Pena, Lecture notes for Sociology of Crime and Punishment. Kabul University
DemitriShaitan
DemitriShaitan2 November 2015

Pena, Lecture notes for Sociology of Crime and Punishment. Kabul University

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“In solitudine qualche volta mi è capitato improvvisamente d’ immaginare, mentre mi godevo tranquillamente la mia libertà, che c’erano sulla faccia della Terra, nei paesi più civilizzati come nei più barbari, uomini condannati a un supplizio lento e terr

ISTITUTO UNIVERSITARIO ORIENTALE

CORSO DI LAUREA IN RELAZIONI INTERNAZIONALI

TESI DI LAUREA IN FILOSOFIA DELLA POLITICA TRASFORMAZIONI DELLA PENA E STATO MODERNO:

DAI SUPPLIZI ALLE SOCIETA’ DI CONTROLLO. RELATORE CH.MO PROF. FRANCESCO FUSILLO

CANDIDATO COLANGELO CIRO

2

“In solitudine qualche volta mi è capitato improvvisamente d’ immaginare, mentre mi godevo tranquillamente la mia libertà, che c’erano sulla faccia della Terra, nei paesi più civilizzati come nei più barbari, uomini condannati a un supplizio lento e terribile; ed ero spaventato dalla quantità di dolore che sembrava mi circondasse rimproverandomi le mie distrazioni e la mia impietosa spensieratezza.” Benjamin Constant, De la détention, in Principes de la politique.

Foto di Lucia Patalano ….dedicato alla mia famiglia, a mia sorella , ai miei amici e in particolare all’ fù L.S.A, luogo di mille ricordi……e all’ Ababilonia.

3

Indice.

Introduzione pp. 5-7

Capitolo 1 Movimenti antisistemici, rivolte carcerarie e M. Foucault alla fine

degli anni 60'. pp. 8-12

Foucault: “Dallo splendore dei supplizi alla loro scomparsa”.

Come cambiano la pena e i crimini. pp. 12-22

Riforma penale illuministica e critica foucaultiana. pp. 22-27 Capitolo 2 Il Concetto di Pena e sociologia della pena. pp. 27-30 E. Durkheim e M. Foucault. pp. 30-32

I marxisti e M. Foucault. pp. 33-39

Capitolo 3 L’amputazione del tempo. Passaggio da una violenza inflitta ad una violenza auto-inflitta , fenomeno del suicidio, sovraffollamento e

mala-sanità nelle carceri. pp. 40-47 Brossat: Dallo Stato sociale allo stato penale, il carcere globale e le

tecniche di sorveglianza pp. 47-50

Carcere: tra abolizione e riforma, prospettive future e

privatizzazione. pp. 51-56

conclusioni pp. 57-60

appendici pp. 61-73

bibliografia p. 74

sitografia p. 75

4

La ballata del carcere di Reading.

Aveva in testa il berretto a visiera

E il suo passo appariva lieto e gaio

Ma non vidi mai alcuno guardare

Con tanta ansia la luce.

Non vidi mai alcuno guardare

Con tanta ansia negli occhi

L'esigua tenda azzurra

Che i carcerati chiamano cielo.

O. Wilde elaborò questo scritto nel 1895 quando era detenuto nel carcere di Reading, a scontare 2 anni di lavori forzati accusato di una relazione omosessuale con uno studente dell'Università dove insegnava.

5

Introduzione

L’obiettivo di questa ricerca è di individuare i passaggi

storici e filosofici che hanno portato alla trasformazione

della pena nei sistemi politici moderni e di stimolare una

riflessione sul sistema carcerario contemporaneo e sulle

degenerazioni che lo hanno reso anacronistico per l’epoca

contemporanea. Nel primo capitolo, attraverso il lavoro

pratico e teorico del filosofo francese M. Foucault, cercherò

di individuare le trasformazioni del sistema punitivo e delle

modalità di crimini e di approfondire la nascita e lo sviluppo

della prigione, che ha spazzato via le ‘meraviglie’ punitive

teorizzate dai riformatori illuministi; dall’epoca medioevale

dei castighi corporei e dei supplizi spettacolari che avevano

la funzione di punire per ristabilire e riattivare il potere

regio, offuscato dal crimine, fino all’analisi della detenzione

correzionale(società disciplinare) dell’epoca moderna, che

ha tradito l’ideale illuminista, che non prevedeva questo tipo

di reclusione, ma aveva come scopo la rieducazione del

criminale e il suo reinserimento nella società,

temporaneamente attaccata dal crimine. Dall’analisi

foucaultiana e dagli eventi di fine anni 60’, emergerà il

sostanziale fallimento della prigione moderna, che lungi dal

realizzare l’utopia illuminista, ha favorito la moltiplicazione

dei ‘criminali’, l’abbandono clinico dei detenuti, divenendo

una fabbrica di desolazione inserita nei meccanismi di

controllo attuati dal potere. Nel secondo capitolo, cercherò

6

di esaminare il concetto di pena, mettendo in luce la

difficoltà ad inquadrarlo in rigide definizioni e mi sforzerò

di individuare lo stretto legame tra le istituzioni penali e la

società, nell’ambito della sociologia della pena. Inoltre,

prendendo in esame l’analisi dello studioso contemporaneo

D.Garland, il quale ha elaborato il primo studio completo

sulle quattro principali teorie sociologiche della pena (quella

del filosofo Durkheim, quella di stampo marxista, quella del

pensatore francese M. Foucault e quella del filosofo N.

