Individualismo ed etica politica nell'opera di Mill
michela130
michela13010 June 2015

Individualismo ed etica politica nell'opera di Mill

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tesina esame STORIA DELLA SCIENZA
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Individualismo ed etica politica nel pensiero di John Stuart Mill

Come volontà personale di vivere, l'individualismo è il desiderio di "essere se stessi", un desiderio di indipendenza e originalità. L'individualista vuole essere fattore del proprio sé, delle proprie verità e illusioni; vuole fabbricare da solo i propri sogni, costruire e distruggere i propri ideali. Questa voglia di originalità può, a volte, essere più o meno energica, più o meno pretesa o ambita. Oppure più o meno felice, a seconda della qualità e del valore dell'individualità in causa, dell'ampiezza del pensiero e dell'intensità - o della volontà - di potenza.

Inteso come personale sensazione o come personale volontà di vita, l'individualismo tende a essere anti-sociale: se non all’inizio, lo diviene inevitabilmente poi. Sentimento di profonda unicità dell'Io, desiderio di originalità e indipendenza, l'individualismo non può fare a meno di provocare un sentimento di conflitto tra il sé e la società. La tendenza di ogni società infatti è quella di ridurre il sentimento dell'individualità quanto più possibile: limitare l'unicità attraverso il conformismo, la spontaneità attraverso la disciplina, l'irruenza del sé attraverso la prudenza, l'autenticità del sentimento attraverso l'ipocrisia inerente ogni funzione definita socialmente, la fiducia e l'orgoglio del sé attraverso l'umiliazione inseparabile da ogni tipo di attività sociale. Necessariamente l'individualista si trova in conflitto tra il suo personale ego e un ego generale. Qui l'individualismo diventa un principio attivo o passivo di resistenza interiore, di silenziosa o dichiarata opposizione alla società, un rifiuto di sottomettersi ad essa, diffidenza nei suoi confronti. Nella sua essenza l'individualismo mantiene e allo stesso tempo nega i vincoli sociali. Possiamo definirlo una volontà di isolamento, un tentativo sentimentale e intellettuale, teorico e pratico di ritirarsi dalla società, se non nei fatti, almeno nello spirito e nelle intenzioni, per una specie di ritirata interiore e volontaria. Questo distanziarsi dalla società, questo isolamento morale volontario, che può essere praticato proprio nel cuore della società, può prendere sia la forma dell'indifferenza e della rassegnazione che della rivolta. Si può anche assumere un atteggiamento da spettatore o l'attitudine contemplativa del pensatore rinchiuso in una torre d'avorio. Purtuttavia nell' indifferenza, nella rassegnazione o nell'isolamento dello spettatore, c'è sempre un residuo di rivolta interiore.

Sentimento di unicità e espressione più o meno energica della personale volontà di potenza; volontà di originalità, volontà di indipendenza, volontà di insubordinazione e rivolta, volontà di isolamento e rifugio in se stessi. A volte anche volontà di supremazia, di uso della forza contro gli altri, ma sempre con un ritorno nel sé, con

un sentimento di infallibilità del sé, di fiducia indistruttibile del sé, anche nella sconfitta, nel fallimento di speranze e ideali. Intransigenza, inaccessibilità delle proprie convinzioni, fedeltà a se stessi sino alla fine. Fedeltà a qualche idea non compresa, ad una volontà inespugnabile e inattaccabile: tutto ciò è individualismo, sia nella sua globalità che nel dettaglio, nella predominanza di uno di questi elementi o sfumature, che si manifestano a seconda delle circostanze e del caso.

L'individualismo, inteso come si è appena detto, cioè come disposizione interiore dell'anima, come sensazione e volontà, non è più politico e giuridico, rivolto all'esterno e subordinato alla vita sociale, ai suoi vincoli, alle sue richieste e ai suoi obblighi. E' rivolto all'interno. Si situa dall'inizio o cerca infine rifugio in un essere interiore indistruttibile e intangibile.

Della libertà è il titolo di una delle opere più importanti del filosofo inglese John Stuart Mill (1806-1873), redatta in stretta collaborazione con la moglie Harriet, purtroppo scomparsa repentinamente poco prima della pubblicazione del volume, avvenuta nel 1859. All’influsso della moglie egli ascrive “tutto il procedimento mentale”, l’attenzione all’elemento umano e il rifiuto di soluzioni astratte.

