause principali della sua caduta. Siccome ciò si pratica diversamente  in differenti repubbliche, ecco, credo, quello che conviene pensarne. Non v'è dubbio che quando  il popolo dà suffragi, questi devono essere pubblici, e ciò deve essere considerato una legge  fondamentale nella democrazia. Bisogna che il basso popolo sia illuminato dai principali  cittadini, e tenuto a freno dalla serietà di alcuni personaggi. Fu così che nella repubblica  romana, col rendere segreti i suffragi, si rovinò tutto: non fu più possibile illuminare una  plebaglia che andava perdendosi. Ma quando in un'aristocrazia il corpo dei nobili dà suffragi,  o, in una democrazia il senato, siccome non si tratta in tal caso che d'impedire i brogli, i suffragi  non potrebbero essere mai troppo segreti. Il broglio è pericoloso in un senato; è pericoloso in un  corpo di nobili: non lo è nel popolo, la cui natura è di agire per passione. Negli Stati in cui non 

ha parte al governo, si scalderà per un attore, come lo avrebbe fatto per gli affari. La disgrazia,  in una repubblica, è quando non ci sono più brogli; e ciò avviene quando il popolo è stato  corrotto col denaro: si raffredda, si affeziona all'oro, ma non si affeziona più agli affari: senza  preoccuparsi del governo e di quello che vi si propone, aspetta tranquillamente il suo salario.  Un'altra legge fondamentale della democrazia è che solo il popolo faccia le leggi. Vi sono  tuttavia mille occasioni in cui è necessario che il senato possa deliberare; spesso anche conviene  mettere in prova una legge prima di stabilirla. La costituzione di Roma e quella di Atene erano  saggissime. I decreti del senato avevano forza di legge per un anno; non divenivano perpetui che  per volontà del popolo.

CAPITOLO   TERZO   ­     DELLE   LEGGI   RELATIVE   ALLA   NATURA  DELL’ARISTOCRAZIA.

Nell’aristocrazia il potere sovrano è nelle mani di un certo numero di persone. Sono quelle che fanno  le leggi e le fanno eseguire; il resto del popolo non è tutt’al piu, rispetto a esse, se non quello che in  una monarchia sono i sudditi rispetto al monarca. Quando i nobili sono in gran numero, è necessario un senato per regolare gli affari che il corpo dei  nobili non sarebbe in grado di decidere, e preparare quelli su cui decidere. In tal caso, si può dire che  l’aristocrazia è in qualche modo nel senato, la democrazia nel corpo dei nobili e che il popolo non è  niente. La migliore aristocrazia è quella in cui la parte del popolo che non partecipa al potere è tanto piccola  e tanto povera, che la parte dominante non ha nessun interesse a opprimerla. Le famiglie aristocratiche, dunque, devono essere popolo per quanto è possibile. Quanto più  una  aristocrazia si avvicinerà alla democrazia, tanto più sarà perfetta; e lo diverrà tanto meno, a misura  che si avvicinerà alla monarchia.

Nell'aristocrazia il potere sovrano è nelle mani di un certo numero di persone. Sono queste che  fanno le leggi e le fanno eseguire; il resto del popolo non è tutt'al più, rispetto a esse, se non  quello che in una monarchia sono i sudditi rispetto al monarca. Non vi si devono dare i voti a  sorte; non se ne avrebbero che gli inconvenienti. Difatti, in un governo che ha già stabilito le più  dure distinzioni, non si sarebbe meno odiosi anche se si sarebbe eletti a sorte: è il nobile che  viene invidiato, non il magistrato. Quando i nobili sono in gran numero, è necessario un senato  per regolare gli affari che il corpo dei nobili non sarebbe in grado di decidere, e preparare  quelli su cui decidere. In tal caso, si può dire che l'aristocrazia è in qualche modo nel senato, la  democrazia nel corpo dei nobili, e che il popolo non è niente. Sarà cosa felicissima,  nell'aristocrazia, se, per qualche via indiretta, si farà uscire il popolo dal suo annientamento;  così a Genova il Banco di San Giorgio, che è amministrato in gran parte dai principali  personaggi del popolo, conferisce a questo una certa influenza nel governo, che ne fa tutta la  prosperità. (...) La migliore aristocrazia è quella in cui la parte del popolo che non partecipa al  potere è tanto piccola e tanto povera, che la parte dominante non ha nessun interesse a  opprimerla. Così Antipatro, quando stabilì in Atene che coloro che non possedevano duemila 

dramme fossero esclusi dal diritto di voto, formò la migliore aristocrazia possibile; infatti  questo censo era tanto modesto che escludeva poca gente, e nessuno che godesse di qualche  considerazione nella città. Le famiglie aristocratiche, dunque, devono essere popolo per quanto  possibile. Quanto più una aristocrazia si avvicinerà alla democrazia, tanto più sarà perfetta; e lo  diverrà tanto meno, a misura che si avvicinerà alla monarchia. La più imperfetta di tutte è  quella in cui la parte del popolo che obbedisce è in condizione di servitù civile rispetto a quella  che comanda, come l'aristocrazia della Polonia, dove i contadini sono schiavi della nobiltà. 

CAPITOLO QUARTO – DELLE LEGGI NEL LORO RAPPORTO CON LA NATURA DEL  GOVERNO MONARCHICO.

I poteri intermedi, subordinati e dipendenti, costituiscono la natura del governo monarchico, cioè di  quello in cui uno solo governa per mezzo di leggi fondamentali. Il principe è la fonte di ogni potere  civile e politico. Non basta che vi siano, in una monarchia, degli ordini intermedi; occorre anche un deposito di leggi.  Questo deposito di leggi non può essere che nei corpi politici, i quali annunciano le leggi quando  vengono fatte e le ricordano quando vengono dimenticate. La naturale ignoranza dei nobili, la loro  indifferenza, il loro disprezzo per il governo civile esigono che vi sia un corpo che faccia uscire senza  posa le leggi dalla polvere dove rimarrebbero seppellite. Il consiglio del principe non è un deposito  conveniente. Esso è, per la sua stessa natura, il deposito della volontà momentanea del principe che ha  il potere esecutivo, e non il deposito delle leggi fondamentali. Inoltre, il consiglio del monarca cambia  senza posa; non è permanente; non potrebbe essere numeroso; non gode in grado abbastanza alto la  fiducia del popolo:    non è  perciò   in condizione d’illuminarlo  in  tempi difficili,  né  di   ricondurlo  all’obbedienza. Negli stati dispotici, dove non vi sono leggi fondamentali, non vi è nemmeno un deposito di leggi. Da  cio deriva che in quei paesi la religione ha di solito tanta forza, in quanto forma una specie di deposito  e di continuità; e, se non è la religione, sono le consuetudini che vi sono venerate, al posto delle leggi.

I poteri intermedi, subordinati e dipendenti, costituiscono la natura del governo monarchico,  cioè di quello in cui uno solo governa per mezzo di leggi fondamentali. Ho detto i poteri  intermedi, subordinati e dipendenti: in effetti, nella monarchia, il principe è la fonte di ogni  potere politico e civile. Queste leggi fondamentali presuppongono necessariamente dei canali  medianti per i quali scorre il potere: poiché, se non vi fosse nello Stato che la volontà  momentanea e capricciosa di uno solo, nulla potrebbe essere fisso, e per conseguenza non vi  sarebbe nessuna legge fondamentale. Il potere intermedio subordinato più naturale è quello  della nobiltà. Essa entra in qualche modo nell'essenza della monarchia, la cui massima  fondamentale è: dove non c'è monarca, non c'è nobiltà: dove non c'è nobiltà non c'è monarca.  Ma c'è un despota. (...) Non basta che vi siano, in una monarchia, degli ordini intermedi;  occorre anche un deposito di leggi. Questo deposito non può essere che nei corpi politici, i quali  annunciano le leggi quando vengono fatte e le ricordano quando vengono dimenticate. La  naturale ignoranza dei nobili, la loro indifferenza, il loro disprezzo per il governo civile esigono 

che vi sia un corpo che faccia uscire senza posa le leggi dalla polvere dove rimarrebbero  seppellite. Il Consiglio del principe non è un deposito conveniente. Esso è, per la sua stessa  natura, il deposito della volontà momentanea del principe che ha il potere esecutivo, e non il  deposito delle leggi fondamentali. Inoltre, il Consiglio del monarca cambia senza posa; non è  permanente; non potrebbe essere numeroso; non gode in grado abbastanza alto la fiducia del  popolo: non è perciò in condizione d'illuminarlo in tempi difficili, né di ricondurlo  all'obbedienza. Negli Stati dispotici, dove non vi sono leggi fondamentali, non vi è nemmeno un  deposito di leggi. Da ciò deriva che in questi paesi la religione ha di solito tanta forza, in quanto  forma di una specie di deposito e di continuità; e, se non è la religione, sono le consuetudini che  vi sono venerate, al posto delle leggi. 

CAPITOLO QUINTO  –  DELLE LEGGI  RELATIVE ALLA NATURA DELLO  STATO  DISPOTICO.

Dalla  natura stessa del  potere  dispotico deriva che  l’uomo solo che  l’esercita   lo   faccia  del  pari  esercitare da uno solo.

Dalla natura stessa del potere dispotico deriva che l'uomo solo che l'esercita lo faccia del pari  esercitare da uno solo. Un uomo a cui i suoi cinque sensi dicono senza posa che egli è tutto, e che  gli altri non sono niente, è naturalmente pigro, ignorante, voluttuoso. Abbandona quindi gli  affari. Ma se li confidasse a parecchi, sorgerebbero fra quelli dei contrasti; si brigherebbe per  essere il primo fra gli schiavi; il principe sarebbe costretto a rientrare nell'amministrazione. E  più semplice perciò che l'abbandoni ad un visir, il quale avrà sin dal principio lo stesso potere di  lui. L'istituzione di un visir è in questo Stato, una legge fondamentale.

LIBRO TERZO – DEI PRINCIPI DEI TRE GOVERNI

CAPITOLO  PRIMO  –   DIFFERENZA  FRA  LA  NATURA DEL  GOVERNO E   IL   SUO  PRINCIPIO.   Fra la natura del governo e il suo principio, vi è questa differenza, che la sua natura è ciò che lo fa  essere quello che è , e il suo principio ciò che lo fa agire. L’una è la sua struttura particolare, e l’altro  le passioni umane che lo fanno muovere.

Dopo aver esaminato quali sono le leggi relative alla natura di ciascun governo, occorre vedere  quelle che lo sono al principio di esso. Fra la natura del governo e il suo principio, vi è questa  differenza, che la sua natura è ciò che lo fa essere quello che è, e il suo principio ciò che lo fa  agire. L'una è la sua struttura particolare, e l'altro le passioni umane che lo fanno muovere. 

Ora, le leggi non devono essere meno relative al principio di ogni governo che alla sua natura.  Bisogna dunque ricercare quale sia il principio. E quello che farò in questo libro. 

CAPITOLO SECONDO – DEL PRINCIPIO DEI DIVERSI GOVERNI.

Ho detto che la natura del governo repubblicano consiste in ciò che il popolo in corpo, o alcune  date famiglie, vi abbia il potere sovrano: quella del governo monarchico, che il principe vi abbia  il potere sovrano, ma lo eserciti secondo leggi stabilite: quella del governo dispotico, che uno  solo vi governi secondo le sue volontà e i suoi capricci. Non ho bisogno di più per ritrovare i loro  tre principi: ne derivano naturalmente. Comincerò dal governo repubblicano, e parlerò  dapprima del democratico. 

CAPITOLO TERZO – DEL PRINCIPIO DELLA DEMOCRAZIA

In una monarchia, chi fa le leggi si giudica al di sopra delle leggi stesse, si ha minor bisogno di virtù  che in un governo popolare, dove chi fa eseguire le leggi sente di esservi sottomesso lui stesso e di  portarne il peso.

Non ci vuole molta probità perché un governo monarchico o un governo dispotico si mantenga o  si sostenga. La forza delle leggi nell'uno, il braccio del principe sempre alzato nell'altro,  regolano e tengono a freno tutto. Ma in uno stato popolare ci vuole una molla di più, che è la  VIRTU'. Quello che dico è confermato dall'intero complesso della storia, ed è pienamente  conforme alla natura delle cose. Poiché è chiaro che in una monarchia, dove chi fa eseguire le  leggi si giudica al di sopra delle leggi stesse, si ha minor bisogno di virtù che in un governo  popolare, dove chi fa eseguire le leggi sente di esservi sottomesso lui stesso e di portarne il peso.  t chiaro altresì che il monarca il quale, perché mal consigliato o per negligenza, cessa di far  eseguire le leggi, può facilmente rimediare al male: basta che cambi il Consiglio, o si corregga al  punto di questa negligenza. Ma quando, in un governo popolare, le leggi hanno cessato d'esser  messe in esecuzione, siccome ciò non può dipendere che dalla corruzione della repubblica,lo  Stato è già perduto. (...) 

CAPITOLO QUARTO – DEL PRINCIPIO DELL’ARISTOCRAZIA.

Il governo aristocratico ha di per sé una certa forza che la democrazia non ha. I nobili vi formano un  corpo che, per la sua prerogativa e il suo interesse privato, reprime il popolo: basta pensare che vi  siano delle leggi , perché vengano messe in esecuzione a tale scopo. Ma per questo scopo è altrettanto facile reprimere se stesso. La natura di questa costituzione è tale  che, se sembra mettere le stesse persone sotto la podestà delle leggi, e insieme sottrarle ad essa. Ora, un corpo siffatto può reprimere se stesso in due modi soltanto: mediante una grande virtù, che  faccia si che i nobili si trovino in qualche modo uguali al popolo, il che può formare una grande 

repubblica; o mediante una virtù minore, cioè una certa moderazione, che rende i nobili per lo meno  uguali a se stessi, il che fa la loro conservazione. L’anima di questi governi è la moderazione.

Come nel governo popolare è necessaria la virtù, ce ne vuole anche nell'aristocrazia. là vero che  non vi è richiesta in modo tanto assoluto. Il popolo, che è, rispetto ai nobili, quello che i sudditi  sono rispetto al monarca, è tenuto a freno dalle loro leggi. Ha quindi minor bisogno di virtù di  quanto non ne abbia il popolo nella democrazia. Ma come saranno tenuti a freno i nobili?  Coloro che dovranno far eseguire le leggi contro i loro colleghi, sentiranno per prima cosa di  agire contro se stessi. La virtù è dunque necessaria in questo corpo, per la natura stessa della  costituzione. Il governo aristocratico ha di per sè una certa forza che la democrazia non ha. I  nobili vi formano un corpo che, per la sua prerogativa e il suo interesse privato, reprime il  popolo: basta che vi siano delle leggi, perché vengano messe in esecuzione a tale scopo. Ma per  questo corpo è altrettanto facile reprimere gli altri, quanto è difficile reprimere se stesso. La  natura di questa costituzione è tale, che sembra mettere le stesse persone sotto la potestà delle  leggi, e insieme sottrarle ad essa. Ora, un corpo siffatto può reprimere se stesso in due modi  soltanto: mediante una grande virtù, che faccia sì che i nobili si trovino in qualche modo uguali  al popolo, il che può formare una grande repubblica; o mediante una virtù minore, cioè una  certa moderazione, che rende i nobili per lo meno uguali a se stessi, il che fa la loro  conservazione. L'anima di questi governi è dunque la moderazione. Intendo quella che è  fondata sulla virtù, non quella che nasce dalla viltà e dalla pigrizia dell'animo. 

CAPITOLO QUINTO – LA VIRTU NON E IL PRINCIPIO DEL GOVERNO MONARCHICO

Nelle repubbliche, i delitti privati sono più pubblici, cioè offendono la costituzione dello stato più che  particolari;   e  nelle  monarchie  i  delitti  pubblici   sono più  privati,   in  quanto colpiscono  le  fortune  particolari più che la costituzione dello stato stesso.

Nelle monarchie, la politica fa operare le grandi cose col minimo di virtù possibile: come, nelle  più belle macchine, l'arte impiega il minor numero possibile di movimenti, di forze e di ruote.  Lo Stato sussiste indipendentemente dall'amor di patria, dal desiderio di vera gloria,  dall'abnegazione, dal sacrificio dei più cari interessi, e da tutte quelle virtù eroiche che troviamo  in tutti gli antichi, e delle quali abbiamo soltanto udito parlare. Le leggi vi tengono luogo di  tutte quelle virtù, di cui non si ha nessun bisogno; lo Stato ve ne dispensa: un'azione che si  compie senza chiasso è, in certo modo, senza conseguenze. Sebbene tutti i reati siano pubblici  per loro natura, si distinguono tuttavia i reati veramente pubblici dai reati privati, così detti  perché offendono il particolare più che la società intera. Ora,nelle repubbliche, i delitti privati  sono più pubblici,cioè offendono la costituzione dello Stato più che i particolari; e nelle  monarchie i delitti pubblici sono più privati, in quanto colpiscono le fortune particolari più che  la costituzione dello Stato stesso. Io prego che nessuno si offenda per quello che ho detto: parlo 

secondo le storie tutte. So benissimo che non è raro che vi siano principi virtuosi; ma dico che,  in una monarchia, è difficilissimo che il popolo lo sia. Si legga quello che gli storici di tutti i  tempi hanno detto sulla corte dei monarchi; si ricordino i discorsi degli uomini di tutti i paesi  sullo spregevole carattere dei cortigiani: non sono, queste, speculazioni filosofiche, ma una triste  esperienza. L'ambizione nell'ozio, la bassezza nell'orgoglio, il desiderio di arricchire senza  lavorare, l'avversione per la verità, l'adulazione, il tradimento, la perfidia, l'abbandono di tutti  gli impegni presi, il timore della virtù del principe, la speranza delle sue debolezze,e, più di  tutto, il perpetuo ridicolo gettato sulle virtù, formano, a parer mio, il carattere della maggior  parte dei cortigiani, segnalato in tutti i luoghi e i tempi. Ora, è assai difficile che la maggior  parte dei notabili di uno Stato siano disonesti, e che gl'inferiori siano persone virtuose; che  quelli siano truffatori, e che questi acconsentano ad essere sempre truffati. Chè se nel popolo c'è  qualche disgraziato uomo virtuoso, il cardinale Richelieu insinua, nel suo testamento politico,  che un monarca deve guardarsi bene dal servirsene. Tant'è vero che la virtù non è la molla di  questo governo! Certo non ne è esclusa: ma non ne è la molla. 

CAPITOLO   SESTO   –   COME   SI   SUPPLISCE   ALLA   VIRTU   NEL   GOVERNO  MONARCHICO.

Il governo monarchico presuppone delle preminenze, dei ranghi e perfino una nobiltà originaria. La  natura dell’onore è di richiedere preferenze e distinzioni. L’onore fa muovere tutte le parti del corpo politico, le lega con la sua azione stessa, e accade che  ognuno va verso il bene comune, credendo di andare verso i propri interessi particolari.

Mi affretto a proseguire, e a grandi passi, affinché non si creda che io faccia una satira del  governo monarchico. No: se manca di una molla, ne ha un'altra. L'ONORE, vale a dire il  pregiudizio di ogni persona e di ogni condizione, prende il posto della virtù politica di cui ho  parlato e la rappresenta ovunque. Può ispirare le azioni più belle; può, unito alla forza delle  leggi, condurre al fine del governo come la virtù stessa. Così nelle monarchie ben regolate tutti  saranno presso a poco buoni cittadini, e si troverà di rado qualcuno che sia virtuoso, poiché, per  essere virtuosi bisogna avere intenzione di esserlo, e amare lo Stato non tanto per sé, quanto per  lo Stato stesso. 

CAPITOLO SETTIMO – DEL PRINCIPIO DELLA MONARCHIA

Il governo monarchico presuppone, come abbiamo detto, delle preminenze, dei ranghi, e perfino  una nobiltà originaria. La natura dell'onore è di richiedere preferenze e distinzioni; dunque,  per la cosa stessa, è al suo posto in questo governo. L'ambizione è perniciosa in una repubblica.  Produce buoni effetti nella monarchia; dà la vita a questo governo; e offre questo vantaggio, che  in esso non è pericolosa perché può esservi continuamente repressa. Si direbbe che avvenga  come nel sistema dell'universo, dove una forza allontana senza posa dal centro tutti i corpi e 

una forza di gravità ve li riporta. L'onore fa muovere tutte le parti del corpo politico, le lega con  la sua azione stessa, e accade che ognuno va verso il bene comune, credendo di andare verso i  propri interessi particolari. È vero che, da un punto di vista filosofico, è un falso onore quello  che guida tutte le parti dello Stato; ma questo falso onore è altrettanto utile al pubblico di  quanto lo sarebbe quello vero ai privati che potessero averlo. E non è già molto obbligare gli  uomini a compiere le azioni difficili, e che richiedono forza, senza altra ricompensa che la  risonanza di quelle azioni? (...) 

CAPITOLO   OTTAVO   –   COME   L’ONORE   NON   SIA   IL   PRINCIPIO   DEGLI   STATI  DISPOTICI.

Il despota non ha nessuna regola, e i suoi capricci distruggono tutti gli altri. L’onore è ignoto agli  Stati dispotici mentre regna nelle monarchie.

CAPITOLO NONO – DEL PRINCIPIO DEL GOVERNO DISPOTICO

In uno stato dispotico regna la paura invece della virtù poiché questa in uno stato dispotico non è  necessaria.

Come in una repubblica ci vuole la virtù, in una monarchia l'onore, così in uno Stato dispotico  ci vuole la PAURA: quanto alla virtù, non vi è necessaria, e l'onore vi sarebbe pericoloso. Il  potere immenso del principe passa tutt'intero a coloro ai quali lo affida. Persone capaci di  stimare molto se stesse sarebbero in grado di farvi delle rivoluzioni. Bisogna perciò che la paura  vi abbatta ogni coraggio e vi spenga fin l'ultimo sentimento d'ambizione. (... ) 

CAPITOLO DECIMO – DIFFERENZA DELL’ OBBEDIENZA NEI GOVERNI MODERATI  E NEI GOVERNI DISPOTICI

Negli stati dispotici la natura del governo richiede un’obbedienza estrema. Si nota, che la monarchia ha un principe e i dei ministri abili mentre uno stato dispotico né è carente.

CAPITOLO UNIDICESIMO – RIFLESSIONE SU TUTTO QUESTO

Le caratteristiche dette finora per le tre forme di governo non sono sempre riscontrabili.

Tali sono i principi dei tre governi: il che non significa che, in una data repubblica,si sia  virtuosi, ma che bisognerebbe esserlo. Ciò non prova nemmeno che, in una certa monarchia,  tutti abbiano l'onore, e che, in un particolare Stato dispotico, tutti abbiano paura, ma che  bisognerebbe averne: senza di che il governo sarà imperfetto. 

LIBRO QUARTO – LE LEGGI DELL’EDUCAZIONE DEVONO ESSERE RELATIVE AI  PRINCIPI DEL GOVERNO

CAPITOLO PRIMO – DELLE LEGGI DELL’EDUCAZIONE 

Le leggi dell’educazione sono le prime che riceviamo dalla famiglia. Se il popolo ha un principio,  anche le famiglie lo avranno. Di   conseguenza   le   leggi   dell’educazione   saranno   diverse   a   seconda   della   forma   di   governo   :  monarchia – l’onore; repubbliche – la virtù; dispotismo – la paura.

