La Mafia devota Chiesa, Religione, Cosa nostra di A. Dino, Exams for Sociology. Università di Torino
Stefania.Bircu
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La Mafia devota Chiesa, Religione, Cosa nostra di A. Dino, Exams for Sociology. Università di Torino

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La Mafia devota/ Chiesa, Religione, Cosa Nostra

Alessandra Dino La mafia devota

Chiesa, Religione, Cosa Nostra

CAPITOLO 1 Feste, processioni e labari

1.1. Le devozioni materiali Spesso tutte queste persone non si vedono mai in Chiesa e non sono tanto tenere dei Sacramenti, ma spuntano soltanto in certi giorni di parata per custodire tenacemente i loro diritti tradizionali. In un’annotazione di Angelo Ficarra, vescovo di Patti, compare una descrizione impietosa delle componenti della religiosità siciliana (credenze, senso di appartenenza, pratiche religiose), riconducibili al principio ordinatore di “un’antropologia sociale primitiva” in cui le relazioni con la fede e il divino, così come le relazioni interpersonali, sono modellate secondo logiche di appartenenza/esclusione, amicizia/ostilità, affiliazione/protezione. Quelle annotazioni, che costarono a monsignor Ficarra l’allontanamento coatto dalla diocesi di Patti, ci permettono di renderci conto di quanto queste devozioni materiali corrispondano a una realtà ancora oggi diffusa e attuale nell’isola e in molte aree del Mezzogiorno. In Sicilia, così come in Calabria o in Campania, la dimensione terrena resta la componente dominante di molte feste e processioni religiose; ad essa viene spesso ancora oggi affidata la legittimazione simbolica dell’ordine sociale della comunità. Era proprio dalle manifestazioni pubbliche di culto che i notabili del paese traevano forza e legittimazione per l’esercizio del loro ruolo di potere.

Nelle regioni del Sud Italia, proprio ai capi delle varie famiglie mafiose veniva attribuito un ruolo salvifico di mediazione della volontà e della giustizia divina, in un contesto storico e sociale caratterizzato dalla miseria e dall’analfabetismo, in cui all’assenza o alla nequizia dello Stato di fronte alle ingiustizie suppliva una forma di equità primitiva e populista, ispirata alle contingenze del momento, imposta con la minaccia e la violenza mafiosa. Come tali godevano di una tacita solidarietà e comprensione da parte delle gerarchie ecclesiastiche, del mondo della cultura, della politica e perfino delle istituzioni. Degli “uomini di rispetto”, in particolare, si stimava la devozione alle cause religiose e la prodigale generosità con cui finanziavano le opere legate alla Chiesa. Il capomafia siculo-americano Frank Coppola venne, ad esempio, nominato membro onorario della Federazione universitaria cattolica italiana grazie alla sua opera di sostegno alle Orfanelle della Chiesa di Partinico. In Cosa Nostra viene dunque attribuito un forte valore simbolico alle opere devozionali, soprattutto a quelle con una visibile ricaduta sulla comunità e sul territorio: gli uomini di mafia hanno sempre amato mostrarsi devoti e caritatevoli, filantropi e benefattori, tentando di dare una rappresentazione verosimile della loro religiosità.

1.2. Confraternite La Chiesa ha un ruolo fondamentale non solo perché la ‘ndrangheta è in apparenza molto devota e ossequiosa, ma soprattutto perché usa tutto ciò che può offrirle visibilità e riconoscimento sociale. Con l’accelerazione dei processi di modernizzazione e di secolarizzazione, è aumentata anche la frattura tra credo religioso e pratica sacramentale e, dunque, il distacco tra impegno morale e cerimoniale religioso.

1.3. Le feste della mafia Così, i momenti di aggregazione intorno ai riti della tradizione sono stati e vengono ancora oggi utilizzati come strumenti funzionali al consolidamento dei legami sociali e dell’identità dei gruppi locali, al rispetto di gerarchie segrete e di rapporti di forza non dichiarati; per gli appartenenti al sodalizio mafioso, la processione è diventata spesso il momento e il luogo dove è possibile ostentare la potenza individuale e familiare. La potenza si esprime anche attraverso la capacità di spesa e la disponibilità economica, dunque molti privilegi nelle feste religiose vengono concessi solo dietro corresponsione di esorbitanti somme di denaro.

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Questi episodi, insieme a molti altri, testimoniano dell’uso strumentale di feste religiose e simboli cristiani da parte delle associazioni mafiose, che in Sicilia come in Calabria hanno modellato nel tempo i loro momenti cerimoniali sulla tradizione del rito cattolico; si tratta di pratiche talmente radicate nella memoria e nelle tradizioni devozionali popolari, da avere indotto nell’ottobre 2001 i vescovi di Calabria a diffondere un’esortazione sull’uso del denaro. Nel documento i vescovi ribadiscono come troppo spesso le feste restino un momento troppo vuoto di sfarzo paesano, con espressioni di paganesimo e di spreco, senza solidarietà. L’iniziativa è però stata accolta dalle varie diocesi della regione con reazioni contrastanti. In Puglia, invece, padre Emilio D’Angelo scrisse che sul piano pratico della repressione le chiese non possono nulla. Viceversa, possono prendere iniziative che servano a far sentire a tutta la gente la riprovazione totale verso il fenomeno malavitoso.

1.4. Il religiosissimo popolo di Sicilia In Sicilia sono numerosissimi gli episodi che testimoniano dell’infiltrazione mafiosa in seno alla tradizione religiosa delle feste e delle processioni. Nel 2007 ha detato clamore il fatto che a Corleone, a quarant’anni dall’ordinanza di pubblica sicurezza che vietava ai membri delle confraternite di indossare il cappuccio durante i riti della Settimana Santa, il sindaco e i parroci della cittadina abbiano chiesto il ripristino della tradizione che nel dopoguerra aveva consentito di utilizzare i costumi mascherati come travestimento utile a guadagnare l’impunità, in occasione di clamorosi omicidi compiuti in piazza e davanti alla folla in festa. Eppure è ancora oggi viva la memoria del conflitto a fuoco avvenuto nel 1958 nella piazza principale, mentre stava per avere inizio una manifestazione musicale in onore della Madonna. Il ritorno ai cappucci, insomma, oltre a un presunto, felice recupero delle tradizioni, evoca anche qualcos’altro, soprattutto a Corleone, per la storia dei luoghi, per i retaggi culturali che vengono riproposti.

A Palermo, invece, è ancora viva la memoria di don Pino Puglisi, che aveva interrotto ogni forma di rapporto con gli organizzatori e i finanziatori delle feste religiose nel quartiere di Brancaccio. Il sacerdote venne infatti assassinato dai killer mafiosi nel 1993, dopo aver tentato inutilmente di estrometterli dall’organizzazione dei festeggiamenti in onore di san Gaetano. Padre Puglisi appunto non aveva accettato che in un quartiere, dove c’era un disagio sociale grandissimo, si potessero spendere tutti quei soldi per le feste ed entrò in contrasto con loro. Aveva vietato la festa di san Gaetano ma i palermitani degli ambienti più tradizionali non volevano cambiamenti e, poiché il sacerdote avvertiva questa opposizione, si rivolse al cardinale. La curia, però, non gli dimostrò grande sostegno. Padre Puglisi aveva inoltre scoraggiato l’appoggio offerto alla Chiesa dai potenti della zona, collusi e compromessi con gli esponenti locali del potere mafioso e con il ceto politico facile a certi compromessi. La sua attività di recupero del quartiere e di risanamento morale e religioso non era sfuggita all’occhio attento degli esponenti del potere politico o criminale che dominavano la zona. La sua opera pastorale, che aveva coagulato attorno a sé un movimento popolare in difesa di valori cristiani e di tolleranza, aveva interferito con l’ordine sociale imposto dalla cosca locale. La progressiva, crescente secolarizzazione dei riti religiosi spiega anche perché negli ultimi anni, in Sicilia, abbiano ripreso vigore perfino le tradizionali corse di cavalli organizzate in occasione dei festeggiamenti in onore del santo patrono. Così, ad esempio, nel 2007, almeno 15 tra fantini e proprietari di cavalli che avrebbero dovuto partecipare al Palio di Alcamo sono stati denunciati dichiarando al Comitato organizzatore della corsa dei cavalli (che ne aveva fatto espressa e condizionante richiesta) di non avere precedenti penali. Dai riscontri è invece risultato il contrario: a vario titolo avevano precedenti per reati contro il patrimonio, la persona e la pubblica amministrazione, anche se nessuno dei denunciati risultava avere mai avuto rapporti con la mafia. Secondo il prefetto di Trapani la corsa sarebbe comunque inequivocabilmente legata a interessi mafiosi e al mondo delle scommesse clandestine. Infatti storicamente le organizzazioni criminali dedite alle scommesse clandestine hanno sviluppato, in queste manifestazioni, una sicura attività lucrativa consolidata dal controllo del territorio venuto meno alla legalità.

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Il fenomeno delle corse dei cavalli è diffusissimo in tutte le province siciliane, come attestano i rapporti delle Forze dell’Ordine, che hanno dimostrato anche le strette connessioni esistenti tra le gare clandestine di cavalli e quelle che si corrono in occasione di feste religiose in vari paesi siciliani, entrambe accomunate dai lucrosi interessi delle famiglie mafiose reggenti sul giro d’affari gravitante nel circuito delle scommesse illegali.

1.5. Devoti a sant’Agata A Catania ogni anno i coinvolgenti festeggiamenti in onore di sant’Agata ripropongono un cerimoniale antico e solenne. Alla processione, accompagnati dal popolo in festa, sono chiamati a partecipare l’arcivescovo, i Capitoli della cattedrale e della Collegiata, gli allievi del Seminario arcivescovile, e poi il prefetto, il sindaco e la Giunta e altre figure di rilievo. E’ nei colori e nelle voci delle processioni, nello spirito di popolare devozione verso i simboli di un credo sempre più secolarizzato, che si scoprono (al tempo stesso) le energie e le ferite profonde di una città in cui forte e capillare è la presenza delle famiglie di Cosa Nostra. Anche la festa di sant’Agata sarebbe stata sottoposta al controllo delle più potenti famiglie mafiose del capoluogo. Esponenti di spicco di Cosa Nostra catanese avrebbero tratto vantaggio dal “governo” della tempistica dei festeggiamenti (le soste delle processioni, i tempi e i luoghi dell’esplosione dei fuochi d’artificio, gli orari di rientro del Fercolo di sant’Agata in cattedrale); dalla conseguente incidenza sul commercio ambulante e stanziale, favorito dalla scelta di tempi e luoghi delle soste; e, infine, dalla gestione di flussi economici leciti (la vendita e rivendita della cera, le commesse per i fuochi d’artificio, i compensi e i benefit per i portatori delle candelore) e illeciti (un giro di scommesse clandestine), collegati ai festeggiamenti patronali. A una più o meno pronunciata dilatazione dei tempi della festa, insomma, e alla gestione delle “fermate” della portantina condotta in processione corrispondeva un incremento nei guadagni delle bancarelle e degli esercizi ambulanti collocati in una determinata zona piuttosto che in un’altra, la cui ubicazione lungo il tradizionale percorso delle celebrazioni sarebbe stata anch’essa decisa da una precisa e ben accorta regia. Tuttavia, secondo gli stessi magistrati della Procura etnea, la motivazione economica non sarebbe stata l’unica né la più rilevante nello spingere Cosa Nostra ad assumere il controllo delle iniziative di celebrazione in onore della santa; la mafia catanese avrebbe finito per utilizzare il momento aggregativo della festa come palcoscenico cittadino, per mostrare il più platealmente possibile la sua straordinaria capacità di controllo del territorio e creare reti identitarie all’interno del gruppo dei sodali; ma, soprattutto, per ostentare una presenza utile a ingenerare tra i cittadini la diffusa percezione che le famiglie mafiose costituiscano un rilevantissimo centro di potere, devoto e dotato di potenti legami sociali.

Al centro delle indagini viene collocato il Circolo cittadino Sant’Agata, attraverso cui gli uomini delle famiglie mafiose avrebbero progressivamente acquisito il controllo della gestione della festa; il Circolo è un’associazione cattolica fondata con lo scopo di contribuire alla formazione dei cittadini cattolici, attraverso l’emulazione della vita cristiana condotta dal suo fondatore e il culto della santa patrona di Catania. In occasione dei festeggiamenti in onore della santa patrona, organizza gran parte del suo programma ufficiale. Gli inquirenti, nel corso dell’inchiesta, avrebbero anche accertato in che modo la candelora del Circolo veniva utilizzata per legittimare o meno gli aderenti all’organizzazione mafiosa agli occhi degli iniziati: qualche anno fa, ad esempio, dalla candelora è stato eliminato lo stendardo donato da Natale di Raimondo, divenuto collaboratore di giustizia. Solo il mutamento sostanziale e radicale dell’identità mafiosa (nella sua duplice manifestazione interna ed esterna) o una decisa e univoca presa di posizione della Chiesa, forte nei fatti come nelle parole, contro le strumentalizzazioni mafiose, potrebbe modificare i rapporti del sodalizio criminale con la simbologia e con la ritualità religiose, che tanta parte giocano nei fenomeni di rispecchiamento e costruzione identitaria.

