Uomo ambiente società introduzione alla geografia umana, Schemes for Geology. Kabul Medical University
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Uomo ambiente società introduzione alla geografia umana, Schemes for Geology. Kabul Medical University

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Riassunto di Geografia UNIMI
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Capitolo 1: Natura e uomo

1-La geografia umana

a) Origine e sviluppo della geografia umana.

Nascita della geografia umana: Alexander von Humboldt, radicato nella tradizione razionalista del XVIII secolo. Formatosi allo studio delle scienze naturali, si dedicò a viaggi d’esplorazione in America e Siberia; la sua opera Kosmos da ampio spazio all’astronomia e alla fisica del globo trattando i problemi di geografia umana solo in brevi parti; la metodologia dell’indagine diretta, delle leggi che regolano la distribuzione spaziale dei fenomeni e l’applicazione dei principi di causalità e di correlazione sono fondamentali per la geografia moderna. Nella descrizione fisica della Terra da rilievo all’influenza della forma e dell’articolazione dei continenti sul clima e sulla distribuzione delle piante.

Carl Ritter, appartiene alla nuova corrente di filosofia spiritualista e storicista sorta in Germania all’inizio del XIX secolo, geografia scientifica fondata sulla storia: analizza lo sviluppo storico dei popoli nel quadro delle condizioni fisiche scoprendo quanto l’uomo e la natura abbiano nel tempo reciprocamente interferito, determinismo che assegna all’ambiente naturale un ruolo decisivo nella vita dei popoli, influenza dell’ambiente fisico nella storia dei popoli, il suolo il clima, la vegetazione determinano le forme d’insediamento e i livelli di civilizzazione da cui deriva il termine di “geografia determinista”. Rilevare le leggi generali che governano l’ambiente nei suoi diversi aspetti, di dimostrare le loro interconnessioni con i singoli fenomeni, di illustrare l’armonia che esiste nell’apparente capriccio della natura.

La realizzazione della geografia umana, come scienza avviene nella seconda metà del XIX secolo quando si comincia a controllare con il metodo dell’indagine diretta l’influenza dell’ambiente fisico sulle associazioni di piante e animali. Sull’onda della teoria di Darwin, (il motore dell’evoluzione è l’ambiente) Ernst Haeckel fonda l’ecologia, che partendo dalle influenze ambientali sugli esseri viventi diviene la scienza delle condizioni e delle interrelazioni tra gli esseri viventi e l’ambiente.

Friedrich Ratzel pone le basi dell’ambientalismo: l’influenza dell’ambiente non riguarda solo le associazioni di piante e animali e si applica anche alle società umane mettendo in evidenza i vari adattamenti alle condizioni imposte dalla natura. Geografia intesa come scienza dei rapporti tra Terra e Uomo, scienza situata tra le scienze naturali e le scienze umane. La sua opera presenta una descrizione dell’Ecumène (spazio occupato dai gruppi umani) e ne individua i limiti rilevabili con i limiti della diffusione di piante e animali; studio della numerosità e della distribuzione degli uomini sulla Terra e la densità della popolazione in rapporto ai vari fattori geografici; prende in esame i segni che gli uomini con la loro presenta lasciano sulla superficie terrestre e le influenze esercitate sugli insediamenti umani dai fiumi, dai monti, dai mari, dalle vie di comunicazione; considera i caratteri “qualitativi” della popolazione (razze, lingue, religioni) per la loro distribuzione spaziale.

Filo comune che lega Humboldt, Ritter, Ratzel: scientismo (convinzione che le scienze naturali costituiscono l’unica strada della conoscenza scientifica) la geografia umana per essere “scientifica” doveva assumere le conoscenze sulla natura come base di partenza adottando, nello studio dei rapporti tra uomo e ambiente, le ottiche e i metodi tipici delle scienze naturali.

Alla storia si rifà Paul Vidal de Lablache, geografo francese il quale considera i fatti geografici nel loro divenire attraverso il tempo: la geografia, per spiegare il presente, deve risalire al passato. Sviluppa tre temi di studio:

1. Il paesaggio: insieme di elementi caratterizzanti e distintivi (paesaggi carsici sul piano dell’ambiente naturale e paesaggi industriali nell’ambito del cosiddetto paesaggio “umanizzato” rimodellato dagli uomini).

2. Il genere di vita: alimentazione, casa, vestiario, forme di attività che i gruppi umani adottano per procacciarsi tali beni, organizzazione sociale ed elementi d’ordine morale e psicologico (credenze religiose e i modi di pensare.

3. La regione: l’area di estensione di un paesaggio, nell’unità regionale si cementano paesaggi complementari. La ricerca regionale (studio monografico di territori individualmente definiti) diventa l’espressione più alta della geografia umana classica.

Alla scuola di Vidal fa capo una geografia che diverge dall’ambientalismo ratzeliano, che da importanza alla storia che all’ecologia; sono i gruppi umani a scegliere (tra le possibilità offerte dall’ambiente) le soluzioni dettate dalle condizioni storiche e culturali. Dal determinismo si passa al possibilismo: il geografo deve indagare le connessioni e le interdipendenze, i rapporti di coesistenza. Andrè Cholley: analizza i fatti geografici come legami ambientali, culturali, economici, sociali. Max Sorre: propone una geografia umana a base biologica e sociologica, oggetto di studio è l’Uomo stesso e i suoi rapporti con l’ambiente fisico e biologico, da importanza all’eredità del passato. Pierre George: da peso ai tipi di organizzazione delle attività economiche e agli stimoli delle società umane, geografia “sociale”.

L’obiettivo della geografia è di rendere conto dell’organizzazione spaziale attraverso l’analisi delle forme e delle funzioni. L’approccio è quello induttivo, studi basati sull’osservazione a partire dai dati eterogenei (fisici, biologici, economici) per dare spiegazione della realtà geografica di un territorio alla convergenza di molteplici processi evolutivi: la ricerca dei rapporti tra fenomeni osservati fa della geografia una scienza di sintesi. L’attenzione è rivolta all’analisi dei casi particolari, di aree circoscritte con caratteri specifici che le individuano e le differenziano dal resto: geografia idiografica (di studio o ricerca, che ha per oggetto casi particolari e che evita quindi le generalizzazioni).

Hartshorne mette in evidenza che se il fine ultimo della geografia è l’individuare e descrivere regioni e luoghi con le loro caratteristiche si tratta di una scienza corografica (studio di una regione più o meno ampia della Terra, sotto il punto di vista fisico e antropico con la ricerca dei rapporti di interdipendenza tra i fatti osservati) il cui compito è quello di spiegare le relazioni tra fenomeni che differenziano il territorio da un altro.

Anni ’50: Edward Ullman, pone l’attenzione sui rapporti orizzontali tra i gruppi umani, tra aree diverse e tra fenomeni di aree diverse, geografia umana intesa come scienza dell’analisi spaziale, analisi delle relazioni tra luoghi e tra aree si tiene e conto dei fenomeni sociali, il rapporto uomo-ambiente viene emarginato, al territorio (entità concreta) si sostituisce lo spazio (entità astratta).

Anni ’70: diffusione dell’analisi spaziale, nasce la scienza fondata sull’elaborazione matematica di modelli teorici, la geografia quantitativa, la geografia diventa scienza nomotetica (scienza che mostra le regolarità e cerca di stabilire delle leggi generali). La geografia tende a schematizzare, elaborare costruzioni teoriche che vengono poi testati confrontandoli con casi concreti.

Nascono critiche date dalla diversità di percezione della rappresentazione dello spazio geografico, su come gli uomini accettano o rifiutano il mondo circostante. La geografia adotta modelli sociali attraverso l’esperienza della critica radicale privilegiando i

problemi del materialismo storico, sono i beni materiali a determinare l’evolvere della storia umana. I rappresentanti di questa scuola s’interessano dei fenomeni di dominazione e tendono a verificare il ruolo primario delle strutture sociali. Sotto l’influenza del marxismo il rapporto tra uomo e ambiente deve passare attraverso l’organizzazione economica espressa da un quadro politico, decade l’attenzione sulla geografia fisica.

La problematica comportamentale caratterizza la geografia della percezione, la percezione di un territorio avviene tramite l’acquisizione di significanti (indicatori percettivi). Il rapporto tra il soggetto che percepisce e l’insieme dei significanti costituisce il primo passo per l’analisi comportamentale. Nella seconda fase la rappresentazione entrano in gioco i significati (immagini o idee che il soggetto trae dai significanti). La rappresentazione avviene attraverso il linguaggio, un’immagine (carta geografica o mappa mentale).

La geografia è diventata una scienza sociale, i problemi della natura li affronta da particolari punti di vista legati alla presenza umana; la geografia fisica è una scienza più vicina alle scienze naturali. Ecologia unisce la geografia fisica e umana nelle implicazioni ambientali derivanti dalle società umane.

b) Campo di studio della geografia umana.

Per lo sviluppo della geografia umana l’uomo rientra nel campo di studio perché: è sensibile (per la distribuzione sulla terra e per le sue attività) all’influenza dell’ambiente fisico in cui vive e dando un adattamento all’ambiente; i gruppi umani non sono passivi e reagiscono attivamente modificando l’ambiente in cui vivono; rapporti tra i diversi gruppi umani.

I problemi emergenti dal rapporto tra uomini e territorio sono analizzati dalla geografia regionale, le regioni sono compartimenti territoriali in cui gli uomini coabitano in solidarietà di costumi e di economia.

Gli agenti creatori della regione sono il centro metropolitano e le reti di comunicazione, i flussi attraverso cui la metropoli organizza il territorio regionale. La regione non è fondata su un equilibrio durevole di elementi naturali e umani. La geografia applicata studia l’evoluzione regionale.