Elias), tenterò di mettere a confronto l’analisi di Foucault,

prima con l’ analisi di Durkheim e poi con le analisi dei

marxisti e dei neomarxisti, in particolare con gli studi di

Rusche e Kirchheimer. Nel terzo capitolo, proverò ad

analizzare degli aspetti importanti del moderno sistema

punitivo: l’amputazione del tempo nelle sue articolazioni

fondamentali attraverso l’ imposizione di regolamenti, orari,

disciplina e controllo dei movimenti. Il passaggio da una

violenza inflitta ad una violenza auto-inflitta: se sono

diminuite vistosamente le violenze inflitte sui detenuti ad

opera di secondini o di altri detenuti, sono in aumento le

violenze che i detenuti si auto-infliggono ( tentativi di

suicidio, mutilazioni, detenuti violentati da altri detenuti,

scioperi della fame ). Sarà approfondito il fenomeno del

suicidio, come esempio estremo di violenza auto-inflitta, il

dramma del sovraffollamento come male endemico di tutti i

moderni penitenziari e il problema della mala-sanità,

attraverso la comparazione di dati statistici ufficiali e

informazioni sulle carceri italiane e del mondo. Attraverso

gli studi del sociologo contemporaneo A. Brossat, tenterò

7

poi di analizzare il passaggio dallo Stato sociale allo Stato

penale, ‘l’emergenza sicurezza’ che ossessiona i governi di

tutti i colori politici e legittima un controllo sempre più

asfissiante della popolazione attraverso tecniche e mezzi

sempre più tecnologici (biometria e video-sorveglianza in

primis) e l’ avvento del carcere globale, della società di

controllo che è imperniata sul connubio tecnologia-potere e

sostituisce l’obsoleta società disciplinare. Infine individuerò

le possibili alternative al carcere attraverso l’analisi della

corrente abolizionista, a favore di una soppressione del

sistema penale e di tutte le carceri e della corrente

riformista, che pur ritenendo inadeguato il sistema di

detenzione ritiene necessario il bisogno di punire. Saranno

analizzate le cupe prospettive future delle prigioni che, sulla

scia statunitense, si stanno trasformando in strutture private,

gestite da aziende e società multinazionali, che badano

soltanto agli utili, disinteressandosi delle pietose condizioni

dei detenuti.

8

Capitolo 1

1. Movimenti antisistemici, rivolte carcerarie e M.

Foucault alla fine degli anni 60’.

Alla fine degli anni ’60, in corrispondenza dello sviluppo

economico accelerato e di una ‘ridistribuzione’ delle

ricchezze, sorgono, nei paesi industrializzati, movimenti

antisistemici che, nonostante alcune convergenze (quali ad

es. la comune opposizione alla guerra del Vietnam, e il

comune malcontento per il cattivo funzionamento delle

università incapaci di assorbire il rapido incremento degli

iscritti), obbediscono a logiche diverse tra loro e si

riallacciano agli specifici contesti nazionali.

La nuova stagione di lotte operaie e studentesche esplode

anche all’interno del carcere; “militanti politici, colpiti dalla

repressione hanno scoperto l’ universo penitenziario, si sono

avvicinati ai detenuti comuni e hanno provocato

l’apparizione fuori dal carcere di uno spazio pubblico nel

quale in primo piano è posto all’attenzione proprio l’ordine

penitenziario”1, così che le prime insubordinazioni

vivacizzano le gerarchie malavitose e mafiose che spesso

garantivano, dentro il carcere, ordine ed assenza di

conflittualità.

1 A. Brossat, Scarcerare la società, Milano, Elèuthera, 2003, p.35-36

9

In molte prigioni scoppiarono rivolte violente che

riattivarono, in modo naturale, la forma antica della

jacquerie, della rivolta dei pezzenti, una festa selvaggia

senza domani, ma al contempo esplosiva e gioiosa.

