STORIA DI ROMA TRA DIRITTO E POTERE, Riassunto del corso Storia Del Diritto Romano (Capogrossi), Sintesi di Storia Del Diritto Romano. Polo Universitario della Spezia
st1986
st198627 novembre 2011

STORIA DI ROMA TRA DIRITTO E POTERE, Riassunto del corso Storia Del Diritto Romano (Capogrossi), Sintesi di Storia Del Diritto Romano. Polo Universitario della Spezia

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Riassunto degli argomenti d'esame di storia del diritto romano. Testo di riferimento: fino pag.381 del manuale di "Storia di roma tra diritto e potere" di Capogrossi per l'esame di Storia Del Diritto Romano
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STORIA DI ROMA TRA DIRITTO E POTERE

CAPITOLO PRIMO

LA GENESI DELLA NUOVA COMUNITA’ POLITICA

1 Le condizioni materiali nel Lazio arcaico

Agli inizi dell’ultimo millennio a.C. il paesaggio fisico in cui si situavano gli insediamenti umani che avrebbero dato origine a Roma e alle altre città del Latium vetus non doveva essere molto diverso da quello odierno, solo più scosceso e segnato da maggiori e improvvisi dislivelli. Soprattutto la presenza di aree boschive e di vasti acquitrini, negli avvallamenti, contribuiva all’isolamento delle comunità umane ivi stanziate. Il territorio era limitato a Nord dal Tevere , a Ovest dal mare, a Est dai primi altipiani che segnano il confine fra i Latini e le popolazioni sabelliche e a Sud , infine , dagli ultimi contrafforti dei colli Albani che si sporgono sulla grande pianura che si apre verso Cisterna, Circeo e Terracina. Nella primitiva economia delle popolazioni laziali un ruolo importante era rappresentato dall’allevamento, dove, accanto alla pecora, ebbe per molto tempo fondamentale importanza il maiale. Era però già praticata anche una forma primitiva di agricoltura , legata anzitutto alla coltivazione di farro. Abbastanza antico appare anche lo sfruttamento di certi alberi da frutto , come il fico e , l’ulivo mentre la vite avrebbe assunto maggiore rilevanza in età successiva. Sin dagli inizi dell’ultimo millennio a. C venero sviluppandosi , con l’incremento dei livelli economici delle popolazioni laziali, forme di circolazione di uomini e cose. Le principali rotte commerciali , attraversando verticalmente la pianura laziale, univano l’Etruria alla Campania : due aree di più precoce sviluppo economico. Uno dei pochi punti di passaggio, dove era facile il guado del Tevere , è costituito dall’area su cui sorgerà Roma. Non meno importanti erano anche le vie di comunicazione del mare verso l’interno : allora , infatti, il Tirreno era già coperto da una fitta rete di traffici marittimi che contribuivano all’intenso flusso di beni tra la zona costiera degli scambi e l’entroterra , attraversando la pianura controllata dai colli Albani da un lato, dal Palatino e dal Campidoglio Quirinale dall’altro. Il nome della Via Salaria , a Roma , ricorda appunto uno di questi percorsi commerciali, relativo a un bene di fondamentale importanza nell’alimentazione umana : il sale. Quest’area , sin dagli inizi dell’ultimo millennio a.C. , era caratterizzata dalla presenza di numerosi villaggi vicini gli uni agli altri e costituiti da poche capanne. La loro aggregazione interna, e conseguentemente la reciproca differenziazione, si fondava sulla presenza di forme familiari o pseudo parentali, legate alla memoria di una più o meno leggendaria discendenza comune. Queste numerose comunità non sempre e non tutte erano destinate a evolvere verso forme cittadine, talora piuttosto ristagnando o regredendo in frammenti sparsi nella campagna. Contro ogni accelerazione della loro crescita materiale giocava la persistente difficoltà di assicurarsi lo sfruttamento di zone adeguate di territorio. Ciò infatti non implicava solo la capacità di difesa contro l’esterno, ma soprattutto presupponeva un adeguato controllo dell’uomo sulla natura, né facile né rapido. Cosicché non possono meravigliare le piccole dimensioni dei numerosi centri che, ancora tra IX e VIII secolo a.C. , appaiono disseminati nell’area laziale. L’elevata quantità degli insediamenti in un’area territoriale relativamente circoscritta non solo è confermata dalle continue e importanti scoperte archeologiche degli ultimi decenni , ma anche dalla memoria storica che ne avevano gli antichi. Sembra echeggiare questa situazione un suggestivo testo di Plinio in cui si afferma che , in un tempo remoto , in Latio vi furono, accanto a piccole cittadine ( clara appida ), dei populi, uniti da un vincolo religioso costituito dal culto di Iupiter Latiaris che si svolgeva in monte Albano , l’odierno Monte Cavo , nel cuore dei Castelli romani. Questi populi, designati unitariamente come Albanes , sono menzionati in numero di trenta e richiamati al plurale. Sia questi che gli appidia sarebbero stati tutti destinati < a dissolversi in età storica senza lasciar traccia > . E ‘attestato la

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presenza sin dalla più remota antichità di un tessuto unitario atto ad agevolare quei processi di fusione e saldatura che avrebbero portato alla formazione di unità più ampie e consolidate.

2 Villaggi , distretti rurali e leghe religiose

Nelle tombe d’epoca arcaica, scavate nelle varie località laziali, vediamo la presenza di antiche forme culturali , attestate dal trattamento del cadavere, dalle suppellettili che lo attorniano, legate alla vita quotidiana : recipienti con cibo, ornamenti , le armi per gli uomini , e gli strumenti di tessitura per le donne. Ciò fa pensare che fosse già diffusa la credenza in una vita ultraterrena. Un altro aspetto importante è costituito dalla grande omogeneità di questi ritrovamenti , a testimoniare una notevole uniformità di condizioni economiche. I vincoli parentali o pseudo parentali fattore di coagulo di queste varie comunità , non dovevano necessariamente coincidere con singole unità familiari, mentre invece erano rafforzati dal culto degli antenati e dalla presenza di più o meno circoscritte unità sepolcrali . Le elementari funzioni di guida del gruppo dovevano poi associarsi all’età e al ruolo militare. Accanto agli anziani, ai patres, detentori della saggezza e della capacità di ben guidare la comunità , è verosimile che, nei momenti di pericolo e di crisi , i poteri di decisione e di comando venissero deferiti ad alcuni guerrieri di particolare valore e capacità. Dobbiamo immaginare un ruolo permanente dell’assemblea degli uomini in arme, che restava, insieme al parere degli anziani , dei patres del gruppo , competente per le decisioni relative alla vita della comunità . E’ probabile che questi stessi patres, o alcuni di essi, assolvessero anche a particolari funzioni religiose, non solo all’interno della singola famiglia, ma anche in un ambito più ampio , essendosi già affermata , in questo campo, una competenza particolare di singoli individui, assunti quindi a una posizioni di prestigio all’interno della comunità. La grande quantità di questi piccoli villaggi, situati in un’area relativamente circoscritta, sovente a poche centinaia di metri gli uni dagli altri, contribuiva ad accentuare un ininterrotto e fitto sistema di relazioni tra di essi. Era un mondo magmatico caratterizzato da una < cultura > comune , consistente anzitutto nella comunanza della lingua latina e nella partecipazione a riti e culti. Alla vitalità di questo tessuto unitario dovette inoltre contribuire notevolmente un insieme d’interessi più direttamente economici. La gestione in comune o la spartizione dei pascoli, il controllo dei sistemi di comunicazione e dei traffici commerciali, la circolazione e lo sviluppo delle pur rudimentali tecniche agricole, la ripartizione o l’uso in comune delle terre, nonché le possibili forme di circolazione del bestiame nel corso dell’anno dai pascoli più alti alla pianura, a seconda delle stagioni , e la diffusione dei prodotti metallurgici sono fattori di coagulo tra più comunità. La celebrazione dei sacrifici in comune, come nel caso dei trigenta populi Albenses costituisce un momento importante nel sistema di comunicazioni e di scambio tra le varie comunità , assumendo anche un valore più propriamente < politico >. Come anche latamente < politico > appare la figura arcaica del rex Nemorensis, il grande e solitario sacerdote del bosco sacro presso Nemi ( risalente a un’epoca in cui il < sacro > non era costituito dagli uomini con i loro templi , ma si identificava con la dimensione naturale del bosco o dello spazio ai margini di esso e delle culture , oppure con il mistero vitale dell’acqua che sgorgava dalla terra ) . Esso era il luogo di un culto collettivo e di aggregazione di più comunità , non meno di altri centri religiosi. Intorno agli anni in cui la tradizione colloca la fondazione di Roma , verso la metà del VIII secolo, precisamente nel 753 a.C. , profonde trasformazioni sembrerebbero verificarsi nell’organizzazione economico – sociale del Lazio primitivo. Si tratta anzitutto di un processo di differenziazione, documentato dalla presenza di tombe con arredi funerari di crescente opulenza, nettamente distinte da quelle tuttora più diffuse , assai più modeste. Esse attestano , con l’affermata egemonia dei gruppi economicamente e socialmente più forti , una chiara ideologia aristocratica. Lo sforzo anche funerario si ricollega all’affermazione di una gerarchia sociale e di una distinzione di ruoli legata alla ricchezza. Un processo del genere fu reso possibile da un primo sviluppo economico delle società da esso interessate, con l’avvio dei primi fenomeni di accumulazione della ricchezza e con la parallela

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crescita della popolazione. Dove ormai interveniva in modo sempre più accentuato, a favorire l’ineguaglianza di distribuzione dei beni , un fondamentale fattore costituito dalla guerra, < il grande lavoro collettivo > di questa prima età. E’ in essa infatti che il valore individuale , gli stessi armamenti e quindi le prede belliche, definivano diversità di posizioni e di prestigio. Attorno ai guerrieri e ai gruppi familiari più forti si concentrò un numero crescente di seguaci , il che a sua volta dovette accentuare le differenze gerarchiche , sia in termini di forza militare che di ricchezze acquisite. E’ allora , inoltre, che la documentazione archeologica evidenzia un primo sviluppo tecnologico, con il passaggio da una produzione < domestica > dei principali manufatti, e in primo luogo degli oggetti di terracotta, a una produzione specializzata, mentre si moltiplicano gli oggetti metallici, la cui realizzazione implica la presenza di un’elevata tecnologia e la concentrazione di adeguate risorse. In questa fase lo sviluppo economico permette ormai ad alcuni individui di non partecipare immediatamente alla produzione dei beni alimentari e immediatamente funzionali al sostentamento , specializzandosi invece in altre attività artigianali e dando così luogo a un primo < mercato > di scambio tra prodotti agro – pastorali e manufatti. Tra i fattori che dovettero contribuire a tale processo di trasformazione, si può probabilmente annoverare lo sviluppo delle attività agricole . Si tratta di un passaggio importante, giacché la stessa superficie di territorio poteva , se sfruttata in forme agricole, sostenere un più alto numero di individui di un’equivalente area a pascolo. E’ quanto mai verosimile che sin da allora esistesse un regime di appropriazione individuale dei beni mobili , esteso anche al bestiame minore, pecore e suini, oltre che agli animali da trasporto e da lavoro : somari , cavalli e buoi. Analogamente dovevano già essere presenti forme limitate di pertinenza della terra, se non altro sulla capanna e sullo spazio circostante, ma anche con ogni probabilità sui primi circoscritti campi coltivati. Ciò insieme alla diversa distribuzione delle risorse della pastorizia, dovette determinare una progressiva stratificazione dei singoli patres all’interno delle varie comunità d’appartenenza rafforzando maggiormente alcune di queste a danno di altre. L’accentuarsi di tali squilibri, a sua volta, poteva in alcune situazioni ottimali dar vita a fenomeni di < sinecismo > ( da due vocaboli greci riferiti all’< abitare insieme> , che già gli antichi impiegavano a indicare la formazione della città dall’aggregazione di abitanti sparsi ) delle minori comunità verso la più ampia forma cittadina.

3 La fondazione di Roma

Nel quadro di questi nuovi fermenti , appaiono i primi centri insediativi unitari di un certo rilievo che potremmo definire, < città in formazione >. E’ in quest’epoca che vari insediamenti laziali assunsero una fisionomia diversa e più incisiva di quella dei villaggi dell’età precedente. Il nucleo della città era da identificarsi sul Palatino. A tale colle infatti si ricollegano le leggende e i più antichi riti religiosi, oltre ai ricordi legati alla coppia di gemelli salvati dalle acque del Tevere : dalla cosiddetta < casa di Romolo>, al fico < ruminale> sino al percorso effettuato dai Luperci , nella corrispondente cerimonia religiosa , percorso che seguirebbe l’antiquisimun pomerium, il confine della città tracciato dallo stesso Romolo . Quest’area insediativa , soprattutto successivamente alla fusione dei villaggi del Palatino con quelli del Quirinale – Campidoglio, presenta una rilevanza strategica eccezionale . La naturale fortificazione costituita da questi colli permette infatti il controllo di uno dei pochissimi guadi praticabili del Tevere , dove il fiume si divide in due. Ed è qui , appunto, che interviene l’improvvisa accelerazione di processi già sedimentati, di contro a fenomeni di ristagno e inadeguatezza. L’elemento reale che soggiace alla tradizione leggendaria della < fondazione > ( 21 aprile del 753 a C) propone l’idea di un relativamente rapido affermarsi di una realtà nuova. E’ questo il messaggio degli antichi : una < nascita > come rottura. L’espansione cittadina non segui pedissequamente gli schemi territoriali costituiti dai preesistenti collegamenti religiosi. Si possono intuire le tracce , sopravvissute solo in arcaiche tradizioni religiose, di altre forme aggregative, alternative al percorso unificatore che prevalse e che portò all’esistenza di quella

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Roma arcaica , con quella configurazione territoriale che la storia ha conosciuto. Con il prevalere di questa particolare aggregazione avviata verso la forma cittadina , il nucleo, almeno potenzialmente < politico> , di tutte le altre era destinato a essiccarsi, dissolvendosi di fronte alla forma storicamente vincente della polis . Indipendentemente dalla data precisa della fondazione di Roma nella seconda metà dell’VIII secolo a.C. si registrano alcuni fenomeni convergenti. Essi fanno pensare che, in quell’epoca , alcuni dei villaggi preistorici si fossero venuti fondendo in una nuova entità uni-taria caratterizzata da una fisionomia urbana. Con gli spazi per la vita della comunità e per l’assemblea cittadina, per i luoghi dei culti e per la sede del rex , nascono anche la politica e le istituzioni. E’ a Romolo che risale l’incisiva novità organizzativa della città : una < costituzione > , come descrizione di qualcosa che non esisteva prima . Nella sua figura si concentra la dimensione propria del mito di fondazione . Una volta confermato re dal consenso degli dei e dei concittadini, il fondatore definisce la forma sociale e istituzionale della città . Anzitutto distinguendo i suoi seguaci in patrizie e plebei . Quanto alla forma politica , egli avrebbe distribuito il popolo nelle tre tribù dei Romnes, Tities e Luceres, ciascuna suddivisa in dieci curie , suddivise a loro volta ognuna in dieci decurie. Ci troviamo quindi di fronte a un sistema piramidale di distribuzione della popolazione costituito da trecento decurie, trenta curie, tre tribù. Una distribuzione prioritariamente finalizzata alla guerra, giacché ciascuna curia avrebbe dovuto fornire alla città cento uomini armati e dieci cavalieri, dando così luogo alla primitiva legione di tremila fanti e assicurando il complessivo organico di trecento cavalieri . Il coerente sistema ternario a base di tale architettura attesta il carattere artificiale della costruzione così realizzata. Questa < nascita > , tuttavia , si presenta in termini ambivalenti. Da una parte, come rottura, come novità rispetto alla fase precedente. Ma essa raccoglie e organizza, fondendole, realtà preesistenti. Essa è il risultato della fusione dei villaggi preistorici del Palatino e poi del Quirinale. E con essi si fondono tradizioni, pratiche sociali, identità . Si accerta come questi mores della città fossero gli antichi stessi associati a una tradizione immemorabile, non certo introdotti, come invece le istituzioni politiche dal mitico eroe fondatore. Ed è proprio questo carattere che spiega la presenza di molteplici frammenti della tradizione antica, pressoché dimenticati, di piccoli elementi che stentano a inserirsi in un processo di armonizzazione del nostro quadro di conoscenze, facendo intuire una storia tortuosa, fatta di tensioni e conflitti, di svolte violente e improvvise. Tra questi è di notevole importanza, nel sistema territoriale della città primitiva, la contrapposizione dei montes, di carattere urbano , ai pagi , le strutture periferiche.

4 Le strutture familiari e le più ampie aggregazioni sociali

La città fu il punto di arrivo di un processo di crescita della società umana, che avrebbe avuto nella famiglia naturale, il padre e i suoi più diretti dissentiti, il nucleo originario. Di qui la possibilità di cogliere un elemento comune sia alla più piccola cellula della società umana, la famiglia, sia alla forma politicamente più compiuta dell’antichità classica , che è la città . I vincoli di sangue o pseudo parentali come fattore di coagulo di queste primitive comunità di villaggio si ritrovano in mutate condizioni, all’interno della città , nel sistema delle gentes. Due strutture centrali nel corso di tutta la storia di Roma sono la famiglia e la gens . La famiglia in genere si identifica con quella che i Romani indicavano come la familia proprio iure, nucleo centrale della loro intera organizzazione giuridica e sociale. Essa costituisce l’unità elementare di un sistema matrimoniale monogamico , consistente nella coppia di sposi con i diretti discendenti, il nucleo di persone che, almeno tendenzialmente , vive nella medesima città . La rigorosa logica patriarcale delle origini si esprime nel principio secondo cui il vincolo di parentela è stabilito solo attraverso la linea maschile : si tratta della cosiddetta parentela < agnatizia> dal termine latino adgnatus che indica appunto il vincolo di sangue secondo tale linea. Secondo tale criterio i figli di un fratello e di una sorella non sono agnati tra loro. Il sistema agnatizio si ritrova altresì nella nozione di famiglia allargata, che i Romani avevano accanto a quella della famiglia proprio iure, che comprendeva tutti i parenti per linea maschile, sino al sesto o settimo grado .

