Questioni di interesse la chiesa e il denaro in eta moderna
unknown user
unknown user

Questioni di interesse la chiesa e il denaro in eta moderna

13 pages
6Number of download
1000+Number of visits
Description
Chiesa, interssi, Storia della chiesa
20 points
Download points needed to download
this document
Download the document
Preview3 pages / 13
This is only a preview
3 shown on 13 pages
Download the document
This is only a preview
3 shown on 13 pages
Download the document
This is only a preview
3 shown on 13 pages
Download the document
This is only a preview
3 shown on 13 pages
Download the document
Riassunti di Storia della Chiesa, libro adottato Questioni di Interesse: La Chiesa e il Denaro in Età Moderna, Vismara

UN MONDO NUOVO, UN CRISTIANESIMO NUOVO

Economia e Religione

Le esplorazioni del ‘400 fanno sì che vi siano enormi mutamenti, sia sul piano economico sia su quello delle riflessioni. John Mair afferma che i nuovi impulsi provocati dalle scoperte geografiche devono costituire uno stimolo per un rinnovamento anche nell’ambito teologico. L’arcivescovo di Firenze Antonino considera con molta attenzione le condizioni concrete della vita dei cristiani, compreso di coloro che si dedicano ad attività commerciali. Le riflessioni di questo tipo si trovano nelle idee francescane della ricchezza, che si lega all’analisi dei contesti economici e sociali, giungendo a sostenere la necessità di connettere il lucro individuale con il pubblico bene, nel quadro di comportamenti virtuosi. Bernardino da Siena consolida queste idee in difesa di una politica economica tipicamente cristiana. La tradizione ecclesiastica aveva perpetuato il principio aristotelico della sterilità del denaro, ma lo sviluppo dei commerci e un’economia sempre più mercantile costrinsero all’evoluzione del pensiero.

Un cristianesimo nuovo: dilemmi della coscienza

Tommaso d’Aquino attribuiva grande importanza alle capacità creative dell’uomo. L’uomo è creato da Dio a propria immagine e somiglianza e da lui ha ricevuto il potere di “dare il nome” agli elementi della realtà. L’uomo è quindi dotato di ragione, intelligenza, volontà, amore, capacità creatrice. Tutte queste caratteristiche confluiscono nel compito dell’uomo: avere un dominium sulla realtà stessa, tipica dell’uomo libero. Questo dominium ha come scopi la realizzazione personale, il rispetto della realtà e la finalizzazione corretta dei propri atti.

La Seconda Scolastica riprende le tematiche tomiste inserendole nel nuovo contesto: sul piano religioso costituisce il tentativo di elaborare un sistema organico di pensiero cattolico per rispondere alla Riforma.

In quest’epoca frequente è la ricerca di una sintesi fra la tradizione medievale e le correnti umanistiche, come testimonia la devotio moderna. Essa propone ai cristiani una religiosità interiore, personale, modellata sulla imitazione di Cristo. E’ proprio questa personalizzazione del fatto religioso che accomuna protestanti e cattolici. Vi sono, negli uni e negli altri, la tensione morale, il senso del peccato e soprattutto la coscienza del fatto che la religione è una questione che tocca direttamente la persona. Al centro vi è il problema dell’agire umano e la necessità di dare risposte agli interrogativi della coscienza. Si moltiplicano i trattati di teologia morale, nasce la casistica, che all’interno del mondo cattolico, è fortemente combattuta da giansenisti e rigoristi. Vi sono norme morali chiare: è la loro applicazione a smuovere dei problemi. L’analisi dei casi di coscienza viene inserita all’interno di un’elaborazione sistematica della morale che ne metta in luce i fondamenti. Nasce un genere letterario specifico nell’ambito morale: i trattati De iustitia et iure, sulla giustizia e sul diritto, perché ormai lo sforzo tocca tutti gli aspetti della vita quotidiana.

IL DIVIETO DI RISCUOTERE UN INTERESSE

Per una definizione di Usura

All’origine il termine latino usura non significava altro che l’uso di un bene, e per estensione i frutti derivanti dall’uso. La parola non aveva alcuna connotazione morale, tuttavia essa viene nel tempo ad indicare quella forma specifica di usura che è l’usura lucrato ria, cioè il profitto che si trae dal prestito del denaro e che veniva considerato illegittimo indipendentemente dalla sua quantità.

Il denaro è considerato il vino, il frumento: è un oggetto che si consuma con l’uso, è un oggetto il cui uso implica il consumo. Per questo si sosteneva che come questi beni, debba essere restituito esattamente nella stessa qualità e quantità. Inoltre si riteneva che all’atto del prestito la proprietà del denaro passasse dal mutuante al mutuatario, dal momento che proprietà e uso non possono essere distinti. La richiesta di un interesse era considerata illecita perché il mutuante avrebbe preteso un guadagno su un bene che non risultava più in suo possesso.

Il divieto si basava su:

- Legge naturale= il divieto è presente nella legge naturale, questo è visibile negli autori pagani. Essi era uomini che non avevano ricevuto la rivelazione cristiana, quindi il divieto è inscritto nella natura stessa dell’uomo

- Legge divina= se il divieto viene dalla parola di Dio, nessuno può revocarlo. Nell’Antico Testamento si parla dell’usura nel Deuteronomio, ossia la legge mosaica. Vero è che i passi sembrano limitare la condanna al solo prestito al povero: si pone dunque un problema di esegesi. Sempre nell’Antico Testamento il prestito a interesse era consentito nei confronti di estranei, di appartenenti ad altri popoli. Ai membri del popolo con il quale Dio ha stretto alleanza, proibisce di tenere un comportamento che sia estraneo alla logica dell’amore e del dono. Nel Nuovo Testamento vi sono due passi a proposito di ciò: la parabola dei talenti e la pericope di Luca, in cui leggiamo “Prestate senza sperarne nulla”.

- Legge ecclesiastica

L’obbligo della Restituzione

La restituzione era considerata una conditio sine qua non per ottenere l’assoluzione in confessione. Questo primo precetto è certo dettato dal fatto che sistematicamente la restituzione del capitale ottenuto in prestito veniva disattesa. L’elemento essenziale per affermare l’obbligo della restituzione deriva dal diritto romano perché era intesa come il ripristino di una situazione antecedente di proprietà e di possesso. Si faceva riferimento alla giustizia commutativa, che impone il rispetto di impegni deliberatamente assunti.

Innanzitutto non si può contravvenire alla norma morale che vieta l’usura. Se nel contatto figura un tasso usuraio, colui che richiede il prestito è tenuto a restituire soltanto il capitale; il di più è frutto di una coazione morale, e viene quindi meno l’aspetto necessario della libertà e della volontarietà. Vi era però un caso in cui si riteneva si dovesse restituire di più: se, oltre a stipulare il contratto, aveva anche prestato giuramento.

La mancata restituzione è comunque un peccato: all’interno del Decalogo vi è nel settimo comandamento il divieto di commettere furti. Non restituire significa usurpare i beni che appartengono ad altri. La problematica non è quindi solo religiosa, ma anche economica e sociale. Infatti il bene del singolo si lega a quello dell’intera società, che non deve essere frantumata da conflitti. Se si contravviene all’obbligo della restituzione, non solo si dilata la cupiditas del singolo, ma si incrina la correttezza dei rapporti tra individuo.

In età moderna teologi morali e autori di catechismi parlano molto dell’argomento della restituzione. Il domenicano Antonino Valsecchi ricorda che in molti altri casi il pentimento è sufficiente, nel caso di un furto invece bisogna rinunciare a ciò di cui ci si è ingiustamente impadroniti. Idelfonso da Bressanvido sostiene che far debiti e non volerli pagare è un volersi assolutamente dannarsi, è un peccato di ingratitudine. Chi si macchia di questo peccato è accusato di malafede, di ingiustizia e di furto che “per quanto sia distinto nel mondo, Dio, la Legge e il mondo stesso lo considerano come infame”. Il predicatore ricorda che accampare scuse non serve dinnanzi a Dio, come il fatto che il prestatore può essere una persona ricca: non si può separare il furto dal danno (anche se il furto è una categoria vastissima). Inoltre la restituzione non può essere sostituita da opere buone: le opere spirituali non possono in alcun modo compensare il peccato commesso. Non è nemmeno accettabile il buon uso del denaro indebitamente trattenuto.

Che fare dell’ingiusto guadagno?

Papa Alessandro III scrive il canone Ex eo de usuris. In esso dice che un contratto, per essere accettabile, deve rispettare alcune fondamentali condizioni. Usi e consuetudini, anche quelli di lontani paesi, non possono modificare la natura dei contratti e renderli legittimi. Le Scritture vietano di mentire persino se la menzogna possa giovare a salvare una vita: in esse è condannata l’usura come crimine assolutamente gravissimo.

In qualche caso l’usura era considerato il male minore. È il caso di Martino Bonacina esamina numerosi problemi economici e sociali. Il Tractatus de restituzione et de contractibus può essere considerato un tentativo di rispondere alle questioni poste dalle novità negli ambienti economici e finanziari.

I Titoli Estrinseci di Interesse

La parola “titolo” è un termine del linguaggio giuridico. L’aggettivo “estrinseco” indica il fatto che tale titolo giuridico non è inerente in modo intrinseco al mutuo. La Chiesa, come anche la legislazione civile, poneva un rigoroso divieto alla pratica dell’usura. Qualsiasi lucro derivante in modo diretto dal mutuo, qualsiasi lucro intrinseco al prestito, non poteva essere praticato senza incorrere nelle sanzioni.

La situazione era molto diversa se la riscossione di un interesse sul capitale si fondava una ragione giuridicamente riconoscibile estranea al prestito in sé. La differenza tra la somma prestata e quella restituita, di importo superiore, si giustifica perché è richiesta come compenso dovuto al creditore per inconvenienti che gli derivano dal prestito stesso. Vi è quindi una distinzione fra l’interesse lucrativo e l’interesse compensatorio. Il primo è legato al prestito in sé ed è determinato dalla sete di ricchezze; mentre il secondo è il legittimo rimborso richiesto dal prestatore a causa degli inconvenienti da lui subiti in ragione del prestito.

Il concetto stesso di titolo estrinseco di interesse deriva dal diritto romano. Teologi e canonisti del Medioevo puntualizzano la legittimità di questi titoli. I glossatori, cioè coloro che commentavano i testi giuridici, citavano i titoli estrinseci di interesse come motivazioni di natura giuridica ed esterne al prestito da considerarsi del tutto legittime. Tommaso d’Aquino riconosce senza ombra di dubbio la possibilità di invocare una ricompensa per il danno subito. La Chiesa vieta in modo rigidissimo l’usura, al tempo stesso però accetta altre possibilità rispetto all’usura per far fruttare il capitale. Queste soluzioni non sono affatto compromissorie. I Monti di Pietà sono ad esempio una istituzione creditizia che ha origine in Italia nel 15 secolo. Furono creati dai francescani, i quali sostennero la legittimità della richiesta di un tasso di interesse, molto contenuto. La mancata riscossione di un modesto interesse fece sì che alcuni Monti svolgessero un ruolo marginale. Ma papa Leone X con la bolla Inter multiplices valorizzò il discusso istituto dei Monti. Nonostante questo e altri riconoscimenti pontifici, l’opposizione rigorista, che li chiamò “i Monti di empietà” fu insistita. La Chiesa dimostrò comunque posizioni sì ferme, ma anche una certa disponibilità

all’apertura. John Mair insisteva sul vantaggio reciproco, come dato cui attribuire una grande importanza. Il prestito era normalmente vantaggioso per entrambi i contraenti. Il commodum era da lui e da Lessio ritenuto elemento importante per la valutazione della legittimità di determinate forme contrattuali.

Quali titoli estrinseci di interesse?

La maggior parte dei moralisti riconosceva come leciti almeno alcuni titoli di indennizzo, quali il damnum emergens, il lucrum cessans e il periculum sortis.