Queste rivolte si scagliarono “contro tutta una miseria

fisica che dura da più di un secolo: contro il freddo, il

soffocamento e l’affollamento, contro i muri vetusti, contro

la fame, contro i colpi. Ma erano anche rivolte contro

prigioni modello, contro i tranquillanti, contro l’ isolamento,

contro il servizio medico o educativo”2; è il caso della

rivolta carceraria del ’69 alle “Nuove” di Torino, città

operaia in cui qualche mese prima era avvenuta la prima

occupazione universitaria, di quella nel penitenziario di

Attica (Stato di New York) che fu repressa con la morte di

decine di detenuti, o della rivolta a Toul come non se ne

vedevano dal diciannovesimo secolo: un’intera prigione si

ribellò.

In quegli anni(66’-68) il filosofo-pensatore Michael

Foucault assieme al suo compagno, Daniele Defert, si

trasferì a Tunisi dove ottenne una cattedra all’ Università, e

qui iniziò a coltivare un particolare interesse per

l’istituzione-carcere che ispirerà molti suoi libri. Durante la

sua permanenza a Tunisi ebbe modo di comprendere la

difficile situazione di quel paese governato dal modernista e

filo-U.S.A. Burghiba e di prendere contatti con quei gruppi

di estrema sinistra che ripudiavano sia il loro governo

nazionale, sia l’imperialismo americano che aveva aggredito

il Vietnam e che si ricollegavano idealmente ai movimenti

2 M.Foucault, Sorvegliare e punire. La nascita della prigione ,Torino, Einaudi, 1975 p. 33-34

10

antisistemici occidentali. Tra questi gruppi occorre ricordare

il GEAST (Groupe d’ études et d’ action socialiste tunisine)

costituito a Parigi negli anni Sessanta e più noto con la

denominazione di “Perspectives”, il primo movimento

tunisino che nel 1965 aveva pubblicato le tesi di Al Fatah.

A partire dal 1968, la tremenda repressione che si abbatte

su questo movimento porta i suoi dirigenti e numerosi

militanti nel tunnel del carcere; tra questi c’è Ahmed

Othmani, tunisino incarcerato e torturato(dal 68’ al 79’), che

ebbe modo di conoscere Foucault durante il suo soggiorno a

Tunisi e in un suo libro così lo ricorda: “Anche il soggiorno

in Tunisia di Foucault, dal 1966 al 1968, ha avuto una

grande influenza su di noi. Non si limitava a insegnare

all’università di Tunisi, ma una volta alla settimana teneva

una conferenza pubblica nel grande anfiteatro dell’ateneo,

dove era necessario arrivare molto presto per trovare posto.

Ci era vicino, tanto che nel 1967, durante le manifestazioni

contro la visita in Tunisia del vicepresidente degli Stati

Uniti, Hubert Humphrey, mi ero nascosto a casa sua poiché

ero uno dei leader studenteschi ricercati dalla polizia. Poi,

nel settembre 1968, aveva testimoniato al nostro processo o,

più esattamente, aveva depositato una richiesta di

testimonianza in mio favore che i giudici non avrebbero

neppure preso in considerazione. Preparavamo i volantini

nella sua casa di Sidi Bou Said. Dopo il nostro processo,

non ha rinnovato il contratto e ha lasciato la Tunisia. Ma è

in questa esperienza che occorre ricercare una delle radici

dell’ interesse di Foucault per la detenzione e per le

11

condizioni nelle carceri”3. Tornato in Francia, il filosofo

francese ottenne la cattedra di Filosofia all’Università di

Vincennes e fu impegnato profondamente nell’agitazione di

quegli anni associandosi con altri intellettuali (Domenach e

Vidal-Naquet) nel formare il G.I.P. , Gruppo delle

Informazioni della Prigione, un’organizzazione che ha

cercato di fornire a prigionieri un modo per parlare e far

sapere che cos’è il carcere: chi ci entra, come e perché, cosa

vi accade dentro.. 4

Il G.I.P. operava soprattutto attraverso inchieste; venivano

distribuiti dei questionari ai familiari dei detenuti, mentre

facevano la coda davanti al carcere all’ora delle visite. Nel

maggio 1971 uscì il primo opuscolo del G.I.P. che

conteneva un breve proclama degli obiettivi del ‘gruppo’.

“Quando ha organizzato il G.I.P. è stato su questa base:

creare le condizioni in cui i prigionieri potessero parlare in

prima persona”5.

In seguito alla campagna condotta dal G.I.P. , il governo

francese, per la prima volta nella storia, accordò ai detenuti

il diritto di leggere i quotidiani e ascoltare la radio, che fino

al 1971 non erano autorizzati a entrare nelle prigioni. La

creazione di questo “gruppo” mette in luce la parte pratica

della lotta contro il carcere del filosofo francese che si

inserisce pienamente nella sua contestazione del potere da

3 A. Othmani, S. Bessis, La pena disumana, esperienze e proposte radicali di riforma penale Milano, Elèuthera, 2004, cit. ,pp. 26-27 4 M. Foucault, Discorso che annuncia la nascita del G.I.P. l'8 febbraio 1971 nella cappella Saint- Bernard, alla stazione di Montparnasse a Parigi, da sito web: http://www.swif.uniba.it/lei/filpol/ktbo/32.html (il testo viene riportato in appendice 1) 5 M. Foucault, Microfisica del potere,Torino, Einaudi, 1977, cit., p.108

12

lui definito illegittimo e arbitrario e gli consente di sfuggire

al ruolo di semplice studioso e d’essere insieme ‘engagè-

dégagé’, ossia impegnato ma libero da quel potere che tanto

contestò.