Prendendo spunto dal riconoscimento dei diritti civili e politici garantiti dall’avvento dei regimi costituzionali, Mill indaga la natura e i limiti del potere che, a suo parere, non solo l’autorità dei governi, ma la stessa società democratica di massa esercitano sull’individuo. Secondo Mill le libertà fondamentali, che connotano la piena espressione dell’individuo, sono tre: la libertà di pensiero e di opinione, la libertà di seguire i gusti e le inclinazioni personali e la libertà di associazione. Mill concepisce la libertà sociale non come semplice limitazione del potere dello Stato, ma come sviluppo spontaneo e originale della personalità.

Nel suo pensiero l’individualismo è la condizione decisiva del progresso sociale e civile. Tuttavia esso non va inteso come giustificazione dell’egoismo, ma come promozione delle capacità individuali di ciascuno, dello spirito critico, che è il vero motore della democrazia, e della tutela delle differenti inclinazioni e dei diversi stili di vita contro il diffuso conformismo della vita sociale.

Mill sostiene che la felicità individuale si possa conciliare con quella generale e non vi sia conflitto tra queste due sfere. Ciò, però, a patto che il perno dell’intera società politica sia il concetto di libertà: egli sostiene la causa dell’eguaglianza degli esseri umani e prospetta una soluzione che garantisca la libertà sia al cospetto dell’Autorità di uno solo o di pochi (le monarchie restaurate o le oligarchie parlamentari), sia di fronte a quella dei molti. Chiunque sia a reggere lo Stato – uno, pochi o molti – è assolutamente essenziale che sia garantita la libertà del singolo e il suo diritto alla felicità. Che l’individuo sia felice individualmente è stato tradizionalmente considerato un fattore eversivo: il perseguimento dei fini particolari del singolo è contrapposto al perseguimento del Bene Comune che solo i reggitori 'prescelti' sarebbero in grado di cogliere. Le cose non stanno affatto così, secondo Mill, anzi: in primo luogo, perché la nozione di Bene Comune è inattingibile per la nostra

conoscenza che al massimo può giungere a costruirla come astrazione a partire da beni singoli noti ; in secondo luogo, gli individui sono capacissimi di riconoscere che la felicità individuale è inscindibile da quella collettiva, non solo in occasioni estreme come la guerra o le catastrofi ; infine la libertà di tutti è la sola autentica garanzia della libertà di ciascuno e ciò implica un ulteriore sfondamento delle barriere poste al processo di emancipazione: oltre al processo in atto alla metà dell’Ottocento per la liberazione degli schiavi, il filosofo ritiene indispensabile avviarne un altro, quello per la rivendicazione dei diritti politici delle donne. John Stuart Mill infatti è già molto moderno nella sua intenzione di riparare a un torto millenario, denunciando una struttura di oppressione grandemente radicata nella società, senza la cui eliminazione una democrazia non potrà mai dirsi veramente promotrice di libertà.

L’autore riconosce che tra i vari elementi che compongono la felicità umana, alcuni di loro sono indispensabili, perché si configurano come aspetti permanenti, strutturali, del bene di qualsiasi persona; per questa ragione devono essere presenti in ogni progetto razionale di vita e non

possono essere pregiudicati nemmeno in nome della libertà dell’individuo. I suoi scritti evidenziano diversi di questi elementi, come la promozione dell’individualità, il potere di sviluppare le proprie capacità naturali, la libertà e l’indipendenza individuali, il rispetto verso l’altro, il senso della dignità, il sentimento di sicurezza e i sentimenti sociali, che Mill traduce come «il desiderio di stare

uniti ai nostri simili».

Sono ancora attuali i due principali luoghi comuni della sua critica al modo in cui la società inglese del suo tempo consentiva alla libertà politica di esprimersi. Per quanto si riferisce all’intervento degli individui nella società, spiegava Mill, «il pericolo che minaccia la natura umana non è l’eccesso, bensì la carenza di impulsi e di preferenze individuali». In più, aggiungeva, la sua libertà è condizionata dalla «tirannia della maggioranza», per cui diventa «necessario proteggersi contro la tirannia dell’opinione e dei sentimenti dominanti, contro la tendenza della società ad imporre - con mezzi diversi dalle penalizzazioni legali - le sue proprie idee e usanze, come se costituissero doveri per chi dissente; infine, contro l’inclinazione della società ad ostacolare lo sviluppo dell’individuo, evitando quanto più possibile la formazione di qualsiasi individualità discordante e costringendo tutti i caratteri verso la conformazione con il proprio modello». Mill denunzia perciò l’urgenza di individuare chiaramente i limiti della libertà politica, col fine di evitare sia la tirannia degli uni sugli altri, sia il progressivo indebolimento dell’individualità che, tuttavia, dovrebbe essere la fonte di rivalsa contro la tendenza alla tirannia. In questo modo, Mill tocca proprio il nucleo del problema politico: la società è uno spazio in cui gli uomini devono vivere insieme per raggiungere una felicità

che è sempre personale, individuale, anche se è condizionata dalla convivenza con altri uomini; allora l’ambito politico è fondamentale per la felicità personale, sebbene tale felicità trascenda ciò che è sociale.