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1.6. Processione a Fondo Magliocco E’ proprio a partire dai momenti di celebrazione di feste, tridui e processioni che emerge, dunque, il nodo problematico e irrisolto del rapporto tra Chiesa e universo mafioso; è in queste occasioni che la morale dell’esteriorità trova la sua più alta e significativa espressione, facendosi interprete del messaggio evangelico di cui il rito dovrebbe essere portatore e promotore. Un testimone ha raccontato di aver assistito alla celebrazione di una Via Crucis officiata in forma privata, presso la residenza della famiglia Bontate a Fondo Magliocco: una liturgia religiosa come tante, sobria e tradizionale, se non fosse per il fatto che una cerimonia sacra (e pubblica) era qui celebrata a uso eslusivo di una singola famiglia e senza che nè il sacerdote officiante, nè gli abitanti della zona avessero mostrato il minimo stupore. Anzi, anche presso le residenze di altre famiglie di potenti siciliani era a quel tempo in uso la celebrazione di liturgie riservate. Molti degli abitanti del quartiere di Bontate potrebbero ricordare la discrezione, la gentilezza e il distacco ostentato nelle apparizioni pubbliche dai componenti del suo gruppo familiare, segno di un assoluto e incondizionato ruolo di potere esercitato sul territorio, al punto di non aver bisogno di altre forze e manifestazioni esteriori per esprimersi. Così, ad esempio, era ritenuto normale il fatto che la domenica, in chiesa, quasi per un tacito e implicito accordo, alcune file di banchi rimanessero vuote, riservate ai membri della famiglia Bontate.

Tutto ciò è un’ulteriore conferma di come all’interno dell’universo mafioso, in una condizione di diffusa “solidarietà antisociale”, non vi sia posto per una condivisione ecumenica del cristianesimo. La preoccupazione del mafioso per il suo clan, per gli appartenenti al ristretto sodalizio cui egli appartiene, viene anteposta e contrapposta alla società o alla comunità più ampia in cui egli vive, quindi anche allo Stato. E la Chiesa viene percepita come un soggetto più vicino al singolo che all’intera collettività o all’istituzione statale.

1.7. Le feste del capomafia La rappresentazione mafiosa è quella di un Dio antropomorfizzato, a misura propria e del proprio circolo di sodali, privo di trascendenza, impegnato a gestire le gerarchie dei rapporti umani, il cui agire risponderebbe a una logica contrattualistica e clientelare; un Dio privo di tenerezza e amore, che non conosce la gratuità. Quello dei mafiosi è un Dio piegato e costretto entro un recinto concettuale di potere e violenza, capace anche di compiere vendette. In nome di questo Dio l’illecito diventa lecito, la sopraffazione diventa giustizia, l’intimidazione diventa rispetto; in poche parole la sudditanza diventa costume diffuso. In ogni paese della Sicilia occidentale si sa che c’è una speciale devozione per un determinato Santo e che presso la chiesa ove lo si venera esistono una confraternita e un comitato permanente per i festeggiamenti. Confraternita e comitato sono diretti da mafiosi e possiamo pensare che i motivi stiano nel fatto che per poter effettuare i festeggiamenti religiosi bisogna mungere denaro alla gente. I preti forse in tutti questi maneggi non intrigano, ma fatto si è che non li impediscono.

1.8. Una religiosità tutta terrena Nel Mezzogiorno la Chiesa è stata per troppo tempo attenta soprattutto agli aspetti formali ed esteriori; con questo ha limitato lo sviluppo di un processo di evangelizzazione diffusa e di rinnovamento dello spirito profetico, concentrando la propria attenzione sull’interiorità del rapporto personale col singolo fedele e favorendo il radicarsi di atteggiamenti e comportamenti che, alla fine, hanno dimostrato tutta la loro carica antisociale e antistatale. La categoria storica con cui si può definire questo radicamento potrebbe essere quella di “religione municipale” o “cattolicesimo municipale”, intendendo con ciò non soltanto una religione civile che forza il cristianesimo a diventare supporto alla socializzazione del potere politico, ma una esperienza e organizzazione religiosa che rimane chiusa nella dimensione localistica e particolaristica del municipio.

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Si ricordano anche, a tal proposito, gli effetti della tradizione del cosiddetto “clero indigeno” e delle “parrocchie comuni” sulla difficoltà della Chiesa siciliana nel produrre, per lungo tempo, un discorso sulla mafia: la cura pastorale di ciascun comune era affidata non a uno o più parroci ma ad un gruppo di sacerdoti, componenti la comunia, che in solidum avevano la responsabilità dell’unica parrocchia dell’abitato. Il clero era molto radicato nell’ambiente locale e legato ad esso da molteplici legami familiari. Risultava piuttosto difficile a questo clero (in una società paesana che sentiva molto il legame di solidarietà familiare) maturare atteggiamenti critici verso comportamenti, quali anche quelli violenti della mafia, in cui fossero implicati parenti e conoscenti. L’identità religiosa e civile della comunità locale, così, si sarebbe strettamente legata allo sviluppo delle istituzioni religiose municipali e alla diffusione delle cerimonialità collettive. In questo modello, la grazia, il miracolo sono chiesti ed elargiti a prescindere dall’impegno e dalla qualità della propria fede, e dipendono essenzialmente dalla devozione e dalla fedeltà con cui ci si rivolge, ci si sottomette al proprio protettore. Sarà lo strumento attraverso cui il rapporto tra benefattore e beneficiato si salderà in un legame di deferente riconoscenza del secondo in favore del primo. E’ quindi un modello che conosce solo forme di solidarietà limitata e che è compatibile con una concezione confessionale e conservatrice del potere politico, i cui ambiti di competenza si sono spesso rivelati non distinguibili da quelli della gerarchia religiosa. Questo spiegherebbe anche la commistione tra civile e religioso che era di interessi non solo religiosi, ma anche economici, familiari, amministrativi, politici, e un clero che rimaneva sempre nel proprio paese di origine. Si accentuava la frattura tra il credo religioso e morale e il cerimoniale formale e coreografico che esprimeva il tradizionale attaccamento ai simboli religiosi di una società municipale ormai solo apparentemente compatta e fedele alla fede religiosa. Diventava allora difficile affermare una identità e una coscienza cattolica che andasse al di là della prassi devozionale e cerimoniale degli apparati rituali e formali delle celebrazioni di massa. Il processo di modernizzazione produceva in Sicilia una religione individuale, cerimoniale, senza chiesa, cioè senza comunità.

Nelle comunità si sarebbe fatta spazio una religiosità dal carattere prettamente terreno. Un modo assolutamente privo di trascendenza nel concepire e praticare la religione. In un contesto di religiosità popolare, la gerarchia dei santi sarebbe diventata la trasposizione di un ordine terreno che avvalla (consenziente lo stesso Signore) comportamenti violenti, egoistici, omertosi, inflessibilmente asociali e antisociali. Appare inoltre molto forte l’adesione alla simbologia religiosa e alla pratica ispirata alla liturgia cattolica per esprimere contrapposizioni municipaliste e identità di gruppi sociali contrapposti, in gara per dimostrare la propria supremazia sul territorio, ostentando vicinanza con santi protettori potenti.

CAPITOLO 2 Riti di passaggio

2.1. Rituali d’iniziazione Di un rituale d’ingresso in Cosa Nostra fortemente connotato da evocazioni mistico-religiose aveva parlato Giuseppe Luppino. Primo tra i pentiti di mafia nel dopoguerra, aveva descritto agli inquirenti la vita quotidiana dell’organizzazione mafiosa siciliana, le sue gerarchie e i retroscena delle sue attività, prima di essere assassinato. Secondo questa descrizione, l’ingresso formale in Cosa Nostra viene consacrato dal rito della “combinazione”, una cerimonia suggellata da un giuramento sacro pronunciato in presenza di un “padrino” e dei rappresentanti di alcune famiglie mafiose, e dalla “punciuta” (puntura) di un dito della mano destra da cui viene fatta sgorgare una goccia di sangue, versata su un’immaginetta votiva che viene poi bruciata nel palmo della mano del nuovo associato. L’importanza di questi richiami alla sacralità del rito non era sfuggita a Giovanni Falcone, che spiegava che entrare a far parte della mafia equivale a convertirsi a una religione: non si cessa mai di essere preti, né mafiosi.

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Più di recente, intorno al 1993, la necessità di compartimentazione delle conoscenze all’interno dell’associazione mafiosa e dei suoi schieramenti avrebbe portato a un significativo mutamento di alcune delle regole tradizionali di affiliazione e al progressivo abbandono delle formule di carattere iniziatico e sacramentale. Tuttavia è stata rinvenuta anche una copia dattiloscritta della tradizionale formula di giuramento in uso presso la consorteria mafiosa; segno evidente di come questo rito, seppur contingentemente riservato a una cerchia ristretta di casi, permanga e si tramandi occultamente all’interno delle famiglie mafiose, come un momento di grande significato iniziatico. Questo rito, inoltre, trova assonanze e verosimiglianze nel rituale d’ingresso presso taluni circoli della massoneria e della carboneria. Nel rituale d’ingresso in Cosa Nostra ricorrono poi alcuni elementi collegati al rituale religioso del battesimo: la figura del padrino che accompagna il predestinato; la presenza del fuoco, simbolo di purificazione e rinnovamento; l’immagine sacra; l’enunciazione delle regole del sodalizio e la presenza del sangue, che sostuisce quella dell’acqua nella rappresentazione del vincolo indissolubile e del legame di vita e di morte tra gli affiliati.

2.2. La tradizione storica Tracce di un rito di sangue circondato da un’aura di sacralità, di una “punciuta” quale viatico d’ingresso imposto al neofita dagli appartenenti alle consorterie mafiose siciliane, possono essere rinvenute già nelle cronache di fine Ottocento. Il rito del “battesimo” attraverso cui veniva sancito l’ingresso di nuovi adepti al sodalizio nell’800 era uguale a quello moderno già descritto. Per quanto riguarda i simboli, il filo denotava il vincolo indissolubile che riuniva il socio cogli altri; la goccia di sangue, che ognuno dei soci doveva essere pronto a dare la vita per gli altri; l’immagine sacra la divinità; la cenere dispersa significava che come non si poteva ridar forma alla carta, così non era possibile al socio sciogliersi o mancare agli obblighi contratti.

2.3. L’affiliazione a Cosa Nostra A distanza di un secolo, fatti salvi taluni fraseggi semplificatisi nel corso degli anni, la scena si ripete pressochè immutata e nella rievocazione di Salvatore Contorno, il giuramento sarebbe simile ai dieci comandamenti (non guardare la donna degli altri, dire sempre la verità, ecc.).

2.4. Le ragioni di un rito Nel rituale di ingresso in Cosa Nostra, pur con minime varianti, gli elementi principali e ricorrenti sono sempre i medesimi. Si può infatti individuare una costanza di risonanze sempre presenti nel corso delle varie fasi della celebrazione della cerimonia. Una prima fase è quella in cui il prescelto viene presentato alle persone che si trovano innanzi a lui e viene in seguito invitato ad abbandonare la propria precedente condizione di vita, con la prospettiva di acquisirne una nuova e diversa, caratterizzata da prestigio e potere. Il prescelto viene quindi separato dal mondo e da una comunità che al termine del rito gli sarà estranea. A questa prima fase ne segue una seconda, in cui l’affiliazione non è ancora perfezionata e nel corso della quale vengono enunciati i principi e le regole della nuova vita. La fase finale è quella del sacro giuramento, che sancisce l’ingresso ufficiale del neoaffiliato, accolto dal saluto dei rappresentanti della sua nuova comunità. L’obiettivo del rituale è quello di scavare un solco profondo tra la vita precedente e la nuova condizione acquisita con l’ingresso nel sodalizio mafioso.

I richiami reiterati e manifesti a forme di religiosità portano al rafforzamento del nuovo legame sociale, alla idealizzazione della nuova condizione conseguita; contribuiscono a garantire il conferimento di una nuova identità forte, di uno status circondato da considerazione sociale e rispetto. Il rito, insomma, anche in questo caso, sembra nascondere l’espressione di un’inquietudine segreta che vede sempre al centro delle sue manifestazioni l’uomo e le sue debolezze. Inoltre il rituale ammantato di sacralità viene strumentalmente utilizzato non solo con l’obiettivo di rinsaldare legami preesistenti e comunicare messaggi preordinati, ma anche con l’obiettivo di crearne sempre di nuovi.

