promessi sposi riassunto dettagliato

promessi sposi riassunto dettagliato

6 pages
8Number of visits
Description
riassunto ultimi capitoli promessi sposi
20 points
Download points needed to download
this document
Download the document
Preview3 pages / 6
This is only a preview
3 shown on 6 pages
This is only a preview
3 shown on 6 pages
This is only a preview
3 shown on 6 pages
This is only a preview
3 shown on 6 pages

Capitolo 19. Responsabile della sua partenza è il conte A�lio, che a Milano è riuscito a convincere il conte zio, importante personaggio, a chiedere al padre provinciale dei cappuccini l’allontanamento del frate per una missione di parecchi mesi. Don Rodrigo agisce a sua volta recandosi dal potente signore che lo aiuterà a rapire Lucia, l’Innominato.

Capitolo 20. Don Rodrigo convince all’impresa l’Innominato che manda il capo dei suoi bravi, il Nibbio, da quell’Egidio, che sa in relazione con la monaca di Monza. Gertrude, sollecitata dall’amante, fa uscire con una scusa Lucia dal convento, sicché i bravi, guida� dal Nibbio, possono rapirla e portarla al castello del loro signore.

Capitolo 21. Il racconto che il Nibbio fa al padrone sul rapimento di Lucia scuote l’Innominato già da tempo scontento della sua vita; le lacrime di Lucia lo turbano. Durante la no�e, mentre la ragazza fa voto di consacrarsi alla Madonna se verrà liberata, egli è assalito da una profonda crisi che lo spinge a meditare il suicidio. Ma all’alba sente suonare le campane nella valle e si alza con proposi� nuovi. È questo il capitolo della giustamente famosa «conversione dell’Innominato».

Capitolo 22. L’innominato, viene informato da un bravo che tu�a quella gente, così festosa, va verso un paese vicino, per vedere il cardinale Federigo Borromeo, arcivescovo di Milano. La popolarità, il rispe�o e la venerazione che il popolo dimostra verso il cardinale, fa nascere nell’innominato la speranza, parlandogli ” a qua�r’occhi, ” che egli possa curare il suo spirito tanto in crisi, che possa pronunciare parole rasserenatrici. Presa, quindi, la decisione di parlare con il cardinale, si reca prima nella camera di Lucia, che intanto sta dormendo in un cantuccio; rimprovera la vecchia, per non aver saputo convincere Lucia a dormire sul le�o, le raccomanda di lasciarla riposare in pace, e di riferirle, quando si sarà svegliata ” che il padrone è par�to per poco tempo, che tornerà e che… farò tu�o quello che lei vorrà. “. E’ superfluo dire che la donna resta sbalordita per lo strano e insolito comportamento del suo padrone, che intanto me�e di guardia un bravo, davan� alla porta della camera di Lucia, perché nessuno la disturbi; quindi, risoluto, si dirige verso il paese, dove si trova il cardinale; e giuntovi, avuta indicazione che egli si trova in casa del curato, va là, entra in un cor�le�o, dove sono riuni� mol� pre� che lo guardano con aria di meraviglia e di sospe�o, e chiede di voler parlare al cardinale. Prima che si svolga il colloquio tra l’innominato e l’arcivescovo, l’autore traccia un profilo di Federigo Borromeo; la descrizione, fa�a con calore in tu�a la sua splendida grandezza, risulta veramente efficace. Ancora giovine�o, manifestata la vocazione di dedicarsi al ministero ecclesias�co, oltre a dedicarsi alle occupazioni prescri�e, decide di sua spontanea volontà ” di insegnare la do�rina cris�ana ai più rozzi e dereli� del popolo, e di visitare, servire, consolare e soccorrere gl’in fermi. “. Quantunque discenda da nobile famiglia, tu�o il suo comportamento è improntato alla più servile umiltà; teme le dignità, anzi cerca di evitarle, non per so�rarsi al servizio altrui, ma perché non si s�ma ” abbastanza degno, né capace di così alto e pericoloso servizio”. Poco più che trentenne, infa�, ricusa l’arcivescovado di Milano, successivamente costre�o ad acce�are su ordine del papa. Riduce al minimo le sue esigenze, ed offre tu�o ai poveri; per lui, infa�, ” le rendite ecclesias�che sono patrimonio dei poveri”. E’ merito suo la fondazione della biblioteca ambrosiana. Ma quel che più spicca in lui è la bontà, la giovialità, la cortesia verso gli umili. Quanto scrive il Manzoni, per magnificare questo uomo di virtù predare, non è un parto di fantasia, ma realtà evidente, tanto è vero che riuscirà a conver�re, come per grazia divina, chi si era macchiato di tan� infami crimini: l’innominato.