La questione centrale dell’etica politica è precisamente far sì che la società, che non ha come fine proprio la felicità di ogni individuo, garantisca l’ambito di libertà necessario perché ognuno raggiunga la sua felicità, senza però subordinare la libertà personale agli interessi sociali. Mill affronta direttamente il problema, dichiarando che la libertà politica consiste prima di tutto nell’affermare la natura della libertà dell’individuo in tutto ciò che si riferisce a sé stesso, cioè, la sua autonomia assoluta; di conseguenza, l’unica parte della condotta dell’individuo che lo fa responsabile rispetto alla società, è quella che si ripercuote sugli altri. Perciò, conclude l’autore, la materia propria della libertà dell’individuo è tutto ciò che egli stesso concepisce come parte della sua felicità, ed in quest’ampia area dev’essere vietata qualsiasi intromissione.

Partendo da queste considerazioni, si capisce che la difesa milliana della libertà si presenti come un’apologia dell’individualità. Si può dire che per Mill la libertà dell’individuo condizioni il progresso umano nel senso che essa è necessaria affinché le individualità facciano emergere le proprie capacità e preferenze. Una libertà la più ampia possibile, limitata solamente dalla sfera dell’autonomia altrui, è lo strumento necessario perché le parti - le felicità individuali - del

tutto - la felicità o il massimo benessere generale - si sviluppino pienamente. Questo sarebbe per Mill il valore supremo della libertà, che è allo stesso tempo il parametro per tracciare i limiti della libertà politica dell’individuo.

Tuttavia Mill presenta un’altra concezione della libertà politica: come regolazione del potere della società sugli individui. Insieme all’autonomia dell’individuo si colloca una restrizione alla sua condotta nell’ambito sociale e civile: gli è vietato di causare danni agli altri; proibizione che dà alla società la possibilità di intervenire sulla sua libertà per autodifendersi. Per comprendere la relazione tra autonomia e autoprotezione collettiva bisogna, secondo l’autore, identificare una doppia sfera d’azione: quella pubblica, la quale abbraccia la condotta dei membri della società che concerne la vita o gli interessi altrui, e quella privata, che riguarda comportamenti i cui effetti non vanno al di là del soggetto che agisce. In relazione alla sfera privata, egli spiega, l’individuo non deve rispondere delle proprie azioni alla società nella misura in cui non ledono gl’interessi di altri; per quanto si riferisce alla sfera pubblica, Mill riconosce che la società deve difendersi dalle azioni dei

suoi membri che danneggiano gli altri.

Questo aspetto del suo pensiero viene illustrato dalla spiegazione della funzione preventiva del governo. Mill ammette che uno dei compiti dell’autorità politica sia, in modo indiscutibile, l’istituzione di precauzioni contro i crimini, ma mette in luce il grave rischio di abuso che un tale incarico porta con sé. Alla domanda sul modo di riconoscere la bontà di un fine Mill risponde che il criterio di discernimento è l’utilità sociale: buono è ciò che produce felicità all’insieme della società. Per questa ragione il dovere di ognuno di realizzare liberamente il bene di cui è capace diviene contenuto della libertà politica e principio di giustizia. È questa la ragione per la quale può essere legittimo intervenire per limitare o regolare un comportamento

politico dell’individuo: proprio il rispetto e la promozione della libertà può rendere esigibile un’azione di questo tipo.

I due ambiti di libertà dell’individuo - quello delle azioni che influiscono solo sull’agente o quello politico, in cui le azioni hanno un effetto di bene o di male per gli altri - sono sorretti dal principio primario di ricerca della felicità, meglio ancora, dalla ricerca della maggiore felicità possibile. Ciononostante Mill considera che nell’ambito della libertà politica tale principio acquisisca

un’ulteriore specificazione: garantisce cioè la massima utilità o felicità dell’insieme della società. Dunque il supremo criterio della morale (risposta alla prima esigenza logica, secondo Mill) è la felicità o utilità, però non quella individuale, bensì la maggiore somma totale e generale di felicità. Da questo principio dipende (seconda esigenza logica) la bontà o meno delle azioni: esse si ritengono buone o cattive nella misura in cui recano felicità generalizzata, si considerano migliori di altre se generano maggiore somma di bene (vale a dire felicità, piacere, utilità o soddisfazione). Perciò il principio di utilità è il criterio di giustizia della società politica. Da questi presupposti sorge una morale di carattere normativo, in quanto stabilisce l’insieme delle regole che devono essere osservate dagli individui di una società, al fine di garantire loro l’accesso all’esistenza più felice possibile entro le circostanze di ogni epoca.