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2.5. Nel tempio dei “Liberi Muratori” Anche la cerimonia di affiliazione alla ‘Ndrangheta si struttura (così come quella per l’ingresso in Cosa Nostra) in tre momenti essenziali: la presentazione del candidato al resto dell’organizzazione da parte di un padrino, già membro del sodalizio; l’enunciazione delle regole di condotta al cospetto del prescelto e di una corte di testimoni: il giuramento di fedeltà con l’intervento simbolico del sangue, del fuoco e dell’immagine sacra. Si tratta tuttavia di una cerimonia più complessa ed elaborata, ricca di fraseggi e di richiami a simbolismi sia religiosi che pagani.

Dalla fine degli anni Settanta, il rito e le regole fissati dalle “’ndrine” per il conferimento del grado di “santista” vengono variati. La struttura, denominata significativamente “Mamma Santissima o Santa”, diviene esterna alla stessa organizzazione, di cui può anche disattendere codici e regole. Infatti bisogna prestare un giuramento in forza del quale il novello santista è obbligato a tradire anche i familiari pur di salvaguardare la “Santa”. Agli ordini del “capo santista” rispondono i “vangelisti”, riconoscibili per una incisione a forma di croce sulla spalla. Un ulteriore elemento di rilievo è il rapporto con la massoneria deviata e le logge coperte. Evidenti sono, anche in questo caso, le assonanze tra la Santa e Cosa Nostra, sia per quanto riguarda il richiamo alla patrona e protettrice, sia per quanto riguarda l’esistenza di un doppio giuramento, di una doppia fedeltà legata all’affratellamento con logge massoniche deviate. Mafia e massoneria fanno un uso strategico del segreto, perseguendo la separatezza come forma di riconoscimento e come espressione di valore; operano una rigida selezione degli associati, cui riservano un rito iniziatico intriso di sacralità; impongono la gerarchizzazione dei ruoli; favoriscono relazioni di reciproco vantaggio tra i soggetti affiliati al sodalizio. La radice comune, le contaminazioni e le assonanze tra i riti d’ingresso in Cosa Nostra e i riti di accettazione della “Libera Muratoria” sono da ricercare, probabilmente, nei contatti intercorsi tra i diversi sodalizi, in un periodo storico che vedeva fiorire coeve, in Sicilia, le prime fratellanze massoniche e le protomafie dei piccoli e grandi centri urbani. Non sono rari gli episodi in cui appartenenti alla massoneria o alla carboneria hanno dato origine a fratellanze mafiose. A distanza di oltre un secolo e mezzo, il legame tra Cosa Nostra siciliana e logge massoniche più o meno deviate non sembra essersi sciolto, e delle sue inquietanti evoluzioni hanno ampiamente parlato numerosi collaboratori di giustizia. Uno di essi ha riferito che, nel 1977, emissari di una loggia coperta avevano chiesto ai vertici delle famiglie mafiose di promuovere l’affiliazione di due uomini d’onore per ciascuna provincia siciliana. La proposta era stata presa in considerazione, non senza suscitare contrasti e divisioni. L’invito aveva infatti sollevato più di una perplessità, soprattutto da parte di chi aveva paventato il rischio derivante dal vincolo di una doppia fedeltà ritenuta incompatibile con il giuramento di affiliazione all’organizzazione mafiosa.

Risale proprio alla fine degli anni Settanta l’adesione di Bontate alla Loggia dei 300: un crocevia di interessi politici, economici e criminali su cui Bontate aveva deciso di investire energie e risorse. In quegli anni, i rapporti tra mafia e massoneria deviata si saldano intorno alle operazioni di riciclaggio del denaro proveniente dal traffico internazionale di stupefacenti.

2.6. Regole di una morale mafiosa Tornando all’analisi del rito iniziatico che consente l’accesso formale in Cosa Nostra, si può sostenere che il processo di identificazione del singolo con il gruppo, conseguito attraverso un rito ornato di orpelli religiosi e sacri, con richiami esoterici e massonici, contribuisce a rivisitare e ridefinire l’identità dell’uomo d’onore, offrendole una dimensione espressiva condivisa e mettendole a disposizione una tradizione, una memoria collettiva utilizzata in funzione di riconoscimento , di identificazione ma anche di esclusione; il legame conseguito in questa nuova dimensione impone, da subito, una nuova gerarchia di valori, differente da quella vigente nel contesto sociale. Leonardo Messina testimonia del fatto che, secondo il nuovo codice di regole, non avrebbe più dovuto rubare, pensare al denaro e avrebbe dovuto lasciar perdere le donne. Doveva inoltre attenersi agli ordini della famiglia e anche a ciò che la famiglia stessa decideva anche se lui era in disaccordo.

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Da quel momento i suoi fratelli sarebbero stati i componenti di Cosa Nostra e gli interessi di Cosa Nostra erano superiori anche a quelli suoi personali e della sua famiglia carnale. Le regole prescrittive sarebbero contenute in uno scritto chiamato, non a caso, la Bibbia di Cosa Nostra, tramandato di generazione in generazione e di cui si sarebbe persa ormai notizia. Si tratta di una costellazione di credenze e principi che sembra definire l’impalcatura di una vera e propria morale della mafia, sorretta da un corredo di simbolismi religiosi. Tra i principali l’obbligo di obbedienza; quindi il rispetto del vincolo del segreto, la garanzia della riservatezza, l’obbligo di non mentire di fronte ad altri uomini d’onore; e poi anche il rispetto per la propria donna e il divieto di adulterio e di rubare. Sono quindi precetti che esaltano la dignità personale dell’uomo d’onore e che contribuiscono ad alimentare ammirazione e consenso tra gli esterni al consesso criminale. Numerosi collaboratori di giustizia indicano soprattutto nell’obbedienza e nella fedeltà due delle priorità nella scala di valori della morale mafiosa.

In cambio dell’apparente conquista di un’identità forte, il sodalizio criminale potrà chiedere al nuovo affiliato qualsiasi sacrificio. La fedeltà alle nuove regole dovrà essere prioritaria e assoluta, e farà passare in secondo ordine gli stessi legami affettivi e di sangue, perché la dimensione collettiva e sacra acquisita mediante l’iniziazione rende meno significativo ogni altro vincolo preesistente. Tutto ciò che sarà compiuto in nome dell’organizzazione diverrà, per ciò stesso, legittimo e giustificabile. Un precetto altrettanto importante è quello della riservatezza, presupposto essenziale per un’organizzazione segreta che fonda parte della propria forza sulla sua pretesa inesistenza, sulla propria auto-negazione. L’obbligo è quello di non parlare; se tuttavia si presenta la necessità di parlare, di scambiare informazioni, allora esiste anche l’obbligo di dire la verità, strettamente connesso alla necessità che nei processi di comunicazione tra uomini d’onore circolino informazioni rispondenti al vero. Vi sono dieci precetti cui gli uomini d’onore sarebbero chiamati ad attenersi. Il primo comandamento stabilisce che non ci si possa presentare da soli ad un altro amico del sodalizio se non è un terzo a farlo. Il secondo che non si debbano guardare le mogli di altri uomini d’onore. Il terzo che non si debbano fare comparati con gli sbirri. Il quarto che non si debbano frequentare nè taverne nè circoli. Il quinto che si ha il dovere di essere disponibili sempre a Cosa Nostra. Il sesto che si debbano rispettare categoricamente gli appuntamenti. Il settimo che si debba rispettare la moglie. L’ottavo che si dica la verità quando si è chiamati a sapere qualcosa. Il nono che non ci si possa appropriare di soldi che sono di altri e di altre famiglie. Il decimo, il più articolato, formalizza alcune limitazioni alle affiliazioni, ponendo un veto all’ingresso nell’organizzazione a chi ha un parente stretto nelle varie forze dell’ordine, su chi ha tradimenti sentimentali in famiglia e infine su chi ha un comportamento pessimo e che non tiene ai valori morali.

2.7. La morale dell’esteriorità Più che la sacralità del suo contenuto, il carattere che prevale in questo manifesto della morale mafiosa, tanto caro ai propugnatori del mito di una vecchia mafia buona e utile, è quello della funzionalità pratica rispetto alle finalità dell’organizzazione. L’obbligo formale di rispettare le regole, infatti, non riesce a spiegare fatti e comportamenti che, al contrario, dimostrano quell’incoerenza tra regole e comportamento effettivo che caratterizza la moralità mafiosa. I furti, ad esempio, vengono tollerati, soprattutto se funzionali agli interessi personali dei più autorevoli capomafia. L’intangibilità dei bambini e delle donne è stata più volte tragicamente violata. Anche gli obblighi di fedeltà coniugale vengono continuamente contravvenuti. In questo senso è stata formulata un’interessante ipotesi interpretativa. Per il popolo di Cosa Nostra, il fatto di esternare forme di adesione e fedeltà verso alcuni principi morali non comporterebbe alcun obbligo automatico di conformarvisi. I valori della morale mafiosa avrebbero, allora, soprattutto la funzione di miti con le quali giustificare le proprie azioni, i propri comportamenti, anche quelli più abietti e immorali.

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Un valore (o meglio un disvalore) si imporrebbe su tutti gli altri: la capacità di esercitare la propria forza in maniera aperta e plateale, di usare con freddezza la violenza fisica per affermare il proprio potere, al punto da decidere in pieno arbitrio della vita o della morte di un uomo. Nel rapporto gerarchico tra i vertici e la base dell’organizzazione criminale, alla violenza fisica si accompagna un altro tipo di violenza, più sottile e latente, basata sulla forza dell’autorità, esercitata attraverso forze di coercizione silenziosa, che impediscono di pensare autonomamente e di autodeterminarsi. In cambio, all’affiliato viene offerto uno spazio all’interno dell’organizzazione: essere dentro dovrebbe di per sé compensare e ripagare il prezzo della propria libertà perduta. L’orgoglio è la molla del comportamento morale mafioso. E’ dunque una morale dell’esteriorità, profondamente conformistica e inegualitaria, a regolare i rapporti interindividuali nel mondo di Cosa Nostra. Essa sancisce e legittima il presupposto della superiorità a priori del mafioso rispetto a tutti gli altri uomini estranei all’organizzazione e definisce le ragioni dell’ineguaglianza sociale. Il passo successivo è quello più drammaticamente ricco di implicazioni: perché se il mafioso ritiene di incarnare un essere superiore, se egli ritiene di attingere legittimazione perfino dalla Chiesa e da Dio, allora riterrà anche che le sue decisioni siano sicuramente giuste e indiscutibili. A questo punto, anche la violenza omicida troverà la sua legittimazione presentandosi come mezzo, estremo ma necessario, per esercitare la giustizia mafiosa e la giustizia divina. In questo panorama sono compatibili (in quanto legate all’arbitrio indiscutibile del capo riconosciuto) sia la regola, sia la sua violazione. Non è casuale, forse, che alla base della scelta di molti ex uomini d’onore di collaborare con la giustizia sia stata spesso indicata la presa d’atto di una serie di episodi rivelatori dello scarso valore attribuito ai tradizionali assetti gerarchici della consorteria mafiosa, in cui una “precarietà delle regole” non garantisce più una sicura e affidabile convivenza.

2.8. Dio sceso in terra Nel contesto dell’organizzazione mafiosa, dunque, il singolo tende a identificarsi con il gruppo e la sua identità tende a diventare identità collettiva. E’ proprio grazie a questi processi di costruzione e strutturazione che l’organizzazione mafiosa riesce a fondare parte della legittimazione della propria autorità, che finisce poi col proporsi come interprete dell’unica forma di giustizia riconosciuta: quella divina. In questo scenario, il conflitto tra valori religiosi e disvalori mafiosi, tra la giustizia terrena e quella divina, scompare. Cosa Nostra diventa il luogo in cui si può mediare il rapporto con la religione e con Dio, perché il capomafia viene considerato una diretta emanazione del divino. Ad esempio, il capomafia Matteo Messina Denaro è ormai diventato una specie di simbolo, a cui gli affiliati si ispirano con devota adorazione. Sono quindi atteggiamenti di mitizzazione, quasi di vera e propria venerazione religiosa. In questo particolare rapporto con Dio e con la fede, la convinzione di essere nel giusto elimina alla radice il sentimento di colpevolezza, perché la volontà dell’organizzazione (che si autopromuove interprete dell’autorità divina) è legge di Dio e il capomafia ne è il mediatore indiscusso. In realtà, il Dio immaginato è senza identità, è ridotto al giudizio del mafioso, di cui è una misera proiezione. Di fatto, il Dio del mafioso non viene mai interrogato. Pertanto, il risultato della teologia che conferisce al mafioso il diritto di uccidere non è tanto di abbassare Dio al livello del mafioso, ma di sollevare il mafioso al piano di Dio.

