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Codicology book summary, this book is an Italian text
Art: Grafiken und Mindmaps
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Di cosa tratta la codicologia? La codicologia è la disciplina che studia il libro manoscritto come oggetto materiale , attraverso l’analisi delle sue componenti fisiche e strutturali, delle tecniche di fabbricazione e dei gesti dell’artigiano. Essa interpreta il manoscritto come prodotto storico , inserendolo nella storia intellettuale, culturale, artistica, sociale ed economica dell’antichità e del medioevo. In questa prospettiva si colloca anche la codicologia quantitativa, che analizza la produzione libraria in relazione a fenomeni storici generali, come l’impatto di eventi epidemici sulla quantità e sulle caratteristiche dei libri prodotti.
Prescrizioni e ricette medievali per la produzione di un manoscritto ritornano a noi incomplete e omettendo anche volutamente dettagli essenziali. Per quanto riguarda la strumentazione propria dell'artigiano non ci sono tornate alcune fonti archeologiche. La fonte principale quindi per lo studio del libro manoscritto rimane il libro stesso, che negli ultimi decenni ha visto lo sviluppo di una nuova consapevolezza riguardante l'importanza della conoscenza del materiale e della struttura dell'oggetto, fondamentale non per riportarlo al suo stato primario ma per conservare quanto già esiste, minacciato da diverse tecniche distruttive utilizzate negli ultimi secoli.
Tecniche innovative e non invasive sono l'utilizzo di raggi X e dell'interazione del materiale con la luce per il riconoscimento dei composti chimici. Anche l'impiego dell'informatica per la lettura meccanica dei testi e lo studio del layout della pagina.
Il libro in forma di codice è un manufatto trasversalmente diffuso in tantissime lingue e civiltà del bacino mediterraneo e delle aree limitrofe: questi condividono gli stessi materiali scrittori e si assomigliano per dimensione, sistemazione in fascicoli, sistemi di ordinamento e presenza di elementi decorativi o illustrazione, mentre spesso troviamo delle dissonanze tra la consistenza dei fascicoli, la successione lato carne e lato pelo, le tecniche di rigatura. Somiglianze Possono derivare da una tradizione antica comune o essersi sviluppate indipendentemente in risposta alle medesime esigenze. Questa analisi comparativa nasce dalla ricerca sul codice ebraico → spiegare come la varietà delle scelte tecniche compiute dagli artigiani dispersi per la diaspora in diverse aree dipenda da una tradizione propria e da un'influenza dell'ambiente con cui sono entrati in contatto.
MANOSCRITTO NEL MONDO ANTICO Natura dispersa e frammentaria delle testimonianze limita gravemente la conoscenza delle fasi primitive del libro:
diffusa, sfuggiva al controllo dell'autore così spesso da diffondere edizioni pirata e libri licenziati dall'autore. → produzione domestica di individui istruiti che copiavano libri per uso personale: questa era particolarmente diffusa nelle prime fasi del cristianesimo, i testi circolavano clandestinamente → comunque leggere era una capacità limitata.
Biblioteche nel mondo antico
Dal Rotolo al codice Il passaggio dal rotolo al codice avvenne tra il I e il IV–V secolo d.C. attraverso un processo lungo e non lineare, in continuità con supporti preesistenti come le tavolette lignee.
- Frammento del de bellis Macedonicis P.Oxy 30, frammento ritrovato ad Ossirinco tra tanti frammenti di papiro, Questo è il primo frammento in pergamena di un codice rinvenuto e databile I-II sec
Tra le spiegazioni proposte, risultano poco convincenti l’economia di materiale (è possibile scrivere in entrambe le facce del foglio, mentre i rotoli si scrivevano solo sulla facciata interna, fatta eccezione per il papiro opistografo : papiro scritto su entrambe le facce. L’uso del verso, normalmente destinato a non essere scritto, indica una pratica legata al riutilizzo del supporto o a particolari esigenze materiali), la maggiore capienza o la maneggevolezza.
