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jacques scheid roma e il suo impero

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ROMA E IL SUO IMPERO François Jacques- John Scheid

Roma riuscì a suscitare nei suoi sudditi non solo collaborazione, ma anche un’interessata adesione al sistema. Inoltre avere la cittadinanza romana non implicava il rinnegare la propria cultura.

CAPITOLO 1 DAL PRINCEPS ALL’IMPERATORE

Così come restaurata da Silla, l’oligarchia senatoria non era riuscita né a risolvere i grandi problemi politici, sociali ed economici, né a resistere a chi ambiva a un nuovo genere di potere.

Nell’89 a.C. agli Italici era stata concessa la cittadinanza con la Legge Plauzia Papiria, e la conseguenza fu un illusorio funzionamento tradizionale della vita politica.

Vi erano problemi nel far partecipare ai comizi un numero così elevato di cittadini, e nel far partecipare le elite italiche alle cariche poiché l’aristocrazia romana le considerava ancora suddite. Inoltre la maggioranza del corpo civico non conosceva il funzionamento delle istituzioni, né i problemi economici della plebe.

Vi erano lacerazioni interne, competizione per il potere supremo e per il governo delle provincie. Per ottenere il consolato, i grandi comandanti si affidavano alle vaste clientele.

Le rivalità portarono a una rottura all’interno dell’elite, e a tentativi di impossessarsi del potere con la forza oppure appoggiandosi al tribunato della plebe, restaurato dopo la parentesi sillana. Vi fu la ricerca di altre vie di governo dopo i fallimenti di quelle tradizionali. Nel 49 a.C. Giulio Cesare dichiarò che se il senato non voleva occuparsi del gel governo con lui, avrebbe fatto da solo. Avrebbe infatti fatto a meno dell’appoggio del senato, appoggiandosi alle clientele.

Dopo le Idi di Marzo, l’elite senatoria venne a patti con Marcantonio, Lepido ed Ottaviano. A Filippi vennero sconfitti i cesaricidi. Marcantonio desiderava essere il successore di Cesare, che però nel testamento aveva designato Ottaviano come suo erede.

Marcantonio attuò una politica di grandezza che però non affrontava i problemi interni: tentò di conquistare l’impero partico e si dedicò a ricostituire la configurazione delle province e dei regni alleati in Asia Minore.

Ottaviano aveva invece il compito di distribuire le terre ai veterani; ciò ebbe effetti devastanti sulle città italiche degradate. Tra il 43 e il 38 a.C. vi furono guerre sociali e rivolte della plebe umana. Ottaviano era in questo contesto sostenuto

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dalle truppe cesariane e dalle elite italiche; un plebiscito gli aveva affidato il compito di restaurare la Res Publica.

1. CREAZIONE DEL PRINCIPATO DA PARTE DI AUGUSTO

Gli storici hanno assunto tre diversi punti di vista sull’effettiva situazione:

1 Momsen prende in considerazione la nascita e la natura del principato dal punto di vista del Diritto Pubblico, definendo il quadro giuridico della posizione e dei poteri del Princeps. • Momsen definisce il principato come la realizzazione della volontà

popolare rivoluzionaria; • il princeps era un magistrato straordinario che traeva legittimità dalla

sovranità popolare. • Dal punto di vista formale vi era una diarchia tra Princeps e senato; • l’imperatore diventava progressivamente la fonte sovra legale del diritto. • Momsen però descrive la situazione formale e non quella effettiva: in realtà

si aveva un’autocrazia moderata dalla rivoluzione, legalmente permanente.

2 Un’altra teoria ritiene il principato un’istituzione che fu necessaria per uscire salla crisi. • I poteri di Augusto derivavano da incarichi di cura e tutela della res publica. • Dal punto di vista storico-ideologico l’Impero era una dittatura militare . • Vi era una monarchia effettiva in quadro istituzionale repubblicano.

3 Una terza teoria si sforza di tracciare i contorni istituzionali della Res publica restaurata da Augusto. • Rifiuta la soluzione di continuità tra Res publica e Principato. • Alla fine della Res publica l’ordine costituzionale è garantito da regole di

diritto pubblico in un più complesso sistema di costumi (mos majorum) • I privilegi concessi al Princeps erano l’estrazione a sorte dei proconsoli,

l’amministrazione diretta di alcune province, un impero maggiore di quello dei consoli.

Tra il 44 e il 28 a.C. l’età triumvirale fu segnata da adozione di eccezionali poteri e privilegi. Le elezioni erano controllate dai triunviri, le decisioni erano strappate al senato con le minacce. I poteri legali, ossia votati dal popolo, conferiti ai triumviri contengono la figura istituzionale del Principe.

Nel 44 i repubblicani, dopo la rottura definitiva con Marcantonio misero Ottaviano contro Marcantonio. Il 1 gennaio del 43 Ottaviano ottiene impero di propretore, insegne consolari, diritto di sedere in senato tra i questori, votare con i consolari, ed la possibilità di aspirare al consolato 10 anni prima dell’età legale. Il 7 gennaio del 43 prende i fasci e gli auspici.

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Dopo la battaglia di Modena, nella quale morirono entrambi i consoli in carica, Ottaviano si avvicina ad Antonio. Il suo primo atto di governo fu votare la Lex Curiata, che confermava la sua adozione da parte di Giulio Cesare. Nell’Ottobre del 43 Ottaviano, Antonio e Lepido si divisero il potere come triunviri incaricati di restaurare la Res Publica.

I triunviri si divisero l’amministrazione delle province nel modo seguente:

43 a.C. 42 a.C. 40 a.C. Ottaviano Sicilia, Sardegna, Sicilia, Sardegna, Spagna Province Africa Latine Antonio Gallia cisalpina Gallia Transalpina Province Gallia transalpina e province di lingua greca orientali

Lepido Gallia Narbonese Gallia Narbonese Africa le due prov. Di Spagna Africa

Ottaviano nel 40 riceve ovazione e titolo di Imperator e il prenomen Imperator Caesar Divi Filius.

Nel 39 vi fu una carestia causata dal blocco navale che Pompeo aveva imposto, e fu dunque necessaria la Pace di Miseno con Pompeo stesso che tolse il blocco e ricevette in cambio la Sicilia, la Sardegna e la Corsica. Vi fu un’amnistia per gli esiliati e i proscritti rifugiati presso Sesto Pompeo a eccezione dei cesaricidi.

• Il 31 dicembre del 38, teoricamente finiva il Triumvirato, ma all’esterno del pomerium i triunviri conservavano i loro poteri.

• Nel 37, in un incontro a Taranto, i Triunviri fecero prorogare i loro poteri per altri 5 anni. Ottaviano volle che ciò fosse approvato dal popolo.

• Da settembre Augusto portò il titolo di triumviro Iterum (per la seconda volta). • Nel 36 Ottaviano si accattiva la fiducia delle truppe di Lepido, ed invia

quest’ultimo in esilio. • Nel 36 Ottaviano, trionfalmente accolto a Roma, proclama la fine delle guerre

civili e lo sgravo dalle imposte più pesanti. Ricevette ovazioni, arco di trionfo, diritto di portare sempre la corona di alloro.

Ottaviano propose di deporre il suo potere triunvirale ma i plebisciti gli conferirono la Sacrosantitas dei tribuni della plebe e il diritto di sedere al banco dei tribuni.

