Devianza e criminalità. Concetti, metodi di ricerca, cause politiche- F. Prina, Summaries for Sociology of Crime and Punishment
Sara.Raviola
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Devianza e criminalità. Concetti, metodi di ricerca, cause politiche- F. Prina, Summaries for Sociology of Crime and Punishment

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Riassunto completo e dettagliato del manuale "Devianza e criminalità. Concetti, metodi di ricerca, cause politiche" di Franco Prina. Utile per il corso Sociologia della devianza tenuto da Franco Prina (presso l'Universit...
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Capitolo 1: “Di che cosa parliamo quando parliamo di devianza e criminalità? I concetti e le definizioni”

La devianza è un spettro ampio di comportamenti o di orientamenti di azione degli individui accomunati dal fatto di essere caratterizzati da violazione o rifiuto delle norme o delle regole vigenti in una data società o cultura. La sociologia della devianza guarda ad un insieme di comportamenti che comprendono sia quelli qualificabili come criminali (ovvero quelli che violano le norme del codice penale) sia i comportamenti problematici (reali o socialmente percepiti come tali) che violano le norme di qualunque tipo riconosciute come valide in una determinata cultura (ES: tossicodipendenza, alcolismo, prostituzione e stili di vita marginali). Di questi comportamenti non si occupa solo la sociologia ma anche i filosofi politici, che hanno elaborato i fondamenti del diritto penale ed i principi di legittimazione delle pene, i giuristi, i medici legali, gli psichiatri e gli psicologi; insomma discipline diverse che hanno contribuito a creare la disciplina composita che è la criminologia. Gli obiettivi della sociologia della devianza sono: descrittivo (quindi descrivere i fenomeni, le problematiche, i comportamenti di individui o gruppi e le loro caratteristiche, come i comportamenti considerati devianti varino nel tempo e nello spazio, descrizione delle modalità in cui queste reazioni si strutturano e danno luogo a politiche preventive o punitive) ed esplicativo (spiegare la devianza e quindi indagare quali fattori sociali e quali motivazioni individuali sono alla base dei comportamenti socialmente considerati devianti). Dato il carattere mutevole del concetto di devianza, la disciplina adotta prospettive articolate: • In senso diacronico—> osserva come cambiano in epoche diverse le definizioni di

“normale” e di “deviante” nella stessa società; • In senso sincronico—> osserva, in un dato periodo, come si comportano le società/ culture

diverse oppure anche diversi segmenti all’interno della stessa società. Una corretta definizione sociologia di devianza implica il riferimento ad alcune condizioni quali: l’esistenza di uno specifico gruppo sociale in cui tale definizione sia riconosciuta; l’esistenza, in questa società, di norme e aspettative condivise da una larga maggioranza dei suoi membri; il riconoscimento che una violazione di queste norme sia visto negativamente; l’esistenza di conseguenze negative a carico dei soggetti con comportamento deviante. Certamente è deviante un comportamento che si scosta rispetto a una distribuzione normale, quindi in questo senso viene definito normale un comportamento condiviso dalla maggioranza, tuttavia non tutti i comportamenti tenuti dalle minoranze sono ritenuti devianti come non tutti quelli tenuti da una maggioranza sono comportamenti normali; inoltre un comportamento può essere considerato deviante anche in relazione al ruolo che l’individuo ricopre. Sono, dunque, le visioni ed i giudizi che si formano attorno ad un comportamento (e vengono cristallizzati in norme) a dettare i confini tra normalità e devianza; per questo motivo in natura non esiste qualcosa che possa essere considerato in sé come deviante in quanto è un costrutto sociale; in altre parole si diventa devianti in seguito all’attribuzione di una qualifica/etichetta da parte degli altri o delle istituzioni. Le relatività e la mutevolezza del concetto di devianza sono evidenti seguendo 3 dimensioni: • Dimensione tempo—> i periodi a cui ci riferiamo (ES: i pantaloni indossati dalle donne ed

i capelli lunghi per gli uomini, o la diversa definizione del comportamento di violenza ed abuso sessuale);

Dimensione spazio—> il riferimento, nello stesso periodo, a diverse società; • Dimensione delle articolazioni sociali—> gruppi e subculture all’interno di una

determinata società; a maggior ragione se parliamo di società poco uniformi e molto

complesse in cui coesistono culture differenti (ES: distanza di stili di vita tra adolescenti e anziani).

Esistono vari tipi di norme a cui un individuo dovrebbe sottostare: • Norme prescrittive—> che impongono i comportamenti da tenere; • Norme proscrittive—> che vietano alcuni comportamenti; • Norme di tipo giuridico—> un enunciato linguistico elaborato ed imposto da istituzioni

legittime ed associato alle sanzioni applicabili; • Norme sociali—> orientamenti di azioni, consistenti in obblighi e divieti, trasmessi tramite

le interazioni sociali ed applicabili a specifiche situazioni della vita quotidiana. Possono essere trasmesse nei processi di socializzazione, attraverso la parole o l’esempio di un adulto e devono essere culturalmente accettati.

L’esistenza di sanzioni appare dunque legata al concetto di norma, e possono essere raggruppate in diverse categorie: • Sanzioni negative—> quelle più note e che sono delle punizioni; • Sanzioni positive—> sono dei premi per il corretto comportamento (ES: riduzione di pena

per buona condotta); • Sanzioni istituzionali/formali—> di tipo penale o amministrativo; • Sanzioni sociali/informali—> reazioni non ufficiali e pertanto non scritte che si esprimono

sul piano relazionale e consistono in conseguenze negative. Sono erogate soprattutto dai gruppi primari (ES: famiglia, vicini, amici) ma possono essere espresse anche da persone che non sono in diretto contatto con il soggetto, grazie ai mass media.

Per il sociologo della devianza è importante studiare anche la deterrenza, ovvero la prevenzione di future ulteriori condotte non rispettose. Le osservazioni empiriche inducono a sottolineare la loro autonomia, ovvero che non va dato per scontata la compresenza di sanzioni istituzionali e sociali, soprattutto per alcune categorie di persone. Le sanzioni hanno 4 funzioni: • Funzione retributiva—> serve a restituire il male al colpevole (RICORDA: si basa su

<<Occhio per occhio, dente per dente>>) ed era molto diffusa prima dell’avvento dello Stato moderno;

Funzione deterrente—> opposta alla prima, si afferma con la figura di Cesare Beccaria (1700) e sostiene che la sanzione non deve essere concepita come una vendetta ma come uno strumento utile a ripristinare l’ordine e la prevenzione dal produrre altri reati del reo. Esiste la deterrenza speciale che ha la funzione di prevenire che il soggetto che sperimenta una sanzione ricommetta altri crimini; e la deterrenza generale che consiste nell’evitare che qualcuno, che non ha ancora commesso reati, lo faccia;

Funzione rieducativa—> la punizione, opportunamente accompagnata da determinate azioni positive in istituzioni ad hoc, serve a cambiare il reo, rendendolo consapevole dei propri errori in modo da non ripeterli;

Funzione incapacitante/di neutralizzazione—> serve ad escludere il reo dalla società, isolandolo dalle relazioni sociali al fine di impedirgli di fare ancora del male.