Capitolo 23. Incontro tra l’Innominato e Federigo e abbraccio di riconciliazione. Il cardinale, conosciuta la vicenda di Lucia, fa chiamare don Abbondio, presente con gli altri parroci della zona. e gli dà l’incarico di provvedere al recupero della ragazza. Viaggio di don Abbondio, terrorizzato, in compagnia del terribile signore, fino al castello.

Capitolo 24. Lucia è liberata e condo�a provvisoriamente in paese, nella casa di un buon sarto, dove subito giunge Agnese e poco dopo il cardinale, cui Agnese racconta le loro vicende. L’Innominato, al castello, avverte i suoi uomini che potranno restare al suo servizio solo se intenziona� come lui a mutar vita.

Capitolo 25. Don Rodrigo pensa bene di lasciare il paese e tornarsene a Milano, prima d’essere costre�o a incontrare il cardinale. Il prelato viene accolto da don Abbondio al quale chiede informazioni su Renzo. Lucia viene ospitata da una ricca signora, donna Prassede, col beneplacito del cardinale, il quale finalmente chiede a don Abbondio perché non abbia celebrato le nozze dei due giovani.

Capitolo 26. Celebre dialogo tra Federigo e don Abbondio, che sembra ravvedersi, anche se non nasconde le sue buone ragioni. L’Innominato regala a Lucia una dote di cento scudi d’oro; ma ad Agnese che porta alla figlia la buona no�zia, Lucia rivela il voto fa�o la no�e del rapimento. Decidono così di mandare metà della somma a Renzo e di pregarlo di non pensar più al matrimonio. Ma non riescono a me�ersi in comunicazione con lui: il giovane ha mutato il proprio nome in quello di Antonio Rivolta e ha cambiato filanda.

Capitolo 27. La guerra per la successione del ducato di Mantova, che aveva visto di giorno in giorno l’Italia se�entrionale coinvolta nella guerra europea che prende il nome di guerra dei trent’anni, impegnava del tu�o l’a�enzione del governatore don Gonzalo. Temeva ques� che anche Venezia volesse scendere in campo contro la Spagna: bisognava cercare di distoglierla facendo la voce forte contro la Repubblica veneta. E l’occasione fu fornita a don Gonzalo dalla no�zia che Renzo si era rifugiato nel territorio bergamasco. Di qui la finzione delle ricerche condo�e per accertare se Renzo era veramente a Bergamo. Era una formalità: Renzo diventò una pra�ca burocra�ca. Il potere, di lui non s’accorse, perché era sola un pretesto. Ma Renzo, pur cambiando residenza e nome, con�nuava a nascondersi: sapeva per esperienza che del potere poli�co non ci si poteva fidare. Una sola cosa lo tormenta: quella di me�ersi in conta�o con Agnese e Lucia. Riesce a trovare una fidata trafila e un giorno riceve insieme con una le�era di Agnese cinquanta scudi: Lucia, era de�o nella le�era, non poteva sposarlo più perché aveva fa�o voto di cas�tà. Si me�esse il cuore in pace e a�endesse agli affari suoi. Cosa che Renzo si dichiarò non disposto a fare. Il suo unico proposito ora sarebbe stato di indurre Lucia al matrimonio. Lucia, intanto, aveva trovato ospitalità in casa di donna Prassede, una donna che poco poteva sul marito, don Ferrante, un intelle�uale che da lei si difendeva chiudendosi tra i suoi libri. Così donna Prassede sfogava la sua volontà di strafare e la sua voglia di fare del bene ad ogni costo (ma il bene coincideva stranamente col suo conce�o piu�osto storto di bene) alle persone come Lucia che si erano lasciate traviare. Non altrimen� si poteva e doveva spiegare l’innamoramento della giovane per uno come Renzo che per poco era sfuggito alla forca e che

sicuramente doveva essere un poco di buono, se era ricercato dalla polizia. Pensiero dominante di donna Prassede era di liberare la mente di Lucia dall’immagine di Renzo e perciò a lei parlava spesso e in termini duri ed ingius�: Lucia per forza di cose doveva difenderlo da tanta aggressività e così il suo Renzo se lo confermava sempre più dentro. E sempre più intensamente l’immagine di lui l’assediava, sempre come risultato dei metodi educa�vi di donna Prassede. Nulla c’era da temere dal marito di lei, don Ferrante, un le�erato di grande classe: aveva tan� libri e la sua a�enzione si fermava su scienze come l’astrologia e la duellis�ca, dove era diventato un’autorità. Era il �po di le�erato astra�o, inu�le, formalis�ca, che non sa legare scienza e realtà, cultura e società.