CAPITOLO SECONDO DELL’EDUCAZIONE NELLA MONARCHIA

Nella monarchia, le leggi, la religione e l’onore prescrivevano tanto l’obbedienza quanto la volontà  del  principe   (esso non poteva comandare  un’azione che  disonori   il   suo popolo,  perché   se   fosse  avvenuto avrebbe messo il popolo nell’ incapacità di servirlo). L’onore comporta delle regole insite nell’educazione ricevuta.

Non è negli istituti pubblici in cui s'istruiscono i fanciulli che si riceve, nelle monarchie, la  principale educazione; l'educazione comincia, in certo qual modo, quando si entra nel mondo. t  lì che si trova la scuola di ciò che si chiama onore, questo. maestro. universale che deve guidarci  dappertutto. t lì che si vedono e si odono dire sempre tre cose: "che bisogna mettere nelle virtù  una certa nobiltà, nei costumi una certa franchezza, nelle maniere una certa cortesia". Le virtù  che ci vengono presentate consistono sempre non tanto in ciò che si deve agli altri, quanto in ciò  che si deve a noi stessi: non tanto in ciò che ci porta verso i nostri concittadini, quanto in ciò che  ce ne distingue. Le azioni degli uomini non sono giudicate in quanto buone, ma in quanto belle;  non in quanto giuste , ma in quanto grandi; non in quanto ragionevoli, ma in quanto  straordinarie. Non appena può trovare in esse qualche cosa di nobile, l'onore se ne fa il giudice  che le legittima, o il sofista che le giustifica. Permette la galanteria, quando è unita all'idea dei  sentimenti del cuore, o all'idea della conquista; ed è la vera ragione per cui i costumi non sono  mai tanto puri nelle monarchie come nei governi repubblicani. Permette l'astuzia quando è  congiunta all'idea della grandezza d'animo o alla grandezza degli affari, come nella politica, le  cui sottigliezze non l'offendono mai. (...). Non v'è nulla che l'onore prescriva maggiormente alla  nobiltà quanto di servire il principe in guerra. In realtà, questa è la professione distinta su  tutte , poiché i suoi rischi, i suoi successi e le sue sventure stesse portano alla grandezza.  Imponendo questa legge, tuttavia, l'onore vuol esserne l'arbitro; e se si ritiene offeso, esige,e  permette, che ci si ritiri a vita privata. Vuole che si possa indifferentemente aspirare alle cariche  o rifiutarle, valuta questa libertà al di sopra della ricchezza stessa. L'onore ha dunque le sue  regole supreme, e l'educazione è tenuta a conformarvisi. Le principali sono che ci è permesso, è  vero, do far caso delle nostre ricchezze, ma ci è supremamente vietato di far caso della nostra  vita. La seconda è che una volta posti in un rango, non dobbiamo far nulla né permettere nulla 

che dia a vedere che ci riteniamo inferiori a quel rango. La terza, che le cose che l'onore vieta  sono vietate più rigorosamente quando le leggi non concorrono a proscriverle; e quelle che esige  sono richieste più fortemente quando le leggi non le richiedono. 

CAPITOLO TERZO – DELL’EDUCAZIONE NEL GOVERNO DISPOTICO

Nel  governo  dispotico   l’obbedienza  viene  veicolata   dall’ignoranza  di   colui   che  obbedisce;   e   di  conseguenza non mirerà mai a formare un cittadino.

Come l'educazione nelle monarchie non si sforza che d'innalzare il cuore, così essa non cerca  che di deprimerlo negli Stati dispotici. E necessario che ivi sia servile. Aver ricevuto una  educazione simile sarebbe un bene perfino per chi è al comando, poiché nessuno è tiranno senza  essere allo stesso tempo schiavo. L'obbedienza estrema presuppone ignoranza in colui che  obbedisce; la presuppone anche in colui che comanda; questi non ha da deliberare, da dubitare,  da ragionare; non ha che da volere. Negli Stati dispotici, ogni cosa è un impero separato.  L'educazione, che consiste specialmente nel vivere con gli altri, vi è perciò limitatissima; si  riduce a mettere la paura nel cuore, e a dare allo spirito la nozione di alcuni princìpi religiosi  semplicissimi. Il sapere vi sarebbe pericoloso, l'emulazione funesta: e quanto alle virtù,  Aristotele non crede che ve ne sia qualcuna propria agli schiavi, il che limiterà assai  l'educazione in questo governo. L'educazione vi è dunque in certo modo nulla. (...). 

CAPITOLO QUARTO – DIFFERENZA DEGLI EFFETTI DELL’EDUCAZIONE PRESSO  GLI ANTICHI E TRA NOI

Una volta l’educazione era unica e non veniva smentita mentre successivamente si verificarono tre  differenti o contrarie educazioni: quella dei padri, quella dei maestri e quella del mondo.

E nel governo repubblicano che si ha bisogno di tutta la potenza dell'educazione. Negli Stati  dispotici la paura nasce da sola tra le minacce e le punizioni; l'onore delle monarchie è favorito  dalle passioni e le favorisce a sua volta; ma la virtù politica è una rinuncia a sé, cosa che è  sempre molto penosa. Si può definire questa virtù l'amore delle leggi e della patria.  Quest'amore, richiedendo una preferenza continua verso l'interesse pubblico in confronto al  proprio, conferisce tutte le virtù particolari: esse non sono altro che tale preferenza.  Quest'amore è particolarmente legato alle democrazie. Soltanto in esse il governo è affidato ad  ogni cittadino. Orbene, il governo è come tutte le cose di questo mondo: per conservarlo,  bisogna amarlo. Non si è mai udito dire che i re non amassero la monarchia e che i despoti non  amassero il dispotismo. Tutto dipende perciò dallo stabilire quest'amore nella repubblica; e  l'educazione deve essere appunto sollecita a ispirarlo. Ma perché i fanciulli possano provarlo,  v'è un mezzo sicuro: e cioè che i padri lo provino essi stessi. D'ordinario , si è padroni di 

trasmettere ai propri figli le proprie cognizioni; lo si è ancor più di trasmetter loro le proprie  passioni. (...) 

CAPITOLO QUINTO – DELL’EDUCAZIONE NEL GOVERNO REPUBBLICANO

Nel governo repubblicano si vede il massimo impiego dell’educazione, che si tramuta in virtù, amore  delle leggi e della patria. Questo amore è una continua preferenza verso l’interesse pubblico.

CAPITOLO SESTO – DI ALCUNE ISTITUZIONI DEI GRECI

Per assomigliare alle istituzioni greche bisogna determinare la comunanza dei beni della repubblica,  avendo rispetto per gli dei e lasciando la distinzione fra cittadini e stranieri per conservare i costumi;  e il commercio affidato alla città e non hai cittadini.

CAPITOLO   SETTIMO   –   IN   QUALE   CASO   QUESTE   SINGOLARI   ISTITUZIONI  POSSONO ESSERE BUONE

Questi tipi d’ istituzioni possono convenire nelle repubbliche, perché la virtù politica ne è il principio:  ma per portare all’onore nelle monarchie, o per ispirare paura negli stati dispotici, non c’è bisogno di  tante cure. Non possono aver luogo in un piccolo Stato, dove si può dare una educazione generale,  ed educare  tutta una popolazione come una famiglia.

CAPITOLO   OTTAVO   –   SPIEGAZIONE   DI   UN   PARADOSSO   DEGLI   ANTICHI  RIGUARDO AI COSTUMI

Nelle città greche in particolar modo quelle impostate sulla guerra, tutti i lavori e tutte le professioni  che potevano portare a guadagnare denaro, erano considerati indegni di un uomo libero. Nelle repubbliche greche non si voleva che i cittadini si dedicassero al commercio, all’agricoltura,  alle arti; o che stessero nell’ozio. Essi trovavano una occupazione negli esercizi che dipendevano dalla ginnastica, e in quelli che erano  attinenti alla guerra. Le istituzioni non gliene offrivano altri. I greci erano un popolo di atleti e di  combattenti.

LIBRO   QUINTO   –   LE   LEGGI   DATE   DAL   LEGISLATORE   DEVONO   ESSERE   IN  RELAZIONE COL PRINCIPIO DEL GOVERNO.

CAPITOLO PRIMO – IDEA DI QUESTO LIBRO

Le leggi dell’educazione sono rapportate al principio di ciascun governo e le leggi del legislatore  devono essere rapportate alla società. 

CAPITOLO SECONDO – CHE COS’è LA VIRTU NELLO STATO POLITICO

La virtù nella repubblica è l’amore per essa, l’amore è un sentimento provato in modo uguale da tutti  i suoi cittadini. L’amore della patria si lega ai costumi e così i costumi si legano alla patria.

La virtù, in una repubblica, è cosa semplicissima: è l'amore della repubblica: è un sentimento, e  non una serie di nozioni; l'ultimo cittadino dello Stato può provare, quel sentimento, come il  primo. Una volta che il popolo ha buoni principi, vi si attiene più a lungo dei cosiddetti  gentiluomini. E raro che la corruzione cominci da lui. Esso ha tratto sovente dalla mediocrità  dei propri lumi un attaccamento più forte per quello che è stabilito. L'amore della patria  conduce alla bontà dei costumi, la bontà dei costui porta all'amore della patria. Quanto meno  possiamo soddisfare le nostre passioni particolari, tanto più ci abbandoniamo a quelle generali.  Perché i monaci amano tanto il loro ordine? Proprio per l'aspetto che glielo rende  insopportabile. La regola li priva di tutte le cose su cui si fondano le passioni ordinarie: resta  dunque la passione per la regola stessa che li tormenta. Quanto più è austera, cioè quanto più  riduce le loro inclinazioni, tanto più dà forza a quelle che concede. 

CAPITOLO   TERZO   –   CHE   COS’è     L’AMORE   DELLA   REPUBBLICA   NELLA  DEMOCRAZIA

L’amore  della   repubblica  nella  democrazia  porta   all’  uguaglianza,  questo   limita   l’ambizione  ma  lasciando la felicità di rendere sempre più grandi servigi da parte del cittadino. Non tutti possono  renderle uguali servigi; tutti però  ugualmente gliene devono rendere. Scaturisce così un debito verso  la patria. La repubblica quindi si governerà in modo saggio e felice quanto più i suoi cittadini saranno felici.

L'amore   della   repubblica,   in   una   democrazia,   è   quello   della   democrazia;   l'amore   della  democrazia è quello dell'uguaglianza. L'amore del democrazia è anche l'amore della frugalità.  Dovendo infatti ciascuno avervi la stessa felicità e gli stessi vantaggi, vi deve godere gli stessi  piaceri e formare le stesse speranze; cosa che non si può pretendere che dalla frugalità generale.  L'amore dell'uguaglianza,  in una democrazia,   limita  l'ambizione al  solo desiderio,  alla sola  felicità  di rendere alla patria servigi più  grandi che ogni altro cittadino. Non tutti possono  renderle uguali servigi; tutti però ugualmente gliene devono rendere. Nascendo, si contrae verso  la patria un debito immenso, che non si può mai saldare. Così  le distinzioni vi nascono dal  principio dell'uguaglianza anche quando questa sembra eliminata da fortunati servigi o  da  talenti superiori. (...) 

CAPITOLO QUARTO  –  COME S’ISPIRA  L’AMORE DELL’UGUALIANZA E  DELLA  FRUGALITA.

Nelle monarchie e negli stati dispotici non si tende all’ idea di uguaglianza, in quanto di essa né viene  ignorata l’esistenza, di fatto in tali stati si tende ad aspirare alla superiorità. Questo accadrà anche per  la frugalità. Mentre in una repubblica dove vi siano stabilite leggi si aspirerà all’ uguaglianza e alla frugalità.

L'amore dell'uguaglianza e quello della frugalità sono favoriti in sommo grado dall'uguaglianza  e dalla frugalità stesse, quando si vive in una società in cui le leggi hanno stabilito l'una e l'altra.  Nelle monarchie e negli Stati dispotici nessuno aspira all'uguaglianza; non se ne ha nemmeno  l'idea; ciascuno vi tende alla superiorità.

CAPITOLO QUINTO  –  COME LE LEGGI   STABILISCONO L’UGUALIANZA NELLA  DEMOCRAZIA.

La democrazia   risiede  nell’anima dello  Stato,     e  questa  deve   ridurre   fino  ad  un  certo  punto   le  diseguaglianze tra ricchi e poveri, poiché la democrazia è insita nell’uguaglianza.

Alcuni legislatore antichi, come Licurgo e Romolo, ripartirono le terre in ugual misura. Ciò non  poteva aver luogo che in occasione della fondazione di una nuova repubblica; oppure allorché la  legge antica era tanto corrotta, e gli spiriti in disposizione tale, che i poveri si credevano  costretti a cercare, e i ricchi costretti a soffrire un rimedio siffatto. Se, quando fa una divisione  come questa, il legislatore non da leggi per mantenerla, fa soltanto una costituzione passeggera;  la disuguaglianza rientrerà dal lato che le leggi non avevano impedito, e la repubblica sarà  perduta. Bisogna dunque che si regolino, a questo scopo, le doti delle donne, le donazioni, le  successioni, i testamenti, tutte insomma, le maniere di contrattare. Infatti, se fosse permesso di  donare i propri averi a chi si vuole e come si vuole, ogni volontà privata turberebbe la  disposizione della legge fondamentale. (...) Quantunque, nella democrazia, la vera uguaglianza  sia l'anima dello Stato, nondimeno è tanto difficile stabilirla che non sempre converrebbe una  estrema esattezza in proposito. Basta stabilire un censo che riduca o fissi le differenze fino a un  certo punto; dopo di che sta alle leggi particolari di pareggiare, per così dire, le disuguaglianza,  con i pesi che esse impongono ai ricchi e il sollievo che accordano ai poveri. Non vi sono che le  ricchezze modeste che possano offrire o sopportare questo genere di compensi; (…).

CAPITOLO  SESTO  –   COME LE   LEGGI   DEVONO CONSERVARE  LA   FRUGALITA  NELLA DEMOCRAZIA.

L’uguaglianza degli  averi  conserva la  frugalità  e viceversa.   Il  commercio è  ammesso se rispetta  ad’esempio l’eredità in quote uguali tra i figli; e se comunque il commercio avviene per spendere  soltanto il necessario.

CAPITOLO   SETTIMO   –   ALTRI   MODI   DI   FAVORIRE   IL   PRINCIPIO   DELLA  DEMOCRAZIA.

Nella repubblica non c’è una forza repressiva presente come negli altri governi, e, per supplivi si usa  l’autorità paterna.

CAPITOLO OTTAVO  –   COME LE   LEGGI  DEVONO ESSERE   IN  RAPPORTO COL  PRINCIPIO DEL GOVERNO NELL’ARISTOCRAZIA.

La moderazione è la virtù dell’aristocrazia e le leggi devono impiegare i mezzi più efficaci perché i  nobili   rendano   giustizia   al   popolo.   Se   non   hanno   stabilito   un   tributo,   bisogna   che   esse   stesse  assolvano a tale richiesta. Bisogna moderare le ricchezze dei nobili, attraverso ad’ esempio all’abolizione dell’eredita solo verso  il primogenito, in quanto non fa si che le ricchezze continuino a circolare.

CAPITOLO NONO – COME NELLA MONARCHIA LE LEGGI SONO IN RAPPORTO COL  LORO PRINCIPIO.

Un attenzione particolare va posta alla richiesta di tributi, i quali non devono essere più pesanti degli  stessi pesi fiscali. In quanto genererebbe una catena in cui la pesantezza dei tributi porterebbe alla fatica; la fatica alla  stanchezza e la stanchezza alla pigrizia entrando in un circolo vizioso difficilmente risolvibile.

CAPITOLO DECIMO – DELL’ESECUZIONE NELLA MONARCHIA

Il governo monarchico è avvantaggiato su quello repubblicano in quanto gli affari essendo in mano solo a una persona sono svolti velocemente, anche se le leggi nella forma della monarchia devono conseguentemente risentire di una certa lentezza per non ricorrere in errori frettolosi.

Il governo monarchico ha un grande vantaggio sul repubblicano: gli affari essendovi diretti da  uno   solo,   vi   è  maggior   speditezza  nell'esecuzione.  Ma  siccome questa   speditezza  potrebbe  degenerare   in   precipitazione,   le   leggi   vi  metteranno   una   certa   lentezza.  Esse   devono   non  soltanto favorire la natura di ogni costituzione, ma altresì rimediare agli abusi che potrebbero  risultare da questa medesima natura. (...) 

CAPITOLO UNDICESIMO ­  DELL’ECCELENZA DEL GOVERNO MONARCHICO.

In un governo dispotico, il popolo è guidato da sé stesso, porta sempre le cose all’ ultimo limite  mentre nelle monarchie le cose rarissime sono portate all’eccesso. I monarchi vivono in modo sereno in quanto si attengono alle leggi fondamentali mentre i principi dispotici non disponendo di leggi fondamentali non hanno freno, né per loro né per il proprio popolo.

Il governo monarchico ha un grande vantaggio su quello dispotico. Poiché è proprio della sua  natura che vi siano sotto il principe parecchi ordini che dipendono dalla costituzione, Io Stato è  più stabile, la costituzione più ferma, la persona di chi governa più sicura. (...) Come i popoli  che vivono sotto un buon reggimento politico sono i più felici di quelli che, senza regola e senza  capo, errano nelle foreste; così i monarchi che vivono sotto le leggi fondamentali dei loro Stati,  sono più felici dei principi dispotici, i quali non hanno nulla che ponga una regola al cuore dei  loro popoli, né al loro. 

CAPITOLO DODICESIMO – CONTINUAZIONE DEL MEDESIMO ARGOMENTO

CAPITOLO TREDICESIMO – IDEA DEL DISPOTISMO 

CAPITOLO QUATTORDICESIMO  –  COME LE  LEGGI   SONO  IN  RELAZIONE COL  PRINCIPIO DEL GOVERNO DISPOTICO.

Il governo dispotico ha di base la paura e non comporta l’impiego di molte leggi in quanto è alla  stregua dell’addestramento di un animale. Qui il popolo  tende alla sola conservazione del principe o del suo palazzo ma non si interessa d’altro. La religione in questi stati ha una forte influenza. Per formare un governo moderato bisogna combinare i poteri , regolarli, temperarli, dare a loro un  contrappeso mentre in un governo dispotico non sarà lasciato al lavoro secondo prudenza ma essendo  un seguire le passioni, chiunque né sarà capace.

CAPITOLO QUINDICESIMO ­  CONTINUAZIONE DEL MEDESIMO ARGOMENTO.

La povertà e l’incertezza delle fortune, negli stati dispotici, rendono naturale l’usura, poiché ciascuno  aumenta il prezzo del proprio denaro in proporzione al pericolo che corre prestandolo. Non esistono  in questi stati regole di commercio e ci sono figure che esercitano le ingiustizie di tale forma di  governo; in questo contesto viene anche reso lecito il peculato. Diversamente negli stati moderati, le eventuali confische di beni e terreni renderebbero incerte le  proprietà e spesso non verrebbero puniti i colpevoli. Nelle repubbliche, tali azioni toglierebbero il principio di uguaglianza che né è la linfa di tale forma.

CAPITOLO SEDICESIMO – DELLA TRASMISSIONE DEL POTERE

Nel governo dispotico il potere è nelle mani di una sola persona, mentre nel governo monarchico il  potere viene distribuito ( ma solo una piccola parte) per fare le veci del monarca.

CAPITOLO DICIASSETTESIMO – DEI DONI

Negli stati dispotici le richieste al re avvengono tramite l’usanza di portare in dono dei regali mentre  tale usanza in una repubblica è considerata come una forma odiosa, in quanto la virtù non ne ha  bisogno. In una monarchia l’onore è una caratteristica maggiore e più forte dei doni. Ecco che nello stato dispotico mancano onore e virtù.

CAPITOLO DICIOTTESIMO – DELLE RICOMPENSE CHE DA IL SOVRANO

Nei governi dispotici dove si è spinti dall’appagamento degli agi della vita, il principe deve dare solo  del denaro per ricompensare.  Nelle   repubbliche  il   riconoscimento non sarebbe  in denaro bensì  nel   riconoscimento della  virtù;  poiché se una repubblica o una monarchia ricompensasse con denaro sarebbe il sintomo che tale  forma sarebbe corrotta, con un consequenziale indebolimento del cittadino.

CAPITOLO DICIANNOVESIMO –  NUOVE CONSEGUENZE DEI   PRINCIPI  DEI  TRE  GOVERNI.

Prima domanda : le leggi devono costringere un cittadino ad accettare gli impieghi pubblici? Si nella  repubblica   (   le  magistrature   ,   qui   fungono da   testimonianza  di  virtù)   ;   no nella  monarchia   (   le  magistrature fungono qui da riconoscimenti d’onore). Seconda   domanda:   è   buona   massima   che   un   cittadino   possa   essere   obbligato   ad   accettare,  nell’esercito,   un   posto   inferiore   a   quello   occupato?  Nelle   repubbliche,   si   perché   è   richiesto  un  continuo sacrificio, mentre nelle monarchie non viene accettata la degradazione e infine nei governi  dispotici succede di tutto. Terza   domanda:   si   concederanno   a   una   stessa   persona   gli   impieghi   civili   e  militari?   Si   nelle  repubbliche ( in quanto non c’è distinzione tra il cittadino e il soldato ), no nelle monarchie ( qui il  soldato ha fama di gloria, onore e fortuna e quindi come un entità distinta dal cittadino, ed è cosi un  bene tenere un freno agli incarichi che avrebbe potuto assumere). Quarta domanda: Conviene che le cariche siano veniali? Negli stati dispotici non conviene in quanto  il principe ha bisogno nell’immediatezza di disporre assumendo o licenziando i suoi sudditi. Quinta domanda: in quale governo sono necessari  i  censori? Sono necessari  nella repubblica per  tenere conto di chi disattende la legge mancando quindi di virtù; mentre non servono nelle monarchie  dove chi disattende le leggi è sottoposto alla riprovazione.

LIBRO OTTAVO – DELLA CORRUZIONE DEI PRINCIPI DEI TRE GOVERNI

CAPITOLO PRIMO – IDEA GENERALE DI QUESTO LIBRO

La corruzione di ogni governo comincia quasi sempre con quella dei principi.

La corruzione di ogni governo comincia quasi sempre con quella dei princìpi. 