Decisivi furono invece i vantaggi funzionali del libro a pagine:
Fino al termine dell'antichità papiro e pergamena erano entrambi adoperati per rotolo e codice, dall'età medievale però prese piede l'utilizzo della pergamena → per ottenere il
Mutamento dello scenario politico e sociale con la nascita dei comuni e dei nuovi centri urbani, che permisero una crescita dell'alfabetizzazione nel ceto laico consentendo una produzione crescente e variegata di libri e documenti. Nel nuovo scenario la manifattura è scrittura di un libro non era più solo prerogativa espiatorio di religiosi, ma lavoro, anche pagato, di laici dotati di specifiche competenze → la creazione di una manoscritto si diversifica in numerosi passaggi affidati a numerose persone.
L'ingente domanda di testi di studio, dovuto alla nuova formazione universitaria, nel 1200 portarono allo sviluppo del nuovo sistema della pecia La pecia? era un’unità di suddivisione del testo, distinta dal fascicolo, utilizzata soprattutto nell’ambito universitario medievale per velocizzare la produzione dei manoscritti. L’esemplare autentico dell’opera (exemplar) veniva suddiviso in peciae di ugualeestensione, depositate presso le botteghe dei librai ufficiali delle università, da cui potevano essere noleggiate dai copisti per la trascrizione.Questo sistema consentiva la copiatura simultanea di uno stesso testo da parte di più copisti, spesso laici e pagati in base al numero di peciae prodotte, e faceva della pecia anche un’unità di misura del lavoro e della retribuzione. Il riutilizzo ripetuto delle peciae poteva però causare irregolarità di impaginazione e raccordi imperfetti tra le parti del testo. I manoscritti prodotti con il sistema della pecia sono riconoscibili per l’assenza di decorazione, per annotazioni marginali relative al numero della pecia e per una struttura materiale funzionale alla copiatura.
A partire dal XII sec esisteva un commercio librario indipendente per cui iniziarono a svilupparsi per certe tipologie di contenuto, come libri di preghiere, una produzione seriale non legata all’esigenza del singolo cliente.
In questo clima cambia anche in base alla necessità degli studenti, per favorire la lettura e la memorizzazione, il layout e l'impaginazione:
Diverse tipologie di biblioteche dal XII
LE PRIME FORME DI SCRITTURA
Vasta gamma di supporti scrittori oltre al codice e al rotolo:
Papiro e pergamena
Il papiro: formazione e lavorazione. Il papiro, attestato in ambito mediterraneo almeno dal IV millennio a.C., fu il materiale scrittorio più ampiamente utilizzato nell’antichità, in stretta associazione con il rotolo. Gli scavi archeologici in Egitto, favoriti dal clima secco, hanno restituito la maggiore quantità di testimonianze, tra cui un frammento databile al 2500 a.C.; a Roma il papiro giunse per immissione nel I secolo a.C., come bottino di guerra. I fogli di papiro erano ottenuti dal fusto di una pianta palustre che cresce in abbondanza lungo il Nilo, tagliato e scortecciato; la parte interna veniva affettata in strisce sottili, disposte in due strati incrociati, quindi battute, essiccate, levigate e infine trattate con sostanze antiparassitarie, così da ottenere un supporto idoneo alla scrittura.
L’unità di vendita del papiro era il rotolo commerciale, ottenuto incollando più fogli l’uno all’altro. I fogli venivano disposti in modo che le fibre risultassero orizzontali sul recto, destinato alla scrittura, e verticali sul verso. Il lato lungo del foglio costituiva l’altezza del rotolo; i fogli erano incollati secondo un’unica modalità corretta di sovrapposizione, formando
infatti, la pergamena continuò a essere a lungo preferita per la sua maggiore resistenza e per il prestigio culturale che le veniva attribuito. L’affermazione della carta nel codice letterario avvenne gradualmente, grazie al minor costo, al miglioramento della qualità del materiale e all’aumento della produzione libraria, fino a diventare il supporto prevalente nel tardo medioevo.
Diffusione della carta in Europa. La carta, inventata in Cina, giunse in Occidente attraverso il mondo arabo e iniziò a diffondersi in Europa a partire dal XII secolo (documento più antico lettera bilingue greco-arabo del 1109 a firma della contessa Adelaide). Abbiamo testimonianza della prima cartiera d'Europa in una località vicino a Valencia, in Italia dal XIII sec nella località di Fabriano.