2. Foucault: “Dallo splendore dei supplizi alla loro

scomparsa”. Come cambiano la pena e i crimini..

Negli anni a cavallo tra il 60’ e 70’, Foucault inizia ad

interessarsi di carcere, considerandolo un vero ‘ bersaglio

politico ’ da combattere su due fronti; uno pratico con la

creazione del G.I.P. e uno teorico con un lavoro di

conoscenza attraverso la genealogia dell’istituzione carcere

e delle forme di pena. Nella sua analisi è sempre il potere ad

essere in questione, come scrisse egli stesso: “Infatti non mi

interessa il detenuto come persona. Mi interessano le

tattiche e le strategie di potere che soggiacciono a questa

istituzione paradossale, sempre criticata e sempre in

procinto di rinascere, che è la prigione”6 .

Il suo approccio di studio non è prevalentemente morale,

ossia fondato sull’argomento della sofferenza dei detenuti,

bensì si dispiega in un orizzonte più storico e politico che

chiarisce il passaggio graduale, da un sistema penale

punitivo ad uno correzionale, ossia dall’epoca dei supplizi

6 M. Foucault , L’Illégalisme et l’art de punir, in Dits et Ecrits , vol III, Paris, Gallimard, 1994. cit., p. 86

13

lucubri e spettacolari, a quella della prigione deprimente e

correttiva.

L’analisi foucaultiana parte dall’ epoca dell’Ancien Regime,

precedente la rivoluzione dei Lumi, segnata dalla pratica del

supplizio che ‘redimeva’ il criminale dal delitto commesso,

punendolo in maniera ‘esemplare’.

Il supplizio viene così descritto da Foucault; “Una pena, per

essere supplizio deve rispondere a tre criteri principali:

deve, prima di tutto, produrre una certa quantità di

sofferenza che si possa, se non misurare esattamente, per lo

meno valutare, comparare e gerarchizzare; la morte è un

supplizio nella misura in cui non è semplicemente

privazione del diritto di vivere, ma occasione e termine di

una calcolata graduazione di sofferenze…… Il supplizio

riposa su tutta un’ arte quantitativa della sofferenza. Ma c’è

di più: questa produzione è calibrata. Il supplizio mette in

correlazione il tipo di danno corporale, la qualità, l’intensità,

la lunghezza delle sofferenze con la gravità del crimine, la

persona del criminale, il rango delle vittime. Esiste un

codice del dolore; la pena quando è suppliziante, non si

abbatte a caso o in blocco sul corpo; è calcolata secondo

regole dettagliate: numero dei colpi di frusta, posto del ferro

rovente, lunghezza dell’agonia sul rogo o sulla

ruota……..tipo di mutilazione da imporre….Inoltre il

supplizio fa parte di un rituale. E’ un elemento della liturgia

punitiva, e risponde a due esigenze. Deve in rapporto alla

vittima essere marchiante: è destinato, sia per la cicatrice

che lascia, sia per la risonanza da cui è

accompagnato……..E da parte della giustizia che l’impone,

14

il supplizio deve essere clamoroso, deve essere constatato

da tutti, un po’ come il suo trionfo” 7 .

In questo periodo nella maggior parte dei paesi europei

(tranne in Inghilterra) tutta la procedura penale, fino alla

sentenza rimaneva segreta, sia per il pubblico che per

l’accusato che non poteva conoscere né l’accusa né le prove

contro di lui.

Toccava poi al colpevole portare in piena luce la sua

condanna e la verità del crimine che aveva commesso

attraverso la crudele pratica del ‘supplizio’ a cui veniva

sottoposto.

“Il suo corpo, mostrato, portato in giro, esposto, suppliziato,

deve essere come il supporto pubblico di una procedura che

era rimasta finora nell’ ombra; in lui, su di lui, l’atto della

giustizia deve divenire visibile per tutti”8; durante questo

lugubre spettacolo, quindi, il ‘criminale’ rende pubblico il

suo crimine, portandolo fisicamente sul suo corpo che

diviene l’ obiettivo principale della pena.