CAPITOLO   SECONDO   –   DELLA   CORRUZIONE   DEL   PRINCIPIO   DELLA  DEMOCRAZIA.

il principio della democrazia si corrompe non soltanto quando si perde lo spirito di uguaglianza, ma  anche quando si assume uno spirito di uguaglianza estrema, e ciascuno vuole essere uguale a quelli  che elegge per comandarlo. Il popolo, di conseguenza vorrà fare tutto da sé, fino al giudicare o al  emanare direttive, ma il caos prodotto verrà  da esso amato in quanto poi avvertirà   il  comando e  l’obbedienza come un peso. Il popolo è facile nel cadere in tale sbaglio quando coloro che dovrebbero  rappresentarlo non lo fanno e cercano di nascondere la corruzione; e per farlo i loro rappresentanti  non parlano della grandezza per smorzare la loro ambizione. In questa situazione chi già era corrotto  non farà altro che corrompere altre persone e il popolo avrà elargito tutto il denaro pubblico; cosi che  alla fine quando si renderà conto della cattiva gestione dovuta anche alla sua pigrizia vorrà gestire da  sé i suoi affari e trasformare la propria povertà nei lussi non goduti. La   democrazia   deve   dunque   evitare   due   eccessi:   lo   spirito   di   disuguaglianza   che   la   porta  all’aristocrazia   o   al   governo   di   uno   solo;   e   lo   spirito   di   uguaglianza   estrema,   che   conduce   al  dispotismo di uno solo.

Il principio della democrazia si corrompe non soltanto quando si perde lo spirito di  uguaglianza, ma anche quando si assume uno spirito di uguaglianza estrema e ciascuno vuol  essere uguale a quelli che elegge per comandarlo. Il popolo allora, non potendo tollerare  nemmeno il potere che conferisce esso stesso, vuole fare tutto da sé, deliberare al posto del  senato, eseguire al posto dei magistrati e desautorare i giudici tutti. Non può più esserci virtù  nella repubblica. Il popolo vuole fare le funzioni dei magistrati; quindi non li rispetta più. Le  deliberazioni del senato non hanno più peso; quindi non si ha più riguardo per i senatori e in  conseguenza per i vecchi. Quando non si ha rispetto per i vecchi, non se ne avrà nemmeno per i  padri; i mariti non meritano più deferenza, né i padroni sottomissione. Tutti arriveranno ad  amare questo disordine; il comando sarà di peso come l'obbedienza. Le donne, i fanciulli, gli  schiavi non vorranno più essere sottomessi a nessuno. Non ci saranno più buoni costumi, non  più amore dell'ordine, infine, non più virtù. (...) Il popolo cade in questa sciagura quando coloro  ai quali si affida, volendo nascondere la loro corruzione, cercano di corromperlo. Perché non  veda la loro ambizione, non gli parlano che della sua grandezza; perché non si accorga della  loro avarizia, lusingano senza posa la sua. La corruzione aumenterà fra i corruttori e  aumenterà fra coloro che sono già corrotti. Il popolo si distribuirà tutto il pubblico denaro; e  quando avrà unito alla sua pigrizia la gestione degli affari, vorrà unire alla sua povertà i  divertimenti propri del lusso. Ma con la sua pigrizia e la sua smania di lusso, soltanto il tesoro  dello Stato potrà essere un obiettivo per lui. Non ci sarà da stupire se vi si vedranno i suffragi  dati per denaro. Non si può dar molto al popolo senza prendergli anche di più, ma per prendere  da lui bisogna rovesciare lo Stato. Quanto maggiore sarà il vantaggio che gli sembrerà trarre  dalla sua libertà, tanto più si avvicinerà al momento in cui deve perderla. Si creano dei piccoli  tiranni che avranno tutti i difetti di uno solo. In breve, quanto rimane di libertà diviene 

insopportabile; si afferma un solo tiranno, e il popolo perde tutto, perfino i vantaggi della  propria corruzione. La democrazia deve dunque evitare due eccessi: lo spirito di disuguaglianza  che la porta all'aristocrazia o al governo di uno solo; e lo spirito di uguaglianza estrema che  conduce al dispotismo di uno solo, come il dispotismo di uno solo finisce con la conquista. (...) 

CAPITOLO TERZO – DELLO SPIRITO DI ESTREMA UGUAGLIANZA

Nello stato naturale gli uomini nascono nell’uguaglianza, ma non possono rimanervi. La società gliela  toglie e non può più essere ri attribuita dalla legge. La differenza fra la democrazia ben regolata si è uguali come cittadini mentre in una non regolata si è  uguali tra ranghi.

CAPITOLO QUARTO – CAUSA PARTICOLARE DELLA CORRUZIONE DEL POPOLO

I grandi successi del popolo portano ad un orgoglio tale che non è più possibile governarlo.

CAPITOLO QUINTO – DELLA CORRUZIONE DEL PRINCIPIO DELL’ARISTROCAZIA.

Nell’aristocrazia i nobili ereditari avranno un governo meno violento ma esso sarà vittima di uno  spirito di pigrizia e abbandono che porterà lo stato ad non avere più le energie necessarie.

L'aristocrazia si corrompe allorché il potere dei nobili diventa arbitrario: non può più esserci  virtù né in chi governa né in chi è governato. Quando le famiglie regnanti osservano le leggi, si  ha una monarchia che ha parecchi monarchi e che è ottima di sua natura; quasi tutti questi  monarchi sono legati dalle leggi. Ma quando non le osservano è come uno Stato dispotico che  abbia parecchi despoti. In questo caso la repubblica non esiste che per i nobili, e fra loro  soltanto. Essa è nel corpo che governa, e lo Stato dispotico è nel corpo che è governato: il che  costituisce i due corpi più disunti del mondo. L'estrema corruzione si ha quando i nobili  diventano ereditari: non conoscono più nessuna moderazione, ma la loro sicurezza diminuisce;  se sono più numerosi, il loro potere è minore e maggiore la loro sicurezza; di modo che il potere  va crescendo e la sicurezza diminuendo fino al despota che ha su di sé l'eccesso del potere e del  pericolo. Il gran numero di nobili nell'aristocrazia ereditaria renderà dunque il governo meno  violento; ma poiché vi sarà poca virtù, si cadrà in uno spirito d'indolenza, di pigrizia, di  abbandono, per opera del quale lo Stato non avrà più né forza né energia. Un'aristocrazia può.  mantenere la forza del suo principio se le leggi sono tali da far sentire ai nobili i pericoli e le  fatiche del comando più che le sue delizie; e se lo Stato è in siffatta condizione da aver qualche  cosa da temere; e se la sicurezza nasce dall'interno e l'incertezza dall'esterno. (...) 

CAPITOLO SESTO – DELLA CORRUZIONE DEL PRINCIPIO DELLA MONARCHIA

La monarchia va in rovina quando affida le funzioni che aspetterebbero ad alcuni attribuendole ad  altri e quando il principe raduna sotto se stesso l’intero potere. O quando il principe disconosce la sua  autorita /posizione /o amore verso il suo popolo. Quindi quando il principe non pensi di essere al  sicuro.

Come le democrazie vanno in rovina quando il popolo spoglia delle loro funzioni il senato, i  magistrati e i giudici, così le monarchie si corrompono quando a poco a poco vi vengono  soppresse le prerogative degli ordini e i privilegi delle città. Nel primo caso si va al dispotismo di  tutti, nell'altro al dispotismo di uno solo. La monarchia va in rovina quando un principe crede  di mostrare meglio il proprio potere mutando l'ordine delle cose piuttosto che seguendolo;  quando toglie le funzioni che spettano naturalmente agli uni per darle arbitrariamente ad altri,  e quando è più innamorato delle sue fantasie che delle sue volontà. La monarchia va in rovina  quando il principe, avocando tutto unicamente a se stesso, restringe lo Stato alla sua capitale, la  capitale della corte, e la sua corte alla sua sola persona. Infine, essa va in rovina quando un  principe disconosce la sua autorità, la sua posizione, l'amore dei suoi popoli; e quando non si  rende ben conto che un monarca deve giudicarsi al sicuro come un despota deve reputarsi in  pericolo. 

CAPITOLO SETTIMO – CONTINUAZIONE DELLO STESSO ARGOMENTO.

Il principio della monarchia viene corrotto quando il principe muta la propria giustizia in severità e  quando le persone credono di dovere al principe e nulla alla patria.

CAPITOLO   OTTAVO   –   PERICOLO   DELLA   CORRUZIONE   DEL   PRINCIPIO   DEL  GOVERNO MONARCHICO.

Se per un lungo abuso di potere si arrivasse al dispotismo, non terrebbero nessun costume e la natura  umana né risentirebbe.

CAPITOLO NONO – QUANDO LA NOBILTA SIA PORTATA A DIFENDERE IL TRONO.

CAPITOLO   DECIMO   –   DELLA   CORRUZIONE   DEL   PRINCIPIO   DEL   GOVERNO  DISPOTICO.

il   governo  dispotico   essendo   corrotto   nella   sua  natura   non   si  mantiene  quando   a   seguito   della  religione, del clima… debba seguire un certo ordine e sottostare a delle regole.

Il principio del governo dispotico si corrompe senza posa perché è corrotto per la sua stessa  natura. (...) 

Vi sono in ogni Stato tre specie di poteri: il potere legislativo, il potere esecutivo delle cose che  dipendono dal diritto delle genti, ed il potere esecutivo delle cose che dipendono dal diritto  civile. Grazie al primo, il principe o il magistrato fa delle leggi per un certo tempo o per sempre  e emenda o abroga quelle che sono già fatte. Grazie al secondo, fa la pace o la guerra, invia o  riceve ambasciate, organizza la difesa, previene le invasioni. Grazie al terzo, punisce i delitti, o  giudica le controversie dei privati. Chiameremo quest'ultimo potere giudiziario e l'altro  semplicemente potere esecutivo dello Stato. La libertà politica è quella tranquillità di spirito che  la coscienza della propria sicurezza dà a ciascun cittadino; e condizione di questa libertà è un  governo organizzato in modo tale che nessun cittadino possa temere un altro. Quando nella  stessa persona o nello stesso corpo di magistratura, il potere legislativo è unito al potere  esecutivo, non esiste libertà; perché si può temere che lo stesso monarca o lo stesso senato  facciano delle leggi tiranniche per eseguirle tirannicamente. E non vi è libertà neppure quando  il potere giudiziario non è separato dal potere legislativo o da quello esecutivo. Se fosse unito al  potere legislativo, il potere sulla vita e sulla libertà dei cittadini sarebbe arbitrario: poiché il  giudice sarebbe il legislatore. Se fosse unito al potere esecutivo, il giudice potrebbe avere la  forza di un oppressore. Tutto sarebbe perduto se un'unica persona o un unico corpo di notabili,  di nobili o di popolo esercitasse questi tre poteri: quello di fare le leggi, quello di eseguire le  risoluzioni pubbliche e quello di punire i delitti o le controversie dei privati.

Nella maggior parte dei regni europei, il governo è moderato, perché il principe, che ha i due  primi poteri, lascia ai propri sudditi l'esercizio del terzo. Presso i Turchi, dove questi tre poteri  sono riuniti nella persona del sultano, regna uno spaventoso dispotismo. Poiché, in uno Stato libero, ogni uomo presumibilmente dotato di uno spirito libero deve  governarsi da sé, bisognerebbe che tutto il popolo esercitasse il potere legislativo. Ma essendo  ciò impossibile nei grandi Stati e soggetto a molti inconvenienti nei piccoli, occorre che il popolo  faccia per mezzo dei suoi rappresentanti tutto ciò che non può fare da sé. Il grande vantaggio  dei rappresentanti sta nel fatto che essi sono capaci di discutere i problemi di interesse pubblico.  Il popolo non è per nulla adatto ad un tal compito, ed è questo uno dei grandi inconvenienti  della democrazia. Un vizio fondamentale della maggior parte delle repubbliche antiche era che  il popolo aveva il diritto di prendere delle risoluzioni attive, che richiedevano una esecuzione,  cosa di cui è assolutamente incapace. Esso deve entrare nel governo solo per scegliere i propri  rappresentanti, il che è pienamente alla sua portata. Il corpo rappresentativo non deve essere  scelto per prendere risoluzioni attive, cosa che non potrebbe far bene, ma per fare delle leggi o  per garantire la buona esecuzione di quelle che egli ha fatto, cosa che può benissimo fare, che  nessun altro, anzi, può far meglio. In uno Stato vi sono sempre delle persone che si distinguono  per nascita, ricchezze ed onori; se fossero confuse tra il popolo e non avessero che una voce  come gli altri, la libertà comune si cambierebbe per loro in schiavitù, e non avrebbero alcun  interesse a difenderla, perché la maggior parte della risoluzione sarebbe contro di loro. La parte  che costoro hanno nella legislazione deve essere dunque proporzionata agli altri vantaggi di cui 

godono nello Stato. A tale scopo essi debbono formare un corpo che abbia il diritto di arginare  le azioni del popolo, così come il popolo ha il diritto di arginare le loro. Il potere legislativo sarà  quindi affidato sia al corpo dei nobili, sia al corpo eletto per rappresentare il popolo; entrambi  avranno le loro assemblee e le loro deliberazioni separate, e punti di vista ed interessi pure  separati.

Dei tre poteri di cui abbiamo parlato, quello giudiziario è in un certo senso nullo. Ne restano  dunque soltanto due, e poiché hanno bisogno di un potere moderatore che li freni, sarà la parte  del corpo legislativo composta di nobili ad assolvere adeguatamente tale funzione. Il potere  esecutivo deve essere nelle mani di un monarca, perché questa parte del governo, che richiede  quasi sempre un'azione immediata, è amministrata meglio da uno solo che da molti; mentre il  compito del potere legislativo spesso è assolto meglio da molti che non da uno solo. Che se non vi  fosse alcun monarca, e il potere esecutivo fosse affidato ad un certo numero di persone, tratte  dal corpo legislativo, non vi sarebbe più libertà: i due poteri verrebbero, infatti, a trovarsi uniti,  in   quanto   le   stesse   persone   talvolta   parteciperebbero,   o   comunque   potrebbero   sempre  partecipare, a entrambi i poteri. Se il potere esecutivo non ha il diritto di arrestare le azioni del  corpo legislativo, questo diverrà dispotico: infatti, una volta che sia in grado di attribuirsi tutto  il potere che vuole, annienterà tutti gli altri poteri. Ma non bisogna che, inversamente, il potere  legislativo abbia la facoltà di arrestare il potere esecutivo. Infatti, è inutile limitare l'esecuzione,  che già di per sé è limitata; inoltre il potere esecutivo si esercita su cose contingenti. Il potere dei  tribuni di Roma era viziato dal fatto che poteva arrestare, non solo la legislazione ma anche  1'esecuzione: il che causa gravi mali. Pure, se in uno Stato libero il potere legislativo non deve  avere il diritto di arrestare il potere esecutivo, ha tuttavia il diritto e deve avere la facoltà di  esaminare in qual modo le leggi che ha emanate siano state eseguite.

CAPITOLO   UNDICESIMO   –   EFFETTI   NATURALI   DELLA   BONTA   E   DELLA  CORRUZIONE DEI PRINCIPI.

Una volta corrotti i principi di un governo, le leggi migliori diventano cattive ritorcendosi contro lo  stato e viceversa quando le leggi sono cattive sortiscono allo stato un effetto buono.

CAPITOLO DODICESIMO – CONTINUAZIONE DELLO STESSO ARGOMENTO.

Quando una repubblica è corrotta si può solo sopprimere la corruzione.

CAPITOLO   TREDICESIMO  –   EFFETTI   DEL  GIURAMENTO  PRESSO  UN   POPOLO  VIRTUOSO.

CAPITOLO QUATTORDICESIMO – COME IL PIU PICCOLO CAMBIAMENTO NELLA  COSTITUZIONE TRAE SECO LA ROVINA DEI PRINCIPI.

CAPITOLO QUINDICESIMO – MEZZI EFFICACISSIMI PER LA CONVERSIONE DEI  TRE PRINCIPI.

CAPITOLO SEDICESIMO – CARATTERI DISTINTIVI DELLA REPUBBLICA.

La repubblica per  natura è   adatta  ad avere un piccolo  territorio  per  non caricare  di  problemi   il  cittadino, perché in una piccola repubblica il cittadino si sentirà felice mentre in una grande il bene  comune verrà sacrificato. Le altre forme di governo non sono adatte ad avere confini limitati ad una città.

CAPITOLO DICIASETTESIMO – CARATTERI DISTINTIVI DELLA MONARCHIA.

Lo stato monarchico deve avere una media grandezza, perché piccolo sarebbe una repubblica mentre  se fosse molto esteso i poteri delegati si svicolerebbero dall’influenza del re.

CAPITOLO DICIOTTESIMO – LA MONARCHIA DI SPAGNA SI TROVA IN UN CASO  PARTICOLARE.

Tale monarchia per conservare l’America distrusse i suoi abitanti.

CAPITOLO   DICIANNOVESIMO   –   CARATTERI   DISTINTIVI   DEL   GOVERNO  DISPOTICO.

Un grande impero necessita di un’autorità dispotica che attraverso la paura impedisca la negligenza  del governo.

CAPITOLO VENTESIMO – CONSEGUENZE DEI CAPITOLI PRECEDENTI

Piccolo stato = repubblica Medio stato = monarchia Grande stato = despota Per conservare queste forme di governo bisogna mantenere i confini originari.

CAPITOLO VENTUNESIMO – DELL’IMPERO CINESE.

La cina è uno stato dispotico che si basa sulla paura e che solo in alcune dinastie si è leggermente  discostato da quello spirito.

PARTE SECONDA

LIBRO   NONO   –   DELLE   LEGGI   NEL   RAPPORTO   CHE  HANNO   CON   LA   FORZA  DIFENSIVA.

Una repubblica piccola viene distrutta da una forza straniera mentre se la repubblica è  grande si  autodistrugge per problemi interni. 

CAPITOLO SECONDO – LA COSTITUZIONE FEDERALE D’EVESSERE COMPOSTA DI  STATI DELLA MEDESIMA NATURA, SOPRATTUTTO DI STATI REPUBBLICANI.

Lo spirito della monarchia è   la guerra e  l’aggressione;  lo spirito della repubblica è   la pace e  la  moderazione. In una repubblica federativa questi due tipi di governo non possono sussistere se non in  maniera forzata.

CAPITOLO TERZO – ALTRE COSE RICHIESTE NELLA REPUBBLICA FEDERATIVA

È difficile che gli stati che si associano nella repubblica federativa abbiano tutti la stessa grandezza e  potenza.

CAPITOLO QUARTO – COME GLI STATI DISPOTICI PROVVEDEVANO ALLA LORO  SICUREZZA.

Le repubbliche si uniscono per essere più sicure mentre gli stati dispotici stanno isolati. Lo stato dispotico si conserva attraverso la separazione, cioè mettendo le provincie remote nelle mani  di un principe che ne sia feudatario.

CAPITOLO   QUINTO   –   COME   LA   MONARCHIA   PROVVEDE   ALLA   PROPRIA  SICUREZZA.

La monarchia non si distrugge da sé come lo stato dispotico, ma potrebbe invece subire invasioni. La  monarchia avrà delle difese (piazze forti , che non ha lo stato dispotico) su tutto il territorio mentre gli  stati dispotici si invadono a vicenda.

CAPITOLO SESTO – DELLA FORZA DIFENSIVA DEGLI STATI IN GENERALE

Nelle conquiste,  l’esercito vittorioso se non trova grandi resistenze avanza velocemente fino alla  capitale (dove vi pone l’assedio). Gli individui nella città conquista che si mostrano fedeli sono una  conseguenza del sentire la punizione vicino a loro, ma appena essa svanisce essi non saranno piu  fedeli . Quindi il principe non è potente perché è veloce nel conquistare ma perché risulta difficile attacarlo.

CAPITOLO SETTIMO – RIFLESSIONI

CAPITOLO   OTTAVO   –   CASI   IN   CUI   LA   FORZA   DIFENSIVA   DI   UNO   STATO   è  INFERIORE ALLA SUA FORZA OFFENSIVA

CAPITOLO NONO – DELLA FORZA RELATIVA DEGLI STATI

Qualunque grandezza – forza­ potenza è relativa, nell’intento però di aumentare la grandezza reale  bisogna prestare attenzione che non si diminuisca la grandezza relativa.

CAPITOLO DECIMO – DELLA DEBOLEZZA DEGLI STATI VICINI

Quando uno stato vicino è in decadenza, bisogna affrettare la sua rovina cosi da aumentare la propria  potenza.

LIBRO DECIMO –  DELLE LEGGI NEL RAPPORTO CHE HANNO CON LA FORZA  OFFENSIVA

CAPITOLO PRIMO – DELLA FORZA OFFENSIVA

La forza offensiva è regolata dal diritto delle genti, in particolare dalla legge politica delle nazioni e  dei rapporti con le altre nazioni.

CAPITOLO SECONDO – DELLA GUERRA

Gli stati (come gli uomini) hanno il diritto di uccidere in caso di difesa naturale e di proporre la  guerra per  auto conservarsi. Quanto più è piccola una città , quanto più essa ha il diritto di attaccare per auto conservarsi,  in  quanto essa sarà una più facile preda.

CAPITOLO TERZO – DEL DIRITTO DI CONQUISTA

Il conquistatore ha 4 diritti sul popolo conquistato : la legge di natura, che fa si che tutto tende alla  conservazione della specie; la legge del lume naturale, che vuole che facciamo agli altri quello che  vorremo fosse fatto a noi; la legge che forma la società politiche, le quali sono tali che la natura non  ne ha limitato la durata; infine, la legge tratta dalla situazione stessa. Uno stato che ne ha conquistato un altro, può trattarlo in quattro modi:

1) continua a governarlo secondo le sue leggi, e non si arroga che l’esercizio del governo politico  e civile, 

2) gli da un nuovo governo politico e civile 3) distrugge la struttura sociale e la disperde in altre 4) stermina tutti i cittadini

Una volta conquistato , il conquistatore non ha più diritto di uccidere perché non si trova più nel caso  di difesa naturale (autoconservazione). Altrettanto vale per la riduzione in servitù  quando questa sia  necessaria per la conservazione, anche se essa non deve essere un mezzo, perché è lecita durante la  conquista, al termine di essa, non lo è più in quanto le consuetudini dei due popoli si sono fuse.

CAPITOLO QUARTO – ALCUNI VANTAGGI DEL POPOLO CONQUISTATO

CAPITOLO QUINTO – GELONE, RE DI SIRACUSA

CAPITOLO SESTO – DI UNA REPUBBLICA CHE CONQUISTA

CAPITOLO SETTIMO – CONTINUAZIONE DELLO STESSO ARGOMENTO

CAPITOLO OTTAVO – CONTINUAZIONE DELLO STESSO ARGOMENTO

CAPITOLO NONO – D’UNA MONARCHIA CHE CONQUISTA INTORNO A SE

CAPITOLO   DECIMO   –   D’UNA   MONARCHIA   CHE   CONQUISTA   UN’   ALTRA  MONARCHIA

Quando una monarchia conquista un'altra monarchia, quest’ultima più piccola è , meglio sarà la sua  gestione come potrebbe essere una fortezza, mentre più sarà grande , di conseguenza verrà trattata  come una colonia.

CAPITOLO UNDICESIMO – DEI COSTUMI DEL POPOLO VINTO

Nelle conquiste, più che lasciare al popolo vinto le sue leggi, è opportuno lasciare i suoi costumi.