Ottaviano aveva il favore della plebe, dei veterani, dei centurioni a cui prometteva promozione sociale e delle elite a cui prometteva cariche pubbliche.

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Il 31 dicembre del 33 doveva finire il secondo triunvirato; dopo data gli storici discordano se Augusto fosse rimasto triunviro o privato con imperium.

Comunque Ottaviano aveva l’imperium quando il gennaio del 32 convocò il senato, quando i consoli, antoniani, lo avevano esortato a deporre il triunvirato. Ottaviano aveva risposto che lo avrebbe fatto se Antonio fosse venuto a Roma a fare altrettanto. Trecento senatori della fazione di Antonio fuggirono. Dopo l’apertura del testamento di Antonio tutti passarono dalla parte di Ottaviano: si avevano così le prime manifestazioni di consenso unanime e universale. Fu deciso di far decadere Antonio dal prossimo consolato del 31 e di dichiarare guerra a Cleopatra. Ottaviano per smascherare la sua detenzione dei poteri di fatto e per garantirsi la fedeltà delle sue province estese la pratica tradizionale del giuramento di fedeltà al comandante, e tutte le truppe, l’italia e le province giurarono fedeltà a Ottaviano.

• Il 2 settembre del 31 vi fu la vittoria di Azio, il 1 agosto del 30 la vittoria di Alessandria.

• Il senato conferisce a Ottaviano la corona ossidionale. • Nel 30 il senato gli accorda il potere di nominare i patrizi. • Il primo gennaio del 29 i magistrati ed il senato giurarono di osservare tutte

le disposizioni di Ottaviano, e a quest’ultimo fu conferito il diritto di nominare chi volesse per i sacerdozi pubblici. L’11 gennaio 29 vi era la Pax in tutto l’Impero.

Dal 29 Ottaviano cominciò il processo di restituzione dei poteri. Alla fine dell’anno emana un editto in cui annulla tutti i provvedimenti illegali presi durante il triunvirato. Restituì la Res Publica al senato e al popolo. Rimase console con imperium civile e militare.

Il 13 gennaio 27 Ottaviano propose al Senato la sua restituzione di ogni potere straordinario, ma in quest’occasione il senato gli conferì la corono civica per aver salvato i cittadini romani. Tale corona era fatta di foglie di quercia e fu affissa alla porta della sua dimora.

Il 16 gennaio del 26, senato e principe elaborarono un senato consulto approvato poi da una legge che definiva i termini di una divisione dei poteri e delle provincie. Vi è quindi la nascita del governo imperiale.

• Il senato amministrava direttamente le province attraverso proconsoli di rango consolare o pretorio, estratti a sorte come da tradizione.

• Il princeps è governatore per 10 anni di Spagna, Gallia, Siria. • Le elezioni avevano di nuovo luogo, i fasci consolari si alternavano.

Nel 27 Ottaviano ebbe il titolo di Augusto, legato all’Auctoritas (dotato della massima forza sacra).

Il 16 gennaio 27 gli fu donato uno scudo d’oro con sopra incise le sue 4 virtù cardinali: Virtus, coraggio nel combattimento, energia nella vita pubblica;

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Clementia, verso i vinti e i nemici; Iustizia, verso coloro che avevano turbato l’ordine pubblico; Pietas, verso lo stato e gli dei.

Nel 27 ebbe il diritto di raccomandare i candidati per le elezioni. Nel 23 Augusto decide di rinunciare al consolato che aveva rinnovato dal 29 e senato e popolo gli accordarono la potestà tribunizia a vita e il potere di convocare il senato e di fare una proposta a ogni seduta. Inoltre, aveva un potere maius, ossia superiore a quello dei governatori provinciali e non si estingueva superato il pomerium.

• Nel 22 a.C. aveva rifiutato la dittatura offertagli e accetta la cura dell’annona per sorvegliare ed organizzare l’approvvigionamento di Roma. Rifiutò la censura e fece eleggere due censori.

• Nel 19 a.C accetta l’incarico di restaurare i costumi sociali e politici. • Nel 18 con la potestà di censore ridusse il senato da 900° 600 senatori, poi

abbandonò il potere censorio. Nel 12 a.C., alla morte di Lepido, ebbe il pontificato massimo.

• Nel 2 a.C. fu pater patriae con il consenso di tutto il popolo. • Nell’8 a.C. furono invece conferiti a Tiberio un imperio proconsolare per 5

anni, e nel 6 a.C la potestà tribunizia per 5 anni. L’imperium non fu rinnovato: Augusto per la sua successione pensava ai nipoti Caio e Lucio, ma questi morirono rispettivamente nel 4 e nel 2 d.C.

• Nel 4 d.C Augusto adotta allora Tiberio e gli ridà l’imperio proconsolare e una potestà tribunizia pari alla propria.

Augusto muore il 19 Agosto del 14 d.C.

2. L’INVESTITURA DEL PRINCEPS DOPO AUGUSTO

Augusto si premurò di curare la propria successione per mantenere il sistema creato. Il successore era legata alla famiglia del principe, ed era legalmente designato come collega. Secondo Momsen il potere imperiale era fondato su impero proconsolare e tribunizia potestas, e richiedeva due atti di fondazione: 1 Ottenere l’imperium tramite acclamazione delle truppe e del senato, ma non

necessariamente confermato dai comizi; 2 La potestà tribunizia data dal popolo come da tradizione.

Kromaier riteneva come Mopmsen che il titolo di Imperator esprimesse idoneità ad esercitare l’imperium che non pomerium, ma riteneva fosse conferito dai comizi. La potestà tribunizia era, secondo lui, accordata da un’altra legge comiziale.

Quindi:

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1 I soldati acclamavano il futuro principe, già associato al potere dal suo predecessore.

2 Il senato approvava ciò dando il titolo di imperator. 3 Il senato deliberava e proponeva di convocare i comizi per accordare potestà

tribunizia e imperium proconsolare. 4 Infine il senato delibera di farlo eleggere console, membro di trutti i collegi

sacerdotali e pontefice massimo. 5 Eventualmente il senato accorda titoli onorifici come pater patriae.

Aspetti privati dell’investitura

• La trasmissione del potere era preparata preventivamente sin da Giulio Cesare; vigeva il principio dell’adozione.

• Caligola non era stato adottato da Tiberio ma beneficiava di una legittimità domestica di discendenza diretta;

• Claudio che non vantava discendenza diretta si premurò di aggiungere al suo nome il nome “Cesare”

• Dal 68 d.C. tutti aggiunsero i soprannome di “Cesare” e “Augusto” • Tradizionalmente alla morte del pater familia, l’erede diventava beneficiario

dei rapporti di clientela della casata; nel caso dell’imperatore i clienti erano l’esercito e i cittadini.

• Da Nerone, il patrimonio veniva conferito insieme ai poteri quali bene pubblico;

• i successori ereditavano inoltre autorità, data dall’ascendenza nobile, e virtù, data dalle imprese di famiglia. I prìncipi non lasciavano in eredità i poteri imperiali, che solo senato e popolo potevano conferire, ma tuttavia lasciavano l’insieme dei mezzi e virtù che abilitavano a reclamare l’investitura.

