Riassunto del Villani di Diritto dell'Unione Europea, Past Exams for Law
C_dots
C_dots

Riassunto del Villani di Diritto dell'Unione Europea, Past Exams for Law

29 pages
15Number of visits
Description
Riassunto dei capitoli per l'esame della Prof. Puoti
20 points
Download points needed to download
this document
Download the document
Preview3 pages / 29
This is only a preview
3 shown on 29 pages
This is only a preview
3 shown on 29 pages
This is only a preview
3 shown on 29 pages
This is only a preview
3 shown on 29 pages
Capitoli Libro Villani

Capitolo 1 1948: Organizzazione europea di cooperazione economica poi diventata nel 1960 organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico 1949: Consiglio d’Europa 1951: CECA (fine nel 2002) 1954: Unione dell’Europa Occidentale (fine nel 2011) 1957: A Roma nasce la Comunità economica europea e la Comunità europea dell’energia atomica (Euratom) 1965: Alta autorità e Consiglio dei ministri si unificano con il Trattato di Bruxelles. 1970: Trattato di Lussemburgo allarga i poteri del Parlamento europeo. 1986: Atto unico europeo a Lussemburgo all’Aja 1992: Trattato di Maastricht, nascita dell’Unione Europea, stabilisce le condizioni per la moneta unica. Non sostituisce ma ingloba la CECA, CEE e Eurato. L’ UE si fonda su tre pilastri: Comunità europee (carattere sopranazionale), politica estera e sicurezza comune, giustizia e affari interni (metodo intergovernativo). Riconosce espressamente il diritto comunitario, i diritti umani, il concetto di cittadino europeo. Nuova procedura di adozione di atti delle istituzioni europee denominata “codecisione”. Accetta definitivamente il modello di integrazione europea non necessariamente uniforme a tutti gli Stati, “flessibile”. 1997: Trattato di Amsterdam dove vengono proclamati i principi di libertà, democrazia, rispetto dei diritti umani, stato di diritto quali principi fondamentali dell’UE e si inserisce come obiettivo la promozione di un alto livello di occupazione. Istituzione di un Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune. Il libero circolare delle persone, i visti, l’asilo, l’immigrazione passano nell’ambito del Trattato sulla Comunità Europea. 2003: Trattato di Nizza. Novità in materia di organizzazione giudiziaria. 2004: Trattato di Roma. Firma della Costituzione per l’Europa mai entrata in vigore. 2007: Trattato di Lisbona. Problemi al referendum irlandese e leggi europee risultate incostituzionali dalla Germania (risolto con una modifica), vari intoppi. Nascita del TUE e del TFUE che hanno lo stesso valore giuridico. Abolizione della struttura a tre pilastri (comunità, sicurezza e politica estera). La politica estera e di sicurezza comune resta soggetta a proprie regole specifiche che ne perpetuano il carattere marcatamente intergovernativo confermato dall’attribuzione delle più significative competenze alle istituzioni formate dai rappresentanti dei governi degli Stati membri e dal sistema di votazione consistente nella unanimità. Istituzione del Presidente dell’Unione: eletto per un mandato di due anni e mezzo dal Consiglio Europeo e dall’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza avente il doppio incarico di Presidente del Consiglio “affari esteri” e di vicepresidente della Commissione. Aumento dei poteri del Parlamento sia in materia di bilancio che di adozione degli atti dell’Unione, diventando la codecisione la procedura legislativa ordinaria. Viene garantito il valore obbligatorio della Carta di Nizza tramite una norma che rimanda direttamente alla Carta. Accresciuto varie materie, lo sport, protezione della salute umana, politica spaziale europea, settore energia, il turismo. Superata l’ottica meramente economica.

Capitolo 2 Paragrafo 1 Obiettivi Gli obiettivi dell’UE sono indicati nell’art 3 del TUE. Tale norma offre un quadro ampio e articolato in cui confluiscono quegli obiettivi che caratterizzavano i tre pilastri. L’espressione “spazio di libertà, sicurezza e giustizia” mette in chiaro il cambio di rotta di una comunità precedentemente economica. Il nucleo della costituzione però ruota intorno a uno dei tre pilastri: il mercato libero. I valori dell’art 3 rimandano a un obiettivo unificatore dal punto di vista culturale, sociale, fatta di valori comuni che mira a combattere le discriminazioni e a promuovere la coesione sociale, economica e territoriale. Il par 4 dell’art 3 si collega alla realizzazione di una politica economica e di una politica monetaria. La politica economica è congiuntamente esercitata dall’Unione e dagli Stati Membri, non del tutto liberi in materia. L’Unione insieme al Consiglio delibera determinate linee guida per gli Stati membri e sebbene l’art 121 del TFUE sia una semplice raccomandazione, istituisce un meccanismo di sorveglianza multilaterale sul rispetto di tali indirizzi: evitare disavanzi pubblici eccessivi. Nell’intento di istituire una governance europea dell’economia per fronteggiare la crisi del 2008, il sistema di sorveglianza è stato notevolmente rafforzato con l’adozione del Patto di stabilità e crescita composto da 5 provvedimenti. Tali provvedimenti prevedono forme di sorveglianza preventiva, rigorosi controlli e sanzioni, anche finanziarie. Alcune decisioni però appartengono al trattato di Bruxelles del 2012 che non appartiene al diritto dell’Unione ma è un accordo internazionale estraneo al sistema giuridico. 
 La politica monetaria unica e la politica dei cambi unica sono connaturate all’introduzione dell’euro. Le competenze dell’Unione si riferiscono solo all’eurozona e non agli Stati membri con deroga. In politica monetaria rientrano le misure volte a mantenere la stabilità dei prezzi; mentre con politica economica rientrano quelle dirette a mantenere la stabilità finanziaria dell’intera zona euro. L’azione esterna dell’UE è divisa tra il TUE (disposizioni generali, politica estera, sicurezza comune, difesa comune, aspetti militari) e il TFUE (politica commerciale, cooperazione allo sviluppo, cooperazione economica, finanziaria e tecnica con Paesi terzi, aiuto umanitario, conclusione accordi internazionali dell’UE con stati terzi, obbligo di coop degli stati membri nei confronti di un altro stato membro soggetto ad attacco terroristico, terremoto) Nel TFUE sono però anche contenute le “disposizioni di applicazione generale” che forse dovrebbero stare nel TUE in quanto chiariscono gli obiettivi stabilendo alcune esigenze delle quali essa deve tener conto. Le disposizioni riguardano l’eliminazione delle disuguaglianze e la promozione della parità tra uomo e donna; la promozione di un elevato livello di occupazione e di istruzione, protezione sociale, la lotto contro l’esclusione, formazione e tutela della salute umana; discriminazioni razziali o fondate sul sesso, sulla religione, l’origine etnica, la disabilità, l’orientamento sessuale; la tutela ambientale e la sostenibilità; la protezione dei consumatori.

Paragrafo 2 Valori fondanti I valori di dignità umana, libertà, democrazia, uguaglianza, stato di diritto, rispetto dei diritti umani e diritto di persone appartenenti a minoranze sono dichiarati comuni a tutti gli Stati membri. In caso contrario uno Stato non può essere annesso all’Unione oppure, se già dentro, verrà sanzionato. La dignità umana è il vero fondamento dei diritti umani. L’uguaglianza costituisce da un lato un diritto fondamentale, dall’altro appartiene allo stato di diritto. La libertà è concepita come dimensione politica, quale garanzia di rispetto di una sfera di autonomia dei cittadini rivendicata nei riguardi dei pubblici poteri e sottratta alla loro ingerenza. Il valore della democrazia implica un rinvio ai principi basilari delle democrazie occidentali e richiede la garanzia di alcuni requisiti minimi quali la derivazione dei pubblici poteri dalla volontà popolare. Il riconoscimento di democrazia passa attraverso il ruolo centrale e dominante del Parlamento. La Corte ha più volte affermato che il principio di democrazia si riflette nel Parlamento europeo ed esige pieno rispetto delle sue prerogative. Tale centralità è oggetto di critiche per il carattere eccessivamente dominante, non basterebbe a garantire democrazia la semplice consultazione del Parlamento. Lo stato di diritto è mutuato dalla moderna concezione di Stato moderno in cui la società è sottoposta al vaglio della legge e dei poteri pubblici. Tutte i componenti dell’Unione, istituzioni, organi, organismi europei, Stati membri e singolo sono subordinati al rispetto del diritto risultante dagli stessi Trattati, dal diritto derivato e da ogni norma giuridica applicabile nell’ordinamento europeo. I principi di democrazia e stato di diritto sono stati applicati dalla Corte prima del loro riconoscimento nei Trattati, altrettanto per i diritti umani.

Paragrafo 3 Meccanismo sanzionatorio nel caso di violazione grave e persistente I valori dell’art 2 possono essere violati anche da Stati membri, in tal caso viene avviato un procedimento di controllo sulla condotta degli Stati membri che può condurre all’accertamento di una grave e persistente violazione dei suddetti valori e, di conseguenza a sanzioni. Non si parla però di una sporadica violazione ma “grave e persistente” politica statale in contrasto con gli stessi valori: colpo di stato, libertà di stampa, razzismo, ecc… Per attivare il procedimento occorre la deliberazione unanime del Consiglio europeo e l’approvazione del Parlamento europeo cioè qualcosa che attesti la reale violazione grave e persistente, viene dato modo di difendersi allo Stato in esame. Alla constatazione della grave e persistente l’Unione può esercitare sanzioni contro lo Stato membro consistenti nella sospensioni di diritti derivanti dai Trattati, compresi il diritto al voto nel Consiglio comunque facendo continuare lo Stato ad ottemperare nei doveri dei Trattati. Le misure sanzionatorie che riguardano gli organi politici però non sono soggetti a controllo giudiziario. Infatti l’unica competenza esercitabile dalla Corte riguarda aspetti “procedurali” (regolare delibera, rispetto del principio del contraddittorio). Caso dell’Austria e del FPÖ. Il caso influenzò una modifica dell’art 7 che introdusse lo stato di “preallarme” basato su raccomandazioni e dialogo con lo Stato membro interessato al fine di individuare soluzioni prima di ricorrere alla procedura per salvaguardare lo stato di diritto.