Qualunque sia il peso attribuito all’ambiente naturale sì da più importanza all’intervento umano, il comportamento sociale è la base di partenza per studiare l’organizzazione del territorio.

Il campo di studio della geografia è stato attraversato da tre concezioni:

1. Concezione antica: descrittiva, geografia come scienza della localizzazione dei fenomeni (descrizione regionale, corografia)

2. Concezione moderna: geografia come spiegazione (scienza esplicativa della distribuzione dei fenomeni geografici con le loro interconnessioni e interdipendenze).

3. Concezione più recente: geografia come scienza della comprensione (aperta ad una visione pluralistica che include la geografia critica, umanistica, della percezione)

Concetto di paesaggio geografico:

1. Determinismo ambientalistico nello studio del paesaggio, l’accento è posto sui nessi di causalità che procedono dal mondo fisico al mondo umano

2. Vengono privilegiate le relazioni tra i fenomeni geografici localizzati sulla superficie terrestre, strumento per analizzare “porzioni” uniformi della superficie terrestre

3. Mutamento strutturale dell’idea di paesaggio: “causalità storica” che privilegia la considerazione dei fatti economici e sociali.

La geografia ha definito la natura, le forme e l’ampiezza delle regolarità spaziali (invarianze geografiche) che emergono dall’organizzazione del territorio e ha formulato delle leggi per l’origine e l’evoluzione dei fenomeni geografici, concetto relativo.

2-Uomo e ambiente: l’approccio ecologico

a) Il rapporto uomo-ambiente e il degrado ambientale

Tra gli organismi viventi e la loro area di diffusione esistono relazioni che sono oggetto di studio dell’ecologia, l’ecologia umana considera l’uomo come un animale adattato alle condizioni ambientali e come un elemento dell’equilibrio biologico tra gli esseri viventi, di questi alcuni sono utili all’uomo, altri sono nemici. Nel soddisfare le più elementari necessità l’uomo si adegua facilmente alla natura:

Adattamento diretto quando si difende dal freddo con vestiti adatti

Adattamento indiretto quando sostituisce alla vegetazione spontanea le piante alimentari adatte al clima e al terreno.

Se è innegabile l’influenza della natura sull’uomo è certo che l’uomo può controllare la natura. Le trasformazioni operate sulla natura possono ingenerare nuovi vincoli. Spesso i gruppi umani per sviluppare lo sfruttamento immediato di una risorsa innescano dei processi capaci di rompere l’equilibrio utile. Per evitare rischi si preferisce intraprendere progetti non molto vasti, ampliabili una volta raggiunti i primi risultati positivi.

Desertificazione indica un processo innescato da attività umane, che porta alla scomparsa della vegetazione originaria e al progressivo inaridimento del suolo.

Il quadro entro cui si svolgono le attività umane è il paesaggio umanizzato. Si può definire come la struttura nella quale funziona un ecosistema. Il paesaggio è una combinazione di forme e fenomeni caratteristici, una parte di spazio vissuto (oggetto di spostamenti e contatti o come percepito dagli individui).

Nei rapporti tra uomo e ambiente si parla di influenze, sono in gioco diversi fattori che non si posso isolare: il clima, agisce direttamente sull’organismo umano, esercita un’influenza indiretta condizionando la vegetazione (ad ogni grande regione climatica corrisponde uno specifico regime alimentare); vi sono dei regimi alimentari semplici, basati su un suolo prodotto, i paesi di civiltà avanzata hanno regimi più complessi. Col crescere della capacità degli strumenti di produzione, l’azione reciproca tra natura e uomo diviene più complessa e talvolta contraddittoria. Nel nostro secolo lo sfruttamento generalizzato delle risorse naturali, ha innescato il processo di degradazione dell’ambiente:

• Disboscamenti incontrollati;

• Inquinamento dell’aria (smog);

• Inquinamento dei fiumi e dei mari;

• Acqua reflua immessa nei fiumi e canali;

• Pesticidi distribuiti nei terreni agricoli;

• Rifiuti urbani;

• Eutrofizzazione delle acque costiere (eccessivo apporto di sostanze nutritive alle alghe che si riproducono a dismisura fino a innescare un sistema degenerativo consumando l’ossigeno);

• Piogge acide (anni’70) con degrado delle foreste e acidificazione di laghi e corsi d’acqua;

• Effetto serra dall’accumulo di anidride carbonica scaricata nell’atm da combustibili fossili o non trasformata in ossigeno a causa dei disboscamenti;

• Buchi nell’ozono provocati da sostanze chimiche immesse nell’atm.

b) Ambiente e malattie endemiche

Legame tra la presenza di microrganismi patogeni e alcuni caratteri dell’ambiente: l’incidenza delle forme patogene trasmissibili è determinata da fattori di natura fisica, biologica, umana. Molte malattie che colpiscono l’uomo sono endemiche, cioè tipiche di un determinato ambiente; molte sono causate da germi patogeni inoculati nell’uomo da agenti vettori come mosche e zanzare. La relazione esistente tra la salute dell’uomo e l’ambiente rappresenta uno dei campi di ricerca della geografia medica. Ogni malattia esogena (causata da fattori esterni all’organismo umano) ha una propria distribuzione geografica ciò crea sistemi ecopatogeni. Conseguenze territoriali delle epidemie che mantengono una cadenza episodica. Le forme endemiche costituiscono un pericolo permanente e un continuo ostacolo all’insediamento fino a quando non verranno eliminate. Hanno attinenza con particolari condizioni d’ambiente le malattie dovute a specifiche carenze della dieta alimentare. Legate a deficienti condizioni economiche e all’ineguale distribuzione delle risorse sono le malattie dovute alla sottonutrizione nei paesi arretrati.

c) L’uomo e il clima

L’uomo può vivere sotto climi molto diversi grazie alla elasticità del suo organismo che può adattarsi. Un adattamento originario è quello dei grandi gruppi razziali. Per acclimatazione s’intende la capacità di adattamento ad un ambiente climatico diverso da quello originario: non a scala di individui ma di interi gruppi, non per breve periodo ma per più generazioni e senza conseguenze dannose. Climi umani (favorevoli alle coltivazioni di cui gli uomini hanno bisogno) sono quelli con almeno una stagione umida, nel cui ambito vivono i due terzi dell’umanità. I climi inumani quello glaciale e quello desertico sono inadatti alle colture e al popolamento. Fra gli elementi del clima ha importanza ai fini agricoli la combinazione del calore e dell’umidità.

Elementi del clima:

• la temperatura (la crescita delle piante richiede una temperatura definita per specie ed è necessario che si mantenga almeno per un certo numero di giorni corrispondente al periodo vegetativo). Nel Grande Nord (dal Canada alla Siberia)

un elemento caratteristico è il permafrost: strato di terreno permanentemente gelato a una certa profondità dal suolo che gode del disgelo estivo.

• La piovosità quantità annua o regime delle precipitazioni nel corso dell’anno. Il fatto ostile è l’aridità, la penuria di precipitazioni associata al riscaldamento dell’atm e del suolo.

Le insufficienze idriche incidono sulle coltivazioni alle alte temperature accrescendo l’evaporazione.

Ai limiti settentrionali del mondo abitato è ridotto il numero delle piante coltivabili a causa della brevità dell’estate ma si approfitta della prolungata insolazione coltivando varietà di piante selezionate a periodo vegetativo accorciato.

Per l’agricoltura ha grande importanza l’andamento stagionale delle condizioni climatiche. Su scala limitata è possibile modificare qualche aspetto strettamente locale del microclima, soprattutto in rapporto alle esigenze agricole.

d) L’uomo e la montagna

Un elemento importante nei rapporti tra territorio e gruppi umani è l’alternanza di zone elevate e di bassipiani, di catene montuose e di solchi vallivi. Il popolamento è un fatto più di pianure che di montagne. Le montagne hanno costituito un ostacolo alla penetrazione degli uomini sia per la difficoltà di transito sia per la crudezza del clima e la ristrettezza dello spazio adatto alle colture. Le catene montuose possono determinare una contrapposizione climatica tra i due versanti. Le montagne si oppongono all’incontro dei popoli e alla propagazione delle loro tecniche. La difficoltà di accesso può fare della montagna un’area di accantonamento di popoli rifugiati e di tecniche arcaiche. L’evoluzione economica e sociale ha infiacchito i modi di vita in montagna. Lo spopolamento montano si ripercuote nell’abbandono dei campi e nell’arretramento dei pascoli. La montagna perde i suoi abitanti e le colture, ha assunto proporzioni vistose: il flusso migratorio si è riversato nelle città industriali. Lo sviluppo turistico e l’impiego delle risorse idriche per produrre energia elettrica hanno dato l’impulso a una rivalutazione delle montagne. Il turismo estivo e invernale offrono vaste possibilità. La montagna ha la giunzione di fornire acqua non inquinata agli abitanti delle città.

e) L’uomo e il mare

L’attrazione del mare è dovuta alle risorse della pesca e all’azione temperatrice sul clima e all’apertura di traffici marittimi. Esistono coste repulsive perché insalubri o troppo alte ma l’uomo interviene con opere di trasformazione creando “coste artificiali”. La pesca, come la caccia, è una delle più antiche attività dell’uomo, è uno sfruttamento distruttivo per l’utilizzazione del mondo animale perché interrompe la “catena alimentare”. I grandi distretti di pesca corrispondono alle zone con condizioni favorevoli all’addensarsi dei pesci (Europa atlantica). Nelle acque tropicali la pesca ha avuto uno sviluppo recente.