Sarà compito del sociologo della devianza studiare gli effetti delle varie sanzioni, il loro grado di effettività (ovvero azioni volte ad applicare quanto previsto) e l’efficacia della norma (ovvero che siano stati raggiunti gli obiettivi). La minaccia e l’applicazione di sanzioni non esaurisce l’insieme delle reazioni di una società di fronte ad un comportamento definito deviante. La società, infatti, agisce su due piani: informale (trasmettendo ai nuovi nati specifici messaggi normativi che si fanno via via più articolati) e formale (attraverso specifiche istituzioni). Gli strumenti utilizzati per la trasmissione delle norme e per favorirne il loro rispetto sono due: la socializzazione (in cui

si verifica il processo di lenta acquisizione del sistema di regole in cui il nuovo nato cresce) ed il controllo sociale (le sollecitazioni che ogni individuo avverte direttamente o non, in merito a come comportarsi nelle diverse situazioni). Il controllo sociale può essere informale oppure formale/istituzionale (ES: polizia, magistratura). I fenomeni che indichiamo attraverso le parole “criminalità” e “devianza” sono insiemi che raggruppano i comportamenti che ogni società qualifica come crimini (reati) e come devianze. Nell’universo della criminalità dobbiamo distinguere tra i delitti (reati per i quali è prevista una pena di ergastolo, reclusione o multa; sono trattate nel secondo libro del Codice Penale e possono essere dolosi, colposi -quando si verificano per negligenza o imprudenza- o preterintenzionali -quando le conseguenze sono più gravi di quelle progettate-) e le contravvenzioni (reati per i quali è previsto l’arresto o l’ammenda; sono trattate nel terzo libro del Codice Penale). La struttura attuale del Codice Penale italiano si presenta divisa in grandi categorie di crimini contro: lo Stato, la PA, l’amministrazione della giustizia, il sentimento religioso e la pietà dei defunti, l’ordine pubblico, l’incolumità pubblica, l’ambiente, la fede pubblica, l’economia pubblica, l’industria ed il commercio, la moralità pubblica ed il buon costume, il sentimento per gli animali, la famiglia, la persona ed il patrimonio. Sociologicamente parlando, però, sono state elaborate altre categorie: • Reati conseguenti al non rispetto degli obblighi; • Reati conseguenti alla violazione dei divieti; • Reati strumentali (da cui si ottiene un vantaggio e che pertanto sono premeditati); • Reati espressivi (generati da impulsi e senza un calcolo di costi-benefici ES: reati

passionali); • Reati individuali; • Reati di gruppo; • Reati comuni; • Reati d’impresa/dei colletti bianchi—> distinzione introdotta da Edwin Sutherland che

per primo ha spostato lo sguardo della criminologia dai delitti comuni a quelli svolti in sordine da persone considerate rispettabili;

• Reati con vittima; • Reati senza vittima (ES: guida in stato di ebbrezza senza vittime). Abbiamo già detto che il concetto di devianza abbraccia un insieme ampio di comportamenti, ovvero categorie diverse che fanno, quindi, riferimento a diverse norme: vi sono le categorie di allontanamento dalle norme sociali (quindi dalla buona educazione) ed i fenomeni con stili di vita problematici (ES: abuso di alcol, di droghe o prostituzione). Quanto più una società è complessa e ricca di differenze tanto più è difficile parlare di devianza in senso generale. La devianza si distingue in: • Devianza primaria—> una o più violazioni delle norme, spesso in modo occasionale,

senza motivazioni particolari che, agli occhi del reo, non vengono nemmeno considerati gravi. Chi compie questo tipo di devianza non si considera, né lui stesso né da parte degli altri, un soggetto deviante;

Devianza secondaria—> il prodursi di nuove violazioni delle norme per un maggiore coinvolgimento dell’individuo nelle situazioni che le favoriscono, ma soprattutto a seguito della scoperta da parte degli altri di una devianza primaria il soggetto viene indicato (con la teoria dell’etichettamento) come un soggetto deviante.

Per l’importanza che il confronto con gli altri che si trovano nella stessa situazione assume per l’individuo, è molto importante per in sociologo della devianza studiare la subcultura deviante. Essa fornisce ai suoi membri un insieme di norme e valori che orientano il loro

comportamento e che, ovviamente, differiscono da quella della cultura di riferimento. Esiste una vera e propria carriera deviante caratterizzata dal perseguimento della messa in atto di comportamenti devianti, dall’apprendimento di tecniche, di motivazioni e dall’elaborazione delle tecniche di neutralizzazione (ovvero come mettere a tacere la propria coscienza).

Capitolo 2: “Come si può conoscere un oggetto nascosto? La ricerca sociologica su criminalità e devianze”

Studiare i comportamenti ed i fenomeni che sono definiti criminali o devianti appare un compito complesso in quanto si tratta di comportamenti che, in genere, sono tenuti nascosti e che, per tanto, non possono essere oggetto di domande dirette. Fare ricerca in questo campo significa impegnarsi su due piani: uno descrittivo e quindi raccogliere, ricostruire e sistematizzare diversi elementi (ES: qualificare le azioni ed i comportamenti considerati devianti o criminali, studiarne l’incidenza in un dato periodo e contesto, descrivere i soggetti coinvolti, ed uno esplicativo quindi ottenere una buona qualità dei dati (ES: cercare delle connessioni tra andamento e caratteristiche dei singoli fenomeni, sistematizzare le ragioni che influenzano le scelte dei soggetti, studiare le reazione istituzionali e sociali). Dal 1800 i dati aggregati sui crimini e sui criminali vengono raccolti in ogni Paese, in quanto matura la convinzione che il governo dovesse conoscere tutti gli aspetti essenziali che riguardano la popolazione (ES: nascita, malattie, morte e vita sociale). A questo proposito si può parlare di un gruppo di statistici, detti statistici morali, che per primi considerano la matematica e la statistica come strumenti di analisi dei comportamenti sociali (RICORDA: i più noti sono Quètelet in Belgio e Guerry in Francia); con il loro impegno la criminalità diventa oggetto di raccolte sistematiche di dati su cui si fonderanno le considerazioni sulla relazione tra i vari crimini ed altre variabili (ES: sesso, età, istruzione, livello economico, razza e professione). Per molto tempo i dati, così raccolti, sono stati considerati una fotografia della realtà fino a quando, nel 1900, emerge che sono in errore perché non vengono presi in considerazione tutti i singoli casi. Da questo momento si sviluppano diverse visioni su che cosa questi dati rappresentino: • Visione positivista—> tende a considerare le statiche il fedele specchio della realtà; • Visione costruzionista—> sostiene che le statiche ufficiali non possono descrivere la

criminalità reale perché hanno troppi limiti e perché le statistiche sarebbero un prodotto sociale ovvero il riflesso di processi complessi (ES: definizioni di tali atti come criminali/devianti, conoscenza delle autorità e provvedimenti);

Visione realista—> è una posizione intermedia che considera le statistiche, pur con i loro limiti, una parziale ed utile rappresentazione della realtà, ma che sostiene la necessità di integrare le statistiche con altee forme di indagine (ES: indagini di vittimizzazione e di autoconfessione).

È utile partire dalla distinzione dei tre insieme in cui sono collocabili le violazioni delle leggi penali: • Criminalità ufficiale—> comprende le condotte criminali di cui vengono a conoscenza le

forze dell’ordine; • Criminalità nascosta—> comprende i reati commessi in un certo contesto e periodo storico

che non sono conosciuti in quanto non sono stati denunciati o scoperti. Si parla di numero oscuro della criminalità;

Criminalità reale—> l’insieme di tutti i reati commessi in un determinato contesto e periodo storico, indipendentemente dal fatto che siano o meno noti alla giustizia.