Paragrafo 4 Principi democratici Il concetto di democrazia rappresentativa è alla base dell’Unione. Tale disposizione ribadisce la duplice legittimità democratica, “europea”, che si manifesta nella rappresentanza diretta dei cittadini dell’UE, nel Parlamento europeo; dall’altro nella legittimità “nazionale che si esprime in rappresentanza indiretta dei popoli degli Stati nel Consiglio europeo e nel Consiglio. I Parlamenti nazionali non intervengono solo sul piano della rappresentanza indiretta ma svolgono rappresentanza diretta nell’Unione come da

Trattato di Lisbona. Si determina così, nell’Unione europea, una ulteriore forma di rappresentanza popolare diretta, ma in chiave nazionale, non sopranazionale. L’attuazione del principio della democrazia rappresentativa è perseguita mediante l’attribuzione di poteri al Parlamento. Esso ha un potere pari a quello del Consiglio nell’adozione di atti legislativi ma resta invece privo di un vero e proprio potere di iniziativa legislativa così come sostanzialmente estraneo a qualsiasi potere nell’ambito della sicurezza comune. I poteri verso i rappresentanti degli Stati membri invece rimangono tenui perché i governi, derivando il potere dai popoli, sono già sorvegliati dai propri parlamenti nazionali. In questa materia, suscettibile di incidere troppo sulla vita dei cittadini, tale ruolo del Parlamento europeo ripropone il deficit democratico. I parlamenti nazionali da un lato esercitano nell’Unione una rappresentanza in via indiretta controllando, stimolando, orientando l’azione dei rispettivi governi; dall’altro, esprimono direttamente la propria rappresentatività popolare operando nei rapporti con le istituzioni europee, senza alcuna mediazione dei loro esecutivi. Ai parlamenti nazionali sono inviati i documenti di consultazione, il programma legislativo annuale, proposte della Commissione, richieste della Corte, raccomandazioni della Banca centrale o richieste della Banca europea per gli investimenti. Salvo casi eccezionali, un progetto di atto legislativo non può essere iscritto all’ordine del giorno del Consiglio prima di otto settimane dalla sua messa a disposizione dei parlamenti nazionali e che tra l’iscrizione di un progetto all’ordine dello stesso Consiglio e l’adozione di una posizione devono trascorrere dieci giorni. Inoltre nelle otto settimane non può essere constatato alcun accordo riguardante il progetto di atto legislativo. Tale partecipazione si colloca nella rappresentanza indiretta espressa dal controllo e dall’indirizzo sul Consiglio. Ogni iniziativa del Consiglio va comunicata ai parlamenti nazionali e non viene adottata se anche solo un parlamento si oppone. In sede di revisione ordinaria i parlamenti nazionali partecipano alla “convenzione”, organo incaricato di esaminare i progetti di modifica e di adottare raccomandazioni. La Commissione media tra i parlamenti nazionali e quello europeo e può organizzare conferenze interparlamentari su temi specifici compresa la politica sicure e di difesa comune. La rappresentanza diretta è particolarmente accentuata per quanto riguarda il rispetto del principio di sussidiarietà. Vigilano sul rispetto del principio di sussidiarietà e proporzionalità. I partiti politici non hanno un ruolo solo rappresentativo ma anche formativo di una coscienza europea, di una consapevole appartenenza all’Unione. Il finanziamento ai partiti e lo statuto è disciplinato da regolamento. Il par 3 enuncia il principio di prossimità, più vicino possibile alla vita dei cittadini. Di particolare rilevanza è il principio d’iniziativa “popolare”. Esso stabilisce che l’iniziativa di chiedere alla Commissione di presentare un’adeguata proposta, su un tema per il quale i cittadini ritengono necessario un atto giuridico dell’Unione sia sostenuta da almeno un milione di cittadini firmatari, che questi provengano da almeno un quarto degli Stati membri e che, in ciascuno di tali Stati, essi corrispondano almeno al numero dei deputati al Parlamento europeo eletti nello Stato moltiplicato per 750. La procedura prende l’avvio con la formulazione di una proposta d’iniziativa da parte di un comitato di organizzatori che deve contenere l’intitolazione, l’oggetto, la descrizione degli obiettivi della proposta, le disposizioni dei Trattati ritenute pertinenti, nonché, se lo ritengono i proponenti, una bozza dell’atto richiesto. La proposta viene registrata dalla Commissione. Questa, peraltro, rifiuta la registrazione se il comitato degli organizzatori è costituito in maniera difforme dalle prescrizioni del regolamento; se la proposta d’iniziativa esula dalla competenza della Commissione di presentare una proposta di atto dell’Unione; se la suddetta proposta è presentata in modo ingiurioso; se essa è contraria ai valori dell’Unione.

Se invece la proposta d’iniziativa è registrata, le dichiarazioni di sostegno dei firmatari sono raccolte, anche in via elettronica, entro dodici mesi. Scaduto tale termine la Commissione esamina l’iniziativa ed entro tre mesi dal ricevimento dell’iniziativa espone in una comunicazione le conclusioni giuridiche e politiche, l’eventuale azione e i suoi motivi per agire.

Paragrafo 5 Rispetto dei diritti umani fondamentali Come già accennato, tra i valori fondanti dell’UE c’è il rispetto per il diritti umani, compresi quelli delle persone appartenenti a minoranze. La Corte di giustizia aveva in un primo momento rifiutato di tenere conto, nel valutare la legittimità di un atto comunitario, dei diritti umani garantiti dalle costituzioni nazionali. Successivamente la Corte ha compiuto una decisa svolta affermando che i diritti umani fanno parte del diritto comunitario. La tutela dei diritti umani costituisce infatti parte integrante dei principi giuridici generali di cui la Corte di giustizia è garante e non ammette provvedimenti delle istituzioni incompatibili con i diritti fondamentali garantiti nelle costituzioni nazionali. La violazione di uno Stato membro del diritto di associazione, o della libertà di espressione, o di circolazione all’interno di tale Stato, non è sindacabile da parte della Corte di giustizia. Ma se una siffatta violazione è commessa nel contesto delle materie appartenenti al diritto dell’Unione, quali libera circolazione dei lavoratori subordinati, o il diritto di stabilimento di quelli autonomi, o la libera circolazione delle merci o dei servizi, essa comporta un inadempimento degli obblighi propri del diritto dell’UE. Per quanto riguarda il richiamo alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo la Corte di giustizia ha escluso che in virtù di tale richiamo, la Convenzione sia direttamente applicabile all’interno degli Stati membri e sia provvista del “primato” sulle norme nazionali incompatibili. I diritti fondamentali (arricchiti da Nizza) continuano ad operare, nei riguardi sia delle istituzioni e organi dell’Unione e degli Stati membri, nelle sole materie che già formano oggetto delle competenze dell’UE. La Carta è INAPPLICABILE a situazioni che non siano collegate al diritto dell’UE. Quando un diritto è già previsto nei Trattati, come quelli sulla cittadinanza, esso è esercitato alle condizioni e nei limiti definiti dagli stessi Trattati. Il Protocollo 30 limita l’esercizio della Carta nel Regno Unito e in Polonia perché necessita di essere interpretata dalle giurisdizioni nazionali. L’adesione dell’UE alla Convenzione rappresenta un progresso di notevole portata. Essa, infatti, comporterà la sottoesposizione dell’Unione al controllo della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo e potrà operare nei confronti dell’Unione quel meccanismo di controllo giudiziario che rappresenta l’aspetto più qualificante e garantista dei diritti umani della Convenzione europea. La Corte di giustizia ha dichiarato che il progetto di adesione è incompatibile con i Trattati. Secondo la Corte sono suscettibili di pregiudicare l’autonomia del diritto dell’Unione. Malgrado la mancata adesione alla Convenzione europea, la materia dei diritti umani oggi è ampiamente riconosciuta nel diritto dell’Unione tanto da implicare il rischio di duplicazioni o di contraddizioni tra sistemi. In tal caso i problemi di divergenza dovrebbero essere risolti dando la preferenza al sistema che assicura più elevata tutela al diritto in questione ma la Corte non ha accolto questa tesi.

Paragrafo 6 Procedimento di revisione dei Trattati I Trattati su cui si fonda l’UE possono essere modificati attraverso una procedura di revisione ordinaria e mediante procedure di revisione semplificate. La procedura ordinaria spetta ad ogni Stato membro, al Parlamento europeo o alla Commissione che possono sottoporre al Consiglio progetti intesi a modificare i Trattati. Tali progetti possono essere intesi ad accrescere o a ridurre le competenze attribuite all’Unione nei Trattati. Tali progetti sono trasmessi dal Consiglio al Consiglio europeo e notificati ai parlamenti nazionali. Il fatto di poter togliere potere all’UE minaccia tutte le acquisizioni adottate finora e quindi costituirebbe un regresso. Il Presidente del Consiglio europeo convoca una convenzione composta da rappresentanti dei parlamenti nazionali, dei capi di Stato o di governo degli Stati membri, del Parlamento europeo e della Commissione […] La convenzione esamina i progetti di modifica e adotta per consenso una raccomandazione a una conferenza dei rappresentanti dei governi degli Stati membri. Questa conferenza intergovernativa è convocata dal Presidente del Consiglio allo scopo di stabilire di comune accordo le modifiche da apportare ai Trattati e le modifiche entrano in vigore dopo essere state ratificate da tutti gli Stati membri conformemente alle rispettive norme costituzionali. La convenzione garantisce un metodo intergovernativo, partecipato, democratico, articolato e trasparente. La convenzione può non essere convocata a decisione a maggioranza semplice del Consiglio europeo e approvazione del Parlamento europeo, qualora l’entità delle modifiche non giustifichi la convocazione. La convenzione, che delibera mediante consenso, quindi senza formale votazione, adotta una raccomandazione, mentre la decisione spetta alla conferenza formata dai soli rappresentanti dei governi degli Stati membri, che adotta il testo sul quale abbia trovato un’intesa unanime. L’entrata in vigore delle modifiche richiede la ratifica di tutti gli Stati membri, cioè la stipulazione di un nuovo trattato di revisione. Ipotesi in cui, dopo due anni dalla firma del trattato, i quattro quinti degli Stati membri lo abbiano ratificato e la restante parte abbia avuto difficoltà, la questione è affidata al Consiglio che non può imporre il trattato di revisione agli Stati. La procedura di revisione semplificata inizia anche in questo caso con un progetto di qualsiasi Stato membro, del Parlamento europeo o della Commissione, sottoposto al Consiglio Europeo. Quest’ultimo previo parere del Parlamento europeo, della Commissione, può decidere all’unanimità di modificare le disposizioni della suddetta parte terza (EX:Decisione del Consiglio europeo che permette agli Stati dell’eurozona a istituire un meccanismo di stabilità di attivare ove indispensabile per la salvaguardia dell’eurozona, subordinando la concessione di qualsiasi assistenza finanziaria a una rigorosa condizionalità). Questa procedura non può essere utilizzata per estendere i poteri dell’Unione attribuite dai Trattati. L’altra procedura di revisione semplificata riguarda il passaggio dalla votazione all’unanimità del Consiglio, in un determinato settore o caso, alla votazione per maggioranza qualificata, così come il passaggio da una procedura legislativa speciale alla procedura legislativa ordinaria. Cambio di votazione escluso da alcune materie che rientrano nel settore della difesa, sospensione dei diritti di uno Stato. Oltre a queste procedure, specifiche disposizioni dei Trattati prevedono ulteriori procedure semplificate di revisione e a volte procedure di “revisione delegata” che consiste nell’attribuzione alle istituzioni europee del potere di adottare atti diretti a integrare o sviluppare il contenuto di particolari disposizioni. Queste modifiche entrano in vigore solo previa approvazione degli Stati membri mediante un atto di approvazione.