Nella piattaforma continentale rivestono importanza economica sia i sedimenti sia la roccia sottostante perché ricca di minerali. I giacimenti sottomarini hanno creato diversi problemi di diritto internazionale per il limite delle acque territoriali .

f) L’uomo e i fiumi

Nell’evo antico fiorirono civiltà potamiche sui fiumi soprattutto per le possibilità agricole offerte all’irrigazione.

Oggi le vallate sono favorevoli alla produzione e al popolamento più di quanto non lo siano le circostanti aree interfluviali. I fondivalle offrono suoli coltivabili e spazi idonei allo sviluppo di borghi, città e strade. I fiumi sono dispensatori d’acqua per la produzione d’energia elettrica e per l’irrigazione, possono servire come vie di navigazione interna. Il progresso tecnico permette di regolare sempre meglio i corsi d’acqua, sia per renderli navigabili sia per evitare le inondazioni.

I laghi possono fornire acqua per l’irrigazione e fungere da vie navigabili. Esercitano una funzione mitigatrice del clima tanto più efficace tanto maggiore è la massa d’acqua. Le disponibilità idriche hanno innegabili influenze sul popolamento. Oltre alle acque di superficie entrano in gioco le falde sotterranee dove l’acqua affiora in sorgenti e fontanili. Un impegno continuo è la difesa contro le piene dei fiumi dovute alle piogge violente e prolungate.

g) L’uomo e la foresta

Le grandi aree forestali hanno sempre rappresentato un ostacolo alla libera diffusione degli uomini e delle colture. Oggi non è più la foresta temperata ad opporsi alla penetrazione umana, ma la foresta pluviale delle regioni caldo-umide intertropicali: una densissima vegetazione sempreverde è ostile all’insediamento dato il vigore della vegetazione esercita una concorrenza biologica nei confronti dell’uomo. La foresta pluviale copre vastissime aree tuttora quasi disabitate, lungo i fiumi avviene la penetrazione è sulle loro sponde che si dispongono i nuclei d’insediamento.

La foresta temperata sia di latifoglie sia di aghifoglie è un’associazione aperta con alberi discosti l’uno dall’altro e un sottobosco scarso. Si è avviata la distruzione del manto arboroso per soddisfare il bisogno di legname da opera e da ardere. La maggior parte dei campi nei paesi avanzati occupano il posto di foreste sostituite con le colture.Nei paesi europei sono state avviate opere di imboschimento in genere col trapianto di giovani alberi fatti crescere nei vivai.

3-Influenza dei fattori culturali: l’approccio storico-sociale

a) L’antichità del popolamento: cicli di progresso e di regresso

Lo sviluppo di una società in un ambito territoriale è condizionato da altri fattori, che si sovrappongono a quelli di ordine fisico: eredità della storia, patrimonio etnico, tipi di attività economica e di organizzazione sociale. L’influenza di questi fattori “culturali” assume in certi casi un peso determinante. A parità di altri fattori, quanto più antico è il popolamento tanto maggiore dovrebbe essere la densità della popolazione. Nelle aree di colonizzazione, come l’America e l’Australia, il maggior accumulo di uomini si trova nella fascia marittima per prima raggiunta. Non sempre la maggiore antichità comporta una maggiore intensità di popolamento, poiché l’occupazione umana va soggetta a cicli di progresso e regresso. Se manca lo sviluppo culturale, manca lo sviluppo demografico.

b) Il valore della storia

Per poter spiegare il quadro geografico è necessario fare riferimento alle condizioni passate, poiché gli effetti dell’attività umana esplicata in una data epoca non scompaiono, ma si trasfondono in quella successiva. Anomalie nella densità demografica e nella dislocazione dei gruppi etnici si possono spiegare solo con ragioni connesse alla storia. Mutamenti rapidi fanno seguito alle guerre, trasformazioni conseguenti al cambio di regime politico, la delocalizzazione ha dato avvio a un generale riflusso di popolazione europea dalle colonie d’oltremare (divenute indipendenti) ai paesi d’origine.

c) La forza della fede religiosa

La fede religiosa è un’importante fattore di differenziazione tra gli uomini e tra i modi di vita: essa esercita sui popoli un vincolo più forte della coesione linguistica. L’urto tra una religione dominante e una setta minoritaria si risolve con l’eliminazione di quest’ultima attraverso persecuzioni ed espulsioni. La diversità di fede può dare luogo a drastiche separazioni nel corpo stesso delle agglomerazioni umane. La compartimentazione urbana su base religiosa (e poi etnica) è diffuso. Quando invece c’è unità religiosa la sede del culto è il cuore dell’aggregato. La religione fu spesso l’elemento catalizzatore nei processi di unificazione etnico-politica dei popoli. La religione, con il suo spirito di proselitismo, è una molla che spinge alla conquista di anime sempre più numerose e di territori sempre più vasti.

d) Colonizzazione e sottosviluppo

Colonizzazione e sottosviluppo denunciano, sul piano geografico, lo scontro di due modi antitetici di organizzare il territorio. Quello autoctono aveva animato una certa distribuzione degli abitanti e un certo sfruttamento delle risorse in rapporto al livello tecnico e culturale di società arcaiche, situazione di equilibrio. Il colonialismo ha creato un principio eversivo: lo sfruttamento economico in funzione dei bisogni della madrepatria ha creato un processo di sfruttamento economico dei paesi più ricchi nei confronti di quelli più poveri. Le conseguenze della colonizzazione si traducono in una serie di dualismi:

1. Dualismo delle strutture agrarie, in quanto le colture da reddito imposte dagli Europei contendono il terreno alle colture alimentari di sussistenza della piccola proprietà indigena.

2. Dualismo dell’urbanizzazione, messo in evidenza dall’alterazione di alcuni tipi d’insediamento tradizionale e dalla smisurata e caotica crescita delle città.

3. Dualismo della circolazione, per la divergenza tra la finalità delle comunicazioni autoctone e la finalità della rete coloniale.

4. Dualismo dell’organizzazione regionale, che sovrappone alla trama tradizionale una potente polarizzazione convergente su alcuni centri più favoriti (amministrativi, commerciali, minerari)

5. Dualismo tra le risorse potenziali e la valorizzazione di alcune, scelte in funzione dei bisogni della madrepatria e dell’utile finanziario.

Se la decolonizzazione sul piano costituzionale è un traguardo raggiunto con l’indipendenza politica, la decolonizzazione economica e sociale è ancora incompiuta. L’economia degli Stati ex-colonie continua ad essere legata ai mercati stranieri e dipende dai grandi gruppi finanziari del neocolonialismo.

e) Strutture socio-economiche e interventi del potere politico

Lo sfruttamento delle risorse sta alla base dello sviluppo dell’umanità. Le economie primitive (raccolta di frutti spontanei e caccia) possono mantenere radi gruppi di uomini distribuiti su vasti territori; ha bisogno di grandi spazi anche la pastorizia nomade, che sfrutta la terra per tramite degli armenti (branchi di grossi animali domestici); così pure l’agricoltura itinerante. Quanto più l’agricoltura è intensiva, tanto più fitta è la popolazione. L’agricoltura di sussistenza può alimentare una densa popolazione ma con un basso tenore di vita; l’agricoltura speculativa, che mira ad ottenere prodotti da vendere, accumula in mano di pochi ricchezze eccedenti, che poi

possono essere investite per animare manifatture e commerci. A campagne sempre più vuote si contrappongono città sempre più congestionate, e gravi problemi sul piano ecologico e sociale nascono dalla rottura dell’equilibrio tra uomini e ambiente. Nelle società capitaliste c’è una certa tendenza alla concentrazione di capitali e di uomini nelle aree più vantaggiose. Nelle società comuniste il potere politico è intervenuto in misura determinante sull’economia e sul popolamento per realizzare i suoi piani e ottenere i suoi scopi. Nel mondo capitalistico si tende a volte a contrastare i movimenti spontanei degli uomini o a restringere la libertà d’azione delle forze economiche, i governi per fini sociali o per ragioni strategiche interferiscono nel quadro della pianificazione territoriale. L’azione politica influisce sul regime demografico quando interviene con meccanismi legislativi mirati ad accrescere la natalità (popolazionismo) o a farla diminuire (antipopolazionismo).

f) Le vie di comunicazione, direttrici dello sviluppo

Le vie di comunicazione hanno riflessi di notevole portata in campo geografico: costituiscono le direttrici dell’insediamento, sono assi d’attrazione delle attività manifatturiere e commerciali (servono da scambi di materie prime e dei prodotti finiti), sono arterie vitali dello Stato perché irraggiano la volontà politica dello Stato. Funzione promozionale delle grandi strade appare dallo sviluppo topografico delle città con uno sviluppo a raggiera, lungo le principali arterie divergenti dal nucleo urbano.

4-Ecologia e assetto del territorio

a) Il problema ecologico: inquinamento e salvaguardia della natura

Ogni regione rappresenta un sistema dinamico, nel quale esistono correlazioni e interazioni tra i diversi elementi della natura: il mutamento di uno di questi influisce anche sugli altri. Ecosistema basato su realtà oggettive, con le quali l’uomo si trova a dover fare i conti. L’azione reciproca tra natura e uomo diviene più complessa crescendo l’impegno di strumenti di produzione e lo sfruttamento delle risorse naturali. Lo sfruttamento generalizzato delle risorse, teso ad ottenere un utile immediato, ha innescato il processo di degradazione dell’ambiente. Nei paesi ad economia avanzata diventa sempre più critico il problema dell’approvvigionamento di acqua per gli usi domestici e per gli stabilimenti industriali. Problema dell’eliminazione delle acque di rifiuto che soltanto in minima parte vengono depurate, mentre il grosso si scarica negli stessi bacini idrici da cui viene attinta l’acqua per il consumo. Per soddisfare i bisogni della città si deve ricorrere a falde profonde, o a fonti lontane attraverso imponenti acquedotti. Per il mare i materiali inquinanti sono riversati in zone ristrette del litorale dove la concentrazione assume livelli “proibitivi”. Per le acque interne, i rapporti di diluizione tra gli scarichi e la ristretta massa idrica risultano necessariamente bassi e creano situazioni tossiche gravi. È necessario frenare la corsa a uno sviluppo incontrollato, che aggredisce e rompe il fragile equilibrio dell’ecosistema. Gli strumenti fondamentali sono le convenzioni internazionali di tutela degli ecosistemi e le ricerche di nuove tecnologie.