CAPITOLO DODICESIMO – DI UNA LEGGE DI CIRO

CAPITOLO TREDICESIMO – CARLO XII

CAPITOLO QUATTORDICESIMO – ALESSANDRO

CAPITOLO QUINDICESIMO – ALTRI MEZZI PER CONSERVARE LA CONQUISTA

In Cina , venne usato come metodo per conservare la conquista, il comporre sia il corpo militare che i  tribunali in parti uguali, meta cinesi – meta tartari. I benefici furono: 1) le due nazioni si tengono a freno l’una con l’altra

2) mantengono tutte e due la potenza militare e civile, l’una non è annientata dall’altra 3) la nazione conquistatrice può spargersi ovunque senza indebolirsi e senza perdersi

CAPITOLO SEDICESIMO – DI UNO STATO DISPOTICO CHE CONQUISTA

Se la conquista è immensa, presuppone il dispotismo. L’esercito sarà sparso nelle varie provincie ma  attorno   al   principe   ci   sarà   sempre   un   piccolo   corpo   fidato   che  metterà   ordine   nelle   eventuali  insurrezioni. Questo corpo terrà a freno le altre.

CAPITOLO DICIASSETTESIMO – CONTINUAZIONE DELLO STESSO ARGOMENTO

LIBRO UNDICESIMO – DELLE LEGGI CHE DETERMINANO LA LIBERTA POLITICA  NEI SUOI RAPPORTI CON LA COSTITUZIONE

CAPITOLO PRIMO – IDEA GENERALE

Distinzione leggi che determinano la liberta politica in rapporto con la sua costituzione e leggi sulla  libertà politica nel rapporto col cittadino.

Distinguo le leggi che fondano la libertà politica nel. suo rapporto con la costituzione, da quelle  che la fondano nel suo rapporto con il cittadino. Le prime saranno argomento del presente  libro, tratterò delle seconde nel libro seguente.

CAPITOLO SECONDO – SIGNIFICATI DIVERSI DATI ALLA PAROLA LIBERTA

La libertà nel tempo ha avuto diverse definizioni anche in relazione alla forma di governo conosciuta  dai cittadini, ma col tempo la libertà ha portato a confondere il potere del popolo con la libertà del  popolo.

CAPITOLO TERZO – COS’è LA LIBERTà

La libertà politica non consiste nel fare ciò che si vuole, difatti la libertà è il diritto di fare tutto quello  che le leggi permettono, rispettando i limiti ( i divieti ) imposti dalla legge.

CAPITOLO QUARTO – CONTINUAZIONE DELLO STESSO ARGOMENTO

CAPITOLO QUINTO – DELL’OGGETTO DEI DIVERSI STATI

CAPITOLO SESTO DELLA COSTITUZIONE DELL’INGHILTERRA

Ogni stato ha tre generi di poteri : il potere legislativo, il potere esecutivo (d cui dipende il diritto  delle genti) e il potere esecutivo ( da cui deriva il diritto civile).

CAPITOLO SETTIMO – DELLE MONARCHIE CHE CONOSCIAMO

Le monarchie  hanno una distribuzione diversa  del  potere  politico che a   seconda di  come viene  distribuito, la libertà politica, potrà portare e degenerare (una monarchia) in dispotismo.

CAPITOLO OTTAVO – perché GLI ANTICHI NON AVEVANO UN’IDEA CHIARA DELLA  MONARCHIA.

CAPITOLO NONO – MODO DI PENSARE D’ARISTOTELE 

Esso stabilisce 5 tipi  di  monarchia,  senza distinguere la forma della costituzione, ma osservando  particolari incidentali. Ma gli antichi che ignoravano il concetto di tripartizione del potere non potevano comprendere l’idea  di monarchia.

CAPITOLO DECIMO – MODO DI PENSARE DI ALTRI UOMINI POLITICI

CAPITOLO UNDICESIMO – DEI RE DEI TEMPI EROICI PRESSO I GRECI

A quel tempo i tre poteri erano mal distribuiti, un errore comune fù che il principe non aveva ancora  compreso l’importanza di nominare i giudici e non di fare lui le vesti del giudice.

CAPITOLO DODICESIMO – DEL GOVERNO DEI RE DI ROMA, E COME VI FURONO  DISTRUTTI I TRE POTERI.

CAPITOLO TREDICESIMO – RIFLESSIONI GENERALI SULLO STATO DI ROMA DOPO  LA CADUTA DEI RE

Uno stato può cambiare in due maniere : o perché la costituzione si corregge, o perché si corrompe.  Se ha conservato i suoi principi, e la costituzione cambia è segno che si corregge: se ha perduto i suoi  principi, quando la costituzione viene a cambiare, è segno che si corrompe.

CAPITOLO QUATTORDICESIMO  –   COME LA  DISTRIBUZIONE DEI   TRE   POTERI  COMINCIO A CAMBIARE DOPO LA CACCIATA DEI RE.

CAPITOLO QUINDICESIMO –  COME,  NEL FIORIRE DELLA REPUBBLICA,  ROMA  PERDETTE A UN TRATTO LA LIBERTA

CAPITOLO   SEDICESIMO   –   DEL   POTERE   LEGISLATIVO   NELLA   REPUBBLICA  ROMANA.

CAPITOLO   DICIASSETTESIMO   –   DEL   POTERE   ESECUTIVO   NELLA   STESSA  REPUBBLICA.

CAPITOLO DICIOTTESIMO – DEL POTERE GIUDIZIARIO NEL GOVERNO DI ROMA

CAPITOLO DICIANNOVESIMO – DEL GOVERNO DELLE PROVINCIE ROMANE

CAPITOLO VENTESIMO – FINE DI QUESTO LIBRO

LIBRO DODICESIMO – DELLE LEGGI CHE DETERMINANO LA LIBERTA POLITICA  NEL SUO RAPPORTO COL CITTADINO

CAPITOLO PRIMO – IDEA DI QUESTO LIBRO

La libertà politica nel rapporto con la costituzione è formata da una distribuzione dei poteri mentre la  libertà politica nel rapporto con il cittadino consiste nell’idea di sicurezza effettiva o percepita dal  cittadino. La liberta politica nel rapporto con il cittadino la si può rinvenire nei suoi costumi, usi,  maniere… Le leggi particolari possono danneggiare o limitare il principio di libertà.

CAPITOLO SECONDO – DELLA LIBERTA DEL CITTADINO

La libertà politica consiste nella sicurezza, o nell’opinione che si ha della propria sicurezza. La libertà  politica   nella   sua   espressione   dipende   dalle   leggi   penali   che   possono   restringere   la   libertà   del  cittadino.

CAPITOLO TERZO – CONTINUAZIONE DELLO STESSO ARGOMENTO

CAPITOLOO QUARTO – LA LIBERTA è FAVORITA DALLA NATURA DELLE PENE E  DALLA LORO PROPORZIONE.

La liberta si ha quando le leggi penali traggono ogni pena dalla natura particolare del delitto (quindi  non sono un capriccio del legislatore); vi sono quattro generi di delitti:

1) quelli della prima specie offendono la religione 2) quelli della seconda offendono i costumi 3) quelli della terza offendono la tranquillità 4) quelli della quarta offendono la sicurezza dei cittadini

Le pene devono derivare dalla natura di queste specie.

CAPITOLO   QUINTO   –   DI   CERTE   ACCUSE   CHE   HANNO   PARTICOLARMENTE  BISOGNO DI MODERAZIONE E DI PRUDENZA

CAPITOLO SESTO – DEL DELITTO CONTRO LA NATURA

CAPITOLO SETTIMO – DEL DELITTO DI LESA MAESTà 

Le leggi della cina stabiliscono che chiunque manchi di rispetto all’imperatore debba essere punito  con la morte. Siccome non precisano che cosa sia questa mancanza di rispetto, tutto può offrire un  pretesto per togliere la vita a chi si vuole. Basta che il diritto di lesa maesta sia vago, perché  il  governo degeneri in dispotismo.

CAPITOLO OTTAVO – DELLA CATTIVA APPLICAZIONE DEL NOME DI DELITTO DI  SACRILEGIO E DI LESA MAESTA

CAPITOLO NONO – CONTINUAZIONE DELLO STESSO ARGOMENTO

CAPITOLO DECIMO – CONTINUAZIONE DELLO STESSO ARGOMENTO

CAPITOLO UNDICESIMO – DEI PENSIERI

CAPITOLO DODICESIMO – DELLE PAROLE INDISCRETE

CAPITOLO TREDICESIMO – DEGLI SCRITTI

CAPITOLO QUATTORDICESIMO –  VIOLAZIONE DEL PUDORE NELA PUNIZIONE  DEI DELITTI

Esistono regole di pudore osservate in tutte le nazioni del mondo.

CAPITOLO QUINDICESIMO – DELL’AFFRANCAMENTO DELLO SCHIAVO PERCHE  ACCUSI IL PADRONE

CAPITOLO SEDICESIMO –LA CALUNNIA DEL DELITTO DI LESA MAESTA

CAPITOLO DICIASETTESIMO – DEL DENUNCIARE LE COSPIRAZIONI

CAPITOLO   DICIOTTESIMO   –   COME   SIA   PERICOLOSO   NELLE   REPUBBLICHE  PUNIRE SOVERCHIAMENTE IL DELITTO DI LESA MAESTA

Una   repubblica   ha   annientato   coloro   che   volevano   rovesciare   la   forma   di   governo,  ma   a   tale  comportamento corrisponde un immediato bisogno di mettere fine alle vendette e pene imposte. Grandi punizioni non possono essere imposte ai cittadini che hanno subito grandi cambiamenti, è  meglio mediare e limitare tali sanzioni.

CAPITOLO   DICIANNOVESIMO   –   COME   SI   SOSPENDE   L’USO   DELLA   LIBERTA  NELLA REPUBBLICA

CAPITOLO   VENTESIMO   –   DELLE   LEGGI   FAVOREVOLI   ALLA   LIBERTà   DEL  CITTADINO NELLA REPUBBLICA

Spesso negli stati popolari le accuse sono pubbliche e chiunque può accusare chi vuole, ma a questo  metodo devono essere poste delle leggi per proteggere i cittadini innocenti.

CAPITOLO   VENTUNESIMO   –   DELLA   CRUDELTA   DELLE   LEGGI   RIGUARDO   AI  DEBITORI NELLA REPUBBLICA.

CAPITOLO   VENTIDUESIMO   –   DELLE   COSE   CHE   ATTENTANO   ALLA   LIBERTA  NELLA MONARCHIA

Un principe vede inutile l’utilizzo dei commissari.

CAPITOLO VENTITRESIMO – DELLE SPIE NELLA MONARCHIA

Lo spionaggio sarebbe tollerabile se fosse esercitato da gente onesta. Un principe dovrebbe riporre  fiducia nei suoi sudditi e non nutrire paure.

CAPITOLO VENTIQUATTRESIMO – DELLE LETTERE ANONIME

CAPITOLO VENTICINQUESIMO – NEL MODO DI GOVERNARE NELLA MONARCHIA.

CAPITOLO   VENTISEIESIMO   –   NELLA  MONARCHIA   IL   SOVRANO   DEV’ESSERE  ACCESSIBILE

CAPITOLO VENTISETTESIMO – DEI COSTUMI DEL MONARCA.

I costumi del monarca contribuiscono alla libertà nella stessa misura delle leggi.

CAPITOLO VENTOTTESIMO – DEI RIGUARDI CHE I MONARCHI DEVONO AI LORO  SUDDITI

CAPITOLO VENTINOVESIMO – DELLE LEGGI CIVILI ATTE A IMMETERE UN PO DI  LIBERTA NEL GOVERNO DISPOTICO

CAPITOLO TRENTESIMO ­ CONTINUAZIONE DELLO STESSO ARGOMENTO

PARTE TERZA

LIBRO QUINDICESIMO –  COME LE LEGGI DELLA SCHIAVITU CIVILE SONO IN  RELAZIONE CON LA NATURA DEL CLIMA

CAPITOLO PRIMO – DELLA SCHIAVITU CIVILE

La schiavitù fa divenire un uomo una proprietà, ma pecca di virtu da parte dello schiavo. La schiavitù  risulta pero leggermente più accettabile nei governi dispotici, in quanto i cittadini si accontentano dei  mezzi di sussistenza e della vita. Nel governo monarchico non c’è il bisogno di schiavi. Nella democrazia, dove vige l’uguaglianza e nella aristocrazia la schiavitù è contro lo spirito della  costituzione. CAPITOLO   SECONDO   –   ORIGINE   DEL   DIRITTO   DI   SCHIAVITU   SECONDO   I  GIURECONSULTI ROMANI 

CAPITOLO TERZO – ALTRA ORIGINE DEL DIRITTO DI SCHIAVITU

CAPITOLO QUARTO – ALTRA ORIGINE DEL DIRITTO DI SCHIAVITU

CAPITOLO QUINTO – DALLA SCHIAVITU DEI NEGRI

CAPITOLO SESTO – VERA ORIGINE DEL DIRITTO DI SCHIAVITU

CAPITOLO SETTIMO – ALTRA ORIGINE DEL DIRITTO DI SCHIAVITU

CAPITOLO OTTAVO – INUTILITA DELLA SCHIAVITU FRA DI NOI  

Necessita di limitazione la schiavitu

CAPITOLO NONO – DELLE NAZIONI NELLE QUALI è GENERALMENTE STABILITA  LA LIBERTA CIVILE

CAPITOLO DECIMO – DIVERSE SPECIE DI SCHIAVITU

Due tipi di schiavitù ci sono: la reale e la personale. La reale è quella che vincola lo schiavo alla terra, la si ritrova nei popoli semplici. La servitù personale riguarda il ministero della casa ed è più attinente alla persona del padrone, la si  ritrova dove c’è il lusso.

CAPITOLO UNDICESIMO – CIO CHE LE LEGGI DEVONO FARE IN RAPPORTO ALLA  SCHIAVITU

Nella schiavitù, le leggi civili devono eliminare gli abusi e i pericoli.

CAPITOLO DODICESIMO – ABUSO DELLA SCHIAVITU

CAPITOLO TREDICESIMO – PERICOLO D’UN GRAN NUMERO DI SCHIAVI

Ingenti quantità di schiavi produce effetti diversi a seconda della forma di governo.  Non è gravoso nel governo dispotico. Nelle forme di governo moderne è importante limitarne il numero in quanto gli schiavi non hanno la  libertà politica, né quella civile.

CAPITOLO QUATTORDICESIMO – DEGLI SCHIAVI ARMATI

Risulta meno pericoloso armare gli schiavi delle monarchie, in quanto un corpo di nobiltà li terra a  freno; mentre sarà più pericoloso armare schiavi delle repubbliche in quanto non avranno nessuna  differenza dai cittadini, secondo il principio di uguaglianza.

CAPITOLO QUINDICESIMO – CONTINUAZIONE DELLO STESSO ARGOMENTO

Se la nazione è armata non temerà gli schiavi armati.

CAPITOLO   SEDICESIMO   –   PRECAUZIONI   DA   PRENDERE   NEL   GOVERNO  MODERATO

CAPITOLO DICIASSETTESIMO – REGOLAMENTI DA STABILIRE FRA IL PADRONE E  GLI SCHIAVI

Quando  la legge permette al padrone di toglier la vita al suo schiavo, (deve esercitare tale funzione in  veste di giudice e non di padrone), la legge deve difatti stabilirne i limiti perché tale atto non ricada in  violenza privata.

CAPITOLO DICIOTTESIMO – DELLE AFFRANCAZIONI

Nelle repubbliche, quando il numero degli schiavi diventa ingente è opportuno provvedere alla loro  affrancazione. Tale affrancazione può essere perseguita in vari modi dall’istituzione di un peculio per  acquistare la propria libertà, alla determinazione di un periodo massimo di schiavitù. Una volta preso in esame  tale problematica bisogna che le  leggi  civili  prevedano quello che gli  schiavi affrancati devono ai loro padroni o che sia il contratto d’affrancazione a stabilirne i doveri.

CAPITOLO DICIANNOVESIMO – DEGLI AFFRANCATI E DEGLI EUNUCHI

Nel governo di una persona, gli affrancati si trovano quasi sempre superiori agli uomini liberi, ma  siccome hanno studiato le debolezze del loro padrone, e non le sue virtù ,lo fanno regnare non con le  sue virtù , ma con le sue debolezze. Quando gli  schiavi principali  sono eunuchi,  qualunque privilegio si  accordi  loro,  non è  possibile  considerarli come affrancati. Infatti, siccome non possono avere famiglia, sono per natura legati a una  famiglia; e sono per una specie di finzione possono essere considerati cittadini.

LIBRO DICIOTTESIMO  –  DELLE LEGGI  NEL RAPPORTO CHE HANNO CON LA  NATURA DEL TERRENO

CAPITOLO PRIMO – COME LA NATURA DEL TERRENO INFLUISCE SULLE LEGGI

Il governo di uno solo si trova spesso nei paesi fertili, e il governo di molti nei paesi che non lo sono. La gente di montagna preferisce un governo popolare, quella di pianura un governo di notabili e  quella sulle rive del mare un governo misto.

CAPITOLO SECONDO – CONTINUAZIONE DELLO STESSO ARGOMENTO

Nelle pianure essendo esposti alle frequenti conquiste i beni della campagna fungono da garanzia di  fedeltà, mentre nei paesi in montagna non avendo molto lo si può conservare, e la libertà è il solo  bene che meriti di essere difeso. In montagna viene conservato un governo più moderato perché non sono esposti alla conquista.

CAPITOLO TERZO – QUALI SONO I PAESI PIU COLTIVATI 

È naturale che un popolo lasci una terra cattiva per cercarne una migliore, e non che lasci una buona  terra per cercarne una peggiore. La maggior parte delle invasioni si fanno dunque nei paesi che la  natura aveva creato per essere felici; e poiché nulla è più vicino all’invasione della devastazione, i 

paesi   migliori   sono   spesso   spopolati,   mentre   al   nord   rimane   popolata,   essendo   di   difficile  adattamento.

CAPITOLO QUARTO – ALTRI EFFETTI DELLA FERTILITA E DELLA STERILITA DEL  PAESE Le terre sterili rendono gli uomini industriosi, sobri, induriti al lavoro, coraggiosi, atti alla guerra.  Le terre fertili invece rendono la mollezza, l’agio e un certo amore per la conservazione della vita; in  questa situazione solo leggi militari severe potrebbero ovviare al problema.

CAPITOLO QUINTO – DEI POPOLI DELLE ISOLE

i popoli isolani sono più portati alla libertà dei popoli continentali. Le isole hanno scarsa estensione e  sono indipendenti grazie al mare.

CAPITOLO SESTO – DEI FORMATI DALL’INDUSTRIOSITA DELL’UOMO

i paesi dove c’è l’industriosità umana voglio tendenzialmente governi moderati.

CAPITOLO SETTIMO – DELLE OPERE DEGLI UOMINI

Gli uomini, con le cure e con buone leggi, hanno reso la terra più adatta a essere la loro dimora.  Le nazioni distruttrici compiono mali che durano più a lungo di loro, vi sono nazioni industriose che  producono vantaggi.

CAPITOLO OTTAVO – RAPPORTO GENERALE DELL’AMERICA

In america venivano riscontrate molte nazioni selvagge grazie alla prosperità di frutti che la terra  offriva, con poche cure.

CAPITOLO DECIMO – DEL NUMERO DEGLI UOMINI IN RAPPORTO ALLA MANIERA  CON CUI SI PROCURANO IL SOSTENTAMENTO.

I popoli che non coltivano la terra non possono formare una grande nazione.

CAPITOLO UNDICESIMO – DEI POPOLI SELVAGGI E DEI POPOLI BARBARI

Popoli selvaggi ( sono piccole nazioni disperse che , per qualche ragione, non si possono riunire, di  solito sono cacciatori) diversi dai barbari ( che di solito sempre sono in piccole nazioni ma si possono  unire, di solito sono pastori).

CAPITOLO DODICESIMO – DEL DIRITTO DELLE GENTI PRESSO I POPOLI CHE NON  COLTIVANO LA TERRA.

Questi  popoli  non vivendo  in un  territorio delimitato e circoscritto avranno numerosi  spunti  per  litigare / fare la guerra per la terra, la caccia, la pesca… e non avendo territorio, avranno tante cose da  regolare col diritto delle genti, ma poche con il diritto civile.

CAPITOLO   TREDICESIMO   –   DELLE   LEGGI   CIVILI   FRA   I   POPOLI   CHE   NON  COLTIVANO LA TERRA.

La spartizione delle terre aumenterà la mole di leggi del codice civile mentre per le nazioni in cui tale  argomento non verrà sufficientemente trattato sarà una parte piccola dedicata. Le istituzioni di questi popoli si possono chiamare costumi piuttosto che leggi.

CAPITOLO QUATTORDICESIMO­ DELLO STATO POLITICO DEI POPOLI CHE NON  COLTIVANO LA TERRA

Questi popoli godono di una grande libertà, e non sono attaccati alla terra ma sono vagabondi difatti  qualora gli venisse strappata la cercherebbero altrove. Presso questi popoli, la libertà dell’uomo è tanto grande che comporta necessariamente la libertà del  cittadino.

CAPITOLO   QUINDICESIMO   –   DEI   POPOLI   CHE   CONOSCONO   L’USO   DELLA  MONETA

La coltivazione delle terre richiede l’uso della moneta.

CAPITOLO   SEDICESIMO   –   DELLE   LEGGI   CIVILI   PRESSO   I   POPOLI   CHE   NON  CONOSCONO L’USO DELLA MONETA

CAPITOLO DICIASETTESIMO – DELLE LEGGI POLITICHE PRESSO I POPOLI CHE  NON CONOSCONO L’USO DELLA MONETA.

La moneta assicura libertà alle persone, più di quanto lo possano fare i beni e i prodotti della terra,  perché le monete si possono conservare illimitatamente nel tempo / ammassare e distribuire a chi si  vuole. Dove non è in uso la moneta, i popoli hanno bisogno di segni, e l’uguaglianza  è raggiunta attraverso  la forza.

CAPITOLO DICIOTTESIMO – FORZA DELLA SUPERSTIZIONE

I popoli selvaggi conosco il dispotismo tramite le superstizioni, ad esempio il loro capo è “il fratello  del sole”…

CAPITOLO   DICIANNOVESIMO   –   DELLA   LIBERTA   DEGLI   ARABI   E   DELLA  SCHIAVITU DEI TARTARI

I popoli  vinci possono conservare una certa libertà  quando sono in grado di fare trattati  dopo la  disfatta.

CAPITOLO VENTESIMO – DEL DIRITTO DELLE GENTI DEI TARTARI

CAPITOLO VENTUNESIMO – LE LEGGI DEI TARTARI

CAPITOLO VENTIDUESIMO – DI UNA LEGGE CIVILE DEI POPOLI GERMANICI

La legge salica vuole che quando un uomo lascia dei figli, i maschi abbiano la successione alla terra  salica, a danno delle figlie. La terra salica è la casa e il terreno dentro il recinto. La  legge salica,  non aveva una predilezione di   favorire  un sesso a  discapito di  un altro  ,  né   la  trasmissione del nome o della famiglia. Era una legge economica che dava la casa e la terra a chi  doveva abitarla. Tale legge per stabilire la successione elencava vari casi.

CAPITOLO VENTITRESIMO – DELLA LUNGA CAPIGLIATURA DEI RE FRANCHI

I popoli nomadi non avevano un idea del lusso, di conseguenza dovevano trovare dei segni distintivi  nei loro capi … es la capigliatura lunga.