Nel mondo della sociologia della devianza distinguiamo tra 5 tipi statistiche ufficiali: 1. Statistiche della delittuosità—> raccolta sistematica dei dati sui delitti commessi e

denunciati alle autorità. I delitti sono identificati in base alla loro qualificazione giudiziaria al momento della registrazione da parte delle forze dell’ordine e ciò può far discostare questi dati da quelli di fonte giudiziaria (ES: un fatto denunciato come tentato omicidio che poi si rivela essere un incidente);

2. Statistiche della criminalità—> raccolta dei dati che riguardano i delitti per i quali l’autorità giudiziaria ha iniziato l’azione penale. Queste statistiche consentono di avere dati sul numero di procedimenti archiviati (e le varie motivazioni);

3. Statistiche processuali penali—> insieme dei procedimenti degli organi della giustizia penale. I dati evidenziano il movimento dei procedimenti sopravvenuti, esauriti e pendenti presso ogni singola autorità giudiziaria. Sono dati utili per valutare il funzionamento e la produttività degli organi di giudizio;

4. Statistiche degli imputati condannati—> l’insieme degli individui condannati in qualsiasi fase o tipo di giudizio, con riferimento al momento in cui viene iscritto nel casellario giudiziario centrale;

5. Statistiche relative all’esecuzione penale—> comprendono i dati raccolti dall’amministrazione penitenziaria sulla popolazione detenuta in carcere, sulla variazione nel tempo, sul movimento dei detenuti in entrata e in uscita, sulle loro caratteristiche socio-demografiche e sul loro status giuridico; oltre che i dati relativi alle forme di esecuzione penale diverse dalla carcerazione (ES: affidamento in prova, semilibertà, messe alla prova).

Passando da una tipologia all’altra notiamo che le informazioni sono su un numero minore di reati ma sono informazioni più ricche e precise. Per sviluppare una riflessione sul valore e sui limiti delle statistiche occorre affrontare la questione delle modalità attraverso cui sono costruite. Il modo in cui si forma il numero di reati, in un dato territorio e in un dato periodo di tempo, figurano nella statistica della delittuosità e dipende dalle scelte degli attori sociali che in modo diversi sono coinvolti (ES: i cittadini che hanno subito quel fatto come vittime o come testimoni e decidono di denunciarlo ed i rappresentanti delle forze dell’ordine). Cominciamo dalla scelta delle vittime, dover per vittime intendiamo chiunque venga colpito direttamente o sia un loro familiare o legato da affinità sentimentali di lunga data, e da ciò che condiziona la loro propensione a sporgere denuncia. Non tutti coloro che hanno subito un reato decidono di rivolgersi alle forze dell’ordine; la loro scelta dipende dal tipo di reato subito (ES: nel caso di un furto le vittime lo denunciano solo se si deve recuperare una grossa somma di denaro, mentre se si tratta di reati contro la persona spesso si ha paura di cosa dirà la gente o di ritorsioni da parte del delinquente o di uno dei suoi). I testimoni hanno una grande rilevanza quando si tratti di favorire o ostacolare una denuncia; così come è importante il clima culturale in cui un reato avviene (ES: pensiamo alla denuncia di una violenza sessuale qualche anno fa che vedeva incolpata anche la donna); un altro elemento molto importante è se i cittadini nutrono o meno fiducia nelle istituzioni e nelle forze dell’ordine, infine l’elemento importante è rivestito dalla coscienza morale e civile che ognuno di noi possiede. Esistono dei reati di cui la vittima non è consapevole in quanto non percepisce la propria posizione come quella di una vittima (ES: violazioni sulla sicurezza del lavoro che non hanno vittime finché non succede un incidente); in altri casi la vittima non ha la capacità o la possibilità di denunciare (ES: violenza sui minori) ed in altri ancora possiamo parlare di vittima indefinita, nel senso che coincide con la collettività (ES: evasione fiscale). Possiamo, quindi, sostenere che le statistiche ufficiali, in quanto esito di scelte, restituiscono sempre una visione parziale delle realtà che ci circonda. I loro limiti riguardano il numero e, dunque, l’incidenza e la prevalenza dei differenti reati, inoltre il 75-80% delle denunce vengono effettuate contro autore ignoto. Molto più importanti per la sociologia della devianza sono le statistiche che riguardano gli imputati condannati, in quanto sono molto ricche di particolari e dipendono dalla distribuzione delle probabilità di essere riconosciuti come autori di reati, una probabilità che

non è distribuita in modo casuale tra gli imputati. Da sempre la sociologia del diritto, cha ha studiato i processi penali, ha evidenziato quanto i loro esiti siano condizionati da fattori economici, sociali e culturali; dando un fondamento empirico all’affermazione di senso comune <<La legge non è uguale per tutti>>. Ciò significa che la distribuzione ineguale delle risorse materiali, economiche, sociali e culturali di cui dispongono gli individui ha un peso molto forte nella capacità dei singoli di affrontare un processo e di sostenere la propria innocenza. Criminologi e sociologi della devianza, man mano che maturava la convinzione che le statistiche ufficiali non fossero sufficienti in quanto presentavano degli evidenti limiti, conducono ricerche in grado di comprendere meglio le ragioni dei limiti delle statistiche ufficiali. Le modalità sono due: indagini di autoconfessione/self-report e indagini di vittimazzazione; sono due tipi di indagine che garantiscono l’anonimato e si fondano su un campione casuale che deve rappresentare tutta la popolazione o il segmento di essa più rilevante. INDAGINI DI AUTOCONEFFIONe/SELF-REPORT Sono rivolte ad un campione casuale e rappresentativo della popolazione ed utilizzano dei questionari strutturati fatti pervenire agli individui che lo compilano da soli e li restituiscono in forma anonima. Gli individui sono invitati a confessare l’eventuale messa in atto di reati (con riferimento da un arco di tempo definito) che devono scegliere tra una lista proposta. Nel questionario compaiono domande circa la ripetizione di questi reati, la frequenza, le modalità, le motivazioni, la presenza o meno di aiutanti e la reazioni sociali e giudiziarie. L’individuo, inoltre, deve fornire delle informazioni socio-demografiche (vaghe in modo da mantenere l’anonimato). Questo tipo di indagine consente di comparare la criminalità reale nei vari Paesi, i tassi di incidenza e la distribuzione dei vari attori sociali; inoltre vengono usate per dare una validità empirica alle teorie sulle cause e sulle connotazioni del comportamento deviante (NB: soprattutto per quanto riguarda la devianza primaria); ovviamente escono permettono anche di ragionare su eventuali politiche di prevenzione. I principali limiti di queste indagini sono: difficoltà ad includere nel campione tutte le articolazioni della popolazione, difficoltà di tipo linguistico, impossibilità di includere tutti i tipi di reati esistenti, indisponibilità a rispondere, possibilità che vengano confessati reati non realmente commessi ed eccessivi costi. I ricercatori hanno tentato di superare queste difficoltà abbandonando la pretesa di indagini universali e ponendo attenzione ad un numero limitato di reati, in genere i più comuni ed i meno gravi. INDAGINI DI VITTIMIZZAZIONE Sono condotte intervistando un campione rappresentativo di persone per individuare quali di queste siano state vittime, in un determinato periodo di tempo, di reati in modo da poter raccogliere informazioni sulla dinamica del fatto e sulle conseguenze che esso ha avuto. Con questo tipo di indagine ci si propone di indagare sul numero di reati oscuri, scoprire le caratteristiche delle vittime (ES: genere, età, razza, istruzione, livello economico, professione), ottenere indicazioni sull’autore del reato, comprendere le reazioni delle vittime al reato (la loro scelta di denunciare o meno l’accaduto). I limiti sono più o meno gli stessi delle indagini di autoconfessione ma in più si rischia di porre attenzione solo sui reati chiaramente definiti, quelli dei quali la vittima ha conoscenza