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Nella familia proprio iure convivevano , sottoposti all’ampia e forte potestas del padre, la moglie , i figli e le figlie non sposate e i successivi discendenti per linea maschile , nonché le loro mogli. E a tale potere essi restavano sottoposti, salvo successivi temperamenti introdotti dai giuristi romani, sino alla morte del loro titolare. Le figlie e le nipoti ne uscivano invece nel momento in cui, sposandosi , entravano a far parte della famiglia del marito ( sottoposte quindi a un analogo potere da parte del pater di questa famiglia ). Il sistema familiare più antico era fondato sul matrimonium com manum che comportava la totale integrazione della moglie nella famiglia del marito, attraverso la finzione che la poneva in condizione di figlia del proprio marito . Al contrario la gens in epoca storica non è un gruppo parentale. Essa costituisce un’aggregazione, talora assai ampia di famiglie che portano lo stesso nomen. Secondo Cicerone : < i gentili sono coloro che portano lo stesso nome, che discendono da ingenui ( cioè cittadini nati liberi ) e che nei loro antenati non abbiano che ingenui che non abbiano subito alcuna capitis deminuti > . Quest’ultimo riferimento esclude dalla gens qualsiasi situazione di degradazione legale: perdita della libertà , della cittadinanza, ma anche il carattere illegittimo della nascita. L’appartenenza al gruppo gentilizio era immediatamente indicata dal nomen, che insieme al prenome individuale , anch’esso scelto per il nuovo nato all’interno di un gruppo di nomi tipici di quella particolare gens, era l’attributo di ciascun cittadino, almeno per l’origine, appartenente agli strati più elevati. Solo in seguito , e anche qui in origine solo per le genti patrizie, al nomen, si venne aggiungendo un cognomen a distinguere singoli individui e lignaggi, realizzandosi allora l’onomastica tipica dei Romani costituita di tria nomina: prenome personale, nome gentilizio e cognome del lignaggio . Va sottolineato che la presenza di una generalizzata forma onomastica come i tria nomina, nella società romana non postula necessariamente che tutta la cittadinanza romana fosse organizzata nella forma delle gentes. La formazione della nuova comunità aveva assorbito i minori villaggi, fondendo insieme i loro territori e i loro abitanti. Le strutture sociali che li avevano precedentemente organizzati non vennero meno con la costituzione della città : si dovettero però ridefinire. Di qui la duplice loro esigenza , da un lato di conservare per quanto possibile i loro propri elementi identitari : dal riferimento alle origini e al sepolcro comuni, ai riti e ai culti ancestrali e ai richiami al loro stesso territorio d’origine. Dall’altro tali gruppi dovevano anche riaffermare la loro fisionomia individuale , tuttavia, ora all’interno del quadro unitario introdotto dalla città. Ciò che avvenne uniformando i sistemi di auto definizione con l’uso uniforme del nomen, secondo lo schema che sarà proprio quello delle gentes in epoca storica. I gruppi che si erano fusi, i villaggi, i lignaggi lungi dal dissolversi , dovettero infatti conservare la loro autonoma struttura all’interno dei nuovi e omogenei contenitori costituiti dalle curie. Egualmente dovettero persistere le gerarchie antiche, seppure organizzate intorno al rex, secondo una logica numerica già presente nei preistorici trigenta populi Albenses che intaccava poco la loro interna struttura organizzativa, restata autosufficiente. Tali fenomeni contribuirono a fissare , se non ad accentuare, la struttura piramidale della società primitiva, rendendo più evidente il dualismo interno che forse era già affiorato nei villaggi precivici. Cioè la presenza delle gentes detentrici di risorse e di terre, in seguito identificate con la primitiva aristocrazia, e ad un insieme di individui relativamente al margine , sovente da quelle dipendenti come < clienti>. Questo vertice aristocratico fu indicato con il termine < patrizi> o , addirittura, con lo stesso termine che connota il capo famiglia : patres e, attribuito dagli antichi all’atto fondativo di Romolo. E’ invece abbastanza incerta l’ipotesi, a più riprese e in vario modo sostenuta dai moderni, che le gentes patrizie fondassero la loro supremazia economica sullo sfruttamento di terre lavorate esclusivamente dai loro clienti Si esclude inoltre che siffatta polarità esaurisse l’organico cittadino. Sin dai primi tempi dovette in esso confluire anche una realtà più eterogenea, per condizioni economiche, svincolata tuttavia da ogni legame di clientela. L’identificazione dei vertici politici cittadini con i gruppi gentilizi sanciva una distinzione di ruoli tra essi e il resto dei cittadini, in termini sia politici che sociali ,legati in buona parte al controllo della ricchezza fondiaria.

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La preminenza delle forme di allevamento, in alternativa allo sfruttamento agrario del territorio romano, rende quanto meno legittima l’ipotesi che a esse si debba associare la supremazia della primitiva aristocrazia. Di qui anche l’ipotesi di un diverso tipo di signoria sulla terra : giacché diversa era la forma di relazione con le terre a pascolo ( forse di diretta pertinenza dei grandi gruppi gentilizi ), di dimensioni assai più estese, della minuta frammentazione delle piccole unità fondiarie conquistate all’agricoltura. A differenziare i vari gruppi sociali dovette contribuire anche il fatto che fossero soprattutto le genti più antiche a conservare il controllo dei loro territori d’origine , in una condizione ambigua , ormai , non essendo essi parte del nuovo demanio distribuito per heredia ( forse l’unico in proprietà secondo il nuovo diritto cittadino ). I due iugeri degli heredia romulei, non meno della sacertà delle pietre di confine, tutelata con la morte del loro eventuale violatore, corrispondono a questo mondo di piccoli proprietari – agricoltori, non alla gestione di mandrie e greggi e agli spazi legati all’allevamento.

5 La città delle origini come sistema aperto

La legenda del ratto delle Sabine evoca il ricordo di un confronto – scontro tra la comunità latina del Palatino e quella sabina del Quirinale. Esso si concluse con la loro fusione , sino addirittura alla duplicazione della regalità con le due figure di Romolo e del sabino Tito Tazio, e segna il primo grande balzo in avanti nella storia di Roma. Un carattere proprio della storia di Roma è che essa lungi dall’apparire in forma monolitica , viene costruendosi con elementi eterogenei, se non contraddittori. Latini e Sabini , poi Etruschi sono componenti diverse che, fondendosi nel nuovo organismo politico della città , contribuirono a staccarla da uniformi radici etnico culturali e a < modernizzarla > , trasformandola in una realtà nuova. Tali fusioni appaiono dunque riproporre e accentuare il carattere di Roma come < ponte > , vincolo strategico e punto di controllo dei collegamenti e delle comunicazioni di più ampio respiro . Ma per ciò stesso, come momento d’incontro tra storie e radici etnico – culturali diverse ed eterogenee. Come in ogni gruppo chiuso , le forme pur inevitabili di circolazione e di integrazione individuale, al loro interno, avvenivano mediante meccanismi assimilativi fondati sulla finzione di un vincolo di sangue, di fatto inesistente. Una circolazione ristretta, dunque, e processi di crescita e di integrazione che incontravano un limite fortissimo in questo carattere familiare : il gruppo sociale presupponeva un < padre > , un comune antenato ed era circoscritto ai soli suoi discendenti , veri o fittizi. Qui è la differenza radicale di questa più fluida fisionomia che caratterizza molte società arcaiche con la città : che ha un < fondatore > , non un < padre > e che pertanto può unire insieme soggetti diversi senza necessariamente inglobarli in un vincolo parentale. Ed è qui che < la politica > opera tendenzialmente in modo eversivo verso la predominanza del sangue e dell’apparato familiare. Mentre insomma, nelle strutture precedenti, l’insediamento del nuovo individuo avviene nella sua trasformazione in < partente > nella città essa avviene con la sua integrazione nelle istituzioni : come < cittadino> , membro del populus. Il successore di Romolo, Numa non era membro della città , provenendo dalla città sabina di Cures . Per l’intera età monarchica, vi è un esito particolare con cui si conclusero molti degli scontro di Roma con altre città. La lotta tra la Roma del Palatino e la conquista sabina del Quirinale risoltasi nella loro fusione è un processo che si ripete nel corso dei successivi conflitti: la vittoria dell’una comunità sull’altra significava infatti la scomparsa della città vinta e l’assorbimento della sua popolazione da parte della città vincitrice. In tal modo le guerre di Roma appaiono, nel complesso, come una forma accelerata di successi sinecismi, con uno spostamento degli insediamenti sottomessi ed il loro totale assorbimento nella città vincitrice. Il risultato del processo di conquista e assorbimento di comunità da parte dei romani fu un’accelerazione della crescita quantitativa e quindi politico militare dei centri che si erano più rapidamente consolidati. Con un evidente meccanismo accumulativo , giacché ogni successo militare, accrescendo gli organici di popolazione e gli spazi territoriali della città vincitrice, alimentava nuovi successi. E’ allora che gli antichi appida, i populi , i castelli isolati come anche

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molte città ancora non consolidare < scomparvero senza lasciare traccia> , alimentando la forza di quelle comunità destinate invece quasi tutte a persistere nel corso di tutta l’antichità e oltre ancora. Ma accanto a queste forme di < cannibalizzazione > dei centri più forti nei riguardi dei vicini più deboli , è da segnalare anche un altro tipo di mobilità rappresentato dalla facilità con cui gruppi minori, clan gentilizi o singole famiglie e addirittura individui, si staccarono dalle loro comunità di appartenenza , emigrando in Roma. In effetti essa appare, sin dall’inizio , un’importante polo d’attrazione, anche a causa della particolare posizione strategica e del suo ruolo di snodo delle comunicazioni . Si tratta di fenomeni importanti non sol per l’evidente crescita quantitativa e il conseguente rafforzamento della città da essi ingenerato. Accelerando le forme di circolazione culturale, tali processi dovettero contribuire in modo determinante allo sviluppo degli assetti sociali e politici romani. Si trattò di fenomeni che a loro volta indebolirono la stretta relazione , forse in origine pressoché totalizzante, dell’ordinamento con le strutture gentilizie. Da un lato infatti le possibili migrazioni di interi gruppi gentilizi, esaltavano indubbiamente l’autonomia di tali strutture. Ma dovette essere ancor più numerosa una forma capillare di spostamenti individuali o di nuclei familiari, non riconducibile all’interno delle gentes, che contribuirono invece a rompere le logiche di schiatta e di sangue. Si tratta di un processo che, alla lunga, avrebbe disarticolato la natura confederale della società primitiva , rafforzando ulteriormente il ruolo di supremo mediatore del rex.

CAPITOLO SECONDO

LE STRUTTURE DELLA CITTA’

1 La chiave di volta delle istituzioni cittadine : il <rex>

Dovette essere il rex a costituire il fattore propulsivo dell’ordinamento cittadino. Egli ne esaltava infatti l’interno dinamismo rispetto ai vecchi meccanismi parentali e alle logiche di lignaggio, affermando, con il suo potere, la funzione unificante della città. Certo , in tale figura sono ben presenti le radici preistoriche che cogliamo anzitutto nel suo carattere carismatico e nella forte accentuazione religiosa derivata dall’arcaica immagine dei re – sacerdoti. Fu questo un aspetto destinato a influenzare anche la successiva fisionomia del potere istituzionale romano addirittura oltre la repubblica. Il rex tuttavia si colloca egli stesso in un quadro nuovo, dove anzitutto è assente ogni logica dinastica . Non è il figlio che succede al padre in questa monarchia, mai. Al contrario, è troppo insistita la vicenda di morte che segna la fine del monarca, a partire dall’eroe eponimo, per non cogliere traccia di logiche molto arcaiche, pur conservatesi a lungo nel paesaggio laziale . La volontà divina aveva un ruolo fondamentale nella designazione del nuovo re. Se Romolo , il leggendario fondatore della città , consulta direttamente gli dei, interpretando i segni favorevoli, il successore, anch’egli forse una figura convenzionale Numa Pompilio ascende alla carica attraverso la solenne cerimonia dell’inauguratio. L’auguare, operando in relazione a uno spazio sacro appositamente determinato ( il templum ), tocca con la destra il capo di Numa e chiede a Giove di manifestargli, con segni sicuri, la volontà che Numa sia re di Roma, Rex innaguratus, dunque, perché carico di una dimensione sacrale, supremo sacerdote e tramite della comunità con i suoi dei. Ma non solo quello, e non solo in virtù di un volere divino: giacché nell’avvento del nuovo re intervengono sia il senato che il popolo. L’inauguratio infatti è effettuata nei riguardi del nuovo re, già individuato e < creato > ad opera del senato , attraverso un suo membro specificamente qualificato per la sua funzione di interrex. Dopo la sua creatio e la successiva inauguratio il nuovo rex si sarebbe presentato al popolo riunito nella forma dei comizi curiati da lui stesso convocati, al fine di assumere di fronte a loro il supremo comando. L’incontro tra il rex e i suoi governati , anzitutto il suo esercito era carico di valore , esprimendo solidarietà e consenso. Tant’è che sarebbe poi sopravvissuto al regnum in quella lex curiata de imperio che

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continuò ad accompagnare l’elezione dei magistrati superiori ancora in età repubblicana. E’ comunque questo incontro che perfeziona il rituale dell’acquisizione dei poteri regali da parte dell’investito dal favore umano e divino . Sacerdote e capo militare , il rex è insieme il ductor dell’esercito ma anche, rispetto alla città , il garante della pax deorum dove si esalta la sua funzione di custode e tutore del diritto. Colui che < sa > e < dice > le norme della città e le applica nella gestione e composizione dei conflitti interindividuali e nella repressione delle condotte criminali , onde assicurare l’esistenza stessa e la sicurezza della compagine cittadina. Nella memoria degli antichi vi sono precisi riferimenti all’esistenza di leges regiae e si riportano varie norme attribuite di volta in volta ai vari re succedutisi a Roma.Non è molto probabile che , in origine , il rex , analogamente al magistrato repubblicano , sottoponesse formalmente all’approvazione dell’assemblea del popolo una sua proposta. Si deve anche supporre che la statuizione destinata a vincolare tutti i membri della comunità cittadina non si distinguesse talora dal giudizio reso per un litigio tra cives. Erano solenni pronunce espresse unilateralmente dal rex di fronte all’assemblea cittadina, unica garanzia di pubblicità in un’epoca in cui ancora la scrittura era pressoché inesistente e un ruolo fondamentale era ancora svolto dalla memoria individuale e collettiva. Incerto tra una dimensione magica e i primi sviluppi di un sapere tecnico – scientifico è l’altro ruolo del re , di custode del tempo, scandendo la vita cittadina. Ciò dipendeva dal fatto che in quell’epoca, i Romani non conoscevano ancora un calendario fisso, corrispondente al ciclo annuale del sole. I periodi e le < date > del calendario erano pertanto definiti secondo un sistema mobile e sempre variante di divisione dell’anno che serviva a stabilire tutte le scadenze della vita cittadina . Ciò avvenne agli inizi di ogni mese, dinanzi ai comizi convocati dal pontefice ( in appositi giorni predeterminati), dove il re indicava il calendario del mese, con i giorni fasti e nefasti. In ogni sfera della sua attività, il re fu progressivamente coadiuvato da una serie di collaboratori istituzionali. Talché egli finì col non essere mai solo nella sua azione di governo : non lo fu al comando dell’esercito dove accanto a lui vi era un comandante militare, che lo poteva anche sostituire in questo ruolo delicatissimo. Era il magistr populi a sua volta associato a un magister equitum , al comando della cavalleria. Non lo fu neppure al governo civile della città, dove era assistito da un prafectus urbi, il cui ruolo, nel corso del tempo, si sarebbe accresciuto soprattutto nel delicato settore dei giudizi civili e della repressione criminale. In Roma arcaica il peso della repressione criminale è confermato dal rilievo dei collaboratori del re in questo particolare settore : i duoviri perduellionis e i quaestores parricidii, competenti per la repressione di alcuni reati di particolare gravità . Infine nell’altra sua fondamentale funzione di garante e custode dei mores, il corpo consuetudinario del diritto cittadino, e di tutore dell’ordine legale della città, il rex fu coadiuvato sin dall’inizio dal collegio pontificale. Talché appare ovvio e quasi necessario che lo stesso rex facesse parte di questo collegio.

2 I < patres >

Secondo l’indicazione degli antichi, con la morte del re, auspicia ad patres redeunt. Con il potere di interrogare gli dei , < tornava > al senato il supremo ruolo di governo che vi era connesso, di fatto esercitato a turno da alcuni suoi membri designati come interreges, < tra i re> : ponte dunque , tra il vecchio e il nuovo re ancora da nominare. Tale interregnum veniva esercitato da dieci membri del senato , per cinque giorni ciascuno. Dopo i primi cinquanta giorni si deve supporre che il comando passasse a un altro collegio di dieci patres, ove non fosse ancora maturato quel consenso < politico > sicuramente preliminare alla creatio del nuovo rex. Il problema è costituito da quel redeunt : perché questa facoltà , costitutiva del potere sovrano, < torna > al collegio senatorio ? < Torna >, si noti, non va. E’ qui che si sfiora la logica profonda che è alla base della struttura cittadina, destinata a influenzare permanentemente la concezione romana del potere politico. L’antico potere di governo dei patres, ridotto a un ruolo pressoché < residuale > di fronte al rex , alla sua scomparsa riprenderebbe, dunque, l’originaria pienezza.