Paragrafo 7 Ammissione di nuovi membri La procedure prevede due fasi. Ogni stato europeo che rispetti i valori dell’art 2 e si impegni a promuoverli può domandare di diventare un membro dell’Unione. Il Parlamento europeo e i parlamenti nazionali sono informati di tale domanda. Lo stato richiedente trasmette la sua domanda al Consiglio, che si pronuncia all’unanimità, previa consultazione della Commissione e previa approvazione del Parlamento europeo, che si pronuncia a maggioranza dei membri che lo compongono. Si tiene conto dei criteri di ammissibilità del Consiglio europeo. Il procedimento si attiva su iniziativa dello Stato che intende aderire e prevede due requisiti di adesione: uno di natura geografica, l’altro di natura politica. Il primo criterio è soggetto a una semplice constatazione da parte delle istituzioni competenti anche se la Commissione ha precisato che la nozione di Stato europeo non si esaurisce in una visione geografica, ma comporta la considerazione anche di elementi storici e culturali; il secondo implica un giudizio, una valutazione da parte di tali istituzioni. L’adesione è subordinata al consenso di tutti gli Stati membri. La pronuncia del Consiglio fa seguito al parere della Commissione e all’approvazione del Parlamento. Il parere chiesto dal Consiglio alla Commissione è obbligatorio giuridicamente ma il suo parere non lo vincola. In materia di adesione anche il Parlamento può respingere la domanda dello Stato candidato. L’ultima parte della norma codifica una tecnica per individuare i criteri di ammissibilità: consiste nel predeterminare dei criteri ai quali i candidati devono conformarsi progressivamente, nel corso di una fase di pre- adesione, sotto il controllo della Commissione che ne verifica il rispetto. Tre categorie di criteri: quello giuridico, capacità del paese di adeguarsi alle norme dei Trattati; quello politico, relativo all’effettivo rispetto dei principi; quello economico, implicante la garanzia dello Stato candidato di assicurare il funzionamento di un mercato aperto in libera concorrenza. Una volta che il consiglio ha deliberato di accogliere l’adesione si svolge una seconda fase che si conclude con la stipulazione di un accordo (ratificato da tutti gli Stati contraenti conformemente alle rispettive norme costituzionali) tra lo Stato aderente e gli Stati membri contenente, in un atto allegato all’accordo, le condizioni di ammissione. L’atto allegato all’accordo di adesione prevede emendamenti ai Trattati istitutivi, ma sono nella misura richiesta dall’adesione. Un ruolo determinante sui tempi dell’adesione è svolto dal Consiglio europeo. Il Parlamento europeo ha stabiliti nel proprio Regolamento che, prima della firma dell’accordo di adesione, il testo del progetto di accordo sia sottoposto alla sua approvazione.

Paragrafo 8 Il recesso dell’Unione europea Il Trattato di Lisbona ha attribuito agli Stati membri un diritto di recesso volontario non subordinato a condizioni sostanziali (mutamento delle circostanze) ma solo procedurali tali da non impedire di ritirarsi. Si stringe un accordo per definire le modalità di recesso. Il previsto accordo sulle modalità del recesso segna anche il momento di cessazione dell’applicazione dei Trattai allo Stato interessato, momento che coincide con l’entrata in vigore del suddetto accordo. Se non si raggiunge un accordo, i Trattati cessano ugualmente di essere applicabili due anni (prorogabili) dopo la notifica della decisione di recedere. Nulla esclude che tale Stato possa successivamente rientrare nell’Unione, ma a tal fine va applicato il procedimento di ammissione.

Capitolo 3 Paragrafo 1 Le competenze di attribuzione Le competenze dell’Unione sono delimitate rispetto a quelle esercitabili dagli Stati membri in base ad alcuni principi, i quali segnano lo spartiacque tra le competenze delle istituzioni europee e quelle che restano nell’ambito di tali Stati. Il primo principio viene in rilievo ai fini della ripartizione delle competenze tra l’Unione e gli Stati membri: il principio di attribuzione. L’Unione agisce esclusivamente nei limiti delle competenze che le sono attribuite dagli Stai membri nei Trattati […] Qualsiasi competenza non attribuita all’Unione nei Trattati appartiene agli Stati membri. Il principio delle competenze di attribuzione significa che l’Unione dispone esclusivamente di quelle funzioni e di quei poteri che gli Stati membri, volontariamente, hanno convenuto di attribuirle mediante i Trattati istitutivi. I poteri dell’Unione non sono “originari” cioè che essa possiede per forza propria ma sono “derivati” in quanto attribuiti dagli Stati. L’Unione non intende assurgere a una sorta di super Stato, o Stato federale, ma si colloca nel solco delle organizzazioni internazionali. Il complesso della cultura, della civiltà, delle tradizioni, dell’arte e il suo rispetto esprime l’esigenza di preservare la specificità di ciascuno Stato che non vanno annullate in nome di un ipotetica “omologazione europea”. Il rispetto del principio di attribuzione è giuridicamente sanzionato. Ove l’Unione o le sue istituzioni agissero al di là delle competenze ad esse conferite, gli atti sarebbero illegittimi in quanto viziati da incompetenza. Secondo la giurisprudenza della Corte di giustizia il principio di attribuzione non esclude peraltro che gli Stati membri, con un accordo autonomo e distinto rispetto all’ordinamento UE, possano attribuire alle istituzioni europee determinate funzioni. Problemi di compatibilità al principio di attribuzione si riferiscono a due accordi internazionali. Il Fiscal compact non appartiene al diritto dell’UE ma si tratta di un accordo internazionale soggetto alla ratifica degli Stati anche se il Trattato sul Fiscal compact prevede l’incorporazione dell’ordinamento entro cinque anni e stabilisce che esso va interpretato in conformità dei Trattati sui quali si fonda l’UE. Questi Trattati attribuiscono all’UE alcune competenze e poteri che non appaiono sempre giustificabili in base ai Trattati europei e prevedono procedure diverse da quelle stabilite in questi ultimi. Anche il rispetto dell’identità nazionale ha trovato applicazione nella giurisprudenza della Corte di giustizia. Caso Austria titolo nobiliare. Non è indispensabile che la misura restrittiva adottata dalle autorità di uno Stato membro corrisponda a una concezione condivisa da tutti gli Stati membri relativamente alle modalità di tutela del diritto fondamentale o del legittimo interesse in questione e che, anzi, la necessità e la proporzionalità delle disposizioni adottate in materia non sono escluse per il solo fatto che uno Stato membro abbia scelto un regime di tutela diverso da quello adottato da un altro Stato membro. Tale legge che prevedeva l’abolizione dei titoli nobiliari perché consisteva una restrizione alla libera circolazione dei cittadini europei, considerata quale elemento dell’identità nazione di tale Paese, poteva giustificare una restrizione del genere.

Paragrafo 2 Le competenze “sussidiarie” Se un’azione dell’Unione appare necessaria per realizzare uno degli obiettivi dei Trattati senza che questi ultimi abbiano previsto i poteri di azione richiesti a tal fine, il Consiglio, deliberando all’unanimità su proposta della Commissione e previa approvazione del Parlamento europeo, adotta le disposizioni appropriate. Allorché adotta le disposizioni in questione secondo una procedura legislativa speciale, il Consiglio delibera altresì all’unanimità su proposta della Commissione e previa

approvazione del Parlamento europeo. Il procedimento è alquanto rigoroso essendo richiesti la proposta della Commissione, l’approvazione del Parlamento e, principalmente, il voto unanime del Consiglio. Poiché quest’ultimo è composto dai rappresentanti degli Stati, le nuove competenze sono subordinate agli stati stessi. Nella disposizione è citata l’ipotesi di un ricorso a una procedura speciale che non va intesa come arbitrio per adottare la procedura che più si vuole ma va inteso nel senso che, anche nelle materie nelle quali sono previste procedure del genere, l’attribuzione di poteri aggiuntivi all’Unione richieda la proposta della Commissione, l’approvazione del Parlamento europeo e il voto unanime del Consiglio. Da non confondere con le procedure legislative speciali. Va però considerato che il procedimento volto a conferire nuovi poteri all’Unione resta soggetto al rispetto dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità, i quali limitano l’intervento dell’Unione e i tipi di atti adottabili, i quali devono essere il meno intrusivi possibile nei confronti degli Stati membri.

Paragrafo 3 I c.d. poteri impliciti L’Unione deve ritenersi provvista non solo dei poteri ad essa conferiti espressamente dai Trattai (espliciti) ma anche dei poteri che siano funzionali al poteri espliciti: che siano necessari a garantire che i poteri suddetti siano esercitati nella maniera più efficace. I poteri impliciti vengon ricavati da quelli espliciti. Ma esiste anche una versione più avanzata della teoria secondo la quale tali poteri possono essere ricavati direttamente dagli scopi dei Trattati : l’UE sarebbe così fornita dei poteri occorrenti per raggiungere gli scopi dei Trattati. In una sentenza la Corte ha dichiarato che la Commissione aveva il potere di adottare una decisione vincolante, con la quale istituiva una procedura di comunicazione preliminare e di concertazione sulle politiche migratorie nei confronti di Stati terzi. Tale decisione era stata impugnata da vari Stati membri, in quanto nessuna disposizione del Trattato autorizzava la Commissione ad adottare decisioni vincolanti in materia di immigrazione. La Corte pur annullando parzialmente la decisione impugnata ha rilevato che l’art 118 del Trattato sulla Comunità europea attribuiva alla Commissione il compito di promuovere una stretta collaborazione tra gli Stati membri nel campo sociale e il 2°comma stabiliva che la Commissione agisse organizzando consultazioni.

Paragrafo 4 Le categorie di competenza dell’Unione europea Il principio di attribuzione non esaurisce la disciplina relativa alle competenze dell’Unione. Occorre stabilire se il conferimento di tali competenze escluda una competenza degli Stati membri, o che coesista con tale competenza. Il Trattato di Lisbona distingue tre categorie di competenza dell’Unione e sono le competenze esclusive, quelle concorrenti e di sostegno, quelle di coordinamento e completamento dell’azione degli Stati. Una posizione a sé occupa la sicurezza comune e la politica estera che rimane di carattere intergovernativo tra Stati membri così come quelle di materia economica e occupazionale. Quando i Trattati attribuiscono all’Unione una competenza esclusiva, solo questa può legiferare e adottare atti giuridicamente validi. Le materie di competenza esclusiva sono: l’unione doganale, le regole di concorrenza necessarie al funzionamento del mercato interno, la politica monetaria per gli Stati della zona euro, la conservazione delle risorse biologiche del mare nel quadro della politica comune della pesca, la politica commerciale comune. Il potere di adottare atti giuridicamente comune obbligatori nel caso di competenza concorrente appartiene sia alle istituzioni europee sia agli Stati. Le materie principali tra le competenze concorrenti sono: mercato interno, politica sociale; coerenza economica, sociale e territoriale, agricoltura e pesca tranne la

conservazione delle risorse biologiche del mare, ambiente, protezione dei consumatori, trasporti, reti transeuropee, energia; spazio di libertà, sicurezza e giustizia, problemi comuni di sicurezza in materia di sanità pubblica. La terza categoria consiste in un’opera di assistenza all’azione degli Stati, opera il cui esercizio non impedisce l’esercizio delle competenze statali. I settori sono: tutela e miglioramento della salute umana, industria, cultura, turismo, istruzione; formazione professionale, gioventù e sport, protezione civile, cooperazione amministrativa. Gli specifici poteri dell’Unione, gli atti emendabili, le procedure di adozione degli atti stessi vanno stabiliti sulla base delle disposizioni dei Trattati che disciplinano ciascuno dei settori, disposizioni in prevalenza contenuti nella terza e quinta parte del TFUE.