1.3 POTERI DEL PRINCIPE

Il potere era basato sulla posizione sociale e sulle cliente; Augusto si impadronì delle clientele: 1 dei suoi cittadini 2 dei suoi soldati 3 delle città legate alla famiglia Giulia 4 delle altre famiglie senatoriali 5 delle città peregrine

Il patrimonio del principe assunse presto l’aspetto di un bene quasi pubblico, poiché il principe lo usava per

• donazioni • approvvigionamento di Roma • edifici pubblici

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• organizzazione giochi

L’unico mezzo per mettere fine al potere di un principe incapace o odiato era: • coinvolgere corpi dell’esercito • appropriarsi di proventi pubblici pari a quelli del principe • appropriarsi della sua clientela diretta.

L’imperatore aveva l’imperium proconsolare che: • implicava il comando dell’esercito; • era vitalizio o rinnovabile; • era illimitato e svicolato dalle regole coercitive del pomerium; • si estendeva a tutte le province; • dava il potere di emanare regolamenti speciali.

Aveva inoltre la potestà tribunizia che: • era vitalizia, rinnovata ogni anno il 10 dicembre • dava privilegi onorifici e sacrosantitas • dava potere di intercessio contro senato consulti o decisioni dei magistrati • dava il potere di convocare il senato e il popolo per proporre leggi • era maggiore di quella degli altri tribuni.

Inoltre l’imperatore si occupava di: • arruolamento delle truppe • pagamento del soldo ai soldati • attribuzione di decorazioni e congedi • coniava monete • prendere gli auspici

Di fatto delegava la giurisdizione civile e penale a governatori in provincia o a Roma a un prefetto al pretorio o prefetto dell’urbe.

L’imperatore aveva inoltre privilegi particolari: • a Vespasiano furono attribuiti tutti i privilegi avuti dai predecessori • aveva il diritto di estendere il pomerium • poteva raccomandare i candidati alle magistrature • aveva il diritto di emettere costituzioni • godeva di tutte le esenzioni legali dei suoi predecessori • aveva la facoltà di concludere trattati di guerra e di pace.

4. LA RAPPRESENTAZIONE DEL POTERE IMPERIALE

La figura del Principe era tra un magistrato e un semidio. • Da Augusto i principi avevano il diritto di portare il costume trionfale nella

vita pubblica. • Nel 36 aC Augusto era autorizzato a portare la corona d’alloro sempre e

ovunque. • Nel 26 era autorizzato a portare la corona d’oro alle feste pubbliche.

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• Portava ogni giorno la toga pretexta, bordata di porpora, dei sacerdoti e dei magistrati.

• Nel 19 acquisì il diritto di essere preceduto da 12 liittori. • Sul piano ideologico Augusto era il pater patriae dei romani. • Gli imperatori furono tutti pater patriae tranne Tiberio.

Il principe diventava, per volontà del popolo e del senato, pari al popolo nell’esercizio dei poteri.

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CAPITOLO 2 IL PRINCIPE E LA RES PUBLICA

Il principato non inventò nuove istituzioni: • Durante il triumvirato le istituzioni continuarono bene o male a funzionare • Le elezioni continuarono a essere organizzate • I magistrati esercitavano i loro incarichi tradizionali • Il popolo votava regolarmente le leggi • Il senato si pronunciava sugli affari di sua competenza Con augusto il senato mantenne autorità sui domini di sua competenza, sulle finanze pubbliche, sull’amministrazione delle province pacificate.

I poteri dei magistrati e del senato erano subordinati a un intervento effettivo o virtuale del principe, che poteva impugnare le loro decisioni in virtù della potestà tribunizia.

1. LE ISTITUZIONI TRADIZIONALI DEL POPOLO ROMANO

I comizi Nonostante i privilegi e le intromissioni dei triumviri, i comizi si mantennero attivi per tutto il tempo del triumvirato, e votarono 40 leggi tra il 44 e il 32. I comizi centuriati eleggevano i magistrati dotati di imperium. La procedura elettorale era la seguente: 1 Estrazione a sorte nella prima classe la centuria prerogativa 2 Turno di voto di tutta la prima classe, senatori compresi 3 Volto delle 18 centurie equestri 4 Voto delle altre classi, in ordine.

Le operazioni di voto venivano sospese al raggiungimento di una maggioranza di 97 centurie su 193.

Si sceglievano tra senatori ed cavalieri facenti parte della prima decuria giudiziaria i membri delle nuove centurie designatrici e non elettive. I candidati che ottenevano 10 o 20 suffragi erano vincitori, ed erano quindi poi quelli indicati dal popolo per essere eletti. Dal 7 a.C Augusto si sostituì all’assemblea designatrice per proporre i candidati.

I comizi tributi, invece, dovevano eleggere i grandi sacerdoti. Ciò spettava a 17 tribù su 35. estratte a sorte prima del voto. Da Tiberio in poi la scelta dei sacerdoti si fece in senato, e i comizi si limitavano ad approvare la scelta dei senatori. I magistrati Le magistrature funzionarono fino alla fine del III secolo. Si dividevano in due gruppi, a seconda che dipendessero dal popolo o dall’imperatore.

• Se dipendevano dal popolo erano eletti o scelti in senato. • Se erano al servizio del principe erano nominati da lui direttamente.

Il cursus era aperto ai senatori, ai loro figli e ai cavalieri. Nessun potere poteva essere superiore a quello del principe.

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Il vigintirato Per accedere alla questura occorreva aver ricoperto il vigentisexvirato. Il vigentinvirato comprendeva 20 cariche riguardanti varie mansioni (dalla manutenzione delle strade al risolvere le controversie) Il loro compito principale era mantenere l’ordine e sorvegliare gli incendi, ma sotto augusto questi compiti andarono ai vigili, e i vigentinviri assistevano i consoli e i pretori nelle funzioni giudiziarie, e sovraintendevano alle esecuzioni capitali.

La questura I questori raddoppiarono sotto Giulio Cesare e furono ridotti a 20 sotto Augusto. Entravano in carica il 5 dicembre. • Avevano varie responsabilità, tra cui quella della pavimentazione delle strade

di Roma, cosa che imponeva loro un pesante contributo economico. • Claudio sostituì questo incarico con l’organizzazione dei giochi dei gladiatori. • Severo Alessandro alleggerì il loro incarico poiché, esclusi i candidati del

principe, venne dato loro un indennità dal tesoro pubblico. • Dal 28 a.C. i questori urbani persero il loro compito tradizionale di

amministratori del tesoro pubblico, e lo ripresero tra il 44 e il 56 d.C., quando due questori in carica per tre anni, scelti tra i questori annuali, ebbero questo compito.

• Dal 56 tale compito passò definitivamente ai prefetti al pretorio- i questori in provincie senatorie gestivano i fondi pubblici.

L’edilità Dopo due anni gli ex questori, se non erano patrizi, potevano presentarsi all’edilità o al tribunato della plebe. Vi erano 6 edili, 3 curili e 3 plebei, incaricati fino all’11 a.C. della gestione degli archivi del popolo. Avevano responsabilità religiose nella celebrazione dei giochi fino al 22 a.C, quando ciò passò ai pretori. Dopo la fine della repubblica persero il potere d’inchiesta penale. Durante il principato avevano la funzione di:

• sorvegliare la vita pubblica e il commercio pubblico • organizzare i processi civili relativi al commercio nei mercati • sorvegliare luoghi pubblici

Il tribunato della plebe Vi erano 10 tribuni della plebe, e persero la maggior parte dei loro poteri con l’avvento del principato.