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Tanto il più arcaico termine patres quanto il più recente senatus ( da senes , anziano ) , impiegati dai Romani a indicare tale consesso, sembrano richiamare l’idea dell’età e dei ruoli a essa collegati, in coerenza al carattere accentuatamente patriarcale della società romana,. E’ dunque l’assemblea degli anziani, dei < patriarchi > delle varie gentes che, oltre a ritrovarsi investita del particolare potere dell’interregum si riunisce e collabora con il rex. L’appartenenza al collegio dei patres sancisce e convalida una superiorità sociale dei gruppi che li esprimono. Anche se nulla legittima a immaginare che l’organizzazione gentilizia fosse sottoposta formalmente al potere di un pater o princeps gentis , era però evidente e attestata dalle fonti antiche la preminenza, in essa, nel corso delle varie generazioni, di alcuni personaggi particolari. Tra coloro che , in ogni generazione , fossero emersi all’interno delle varie gentes, per lignaggio , ricchezza e per le proprie azioni in guerra e in pace, il rex sceglieva o era obbligato a scegliere, i membri del senato : i patres. L’idea sostenuta da non pochi studiosi moderni che tale consesso coincidesse con i capi delle gentes si scontra con il carattere del suo organico. Il numero dei patres, si presentava in forma artificiale : prima cento, poi cinquecento o duecento giungendo infine al numero pressoché definitivo di trecento senatori. Non solo è poco verosimile l’originaria presenza di cento gentes nella fase iniziale della storia di Roma, ma ancora più inverosimile è l’automatica crescita delle genti cittadine secondo numeri altrettanto artificiali , in corrispondenza ai successivi incrementi del senato. Di contro è verosimile che le varie gentes esprimessero un numero maggiore o minore di senatori a seconda del loro peso all’interno delle civitas. Si fa salvo, insomma, l’ipotesi del rapporto tra ordinamento gentilizio e senato, ma immaginando una logica più elastica e con un più forte ruolo di mediazione del rex. D’altra parte lo stesso Dionigi afferma che erano i patres più eminenti, non per anzianità, ma per prestigio e ricchezza, a essere designati dalle singole gentes. Un'altra importante funzione dell’assemblea dei patres è costituita dall’opera di consiglio e di ausilio fornita all’azione del rex. Questa funzione consultiva, coinvolgendo il senato nelle decisioni più gravi per la città , dovette rappresentare un momento importante nella formazione di quel consenso, indispensabile per la vita ordinata della comunità

3 Il < populus >

Una divisione fondamentale della popolazione consisteva nella sua distribuzione in trecento decurie, dieci per ognuna delle trenta curiae a loro volta ripartite in tre tribù ( essendo ogni decuria sottoposta a un decurione, ogni curia a un curione, ogni tribù a un tribuno : ruoli di carattere eminentemente militare ). Gellio ci permette di cogliere il criterio secondo cui tale ripartizione della cittadinanza dovette effettuarsi. Egli dunque ci informa che essa, a differenza di quella successivamente praticata per le centurie, fondata sull’appartenenza alle regiones e ai loca , si sarebbe fondata sui genera hominum. E’ un espressione che sembra evocare un criterio fondato sulla discendenza e sui lignaggi : si è di una curia perché vi appartenevano i propri antenati. L’idea dell’appartenenza alle curie sulla base dei vincoli di discendenza, ben si accorda con la possibilità di un diretto travaso in esse di strutture preciviche . Certo molti indizi fanno pensare a una funzione delle curie più consistente della loro pur reale funzione di suddivisione della cittadinanza. Ancora in epoca storica persistevano tracce significative di una loro differenziata fisionomia. In questo quadro, com’è ovvio, non manca una precisa dimensione religiosa : vi erano culti privati delle singole curie, relativi a particolari divinità e sotto la direzione di appositi sacerdoti. Essi assicurano siffatta coesione, non diversamente dai sacra gentilicia , anche se non a caso i sacra publica pro curiis erano ormai sussunti a livello della religione cittadina. E’ evidente che il particolarismo religioso , in questo caso come anche nelle tradizioni proprie delle singole gentes , si fonda sulla specificità storica di questi stessi organismi èd è diretto riflesso di una loro effettiva, anche se limitata, autonomia rispetto alla civitas . Il processo di unificazione politica aveva dovuto indebolire il legame dei gruppi < proto gentilizi> e familiari con il loro territorio d’origine. Ne è un sintomo proprio lo spostamento materiale e la concentrazione topografica dei più antichi centri di culto ( e di incontro ) delle singole curie. Ma

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dovette anche intervenire, in tal senso, la sovrapposizione di nuove forme religiose comuni, atte a obliterare o , almeno, a emarginare la connessione fra le singole curie e specifiche aree territoriali. Nella primitiva costituzione romulea l’organico dell’esercito romano era dato dalla somma dei contingenti fissi che ciascuna curia doveva fornire. Proprio questa rilevanza delle curie e, attraverso di esse, delle strutture gentilizie ha favorito l’idea che il primitivo esercito romano si organizzasse secondo forme tipiche delle aristocrazie, in un sistema essenzialmente < cavalleresco>. Il popolo riunito nel comizio curiato ( cioè tutti e solo i maschi adulti ), partecipava all’investitura del nuovo rex inauguratus, come anche a tutte le sue enunciazioni solenni tenute , appunto , nel comizio. Dionigi annovera poi tra le competenze dell’assemblea popolare anche la designazione dei magistrati ausiliare del rex. Anche in questo caso il popolo appare più atto a ricevere la notizia di delibere , che non ad approvare , con un voto , i provvedimenti proposti. Ma la competenza dei comizi si estendeva anche a una serie di atti di carattere, diciamo così, più < privato > e che tuttavia avevano diretta rilevanza rispetto alle organizzazioni familiari e gentilizie, incidendo sulla composizione interna di tali strutture. Ancora per tutta l’età repubblicana una parvenza degli antichi comizi si riuniva a presenziare e ad approvare l’adrogatio con cui un pater familias si assoggettava volontariamente alla potestas di un altro padre assumendo, a tutti gli effetti, nei riguardi di costui , la condizione di figlio . In tal modo si assicurava artificialmente la sopravvivenza di una famiglia che, altrimenti si sarebbe estinta: tale atto infatti era possibile solo nel caso in cui mancassero discendenti diretti dell’arrogante. Collegata in origine all’adrogatio appare a prima vista una forma arcaica di testamento. Nel testamentus calatis comitiss la designazione di un erede era il risultato indiretto della sua adozione come filius. Un risultato deliberatamente perseguito dalle parti e per cui si era escogitato che questa particolare adozione a differenza dell’adrogatio, avesse effetto solo alla morte del pater familias adottante , privo di figli legittimi, comportando come conseguenza la successione nella posizione del defunto da parte del designato. Ed infine sempre rientranti in questa categoria vanno ricordati tutti quei provvedimenti che modificano la condizione delle gentes o all’ammissione di uno straniero o di un intero gruppo . Tra di essi risalta la detestatio sacrorum, con la quale il membro di una gens scindeva il suo vincolo familiare e religioso con il gruppo di origine. E’ di notevole rilievo il fatto che le attività che incidevano sulla vita delle curie o che riguardavano , mediamente l’inauguratio dei sacerdoti maggiori, il rapporto del populus Romanus, con la divinità, non potessero prescindere dalla presenza solenne del comizio. Ciò comportava già una prima forma di controllo. Certo con dei forti limiti, giacché tali assemblee non dovevano avere il potere di esprimere esse stesse la volontà della città e neppure quello di modificare o di paralizzare decisioni prese dagli organi del governo cittadino : rex e patres. Anche se, proprio nelle delibere di interesse generale ( la pace e la guerra anzitutto ) il peso dell’assemblea dovette accentuarsi. Chiamata semplicemente a esprimere rumorosamente la sua approvazione o il dissenso senza tuttavia che si addivenisse ancora a un voto formale. Era la sede d’espressione e di verifica di quel consenso su cui si fondava , in ultima istanza la persistente legittimità e la forza del rex. La partecipazione dei comizi all’insieme degli atti che investivano la vita della città e il suo governo attesta comunque la presenza, sin dall’inizio , di una comunità politica, mai semplice accozzaglia di sudditi soggetti a un volere superiore ed estraneo. In una fase più avanzata di vita della città, verso la fine della monarchia è possibile che i comizi curiati siano giunti a esprimere formalmente un loro voto, almeno per alcuni aspetti specifici. In tal caso la decisione dovette essere presa dalla maggioranza delle trenta curie .

4 I collegi sacerdotali

L’altra componente essenziale della città , il suo patrimonio culturale ha un carattere di continuità con il mondo precivico . E questo vale anzitutto per la sfera religiosa dove , si può cogliere in modo affatto peculiare un’accentuata mistura di conservatorismo e d’innovazione. Ma vale egualmente per ciò che concerne la varia e ricca presenza di collegi sacerdotali, sin dalla prima età monarchica. Essi costituiscono , uno degli aspetti che meglio ci fa capire la natura complessa e stratificata

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dell’organizzazione e dell’identità cittadina. Da un lato perché lo stesso governo della comunità non si esaurisce nelle istituzioni politiche , essendo per molti aspetti determinante, con il fattore religioso , l’opera di questi stessi collegi. D’altro perché molti di essi si saldano alle radici preciche ( alcuni addirittura in un diretto e circoscritto rapporto con singole gentes ) , seppure nel quadro di un non facile processo di adattamento che ne ha permesso una configurazione relativamente unitaria. E’ in questo contesto che le forme e tradizioni più arcaiche sopravvissero a lungo, nella tradizione repubblicana quando non rinverdite addirittura dalla grande scenografia arcaicizzata di Augusto. Si deve ricordare la presenza, nella società romana arcaica, di una molteplicità di filoni in essa confluenti. Anzitutto , importantissimi , i culti dei Penati e dei Lari propri di ciascuna famiglia, di competenza di ciascun pater familias, poi culti e riti delle gentes, delle curiae o di aggregazioni più ampie e infine i culti della città. In essi confluisce una molteplicità di elementi che ci riporta a epoca preistorica, con l’innumerevole serie di divinità che accompagnano i Romani in ogni aspetto della vita e in ogni periodo. A ciò si collega la vasta stratigrafia di collegi e consorterie religiose, di pertinenza sia di singoli gruppi, che dell’intera comunità . Spiccano, tra i molti , i Luperci Quinctiani e i Luperci Fabiani, che presiedevano all’importante rito dei lupercali, quel percorso rituale, evocativo degli arcaici legami territoriali di alcune comunità preciviche. Ma non meno antico appare il collegio dei Salii, una specie di sacerdoti – guerrieri impegnati in singolari rituali di tipo magico – animistico, e dei Fratres Arvales che sovrintendevano al culto dell’antichissima dea Dia. Mentre poi i singoli luoghi della città restano legati a memorie di non meno arcaiche divinità : come quella di Semo Sancus, di origine sabina, sul Quirinale, o di Fauno sul Palatino. Nella fase successiva di piena espansione della vita cittadina appare conservare una rilevanza maggiore il collegio dei flamines, anch’esso tuttavia appartenente al più antico patrimonio religioso romano e con una fisionomia tutta particolare. Ciò è particolarmente evidente nei tre flamines maiores : Dialis , Martialis e Quirinalis, dove il culto di arcaiche divinità si saldava a quello delle nuove figure del Pantheon cittadino. Ma tali caratteri arcaici appaiono anche, se non maggiormente, nella serie di limitazioni rituali, stabilite in particolare nei riguardi del flames Dialis che sembrano risalire all’età del bronzo. Vi è un punto chiave, che evidenzia il carattere precivico di tali figure : la loro sostanziale estraneità al rex. Si tratta di realtà che la città stenta a fare proprie e che conservano un loro spazio arcano, ai margini del nuovo sistema. Il nucleo centrale della religione cittadina fu infatti rapidamente occupato da una originale fusione di elementi arcaici con forme decisamente innovatrici. Un processo che ha un momento di particolare evidenza nella significativa modifica intervenuta al vertice dell’intero sistema. Cioè la sostituzione delle tre supreme divinità arcaiche, Giove , Marte e Quirino, con quelle della religione olimpica che ruota intorno alla cosiddetta < triade capitolina > : Giove , Giunone e Minerva il cui culto , appunto si svolge sulla < roccaforte > della città : il Campidoglio, in un grande tempio appositamente edificato. Rientra in questa nuova sfera, pur conservando molti dei suoi caratteri arcaici, il culto di Vesta affidato ad apposite sacerdotesse che godevano ancora in età tardo repubblicana e imperiale di una condizione sociale elevatissima. Il compito delle Vestali, oltre alla partecipazione ad alcune importanti festività , è la custodia del fuoco sacro, che deve restare acceso permanentemente e, accanto a questo, dell’acqua. Vi è il diretto simbolismo di questi compiti relativi agli elementi fondamentali della vita umana, centrali nella concezione della natura propria degli antichi. Se questi aspetti ci riportano anch’essi a età precivica , l’integrazione nella città di questo culto è però attestata dalla dipendenza delle vestali dal rex : in un rapporto di dipendenza di tipo familiare sostituito poi , in epoca repubblicana, dal rapporto della vestale maggiore con il pontefice massimo. Così come non minore ambivalenza tra le radici preistoriche e la nuova funzionalità cittadina si può cogliere in altri collegi religiosi che assolsero un ruolo di grande rilievo anche oltre l’età regia. Anzitutto il collegio dei feziali i cui compiti erano essenzialmente circoscritti alle relazioni internazionali. Si tratta di un sacerdozio atto a costituire il sistema di comunicazione formale tra Roma e le altre comunità. Il collegio , di venti membri nominati a vita, non sembra presieduto da un supremo sacerdote, anche se al suo interno si distingue per la preminenza di funzioni il pater patratus .

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Ogni richiesta rivolta a popoli stranieri o da questi a Roma doveva avvenire mediante questo canale, che puntualmente Varrone indicava come il garante del rispetto della lealtà internazionale. E’ solo attraverso i feziali che poteva dichiararsi una guerra < giusta > e, una volta terminata , stringersi la pace legittima. Si tratta, di un sistema di comunicazioni che non incideva direttamente sulla sostanza dei rapporti internazionali di pertinenza del rex e dei detentori del potere di guerra e di pace. I feziali e il pater patratus semplicemente dovevano tradurre le decisioni politiche nella forma richiesta dall’ordinamento romano per la validità degli atti internazionali. Non deve però sfuggire il significato, sul piano sostanziale , del rigido formalismo di cui i feziali erano custodi. Esso infatti comporta la possibilità di rendere < giusta > ogni guerra dichiarata nel rispetto di certe regole, prescindendo dalla validità sostanziale delle pretese originarie, la cui affermazione fosse stata anch’essa affidata ai feziali secondo regole rituali . Entrava così in gioco il rispetto delle forme rituali, non la < giustizia > sostanziale della pretesa. Lo sviluppo delle regole formali contutelate, dette luogo alla formazione di una procedura che è alla base di quel primo nucleo di un diritto internazionale costituito dal ius fetiale. Estendendosi anche ai rapporti di diritto privato tra Romani e stranieri, il ius fetiale era destinato a contribuire al complesso processo di arricchimento dell’esperienza giuridica romana arcaica. Quanto poi al collegio degli auguri. Che gli antichi Romani si interrogassero costantemente sulla volontà degli dei al fine di regolare la vita sociale e di prendere decisioni importanti , non è certo fatto singolare. Questa interpretazione dei segni della volontà divina fini nell’esperienza romana, col dar luogo a due sistemi diversi. I Romani distinguevano gli auguria dagli auspicia, secondo un criterio che non doveva concernere tanto il tipo di manifestazioni divine da interpretare ( i segni celesti, le viscere degli animali sacrificati ecc. ) , derivando piuttosto dalla categoria di persone legittimate a interrogare la volontà degli dei : il rex e poi i magistrati per gli auspicia , gli auguri per gli auguria. Un’altra differenza tra auguria e auspicia sembra associarsi al riferimento di questi ultimi essenzialmente a situazioni immediate nel tempo e di per sé bene individuate. La constatazione di infausti auspici da parte del magistrato riguardava l’atto da compiersi nel giorno in cui tali auspici erano stati resi. E questo atto, che non poteva allora essere effettuato per l’ostile atteggiamento divino, poteva essere però ripreso e portato a termine, ove non avessero ostato altri auspici sfavorevoli, nel giorno o nei giorni immediatamente successivi. L’augurium invece può riguardare una situazione lontana nel tempo e può investire anche un oggetto più ampio che non singole iniziative, sino a riferirsi al destino stesso di Roma. Dal verbo augere ( aumentare ) , deriva l’idea che augurium evochi non già la semplice manifestazione di una volontà divina , ma una crescita di potenza, un arricchimento della condizione e dell’azione umana a seguito di un richiesto intervento degli dei. Per questo sia un luogo che una persona possono essere oggetto di inauguratio. Il rex, appunto, è persona inaugurata per eccellenza concentrandosi su di lui la forza magico – religiosa del consenso divino . Il grande prestigio e il non minore potere di fatto del collegio degli auguri giustifica il numero ridotto dei suoi componenti . Come per i feziali , anche in questo campo si venne solidificando una scienza augurale e un < diritto > augurale. Le tradizioni e le interpretazioni seguite dal collegio degli auguri vennero raccolte in vari testi. A tali collegi in genere si era prescelti, per cooptazione e, per molti secoli, vi appartennero solo elementi patrizi . Il che getta indubbiamente una luce significativa sulla composizione del primitivo organico cittadino e sull’originario predominio aristocratico. Ma è soprattutto da sottolineare il fatto, fondamentale per la successiva storia di Roma, che solo pochissimi ruoli , tra quelli ora evocati, presuppongano una totale < consacrazione > del sacerdote alla divinità , con la conseguente sua separazione dalla vita corrente nella città . In questo caso, in genere nominati a vita, essi sono esclusi da ogni forma di gestione diretta di potere. Per il resto, invece, i ruoli sacerdotali sono assunti da ordinari cittadini che non dismettono i loro correnti interessi e la partecipazione alla vita ordinaria della comunità , non diventano una casta separata né portatori di valori diversi da quelli della polis. Si sfiora così un tema assai importante relativo alla precoce < laicità > dell’ordinamento romano.