diretta, finendo coì per rafforzare lo stereotipo dell’immagine settoriale della criminalità; inoltre vi è un forte rischio di indisponibilità a rispondere da parte di chi abbia paura di eventuali ritorsioni da parte degli autori. Nonostante questi limiti, le indagini di vittimizzazione si sono sviluppate da anni in molti Paesi, in quanto esse consentono di ottenere informazioni sull’estensione delle diverse forme di vittimizzazione. Se allarghiamo lo sguardo alla questione della criminalità, possiamo occuparsi delle esperienze di ricerca che si sono preposto l’obiettivo di studiare i comportamenti definiti devianti. Come per la criminalità anche per i fenomeni di devianza esistono delle classifiche di statistiche ufficiali elaborate da autorità amministrative, sanitarie e da alcuni ministeri oltre che dall’ISTAT. Questi dati sono sicuramente utili ma anche loro presentano dei limiti (ES: esiste un sommerso che nessuno conosce e di cui nessuno si occupa). Possiamo dire che le statistiche ufficiali sono indicatori delle scelte operare da una parte di individui implicati, del prodursi di incidenti che portano i soggetti a contatto con istituzioni di soccorso o di cura e delle azioni messi in atto dalle agenzie di controllo impegnate su questi particolari fenomeni con obiettivi di prevenzione e sanzione. Merita ricorda che, oltre ai modi di emersione dei fenomeni che sono alla base delle statistiche (denuncia o scoperte del comportamento deviante), alcuni dati vengono rilevati con contatti diretti con questo mondo di disagio, marginalità e sfruttamento. Per ovviare i limiti delle statistiche ufficiali, su alcuni fenomeni (ES: abuso di alcool e droghe) da anni vengono condotte, in molto Paesi, indagini per molti versi simili a quelle di autoconfessione realizzate per scoprire il numero oscuro di reati; sotto il profilo metodologico queste indagini utilizzano questionari anonimi ma si differenziano per la somministrazione (ES: questionari online o cartacei proposti a scuola o inviati al domicilio). Si è osservato che le differenti modalità di somministrazione ed alcune, anche minime, differenze nella formulazione delle domande portano a risposte e reazioni completamente differenti e dunque difficilmente comparabili. Con l’espressione “popolazione nascoste” ci si riferisce ai gruppi di individui accumunati dal mettere in atto un dato comportamento (ES: abuso di alcool o droghe) o di vivere i una determinata situazione (ES: essere HIV positivo); comportamenti e condizioni cui è conseguentemente associato uno stigma. Il rischio dato dalla possibile reazione/sanzione sociale spinge questi individui a nascondersi e rende molto difficile condurre ricerche su di loro. Il metodo più utilizzato per condurre delle analisi in questi ambienti è il campionamento a valanga che consiste nell’intervistare un individuo che poi deve fornire i nomi di persone con le sue stesse difficoltà e porsi come mediatore tra i soggetti e l’intervistatore: in questo modo si compone il campione. Un altro metodo utilizzato è quello del pescaggio e ripescaggio di soggetti nascosti che viene applicato solo per avere il maggior numero di dati disponibili; inoltre per dei dati qualitativamente accurati vengono intervistati anche i testimoni privilegiati ovvero persone che per motivi lavorativi o abitativi vivono molto vicino ai soggetti devianti. L’ultima forma di raccolta dati da esaminare è l’osservazione partecipante, sicuramente la più difficile, ma anche la più efficace. Negli ultimi anni gli studi di sociologia della devianza e di criminologia hanno visto l’ingresso di nuovi strumenti di ricerca: • Risk assessment—> analisi del rischio, viene utilizzato per valutare la pericolosità di eventi

o situazioni ai fini di adottare adeguate misure di prevenzione o sanzione. Esso si interessa di prevenire dal rischio di recidiva;

• Profiling—> sempre più viene studiato la psicologia del criminale quindi vengono esaminate le motivazioni, le condizioni materiali e le modalità che hanno condotto al reato/comportamento deviante.

Capitolo 3: “Perchè gli individui violano le norme? Le cause di devianze e criminalità”

Le rappresentazioni sociali della devianza sono molte, talvolta si contrappongono e talaltra si fondono insieme; in ogni caso possiamo dividerle in 5 categorie: 1. Scelta razionale—> la colpa è del singolo individuo che sceglie il male in modo

consapevole perché gli conviene; 2. Predisposizione naturale—> la colpa è dell’individuo predisposto naturalmente a

comportarsi male per un fattore ereditario; 3. Carenze di risorse—> la colpa è delle difficili condizioni di vita e delle relazioni che

determinano dei deficit (ES: povertà, disoccupazione, scarsa educazione familiare e scolastica, carenze relazionali e assenza di valori);

4. Induzione ai modelli devianti—> la colpa è dei cattivi modelli che condizionano, soprattutto i giovani (ES: tv, social, amici devianti, pressione del consumismo);

5. Reazioni sociali stigmatizzanti—> la colpa è delle risposte sbagliate, in quanti stigmatizzanti, da parte della gente, della società e delle istituzioni che, dopo un errore anche piccolo, spingono molti alla disperazione inducendoli a perseverare nella devianza.

Il loro peso specifico è mutato nel tempo essendo il riflesso delle varie teorie di ogni epoca storica. Ad ogni categoria si può associare un paradigma (dalla definizione di Thomas Khun indica una teoria/metodo ampiamente condivisa dai membri di una comunità scientifica che definisce il problema ed il modo in cui affrontarlo): 1. Paradigma classico—> 1700, sostiene che il crimine sia una scelta razionale esito del

calcolo costi-benefici; 2. Paradigma positivista—> 1800, predisposizione naturale; 3. Paradigma sociale—> fine 1800/ 1980, sostiene che la devianza sia esito delle carenze,

dei condizionamenti e delle relazioni sociali; 4. Paradigma neoclassico—> ultimi 1900 e primi 2000, sostiene la rinnovata centralità

della responsabilità individuale; 5. Paradigma neopositivista—> ultimi 1900 e primi 2000, si fonda sulle nuove scoperte

della genetica e delle neuroscienze, riproponendo la visione di una diversità biologica. IL PARADIGMA CLASSICO (1700) L’affermazione dello Stato-nazione porta con sé la necessità di unificare le fonti del diritto e di considerare quel diritto più importante delle consuetudini e dei privilegi locali; insieme a ciò maturano i principi che portano alla separazione dei poteri, alla centralizzazione dell’amministrazione e alla formazione degli apparati burocratici. In questi anni ricordiamo Cesare Beccaria che elabora una riflessione sui delitti e sulle pene, facendo affidamento sul primato della ragione, sulla libertà dei cittadini e sull’uguaglianza di fronte alla legge. Nel suo libro più famoso egli sostiene che la pena deve essere definita in modo da non rendere il reato una scelta conveniente per il reo, ma senza far ricorso alla violenza. La pena, dunque, deve avere le seguenti caratteristiche: prontezza (a un reato deve seguire immediatamente una sanzione), certezza (la pena deve essere scontata interamente), dolcezza (la pena deve risparmiare al condannato ogni inutile sofferenza) e infallibilità (a ogni violazione delle legge deve corrispondere una pena). IL PARADIGMA POSITIVISTA (1800) Con il progressivo affermarsi del modello di produzione capitalistico e con la rivoluzione industriale, si ha la lenta ma progressiva comparsa della consapevolezza dell’esistenza di una relazione tra le condizioni di vita delle classi lavoratrici e del sotto-proletariato urbano; da qui

l’esigenza di ridefinire il quadro criminale. In questi anni il clima intellettuale è pervaso dall’evoluzionismo (ES: Charles Darwin), infatti ricordiamo Cesare Lombroso che propone una visione dei criminali come individui condizionati da fattori biologici, caratteri ereditari o patologie mentali. Egli sostiene che l’uomo delinquente rappresenta una forma di regressione evolutiva: è un essere che riproduce nella sua persona gli istinti feroci degli animali, dell’umanità primitiva e dei popoli selvaggi. Lombroso individua alcune categorie di delinquenti: il delinquente nato, passionale, folle, occasionale, epilettico e mattoide (in apparenza un genio che, però, nasconda condizione patologiche). Per quanto riguarda le donne, essendo segnate da inferiorità fisica e mentale rispetto agli uomini, esse non sarebbero propense al delitto quanto alla prostituzione. IL PARADIGMA SOCIALE (1800/1980) In questa categoria possiamo collocare quei pensieri che puntano sull’importanza delle carenze strutturali, dei deficit della sfera dei valori, dei processi di socializzazione e dello scarso controllo sociale.