Capitolo 28.

Questo è un capitolo, in cui il Manzoni abbandona di nuovo i suoi personaggi, per tracciare un quadro storico degli avvenimen� successivi alla sedizione di San Mar�no, che ebbe come conseguenza un ribasso del prezzo del pane; un ribasso che risultò fatale, in quanto la plebe, affamata, si abbandonò ad uno sfrenato consumo, e troppo tardi se ne avvide delle conseguenze disastrose, perché così facendo, non solo rendeva impossibile una lunga durata ” a goder del buon mercato presente”, ma addiri�ura ne impediva “una con�nuazione momentanea. “. Anche i contadini abbandonavano la campagna e si riversavano in ci�à; la situazione era des�nata a precipitare; i tenta�vi di porvi rimedio non o�enevano alcun risultato efficace. Consumate le scorte, la fame divenne un male disastroso, pericoloso e inevitabile.

In ci�à, chiusi negozi e fabbriche, la disoccupazione imperversa e la miseria si spande a macchia d’olio. Acca�oni di mes�ere e mendican� formano una lugubre e grossa schiera. Il cardinale Federigo in questa circostanza organizza i suoi soccorsi; forma tre coppie di pre� che, segui� da facchini carichi di cibi e di ves�, girano per la ci�à, per ristorare chi è più bisognevole. Ma l’interessamento caritatevole del cardinale, unito alla generosità dei priva� e ai provvedimen� dell’autorità della ci�à, si dimostra inadeguato rispe�o alla vas�tà del male.

Per tu�o il giorno nelle strade si ode ” un ronzio confuso di voci supplichevoli, la no�e, un sussurro di gemi�,” ma non si ode ” mai un grido di sommossa. “. Eppure, osserva il Manzoni, tra coloro che soffrivano ” c’era un buon numero di uomini educa� a tu�’altro che a tollerare, ” per cui conclude che spesso ” ci rivol�amo sdegna� e furiosi contro i mali mezzani, e ci curviamo in silenzio so�o gli estremi”. Se qualcuno era in grado di fare qualche elemosina, la scelta era ardua; all’ avvicinarsi di una mano pietosa, all’intorno era una gara d’infelici, che stendevano la loro mano. Poiché le strade diventano ogni giorno di più un ammasso di cadaveri, trascorso l’inverno e la primavera, il tribunale di provvisione decide ” di radunare tu� gli acca�oni, sani ed infermi, in un sol luogo, nel lazzare�o, ” dove potranno essere aiuta� a spese del pubblico. In pochi giorni gli infelici ospita� divengono tremila; ma i più, o per godere l’elemosine della ci�à o per la ripugnanza di star chiusi nel lazzare�o, restano fuori. Per cacciare dunque gli acca�oni al lazzare�o, si deve ricorrere alla forza, e così, in pochi giorni, il numero dei ricovera� sale a circa diecimila.

Ma tale inizia�va, sia pur lodevole nelle intenzioni, per l’ammassarsi di tan� infelici in un sol luogo, per l’organizzazione carente e per l’inadeguatezza dei mezzi, è insufficiente. La gente dorme per terra o su paglia putrida; il pane è alterato ” con sostanze pesan� e non nutrien�”; manca persino l’acqua potabile; perciò la mortalità cresce a tal punto che si comincia a parlare di pes�lenza. Per porre rimedio a questa grave e pericolosa situazione, si mandano via dal lazzare�o tu� i poveri non ammala�, mentre gli infermi vengono ricovera� nell’ospizio dei poveri di Santa Maria della Stella. Finalmente, con il nuovo raccolto il popolo ha di che sfamarsi, ma la mortalità, per epidemia o contagio, anche se con minore intensità, si protrae fino all’autunno, quand’ecco, implacabile, un nuovo flagello si abba�e sulla popolazione: la guerra. Infa� il cardinale Richelieu con il re, alla testa di un esercito, scende in Italia e occupa Casale, tenuto prima da don Gonzalo. Nel fra�empo si dispone ” a calar nel milanese” anche l’esercito di Ferdinando, nel quale pare che covasse la peste, tanto che si fa divieto a chiunque, quando l’esercito muove all’assalto di Mantova, ” di comprar roba di nessuna sorte dai solda�”. Ma tale divieto non è preso in alcuna considerazione. L’esercito di Ferdinando, era per lo più composto da bande mercenarie che me�evano a soqquadro tu� i paesi, asportando dalle case tu� gli ogge� di valore.