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E’ un aspetto che segna una delle fondamentali diversità delle società greco – italiche della storia di molte altre società orientali , maggiormente connotate in senso teocratico. La relativa debolezza della diretta gestione del potere dei collegi sacerdotali in Roma , anche dei più importanti come quello degli auguri o quello dei pontefici, appare direttamente collegabile alla forte preminenza di un’aristocrazia guerriera e al precoce affermarsi del peso politico dell’esercito cittadino. E’ probabile che abbia giocato notevolmente il carattere patriarcale delle primitive forme religiose romane, dove il rapporto con il sacro partiva anzitutto dalla religione domestica amministrata da ciascun pater familias. Il nuovo ruolo cittadino non modificò radicalmente questi presupposti , facendo confluire molte funzioni religiose , anzitutto nei titolari del potere legittimo sulla comunità : i magistrati e il senato , e nei collegi sacerdotali. Ciò che , appunto , ci permette di cogliere l’essenza del processo formativo della città e, insieme , individuare la persistente natura istituzionale della dimensione religiosa. Diversamente da quanto sovente si scrive, il nucleo della religione ancestrale non era destinato a dissolversi , dando luogo, a un diffuso e precoce scetticismo. Esso si è piuttosto < trasferito> a livelli nuovi, articolandosi in una pluralità di dimensioni. E questo ci fa capire come sia inesatta la frequente rappresentazione della religione romana come un fatto secondario rispetto agli sviluppi della cultura cittadina. Questa valutazione, abbastanza diffusa nella storiografia tra Otto e Novecento, oggi non è più accettabile. In effetti la fisionomia unitaria della città, è passata anche attraverso la costruzione degli dei cittadini, legata alla funzione unitaria dei templi e dei grandi culti collettivi oltre che al ruolo dei collegi sacerdotali.

5 I pontefici

E’ ai pontefici che risale l’elaborazione delle prime logiche interpretative e delle prime tecniche analitiche in grado di fornire la base di una elaborazione razionale autonoma, segnando così l’inizio della straordinaria avventura della scienza giuridica romana. In essa si esprime infatti in modo quasi emblematico la capacità romana di gestire il passato in funzione del futuro, di usare il materiale antico per costruire nuove realtà . Il collegio era presieduto, almeno in età repubblicana dal pontefice massimo : figura di notevole prestigio nella società romana e ambita ancora negli ultimi tempo della repubblica . Ne doveva far parte, ignoriamo in quale posizione, lo stesso rex , all’epoca del suo potere , giacché , poi, ne sarà membro il rex sacrorum, la sua proiezione depotenziata. Esso inoltre annoverava altri 13 membri tra cui i flamines maggiori destinati, come il pontefice massimo, a restare in carica tutta la vita. Per l’età monarchica invece sappiamo che il collegio istituito da Numa , era composto da 5 membri. Il pontefice massimo aveva una superiore autorità di controllo su tutte le forme della vita religiosa romana ; è difficile dire tuttavia quanto questa posizione derivasse dall’espropriazione di competenze originariamente attribuite al rex e quanto fosse invece il risultato di un’effettiva < divisione di potere > risalente all’età monarchica. E’ comunque indubitabile la generale funzione di supporto e di consulenza esercita dal pontifexmaximus nei riguardi del rex ( oltre che, forse, alcune funzioni vicarie ) con un ruolo particolare per ciò che concerne i comizi calati. Soprattutto questo rapporto di collaborazione si coglie in tutta una serie di cerimonie religiose ( sacrifici a protezione della città, voti e promesse alle singole divinità per allontanare pericoli incombenti, consacrazione di luoghi assegnati alla divinità) , oltre che nell’enunciazione del calendario. E’ soprattutto in relazione alla conoscenza e applicazione delle primitive norme che disciplinano la vita della comunità cittadina che si evidenza la fondamentale funzione di supporto di tale collegio. Norme che il rex faceva osservare con la sua autorità e il suo potere, e che investivano sia i complessi cerimoniali che regolano il rapporto della comunità o dei singoli gruppi cittadini con le proprie divinità sia quelle infrazioni individuali che potevano attirare l’ira divina sulla città intera, sia i meccanismi volti a garantire la convivenza tra i singoli cittadini e i vari gruppi familiari e gentilizi. Quet’ultimo tipo di esigenza avrebbe dato luogo a una forma embrionale di rapporti che potremmo definire, di < diritto processuale> e di < diritto privato >. E i pontefici, appunto, raccolsero e conservarono queste primitive regole di comportamento e il modo di gestire gli inevitabili conflitti al fine di preservare la pace sociale. Una funzione, che da sola sarebbe stata

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sufficiente a spiegare il prestigio affatto particolare di questo collegio, ancora nel corso di tutta l’età repubblicana. E’ evidente come tali competenze si intrecciassero strettamente al ruolo del rex, come supremo garante della vita della comunità e quindi come suo giudice e < legislatore>. Nella misura in cui le leges regiae di cui parlano gli antichi non siano un’invenzione tardiva, si presupporre che primario fosse il ruolo pontificale nella loro elaborazione e conservazione. Con esse, d’altra parte, sin dalla più o meno leggendaria legislazione di Romolo, non si faceva altro che innovare e modificare singoli elementi di un tessuto istituzionale preesistente. Di ciò i Romani d’epoca più tarda avevano perfetta consapevolezza, riferendosi a questo come ai mores et instituta maiorum . Queste < consuetudini degli antenati > appaiono un’immagine carica di significato e immediatamente intuitiva, riferita al patrimonio ancestrale, dove sfera religiosa, sociale e giuridica sono ancora difficilmente distinguibili. Tali mores risalirebbero in buona parte alle stesse origini laziali, consistendo pertanto in regole già vigenti nella < struttura dell’organizzazione precivica >. Null’altro dunque < che le norme sulle quali si fondava l’ordinamento della gens, il suo ordinamento giuridico( o meglio di quella realtà che si era configurata come gens all’interno della città >) .

6 Le radici arcaiche del diritto cittadino

La valenza arcaica del termine ius è lungi dal corrispondere alla nostra idea di < diritto > , così come non facile è il rapporto originario tra le due sfere del ius e del fas, quest’ultimo solo malamente traducibile con < costume > . Esso a sua volta, va posto in relazione alla fusione nel blocco unitario della città del molteplice e differenziato patrimonio di riti , credenze , cosmogonie, delle concezioni di una vita ultraterrena e delle pratiche connesse, nonché di una molteplicità di rituali villaggi e delle minori comunità , ma anche nell’ambito delle più ampie aggregazioni sociali quali le leghe religiose. Un processo che fu sicuramente agevolato dalla forte somiglianza delle istituzioni delle varie comunità in esso coinvolte. Era una somiglianza, tuttavia, che non significava identità, dovendo quindi prevalere , di volta in volta, l’una sfumatura rispetto all’altra, sovrapponendosi logiche e pratiche simili e diverse insiemi . Del patrimonio culturale delle gentes ancora presenti in età storica restano essenzialmente varie forme di culti e riti religiosi di specifica pertinenza di alcune o di una sola gens. Il carattere arcaico dei culti collega il mondo cittadino alle antichissime tradizioni laziali dell’età precedente. Le notizie di cui disponiamo riguardino soprattutto forme culturali e rituali proprie delle gentes . E’ abbastanza naturale infatti la più accentuata dispersione dell’originario patrimonio gentilizio relativo alla sfera più propriamente sociale e giuridica. Priva infatti della maggiore forza di conservazione delle forme religiose, questi altri mores gentilizi furono esposti a una maggiore erosione, anche per la pressione cittadina volta a ridurre al mero livello sociale le regole gentilizie restate fuori dal proprio ordinamento. D’altra parte noi disponiamo anche di altre informazioni che ci confermano nell’idea che questi stessi sacra gentilicia siano le sopravvivenze salvatosi dall’erosione del tempo e , soprattutto dalla progressiva affermazione della antinomica struttura politica cittadina. E’ probabile che lo stesso riflusso nelle nuove istituzioni cittadine di parte del contenuto culturale dei vari gruppi minori avesse riguardato anche altre sfere, oltre a quella religiosa. Dal governo della comunità di villaggio , allo sfruttamento della terra e degli altri beni essenziali , ai criteri che regolavano il matrimonio e i sistemi familiari, alla divisione del lavoro, collegata da una parte alle classi di età dall’altra ai sessi, alla successione ereditaria, al disciplinamento dei rapporti di dipendenza, al controllo sociale dei comportamenti individuali pericolosi per il gruppo. Questa diversa sfera doveva consistere in un insieme di pratiche sociali in cui il riferimento ai legami di sangue, la pervasiva subordinazione alle potenze ultraterrene, la presenza di norme

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latamente giuridiche , si presentavano come un intreccio indissolubile. D’altra parte, come gli aspetti religiosi, queste stesse regole spesso non erano esclusive di una sola gente, o di un solo villaggio, ma costituivano un comune tessuto che era venuto saldando insieme, in una struttura culturale omogenea , più villaggi e più gruppi originariamente distinti . Credenze , pratiche sepolcrali, riti , sistemi matrimoniali e forme familiari erano d’altra parte circolate già nel mondo precivico, talché il consolidarsi all’interno dell’unità cittadina, piuttosto che segnare una rottura o una radicale sovrapposizione di forme nuove, esprime il quasi inevitabile sviluppo di fattori già presenti nel mondo laziale. Ed è proprio questo antico patrimonio, divenuto il cemento istituzionale della civitas a definire l’identità politico – culturale : la sua lingua, le sue rappresentazioni ideali, i suoi sistemi di organizzazione sociale e le sue stesse gerarchie sociali, oltre che, soprattutto , la sua religione e il suo diritto. Dando altresì consistenza e contenuto a molti dei collegi sacerdotali cittadini , con il superamento delle molteplici radici preistoriche. Di contro le tradizioni rimaste di pertinenza di ciascun gruppo interno alla nuova comunità sopravvissero solo e nella misura in cui esse non contraddicessero e minacciassero il sistema unificato di valori condivisi. Nel riflettere sull’esperienza romana , si deve abbandonare la nostra mentalità , dominata dalla lunga presenza e azione dello stato moderno. Essa infatti è costruita secondo una prospettiva dove sovranità e diritto sono intimamente associati attraverso l’onnipresente azione della legge, di cui il giudice , almeno nell’Europa continentale in teoria è il < servo >. In Roma il diritto è concepito come preesistente al legislatore, che interviene solo a modificare e innovare singoli punti. Il suo fondamento sono i mores : il punto di partenza di tutta la storia del diritto romano. La comunità politica , l’archeologia di uno < stato > , si forma in parallelo, se non successivamente, a essi. Il re può intervenire a regolare o a limitare e modificare il ruolo del pater familias nell’ambito della repressione domestica, può circoscriverne alcuni eccessi, può controllare, attraverso le curie, le modifiche artificiali nella composizione dei gruppi familiari e lo spostamento di patrimoni ereditari. E ancor più il suo giudizio , con la consulenza determinante dei pontefici , può innovare in uno o altro specifico aspetto di pratiche tradizionali. Ma le strutture fondanti dell’ordinamento , organizzazioni familiari, forme di signoria sui beni, rapporti tra individui, da cui discendevano tutti i vincoli che gravavano sui consociati, appaiono saldamente fondate sui mores solo marginalmente ed episodicamente modificati da singole leges. L’importanza dei pontefici e il ruolo rivoluzionario del rex stanno : nell’essere stati i registi del passaggio dalla pluralità di istituzioni < locali > a un corpo unitario . senza che mai , dunque, si sia immaginata che l’esistenza di questo dipendesse dall’atto normativo del sovrano, concepito invece come il depositario e il garante di un patrimonio ancestrale.

Capitolo terzo

I re etruschi

1) Le basi sociali delle riforme del VI secolo

Si ha l’avvento al potere di una serie di re di origine etrusca. Certamente si trattò di un momento di forte modernizzazione dell’apparato politico – istituzionale, tale da anticipare alcuni caratteri di quello che sarà l’impianto di fondo del successivo sistema repubblicano. Tali trasformazioni furono a loro volta rese possibili dalla crescita politica e sociale di Roma , nel corso del primo secolo e mezzo di vita. Non solo essa, alla fine del VII secolo era divenuta una delle principali città del Lazio sia per dimensioni territoriali che per popolazione . Essa , aveva

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cessato ormai di essere la < sede già creata > di una popolazione di pastori e agricoltori , accingendosi a un nuovo salto in avanti nel suo sviluppo economico – sociale. In parallelo agli sviluppi politico – militari che avevano contribuito all’accentuato rafforzamento della struttura urbana di Roma è da registrarsi l’azione di altri fattori, dall’accresciuta importanza delle forme di proprietà individuale all’ancor più significativa espansione delle attività artigianali e mercantili. Ciò che, a sua volta, aveva coinciso, se non con i primi passi di un’economia monetaria, con l’accentuata circolazione del bronzo come unità di misura e valore di riferimento degli altri beni. L’accresciuto rilievo della città aveva poi reso possibile, sotto i nuovi e più dinamici re di stirpe etrusca , un notevole incremento delle grandi opere pubbliche facendo di essa quella che fu chiamata da Giorgio Pasquali < la grande Roma dei Tarquini >. Lo sviluppo di tutte le attività indotte da tali opere a sua volta postulava un accresciuto fabbisogno di manodopera urbana , a seguito di cui una massa crescente di popolazione, composta anche da stranieri, si dovette concentrare nella città. Ora queste molteplici attività urbane si dovettero inserire sempre più malamente nella logica chiusa del sistema delle curie. Rispetto alle consorterie gentilizie che le dominavano, nuovi gruppi sociali e nuovi ceti erano infatti i protagonisti di questa stagione, la cui organizzazione interna tendeva in generale a fondarsi sulla centralità delle minori unità familiari, se non dei singoli individui. La prorompente economia urbana era più congrua a mestieri e attività individuali che permettevano a singoli individui o unità familiari anche piccole, d’aspirare a uno status economico – sociale autonomo. Da un lato dovette così verificarsi una crescita complessiva degli strati sociali estranei al sistema gentilizio, e costituiti sia da un < popolo minuto > , ai margini o quasi dell’economia cittadina sia da strutture familiari abbastanza importanti per consistenza economia in grado di prendere uno spazio autonomo nella città. Dall’altro si verificò anche un processo d’erosione nella stessa compattezza delle gentes a seguito delle tendenze centrifughe di singole famiglie o lignaggi. Oltre al fatto che non di rado dovette intervenire la rottura dei vincoli di dipendenza dei clienti arcaici, sia per una loro emancipazione economica sia per l’estinzione di alcune gentes. Tutti elementi che portarono a un incremento degli organici cittadini estranei alle gentes. Le attività rurali potevano essere organizzate ancora in forme limitatamente comunitarie nell’ambito delle gentes e delle curiae. Ma le sempre più importanti attività artigianali e lo stesso commercio presupponevano una specializzazione del lavoro e un’articolazione delle forze produttive poco adatte a organizzarsi così ampi come le gentes. Sin dai tempi della monarchia latino – sabina la società romana disponeva di un’ organizzazione familiare straordinariamente funzionale a questo tipo di attività ( e anche a un’economia agraria fondata sulla piccola proprieta ). Si tratta della familia proprio iure , dove, al limitato numero dei partecipanti , corrispondeva una reale compattezza; e dove soprattutto, l’unità , più che su un piano < orizzontale > di tanti collaterali, si realizzava in senso < verticale > . In essa dunque più generazioni potevano essere saldate insieme, sotto la potestas dell’avus , dando luogo a un sistema particolarmente adatto alla trasmissione di un sapere < tecnico >. Questa diffusa e articolata crescita economica, lungi dall’eliminarli, aveva addirittura accentuato due aspetti dalla originaria fisionomia della città, destinati a influenzare in profondità gli sviluppi successivi. Il primo concerne il diverso carattere dei due poli su cui si era fondata la comunità politica : il mondo aristocratico delle gentes e la restante cittadinanza. In questo dualismo, infatti, è dato di cogliere uno schema che diverrà evidente poi in età etrusca e, soprattutto, nella prima età repubblicana. Esso anticipava quella distinzione tra patrizi e plebei . Arnaldo Modigliano fa un osservazione sul carattere < più aggregato > e meglio evidenziato dei clan patrizi, rispetto ai gruppi sociali che avrebbero dato origine alla plebe. Questi ultimi, infatti, in un primo momento, parrebbero privi di una loro specifica identità , potendosi piuttosto definire in termini negativi : come < non patrizi >. La crescita economica del VI secolo a.C. come spesso è avvenuto nella storia, lungi dall’attenuare i dislivelli sociali piuttosto li accentuò.