- Con damnum emergens si indica il danno che il prestatore subisce come diretta conseguenza della concessione del proprio denaro in prestito. Il consenso circa il damnum emergens ha una conferma nell’indiretto riconoscimento concesso al titolo con la bolla Inter multiplices del 1515.

- Il lucrum cessans è un profitto che, a causa del prestito, viene a mancare al proprietario, che avrebbe ricavato un vantaggio da un diverso impiego del denaro. La chiarezza nelle condizioni del contratto era considerata essenziale. Colui che richiedeva un prestito poteva così valutarne la convenienza; ci favoriva indirettamente anche il prestatore, che correva rischi minori relativamente alla restituzione. Alfonso de Liguori attribuisce grande importanza all’aspetto della necessaria chiarezza. La sua tendenza era quella di tutelare il mutuatario, attraverso la previa definizione delle condizioni accessorie del contratto. E’ infrequente che vengano ammesse eccezioni a questa norma. Lessio afferma che la riscossione di un interesse compensatorio per essere legittima deve essere preannunciata, ma che vi possono essere eccezioni. Bonacina prende in considerazione il caso della coazione al prestito. Se il possessore di capitale è in qualche modo forzato a prestare, può richiedere un incremento nella restituzione.

- Il periculum sortis è il rischio di capitale, ossia il rischio elevato di perdere il capitale. Non appare certo facile stabilire a priori l’entità del rischio. E tuttavia alcuni teologi ritenevano del tutto legittima la percezione di una indennità di rischio, anche qualora l’evento poi non si verificasse realmente. Infatti l’indennizzo non è relativo a un danno certo, ma riguarda il rischio di essere danneggiati, che non deve mai essere sopravalutato.

Chi non restituiva il capitale a tempo debito poteva essere tenuto a risarcire il proprietario. In proposito alcuni teologi parlano di “usura punitiva”, che punisce il ritardo della restituzione. La legislazione civile autorizzava i prestatori a richiedere interessi di mora, anche se non previsti nel contratti mediante clausola esplicita e precisa pattuizione. Ma la motivazione addotta dai teologi non è la disposizione della legge civile, ma l’obbligo morale della restituzione. In genere teologi e predicatori ritengono che l’indennità sia dovuta solo nel caso in cui il mutuatario ritardi la restituzione senza motivi fondati. Ma i più rigoristi escludevano in qualunque caso la possibilità di richiedere una dilazione. Era quindi difficile tutelarsi contro il rischio di mancata restituzione. Alcuni cercavano di aggirare l’ostacolo richiedendo un pegno. La prassi di richiedere un pegno appariva corretta: era essenzialmente finalizzata a impegnare il contraente. Alcuni teologi esprimevano a riguardo un giudizio negative, in quanto tale prassi poteva ledere l’aequalitas. Il danno o il mancato guadagno potevano apparire come possibili, non certi, all’atto della concessione del prestito.

Un problema ancor più forte era dato dalla necessità di quantificare a priori il danno o il mancato guadagno. Tra ‘500 e ‘700 molti autori ritengono che per determinare l’esistenza di un titolo estrinseco di interesse non sia necessaria l’assoluta certezza. Gli interpreti più rigoristi, invece, richiedevano l’esistenza di un’assoluta certezza; altri si limitavano all’indicazione di una probabilità più o meno generica. Vi era anche chi, data la difficoltà a discernere, trovava una via d’uscita nel divieto assoluto di qualsivoglia forma di prestito a interesse.

LE DIVERSE VIE DEL CATTOLICESIMO MODERNO

Tra “ottimismo cristiano” e nuove forme di teologia morale

L’orientamento ottimistico dell’umanesimo cristiano non toglie il senso dei problemi, né la coscienza del peccato, ma è ormai superato il momento drammatico della frattura con i riformati. L’uomo è il soggetto di un rinnovamento interiore e collettivo.

Secondo Filippo Neri nelle cose si può percepire e vivere la bontà del Dio creatore. Tutta la realtà umana è investita da un desiderio di agire e di costruire. La visione dell’uomo è realistica. La natura umana è stata ferita dal peccato originale, ma è stata anche redenta dal sacrificio dal Figlio di Dio fatto uomo e morto per gli uomini. Dio li vuole infatti tutti salvi, tant’è che possono e devono sacrificarsi nella vita di ogni giorno. La riflessione teologica sostiene l’esistenza di una armonia tra il naturale e il soprannaturale.

Tommaso d’Aquino sostiene che la grazia non cancella la natura, ma la conduce alla sua pienezza. Vi è quindi una fiducia nei confronti dell’uomo, pur nella consapevolezza dei suoi limiti. Il peccato, che pur ostacola, non impedisce l’esercizio di ragione e libertà.

Nonostante il battesimo, però, permane una certa inclinazione al male: ma ciò non cancella la somiglianza originaria. Il buon esercizio della ragione è in questo senso essenziale, perché applica i principi morali universali.

In questo clima ottimistico fiorisce nel ‘500 il probabilismo. Bartolomè de Medina, facente parte della Compagnia di Gesù, ritiene che se una opinione è probabile, è lecito seguirla, anche nel caso in cui quella opposta sia più probabile. L’uomo, posto di fronte ad una scelta etica, può seguire un’opinione ritenuta probabile, ma tale da avere dei ragionevoli argomenti a favore: insomma basta avere buone ragioni, fondate sull’opinione di un doctor gravis, per operare una determinata opzione morale.

Al contrario, il probabiliorismo impone di scegliere un’opinione più probabile rispetto a una meno probabile.

Potersi attenere a un’opzione realmente probabile, dotata di buoni fondamenti, senza scervellarsi per identificare l’opinione più probabile, rendeva certamente più semplice la vita del fedele. Dei rischi erano tuttavia presenti. Nel caso del probabiliorismo, si può scivolare nel tuziorismo, che pretendeva l’individuazione dell’opinione in assoluto più probabile e certa. Il probabilismo poteva invece trasformarsi in lassismo, cioè in una larghezza eccessiva nei confronti del fedele, per il quale qualsiasi scelta morale poteva divenire lecita. Sia il lassismo sia il tuziorismo furono condannati da Roma, con decreti del Sant’Ufficio: il lassismo da Innocenzo XI nel 1679, il tuziorismo da Alessandro VIII nel 1690. Non furono invece mai condannati né ilo probabilismo né il probabiliorismo.

Leonardo Lessio

Lessio godeva in vita di fama di santità, ma non fece seguito alcun riconoscimento canonico: la sua visione teologica e la sua apertura ai problemi del mondo si rivelavano sempre più sgradite in un’epoca nella quale il rigore andava prevalendo sulla benevolenza.

Lessio pubblica nel 1605 il De iustitia et iure. Qui accresce la lista dei titoli estrinseci di interesse generalmente riconosciuto, dilatando anche l’applicabilità dei singolo titoli. Si afferma inoltre la concezione del denaro come di un capitale, che ha in sé e per sé la potenzialità di fruttare; il valore del denaro può essere accresciuto da varie circostanze estrinseche. Si fa strada il concetto di lucrum latens: il profitto può

essere considerato come ricompreso nel denaro in modo nascosto. Lessio paragona il denaro e la semente: entrambi danno frutto in relazione all’attività della persona. Solo la presenza di un soggetto capace fa sì che il capitale dia luogo a un profitto; la potenzialità astratta del denaro diviene effettiva per l’agire di persone attive. Sul piano teorico Lessio sostiene che un prestito di capitale possa quasi sempre essere considerato come un’occasione mancata di profitto.

Felipe de la Cruz Vasconcillos afferma che il denaro, di per sé sterile come per la tradizione ecclesiastica, diviene fruttifero in conseguenza dell’industriosità umana.

Lessio fa riferimento alla sua esperienza quotidiana, perché egli era in rapporto con numerosi uomini d’affari ed era pienamente al corrente delle problematiche economiche del tempo. In Lessio si rivela però anche l’attenzione alle dinamiche psicologiche tipiche di chi possiede un capitale e vuole farlo fruttare. Essenziale per lui è la spes lucri, elemento rifiutato da Tommaso d’Aquino. Ma, secondo Lessio, in situazioni così mutato, era necessario prendere in considerazione accanto alle spese, alle fatiche, al rischio di prestare denaro, c’erano anche aspetti come la speranza del profitto e il timore delle perdite. Si tratta di tonalità psicologiche, ma anche giuridiche, perché nel diritto romano la spes era considerata munita di per sé di valore.

Giacomo Diego Lainez tra le caratteristiche del prestito che possono dare luogo legittimamente a interesse, enumerava il timore e l’ansia, che però devono avere un reale fondamento.

Il denaro comincia anche a essere assimilato a una merce. Per Lessio il denaro non è solo un modo per misurare il valore di quanto sia vendibile, ma è esso stesso una merce, il cui valore dipende da una serie di fattori che variano secondo i luoghi, i momenti.

Daniele Concina combatte invece questa idea del denaro come merce. Il denaro dato in prestito sarebbe soggetto, come le merci, ad aumenti e variazioni di prezzo a seconda del rischio, in tal modo però si apre la via per legittimare l’usura in ogni sua forma.

Antonio Genovesi in Lezioni di commercio o sia d’economia civile scrive “il denaro si compera, siccome tutte l’altre cose”.

Lessio elabora la distinzione fra usura e interesse. L’usura è definita come un lucro illegittimo, passabile della più severa condanna, in quanto è un peccato, ma anche un reato. Invece l’interesse è un lucro legittimo. Lessio attesta che il vocabolo “Interesse” sta ormai entrando nel lessico comune. Egli mantiene con fermezza l’idea che il profitto, pur legittimo, non può essere lo scopo delle opere e delle aspirazione di un discepolo di Cristo. Ciononostante non è certo necessario per un cristiano rinunciare sempre e comunque all’idea di profitto. I meccanismi delle cose umane non sono di per sé incompatibili con il cristianesimo, ma richiedono un’attenta valutazione. Dunque il peccato non consiste nel creare ricchezza, ma nel fare di ciò il fine della propria esistenza.

Il pessimismo rigoristico

Giansenio elabora una visione pessimistica della natura umana, che ritiene di trovare in Agostino. I testi di Agostino sono però letti spesso solo in parte e con una pre-comprensione che può pregiudicarne la comprensione effettiva. La storia viene da molti presentata come lo sviluppo di elementi di decadenza, un perenne tradimento. Ciò porta a combattere l’ottimismo cristiano e l’apertura al mondo. Vi è l’ossessione del peccato che corrompe indelebilmente l’uomo. Molti rigoristi e giansenisti difendono un cristianesimo non solo particolarmente severo ed esigente, ma anche carico di timore e tremore. Si instaura un clima di angoscia nei fedeli, un clima che ricopre tutti gli aspetti, anche quello delle riflessioni circa l’uso del denaro. Il mantenimento di divieti rigidi e di assolute preclusioni in materia contrattuale ed economica nasce dalla convinzione drammatica e il timore che il denaro leghi l’uomo alla terra.

Daniele Concina adduce varie ragioni per dimostrare che la riscossione di un interesse sul prestito è cosa ingiusta. A suo avviso l’autentico fondamento del pronunciamento contro l’usura consiste nella natura dell’uomo, debole e infermo, ferito dal peccato originale. Non a caso alla questione dell’uso del denaro egli affianca quelle che riguardano la moda, gli spettacoli.

Esiste un rigorismo giansenista ed esiste un rigorismo che si oppone ad esso. Presso i rigoristi abbiamo la battaglia contro il probabilismo e una mitizzazione dell’antichità cristiana, con una tendenza al deprezzamento dello sviluppo storico (cosa che troviamo nei commenti alla Summa di Tommaso). Il rigorismo scatena un’offensiva forte contro il probabilismo e contro la Compagnia di Gesù. Nella seconda metà del 17° secolo emerse nella Curia romana un orientamento più moralmente severo.