CAPITOLO VENTIQUATTRESIMO – DEI MATRIMONI DEI RE FRANCHI

Sempre nei popoli che non coltivavano la terra, l’istituto del matrimonio non era stabile e spesso  comprendeva svariate mogli ( che nei re fungevano da segno di dignità).

CAPITOLO VENTICINQUESIMO – CHILDERICO

i  matrimonio  germanici   sono austeri  ed  erano  pochi   i   casi  di  violazione  coniugale.  Venne così  spiegata l’espulsione di Childerico che offendeva i costumi e che la sua conquista non aveva fatto a  tempo a modificarli.

CAPITOLO VENTISEIESIMO – DELLA MAGGIORITA DEI RE FRANCHI

I popoli barbari non coltivano la terra , sono governati dal diritto delle genti piuttosto che quello civile  e sono sempre armati.

CAPITOLO VENTISETTESIMO – CONTINUAZIONE DELLO STESSO ARGOMENTO

Si diveniva maggiorenni ricevendo le armi.

CAPITOLO VENTINOVESIMO – SPIRITO SANGUINARIO DEI RE FRANCHI

Certi re pur di non essere rimpiazzati dai propri parenti li sterminavano.

CAPITOLO   TRENTESIMO   –   DELLE   ASSEMBLEE   DELLA   NAZIONE   PRESSO   I  FRANCHI.

CAPITOLO   TRENTUNESIMO   –   DELL’AUTORITA   DEL   CLERO   NELLA   PRIMA  DINASTIA.

I sacerdoti presso i popoli barbari hanno di solito molto potere, perché possiedono l’autorità insita  nella religione e la loro potenza sta nella superstizione. I vescovi facevano cosi gli arbitri nei giudizi.

LIBRO DICIANNOVESIMO –  DELLE LEGGI NEL RAPPORTO CHE HANNO CON I  PRINCIPI CHE FORMANO LO SPIRITO GENERALE , I COSTUMI E LE USANZE DI  UNA NAZIONE.

CAPITOLO PRIMO – ARGOMENTO DI QUESTO LIBRO

CAPITOLO SECONDO – PER LE LEGGI MIGLIORI è NECESSARIO CHE GLI SPRITI  SIANO PREPARATI.

È da notare che a questi popoli barbari era strano e insopportabile la liberta perché non erano abituati  a godervi.

CAPITOLO TERZO – DELLA TIRANNIA

Ci sono due tipi di tirannia: una reale (che consiste nella violenza del governo); e una d’opinione  (quando coloro che governano stabiliscono cose che offendono il pensiero della nazione).

CAPITOLO QUARTO – CHE COS’è LO SPIRITO GENERALE

Gli uomini vengono governati dal: clima, la religione, le leggi, le massime del governo, gli esempi  dell’antichità , i costumi , le usanze. Il tutto da vita a uno spirito generale. In ogni nazione queste cause agiscono ma solo una predomina mentre le altre sono proporzionali.

CAPITOLO QUINTO – BISOGNA BADARE DI NON MUTARE LO SPIRITO GENERALE  DI UNA NAZIONE

Spetta al legislatore seguire lo spirito della nazione quando non è contrario ai principi del governo.

CAPITOLO SESTO – NON CONVIENE CORREGGERE TUTTO

CAPITOLO SETTIMO – DEGLI ATENIESI E DEGLI SPARTANI

CAPITOLO OTTAVO – EFFETTI DELLA SOCIEVOLEZZA

L’interazione fra popoli porta un evolversi e cambiamenti all’interno delle usanze.

CAPITOLO NONO – DELLA VANITA E DELL’ORGOGLIO DELLE NAZIONI

Le nazioni che sono oziose hanno cittadini che si credono superiori ai lavoratori.

CAPITOLO DECIMO – DEL CARATTERE DEGLI SPAGNOLI E DI QUELLO DEI CINESI

CAPITOLO UNDICESIMO – RIFLESSIONI 

CAPITOLO   DODICESIMO   –   DELLE   USANZE   E   DEI   COSTUMI   NELLO   STATO  DISPOTICO

Nello stato dispotico non bisogna mai cambiare i costumi e le usanze perché  darebbe vita a una  rivoluzione. Sebbene nello stato dispotico non ci siano leggi ciò non vuol dire che manchi di usanze e costumi. Le leggi vengono stabilite mentre i costumi no, anzi dipendono dallo spirito generale.

CAPITOLO TREDICESIMO – DELLE USANZE PRESSO I CINESI

In cina le usanze sono indistruttibili.

CAPITOLO QUATTORDICESIMO – QUALI SONO I MEZZI NATURALI PER CAMBIARE  I COSTUMI E LE USANZE DI UNA NAZIONE.

Le  leggi  sono  istituzioni  particolari  e  precise  del   legislatore  mentre   i  costumi  e   le  usanze  sono  istituzioni della nazione in generale. È una pessima politica voler cambiare attraverso le leggi le usanze. I popoli sono attaccati alle loro consuetudini e un cambiamento improvviso – violento rende tale  popolo infelice.

CAPITOLO   QUINDICESIMO   –   INFLUENZA   DEL   GOVERNO   DOMESTICO   SULLA  POLITICA

Il dispotismo si accompagna con la schiavitù della donna mentre la libertà della donna si riscontra  nello spirito della monarchia.

CAPITOLO SEDICESIMO –  ALCUNI LEGISLATORI HANNO CONFUSO  I  PRINCIPI  CHE GOVERNANO GLI UOMINI

Le leggi regolano le azioni del cittadino e i costumi le azioni dell’uomo. I costumi riguardano la  condotta interiore e le maniere la condotta esteriore. Avvolte negli stati il tutto potrebbe confondersi.

CAPITOLO DICIASSETTESIMO – PROPRIETA PARTICOLARE DEL GOVERNO DELLA  CINA

I legislatori della cina confusero la religione, le leggi, i costumi e le maniere facendoli confluire nelle  virtù.

CAPITOLO DICIOTTESIMO – CONSEGUENZA DEL CAPITOLO PRECEDENTE

Avendo confuso la cina le maniere, i costumi…. Non vi è possibile fare un cambiamento unico.

CAPITOLO DICIANNOVESIMO –  COME SI   è  ATTUATA QUESTA UNIONE DELLA  RELIGIONE, DELLE LEGGI, DEI COSTUMI E DELLE USANZE PRESSO I CINESI.

CAPITOLO VENTESIMO – SPIEGAZIONE DI UN PARADOSSO DEI CINESI

CAPITOLO VENTUNESIMO – LE LEGGI DEVONO ESSERE RELATIVE AI COSTUMI E  ALLE USANZE

CAPITOLO VENTIDUESIMO – CONTINUAZIONE DELLO STESSO ARGOMENTO

“ quando un popolo ha buoni costumi, le leggi si semplificano.”

CAPITOLO VENTITREESIMO – IN CHE MODO LE LEGGI SEGUONO I COSTUMI

CAPITOLO VENTIQUATTESIMO – CONTINUAZIONE DELLO STESSO ARGOMENTO

Se un popolo ha costumi buoni non avrà particolari leggi … più i costumi sono corrotti più la legge  dovrà intervenire per dare tutela.

CAPITOLO VENTICINQUESIMO – CONTINUAZIONE DELLO STESSO ARGOMENTO.

CAPITOLO VENTISEIESIMO – CONTINUAZIONE DELLO STESSO ARGOMENTO.

CAPITOLO   VENTISETTESIMO   –   COME   LE   LEGGI   POSSONO   CONTRIBUIRE   A  FORMARE I COSTUMI, LE USANZE E IL CARATTERE DI UNA NAZIONE.

IN GENERALE

Forme di governo. Montesquieu nel lungo capitolo XXVIII, l'ultimo del libro diciannovesimo,  analizza i generi di poteri, e traccia la costituzione fondamentale di un governo. I tipi di  governo degli uomini sono sostanzialmente tre: la repubblica, la monarchia e il dispotismo

Ciascuno di questi tre tipi ha propri principi e proprie regole da non confondersi tra loro. Il  principio che deve informare di sé la repubblica è la virtù, cioè l'amor di patria e  dell'uguaglianza; il principio della monarchia è l'onore; il principio del dispotismo, il terrore.  "Tali sono i principi dei tre governi; ciò non significa che in una certa repubblica si sia  virtuosi, ma che si deve esserlo. Ciò non prova neppure che in una certa monarchia si tenga  in conto l'onore e che in uno stato dispotico particolare domini il timore, ma solo che  bisognerebbe che così fosse, senza di che il governo sarà imperfetto". 

La forma di governo non può prescindere dalle condizioni variabili da cui dipende lo spirito  del popolo. E' infatti necessaria la massima integrazione tra l'identità atavica del popolo e la  sua qualità caratteristica da una parte, e dall'altra la forma di governo e le leggi che da essa  derivano. Ciò in quanto non è possibile, secondo Montesquieu, cancellare o correggere  questo spirito che il popolo ha acquisito nel corso di vicissitudini secolari: tale forma mentis  collettiva arriverà a condizionare la condotta dei magistrati così come quella dei cittadini. Se  uno Stato vuole conservarsi, occorre che tenga conto dello spirito del popolo che lo abita e 

ad esso si adegui. Montesquieu vede lo Stato come un organismo che tende alla propria  autoconservazione, nel quale le leggi riescono a mediare tra le diverse tendenze individuali  in vista del perseguimento di un obiettivo comune.

Come non esistono leggi universalmente valide al di là degli specifici contesti applicativi,  così non esistono fini ai quali uno Stato debba mirare, sia in riferimento alla cittadinanza, sia  per quanto riguarda obiettivi per i quali uno Stato entri in conflitto con altri: unico oggetto  degli sforzi della macchina statale deve essere l'autoconservazione, mentre altri fini possono  esistere complementarmente a questo (la conquista di un impero, il commercio, la libertà  individuale, ecc.), ma non necessariamente sono presenti né restano invariati nel corso dei  secoli.

Se le leggi e le forme di governo hanno valore solamente relativo, lo Stato, inteso come  aggregazione politica in generale, astraendo cioè dalla sua forma specifica, possiede una  sua utilità intrinseca nella misura in cui l'uomo, essere limitato e portato per natura ad errare,  trova in esso un senso per la propria esistenza e attività. Mentre l'individuo isolato non  persegue alcun fine significativo, lo Stato, aggregazione di molteplici individui, dà forma e  contenuto alle aspirazioni dell'uomo.

Il governo repubblicano è quello in cui il popolo, nel suo complesso o soltanto parte di esso,  detiene il potere sovrano; il monarchico quello in cui uno solo governa, ma attraverso leggi  fisse e stabilite; mentre nel governo dispotico un solo individuo, senza leggi né regole,  trascina tutto secondo la sua volontà o i suoi capricci. Quest'ultimo governo non retto dalle  leggi ma dalla forza e dall'arbitrio illimitato di un singolo, è considerato da Montesquieu un  ordinamento minato da una permanente contraddizione: esso dovrebbe garantire la  sicurezza e la pace dei sudditi a prezzo della loro libertà, ma la tranquillità e la sicurezza  sono incompatibili con il terrore, che è il principio su cui si fonda il suo potere.

La repubblica (democratica o aristocratica) è la forma di governo in cui il popolo è al tempo  stesso monarca e suddito. L'essenza di questo governo è che il popolo fa le leggi e elegge i  magistrati, detenendo sia la sovranità legislativa che quella esecutiva. (qui Montesquieu  guarda alle repubbliche del mondo antico, entità politiche di limitate dimensioni territoriali,  che consentivano a ogni cittadino di essere informato di tutte le questioni che vi si  dibattevano. Ma presuppongono altresì la totale devozione del singolo agli interessi della  comunità. Mancando queste due fondamentali condizioni le repubbliche decadono e si  trasformano in tirannie.

La forma che sta in mezzo è la monarchia regolata o costituzionale, in cui egli vede  contemperate le caratteristiche positive sia del regime monarchico assoluto che di quello  repubblicano. L'esempio di questa forma di governo a "costituzione mista" è rappresentato 

dall'Inghilterra, il cui ordinamento Montesquieu considera come la più alta espressione di  libertà. 

"Può dirsi libera ­dice Montesquieu­ solo quella costituzione in cui nessun governante possa  abusare del potere a lui confidato. L'unica garanzia contro tale abuso è che "il potere arresti  il potere", cioè la divisione dei poteri: il legislativo, l'esecutivo e il giudiziario (i tre poteri  fondamentali) debbono essere affidati a mani diverse, in modo che ciascuno di essi possa  impedire all'altro di esorbitare dai suoi limiti convertendosi in abuso dispotico. La riunione di  questi poteri nelle stesse mani, siano esse quelle del popolo o del despota, annullerebbe la  libertà perché annullerebbe quella "bilancia dei poteri" che costituisce l'unica salvaguardia o  "garanzia" costituzionale in cui risiede la libertà effettiva. Una sovranità indivisibile e illimitata  è sempre tirannica".

Proprio in Inghilterra era già stata formulata, da Locke nei suoi Trattati sul governo, una  teoria della divisione dei poteri, limitatamente ai primi due poteri (per Locke il terzo potere  non era quello giudiziario, ma quello federativo, che dipende dal potere esecutivo): teoria,  questa, che verrà perfezionata successivamente da Henry Saint­John Bolingbroke (1678­ 1751), con il quale Montesquieu venne in contatto nel suo viaggio in Inghilterra.

Una sottolineatura. Per Montesquieu il dispotismo non è una pura e semplice degenerazione  del tradizionale potere monarchico dei re di Francia; è una forma (meglio dire un sistema) di  governo a sé, storicamente esistita ed esistente in particolari assetti storico­ambientali là  ove vi siano le leggi che ne permettono l’esistenza. 

Per quanto riguarda la Francia, l’unica forma di governo possibile e reale è, secondo  Montesquieu, la monarchia. Dimensione del territorio, clima, strutture sociali, leggi morali  dominanti e cultura nel suo significato più vasto, forma e principio, tutto insomma fa sì che la  Francia sia per natura delle sue leggi una monarchia. Questa monarchia, proprio perché è  un sistema perfetto e scientificamente conoscibile, deve rispettare le sue leggi pena  l’inesistenza stessa, non già la semplice degenerazione.  Deve essere dunque una monarchia temperata da una complessa architettura istituzionale  la quale fornisce, più che un freno all’autorità del monarca, una intermediazione di autorità.

Teoria della separazione dei poteri. Viene trattata nel libro XI. Partendo dalla  considerazione che "il potere corrompe, il potere assoluto corrompe assolutamente",  Montesquieu analizza i tre generi di poteri che vi sono in ogni Stato: il potere legislativo, il  potere esecutivo delle cose che dipendono dal diritto delle genti, e il potere giudiziario di  quelle che dipendono dal diritto civile. Da notare che la divisione dei poteri teorizzata da  Montesquieu, non è pura, in quanto in essa non c'è una netta distinzione tra esecutivo,  giudiziario e legislativo, essendo ammessa la possibilità di fondere la carica giudiziaria con  quella legislativa.

"Quando nella stessa persona o nello stesso corpo di magistratura il potere legislativo è  unito al potere esecutivo, non vi è libertà, poiché si può temere che lo stesso monarca, o lo  stesso senato, facciano leggi tiranniche per eseguirle tirannicamente. Non vi è nemmeno  libertà se il potere giudiziario non è separato dal potere legislativo e dall'esecutivo. Se fosse  unito al potere legislativo, il potere sulla vita e la libertà dei cittadini sarebbe arbitrario: infatti  il giudice sarebbe legislatore. Se fosse unito al potere esecutivo, il giudice potrebbe avere la  forza di un oppressore. Tutto sarebbe perduto se lo stesso uomo, o lo stesso corpo di  maggiorenti, o di nobili, o di popolo, esercitasse questi tre poteri: quello di fare le leggi,  quello di eseguire le decisioni pubbliche, e quello di giudicare i delitti o le controversie dei  privati".

La democrazia delegata. Premessa fondamentale della teoria della separazione dei poteri è  la democrazia delegata. "Poiché, in uno Stato libero, qualunque individuo che si presume  abbia lo spirito libero deve governarsi da se medesimo, bisognerebbe che il corpo del  popolo avesse il potere legislativo. Ma siccome ciò è impossibile nei grandi Stati, e soggetto  a molti inconvenienti nei piccoli, bisogna che il popolo faccia per mezzo dei suoi  rappresentanti tutto quello che non può fare da sé. Si conoscono molto meglio i bisogni della  propria città che quelli delle altre città, e si giudica meglio la capacità dei propri vicini che  quella degli altri compatrioti. Non bisogna dunque, che i membri del corpo legislativo siano  tratti in generale dal corpo della nazione, ma conviene che in ogni luogo principale gli  abitanti si scelgano un rappresentante. Il grande vantaggio dei rappresentanti è che sono  capaci di discutere gli affari. Il popolo non vi è per nulla adatto, il che costituisce uno dei  grandi inconvenienti della democrazia".

Il potere legislativo. In forza del potere legislativo, il principe, o il magistrato, fa le leggi per  un certo tempo o per sempre, e corregge o abroga quelle che sono già state fatte.

"Il potere legislativo verrà affidato e al corpo dei nobili e al corpo che sarà scelto per  rappresentare il popolo, ciascuno dei quali avrà le proprie assemblee e le proprie  deliberazioni a parte, e vedute e interessi distinti. Dei tre poteri, quello giudiziario è in  qualche senso nullo. Non ne restano che due; e siccome hanno bisogno di un potere  regolatore per temperarli, la parte del corpo legislativo composta di nobili è adattissima a  produrre questo effetto". Montesquieu dimostra di preferire il ceto aristocratico, che è  considerato come depositario del principio della moderazione, che garantisce lo stato  liberale. Questo principio distingue l'aristocrazia dalla democrazia, caratterizzata invece dal  principio dall'uguaglianza, sebbene entrambe ­ aristocrazia e democrazia ­ siano forme di  governo legittimo e repubblicano.

"Se il corpo legislativo fosse riunito in permanenza, potrebbe capitare che non si facesse  che sostituire nuovi deputati a quelli che muoiono; e in questo caso, una volta che il corpo 

legislativo fosse corrotto, il male sarebbe senza rimedio. Quando diversi corpi legislativi si  susseguono gli uni agli altri, il popolo, che ha cattiva opinione del corpo legislativo attuale,  trasferisce, con ragione, le proprie speranze su quello che succederà. Ma se si trattasse  sempre dello stesso corpo, il popolo, una volta vistolo corrotto, non spererebbe più niente  dalle sue leggi, s'infurierebbe o cadrebbe nell'apatia". 

Il potere esecutivo. In forza del potere esecutivo, il sovrano fa la pace o la guerra, invia o  riceve ambasciate, stabilisce la sicurezza, previene le invasioni. "Il potere esecutivo deve  essere nelle mani d'un monarca perché questa parte del governo, che ha bisogno quasi  sempre d'una azione istantanea, è amministrata meglio da uno che da parecchi; mentre ciò  che dipende dal potere legislativo è spesso ordinato meglio da parecchi anziché da uno  solo". 

"Il potere esecutivo deve prender parte alla legislazione con la sua facoltà d'impedire di  spogliarsi delle sue prerogative. Ma se il potere legislativo prende parte all'esecuzione, il  potere esecutivo sarà ugualmente perduto. Se il monarca prendesse parte alla legislazione  con la facoltà di statuire, non vi sarebbe più libertà. Ma siccome è necessario che abbia  parte nella legislazione per difendersi, bisogna che vi partecipi con la sua facoltà d'impedire.  Il corpo legislativo essendo composto di due parti, l'una terrà legata l'altra con la mutua  facoltà d'impedire. Tutte e due saranno vincolate dal potere esecutivo, che lo sarà a sua  volta da quello legislativo". 

Il potere giudiziario. In forza del potere giudiziario, il magistrato punisce i delitti o giudica le  controversie dei privati. "Il potere giudiziario non dev'essere affidato a un senato  permanente, ma dev'essere esercitato da persone tratte dal grosso del popolo, in dati tempi  dell'anno, nella maniera prescritta dalla legge, per formare un tribunale che duri soltanto  quanto lo richiede la necessità. In tal modo il potere giudiziario, così terribile fra gli uomini,  non essendo legato né a un certo stato né a una certa professione, diventa, per così dire,  invisibile e nullo. Non si hanno continuamente dei giudici davanti agli occhi, e si teme la  magistratura e non i magistrati. Bisogna inoltre che, nelle accuse gravi, il colpevole,  d'accordo con le leggi, si scelga i giudici; o per lo meno che possa rifiutarne un numero tale  che quelli che rimangono siano reputati essere di sua scelta. Gli altri due poteri potrebbero  esser conferiti piuttosto a magistrati o ad organismi permanenti, poiché non vengono  esercitati nei riguardi di alcun privato: non essendo, l'uno, che la volontà generale dello  Stato, e l'altro che l'esecuzione di questa volontà. Ma se i tribunali non devono essere fissi, i  giudizi devono esserlo a un punto tale da costituire sempre un preciso testo di legge. Se  fossero una opinione particolare del giudice, si vivrebbe nella società senza conoscere  esattamente gli impegni che vi si contraggono". 

Libertà politica. In una società dove ci sono delle leggi, la libertà può consistere soltanto  nel poter fare ciò che si deve volere, e nel non essere costretti a fare ciò che non si deve  volere. "La libertà è il diritto di fare tutto quello che le leggi permettono.... La democrazia e  l'aristocrazia non sono Stati liberi per loro natura. La libertà politica non si trova che nei  governi moderati. Tuttavia non sempre è negli Stati moderati; vi è soltanto quando non si  abusa del potere; ma è una esperienza eterna che qualunque uomo che ha un certo potere  è portato ad abusarne... Perfino la virtù ha bisogno di limiti. Perché non si possa abusare del  potere bisogna che, per la disposizione delle cose, il potere arresti il potere".

Montesquieu sostiene che solamente il governo moderato garantisce la libertà politica, cioè  la possibilità di fare tutto ciò che non è proibito dalla legge. In questo senso Montesquieu ha  una concezione negativa della libertà; infatti, quando sostiene che la libertà è la possibilità di  fare tutto ciò che non lede i diritti altrui e che non si oppone alle leggi, pone l'accento su ciò  che essa non deve ostacolare. Da questa definizione derivano tutti gli stati liberali.

La libertà è garantita delle leggi civili e da quelle che istituiscono il passaggio dallo stato di  natura a quello civile. Questo passaggio avviene per garantire i diritti fondamentali di  proprietà, posseduti dall'uomo in quanto tale; il modello di libertà politica di Montesquieu  presuppone dunque quello di proprietà. Secondo Montesquieu, il vantaggio di un popolo  libero è la sicurezza di non vedere i propri beni e la propria vita in mano ad un singolo. Per  lui le leggi sono un "male" inevitabile, dovuto alla necessità di regolare il comportamento  degli individui; gli individui però non devono essere prigionieri dello Stato.

"Siccome tutte le cose umane hanno una fine, lo Stato di cui parliamo perderà la sua libertà,  perirà. Roma, Sparta e Cartagine sono pur perite. Perirà quando il potere legislativo sarà più  corrotto di quello esecutivo".