Produzione: supporto vegetale che si ottiene da stracci di lino e canapa posti a macerare per alcuni giorni in un composto di cenere vegetali così da sgrassare e togliere il colore, per poi essere macerato in grandi vasche d’acqua anche per settimane, e poi trasformati in poltiglia da magli azionati dalle ruote di un mulino. Si immergeva una forma → telaio di legno attraversato da fili di ottone ( vergelle ) parallele al lato lungo, cuciti (catenelle) a distanza regolare a una serie di bacchette ( colonnelli ) parallele al lato corto, che poi avrebbero Lasciato i cosiddetti filoni. Al telaio veniva posta una cornice rettangolare coperta che serviva a delimitare i bordi del foglio e a regolare lo spessore. Il foglio all'interno del telaio Veniva poi rovesciato su una pila di fogli già confezionati alternati a feltro, per essere poi pressati, estraendo l'acqua, e lasciati seccare. Immersi poi in uno Strato di colla per evitare L'eccessivo assorbimento dell'inchiostro.
Nel giro di pochi decenni le cartiere moltiplicarono E ognuna avvertì l'esigenza di distinguere il proprio prodotto: al centro della forma venne fissata la filigrana, sottile filo d'ottone che crea un disegno e rimaneva impresso su foglio, visibile in controluce. → Esistono repertori di queste filigrana (come Briquet dal 200 al 600) e possono essere un ottimo strumento d'aiuto per datare una determinata carta.
In una prima fase il suo impiego fu limitato soprattutto agli usi pratici e documentari, mentre incontrò forti resistenze in ambito librario, dove la pergamena continuò a essere considerata più affidabile e prestigiosa. La diffusione della carta fu favorita dal minor costo di produzione, dalla maggiore disponibilità della materia prima e dalla progressiva organizzazione delle cartiere, in particolare nell’area mediterranea; tuttavia, la sua affermazione come supporto librario fu lenta e graduale, a conferma del fatto che la diffusione materiale non coincide necessariamente con l’accettazione culturale.
Inchiostri e strumenti Gli inchiostri usati nel Medioevo? Sulle superfici di papiro, carta e pergamena si scriveva con inchiostri di tonalità e intensità variabili; colori come il rosso e il blu erano impiegati per titoli, elenchi di capitoli e iniziali. L’inchiostro più comunemente usato nell’antichità era l’inchiostro a carbone , ottenuto da un pigmento nero di origine vegetale o animale, per lo più fuliggine, combinato con un legante: esso risultava facilmente cancellabile, motivo per cui venivano talvolta aggiunti additivi per migliorarne la tenuta. Nel Medioevo si affermò l’inchiostro metallo-gallico , prodotto mescolando una fonte di tannino con un sale metallico e un legante proteico; il tannino si ricavava in particolare dalla noce di galla, un’escrescenza prodotta dalla puntura di insetti su alcune specie di quercia. Questo tipo di
inchiostro risultava più resistente, ma poteva nel tempo danneggiare il supporto. Accanto agli inchiostri neri furono largamente utilizzati inchiostri colorati, spesso di origine minerale o vegetale: il blu poteva essere ottenuto dal lapislazzuli o dall’azzurrite, il rosso dal carminio, dal solfuro di mercurio o dall’ocra, il giallo dall’orpimento o dallo zafferano, mentre il verde dal verde rame o da piante come l’iris. I colori venivano preparati direttamente dai miniatori, talvolta trasformati in lacche o conservati in pezzuole per rallentare il deterioramento.
Strumenti di scrittura
La struttura del codice
Il codice è tipicamente costituito da una successione di fascicoli , ciascuno formato da un numero variabile di ** bifogli **. Questi ultimi sono superfici rettangolari sovrapposte e piegate a metà parallelamente al lato corto, per poi essere unite definitivamente tramite la legatura. Ogni bifoglio dà origine a due fogli, ognuno dei quali presenta due facce denominate ** recto ** e ** verso **. Nei codici membranacei, se la pelle non era di alta qualità, i bifogli potevano essere ottenuti anche accoppiando due fogli separati, oppure potevano essere inseriti fogli singoli all'interno del fascicolo.