• Avevano potere d’intercessione e di veto • Avevano il potere d’intralciare o bloccare l’azione dei magistrati • Avevano il potere di assumere iniziativa politica Con l’inizio del principato scomparve la legislazione tribunizia, ed i tribuni ebbero nuove funzioni di:

• Sorveglianza delle sepolture • Responsabilità, (per un breve periodo),delle feste in onore di Augusto.

La pretura

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L’età minima per accedervi era 30 anni. Solo 18 dei 20 viginti o questori potevano essere eletti pretori. Nei primi decenni del principato il numero varia:

5 da 8 a 16 sotto Augusto 6 15 sotto Tiberio e Caligola 7 14-18 sotto Claudio 8 17 sotto Tito e Nerva 9 Infine definitivamente 18.

I pretori avevano l’imperio e competenze giuridiche per i processi tra privati ma non per processi tra il popolo e un singolo cittadino. • Vi erano due pretori areari che custodivano il tesoro pubblico. • Le diverse competenze erano estratte a sorte, ed era privilegiato chi era sposato

con più figli. • Avevano il compito di compilare le liste dei giurati che avrebbero giudicato

durante la loro magistratura. Tali nomi erano estratti a sorte da una lista generale predisposta dal principe.

• I pretori avevano il diritto di esercitare lo stesso potere esecutivo o religioso dei consoli in loro assenza.

Gli ex pretori Erano idonei ad esercitare l’Imperio, e rivestivano altre cariche prima del consolato. Vi doveva essere infatti un intermezzo di 10 anni tra pretorato e consolato. • Avevano compiti amministrativi e di comando. • Accompagnavano come ausiliari i proconsoli in provincia. • Assistevano il proconsole nei compiti giudiziari. • Prima di Claudio avevano la responsabilità della distribuzione del grano. • Assistevano un legato di Augusto nella giurisdizione delle province imperiali. • I tre prefetti del tesoro militare non accedevano direttamente al consolato, i due

del tesoro di saturno invece si. Il consolato Entravano in carica il primo di Gennaio. Dopo Augusto vi fu il consolato suffetto, poiché Augusto deteneva quello ordinario. • Dalla seconda metà del principato di Augusto i consolati divennero semestrali. • I loro numero variò sino a sotto i Severi, quando si stabilizzò a 12. • Risiedevano a Roma, unico luogo in cui potevano esercitare la propria

funzione. • Mantennero il potere di intercessione contro i pretori nei processi civili o

contro le pene decise dal tribunale della plebe. • Avevano poteri giudiziari a Roma. • Disponevano del tesoro pubblico. • Avevano cariche religiose • Controllavano l’ordine pubblico a Roma

I consolari Il consolato abilitava i senatori ad esercitare l’Imperium. I consolari si occupavano della cura degli edifici sacri e delle distribuzioni di grano.

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Dopo aver rivestito una carica, potevano essere collocati a capo di una provincia imperiale come legati di Augusto.

Il personale amministrativo dei magistrati Un proconsole poteva contare su legati e su alcuni scribi pagati con il tesoro pubblico. Generalmente si faceva aiutare da liberti o amici. Vi erano Apparitori, stipendiati dal tesoro pubblico riuniti in un collegio di scribi. La parte materiale della scrittura era affidata a schiavi pubblici. I littori erano liberti che dovevano procedere agli arresti e alle esecuzione decise dai magistrati.

Il senato Era composto da tutti gli ex magistrati. Contro l’assenteismo Augusto nell’11 aC abrogò una norma che richiedeva la necessaria presenza di soli 400 senatori e nel 9 a.C fa votare la Lex Julia de Senato Habendo, che codifica le consuetudini. Previde inoltre multe per l’assenteismo. • Le vacanze erano a settembre e ottobre e ad aprile e maggio, durante le quali

rimaneva solo un gruppo estratto a sorte. • Oltre una certa distanza da Roma, i senatori dovevano essere autorizzati per

potersi allontanare. • Claudio allargò la zona alla Gallia Narbonese e alla Sicilia, Settimio la restrinse

a 200 miglia da Roma. • Il senato poteva riunirsi in ogni spazio inaugurato all’interno di un miglio da

Roma.

La procedura Il senato poteva riunirsi spontaneamente all’occorrenza, ma prendeva decisioni solo se convocato da un magistrato. • La convocazione avveniva per iscritto o per mezzo di un banditore pubblico. • Le sedute cominciavano all’alba e arrivato il magistrato convocante. • Le sedute erano pubbliche • Le sedute cominciavano con un sacrificio di incenso e vino. • Il magistrato presidente illustrava quindi le proposte che giudicava necessarie,

cominciando dalle questioni religiose. • Il presidente consultava i magistrati in ordine di anzianità, e i magistrati in

carica potevano prendere sempre la parola. • Il senatoconsulto era redatto da una commissione di sei senatori e depositato. • Il principe o un tribuno della plebe poteva opporre il veto. • La decisione di diffondere e affiggere il senatoconsulto era espressa volta per

volta; ne circolavano estratti su una specie di giornale.

Competenze del senato Il senato aveva le seguenti competenze:

• approvazione dei candidati proposti dal principe per le magistrature • responsabilità delle finanze non imperiali • designazione dei responsabili del tesoro • consulto per questioni finanziarie (riscossione di tasse) • stabilire il budget generale dello stato

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• decidere onori postumi o divinizzazione dei principi deceduti • durante il principato, intervenire nei casi di lesa maestà e congiura.

La giustizia Se l’accusato confessava subito, i magistrati applicavano la pena, altrimenti organizzavano il processo. • Il giudice di cause civili era un privato (senatore o cavaliere) • Nelle cause penali era un magistrato (un pretore) • Nelle sentenze provinciali vi erano giurati scelti tra i membri di tre decurie di

giudici • I processi riguardanti eredità e proprietà erano iìrinviati ai tribunali dei

centumviri scelti nelle 35 tribù da un magistrato (pretore urbano) durante la repubblica ed estratti a sorte durante il principato.

• Il querelante doveva istruire il processo e raccogliere le testimonianze • Le due parti dovevano essere presenti fisicamente • Se le prove erano insufficienti il processo era aggiornato • Terminate le testimonianze, il magistrato chiedeva ai giurati di pronunciarsi • I giurati esprimevano un voto scritto • La pena di morte era riservata ai tribunali del senato, del prefetto dell’urbe e

del principe.

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2.2 IL PRINCIPE E IL GOVERNO DELLA RES PUBLICA

Progressivamente i principi si circondarono di un’amministrazione a cui delegavano i vari compiti; inoltre non riuscirono più ad assistere personalmente alle riunioni del senato in modo regolare e partecipavano alle decisioni per corrispondenza o attraverso la mediazione dei loro questori.

• Contrariamente ai magistrati in esercizio, il principe poteva prendere parte al voto.

• Il principe nel dominio legislativo poteva esercitare attività unilaterale con editti e costituzioni, sopraffacendo popolo e senato.

• I decreti si basavano sul potere di fare tutto ciò che era necessario per il bene della repubblica (Lex de imperio Vespasiani).

• Editti, decreti e rescritti erano revocabili per decisioni del principe.: se il successore non li rinnovava, decadevano con la morte di chi li ha emanati.