Capitolo 29. Nel paese di Lucia, per sfuggire ai saccheggi, don Abbondio, Perpetua e Agnese pensano di rifugiarsi nel castello dell’Innominato, dove confluisce, ben prote�a, la gente della zona.

Capitolo 30.

La peste la prende anche don Rodrigo: se la scopre addosso una sera tornando da un fes�no dove aveva celebrato ironicamente il morto conte A�lio. Chiede aiuto al Griso perché chiami un medico: il Griso chiama invece i mona�. Che lo portano al lazza re�o. Ma prima del padrone muore fulminato dalla peste anche il Griso. Di peste s’ammala anche Renzo, ma la forte, contadinesca fibra lo salva: superata la convalescenza decide di far ritorno al suo paese in cerca di Lucia. Nessuno in tanta confusione si curerà di lui e dei suoi con� con la Gius�zia. Salutato il cugino Bortolo, ria�raversa l’Adda e si affaccia al suo paese. Dovunque imperano i segni della morte, dell’abbandono, della sofferenza. Incontra Tonio in camicia che dice cose senza senso: la mala�a lo aveva reso idiota e fa�o somigliare stranamente al fratello folle. Da una cantonata vede avanzare una cosa nera; è don Abbondio che ha perduto Perpetua: è mal messo ma si preoccupa della presenza di Renzo. per lui sorgente di guai. Di Agnese sa che si rifugiata a Pasturo, di Lucia dice che è a Milano in casa di don Ferrante. Altro non sa; una sola cosa vorrebbe: che Renzo torni al più presto dond’è venuto. Renzo passa anche accanto alla sua vigna: ormai rido�a a una marmaglia di piante, di vilupponi arrampica�, di rovi, di un guazzabuglio di steli. Pare anch’essa inves�ta e disgregata dalla peste. A sera trova rifugio in casa di un amico. L’indomani decide di recarsi a Milano in cerca di Lucia.

Capitoli 31 e 32. Il passaggio delle milizie straniere ha lasciato la peste che comincia a imperversare a Milano e nel contado. In ci�à la confusione è grande. Il cardinale ordina una processione espiatoria che non fa che accrescere il contagio. Dovunque si parla di untori, cioè di

agen� del nemico incarica� di spargere la peste ungendo le porte e i muri delle case. Si is�tuiscono anche «infami» processi contro innocen�, accusa� dall’isterismo popolare.

Capitolo 33. Tra i colpi� dalla peste è don Rodrigo, tradito dal Griso e consegnato ai mona�, i raccoglitori dei mor� e dei contagia�. Renzo, che ha superato la mala�a, ora che nessuno si cura più di lui, si me�e in cerca di Lucia, e si reca al paese, dove trova la desolazione; da don Abbondio apprende che Perpetua è morta insieme con mol� altri, che Agnese è presso paren� a Pasturo e che Lucia è a Milano, presso la famiglia di don Ferrante.

Capitolo 34. Renzo riesce a entrare in Milano; scorge dovunque i segni terribili del morbo e della desolazione. Assiste all’episodio pate�co della madre di Cecilia, la bambina morta di peste. Trovata finalmente la casa di don Ferrante, apprende che Lucia è al lazzare�o, l’ospedale degli appesta�. Scambiato per un untore, riesce a stento a so�rarsi a un gruppe�o di gente imbes�alita, saltando su di un carro di mona�.