Daniele Concina attacca violentemente il probabilismo in Storia del probabilismo e del rigorismo. Qui egli individua una periodizzazione della corrente probabilista:

- Fase delle origini, tra il 1540 e il 1620 - Fase del trionfo del probabilismo, tra il 1620 e il 1656 - Fase del suo progressivo declino e del trionfo del rigorismo, fino a Concina stesso

Nel 1656 si tenne il capitolo generale dell’Ordine dei Predicatori, in cui fu emanata un’admonitio, con la quale si vietava ai membri dell’ordine di aderire alle dottrine probabiliste. Vi si faceva però confusione fra probabilismo e lassismo e si operava un vero e proprio voltafaccia nel confronti del passato.

Vincent Contenson rifiutava il probabilismo, assimilandolo ad una dottrina di tipo matematico. Cristo, ricordava, non si era definito come probabilitas, ma come veritas.

Tra il 1656 e il 1657 Blaise Pascal scrive le Lettere Provinciali, in cui rifiuta la casistica, in quanto ricorreva alla ragione, così come il probabilismo. Qui Pascal esprime in forma polemica veemente la sua difesa al giansenismo e la sua critica al gesuitismo, che attacca inizialmente sul piano della teologia della grazia, ma poi su quello dell’etica soprattutto. Nell’ottava lettera la presentazione che fa del pensiero degli avversare è però insufficiente e tendente più a metterli in ridicolo che altro. In quest’opera gioca un ruolo importante il manicheismo: radicale contrapposizione tra il bene e il male, individuato quest’ultimo nella Compagnia di Gesù. La visione è volutamente caricaturale.

Nel 1679 papa Innocenzo XI condanna il lassismo. Queste condanne riflettono una volontà di restaurazione religiosa che vuole riconnettersi anche alle tendenze del pieno ‘500 e a una aspirazione tridentina che si considera tradita dagli sviluppo successivi. Uno dei punto più scottanti della polemica è il ruolo che i probabilisti assegnano alla ragione umana, considerata invece debole e ingannevole. Un’opera anonima del 1676 afferma che fondandosi sulla ragione si giunge a giustificare il prestito a interesse, vietato invece dalla legge divina ed ecclesiastica; dunque la ragione a nulla giova.

La svalutazione del probabilismo colpisce anche la casistica.

Nel 1739-40 Le Gros pubblica le Lettres thèologiques in cui afferma che non si deve erigere la ragione, debole e orgogliosa, a giudice dei precetti della religione. Possiamo invece aderire ad una sana dottrina e ad un’etica corretta solo umiliandoci dinanzi a Dio e mettendo a tacere la nostra ragione.

Le Nouvelles ecclèsiastiques attaccano i teologi novatori per la loro concezione della ragione. Effettivamente questa visione dell’uomo dotato di ragione non solo era largamente presente nella teologia gesuitica, ma era portata anche a conoscenza del pubblico attraverso la predicazione.

UN PROBLEMA PASTORALE

I mercanti e i dilemmi della coscienza

Gli ecclesiastici erano letteralmente assillati dalle domande dei fedeli che chiedevano consiglio, per risolvere problemi di natura economico-morali. Tali consulenze comportavano talora l’esborso di cifre anche ingenti. I banchieri tedeschi Fugger avevano come teologo Johannes Eck il quale aveva proposto il triplo contratto. Eck ritenne legittima questa forma contrattuale. Nel 1581, la Compagnia giunse alla conclusione che fosse moralmente lecito, al contrario invece del contratto semplice con la richiesta di un interesse a prescindere dai titoli estrinseci. Si sottolineava comunque che il triplo contratto non doveva presentarsi come un sotterfugio per sfuggire ai divieti ecclesiastici. Un punto su cui si insisteva era il fatto che i destinatari del prestito non dovessero essere indigenti.

Lessio mira a semplificare la complicatezza contrattuale riducendo i tre contratti ad uno solo (contratto innominato). Vi è la necessità dei mercanti di ottenere capitali e il prestito, arrecando vantaggi a entrambi i contraenti, poteva facilitare lo sviluppo economico.

Sisto V emana nel 1586 la bolla Detestabilis avaritiae. I rigoristi dicevano che la bolla contenesse una sostanziale condanna del contratto triplo. Secondo alcuni la bolla non faceva che ribadire quanto stabilito dalla legge divina. Per altri, invece, la bolla intendeva condannare forme sicure di profitto realizzate attraverso certi contratti societari, in cui il rischio era totalmente addossato da una sola parte; il triplo contratto non era un semplice contratto societario, quindi non era riconducibile nella categoria dei contratti condannati. Vi erano inoltre numerose decisioni della Rota che riconoscevano il triplo contratto come lecito.

Papa Pio V aveva emanato nel 1571 la bolla In eam pro nostro, relativa alle condizioni di legittimità etica nelle operazioni di cambio. Dunque anche la Sede romana è coinvolta direttamente nella necessità di chiarire. Lainez riteneva che i fedeli dovessero esporre i loro negozi finanziari e i loro dubbi alla Sede apostolica, la quale a sua volta avrebbe dovuto pervenire a pronunciamenti chiari.

Catechismi e Predicazione

La questione dell’uso del denaro concerneva anche il campo dei rapporti interpersonali. Lo si constata nelle missioni popolari, alle quali si collega l’insistenza della pacificazione, sulla ricomposizione dei micro conflitti locali, e sulla restituzione.

In materia di uso del denaro anche la pastorale non aveva un volto unico: gli ecclesiastici disponibili a far trovare strade corrette criticano i direttori spirituali rigoristi e li accusano di turbare le coscienze. Essi frequentemente infatti rifiutavano l’assoluzione. La cosiddetta “pastorale della paura” era segnata da una intensa preoccupazione per la salvezza, propria e altrui e da un senso di responsabilità forte e angosciato. Alla base vi è una logica attenta e determinata dal punto di vista teologico.

Alfonso de Liguori, durante le missioni, consolida sempre più la convinzione che in confessionale non si debbano creare ostacoli continui ed eccessivi ai fedeli. Egli ritiene che l’eccesso di rigore conduca a non vivere più profondamente il cristianesimo, ma piuttosto a disattenderne la norma morale. Ciò può indurre al distacco dalla pratica. Alfonso accusa i probabilioristi di “stravagante rigidezza” e sostiene che la sottovalutazione di un peccato è meno grave della disperazione: dottrina in linea con quella della Chiesa, che pone il disperare della propria salvezza tra i peccati più gravi.

Valère Regnault invita i confessori a considerarsi non oppressori, ma medici delle anime: essenziale è tranquillizzare i fedeli.

Tra ‘600 e’700 si assiste ad una proliferazione di catechismi. Vi si insegna che la legittimità o meno dell’interesse dipende anche dall’intenzione e dalla finalità, si attribuisce quindi uno spazio di rilievo alla coscienza e alla valutazione personale.

Antonio Ardia nella Tromba catechistica tratta questi argomenti in modo dettagliato e questo è da considerarsi un ulteriore segnale della frequenza con la quale i fedeli si trovavano ad affrontare questi problemi nel quotidiano.

Questa è la riproposizione della posizione del gesuita Juan Martinez de la Parra il quale sosteneva che le problematiche fossero universali e che quindi non si dovesse mai generalizzare. Anche lui fa appello alla coscienza del singolo, poiché dinanzi al tribunale divino ognuno dovrà rispondere delle proprie azioni e non di quelle altrui. L’autore invita con insistenza i fedeli a non attribuire al denaro un’importanza eccessiva a scapito dell’anima e non falsificare la realtà a proprio vantaggio.

Jacques-Bènigne Bossuet esortava i fedeli a considerare che il disegno divino non consiste nel vietare sottigliezze, ma realtà ben determinate: inutile aggirare con vane parole i divieti.

Quanto è un richiamo a un comportamento che sia etico nella sostanza e non solo nella forma, assume toni angosciati presso autori rigoristi. Interessante è però notare come sia molto difficile distinguere un probabilista da un probabiliorista, un moderato da un rigorista. I probabilisti, molto attaccati, erano come costretti ad accettare il terreno di battaglia altrui e a non fare più professione di “novità”, per non prestare il fianco alle accuse più violente. È il caso, ad esempio, di Juan de Cardenas, che, nella Crisis teologica, restringe il numero dei titoli estrinseci, nega che il denaro possa essere considerato uno strumento di lavoro, mettendosi sulla difensiva: non accettava nulla di ciò che poteva essere occasione di attacchi. Inoltre vi era uno scollamento tra il piano teorico e quello pratico, per il timore di indurre i fedeli a scelte eticamente scorrette attraverso la proposta di soluzioni semplicistiche. Un altro interessante esempio è costituito dal binomio Paolo Segneri senior, gesuita probabilista, e Nicola Molinari da Lagonegro, acceso rigorista e probabiliorista. Nei loro scritti si leggono le stesse cose, anche a proposito del prestito a interesse. Il discorso è il medesimo e si constata ripetitività e schematismo: pene canoniche comminate agli usurai sono ribadite in continuazione da ambo le parti.

Ragioni e conseguenze del Rigore Pastorale

Vi è alla metà del ‘600 una ripresa del rigore controriformistico. Le opere di Lessio e Bonacina vengono ora considerate fin troppo benigne. Ha inoltre una grande influenza la preoccupazione per la salvezza delle anime. La severità pastorale spesso è considerata un buon mezzo per ottenere l’effettivo rispetto di principi della morale cristiana. I rigoristi si attenevano a un’esegesi letterale dei testi biblici. Molti di loro sognavano un cristianesimo lontano dal mondo, quello delle origini. Le conseguenze pratiche dei divieti erano per loro indegni di considerazione. Non si mostrava alcun interesse per un fiorente economia creditizia, fonte per molti di interesse. Qualsiasi realtà umana è nulla di fronte all’Eterno.

Daniele Concina si dimostra insensibile alle realtà economiche e alle potenzialità del denaro. Egli propone una società del valore nella quale ciascuno si accontenta del poco e della propria condizione: un mondo statico, senza aspirazioni e stimoli. La richiesta di un prestito deve derivare solo da una stringente necessità.

Henru-Pons de Thiard de Bissy, vescovo di Toul, impone al proprio clero di insegnare e imporre ai fedeli un orientamento rigorista secondo cui ai fedeli è sottratta ogni possibilità di valutazione dei casi specifici. Il risultato fu che i tutori non potevano più far fruttare il denaro dei pupilli loro affidati, che si impoverivano, come anche i contadini, che non trovavano più prestatori. Il vescovo rimise in vigore l’uso della penitenza pubblica per bestemmiatori, adulteri e usurai.

Il cattolicesimo moderno, specie gesuitico, poneva invece l’accento sull’incarnazione: come Dio si è fatto uomo in Cristo, così il cristiano vive nel mondo: non la fuga dal mondo, ma l’incarnazione. Nel mondo moderno le operazioni finanziarie erano ormai indispensabili: il problema non era quello di rifiutarle in toto, ma di suggerire al fedele norme di comportamento adeguate. Chi esercita responsabilità pastorali non deve quindi indicare come peccaminose le modalità d’uso del denaro non espressamente riprovate, perché questo creerebbe problemi molto gravi. Come dice un autore anonimo se la pratica in uso presso i commercianti fosse moralmente cattiva, allora quasi tutti i mercanti e molte altre persone sarebbero destinati alla dannazione. Una posizione simile rovina la maggior parte delle famiglie e distrugge il commercio. Questo autore sostiene anche che gli ecclesiastici che eccedono nella larghezza o nel rigorismo siano forniti di una insufficiente conoscenza delle esigenze di commercio e delle forme contrattuali praticate. I rigoristi in effetti non si interessavano delle contingenze concrete e la loro conoscenza dei fenomeni economici era attinta dai libri, spesso non datati, e non dalla pratica.