CAPITOLO 3 Funerali e matrimoni

3.1. Il matrimonio tra sacro e profano I principi che danno senso e consistenza al giuramento di affiliazione a Cosa Nostra sono pochi ed essenziali (una professione di fede, la promessa di obbedienza, il rispetto dell’ortodossia, l’osservanza della gerarchia, l’intolleranza all’eresia) ma costituiscono l’architrave del sistema associativo dell’organizzazione criminale e il presupposto ontologico della cosiddetta “morale mafiosa”.

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In Cosa Nostra la fede (intesa come totale fiducia in colui il quale detiene il comando) offre la speranza in un futuro migliore, ma rappresenta un principio totalizzante e assoluto; l’ortodossia chiede il rispetto della regola imposta e oggettivata in dogma; l’obbedienza ai vertici si presuppone totale e assoluta e indispensabile è il riconoscimento della gerarchia.

Un’ipotesi interpretativa vorrebbe mettere in risalto l’esistenza di un rapporto diretto tra teologia cattolica e fenomeno mafioso, spiegando che la prima avrebbe generato un condizionamento determinante sul secondo, agevolandone diffusione e radicamento sul territorio. La teologia cattolica non produce la mafia, ma contribuisce alla strutturazione del concreto contesto culturale nel quale la mafia si è costituita e dal quale mutua simboli, credenze e pratiche. Matrimoni, battesimi e funerali finiscono con l’essere occasioni importanti per consolidare all’interno i rapporti tra le famiglie mafiose e per coltivare, all’esterno, quell’apparenza di normalità e rispettabilità che esce sicuramente rafforzata dalla legittimazione del rapporto instaurato con la Chiesa. Il rilievo attribuito a dette cerimonie non riguarda tanto il momento liturgico, quanto piuttosto il fatto che esse costituiscono occasioni di incontro tra le famiglie mafiose. Ogni elemento diviene la manifestazione visibile del peso e dell’importanza della famiglia che celebra la ricorrenza. La preghiera e la dimensione del sacro hanno una rilevanza solo contingente e momentanea. C’è chi, tra gli inquirenti, ha pensato di sfruttare le ricorrenze liturgiche particolarmente significative e i momenti di convivialità ad esse collegate, come imperdibili occasioni per interrompere la latitanza di uomini d’onore.

3.3. Compari per la vita Insieme al sacramento del matrimonio e alle strumentali manipolazioni che lo accompagnano nel vissuto degli uomini e delle donne di mafia, nella tradizione siciliana viene attribuito grande peso al rapporto di comparatico che si instaura tra due persone per aver l’una battezzato o cresimato la prole dell’altra, o per aver fatto l’una da testimone alle nozze dell’altra. Diventa quindi un legame indissolubile fra due persone estranee per vincoli di sangue. Il comparatico esprime fiducia estrema ed è un vincolo più forte di quello della parentela più intima. La partecipazione ad un battesimo come padrino o madrina, così come ad un matrimonio la partecipazione come testimone è un’espressione di grande rispetto e di estrema vicinanza tra i genitori e le persone invitate a fare da padrino o da madrina. Il vincolo che si crea, anche all’esterno, è molto forte e l’invito a fare da padrino o madrina può essere probabilmente rivolto solo a persone dell’organizzazione.

3.4. Compari per la morte Ma anche la regola del rispetto sacro del comparatico si rivela contingente e strumentale. La sua adozione, da un punto di vista simbolico, è prevalentemente orientata a rinsaldare i legami tra i sodali del consorzio criminale, inserendoli all’interno di universi di significazione carichi di sacralità, memoria e tradizione. Nei fatti, però, essa viene rispettata solo se e nella misura in cui il gruppo di vertice dell’organizzazione, o comunque chi detiene il comando, ha interesse a che ciò avvenga; la scelta dei valori potrà essere sostituita in qualsiasi momento dalla scelta del fine, dell’obiettivo da perseguire sul momento.

3.5. Funerali di mafia Anche i funerali religiosi assumono un certo peso nei rituali di Cosa Nostra. Elementi importanti di valutazione sono il numero dei partecipanti al corteo funebre, la presenza o meno di fiori e ghirlande, l’atmosfera complessiva di stima e affetto che si stringe intorno ai congiunti e ai parenti più prossimi, l’attenzione più o meno forte manifestata dal contesto in cui il defunto e la sua famiglia hanno vissuto e operato. Più importante ancora del corteo e dell’apparato scenico che vi fa da contorno è, in alcuni casi, la cerimonia religiosa celebrata in chiesa; perché la liturgia in ricordo della dipartita di un affiliato alla consorteria mafiosa può diventare il pretesto per riaffermare il rapporto privilegiato di questi con Dio e, dunque, può essere utile per giustificare attraverso un ministro del culto il rifiuto netto e deciso di aderire ai canoni e alle prescrizioni della giustizia terrena.

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Alle omelie fanno, spesso, da complemento i cartelli funebri affissi sull’ingresso delle chiese, col beneplacito del parroco, i santini stampati dalla famiglia in ricordo del defunto.

3.6. Lo spretato che venne da lontano A Palermo, nel 1981, si apriva ufficialmente la seconda guerra di mafia con l’uccisione di Stefano Bontade, uno dei personaggi di maggiore spicco della mafia palermitana. Era uno sterminio programmato dal gruppo corleonese guidato da Riina e Provenzano.

CAPITOLO 4 Le voci di dentro

4.2. Racconti e testimonianze dall’interno Esiste una vasta aneddotica relativa ad alcuni personaggi-simbolo della storia di Cosa Nostra. Dai colloqui intercorsi con alcuni collaboratori di giustizia, emerge chiaramente come il momento dell’arresto costituisca per un uomo d’onore il primo stacco traumatico, il primo elemento di crisi che scuote dal profondo il precario equilibrio di una vita vissuta all’insegna di un continuo alternarsi di realtà e apparenza. Ma ancora più profonda è la frattura creata nel proprio vissuto dalla scelta della collaborazione. Essere mafiosi infatti, sottolinea un collaboratore, è un vero e proprio lavoro e l’esercizio di questo mestiere contempla solo rapporti con il potere, gli affari e gli interessi. La religione è altra cosa e non entra in contrasto con il “lavoro”; neanche nel caso in cui ci si imbatta nella necessità di combattere un omicidio. Anche in prigione, ricorda, la chiesa è sempre affollata di uomini d’onore. Ma alla fine il collaboratore ammette che il ragionamento che configura questo doppio binario, questa doppia morale, ha qualche crepa logica e si presenta un po’ paradossale.

Anche un altro collaboratore di giustizia non fa mistero di considerare l’adesione alla religione come un complemento della vita quotidiana che corre su un binario separato e parallelo rispetto alla normale condizione di membro del sodalizio mafioso. Al punto che l’omicidio, se giustificato da una motivazione onorevole, può trovare giusta collocazione nella dimensione morale del buon cristiano, perché commetterlo diventa un dovere, un obbligo: chi è morto è uno che aveva sbagliato, e dunque andava punito. I mafiosi finiscono per assumere la titolarità di un diritto di vita e di morte che diventa sempre più arrogante, quanto più elevato è il potere detenuto in seno al sodalizio criminale.

4.3. Il dono inestimabile Nell’ambito del sodalizio, l’uomo d’onore Greco era meglio conosciuto come il papa. Rappresenta il potere della cosiddetta vecchia mafia agraria, che ancora si impone e può contare su antichi legami e antiche complicità. Questo insistito riferimento allo spirito di sacrificio delle proprie ragioni per il bene di tutti; questo continuo riferimento al Vangelo e alla Bibbia, alle ragioni della volontà divina e alla mediazione in terra nei rapporti con Dio; questa sua apparente capacità di ridurre la complessità delle controversie alla necessità di una pacata discussione, gli valgono il soprannome di papa.

4.4. La preghiera Di una religione esteriorizzata, a misura della condizione e dei peccati di ciascuno, che non lascia spazio alla penitenza e alla solidarietà, troviamo molte testimonianze all’interno dell’universo mafioso. I vari capimafia (e non sono) interrogati pregano ciascuno “a modo proprio”, ma si definiscono tutti estremamente religiosi. Altri importanti uomini d’onore costretti alla latitanza, non volendo rinunciare alla liturgia della domenica e delle feste comandate, hanno deciso di arricchire il proprio rifugio di un locale destinato a cappella personale. In questi improvvisati luoghi di culto, sono state celebrate messe e sono stati somministrati sacramenti; ai latitanti che vi trovavano rifugio è stato portato il conforto della fede ed è stata assicurata assistenza spirituale. Queste cappelle private sono divenute, insomma, metafora di un rapporto, diretto e privilegiato, tra ministri della religione cattolica e universo mafioso; il

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luogo di confine in cui una pratica religiosa attenta alle sorti del singolo peccatore piuttosto che al peccato e ai suoi effetti sulla collettività ha deciso di incontrare una professione di fede esteriorizzata e controversa, convivente con l’ideologia mafiosa. Significativo è il fatto che questa fede che convive con la pratica e con l’ideologia mafiose trovi ministri del culto disposti a coltivarla, a interpretarla. Ministri del culto che non hanno difficoltà a riconoscere nei mafiosi una categoria di fedeli addirittura più assidui e più coinvolti nella “passione per Dio” di tanti altri peccatori. Molti mafiosi hanno inoltre un rapporto particolare con la religione, avendo anche frequentato in gioventù scuole cattoliche.

Si presenta allora la necessità di comprendere un’interpretazione personalistica e distorta della religiosità; si tratta di comportamenti e pratiche che fanno della religione e della sua simbologia un uso prevalentemente strumentale, per rafforzare il senso di appartenenza alla consorteria mafiosa, la sua aura di sacralità.

4.5. La sacralità del pizzino La latitanza di un uomo d’onore, soprattutto quando si tratta di un capo, è contrassegnata da un costante bisogno di comunicazione. Occorre soprattutto che ciò avvenga in segreto. E’ questa la ragione per la quale, sovente, sono proprio i messaggi scritti (epistolari, pizzini o quant’altro) a costituire la forma di comunicazione prediletta. Nel messaggio, l’uomo d’onore latitante non può, però, limitarsi a inviare meri dati informativi; dal momento che la scrittura svolge anche una funzione vicaria e sostitutiva della presenza, essa è spesso anche il veicolo privilegiato attraverso cui trasmettere all’interlocutore la propria visione del mondo, utilizzando uno stile di scrittura distintivo, personale, immediatamente riconoscibile, servendosi di formule che contribuiscono a conferire legittimazione e autorità alle proprie parole. Il caso del capomafia corleonese Bernando Provenzano è quello certamente più significativo. Egli richiama i versi della Bibbia e cita il Vangelo, mostrando di voler seguire un percorso di umiltà e obbedienza, cioè di rinuncia e sacrificio, quasi volesse prendere su di sé la responsabilità di un’opera di mediazione con Dio. Vuole apparire interprete e dispensatore di un volere divino. La struttura di questi scritti è pressoché sempre la medesima. Ognuno di essi si apre con un saluto e un augurio, il più delle volte contenente un riferimento alla benevolenza divina. A seguire vengono introdotte le richieste e vengono proposte le risposte e i suggerimenti, solitamente articolati in un elenco distinto per argomenti. Quarantatré volte, poi, viene utilizzata l’espressione “Con il volere di Dio”, in alcuni casi anche consecutivamente in uno stesso periodo. L’espressione “Vi benedica il Signore e vi protegga” viene, invece, utilizzata come formula di chiusura in pressoché tutti gli scritti. Le lettere e i pizzini, insomma, rispecchiano un preciso ordine dellinterazione, un rito sociale attraverso cui egli definisce la propria identità di capo ispirato e sorretto dalla fede in Dio.

Resta da stabilire se i numerosi riferimenti ai testi sacri contenuti negli scritti di Provenzano nascondano una qualche forma di codice cifrato (che è l’ipotesi più avvalorata e ci sono stati molti studi al riguardo), utilizzato dal capomafia per le comunicazioni con i suoi sodali, o se costituiscano solo un’appendice di una devozione religiosa sviluppata per apparire più autorevole e carismatico agli occhi dei gregari.

CAPITOLO 5 Confessione e pentimento

5.1. Il peccato di mafia Vi è un inscindibile e stretto legame tra criminalità economica (quella dei cosiddetti colletti bianchi) e organizzazioni mafiose. Nell’ambito di queste riflessioni, la qualifica mafiosa di un sodalizio criminale viene ormai direttamente collegata anche alla capacità di creare un sistema transclassista e reticolare di interdipendenze, di costruire rapporti e legami di reciproca convivenza con la politica, l’economia, le istituzioni, con il mondo delle professioni e, in definitiva, con il mondo dei poteri e dei saperi.