2 La fisionomia della nuova città

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Nel corso del VI secolo a.C. fu protagonista una serie di re d’origine etrusca, portatori di un diverso e più elevato livello culturale rispetto alle società del Lazio primitivo che riflettevano la grande crescita economica e lo splendore culturale della loro civiltà . Questi mutamenti coincisero, d’altra parte , con un più generale avvicinamento di Roma alle potenti città etrusche che tuttavia in nessun modo significava una sua subordinazione politica. Al contrario, la sua amicizia era preziosa per gli Etruschi in una fase di forte espansione verso la Campagna , facendo di essa un punto d’appoggio d’importanza strategica nel contesto ostile delle città latine. Un antica tradizione verosimilmente d’origine etrusca , richiamata dall’imperatore Claudio, buon conoscitore di quella civiltà , identifica in Servio Tullio la figura di Mastarna, un capo militare venuto a Roma al seguito di Celio , si sarebbe impadronito del regnum spodestando TarquinioPrisco. Tutto ciò corrisponde all’idea corrente sulla possibile presenza di bande armate con le quali arditi avventurieri etruschi avrebbero imposto la loro signoria sull’importante città latina. In effetti l’esistenza di molteplici capi – clan e < condottieri > di eserciti privati alla ricerca di fortuna trova anche riscontro nell’arcaica iscrizione relativa ai soldales di un Poplios Valesios , un personaggio appartenente a quella che sarà una gens importante nella prima vita repubblicana : Valerio Publicola. Più il capo di compagni d’avventura ( i soldales dell’iscrizione ) che una figura istituzionale della città . Del resto la stessa vicenda di un altro grande condottiero repubblicano Coriolano, che ruppe i suoi rapporti con Roma e guidò contro di essa l’esercito dei Volsci, conferma la fragilità dei rapporti di lealtà e la consistenza autonoma di questi singoli clan di guerrieri. Secondo l’indicazione pressoché unanime delle fonti, il potere dei nuovi re si accentuò sia nella sostanza che nella sua rappresentazione simbolica. Di contro, esso assume una singolare e interessante connotazione < irregolare > , secondo i vecchi canoni. Dalle indicazioni degli antichi tutti questi re parrebbero essere ascesi al regnum in forme difettose, per l’assenza dell’inauguratio, per la mancata procedura dell’interregum o della presentazione ai comizi curiati. Oltre alla mera violenza con cui l’ultimo Tarquinio, nell’esecrazione della leggenda, strappa il potere al grande Servio. L’altro aspetto che connota la fisionomia di questi sovrani , seppure in forme diverse, è la forte spinta militare che a sua volta, sottolinea il carattere autoritario del loro comando. Compensato , tuttavia, soprattutto per Tarquinio Prisco e Severio Tullio, da un diretto appoggio popolare. Anche quando , con Severio, la sua ascesa al regnum era avvenuta senza l’intervento di una regolare lex curiata, l’accento cade infatti sul sostegno popolare al nuovo rex. Le fonti antiche sono esplicite nell’attribuire a questi nuovi re una politica folopopolare e un potere parzialmente diverso da quello tradizionale : più forte e con una fisionomia più accentuatamente militare. L’innovazione appare sottolineata dalla nuova e ricca simbologia a esso relativa. Allora sono introdotte , quasi tutte dal mondo etrusco, le insegne della sovranità e del comando: la corona d’oro, la toga purpurea, le calzature rosse, il trono d’avorio , la corona d’alloro , lo scettro d’avorio e la guardia dei littori armati dei fasci e della scure . Simboli solenni che riappaiono in blocco , nel corso di tutta l’età repubblicana , in occasione della cerimonia del trionfo, con l’esaltazione del ruolo militare. Essi evidenziano quel potere supremo di governo che la repubblica erediterà dai re etruschi, indicato con il termine imperium, estraneo alla fisionomia dei primi re latino – sabani. Dall’altra parte il fondamento popolare dei re etruschi fu a sua volta la condizione per la realizzazione di una prolungata e incisiva politica di riforme. Le precedenti tradizioni latino – sabine appaiono così radicalmente superate e, con esse, l’equilibrio che, nell’età precedente, aveva connotato il rapporto tra rex e ordinamento gentilizio. L’intero assetto istituzionale preesistente, costituito dall’identificazione tra ordinamento curiato, organizzazione militare e struttura gentilizie, fu così travolto, sostituito dalla centralità della ricchezza individuale e dalla proprietà privata. Va spiegato cosa si intenda per < proprietà privata >, in riferimento alla società romana. Giacché , secondo i principi fondamenti del diritto romano validi ancora in età imperiale, questi diritti e poteri non concernevano tutti i cittadini che pur avevano pienezza di diritti pubblici e partecipavano a tutti i titoli alla vita politica cittadina. Nella sfera privatitica, dei diritti e delle ricchezza, persisteva infatti una rigida logica patriarcale in base a cui solo il pater familias era il titolare di tale insieme di facoltà . I filii familias, quale che fosse la loro età , rango e posizione pubblica, restavano privi di

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qualsiasi potere di carattere giuridico – economico. Proprietà privata, obbligazioni , crediti ecc. erano tutti e solo del pater. Il che , ancora una volta, accentuava quelle logiche gerarchiche profondamente insite nella struttura sociale romana : un sistema che iniziava, appunto, dalla sua unità di base : la famiglia nucleare.

3 Le prime riforme

Tarquinio Prisco avvio due riforme : l’ampliamento del senato e dell’organico della cavalleria . Entrambe investono il vertice dell’ordinamento cittadino , modificando e allargando la compagine aristocratica. Si attribuisce a lui l’incremento del numero dei patres, da duecento a trecento, spiegandone il motivo nella ricerca di una base più forte e leale di consenso. I nuovi senatori, infatti , sarebbero stati < un partito sicuro del re, per il favore del quale erano entrati nella curia> . Ma al di là di questo aspetto, è indubbio che una riforma del genere riflettesse anzitutto il rafforzamento quantitativo dei gruppi al vertice della società romana. Questi processi di mobilità verticale, a loro volta, non dovettero essere un fatto improvviso : il cambiamento consiste nell’accelerazione improvvisa data loro da Tarquinio con questa, < nobilitazione di massa > . A rendere memorabile la vicenda, insomma, non fu la nomina di nuovi membri del senato tratti da lignaggi o da gentes di recente formazione ( o migrazione ), ma la quantità : il blocco di cento casi insieme. Tant’è che esso non si fuse con i patres preesistenti, dando origine invece a un nuovo gruppo sociale, probabilmente anch’esso annoverato tra i patrizi, ma di minor rango : indicato nelle fonti come minores gentes : < genti minori >. Anche in precedenza il meccanismo delle curie e gli incerti confini fra lignaggi agnatizi e strutture gentilizie, dovevano aver permesso la trasformazione di più solidi e forti gruppi familiari in nuove genti. L’indeterminatezza stessa della gens rispetto ad altre strutture familiari rendeva difficile evidenziare il punto di non ritorno che segnava il passaggio dalla ramificazione di un dato raggruppamento familiare ( numericamente e socialmente rilevante ) a una gens. In questo senso gli stessi fattori economici, se determinanti, non appaiono però sufficienti . Questo < punto di non ritorno> , era rappresentato dall’inserimento, a opera del rex di un membro nella nuova gens nei ranghi del senato. Quello che interviene invece con Tarquinio è il salto da un carattere graduale e circoscritto di una crescita e da un ricambio < fisiologico > di un gruppo aristocratico all’elevazione in blocco di un nuovo gruppo sociale D’altra parte, che la politica dei re etruschi mirasse deliberatamente a trarre tutte le conseguenze organizzative dalle migliorate condizioni economiche della città lo mostra l’altra riforma tentata da Tarquinio, volta ad allargare l’organico della cavalleria. L’opposizione a tale tentativo, di cui fu espressione un augure, Atto Navio, indusse il re ad aggirare l’ostacolo raddoppiando le tre antiche centurie di celeres. Anche in questo caso non si faceva che trarre le conseguenze dal processo di arricchimento intervenuto in quel periodo storico, per rafforzare il fondamento della potenza romana : il suo esercito. D’altra parte l’intervento sull’organico dei cavalieri, se da una parte rispondeva a esigenze tattiche, dall’altra doveva avere una portata più ampia, mirando al superamento delle stesse tribù romulee con l’inserimento al vertice dell’esercito di gruppi non appartenenti alla vecchia aristocrazia gentilizia. Si comprende meglio così l’opposizione dell’augure e la difesa dell’antico ordine da parte di un probabile difensore degli interessi e dei valori dell’aristocrazia gentilizia. La situazione verso la metà del VI secolo, quando già le prime riforme avevano avuto inizio : la crescita economico – sociale aveva ingenerato una situazione nuova, ponendo problemi e aprendo possibilità prima inesistenti o almeno non percepite in misura adeguata . Con tali sviluppi infatti, erano anche aumentati i gruppi detentori di una notevole percentuale della ricchezza cittadina, in misura non inferiore a quella già di pertinenza delle genti patrizie. Di lì l’aspirazione a una integrazione nel vertice cittadino, soddisfatta da Tarquinio Prisco con l’incremento dei senatori, ma anche con l’utilizzazione di questo nuovo organico di ricchi nelle file della cavalleria cittadina. Il che , a sua volta, non poteva dissociarsi da un più generale potenziamento della struttura di base dell’esercito : la fanteria. Ciò si rivelò possibile facendo leva sull’accresciuta potenza economica della città, utilizzando le ricchezze individuali , antiche e nuove, in funzione di un armamento

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uniforme e fortemente potenziato di tutto l’organico della legione. Un risultato cui non poteva sopperire , per la natura uniforme della sua composizione, l’antico sistema curiato, in cui i cittadini erano inseriti solo in base alla loro discendenza. E’ questo il problema che verrà risolto in modo affatto rivoluzionario dal successore di Tarquinio , il grande Servio Tullio.

4 L’ordinamento centuriato ( riforma di Servio Tullio )

Al centro della sua riforma s’impone dunque una nuova organizzazione militare, in funzione di un tipo di combattimento più < moderno > . La primitiva legione fornita dalle curie e costituita secondo i genera gominum, fu così soppiantata da quello schieramento oplitico che costituì la grande novità delle forme di combattimento proprie della città giunta a un adeguato livello di crescita. La sua denominazione deriva dalla parola greca oplites, che significa < armato > , sottolineando la presenza di uno schieramento compatto di guerrieri dotati di armi pesanti , anche difensive, a sostituire ormai gli antichi soldati armati con sole armi offensive , privi di scudo e corazza. Tali trasformazioni ebbero un evidente fondamento di carattere economico nella disponibilità di una maggior quantità di armamenti individuali. Il che fu infatti reso possibile dagli sviluppi tecnologici, con l’aumentata produzione del metallo lavorato, nonché della presenza di un maggior numero di individui abbastanza ricchi da procacciarsi gli armamenti così prodotti. Come in Grecia anche in Roma, l’affermazione di questo sistema bellico coincise con un profondo mutamento dei rapporti sociali e politici. Entrò in crisi infatti il fondamento guerriero del predominio gentilizio. Con l’armamento oplitico , d’altronde, le differenze di classe si spostarono. Si accentuava anzitutto il rilievo della ricchezza individuale. Lo schieramento oplitico presupponeva, un numero maggiore di cittadini abbienti, in grado di procacciarsi un armamento abbastanza costoso. Di qui la netta distinzione , allora intervenuta, tra costoro e una schiera ancor più numerosa di individui privi di mezzi destinati ad avere funzioni meramente subalterne, di ausilio e di assistenza agli opliti . La massa più elevata di armati presupposti dalla riforma serviana non postulava solo una crescita complessiva di ricchezza dei Romani. Essa richiedeva anche una più precisa stratigrafia, fondata su un sistema d’inquadramento della popolazione diverso da quello basato sulle curie. Va infatti tenuto presente come il criterio d’appartenenza a queste sulla base dei lignaggi non rendesse trasparenti i diversi livelli di ricchezza della popolazione, che invece, ora , erano divenuti il criterio fondamentale per l’arruolamento. Di qui una nuova forma di distribuzione dei cittadini fondata sulla ricchezza individuale. Con un effetto indiretto ma gravido di conseguenze per il futuro : che ormai l’individuo si trova in diretto rapporto con la città , per quel che < vale > , anzitutto economicamente e per quel che è . La creazione del < cittadino> , il grande progresso della città greca e di Roma, è ora perfezionato, restando un retaggio per le età future. Ciò avrebbe comportato , secondo l’indicazione degli antichi, la sostituzione del comizio curiato con un nuovo sistema di carattere timocratico. Tutti i cittadini sarebbero stati distribuiti in cinque classi corrispondenti a diversi livelli di ricchezza, suddivise a loro volta in centurie. Il disegno compiuto dei nuovi comizi centuriati ( che sarà proprio solo dell’età repubblicana avanzata ) consisteva in un totale di 193 centurie di cittadini, ripartite in cinque classi : la prima era composta da coloro che avevano un capitale di 100.000 ( o 120.000 assi ), la seconda classe di 75.000, la terza di 50.000 , la quarta di 25.000 e la quinta di 12.500 assi ( o 11.000) . La prima classe forniva all’esercito, oltre alle centurie di cavalieri, che ammontavano a 18, comprensive però anche di quelle i cui cavalli erano forniti dalla città ( equo publico ) , ben quaranta centurie di juniores , cittadini tra i 18 e i 46 anni d’età che costituivano il vero corpo combattente della città , e 40 centurie di seniores, soldati più anziani che servivano da riserve. La seconda , la terza e la quarta classe fornivano invece ciascuna dieci centurie di juniores e dieci di seniores. La quinta classe infine forniva 15 centurie di juniores e quindici di seniores. A queste 188 centurie si devono aggiungere ancora cinque centurie : due di soldati del < genio > , di tecnici che si collocavano, ai fini del voto, accanto alle centurie della prima classe, due centurie di musici, posti accanto alla

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quarta classe e infine un’unica centuria di capite censi , in cui erano inclusi tutti i cittadini privi di qualsiasi capitale ed estranei alla specializzazione ora ricordate. E’ indubbio che l’antico patriziato dovette in origine essere ben presente anche nelle classi più elevate delle centurie di fanteria. Certamente moltissime famiglie delle gentes patrizie disponevano della ricchezza fondiaria richiesta per l’appartenenza ai ranghi più alti dell’esercito centuriato. E tuttavia delle prime classi di centurie dovevano far parte, anche molti esponenti di famiglie non patrizie, anch’esse adeguatamente qualificate dalla loro ricchezza. L’egemonia patrizia, in questa nuova organizzazione militare, restava sempre forte , non era però assoluta, aprendosi così per più ampi gruppi sociali un ruolo significativo proprio in quell’aspetto così essenziale alla posizione del cittadino nelle società antiche costituito dal servizio militare. D’altra parte è anche evidente che il maggior peso finisse col gravare sui cittadini più ricchi , quelli appartenenti alle prime classi. Essi infatti, proporzionalmente meno numerosi dei cittadini delle altre classi, erano tenuti a fornire il numero maggiore di soldati. Il che, a sua volta, era perfettamente coerente alle nuove caratteristiche dell’esercito oplitico e del suo fondamento timocratico, legato cioè alla ricchezza individuale. La società serviana esprimeva un nuovo tipo di gerarchia. Talché quando l’ordinamento centuriato si estese dall’originaria sfera militare alla dimensione politica, il voto dei membri delle prime classi di centurie fu ben più < pesante > e importante di quello degli altri cittadini. Il rapporto tra la sfera politica e quella militare, a sua volta, sarebbe sempre restato strettissimo; non a caso la convocazione del popolo nei comizi , era indicato con l’espressione affatto significativa di exercitus imperare : < convocare l’esercito > e la stessa assemblea centuriata era designata come < esercito urbano> . Ma soprattutto, anche in età repubblicana , i comizi continuarono a esser convocati fuori del pomerium, la cinta sacra di Roma all’interno della quale non poteva esplicarsi il comando militare. La fisionomia dell’ordinamento centuriato rappresenta il punto di arrivo di un processo complesso. Restando all’età di Servio, è da presumersi che la svolta si esaurisse negli aspetti propriamente militari . E’ quindi possibile che l’innovazione fosse allora rappresentata dall’introduzione delle sole centurie di juniores : l’organico dell’esercito. Ciò che ci permetterebbe di meglio comprendere la logica di fondo che avrebbe ispirato l’azione del grande re riformatore. Concentrandoci infatti su queste sole centurie, direttamente riferite all’esercito oplitico, ci possiamo rendere conto che la somma delle prime tre classi corrisponde al numero di sessanta centurie. Ciò che a sua volta deve essere messo in relazione con quanto ci dicono soprattutto Livio e Dionigi circa il fatto che solo gli appartenenti alle prime tre classi erano forniti di un armamento pesante, adeguato alla fanteria oplitica . Gli armati delle centurie inferiori si presentavano semplicemente come ausiliari dei primi In effetti queste sessanta centurie corrispondono ai seimila armati cui era pervenuta quell’unica legione romana che, ai tempi della monarchia etrusca , costituiva tutto l’esercito della città. Appare dunque verosimile che l’originaria riforma militare di Servio sia consistita nella semplice duplicazione dell’antico organico della legione: da tremila uomini a seimila. L’accrescimento non solo nuerico , ma di potenzialità belliche legato al pieno armamento oplitico allora introdotto è evocato dalla distinzione di quella parte di popolazione destinata a costituire la classis, come l’esercito era allora chiamato, da quella restata, infra classem, ai margini dell’esercito , con funzioni ausiliarie. Solo in seguito questa legione originaria verrà sdoppiata , senza però che ciò comportasse l’ulteriore raddoppio dell’organico militare. Ciascuna legione avrebbe infatti continuato a comporsi di sessanta centurie , ridotte peraltro dai cento uomini originari a sessanta e talora addirittura a trenta , a seconda della qualità degli armati e della diminuita consistenza numerica delle legioni stesse, allorché si privilegiarono unità militari più numerose e agili. Ed emerse altresì l’epoca in cui ciò dovette verificarsi : quando il supremo comando passò dal rex alla coppia di consoli. Con il che si conferma indirettamente anche la datazione tradizionale delle stesse riforme serviane, riferite all’età immediatamente precedente. E’ anche probabile che l’ulteriore incremento degli organici della cavalleria , egualmente attribuito a Servio, sia ascrivibile all’età successiva, in corrispondenza allo sdoppiamento della legione. Ignoriamo quando l’organizzazione centuriata dell’esercito si sia tradotta anche in una vera e propria assemblea politica. Ciò che avrebbe anzitutto postulato l’integrazione delle centurie di juniores con quelle dei seniores. Anche se non è da escludersi che questa innovazione sia

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intervenuta ancora sotto i re etruschi, è forse più plausibile che sia coeva all’inizio della repubblica, quando il popolo riunito per centurie, i comizi centuriati, fu chiamato a eleggere i magistrati cittadini.