Scipione Maffei segnalava la scarsa competenza in materia di molti ecclesiastici che si ergevano a maestri di morale, ma trattavano l’argomento con “lo studio di molti libri, ma senza quello del mondo”.

IL SANT’UFFICIO E L’USO DEL DENARO

1645: il Sant’Ufficio e il capitale di rischio

A Roma giungevano da ogni parte del mondo quesiti a cui si volevano dare delle risposte. Un aspetto trattato dalla Congregazione del Sant’Ufficio concerne i prestiti che comportano alto rischio di perdere il capitale. Relativamente al “rischio marittimo” papa Gregorio IX scrive la bolla Naviganti che aveva dato luogo a varie interpretazioni. Scipione Maffei riconduce tutto ad una questione di logica.

I missionari si rivolgevano sovente alla Propaganda Fide. Questa fu interpellata da missionari attivi in Cina relativamente a uno specifico titolo estrinseco di interesse, il periculum sortis. In Cina vi era la consuetudine di praticare tassi di interesse anche molto elevati poiché il rischio di perdere il capitale era molto alto. Dunque i missionari chiedevano se potevano assolvere in confessione cinesi, già convertiti e battezzati, che continuavano a praticare il prestito a interesse; ma chiedevano anche se potevano impartire il battesimo a catecumeni che eseguivano operazioni finanziarie di questo tipo. La risposta si fonda sul parere del Sant’Ufficio ed è approvata dal pontefice in persona. La risposta era sostanzialmente concessiva: “non sunt inquietandi”, i fedeli e i penitenti non devono essere assillati. I confessori erano invitati a non creare eccessive difficoltà ai fedeli. Fondamentale però rimaneva l’effettiva probabilità di rischio: il prestatore doveva possedere una ragionevole conoscenza della natura e della probabilità del rischio stesso. Vi era l’obbligo di mantenere la giusta proporzione fra rischio e interesse. Altro punto era la richiesta che i fedeli si dimostrassero disposti a recedere in futuro dalle loro pratiche, nel caso la Santa sede lo vietasse. La libertà non era assoluta: richiedeva comunque una valutazione.

Quei teologi che ritenevano dannosissima qualunque apertura sui titoli estrinseci di interesse davano dei responsa del 1645 una interpretazione restrittiva: si trattava per loro di un documento che si pronunciava su una situazione geografica ed economica specifica.

Pietro Ballerini considera i titoli estrinseci di interesse un sistema per eludere i divieti e far fruttare il denaro. Egli ritiene che il rischio possa essere quantificato a priori in modo precisissimo.

Daniele Concina è più radicale perché afferma che la nozione stessa di “pericolo straordinario” è un paradosso immaginario, frutto dell’invenzione fantasiosa dei probabilisti.

L’estrema diffidenza dei rigoristi nei confronti del periculum sortis non cade, quindi l’atto del 1645 viene nei fatti respinto.

Ginepro da Decimo combatte determinate idee che ritiene lassiste. Egli ritiene inutile ogni discussione, in quanto il titolo è stato già condannato dalla Chiesa e da alcune auctoritates. Il rischio è per lui di per sé intrinseco al prestito. Egli attacca in modo drastico coloro che esprimono opinioni divergenti e coloro che li seguono.

Anche Franz Xaver Zech non dista da questa posizione, per lui infatti “tal decreto non merita fede veruna”. L’essenziale per l’autore è la polemica contro la morale dei probabilisti, ritenuta un “orrendo mostro”. Il frate vorrebbe dimostrare che il decreto non può che essere “falso falsissimo” perché è impossibile che Roma dichiari che non devono essere assillati in confessione coloro che pretendono tassi elevati a causa dei rischi che corrono. La Sede romana non può né ora né mai essersi pronunciata in modo conforme al pensiero probabilista, scegliendo un’opinione poco sicura. Non si può credere che idee assurde e anticristiane siano state approvate dal papa Innocenzo X. Accusando i probabilisti di aver falsificato testi attribuiti ad autorità, rigoristi e giansenisti si ritenevano in diritto di rifiutare documenti assolutamente autentici.

Lo stesso Concina ritiene il documento non credibile. Ma furono poi consultati vari teologi di grande esperienza e cultura, che diedero risposte affermative in riferimento all’atto del 1645. Da tutto ciò si evince che una crescente diffidenza nei confronti di un titolo estrinseco di interesse ufficialmente riconosciuto da Roma era già presente non solo prima del trionfo del rigorismo, ma già negli anni ’60 del ‘600.

In conclusione: i rigoristi compresero le conseguenze di quel riconoscimento. Poiché non vi è prestito del tutto esente da rischio, sia pur contenuto, la richiesta di un interesse anche tenue sarebbe diventata lecita in ogni evenienza. I rigoristi temevano che accettare il principio relativo al rischio trascinasse con sé un generalizzato riconoscimento della liceità dell’interesse sul prestito.

1679: Un anno cruciale

Le critiche romane contro le tesi liberali in materia di prestito a interesse divengono nella seconda metà del ‘600 sempre più marcate. Il concomitante regredire del probabilismo può essere indicato come uno degli effetti del declino della potenza politica e del prestigio culturale della monarchia spagnola. A Roma l’influenza della Francia rigorista si sviluppa soprattutto tra i pontificati di Alessandro VII e di Innocenzo XI. Come accadrà anche a quest’ultimo, il pontefice Alessandro VII attraverso il Sant’Ufficio condannò alcune proposizioni di morale rilassata. Ancora più incline al rigorismo sarà Innocenzo XI che condanna delle idee degli avversari, quali quelle di Juan Caramuel. Le condanne del 1679 sono più consistenti di quelle di Alessandro VII perché colpivano non solo proposizioni lassiste, ma anche probabiliste. Non tardano le reazioni a questi decreti e si fa largo una certa strumentalizzazione delle varie condanne a sostegno dell’una o dell’altra opzione teologica.

Innocenzo XI, per quanto concerne il prestito a interesse, condanna l’affermazione che il prestatore possa richiedere qualcosa per il prestito effettuato, anche se non si tratta di denaro, ma semplicemente di gratitudine, poiché essa è per definizione spontanea e libera. Un altro oggetto di condanna è il cosiddetto “contratto mohatra”, uno dei bersagli principali dei rigoristi. Era un contratto di vendita a lungo termine, con riscatto in contante. Di fatto la vendita poteva essere però simulata. Si poteva considerare la differenza tra l’una e l’altra cifra come l’interesse percepito, perciò era considerato un semplice espediente.

Inoltre Innocenzo XI imponeva agli ecclesiastici di astenersi da censure, note e giudizi polemici contro proposizioni sulle quali la Sede romana non si era sino a quel momento pronunciata.

Il trionfo del rigorismo provocava conseguenze più nel campo pastorale, con la condanna del “probabilismo sacramentale” e il prevalere della morale severa. A partire perlopiù dal pontificato di Innocenzo XI l’irrigidimento rigorista segna i vertici della Chiesa di Roma nel passaggio tra ‘600 e ‘700.

La fase rigorista e la condanna di Maignan

Nel 1673 Maignan pubblica il De usu licito pecuniae dissertatio theologica, chiamato il “libro velenoso”, poiché già dal titolo si evince che per l’autore vi era un uso lecito del denaro, dal quale trarre profitto senza commettere usura.

Maignan faceva parte dei Minimi, aveva notevoli inclinazioni matematiche e si dedicò a vari esperimenti scientifici e a ricerche sul vuoto. Acquistò molta fama, ma incontrò anche molte ostilità, persino all’interno del suo ordine. Si evidenzia una mentalità tesa a privilegiare l’attenzione alla realtà delle cose. Di lui è stato detto che le sue idee sono state successivamente accolte da una moltitudine di giuristi e di persone dedite ad attività commerciali e finanziarie.

Gli argomenti della sua opera faceva molta presa perché accessibili. Ci furono però delle reazioni ostili. Gli avversari criticavano alcune sue affermazioni, che definivano degne della censura della Chiesa, perché false, erronee, temerarie e scandalose. L’autore, dicono gli avversari, insegna a eludere il divieto dell’usura. Nel 1679 il Sant’Ufficio invia il libro alla Congregazione dell’Indice affinchè entrasse nella lista dei libri vietati.

Nella bolla Detestabilis si ritiene che Maignan eluda la bolla attraverso un volgare “ripiego”. Il contratto triplo è considerato come un modo per nascondere l’usura, quindi non giustificabile.

Maignan si attesta sulla linea di alcuni teologi che ritenevano che si dovesse tener conto dell’intenzione del contraente. A suo parere l’intenzione di lucrare in modo rispondente alle richieste della Chiesa è un elemento di moralità dell’azione.

Maignan rifiuta il principio di sterilità del denaro: prestare del denaro non è una cosa diversa dal concedere una vigna. Maignan negava anche un altro caposaldo, cioè il trasferimento della proprietà del denaro a chi lo prendeva in prestito, e assimilava invece il prestito a una locazione.

Per Maignan è lecito chiedere un interesse sul prestito. Un’interpretazione letterale del “prestate senza sperarne nulla” avrebbe sconvolto le forme della convivenza umana, impegnando l’uomo a prestare gratuitamente il proprio denaro, la propria casa, il proprio campo.

L’unico aspetto per cui il Sant’Ufficio non ebbe da ridire è quello del rischio di capitale. Il periculum sortis può essere equiparato a una forma di danno emergente, quindi indennizzabile.

Fin dall’inizio della sua opera Maignan dichiarava di voler dimostrare la piena liceità del mettere a profitto il denaro. Il divieto dell’usura contenuto nella Bibbia non significa che ogni forma di lucro derivante dal denaro sia illecita. Il denaro è destinato anche ad essere commerciato. È radicata in lui la convinzione che la produttività economica del denaro esista, che il denaro può generare un lucro onesto e che è lecito per un cristiano perseguire tale fine. Maignan intende così dimostrare che si può far rendere il denaro senza commettere usura.

Jacques de Fieux, rigorista austero, ribadisce con vigore il divieto di tutte le forme contrattuali considerate illecite e equiparate all’usura. Egli vuole che agli usurai si impongano penitenze molto dure e per lunghi periodi.

Dopo la svolta rigorista matura all’interno del Sant’Ufficio la tendenza a una certa rigidità interpretativa. Tende a prevalere un orientamento rigido e restrittivo nell’interpretazione di atti quali la Detestabilis avaritiae, la Cum onus e la Naviganti. In qualche caso però si tratta più che altro di atteggiamenti prudenziali.

Dunque il pontificato di Innocenzo XI viene inteso come il modello esemplare di rigorismo, che prevede specifiche dottrine anche in materia contrattuale. L’importanza di tali aspetti dipende dalla grandissima frequenza con la quale persone di ogni ceto sociale stipulavano contratti economici.

DAI PAESI BASSI ALL’ITALIA

Un giansenismo diviso: Francia e Paesi Bassi

Il rigorismo andava perdendo terreno persino all’interno del mondo giansenista, sempre più diviso su questi argomenti. Antoine Arnauld enuncia l’idea che non vi sono elementi di contraddizione tra prestito a interesse e legge naturale. Egli afferma che, fondandosi su elementi razionali, è molto difficile considerare gravemente peccaminoso il prestito a interesse e vietarlo, se è rivolto a persone che svolgono attività mercantili e se il tasso è moderato. Ecco che presso alcuni aderenti al giansenismo con il tempo si affermano opzioni aperte.

Juan Le Correur riconosce il valore del denaro e la possibilità che la sua concessione sa remunerata negli ambiente finanziari e commerciali. Le sue considerazioni si fondano sulla conoscenza del modus operandi dei mercanti. La vivacità di Lione era assolutamente evidente, come quella dei Paesi Bassi, ove, dalla metà del 17^ secolo il tasso di interesse era stato liberalizzato.