Paragrafo 5 Il principio di sussidiarietà L’esercizio delle competenze dell’Unione si fonda sui principi di sussidiarietà e proporzionalità. In virtù del principio di sussidiarietà, nei settori che non sono di sua competenza esclusiva l’Unione interviene soltanto se e in quanto gli obiettivi dell’azione prevista non possono essere conseguiti in maniera sufficiente dagli Stati membri, né a livello centrale né a livello regionale o locale, ma possono, a motivo della portata o degli effetti dell’azione in questione, essere conseguiti meglio a livello di Unione. Nelle materie di competenza esclusiva dell’Unione, il principio non opera proprio perché già esiste una gerarchia. L’applicazione del principio di sussidiarietà a affermata nelle materie di competenza di entrambi e anche in materia di PESC, di politica economica e di occupazione nelle quali gli Stati membri svolgono un ruolo principale. L’intervento dell’UE deve essere giustificato dalle seguenti condizioni: insufficienza dell’azione statale al fine della realizzazione degli obiettivi perseguiti e il “valore aggiunto” dell’intervento europeo, tenuto conto degli effetti e della dimensione dell’intervento. Il principio di sussidiarietà, oltre a rappresentare una difesa delle competenze degli Stati membri di fronte al rischio di un eccessivo attivismo dell’Unione, si collega anche alla minaccia per il pericolo di prossimità. Ogni proposta di atto legislativo deve essere motivata con riguardo al principio di sussidiarietà e accompagnata da una scheda contenente elementi circostanziati che consentano di valutare il rispetto di tali principi; le ragione che hanno portato a concludere che un obiettivo dell’Unione può essere conseguito meglio a livello di quest’ultima devono essere confortate da indicatori qualitativi e quantitativi. Rispetto ai progetti di atti legislativi europei, ciascun parlamento nazionale può mettere in moto una procedura di preallarme. Entro otto settimane dalla trasmissione di un progetto di atto legislativo europeo, dopo aver consultato i parlamenti regionali con poteri legislativi, ciascun parlamento nazionale può formulare un parere motivato nel quale dichiara di ritenere che il progetto non sia conforme al principio di sussidiarietà. Se il parere ha l’appoggio di un terzo dei voti attribuiti ai parlamenti nazionali, esso ha l’effetto di “veto sospensivo”. Viene allora riesaminato l’atto e l’istituzione proponente deve decidere se può essere mantenuto o scartato. Se contestato dalla maggioranza semplice dei voti allora deve essere revisionato e deve inviare il proprio parere e quelli dei parlamenti nazionali al Parlamento europeo e al Consiglio. Uno Stato membro può impugnare tale atto dinanzi alla Corte anche a nome del proprio parlamento nazionale o da una sua camera. Da più parti è stata osservata una diminuzione del numero delle proposte normative da parte della Commissione a seguito dell’introduzione del principio di sussidiarietà nell’ordinamento europeo, diminuendo così l’eccedenza legislativa.

Paragrafo 6 Il principio di proporzionalità Il secondo principio sul quale si fonda l’esercizio delle competenze dell’Unione è quello di proporzionalità. In virtù del principio di proporzionalità, il contenuto e la forma dell’azione dell’Unione si limitano a quanto necessario per il conseguimento degli obiettivi dei Trattati. Esso vincola l’Unione e gli Stati membri con la conseguenza che la sua violazione da parte di questi ultimi rappresenta una infrazione sottoponibile al giudizio della Corte di giustizia. Il principio di proporzionalità comporta una valutazione circa la congruità dei mezzi impiegati rispetto all’obiettivo perseguito e implica che tali mezzi devono essere limitati a quelli occorrenti per il raggiungimento dell’obiettivo in questione. A differenza del principio di sussidiarietà, quello di proporzionalità opera nell’intero campo di applicazione dei Trattati, ivi comprese le materie nelle quali l’Unione ha una competenza esclusiva. La Corte, premesso che la sanzione consistente nella perdita della cauzione deve considerarsi sostanzialmente proporzionata al grado d’inadempimento dell’obbligo, di importare dati prodotti, ha osservato che la disposizione in esame, stabiliva la stessa sanzione per l’inosservanza del termine fissato per fornire la prova dell’avvenuta importazione. Esso impone che non si vada al di là del necessario anche per quanto riguarda gli oneri amministrativi e finanziari derivanti dall’intervento dell’Unione. Il controllo della Corte di giustizia sul rispetto del principio di proporzionalità si atteggia in maniera differente a seconda della materia alla quale l’atto si riferisce e del grado di discrezionalità della quale gode l’Unione. Il controllo diventa particolarmente stretto in materia di diritti umani. Più ampia è la discrezionalità dell’Unione, in particolare del Sistema europeo di banche centrali, in materia di politica monetaria. La Corte applica il principio di proporzionalità anche in un significato più ampio, come implicante la necessità di rispettare l’equilibrio tra gli interessi dei diversi soggetti coinvolti da un determinato atto.

Paragrafo 7 Le situazioni puramente intere a singoli Stati membri Vi è un limite alla competenza dell’Unione europea nei confronti degli Stati membri, che risulta, sia pure non sempre in maniera del tutto limpida, dalla giurisprudenza della Corte. Ci riferiamo all’impossibilità giuridica da parte dell’Unione di intervenire in situazioni che siano puramente interne ad un singolo Stato membro. In numerosi settori del diritto dell’Unione quest’ultimo è tenuto ad intervenire solo in questioni transnazionali. È il caso delle quattro libertà nelle quali si concretizza lo stesso concetto di mercato interno: libertà di circolazione delle merci, delle persone, servizi e capitali. Vietare restrizione quantitative sull’esportazione. La Corte ha spesso applicato l’art 30 a normative tecniche di uno Stato membro concernenti la fabbricazione, la presentazione e l’etichettatura di date merci, qualora tali normative riguardassero le merci in questione, comprese quelle provenienti da Stati membri, e fosse riconoscibile un effetto restrittivo dell’import a danno di queste ultime merci. Ogni normativa commerciale degli Stati membri che possa ostacolare direttamente o indirettamente gli scambi intercomunitari va considerata come una misura di effetto equivalente a restrizioni quantitative. Quanto osservato riguardo alla esclusione dal diritto dell’UE di rapporti di lavoro puramente interni a uno Stato membro, non impedisce che le norme sulla libera circolazione siano applicabili a favore di un cittadino nei rapporti con il proprio Stato, ma a condizione che tale cittadino abbia esercitato il diritto di circolazione oppure che egli provenga da un altro Stato membro. La situazione cessa di essere interna e ricade nell’ambito dell’UE anche se sono i servizi a spostarsi. Da ciò, per concludere, non può dedursi nessuna regola generale perché è la stesso diritto UE che definisce i propri confini e può regolare situazioni interne. Va rilevato che è possibile che il diritto UE produca effetti su situazioni puramente interne. Le norme europee sulla libera circolazione

delle merci o delle persone vietano ad uno Stato membro di applicare date prescrizioni o restrizioni. Caso Buitoni farine di grano tenero, discriminazione a rovescio.

Paragrafo 8 Il principio di leale cooperazione Nei rapporti fra UE e Stati membri un importante ruolo è svolto dal principio di leale cooperazione. Gli Stati membri adottano ogni misura di carattere generale o particolare atta ad assicurare l’esecuzione degli obblighi derivanti dai Trattati ovvero conseguenti agli atti delle istituzioni dell’Unione. Gli Stati membri facilitano all’Unione l’adempimento dei suoi compiti e si astengono da qualsiasi misura che rischi di mettere in pericolo la realizzazione degli obiettivi dell’Unione. L’obbligo in questione, riferito a ciascuno Stato, si specifica con riguardo a tutti gli organi e le autorità pubbliche, siano essi legislativi, giudiziari o amministrativi e siano essi organi formalmente dello Stato oppure altri enti territoriali. Rientra nel principio: l’obbligo di tutela giurisdizionale dei singoli, l’obbligo da parte degli Stati di risarcire i danni provocati ai singoli, l’obbligo di interpretare il proprio diritto in maniera conforme al diritto dell’Unione, l’obbligo di sanzionare le violazioni del diritto dell’UE in termini analoghi rispetto a violazioni comparabili del diritto interno, l’obbligo di adottare i provvedimenti necessari per fronteggiare atti di privati che impediscano l’esercizio delle libertà garantite dal diritto dell’Unione, obbligo degli Stati al rispetto delle regole sulla concorrenza applicabili alle imprese, obbligo di cooperazione di polizia giudiziaria in materia penale. Ha trovato riscontro anche nel rapporto tra istituzioni europee (obbligo nel consultare il Parlamento).

Paragrafo 9 L’integrazione differenziata (o flessibile) I rapporti tra l’UE e gli Stati membri non sempre hanno il medesimo contenuto e la medesima portata. L’applicazione del diritto dell’Unione avviene spesso in maniera differenziata nei diversi Stati membri, nel senso, cioè, che tali Stati non sempre sono integralmente soggetti a tutta la normativa europea. Per questo Regno Unito e Danimarca non hanno adottato l’euro e sono diventati Stati membri con deroga. Regno Unito e Irlanda hanno posizioni diverse dall’UE per quanto riguarda spazio di libertà, sicurezza e giustizia. Il Protocollo 22 concede alla Danimarca una posizione analoga a quella del Regno unito e dell’Irlanda e prevede altre deroghe in materia di difesa. Un ulteriore caso di integrazione differenziata può determinarsi in materia di politica estera e di sicurezza comune. In tale materia la regola generale di votazione nel Consiglio è l’unanimità. Lo Stato che motiva la sua astensione con una dichiarazione formale può quindi sottrarsi agli obblighi derivanti dalla decisione del Consiglio, senza impedire che essa impegni l’Unione.

Paragrafo 10 Le cooperazioni rafforzate Il Trattato di Amsterdam del 1997 ha introdotto un meccanismo specifico per consentire forme di sviluppo flessibile o differenziato tra alcuni Stati membri all’interno dell’Unione europea, cioè consentendo di assumere obblighi più incisivi per quanto concerne la migliore realizzazione degli obiettivi europei, utilizzando le istituzioni, le procedure, gli atti dell’Unione. Si tratta della cooperazione rafforzata, sistema che lascia talvolta dei membri estrani a tale sviluppo o per mancanza di fondi o perché non sono disposti ad accelerare il passo. Le cooperazioni rafforzate contengono la disciplina generale, applicabile nell’intera gamma delle materie rientranti nelle competenze dell’Unione; ma talune varianti sono stabilite per la politica estera e di sicurezza comune. L’obiettivo delle cooperazioni rafforzate consiste nel consentire a un gruppo “più

avanzato” di Stati membri di impiegare le istituzioni e le procedure dell’Unione per far progredire l’integrazione europea. L’istituzione di una cooperazione rafforzata ha per conseguenza che, sebbene tutti gli Stati membri possono partecipare alle deliberazioni del Consiglio nella materia oggetto di tale cooperazione, solo quelli che partecipano alla cooperazione rafforzata possono votare sulle relative decisioni. Le regole di votazione sono adattate in corrispondenza al numero degli Stati membri partecipanti e l’unanimità è data dai soli memori del Consiglio partecipanti alla cooperazione rafforzata. I Trattati stabiliscono varie condizioni per l’instaurazione di una cooperazione rafforzata, la quale richiede un’apposita delibera di autorizzazione da parte delle competenti istituzioni europee. La proposta è presentata dalla Commissione al Consiglio su richiesta degli Stati membri interessati; ma la Commissione può rifiutare dando una motivazione. Sulla proposta della Commissione delibera il Consiglio, a maggioranza qualificata, previa approvazione del Parlamento europeo. La coop deve essere diretta a promuovere gli obiettivi dell’UE, a proteggere i suoi interessi e a rafforzare il processo d’integrazione e che sia aperta in qualsiasi istante a tutti gli Stati membri. Per l’instaurazione di una cooperazione rafforzata occorre che vi partecipino almeno nove Stati che non mettono in dubbio i principi UE e che rispettano le competenze, i diritti e gli obblighi degli Stati che non partecipano. Primo caso nel 2010 in materia di divorzio e separazione legale. Nell’ambito di una cooperazione rafforzata alcune norme “passerella” consentono il passaggio da votazioni unanimi a votazioni a maggioranza, e da procedure speciali a ordinarie. Una particolare forma di cooperazione rafforzata è prevista in materia di politica di sicurezza e di difesa comune, la quale implica l’impiego di mezzi militari. Si tratta della cooperazione strutturata permanente che può essere instaurata fra Stati membri che rispondono a criteri più elevati in termini di capacità militari. La procedura stabilisce che su richiesta degli Stati di instaurare una cooperazione strutturata permanente, delibera a maggioranza qualificata qualificata il Consiglio, previa consultazione dell’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza. Qualora uno Stato membro ritenga che un progetto di direttiva, da adottare con procedura legislativa ordinaria incida su aspetti fondamentali del proprio ordinamento giuridico, può chiedere se il Consiglio europeo sia investito della questione, con sospensione della procedura legislativa. Se in seno al Consiglio europeo si verifica un disaccordo tra gli Stati membri e almeno nove desiderano instaurare una cooperazione rafforzata sulla base del progetto di direttiva in questione, essa è concessa automaticamente.