Questa spettacolarizzazione e intensità della pena(o

supplizio) aveva la funzione, sia di suscitare (tra cittadini

“onesti”che assistevano allo “spettacolo”) disprezzo e

terrore nei confronti dei detenuti, sia di ribadire che ogni

reato, secondo la teologia politica dell’età classica, indicava

un attacco contro la persona del sovrano e la pena

rappresentava una sua forma di vendetta personale; essa si

consumava lentamente, intensamente e pubblicamente per

realizzare la congiunzione fra il giudizio degli uomini e il

7 M. Foucault, Sorvegliare e punire. La nascita della prigione, Torino, Einaudi, 1975, cit., pp. 37- 38. 8 ivi, p. 47

15

giudizio di Dio e per “riattivare” il potere regio,

temporaneamente “oscurato” e “offeso” dal ‘crimen

majestatis’ commesso .

L’intensità del supplizio anticipa le pene dell’aldilà, “mostra

ciò che esse sono, è il teatro dell’inferno; le grida del

condannato, la sua rivolta, le sue bestemmie significano già

il suo irrimediabile destino. Ma i dolori di qui in terra

possono valere anche come penitenza per alleggerire i

castighi dell’ aldilà: di un tale martirio, se sopportato con

rassegnazione, Dio non mancherà di tener conto”9.

Ciò che l’esecuzione della pena doveva mostrare era lo

spettacolo dello squilibrio e dell’ eccesso; in questa

‘liturgia’ doveva esserci un affermazione enfatica del potere

e della sua intrinseca superiorità attraverso la freddezza del

‘boia’, che certo rappresentava la ‘ spada del re ’, ma non

aveva la potenza sovrana che apparteneva solamente al re (

‘fons justitiae’ ), il quale era sempre presente all’esecuzione

ed aveva anche il potere di sospendere la ‘ sua vendetta ’ .

Altro importante aspetto del supplizio, analizzato da

Foucault, è la sua congiunzione al delitto; tra l’uno e l’altro

si stabilivano relazioni decifrabili come l’esposizione della

salma del condannato sul luogo del crimine, o ad uno degli

incroci più vicini o l’esecuzione del supplizio nel luogo

stesso in cui il crimine era stato commesso, come quella di

“uno studente che nel 1723 aveva ucciso diverse persone e

per il quale il Tribunale di Nantes decise di innalzare un

9 M. Foucault, Sorvegliare e punire. La nascita della prigione, Torino, Einaudi 1975, cit., p.50

16

patibolo davanti alla porta dell’albergo dove egli aveva

commesso gli assassini”10.

Se ne deduce il carattere simbolico del supplizio, che nella

sua esecuzione rinvia alla natura del crimine: si tagliava la

mano a chi uccideva, si bruciava la lingua al bestemmiatore

e si bruciavano gli impuri, secondo il concetto di ‘espiatio’,

come forma di vendetta basata sul criterio di pareggiare i

danni derivati dal ‘reato’.

Nell’ epoca moderna segnata dalla rivoluzione industriale,

seguendo l’analisi foucaultiana: “ scompare dunque il gran-

de spettacolo della punizione fisica; si nasconde il corpo del

suppliziato; si esclude dal castigo l’esposizione della

sofferenza: Si entra nell’età della sobrietà punitiva. Questa

sparizione dei supplizi possiamo considerarla pressoché

acquisita verso gli anni 1830-48.”11.

Tra gli elementi che favoriscono questo passaggio,

Foucault individua il dissenso popolare verso quelle brutali

pratiche che il più delle volte sfociò in vere agitazioni che

raramente sorpassarono la scala di una città o di un quartiere

ma che tuttavia, hanno avuto un importanza reale. Ad

esempio nel 1761, a Parigi, ci fu una piccola sommossa per

una serva che aveva rubato un pezzo di tessuto al suo

padrone che malgrado la restituzione e le preghiere, non

aveva voluto ritirare la denuncia: il giorno dell’esecuzione,

gli abitanti del quartiere impediscono l’impiccagione,

10 Archivi municipali di Nantes, F.F. 124.Cfr. Parfouru, Mémoires de la Société archéologique d’ Ille-et- Vilaine, 1896, tomo XXV cit in M. Foucault, Sorvegliare e punire. La nascita della prigione, Torino, Einaudi, 1975, p.49. 11 M. Foucault, Sorvegliare e punire. La nascita della prigione, Torino, Einaudi, 1975. cit., p. 17

17

invadono la bottega del mercante e la saccheggiano; la serva

finalmente viene graziata” 12.

Si avvertiva chiaramente che il grande spettacolo del

supplizio rischiava di essere sovvertito da quelli stessi cui

era diretto. Nei giorni delle esecuzioni si accendevano

focolai d’illegalità; “il lavoro si interrompeva, le osterie si

riempivano, si insultavano le autorità, si lanciavano ingiurie

o pietre al boia, agli ufficiali di polizia, ai soldati….”13

L’opposizione ai supplizi la troviamo ovunque, nella

seconda metà del XVIII; oltre al popolo si indignano

filosofi, giuristi, teorici del diritto che ritengono necessario

punire diversamente abolendo lo scontro fisico tra il sovrano

e il condannato.