Spesso i principi tenevano sedute come giudici e nominava i giurati per gli interrogatori. A Roma giudicava da solo, o insieme a un suo consiglio personale. Raramente giudicava da solo i casi penali, che erano affidati al senato. Il tribunale imperiale funzionava ovunque il principe si trovasse.

Il principe aveva anche responsabilità censorie e dal 22 d.C effettuò censimenti ogni 5-10 anni. Dal II secolo a.C il censimento era di natura diversa poiché i cittadini non erano più soggetti a tributo e dal 167 a.C. il reclutamento militare era volontario.

Pagavano tasse indirette (1/20 dell’eredità) i cittadini Romani per successioni in linea diretta.

Riguardo alle monete, (16 assi di bronzo=4 sesterzi di bronzo=1 denari d’argento, 25 denari d’argento=1 aureo d’oro), sotto Nerone e sotto Settimio Severo si verificarono svalutazioni. Venne creata una moneta del valore nominale di 2 denari ma che in realtà aveva un valore effettivo di 1.5 denari.

Le province pagavano un tributo, eccetto le città di diritto italico, le libere o le immuni.

Nelle province vi erano funzionari esecutivi, procuratori, assistiti da personale composto da liberti. L’amministrazione imperiale svolgeva 3 mansioni: 1 Rappresentava l’autorità di Roma sul piano giuridico e fiscale 2 Governavano 3 Assicuravano relazioni permanenti tra il principe e i diversi settori dell’impero.

CAPITOLO 3 LE RELIGIONI

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La religione romana era politeista, e fu influenzata sia dalle tradizioni religiose dei popoli abitanti la penisola italica (Etruschi, Sabini, Sanniti, Latini), sia, dopo la conquista della Grecia, dalla religione greca.

Una delle caratteristiche della religione romana fu quella di essere aperta nei confronti delle religioni di altri popoli, di cui spesso assimilò divinità, credenze e riti.

La pax romana prevedeva di rispettare le tradizioni religiose, politiche e sociali dei popoli conquistati e integrarle con la legge e la giurisdizione di Roma. La religione romana aveva una funzione prevalentemente sociale e politica, per mezzo della quale tutti i sudditi erano chiamati a riconoscere ed onorare la potenza divina grazie alla quale l’impero esisteva.

Essa non affondava le sue radici nella coscienza degli uomini, non li aiutava nei momenti difficili, non consolava i loro dolori e non forniva speranze per questa e per l’altra vita, in poche parole era meno attenta alle domande fondamentali dell’uomo.

Durante l’impero la religione ufficiale consisteva sostanzialmente in due culti; quello dell’imperatore e quello delle tre divinità del Campidoglio: Giove, Giunone e Minerva.

Ma c’erano, una serie di altri culti, credenze e dottrine che andavano a soddisfare le profonde esigenze della propria coscienza religiosa. Si seguivano antichi culti locali e alcuni culti importati dall’Oriente, come quello egizio di Iside e Osiride, quello asiatico di Cibele, la grande dea madre, e quello siriano di Mitra, il dio del sole.

Più che di sentimento religioso si deve parlare però di attaccamento ai riti, ossia alle pratiche destinate a invocare la protezione divina. Infatti i romani considerarono sempre il rapporto con il mondo divino essenzialmente come un contratto: il singolo individuo, o un gruppo familiare o sociale, o l’intera comunità prestavano agli dei il culto dovuto ma si aspettavano in cambio, e quasi pretendevano, il soddisfacimento dei loro desideri. La richiesta, per essere valida, doveva essere espressa con un preciso formulario e con riti e sacrifici compiuti secondo un preciso, minuzioso rituale rimasto invariato attraverso i secoli.

Nell’età monarchica era il re a presiedere alla vita religiosa; con la repubblica la funzione fu ereditata dai consoli. Il controllo sulla sfera del sacro era esercitata dal collegio dei pontefici che aveva a capo il pontefice massimo scelto fra i cittadini più eminenti.

Altri collegi sacerdotali comprendevano i flamini, addetti al culto di determinare divinità (Giove, Marte, Quirino ecc.); gli àuguri, incaricati di leggere la volontà degli dei interpretandone i segni (il tuono, il lampo, il volo degli uccelli); i Salii,che celebravano particolari riti in onore di Marte e le sei vergini Vestali che,

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in un tempio posto nel Foro, serbavano perennemente acceso il fuoco di Vesta, simbolo della grande famiglia comprendente l’intero popolo romano.

Fatta eccezione per le Vestali, i sacerdoti (in genere designati per nomina, cooptazione o elezione) non assolvevano il loro incarico come una professione unica ed esclusiva, ma erano cittadini impegnati anche in altre attività, private o pubbliche. Gli stessi magistrati prendevano le funzioni di sacerdoti nei principali atti di culto, così come il paterfamilias officiava, nella sua casa, il culto dei lari e dei penati

Parte integrante del culto ufficiale era l’arte della divinazione grazie alla quale si poteva riconoscere e interpretare il volere degli dei attraverso “segni” apparentemente normali o insignificanti, palesi o nascosti.

IL CULTO IMPERIALE Le popolazioni e le realtà urbane assoggettate al dominio di Roma organizzarono in forme concrete le celebrazioni del primo imperatore. Tali episodi sono da segnalarsi non solo dopo la morte di Augusto, quando soprattutto Tiberio diede un preciso impulso alla celebrazione in forma divina del padre adottivo, ma già in vita di Augusto stesso.

Le prime attestazioni del culto del princeps sono documentate in Asia Minore, specialmente a Pergamo, dove, subito dopo la vittoria di Azio nel 30-29 a.C. viene eletto un sacerdote di Salus e Roma.

In modo simile a quanto si verifica nell’esercizio della religione tradizionale anche il culto imperiale è dotato delle stesse pratiche rituali: il culto imperiale comprende l’esistenza di un clero preposto (cioè funzionari e sacerdoti), le processioni e le feste in onore dell’imperatore, l’esercizio di sacrifici e dediche votive in suo onore, prevede una precisa ritualità che riguarda tutti i partecipanti a tali eventi (vestiario rituale, corone ecc.).

Secondo alcuni studiosi, i Greci erano sinceramente convinti a concedere onori divini all’imperatore, questo non implicava però per loro che l’imperatore fosse un dio, si trattava semplicemente di una forma straordinaria di onori; mentre altri studiosi sostengono che, soprattutto nel caso dell’Oriente di lingua greca, l’imperatore fosse considerato dalle città e dalle leghe come una divinità incarnata.

Secondo invece altri studiosi, ci si è rifiutati di considerare il culto dei sovrani e poi degli imperatori romani come una vera e propria religione. Secondo questa opposta visione il fenomeno del culto riservato ai sovrani e agli imperatori è un fatto essenzialmente politico.

Possiamo considerare il culto imperiale come l’espressione di azioni e gesti rituali riservati alla persona dell’imperatore o di altri membri della famiglia imperiale secondo dinamiche che ricalcano il culto delle divinità.

Aspetto centrale del culto dell’imperatore è il trasporto e l’esposizione delle immagini dell’imperatore in forma di statua o di busto, in bronzo o in altro

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materiale prezioso, oro-argento, avorio, ecc. Influisce sul tipo di rappresentazione adottato per l’imperatore anche il fenomeno dell’assimilazione con figure divine: ad esempio Augusto come Zeus Eleutherios o Apollo, Gaio Cesare come nuovo Ares, o Livia come Artemis Boulaia.