Non vi era però affatto unanimità di valutazione etico-teologica in materia. Anche i decreti pontifici lasciavano un ampio margine di apertura. Quanto alla pratica, spesso erano accettate molteplici forme contrattuali che consentivano un profitto sul capitale, e la Chiesa nella sua accezione più ufficiale aveva riconosciuto come lecita la richiesta di tassi anche elevatissimi in determinate situazioni di rischio. Nei Paesi Bassi durante il 18^ secolo si ha un fiorire di opere che trattano le questioni commerciali e finanziarie senza le preclusioni dei rigoristi e dei giansenisti francesi.

Francois Mèganck, giansenista convinto, sostenne tesi favorevoli al prestito a interesse. Egli ritiene del tutto leciti i censi e le rendite riscattabili da entrambi le parti. Broedersen afferma, nel De usuris licitis et illicitis del 1743, che non tutte le forme di usura sono illecite. Il suo pensiero esercitò un’influenza notevole anche al di fuori della sua terra d’origine. La sua teoria di fondo, nel Tractatus brevis, è che l’approvazione a determinate forme di censi riscattabili si lega strettamente alla loro diffusione e alla loro innegabile utilità. In effetti questi contratti erano di fatto universalmente praticati: era la modalità più comune di impiego del capitale dei pupilli e delle vedove, per le doti delle spose e delle religiose e anche per i beni ecclesiastici.

Lodovico Antonio Muratori era dell’opinione che i censi personali fossero stati approvati. Erano un ripiego indispensabile, vietando il quale si sarebbe arrecato grave danno al bene individuale e pubblico.

Alla fine degli anni ’20 del ‘700 e poi, molti autori danno invece battaglia a proposito del census utrimque redimibiles.

Nel 1730 esce anonimo il Dogma Ecclesiae circa usuram, che porta avanti una battaglia contro il trattato di Broedersen sui censi. Secondo gli autori il prestito a interesse non è una questione morale, ma una questione dogmatica, con una valenza più radicale. È una linea interpretativa generalmente adottata dai rigoristi nel corso del 18^ secolo. L’idea della qualificazione della dottrina sull’usura come dogmatica provoca forti reazioni, ivi compresa quella di Broedersen. Vista la difficoltà, si può dire che la finalità di dimostrare che si tratti di ciò non è raggiunta. Nel testo si parte dalla constatazione della crescente licenza in materia di etica economica per addossarne le responsabilità a quanti tendevano a creare novità. I “novatori” erano accusati di fondare le loro idee su nuove interpretazioni delle Scritture, dei testi dei concili e dei Padri della Chiesa, e dunque sulla creazione di un nuovo dogma. Il problema di fondo è l’interpretazione delle Scritture, che per alcuni devono essere intese in modo letterale, per altri contestualizzate. Scipione Maffei afferma in proposito la necessità dell’analisi filologica e dello studio dell’ebraico.

Il “caso veronese”: le premesse

Il contesto degli Stati Italiani era diverso, anche sul piano economico, ma gli argomenti suscitavano grandi interesse.

Fortunato Tamburini evidenzia i riflessi dei dibattiti olandesi, che a suo avviso spingevano a rivedere le posizioni sul prestito a interesse, e lo diceva parlando di se stesso.

Nel 1743 a Verona fu fatta la ristampa della Dottina cristiana del Bellarmino. In occasione di questa ristampa, al testo originale erano state fatte delle aggiunte. Una di queste concerne il problema dell’usura e il suo tono era fortemente rigorista. La pubblicazione fu l’occasione di una vivace diatriba. Vi era sullo sfondo il conflitto con il vescovo Bragadin che difendeva gelosamente diritti che riteneva suoi. L’aspetto dottrinale non era assente, ma certo rimaneva marginale. Vi erano questioni pastorali che interessavano il clero ed era forte l’aspetto della giurisdizione.

A Verona vi era una presenza gesuitica molto incisiva. A Verona nel 1732 vengono ristampate alcune Lettere sul probabile di Paolo Segneri. Vi era però una forte presenza anche di rigoristi che presero la pubblicazione come una dichiarazione di guerra da parte dei gesuiti.

Pietro e Girolamo Ballerini avevano curato un’edizione della Summa Theologica di Antonino, aggiungendoci poi una premessa in latino, la Praelectio de usura, sui temi delicati del prestito a interesse. Il testo non aveva suscitato eccessive discussioni. In esso gli autori utilizzavano alcuni passi di Sant’Antonino per dimostrare che le loro opinioni rigide erano perfettamente concordanti con una consolidata tradizione: cioè che qualunque profitto in sovrappiù rispetto al prestato è condannato come usurario.

Il “caso veronese”: gli sviluppi

A Verona gli scambi commerciali erano molto intensi e la presenza di mercanti era forte. Era molto diffusa la pratica di prestiti effettuati da nobili o da enti ecclesiastici, a tassi del 5%. S’aggiunga anche la sempre crescente circolazione del denaro.

Scipione Maffei , prendendo atto del fatto che Verona aveva contratto un importante prestito con banchieri genovesi, segnala l’esistenza di molti abusi che non sono presi di mira dai rigoristi e che arrecano danni molto maggiori rispetto al prestito a interesse.

Giovanni Tuba pubblica a Venezia nel 1713 L’uomo in traffico che facilmente poteva divenire la regola nel modo di stipulare i contratti. L’intervento di Roma a riguardo giunse molto tardi.

In un clima acceso e conflittuale Maffei elaborò un memoriale nel quale segnala che i rigoristi mancano di realismo, non tenendo conto delle esigenze della vita sociale. Egli insiste sulla distinzione tra argomenti di fede e argomenti che di fede non sono. Tra gli argomenti non di fede egli colloca le problematiche dell’uso del denaro e sul prestito a interesse. Le opinioni in proposito non dovevano in alcun modo entrare in un manuale di dottrina cristiana. Maffei nell’opera Dell’impiego del danaro insiste sul fatto che le modalità d’uso del denaro sono questione molto pratica, da valutarsi certo alla luce dell’etica cristiana, ma senza alcuna valenza dogmatica. Occorre fare buon uso della ragione nel valutare l’argomento. Inoltre tocca valutare la questione alla gente d’affari più che a teologi: convinzione condivisa anche da altri. Ma non c’è assoluta unanimità in proposito, anzi, gli avversari sono numerosi e decisi. Tra questi c’è Daniele Concina che tende a gettare il ridicolo su queste opinioni. Il cappuccino Gaetano da Bergamo mette in secondo piano le abilità tecniche quali la perizia, il talento e l’acutezza rispetto alle competenze degli ecclesiastici, cioè “timor di Dio, coscienza, zelo apostolico”. In ciò si mescolano clericalismo e i timori che ne conseguono, la diffidenza nei confronti di una certa autonomia della coscienza dei laici e un’ostilità preconcetta nei confronti di quanti si occupano di commerci e di finanza. Si tratta di un discredito che ricorre con frequenza verso la ricchezza accumulata attraverso gli affari.

I protagonisti della questione veronese sono Maffei e Ballerini. Le aggiunte alla dottrina ballerminiana sono solo l’occasione per far esplodere contrasti sostanziali. La polemica si espande a macchia d’olio e la questione veronese diviene progressivamente una vicenda che attira l’attenzione da più parti d’Europa.

Scipione Maffei e “L’Impiego del Danaro”

Nel 1744 uscì Dell’impiego del danaro che Maffei dedicò al papa Benedetto XIV. Quest’opera attirò innumerevoli avversari, da ecclesiastici dotti a comuni parroci. Questi ultimi però esercitavano una influenza notevole in ambienti che gli intellettuali non riuscivano a raggiungere. Concina insiste sull’incompetenza di Maffei a trattare di queste materie, in quanto laico. Maffei sapeva bene di affrontare un argomento scottante e aggiunge che “talvolta il libro migliore intorno a quello che si può fare e non fare in fatto d’interesse, è la coscienza”. Per Concina l’attenzione rivolta alla prassi fa sì che qualsiasi forma di riscossione di un interesse venga consentita e che ci si ponga sullo stesso piano di chi vuole distruggere le fondamenta della religione rivelata. La critica è propriamente quella di attentare all’esistenza stessa della religione.

Maffei sostiene che il denaro non deve essere considerato come un mucchio di monete abbandonato in una cassa, ma come un capitale che può essere impiegato come strumento commerciale. Chi è in possesso di un capitale può trovarsi nella situazione di doverlo far fruttare necessariamente attraverso il prestito. Inoltre quella del piccolo prestito a interesse moderato era pratica comune negli ambienti ecclesiastici. Per Maffei fondamentale è il vantaggio reciproco: se non vi è danno per alcuno, ma beneficio per entrambi, non si può considerare l’interesse come illecito e peccaminoso, una volta stipulato consensualmente.

I rigoristi sostengono che se la questione è dogmatica, allora gli aspetti pratici non hanno rilevanza. Maffei invece focalizza il fatto che non necessariamente colui che richiede il prestito è in condizioni di maggiore necessità rispetto al possessore del capitale. Insomma, un invito a deporre i pregiudizi contro la ricchezza e a valutare le necessità della vita sociale. Facilitare i prestiti significa favorire il commercio, indispensabile per il benessere della comunità, significa favorire gli individui sul piano economico e anche religioso. Maffei ritiene che il risultato più deleterio della diatriba sia creare difficoltà: l’assillo di coscienza induce a cercare delle soluzioni contrattuali che possono anche essere semplici scappatoie, destinate a salvare sia la sostanza del contratto sia le apparenze.

La parola “usura” secondo Maffei è utilizzata in modo troppo estensivo: qualunque lucro riscosso sul prestito, che sia un prestito di consumo o di commercio, indirizzato al povero o al ricco, a un tasso esorbitante o moderato. Occorre invece distinguere fra usura illecita e usura lecita.

Vi sono elementi comuni con l’opera di Broedersen, come pure con quella di Maignan, come la negazione della sterilità del denaro e del trasferimento di dominio nel mutuo. Ma nell’opera di Maffei le differenze rispetto a quella di Broedersen non toccano tanto i contenuti quanto l’impostazione e lo stile. L’ambiente è quello italiano, l’opera è scorrevole e coinvolgente, l’autore un intellettuale laico.

Lodovico Antonio Muratori reagisce positivamente alla lettura del Maffei. Il suo pensiero in materia di denaro e prestito non fu mai oggetto di un’opera specifica perché temeva che un suo scritto cadesse di nuovo sotto gli occhi della censura ecclesiastica: nemmeno la richiesta di Maffei lo smuove, perché a prevalere è la prudenza.

Di Muratori conosciamo comunque il pensiero grazie a Dei difetti della giurisprudenza che si staglia su un piano molto concreto e pragmatico. Qui Muratori spiega che il riconoscimento della liceità del prestito a interesse non danneggia, ma favorisce chi si trova in difficoltà. Nessuno vuol privarsi del denaro senza ricompensa, ma allo stesso tempo nessuno vuol chiedere un interesse pur moderato per non essere accusato di usura: non si trova denaro a prestito, con grave danno per molti, come anche per Maffei.

Per certi aspetti Muratori va oltre Maffei perché difende il prestito a interesse moderato, pur se rivolto a poveri, e sostiene l’equiparazione del prestito alla locazione. La via d’uscita è per lui la moderazione e il tentativo di far convivere le virtù cristiane della carità e della giustizia con le legittime esigenze di scambio. Egli riteneva utile anche l’intervento civile, ma assolutamente indispensabile quello di che ha l’autorità sulle coscienze.

L’impiego del denaro viene attaccato come opera infetta delle idee di Lutero e Calvino. L’accusa è grave e gli Inquisitori imposero il silenzio. Ballerini pubblica un’operetta con la falsa data 1744. Questo aggravò l’amarezza di Maffei. Il suo incontro con il vescovo e il vicepodestà di Verona vene considerato un’infrazione all’obbligo e lo condannarono a “perpetuo silenzio”. Maffei successivamente si rivolge al cardinale Tamburini affinchè richieda l’intercessione del pontefice Benedetto XIV, il quale lo fa tornare in città. Nel 1745 viene pubblicata l’enciclica di Benedetto XIV, la Vix pervenit, dedicata a questa materia e indirizzata ai vescovi d’Italia.