Dalla fine del XVIII sec, si registra una diminuzione dei

delitti di sangue e, in linea generale, delle aggressioni

fisiche; i delitti contro la proprietà sembrano dare il cambio

ai crimini violenti; il furto e la truffa agli omicidi, le ferite e

le percosse. Occorre, in proposito, citare lo studioso P.

Chaunu, secondo cui “ i criminali del secolo XVII sono

degli uomini spossati, mal nutriti ossia dei criminali

d’estate; quelli del XVIII sec. sono dei sornioni, degli astuti,

degli scaltri, che calcolano”14: nella sua analisi lo

spostamento da una criminalità di sangue ad una criminalità

di frode fa parte di tutto un complesso meccanismo, in cui

figurano lo sviluppo della produzione, l’aumento della

ricchezza, una valorizzazione morale e giuridica più intensa

dei rapporti di proprietà, i metodi di sorveglianza più

12 ivi p. 67 13 ivi p. 68 14 ivi p. 82

18

rigorosi e in generale uno più stretto controllo della

popolazione; lo spostarsi delle pratiche illegali è correlativo

ad un estensione e ad un affinamento delle pratiche punitive

e di controllo.

Per Foucault, sotto l’ Ancien régime i diversi strati sociali

avevano tutti un proprio ambito di illegalismo tollerato che

era loro indispensabile per vivere e che si basava soprattutto

su privilegi accordati agli individui e alle comunità oppure

su di una inosservanza massiccia delle ordinanze.

Gli strati più deboli non avevano, chiaramente, gli stessi

privilegi degli altri, ma beneficiavano di uno spazio di

illegalismo tollerato, conquistato il più delle volte con

sommosse e sollevazioni. I differenti illegalismi, propri di

ogni fascia sociale, avevano rapporti che potevano essere di

concorrenza, di rivalità, d’ interesse, di appoggio o di

complicità.

Nella seconda metà del XVIII sec., la situazione cambia; gli

illegalismi delle classi popolari hanno come obiettivo

principale non più i diritti, bensì i beni e ciò contrastava

fortemente con gli obiettivi della borghesia che mirava a

conservare e difendere la proprietà privata dei suoi beni.

Questo fenomeno risultò essere molto più accentuato nei

paesi dove lo sviluppo economico e l’accumulazione delle

ricchezze erano maggiori.

Quindi, dall’ analisi foucaultiana, si deduce che con lo

sviluppo della società capitalistica, l’economia degli

illegalismi si è ristrutturata provocando una distinzione di

classe; le classi popolari avranno facile “accesso” ad un

illegalismo di beni(furti), mentre la borghesia riserverà per

19

sé l’illegalismo dei diritti (frodi, evasioni fiscali, operazioni

commerciali irregolari): per il primo, il circuito giudiziario

prevedeva castighi e tribunali ordinari, per il secondo,

accomodamenti, ammende attenuate e giurisdizioni speciali.

Nell’età moderna, il reato o crimine non è più inteso come

offesa alla persona del re e al potere che detiene , ma viene

inteso come un attacco a tutta la società; colui che commette

un infrazione viene considerato un nemico comune che

‘ sferra i suoi colpi ’ all’ interno della società di cui fa parte.

Egli viene considerato un traditore della ‘patria’ e dei suoi

valori.

Cambia la natura dei reati e cambia anche quella della pena;

essa non è più considerata come una vendetta personale del

sovrano, ma come strumento di difesa della società che si

presenta più “umano” rispetto ai crudeli supplizi corporei.

Muta, così, l’obiettivo della pena; se prima essa colpiva

esclusivamente il corpo, ora, essa, deve agire in profondità

sul pensiero, sul cuore e sulle passioni del detenuto per

convertirlo al rispetto della legge; in sintesi, citando De

Mably: “Che il castigo, se cosi posso dire, colpisca l’ anima,

non il corpo”15.

Con la scomparsa dei supplizi, è dunque lo spettacolo a

cessare, ma è anche la presa sul corpo ad attenuarsi ed

orientarsi verso l’anima (che Foucault definisce sede dei

comportamenti, e quindi bersaglio delle tecniche

disciplinari) del ‘criminale’, lasciando al corpo il semplice

ruolo di intermediario “irretito in un sistema di costrizioni e

15 De Mably, G. De la législation, in Ceuvres complètes, 1789, tomo IX, pag. 326 cit. in M.Foucault, Sorvegliare e punire. La nascita della prigione, Torino, Einaudi, 1975, p. 19

20

di privazioni, di obblighi e di divieti”16; l’obiettivo da

raggiungere era quello di trasformare e normalizzare il

‘criminale’, rendendolo non solo desideroso, ma anche

capace di vivere rispettando la legge e di sopperire ai propri

‘bisogni’.