Le carenze strutturali Le carenze di tipo strutturale sono al centro del pensiero marxista che definisce la devianza e la criminalità come comportamenti socialmente determinati da condizioni di deprivazione e sfruttamento. Nel suo pensiero, Karl Marx parla di due funzioni positive del crimine in quanto sviluppa delle professioni (ES: giudici, avvocati, poliziotti) e perfeziona alcuni settori produttivi. William Bonger, autore olandese, studiando le connessioni tra reato e condizioni economiche guarda non solo alla criminalità delle classi lavoratrici ma anche a quelle della borghesia, e sostiene che entrambe siano unificate dal pensiero criminale che è conseguenza della tendenza del capitalismo a creare egoismo e della mancanza di una istruzione morale della popolazione. La sua è una visione determinista per la quale il crimine è il prodotto dello stato di demoralizzazione in cui si trova la società capitalista. Egli sostiene che il superamento del sistema economico capitalistico sia basato sulla costruzione di una società di tipo egualitario, ovvero fondato sull’uguale approccio ai mezzi di produzione che sarebbe l’unico modo per combattere il crimine. In questa visione il crimine e le devianze non sono altro che manifestazioni delle condizioni materiali della società e rappresentano una reazione alle condizioni di vita della classe sociale a cui appartengono gli individui. Le condizioni di vita in aree degradate, la disgregazione familiare e, soprattutto, i bisogni di sopravvivenza sono spesso cause di distaccamento dalle norme.

I deficit di valori e di controllo sociale Questo approccio trova la sua origine negli scritti del sociologo Emilie Durkheim che mette in relazione i comportamenti devianti con le condizioni di anomia (che si contrappone al concetto di coesione sociale costituita dall’insieme dei sentimenti e delle credenze comuni ai membri di una società). Nelle società moderne, in cui aumentano densità materiale e sociale ma non densità morale, la coscienza collettiva riveste un’importanza sempre più ridotta in confronto alle coscienze individuali. Sul piano dei rapporti umani la coscienza individuale contribuisce alla disgregazione dei rapporti sociali mentre sul piano individuale induce a comportamenti che si discostano dalle regole. Anni dopo il concetto di anomia viene ripreso dalla Scuola di Chicago che lo usano, insieme al concetto di disorganizzazione sociale, per evidenziare i fattori che favoriscono i comportamenti devianti e, dunque, l’emergere dei social problems (ES: criminalità,

prostituzione, alcolismo) che caratterizzano le grandi città americane tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. Con il concetto di disorganizzazione sociale si indica la rottura dei legami e, dunque, l’affievolirsi dell’influenza che regola i comportamenti degli individui con un controllo sociale informale. L’allontanamento dalle norme, quindi, sarebbe la conseguenza di un deficit di controllo sociale sull’individuo causato da una situazione di disorganizzazione sociale. Qui si collega il concetto di demoralizzazione, ovvero il calo dell’influenza delle regole sociali di condotta sui membri del gruppo che produce una disorganizzazione personale che è alla base dell’allontanamento dalle norme (ES: alcolismo, abuso di droghe, vagabondaggio, prostituzione, furto e omicidio). In questa grande categoria trova spazio anche la teoria della tensione/Amercian Way of Life di Robert Merton che si fonda sul deficit di importanza attribuita ai mezzi legittimi per pervenire alle mete a cui tutti debbono aspirare. Il deficit, in questo caso, è quello che si manifesta nei processi di socializzazione che non danno la giusta attenzione all’esigenza di adottare i mezzi legittimi per arrivare alle mete del successo imposte a tutti. Per capire meglio il pensiero di Merton bisogna ricordare che egli credo che ogni sistema sociale sia l’insieme della struttura sociale (l’insieme dei ruoli rivestiti da ciascun membro del sistema RICORDA: differenti ruoli da cui derivano differenti status) e dalla struttura culturale (rappresentata dalle mete che vengono imposte a tutti e dai mezzi legittimi per raggiungerle). Per Merton il comportamento deviante deve essere considerato un prodotto della struttura sociale e culturale, in quanto l’anomia è una condizione della società in cui vi è una grande distanza tra l’importanza che il sistema culturale attribuisce alle mete e l’importanza che riserva ai mezzi legittimi per poterle raggiungere. Sulla scia di Merton vengono elaborate le teorie delle subculture che affrontano le forme di devianza non considerate fino a quel momento: la devianza collettiva (ES: le bande), la criminalità e la violenza giovanile e le condotte di carattere espressivo. Tutti i vari autori ritengono che l’ordine della devianza sia determinata dalla tensione strutturale tra mete e mezzi ma, a differenza di Merton, considerano il comportamento deviante un adattamento collettivo, e non individuale, che viene appreso e consolidato all’interno di un gruppo. Le teorie delle subculture si raggruppano in: • Subcultura deviante—> si sviluppa in certi quartieri ed è elaborata dai giovani maschi

della classe operaia. Dà luogo a comportamenti collettivi (ES: gang) volti a violare le leggi. Gli studiosi hanno osservato che questi comportamenti spesso non sono razionali ma caratterizzati da gratuità, malignità e distruttività. Cohen spiega questo tipo di devianza attraverso due concetti fondamentali ovvero la frustrazione di status (consapevolezza della difficoltà di raggiungere uno status da cui deriva considerazione sociale) e ricerca di un adattamento collettivo;

Subcultura conflittuale—> caratterizza una banda i cui membri ricorrono alla violenza per acquisire uno status. Si sviluppa negli slums in cui vi è una organizzazione sociale precaria ed instabile poiché la comunità non è in grado di fornire ai giovani l’accesso ai mezzi legittimi per perseguire le mete del successo economico ma, allo stesso tempo, non può nemmeno sviluppare una struttura illegale consolidata. Spesso le bande combattono contro altre bande per acquisire un territorio o una “buona” reputazione;

Subcultura criminale—> in cui i membri utilizzano mezzi illegali per procurarsi denaro; • Subcultura astensionista—> qualifica un tipo di banda in cui si consumano droghe

(comportamento che di solito viene scoraggiato dai membri delle subculture criminali e conflittuali), i membri vivono una condizione di doppio fallimento in quanto hanno fallito nel tentativo di perseguire il successo sia con i mezzi legittimi che con quelli illegali.

Le carenze educative, relazionali e sociali Pur non presentandosi come una teoria riconoscibile, le riflessioni sulle carenze sociali ed educative sono state molto studiate da sociologi ed assistenti sociali a partire dal 1950. Qui il tema della devianza incontra quello della marginalità di molti territori e dei gruppi sociali e degli individui che li abitano. Questi gruppi sono segnati da diverse forme di emarginazione sociale, povertà culturale e deprivazione economica. Nel 1969 Hiraschi elenca i fattori determinanti per l’allontanamento dalle norme: attaccamento agli altri (ES: genitori, insegnanti e amici), coinvolgimento alle attività conformi e sane, impegno in attività convenzionali (ES: studio e lavoro) e convinzione circa la validità delle norme sociali e giuridiche, quindi la conseguente obbedienza. La mancanza di questi elementi, risultato di deficit educativi attributi in particolare ai genitori, induce una scarsa capacità di controllo che favorisce la violazione delle norme. IL PARADIGMA DELLA PRESENZA O DEI CONDIZIONAMENTI FORTI In questa categoria possiamo trovare tutti quei pensieri che puntano sull’importanza dell’apprendimento di modelli devianti, quelli che danno importanza ai processi di etichettamento e quelli che sono provocati dalla reazione sociale.