Le differenze tra le diverse aree dell’impero provocano una varietà di risposte: Augusto non si preoccupa tanto di un piano sistematico del dominio sul mondo, quanto piuttosto di una sistematica costruzione della sua immagine di conquistatore del mondo. CAPITOLO 4

L’ESERCITO

1. LA STRUTTURA DELL’ESERCITO 2. L’ORGANIZZAZIONE DELL’ESERCITO

In età imperiale la struttura gerarchica della legione era partendo dall'alto, cosi composta: • Governatore di provincia • Legato d'armata, nel caso siano presenti più legioni nella stessa provincia • Legato imperiale propretore o legato di legione • Un tribuno laticlavio, il cui nome deriva dalla larga fascia di porpora che reca

sulla tunica e che ne indica la provenienza dall'aristocrazia senatoria • Un prefetto del campo • Cinque tribuni angusticlavii, il cui nome deriva dalla stretta fascia di porpora

che ne indica la provenienza dall'ordine equestre • Un tribuno di sei mesi a comando della cavalleria • 59 centurioni, dei quali il più alto in grado, il primo della prima coorte, che

porta il titolo di primipilo

Ad accompagnare le legioni, che non vanno mai sole, sono le truppe ausiliarie. Questi corpi contano quindi sia 500 che 1000 uomini. Si ritiene che il numero di ausiliari in una provincia fosse pressoché simile a quello dei legionari di stanza nella provincia stessa.

All'interno di questi corpi vigeva una gerarchia che vedeva le ali, composte da cavalleria, costituire una élite e comandate da un prefetto, per quanto riguarda le quingenarie, o da un tribuno, per quanto riguarda le miliarie.

Dopo le ali, in ordine d'importanza, figuravano le coorti, truppe di fanti costituite da 6 centurie quando erano quingenarie e da 10 quando erano miliarie.

La guarnigione di Roma, l'esercito delle frontiere e la marina potevano, in caso di necessità, inviare dei distaccamenti che andavano sotto il nome di vessilazioni o numeri collati. Il termine vessilazione viene da vexillum, lo stendardo attorno al quale si riuniva l'unità. Le vessilazioni si dividevano, a seconda del compito svolto, in due grandi gruppi: - Quelle inviate per scopi di guerra - Quelle inviate per lavori

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Nel primo caso l'esercito di una provincia poteva inviare un distaccamento per tenere o conquistare una posizione o per meglio esplorare un territorio, mentre nel secondo i distaccamenti erano utilizzati per costruire, ad esempio, dei forti.

Il capo supremo dell’esercito era ovviamente l'Imperatore, che ra considerato, da Augusto in avanti, il trionfatore di ogni battaglia, anche nel caso non fosse stato presente sul campo. stesso Augusto nelle Res Gestae dice di aver celebrato due ovazioni e tre trionfi e di essere stato acclamato imperator per ventuno volte.

Il sovrano comunque, per quanto riguarda le questioni militari, era assistito da uno stato maggiore, composto dal prefetto del pretorio, che svolgeva il ruolo di ministro della guerra.

Scendendo in gerarchia troviamo i governatori di provincia che sono alla testa di ogni esercito di provincia, qualora ve ne fosse uno. Il loro compito consiste nel garantire l'ordine pubblico, quindi di amministrare la giustizia, vegliare sulla sicurezza del territorio, sula vita religiosa e, con l'aiuto di un questore, riscuotere le imposte.

Subordinato a questa figura troviamo il legato di legione. Nel caso in una data provincia vi sia una sola legione un solo personaggio svolge entrambe le funzioni di governatore e legato. Quest'ultimo rimane dunque in carica per due o tre anni e vigila sul buon andamento delle unità che sono ai suoi ordini, compresi gli ausiliari.

Al legato segue il tribuno laticlavio, appartenente all'ordine senatoriale, come si evince dalla larga fascia di porpora che orna la sua toga, e di giovane età, vent'anni circa. Ha ruolo di consigliere ed è dotato di poteri giudiziari e militari: cura che si facciano le esercitazioni e nel caso della sua mancanza sostituisce il legato, svolgendo dunque il compito che sarà di sua responsabilità più in la con la carriera.

Poi troviamo il prefetto del campo. Responsabile della manutenzione delle opere di difesa, ha anche il compito di organizzare gli assedi e di comandare l'artiglieria in battaglia. Per accedere a questa posizione si doveva aver svolto tre tribunati a Roma ed essere stato primipilo.

Vi sono poi i cinque tribuni angusticlavi, appartenenti all'ordine equestre come dimostra la stretta fascia di porpora che orna la loro toga. Nel combattimento ognuno di loro guida due coorti per un totale di circa mille uomini che sono sotto la loro responsabilità, partecipano come consiglieri alle riunioni dello stato maggiore della legione, presiedono alle esercitazioni, si occupano della sicurezza del campo, dell'approvvigionamento, ed infine amministrano la giustizia.

Vi sono inoltre i centurioni della fanteria, che all'interno delle legioni comandano anche la cavalleria. Costoro presentano una caratteristica che manca al corpo degli ufficiali: sono militari di carriera.

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Sappiamo che la legione era suddivisa in dieci coorti di sei centurie ciascuna. A capo di ogni centuria abbiamo un centurione. Fa eccezione, come detto in precedenza, la prima coorte, che conta solo cinque centurie ma con numero di effettivi doppio ed i cui centurioni sono più importanti rispetto agli altri della legione.

La legione non è una massa indifferenziata e confusa di uomini, anzi, al suo interno abbiamo una grande varietà di titoli e funzioni : distinguiamo tra fanteria, cavalleria ed artiglieria.

I fanti sono ovviamente la maggioranza e si distinguono in antesignani, che combattono davanti gli stendardi (signa) e postsignani, che combattono dietro di essi.

3. IL RECLUTAMENTO

Per quanto riguarda i legionari bisogna distinguere due aree di reclutamento, l'occidente e l'oriente. Nel primo caso prevalgono gli italici, fatta eccezione per chi preferisce entrare nelle coorti urbane e pretoriane, come gli abitanti di Lazio, Etruria, Umbria e delle colonie più antiche, attirati dai migliori salari e dalla vita cittadina.

Col passare del tempo per i primipili ed i centurioni, il numero di italici tende a scemare, fino a ridursi allo zero sotto Vespasiano, senza che vi sia nessuna iniziativa politica in merito.

Aumentano per contro gli “stranieri” provenienti in larga parte dalle provincie più romanizzate, ricche e meglio pacificate dell'Impero: Gallia Narbonese, Macedonia, Africa.

Per quanto riguarda la parte orientale dell'Impero già da Augusto viene praticato il reclutamento locale. Troviamo delle liste di uomini che indicano come propria patria il campo.

A partire dal II secolo di passa da un reclutamento regionale ad uno locale, passando per uno stato intermedio che vede soldati reclutati da città sempre più vicine alla fortezza per quanto riguarda le regioni di origine abbiamo quindi un chiaro primato dell'Italia durante il primo secolo che va poi scemando ance a causa di un rallentamento demografico.

Nei corpi ausiliari invece la tendenza è esattamente opposta a quella delle legioni. Se queste andavano man mano allargando il bacino di reclutamento scegliendo via via giovani di estrazione sempre più umile, nelle truppe ausiliarie si assistette al fenomeno inverso: si attingeva sempre più tra cittadini romani.