La modularità e l'evoluzione del codice Una delle caratteristiche più significative del codice è la sua modularità strutturale, ovvero il fatto di essere composto da insiemi variamente aggregabili. Le fonti distinguono tra:
L'analisi strutturale mira a ricostruire la storia stratigrafica del volume, individuando eventuali discontinuità come cambiamenti di impaginazione, tecniche di preparazione o aggiunte avvenute nel corso dei secoli, come commenti, note musicali o disegni.
momento della rilegatura del codice e di evitare errori di disposizione. Il richiamo è particolarmente frequente nei codici manoscritti medievali ed è uno strumento di controllo materiale della sequenza dei fascicoli.
L'architettura della pagina
Progettazione e Dimensioni La realizzazione iniziava con il calcolo del materiale necessario (papiro, pergamena o carta) in base alla lunghezza del testo e alla "capacità grafica" media della scrittura prevista. Questo permetteva di definire il numero di fogli e le dimensioni del libro. ● ** Variabilità delle taglie :** Le dimensioni ("taglia") variano dai volumi tascabili o amuleti (inferiori a 5-10 cm) alle imponenti "Bibbie atlantiche" (oltre 60 cm di altezza), dove un singolo foglio poteva corrispondere a un'intera pelle animale. ● Rapporto tra testo e formato: La destinazione d'uso influenzava il formato: i libri destinati alla lettura comunitaria o i testi giuridici ricchi di commento richiedevano pagine grandi, mentre nel XIII secolo nacquero le piccole Bibbie "da mano" per l'uso personale dei frati mendicanti. ● Proporzioni: Oltre alla taglia, è fondamentale la "proporzione" (rapporto larghezza/altezza). Se i codici tardoantichi erano spesso squadrati, dal Medioevo si tese verso un valore di circa 0,707, che permetteva di mantenere costanti le proporzioni della pagina ripiegando il rettangolo originale.
Foratura e Rigatura Una volta confezionato il fascicolo, si procedeva a delimitare lo spazio scritto ( ****specchio scrittorio** **) dai margini tramite due operazioni tecniche:
Tecniche di Rigatura L'analisi delle tecniche di rigatura fornisce dati preziosi per la datazione e la localizzazione dei codici: ● ** Rigatura a secco :** Dominante in Occidente fino all'XI secolo e nel mondo bizantino, veniva eseguita con uno strumento che incideva un solco su una faccia del foglio producendo un rilievo su quella opposta. Consentiva di rigare più fogli sovrapposti con un'unica operazione. → utilizzo anche di una tabula ad rigandum= analoga alla mastara del mondo orientale, tavoletta di legno con cordicelle o fili di metallo) ● ** Rigatura a colore :** Diffusasi dalla metà del XII secolo, utilizzava mina di piombo o inchiostro, rendendo la traccia chiaramente visibile. → metodo più laborioso che però si afferma. Perché? Collegato allo sviluppo delle edizioni commentate, che vedono al loro interno un testo base e un corpus di annotazioni. Essendo che la distribuzione della glossa può variare da pagina a pagina, c'è la necessità di tracciare
rigature sempre diverse. Ma perché si è esteso a tutti i codici o quasi? Forse perché il solco prodotto dalla rigatura a secco poteva mettere in difficoltà i copisti con testo piccolo o per rendere chiara la griglia di rigatura al lettore. ● Strumenti: Per velocizzare il lavoro, dal XIII-XIV secolo si diffuse l'uso del "pettine", uno strumento capace di tracciare più righe contemporaneamente.
Giustificazione: linee che definiscono lo spazio dedicato ai margini e alla scrittura Rettrici: linee coperte dalla scrittura Marginali: definiscono la collocazione di elementi paratestuali
Inoltre!! XIII sec cambio da pelo a carne della prima pagina di un fascicolo e quindi lo scivolamento della prima linea di scrittura dalla riga orizzontale di delimitazione dello specchio alla riga tracciata subito sotto al suo interno.