Un altro problema della proposta milliana emerge al momento di scegliere le regole di giustizia da adottare. A quale criterio si deve ricorrere per determinare le regole della giustizia nei casi in cui il bene della maggioranza non coincida con ciò che una minoranza considera bene o felicità? Mill risponde che l’utilità è l’unico criterio e che questa deve essere riconosciuta alle persone più capaci.

Secondo Mill la società agisce in modo simile all’individuo, può cioè legittimamente deliberare su alcune perdite e guadagni, così come l’individuo può deliberare ed accettare liberamente di sacrificarsi in determinate occasioni, perdendo quindi felicità, col fine di guadagnarne di più in futuro. La società può dunque decidere di sacrificare una parte di sé a beneficio di un’altra, con la condizione che tale decisione segua il criterio di utilità, producendo così una maggior somma totale di felicità per l’insieme della società.

L’influsso positivo sulle azioni altrui si trova pure nell’ambito della morale o in quello della giustizia, poiché gli interessi permanenti della società sono elementi indispensabili per la felicità umana. Svilupparli perciò significa, nella prospettiva milliana, aumentare la felicità generale. Sono un esempio di queste affermazioni le considerazioni sulla promozione dell’individualità, che secondo Mill deve emergere e farsi valere liberamente nella sfera che non si riferisce direttamente agli altri e che costituisce l’elemento principale del progresso individuale e sociale. Di conseguenza è sempre benvoluta qualsiasi azione che non solo non pregiudichi tale interesse permanente (il progresso di ognuno e di tutta la società), ma che lo promuova. Resta da domandarsi se, nonostante tutto ciò, la società è legittimata ad intervenire contro le omissioni dell’individuo in questo campo, cioè, di fronte all’omissione di qualche bene che un soggetto potrebbe produrre. La risposta di Mill è anche qui negativa,

tenendo conto di ciò che dice sull’intervento nelle azioni che non causano danno agli altri: «non si può costringere nessuno a fare o a omettere qualcosa perché sarà il meglio per lui, perché lo farà più felice, perché, nell’opinione altrui, ciò sarebbe conveniente o magari giusto: questi sono buoni motivi per discutere, per protestare, per persuaderlo o supplicarlo, non però per obbligarlo o per castigarlo in qualche maniera nel caso in cui si comporti in altro modo». Il criterio milliano è chiaro: la società può intervenire soltanto per autoproteggersi. In questo senso, Mill è contrario all’intromissione nel comportamento libero delle persone per esigere un maggiore bene, sia per essa stessa sia per altri, poiché davanti alla libertà dell’individuo si può intervenire soltanto per evitare un danno agli altri. Quindi se un determinato tipo di attuazione contribuisce meglio alla massimizzazione della felicità generale, ciò che resterebbe da fare sarebbe ottenere che gli individui vogliano attuare in questa maniera. L’autore aggiunge tuttavia che la società è legittimata a promuovere i comportamenti che più contribuiscono al bene del tutto sociale, giacché gli strumenti disponibili, le leggi vigenti e l’educazione, vigono nel pieno rispetto della libertà

dell’individuo. Mill giustifica quest’atteggiamento indicando che, se esiste un’opinione, consuetudine o legge che interferisce in qualche maniera in certe azioni, è perché tali condotte appartengono già alla sfera pubblica: una volta dimostrata l’esistenza di un danno o di un rischio di danno, il comportamento può essere sottomesso alla condanna dell’opinione o delle consuetudini (ambito della moralità) oppure alla regolazione legale, se la società lo considera necessario per proteggersi. Allora l’influenza indiretta che l’opinione e le leggi hanno inevitabilmente sulle decisioni dell’individuo negli ambiti che riguardano lui solo — e appena in modo indiretto la società — sarebbero giustificate dal principio di autoprotezione della società e dal criterio di danno effettivo agli altri.