La maggioranza dei corpi ausiliari sono stati forniti dall'Europa, dalla quale provenivano anche le truppe di cavalleria, più precisamente dalla Terraconense e dalla Lugdunense.

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Anche per le truppe ausiliarie vale il discorso fatto in precedenza per legioni riguardante il reclutamento locale, ma con alcune eccezioni: innanzitutto in questi corpi sono presenti i numeri, truppe barbare che proprio per le loro caratteristiche dovevano conservare forti legami con la loro patria di origine, e poi erano presenti corpi specializzati, come ad esempio gli arcieri, che erano reclutati prevalentemente in Oriente, oppure i cavalieri, provenienti in larga parte dalle regioni della Gallia.

Altre volte accadeva che alcuni barbari di cui i romani si fidavano poco venissero mandati volontariamente lontano da casa; è il caso questo dei Britanni che raramente potevano rimanere nella loro isola.

Se i soldati reclutati per gli eserciti di frontiera non possedevano lo statuto di romani fin dalla nascita, lo ottenevano o entrando nell'esercito o uscendo. In questo senso il servizio militare funzionava come una macchina per la diffusione della cittadinanza romana.

Per quanto riguarda il reclutamento dei corpi della Guarnigione di Roma abbiamo delle differenze a seconda dei casi. Le guardie pretoriane, come sappiamo, erano il fior fiore dell'esercito romano e questo si vede anche dalle politiche di reclutamento ad esse collegate: nel I secolo per entrarvi si doveva essere necessariamente italici, anzi, fino a Tiberio per entrarvi si doveva essere provenire dal Lazio, dall'Etruria, dall'Umbria o dalle colonie più antiche. Solo sotto Claudio i pretoriani vengono scelti anche tra gli abitanti della Gallia Cisalpina.

Un deciso cambio di rotta si ha con Settimio Severo, che per punire i pretoriani per aver messo all'asta l'impero dopo la morte di Commodo, e per premiare i propri soldati, scioglie queste coorti per riformarle con dei provinciali provenienti per la maggior parte dall'Illiria.

Per quanto riguarda le coorti urbane invece si distinguono due casi: nel primo abbiamo un reclutamento che è lo stesso dei pretoriani e che vede una grande maggioranza di italici tra le file degli urbani a scapito dei provinciali; nel secondo le cose cambiano e per un motivo ben preciso, in quanto, due coorti urbane furono distaccate permanentemente a Lione ed a Cartagine.

4. L’ATTIVITA’ MILITARE E LE STRATEGIE DELL’IMPERO 5. IL POSTO DELL’ESERCITO E DEI MILITARI NELL’IMPERO

L'impero romano godeva di una enorme estensione e le sue forze militari dovevano garantirgli una efficace difesa dall'esterno ed un altrettanto efficace spinta per compiere nuove conquiste.

Durante il periodo Giulio-Claudio e fino alla morte di Nerone nel 64 d.C., l'impero romano fu di tipo egemonico: si intende in questo senso un tipo di impero che ad una zona di controllo diretta affianca una zona di controllo diplomatico ed una zona di influenza esterna.

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La zona di controllo diplomatico era composta da stati “clienti”, che nonostante fossero considerati appartenenti all'impero, non si trovavano completamente entro i suoi confini.

In teoria il rapporto tra impero e stati clienti doveva essere tale che l'uno offriva protezione e benefici all'altro in cambio di servigi, ma con l'aumentare della potenza romana il divario tra i due soggetti diveniva sempre maggiore fino a modificare a favore di Roma l'equilibrio di rapporti.

La funzione più ovvia degli stati clienti era quella di garantire la sicurezza interna dell'Impero e di riparare le province adiacenti da pericoli definiti “a bassa intensità”, come le piccole scorrerie o incursioni di banditi e poco più.

Anche nel caso di rivolte il ruolo dei clienti non era del tutto messo in discussione, in quanto l'intervento romano era comunque circoscritto e limitato a proteggere il patrimonio romano locale ed a permettere al sovrano cliente dell'impero di mantenere il controllo sulla sua gente.

I clienti andavano ovviamente controllati per garantire gli interessi romani. Una serie di regole guidavano le decisioni politiche di Roma verso di essi: innanzitutto nessun cliente poteva ingrandirsi a spese di un altro senza l'approvazione di Roma e poteva rispondere ad un attacco solo con provvedimenti strettamente difensivi a meno di indicazioni differenti da parte di Roma stessa.

Per quanto riguarda l’organizzazione e strutture difensive, per proteggersi dal nemico i romani avevano messo in piedi delle difese lungo tutti confini del proprio impero: questa fascia difensiva prendeva il nome di limes.

Questo limes era dunque munito di diversi tipi di strutture difensive che possiamo racchiudere in due gruppi principali: le difese lineari e le difese puntuali. Le prime sono costituite dai lunghi muri innalzati per tenere al di la le popolazioni barbare, mentre le seconde sono costituite dall'insieme delle torri, dei forti e delle fortezze.

La grandezza dell'Impero, la diversità dei territori, la varietà e forza dei nemici, imponevano agli alti ranghi dell'esercito romano di trovare ogni volta soluzioni differenti per affrontare nemici differenti.

Il settore però che ospitava il maggior numero di uomini, e per tutto l'Alto Impero, fu quello danubiano: il pericolo qui non era limitato ai soli Germani, ma anche ai regni di Boemia e Dacia, oltre alle popolazioni nomadi provenienti dalla Russia meridionale.

Sul fronte orientale si assiste ad un costante aumento degli effettivi che va dalle tre legioni li stanziate da Augusto, alle dodici sotto Aureliano per un ammontare di uomini che passa da 30.000 a 150.000.

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A sud invece la situazione è costantemente più tranquilla: intanto si può notare che il numero dei soldati è sempre molto basso e che continua a diminuire nel tempo arrivando a circa 30.000 effettivi sotto Diocleziano.

Per quanto riguarda l’attrezzatura e le armi legionari erano dotati di un elmo, una uno scudo rettangolare a tegola.

Per attaccare il fante aveva in dotazione una lancia (hasta), uno o più giavellotti (pilum), ed una spada corta, il gladio spagnolo (gladius).

Per gli ausiliari la situazione è diversa: intanto essi si distinguono dai legionari per l'accoppiata spada-lancia. Per quanto rigaurda le difese, se nel primo secolo sono mal protetti, a partire da Traiano, sia per quanto riguarda i fanti, che per quanto riguarda la cavalleria, la situazione cambierà, e vedrà gli ausiliari dotarsi di tuniche di cuoio a volte rivestite da cotte di maglia, oltre che di scudi ed elmi di diverso tipo. Vi erano poi le macchine da getto: da un lato c'erano gli scorpioni e le catapulte, per il lancio di dardi e giavellotti, e dall'altro le baliste per il lancio di proiettili di pietra. Durante gli assedi erano poi largamente utilizzati gli arieti.

Il combattimento va portato nel luogo più indicato, ed un buon generale deve essere capace di spostare un grande esercito nella maniera più veloce e sicura possibile, in modo che anche in caso di attacco improvviso le perdite siano limitate e la capacità di risposta il più immediata possibile.

Arrivato in vista del nemico l'esercito va preparato alla battaglia vera e propria: la tattica romana varia a seconda che sia messa in opera in uno dei due casi possibili, l'assedio o lo scontro in campo aperto.