L’apprendimento del comportamento deviante Edwin Sutherland, che ricordiamo per essere stato il primo ad occuparsi dei crimini dei colletti bianchi, sostiene che il comportamento deviante può essere appreso da chiunque, indipendentemente dalle sue condizioni economiche e sociali e che viene appreso nelle interazioni con gli alti individui, medianti i normali processi tipici dei processi di comunicazione. Questa teoria ha il grande merito di mettere in crisi tutte le certezze fin qui considerate tali e relative alla connessione tra devianza e condizioni di marginalità o di deficit di risorse e controllo sociale. Sutherland parla di organizzazione sociale differenziale in quanto tutti si associano ad un qualche gruppo, a conseguenza delle interazioni personali, ed interiorizzano i contenuti culturali e normativi di quel gruppo. Egli introduce, poi, il concetto di associazione differenzionale per indicare il processo attraverso cui gli individui apprendono il comportamento criminale in associazione ai modelli criminali; in pratico sono le differenti possibilità di associazione ai modelli culturali che possono indurre alcune persone ad adottare comportamenti devianti. Sutherland parla di 9 tappe che l’indivudo affronta per adottare un comportamento criminale: 1. Il comportamento criminale è appreso; 2. Il comportamento criminale è appreso nell’interazione con altre persone, in un processo

di comunicazione; 3. La parte fondamentale dell’apprendimento si realizzo all’interno di un gruppo di persone

in stretto contatto fra di loro; 4. L’apprendimento include le tecniche di reato, l’orientamento delle motivazioni,

ragionamenti ed atteggiamenti; 5. L’orientamento delle motivazioni è in relazione con il rispetto delle leggi del gruppo; 6. Una persona va verso il comportamento criminale quando è esposta a discorsi favorevoli

alla violazione delle norme; 7. L’essere esposto a modelli criminali produce maggiori probabilità di conseguire un

comportamento deviante; 8. Il processo di apprendimento del comportamento criminale coinvolge tutti i meccanismi

di un apprendimento normale;

9. Il comportamento criminale è espressione degli stessi bisogno vitali del comportamento normale, la differenza è il diverso tipo di associazione.

Una parte fondamentale dell’apprendimento del comportamento criminale è quella della neutralizzazione, ovvero la convinzione, verso sé stesso e gli altri, di non essere autore di un comportamento sbagliato; essa può essere di vari tipi: • Diniego della responsabilità—> le azioni messe in atto sono dovute a forze estranee

all’individuo e sono dunque forza incontrollabili; • Diniego del danno arrecato—> le azioni realizzate, malgrado siano contro la legge, non

hanno arrecato nessun danno serio; • Diniego della vittima—> essa meritava di subire il danno poiché in precedenza si era

comportata male; • Condanna di chi condanna—> chi mi condanno è ipocrita, corrotto e ingiusto; • Richiamo a obblighi di lealtà più alti e prioritari—> compiere un atto che arreca danni

ad altri è motivato dai valori in cui si crede e serve per conformarsi al gruppo di cui si fa parte.

Reazione sociale, devianza secondaria, carriere nella prospettiva interazionista La teoria interazionista della devianza/teoria dell’etichettamento/labelling theory rappresenta una delle prospettive teoriche di impostazione pluralista ed emerge negli USA nel 1960 ad opera della Nuova Scuola di Chicago. Questo tipo di approccio è segno dei grandi fermenti di quegli anni, caratterizzati da: movimenti contro la segregazione razziale, proteste contro il conflitto del Vietnam, movimento degli Hippies, nascente femminismo, insomma tutte correnti di pensiero che propongono valori differenti rispetto a quelli dell’American Way of Life (mete e mezzi di Merton). Il gruppo di sociologi della Nuova Scuola di Chicago è interessato alla rivalutazione dell’individuo come attore sociale e dei significati che egli attribuisce all’azione, ma pone al centro dell’attenzione anche le definizioni con cui gli altri (persone ed istituzioni) qualificano il suo comportamento. A questa teoria dobbiamo il definitivo riconoscimento che la devianza è una proprietà conferita all’interno di un processo di costruzione sociale e, per questo motivo, è sempre qualcosa di relativo. La reazione sociale al comportamento deviante si esprime a due livelli: informale (processi di stigmatizzazione e marginalizzazione) e formale (agenzie di controllo ed istituzioni). Al centro dell’attenzione, dunque, non è più solo il protagonista ma anche il gruppo che interpreta quel comportamento come deviante. Sul piano personale la teoria dell’etichettamento porta alla profezia che si autoadempie ovvero se si tratta una persona come deviante finirà per assumere comportamenti devianti. IL PARADIGMA NEOCLASSICO Nel contesto della società post-moderna si manifesta una riproposizione aggiornata della teoria classica che esalta la dimensione della responsabilità individuale. Qui si colloca la teoria dell’azione che sostiene che per spiegare i fenomeni sociali è necessario partire dal punto di vista degli attori, dal significato che questi danno al loro agire e alle conseguenti strategie e scelte. Tra queste teorie ricordiamo, anche, quella di Gary Becker il quale sostiene che i criminali, così i consumatori nel libero mercato, sono attori razionali mossi dal desiderio di massimizzare il proprio benessere. Secondo l’autore i fattori che determinano la scelta del comportamento criminale sono: la probabilità di essere scoperti e puniti, la severità delle sanzioni, il reddito disponibile, la valutazione dei benefici ricavabili, l’inclinazione personale a compiere reati e le circostanze ambientali. Questa visione del crimine è stata ripresa e

perfezionata da diverse teoria che rappresentano il paradigma neoclassico (ES: la teoria della scelta razionale sostiene che la razionalità dell’uomo è limitata e che i vantaggi che le persone possono ottenere non sono solo strumentali; o ancora la teoria degli stili di vita che sostiene la differente distribuzione del rischio di vittimizzazione degli appartenenti a gruppi diversi). IL PARADIGMA NEOPOSITIVISTA Il modello bio-antropologico, secondo cui la criminalità sarebbe influenza dalla costituzione biologica e psichica degli individui, è stato spesso ripreso nel corso del tempo. Nel 1900 Sheldon individua 3 principali tipi di individui in base alla loro struttura fisica: mesomorfi (muscolosi ed attivi, i più propensi a commettere crimini), ectomorfi (magri) e endomorfi (grassi). In generale egli afferma che la delinquenza è determinata dalle cellule riproduttive e che la soluzione sia l’accoppiamento selettivo. In sintesi possiamo affermare che porre in rapporto diretto la dimensione neurologica con quella comportamentale significa non tenere conto delle componenti cognitive, interattive e simboliche che influiscono nelle scelte di azione di ogni individuo. I rapporti tra biologia e condotta deviante rimangono, dunque, un campo aperto a nuove riflessioni. Bisogna tenere presente che queste teorie costituiscono degli ideativi e, pertanto, non sono tutte completamente giuste o sbagliate ma vanno studiate secondo un’ottica integrata.

Capitolo 4: “Che cosa fanno le società per contestare crimini e devianze? Le politiche ed i modelli di intervento”

Tutte le teorie viste hanno avuta una certa influenza sulle politiche di prevenzione, contenimento e repressione dei fenomeni.

PARADIGMA CLASSICO DELLA SCELTA RAZIONALE Con Beccaria si afferma l’esigenza di adeguamento del sistema penale sanzionatorio, la possibilità di perseguire l’obiettivo della riduzione della criminalità è strettamente collegata alle caratteristiche che deve avere la pena (proporzionalità, certezza, infallibilità, prontezza e dolcezza) e alle procedure per amministrarla (il giusto processo). Egli sottolinea anche l’importanza della conoscenza delle leggi e, di conseguenza delle sanzioni.