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Vista dalla perte del sacerdote, l’esperienza della confessione di un uomo d’onore comporta l’assunzione di molteplici e pesanti responsabilità. In alcuni casi, può risolversi anche in un momento di assoluta incomunicabilità, laddove manca la possibilità di confrontarsi, di discutere, di prospettare un mutamento delle proprie convinzioni e della propria vita. Dopo aver premesso che raramente gli uomini d’onore si accostano al confessionale, il sacerdote raccontava che vi era una specie di teocrazia. I mafiosi infatti sono interpreti dei voleri di Dio. Siccome lo Stato non è in grado di interpretare il volere di Dio, di essere giusto come è giusto Dio, intervengono loro e si mettono dalla parte di Dio e dalla parte degli uomini. Sempre secondo il prete, in gioco è il peccato dell’orgoglio, cioè si identificano con Dio. Di fatto, l’errore più grosso dei mafiosi è quello dell’orgoglio.

5.2. Pentiti e pentimento La tradizione cattolica solidamente radicata nel nostro paese ha contribuito a collegare indissolubilmente a espressioni come pentito e pentimento un forte valore evocativo in rapporto alla sfera religiosa e alla fede. Proprio partendo da questo grave equivoco di fondo, un tema (quello della collaborazione con la giustizia) che, ad esempio, negli Stati Uniti ha prodotto straordinari successi investigativi perché affrontato con laico distacco, attraverso una logica strumentale e negoziale, in Italia ha prodotto scontri e polemiche, ma soprattutto un giudizio pubblico assai critico e severo nei confronti dei collaboratori di giustizia, a cui è stata rivolta l’accusa di essere rimasti dei criminali opportunisti e calcolatori, capaci solo di strumentalizzare le garanzie che il sistema normativo ha messo loro a disposizione, senza per questo aver cambiato la propria disposizione spirituale verso il mondo e verso la precedente esistenza. Per la verità, la storia di alcuni collaboratori di giustizia raccoglie anche casi in cui le principali motivazioni addotte per giustificare la propria scelta sono state indicate in forme di profondo ravvedimento religioso, anche se si tratta di casi molto sporadici. Vi è poi una grande importanza attribuita dal collaboratore alla diffusione di un’immagine di sè, peraltro molto rara e impopolare, come soggetto pentito sia di fronte a Dio (manifestando il bisogno di espiazione), sia di fronte agli uomini (non sottraendosi al processo di collaborazione con lo Stato).

Tra i requisiti richiesti per accedere al programma di protezione, la vigente legislazione in tema di collaborazione non prevede l’accertamento di una palingenesi interiore del collaborante, e neanche l’accertamento del suo effettivo ravvedimento; prevede, invece, una severa disciplina di comportamenti e un leale contributo di informazioni da fornire all’autorità giudiziaria. Nonostante la chiarezza della norma di legge, l’equivoco tra le ragioni della fede e quelle dello Stato ne ha generati a catena molti altri, cosicché in questi anni parecchi commentatori si sono pronunciati favorevolmente rispetto all’ipotesi che venisse riconosciuta ai mafiosi una qualche forma di beneficio solo a fronte di un formale atto di pentimento, di emenda interiore, rifiutando, invece, l’idea che potesse configurarsi una collaborazione con la giustizia senza un preventivo, esplicito atto di ravvedimento. Quello che per la legge è semplicemente un patto tra soggetti che si scambiano utilità, guadagnando reciprocamente un vantaggio, secondo questa interpretazione può anche essere percepito come frutto di un’ingiustizia che finisce col premiare il reo e offendere ulteriormente le vittime. Per lo Stato italiano, invece, il pentito accede a un accordo, a uno scambio ammesso dalla legge, non suscettibile di alcun giudizio di natura morale, sganciato dalla valutazione di eventuali intenzioni occulte o palesi del contraente; un accordo secondo scelte di opportunità, che guarda freddamente ai fatti, alle circostanze e, semmai, prospetta al reo un’ulteriore opportunità di reinserimento sociale.

L’equivoco dunque ne produce degli altri. Così, è sulla stessa nozione di pentimento che si accende una disputa, che si apre con una contesa. Cosa significa pentimento nell’accezione più comune, in parte ereditata con la socializzazione alla religione cattolica? Se pentimento è ravvedimento interiore, esso non implica la propalazione delle proprie conoscenze. Anzi: accusare altri, indicare le altrui responsabilità significa tradire; e il tradimento è uno dei peccati più ignobili.

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Così, si arriva ad affermare che non solo chi collabora dovrebbe, innanzi tutto, anche e prevalentemente pentirsi; ma che il pentimento non necessariamente implica la denuncia delle colpe atrui, né determina l’accertamento di responsabilità a carico di persone diverse dal dichiarante. Anzi per il sacerdote intervistato, un’eventuale collaborazione diventa infamia, delazione ed è da condannare.

5.3. Giustizia divina e giustizia terrena Non c’è da stupirsi se in un’organizzazione che si propone e si presenta con le caratteristiche di un vero e proprio ordinamento giuridico, in un gruppo, oltretutto, che chiede un’adesione fideistica alle sue regole, sostituendo con un approccio confessionale la laicità della legge penale, si siano create le premesse per la diffusione di un clima di disaffezione ai valori civici, che nel tempo ha offerto una motivazione culturale ed etica a quanti (tra mafiosi e criminali) hanno affermato di volersi pentire o di averlo già fatto dinanzi a Dio, ma non di fronte allo Stato; di credere e prestare obbedienza solo all’autorità e alla giustizia divina, ma non a quella terrena.

Una realtà molto più vasta e complessa, rispetto alla quale pesano non solo e non prevalentemente i problemi teologici, ma, piuttosto, le posizioni e gli interessi di quanti preferiscono il primato delle Curie a quello degli organi dello Stato. Per anni, in Sicilia, la posizione di chi avrebbe voluto una totale e decisa autonomia di giudizio e di azione della Chiesa rispetto all’autorità dello Stato è stata forte e indiscussa. Tuttavia, soprattutto in tempi più recenti, all’interno della Chiesa isolana non sono poche le voci che hanno manifestato e manifestano una sensibilità nuova, e che non intendono rinunciare a un equilibrato rapporto con lo Stato e le sue istituzioni, nel quale ciascuno è chiamato a esercitare le competenze che gli sono proprie, in un rapporto di mutua considerazione e collaborazione. Il mafioso pentito, per manifestare il pentimento, deve fare un nuovo patto che implichi l’accettazione piena del genere umano, della società, che implichi rispetto delle leggi a cui deve fare atto di sottomissione. La presa di distanza deve essere pubblica e comporta l’accettazione piena del valore Stato e delle leggi dello Stato.

La mafia è una particolare forma di associazione a delinquere volta alla distruzione senza scrupoli, che in quanto organizzazione mira a scardinare lo Stato di diritto, quindi, secondo un prete, quando ti obbligano a rivelare i nomi, ti stanno obbligando a scardinare una cosa che mira a distruggere lo Stato di diritto e perciò ti possono obbligare a fare i nomi e tutto questo è coerente col credo cristiano. Quindi, sempre secondo il prete, per dimostrare che sei pentito anche religiosamente parlando, sei tenuto anche a fare i nomi dei correi. Mettendosi nella mentalità mafiosa, stai tradendo, perché la mentalità mafiosa è intrinsecamente omicida, mentre quella dello Stato è per il bene dell’uomo. Un altro prete afferma che i devoti mafiosi altro non sono se non criminali che si sentono in pace con Dio sulla base di un gigantesco equivoco. C’è differenza tra religiosità esteriore e il Vangelo, che è la non violenza e la solidarietà assoluta. Inoltre, oltre che puntare a utilizzarne le dichiarazioni e i contributi processuali, obiettivo delle istituzioni dovrebbe essere anche quello di recuperare alla società civile dei soggetti che hanno sbagliato, utilizzando però degli strumenti più decisi ed efficaci di quelli attualmente in uso. Chi ha sbagliato deve essere condannato alla pena che merita, ma anche essere messo nelle condizioni di cambiare e riparare al danno commesso. Di fronte al mafioso che sbaglia la Chiesa si è posta soprattutto il problema della sua conversione individuale, prestando poca attenzione ai risvolti e alle radici sociali delle singole vicende criminali, ai danni patiti dalle vittime e dalla società. Così, secondo il prete, il vero pentimento religioso implicherebbe necessariamente la pubblica riparazione del male commesso, in quanto chi commette un reato grave colpisce anche la comunità cui appartiene. Non sarebbe quindi da ritenere autentico pentimento religioso quello di chi poi si sottrae alla giustizia terrena e alla riparazione da essa richiesta. Ciò non significa che giustizia terrena e giustizia divina siano la stessa cosa; sono due livelli e due piani tra loro differenti, ma non inconciliabili.

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5.4. Il documento dei teologi siciliani Alcuni docenti della Facoltà Teologica di Sicilia hanno redatto un documento su richiesta dell’arcivescovo di Palermo dell’epoca, proprio in occasione dell’arresto di padre Mario Frittitta. In esso, dopo aver riconosciuto il lungo silenzio della Chiesa siciliana sul fenomeno mafioso e dopo aver ribadito l’assoluta “incompatibilità dell’appartenenza mafiosa con la professione di fede cristiana”, si affrontano, tra gli altri, il tema del pentimento e quello del perdono. Vi sono dunque nel testo delle indicazioni suggerite dal gruppo di teologi, come “salvaguardare il volto evangelico della Chiesa”. Ciò significa che, per quanto la Chiesa denunci apertamente la “natura peccaminosa della mafia”, deve farlo in nome del Vangelo. La Chiesa, chiarisce il documento, sente di avere una sua responsabilità per la formazione di una diffusa coscienza civile di rifiuto del costume e della mentalità mafiosa. Tuttavia non confonde la sua azione pastorale con quella dello Stato. Insomma, impegno civile e azione propriamente pastorale della Chiesa possono incontrarsi, ma non sono la stessa cosa.

Altro punto fondamentale è la massima secondo cui occorre “vigilare perché non sia strumentalizzato il ministero della Chiesa”. Ciò significa che, pur avendo come obiettivo la conversione del mafioso, il religioso deve costantemente vigilare affinché l’esercizio del ministero di annuncio della misericordia di Dio non sia strumentalizzato dal mafioso e non si configuri di fatto come copertura o favoreggiamento di quanti hanno violato e talvolta continuano a violare la legge di Dio e degli uomini. La conversione cristiana non può essere ridotta ad un fatto intimistico ma ha sempre una proiezione storica ed esige comunque la riparazione. Nel documento non solo non si fa alcun cenno a una qualche potenziale contrapposizione tra giustizia terrena e giustizia divina, tra pentimento religioso e riparazione terrena del male commesso; ma, anzi, viene sottolineato che la conversione, nel caso del mafioso, non potrà definirsi tale se, al contempo, egli non accetterà, come elemento integrante del suo percorso di espiazione e riparazione, di sottoporsi alla giustizia terrena con cui avrà il dovere di collaborare.

Nessuna contrapposizione, dunque, tra impegno laico dello Stato e impegno religioso della Chiesa, pur in una sostanziale differenza di intenti. L’uno, quello dello Stato, più diretto alla tutela della comunità e alla necessità di punire, orientato alla previsione di un recupero del deviante, senza per questo chiedere atti di comprovato pentimento e/o conversione; l’altro, quello della Chiesa, fondamentalmente diretto al pentimento e alla conversione del peccatore, che però richiede un contestuale impegno fattivo nel sociale, per la riparazione del danno provocato, e il dovere morale di non sottrarsi all’autorità dello Stato.

CAPITOLO 6 La pastorale che divide

6.1. Il “network” Ripercorrendo gli eventi degli ultimi due secoli di presenza della Chiesa e del clero nel Mezzogiorno d’Italia, si vede quanto drammaticamente numerosi siano gli episodi che hanno visto sacerdoti e religiosi vittime della violenza mafiosa. Tuttavia, nel Mezzogiorno e, in particolare, in Sicilia, non sempre la Chiesa si è fatta “portatrice coraggiosa di luce e voce di verità”; esiste anche in questo caso una copiosa raccolta di episodi che coinvolgono il clero siciliano e che ci prospettano situazioni di compiacenza e di collusione. Questi episodi mostrano che l’interpretazione che vorrebbe confinare il fenomeno mafioso negli spazi marginali della piramide sociale, come prodotto di uno stato di arretratezza culturale ed economica, come residuo di un’arcaicità destinata a scomparire nel tempo, nega l’evidenza della realtà, distorce la storia. Ricordare che queste storie esistono aiuta a leggere il fenomeno mafioso in maniera diversa, guardando al ruolo storico delle classi dirigenti e anche della Chiesa, alla normalità borghese in cui l’uso della violenza finalizzato all’accumulazione parassitaria ha trovato il suo terreno fertile.