Capitolo 4 Paragrafo 1 L’attribuzione della cittadinanza europea Tra le significative novità del Trattato di Maastricht vi fu l’istituzione della cittadinanza europea, consistente in un nuovo status giuridico del quale è titolare chiunque abbia la cittadinanza di un Paese membro dell’Unione. È istituita una cittadinanza dell’Unione. È cittadino dell’Unione chiunque abbia la cittadinanza di uno Stato membro. La cittadinanza dell’Unione si aggiunge alla cittadinanza nazionale e non sostituisce quest’ultima. Essa rappresenta un arricchimento della cittadinanza nazionale, che, senza in alcun modo sostituire quest’ultima, la potenzia mediante una serie di diritti. Gli Stati membri sono liberi, in principio, di determinare anche l’acquisto o la perdita della cittadinanza europea. Così, nella sentenza Manjit Kaur, la Corte ha riconosciuto le diverse

categorie di cittadini del Regno Unito previste dalla legge di tale Stato e poiché la signora Kaur rientrava nella categoria dei British overseas citizens, i quali non hanno il diritto di ingresso né di soggiorno nel Regno Unito, la Corte, rinviando alla legislazione britannica, ha negato alla stessa Kaur il diritto di entrare in UK. Per quanto concerne l’impossibilità di ciascuno Stato membro di sindacare l’attribuzione della cittadinanza ad opera di un altro Stato membro è da ricordare la sentenza Micheletti. In questo caso la Corte ha respinto la posizione della Spagna, la quale negava che una persona, provvista di doppia cittadinanza argentina e italiana, potesse considerarsi italiana (ed esercitare il proprio diritto di stabilimento in Spagna) poiché, per la legge spagnola, in caso di doppia cittadina deve prevalere quella corrispondente alla residenza abituale dell’interessato che era l’Argentina. La corte ha ritenuto inammissibile il riconoscimento dei diritti di cittadino comunitario specificando che non spetta ad uno Stato membro limitare gli effetti dell’attribuzione della cittadinanza di un altro Stato membro. Questa sentenza limita i poteri degli Stati membri sul riconoscimento della cittadinanza poiché intacca le libertà fondamentali dei Trattati. Una legge di uno Stato membro che disponesse la perdita della propria cittadinanza per ragioni razziali non sarebbe riconoscibile a libello europeo e l’interessato continuerebbe a godere dello status di cittadino dell’Unione. Altro intervento della Corte c’è sul caso Rottmann: un uomo, già cittadino austriaco, naturalizzato tedesco, al quale le autorità tedesche avevano successivamente revocato la naturalizzazione, a causa della condotta fraudolenta di tale persona, che aveva così perduto anche la cittadinanza dell’Unione. La Corte ha ritenuto conforme a tale diritto la revoca della concessione della cittadinanza a motivo della frode commessa dall’interessato nell’ambito della procedura di acquisizione della cittadinanza. Tuttavia, in considerazione dell’importanza che il diritto dell’Unione annette allo status di cittadino dell’Unione, la Corte ha affermato che, ai fini della conformità di tale revoca con il diritto dell’Unione, è necessario verificare che la decisione di revoca rispetti il principio di proporzionalità, per quanto riguarda le conseguenze sulla situazione.

Paragrafo 2 Lo status di cittadino europeo: il diritto di libera circolazione e di soggiorno La cittadinanza dell’Unione non consiste in un vincolo giuridico-politico ma si risolve in un catalogo di specifici diritti esercitabili nei confronti degli Stati membri da persone fisiche o giuridiche che hanno la cittadinanza in uno degli Stati membri. L’individuo, infatti, non viene più in rilievo solo come soggetto economicamente attivo, ma tende a porsi come soggetto politico, partecipe e consapevole protagonista dell’integrazione europea. La Corte ha affermato che lo status di cittadino dell’Unione può essere invocato anche nei confronti del proprio Stato di appartenenza e che la condizione statica non influisce. Il primo diritto di cui è titolare ogni cittadino UE è quello di libera circolazione e soggiorno nel territorio degli Stati membri. Gli Stati possono limitare tale libertà adottando anche provvedimenti di allontanamento per motivi di ordine pubblico. La Corte ha sottolineato che per garantire il diritto di soggiorno alla bimba, cittadina dell’Unione, tale diritto va riconosciuto anche alla mamma cinese. (caso Chen).

Paragrafo 3 Il diritto di elettorato alle elezioni amministrative e del Parlamento europeo L’art 22 TFUE contempla il diritto di elettorato attivo o passivo, un diritto avente natura squisitamente politica e tipica dello status di cittadino. Il par 1 conferisce un diritto di elettorato attivo e passivo ad ogni cittadino europeo nelle elezioni comunali del Paese di residenza. Il diritto di elettorato attivo e passivo al Parlamento europeo, previsto dal par. 2, si colloca invece propriamente nell’ottica della partecipazione del cittadino europeo alla vita politica dell’Unione. In base a detta norma ogni cittadino può votare al Parlamento

europeo nel Paese di residenza in tale Paese candidarsi alla carica di parlamentare europeo. Il diritto di elettorato appare, quindi, una prerogativa non esclusiva dei cittadini europea. Caso Antille olandesi. La Corte ha ribadito che la determinazione dei titolari di tale diritto rientra nella competenza di ciascuno Stato membro, nel rispetto del diritto dell’Unione; pertanto sarebbe legittimo escludere dal voto al Parlamento europeo propri cittadini residenti in tali territori. Però la Corte ha concluso che la legislazione olandese, negando il diritto di voto ai propri cittadini residenti nelle Antille e riconoscendolo, invece, a cittadini residenti in un Paese terzo, violava il principio di parità di trattamento, il quale fa parte dei principi generali del diritto dell’Unione.

Paragrafo 4 Il diritto di petizione L’art. 24 del TFUE attribuisce al cittadino europeo alcuni diritti che lo avvicinano alle istituzioni europee e ai loro processi decisionali. Dall’ampia prassi in materia si desume che la petizione può avere un contenuto alquanto vario, da richieste di informazioni sulla posizione del Parlamento europeo in merito a date questioni, a suggerimenti relativi alle politiche dell’Unione o alla soluzione di specifici problemi, alla proposizione all’attenzione del Parlamento di questioni di attualità, sino a veri e propri reclami contro asserite violazioni dei diritti del petizionario. Non di rado le petizioni si riferiscono a comportamenti degli Stati di cui si lamenta la contrarietà al diritto dell’Unione. L’art. 227 subordina la presentazione di una petizione alla condizione che la materia oggetto della petizione concerna direttamente l’autore della stessa. Considerato lo scopo della petizione, di sollecitare l’attenzione del Parlamento europeo e sue eventuali iniziative, tale condizione non può essere intesa in senso rigidamente formale, quale necessità che il petizionario sia titolare di un diritto che possa subire un pregiudizio come coinvolgimento del petizionario nella materia in questione anche in quanto consumatore o professionista. Per l’esame delle petizione è istituto una commissione permanente del Parlamento europeo, detta appunto Commissione per le petizioni. Essa può organizzare anche una missione d’informazione nello Stato membro o nella regione cui la petizione si riferisce. La Commissione per le petizioni può decidere di elaborare relazioni o di pronunciarsi in altro modo, previo parere di un’altra commissione parlamentare, in particolare qualora la petizione abbia per oggetto una modifica delle disposizioni legislative in vigore. Il Parlamento europeo, su proposta della Commissione per le petizioni, può adottare risoluzioni, può formulare interrogazioni alla Commissione europea e al Consiglio; come pure può tentare di raggiungere un regolamento amichevole con lo Stato cui la petizione imputi una violazione del diritto dell’Unione. In quest’ultimo caso, ove non si pervenga ad un regolamento amichevole, si apre la possibilità di una procedura d’infrazione su iniziativa della Commissione europea.

Paragrafo 5 La denuncia al Mediatore europeo e gli altri diritti del cittadino europeo Allo scopo di avvicinare il cittadino alle istituzioni europee risponde anche l’istituto del Mediatore. Il Mediatore è un organo individuale, istituito a Maastricht nel 1992, con il compito di promuovere la buona amministrazione nell’Unione intervenendo per riparare i casi di cattiva amministrazione. Egli è nominato dal Parlamento europeo dopo ogni elezione dello stesso Parlamento per la durata della legislatura e il suo mandato è rinnovabile. Il Mediatore non può essere considerato come un organo del Parlamento. Il Mediatore esercita le sue funzioni in piena indipendenza. L’indipendenza del Mediatore, anche nei riguardi del Parlamento europeo, è confermata dall’osservazione che lo stesso Parlamento non può revocare la nomina del Mediatore, ma solo chiedere alla Corte di giustizia di dichiararlo dimissionario qualora non risponda più alle condizioni necessarie all’esercizio delle sue funzioni. Un Mediatore europeo è abilitato a ricevere le denunce di qualsiasi cittadino dell’Unione o di qualsiasi

persona fisica o giuridica che risieda o abbia la sede sociale in un Stato membro, e riguardanti casi di cattiva amministrazione nell’azione delle istituzioni, degli organi o degli organismi dell’Unione, salvo la Corte di giustizia nell’Unione nell’esercizio delle sue funzioni giurisdizionali. Il Mediatore procede alle indagini che ritiene giustificate, tranne quando i fatti in questione formino o abbiano formato oggetto di una procedura giudiziaria. Qualora il Mediatore constati un casi di cattiva amministrazione, egli ne investe l’istituzione interessata, che dispone di tre mesi per comunicargli il suo parere. Il Mediatore trasmette poi una relazione al Parlamento europeo e all’istituzione, all’organo e all’organismo interessati. La persona che ha sporto denuncia viene informata dei risultati dell’indagine. Va osservato che la possibilità di sporgere denuncia al Mediatore non è prerogativa esclusiva del cittadino ma di ogni persona residente o avente la sede sociale in uno Stato membro; si pone nella prospettiva dei diritti umani fondamentali. Il Mediatore può attivarsi anche d’ufficio o su denuncia presentata da un membro del Parlamento europeo. Oggetto della denuncia non può essere un comportamento imputabile ad uno Stato membro. Si desume che l’attività del Mediatore è preclusa anche quando sia in atto una procedura giudiziaria all’interno di uno Stato membro in merito ai fatti oggetto della denuncia. Si esclude un intervento del Mediatore sull’attività normativa dell’Unione. La cattiva amministrazione comprende ipotesi di illegittimità, nelle quali tale azione sia posta in violazione di diritto, ma pure i casi di cattiva amministrazione impropria che siano in contrasto con i criteri di trasparenza, di opportunità. di efficacia, di correttezza, di equità, ecc. Il compito del Mediatore consiste nel cerca di riparare l’eventuale torto subito dal denunziante e di risolvere il problema generale della denuncia. Il mediatore oltre a condurre un’indagine, in collaborazione con i rispettivi ordini, svolge un’attività conciliativa con l’istituzione, organo o organismo. Se ciò non risulta essere possibile, elabora una relazione con progetti di raccomandazioni e l’invia all’istituzione e al denunciante. Il Mediatore non si esprime mai con atti giuridicamente obbligatori. Ulteriori diritti del cittadino consistono nella facoltà di scrivere alle istituzioni, agli organi o agli organismi europei, nonché al Mediatore europeo e il diritto di accesso ai documenti delle istituzioni.