La salvaguardia del territorio si deve intendere a vantaggio della collettività e contro la speculazione privata. L’istruzione dei parchi nazionali è il principale mezzo per proteggere nel loro habitat le specie animali e vegetali che altrimenti andrebbero estinte. In quasi tutti i paesi del mondo sono stati istituiti parchi di protezione della flora e della fauna. Funzione delle paludi nell’equilibrio biologico naturale: le piante acquatiche hanno una funzione disinquinante poiché producono ossigeno e assorbono anidride carbonica, convenzione internazionale per la conservazione delle “zone umide” come habitat per l’avifauna migratoria e stanziale. Parchi marini sono ritagli di mare e di costa che alcune regioni hanno sottratto alla speculazione destinandoli alla

conservazione dell’ambiente naturale; le riserve marine sono aree che lo Stato ha deciso di proteggere dalle attività dannose per l’ambiente.

b) Le calamità naturali: deboli difese contro i terremoti

La difesa dai terremoti si è sviluppata su due linee:

1. Studio dei criteri di previsione: attraverso l’osservazione di fenomeni premonitori si cerca di determinare in anticipo il momento, l’epicentro e l’intensità del sisma.

2. Segue criteri preventivi: determinare, in base alla serie storica delle osservazioni passate e all’esame delle condizioni tettoniche attuali il rischio che nella zona si verifichi un terremoto, e prepararsi a limitare i danni.

La redazione di carte sismiche è il primo passo nell’opera di prevenzione per contenere i danni. Per costruire buone carte sismiche o sismogenetiche e per la corretta classificazione delle varie zone secondo la valutazione del rischio sismico occorrerebbe una ricostruzione minuta della stratigrafia e della tettonica mediante rilievi geologici e geofisici. La migliore difesa rimane quella passiva: si tratta di progettare le costruzioni edilizie con strutture tali da resistere all’azione distruttiva del sisma. I comuni sono ripartiti in tre categorie a seconda del loro coefficiente sismico, calcolato sulla base della frequenza e della intensità dei terremoti probabili:

1. Comuni sismici di prima categoria, nei quali si devono applicare forti vincoli in fase di progettazione e costruzione dei manufatti;

2. Comuni sismici di seconda categoria, sottoposti a vincoli meno limitativi;

3. Comuni di terza categoria, dichiarati non sismici e quindi esenti da vincoli specifici.

La questione tecnica è imbricata in un più complesso problema socio-economico.

c) Un esempio di assetto del territorio: dalla bonifica alla riforma agraria

All’epoca della unificazione nazionale (1861), vasti territori della Penisola erano in condizioni preoccupanti per il dissesto idrogeologico. Nel periodo fascista si instaurò il concetto unitario di bonifica e di colonizzazione (bonifica integrale). La maggior parte della superficie soggetta a bonifica si trovava nell’Italia Settentrionale. L’obiettivo fondamentale della politica agraria è di incrementare la produttività. Oggi il prosciugamento delle paludi e delle altre formazioni analoghe ha cessato di essere una necessità igienica ed un’utilità economica; riconoscere i valori degli “spazi umidi” come beni di natura da proteggere per un’utilizzazione sociale.

Capitolo 2: Gli uomini sulla terra

1-L’ineguale distribuzione degli uomini

a) Ecumène e aree anecumeniche, Subecuène e periecumène

Il termine Ecumène fu definito da Strabone (I sec. a.C.) e usato dai Greci per designare la terra conosciuta ed abitata; venne ripreso da Ratzel nel senso di “territorio in cui l’uomo è a casa sua”. Si definisce l’ecumene come lo spazio terrestre

esteso fin dove l’omo, grazie alla sua adattabilità all’ambiente e al progresso delle sue tecniche di sfruttamento del suolo, riesce ad abitare durevolmente in normali condizioni di vita: il territorio in cui l’uomo riesce a vivere, cibarsi, riprodursi. Si chiama Anecumène l’insieme delle aree permanentemente disabitate.

Un quinto delle terre emerse sono senza uomini, la maggior parte sono le aree anecumeniche polari o esterne (troppo fredde a causa della posizione a latitudine elevata)., le aree anecumeniche interne (entro il corpo dell’Ecumene) risultano disabitate perché prive di acqua (deserti) o perché troppo fredde a causa dell’altitudine (catene montuose) o perché difficili da penetrare (grandi foreste e paludi). Anecumene polare artica, tutta l’Antartide è anecumenica; l’uomo è tenuto lontano dalle calotte per la mancanza di calore. Il calore diminuisce con l’avanzare in latitudine ma anche col salire in altitudine, per cui sulle montagne a un certo punto manca il calore necessario allo sviluppo delle colture alimentari e rimangono disabitate vaste aree di rocce nude o coperte da ghiacci e nevi perenni (deserti freddi). Si ha un limite altimetrico dell’Ecumene: tale limite si sposta progressivamente più in alto andando dalle nostre latitudini verso l’equatore, poiché la minore inclinazione dei raggi solari, facendo aumentare la temperatura può compensarne la diminuzione dovuta all’altitudine. I più vasti deserti d’altitudine si estendono in Tibet, Himalaya, Ande, Alpi.

I deserti aridi: la mancanza di umidità si combina con temperature medie molto alte, donde un indice di aridità talmente elevato da impedire lo sviluppo di qualsiasi essenza vegetale su vaste estensioni (limite di aridità). La vita delle piante e degli uomini si restringe nelle oasi, dove è possibile attingere acqua da una falda freatica. Le maggiori aree anecumeniche dei deserti aridi sono: il Sahara, il Deserto Libico, il Kalahari in Africa; il deserto di Gobi in Mongolia; i deserti in Australia.

Vaste zone della foresta equatoriale sono disabitate dato il continuo calore e l’abbondanza delle piogge stimolano lo sviluppo di una vegetazione fitta e rigogliosa da costituire un muro che si oppone alla penetrazione umana. Per rendere possibile l’insediamento bisognerebbe distruggere la foresta. Le maggiori aree forestali anecumeniche si estendono: nel Borneo e nella Nuova Guinea ma soprattutto in Amazzonia.

Il limite tra l’Ecumene e le aree anecumeniche è una fascia in cui sono presenti gruppi di uomini senza abitazioni stabili: si tratta di pastori che vi penetrano per sfruttare il suolo con l’allevamento nomade e transumante, tale limite viene chiamato Subecumene.

Insediamenti posti dove non si ricava dal sito neppure una quota del sostentamento alimentare pur attuando tutti i tipi di utilizzazione fanno parte della Periecumene.

b) Le grandi linee del popolamento

L’umanità è quasi tutta boreale solo il 10% va a costituire l’umanità australe. Le grandi masse umane si trovano nella zona temperata e in quella sub-tropicale (grandi blocchi di popolamento dell’Europa centroccidentale e degli Stati Uniti di nord-est) fra i 60° e il 20° di latitudine Nord si accumulano i quattro quinti degli uomini. La fascia equatoriale (Asia Sud-Est, America Carìbica, Brasile Nord-Est) e la fascia sub-tropicale hanno una dispersione di minuscoli focolai d'insediamento.

Coesistono ad una stessa latitudine situazioni del tutto contrapposte. Bisogna mettere in relazione il popolamento con diversi fattori:

• Ordine naturale: clima, vegetazione spontanea, fertilità del suolo, disponibilità d’acqua;

• Fattori biologici: acclimatazione, prolificità, malattie epidemiche;

• Fattori culturali: influenza della storia, antichità di popolamento, forme di vita, organizzazione economica.

Oggi oltre la metà degli uomini si ammassa in tre grandi aree: la Cina, il sub- continente indiano e l’Europa occidentale sono definite continenti antropogeografici.

2-La densità di popolazione

a) La densità demografica rispecchia il grado di occupazione del territorio

Per densità di popolazione s’intende il rapporto tra il numero degli abitanti e la superficie che essi occupano, la si esprime in abitanti per km². Il rapporto tra la popolazione mondiale e le terre emerse corrisponde a 48 abitanti per km². La densità rimane una generalizzazione poiché si esprime un valore per unità di superficie e non la distribuzione degli abitanti. La densità come rapporto tra abitanti e superficie offre un valore significativo circa il grado di occupazione del territorio. In campo geografico viene adottata la seguente graduatoria:

g) Aree ad alta densità: più di 100 abitanti per km²;

h) Aree densamente popolate: da 50 a 100 abitanti per km²;

i) Aree a mediocre densità: da 10 a 50 abitanti per km²;

j) Aree a bassa densità: da 1 a 10 abitanti per km²;

k) Aree a bassissima densità: con meno di 1 abitante per km²;

b) Aree ad alta densità

Le aree ad alta densità emergono dai grandi blocchi di popolamento e non formano estensioni continue ma si articolano in minute unità territoriali intramezzate da zone meno popolose. A scala mondiale se ne individuano sette; le tre maggiori si trovano nell’Eurasia:

1. Zona cinese: province orientali della Cina, Corea del Sud, Giappone, l’alta densità cinese si spiega con l’antichità del popolamento e il favore delle condizioni naturali (abbondanza di piogge monsoniche estive, grandi fiumi per l’irrigazione, colline e pianure con il fertile terreno di riporto eolico), in Giappone la montuosità restringe la superficie agraria sostituendola con la pescosità dei mari, l’antico popolamento è connesso all’agricoltura intensiva e alla pesca marittima.