Il fatto che la libertà stia nell'armonia e nell'ordine delle cose che si autoconservano porta  ovviamente a credere che lo Spirito delle Leggi sia stato scritto per migliorare le forme dello  status quo conservandolo nella sostanza. La stessa divisione dei poteri non è che un  servizio reso all'unità del potere costituito, l'antidoto a un mutamento radicale che  evidentemente Montesquieu sentiva come inevitabile. La moderazione del potere, di cui egli  si faceva paladino, è la missione dell'assolutismo di perpetuare se stesso attraverso la  procedura di scambio tra concessione del privilegio e raccolta del consenso. "Per formare  un governo moderato ­dice Montesquieu­ bisogna combinare i poteri, regolarli, farli agire,  dare, per così dire, un contrappeso a uno per metterlo in grado di resistere a un altro". Più  che di poteri però si tratta di "forze", poiché il concetto di "potere" (quello p.es. del Terzo  Stato) è proprio dei rivoluzionari, e più che di "separazione dei poteri" bisognerebbe parlare  della loro "interdipendenza necessaria" per vincere le trasformazioni alle quali fatalmente  conducono la socializzazione della sovranità, la rinuncia al divino e la centralità del sociale.

Diritto di voto. "Tutti i cittadini, nei vari distretti, devono avere il diritto di dare il loro voto per  scegliere il rappresentante, eccetto quelli che sono in uno stato di inferiorità tale da esser  reputati privi di volontà propria. La maggior parte delle antiche repubbliche aveva un grave  difetto: il popolo, cioè, deteneva il diritto di prendervi delle risoluzioni attive, che comportano  una certa esecuzione, cosa di cui è completamente incapace. Esso non deve entrare nel  governo che per scegliere i propri rappresentanti, il che è pienamente alla sua portata.  Infatti, se poche sono le persone che conoscono l'esatto grado di capacità degli uomini,  ciascuno tuttavia è in grado di sapere, in generale, se colui che sceglie è più illuminato della  maggior parte degli altri". Montesquieu però negava il diritto di voto a chi non fosse  proprietario o in una situazione non assimilabile a quella di proprietario, dotato di averi.

L'Assemblea Nazionale Costituente, il 29 ottobre 1789, quando fissò le norme per i cittadini  che intendevano farsi eleggere a cariche politiche, si ispirò alle dottrine del Montesquieu. Il  diritto di voto fu riservato ai soli cittadini attivi, cioè solo i più ricchi potevano accedere alle  cariche pubbliche e quindi dirigere la vita politica ed economica del Paese. Su 25 milioni di  abitanti che aveva la Francia, risultarono potenzialmente eleggibili solo 50.000.

Concezione della legge. Montesquieu definisce la legge come "il rapporto necessario che  deriva dalla natura delle cose", e ritiene che ogni essere ha la sua legge, quindi anche  l'uomo. Ma le leggi alle quali l'uomo obbedisce nella sua storia non hanno nulla di  necessitante. L'ordine della storia non è mai un fatto, né mai un semplice ideale superiore  ed estraneo ai fatti storici: è la legge di tali fatti, la loro normatività, il dover essere a cui essi  possono più o meno avvicinarsi e adeguarsi.

Gli uomini producono le loro leggi, vivono in rapporto con altre che a loro preesistono:  queste regole sono "tra loro in relazione e con la loro origine, con lo scopo che si prefigge il  legislatore, con l'ordine naturale delle cose per le quali sono state istituite. Accade allora che  quell'impasto di relazioni di potere tra gli uomini (o tra gli uomini e il potere) che il tempo  lavora e che sfuggono alla volontà individuale anche se la muovono, e che chiamiamo  costumi, tradizioni, comportamenti collettivi, credenze e miti di una certa società, sono le  leggi delle leggi, lo "spirito" che occorre penetrare per coniugare i mutevoli rapporti tra  tempo e potere. 

E poiché le leggi sono rapporti costanti, accade anche nel sociale che "ogni diversità è  uniformità, ogni mutamento è continuità. L'uomo, "questo essere flessibile che si piega nella  società ai pensieri e alle impressioni degli altri», è dunque il prodotto mutevole dei costumi e  dello "spirito" delle leggi che lo formano e lo modificano". "Molte cose governano gli uomini:  il clima, la religione, le leggi, le massime di governo, gli esempi dell'antichità, i costumi, le  usanze; da ciò consegue uno spirito generale che ne è il risultato. A misura che in ogni  nazione una di queste cause agisce con maggiore forza, le altre la cedono in proporzione".

Il compito del sapere è dunque ricercare le condizioni di equilibrio tra i molteplici campi  magnetici che le relazioni tra gli uomini istituiscono e produrre leggi che, rispettando lo  "spirito generale", e cioè il comune sentire, assicurino il durare degli Stati evitando ogni  collisione con l'ordine del tempo. 

La ricerca di Montesquieu è diretta a mostrare come ogni tipo di governo si realizzi e si  articoli in un insieme di leggi specifiche riguardanti i più diversi aspetti dell'attività umana e  costituenti la struttura del governo stesso. Queste leggi riguardano l'educazione,  l'amministrazione della giustizia, il lusso, il matrimonio e insomma l'intero costume civile.  Dall'altro lato ogni tipo di governo si corrompe quando viene meno al suo principio, ed una  volta corrotto, le migliori leggi divengono cattive e si rivoltano contro lo Stato stesso. Così gli  eventi della storia, il sorgere e il decadere delle nazioni, non sono frutti del caso o  dell'arbitrio, ma possono essere intesi nelle loro cause, che sono le leggi o i principi della  storia stessa; e dall'altro canto non hanno alcuna necessità fatale e conservano quel  carattere problematico in cui si riflette la libertà del comportamento umano.

Non può esistere su queste premesse alcun criterio pratico di valutazione della legislazione  di uno Stato al di fuori della semplice constatazione della sua prosperità o del suo declino. Il  valore delle leggi non è dunque assoluto: una legge è buona o cattiva a seconda del suo  grado di adeguatezza ai cittadini per i quali essa è vincolante (o ha la pretesa di esserlo). Lo  spirito umano è per Montesquieu incapace di definire quei valori assoluti ai quali, in teoria, il  diritto positivo si dovrebbe uniformare.

L'unico modo in cui è possibile accostarsi con imparzialità alle leggi per giudicarne l'operato  è quello di considerarle sempre all'interno del copro legislativo a cui appartengono, studiare  la loro organicità e la loro efficacia nel raggiungimento di fini non in contraddizione gli uni  con gli altri. L'unica disarmonia ammessa tra le leggi è quella che si costituisce in vista di un  obiettivo particolarmente importante, come la coesione sociale , la quale può essere  ottenuta talora solo promulgando leggi diverse a seconda dei soggetti cui fanno riferimento.  Secondo Montesquieu "le leggi umane statuiscono sul bene, non sul meglio: di beni ne  esistono molti, ma il meglio è uno solo". E il meglio non è conoscibile, né può essere  tradotto in leggi applicabili nella concretezza storica.

Teoria del clima. Nelle Considerazioni sulle cause della grandezza e della decadenza dei   romani, Montesquieu afferma che il clima ha un ruolo importante nella storia di una società,  perché esso è sia un fattore fisico sia un fattore politico. Egli però non crede che il clima  influenzi in modo determinante le leggi e i costumi dello stato. Il buon legislatore deve infatti  saper contrastare il clima solamente in determinate società: esso infatti governa solo i popoli  selvatici, mentre, grazie allo sviluppo civile, sono i fattori morali ad aver acquistato maggior  importanza, riducendo l'azione del clima.

Critiche a Montesquieu

• Rousseau si opporrà alla democrazia delegata proponendo la democrazia diretta.  • Secondo Montesquieu la vita della collettività è determinata dalla forza superiore e 

impersonale della legge. Tutti si devono piegare ad essa, persino il re. E le leggi sono  un prodotto della storia: le può proporre un legislatore, talora un popolo, oppure  nascono per imitazione dello Stato con cui si confina. 

• La Rivoluzione francese rifiuta di considerare le leggi prodotto dell'iniziativa di un  singolo o di un gruppo, data l'arbitrarietà che questa operazione comporterebbe, sia  come condizione preliminare alla formulazione della legge stessa, sia come  conseguenza dell'assolutezza di cui sarebbe dotato il legislatore rispetto alla sua  creatura. 

• Alla natura impersonale della legge non può che corrispondere la non personalità di  chi l'ha promulgata: è la volontà generale a avere il diritto di statuire sulla comunità  che la esprime, proprio perché solo così chi è tenuto all'osservanza della legge  coincide con chi tale legge ha promulgato. In definitiva, la soluzione della sovranità  popolare è l'unica a consentire che il legislatore non coincida con un soggetto  personale in senso stretto. 

• Nel suo Stato sono le leggi a doversi armonizzare con lo spirito del popolo e le sue  tradizioni, invece la Rivoluzione Francese vede l'anima dello Stato come soggetto  della legge, detentore legittimo del potere legislativo e quindi della sovranità. 

• Montesquieu sostituiva uno Stato di fatto a quello di diritto. Non basta badare a ciò  che è, occorre anche progettare ciò che dovrebbe essere. Così i rivoluzionari dell'89. 

• Occorre definire una giustizia ideale cui uniformare la vita dello Stato: solo così si  possono migliorare e correggere le leggi considerate inique. 

• Per Montesquieu la libertà è uno dei tanti fini perseguibili dallo Stato accanto a quello  fondamentale dell'autoconservazione. Al contrario, la Rivoluzione vede lo Stato  legittimo basarsi sul diritto e orientare i propri sforzi verso il godimento universale di  ciò che quel diritto sancisce: se la libertà è un diritto fondamentale dell'individuo, essa  non è uno dei tanti obiettivi, ma deve essere annoverata tra gli scopi istituzionali della  comunità politica. 

• Per Montesquieu la libertà è finalizzata alla conservazione della proprietà privata. 

DOMANDE ESAME CON BREVE RISPOSTA

Pena e reato: pufendorf e la definizione di pena da lui elaborata distingue tra reati che  possono essere considerati dal diritto civile mentre altri fanno parte solamente della morale,  cioè vengono considerati reati ma solo peccati dato che lui distingue nettamente il diritto  dalla ragione, perciò a questi reati devono essere applicate le pene del diritto civile

tratto dalla treccani 

Abbiamo scisso la trattazione; nel suo ambito procederemo a una classificazione logica  delle dottrine talvolta prescindendo dalla stessa successione temporale.

L'indagine sul fondamento intrinseco del diritto punitivo, sulla giustizia del magistero penale  è fondamentale e ineliminabile, non ostante la varietà delle soluzioni, i contrasti, i dubbî, le  oscillazioni cui dà luogo. La prima soluzione apparsa al pensiero umano, la più ovvia per la  mente primitiva, è quella teocratica. Il potere, sia esso nello stato o in altri, punisce perché  ne ha l'autorità da Dio. Se il delitto contrasta la legge di Dio, il potere, da Dio consacrato,  rappresentante la divinità, non può non colpire l'audace violatore. Il diritto è espressione del  volere della divinità, il magistero penale in Dio riceve intrinseca fondatezza. È questa la  concezione che circola nelle primissime legislazioni. L'abbandono graduale delle premesse  teologiche implica una mutazione, la più ampia, della dottrina in senso umano, insieme il suo  frammentarsi in più teorie: da quelle fondate sull'identificazione di diritto e forza, per cui lo  stato punisce perché è il più forte, alle altre contrattualistiche, che, presupponendo lo stato  fondato su un patto tacito o espresso dei consociati, sostengono che nei termini del patto vi  sia anche un diritto da tutti concesso all'autorità costituita contro chi eventualmente violi le  stesse leggi consentite. Ricorrono a tal proposito per le une il nome di Hobbes, per le altre i  grandi giusnaturalisti, da Grozio a Thomasius. Più strettamente giuridica e largamente  diffusa la dottrina che vuol vedere la ragione della pena nell'erroneità della posizione in cui  si trova chi viola il diritto. Se lo stato è il tutore dell'ordine giuridico, anzi secondo alcuni  l'ordine giuridico stesso, se l'ordine esige la subordinazione dei soggetti, ogni soggetto che  si opponga, violi l'ordine, non può non incontrare la restaurazione dell'ordine turbato, poiché  a esso incombe la custodia di questo. Qui la questione apparentemente s'inquadra nei  termini del giure positivo, in realtà implica l'esame dell'intrinseca autorevolezza di quello.  Solo dimostrando la giustizia dell'ordine giuridico, giusta ne appare altresì la tutela nel  magistero penale.

Nell'esame sommario delle dottrine sul fondamento del diritto di punire si profilano già varie  soluzioni del tema dello scopo della pena. È tradizionale dividere queste in teorie assolute,  relative e miste, secondo che alla pena assegnino uno scopo assoluto, relativo o eclettico.

Le teorie assolute negano che la pena abbia uno scopo particolare. Essa è solo la  conseguenza di un principio. Per quanto varia ne sia la formulazione, il concetto implicito in  quelle dottrine è che il reo è punito non perché non commetta altri delitti o perché altri uomini  non incorrano in delitti, ma solo perché egli ha compiuto un delitto. Punitur quia peccatum  est. Non si nega che l'utilità sociale possa essere un risultato dell'applicazione della pena,  tuttavi non ne è il fine. La pena è fine a sé stessa, in quanto riaffermazione di quel valore 

assoluto che è il diritto. È necessario che il suo valore, negato nel delitto, sia riaffermato  nella pena: scopo assoluto della pena. Entro questi termini piuttosto ampî la dottrina si  configura diversamente, dalla mera idea vendicatoria e dal contraccambio alle espressioni  più alte dell'estetica e dell'etica.

Questo gruppo di dottrine meriterebbe per sé solo una trattazione storica. L'idea della pena  come retribuzione, contraccambio, e quindi l'esigenza di una corrispondenza tra il fatto  delittuoso e il trattamento di esso è già in Pitagora; elementi teoretici che saranno svolti da  Aristotele nella sua trattazione della giustizia correttiva o sinallagmatica, che si applica  anche in tema di delitti. A prescindere dalla scolastica, l'espressione più alta della teoria è in  Kant, il quale le dà appunto rigida veste etica. La pena è riaffermazione moralmente  necessaria della legge del dovere violata. "La pena giuridica non può mai essere inflitta  come puro mezzo per ottenere un altro vantaggio sia per il reo stesso sia per la società, ma  deve sempre essere inflitta solo perché egli ha mancato; prima che si possa pensare a  trarre dalla pena una utilità per lui stesso e pei suoi concittadini uopo è che egli sia  riconosciuto come punibile... Il diritto penale è un imperativo categorico". Nello stesso ordine  di idee si avvolge Hegel, per cui la pena è negazione della volontà negativa che costituisce il  delitto; quindi dialettica necessità. Tanto la soluzione kantiana quanto quella hegeliana  hanno avuto moderni diffusi sviluppi. Se Kant svolge la dottrina nella sua formulazione etica,  non manca in Leibnitz una vera e propria concezione estetica della pena, essendo questa  per lui un mezzo per ristabilire l'armonia dell'ordine di cui il delitto è turbativa. Sulla pena  come necessità estetica insiste J. Fr. Herbart, per quanto egli poi indulga altresì a motivi  etici diversi. Contro le teorie assolute stanno le non meno numerose teorie relative, che alla  pena assegnano i più diversi scopi esterni. Il diritto penale non si propone fini assoluti, bensì  mira più concretamente a positivi fini sociali e individuali umani. A rafforzare tali fini sta la  pena. Non si punisce solo per il male commesso, ma anche perché si eviti il delitto avvenire.  Punitur ne peccetur. La funzione della pena non è dunque retributiva, ma utilitaria. Da ciò i  più differenti scopi, da quelli intimidatorî e medicinali a quelli più emendativi e pedagogici,  infine alle teoriche modernissime della difesa sociale.

Accenni al carattere medicinale della pena sono già in Platone. Aristotele, nel quale pure  sono accenni a una teoria assoluta della penalità, considera anch'egli il magistero penale  come strumento d'intimidazione, e propriamente come medicina per la virtù dei contrarî. Il  carattere esemplare della pena ricorre frequente nei giuristi romani, alimentando con esso le  più diverse soluzioni del diritto comune, mentre la concezione della pena come medicina  ritorna in onore con S. Tommaso d'Aquino, che spiega mirabilmente il pensiero  ecclesiastico, nel quale la pena fu sempre anche intesa come espiazione dinnanzi a Dio.

Su un piano relativo si svolge la teoria della scuola del diritto naturale, attraverso U. Grozio,  J. Hobbes, Pufendorf, Thomasius. Per quest'ultimo, che la scuola conclude, fine della pena 

è l'emendatio communis, di tutti coloro che come il reo avrebbero potuto delinquere, in fine  quindi il miglioramento dei cittadini. Ma la dottrina già verte all'eclettismo. Accanto  all'emenda, fine primario Thomasius svolge due fini secondarî, l'espiazione e la sicurezza  sociale, expiatio et assecuratio. Il carattere esemplare e pedagogico della pena è quello che  finisce per dominare il pensiero illuministico, il quale in Italia conta i nomi gloriosi di  Tommaso Natale e di Cesare Beccaria. Su un piano relativo sono G. Filangieri. D.  Romagnosi con la teorica della spinta e della controspinta penale, L. A. Feuerbach parla di  coazione psicologica della pena, A. Bauer sviluppa la pena come ammonimento, e le  determinazioni si potrebbero moltiplicare fino alla scuola penale positiva che con R. Garofalo  e con E. Ferri insiste sulla difesa sociale. Infinite posizioni, queste, del relativismo nella  concezione della pena.

Abbiamo detto che tra le due concezioni della pena non mancano tentativi eclettici, più o  meno riusciti. Basterà ricordare H. Ahrens, che accanto a uno scopo immediato della pena,  reintegrazione dello stato del diritto, parla altresì di uno scopo finale etico e umano, cui il  primo è legato.

La proprietà di locke : la proprietà e la legge di natura. “La più salda garanzia della  proprietà privata di ciascuno risiede nella legge di natura, senza il cui rispetto è impossibile  per chicchessia essere padrone dei propri beni e badare al proprio interesse”. Dal fatto che  la terra è originariamente data da Dio ad Adamo e poi a tutti i suoi discendenti consegue che  essa è stata data in comune a tutti gli uomini. Tuttavia, ciò che non è mai stato in comunione  è la proprietà di sé. Allo stato di natura gli uomini vivono pacificamente e razionalmente, ma  non hanno la possibilità di proteggere la propria proprietà. Qui viene introdotto da Locke i  concetti di libertà,diritto e Stato Civile, un unione tra individui. Argomento a contraris:

In che sensi Locke è considerato il padre dell'istituto parlamentare moderno Potere paterno in locke La costituzione inglese in Montesquie : la tesi di Montesquieu è nota: la peculiare  configurazione dei poteri in Inghilterra è tale da garantire la libertà politica, perché i poteri,  limitati a vicenda, finiscono per garantire quella sicurezza e “libertà di spirito” che è ,  secondo Montesquieu, la base della libertà. ( tratto da : le radici della costituzione inglese di  giorgio rebuffa http://www.rivisteweb.it/doi/10.1436/23327) Esempio di analogia Pufendorf : Teorie rilevanti del suo pensiero sono:

• riduzione del diritto ad unità concettuale: si tratta di una teoria più soggettivistica del  diritto, ossia diritto come comando scaturente dalla ragione dell'uomo in quanto tale e  non oggettivistica, nel senso di un diritto che sorge dalla natura delle cose. Per 

Pufendorf il diritto è un comando che un superiore emette nei confronti di un  subiectus, trattasi di Dio nel caso della legge di natura o del Re, nel caso della legge  positiva. La sanzione è ciò che rende il comando dell'autorità efficace, la sanzione  serve a discriminare le zone di diritto, dalle zone non disciplinate dal diritto, quelle  zone, cioè, costituite da un'isola di libertà che consta di azioni non esplicitamente  vietate. (teoria volontaristica e non naturalistica del diritto)

• separazione tra giurisprudenza e teologia morale: le distinzioni fra legge morale e  diritto attengono a tre diversi profili. Sotto il profilo della conoscenza, il diritto è  conoscibile mediante ragione, il diritto divino invece mediante rivelazione. Sotto il  profilo del fine, il diritto ha come fine la vita terrena, quello divino riguarda la vita  ultraterrena. Infine da un punto di vista dell'oggetto, il diritto riguarda le azioni  esterne, la legge morale invece le azioni interne. Si perviene così a una laicizzazione  del diritto verso la libertà di coscienza e di religione, distinguendo l'ambito religioso da  quello giuridico. Si pone inoltre indirettamente al legislatore un limite per gli ambiti da  disciplinare, dovranno perciò essere esclusi quegli ambiti che si riferiscono alle azioni  interne o comunque quelle azioni che non si riverberano su atti esterni.

• dottrina penalistica: Pufendorf si riallaccia a Hobbes, nel dire che la pena è un  patimento comminato a causa di un male inflitto. Le venature utilitariste e non  proporzionaliste determinano nel suo pensiero il ritenere che la pena deve superare il  vantaggio ottenuto dal male commesso, deve essere stabilita dal sovrano con legge  precedente il fatto (nullum crimen sine lege e nulla poena sine lege) e resa nota e  infine il giudice può arbitrariamente determinare qualità e quantità della pena,  secondo le esigenze particolari di esemplarità della punizione o altre esigenze  politiche.

Tratto da wiki

Rosseau: I due Discorsi. Più profonda e duratura è stata la sua azione sul pensiero  europeo; da un lato egli esprime la cultura illuministica, dall’altro se ne distacca e vi si  oppone con violenta polemica. Proprio pubblicando nel 1750 il celebre Discours sur les  sciences et les artes (trad. it. Discorso sulle scienze e sulle arti), R., contro la fiducia  illuministica nel progresso, sosteneva che «le nostre anime si sono corrotte nella misura in  cui le nostre scienze, le nostre arti hanno progredito verso la perfezione»: l’uomo, uscito dal  felice stato di primitiva ignoranza, è stato corrotto dai progressi dell’incivilimento. Nel  successivo Dis­cours sur l’origine et les fondements de l’inégalité parmi les hommes (1754;  trad. it. Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza tra gli uomini) () volle  delineare il processo per cui, dalla bontà originaria del primitivo stato di natura, gli uomini 

sono passati alla «società civile» ingiusta e corrotta. Nello stato di natura (➔ natura, stato  di) – di cui R. sottolinea il carattere di ipotesi come presupposto dell’analisi delle presenti  condizioni dell’uomo – non esisteva proprietà, quindi neppure disuguaglianza, né  sopraffazione, né soggezione di uomo a uomo. Lentamente però gli uomini cominciarono ad  appropriarsi della terra e dei suoi prodotti, inventando e utilizzando le prime tecniche di  trasformazione della natura, come la metallurgia e l’agricoltura. Nasce la divisione del lavoro  e l’appropriazione dei suoi prodotti, ossia la proprietà: con questa sorge la «società civile»,  fondata sulla distinzione tra mio e tuo, cioè sulla disuguaglianza che le leggi vengono a  garantire. Così, mettendo a frutto le caratteristiche proprie dell’uomo, la libertà e la  perfettibilità, l’umanità è definitivamente uscita dalle condizioni originarie dello stato di natura  e anche da quella organizzazione patriarcale che R. indicava come «la giovinezza del  mondo»: è nata invece un’organizzazione coercitiva, fondata sulla distinzione tra ricchi e  poveri, padroni e schiavi. Tuttavia questa accusa lanciata da R. contro la società civile e le  sue strutture non significava il desiderio di riportare indietro l’umanità «nelle foreste con gli  orsi», all’originaria innocenza ed eguaglianza. Si trattava invece, e questo è lo scopo del  Contratto sociale, di definire i fondamenti di una nuova società che fosse capace di ristabilire  «nel diritto l’uguaglianza naturale fra gli uomini»; si trattava di trovare i fondamenti di una  società giusta: in questo R. torna a condividere le prospettive di riforma politica che  ispirarono le polemiche illuministe. 