PARADIGMA POSITIVISTA DELLA PREDISPOSIZIONE NATURALE Appare fondamentale ridurre l’impatto della criminalità nella società attraverso il trattamento dei delinquenti che va diversificato in base alle caratteristiche dei singoli individui. Da qui deriva la formulazione del sistema doppio binario, diffuso durante il regime fascista, che prevede che, accanto alle pene previste dal codice penale e al carcere come luogo di detenzione, si impongono delle misure di sicurezza basate sul livello di pericolosità del reo. La durata nel tempo delle misure di sicurezza può variare in base al cambiamento del soggetto; qui il principale strumento di esecuzione delle misure di sicurezza sono i manicomi criminali, fortemente voluti da Lombroso (1892) che nel 1975 diventano Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG), che saranno poi aboliti nel 2011 e sostituiti dalle Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (REMS). Altre misure di sicurezza potevano essere le colonie agricole o le case di lavoro; oppure, se si parla di misure non detentive, la libertà vigilata, il confino, la sorveglianza speciale di pubblica sicurezza ed il rimpatrio.

PARADIGMA SOCIALE DELLE CARENZE ECONOMICHE, SOCIALI E CULTURALI

Ha determinato una pluralità di orientamenti che hanno trovato sbocchi in politiche economiche, sociali ed educative. Le politiche economiche partono dalle analisi marxiste e vedono la soluzione del problema in un processo rivoluzionario che ha le basi nelle nuove economie e nei rapporti lavoro (ES: società socialista). Un pensiero diverso è quello della Scuola di Chicago che promuove dei programmi il cui scopo è quello di rafforzare i legami sociali e di rendere più efficace il controllo informale fra i membri di una società (in modo da contrastare l’anomia), oltre che il miglioramento delle condizioni di vita in particolari contesti territoriali. Essi propongono la teoria della tensione (evitare di promuovere aspirazioni che promuovono il perseguimento del successo personale a qualsiasi costo, intervenendo nel processo di socializzazione degli individui che appartengono ai gruppi sociali meno avvantaggiati aiutandoli a capire l’importanza dei mezzi leciti) e la teoria delle subculture (incidere sulla diversa distribuzione delle opportunità per rendere più accessibili a tutti i gruppi sociali le mete attraverso i mezzi legittimi, curando il miglioramento del rendimento scolastico e la creazione di nuovi posti di lavoro). Altri studiosi sostengono che se all’origine della devianza ci sono carenze sul piano educativo, relazionale, affettivo, di risorse e opportunità bisogno creare delle istituzioni specializzate e differenziate per categorie di individui (ES: servizi sociali, psicologici e pedagogici).

PARADIGMA SOCIALE DELL’APPRENDIMENTO E DEI CONDIZIONAMENTI FORTI

Sostengono la necessità delle politiche di intervento sul piano culturale ed educativo per allontanare gli individui dai modelli non convenzionali e per favorire l’associazione con modelli convenzionali. Qui ritroviamo la teoria di Sutherland secondo cui le politiche di prevenzione e di risposta alle devianze non si devono rivolgere solo a soggetti provenienti dalle classi inferiori, ma anche a quanti perfettamente integrati volano norme e leggi.

TEORIA DELL’ETICHETTAMENTO Essa ha ispirato 3 tipi di politiche: • Politiche di depenalizzazione—> abrogazione della norma che qualifica come reato un

certo comportamento. Questa viene realizzata per reati considerati obsoleti (ES: sfida a duello, pubblicazioni oscene) o per quelli senza vittima (ES: prostituzione);

Politiche di diversion—> fondate sulle considerazioni degli effetti della stigmatizzazione connessi all’instaurarsi di un processo penale. Concretamente prevedono un insieme differenziato di risposte al reato o evitando al colpevole il processo o sostituendo alle sanzioni classiche altre sanzioni dette sanzioni alternative (ES: sanzioni pecuniarie, forme di riparazione del danno inferto alle vittime, lavori a favore della comunità);

Politiche di deistituzionalizzazione—> discendono dalla critica alle istituzioni sociali come strumenti di punizione e trattamento dei devianti; esse propongono contesti diversi come pratiche di lavoro sociale che consento alle persone di vivere nel loro ambiente sociale e familiare (ES: assistenza domiciliare, servizi educativi territoriali, centri diurni psichiatrici, servizi per le dipendenze), ambiti di accoglienza residenziale (ES: comunità protttete) in cui è favorito lo scambio sociale con il mondo esterno.

TEORIE CRITICHE: DAL DETERMINISMO SOCIALE AL REALISMO DI

SINISTRA Propongono la depenalizzazione dei reati minori e dei reati senza vittima e suggeriscono di sostituire il carcere con sanzioni diverse. Essi sono convinti che il carcere non sia altro che un contenitore di soggetti vittime delle ingiustizie sociali che alimentano il crimine; al tempo stesso il carcere è produttore di criminalità in quanto infligge sofferenza e dolore, pertanto, le risposte dello Stato dovrebbero essere delle misure non affittire ma responsabilizzanti o, comunque, utili alla società.

TEORIE NEOCLASSICHE DELLA RESPONSABILITÀ INDIVIDUALE Hanno alimentato politiche delle: • Prevenzione situazionale—> si basa su due assunti ovvero, chiunque potrebbe commettere

un reato se si presentasse l’occasione favorevole e anche il criminale più incallito non adotterete un comportamento illegale se non ci fossero le condizioni per farlo. Ne deriva la convinzione che sia necessario concentrarsi sulle circostanze che favoriscono la messa in atto di comportamenti criminali; l’obiettivo, quindi, è ridurre le opportunità di commissione di reato ed aumentare i rischi per chi fosse intenzionato a farlo;

Tolleranza zero—> bisogna perseguire penalmente anche chi commette le minime infrazioni, nella convezione che i crimini più gravi trovino delle difficoltà;

Risposta penale incapacitante—> il penitenziario funge come un contenitore che incapacità gli individui in modo che, almeno per un certo periodo di tempo, essi non possano agire.

TEORIE NEOPOSITIVISTE ELABORATE DALLA GENETICA E DALLE

NEUROSCIENZE Assecondano le speranze di senso comune sulla possibilità di prevenire comportamenti devianti operando una selezione precoce degli individui, magari per isolarsi o annullarne le propensioni negative, o orientando le politiche penali nella direzione dell’incapacitazione sulla base di diagnosi genetico-cerebrali. Sul piano penale essi sostengono l’uso di braccialetti elettronici, sistemi di elettroshock a distanza, diffusione dei mezzi farmacologici e di contenimento degli impulsi. Non molto di tutto questo si è realizzato, ma si è verificato lo smantellamento delle politiche sociali ed educative insieme ad una crescente medicalizzazione dei comportamenti devianti. Nella metà del 1800 Karl Marx pensava che la concezione dello Stato e del diritto fosse una sovrastruttura dettata dall’economia, in quanto a fondamento del diritto ci sarebbe il potere correlato al possesso dei mezzi di produzione (RICORDA: <<Il diritto è la volontà della classe borghese>>). Se questo è lo sfondo su cui si colloca il ragionamento generale sui processi che definiscono come criminale un comportamento ci possiamo collegare alla visione conflittuale classica che vede la legislazione come espressione del potere delle classi dominanti. Essendo cambiare le teorie nel corso del tempo sono cambiate anche le norme di diritto positivo e ciò che nel tempo viene considerato criminale o deviante. Per arrivare alla elaborazione di nuove norme o al cambiamento di quelle esistenti, occorre che si verifichino condizioni favorevoli al prodursi decisione legislative: definizione dei problemi sociali, domande orientate al sistema politico, ruolo svolto dai gruppi di interesse, movimenti sociali, lobby, imprenditori morali, istituzioni e comunità locali. Dopodiché diventa essenziale il ruolo dei comportamenti del sistema politico in quanto decisori pubblici. È solo nell’interazione con altre persone o con le istituzioni di controllo che un individuo è socialmente qualificato come responsabile di un comportamento illegale o inaccettabile per quella società. Ciò significa che l’elaborazione e l’approvazione di leggi che hanno l’obiettivo di affrontare fenomeni considerati meritevoli di regolazione vanno integrati con l’analisi delle fasi e dei processi di applicazione e implementazione di tali norme. A dare sostanze al dettato normativo sono le scelte, spesso discrezionali, operate da attori sociali diversi, in quanto titolari di ruoli istituzionali. Quando parliamo di effettività della norma ci riferiamo al prodursi di azioni rispondenti a quanto previsto dalla stessa (così da evitare che sia solamente una disposizione della carta). Grande importanza rivesta la natura della norma considerata: se si tratta di una norma semplice che, ai fini di contrastare un fenomeno introduce un obbligo o un divieto, si può parlare di effettività della norma attraverso la presa di misure di controllo che indicano l’osservanza del divieto/obbligo; se si tratta di una norma complessa, ovvero quelle che intervengono più su fenomeno che su un singolo comportamento, si deve parlare di implementazione della norma. Diversa è l’efficacia della norma, ovvero la verifica che essa abbia raggiunto degli obiettivi. In alcuni casi il rapporto tra effettività ed efficacia della norma appare piuttosto lineare ma le cose si complicano per altre leggi quando esiste una maggiora incertezza sui rapporti tra determinate indicazioni espresse in un testo di carattere normativo e i risultati ottenibili attraverso la loro applicazione. Nei processi di implementazione sono possibili, da parte dei titolari delle scelte applicative, indifferenza, inadempienza, rinvii, resistenze ed esplicita disobbedienza, ma anche abusi di