Rispetto a quest’ultimo aspetto, bisogna ricordare però che, trattandosi di azioni che riguardano gli altri, Mill non considera sufficienti le motivazioni soggettive di questi “altri” e, al contrario, reputa che sia necessaria la presenza di un danno reale, la cui effettività, per di più, dev’essere dimostrata da chi si sente ferito. Potrebbe sembrare che quest’ultima condizione abbia importanza soltanto

quando sia in gioco una decisione sull’intervento legale in un determinato tipo di azione. È invece rilevante in qualsiasi situazione di conflitto, giacché pure la mera riprovazione morale influisce sulla libertà degli individui: come spesso riconosce Mill, esiste una potenziale tirannia della società, costituita dall’imposizione di idee e consuetudini attraverso le pressioni psicologiche, discriminatorie, di recriminazione, ecc. Ebbene, quando il danno è chiaro e facilmente riconoscibile, non ci sono problemi per raggiungere un consenso sulla necessità di legiferare sul tipo di azioni

che lo producono. Anche la morale della prima persona concepisce il senso della legge in conformità a questa prospettiva di danno reale al bene comune. La maggior quantità di felicità è per l’autore il criterio estremo per riconoscere l’effettività di un danno. Il tipo di calcolo che si dovrà fare, in coerenza con questa premessa, è di natura matematica: la migliore azione tra due o più azioni possibili è quella che massimizza di più la felicità generale. Sarà la maggior utilità a definire gli interessi permanenti, e non il contrario.

Fin dalla prime righe dell'introduzione del Saggio sulla libertà, John Stuart Mill afferma che l'oggetto della trattazione non è la libertà del volere, ma la libertà civile, cioè la libertà di poter fare, di poter credere e non credere, e poter esprimere la propria opinione.

Ciò, non solo comporta per Mill uno sviluppo della libertà, ma diviene fattore di dinamica sociale, di crescita civile e di sviluppo delle intelligenze individuali. La vera ricchezza di un popolo è la sua intelligenza ed il suo senso critico, la sua "varietà di caratteri". La parola pluralismo non era di moda ai tempi di Mill e quindi non ricorre nel testo; tuttavia potremmo dire che Stuart Mill fu il teorico del pluralismo, cioè dell'idea che opinioni diverse e anche contrastanti, purchè espresse in forma corretta e civile (ma anche a costo di qualche irriverenza e di grandi polemiche), siano un elemento positivo, uno stimolo e non una confusione od una complicazione. L'unanimità non è auspicabile e così è utile che vi siano differenze d'opinione e differenti esperimenti di vita. Il libero sviluppo dell'individualità è uno degli elementi fondamentali del bene comune anche se il valore intrinseco della individualità è male riconosciuto.

Mill fu quindi il primo critico lucido e consapevole del modello totalitario e, col senno di poi, potremmo dire che egli comprese la differenza tra una semplice dittatura che vieta la democrazia e nega i diritti civili, ma non ordina quale tipo di mutande uno deve indossare, ed una oppressione ideologica che, al contrario, pretende di controllare la vita di tutti prescrivendo ogni comportamento, ogni gusto, ogni pensiero e così via.

Ancora col senno di poi, potremmo osservare che una tirannia totalitaria non ha bisogno di una forma di governo dittatoriale per realizzarsi: la democrazia, anche se non le è del tutto congeniale, non le è nemmeno del tutto sfavorevole, ed il possesso dei media, il monopolio della cultura, il sistema di istruzione e altro ancora, possono concorrere in misura ancora più efficace che una brutale dittatura a costruire conformismo e mancanza di senso critico.

Quella che Mill presenta in poche pagine è una teoria dei diritti dell'individuo, culminante in una serie di rivendicazioni del tutto ragionevoli. Certamente è incompatibile con qualsiasi forma di società totalitaria; ma risulta anche incompatibile con qualsiasi società talmente libera da potersi riclassificare come selvaggia, ovvero una società nella quale a dominare sono nuovamente i più forti od i più astuti. Il presupposto indispensabile, la condizione necessaria allo sviluppo della libertà, anche secondo Mill, è l'esistenza di una società civile avanzata, regolata da uno stato, minimo, di diritto. E questo, inevitabilmente, riporta alla qualità dei cittadini, non solo individui portatori di diritti, ma anche di doveri civici. La qualità di uno stato è, a lungo andare, determinata dalla qualità dei suoi cittadini.

Lungi dall'essere una semplice apologia della libertà di opinione e di espressione, la teoria milliana mostra fino a che punto la libertà sia necessaria quanto l'aria che

respiriamo e l'acqua che beviamo, ma anche, quanto spesso, ci occorra che la libertà degli altri sia limitata, onde impedire che, prendendosi troppe libertà, interferiscano pesantemente nella nostra vita.

Michela Del Zoppo

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