Paragrafo 6 La tutela diplomatica e consolare all’estero L’art. 23 TFUE attribuisce una proiezione esterna alla cittadinanza dell’Unione, dichiarando: ogni cittadino gode, nel territorio di un Paese terzo nel quale lo Stato membro di cui ha la cittadinanza non è rappresentato, della tutela da parte delle autorità diplomatiche e consolari di qualsiasi Stato membro, alle stesse condizioni dei cittadini di detto Stato. La tutela presso qualsiasi rappresentanza diplomatica o consolare di uno Stato membro è concessa se il cittadino dell’Unione si trovi in uno Stato terzo nel quale non vi è né rappresentanza permane accessibile, né console onorario accessibile e competente del suo Stato. I casi di tutela comprendono il decesso, l’incidente o la malattia grave, l’arresto o la detenzione, l’essere vittima di atti di violenza, l’aiuto e il rimpatrio in situazioni di difficoltà. Le condizioni di una preventiva autorizzazione alla spesa da parte dello Stato di cittadinanza e un impegno al rimborso dell’interessato contribuiscono a mettere in luce la modestia dell’istituto in esame e a riconoscere a esso un significato essenzialmente simbolico. La direttiva prevede un ruolo di assistenza, coordinamento, fornitura di sostegno logistico anche per delegazioni dell’Unione nei paesi terzi, sempre in assenza di rappresentanza dello Stato membro del cittadino.

Capitolo 5 Paragrafo 1 Quadro generale delle istituzioni e degli organi L’Unione europea dispone di un’ampia e articolata struttura organizzativa la cui azione è diretta a perseguire i suoi obiettivi. Alcuni organi di fondamentale importanza sono definiti istituzioni e sono: il Parlamento europeo (rappresentativa dei cittadini dell’UE), il Consiglio europeo, il Consiglio (rappresentativa dei governi degli Stati), la Commissione europea (rappresentativa dell’interesse unitario dell’UE), la Corte di giustizia dell’Unione europea, la Banca centrale europea, la Corte dei conti. Vale la pena di ricordare che i loro rapporti, per un verso, devono corrispondere a quel principio di leale collaborazione che, stabilito originariamente nelle relazioni tra gli Stati membri e la Comunità, è esteso dalla Corte di giustizia anche ai rapporti tra le istituzioni e infine, devono conformarsi al riparto di competenze tra le stesse istituzioni stabilito dalle disposizioni dei Trattati, dal quale emerge un principio di equilibrio istituzionale. Il principio dell’equilibrio istituzionale ha un piena valenza sul piano giuridico. Vi possono essere anche accordi interistituzionali come quello tra la Commissione e il Parlamento del 2010, quello tra Parlamento, Consiglio e Commissione sulla disciplina di bilancio del 2013. Le altre istituzioni si caratterizzano per la piena indipendenza, trattandosi di istituzioni giudiziarie, la Corte di giustizia, dell’autorità monetaria, la Banca centrale europea, di controllo dei conti, la Corte dei conti. Altri organi con funzioni consultive su materie specifiche sono previste dai Trattati: Comitato in materia di trasporti, Comitato per l’occupazione, Comitato economico e finanziario, Mediatore europeo. Ulteriori organismi: Agenzia europea dell’ambiente, Agenzia europea per i medicinali, Fondazione europea per la formazione professionale, Centro di traduzione degli organismi dell’UE, ecc.

Paragrafo 2 Il Parlamanto europeo È l’istituzione rappresentativa dei cittadini dell’UE. Il numero dei parlamentari è variato molte volte, in corrispondenza degli ampliamenti degli Stati membri. Il TUE non stabilisce un numero fisso per ciascun paese ma sono un numero massimo dell’intero Parlamento, 750 più il presidente. Inoltre per ogni Stato membro garantisce una soglia minima di sei parlamentari e fissa un numero massimo di novantasei. Il numero dei componenti del Parlamento europeo e la loro assegnazione a ciascuno Stato sono stabiliti dal Consiglio europeo con una decisione votata all’unanimità, su iniziativa del Parlamento europeo e con la sua approvazione. L’attuale legislatura 2014-2019, il Consiglio europeo ha stabilito la composizione del Parlamento europeo in 751 membri e la ripartizione tra gli Stati membri. Il numero più alto ce l’ha la Germania (96), 74 alla Francia, 73 Italia e del Regno unito, scendendo ai 6 di Estonia, Cipro, Lussemburgo e Malta. La rappresentanza dei cittadini è garantita in modo degressivamente proporzionale. Il criterio regressivamente proporzionale comporta che il numero dei parlamentari di tali Stati non è in rapporto diretto con il numero dei cittadini di ognuno di essi, ma anzi che, mano a mano che la popolazione si riduce, il criterio proporzionale opera in maniera meno decisiva; così che, in definitiva, gli Stati demograficamente maggiori hanno un numero di parlamentari inferiore a quello che spetterebbe in base a un rigido rapporto proporzionale fra tali parlamentari e la loro popolazione e gli Stati con una più ridotta popolazione hanno un numero di parlamentari più elevato di quello risultante da tale rapporto proporzionale. I parlamentari nel Parlamento si aggregano secondo affinità politiche, non secondo la propria cittadinanza. Ogni Stato membro è configurato come un vasto collegio elettorale

ai fini della determinazione del numero dei parlamentari da eleggersi in esso. La circostanza che i parlamentari rappresentino i cittadini dell’Unione nel loro complesso rende il Parlamento un’istituzione squisitamente sopranazionale. In origine i componenti del Parlamento europeo erano eletti dai parlamento nazionali tra i propri componenti. I parlamentari europei erano designati mediante un’elezione di secondo grado. L’adozione di una procedura elettorale uniforme in tutti gli Stati membri, o quanto meno di principi comuni a tali Stati è quindi condizionata a un procedimento alquanto complesso, che richiede, una deliberazione unanime del Consiglio e la successiva approvazione da parte degli Stati membri in base alle rispettive disposizioni costituzionali. L’approvazione della norma equivarrebbe a un atto di ratifica. Sinora non si è riusciti ad adottare una procedura elettorale uniforme, ma solo principi comuni. I membri del Parlamento europeo non possono essere ricercati, detenuti o perseguiti a motivo delle opinioni o dei voti espressi nell’esercizio delle loro funzioni. La Corte ha precisato che, per beneficiare dell’immunità per le opinioni espresse, è necessario che sussista un nesso, diretto e che si imponga con evidenza, tra l’opinione espressa e le funzioni parlamentari. Per quanto riguarda i gruppi, non possono costituirsi su base nazionale, essendo necessario che i componenti provengano da almeno un quarto degli Stati membri, e prescrive la loro formazione esclusivamente in ragione dell’affinità politica. Se la consistenza numerica di un gruppo scende al di sotto della soglia prescritta (25), il gruppo può essere autorizzato fino alla seduta successiva del Parlamento purché rappresenti almeno un quinto degli Stati membri ed esista da più di un anno. Non è ammessa la costituzione di gruppi misti, per cui i deputati che non appartengono ad un gruppo politico restano non iscritti ad alcun gruppo il che implica l’esclusione da alcune prerogative che sono riservate ai gruppi. L’articolazione del Parlamento europeo in gruppi politici tra parlamentari provenienti da un certo numero di Stati membri mette in luce il carattere sopranazionale di tale istituzione e consente di configurarla come rappresentativa dei cittadini europei, aggregati nelle loro componenti politiche, non nazionali. La caratterizzazione in senso politico del Parlamento europeo e il crescente coinvolgimento del cittadino europeo nel processo di integrazione risulta anche dall’art. 10 e riconosce i partiti politici europei quali soggetti politici transnazionali, elemento di democratizzazione della vita dell’UE.

Paragrafo 3 L’organizzazione e il funzionamento del Parlamento europeo Per quanto riguarda l’organizzazione e il funzionamento del Parlamento europeo notiamo che, esso elegge tra i suoi membri il Presidente e l’Ufficio di Presidenza. Il Parlamento elegge, inoltre, quattordici vicepresidenti e cinque questori. Essi durano in carica due anni e mezzo cioè la metà della durata del Parlamento. Il Presidente, i vicepresidenti e, a titolo consultivo, i questori compongono l’Ufficio di Presidenza. Le modalità di elezione e le loro competenze sono disciplinate nel regolamento interno. Ulteriori organi del Parlamento sono la Conferenza dei presidenti, formata dal Presidente del Parlamento e dai presidenti dei gruppi politici, e la Conferenza dei presidenti di commissione, composta dai presidenti di tutte le commissioni permanenti e sociali. Il Parlamento è organizzato in commissioni, permanenti o speciali. Le prime hanno il compito preparatorio, istruttorio e consultivo rispetto alle tematiche sulle quali dovrà deliberare il Parlamento e si esprime con risoluzioni, pareri, raccomandazioni. Fra tali commissioni vi è quella per le petizioni. Le commissioni speciali sono costituite per una ragione specifica e non possono durare più di 12 mesi. L’attività della commissione di inchiesta si conclude con la consegna della sua relazione al Parlamento europeo e ha il compito di analizzare le denunce di infrazione o di cattiva amministrazione nell’applicazione del diritto dell’UE. Il Parlamento europeo tiene

una sessione annuale e si riunisce di diritto il secondo martedì del mese di marzo. Per quanto riguarda la sede, è stata fissata con una soluzione di compromesso dai governi degli Stati membri a Bruxelles; il Segretario generale del Parlamento europeo e i suoi servizi restano a Lussemburgo. Salvo contrarie disposizioni dei Trattati, il Parlamento europeo delibera a maggioranza dei suffragi espressi. Il regolamento interno fissa il numero legale. Quest’ultimo è dato da un terzo dei componenti, ma le votazioni sono valide qualunque sia il numero dei votanti a meno che, all’atto della votazione, il Presidente, su preventiva richiesta di almeno quaranta deputati, constati l’assenza del numero legale. Però possono ricorrere a diverse maggioranze su specifiche materie. Nella procedura di una violazione grave e persistente il Parlamento vota alla maggioranza dei due terzi; maggioranze aggravate sono previste per l’ammissione di nuovi membri, nonché per alcune delibere relative alla procedura legislativa ordinaria.