L'obiettivo primario era quello di costringere gli assediati alla resa privandoli di viveri ed acqua, chiudendoli quindi all'interno della città o della fortezza senza permettergli di avere rifornimenti dall'esterno.

L'isolamento del nemico era ottenuto tramite la costruzione di una circonvallazione intorno la città o la fortezza, costituita da un'alzata di terra accompagnata a volte da un fossato, con il quale i romani non solo controllavano l'uscita o meno dalla città di messaggeri o l'arrivo di rifornimenti, ma col quale a volte si riparavano essi stessi dall'arrivo di rinforzi nemici.

Il punto fondamentale era però la presa dell'obiettivo; se questo non si arrendeva il generale era costretto a ordinare l'assalto. Il muro innanzitutto veniva danneggiato il più possibile con l'artiglieria per poi essere attaccato nel punto più debole con arieti ed eliopoli allo scopo di creare una breccia dalla quale far entrare i soldati.

Una volta realizzato al meglio lo schieramento delle truppe la battaglia poteva cominciare, solitamente con una preparazione da parte dell’artiglieria che mirava a decimare gli avversari ed a fiaccarne il morale; poi veniva il turno degli arcieri e dei frombolieri e se il nemico non si fosse già dato alla fuga veniva il momento dello scontro corpo a corpo.

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La fanteria qui la faceva da padrona, soprattutto quella delle legioni, con la sua enorme forza d’urto, o di massa, perché gli uomini dell’ultimo rango (i veterani) spingevano i più giovani che erano davanti creando una pressione mortale in quanto la prima fila era irta di lance.

Una volta che il nemico capiva di essere vinto si dava alla fuga e qui iniziava l’inseguimento lasciando una via di fuga ai nemici perché durante la stessa più facilmente potevano essere abbattuti, al contrario sapendo di dover morire avrebbero combattuto con tutte le loro restanti forze provocando danni non trascurabili ai romani.

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Augusto e l’esercito Augusto esprime in modo molto chiaro il punto di partenza del suo potere: l’esercito con il quale restituisce la libertà alla res publica. La repubblica romana si era dissolta nella lotta tra i diversi capi-fazione e gli eserciti legati alle loro persone. Quando le lotte intestine cessarono con la vittoria conseguita ad Azio da Ottaviano gli eserciti legati alle varie personalità politiche e militari del momento poterono ricomporsi in un solo esercito. Augusto è il creatore quindi dell’esercito permanente: con lui si costituisce un esercito composto, secondo la tradizione repubblicana, di cittadini romani e peregrini.

Al momento della battaglia di Azio nel 31 a.C. agli ordini dei due comandanti vi erano certamente più di 60 legioni; a queste si aggiungevano le formazioni delle truppe ausiliarie, che allora erano fornite e pagate per lo più dai popoli o dai sovrani clienti di Roma. Per i legionari romani dovette provvedere il vincitore. Ottaviano sciolse intere unità dell’esercito per raggiungere un numero di truppe necessario che fosse però anche possibile pagare. Alla morte di Augusto arrivarono a 25, alla fine vennero mantenute 26 legioni, il cui numero pochi anni dopo fu innalzato di due legioni, fino a 28 legioni, quando il regno della Galazia venne dedotta a provincia.

Il ruolo dell’esercito romano è fondamentale non soltanto per mantenere l’estensione e la difesa dell’impero, ma anche per quanto riguarda l’ambito politico, sociale ed economico, come dimostrano le grandi linee della sua evoluzione. Le legioni, composte esclusivamente da cittadini romani, rappresentavano il vero esercito del popolo romano. La legione era composta di 10 coorti di fanti (la prima due volte più importante delle altre) e da una cavalleria ridotta (120 uomini). Il numero effettivo dei componenti di una legione è considerato essere tra i 5500 (cifra spesso accettata), 6000 e perfino 6400. Il numero globale teorico oscillerebbe tra il contingente di 137-150.000 uomini nel 14 d.C. a 180-200.000 all’inizio del III sec. d.C.

Le truppe ausiliarie, i cosiddetti auxilia, erano invece unità composte ciascuna da 500 uomini e venivano reclutate perlopiù dai popoli sottoposti, immediatamente dopo la loro sconfitta e sottomissione. Le truppe ausiliarie sono conosciute meno rispetto alle legioni: la loro storia fu più complessa mentre la documentazione è più limitata.

Ciascuna unità ausiliaria aveva un nome distintivo, che faceva abitualmente riferimento al nome del popolo dal quale era stata reclutata in origine, eventualmente al nome dell’imperatore che l’aveva istituita. Sulla base di Tacito Ann. 4, 5 nel 23 le forze delle ali, delle coorti ausiliarie e delle flotte degli stati vassalli erano “quasi uguali” alla somma delle truppe delle legioni, delle flotte e della guarnigione romana. In generale una certa parità numerica fra truppe legionarie e ausiliarie è ammessa fino almeno all’epoca antoniniana.

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Per quanto riguarda la marina, dopo Azio Augusto collocò le sue due flotte più importanti a Miseno, all’ingresso del porto di Napoli, e a Ravenna, a sud del delta del Po. Furono in seguito create delle flotte secondarie, nel Mediterraneo orientale, sul mar Nero e sulla Manica, così come sul Reno e sul Danubio.

Sui quadri direttivi dell’esercito in sintesi si può notare che l’organico è costituito da due categorie molto diverse: i posti più importanti erano riservati ai membri dell’ordine senatorio ed equestre, per i quali la permanenza nei quadri dell’esercito era solo una tappa della carriera politica: gli ufficiali superiori, ad esempio nelle province imperiali il legatus Augusti pro praetore, erano anche a capo dell’esercito, e gli erano affiancati sei tribuni.

Gli ufficiali subalterni formavano il vero organico delle truppe e i successi dell’esercito romano si basavano ampiamente sulla loro esperienza. I centurioni comandavano le centurie di 80-90 fanti; i decurioni le torme di 30-40 cavalieri.

È incontestabile che l’esercito abbia fagocitato la maggior parte del denaro statale: il livello più basso di retribuzione per un legionario richiedeva 900 sesterzi all’anno. Anche se l’intero esercito fosse stato di soldati semplici, sarebbero stati necessari come minimo 140 milioni di sesterzi per un anno; ma la spesa era di molto superiore, considerando che i cavalieri e i ranghi superiori erano pagati meglio e a ciò si aggiungevano anche le spese per armamenti, accampamenti e le flotte. L’esercito fu un possente fattore di sviluppo economico e sociale, che favorì l’integrazione di regioni periferiche. L’insediamento dell’esercito metteva in moto processi di cambiamento percepibili in tutti i campi, processi che gli archeologi hanno messo in risalto ad esempio per l’economia nei territori della Britannia e quelli sul Reno. Approvvigionato dalle riscossioni in natura e dagli acquisti, l’esercito stimolava la produzione locale e regionale.

L’ancoraggio sul limes di una popolazione stabile vi comportò lo sviluppo dell’agricoltura speculativa, e talvolta giustificò una valorizzazione spettacolare delle regioni meno dotate. L’esercito portava con sé una certa forma di civilizzazione romana, ma influenzò solo lentamente e in modo incompleto la cultura delle popolazioni locali.

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Riassunto ben fatto, consigliato!
Ottimo riassunto!
Fantastico!
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