5 Le tribù territoriali e il censimento dei cittadini

Quale che fosse la dimensione originaria della riorganizzazione militare e della cittadinanza realizzata da Servio, sin da allora il nuovo sistema postulava una conoscenza analitica dei livelli di ricchezza dei singoli cittadini onde distribuirli nelle centurie delle diverse classi. E’ quanto effettivamente la tradizione unanimemente imputa allo stesso Servio, riferendogli sia l’introduzione del censimento, sia un’ulteriore distribuzione della popolazione per tribù territoriali. Due innovazioni tra loro collegate. Con il termine censimento si accertava in effetti la condizione economica di ogni gruppo familiare in funzione del nuovo sistema, di cui non sfuggiva agli antichi il significato gerarchico. Livio lo sottolinea chiaramente, allorchè attribuisce a Servio l’istituzione del < census >, cosa utilissima per la futura grandezza della città, secondo cui i compiti di pace e di guerra vennero assegnati non viritim ( cioè in modo uniforme a tutti i cittadini ) ma in proporzione della ricchezza . In astratto questo strumento sarebbe stato sufficiente a permettere la distribuzione dei cittadini tra le varie classi di centurie. Tuttavia il riordinamento della cittadinanza appare sin dall’inizio più articolato. Sempre allo stesso Servio è infatti attribuita l’introduzione di un altro sistema di distribuzione della cittadinanza per tribù territoriali, in sostituzione delle vecchie tre tribù dei Ramnes , Tities e Luceres. La loro funzione era quella di provvedere a un organico inquadramento di tutti i cittadini. Vere e proprie ripartizioni amministrative , esse dovevano fornire alle avarie centurie i contingenti militari, nonché il sostentamento a loro necessario. Gravava infatti sulle tribù l’onere di un tributo : già gli antichi associavano il termine tributum a tribus. Questa forma primitiva di tassazione , riscossa dai tribuni aerarii, antichi magistrati della tribù , era commisurata all’entità delle proprietà dei singoli cives e aveva precipui scopi bellici. Anche qui ci troviamo di fronte a quella che è la probabile concentrazione di un processo storico più complesso, giacché sembrano sovrapporsi addirittura due sistemi successivi. Il primo, fondato sulla distribuzione di tutti i cittadini in quattro tribù < urbane > che avrebbero ricompreso non solo la cinta urbana, ma anche il territorio circostante. Immediatamente di seguito , forse sotto lo stesso Servio, alle prime quattro tribù urbane , si sarebbero aggiunte le nuove tribù rustiche, realizzando una distribuzione più articolata della cittadinanza. Nelle tribù urbane sarebbero stati raggruppati gli individui privi di proprietà fondiaria, mentre nelle tribù rustiche ( che all’epoca della cacciata dei Tarquini ammontavano a quindici ) furono collocati i proprietari dei fondi in esse situati. In tal modo diventava immediatamente rilevabile la distribuzione della ricchezza fondiaria ( il criterio su cui era fondata la distribuzione dei cittadini nelle varie classi delle centurie ) che invece, sia nel sistema delle sole quattro tribù urbane che in quello precedente delle tre originarie tribù , non aveva rilevanza. Mentre poi la denominazione delle quattro tribù urbane si riferiva a entità territoriali ( Subarana , Esqquiliana, Collina e Palatina) , quella delle più antiche tribù rustiche derivava dall’onomastica gentilizia. Questo non significa naturalmente, che la struttura interna di codeste tribù fosse fondata sui legami gentilizi : al contrario, l’appartenenza a esse era data dalla proprietà individuale della terra. E’ però possibile che siffatti riferimenti onomastici attestino la persistenza, all’interno di queste tribù , in aree omogenee e con una loro identità territoriale , di gruppi compatti di proprietari appartenenti alla stessa gens.. Solo a partire dagli inizi del V secolo a.C. comincerà con la Clustumina la serie di tribù con nomi locali. Solo con le tribù rustiche poteva essere rilevata in modo adeguato la ripartizione della proprietà fondiaria : la base delle ricchezze individuali. Nell’ipotesi quindi in cui il nuove assetto centuriato si fosse esaurito nelle centurie di juniores, esso avrebbe tagliato fuori proprio quei patres più anziani , titolari di quella ricchezza familiare in base a cui i figli potevano essere inseriti in una adeguata classe di centurie. Solo distribuendo tutta la popolazione nelle diverse tribù territoriali si

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poteva rendere trasparente l’organico cittadino, identificandone le varie unità familiari e i corrispondenti livelli sociali e di proprietà che costituivano la base dello stesso ordinamento centuriato. In tal modo assumeva tutta la sua rilevanza l’unità familiare , definità < l’unità economica di base > del sistema centuriato, in relazione a cui il singolo cittadino veniva collocato in una classe o in un’altra di centurie. In tal modo diveniva definitiva la distinzione tra il mondo dei proprietari fondiari e quello, forse ancor più numeroso, dei nullatenenti, ammucchiati tutti nelle sole quattro tribù urbane , degradate ora a strutture pressoché residuali. Alle diciannove tribù esistenti alla fine dell’età monarchica avrebbe fatto seguito immediatamente l’istituzione di due nuove tribù. Numero destinato a crescere nei cento cinquant’anni successivi , per raggiungere quello definitivo di trentacinque, trentuno rustiche e quattro, le più antiche, urbane.

6 Controllo sociale e repressione penale

Una delle conseguenze della stratificazione economica formalizzata dal sistema centuriato fu la quasi subitanea scomparsa di quei comportamenti di singoli o di gruppi familiari volti ad affermare una gerarchia sociale in forme individuali. Ci si riferisce al lusso funerario, venuto totalmente meno nel corso del VI secolo. Non certo in ragione di un impoverimento della società romana : tutt’altro. Questo diminuito fasto delle tombe corrispose infatti a una fase di grandi spese pubbliche, con la costruzione di importanti templi e di imponenti opere urbane. Per questo tale svolta appare piuttosto il risultato di un intervento autoritario della città, interessata a impedire le forme più estreme di emulazione nello sfoggio di ricchezze che, alla lunga , avrebbero potuto indebolire la stessa forza economica dei ceti aristocratici. Le prime leggi volte a stabilire un limite alle spese funerarie dovettero essere allora introdotte venendo poi recepite nella successiva legislazione delle XII Tavole . Un altro e più iportante settore della vita sociale in cui dovette aversi un incisivo intervento del rex , già prima dell’epoca etrusca, fu quello costituito dalla repressione dei comportamenti individuali pericolosi per l’ordinamento cittadino. In questo ambito infatti la sua azione dovette essere più diretta e innovatrice che nel più vasto campo dei mores. Giacchè ora la stessa esistenza della comunità moltiplicava , con la vicinanza, le occasioni di conflitto e , quindi, postulava l’introduzione di forme regolate di litigio atte a evitare il confronto violento e governate da procedimenti razionali. E’ allora che si dovettero consolidare i primi meccanismi di una procedura civile e di regole che permettessero agli organi cittadini di distribuire ragioni e torti tra i privati litiganti. La città intervenne precocemente anche a reprimere le condotte criminali dei singoli individui. Ciò iniziò in forma molto limitata, giacchè sino ancora nella legislazione delle XII Tavole quella che noi chiameremo la repressione criminale in senso proprio era circoscritta solo ad alcune condotte particolarmente gravi. Il resto era lasciato all’ancor forte autonomia dei singoli gruppi familiari e gentilizi e alla loro capacità di autodifesa. Dove al massimo la comunità interveniva a regolare le forme e sancire limiti della vendetta e dell’autodifesa privata. L’autonoma presenza della città, a imporre il proprio ordine, anche nella sfera criminale, senza intervento degli interessi privati lesi, concerneva pertanto due tipi di comportamenti : l’uccisione violenta di un membro della comunità , da un lato, forme di tradimento o azioni dirette contro l’esistenza stessa della comunità politica dall’altro. Questi ultimi tipi di condotta sono richiamati sotto i due termini di perduellio, crimine contro l’ordine politico e della civitas e di proditio, il tradimento con il nemico e comportano la morte del colpevole. Per quanto discussa e incerta nel suo fondamento etimologico , tuttavia è assai verosimile, che la condanna a morte del parricidas, sancita dalle XII tavole, non riguardasse solo l’uccisione del proprio padre, ma anche chi avesse uscciso un qualsiasi cittadino avente autonoma rilevanza rispetto alla comunità . In questi casi il rex interveniva direttamente attraverso suoi magistrati, i quaestores parricidii e i duoviri perduellionis. La loro esistenza conferma la novità di questi reati rispetto al mondo precivico. Accanto a questi casi, va ricordata una molteplicità di procedimenti repressivi di condotte asociali e dannose, alcuni dei quali d’efficacia immediata, che potremmo chiamare < di polizia >, e altri

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invece in cui la punizione interveniva soprattutto sul piano della sfera religiosa, anche se con conseguenze personali molto gravi, sino alla morte dell’autore del reato. Tali condotte erano colpite anzitutto perché, violando precetti e regole , attiravano l’ira degli dei sull’autore del misfatto e, con esso, sulla comunità intera. Il caso più importante e con chiare radici preciviche è costituito dalla particolare sanzione consistente nella consacrazione ( sacratio ) del colpevole agli dei . Tale condizione comportava il suo distacco dalla comunità e la perdita di ogni tutela giuridica , esponendolo a qualsiasi aggressione cui non avrebbe reagito l’intervento sanzionatorio della città. Vi sono poi altre azioni delittuose punte molto gravemente nella legislazione decemvirale, ma che non sembrano comportare questa sacratio dell’autore del reato, né il diretto risarcimento della vittima. Si pensi alla repressione degli atti di magia contro il vicino l’incendio doloso del raccolto. In tal caso la sanzione prevista, che consisteva quasi sempre nella morte del colpevole , avveniva attraverso i canali delle forme religiose arcaiche che, ci riportano a situazioni più antiche della repressione della perduellio o dello stesso parricidium .E comunque tutto fa pensare che occorresse, anche in questo caso, la reazione del danneggiato e la sua denuncia del malfattore. Non meno numerosi tuttavia sussistevano comportamenti lesivi dei singoli cittadini ed effettuati < ingiustamente >. Si pensi al furto , ma si pensi anche al danneggiamento di un bene o a delle lesioni fisiche arrecate a un individuo. Ebbene in questi casi la comunità primitiva interveniva a proteggere il danneggiato contro l’autore della condotta illegittima. Ma lo faceva solo se la stessa vittima si faceva parte attiva per difendersi , mentre l’eventuale condanna mirava a conseguire insieme l’obiettivo di risarcire il danno e di punire l’autore della condotta illegittima. Una logica che mostra appunto il delicato equilibrio tra il ruolo arbitrale della comunità politica e l’autonomia dei singoli gruppi. Tutta la sfera< privata > dei diritti , è esclusivamente riferita alla figura forte del pater della familia proprio iure. Un criterio molto rigido , soprattutto considerando che esso , al contrario di altri aspetti dei rapporti giuridici privati, non sembra evolversi granchè nelle età più avanzate, sino a epoca imperiale. Esso in effetti corrisponde a quello che, in genere , giuristi e antropologi tendono a definire un sistema < patriarcale > dove l’unità familiare in qualche modo imprigiona i singoli individui in vincoli di sangue e di status che li accompagnano per tutta la vita. Solo che , sin dalle sue prime origini cittadine, il diritto romano presenta, sotto questo profilo, una fisionomia molto particolare. Giacché al contrario di innumerevoli società in cui il sistema familiare tende a sopravvivere al titolare provvisorio dei poterei di governo su di esso, in Roma questo non è mai avvenuto. L’unità familiare si dissolveva con passaggio di ogni generazione , alla morte del pater, suddividendosi per quanti sono gli immediati suoi discendenti. Questo è il motivo istituzionale per cui l’ordinamento cittadino ha valorizzato questo sistema. Perché esso, addirittura più della grande riforma centuriata, comunque certamente in parallelo a essa, è lo strumento più devastante nei riguardi della tendenza dei gruppi < intermedi >, fondati sul sangue e sulla parentela a porsi come entità autonome rispetto all’ordinamento politico unitario. La famiglia romana era fortemente coesa, nella sua struttura giuridica, ma transeunte : non superava una generazione e per questo non poteva assumere una valenza latamente < politica > contribuendo, al contrario, a indebolire, dall’interno, la stessa logica gentilizia.

Capitolo quarto

DALLA MONARCHIA ALLA REPUBBLICA

1 La cacciata dei Tarquini e la genesi della costituzione repubblicana

Nella vicenda romana si innesta un fattore internazionale : il collegamento di Roma con il mondo etrusco, a sua volta proteso verso la Campania, in diretto conflitto con gli insediamenti greci ivi

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situati. Ciò che contribuiva a sua volta ad accentuare la tradizionale inimicizia tra i Greci d’Occidente e gli Etruschi , alleati ai Cartaginesi, per il controllo del Tirreno . Pur destinata a persistere ancora nel secolo successivo, negli ultimi decenni del VI secolo a.C. la spinta etrusca verso la Campania aveva conosciuto una seria battuta d’arresto a seguito di alcune gravi sconfitte militari ad opera dei Greci e dei loro alleati Latini. Tutto ciò ebbe a riflettersi anche sugli equilibri interni a Roma , giacché divenne allora possibile un vero e proprio < colpo di stato > da parte dell’aristocrazia romana, che non solo estromise dal trono Tarquinio il Superbo , ma cancellò lo stesso istituto della monarchia. Questa svolta si colloca nel 509 a.C. Dove si può immaginare che intervenissero, forse in modo determinante , importanti fattori interni alla società romana. E’ infatti possibile che la vasta rivoluzione istituzionale attuata dai re etruschi in Roma , forzasse eccessivamente i tempi. E’ possibile cioè che le forze che la nuova costituzione mobilitava e su cui si doveva fondare non fossero ancora in grado di sostituirsi alle vecchie strutture , ai precedenti tipi di aggregazione sociale. Potè anche pesare negativamente l’inizio di quella crisi economica e l’indebolimento delle forze produttive che sembra caratterizzare gran parte del V secolo. Allora , tra l’altro si può cogliere una significativa stratificazione delle dimensioni numeriche della cittadinanza romana, accompagnata addirittura da un’erosione delle aree territoriali già acquistate al suo ambito d’influenza. In questa fase, dunque, è facile immaginare che riprendessero forza le forme sociali ed economiche più arretrate : le gentes, arroccate nei loro possessi territoriali. Certo si che i primi anni della repubblica furono caratterizzati da una fisionomia incerta e da gravi difficoltà internazionali. Da un lato Roma ebbe a fronteggiare la reazione etrusca , in appoggio ai Tarquini. E’ abbastanza certo che il capo etrusco di Chiusi, Porsenna, abbia conquistato militarmente Roma ( solo in tal modo può spiegarsi il ricordo di condizioni molto pesanti imposte ai Romani , come il divieto di lavorare il ferro se non per strumenti agricoli : un < disarmo > ante litteram ) . Ma per noi è ancora più importante il fatto che il suo successo, contrariamente alle premesse indicate esplicitamente dagli storici antichi ( il suo intervento in appoggio ai Tarquini), non influisse sulla successiva vicenda costituzionale romana e non comportasse quindi la restaurazione di Tarquinio. D’altra parte è indubbio che Roma, dopo la caduta dei Tarquini , per qualche tempo restasse ancora legata alla sfera d’influenza etrusca. Era del resto un orientamento reso inevitabile dal suo isolamento nel contesto laziale, a seguito della lotta delle città latine contro gli Etruschi ( e contro i loro alleati ). La conservazione delle antiche alleanze dovette infatti risultare indispensabile per difendere la sua precedente preminenza, ora contestata dai Latini. Che tuttavia la solidità di Roma fosse ormai un fatto acquisito , lo prova la relativa rapidità con cui essa seppe reagire, anche militarmente, all’ostilità latina pervenendo a un esito sostanzialmente positivo e al rinnovo dell’antica alleanza con il Foedus Cassianum. Esso prende il nome da Spurio Cassio che nel 493 a.C. dopo aver guidato gli eserciti romani nella guerra contro i Latini riuscì a concludere con essi una pace duratura. La brusca scomparsa del rex , a opera dell’antico patriziato , aveva ridato a quest’ultimo una rinnovata preminenza di cui resta traccia evidente. In effetti , dopo i primi anni di vita della nuova forma repubblicana, le gentes patrizie si spinsero a bloccare a proprio vantaggio l’insieme dei canali di circolazione sociale e di ascesa politica che avevano funzionato nell’età precedente e che avevano permesso la presenza in senato, forse già nella tarda età monarchica, di un gruppo di conscripti accanto ai patres. Questa chiusura, come non di rado è avvenuto nella storia, segnò tuttavia nei tempi lunghi, l’inizio di una crisi lenta, ma non per questo meno inesorabile, a danno dei momentanei vincitori. Che sin dall’inizio trovarono un limite nella loro reazione costituito dall’impossibilità di un semplice ripristino della situazione anteriore all’età serviana, giacché esso avrebbe causato un pericolosissimo indebolimento della città. V’era infatti un aspetto irreversibile delle riforme serviane, su cui si sarebbero fondate a lungo le fortune della repubblica. Si tratta del nuovo ordinamento centuriato , con il superamento dei comizi curiati. Un ritorno alla situazione originaria avrebbe pertanto comportato un vero e proprio collasso dell’apparato militare in un momento di massima necessità di difesa. Egualmente difficile, per gli

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stessi motivi, sarebbe stato il ripristino dell’originaria figura del < re sacerdote >, vanificando il rafforzato imperium dei re etruschi. L’aristocrazia gentilizia, rinunciando quindi al semplice ritorno alle origini latino – sabine, puntò piuttosto sull’ulteriore modifica delle riforme serviane. Fu , a ben vedere, un meccanismo abbastanza semplice, anche se non privo di difficoltà, quello da essa messo in atto e che consisteva del circoscrivere , senza però depotenziarlo, il vertice del governo cittadino. La soppressione del carattere vitalizio della carica suprema di governo e il suo sdoppiamento , con i due consoli eletti annualmente, realizzarono perfettamente tale riequilibrio , salvaguardando nondimeno il forte carattere militare assunto dal comando supremo in età etrusca. In tal modo si realizzavano le premesse per un permanente spostamento del baricentro politico a favore dell’altro organo del governo cittadino : il senato. I primi 50 anni del nuovo assetto repubblicano sono forse il periodo più oscuro e ricco di interrogativi di tutta la storia di Roma. Non poche , ma contraddittorie e lacunose, sono le notizie che gli autori antichi forniscono in proposito. Addirittura fonte di incertezza sono quei pur così importanti elenchi di magistrati eponimi ( i cui nomi , elencati in serie successive, servivano cioè a indicare l’anno della loro carica ) che hanno inizio con la repubblica . Giacché in questi < Fasti > come sono chiamati dai Romani, compaiono sino al 486 a.C. circa, acanto a nomi di consoli patrizi, anche quelli di magistrati plebei. Poi , questi nomi cessano, a conferma delle unanimi indicazioni degli storici antichi relative all’esclusione dei plebei dal consolato e dalle altre magistrature, così come dagli stessi ranghi del senato. Una volta che un tempo si tendeva semplicemente ad annullare , negando autenticità alle liste con i nomi plebei. Esse infatti smentivano una rappresentazione storica in termini di flussi lineari di eventi tutti concordanti in direzione univoca e che leggeva la storia repubblicana arcaica come una costante linea di crescita della plebe e non come un regresso seguito poi da una ripresa. E’ abbastanza verosimile , al contrario, che proprio così sia avvenuto e che la scomparsa di nomi plebei dai Fasti consolari corrisponda al momento di massimo arretramento di questo gruppo sociale di fronte alla ripresa gentilizia. D’altra parte tale questione si intreccia al problema della possibile precoce presenza, nel consesso dei patres, accento a costoro, di un certo numero di conscripti, estranei alle gentes patrizie. In effetti per la fase iniziale della repubblica, in cui alla suprema magistratura potendo ancora accedere anche non patrizi, è ben possibile che essi potessero rientrare nel senato, pur restando questo una roccaforte patrizia. Del resto, già nel senato monarchico è ben possibile la presenza di questi membri non patrizi. Non solo dei conscripti in tale epoca parlano le fonti antiche, ma anche l’inserimento selettivo di nuovi membri da parte del rex. L’incertezza più grave concerne tuttavia la sequenza complessiva delle innovazioni istituzionali. Stando alle fonti si dovrebbe ammettere che, con la caduta dei re si fosse addivenuti in Roma alla nomina di un supremo collegio di due consoli sino alla metà del V secolo, quando per due anni di seguito essi sarebbero stati sostituiti da un collegio di dieci membri avente anche il compito di raccogliere e redigere il testo delle leggi romane : i decemviri legibus scribundis. D’altra parte , con la liquidazione di siffatto collegio, nel 449 , il ripristino dei due consoli non sarebbe stato costante , essendo questa carica frequentemente sostituita dalla nomina di più tribuni militum consulari potestate. Sino cioè al 367 a. C. quando si sarebbe raggiunta la definitiva parificazione politica dei patrizi e plebei ammettendosi che uno dei due consoli, tornati a essere questi la magistratura ordinaria , potesse ( o dovesse ) essere plebeo. In effetti tra questa prima fase del consolato e il definitivo assetto del 367 a.C. intercorre un periodo troppo lungo perché non sorgano consistenti sospetti in ordine al significato stesso di tale intervallo, potendosi quindi dubitare che i due consoli del 367 a.C. costituiscano la mera continuazione di una situazione < ordinaria >, esistente sin dall’inizio del V secolo. In verità le incerte indicazioni di cui disponiamo potrebbero farci immaginare un lungo periodo di una certa quale < sperimentazione istituzionale>. La durata stessa di questa fase conferma tuttavia la presenza, sin dall’inizio, di alcuni elementi di fondo del nuovo assetto politico come condizione per il funzionamento complessivo della macchina politica. Tra essi si elenca anzitutto il forte limite temporale nelle supreme cariche di governo, la