Organizzazione dello Spazio e Margini La disposizione del testo poteva essere a piena pagina o su più colonne (solitamente due). Un elemento costante individuato nelle rare "ricette" medievali sopravvissute è la gestione asimmetrica dei margini:
Modelli e Teorie Sebbene esistano ipotesi su schemi geometrici basati su rapporti matematici armoniosi (come il "rettangolo di Pitagora"), la ricerca evidenzia come gli artigiani medievali operassero spesso con flessibilità e pragmatismo, adattando i modelli alle necessità contingenti. Le poche prescrizioni scritte giunte fino a noi (come il "Saint-Rémi" o il "Monacense") sono solo la "punta di un iceberg" di una sapienza artigianale complessa e ampiamente tramandata oralmente.
Artigiani, scribi, miniatori al lavoro Nel corso della storia, la tipologia di persone dedite alla copia è mutata radicalmente:
L'iconografia e la tecnica di scrittura Le raffigurazioni medievali di scribi al lavoro sono spesso stereotipate e idealizzate, ma permettono di ricostruire l'evoluzione delle posture. In età imperiale lo scriba scriveva seduto su sedie o poltrone. La fatica del copista e la gestione degli errori La copia era descritta come un compito gravoso che impegnava l'intero corpo. Al termine del lavoro, i copisti esprimevano il loro sollievo attraverso i ** colophon **, che potevano contenere lodi a Dio, espressioni di gioia o persino richieste di ricompense mondane (come una "bella fanciulla").
Una volta cuciti i fascicoli, il blocco veniva unito alla parte esterna:
Sistemi di protezione e conservazione Nel Medioevo i manoscritti erano solitamente conservati in posizione orizzontale su banchi o negli armadi. Per proteggere le coperte dallo sfregamento e dalla polvere, venivano aggiunti elementi metallici:
Decorazione e valore documentario La decorazione dei piatti variava notevolmente:
In conclusione, lo studio archeologico delle legature (compresa l'analisi dei fori di cucitura e dei motivi dei ferri) è uno strumento prezioso per i ricercatori, poiché permette di localizzare l'origine dei codici e ricostruire la storia di intere collezioni disperse.
Le tracce della produzione e dell'uso Sottoscrizioni e Colophon (Tracce dirette) Al termine della copia, lo scriba poteva inserire una formula finale denominata colophon o sottoscrizione.
Tracce della manifattura e della decorazione Oltre alle parole scritte, il libro parla attraverso la sua fisicità:
Tracce di possesso e conservazione Le pagine iniziali e finali, originariamente bianche, ospitano spesso informazioni sulla storia successiva del codice:
Tracce d'uso e lettura L'interazione con i lettori ha lasciato segni materiali profondi, che nel Medioevo erano considerati normali e non atti di vandalismo:
Dal Libro al libro: Bibbia, liturgia, esegesi La Bibbia, trasmessa principalmente nella traduzione della Vulgata di san Girolamo, è stata il testo più importante e ha rappresentato una sfida costante per copisti e miniatori. I primi esemplari in greco (IV secolo d.C.) erano "super-manoscritti" di dimensioni imponenti. Fino al XIII secolo, la Bibbia completa in un unico volume era rara; solitamente il testo era suddiviso in più volumi di grande o medio formato (libri "da banco") destinati all'altare, al pulpito o al refettorio. Esistevano sequenze tematiche (Pentateuco, Ottateuco) o singoli libri come il Salterio.
L'esegesi e lo studio del testo
La tradizione dei classici La sopravvivenza dei testi e il periodo critico Le fonti chiariscono che, a eccezione di rarissimi esemplari risalenti al IV-V secolo, la quasi totalità dei classici conservati appartiene a tradizioni manoscritte medievali. I secoli compresi tra il VI e l'VIII d.C. rappresentarono il momento più critico: in questa fase, molti scritti antichi furono abbandonati al degrado o subirono la cancellazione per consentire il riutilizzo del supporto (trasformandosi in palinsesti), come accadde per opere di Plauto, Terenzio, Cicerone, Seneca e Ovidio.