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Ricordare queste storie aiuta a illuminare l’aria entro cui mafia, istituzioni e ordinamenti si incontrano e riproducono quella dimensione sistemica e transclassista che ha consentito all’organizzazione criminale di mantenere inalterate nel tempo le proprie potenzialità offensive. In tale prospettiva, le complicità, la neutralità o l’indifferenza di pezzi dell’economia, della politica e anche della Chiesa appaiono non più come sporadiche e isolate, ma come un elemento essenziale alla sopravvivenza del sodalizio mafioso sul territorio. Secondo Sciarrone, un gruppo mafioso ha assolutamente bisogno di rapporti di collusione e complicità per riprodursi nel tempo e nello spazio. Senza una fitta trama relazionale aperta all’esterno la mafia non avrebbe la forza che le viene riconosciuta. Nello “spazio della normalità” le cosche invece si contraddistinguono per la loro capacità di networking, senza cui non sarebbe possibile rendere pienamente operativo il controllo sul territorio, né lo stesso esercizio della violenza.

Fino a un recente passato, questa capacità di networking, questo intrecciarsi di relazioni e silenzi tra mafia, mondo delle istituzioni e ordinamenti, trasversale ai differenti livelli del sistema di stratificazione sociale, è stato interpretato come un casuale ripetersi di episodi sporadici e isolati, frutto di contingenti e occasionali convergenze di interessi; in realtà, attraverso l’approfondimento dell’esperienza storica, in una dimensione diacronica che parte dal periodo preunitario e giunge fino ai nostri giorni, tali rapporti appaiono come la normale patologia nella quale hanno vissuto le élites politico-economiche del nostro paese; una sorta di ordinaria degenerazione del sistema-Stato, grazie alla quale il sodalizio mafioso ha potuto sopravvivere e riprodursi.

6.3. La mafia e il cardinale Mentre in Sicilia alcuni uomini di Chiesa sposavano una pastorale di impegno civile, denunciando le sopraffazioni mafiose con uno spirito che anticipava di alcuni anni quello del Concilio, pezzi della stessa Chiesa contribuivano (anche inconsapevolmente) alla crescita e al rafforzamento del network di potere mafioso con il loro silenzio, con la sottovalutazione della gravità del fenomeno o con la loro condiscendenza. Ruffini, cardinale di Palermo in un difficile periodo storico, più che preoccuparsi della strage mafiosa, appariva costernato per la vittoria delle sinistre alle elezioni regionali. Nei suoi scritti il prelato sembra ossessionato dal pericolo comunista , al punto da usare un linguaggio militare anche nelle sue esortazioni pastorali. Dopo il successo delle sinistre alle elezioni regionali del 1947 in Sicilia, le gerarchie ecclesiastiche avrebbero dispiegato ogni possibile strategia (non sempre e non solo pastorale) per raccogliere e incrementare il consenso elettorale intorno alla DC e le curie avrebbero perfino assunto il controllo diretto sui potenziali candidati da inserire nelle liste del partito della DC. Per il cardinale Ruffini, l’obiettivo politico-religioso di contrastare il comunismo e sconfiggerlo per preservare l’unità del popolo cattolico stava al di sopra di ogni patto costituzionale, al di sopra dell’idea di Stato e di democrazia. Nei suoi scritti e interventi, il cardinale non ha mai negato l’esistenza della mafia. Ne ha però offerto un’immagine artefatta e mistificata. Perché in quel momento storico altri erano i problemi che riteneva impellenti; l’organizzazione criminale, a differenza dei comunisti, non minacciava rotture ideologiche, non metteva in pericolo l’armamentario culturale cattolico, né si dichiarava fuori dalla Chiesa di Roma.

6.4. La mafia, Danilo Dolci e “Il Gattopardo” Nel dopoguerra, dunque, prima ancora che le bande mafiose, il pericolo che le più alte gerarchie della Chiesa siciliana ritenevano fosse incombente era l’avanzata e la diffusione delle ideologie socialiste e comuniste. In quegli anni regnava quindi un clima di confusione e distacco, rispetto al problema, nella Chiesa siciliana.

L’arcivescovo Ruffini, inoltre, prendeva esplicita posizione contro quella che definiva una “grave congiura” ai danni del buon nome dell’isola, che avrebbe associato la mentalità della mafia a quella religiosa.

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Così, dopo aver ridimensionato il ruolo della mafia (ridotta a una minoranza di delinquenti, senza una particolare relazione con il territorio siciliano), il cardinale non perdeva occasione per ricordare le glorie dell’isola, fra cui annoverava una devozione fervissima verso la madre di Dio, uno spirito religioso e civiltà.

6.5. I vescovi e il cambiamento Negli anni successivi, con il progressivo venir meno del frontismo politico e, soprattutto, grazie alla spinta dello spirito conciliare e all’impegno di una nuova generazione di sacerdoti, la Chiesa siciliana imbocca la strada di un deciso processo di cambiamento. Sulla scorta degli insegnamenti e delle riflessioni che scaturiscono dal Concilio Vaticano II, anche in Sicilia viene meno il vincolo dell’unità politica dei cattolici. Anzi, sono in qualche modo anche le Curie a monitorare il dissenso interno alla DC, nel tentativo di governare lo sganciamento dei cattolici dissidenti, senza, tuttavia, lasciare che vada disperso il patrimonio di intelligenze, risorse e voti che essi rappresentano. Grazie anche a questa rottura culturale e politica, la Chiesa siciliana (o almeno parte di essa) potrà assumere il tema della lotta alla mafia come terreno per una testimonianza evangelica. Gli insegnamenti conciliari, peraltro, spingono in direzione di una fede che non si consumi solo nel momento intimistico e interiore di raccoglimento, ma che si realizzi compiutamente attraverso il rapporto con la città e le persone; in rapporto al problema-mafia, questo consolidato orientamento continuerà a provocare un disinteresse per le conseguenze sociali degli atti di mafia, agevolando forme di ambigua tolleranza da parte di numerosi ministri del culto. In base a tale convinzione, uomini di Chiesa riterranno di poter legittimamente offrire al peccatore la possibilità di salvezza e di liberazione dalla colpa, prospettando come superflua l’esigenza di sottoporsi al giudizio terreno, all’autorità dello Stato.

L’anno di svolta è quello dell’insediamento del nuovo arcivescovo di Palermo Pappalardo. E’ del 1973 infatti il documento in cui i vescovi siciliani accennano per la prima volta alle moderne forme di gangsterismo mafioso e parlano di accumulazione parassitaria, esortando i fedelia un ruolo attivo di educatori. Nel febbraio del 1980, durante le prime fasi della seconda guerra di mafia e subito dopo l’omicidio del presidente della Regione Piersanti Mattarella, la Conferenza divulga ancora due documenti in cui si fa accenno alla mafia.

6.6. La frontiera Sono anni cruciali per la Chiesa siciliana, quelli tra il 1980 e il 1982. Sono anni terribili anche per piccole cittadine all’estrema periferia orientale di Palermo, dove i corleonesi avviano lo sterminio sistematico dei loro avversari. I giornali finiscono per chiamarli il “triangolo della morte” e non passa giorno senza che giunga notizia di una persona morta o scomparsa nel nulla. In questi luoghi anche la Chiesa ha una tradizione antica di silenzio e torpore. Improvvisamente qualcosa cambia: è un cambiamento che vede protagonisti alcuni giovani sacerdoti, e tra questi padre Francesco Stabile. Egli si muove tanto sul versante del rinnovamento teologico, quanto su quello del rinnovamento dei comportamenti del clero. Arrivano, frattanto, gli omicidi del “triangolo della morte” e Stabile scrive una lettera al Consiglio pastorale e presbiteriale, in cui chiede un intervento esplicito e netto della Chiesa. Nel 1983, oltre ventimila tra cittadini, studenti, rappresentanti delle parrocchie e sacerdoti sfileranno, a testimonianza di un impegno che mai prima d’allora si era visto in quei luoghi.

6.7. Vescovo a Sagunto In questo scenario è soprattutto la Curia di Palermo a mostrare una netta inversione di rotta in tema di impegno pastorale contro il fenomeno mafioso. E’ proprio il nuovo arcivescovo del capoluogo, monsignor Pappalardo, a guidare con prudenza questo processo di cambiamento. Né può essere del tutto casuale che questo accada mentre è in atto un crescendo di violenza omicida che accompagna la guerra di mafia tra corleonesi e moderati; oltre a parecchie decine di affiliati alle varie famiglie mafiose, vengono uccisi anche il capo della Squadra mobile di Palermo, un giudice, un maresciallo e il presidente della Regione Piersanti Mattarella.

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L’arcivescovo recita una forte omelia in occasione dei funerali del giudice e del maresciallo. In seguito, un appello ai cittadini e ai fedeli per una mobilitazione in favore dei giovani e contro la cultura mafiosa si lega all’esortazione lanciata poche settimane prima. A luglio, durante l’omelia per un altro omicidio di mafia, in occasione dei funerali del capo della Squadra mobile di Palermo, Pappalardo aveva invitato i cittadini a uscire con coraggio dal silenzio omertoso che soffoca Palermo. L’omelia del cardinale denuncia l’esistenza di un “macchinoso intreccio praticamente inestricabile tra delinquenza comune che agisce allo scoperto e occulti manovratori di loschi affari che operano sotto abili coperture e protezioni” e non manca di auspicare che “disonesti e mafiosi, qualunque sia il colore del loro colletto o della loro camicia, possano essere raggiunti dalla giustizia umana”. Intanto, a Palermo il 1982 si apre con le fasi più violente e tragiche della seconda guerra di mafia. Forte anche dell’attenzione vaticana, il 1982 sarà forse per Pappalardo il momento più alto di rottura ufficiale con l’atteggiamento delle vecchie gerarchie ecclesiastiche in materia di mafia e criminalità organizzata. L’arcivescovo tuona una condanna netta contro la mafia e, per la prima volta, rivolge un duro monito alla politica e alle istituzioni, accusandole di aver abbandonato Palermo nelle mani della criminalità mafiosa. L’omelia di Sagunto tocca nel segno perché è una presa di posizione gridata davanti alle istituzioni civili del paese, perché vuole sancire la rottura di ogni tolleranza. Forse per questo diventa motivo di divisione e contrasti. Innanzi tutto con Cosa Nostra, che governa il popolo delle carceri (i cui detenuti disertano l’incontro con Pappalardo proprio in carcere). Forti reazioni si scatenano anche in Curia e all’interno della comunità dei parroci del capoluogo siciliano. Un impegno troppo esplicito e caratterizzato con Cosa Nostra non è gradito a molti ministri del culto. Anche la classe dirigente e la ricca borghesia della città prendono le distanze dall’intervento dell’arcivescovo. Non è un caso, forse, se a partire da quel momento l’atteggiamento della Curia e gli interventi dello stesso Pappalardo in tema di mafia cominciano ad essere radi, generici, improntati a maggiore cautela. Così, per ritrovare traccia di una nuova, decisa presa di posizione ufficiale contro il fenomeno mafioso, occorre aspettare fino al maggio del 1993, anno della visita di papa Giovanni Paolo II ad Agrigento. A Palermo torna in quel momento la strategia del terrore mafioso con le stragi di Capaci e di via D’Amelio, contro le quali si scatenano durissime le parole del papa. Il suo intervento cala infatti come un macigno contro quei settori della Chiesa siciliana che indugiano in un giustificazionismo, che trovano pretesti per continuare a coltivare rapporti che corrono sul filo delle ambiguità personali e materiali.

La reazione di Cosa Nostra intanto non si fa attendere e devasta due chiese romane. Un ex uomo d’onore afferma allora che una volta la Chiesa era considerata sacra e intoccabile. Ora invece Cosa Nostra stava attaccando anche la Chiesa perché si stava esprimendo contro la mafia ed era un chiaro messaggio per i sacerdoti: non dovevano intervenire. Al culmine della nuova offensiva contro quella parte di Chiesa impegnata sul territorio in difesa della legalità, nel 1993 a Palermo, giunge l’omicidio di padre Puglisi, parroco a Brancaccio.