2. Zona indiana: si estende dal corso dell’Indo alla valle del Gange al Bengala, l’alta densità è antica e si collega al favorevole clima monsonico e alla fertile pianura alluvionale del Gange e dei suoi affluenti. Le alte densità cinesi e indiane si spiegano anche con l’adattamento delle popolazioni a vivere con un “pugno di riso” e con la tendenza a mettere al mondo un elevato numero di figli.

3. Zona dell’Europa centro-atlantica: Gran Bretagna, Francia Nord-Est e Belgio, il bacino di Parigi, l’Olanda, Germania, Polonia, Pianura Padana, fascia adriatica e tirrenica, Sicilia. L’accumulo demografico europeo è recente ed è dovuto all’attività degli scambi e allo sviluppo industriale innestato nel secolo scorso.

Le quattro minori aree ad alta densità sono sparpagliate:

1. Valle del Nilo: da Assuan al Delta ha sopportato fin dall’antichità una fittissima popolazione agricola grazie al fertile limo depositato dal fiume durante i periodi di piena. La superficie piana irrigabile è ristretta e densamente popolata.

2. Isola di Giava: dovuta al fertile terreno vulcanico e al clima equatoriale caldo- umido, antichità di popolamento e intensa colonizzazione.

3. Puerto Rico e Piccole Antille: le piantagioni di canna da zucchero in mano ad imprese americane hanno rubato il terreno alle colture di sussistenza.

4. Stati Uniti di Nord-Est: territorio della “megalopoli nebulosa” della costa atlantica, zona di più antico popolamento europeo perché la prima ad essere colonizzata, l’accumulo di abitanti è recente con lo sviluppo della grande industria moderna favorita dalle enormi ricchezze del sottosuolo, dall’abbondanza di forza motrice, dall’apertura di porti per il commercio con l’Europa.

Tendenza all’addensarsi degli uomini nelle periferie dei continenti. Le alte densità rurali sono sopravvivenze del passato e rispecchiano l’antichità del popolamento, un suolo fertile, un clima favorevole, presuppongono un’agricoltura intensiva con grande impiego di manodopera in lavorazioni minuziose. Le alte densità rurali europee si trovano nelle zone irrigue o dedicate a colture specializzate: nel Napoletano, in Spagna, in Sicilia, in Olanda.

Le forti densità industriali sono d’origine recente e vanno estendendosi. Si trovano nei bacini minerari, lungo i grandi assi di traffico, nelle regioni ricche di porti. Sono diffuse in Europa e nell’America Settentrionale.

Un terzo tipo di addensamento è il risultato della simbiosi fra l’industria e l’agricoltura progredita come in Emilia Romagna, l’Alsazia in Francia, la Sassonia in Germania, presuppongono un equilibrio tra città e campagna.

c) Le altre classi di densità

1. Aree densamente popolate (da 50 a 100 abitanti per km²) aderiscono ai bordi delle zone ad alta densità, hanno un’agricoltura abbastanza intensiva e una certa industrializzazione. In Europa includono: il resto della Francia, della Svizzera e dell’Italia, i paesi danubiani, il bassopiano germanico-polacco dove l’agricoltura e l’allevamento si accompagnano a diffusi nuclei industriali; in Asia nel resto della Cina, dell’India, della Corea e delle Filippine ad economia agricola; in America la zona a sud dei Grandi Laghi in parte agricola e industriale.

Questa classe rappresenta aree di popolamento più intenso rispetto ad adiacenze non altrettanto favorite e sviluppate: fascia marittima della penisola iberica, l’area dei giacimenti minerali dell’Ucraina, le zone più progredite della Russia intorno ai centri industriali, la fascia costiera del Maghreb e del Sudafrica, gli altipiani attorno ai Grandi Laghi africani e la Nigeria (paese più popoloso dell’Africa nera).

2. Aree a mediocre densità (da 10 a 50 abitanti per km²) in Europa sono ristrette a zone poco evolute come le parti interne della Penisola Iberica e della Penisola Balcanica caratterizzate da un’agricoltura povera, oppure a zone poco favorite come la Fennoscandia (regione comprendente Penisola scandinava, Finlandia, Penisola di Kola) e Russia. Negli altri continenti le mediocri densità sono zone relativamente favorite rispetto al resto: Iran occidentale, Anatolia, Penisola Indocinese, i paesi dell’Atlante e gran parte degli altipiani dell’Africa Orientale e del Madagascar. Nell’emisfero Occidentale, il bacino del Mississippi, le pianure del Middle West, l’altopiano del Messico e le zone più evolute dei paesi andini.

3. Aree a bassa o debole densità (da 1 a 10 abitanti per km²) in Europa, nella Fennoscandia settentrionale e lungo le rive dei fiumi in Russia a nord e della Siberia. Enormi sono le aree a debole densità in Africa sia nelle steppe, sia nelle savane, sia nella foresta pluviale. In America la bassa densità interessa le praterie del West e la fascia del Canada.

4. Aree a bassissima densità (con meno di 1 abitante per km²) corrispondono alle foreste boreali di conifere in Canada e in Russia, nelle zone più remote della foresta congolese, nella foresta amazzonica, nelle steppe della Patagonia. Le aree a bassissima densità sono lo spazio vitale di società tecnicamente arretrate: l’opera umana è debole e il numero degli abitanti risulta condizionato dai “doni” che offre la natura.

d) Sul valore della densità demografica

La densità della popolazione è un valore indicativo del grado d’occupazione del territorio e non può considerarsi con un rapporto interpretativo o esplicativo. La densità fornisce il valore grezzo del rapporto tra popolazione e territorio, un indice che tiene conto delle differenti situazioni economiche e sociali, si desume dal confronto tra i bisogni degli abitanti (consumatori) e la quantità delle risorse a disposizione per soddisfarli. Bisogna conoscere la quantità di beni che (in media) ogni abitante potrebbe avere a disposizione per soddisfare i suoi bisogni. La densità realmente sopportabile da un territorio dipende dall’entità del reddito degli abitanti.

A scala mondiale bisogna considerare l’ineguale efficacia produttiva dei vari gruppi umani. Il 90% della produzione industriale è data da pochi Stati progrediti pari a circa un terzo della popolazione mondiale, i restanti due terzi appartengono ai paesi sottosviluppati in cui l’economia agricola è a bassa produttività. Lo squilibrio tra bisogni e risorse è una situazione che dipende da un andamento economico inadeguato in rapporto ad una sproporzionata crescita demografica.

I paesi sottosviluppati potrebbero trovare rimedio alla loro povertà attraverso un efficace impiego delle risorse e delle forze di lavoro, e un diffuso controllo della natalità con la cooperazione dei paesi ricchi.

3-Squilibri demografici

4. Sovrappopolamento e sottopopolamento

Sviluppo economico e sviluppo demografico procedono oggi in senso contrario l’uno all’altro: i paesi industrializzati accrescono la produzione di ricchezza, ma scivolano nel declino demografico; nello stesso tempo i paesi non industrializzati raddoppiano il numero delle bocche da sfamare nello spazio di una generazione. Sviluppo ineguale che accentua il divario tra paesi ricchi e poveri. La popolazione del Terzo Mondo diventa troppa rispetto ai mezzi di sussistenza disponibili, il sovrappopolamento è un eccesso di consumatori e un deficit di risorse. Le nozioni di sottopopolamento e di

sovrappopolazione sono in rapporto ad un minimo e ad un massimo di popolamento: per un determinato territorio esisterebbe un minimo del numero degli abitanti di sotto al quale le risorse non possono venir sfruttate sufficientemente e un massimo d’abitanti sopra il quale le risorse risultano insufficienti al fabbisogno. Il minimo di popolamento può essere biologico se il numero al di sotto del quale una collettività chiusa non può scendere senza che l’eccesso d’endogamia (Forma di matrimonio nella quale il coniuge deve essere scelto o viene scelto di preferenza all’interno del gruppo d’appartenenza) generi la sterilizzazione del gruppo, il minimo economico è quel numero d’abitanti al di sotto del quale la capacità di lavoro diventa insufficiente a trarre, dall’ambiente dove la collettività vive, le risorse che garantirebbero la conservazione del gruppo.

Il massimo di popolamento in un paese ad economia di sussistenza il massimo è raggiunto quando ogni accrescimento numerico pone la popolazione in una situazione d’equilibrio instabile, in cui le carestie e la fame costituiscono una minaccia costante; in un paese ad economia di scambio il massimo sembra oltrepassato quando non può essere occupata tutta la manodopera ed il livello di vita va diminuendo rapidamente. Il massimo di popolamento si presenta soggetto a “congiunture” nei paesi industriali tanto che si parla di “disoccupazione congiunturale”. Per sottopopolamento s’intende ogni occupazione di territorio a livello inferiore al minimo di popolamento. Il sovrappopolamento si definisce come superamento del “massimo” nei territorio in cui i beni prodotti non bastano a fornire adeguati mezzi di sussistenza per tutta la popolazione. Si hanno frequenti casi di sovrappopolamento relativo troppi consumatori rispetto alla loro capacità attuale di valorizzare il territorio che abitano. A scala mondiale non si può parlare di sovrappopolamento in senso assoluto, ma d’inadeguata utilizzazione delle risorse e distribuzione dei beni prodotti.