Una svolta fondamentale avvenne con la rinascita carolingia, che si innestò su precedenti esperienze locali (irlandesi, ispaniche, longobarde e merovinge). Presso la corte di Carlo Magno e in una fitta rete di monasteri europei (tra cui Tours, Fleury, Lorsch, Reichenau e San Gallo) vennero riscoperti e ricopiati i grandi classici. Tra gli autori privilegiati figurano:
L'attenzione per la letteratura antica crebbe ulteriormente tra il IX e il XII secolo, favorita anche dalla riforma monastica cluniacense. In Italia, il centro più vitale fu l'abbazia di Montecassino, che visse la sua "età d'oro" sotto gli abati Teobaldo, Desiderio e Oderisio I. A questa istituzione si deve la conservazione in copia unica di testi fondamentali di autori come Tacito, Apuleio e Varrone, oltre alla copia di numerosi altri codici di altissimo valore testuale.
Entro il XII secolo, la presenza dei classici nelle scuole era ormai consolidata, portando alla definizione di un "canone scolastico" preciso:
In questo periodo fiorirono i commenti (glosse) ai testi classici, che venivano impaginati dai maestri medievali in due modi: come testo continuo (spesso su due colonne fitte) o sotto forma di annotazioni inserite nei margini o nell'interlinea dell'opera commentata.
La produzione di codici classici seguiva due orientamenti principali:
Le fonti concludono evidenziando che, a partire dal XIII secolo, mentre i centri monastici tendevano a ripiegarsi su se stessi, furono gli umanisti (tra il Trecento e il Quattrocento) ad assicurare il salvataggio definitivo dei testi latini già noti e a intraprendere la riscoperta di classici fino ad allora del tutto ignorati.
Il libro universitario
In epoca monastica, il sapere era inteso come un complesso unitario (trivium e quadrivium); con l'università, esso si divise in facoltà specialistiche: medicina, diritto, teologia e arti (filosofia). Parigi detenne a lungo il monopolio dell'insegnamento teologico, mentre Bologna divenne celebre per gli studi giuridici. Ogni disciplina aveva i suoi cardini. La teologia si basava sulla Bibbia e sulle Sentenze di Pietro Lombardo; la medicina sui classici (Ippocrate, Galeno) e sulle traduzioni latine di autori arabi (Avicenna); il diritto sul Corpus iuris civilis di Giustiniano e sulle raccolte di decreti papali; le arti sulla dialettica e l'analisi dell'Organon aristotelico.
La didattica: Lezione e Disputa L'insegnamento universitario si articolava in due momenti:
L'architettura del libro scolastico Il "libro scolastico" presentava caratteristiche fisiche e grafiche funzionali allo studio intensivo:
Il libro umanistico
A cavallo tra il XIII e il XIV secolo, negli ambienti colti gravitanti attorno all'Università di Padova (composti da notai, giudici, cancellieri e professori), iniziarono a emergere nuove istanze di rinnovamento culturale. Figure come i preumanisti, tra cui spiccano Petrarca e il cancelliere fiorentino Coluccio Salutati, manifestarono una aperta insofferenza verso il libro universitario dell'epoca. Quest'ultimo era criticato per:
Per contrasto, i primi umanisti — guidati da figure come Niccolò Niccoli e Poggio Bracciolini — proposero un ritorno al codice e alla minuscola carolina dei secoli XI-XII, considerata il modello ideale per collegare il presente al passato classico. Questo rinnovamento si sposava perfettamente con le esigenze delle nuove élite politiche e signorili dell'epoca.
Il libro umanistico presenta un'estetica omogenea e volutamente antitetica rispetto alla tradizione scolastica:
L'innovazione più celebre fu la ** littera antiqua ** (o umanistica), una grafia posata, dritta e tondeggiante che imitava i modelli carolingi.
Anche l'ornamentazione seguiva un criterio di sobrietà:
Inizialmente, gli umanisti trascrivevano i testi per il proprio uso privato. Tuttavia, a partire dal secondo quarto del XV secolo, la produzione passò in mano a professionisti laici, sia stanziali che itineranti. L'impatto di questo nuovo modello fu immenso: permise la riscoperta e la diffusione di opere classiche che si credevano perdute (come quelle di Plauto, Lucrezio, Tacito e Catullo) e portò alla nascita dei moderni codici "all'antica" che contenevano sia i testi dei
Padri della Chiesa sia le opere degli stessi umanisti. In questo contesto, vennero gettate le fondamenta del metodo filologico moderno.