6.8. La Chiesa di Frittitta e quella di De Giorgi Con l’omicidio di padre Puglisi si coglie il primo, vero smarrimento della Chiesa ufficiale siciliana, che tarda addirittura a prendere una decisa posizione di condanna del delitto. A novembre del 1993, in un clima di forte tensione, si apre ad Acireale il terzo convegno delle Chiese di Sicilia, dedicato al tema Nuova evangelizzazione e pastorale. Sono numerosi gli interventi in cui emerge la necessità di una lucida autocritica all’interno della Chiesa isolana. All’incontro (non senza suscitare malumori) viene invitato a intervenire Gian Carlo Caselli, in quei mesi da poco insediatosi a capo della Procura di Palermo. Il discorso del procuratore diventa l’appello di un cattolico impegnato e consapevole, che riesce a conquistare consensi e favori. Egli, infatti, parla prima di tutto da cristiano e non da magistrato. Non manca, tra i partecipanti, chi accoglie le sue parole con un manifesto disappunto. Il terzo convegno delle Chiese di Sicilia viene chiuso dal cardinale Pappalardo, che ammette che in passato certi diffusi silenzi o non troppo esplicite e articolate condanno possono essere state segno di complicità o di tacita connivenza. La conseguenza immediata dei lavori di Acireale è il documento Nuova evangelizzazione e pastorale, in cui prevale una linea di fermezza e condanna contro la mafia.

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Esso afferma che uomini e donne di Cosa Nostra sono fuori della comunione della Chiesa. Per la prima volta, in forma inequivocabile, in un documento ufficiale, uomini e donne di Cosa Nostra vengono estromessi dal contesto dei fedeli e dunque, di fatto, scomunicati in virtù dell’adesione stessa al vincolo associativo, in virtù del semplice rapporto di connivenza o di supporto all’organizzazione criminale le cui finalità sono, di per sé, definite in opposizione al Vangelo.

Il nuovo arcivescovo di Palermo affronta il problema del pentimento dei mafiosi: la conversione deve essere autentica e sincera, deve comportare cioè un cambiamento di mentalità, atteggiamenti e vita. Esige il passaggio dalla cultura dell’odio e della morte a quella evangelica dell’amore e del rispetto della vita. Esige la volontà di non commettere più mali e di riparare i danni commessi, rimettendosi alle legittime istanze della giustizia. Gli esponenti di quella parte di Chiesa siciliana fino a quel momento rimasta in ombra, non perdono tempo ad accusare l’arcivescovo di aver tradito il suo magistero. La Chiesa che emerge è quindi un’istituzione dalle diverse culture e dalle molte anime, incapace di esprimere unitariamente uno stacco netto dal passato, in cui alcune sue componenti non esitano a porsi in aperta contrapposizione con le istituzioni dello Stato e con le regole che queste sono chiamate a garantire, rivendicando uno spazio autonomo, sciolto da ogni obbligo di legge.

CAPITOLO 7 Prove di trattativa

7.1. Fare la guerra per avere la pace Nella storia del nostro paese non mancano precedenti clamorosi di rapporti negoziali tra pezzi dello Stato e associazioni criminali, di cui solo occasionalmente si è venuti a conoscenza. Anche in tempi più recenti si è tornati a ipotizzare l’esistenza di una trattativa tra pezzi dello Stato italiano e Cosa Nostra: una trattativa che dopo le grandi stragi del 1992 e del 1993 avrebbe avuto l’obiettivo di negoziare la posizione degli uomini d’onore detenuti e di configurare, di fatto, un nuovo assetto nei rapporti tra organizzazione mafiosa, mondo della politica, dell’economia e delle istituzioni del nostro paese. Ormai nota è la strategia mafiosa adottata fin dal 1992, finalizzata da un lato ad ottenere un ricambio di alleanze politiche, dall’altro ad acquisire benefici processuali e carcerari per gli uomini di Cosa Nostra, sulla base di una lista di richieste (un papello) predisposta dai vertici mafiosi. Il negoziato avrebbe, però, trovato resistenze inaspettate e Riina avrebbe espresso la convinzione che fosse utile dare un altro “colpetto” per indurre gli interlocutori a riprendere il dialogo interrotto. Il “colpetto” si sarebbe concretizzato, poco dopo, col massacro di Paolo Borsellino e degli uomini della sua scorta.

L’arresto nel tempo di alcuni esponenti di vertice dell’organizzazione criminale potrebbe essere letto come l’evolversi di una spaccatura interna tra l’ala stragista e l’ala moderata di Cosa Nostra, guidata da Bernando Provenzano, che consegnando allo Stato i più accesi fautori dello scontro armato avrebbe aperto un secondo fronte di negoziato per una nuova stagione di convivenza con lo Stato.

7.2. Aglieri e la terza via Anche la Chiesa si è trovata, spesso, a giocare ruoli di mediazione: si pensi ai tanti sequestri di persona avvenuti in Calabria e risolti con l’intervento dei parroci, o ai numerosi sequestri di persona avvenuti in Sicilia e nel Nord Italia negli anni Settanta. Anche nel caso della complessa trattativa che si sarebbe svolta, a partire dal 1992, tra uomini di Cosa Nostra e uomini delle istituzioni, le prove di dialogo hanno visto l’intervento di alcuni esponenti della Chiesa. Lo stesso omicidio di padre Pino Puglisi potrebbe trovare un movente aggiuntivo nell’atteggiamento di prudenza opposto dalle gerarchie ecclesiastiche dell’epoca alla richiesta mafiosa di un più preciso e penetrante intervento di mediazione che nel 1993 avrebbe potuto sbloccare il dialogo interrotto con lo Stato dopo gli attentati del Nord Italia. Un dialogo che, una volta avviato, una parte della Chiesa ha continuato a coltivare attraverso vari canali.

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A Palermo, ad esempio, a partire dal 1993, un sacerdote tenta ripetutamente di entrare in contatto con i vertici di Cosa Nostra per spingerli alla conversione, in particolare con Salvatore Riina.

L’idea che matura all’interno di Cosa Nostra è quella di proporre allo Stato di accettare la dissociazione (dall’organizzazione mafiosa) dei mafiosi condannati all’ergastolo, in regime di carcere duro. Ci si impegna in un’ammissione personale di responsabilità, una sorta di abiura (una dissociazione appunto) del legame mafioso, a fronte della prospettiva di poter godere di trattamenti carcerari meno restrittivi. In cambio, si offre la disponibilità ad avviare una sorta di opera di revisione all’interno del sodalizio criminale, fino alla progressiva rimozione delle ragioni “ideologico-culturali” di Cosa Nostra. Quella della dissociazione (”né con lo Stato, né contro la mafia”) è una vecchia idea mutuata dalla legislazione antiterrorismo introdotta negli anni Settanta; solo che, a differenza della natura spiccatamente ideologica dell’adesione alla lotta armata, l’adesione a Cosa Nostra comporta la condivisione di un reticolo di relazioni, interessi, legami e condizionamenti materiali e culturali così profondamente radicati da non poter certo essere rimossi con un semplice “chiamarsi fuori”. Ma per la Procura nessuna trattativa è ipotizzabile e il parroco (che aveva tentato la trattativa) attribuisce la responsabilità del fallimento a uno Stato che egli descrive come “un muro alto e spesso” e che avrebbe invece dovuto accettare la disponibilità alla dissociazione, prima ancora che chiedere la collaborazione con la giustizia. Da parte dello Stato infatti si voleva che loro si arrendessero, ma il vero pentimento secondo lo Stato consisterebbe nell’accusare gli altri. Vengono in questa occasione mostrate, ancora una volta, le contraddizioni di una Chiesa divisa in tema di mafia; di una Chiesa disposta ad aprire nuovi fronti di contrattazione, senza considerare le possibili, pericolose conseguenze che da tale comportamento rischiano di derivare.

7.3. Fra Celestino Nel 1995 è fra Celestino che con scarsa fortuna tenta di entrare in contatto con Salvatore Riina. Da quel momento il frate viene seguito con attenta discrezione dagli investigatori che tengono sotto osservazione le famiglie corleonesi.

7.4. La lettera di Calò E’ con il Giubileo del 2000 che si apre un nuovo canale di comunicazione; questa volta sono i cappellani delle carceri a parlare di indulgenza e riappacificazione, prospettando il possibile perdono della Chiesa. Intorno alla fine di gennaio filtrano alla stampa una serie di indiscrezioni sui numerosi incontri avvenuti nelle carceri siciliane tra i cappellani e i capomafia detenuti sotto regime di isolamento; agli uomini d’onore sarebbe stato proposto un momento di riflessione spirituale, cui far seguire il proprio pentimento religioso e la riconciliazione con la parte offesa, attraverso un risarcimento ai familiari delle vittime. Potrebbe trattarsi di un passo in avanti. Ma, anche in questo caso, ci si guarda bene dal chiedere che il pentimento religioso porti anche alla collaborazione per sgominare le bande mafiose e impedire nuovi delitti e nuove sopraffazioni. Infatti sarebbe troppo conveniente invitare alla delazione e troppo facile non scontare il carcere duro per aver commesso efferati delitti.

A marzo il dialogo porta a un primo, concreto risultato: un gruppo di detenuti per mafia reclusi presso il carcere palermitano affida al cappellano dell’istituto penitenziario una lettera indirizzata al papa, nella quale i detenuti descrivono lo stato di sofferenza in cui vivono e chiedono di essere ricordati nelle preghiere del pontefice, a cui rinnovano la richiesta di intervenire per attenuare le ristrettezze del carcere di rigore previsto per i reati di mafia.

7.5. La lettera di Aglieri Lo scritto di Calò sembra una prima, timida, ma concreta prova di dissociazione. Pietro Aglieri (uomo d’onore di Cosa Nostra), con una lettera inviata al procuratore, chiarisce che una trattativa con lo Stato non può passare né attraverso la dissociazione (intesa come metodo d’accusa anche se indiretta), né attraverso la collaborazione.

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Non sono strade percorribili per vari motivi, ma in particolare perché considerate poco onorevoli. Rifiutate allora le soluzioni individuali, l’esponente di Cosa Nostra chiede allo Stato di considerare pragmaticamente la situazione, prendendo atto del superamento della fase emergenziale, nell’interesse e per il bene della collettività; spiegando che è forse ora di trovare “soluzioni ragionevoli” utilizzando tutto il potere che gli uomini d’onore detenuti continuano ad esercitare, al fine di garantire una “pace” duratura. La soluzione alternativa è legata alla possibilità di lasciare che i detenuti mafiosi sottoposti al regime del 41 bis si incontrino per parlare. Indica, inoltre, come preciso obiettivo da raggiungere l’abolizione della legislazione antimafia e il ritorno a una situazione di normalità giudiziaria.

Se il papello di Riina del 1992 mirava a rinegoziare i rapporti con la politica, la finanza e le istituzioni attraverso una strategia del terrore, a distanza di quasi dieci anni la nuova fase di negoziati imbocca strade alternative; i vertici del gruppo corleonese, in particolare, sembrano voler chiudere in fretta un accordo che riservi loro un trattamento detentivo di favore, che impedisca ai capomafia detenuti di restare definitivamente isolati dai sodali ancora liberi e operativi sul territorio. La posta in gioco è elevata perché comporta una verifica dei rapporti di forza, una prova di tenuta delle vecchie e nuove leadership criminali; rimanda alle diverse strade imboccate dalla trattativa tra Cosa Nostra e pezzi delle istituzioni, al futuro dell’organizzazione mafiosa, a quello degli uomini d’onore detenuti e dei loro figli; rimanda alle nuove alleanze col mondo della politica e della finanza, al nuovo assetto reticolare di Cosa Nostra e alla sua capacità di svilupparsi sul filo della tradizione, guardando alla modernità.

7.6. Le promesse non mantenute Nello scenario di queste “prove di trattativa”, la leva religiosa potrebbe fornire quella garanzia di rinnovata affidabilità di cui gli uomini d’onore detenuti e condannati all’ergastolo hanno bisogno per scongiurare l’ipotesi di una detenzione a vita. Ma poiché anche questo strumento stenta a trovare consensi, la mediazione dell’istituzione religiosa viene improvvisamente messa da parte. Un mafioso detenuto rivendica le “promesse non mantenute” e chiede a nome di tutti i detenuti sottoposti al 41 bis un intervento politico risolutore. Il riferimento alle “promesse non mantenute” rimanda alla possibilità che esista un piano di accordi occulti tra settori della politica e settori della criminalità organizzata, che dalle carceri si attendeva che venisse onorato in tempi celeri.