L’utilizzazione della prigione, come forma generale e

assoluta di castigo, non viene mai presentata nei progetti dei

riformatori illuministi del sistema penale (tranne che per

specifici delitti violenti), che al contrario insistevano sulla

specificità e sulla varietà delle pene; esse non dovevano

dipendere più dai capricci dei legislatori, bensì dalla natura

delle cose, ma soprattutto esse dovevano essere ‘addolcite’ e

non dovevano più essere crudeli e supplizianti.

Per i riformatori illuministi, le pene dovevano essere

‘naturali’ per istituzione e dovevano rappresentare, nella

loro forma, il contenuto del crimine. Vermeil, ad esempio,

sostenne che coloro che abusavano della libertà pubblica,

dovevano essere privati della loro, che i diritti civili

dovevano essere tolti a coloro che abusavano dei benefici

della legge, che l’ammenda doveva punire la concussione e

l’usura, e che la confisca doveva punire il furto.

Alcuni riformatori teorizzarono anche che tutte le pene

dovevano avere un termine, un massimo di venti anni, ad

accezione dei traditori e degli assassini; altri teorici

illuministi hanno proposto i lavori pubblici come una delle

migliori pene possibili. I Cahiers de doléance li hanno

d’altronde seguiti: “ Che i condannati a qualunque pena al di

sotto della morte, lo siano ai lavori pubblici del paese, per

16 ivi p. 13

21

un tempo proporzionato al loro delitto”17. In questo modo, si

sosteneva che il colpevole paga due volte: con il lavoro che

fornisce alla società e con i segni che produce, ma

soprattutto il suo castigo sarebbe stato controllato nelle

strade e nelle piazze dalla gente comune e non avrebbe più

avuto carattere suppliziante.

Per Foucault, la nascita delle prigioni tradisce in maniera

evidente il progetto illuminista di addolcimento delle pene,

spazzando via le ‘meraviglie’ punitive immaginate dai

riformatori e imponendosi come unico modello di

punizione.

“A quel teatro punitivo, sognato nel secolo XVIII, e che

avrebbe giocato essenzialmente sullo spirito dei

giustiziandi, si è sostituito il grande apparato uniforme delle

prigioni, la cui rete di immensi edifici sta per estendersi su

tutta la Francia e l’ Europa”18.

Il nuovo sistema punitivo, prevedeva la carcerazione in tutte

le sue forme possibili.

I penitenziari rappresentarono una novità per l’ epoca, infatti

i testi provano che la prigione ricopriva una posizione

marginale nel sistema penale dell’ Ancien Regime; essa

veniva conservata tenacemente per punire crimini poco

gravi e assicurarsi la presenza fisica del reo, una garanzia

sul suo corpo e sulla sua persona. In questo senso

l’imprigionamento di un sospetto aveva un po’ lo stesso

ruolo di quello di un debitore.

17 Le Masson, La révolution pénale en 1791, p. 139, cit. in M.Foucault, Sorvegliare e punire. La nascita della prigione, Torino, Einaudi, 1975, p. 119. 18 ivi p. 126

22

In Inghilterra, già nel 1557, fu istituita la prima house of

correction o workhouse caratterizzata dall’organizzazione

rigida del tempo strutturato in gesti sempre uguali e

ripetitivi . Nel 1596, fu aperto il Rasphuis di Amsterdam in

teoria destinato a mendicanti o giovani malfattori e nello

stesso periodo la Maison de Force di Ghent, il Gloucester

Penitentiary in Inghilterra e la Walnut Street Prison di

Filadelfia, tutte strutture incentrate sul lavoro obbligatorio e

sulla correzione: la durata della pena poteva essere

determinata dalla stessa amministrazione, secondo la

condotta del prigioniero e la punizione consisteva in un

serrato impiego del tempo, una sorveglianza continua, un

sistema di divieti e obblighi che avrebbe dovuto inquadrare i

detenuti verso il bene, secondo i principi che saranno

formulati un secolo più tardi dai riformatori illuministi.

Nell’ analisi di Foucault, la prigione, cattura l’individuo, lo

manipola e lo forgia, divenendo uno dei numerosi strumenti

che alimentano il potere disciplinare degli Stati.

3. Riforma penale illuministica e critica

foucaultiana

I ‘grandi’ riformatori illuministi del sistema penale

(Beccaria, Bentham, Servan, Dupaty, Bergas) di fronte a

questo nuovo contesto e al cambiamento dei crimini

propugnarono un addolcimento delle pene; il nuovo sistema

23

punitivo ha attuato una “razionalizzazione” dei castighi, che

si consumano in silenzio e in privato, senza pubblica

cerimonia; si passa dal patibolo al penitenziario.

Dei delitti e delle pene (1764) di Beccaria e il Panopticon

(1786) di Bentham sono due opere fondate sulla scia di

entusiasmo per l’ illuminismo. I due filosofi-pensatori si

comportarono come esploratori e si assunsero l’ onere del

cambiamento del sistema delle pene; il primo come teorico

del diritto si sforzò di formulare un progetto di

addolcimento delle pene, il secondo come architetto cerco di

organizzare e controllare gli spazi.