5. Popolazione e risorse: la geografia della fame

Quando un paese risulta sovrappopolato si presentano due vie di sbocco: o creare nuovi mezzi di sussistenza o emigrare. Il primo caso si verifica quando s’innesta un’intensificazione produttiva o quando vengono resi utilizzabili terreni incolti queste migrazioni ristabiliscono un equilibrio fra numero d’abitanti e risorse. Oltre all’espansione delle terre coltivabili conta l’intensificazione della produttività attraverso il miglioramento delle tecniche nelle terre già coltivate, la meccanizzazione, la selezione delle sementi, l’uso di fertilizzanti. La posizione pessimista ritiene che i miglioramenti tecnici rappresentano soltanto una soluzione parziale e momentanea perché una volta che la produzione avesse raggiunto un livello più elevato entrerebbero in azione dei regolatori demografici inflessibili come le carestie e le guerre.

L’emigrazione vera e propria avvia nuclei di popolazione fuori dal paese d’origine. Per risolvere gli squilibri tra consumatori e risorse: per evitare che la gente sia costretta ed emigrare bisogna darle aiuti tecnici idonei a fare un uso migliore delle risorse disponibili sul posto. A causare in alcuni strati della popolazione gravi insufficienze alimentari è l’inadeguatezza delle strutture agrarie, le disparità sociali, lo sfruttamento mercantile. La fame totale seguita da morte per inedia appare limitata ai periodi di carestia, in molte regioni del Terzo Mondo imperversa stabilmente la fame occulta (carenza dei principi nutritivi elevati) che porta alla debolezza organica e morte prematura. Il dramma della fame occulta è che i suoi effetti sono irreversibili. La malnutrizione non figura nelle statistiche tra le cause di morte ma è indirettamente l’origine della non sopravvivenza di milioni di persone. L’Africa è il continente in cui fame e malnutrizione sono più diffuse. In Asia le zone più critiche sono l’India, il Pakistan e il Bangladesh; l’America Latina presenta situazioni discrete in molte zone dell’Argentina e del Brasile. La carestia è la carenza di cibo, in passato colpivano anche le popolazioni non povere ma tecnicamente deboli di fronte a catastrofi naturali

e alle guerre; oggi l’improvvisa carenza di cibo viene superata con derrate alimentari trasportate dalle aree ricche. La quantità e la qualità dell’alimentazione esercitano un’influenza notevole sullo stato di salute e sulla longevità della popolazione.

Capitolo 3: La dinamica demografia

1-Le origini dell’umanità

)a Gli ominidi e il paleolitico inferiore

L'origine dell’umanità risale al periodo delle grandi glaciazioni pleistoceniche. I primi Ominidi sono comparsi nel periodo interglaciale Mindel-Ris e che le principale razze si sono formate in epoca preistorica (circa trentamila anni fa) da un unico ceppo quello dell’Homo sapiens diffuso nell’ultimo periodo glaciale (Wurm).la Paleontologia umana studiai resti fossili e l’evoluzione somatica degli uomini preistorici; la Paletnologia studia i manufatti per seguire l’evoluzione culturale dell’umanità primitiva. l’evoluzione si articola in due grandi fasi distinte dal materiale usato per forgiare armi e utensili:

L’età della pietra: dal Paleolitico caratterizzato dall’uso della pietra appena scheggiata, e dal Neolitico caratterizzato dalla tecnica della pietra levigata. Prima comparsa dell’Homo sapiens varie regioni della Terra furono abitate da Ominidi: i Protoantropi (eretti, marciatori, onnivori e col cervello sviluppato) i Paleantropi (rappresentati dall’Uomo di Neanderthal) segnano il passaggio al Paleolitico medio, usavano il fuoco lavoravano la pietra e l'osso. I paleantropi risentivano dell’ambiente naturale e conducevano una vita nomade, erano raccoglitori di prodotti spontanei e si dedicavano alla caccia.

)b I Fanerantropi e i Paleolitico superiore

I primi veri uomini, i Fanerantropi o Neoantropi comprendono le forme risalenti al ceppo primogenio dell’Homo sapiens, i suoi più antichi resti hanno caratteristiche diverse dato che trentamila anni fa si è avviata la differenziazione razziale dei gruppi umani. La cultura dei Fanerantropi appartiene al Paleolitico superiore (scheggiare la pietra per asce e coltelli, lavorare l'osso per arpioni, rivestirsi, costruire abitazioni, utensili), essi si differenziano sia sul piano della cultura materiale che di quella spirituale. Il paleolitico superiore si distingue come” età della renna”, quest’animale alimentò la caccia e l’espressione artistica degli uomini. Durante i lunghi millenni del paleolitico l'umanità ebbe densità demografiche molto basse.

)c La rivoluzione neolitica

Un breve periodo intermedio (Mesolitico) vede il progressivo addolcimento del clima che provoca la ritirata dei ghiacciai e trasforma le tundre in foreste temperate segnando il passaggio dal Pleistocene all’Olocene.

Gli animali degli ambienti freddi cedono il posto alla fauna attuale (cane). Con il clima che diventa più caldo, gli uomini occupano le terre dove si ritirano i ghiacci. Con l’inizio dell’Olocene (periodo geologico attuale) l’umanità entra nel Neolitico (levigare pietre, modellare osso e avorio, uomini organizzati in gruppi o tribù). In questo periodo vengono fatte risalire i primi monumento megalitici: i menir (obelischi monolitici infissi nel terreno) e i dolmen (tomba megalitica a camera singola). Nelle regioni climatiche caldo e arido (Asia Occidentale, Turchestan) le capanne, a base circolare e ad un solo vano, sono seminterrate e costruite con argilla pressata. Nel cuore dell’Europa, grazie

al clima umido e all’abbondanza di foreste le prime case sono di legno. Con la nascita dell’agricoltura e l’addomesticamento degli animali utili, inizia la prima accelerazione dell’incremento demografico. Per la prima volta si verificano le condizioni per produrre sovrappiù di derrate alimentari che svincolarono una parte della popolazione dalla produzione diretta d’alimenti e favorirono la nascita di nuove professioni (artigiani, guerrieri e sacerdoti) e la concentrazione di ricchezza con la nascita delle prime civiltà urbane. La fine dell’età della pietra è segnata dalla scoperta della lavorazione dei metalli; nello stesso tempo appaiono i documenti scritti.

)d L’età dei metalli

Abbraccia tre periodi fondamentali per lo sviluppo dell’umanità:

4. Eneolitico (età del rame), gli uomini hanno imparato a fondere l’oro per farne monili, e il rame con quale forgiano armi ed utensili. Vivono in villaggi di capanne o in fortezze come i Nuraghi della Sardegna; coltivano, sfruttano le miniere, esercitano i commerci.

5. Età del bronzo, uso di questa lega (rame e stagno) segna la presa di possesso del suolo da parte delle società umane. Allevamento e agricoltura sostituiscono la caccia e la raccolta di frutti spontanei. Gli uomini affinano l’arte e la coltura e costruiscono monumenti megalitici. Vivono in capanne di legno su palafitte e le terramare (villaggi tipici della Pianura Padana a sud del Po, capanne su piattaforme simili alle palafitte ma impiantate nel fondo di bacini scavate nella terra ferma). Massimi centri civili sono: Creta e le isole dell’Egeo, Egitto, Siria e Babilonia (Mesopotamia). Il principale asse di popolamento è la fascia sub-tropicale dall’Indo al Mediterraneo.

6. Età del ferro, inizio nel 1500 a.C. in Egitto e Mesopotamia si entra in epoca storica: attività agricola prende il sopravvento e la caccia è un semplice diversivo. L’umanità si addensa in tre nuclei fondamentali: India, Cina, bacino del Mediterraneo.

2-L’aumento della popolazione mondiale

e) La rivoluzione demografica

La popolazione mondiale all’inizio dell’era cristiana contava circa 250 milioni d’abitanti. L’accelerazione del ritmo d’incremento, la rivoluzione demografica, fu dovuta alla ritirata della morte, all’estinzione o riduzione delle ricorrenti calamità (peste, colera, carestie), che nel passato annullavano l’eccedenza di nati precedentemente accumulata; è il risultato della diminuzione della mortalità (soprattutto infantile), dei progressi della medicina e dei miglioramenti nelle condizioni di vita. Fino al XVII si sono alternate fasi d’espansione e fasi di ristagno o regresso, che hanno dato luogo ad una lentissima crescita. La carestia era il principale regolatore della dinamica demografica. Dopo le crisi della prima metà del 700, la popolazione europea entrava in fase di sviluppo rinforzato dai progressi delle tecniche agricole e dall’arricchimento dell’espansione coloniale (del Nuovo Mondo) e dall’allargamento degli scambi. Prende corpo la medicina moderna grazie ai progressi dell’igiene e delle condizioni di vita.