Paragrafo 4 Le funzioni e i poteri del Parlamento europeo In merito alle funzioni e ai poteri del Parlamento europeo va ricordato che esso aveva in origine poteri molto modesti. In particolare, malgrado la sua denominazione, il Parlamento non aveva alcuna funzione legislativa ma formulava pareri sulle proposte di atti presentate dalla Commissione e sul quale poteva decidere solo il Consiglio. Questo costituiva un deficit democratico. Ora il Parlamento ha un potere legislativo e ciò si è realizzato mediante l’istituzione della procedura di “codecisione” che conferisce al Parlamento una posizione paritaria con il Consiglio. La procedura legislativa ordinaria consiste nell’adozione congiunta di un regolamento, di una direttiva o di una decisione da parte del Parlamento europeo e del Consiglio su proposta della Commissione. Come i vedrà il Parlamento svolge importanti funzioni in materia di bilancio. Funzione legislativa e di bilancio. Il ruolo del Parlamento nella funzione legislativa e nell’adozione degli atti può essere compiutamente intero solo nel contesto dei processi interistituzionali. Con riferimento ai procedimenti di adozione di atti dell’Unione, va osservato sin d’ora che un’ulteriore carenza di democrazia emerge dall’inesistenza di un potere di iniziativa, né da parte del Parlamento, né tantomeno dai deputati. Il potere di iniziativa appartiene esclusivamente alla Commissione. Una richiesta del Parlamento è subordinata a una maggioranza particolarmente elevata, essendo calcolata sull’intera composizione dello stesso. Ciò da un lato rende non agevole la formulazione della richiesta, dall’altro ne rafforza il peso politico. Significativi sono i poteri di controllo del Parlamento nei riguardi delle altre istituzioni europee. Effettua una relazione annuale sulla Commissione. Attraverso tale esame il Parlamento europeo è messo in grado di analizzare e di valutare non solo l’operato della Commissione, ma di tutte le istituzioni e gli organi dell’Unione. Si noti che, in ogni caso, l’esame del Parlamento avviene a posteriori; ciò può condurre il Parlamento ad una valutazione politica che, per quanto concerne l’attività della Commissione, può essere la premessa per una mozione di censura. Uno strumento penetrante di controllo politico sulla Commissione è rappresentato dalle interrogazioni orali. Il mezzo di controllo più incisivo di controllo del Parlamento europeo sulla Commissione è costituito dalla mozione di censura, con la quale il Parlamento ha il potere di provocare le dimissioni della Commissione, analogamente alla mozione di sfiducia mediante la quale un parlamento nazionale, come in Italia, può determinare la caduta del governo. Tale potere esprime un vero e proprio rapporto di fiducia politica tra le due istituzioni, poiché la permanenza n carica della Commissione presuppone la sussistenza dalla fiducia del Parlamento: venuta meno questa la Commissione deve cessare le sue funzioni. La mozione di censura deve essere approvata a maggioranza di due terzi dei voti espressi e a

maggioranza dei membri che compongono il Parlamento europeo. L’approvazione della mozione di censura comporta le dimissioni collettive dei membri della Commissione. Non è ammessa la censura contro i singoli commissari. La “caduta” della Commissione implica la nomina di una nuova Commissione, il cui mandato p limitato alla restante durata del mandato di quella censurata. La mozione di censura, non è mai stata approvata. Una volta fu votata ma non raggiunse la maggioranza, nel 1999 contro Jacques Santer per illeciti quando era presidente di Lussemburgo. Il Parlamento controlla anche gli istituti di petizione, inchiesta e Mediatore. Il Parlamento partecipa alla formazione di altre istituzioni o organi, come la Corte dei conti e il Comitato esecutivo BCE. Però ha una posizione marginale nel settore della politica estera e di sicurezza comune nonostante le implicazioni militari della materia. In materia i suoi compiti sono: essere consultato dall’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e di difesa comune, rivolgere interrogazioni e raccomandazioni al Consiglio e all’Altro rappresentante. Escluso dai processi decisionali. L’emarginazione da questo processo è preoccupante per la pace internazionale.

Paragrafo 5 Il Consiglio europeo: composizione e funzionamento. Il Presidente del Consiglio europeo Il Consiglio europeo è nato nella prassi della diplomazia intergovernativa al fine di affrontare problemi e di assumere importanti decisioni politiche sul cammino dell’integrazione europea. Con il Vertice di Parigi del 1974 espressero la loro decisione di riunirsi, accompagnati dai ministri degli esteri, tre volte all’anno e ogni volta che fosse necessario come Consiglio delle Comunità e a titolo di cooperazione politica, in modo da assicurare lo sviluppo e la coesione generale delle attività delle Comunità e dei lavori relativi alla cooperazione politica. Con Maastricht il Consiglio è stato formalmente inserito nell’Unione europea e, con il Trattato di Lisbona esso ha ricevuto la qualifica di istituzione. Malgrado l’inserimento del Consiglio europeo nel quadro istituzionale, non viene meno la sua natura fortemente caratterizzata in senso intergovernativo. Il Consiglio europeo, si colloca al vertice della struttura istituzionale dell’Unione, in quanto le grandi decisioni relative agli sviluppi dell’integrazione europea sono assunte al livello di tale Consiglio e sono poi attuate dalle altre istituzioni. Il Consiglio europeo è composto dai Capi di Stato o di governo degli Stati membri, dal suo Presidente della Commissione. L’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza partecipa ai lavori. Una delle novità più significative di Lisbona consiste nell’istituzione della figura del Presidente del Consiglio europeo. Si tratta di un organo individuale, che non può esercitare alcun mandato nazionale, eletto dal Consiglio europeo a maggioranza qualificata per un mandato di due anni e mezzo, rinnovabile una sola volta. Con la stessa procedura il Consiglio europeo può porre fine al mandato del Presidente in caso di impedimento o colpa grave. I compiti del Presidente del Consiglio sono: presiede e anima i lavori del Consiglio europeo; assicura la preparazione e la continuità dei lavori del Consiglio, in cooperazione con il Presidente della Commissione e in base ai lavori del Consiglio “Affari generali”; si adopera per facilitare la coesione e il consenso in seno al Consiglio europeo; presenta al Parlamento europeo una relazione dopo ciascuna delle riunioni del Consiglio europeo. Il Presidente del Consiglio assicura al suo livello e in tale veste, la rappresentanza esterna dell’Unione per le materie relative alla politica estera e di sicurezza comune, fatte salve le attribuzioni dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza.

Il Consigli si riunisce due volte a semestre su convocazione del Presidente; quest’ultimo, se la situazione lo richiede, convoca una riunione straordinaria. Voto tramite consensus, permette di riprodurre in un testo l’intesa raggiunta dai partecipanti, ma anche di registrare eventuali posizioni differenziate sui punti all’ordine del giorno. Nei Trattati sono contemplate diverse regole di votazione a seconda dei casi.

Paragrafo 6 Le funzioni del Consiglio europeo Riguardo alle funzioni del Consiglio europeo, oltre a quelle concernenti la formazione di altre istituzioni o organi e le modifiche ai Tratti Il Consiglio europeo dà all’Unione gli impulsi necessari al suo sviluppo e ne definisce gli orientamenti e le priorità politiche generali e non esercita poteri legislativi. Atti del Consiglio europeo non possono avere efficacia giuridica ma solo politica. Il Consiglio europeo svolge un ruolo di primo piano nell’azione esterna dell’Unione e nell’ambito della politica estera e di sicurezza comune che ne costituisce parte integrante e che assicura che l’Unione disponga di una capacità operativa con mezzi civili e militari. L’oggetto delle decisioni in parola può essere di carattere geografico o tematico. Dalla parte finale della norma si desume che esse obbligano sia l’Unione, sia gli Stati membri a mettere a disposizione i mezzi necessari. La politica estera e di sicurezza comune è affidata all’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza e al Consiglio europeo è affidato il compito di definire la politica di difesa comune. L’atto del Consiglio europeo è una raccomandazione non vincolante. Quando un membro del Consiglio dichiara che , per specificati e vitali motivi di politica nazionale, intende opporsi all’adozione della decisione a maggioranza. In questo caso, dopo che l’Alto rappresentante abbia inutilmente cerca di raggiungere una soluzione accettabile per lo Stato in questione, il Consiglio, a maggioranza qualificata, può affidare il caso al Consiglio europeo. Va ricordato che il Consiglio europeo può stabilire, all’unanimità, ulteriori ipotesi di votazione a maggioranza qualificata da parte del Consiglio in materia di politica estera e sicurezza comune con esclusione delle decisioni aventi implicazioni nel settore militare o della difesa. Con Lisbona è stata prevista la possibilità di impugnare dinanzi alla Corte atti del Consiglio europeo purché destinati a produrre effetti giuridici nei confronti di terzi.

Paragrafo 7 Il Consiglio Il Consiglio è un organo tipicamente intergovernativo; esso è composto, dagli Stati membri rappresentati dai rispettivi esecutivi. Il Consiglio è composto da un rappresentante di ciascuno Stato membro a livello ministeriale, abilitato a impegnare il governo dello Stato membro che rappresenta e ad esercitare il diritto di voto. Mentre il Parlamento esprime gli interesse dei cittadini europei, il Consiglio esprime gli interessi particolari dei singoli Stati membri, interessi che raggiungono la loro sintesi e il loro compromesso negli atti adottati dal Consiglio. Ogni Stato deve essere rappresentato a livello ministeriale con una persona abilitata a impegnare il governo di detto Stato e a votare. La composizione del Consiglio è variabile, poiché esso è formato dai ministri competenti in corrispondenza agli argomenti di volta in volta posti al suo ordine del giorno. Sono previste due formazioni di Consiglio, quello “Affari generali” e quello “Affari esteri”. Il primo assicura la coerenza dei lavori delle varie formazioni del Consiglio. Esso prepara le riunioni del Consiglio europeo e ne assicura il seguito in collegamento con il Presidente del Consiglio europeo e la Commissione. Quello affari esteri elabora l’azione dell’Unione secondo le linee strategiche definite dal Consiglio europeo e assicura la coerenza dell’azione dell’Unione. Il Presidente del Consiglio è eletto secondo rotazione paritaria cioè assicurando ad ogni Stato la presidenza, a rotazione, per 6 mesi. A volte, la troika, vi è a capo un gruppo di tre Stati per 18 mesi. La presidenza del Consiglio Affari esteri spetta a un organo individuale, all’Alto

rappresentante per la politica di sicurezza e la difesa comune nominato dal Consiglio europeo a maggioranza qualificata. Il Consiglio si riunisce su convocazione del Presidente. Sede a Bruxelles, aprile-giugno-ottobre Lussemburgo.

Capitolo 6 Paragrafo 1 Il finanziamento dell’Unione europea Le tre istituzioni politiche, Parlamento , Consiglio e Commissione, interagiscono molteplici materie. Per quanto riguarda il bilancio la materia è regolata dal regolamento finanziario e da accordi interistituzionali fra le 3 suddette istituzioni. Entrate e spese devono risultare in pareggio. Il bilancio è finanziato integralmente tramite risorse proprie. Il sistema tende a rendere l’Unione indipendente dagli Stati membri, nella consapevolezza che nelle organizzazioni internazionali le cui entrate dipendono dai contributi degli Stati membri, la mancata erogazione degli stessi contributi può determinare crisi esiziali. Le decisioni sulle entrate dell’Unione, richiedono anzitutto l’unanimità degli Stati membri nel Consiglio. Inoltre il Consiglio adotta una decisione, ma la sua efficacia è subordinata agli Stati membri. Ruolo marginale del Parlamento nella determinazione delle entrate. Entrate: Trattenute sulle retribuzione dei dipendenti dell’Unione, le ammende alle imprese, o le somme forfettarie o penalità dovute da Stati, ecc. Risorse proprie: premi, importi supplementari o compensativi, importi o elementi aggiuntivi, dazi della tariffa doganale comune; aliquota uniforme sull’IVA; aliquota del reddito nazionale lordo degli Stati. La riscossione è effettuata daglI Stati membri.

Paragrafo 3 L’approvazione e l’esecuzione del bilancio L’approvazione del bilancio è disciplinata dall’articolo 314. Le determinazioni del bilancio annuale sono così subordinate alle decisioni assunte nel quadro finanziario pluriennale. L’approvazione del bilancio annuale, che avviene ad opera del Parlamento europeo e del Consiglio secondo una procedura legislativa speciale, si svolge secondo il seguente procedimento. Entro il primo luglio di ciascun anno, ogni istituzione elabora uno stato di previsione delle spese per il successivo anno finanziario. La Commissione raggruppa tali previsioni in un progetto di bilancio, comprendente una previsione delle entrate e delle spese. Tale progetto viene proposto entro il primo di Settembre al Parlamento europeo e al Consiglio. Il primo esame del progetto è fatto dal Consiglio che entro il primo ottobre, comunica la sua posizione al Parlamento. Entro i successivi 42 giorni il Parlamento può approvare la posizione del Consiglio e quindi il bilancio. In caso contrario, se non venissero soddisfatti i 42 giorni, il Parlamento elaborerebbe degli emendamenti per completare il progetto. Il progetto è trasmesso al Consiglio che, entro 10 gg, può approvare gli emendamenti. In caso contrare si apre una fase di conciliazione tra le tre istituzioni per trovare un punto di incontro entro 21 giorni. Se si trova allora entro 14 giorni si deve approvare il progetto di bilancio, se non si trova un accordo il bilancio è bocciato e la Commissione deve presentarne uno nuovo. A bilancio approvato, il Presidente lo annuncia. La delibera del Parlamento è chiamata decisione di scarico; essa esprime l’approvazione dell’operato della Commissione. Rifiutare la decisione di scarico ha molta rilevanza politica e può indurre a dimettersi o provocare una successiva mozione di censura.