Capitolo 35. L’aria si fa sempre più afosa, il cielo si copre di una coltre di umidità greve, quando Renzo entra nel lazzare�o: un insieme di capanne e di fabbrica� pos�cci, alza� per la circostanza, accanto ad altri in muratura. L’impressione è quella del covile segnato da un vasto brulichio prodo�o da sani e mala�, da serven� e da folli, impazzi� per la peste, da gente variamente indaffarata. Su tu�o domina l’organizzazione imposta dai cappuccini ed è, il loro, un ordine esemplare sempre tenendo conto che bisogna amministrare, confortare, curare o avviare al cimitero ben sedicimila appesta�. La visione generale è quella che insorge da un luogo che è un condensato, un contenitore di grandi sofferenze su cui incombe l’aria ed il cielo nebbioso. Il primo gruppo di mala�, colloca� a parte, dentro un recinto, è quello dei bambini allevato da nutrici e da capre: alcuni sono neona� ed hanno bisogno di costante cura ed a�enzione. Molte donne guarite dalla peste provvedono alla cura dei bambini: ma anche le capre, quasi consapevoli della grande sofferenza, offrono mansuete il proprio la�e ai bambini. È uno spicchio di umanità che intende sopravvivere e resistere nonostante tu�o sembri avviare a morte o a disperazione. E proprio in un a�eggiamento di padre che si cura dei propri piccoli Renzo intravede dopo tanto tempo la cara immagine di padre Cristoforo. Affe�uoso l’incontro tra i due. Il padre dopo essere stato per anni a Rimini, per pressioni esercitate sui superiori ha o�enuto di essere richiamato a Milano e di essere adibito al servizio dei mala�. Renzo gli fa un succinto riassunto delle sue avventure e dice di essere nel lazzare�o in cerca di Lucia. Potrebbe essere, se è ancora viva, nel recinto assegnato alle donne: è proibito entrarvi. Ma il padre lo autorizza date le buone intenzioni che lo animano. Ma Lucia sarà viva? Se non dovesse essere viva, Renzo si dice pronto a fare vende�a su don Rodrigo, che è all’origine di tu�e le disavventure sue e di Lucia. E a questo punto padre Cristoforo lo redarguisce e alla legge di vende�a contrappone la legge cris�ana del perdono e della carità. Lui, che ha fa�o l’esperienza dell’assassinio di un uomo, sa quanto arida sia la strada della vende�a e quanto allontani da Dio e quindi dall’umanità la ricerca di una gius�zia che impone morte per morte. La vera gius�zia è la carità che compensa la morte di un uomo con la crescita ideale di nuova umanità. Renzo convinto si dice disposto al perdono del suo avversario. E il frate lo conduce in una capanna dove gli mostra don Rodrigo moribondo: ecco come si è rido�o colui che voleva farsi padrone dell’altrui vita! E il padre non sa decidere se in quelle condizioni il signoro�o sia per un cas�go o per un a�o di misericordia della divinità.

Capitolo 36. Dopo affannosa ricerca, incontra finalmente Lucia. L’amarezza per la riconferma del voto fa�o alla Madonna, è risolta dall’intervento di padre Cristoforo, che scioglie Lucia dal voto. Lucia resta con una ricca signora che ha perduto i suoi e l’ha presa a ben volere, mentre Renzo torna ad avver�re Agnese del prossimo ritorno della figliola.

Capitolo 37. Uscito dal lazzare�o Renzo è sorpreso da un temporale, quello che porterà via la peste. Vede Agnese, ritorna a Bergamo dal cugino per cercarsi una casa, è di nuovo al paesello ad a�endervi Lucia che, trascorsa la quarantena, si accinge a ritornare. Prima della partenza, apprende la morte di padre Cristoforo, il processo contro la monaca di Monza, e la morte anche di donna Prassede e don Ferrante.

Capitolo 38. Lucia ritorna al paese. Don Abbondio si decide finalmente a sposare i due giovani, ma soltanto quando viene a sapere che il palazzo di don Rodrigo è ora occupato dall’erede di lui, un marchese, «bravissim’uomo» che ha saputo della storia di Lucia e di Renzo, e è disposto ad acquistare ad alto prezzo le loro case�e e a liberare Renzo dall’imbroglio di Milano. I due sposi, con Agnese, si trasferiscono a Bergamo, dove la famiglia e gli affari prosperano. Il romanzo termina con la celebre morale messa in bocca a Lucia: «…lo non sono andata a cercare i guai: sono loro che sono venu� a cercar me… i guai vengono bensì spesso perché ci si è dato cagione; ma la condo�a più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani…».

no comments were posted
This is only a preview
3 shown on 6 pages