Il Contratto sociale. Il problema del «contratto sociale» è quello di trovare una forma di  associazione per la quale ognuno, protetto dalla forza comune di tutti, resti padrone di sé e  libero. Fine del contratto o patto sociale è dunque anzitutto di garantire la libertà di ciascuno,  che non sarà più la libertà naturale dello stato di natura, perduta con questo, ma la libertà  che nasce dal contratto, alla cui formazione concorrono tutti i contraenti decidendo di  sottomettersi alla volontà generale. Alle relazioni individuali si sostituisce la relazione dei  cittadini con la legge, espressione della volontà generale, alla quale tutti si sottomettono.  Clausola centrale del contratto è «l’alienazione totale di ciascun associato con tutti i suoi  diritti alla comunità»; nasce così il corpo politico in cui i cittadini sono parti integranti del tutto  e in cui tutti e ciascuno detengono la sovranità. Si esclude in questa prospettiva la figura di  un cittadino o corpo separato rivestito della sovranità attraverso la rinuncia dei singoli ai  propri diritti: tale rinuncia è impossibile; il corpo politico costituisce un tutto, un corpo morale  e collettivo composto di tutti i membri, che trae dall’atto della propria volontà il suo Io  comune. Lo Stato è quindi una persona morale, ente collettivo, ente di ragione che non  s’identifica né con una persona, né con la somma aritmetica della volontà di tutti, ma con la  volontà generale, che, come tale, è sempre retta e ha per suo fine l’utilità pubblica. Le leggi  sono espressione della volontà generale, per cui tutti s’impegnano alle medesime condizioni  e godono dei medesimi diritti. Così la volontà generale «ristabilisce nel diritto l’eguaglianza  naturale tra gli uomini» e garantisce la libertà di ciascuno, libertà legata alla ragione e alle  leggi. Rispetto alla libertà naturale, propria dei primi uomini «stupidi e limitati», s’instaura 

una libertà propria di esseri dotati di ragione, capaci di moralità. Si tratta della libertà civile,  limitata solo dalla volontà generale in cui ciascuno s’identifica. Dalla concezione dello Stato  come «ente collettivo», l’Io comune, che si esprime nella volontà generale e che non  ammette defezioni o negazioni (ove libertà coincide con obbedienza), sono derivate  interpretazioni assolutistiche di R., mentre dall’accento posto sul carattere inalienabile della  sovranità esercitata dal popolo intero prendono le mosse le interpretazioni democratiche. 

Il problema educativo. La riforma dell’uomo nella vita sociale, proposta dal Contratto, si  pone come problema educativo individuale nell’Emilio, quale formazione dell’uomo nuovo.  Poiché la natura è buona, la preoccupazione di R. sarà di non turbare l’armonia e lo sviluppo  della natura nel bambino; l’educazione di Emilio dovrà essere dunque essenzialmente  negativa, non dovrà mai intervenire nel processo di naturale maturazione delle facoltà del  bambino, non pretendere di «vedere nel fanciullo l’uomo». Emilio deve trovare da sé i primi  rudimenti delle scienze, nel lavoro manuale, nel contatto con la natura non mediato dai libri,  e neppure suggestionato dalla società dalla quale dovrà restare lontano fin quando non avrà  conquistato, con la ragione, la piena libertà. Infatti culmine dell’educazione è la conquista  della ragione, della piena capacità di giudizio, l’affermarsi della coscienza morale: qui  s’inserisce anche la scoperta di Dio fuori dalle rappresentazioni antropomorfiche. Si colloca  a questo punto nell’Emilio la professione di fede del Vicario savoiardo, che comporta il  riconoscimento di Dio creatore e provvidente attraverso l’ordine del creato; riconoscimento  che è frutto anzitutto di un sentimento, non della ragione discorsiva. Con Dio, la religione di  R. comporta il riconoscimento dell’immortalità dell’anima cui è connessa non solo la  moralità, ma la necessaria prospettiva ultraterrena di premi e castighi quale ristabilimento di  un ordine perduto nel mondo degli uomini. Questi i cardini della religione dell’uomo che R.  vede coincidere con la «pura e semplice religione del Vangelo». Da questa si distingue la  religione del cittadino legata a culti e dogmi, diversa da paese a paese. Diversa ancora è la  fede puramente civile, cioè propria della società civile: se lo Stato non può intervenire nelle  opinioni private degli individui, tuttavia esso deve stabilire i dogmi della religione civile:  esistenza di Dio potente e provvidente, immortalità dell’anima, vita futura con premi e  castighi, santità del contratto sociale e delle leggi: senza questa fede non è possibile per R.  essere buoni cittadini; chi rifiutasse quei dogmi, dovrà essere cacciato dal corpo sociale  come un uomo «incapace di amare le leggi, la giustizia, di sacrificare, se occorre, la propria  vita al dovere»; chi poi tradisse la fede civile, dovrà essere condannato a morte. Posta al  centro questa fede civile, R. difende anche la tolleranza religiosa contro l’intolleranza civile e  teologica, che provoca contestazioni e guerre dannose alla sovranità dello Stato. Si  intrecciano in R. motivi assai diversi e spesso soluzioni diverse si contrappongono o quanto  meno si succedono nel tempo; ma appare sempre essenziale la continua attenzione per i  problemi dell’uomo e della società, unita a un’ispirazione «religiosa» che lo sostiene nella  lotta per il riscatto e la liberazione dal «male» e per la fondazione di un nuovo mondo  morale. Tratto dalla treccani

Beccaria Voltare Oggettivismo penale Stato di natura Separazione dei poteri In che senso rosseau critica Montesquie Rosseau pesare ne d'accordo o no con l'articolo 1 della nostra costituzione Principio di governo di Montesquie Un capitolo a scelta dello spirito delle leggi Il contratto sociale in Locke e qualche domanda sulla costituzione degli stati uniti Come si ottiene la libertà nella costituzione inglese secondo Montesquie Stato di natura in Locke e argomento apogogico ( = metodo di ragionamento  sillogistico per cui la verità di una tesi si prova dimostrando la falsità delle  conseguenze della tesi contraria quindi la giustificazione della falsità di  un'affermazione avviene sottolineando l'assurdità delle conseguenze) La separazione dei poteri: quale ne è la ragione dove si collocano i tre poteri nel  sistema italiano e in quello inglese Assolutismo processo storico Il processo che porta alla codificazione, cosa si intende per codificazione, quando  avviene in Italia Analogia iuris Gravità delle pene di Montesquie Importanza della corte suprema Il principio della monarchia nello spirito delle leggi La società polItica in rosseau Differenza tra stato di natura e di guerra Esecuzione individuale Quali sono i criteri di ordine del codice civile

RIASSUNTO: CONSIDERAZIONI SULLE CAUSE DELLA GRANDEZZA DEI ROMANI E  DELLE LORO DECADENZE.

Fra le cause che resero Roma gloriosa e grande abbiamo l’attaccamento intenso e profondo dei  cittadini di Roma alla patria, questa passione veniva coltivata fin dall’infanzia, venivano così esaltati i 

principi cardini dalla legge, libertà, fatica fino al valore dei magistrati e senatori per poi arrivare alla  severa disciplina militare (strategie e tattiche belliche né furono la base), nonché la gestione dei  rapporti con le nazioni sottomesse. Montesquieu si avvicina di fatto alle  idee di Machiavelli e Campanella, perché sottolinea la positività  dei conflitti fra patrizi e plebei, che contribuiscono a tenere vivo lo spirito di libertà nella repubblica. Roma subì nel tempo il declino e le cause furono: la crisi del sistema militare (i quali non si sentirono  più legati alla repubblica, ma ai propri generali), il numero eccessivo di conquiste che, provocando un  ampliamento territoriale smisurato, mise in crisi i fondamenti del sistema repubblicano e rese lo Stato  ingovernabile dal centro; l’estensione indiscriminata dello ius civitatis; un generale degrado morale  derivante dall’influenza di costumi orientali;  gli arbitrii e le follie di numerosi despoti efferati, di  quei “mostre” disumani e sanguinari che, da Tiberio a Diocleziano, ressero le sorti di Roma; la  divisione dell’impero, di cui approfittarono tempestivamente i Barbari. Montesquieu mostra le virtù repubblicane che furono poco a poco indebolite e infine schiacciate da  un dispotismo che, nei primi tempi ( Pompeo, Cesare e Augusto), seppe celarsi con astuzia dietro una  maschera di generosa libertà.   Così, gli alti principi civili e morali su cui la potenza romana s’era fondata andarono via via  alternandosi. Estendendosi a dismisura, Roma fini col perdere il proprio spirito repubblicano che, può sussistere  soltanto in un territorio di dimensioni limitate. Montesquieu analizza cosi tutta la storia romana dalla grandezza alla decadenza, e nei vari scritti si  avverte l’opinione illuministica e progressiva dove tutte e quante le forme di governo, pure quelle più  stabili e armoniose sono prima o poi destinate a decadere e a scomparire; anche il suo modello  prediletto (la monarchia costituzionale inglese). Osservando i Romani si percepisce l’amore per la libertà e, di conseguenza, l’odio per ogni forma di  tirannia, difatti il filosofo esorta i suoi contemporanei a sostenere e a difendere il valore della libertà,  illustrando loro la graduale degenerazione e la triste fine di un sistema politico che non seppe  conservarla. In questo scritto si nota dal punto di vista stilistico una precisa  e misurata ponderazione, che ne rivela  uno stile particolare che tende a sviluppare osservazioni acute corredato da un tono sovente –  sentenzioso. Montesquieu si dimostra più interessato alle cause generali e alla vita delle istituzioni (alla loro  struttura e rapporti…) che agli uomini. Sulle persone tende a soffermarsi su Cesare e Pompeo, uomini tanto ambiziosi quanto straordinari che  vissero da protagonisti i primi tempi della decadenza della repubblica; Augusto venne invece dipinto  come un astuto tiranno che, pur ostentando un profondo rispetto per le istituzioni repubblicane,  mirava in realtà a instaurare un governo dispotico.  È poi convito che, almeno nella maggior parte dei casi, dietro la grandezza civile e morale, dietro gli  sfavillanti splendori del più virtuose apparenze, si celino motivi tutt’altro che generosi.

Capitolo 1

La grandezza di Roma si avvertì fin da subito, Romolo e i suoi successori furono quasi sempre in  guerra con i loro vicini, per ottenere cittadini, donne o terre. Ritornando vincenti, questi trionfi furono  la causa principale delle grandezza della città all’inizio. Roma crebbe grazie all’unione con i Sabini, che era un popolo duro e bellicoso come gli Spartani.  Romolo addotto anche lo scudo che era largo al posto di quello che avevano in uso piccolo. Altra strategia vincente fu che i Romani, avendo combattuto con tutti i popoli, hanno sempre  rinunciato alle loro usanze, non appena ne hanno trovate di migliori. Si faceva strada la convinzione che un imperatore non fosse obbligato dalle scelte del predecessore,  ma fosse libero, difatti nascevano continue guerre. Fù comunque un’anomalia nella storia trovare una sequenza cosi lunga di uomini di Stato e di  condottieri. “ Alla nascita delle società sono i capi di Stato a fare l’istituzione; in seguito, è l’istituzione che crea i  capi di Stato. Tarquinio prese la corona senza essere eletto dal senato, ne dal popolo. Il potere diveniva ereditario:  egli lo rese assoluto.” Un popolo può tollerare nuove imposte anche se questo non verrà impiegato per gli scopi richiesti,  ma quando il popolo viene affrontato esso avverte la propria sventura. Con la morte di Lucrezia, nella rivoluzione, seguì poi un popolo fiero, intraprendente, ardito e  circondato da mura. “ Due cose potevano succedere: che Roma mutasse il suo governo, o che restasse una monarchia  piccola e povera.” Si può trarre come conclusione che  gli uomini hanno avuto sempre le stesse passioni in tutti i tempi,  come anche le occasioni di grandi cambiamenti sono sempre diverse, ma le cause sono sempre le  stesse. Con la cacciata dei re, Roma creò annualmente dei consoli di nomina annuale e questa scelta li porto  ad avere molta potenza.  “ I principi hanno, nella loro vita, periodi di ambizione, a cui succedono altre passioni, e perfino  l’ozio; ma, giacchè la repubblica aveva capi che cambiavano annualmente, e che cercavano di  distinguere la loro magistratura per ottenerne di nuove, non c’era un momento da perdere per la loro  ambizione; essi esortavano il senato a proporre al popolo la guerra, e gli indicavano ogni giorno nuovi  nemici.” La guerra nei maggior parte dei casi era sempre gradita al popolo, essendo che Roma era una città  priva di commercio e povera di artigianato, il saccheggio era il solo mezzo che consentisse ai privati  di arricchirsi. Il bottino veniva messo in comune, e distribuito ai soldati i quali facevano un  giuramento prima di partire che non avrebbero sottratto nulla a proprio vantaggio; tale giuramento era  importantissimo per i Romani. La guerra conveniva anche ai cittadini che rimanevano nella città perché si confiscava una parte delle  terre del popolo vinto, e la si divideva in due: una parte la si vendeva per fare cassa nello Stato e  l’altra veniva distribuita ai cittadini poveri, con l’obbligo di una rendita a favore della repubblica. I consoli era quindi coscienti che la carriera era decisa dalla vittoria o dalla conquista fatta in guerra. “ Roma era dunque in guerra perpetua e sempre violenta.” In questo modo Roma acquisì grande  conoscenza dell’arte militare (perché non erano guerre saltuarie dove le tecniche si disperdevano!), 

inoltre i Romani non fecero mai la pace se non da vincitori (perché alle loro sconfitte seguivano altre  guerre in cui si imponevano a loro stessi di vincere al fine di scoraggiare i vincitori). In un primo momento i soldati come abbiamo detto vanno per il bottino poiché non sono stipendiati. Quando il senato ebbe modo di dare una paga ai soldati non venne più distribuita la terra di popoli  vinti ma gli venne dato “ un soldo all’esercito per un certo tempo, nonché a dargli grano e vestiario.”

Capitolo secondo “ l’arte della guerra presso i Romani”

I Romani impegnarono tutto il loro ingegno e i loro pensieri nel perfezionarla. “ Essi ritennero che bisognasse dare ai soldati della legione armi offensive e difensive più forti e  pesanti di quelle di qualsiasi altro popolo.  Ma siccome in guerra vi sono delle cose che un corpo pesante non è in grado di fare, vollero che la  legione contenesse, nel proprio seno, una truppa leggera, che potesse uscirne per attaccar battaglia e,  se la necessità lo esigesse, ritirar visi; vollero inoltre che avesse cavalleria, arcieri e frombolieri, onde  inseguire i fuggiaschi e completar la vittoria; che fosse difesa da ogni sorta di macchine da guerra,  che potesse trasportare con sé; che ogni volta si trincerasse e divenisse una sorta di fortezza.” I Romani avevano capito che con un lavoro immenso per i soldati fatto senza momenti di ozio i frutti  sarebbe stati vincenti, mentre i soldati ce non erano Romani passavano da momenti di lavoro  immenso e momenti di ozio il che andava a loro discapito. “ I soldati romani…. Li si abituava a marciare al passo militare, ossia a fare, in cinque ore, venti  miglia, e qualche volta ventiquattro. Durante queste marce, li si caricava di pesi di sessanta libre. Li si  allenava a correre e a saltare armati di tutto punto; nelle esercitazioni, usavano le spade, giavellotti e  frecce di peso doppio rispetto alle armi ordinarie, e tali esercizi erano continui. La scuola militare non era soltanto al campo: nella città vi era un luogo ove i cittadini andavano a  esercitarsi (il Campo di Marte).” Ogni volta che i Romani avvertivano un pericolo o volevano riparare a qualche perdita andavano a  rafforzare la disciplina militare. Quando un soldato aveva commesso una colpa si faceva salassare e il motivo era che essendo la forza  la principale qualità del soldato, allora indebolirlo equivaleva a degradarlo. Era così importante come virtù che le diserzioni erano nel popolo Romano pressoché nulle essendo i  Romani un popolo fiero e orgoglioso che comandava gli altri popoli che nessun romano non cessava  mai di voler essere romano. Quindi gli eserciti romani non erano numerosi ma erano preparati. “ogni Romano … contava sempre su se stesso; era coraggioso per natura, ossia aveva quella virtù che  è la consapevolezza delle proprie forze.” La preoccupazione principale per i romani era di esaminare quali capacità superiori aveva il nemico  così da provvedervi subito.( esempio le spade taglienti dei Galli , gli elefanti di Pirro, la spada  spagnola e l’uso di macchine da guerra erano tutte pecche a cui supplirono). La guerra era per loro una meditazione, la pace era un esercizio. “Se qualche nazione ebbe, dalla natura o dalle proprie istituzioni, qualche particolare vantaggio, essi  l’adottarono subito: fecero di tutto per aver cavalli numidi, arcieri cretesi, frombolieri delle baleari,  navi rodie. Insomma, mai una nazione preparò la guerra con tanta prudenza, e la fece con tanta audacia.”

Capitolo terzo “ Come i Romani poterono ingrandirsi”

“Prima della corruzione, le entrate originarie dello Stato venivano divise fra i soldati, cioè fra i  contadini: allorché la repubblica fu corrotta, esse finirono prima nelle mani dei ricchi, che le davano  agli schiavi e agli artigiani, da cui infine, mediante tributi, se ne riprendeva una parte per il  mantenimento dei soldati.”

Capitolo quarto “ 1. I Galli – 2. Pirro – 3. Parallelo tra Cartagine e Roma – 4. Guerra  Annibale”

Negli Stati governati da un principe, le divisioni si appianano facilmente, poiché egli ha nelle mani un  potere coercitivo che modera i due partiti; ma in una repubblica esse sono più durature, poiché il male  attacca solitamente lo stesso potere che potrebbe garirlo. A Roma, governata dalle leggi, il popolo accettava che il senato avesse la direzione degli affari  pubblici, mentre a Cartagine, governata dagli abusi, il popolo voleva far tutto da sé. …..  I Romani era ambiziosi per orgoglio, i Cartaginesi per avidità ….Roma non era guidata dall’idea dei  benefici e dei danni; era determinata soltanto dal propria gloria e, siccome non poteva immaginare di  esistere senza comandare, non vi era speranza né timore che potesse spingerla a fare una pace che  essa stessa non avesse imposto. I Cartaginesi si servivano di truppe straniere, i Romani impiegavano invece le proprie (soprattutto i  popoli sottomessi).

I Romani non avevano alcuna conoscenza della navigazione; quando una galèa cartaginese s’incaglio  sulle loro coste, essi si servirono di quel modello per costruirne altre, e in tre mesi i loro marinai  furono addestrati, la flotta fu costruita ed equipaggiata: salpò , incontro la flotta dei Cartaginesi e la  sconfisse.

Le conquiste sono facili da attuare, poiché si compiono con tutte le proprie forze, ma sono difficili da  conservare, poiché le si difende solamente con una parte di esse.

Capitolo quinto “ Situazione della Grecia, della Macedonia, della Siria e dell’ Egitto dopo  l’umiliazione dei Cartaginesi”

I Romani, appena soggiogati i Cartaginesi, assalirono infatti altri popoli, e fecero la loro comparsa in  tutto il mondo, per invaderlo tutto. Allora in Oriente, quattro sole erano le potenze capaci di resistere ai Romani: la Grecia e i regni della  Macedonia, della Siria e dell’Egitto. Occorre vedere quale fosse la situazione delle due prime  potenze, giacché i Romani cominciarono col sottomettere quelle. In Grecia, vi erano tre popoli considerevoli, gli Etoli, gli Achei e i Beoti: erano associazioni di città  libere, che avevano assemblee generali e magistrati comuni. Gli Etoli erano bellicosi, arditi, temerari, 

avidi di guadagno, mai fedeli alla parola e ai giuramenti; …. Gli Achei erano tormentati di continuo  da vicini o da difensori scomododi. I Beoti, i più rozzi fra tutti i Greci, partecipavano il meno possibile agli affari generali: guidati  soltanto dall’idea del bene e del male presenti, non avevano abbastanza vivacità di spirito perché agli  oratori fosse facile scuoterli e, caso sorprendente, la loro repubblica si manteneva perfino  nell’anarchia. Sparta aveva conservato la sua potenza, ossia quello spirito bellicoso ….

La Grecia era temibile per la sua posizione, la sua forza, il numero delle sue città, la quantità dei suoi  soldati, la sua amministrazione, i suoi costumi e le sue leggi: amava la guerra, ne conosceva l’arte; e  sarebbe stata invincibile, se fosse stata unita.

Il secondo tratto sul governo by John Locke

Locke sostiene che ogni governo non è altro che il prodotto della forza e della violenza,  quindi esso non scaturisce da una donazione fatta da Dio ad Adamo e ai suoi discendenti di  un autorità su tutti gli uomini. Quindi l'origine del potere politico va ricercata da un'altra parte! POTERE POLITICO = diritto di fare leggi che contemplino la pena di morte e di  conseguenza tutte le pene minori, in vista di un regolamentazione e conservazione della  proprietà. E il diritto di impiegare la forza della comunità nell'esecuzione di tali leggi e nella  difesa dello Stato da attacchi esterni: tutto per il PUBBLICO BENE.