Paragrafo 4 L’adozione degli atti dell’Unione europea Il secondo procedimento interistituzionale è quello relativo all’adozione degli atti dell’Unione. I Trattati prevedono una pluralità di procedimenti decisionali, in ciascuno dei quali può variare il ruolo delle istituzioni, in particolare quello del Parlamento e del Consiglio. E’ quindi ogni singolo articolo a regolare ogni procedura, anche a volte escludendo il Parlamento. La possibilità di adottare atti di attuazione con una procedura semplificata rispetto a quella prescritta dalla norma del Trattato per l’atto di base è stata riaffermata sia per i regolamenti che per le direttive, volti ad attuare, rispettivamente, un regolamento o una direttiva di base. Peraltro l’esercizio della funzione legislativa è subordinato a una proposta formalmente presentata dal Commissione, che partecipa alla funzione legislativa. La procedura legislativa ordinaria consiste nell’adozione congiunta di un regolamento, di una direttiva o di una decisione da parte del Parlamento europeo e del Consiglio su proposta della Commissione. Nella larga maggioranza dei casi in queste procedure speciali, infatti, il Consiglio riprende una posizione prioritaria sul Parlamento europeo, il quale partecipa all’adozione dell’atto del Consiglio con i suo parere o con una approvazione. Ma alla luce dei “casi specifici previsti dai Trattati”, risulta evidente uno sbilanciamento di poteri a favore del Consiglio, con riduzione di quelli del Parlamento europeo. Il Parlamento non ha nessuna forma di partecipazione nell’ambito di materie come l’attuazione del mercato interno, adozione di misure in materia di agricoltura e pesca, la determinazione di categorie di aiuti compatibili con il mercato interno. In alcuni casi l’atto è adottato da istituzione secondo procedure particolari. L’art 132 attribuisce alla Banca centrare europea, i potere di emanare regolamenti e decisioni. Un’altra riguarda una procedura in materia di politica sociale attuata da Consiglio e Commissione (NO Parlamento) con i firmatari della parti coinvolte (datori di lavoro e sindacati).

Paragrafo 5 La proposta della Commissione La procedura legislativa ordinaria di codecisione ha inizio con la proposta della Commissione, a seconda delle disposizione dei Trattati. Talvolta la proposta di soggetti diversi dalla Commissione, peraltro è prevista in via alternativa rispetto alla proposta della Commissione, che resta possibile. Ricordiamo che il potere d’iniziativa della Commissione può essere sollecitato dal Parlamento europeo, dal Consiglio, da un milione di cittadini e che lo stesso Consiglio europeo può indicare alla Commissione temi sui quali formulare proposte e criteri e principi ai quali attenersi. La proposta della Commissione viene preparata non solo a seguito delle riflessioni della stessa Commissione e in base alle competenze tecniche dei commissari e dei propri uffici. La Commissione si consulta anche con esperti degli Stati membri e tiene conto delle sollecitazioni, delle segnalazioni, del dialogo con gli ambienti sociali e i gruppi di interesse. Per altro verso, le sollecitazioni dei gruppi d’interesse possono assumere caratteri anche di aggressività o degenerare in veri illeciti. La Commissione, per evitare tali rischi, ha adottato varie misure per garantire trasparenza nei rapporti d’interesse. La Commissione può modificare la propria proposta solo per tenere conto del consenso delle altre due istituzioni, Parlamento e Consiglio.

Paragrafo 6 La procedura legislativa ordinaria La procedura legislativa ordinaria, consistente nell’adozione congiunta di un regolamento, di una direttiva o di una decisione da parte del Parlamento europeo e del Consiglio su proposta della Commissione. Tale procedura è comunemente denominata procedura di codecisione. Nella codecisione si realizza una pari potestà legislativa fra Parlamento europeo e Consiglio, conforme a quella duplice legittimità democratica. La procedura in esame parte, con la proposta della Commissione. Sulla proposta della Commissione si

svolge una Prima lettura da parte del Parlamento europeo e del Consiglio. Il Parlamento aditoti la sua posizione e la trasmette al Consiglio; se questo ultimo l’approva l’atto è adottato nel testo formulato dal Consiglio; in caso contrario il Consiglio adotta la sua posizione e la trasmette al Parlamento. A questo punto si apre a fase della “Seconda lettura”. Entro tre mesi dalla comunicazione della posizione del Consiglio il Parlamento può approvare tale posizione e l’atto è adottato nel testo formulato dal Consiglio; a tale ipotesi è equiparato il silenzio-assenso dopo i tre mesi. Entro il termine nel caso il P può respingere la posizione del C a maggioranza dei suoi membri e l’atto si definisce non adottato. Il Parlamento può proporre emendamenti al Consiglio e alla Commissione, che formulano un parere. Se entro tre mesi vengono approvati gli emendamenti allora l’atto è approvato, in caso contrario viene convocato un comitato di conciliazione che si basa sulle posizioni del Parlamento europeo e del Consiglio in seconda lettura. Se entro sei settimane dalla sua convocazione il comitato di conciliazione non approva un progetto comune, l’atto in questione si considera non adottato e la procedura si chiude definitivamente. Se un progetto comune è approvato si apre la fase della Terza lettura. Entro altre sei settimane il Parlamento europeo (a maggioranza) e il Consiglio (a maggioranza qualificata) possono adottare l’atto in questione in base al progetto comune del comitato di conciliazione. L’atto è adottato. La Commissione non è esclusa dalla procedura, perché il Parlamento e il Consiglio le trasmettono il progetto e può formulare un parere e se necessario partecipare al comitato di conciliazione.

Paragrafo 7 Le procedure legislative speciali Nelle procedure legislative speciali il rapporto (paritario con la codecisione) tra Parlamento europeo e Consiglio viene a sbilanciarsi a favore dell’una e dell’altra istituzione. In realtà, in queste procedure è il Consiglio che di norma assume il potere decisionale e l’intervento del Parlamento europeo è ridotto a un semplice parere. Se la decisione spetta al Consiglio, la partecipazione del Parlamento europeo si esprime o con un parere o con un atto di approvazione. Un parere in materia di sicurezza sociale e di protezione sociale dei cittadini europei che circolino o soggiornino nel territorio degli Stati membri; sulle modalità di voto nelle elezioni comunali e al Parlamento europeo dei cittadini europei in Paesi diversi dal proprio, cooperazione forze di polizia, concorrenza, ambiente. Il parere è obbligatorio e qualora non fosse rispettato, l’atto risulterebbe illegittimo per violazione delle forme sostanziali. Se l’originale proposta venisse modificata dalla Commissione o dal Consiglio, il Parlamento andrebbe nuovamente interpellato. Il Consiglio può emanare l’atto in assenza del parere del Parlamento qualora quest’ultimo ritardi eccessivamente nel darlo. L’altra forma di partecipazione del Parlamento alle procedure legislative speciali è rappresentante dalla sua approvazione della decisione del Consiglio. Fra le ipotesi più significative possiamo ricordare l’adozione dei provvedimenti contro le discriminazioni, il completamento dei diritti dei cittadini dell’Unione, la definizione delle disposizioni relative all’elezione del Parlamento europeo, ecc. L’atto del Consiglio è adottato validamente solo se il Parlamento lo abbia precedentemente approvato quindi, può impedire l’approvazione con una sorta di “veto”. Il Parlamento non può incidere in senso propositivo sul contenuto dell’atto.

Capitolo 7 Paragrafo 7 Accordi tra Stati membri e Stati terzi Uno Stato membri può sottrarsi agli obblighi derivanti dai Trattati relativi all’UE se è necessario per adempiere agli obblighi di una convenzione antecedente ai Trattati. Nonostante ciò gli Stati devono tenere conto del background dei Trattati e provvedere a colmare le incompatibilità tra le convenzioni e i Trattati anche a costo di rinegoziare la convenzione.

Paragrafo 8 Il diritto internazionale generale Anche il diritto internazionale generale, consistente nelle norme di natura consuetudinaria, dev’essere ricompreso nell’ambito dell’ordinamento dell’UE. Esso, anzitutto, viene in rilievo nei rapporti tra l’Unione e gli Stati terzi e le altre organizzazioni internazionali. L’Unione, essendo un soggetto internazionale, è tenuta a rispettare gli obblighi e può esercitare i diritti derivanti dal diritto internazionale consuetudinario. Quindi il diritto internazionale consuetudinario fa parte direttamente dell’ordinamento dell’Unione. Il mutamento fondamentale delle circostanze può determinare la sospensione o l’estinzione di un accordo.

Paragrafo 9 Gli atti dell’Unione europea e i loro requisiti Per quanto riguarda il diritto derivato, cioè il complesso degli atti emanati dalle istituzioni dell’Unione, l’art 288 elenca 5 categorie: i regolamenti, le direttive, le decisioni, le raccomandazioni e i pareri. Questi ultimi due non sono vincolanti e i primi tre sono atti obbligatori. L’indicazione della base giuridica dell’atto consente di stabilire l’efficacia di tale atto e di valutare la sua legittimità in rapporto alla procedura seguita per l’adozione. Base giuridica: la disposizione dei Trattati che conferisce il corrispondente potere di emanare l’atto in questione.

Paragrafo 10 I regolamenti Il regolamento ha portata generale, è obbligatorio in tutti i suoi elementi ed è direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri. Emergono così tre caratteri distintivi di tale atto: la generalità, l’integrale obbligatorietà e la diretta applicabilità.- La portata generale del regolamento implica che esso si applichi a una fattispecie

definita in termini generali e astratti e si rivolga a una serie indeterminata di destinatario, conferendo ad essi diritti o obblighi giuridici. Pur avendo uno specifico oggetto, cioè le misure contro determinate persone, si rivolgono a una generalità indeterminata di destinatari, in quanto vietano a chiunque di mettere a disposizione delle suddette persone capitali o risorse finanziarie e restano di portata generale. È possibile che un regolamento sia emanato con riguardo ad un solo Stato o che abbia comunque una sfera territoriale limitata di applicazione

- L’obbligatorietà integrale: essa differenzia tale atto dalla direttiva, la quale ha una obbligatorietà limitata al risultato da raggiungere, mentre gli Stati membri destinatari conservano la libertà di stabilire mezzi e forme dirette ad assicurare tale risultato, nel regolamento viene imposto il mezzo e la forma di attuazione.

- Applicabilità diretta: I regolamenti esprimono la capacità dell’Unione di produrre una normativa che, superando il diaframma statale, raggiunge direttamente i consociati, creando per essi diritti e obblighi giuridici e s’impone a qualsiasi autorità giudiziaria o amministrativa, che sia chiamata ad applicarla. L’applicabilità diretta comporta che i regolamenti acquistano efficacia giuridica all’interno degli Stati membri al momento

no comments were posted
This is only a preview
3 shown on 29 pages