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fisionomia militare, unita all’elevata concentrazione dell’imperium loro attribuito , nonché , nel governo della città , l’accresciuto ruolo dell’esercito oplitico, con il valore deliberatamente dei comizi , e l’accresciuta rilevanza del consesso dei patres. Per questa prima età non si può andare molto oltre , giacché lo stesso quadro istituzionale appare oscurato dall’intensità con cui nelle fonti antiche relative al V secolo a.C. , si impone in primo piano il conflitto tra i due ordini sociali : i patrizi e i plebei . Specie dopo l’esclusione di questi ultimi dalla suprema magistratura repubblicana. . L’accento degli antichi, in relazione al mutamento istituzionale intervenuto con la cacciata dei Tarquini, esalta la nuova libertas repubblicana. Avremo modo di vedere quanto di ideologico e di formato si annidi in questa prospettiva, anche perché non si deve dimenticare come gli spazi del civis, in Roma non meno che nelle altre città antiche, fossero sempre e comunque condizionati e limitati dal supremo valore costituito dalla salvezza e dagli interessi della città . Connaturato a tale libertas è comunque il fondamentale diritto riconosciuto a ciascun cittadino di appellarsi al popolo di fronte al potere di repressione criminale del magistrato , sino ad allora giudice ultimo sulle questioni di vita e di morte. E’ possibile che una prima legge in tal senso fosse approvata sin dall’inizio della repubblica, certo essa dovette essere ribadita e meglio formulata nel 449 a.C. , immediatamente di seguito alle XII Tavole, con una legge Valeria Orazia in cui si vietava ai magistrati competenti di mettere a morte un cittadino romano colpevole di una colpa capitale, senza previa consultazione del popolo riunito nei comizi ( provocatio ad polum ). Tale normativa avrebbe altresì vietato di istituire una qualsiasi magistratura sottratta a questo potere di provocatio, concepito come una suprema garanzia per tutti i cittadini. E’ chiaro il particolare interesse plebeo per tale garanzia, se si considera come le magistrature contro cui si introducevano queste limitazioni fossero ancora di esclusiva estrazione patrizia. Ciò non toglie che questa garanzia fosse largamente insufficiente ad attenuare il violento conflitto ancora in corso tra i due gruppi contrapposti.

2 Patrizi e plebei

E’ del tutto verosimile che la fisionomia unitaria della plebe sia il risultato dell’azione politica patrizia dei primi annni della repubblica destinata a innescare il prolungato conflitto, sviluppatosi su più piani. Anzitutto quello politico : che concerneva , la radicale esclusione plebea dal governo della città : dalle supreme magistrature sino ai collegi sacerdotali. Il contenuto dello scontro è di per sé evidente, riguardando la pretesa equiparazione dei due ordini. Più articolato appare il confronto economico, che si sviluppò essenzialmente su due piani. Anzitutto vi è la richiesta di un alleggerimento dei debiti che opprimevano gli strati economicamente più deboli della città . In moltissime società precapitalistiche i ceti agricoli più poveri erano infatti i più esposti al flagello dei debiti: bastava un’annata o poche annate di cattivi raccolti e subito le riserve familiari e la stessa semente venivano consumate. A questo punto il processo d’indebitamento s’aggravava sia per il peso degli interessi che per le difficoltà di ricostituire il capitale d’esercizio, compreso il sostentamento della famiglia contadina. Di qui i rischi crescenti di perdita del campicello avito e di riduzione in totale povertà . A ciò , nella Roma arcaica, s’aggiungeva una forma di esecuzione personale particolarmente gravosa in cui il debitore finiva in condizione semiservile ( nexum ) o , addirittura, con la sua definitiva insolvenza, veniva venduto come schiavo in territorio straniero ( trans Tiberim) . Ma il contrasto appare ancora più grave, rischiando di portare a radicali lacerazioni della società romana fu, sin dal V secolo , lo sfruttamento della terra. Gli antichi ricordano infatti l’insistente richiesta plebea di distribuire in proprietà privata a tutti i cittadini i territori strappati ai nemici. Tale pretesa si scontrò con la decisa opposizione dei patrizi, interessati a conservare la maggior parte nella forma dell’ager publicus di pertinenza della città , ma sfruttato direttamente dai privati. Della gravità del conflitto dà la misura la crisi e la messa a morte , per opera patrizia, dello steso Spurio Cassio che aveva tentato di venire incontro alle aspirazioni dei plebei.

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L’accusa rivolta da questi ai patrizi è che essi volessero di fatto mantenere il controllo di tali terre, a favore loro e dei loro clienti. Ciò che ha indotto la grande maggioranza degli storici a supporre un’originaria esclusione dei plebei di fatto almeno, se non di diritto , dal possesso e dallo sfruttamento dell’ager publicus. Non si capirebbe altrimenti l’interesse a trasformare questo ager in proprietà privata che sembra ispirare la politica plebea. Si crede che gli antichi,scrivendo alla fine della repubblica o in età imperiale, molti secoli dopo gli eventi da loro narrati e in un contesto assolutamente diverso, inevitabilmente utilizzassero le categorie dei loro giorni. Dove appunto tutto il territorio romano o era publicus o era in proprietà individuale dei cittadini. Essi pertanto qualificavano come < pubbliche > cioè della città , le terre che apparivano sottratte alla proprietà dei privati. Ma nelle terre introno a cui si dovette sviluppare la lotta patrizio – plebea, nel primo secolo della repubblica, dovevano essere ricomprese anche quelle aree, da sempre , quindi ancor prima dell’affermarsi della città, di pertinenza delle varie genti. Tra cui non si devono dimenticare i vasti pascoli ai quali era associata parte della ricchezza gentilizia. Contro questo monopoli gentilizio e soprattutto a bloccare un suo ulteriore incremento a seguito di nuove conquiste, si mosse dunque la richiesta plebea di distribuire tutte le terre in proprietà privata, rispetto a cui le famiglie plebee si sarebbero trovate sullo stesso piano delle famiglie appartenenti alle gentes patrizie. Per quanto concerne infine l’aspetto sociale della contrapposizione tra plebei e patrizi, il punto centrale è in genere indicato dall’assenza del connubio. Il che escludeva la possibilità di un rapporto matrimoniale valido fra un patrizio e una plebea o viceversa. Questo avrebbe comportato la degradazione sociale dei figli nati da tale matrimoni, esclusi comunque dai ranghi del patriziato, oltre alla perdita di rango della sposa , se essa era d’origine patrizia. Una sanzione che ribadiva formalmente l’inferiorità sociale dei plebei : i quali , infatti, contro di essa si batterono,sino a ottenerne il superamento con la lex Canuleia del 445 a.C. Il ricompattamento della plebe contro questo sistema di esclusioni fu talmente violento e consistente da minacciare la sopravvivenza stessa della comunità politica. La crisi fu superata solo con il riconoscimento alla plebe di un insieme di strumenti protettivi rispetto alle prevaricazioni delle magistrature patrizie. A guidare la secessione plebea si erano posti dei magistrati, ispirati alla figura dei tribuni militum, o addirittura alcuni tribuni militum dell’esercito centuriato schieratisi con la plebe, che avevano assunto il nome di tribuni della plebe. Il compromesso politico che ne seguì comportò il loro riconoscimento come organi della città : sancendo dunque il loro < diritto d’aiuto > ( ius auxilii ) a favore della plebe. Ma proprio questo carattere escluse per molto tempo la loro partecipazione all’effettivo governo della città, attribuendo a essi invece una generalizzata e sempre più penetrante funzione di controllo nei riguardi dell’azione degli altri magistrati repubblicani. Il loro potere d’intervento < negativo > s’estese, in effetti, all’intera vita politica cittadina, sostanziandosi nella possibilità loro riconosciuta d’interporre l’intercessio : un vero e proprio veto, contro qualsiasi atto o delibera dei magistrati o dello stesso senato. In tal modo l’autorità dei tribuni era lungi dall’essere subalterna alle strutture cittadine, potendo, in teoria , giungere a paralizzare nel suo complesso la vita stessa della comunità . A ben vedere, era lo stesso meccanismo della secessione, la minaccia di dissoluzione del patto che univa i cittadini all’interno della polis, a trasferirsi così all’interno delle strutture istituzionali romane. La posizione di questi magistrati era poi rafforzata dal carattere sacrosanto della loro persona, originariamente affermato con una lex sacrata e sempre in seguito confermato. Questa a sua volta , consisteva in un giuramento assunto collettivamente dalla plebe ma vincolante, per il suo fondamento religioso, l’intera comunità . Con tali leges la componente plebea si poneva come forza autonoma, in grado di ridisegnare l’intero impianto cittadino. Il suo punto di forza era l’assemblea , il concilium plebis, organizzata sulla base della distribuzione per tribù territoriali, che votava proprie delibere : i plebisciti , ed eleggeva propri magistrati : i tribuni e in seguito gli edili. Si trattava solo dei primi, sebbene fondamentali , passi verso un più vasto processo di equiparazione, ancora da realizzarsi , giacché né era stato rimosso il monopolio delle cariche magistratuali, nè si erano accolte le altre pretese plebee volte a riequilibrare i rapporti di carattere

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economico – sociale tra i due ordini. Per il momento , il mondo plebeo costituiva ancora una realtà sociale autonoma e antagonista. Per questo, con i suoi magistrati , la plebe mantenne un tessuto identitario separato , con tradizioni religiose, divinità e templi suoi propri. Sino addirittura a identificarsi con una sua sfera territoriale al di fuori del recinto sacrale della città : l’Aventino. La sua posizione, tuttavia, conobbe un progressivo consolidamento che permise di superare ben presto una strategia meramente difensiva. Già verso la metà del V secolo a.C. s’ebbero i primi sostanziali passi in avanti nella lotta per la parificazione politica e sociale dei due ordini e, con essa, di un mutamento complessivo dell’assetto cittadino.

3 Le XII TAVOLE

Nel V secolo a.C. si ha il successo plebeo nell’ottenere la redazione scritta del corpo di regole che presiedeva alla vita della città. In tal modo infatti veniva meno il monopolio della conoscenza e dell’interpretazione del diritto cittadino sinora esercitato dal corpo aristocratico dei pontefici. Questa grande innovazione, che ovviamente aveva incontrato l’ostilità dei patrizi fu resa possibile dalla defezione di una componente importante dello stesso patriziato. Ciò avvenne quando il capo dell’autorevole gens Claudia , Appio , si schierò a favore di tale richiesta , assumendo una funzione centrale nel nuovo processo legislativo. Per l’anno 451 – 450 a.C. al posto della normale coppia consolare si provvide così a istituire un collegio di dieci membri, con il compito, oltre all’ordinario governo della città , di leges scribere, di redigere per iscritto le leggi della comunità cittadina Appio Claudio fu chiamato a presiederlo. In questa svolta giocava anzitutto una più matura aspirazione a quella certezza che solo la norma scritta può dare rispetto a formule di carattere consuetudinario e che appare costantemente riproporsi nel corso della storia . Ma forse dovette affiorare allora anche una prospettiva nuova che tendeva a ridefinire la stessa concezione romana del diritto. Alla preminenza originaria dei mores ancestrali, affidati al sapere e alla memoria di specialisti , si sostituiva l’idea della centralità della legge scritta , formalmente approvata dalla comunità politica. Il valore irreversibile del testo scritto e di una legge < eguale > per tutti i cittadini e accessibile a tutti era di per sé , una nozione nuova nell’esperienza romana. D’altra parte che tale svolta andasse forse al di là della stessa pur centrale questione del controllo della vita giuridica sembra attestato dal fatto che ai dieci membri del collegio fossero attribuiti, secondo le fonti antiche, poteri assoluti e sottratti alla provocatio che limitava invece l’imperium dei magistrati ordinari. Il che permette d’immaginare che il decemvirato, pur all’origine finalizzato alla redazione delle leggi, tendesse ad assumere un significato più ampio, di organo generale di governo della città e delle sue leggi. Non solo esso sostituiva la coppia consolare, ma comportava anche la sospensione di ogni altra magistratura, compresi i tribuni della plebe. Si adombrava una nuova e più forte unità di governo che, d’altronde, con l’ammissione anche di plebei in questo collegio, allorché esso venne rinnovato per un nuovo anno , realizzava la sostanziale parificazione politica dei due ordini. La tradizione , se è univoca intorno alla redazione delle XII Tavole , appare però immediatamente oscurarsi nella rappresentazione delle vicende successive. Il collegio, rieletto per il secondo anno, onde completare la redazione delle tavole della legge, sempre presieduto da Appio Claudio, fù integrato da elementi plebei. Una svolta importante, dunque, a favore della plebe, resa tuttavia incomprensibile dalla fisionomia tirannica e antiplebea attribuita dagli antichi ai nuovi decemviri ed, ora allo stesso Claudio. Come già era avvenuto nel caso dell’espulsione dei Tarquini da Roma. La libertas repubblicana non assume connotazioni di carattere democratico, non è una libertas di tutti, ma di una consorteria aristocratica: è fondata sull’eguaglianza di pochi. Le personalità che in qualche modo tendono a sottrarsi alla compatezza del sistema aristocratico, sin dall’inizio della storia repubblicana, sono sempre indicate con caratteri di tiranni. L’oligarchia al potere imputa loro la massima colpa verso la libertas repubblicana : l’aspirazione a un potere assoluto, l’adfectatio regni. Sarà questo lo strumento per colpire ogni personalità che devi eccessivamente dalla lealtà verso il gruppo dirigente. Da Spurio Cassio ad Appio Claudio il decemviro, dalle tragiche e grandiose figure dei Greci sino a Giulio Cesare, assistiamo alla costante ripetizione di tale accusa