LA VIX PERVENIT (1745)

La commissione pontificia e i contrasti sulla questione del prestito a interesse

Benedetto XIV istituì una commissione per esaminare la questione: la creazione di una commissione di dotti teologi e giuristi che si riuniva spesso e in presenza del pontefice fu oggetto di varie speculazioni. Il pontefice sottolineava l’interesse dell’argomento e il desiderio di prendere posizione. L a Curia romana e il Sant’Ufficio erano però divisi al loro interno. La reazione di Maffei alla notizia di una commissione fu entusiasta, ma anche sull’altro fronte si esultava: gli uni e gli altri ritenevano che la mossa del pontefice fosse a loro favore. L’Iniziativa aveva comunque una risonanza europea. Il papa dichiara di aver scelto i membri con cura: alcuni cardinali, regolari appartenenti a diversi ordini, esperti di diritto canonico e di teologia. Maffei però lamentava l’esclusione di “letterati grandi”, pensando probabilmente a Muratori. Maffei sottolineava la necessità di ascoltare anche la voce dei vescovi, dei preti, di giuristi e letterati laici. Il suo discredito cade invece sui teologi di ristrette vedute, come il suo avversario Concina. La scelta di personaggi di idee diversissime era voluta perché corrispondeva sia alla tradizionale prassi del Sant’Ufficio, sia alla volontà di Benedetto XIV di mantenere equilibrio e moderazione.

I vari commissari erano chiamati a fornire delle risposte circa la definizione stessa di usura, la liceità o meno di un profitto moderato ottenuto sul prestito, a prescindere dall’esistenza di titoli estrinseci. Sul primo punto c’è un sostanziale accordo. Infatti nell’accezione più ampia si fa riferimento a usure sia lecite sia illecite. La seconda domanda invece evidenzia le discordanze. Prevale l’idea che il lucro moderato, se prescinde da ragioni particolari ed evidenti come i titoli estrinseci, sia condannabile. In ogni caso la convinzione della necessità di titoli estrinseci per richiedere un interesse è generalmente confermata. Alcuni però, quali Concina e Giuli, escludono le motivazioni legate ai diritti del principe in materia e alle necessità del commercio. Si può dunque vedere come l’unanimità lasci scorgere molte sfumature. In quest’occasione vengono a galla anche elementi collaterali, come la discussione sul triplo contratto, approvato da molti teologi e dunque difficilmente condannabile. Aldilà delle differenze è parere condiviso da molti che la Sede romana non debba pronunciarsi nello specifico, ma debba ribadire la condanna dell’usura in sé e sottolineare la possibilità di conseguire onesti profitti per altre vie.

Giovan Francesco Baldini ritiene che il tipo di prestito di cui si parlava porti con sé quasi inevitabilmente qualche titolo estrinseco. Tra i titoli estrinseci menziona positivamente quello derivante dalle leggi e persino dalle consuetudini; ne elenca molti fra i quali la carenza di liquidità, la necessità della convivenza sociale, la parità di condizione economica dei contraenti, il tasso moderato del 3-4%. Mette in luce le difficoltà cui andrebbero incontro, se queste pratiche venissero vietate, non solo i privati, ma anche

istituzioni ecclesiastiche e caritative, che con i proventi del prestito a interesse si sostentano e sostentano gli altri. Baldini conclude con la proposta di operare una netta distinzione tra “imprestare” e “dare a interesse”. Ciò provoca vivaci reazioni.

Sia Baldini sia Della Torre si soffermano molto sulla valenza pratica del problema. Della Torre sottolinea anche la storicità dei problemi. A suo avviso occorre rispettare i valori fondamentali della carità e della giustizia; fatto questo, non si può ignorare la contingenza storica con le sue problematiche. Della Torre apprezza quei contratti che giovano a entrambi i contraenti: attraverso essi si ottengono positive conseguenze quali il benessere pubblico e un freno all’usura vera e propria. Si trova anche un argomento rifiutato dai rigoristi, cioè l’importanza da attribuirsi alla buona fede e all’intenzione dei contraenti, alla loro coscienza insomma. Ciò costituisce la legittimazione di una serie di contratti giuridicamente definiti “innominati”. La sostanza i il “do ut des”. Una novità la troviamo nell’affermazione che la carità è superiore alla giustizia commutativa e deve di conseguenza divenire il criterio per valutare la materia contrattuale.

In questi vota non vi è nulla di contrario all’ortodossia cattolica. I rigoristi però consideravano che vi fosse incompatibilità fra queste idee e la dottrina cattolica: essi ritenevano dogmatica la materia e intendevano la fedeltà alla Tradizione come qualcosa di immobile. Altri invece intendevano la fedeltà alla Tradizione come una continua rilettura di essa.

Il domenicano Concina si distingue tra i rigoristi per la sua foga tanto che è esemplare della mentalità dei rigoristi settecenteschi. Per lui è fondamentale lavorare sull’argomento attraverso la via storica, cioè tornare al passato. Il divieto del prestito a interesse è un “dogma divino”, occorre ridurre il più possibile a zero il riconoscimento di titoli estrinseci. Concina si ritiene investito da Dio del compito fondamentale di difendere la verità immutabile.

Quale prassi seguire? Un’ulteriore fase di disaccordo

Una questione ulteriore riguardava l’atteggiamento da tenere nei confronti delle opere di Broedersen e soprattutto di Maffei. La maggioranza non condivideva né la distinzione fra usura e prestito a interesse, né la convinzione della liceità di quest’ultimo se effettuato a tasso moderato e a persona benestante.

Il Cardinal Besozzi suggerisce di affidare l’analisi di proposizioni maffeiane sospette al Sant’Ufficio.

Concina formula 3 delle quali scarta già le prime due:

- Porre all’Indice i libri pericolosi - Esporre in una decretale l’autentica dottrina della Chiesa - Condannare alcune proposizioni attraverso un decreto specifico, quali la liceità del prestito

moderato ai ricchi e ai commercianti, ai titoli derivanti dalla legge e dalle consuetudini, alla valutazione dell’intenzione del prestatore

Concina era così preoccupato che indirizzò una lettera a Benedetto XIV. Temeva che Maffei sfuggisse alle condanne, ma il pontefice non intendeva percorrere la via delle condanne, ritenendola pericolosa.

Besozzi era avverso alle proposte di Concina e ne formula una quarta: suggerisce di indirizzare un breve o un’enciclica ai vescovi d’Italia, che ribadisca il divieto dell’usura.

Della Torre elabora un progetto di enciclica. Egli ritiene che non si debba prendere posizione sul prestito a interesse moderato rivolto a persone benestanti, che a certe condizioni è per lui legittimo e che non è stato espressamente considerato nella Scrittura e nella Tradizione. Meglio lasciare le discussioni ai teologi ed evitare l’intervento su certi argomenti perché non farebbe che creare nella Chiesa “perturbazioni e scandali”. Ai confessori Della Torre conferisce un ruolo di rilievo: l’aspetto pastorale tornava ancora alla ribalta.

I contenuti essenziali dell’enciclica

L’enciclica Vix pervenit viene pubblicata il 1^ novembre 1745. Il punto di partenza è il divieto dell’usura, secondo la formulazione tradizionale. Si rende ineludibile la restituzione di quanto indebitamente ricevuto in sovrappiù. Si afferma che non è legittima la distinzione tra prestito al ricco o al povero, tra tasso di interesse modesto o esorbitante. L’enciclica riconosce i titoli estrinseci di interesse, di cui ammette e riconosce la legittimità. Vengono accettate anche altre forme di uso del denaro, che consentono profitti onesti; si fa riferimento a impieghi fruttiferi del capitale, che possono essere utili al privato, ma favorire anche il bene comune. Si tratta del riconoscimento ufficiale dell’esistenza di una molteplicità di contratti leciti. Il divieto di percepire un interesse riguardava esclusivamente il mutuo, cioè uno specifico tipo di contratto giuridicamente definito. Ma moltissime altre pratiche contrattuali non coincidono con il mutuo, e dunque la riscossione di un interesse in quei casi è lecita.

Interpretare l’enciclica

Provengono pareri favorevoli all’enciclica anche da persone di idee opposte, che piegano l’enciclica alla propria visione del mondo. Alcuni rigoristi sottolineano il tradizionale divieto dell’usura e pongono in secondo piano l’accettazione di altri contratti e la presentano come rinuncia a deliberare. Vi è chi ha considerato ambiguo il testo dell’enciclica e vi sono anche gli scontenti.

Maffei riteneva che nell’enciclica non avessero avuto risposta le questioni concettuali fondamentali, e cioè la definizione stessa di puro prestito. Gli appariva importante comunque che fosse stata riconosciuta la possibilità di ottenere frutto da contratti vari, non definibili come mutui. Le ragioni del divieto del prestito a interesse rimangono per lui non chiare, e manca a suo avviso l’analisi della natura del denaro.

Le Nouvelles Ecclesiastiques lamentano la debolezza dell’enciclica e del pontefice in persona, dal quale ci si attendeva una condanna radicale dei contratti a interesse.

Vi sono anche posizioni intermedie, tra cui quella di Padre Archange. Egli constata due contrapposti schieramenti in seno alla Chiesa che crea dubbi e ansietà nei fedeli. È inoltre attento ai problemi concreti del commercio e della finanza, soprattutto in una zona economicamente vivace come quella di Lione e dintorni. Questo cappuccino probabiliorista lette l’enciclica è sfumata e molto aperta.

L’enciclica indubbiamente presenta dei limiti. Questi nascono dal fatto che il pontefice voleva evitare di peggiorare le già esistenti e dolorose fratture interne. Tutti erano comunque concordi nel sostenere che ci fossero delle indicazioni oggettive, pienamente svelate dal messaggio cristiano. L’uomo non è il proprietario dei beni, poiché tutto gli viene da Dio: è indispensabile riconoscere tale realtà. Consolidata tale certezza vi è la materia degli infiniti contratti che possono dare lecitamente frutto: è il terreno della realtà concreta e quotidiana della responsabilità dell’uomo.

Si noti che in un motu proprio di soli due mesi anteriore all’enciclica Benedetto XIV definiva “ingiusti e vergognosi” i contratti di prestito che comportavano un interesse del 5% e più. Egli si opponeva a quegli enti ecclesiastici o ordini religiosi che li avessero stipulati. Al tempo stesso, non riteneva affatto illecita la richiesta di un interesse. Non imponeva la completa cancellazione dell’interesse richiesto, ma solo la sua riduzione a un tasso fino al 4%. Ciò doveva avvenire per tutti i tipi di contratto di denaro. Nelle opere di Concina, di questo motu proprio, essendo a lui sfavorevole, non v’è traccia.

Gli avversari del prestito a interesse: Concina e Ballerini

Daniele Concina interviene con tre testi:

- Usura contractus trini in cui mira a dimostrare attraverso dissertazioni storico-teologiche che il triplo contratto è usurario

- In epistolam encyclicam Benedicti XIV ad versus usuram commentarius in cui commenta la Vix pervenit con un preciso bersaglio, ossia Broedersen, la cui opera viene soprannominata “Poliantea usuraria” e “Nuovo Vangelo”

- Esposizione in cui prende di mira l’opera di Maffei. Egli riporta il testo del’enciclica, ma non vi è la reale volontà di interpretazione. Il bersaglio concreto è appunto Maffei, la cui opera viene contestata attraverso il confronto tra le opinioni dell’autore e le idee autentiche della Chiesa. Secondo Concina, nell’Impiego del danaro si inducono i cattolici o all’indifferentismo religioso o all’assimilazione ai protestanti. Infatti ritiene che la dottrina della Chiesa sul prestito a interesse non sia qualcosa di variabile nel tempo, ma un dogma. Concina rifiuta qualsiasi analisi della situazione storica, anche sul piano socio-economico. Né gli interessano i casi, che si possono presentare, atti a giustificare il prestito a interesse, quali quelli delle persone deboli o di certe istituzioni ecclesiastiche non riccamente dotate che avevano la necessità di far fruttare i propri beni per sopravvivere.