potere. Più di frequente si incontrano forme di selettività che orientano solo in certe direzioni gli impegni e le risorse (scarse) ed è proprio secondo il criterio della selettività che si orientano le politiche di controllo della devianza. Tra i molti fattori all’origine della selettività dell’agire delle istituzioni troviamo anche il ruolo dello stereotipo. Spesso si diffondono politiche attuariali secondo cui è preferibile esercitare il controllo non sui singoli individui realmente devianti, quanto piuttosto su gruppi di soggetti considerati come insieme indistinto di produzione di rischio; ne consegue che le strategie di controllo si definiscono sempre più come strategie di gestione di determinati gruppi di soggetti attraverso la sorveglianza, l’incapacitazione e la repressione. La polizia riveste un ruolo particolare nelle politiche penali e nelle conseguenze che esse determinano. Le istituzioni agiscono, di solito, selezionando i comportamenti che consentono la valorizzazione della propria funzione, ovvero sui reati di minore complessità. Per parlare di processo penale è d’obbligo tornare sulle sue fondamenta che hanno origine nel pensiero di Beccaria (1750) e che riguardano sia le caratteristiche relative alla quantità delle pene definite dal diritto penale sostanziale (proporzionalità e dolcezza) sia le modalità della loro applicazione agli individui (prontezza, certezza ed infallibilità) che trovano espressione nei codici di procedura penale e applicazione attraverso il cosiddetto “giusto processo” secondo cui: i reati e le pene devono essere sempre stabiliti dalla legge, tutti gli uomini sono uguali di fronte alla legge, la legge è uguale per tutti, i giudici devono agire in modo imparziale, le prove di colpevolezza devono rispettare certe procedure, deve essere esclusa la tortura (fisica o psicologica), il tempo deve essere il minore possibile, le persone inquisite devono essere informate sulle prove a proprio carico, la pena comminata deve essere scontata per intero ed i processi devono essere pubblici. Gli studi sociologici si sono concentrati sull’effettiva efficacia deterrente delle sanzioni ponendole in relazione ai reati, tipi di autori e caratteristiche della pena; essi affermano che le caratteristiche che sembrano funzionare di più sono la prontezza e l’infallibilità (anche se oggi questo rappresenta un aspetto carente). Quanto all’infallibilità della pena si può dire che è stata progressivamente messa in discussione dagli orientamenti di politica penale successivi a quello classico. È il giudice, insieme alla giuria, che stabile la sanzione in concreto anche se nel corso del tempo sono stati elaborati numerosi criteri che possono aiutare il giudice a scegliere la sanzione specifica, evitando il pericolo di assoluta discrezionalità; tali criteri riguardano: caratteristiche specifiche del reato, la presenza di attenuanti o aggravanti, la gravità del danno, la natura del reato (ES: reato associativo), il grado di premeditazione, i motivi e l’atteggiamento psicologico, le condizioni di vita familiare, individuale e sociale dell’imputato. Va ricordato, infine, che, a integrazione di questi criteri, i sistemi giudiziari moderni hanno introdotto la possibilità di ricorrere a gradi diversi di giudizio per opporsi alle sentenze (di conseguenza uno stesso fatto può essere giudicato da differenti giudici). Vi sono poi le istituzioni destinate al trattamento dei devianti, le quali assumono funzioni di contenimento, punizione, cura e riabilitazione (in base al paradigma). Il primo ad essersene occupato fu Erving Goffman che parla di istituzioni totali poiché agiscono sugli individui con un potere più penetrante delle altre. Tale potere è simbolizzato dall’impedimento allo scambio sociale e all’uscita verso il mondo esterno. L’analisi di Goffman in Italia è stata rielaborata ed arricchita da Basaglia nel 1982. L’autore americano analizza i risultati dell’interazione tra individui etichettati, ed internati, e staff, le forme di adattamento alle regole della vita sotterranea dei reclusi. Tra questi il carcere, in particolare, è visto come un tipo di istituzione totale in cui attraverso l’organizzazione dello spazio e del tempo e attraverso un sistema di mortificazioni, privilegi

e punizioni si tiene sotto controllo gli individui. Questo assicura il raggiungimento di diversi obiettivi ma la rieducazione è mancata; infatti, Goffman sottolinea che la posizione dell’internato nel mondo esterno non potrà mai più essere la stessa perché si innesca un meccanismo di stigmatizzazione. In carcere, appunto, viene meno l’interesse per il deviante perché si ha l’abbandono del modello correzionale (che ha caratterizzato la prima modernità e che vedeva le carceri come luoghi di produzione di lavoro disciplinato e di istruzione) per lasciare il posto a strategie di incapacitazione e di isolamento dei soggetti. Nella realtà la distanza tra le norme formalmente definite e quelle sostanzialmente vigenti è enorme; infatti, come aveva già sottolineato Goffman, la vita sotterranea degli individui è regolata da un mondo di norme informali (ES: restrizioni delle opportunità, sistema di privilegi, somministrazione discrezionale di premi/punizioni, possibilità o meno di movimento, rapporto con i beni materiali, accesso o meno alle scarse possibilità che il carcere presenta). La rinnovata attenzione per l’individuo come attore responsabile della scelta di commettere reati ha modificato profondamente il concetto di prevenzione. Negli ultimi anni del 1900 questo concetto si è progressivamente ridimensionato ed in questo contesto la prevenzione ha assunto la forma di prevenzione da parte di autorità e comunità locale. Nei programmi di prevenzione istituzionale trovano spazio misure ed interventi che si collocano su più piani, coinvolgendo amministrazioni locali, forze dell’ordine, imprese private e cittadini (ES: interventi di design ambientale per ridurre la possibilità di vittimizzazione delle persone, misure di protezione e sorveglianza, intensificazione dei controlli delle forze dell’ordine, programmi di informazione e sensibilizzazione. Questa concezione di prevenzione ha poi trovato applicazione anche nella ricerca di contenimento di altre forme di devianza (ES: alcolismo, tossicodipendenza e prostituzione). Ci troviamo da anni di fronte all’abbandono della politica programmatica, la cui espressione maggiore è lo stato sociale, infatti stiamo andando sempre più verso una politica simbolica concentrata su temi limitati; per questo motivo non stupisce la centralità dello Stato penale ed il ridimensionamento di quello sociale.

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