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da parte di un’aristocrazia sempre mutevole nella sua composizione interna, ma dominata da una logica sempre uguale. Quella di colpire tutti coloro che in qualche modo tendano a indebolire i suoi interessi e valori a favore di una visione diversa degli equilibri politici interni alla città. Forse l’ulteriore e per certi versi definitiva crescita plebea , con la sua ammissione al decemvirato, sarebbe stata tollerata, nei nuovi equilibri cittadini, se il disegno riformatore sviluppato con la regia di Appio Claudio non fosse andato ancora oltre. Lo coglie Livo , allorché parla di un mutamento della forma della città. Affiorava così la possibilità di una totale rifondazione della comunità, con un’integrazione sociale più radicale di quella possibile per la città patrizia delle origini. Dove emerge infatti una tendenza non solo ad assicurare una conoscenza pubblica delle norme, ma a realizzare anche un loro nuovo modo di formazione. All’antico sapere pontificale, filtrato all’interno di un sistema sociale chiuso, e fondato sull’idea di un < diritto > non direttamente dipendente dall’azione e dalla volontà degli organi cittadini, a loro in gran parte preesistente, parrebbe contrapporsi un’opposta concezione. Con la tendenziale concentrazione delle funzioni di governo e legislative nel binomio costituito dai decemviri e dall’assemblea popolare , per un momento e un momento solo, parrebbe che tutto < il diritto > fosse riportato all’interno della < politica >, recuperato alla sovranità del popolo e ad esso subordinato. Era la strada che avrebbe potuto riorientare la struttura intimamente aristocratica di Roma verso un tipo di democrazia fondata sulla sovranità del demos, di matrice greca. Ma fu solo una tendenza che traspare rapidamente, senza riuscire a ingenerare un sostanziale o tanto meno definitivo mutamento della natura globale dell’esperienza giuridica romana. Perché , appunto , questa potenziale eversione segnò invece la catastrofe politica di Claudio, facendo rapidamente rientrare il sistema giuridico nel suo alveo tradizionale. Si salvò solo il programma originario , volto a dare certezza all’intero ordinamento romano . Dal 449 a.C. una volta approvate anche le due ultime tavole , le XII Tavole rappresentarono la nuova realtà istituzionale alla quale i Romani si sarebbero rivolti per secoli come il punto iniziale della loro storia giuridica. Il nuovo grande corpo legislativo costituì da allora il fondamento del ius civile : il diritto della città , identificandosi in pratica con esso. Anche se gli stesi Romani ebbero ben chiaro che esse non esaurissero l’intero loro sistema giuridico . Malgrado il loro valore pressoché fondativo era infatti chiaro che non tutto il diritto vigente in Roma era stato in esso riportato. La maggior parte delle norme contenute nelle XII Tavole presuppone altri segmenti del diritto che ad esse preesistono e su cui esse si innestano, modificandoli eventualmente. E questi segmenti , appunto , altro non sono che i mores ancestrali. Ma era anche altrettanto evidente che le regole in seguito applicate dai magistrati giusdicenti, che continuarono a utilizzare la consulenza dei pontefici, non si limitarono certo all’originario dettato dei decemviri. La loro portata effettiva si venne infatti modificando nel corso del tempo a opera dell’interpretatio, dei pontefici prima, dei giuristi < laici > in seguito . Non verrà mai infatti meno l’importanza anche ideologica di tale legislazione cui nei secoli successivi ci si richiamerà, non solo per le sue norme specifiche, ma per il suo valore generale di riferimento all’ordinamento giuridico romano. Quello che è certo è che con il 449 a . C. nuovi vincoli e confini più precisi furono posti ad antiche pratiche. La libertà dei pontefici di conservare, o eventualmente di modificare le antiche tradizioni secondo una sapienza esoterica sottratta a ogni controllo esterno, conobbe ora un limite evidente. Almeno per quanto riguarda l’aspetto formale ogni cittadino fu in grado di sapere quale fosse il diritto della città. Egualmente le capacità di modificare e d’innovare attraverso provvedimenti legislativi, trova un punto di partenza e un ovvio elemento di condizionamento in un diritto certo, redatto per iscritto, noto e controllato da tutta la comunità. La legislazione delle XII tavole concerneva essenzialmente il processo civile e il sistema dei diritti < privati > che attengono ai rapporti tra i cittadini. Quello che noi chiameremmo il < diritto pubblico > e l’organizzazione della primitiva macchina statale romana restarono essenzialmente al margine. Quanto al significato complessivo di questa raccolta ha valore di spartiacque , tra < vecchio> e < nuovo > . Tra ciò che è stato raccolto e conservato dai decemviri degli antichi mores e le nuove regole da essi introdotte . Di qui la coesistenza di molte regole arcaiche e di principi e meccanismi innovativi che sembrano allora affiorire per la prima volta nell’esperienza giuridica romana. Il

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primo aspetto , che ci riporta a epoca talvolta ben più antica delle XII Tavole, lo si può trovare in gran parte del sistema che regola le obbligazioni legali liberamente contratte tra i privati. Tali rapporti infatti si sostanziano in forme immediatamente o mediate di dipendenza personale : il debitore è < legato >, sottoposto anche personalmente al potere del creditore. La figura più importante è quella del nexum, dove il terme latino evoca appunto un legame materiale che vincola giuridicamente. La stessa logica arcaica la ritroviamo poi nell’insieme di vincoli personali derivanti dalle conseguenze di azioni dannose e illegittime. In essi infatti le forme primitive delle obbligazioni si saldano alle forme semiprivate delle sanzioni. Tuttavia, proprio in questo campo, già si introduce un elemento nuovo costituito dalla possibilità per le parti di un accordo privato e tra loro vincolante, un pacisci, da cui poi il pacrum come fonte di obbligazione , che supera lo stadio della vendetta ( peraltro egualmente sancita nelle XII Tavole con la cosiddetta < legge del taglione > ) per giungere , peraltro in un arco di tempo abbastanza lungo , alla nozione, capace di evolversi sino ai giorni nostri di < transazione >, di < accordo privato vincolante> e fonte , a sua volta , di un nuovo tipo di obbligazioni. Poco sviluppato appare ancora l’intervento diretto nella comunità a reprimere i comportamenti illeciti dei singoli, regolati, più attraverso la tutela fornita alla reazione delle parti lese che non autonomamente dagli organi cittadini. Predecemvirale appare anche la fisionomia che caratterizza la struttura base dell’organizzazione sociale : la famiglia nucleare dominata dalla centralità del pater familias, in pratica l’unico titolare di diritti, legittimato alla loro gestione. Un sistema , alternativo e disgregativo di un possibile ruolo delle gentes come soggetto collettivo di diritti e poteri all’interno della città . Di contro, fu il sistema decemvirale a introdurre in seguito più o meno ampi correttivi e fattori di elasticità alla pesante autorità del pater familias. Li cogliamo nel meccanismo ideato per rompere la patria potestà del pater, mediante una particolare applicazione della mancipatio. Ma ancor più importante, sotto tale profilo , appare il superamento del sistema oppressivo e rigidamente patriarcale costituito dal matrimonio com manu che necessariamente assimilava la moglie alla condizione di una figlia di famiglia sottomessa alla piena potestà del marito. In linea di massima il sistema giuridico adombrato dalle XII Tavole, per ciò che del loro contenuto è a noi pervenuto , corrisponde a una società agraria relativamente stabile. Al centro di esso si pone coerentemente la figura della proprietà fondiaria. Essa non appare isolata ma governata piuttosto da un insieme di regole che miravano a integrarla all’interno di un coerente assetto territoriale, volto a massimizzare i vantaggi a favore di tutti i fondi interessati. Esse da un lato vietavano per quanto possibile le turbative a danno dei vicini, e introducevano una più vasta regolamentazione territoriale, avviando quella successiva straordinaria esperienza romana rappresentata dalla centuratio. Dove appare centrale la duplice preoccupazione di assicurare una buona viabilità locale e un adeguato controllo delle acque, sin da allora, in certi periodi dell’anno, pericolose per le culture e la stessa preservazione dei campi agricoli. I beni in proprietà sono distinti poi in due categorie diverse , le res mancipi e necmancipi, sottoposte a un diverso regime di circolazione. Per le prime, in generale le cose più importanti in un’economia primitiva, anzitutto gli immobili il trasferimento della proprietà era possibile solo attraverso l’impiego di una forma negoziale particolarmente solenne e che coinvolgeva la presenza di una pluralità di testimoni : la mancipatio . Ma ancor più interessante è la presenza dell’usus a sanare gli eventuali vizi intervenuti negli atti di trasferimento della proprietà stessa e, in particolare, della mancipatio. E’ questo un esempio molto importante delle innovazioni che l’interpretatio pontificale aveva introdotto in funzione della massima certezza del diritto. Non può infine meravigliare , in una società piuttosto statica ed in cui lignaggi e appartenenze familiari e di clan erano ancora così importanti anche sotto il profilo istituzionale che il sistema della successione dei familiari nel patrimonio del defunto fosse ben disciplinato. Anche se la libertà del pater di disporre del suo patrimonio mediante testamento appare, dal punto di vista sociale, ancora più significativa e ricca di conseguenze. Sarà soprattutto nel secolo e mezzo successivo all’introduzione di questa legislazione, che l’interpretazione dei pontefici, oltre che dei magistrati competenti a regolare i processi tra i cittadini, avrebbe potentemente contribuito a sviluppare nella pratica un’applicazione sempre più

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innovativa e ampia delle regole decemvirali, adattandole alle esigenze di una società in trasformazione. Spesso dagli storici questo lungo periodo di gestione di un sistema giuridico più moderno è stato trascurato, con il risultato di concentrare nell’età dei grandi mutamenti culturali e istituzionali, successiva alle guerre annibaliche, gli inizi di un < più moderno > sistema giuridico. In tal modo però si trascura la precedente, ricchissima fase di sperimentazione delle innovazioni che la stessa evoluzione di una società , come quella romana, già richiedeva.

4 La conclusione di un percorso

Si è già accennato ad alcune delle tappe della lenta ripresa plebea : l’istituzione dei tribuni, tra il 494 e il 471 c. C. , quando la loro elezione fu deferita con una lex Publica ai comizi tributi, la legislazione decemvirale, intervenuta nella metà del secolo, le coeve leggi Valerie Orazie, a conferma del diritto di provocatio dei cittadini, sino infine alla lex Canulia di pochi anni successiva. Aveva così iniziato la lunga e abbastanza frammentaria sperimentazione istituzionale con la frequente sospensione della coppia consolare per l’accentuarsi della pressione per l’ammissione dei plebei a tale carica. Onde evitare d’irrigidirsi in una sempre più difficile esclusione dei plebei dal consolato, si preferì sospendere la nomina di tali magistrati, anche forse in ragione di esigenze militari che richiedevano un numero di magistrati com imperio maggiore della sola coppia consolare. Così , in molti degli anni che vanno dal 444 al 368 a. C. al posto della coppia consolare, si provvide ad attribuire l’imperium consulare agli ufficiali delle legioni : i tribuni militum. Questi , eletti in numero da tre a sei, sostituirono la coppia consolare, essendo titolari di un imperium di rango e forza minori di quello dei consoli , tant’è che costoro potevano convocare il senato solo in via eccezionale, non conservavano dopo la carica il prestigio e il ruolo particolare degli ex consoli ed erano esclusi dal trionfo. Che in tal modo si accentuasse l’erosione della supremazia patrizia, lo mostra il fatto che, verso la fine del secolo, a tale carica vennero eletti anche elementi plebei. D’altra parte questo meccanismo rispondeva anche all’esigenza di articolare maggiormente il governo cittadino. Un’esigenza oggettiva, come mostra un’ altra importante innovazione, costituita dall’introduzione, verso il 442 a. C. della censura. Si trattava di una nuova importante magistratura preposta alla delicatissima funzione di effettuare il censimento della città. Sin dall’inizio dovette definirsi la netta separazione tra le funzioni del censore e il ruolo di governo dei magistrati cum imperio, destinata a persistere nel corso di tutta la repubblica. Il secolo si chiudeva dunque con sostanziali progressi verso l’equiparazione politica dei due ordini, mentre restava immutato il monopolio patrizio sulle terre pubbliche e addirittura aggravato il problema dell’indebitamento degli strati più poveri della plebe. E’ qui, però, che negli anni immediatamente successivi intervenne la svolta destinata a far superare questi nodi che avevano avvelenato la vita della città sin dalla caduta dei Tarquini. Nel 396 a.C. si concluse infatti vittoriosamente l’annoso tentativo di Roma di conquistare militarmente la potente città etrusca di Veio, che bloccava la sua espansione verso il Nord. Questa vittoria, seguita rapidamente dall’acquisizione dei territori intermedi, e dall’accentuata espansione anche verso il Lazio meridionale, a seguito del durissimo confronto con la popolazioni ivi insediata, i Volsci , fece cadere in mano romana un enorme e ricco patrimonio fondiario, che portò in pratica a raddoppiare il precedente ager Romanus. Tutto ciò ebbe a riflettersi positivamente anche sul lungo stallo che aveva caratterizzato la lotta patrizio – plebea in ambito sociale ed economico. La distribuzione a tutti i cittadini romani di un apprezzamento di sette iugeri ricavati dalle terre strappate a Veio ( circa due ettari ) attenuò l’interesse plebeo per la redistribuzione dell’antico ager publicus, al centro della costante e quasi ossessiva rivendicazione che attraversa tutto il V secolo. Ma questa stessa redistribuzione di ricchezza alleggerì anche la pressione esercitata sugli strati più deboli dai processi d’indebitamento : l’altro punto centrale delle rivendicazioni plebee. Questa modalità di distribuzione della terra veiente comportò l’acquisizione per le varie famiglie di un multiplo dei sette iugeri assegnati a ciascun cittadino. In base al regime della proprietà vigente in Roma, che riconosceva tale diritto solo al pater familias, i vari lotti assegnati ai cittadini in età

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adulta, ma ancora sotto la potestas del padre tuttora vivente, venivano a sommarsi nelle mani di quest’ultimo dando origine, nel caso di famiglie abbastanza numerose, a unità fondiarie di notevoli dimensioni. Il riassetto interno avviato con le distribuzioni di terra veiente aprì un processo destinato a concludersi circa trent’anni dopo, nel 367 , con il compromesso patrizio – plebeo. E’ in quell’epoca che le basi economiche della società romana si allargarono in misura consistente, innescando un rapido processo d’espansione della proprietà agraria, ma anche di quei meccanismi finanziari e mercantili che avrebbero reso possibile, a partire dalla fine del secolo, una nuova fase , sia in termini meramente militari, sia con una colossale politica di opere pubbliche. Nel 367 a. C. furono così approvate tre distinte proposte di legge che, dai magistrati proponenti sono ricordate come le Leggi Licine Sestie. Nella memoria storica dei Romani esse appaiono come un fondamentale punto di svolta nella lunga vicenda della lotta patrizio – plebea con il quale la plebe appare conseguire gran parte degli obiettivi principali che si era prefissi, sia sul piano politico che economico – sociale. Ciò non vuol dire che , in via legislativa, si fosse realizzata una rivoluzione che annullava dalla sera alla mattina la precedente realtà , cancellando integralmente i precedenti squilibri. Questo non solo non era possibile, data la consistente difesa degli interessi patrizi, ma non era neppure consono a una concezione della politica e della società così tradizionalista come quella romana. Con la legislazione del 367 a.C. si accelerò piuttosto un processo di trasformazione delle strutture politico – istituzionali e sociali di Roma che rese possibile un’intima saldatura tra i due ordini sociali. I patrizi e i plebei restarono distinti per tutta l’età repubblicana e oltre ancora, ma a livello politico essi vennero rapidamente fondandosi in un nuovo ceto di governo patrizio – plebeo , mentre la centralità della proprietà individuale della terra e lo stesso carattere individualistico delle terre pubbliche sfruttate dai privati completò la già avviata dissoluzione delle arcaiche strutture gentilizie che da allora persero ogni residuo ruolo economico. L’intera società romana veniva così riplasmata profondamente , distaccandosi definitivamente dall’involucro arcaicizzante e superando quel conflitto interno che ne aveva bloccato , o almeno limitato , i potenziali sviluppi. Quanto i processi di crescita già avviati avessero reso matura la situazione per il superamento degli antichi contrasti, lo mostra il fatto che la nuova legislazione introdotta nel 367 a. C. avviò quasi immediatamente l’unificazione politica della città, destinata a tradursi altrettanto rapidamente in una formidabile e durevole spinta espansionista. La prima delle tre Leggi Licinie Sestie prevedeva che uno dei due consoli potesse essere plebeo ( divenendo ciò un vincolo solo in seguito ). Si apriva così la strada per la piena partecipazione della plebe a tutte le cariche politiche e religiose romane. Con la seconda legge si introduceva un limite al possesso di terre pubbliche da parte di ciascun cittadino, cosicché , con la definitiva frantumazione delle terre dei patrizi, i possessi di minori lotti di terre pubbliche divennero effettivamente accessibili a un maggior numero di cittadini, ivi compresi i plebei. Per i debiti, l’ultima legge prevedeva infine una serie di provvedimenti volti a limitare il peso di questi, prevedendo che gli interessi già pagati dovessero computarsi come parte del capitale da restituire. Un insieme di norme di grandissima rilevanza sociale, limitava e poi sopprimeva definitivamente l’asservimento personale del debitore, rompendo le forme di dipendenza arcaiche. Il cittadino indebitato era così sottratto all’asservimento personale da parte del creditore, restando vincolato solo sul piano giuridico ed economico. E’ in quell’epoca che ormai l’unica vera forma di lavoro dipendente divenne la < moderna > schiavitù, destinata a rappresentare un elemento fondante dell’economia romana per tutta la sua storia successiva. La sequenza politico – sociale che si innesta a partire dal 396 è d’impressionante evidenza. Da un lato infatti, dopo un ristagno durato tutto il V secolo, in rapida successione tra il 387 e il 332, ben otto nuove tribù si aggiunsero al precedente nucleo delle 17 tribù rustiche , compeltatosi nel 495 a.C. nel successivo periodo conclusosi nel 241 a.C. si completò il numero complessivo delle tribù , giungendo al totale di 31 tribù rustiche non più destinato a mutare. D’altra parte con la svolta del 367 a.C. si era ormai pervenuti al completamento dell’architettura costituzionale della città. Con essa i censori, successivamente al compromesso patrizio – plebeo del 367 a.C. , assumevano una fisionomia più netta , precisandosi le loro competenze per quanto

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concerne l’arruolamento da loro effettuato, nei ranghi del senato, degli ex magistrati, sia patrizi che plebei. Essi diventavano così i garanti della costruzione di una nuova aristocrazia politica, la nobilitas patrizio – plebea selezionata sulla base delle cariche magistratuali e della sua appartenenza al senato, che si sostituì , nel governo della res publica, all’antica nobiltà di nascita costituita dai patrizi. In quello stesso anno, a conclusione del lungo processo di completamento delle istituzioni repubblicane, un nuovo magistrato veniva introdotto, destinato ad amministrare la giustizia e a regolare le controversie tra i privati : il pretore.

Parte seconda

L’APOGEO REPUBBLICANO

Capitolo quinto

IL COMPIUTO DISEGNO DELLE ISTITUZIONI REPUBBLICANE

1 Il consolato e governo della città

A qualificarne in modo affatto particolare la fisionomia delle città repubblicane , non era solo l’assenza di una < costituzione > scritta, con quel tanto di sistematico e di coerente, in termini di disegno organizzativo, da ciò necessariamente ingenerato. Giocava in tal senso anche la natura delle singole leggi che , di volta in volta avevano introdotto nuove figure di governo o nuovi compiti e regole per le magistrature già esistenti. Il carattere ellittico delle leggi arcaiche e alto – repubblicane, ne rendeva imprecisa la portata specifica e lo stesso contenuto, non indicando quasi mai le modalità e i criteri concreti per la loro applicazione. Di qui l’enorme importanza della successiva interpretazione e delle prassi che erano venute regolando settori interni dell’apparato politico, senza od oltre la norma. Questa stessa articolazione dei criteri organizzativi rendeva poi possibile una successiva loro rimessa in questione. Ci si poteva allontanare in certe circostanze dalle pratiche e dalle regole senza che scattasse una impssibilità assoluta. Che del resto solo un’inesistente e per i Romani inconcepibile superiore istanza, qual è , nel mondo moderno, un giudizio di costituzionalità o di legittimità , avrebbe potuto rendere effettiva. Di qui i