Giacinto Sigismondo Gerdil si oppone ad un anonimo autore che aveva ripreso le idee maffeiane. Infatti definisce pretestuose le argomentazioni che vengono desunte dal caso della vedova in possesso solo di denaro liquido.

Concina contesta anche il titolo estrinseco derivante dalla legge civile. Vi è nell’Esposizione anche un attacco alla valorizzazione della buona intenzione, che apre la strada alla legittimazione indiscriminata del prestito a interesse attraverso la stipula di contratti innominati (o impliciti). Concina è assolutamente avverso all’accettazione di contratti di questo tipo, contrariamente a Muratori. Il domenicano ritiene che la loro natura non possa in alcun modo essere modificata dall’intenzione. A suo parere questa era la via per consentire una serie infinita di prestiti a interesse, una via per ribaltare la normativa per legittimare ogni peccato. Concina insiste sulla sterilità del denaro e sul trasferimento del dominio nel prestito, restringendo anche le varie possibilità riconosciute dalla Chiesa per ottenere un profitto del capitale senza incorrere nel peccato di usura.

Pietro Ballerini elude l’obbligo del silenzio con il De iure che è un’opera sul diritto divino e naturale a proposito si usura, nella quale si combattono i difensori antichi e recenti del prestito a interesse, definiti eretici perché aggirano un divieto per lui dogmatico. Negli anni 1745-1747 scrive le Vindiciae nel quale afferma che trattandosi di un dogma, le difficoltà della ragione siano da accantonare. Se una dottrina è di fede, la dottrina opposta non può essere annotata con altra qualifica che quella di eresia.

Maffei critica queste posizioni basandosi sulla stessa enciclica. In essa infatti il papa aveva invitato non solo a evitare gli estremi, ma anche a essere moderati nel sostenere le proprie idee, a non indicare come gravemente censurabile l’opinione opposta, a non dare scandalo ai fedeli. A suo avviso indebitamente Ballerini e Concina si arrogano “l’autorità di definire la mia sentenza per eretica”.

Ballerini restringe al massimo il campo di applicazione dei titoli estrinseci di interesse, nega la liceità della maggior parte dei titoli estrinseci, anche di alcuni comunemente accettati dalla Sede romana. Figura tra essi il titolo relativo al ritardo nella restituzione, che ritiene fraudolento e pericoloso, e il titolo relativo al rischio che corre il capitale. Egli svuota di autorevolezza e di significato il decreto del 1745. L’esempio che fa è quello del ladro che si pente e restituisce. Secondo Ballerini chi chiede una somma a prestito non può essere tenuto a dare qualcosa di più, altrimenti sarebbe posto in condizioni peggiori di quelle del ladro pentito. Altri, tra cui il cardinal Besozzi e Alfonso de Liguori, negano che questo paragone sia accettabile, perché vi è tra il prestito e il furto una differenza sostanziale in quanto il primo nasce da una pattuizione.

Un altro esempio di Ballerini concerne il triplo contratto: riteneva usurarie le forme di assicurazione del capitale perché l’assicuratore non presta alcun “lavoro”, ma si trattava in qualche modo di scommesse.

Maffei non aveva torto nel ritenere l’opera di Ballerini non originale e nuova. Giudizi molto pesanti vengono espressi da Maffei su Ballerini, “furioso prete”. Con il passare del tempo, però, le critiche non si attenuano, anzi divengono sempre più pesanti.

IL SANT’UFFICIO NEL ‘700 E I PROBLEMI DELL’INTERESSE

Il triplo contratto

Negli anni ’50 e ’60 gli interventi del Sant’Ufficio sono numerosi, spesso sollecitati in relazione situazioni specifiche. L’andamento rispetto alla seconda metà del ‘600 si fa più variabile, e si opta in generale per la prudenza.

Il caso del triplo contratto viene esaminato dal Sant’Ufficio intorno al 1670. Il parere era richiesto dal vicario apostolico in Cocincina. Le istruzioni di massima furono trasmesse al vicario insieme alla richiesta di ulteriori dettagli, ma non si hanno poi precise notizie al Sant’Ufficio. Quest’ultimo faceva presente che, se effettivamente uno dei contratti in oggetto era equiparabile a quello che in Europa era detto triplo contratto, il suo uso non viene in alcuna maniera autorizzato. La mentalità è severe, tipicamente rigorista. Giungono poi altre domande da parte dei missionari in Brasile.

Il commissario del Sant’Ufficio Alessandro Pio Sauli nel 1760 mette in luce la pericolosità di quei contratti, perché potevano essere adottati come sotterfugio per sfuggire ai divieti ecclesiastici. La risposta è quindi negativa: quei contratti non devono essere praticati dai fedeli. La motivazione però si fonda essenzialmente sul pericolo di usura che comportano.

Uno dei consultori ricorda che il problema del triplo contratti è sempre stato molto discusso e ci sono stati a riguardo pareri diversi, ma ciò non toglie che i più numerosi risultano a favore. Vi sono diversità profonde di opinioni, cui non tocca al Sant’Ufficio dare una soluzione definitiva. Il consultore sottolinea la varietà delle situazioni: le economie dei vari paesi sono difformi, come le leggi, le consuetudini locali. L’obiezione vero contro il triplo contratto e pratiche analoghe deriva non dalla natura stessa della pratica, ma dal livello dei tassi: non si possono chiedere interessi esorbitanti. In paesi come la Cocincina il livello dei tassi richiesti era spesso così elevato da essere vietato dalla legge civile. Prevale quindi un atteggiamento di moderazione anche perché la realtà è molto varia. Ma due elementi aprono ai tempi nuovi: il riferimento alla legge civile e la distinzione tra lucro moderato e lucro esorbitante.

Il capitale di rischio

A riguardo il papa Gregorio IX scrive la bolla Naviganti, che crea non pochi problemi di interpretazione. Alcuni, sostenendo che vi fosse stato un errore nella trascrizione, sostengono che via sia la legittimazione dell’interesse per il rischio nel quale il prestatore incorreva. Altri, invece, ritenevano che il documento fosse del tutto esatto e che non contenesse un vero e proprio divieto, ma solo il suggerimento di evitare forme che potessero essere sospette di usura. Anche all’interno del Sant’Ufficio le idee sull’integrità o meno del testo erano divergenti.

Benedetto XIV riteneva infondata e arbitraria qualsiasi correzione al testo così come era stato tramandato. Il Sant’Ufficio dà prova di molto minor severità rispetto ai più convinti tra i rigoristi.

Una questione importante era il rischio di perdita del capitale in cui incorreva il prestatore. Alcuni missionari dalla Cina volevano istruzioni circa la percentuale del lucro, dell’interesse. La questione era stata studiata con cura, riferendosi ai precedenti storici.

Gioachino Besozzi faceva rilevare che la maggioranza dei teologi era favorevole all’interesse fondato sul rischio di capitale e non senza ragioni. Se l’indennizzo del rischio fosse equivalente al’usura, non potrebbe essere autorizzato in alcun caso. Né era possibile snaturare il testo parlando di lucro cessante o danno emergente (come alcuni rigoristi) poiché l’atto parlava espressamente di rischio di perdere il capitale prestato. Besozzi si rivela molto fedele alla lettera e allo spirito di quel decreto ancora valido e sostiene che chi intende richiedere un interesse con il titolo del rischio deve accertarne l’esistenza, proporzionare rischio e indennizzo, concedere a chi chiede il prestito la facoltà di assicurare o fornire un pegno adeguato. Se il prestatore non ottiene né l’assicurazione del capitale, né un pegno, può lecitamente chiedere un compenso proporzionato al pericolo che corre.

Come quantificarlo rimane un problema. Nel caso dei missionari in Bulgaria la risposta del Sant’Ufficio era che la quantificazione dell’interesse si lega a valori definibili “di mercato”, cioè equivalenti a quello di un’assicurazione sul capitale stesso: chi presta non deve esigere prezzo maggiore di quello che egli stesso darebbe ad un altro per assicurare il capitale. Nel documento si prevede l’obiezione tipica dei rigoristi: il prestatore non è obbligato a prestare, se non vuole correre rischi, ma, se decide di farlo, deve farlo a titolo gratuito, poiché così richiede il Vangelo. Il consultore risponde che se il possessore del denaro acconsente a prestarlo, può esigere il giusto prezzo per il fatto che si rende disponibile a correre un pericolo “apprezzevole”. A queste condizioni, “non sunt inquietandi”. Si riteneva prudente, nel dubbio, evitare contratti di mutuo. Non si negava la possibilità di realizzare onesti guadagni, per il fatto che esistono altre forme contrattuali. Tra queste erano apprezzati dalla Chiesa i contratti di società, nei quali il capitale e l’attività si combinano assieme. Così si evitava la predominanza del capitale sull’attività dell’uomo: solo la produttività del lavoro umano è capace di generare profitti. Dunque l’apertura al riconoscimento del titolo del rischio a quest’epoca era riproposta alle condizioni di un secolo prima: la fase rigorista era in declino.

I censi personali

Si discuteva anche un altro argomento, ossia il censo: una sorta di contratto di rendita di cui esistevano vari tipi.

- Censo consegnativo= rendita annuale, corrisposta in denaro o derrate, che assumeva una duplice forma.

- Censo reale= si trattava di rendite fondate su beni fondiari. Non vi erano problemi etici riguardo al censo reale fondato sulle res.

- Censo personale= si trattava di rendite fondate su capitale. Talora nel contratto erano inserite clausole di riscatto valide per entrambi le parti contraenti. Diveniva quindi una specifica forma di prestito a interesse e si prestava a essere un vero strumento creditizio.

A riguardo intervenne nel 1596 papa Pio V con la bolla Cum onus. L’intervento nasceva dall’esigenza di adeguare ai principi di una rigorosa morale cristiana uno degli strumenti con cui si attuava allora il mercato del denaro. Ma il pontefice era attento ad evitare abusi nel suo dominio. La bolla ammetteva censi reali, ma creava problemi interpretarla in modo rigido perché i censi personali erano molto diffusi. La bolla fu scarsamente recepita e interpretata in modi diversi.

Benedetto XIV mostra la solita moderazione e ribadisce che manca un pronunciamento definitivo in materia da parte della Sede apostolica. Perciò era assolutamente legittima la varietà di interpretazioni.

Alessandro Pio Sauli sosteneva che in generale i censi devono essere vietati, perché sospetti. All’interno del Sant’Ufficio però, i membri si attestano su linee abbastanza diverse .

Giovanni Michele da Lerma afferma un’idea che a lungo era stata respinta in molti ambienti ecclesiastici, ossia che la ricompensa deve essere commisurata all’utilità che ne deriva a chi richiede il prestito, e, quando parla di ricompensa, egli fa riferimento all’interesse. Tra le persone dedite al commercio un interesse sul prestito è quasi scontato poiché ordinariamente intervengono lucro cessante, danno emergente e rischio di capitale. Questa posizione denota una forte apertura rispetto all’età del rigorismo.

Il decreto del 1645 e l’enciclica del 1745 costituiscono i due pilastri per uscire dalla gabbia rigoristica. Questi atti erano considerati ormai fondamentali, coerenti fra loro. La moderazione riprende il sopravvento dopo la Vix pervenit e si stabiliscono ancora una volta criteri generali di equità.