Entrambi si pronunciarono a favore di una tabula rasa nel

regime delle pene: per Beccaria nessuna punizione doveva

più essere crudele, inumana e degradante, bensì dolce,

moderata e proporzionale al crimine; invece, Bentham, in

controcorrente rispetto ai riformatori classici che non

teorizzavano la carcerazione, suggerì un metodo di

sorveglianza totale sui corpi dei detenuti e nelle vesti di

ingegnere progettò tecniche architettoniche per sorvegliare

un gran numero di persone con un solo uomo.

Questa strana utopia penitenziaria prevista dai riformatori

illuminati ha visto prosperare differenti varianti che hanno

perso di vista l’obiettivo correzionale della pena

inizialmente declamato.

Nel corso degli anni 70’, si registrò un impennata dei tassi

di criminalità e una forte crescita del disordine all’ interno

delle carceri. Di conseguenza, le istituzioni penali di molti

paesi occidentali attraversarono una grave crisi d’identità

dovuta soprattutto alla sfiducia che gravitava attorno ad esse

24

e al loro ruolo rieducativo che avrebbe dovuto trasformare il

criminale; il concetto di rieducazione appare, ormai,

problematico nel migliore dei casi, pericoloso ed inutile nel

peggiore.

Per Foucault, in questo periodo si acquisisce la

consapevolezza che i principi correzionali moderni hanno

fallito e si mette in dubbio un principio fondamentale della

pena moderna, ossia, la presunzione che la criminalità e la

devianza sono problemi sociali ai quali si può trovare una

soluzione tecnica di carattere istituzionale. In un certo senso

ci si trova di fronte a una crisi dell’intera concezione penale

moderna nata con l’Illuminismo, in base alla quale la pena

costituisce uno dei tanti strumenti che aiutano ad edificare

una società giusta.

Nell’analisi foucaultiana, dopo la cerimonia spettacolare dei

supplizi è la catena dell’ergastolano ad essere contestata,

come scrisse egli stesso: “Oggi bisogna dirsi che la prigione

è abominevole come ieri lo era la catena”19 .

Egli sferra un attacco costante, soprattutto nei confronti di

ciò che chiama i ‘miti’ dell’ illuminismo: ‘Ragione’,

‘Scienza’, ‘Libertà’ , ‘Giustizia’ e ‘Democrazia’, e a

maggior ragione critica la riforma delle pene illuminista e le

sue distorte applicazioni pratiche che hanno reso il carcere

unico mezzo punitivo, anacronistico e addirittura

medioevale agli occhi di molti contemporanei. La differenza

principale tra i due tipi di punizione( antico e moderno) per

Foucault consiste nel fatto che il boia lavorava sulla

19 M. Foucault, Postfazione a L’ Impossibile prison, cit. in A. Brossat, Scarcerare la società, Milano, Elèuthera, 2003, p. 28

25

intensità, esponeva drammaticamente una violenza inaudita

che lasciava stupefatti, mentre il carcere sostituisce all’

intensità la durata, ossia l’infinito della pena al dolore

crudele del supplizio. La nuova giustizia punitiva cambia

l’intero rituale penale. Infatti dall’ istruttoria fino alla

sentenza sono state introdotte nuove pratiche e nuovi

soggetti extragiuridici. Non si giudicano più soltanto i

delitti, bensì altre variabili che riguardano il carattere, la

storia e l’ambiente familiare dell’individuo. Ciò comporta

l’entrata in scena di esperti (psichiatri, criminologi e

assistenti sociali) che raccolgono informazioni sui detenuti

per predisporre personali programmi correzionali, anche e

soprattutto a base di tranquillanti e psicofarmaci.

Nonostante le ottimistiche intenzioni illuminate, la realtà

delle cose fu ben diversa e il filosofo francese dimostra che i

difetti della prigione- l’incapacità di ridurre i tassi di

criminalità, la tendenza a produrre la recidiva, a organizzare

un milieu criminale, a immiserire le famiglie dei detenuti

ecc.- sono a tutti ben noti, tanto che le prime critiche

risalgono agli inizi del 1800 e da allora si sono protratte

fino ai giorni nostri, senza però risultati concreti. ”Fin dal

1820 si constata che la prigione, lungi dal trasformare i

criminali in gente onesta, non serve che a fabbricare nuovi

criminali o a sprofondarli ancora di più nella criminalità”20.

Seguendo l’ analisi foucaultiana, le prigioni continuano ad

esistere, in primo luogo, perché sono istituzioni

profondamente radicate, ossia connesse strettamente a

pratiche disciplinari più ampie, intrinseche alle società

20 M. Foucault, Microfisica del potere, Torino, Einaudi 1977 cit.,p. 122

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