CAPITOLO 8 Luoghi di confine: le apologetiche sulla mafia

8.1. Frammenti dell’immaginario mafiologico Cerchiamo di comprendere su quali presupposti si strutturi lo scambio comunicativo tra Chiesa e mafia, quali ne siano le premesse storiche, sociali, simboliche e situazionali. La difficoltà nel fornire una definizione univoca del fenomeno mafioso (per l’eccesso di significati richiamati e la ricorrente valenza positiva attribuita, connessa alle sue presunte virtù primigenie) non è una novità di questi ultimi anni. Già nel 1900 se ne evidenziava infatti il carattere transclassista, preconizzando una degenerazione che sarebbe sopravvenuta nel passaggio da una mafia pura a fenomeni delinquenziali imitativi. Fu infatti detto: <<La mafia penetrò in tutte le classi sociali e si è divisa in due grandi classi: alta mafia, o mafia in “guanti gialli”, e bassa mafia. Alla bassa mafia appartengono artigiani e contadini. L’alta mafia è rappresentata da professionisti, da proprietari, da speculatori, da commercianti. La mafia, nel suo esordire, incominciò ad abbracciare individui inclini ai delitti di sangue, in cui il fanatismo di sprezzare le leggi e diritti li rendeva nell’agire prepotenti, sanguinari, mai ladri. Ma questo tipo di mafia che chiamiamo “puro”, si imbastardì perché la “braveria” tipica del mafioso divenne qualità avventizia di qualsiasi delinquente di professione. Dunque la vasta genìa dell’attuale bassa mafia presenta due categorie. La prima comprende la “mafia pura”, che si limita a quei prepotenti boriosi che sono dediti ai reati di sangue solamente. La seconda comprende quei delinquenti che sono dediti a qualsiasi genere di reati”>>.

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Sconcertante risulta l’interpretazione e la lettura che molti uomini di Chiesa offrono del fenomeno mafioso. Una lettura che assume spesso un’ottica difensiva e, al tempo stesso, celebrativa dell’apologetica; una dimensione comprensiva del noi, che enfatizza la sfera privata dell’interazione e produce una interpretazione semplificata.

Non si possono inoltre ignorare le eterorappresentazioni del fenomeno mafioso nelle quali sono confluite istanze difensive o retaggi di un sentire comune ancorato su presunte funzioni di tutela dell’ordine e di difesa del più debole, di salvaguardia dei valori della famiglia e della tradizione.

8.2. Radici storiche e quadri sociali L’insistenza del legame tra cultura siciliana e codici fondati sull’onore ha reso più semplice il collegamento tra cultura siciliana e spirito di mafia, laddove la mafia è stata automaticamente assimilata a una società effettivamente fondata su codici e regole. ma se il legame tra cultura mafiosa e cultura siciliana si rinsalda, ecco che anche le possibilità di contrastarlo non solo si riducono sul versante pragmatico, ma perdono di forza anche sul versante delle motivazioni. Lo stereotipo della mafia più diffuso: “La mafia tradizionale sarebbe tipica di un ambiente isolato e arretrato, avrebbe un carattere popolare che si esplicherebbe in una specie di egemonia culturale sulla popolazione siciliana, consisterebbe più in un insieme di relazioni e reticoli sociali informali, utilizzati anche a fini illegali, che in una o varie associazioni criminali in senso stretto”.

Uno studioso suggerisce una sua origine politica, veicolata dall’identificazione tra mafia e codice d’onore: “un paradigma elaborato nel corso delle aspre lotte che si sono svolte in Sicilia dopo l’Unità, sia all’interno delle classi dirigenti isolane, sia tra queste e lo Stato, visto spesso come nemico sul quale scaricare le responsabilità di situazioni di crisi economico-sociale: nel corso di questo conflitto l’immagine del mafioso come uomo d’onore, e della mafia come forma particolare di espressione dell’animo isolano, è stata utilizzata per sostenere una presunta sicilianità da difendere, contro pericoli e aggressioni provenienti dall’esterno”. Un giovane studioso metteva in guardia contro l’equivoco culturalista che assimilava il fenomeno mafioso non tanto a una specifica tipologia criminale, ma a un modo di essere tipico dei siciliani. A prevalere, però, sarebbe stato lo stereotipo culturalista. La scuola positivista, in particolare, vede nel fenomeno mafioso siciliano una conferma alle tesi sull’eziologia scientifica del crimine, ancorata a particolari condizioni etniche, biologiche, sociali, climatiche e di razza.

La costruzione sociale e la diffusione dello stereotipo di una mafia intesa come diretta derivazione di un particolare senso dell’onore tipico dei siciliani, rafforzato da specifiche condizioni ambientali, culturali, climatiche, di razza e storico-sociali maturate nell’isola, riesce però a diffondersi soprattutto grazie al favore di una classe dirigente e di un ceto politico isolano che lo trovano assolutamente funzionale ad alimentare lo scontento nei confronti del neonato Stato unitario. Se da una parte lo stereotipo si diffonde con il favore dei politici e della classe dirigente siciliana, è anche vero che il suo radicarsi e permanere trova spiegazione in una singolare convergenza di intenti con altri differenti attori sociali: con i mafiosi, innanzi tutto, che vedevano in tal modo alimentato il mito mistificante di una fratellanza che esercitava giustizia in modo onorevole, per supplire alle assenze dello Stato; con vasti settori della burocrazia e delle istituzioni del nuovo Stato italiano, che lo utilizzavano per risolvere agevolmente, attraverso una dimensione etnica (la sicilianità), problematiche ben più complesse, di difficile soluzione e, comunque, rispetto al permanere delle quali non mancavano certo motivi di diffusa convenienza. E poi anche con pezzi consistenti del mondo cattolico, che all’autorità di uno Stato unitario che dei privilegi e dei beni ecclesiastici aveva fatto spoglio ben preferiva l’autorità mafiosa delle fratellanze, che alle sagrestie e al crocifisso portavano rispetto.

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A tutto questo va aggiunto l’apporto fornito dai media, che nel tempo ha alimentato il mito di una mafia invincibile, fondata su elementi folklorici, su presunti valori radicati in un’altrettanto presunta e mitica cultura siciliana. Così, nato per riferirsi a un gruppo ristretto di soggetti dedito ad attività di accumulazione attraverso il controllo violento del territorio, il termine ha finito con l’indicare una classe sociale, il gruppo di abitanti di una regione. In una cornice culturalista, apologetica e semplificante, il fenomeno criminale ha finito per scomparire e l’identità mafiosa si è caratterizzata nel tempo per la sua attitudine all’estensività.

8.3. Dimensioni religiose delle apologetiche sulla mafia Su quali elementi si è costruita l’apologetica mafiosa condivisa da una parte del clero siciliano?

Un primo elemento riguarda la natura della mafia descritta e rappresentata non come un’organizzazione criminale, ma come un’associazione nata a difesa dei più deboli; la mafia si presenta come strumento di ordine, capace di assicurare benessere. Un secondo elemento riguarda l’esercizio della giustizia; nei momenti storici più delicati, al termine di guerre e di congiunture economiche particolarmente sfavorevoli, le condizioni di vita di una larga parte della popolazione erano molto difficili e disagiate: la miseria, la promiscuità, le malattie finivano per alimentare un forte degrado sociale e morale; contro questo degrado e contro la diffusa conflittualità che esso generava, la mafia è stata considerata un utile baluardo perché dove la giustizia mancava, o veniva amministrata in maniera inadeguata, l’intervento dell’autorità mafiosa era, invece, certo e implacabile.

Un terzo elemento è di natura politica. In un particolare momento storico, la mafia è apparsa alla Chiesa come un sicuro e forte baluardo contro l’avanzata del comunismo e di altre ideologie ritenute ostili allo spirito cristiano, percepite come molto più pericolose rispetto al potere mafioso, ritenuto più affidabile e rassicurante perché intriso di religiosità e di rispetto per i riti e per la tradizione. Un quarto elemento fondamentale è il rispetto della famiglia; la tutela (apparente) degli affetti che dipinge di teatralità i gesti e le scelte operate all’interno di Cosa Nostra. Insomma, il rapporto tra Stato e società civile, tra pubblico e privato, tra dimensione astratta e sfera personale concreta, diventa uno degli elementi di più forte radicamento per la costruzione del discorso apologetico. La dimensione personalistica e l’antistatalismo appaiono per quello che sono: un ulteriore terreno di convergenza tra l’azione della Chiesa e le tecniche di consenso adoperate dalle organizzazioni mafiose.

L’immagine della mafia come società tradizionale e arcaica coincideva con l’immagine che la stessa organizzazione criminale desiderava trasferire di sé, radicando il suo consenso nella presunta difesa dei valori tradizionali: famiglia, onore, fedeltà, obbedienza, ritualità, sottomissione al divino, il cerimoniale, rispetto delle regole. In particolare, il formalismo, la morale dell’esteriorità, fondata su un’osservanza formale delle regole e su un formale adeguamento a un ordine accettato con piena fiducia e sottomissione, l’affidamento a un’autorità che indica la strada e punisce o perdona, sono altri fondamentali elementi per comprendere le relazioni e le apologetiche del discorso religioso sulla mafia. Effettivamente sono state semplici e frequenti le occasioni di contaminazione, di sovrapposizione, di rispecchiamento, di intersezione e ambiguo connubio tra Chiesa e mafia. Però qualcosa lascia perplessi: come mai, se tutti (tra gli uomini di Chiesa) vogliono convertire i mafiosi, nessuno vuol parlare con i collaboratori di giustizia? La risposta è forse in quell’aura di discredito e disprezzo nella quale anche la Chiesa ha abbandonato i collaboratori.

8.4. La parola ai parroci E’ stata svolta un’indagine sul vissuto e sulla pastorale dei parroci della diocesi di Palermo e ne è emerso il profilo di una Chiesa ricca di contraddizioni, che risente di un forte condizionamentodel territorio, una Chiesa in cui le posizioni del clero sulla questione-mafia possono essere riassunte all’interno di tre categorie.

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Un primo gruppo di parroci (15-20%) ritiene la mafia non assimilabile ad altra forma di peccato ed è cosciente del fatto che un percorso di legalità debba essere trattato con una pastorale specifica. Auspica un intervento della Chiesa in sinergia con l’azione dello Stato e interpreta l’attività pastorale come un percorso che deve necessariamente offrire delle concrete e percepibili ricadute sociali sul territorio.

Un secondo gruppo (20%) si contrappone all’azione dello Stato con un atteggiamento di antagonismo e netta ostilità. E’ portatore di un concetto di religiosità intimistica e individualista e quello commesso dal mafioso è un peccato come tanti altri. La mafia, insomma, è vissuta come una questione che coinvolge solo singole individualità; scompare la sua specificità organizzativa e il peso del vincolo associativo. Anche le strategie che si vorrebbe venissero messe a punto per il suo contrasto vengono inscritte all’interno di azioni individuali, incentrate sul singolo soggetto, nei confronti del quale si manifesta comprensione, piuttosto che un invito alla riparazione. La mafia sembra quindi un problema che la Chiesa affronta senza la necessità di pensare a un coordinamento unitario delle azioni, lasciando spazio alle singole iniziative parrocchiali. Un terzo gruppo (60-65%) mostra di entrare di frequente in contraddizione con le posizioni assunte sulle diverse questioni proposte; prevale un’approssimazione e una prefigurazione di soluzioni di intervento non sempre adeguate rispetto a un problema di cui, comunque, si coglie la rilevante importanza. La presenza mafiosa sul territorio non viene vissuta come una questione di diretta competenza della Chiesa. Anzi è ricorrente la preoccupazione di non emarginare o escludere i mafiosi dalla vita della comunità. Anche in questo gruppo prevale l’atteggiamento critico nei confronti della magistratura e la netta contrapposizione tra Chiesa e Stato. Molto critici anche i giudizi sui collaboratori di giustizia. In generale, quando si chiede agli intervistati di definire un uomo d’onore, un gran numero di essi prende in considerazione la sfera morale ed esprime giudizi e valutazioni sul modo di essere, quasi nessuna delle risposte fa riferimento ai reati, al crimine commesso e al danno prodotto dall’organizzazione mafiosa ai cittadini o alle stesse istituzioni democratiche. Sintetizzando, possiamo dire che l’opinione degli intervistati sull’espressione uomo donore, quando non coincide con quella che i sodali dell’organizzazione criminale posseggono di se stessi, si limita a evidenziarne gli aspetti patologici. Nessuno definisce l’uomo d’onore semplicemente un criminale.

Significative anche le risposte fornite ai quesiti che indagano la sfera della giustizia nelle sue diverse componenti: quella divina e quella terrena. Gli intervistati rivendicano, ovviamente, piena autonomia di una sfera rispetto all’altra e, in gran maggioranza, tendono a contrapporsi al ruolo della magistratura. Durissimo è anche il giudizio espresso sui collaboratori di giustizia da una larga maggioranza. Si rimprovera loro la mancata conversione, il pentimento religioso rispetto ai mali e ai reati commessi. Vi è inoltre una forte propensione di gran parte dei sacerdoti intervistati a delegare interamente allo Stato le funzioni di contrasto del fenomeno mafioso. Sono davvero poche le risposte raccolte che hanno fatto riferimento al ruolo scarsamente incisivo giocato dall’istituzione religiosa come compartecipe di un processo di affrancamento dalla cultura mafiosa e di contrasto del fenomeno criminale.

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