Il titolo derivante dalla legge dello Stato

Diffusi erano i dilemmi di coscienza di persone che erano nello stesso tempo sudditi dello Stato e fedeli della Chiesa. Carlo V nel 1540 fissa il livello massimo del tasso di interesse in rapporto all’andamento del mercato. Questo era il riconoscimento legale di un danno emergente o lucro cessante in qualsiasi prestito, la cui entità massima era fissata per legge. Il mancato impiego del denaro in altri investimenti comporta sempre un danno o la rinuncia a un profitto. Il titulus legis civilis da alcuni era considerato un vero e proprio titolo estrinseco: si tratta del beneficio accordato al principe in vista del bene comune. Il commercio si presenta come necessario. A Carlo V sembrava inevitabile sul piano economico-politico per evitare la contrazione dei commerci, altrimenti ne avrebbe tratto vantaggio la Francia

In Lorena, Carlo III emanò nel 1573 dei provvedimenti quasi rivoluzionari: oltre a fissare un tasso legale, si distingueva fra il prestito di consumo dal prestito di commercio/produzione. Il secondo era considerato essenziale per lo Stato.

In maggioranza i vescovi non ostacolarono le iniziative statali. Ma il clero locale invece era poco sensibile a certe argomentazioni, anche perché l’insegnamento nei seminari era sempre più impartito secondo direttive rigoriste. Il mondo cattolico era quindi diviso: i rigoristi erano schierati contro l’argomento del titolo derivante dalla legge civile per varie ragioni, tra cui il timore che il ricorso all’autorità del principe fosse lo spunto per un’ampia libertà contrattuale, altri invece erano nettamente favorevoli ad esso.

A Roma nella commissione del 1745 emergevano posizioni contrastanti, anche per quanto riguarda il titulus legis civilis. Daniele Concina si scaglia contro i titoli estrinseci in generale, poiché essi offrono l’occasione per aggirare i divieti ecclesiastici. Egli insiste sul fatto che la legge naturale e quella divina non possono dare luogo ad adattamenti o interpretazioni semplicemente sulla base della legge civile o delle consuetudini locali. Concina suggerisce al papa di condannare 3 posizioni, tra cui quella per cui l’interesse sia reso legittimo dalle consuetudini o dalle leggi sovrane.

Domenico Turano evidenzia invece la necessità di evitare discussioni sui poteri sovrani in un’epoca in cui i conflitti erano sempre più palesi e sceglie proprio il titulus legis civilis come esempio.

Giovan Francesco Baldini si dichiara favorevole non solo al titolo d’ interesse derivante dalla legge del principe, ma anche alle consuetudini in uso ormai consolidate. Egli infatti constata che sia la legge sia le consuetudini sono state fissate perché necessarie all’utilità comune della società civile.

Gioachino Besozzi afferma che una questione come quella del diritto del principe a fissare un tasso legale d’interesse è molto delicata, per gli evidenti dissensi tra teologi. Ma aggiunge: se si prende posizione contro il prestito a interesse in genere, a suo avviso qualche magistrato potrebbe credere che si voglia proibire ai sovrani l’intervento non solo contro l’usura lucratoria, ma anche contro quella compensatoria,” la quale può permettersi e regolarsi dalle leggi e consuetudini dei paesi”. Si ritengono dunque legittime sia la legislazione civile sia le consuetudini. L’enciclica Vix pervenit non si pronuncia espressamente in materia.

VERSO L’ETA’ CONTEMPORANEA

Due autori innovativi alla fine del ‘700: Rossignol e Bolgeni

L’orientamento benigno non è del tutto prevalente nell’ambito ecclesiastico. Il cardinale Gerdil nella Dissertazione sull’usura si dichiara contrario al triplo contratto, al tasso legale d’interesse e al titolo del rischio di capitale. L’estensione dei titoli estrinseci è a suo avviso eccessiva e l’attività finanziaria non è da lui ritenuta un lavoro. Nel mondo cattolico però si consolidavano le correnti favorevoli al riconoscimento della liceità del prestito a interesse, se a tasso moderato, se rivolto a persone non in stato di grave necessità.

Jean-Joseph Rossignol pone al centro della sua riflessione il prestito di commercio che a suo avviso deve essere definito con precisione. Ritiene che esso sia simile alla locazione e si configuri come uno specifico tipo di contratto oneroso. Il triplo contratto non sarebbe altro che un modo per riconosce la liceità del prestito di commercio. Rossignol è favorevole sia al riconoscimento del prestito di commercio, sia all’accettazione del tasso legale di interesse, che rende legittimo il prestito a interesse anche nei confronti dell’indigente. L’autore interviene in materia per via della sua esperienza pastorale e per l’esperienza del microcredito praticato frequentemente dagli ecclesiastici. Un aspetto ulteriore è il ruolo della coscienza, la quale non viene abbandonata a sé, ma sostenuta dalla ragione e dalla grazia, fattori essenziali per il cristiano. Al centro della riflessione sta l’uomo, grande importanza ha la figura e il ruolo del confessore.

Giovanni Vincenzo Bolgeni scrive nel 1782-1783 la Dissertazione undecima fra le morali sopra l’impiego del denaro e l’usura alla quale aggiunse in un secondo momento un’appendice, in cui fa riferimento alle idee di Rossignol. Afferma che questo autore vuole scuotere chiunque con false idee scolastiche ha imbrogliato e ha deformato la dottrina delle usure, danneggiando grandemente le anime e le coscienze. Dopo aver evidenziato la necessità di un chiarimento terminologico, Bolgeni dichiara che il prestito a tasso di interesse moderato è di per sé lecito. Il lucro sul prestito diviene illecito in circostanze particolari, se viola il precetto evangelico della carità. Il trionfo della carità sulla giustizia permette una duttilità sconosciuta alle interpretazioni legalistiche. Bolgeni propone anche degli esempi di aporie irrisolte del pensiero sull’usura e rinnova posizioni che erano già di Maffei e Maignan. Difende l’importanza del contratto stipulato da entrambe le parti con consenso “spontaneo e pienamente libero”, come nel caso della locazione, equiparata al prestito. Essenziale è l’idea del vantaggio del richiedente. Offrire vantaggi a qualcuno è cosa che merita ricompensa, ma bisogna tenere presente la molteplicità dei casi in cui può verificarsi questo vantaggio. Un altro elemento fondamentale è la coscienza, che è in grado di elaborare un giudizio critico sugli aspetti etici dei contratti. Essendo la testimonianza della ragione a suo avviso inoppugnabile, emerge qui una fiducia nell’uomo cristiano, dotato di fede e di ragione. Ciò prescinde dalla cultura, perché anche persone rozze e incolte possono valutare le situazioni e operare in modo corretto.

Il possibilismo del Sant’Ufficio

Le posizioni interne al Sant’Ufficio non sono univoche, ma prevale un modo di procedere cauto ed empirico. Di fronte ai quesiti che giungono da varie parti un elemento risulta chiaro: la questione aveva assunto una dimensione problematica che dava luogo ai ricorrenti interrogativi dei fedeli. Vari documenti del Sant’Ufficio propongono soluzioni con pareri molto articolati. Il fatto che manchi da parte della Sede apostolica una presa di posizione lascia aperta la strada ad un certo possibilismo.

Il cristiano può attenersi al tasso legale, se in coscienza ritiene di aver altre ragione oltre a quelle della legge. Vi è dunque un duplice versante: da un lato la valorizzazione del ruolo della coscienza individuale, dall’altro la volontà di evitare conflitti con i sovrani. Significativo che si ritenga impossibile una decisione dottrinale in merito, ma necessaria e indispensabile una presa di posizione pastorale.

Nel 1824 Vincenzo Garofali suggerisce scelte equilibrate, conformi alla costante politica della Chiesa. Infatti sostiene che non è possibile dare una normativa specifica valida per ogni tempo e per ogni luogo, poiché il Vangelo si incarna nella storia, che è per sua natura mutevole. Egli afferma quindi l’impossibilità di applicare in modo schematico quanto i Padri della Chiesa avevano sostenuto in tutt’altra situazione storica. Garofali motiva il proprio favore per il riconoscimento della liceità del prestito di commercio, mettendo in luce la variabilità delle situazioni e la necessità di ragionare anche in termini giuridico-politici, data l’evidente concatenazione fra politica e teologia. Garofalo è contrario all’utilizzo da parte del fedele delle possibilità offerte dalla legge civile, se manca un titolo estrinseco, tuttavia invita a “pesare bene l’affare”.

Maurizio Benedetto Olivieri interpretando l’enciclica di Benedetto XIV ritiene che il pontefice avesse lasciato molto spazio a forme contrattuali diverse dal mutuo. Ma aggiunge che vi è stato un riconoscimento del titolo derivante dalla legge civile, che trasforma il puro mutuo in un’altra forma contrattuale. Olivieri interpreta il testo in senso estensivo e ne deduce la liceità del prestito a tasso moderato di interesse. Inoltre afferma che la Sede romana può rendere lecita la percezione di un interesse modico sul puro mutuo persino se rivolto all’indigente.

Prospero Caterini riafferma che il criterio è determinato sia dalla valutazione delle circostanze, relative a cose-luoghi-persone, sia dagli usi dell’epoca, messe in atto da coscienze timorate di Dio.

Marco Mastrofini nel 1831 scrive Le usure, opera che incontra opposizioni. Monaldo Leopardi lo definiva “libro scandaloso”. A favore invece erano Vincenzo da Massa e Giovanni Tommaso Turco, i quali non solo ritengono che l’opera sia priva di errori, ma ne elogiano vivamente i contenuti proprio nei suoi aspetti più innovativi.

Giovanni Battista Cannella alla domanda sulla liceità del tasso legale di interesse a prescindere dai titoli estrinseci risponde che è una questione gravissima fino a qui indecisa. Adotta la scelta del “non assilliamo i penitenti” purchè essi siano pronti all’obbedienza.

Diviene frequente la convinzione che possono essere ammesse alcune modalità di profitto sul capitale, con l’unica condizione che i fedeli si dichiarino disposti ad obbedire a eventuali future prescrizioni della Sede romana. Si consolida quindi l’idea che in materia il discrimine fra lecito e illecito è stabilito da Roma, la cui benignità prevale sul rigore. Il panorama è comunque composito, come lo è all’interno del Sant’Ufficio.

Giovanni Soglia Ceroni pone l’accento sulle riserve e le reazioni negative dei rigoristi, cui è favorevole. Egli è contrario al riconoscimento del titulus legis civilis e afferma che l’uso del denaro non ha un valore distinto dal denaro medesimo.

A grandi linee prevale un’opzione pastorale attenta ai problemi e alle condizioni di vita dei fedeli, che comporta l’abbandono del rigorismo. Si smentisce la validità dell’atteggiamento di quei confessori rigoristi che negavano l’assoluzione a chi non intendeva rinunciare totalmente a forme di prestito a interesse modesto fondate sul titolo di commercio o sul titolo legale. La Sacra Penitenzieria e il Sant’Ufficio insistono anch’essi su questi principi essenzialmente pastorali.

In conclusione: Con l’avanzare dell’800, il tasso legale di interesse è sempre più frequentemente ammesso come lecito, anche se non vi sono atti ufficiali che ne stabiliscano precisamente le ragioni e le condizioni. Dell’antico rigore permane il desiderio di rimanere fedeli a una moralità nei contratti. L’entità del tasso richiesto ha sempre maggiore peso nella valutazione. La possibilità di stipulare contratti di prestito a titolo oneroso, se moderato, è ammessa infine al canone 1543 del Codice di diritto canonico del 1917. Nel Codice del 1983 non si parla più di usura, ma soltanto di contratti.

Il silenzio sul secolare argomento dell’usura mostra la piena coscienza che nel mondo contemporaneo le questioni sono assai più complesse e gli scenari sono del tutto cambiati. È anche riconosciuta la libertà di giudizio del cristiano in materie che non riguardano il dogma, come quella economica. Le considerazioni intorno al rapporto tra etica ed economia, in un mondo in mutamento accelerato, divengono sempre più multiformi.

no comments were posted
This is only a preview
3 shown on 13 pages
Download the document