L’espansione demografica continua nella metà del XVIII sec in Europa Occidentale e in Russia, Nell’America Anglosassone e in Cina. In Europa la crescita demografica fu favorita dalla rivoluzione verde (intensificazione delle colture). La natalità e la mortalità, alla fine del XVIII sec, vengono regolate dall’azione umana. I progressi della medicina e il miglioramento del livello di vita, uso di pratiche contraccettive con

l’evoluzione della mentalità e dei costumi rovesciano il regime demografico: diventa possibile lottare contro le malattie e si praticano coscientemente il controllo delle nascite. L’abbassamento della mortalità ha preceduto quello della natalità, l’eccedenza di nati è andata crescendo e la popolazione dell’Europa si è quadruplicata in due secoli influenzando la crescita demografica dell’America Anglosassone e Latina, dell’Australia e della Nuova Zelanda. In Africa l’impatto Europeo ha causato gravi perdite d’uomini con la tratta degli schiavi, l’aumento riprenderà lentamente fino al XX sec per sfociare nel boom dei tempi nostri. Fino oltre la metà del secolo, il boom demografico fu caratterizzato da importanti cambiamenti territoriali, per tutto il XIX sec, il tasso d’incremento demografico dei paesi europei o di popolamento europeo, ha continuato a salire mantenendosi superiore a quello dei paesi sottosviluppati. Col XX sec, inizia l’esplosione demografica del Terzo Mondo. Nei paesi europei la tenue lievitazione del numero d’abitanti deriva dal prolungamento della durata media della vita data dal processo d’invecchiamento delle popolazioni. Nel Terzo Mondo accresce la folla di giovani non più decimati dalla mortalità infantile. Dato il forte invecchiamento della popolazione europea, la mortalità non scende e si è stabilizzata; la crescita risulterà nulla e alla fine si avrà una popolazione stazionaria. Nel XX sec l’Africa ha un ritmo di crescita pari a quello dell’Asia; la popolazione delle due Americhe e dell’Australia-Nuova Zelanda si gonfiano per l’apporto d’emigrati europei giovani e prolifici. Dall’inizio del nostro secolo l’espansione americana si differenzia tra il Nord anglosassone e il Sud neolatino: gli Stati Uniti e il Canada seguono i modelli europei con livelli di crescita contenuti. L’America Latina ha realizzato il calo della mortalità rimanendo la natalità elevata. Il Giappone dal dopoguerra ha dimezzato la natalità ed è simile ai paesi occidentali sulla via della transizione demografica.

Variazione del peso demografico dei continenti: inizio del XIX sec l’Asia aveva i due terzi della popolazione mondiale oggi è ridotta; le Americhe grazie ai flussi migratori e per l’elevata natalità sono cresciute; la popolazione africana è gravata sullo sviluppo demografico del continente a causa dell’arretratezza e delle difficoltà ambientali; oggi portata a compimento l’indipendenza politica ha avuto una forte crescita demografica.

f) Dalla teoria di Malthus alla pianificazione familiare

La moltiplicazione degli uomini dalla “rivoluzione demografica” ha creato timori riguardo al fatto che i prodotti della terra non possano nutrire tutti; alla fine del XVIII sec l’economista inglese Thomas Malthus asseriva che la popolazione cresce più rapidamente dei mezzi di sussistenza, per cui aumenta sempre più lo squilibrio tra il numero dei consumatori e la quantità di risorse disponibili, i mezzi di sussistenza crescono in progressione aritmetica mentre la popolazione si moltiplica in progressione geometrica. I fatti hanno dato torto alla teoria maltusiana che non teneva conto il futuro progresso dei mezzi tecnici e organizzativi impiegati per estendere e intensificare la produzione di beni. Una volta che le moderne conquiste della medicina saranno generalizzate riuscirà difficile ridurre la mortalità; nei paesi in via di sviluppo mentre la situazione sanitaria migliora e la mortalità diminuisce, si avvia il controllo delle nascite soprattutto in Cina e India. È più facile ridurre la mortalità combattendo le malattie endemiche e la miseria cronica che non comprimendo la natalità. Rimane insoluto il problema di distribuire più equamente le ricchezze già accumulate e i mezzi di distribuzione; non sono mancate le iniziative politiche legate al convincimento che la diffusione di contraccettivi dovrebbe permettere di esportare nel Terzo Mondo un abbassamento della natalità. I paesi da poco decolonizzati hanno visto in questa politica di mitigazione delle nascite un attentato alla loro sovranità e ai diritti fondamentali del popolo; una delle resistenze più accanite viene dall’integralismo islamico. Esiste un’ideologia che ritiene sia prioritario lo sviluppo socioeconomico per avere una limitazione della natalità fornendo i mezzi dello sviluppo. il ruolo principale nella pianificazione familiare è da

attribuire all’emancipazione della donna in: età del matrimonio, accesso all’istruzione, attività fuori casa. Nella società rurale del passato i benefici compensavano il costo di mantenimento dei figli, oggi i costi superano i benefici. La fecondità risulta tanto più bassa quanto più elevato il livello d’istruzione delle donne ed esiste una correlazione tra un elevato livello culturale e l’utilizzazione di mezzi contraccettivi.

g) Le fonti statistiche

La popolazione nelle epoche passate è stata oggetto d’indagine da parte degli storici. Il Beloch, basandosi su testimonianze letterarie ed epigrafiche e partendo dal civium capita (dal numero degli uomini atti alle armi) ha calcolato l’ammontare della popolazione del mondo Occidentale dell’età classica. Ha raccolto anche i dati della popolazione delle regioni d’Italia ed Europa nel Medioevo e dell’Età moderna ricorrendo a fonti e ai censimenti. Dai censimenti premoderni che riportano il conteggio per fuochi (gruppi familiari) si può risalire al totale degli abitanti tenendo conto della composizione media d’ogni fuoco. Nei paesi cattolici si possono utilizzare, dal Concilio di Trento (1545) in poi, gli stati d’anime (registri parrocchiali in cui sono annotati i nomi delle anime da comunione) e i registri dei battesimi. Dopo la rivoluzione francese, i governi cominciarono ad organizzare la tenuta dei registri di stato civile in ogni comune. In Italia s’iniziò nel 1862. Operazioni amministrative mirate a fornire il numero dei sudditi e degli uomini in età da poter essere chiamati alle armi. Il primo censimento nei paesi in via di sviluppo si è realizzato grazie agli sforzi dell’ONU, con grandi difficoltà a causa delle scarse comunicazioni, dell’analfabetismo, dell’assenza della tradizione statistica. In Italia l’ISTAT (Istituto Centrale di Statistica) pubblica un volume riassuntivo dall’unità nazionale, includendo la popolazione residente o legale (residenza ufficiale sul posto), la popolazione presente o di fatto (presente sul posto il giorno del censimento anche se residente altrove). L’annuario di statistiche demografiche, oltre ai dati riporta elaborazioni sulla dinamica e la struttura della popolazione. Per tutti i paesi del mondo è fondamentale l’annuario demografico delle nazioni unite.

3-Movimento naturale della popolazione. La natalità

)a La natalità: influenza dei fattori biologici e demografici

Lo studio del movimento naturale della popolazione si basa sull’analisi di quelle che sono le due componenti fondamentali: la natalità e la mortalità. L’accelerazione dell’incremento demografico è dovuta alla ritirata della morte. L’esplosione demografica deriva dall’eccedenza di nati rinforzata dall’efficacia della lotta contro le malattie. La natalità si definisce in valore assoluto come “numero dei nati in un anno” e in valore relativo (indice di natalità) come rapporto, espresso in “per mille”, fra il numero dei nati in un anno e il numero della popolazione. Calcolare l’indice o tasso di natalità, si moltiplica per mille il numero dei nati in un anno e si divide il prodotto per il numero complessivo degli abitanti. Nel mondo, è più alta la natalità maschile: ma poiché i maschi hanno una più forte mortalità, nelle classi adulte si stabilisce un equilibrio, mentre nelle classi anziane il rapporto tende a capovolgersi per effetto della maggiore longevità femminile. Una popolazione normale, dovrebbe avere un indice di natalità oscillante intorno al 50‰, ma questa natalità “naturale” può variare sotto l’influenza dell’ambiente geografico. Fatto culturale: mentre le società dei paesi sottosviluppati si adattano alla procreazione illimitata, la limitazione volontaria delle nascite è una scelta propria dei paesi progrediti, è chiara la concorrenza tra l’aumento del numero d’abitanti e l’innalzamento del tenore di vita. La natalità è diversa un luogo all’altro o da un’epoca all’altra per i seguenti fattori: demografici e biologici, politici e religiosi, economici e sociali. In primo luogo entra in gioco il tasso di fecondità: le popolazioni con un modesto tasso di fecondità limitano le nascite, mentre una bassa natalità potrebbe derivare dall’invecchiamento della popolazione.

La fecondità che si evolve in funzione dell’età, segue un andamento a parabola, con una rapida ascesa dai 15 ai 20 anni con un apice tra i 20 e 30 anni e un declino fino al 49°anno. La natalità è tanto più elevata quanto più precoce è la nuzialità. L’interpretazione della natalità deve risalire alla struttura della popolazione per età e per sesso, sulla quale incidono i movimenti migratori. In Italia la natalità è più elevata in campagna e più ridotta in città, ma negli ultimi decenni c’è stato un rallentamento a causa dell’inurbamento di giovani in età feconda. Fronti pionieri: zone da valorizzare in cui migrano giovani adulti, con una dilatazione delle classi giovanili si raggiungono tassi di natalità eccezionali. Nei nostri paesi la diminuzione della mortalità infantile ha comportato una diminuzione della natalità perché ha assicurato meglio la sopravvivenza dei figli. Il clima può esercitare un’influenza sulla natalità; istintivamente la vita sessuale segue il ritmo della natura.

)b l’influenza dei fattori “culturali”

I più alti livelli di natalità caratterizzano le popolazioni più povere e sottoalimentate del mondo. Negativa è l’influenza della guerra ma negli anni del dopoguerra si osserva un rialzo della natalità grazie alle nascite ritardate o differite (quelle non realizzate nel periodo bellico). I fattori religioni, politici e sociali influiscono su una natalità “volontaria”. Le grandi religioni “universali” hanno nei loro comandamenti l’obbligo più o meno esplicito di procreare per estendere il numero dei “fedeli”. I popoli profondamente religiosi presentano tassi di natalità molto elevati. I paesi islamici hanno i massimi indici di natalità; la religione islamica è natalista dato che la famiglia ha come fine la procreazione. Nelle società dei secoli passati si poteva ottenere a priori una certa limitazione delle nascite, ritardando l’età del matrimonio e avviando alcuni figli alla carriera ecclesiastica o al convento. Nelle società moderne, l’intervento è parallelo alla vita sessuale con l’utilizzo di metodi contraccettivi o con l’aborto.