Lo stato di natura: Tutto ebbe inizio con lo stato di natura. Gli uomini si trovavano in uno stato di perfetta libertà  di regolare le proprie azioni e di disporre dei propri beni e persone come meglio credevano.  Ovviamente restando nei limiti fissati dalla legge di natura: l'uomo non era libero di  distruggere se stesso ne altra creatura in suo possesso. Nessuno deve recare danno ad altri  nella vita, nella salute, nella libertà, negli averi! Stato di eguaglianza che viene posto a fondamento dell'obbligo al reciproco amore fra gli  uomini ( del tipo: non fare ad altro quello che non vorresti fosse fatto a te). Visto che vige l'uguaglianza tra gli uomini, l' esecuzione della legge di natura era affidata  nelle mani di ciascuno: ognuno aveva il potere di punire i trasgressori di quella legge in  maniera tale da impedirne la violazione. Non si trattava di un potere assoluto o arbitrario, ma  proporzionato alla trasgressione. RIPARAZIONE e PREVENZIONE: le due uniche ragioni per cui un uomo può legalmente  punirne un altro! Colui che ha subito il danno, oltre al diritto di punire ha il diritto particolare di chiedere la 

riparazione da colui che glielo ha arrecato. In ragione di questi due distinti poteri (punire ed  esigere la riparazione del danno) il magistrato può condonare di propria autorità la punizione  di violazioni delittuose, ma non può condonare la riparazione dovuta ad un privato per il  danno che questi ha subito. Colui che ha subito il danno ha il diritto di chiese la riparazione a  suo nome, e lui solo può condonarla. Ogni trasgressione potrà essere punita in misura tale da essere sufficiente a renderla un  cattivo affare per il trasgressore, dargli motivo di pentirsi e dissuadere gli altri nell'intento di  fare altrettanto. Locke, tra monarchia e stato di natura preferisce quest'ultimo perché almeno gli uomini non  sono costretti a sottomettersi all'ingiusta volontà di un altro. Molti obbiettano alla teoria di Locke, che non vi furono mai uomini nello stato di natura. Lui  risponde con le parole di Hooker: l'uomo singolo non è i grado di provvedere a tutti i suoi  bisogni, per sopperire a questa mancanza gli uomini si sono uniti tra loro in società. Non ogni patto mette fine allo stato di natura fra gli uomini, ma solo quello in cui si concorda,  insieme e reciprocamente, di entrare in un unica comunità e costituire un solo corpo politico.

Lo stato di guerra: STATO DI INIMICIZIA E DISTRUZIONE ciascuno può distruggere un uomo ( sempre per il principio della propria conservazione) che  gli faccia guerra o abbia mostrato ostilità contro di lui per la stessa ragione ( non si sono  sottomessi alla comune legge della ragione) per cui può uccidere un lupo o un leone. Quindi chi tenta di ridurre in schiavitù un altro uomo, si pone in uno stato di guerra contro  questo, legittimandolo ad uccidere. Poiché, chi nello stato di natura vuole appropriarsi della  libertà di un altro uomo si deve supporre che abbia l'intenzione di appropriarsi di ogni altra  cosa: essendo la libertà il fondamento di tutto il resto! Ciò rende legittimo per un uomo  uccidere un ladro che non gli ha minimamente recato danno, né dichiarato alcun proposito  riguardante la sua vita, se non per l'uso della forza diretto a porlo in suo potere (si presuppone che chi vuole togliere la libertà ad un soggetto, una volta che lo ha in suo  potere, voglia spogliarlo di tutto). Tra coloro che vivono in una società quando viene meno l'uso della forza, cessa anche lo  stato di guerra, perché allora è possibile il rimedio dell'appello al giudice comune. Mentre  nello stato di natura, mancando il rimedio dell'appello, lo stato di guerra una volta cominciato  continua a sussistere. Quindi la parte innocente ha diritto a distruggere l'altra ogniqualvolta  lo possa; fino a quando l'aggressore offra pace e desideri una riconciliazione in termini tali  da riparare ogni torto già arrecato e garantire l'innocente per il futuro. EVITARE LO STATO DI GUERRA È L'UNICO GRANDE MOTIVO PER CUI GLI UOMINI SI  COSTITUISCONO IN SOCIETÀ E ABBANDONANO LO STATO DI NATURA!

Schiavitù: Libertà naturale = non essere soggetto ad altro vincolo che quelli derivanti dalla legge di 

natura. Libertà nell'uomo in società = è quella di seguire la propria volontà in tutti i casi in cui la  norma non dà prescrizioni (norma in conformità della quale tutti i membri della società  vivono...e all'infuori delle sue prescrizioni decide la volontà di ognuno). Poiché nessuno può dar maggior potere di quanto ne possiede, un uomo (non avendo  potere sulla propria vita) non può né per contratto né col suo consenso farsi schiavo! Ma se  per colpa, un uomo si è giocato la sua vita con un atto che merita la morte, colui con cui l'ha  messa in gioco può astenersi dal togliergliela e metterlo al suo servizio, non facendogli torto. La perfetta condizioni di schiavitù non è altro che lo stato di guerra continuato tra un  conquistatore legittimo e un prigioniero.

Proprietà: come spiegare la proprietà dal momento che Dio diede il mondo ad Adamo ed ai suoi  discendenti in comune?! Ogni uomo ha la proprietà della sua persona, benché la terra e le creature inferiori siano  date in comune a tutti gli uomini, quindi il lavoro del suo corpo e l'opera delle sue mani sono  propriamente suoi. Mescolando il proprio lavoro ad una cosa rimossa dallo stato comune in  cui la natura l'ha posta, essa diventa di proprietà del soggetto, il cui lavoro ha tolto quei beni  dallo stato comune; non necessitando del consenso esplicito di tutta la comunità (quindi il  cervo è di chi l'ha ucciso...). Allora chiunque può accumulare a suo piacimento?! No! La  stessa legge di natura che in questo modo ci conferisce la proprietà, pone il limite del nostro  godimento: uno ha quanto può usare a vantaggio della sua vita prima che si deteriori. Allo stesso modo (col lavoro) si ottiene la proprietà della terra. Una recinzione fatta a proprio  vantaggio non riduce la parte che resta a disposizione degli altri, visto che di terra c'è ne in  abbondanza. Dio ha dato il mondo agli uomini per il loro beneficio e perché ne potessero trarre la  massima utilità per la loro vita quindi non si può supporre che fosse sua volta che esso  rimanesse perennemente in comune e incolto. Finché rimaneva terra coltivabile nessuno  aveva motivo di dolersi. Nel caso delle terre comuni in Inghilterra ove una moltitudine di uomini si trova sotto un  governo e abbia denaro e commercio, nessuno può recingere o appropriarsi di una parte  della terra senza il consenso di tutti i membri della sua comunità. Perché essa rimane  comune (ad un certo numero di uomini e non rispetto all'intera umanità) per contratto, in  forza della legge del luogo. Dio nel prescrivere di coltivare la terra dava all'uomo l'autorità di appropriarsene. La misura  della proprietà e stata fissata dalla natura in base all'entità del lavoro degli uomini e dei  mezzi richiesti per la sussistenza. Legge della proprietà: ciascun uomo ha tanto quanto può usare, sarebbe ancora valida se  non fosse stata inventata la moneta e non fosse intervenuto il tacito accordo tra gli uomini  ad attribuirle valore. Il desiderio di ottenere più di quanto si necessita ha alterato il valore 

delle cose, il quale inizialmente era legato alla loro utilità in relazione alla vita dell'uomo. Tutto ciò che uno coltivava, mieteva, conservava,usava prima che si danneggiasse, gli  spettava per diritto. Ma se parte delle culture non venivano raccolte oppure marcivano,  allora quella parte della terra, seppur recintata rimaneva di proprietà comune (si considerava  incolta e poteva essere reclamata da chiunque). Costituiva eccesso rispetto ai limiti della  proprietà giusta, non l'ampiezza del possesso ma il deteriorarsi di ciò che rimane inutilizzato  al suo interno. È il lavoro che conferisce gran parte del valore alla terra! All'inizio il lavoro conferì un diritto di proprietà ovunque uno volesse esercitarlo su ciò che  era comune, con l'incremento della popolazione e delle scorte, l'uso della moneta, aveva  fatto si che la terra scarseggiasse e per questo acquistasse più valore. Le diverse comunità  stabilirono i confini i loro territori rinunciando alle pretese che per il diritto di natura avevano  sugli altri paesi. Oro, argento, diamanti hanno acquistato valore per convenzione e non tanto per la loro reale  utilità e necessità alla sopravvivenza del genere umano. Si giunse alla moneta perché era qualcosa di durevole, qualcosa che gli uomini potevano  conservare senza paura che si deteriorasse e che per mutuo consenso poteva essere presa  in cambio di beni di sussistenza veramente utili ma deteriorabili. Gli uomini in questo modo hanno consentito un possesso della terra sproporzionato e  ineguale avendo escogitato un modo con cui uno può legittimamente possedere più terra di  quella di cui può usare il prodotto, ricevendo in cambio del surplus, oro e argento, beni che  può accumulare senza far torto a nessuno, dato che questi metalli non si deteriorano. Questa divisione dei beni nell'ineguaglianza dei possessi privati, gli uomini l'hanno resa  attuabile al di fuori della società e senza contratto. Avendo diritto su tutto ciò su cui poteva impiegare il suo lavoro, un uomo non era mai  tentato di lavorare per più di quanto potesse usare, non lasciando spazio per controversie  circa il diritto, né a violazioni del diritto di altri.

Potere paterno: per Locke si deve parlare, più propriamente di potere parentale poiché qualunque sia  l'obbligo che la natura e il diritto di generazione impone ai figli certamente deve vincolare  anche la madre. I figli (sebbene Locke sostenga schema tutti gli uomini nascono uguali) non nascono in  questo perfetto stato di eguaglianza, i genitori hanno una sorta di governo e giurisdizione su  di loro, ma temporaneo. Poiché essi nascono ignoranti e senza l'uso della ragione non  sottostanno immediatamente alla leggi di natura le quali sono promulgate e rese note dalla  ragione. La libertà, per Locke, è la disposizione e regolazione autonoma che una persona ha delle  proprie azioni, dei propri beni...nei limiti previsti dalla legge. Il potere paterno (parentale) è il mezzo con cui i genitori educano e guidano il fanciullo 

ignaro verso la ragione che gli consentirà di essere libero, dotato di intelligenza propria  capace di dirigere la sua volontà. L'uomo attraverso la maturità è in grado di conoscere la legge di natura così da poter  condurre le sue azioni entro i limiti fissati da essa. Ma se qualcuno non raggiunge quello  stato di ragione in cui lo si ritiene capace di conoscere la legge e quindi di vivere nell'ambito  delle sue norme, costui non sarà mai capace di essere un uomo libero e non lo si lascerà  mai disporre della sua volontà! Continuando a sottostare alla tutela e al governo di altri per  tutto il tempo che il suo intelletto risulterà incapace di assolvere a quella funzione. Dio da un lato ha imposto ai genitori di nutrire, proteggere e allevare la prole dall'altro ha  imposto ai figli l'obbligo perpetuo di onorare i genitori, da questo obbligo non vi è condizione  o libertà che possa esonerare i figli. Ciò è ben lontano da conferire ai genitori un potere di  comando suo loro figli, o l'autorità di fare leggi e disporre a loro piacimento della vita e  libertà di essi. Il rispetto dovuto dal figlio conferisce ai genitori un diritto all'aiuto, al rispetto...in proporzione  alle cure, alla benevolenza ricevuta dal figlio. Il padre ha: 1. Diritto di tutela durante la minore età del figlio 2. Diritto al rispetto durante tutta la vita Il primo aspetto del potere paterno è l'educazione, che il padre può alienare a terzo. Ma il  dovere del rispetto, altro aspetto del potere paterno, rimane nondimeno dovuto ai genitori  nella sua interezza: esso è così inseparabile da entrambi i genitori , quindi l'autorità del  padre non può espropriare la madre di questo diritto. Motivo per cui i genitori, nella società in cui essi stessi sono sudditi conservano un potere  sui propri figli, ciò non potrebbe accadere se tutto il potere politico fosse potere paterno. Il potere politico e quello paterno sono perfettamente distinti e separati. Potere degli uomini di lasciare i loro beni a chi vogliono. E poiché al godimento della terra è  sempre stata legata la soggezione al governo del paese di cui quella terra è parte, si è  pensato che uno padre potesse obbligare un figlio presso quel governo di cui egli stesso fu  suddito e quindi che il contratto da lui sottoscritto vincoli anche loro. Mentre essendo  soltanto una condizione necessaria legata alla terra e all'eredità di un patrimonio soggetto a  quel governo, quel patto si estende solo a coloro che vogliono prendere l'eredità a quella  condizione. I figli sono liberi di scegliere la società a cucù si intendono unire, ma se vogliono  godere dell'eredità devono accettarla con le stesse clausole con cui la ebbero i loro avi,  sottomettendosi a tutte le condizioni connesse ad un tale possesso. Sebbene la facoltà di comandare del padre non si protrae una volta che il figlio raggiunge la  maggiore età e sebbene l'onere al rispetto non conferisca al padre alcun potere di governo.  Il padre è venuto a esercitare, per consenso dei figli (i quali erano stati abituati nell'infanzia a  seguire la guida del padre e a rimettergli le loro divergenze. Quindi chi più adatto di lui a  governarli), quel potere esecutivo della legge di natura che ogni uomo libero naturalmente  possiede. Così i padri naturali delle famiglie ne divennero anche i monarchi politici, ponendo 

le fondamenta di regni ereditari ed elettivi retti da costituzioni e consuetudini diverse. Il fatto  che i principi derivino il loro titolo dal diritto paterno non è una prova sufficiente per far  discendere la loro autorità politica sui loro sudditi. Perché se no solo ai principi spetterebbe  di essere sacerdoti, in quanto al principio il padre di famiglia era il sacerdote della sua  famiglia.

Società politica o civile: Dio ha reso l'uomo soggetto a forti obblighi legati al bisogno, al l'utilità che lo hanno spinto  ad entrare in società. La prima fu quella tra marito e moglie che diede origine a quella tra  genitori e figli alla quale si aggiunse quella fa padrone e servo. Ma sia prese singolarmente  che insieme non arrivano a costruire una società politica. 1. Società coniugale: istituita da un contratto volontario tra uomo e donna il cui fine risiede  nella continuazione della specie e non nella semplice procreazione, per questo l'unione dura  anche dopo la procreazione. Allora perché una volta assicurata la procreazione e  l'educazione della prole e si è provveduto alla successione ereditaria, il contratto non possa  considerarsi risolto per consenso, o allo scadere di un tempo determinato, o all'avversario di  particolari condizioni?! Sebbene sul marito ricada il governo della famiglia, ciò non gli dà maggior potere sulla vita  della moglie, che rimane libera di separarsi da lui quando il diritto naturale o il loro contratto  lo consenta. Poiché i fini del matrimonio (procreazione, aiuto, assistenza reciproca) non  richiedono che il marito abbia un potere di vita o di morte sulla moglie. 2. Società tra genitori e figli 3. Società tra padrone e servo: servo, un uomo libero si rende servo di un altro vendendogli  per un certo periodo il servizio che si impiega a fornire in cambio di una paga. Il servo viene  nella famiglia del suo padrone e assoggettato alla regole di essa solo temporaneamente e  nel rispetto dei limiti previsti dal contratto stipulato. Esiste un'altra specie di servi, gli schiavi i  quali essendo prigionieri presi nel corso di una guerra legittima, sono per diritto di natura  assoggettati al dominio assoluto e al potere arbitrario dei propri padroni. Consideriamo il capo di una famiglie con tutte queste relazioni subordinate unite sotto il  governo domestico di una famiglia, per quanto possa assomigliare ad un piccolo Stato ne è  ben lontano. E se deve essere pensata simile ad una monarchia, dove il pater familias è il  monarca assoluto, una tale monarchia ha che un potere assai frazionato e di breve durata,  poiché egli non alcun potere di vita o di morte sui membri del nucleo eccetto lo schiavo. La famiglia (o qualsiasi altra società di uomini) si distacca da quella politica per il semplice  fatto che in quest'ultima ciascun membro ha rinunciato a quel potere naturale di  conservazione della proprietà rimettendolo nelle mani della comunità. Escludendo ogni  giudizio privato di ciascun membro la comunità diventa arbitro in forza di norme stabili e  determinate, imparziali e uguali per tutti, che vengono rese esecutive da uomini che essa ha  autorizzato. Si ha una società politica quando gli uomini sono riuniti in un unico corpo, hanno una legge 

comune stabilita e una magistratura cui appellarsi (ogni qualvolta un certo numero di  persone si unisce in una società rinunciando al potere esecutivo della legge di natura e  affidandolo alla comunità) Così lo Stato acquisisce il potere di fissare pene alle varie trasgressione che si verificano tra  membri di quella società e di punire ogni offesa arrecata ad un suo membro da un soggetto  esterno. TUTTO CIÒ IN VISTA DELLA CONSERVAZIONE DELLA PROPRIETÀ. L'origine del potere legislativo ed esecutivo della società civile deriva dalla rinuncia del  singolo al potere di punire le offese in base al suo giudizio privato, in questo modo  conferisce allo Stato il diritto di usare la sua forza per l'esecuzione dei giudizi emessi dallo  Stato stesso, ogni volta sia richiesto. Tale potere consiste nel giudicare sulla base di leggi stabili in che misure devono essere  punite le offese quando sono commesse al l'interno dello Stato e anche nel determinare con  giudizi occasionali, in che misura di devono vendicare le offese provenienti dall'esterno. Per questo è evidente che la monarchia è incompatibile con la società civile poiché il fine di  quest'ultima è quello di evitare e di porre rimedio a quegli inconvenienti dello Stato di natura  che conseguono necessariamente dal fatto che ognuno è giudice della propria causa.  Quindi ovunque vi siano persone che non hanno si fatta autorità vige ancora lo stato di  natura, questa è la situazione in cui si trova ogni principe assoluto. Infatti dal momento che  questo detiene tutto il potere esecutivo e legislativo, non esiste alcun giudice a cui rivolgersi  in caso di offesa subita dal principe (monarca) assoluto. NESSUNO CHE FACCIA PARTE DI UNA SOCIETÀ CIVILE POTRÀ ESSERE  ESONERATO DAL RISPETTO DELLE SUE LEGGI.

Origine delle società politiche: Il solo modo in cui un uomo si spoglia della sua libertà naturale e assume su di se i vincoli  della società civile consiste nell'accordo con altri uomini per associarsi e unirsi in comunità  al fine di vivere in sicurezza, comodità, pace e nel sicuro godimento della sua proprietà.  Ogni uomo consentendo a costituire un unico corpo politico sotto un solo governo si  sottopone all'obbligo di sottomettersi al volere della maggioranza (considerata come  deliberazione della totalità). Chiunque, uscendo dallo stato di natura, si unisce ad altri in comunità, cede tutto il potere  necessario per raggiungere i fini prescritti alla maggioranza, a meno che non si sia  convenuto un numero maggiore della maggioranza. Quindi ciò che da origine e istituisce  una società politica è il consenso di un gruppo di uomini liberi, capaci di una maggioranza, a  riunirsi in una società! Obiezioni: 1. Non si trova nella storia esempi di una compagnia di uomini indipendenti e uguali tra di  loro che si sono riuniti e hanno formato un governo. Il perché sta nel fatto che il governo è  venuto prima dell'esistenza di qualsiasi fonte scritta. Esempi si possono trovare nelle  popolazioni americane: i peruviani per molto tempo non ebbero né un re né Stati.

2. Impossibile che gli uomini facciano questo perché essendo tutti nati sotto un governo a  quello devono sottomettersi e non sono liberi di fondarne uno nuovo. Se questo argomento  è fondato Locke si chiede come mai sono sorte così tante monarchie legittime, perché o tutti  gli uomini sono nati liberi o se no esisterebbe un solo principe legittimo e un solo governo  legittimo in tutto il mondo. Inoltre coloro che pongono questa obiezione non hanno altro argomento oltre a quello dei  nostri progenitori che cedendo la loro libertà naturale hanno vincolato la loro discendenza ad  una soggezione perpetua al governo a cui essi si sono sottomessi. In realtà è il figlio che  una volta adulto decide se o meno godere dell'eredità lasciatagli dal padre e quindi  vincolarsi o meno a quel determinato governo. È da ritenersi che un uomo abbia dato il suo  consenso a sottomettersi ad un determinato governo quando usa o possiede una parte di  domini di tale governo. In realtà il consenso si comunica col fatto stessi di trovarsi dentro i  confini di un determinato Stato. Quindi ogni volta il proprietario rinuncia con donazione o vende il possesso della terra  diventa libero di entrare in un'altra società politica o di accordarsi con altri per fondarne una  nuova. Mentre se questo ha dato consenso esplicito a sottomettersi a quel dato governo,  questo sarà vincolato per il resto della sua vita, non tornando mai a riacquistare quella  libertà che gli era propria nello stato di natura.

Fini della società politica e del governo: Perché l'uomo rinuncia alla libertà che gli è propria nello stato di natura?! Perché il  godimento di tale diritto è incerto e continuamente esposto a possibili violazioni da parte di  altri. Gli uomini si uniscono in società per tutelare la proprietà! Perché lo stato di natura non  è in grado di tutelarla per i seguenti motivi: 1. La legge di natura sebbene sia chiara ed intelleggibile non viene riconosciuta dagli uomini  che sono accecati dai loro interessi come legge; 2. Manca il giudice riconosciuto e imparziale; 3. Manca spesso un potere che appoggi e sostenga la sentenza quando sia giusta, e le dia  la dovuta esecuzione. Nello stato di natura l'uomo ha due poteri: 1. Fare tutto ciò che ritiene opportuno per la conservazione di se stesso e degli altri entro i  limiti consentiti dalla legge di natura. E se non fosse per la corruzione e la malvagità di  uomini degenerati, non ci sarebbe bisogno di altra società. 2. Punire i reati commessi contro la legge di natura. L'uomo una volta entrato in società rinuncia ad entrambi: al primo egli rinuncia affinché  venga regolato da leggi fatte dalla società secondo quando richiede la sua conservazione e  quella degli altri membri della società. Al secondo rinuncia interamente e impiega la sua  forza naturale per aiutare il potere esecutivo della società, a seconda che lo richieda la  legge di questa.

Le forme dello Stato (inteso come comunità indipendente): La maggioranza avendo l'intero potere della comunità può decidere se: ­ servirsi di tale potere di volta in volta per fare leggi per la comunità e per renderle esecutive  per mezzo dei funzionari da lei stessa designati ­ affidare tale potere nelle mani di pochi ­ affidare tale potere nelle mani di uno solo a patto che alla sua morte il potere di eleggere il  successore ritorni nelle mani della maggioranza ...

Estensione del potere legislativo: Il motivo principale per cui gli uomini entrano in società e la sicurezza della proprietà e come  meglio si può tutelare: attraverso l'istituzione del potere legislativo! Governato dalla  salvaguardia della società e di ciascuna persona che ne fa parte. Il potere legislativo è sacro  e inalterabile nelle mani in cui l'ha comunità l'ha collocato. Senza un organo legislativo la  legge mancherebbe del suo requisito necessario: IL CONSENSO DELLA SOCIETÀ. Il potere legislativo: ­ non può essere assolutamente arbitrario per quanto riguarda alla vita e ai beni del popolo  (perché nessuno può trasferire ad alcuno più potere di quanto non ne abbia). È un potere  finalizzato alla conservazione. Gli obblighi della legge di natura non vengono meno nella  società, semmai diventano più stringenti. ­ le norme devono essere conformi al diritto di natura ­ è tenuto a dispensare la giustizia e a stabilire i diritti dei sudditi per mezzo di leggi  promulgate e stabili e giudici autorizzati e noti ­ non può togliere ad un uomo parte della sua proprietà senza il suo consenso perché il fine  del governo e la ragione per cui gli uomini entrano in società è la conservazione della  proprietà. ­ non può imporre tasse senza il consenso dato dal popolo (o per mezzo di suoi deputati) ­ non può trasferire in altre mani il potere di fare leggi dal momento che si tratta di un potere  delegato dal popolo

Potere legislativo, esecutivo, federativo dello Stato: il potere legislativo è qu