L’attuale dinamica demografica nei paesi europei non è più in grado di assicurare il rinnovo delle generazione e si ricercano misure promozionali alla maternità. L’influenza dei fattori sociali s’intreccia con quella dei fattori economici. Nel nostro mondo rurale la divisione ereditaria ha tenuto a freno la natalità per non dover frantumare il patrimonio ereditario; i braccianti che non possiedono la terra hanno un elevato numero di nati. Le direttive politiche, favorevoli o contrarie alla natalità, fanno modificare il comportamento di grandi masse di uomini. Gli sgravi fiscali e gli assegni in proporzione alla numerosità della prole favoriscono la natalità. Il Giappone dopo la sconfitta della II guerra mondiale ha dato avvio a una politica antinatalista. La Cina, ha una forte pressione sociale sulla vita privata e ha ottenuto un calo della natalità.

c) Gli indici: dalla natalità “naturale” al controllo delle nascite

Studio degli indici di natalità:

h) Paesi ad alta natalità: con indici superiori al 30‰;

i) Paesi a media natalità: da 20 a 30‰;

j) Paesi a bassa natalità: con indici inferiori al 20‰.

Fino a pochi decenni fa le popolazioni incluse nella prima categoria rappresentavano i due terzi della popolazione mondiale. L’alta natalità è propria dei paesi sottosviluppati. La bassa natalità è caratteristica dei paesi evoluti, dove il numero dei figli viene volontariamente limitato, “pianificato” (paesi dell’Europa, di popolamento anglosassone negli altri continenti, Giappone). Nei paesi industriali, la bassa natalità è un fatto diffuso e omogeneo. La concentrazione della prole è connessa all'implicazione sociali della “rivoluzione industriale”, gli indici intermedi

dal 20 al 30‰ denotano un controllo parziale, sono situazioni diverse tra loro: da un lato paesi dove la limitazione delle nascite è frenata da remore religiose, dall’altro quelli dove è abbastanza diffusa ma ancorata a un discreto numero di figli, infine piccole isole frequentate dal turismo internazionale.

d) Politiche demografiche

Il potere politico può talvolta intervenire sull’andamento demografico imponendo delle direttive finalizzate a determinati scopi. L’azione dello stato può entrare pesantemente nei processi decisionali delle famiglie circa la programmazione dei figli da mettere al mondo. Le politiche demografiche si classificano come:

popolazioniste e antipopolazioniste ovvero come nataliste (favorevoli ad un’elevata natalità) e antinataliste (malthusiane). Politica demografica conservatrice per indicare una non-politica, consiste nel lasciare che i processi demografici seguano il loro corso. Il problema dell’eccessiva crescita della popolazione si pone a scala internazionale.

Nel 1974 le Nazioni Unite hanno organizzato a Bucarest una “conferenza sui problemi della popolazione” venne affermato il concetto che non è l’eccessiva crescita demografica a frenare lo sviluppo, ma sono le condizioni di povertà e dipendenza economica a determinare lo sproporzionato aumento della popolazione: la vera urgenza è lo sviluppo economico; l’assestamento demografico verrà poi spontaneamente. Impossibilità di risolvere il problema demografico senza sviluppo socio-economico; impossibilità di liberarsi dal sottosviluppo senza padroneggiare la crescita demografica.

Nel 1984 la conferenza di Città del Messico convocata dai paesi in via di sviluppo chiedeva aiuto in materia di pianificazione delle nascite, l’intervento sulla povertà e sulla prolificità dei paesi in via di sviluppo non può essere disgiunta dalla richiesta di cambiamento dei modelli di vita e di consumo per evitare il deterioramento irreversibile dell’equilibrio tra popolazione, risorse, ambiente.

Quando la fecondità è talmente diminuita da bastare solo al rinnovo delle generazioni, si parla di “crescita zero” senza un certo numero di nascite la società rischia una crisi di sottopopolamento.

4-Movimento naturale della popolazione. La mortalità

a) Mortalità e cause di morte

La mortalità definita in valore assoluto come numero di morti in un anno, oppure in valore relativo (tasso o indice di mortalità) come rapporto espresso in per mille fra il numero di morti in un anno e il totale della popolazione. Si moltiplica per mille in numero dei morti in un anno e si divide il prodotto per il numero complessivo degli abitanti. L’indice è tanto più piccolo quanto più efficace è la lotta contro la morte, e cioè quanto migliori sono le condizioni di vita e lo stato sanitario della popolazione. Eccedenza dei tassi di mortalità maschile rispetto a quella femminile; divari tra tassi di mortalità per età, bambini sotto i 5 anni e anziani sopra i 60 sono le classi a mortalità più elevata.

Tasso di mortalità infantile, rapporto (espresso per mille) fra il numero di bambini morti a meno di un anno di vita e il numero dei neonati dello stesso anno. I neonati risentono delle condizioni ambientali: fisico, economico, sociale.

Le cause di morte risultano varie da un luogo all’altro e da un’epoca ad un’altra. Le cause esogene legate all’ambiente incidono nei paesi sottosviluppati, in quelli tropicali a clima umido favorevoli alla propagazione delle malattie epidemiche. Si muore per cause endogene (alterazioni e usura dell’organismo) nell’Europa Occidentale. La ritirata della morte è all’origine della rivoluzione demografica: progresso della medicina, miglioramento dell’igiene e delle condizioni di vita.

Dopo l’Europa hanno registrato un’analoga evoluzione demografica i paesi extraeuropei a popolamento bianco e successivamente molte aree coloniali o ad influenza europea. Oggi la mortalità va arretrando in quasi tutte le parti del mondo, dove si afferma la civiltà e l’organizzazione moderna.

b) Le disuguaglianze di fronte alla morte

Nello stadio più antico, durato fino al XVIII sec, la morte colpiva prematuramente persone di tutte le categorie, senza grandi differenza tra ricchi e poveri. Nel XIX sec la rivoluzione industriale coincise con l’insorgere di profonde disuguaglianze: i processi della medicina cominciavano ad esercitare un’azione concreta ma soltanto i ricchi ne potevano beneficiare e per loro la mortalità si abbassava più rapidamente del tasso medio. Il divario tra ricchi e poveri era accentuato dalle dure condizioni di vita e di lavoro delle masse di contadini immigrati nelle città industriali. Con le lotte sindacali per un salario più equo e con le leggi protettive del lavoro, fanno abbassare la curva della mortalità. Con i principi della previdenza sociale per cui la collettività, si accolla gli oneri per garantire l’assistenza sanitaria ai cittadini.

c) Gli indici di mortalità esprimono i risultati della lotta contro la morte

I tassi più ridotti spettano ai paesi con popolazione giovane nel contesto di un alto livello economico e sociale. Nei paesi in via di sviluppo l’alta percentuale di gente giovane fa sì che gli indici di mortalità risultino non troppo elevati, nel Terzo Mondo la mortalità è tuttora elevata soprattutto nelle regioni caldo-umide.

d) La speranza di vita

Il calo della mortalità fa aumentare la probabilità di sopravvivere, cioè fa allungare la vita media o speranza di vita alla nascita esprime il numero di anni che un neonato, in una data epoca e in un dato paese, può sperare di vivere. Oggi supera generalmente i 70 anni.

5-L’incremento naturale

a) Tipi di incremento: il gioco della nascita e della morte

Differenza numerica tra i nati e i morti in un anno esprime il valore assoluto dell’incremento naturale (tasso di incremento naturale) che è differenza tra il tasso di natalità e quello di mortalità e viene espresso in per mille, o per cento. Di segno negativo se la natalità è inferiore alla mortalità. In quasi tutte le parti del mondo le nascite superano i decessi.

Classificazione tipologica degli incrementi naturali:

)c Tipo primitivo: altissima natalità e mortalità elevata. Le classi giovanili sono più numerose di quelle anziane e la durata media della vita è molto bassa. Raccoglie le società meno evolute della terra

)d Tipo in via di evoluzione: proprio delle popolazioni che parzialmente si vanno modernizzando e manifestando incrementi naturali. La natalità si mantiene molto alta e la mortalità ha iniziato una curva discendente grazie alla lotta contro le malattie endemiche e alla progressiva introduzione della medicina moderna. Sono le popolazioni destinate a conoscere un boom demografico, ritirata della morte può venire accelerata mentre più lenta è la diminuzione delle nascite.

)e Tipo ad uno stadio di sviluppo avanzato: più evoluto del precedente in quanto, rimanendo il tasso di natalità a livelli diminuiti di poco. Il tasso di mortalità è calato di molto.

)f Tipo a natalità diminuita e bassissima mortalità: l’aumento naturale va scemando lentamente, grazie al controllo delle nascite. Paesi extraeuropei insieme alla Russia e il Giappone.

)g Tipo a bassa natalità e bassa mortalità: dei paesi più evoluti d’Europa, il progresso economico e sociale ha contribuito alla ritirata della morte, ma nello stesso tempo il controllo delle nascite si è affermato in tutte le regioni e categorie sociali. La natalità è talmente ridotta da superare di poco la mortalità.

Nel prossimo futuro esplosione demografica nei paesi in via di sviluppo che conoscono indici di natalità elevata, quando il boom demografico si attenuerà si produrrà nell’umanità una tendenza all’assestamento.

b) Il rinnovo delle generazioni

Tasso di sostituzione: il ricambio delle generazioni è completato quando l’insieme delle donne nel corso del periodo di fecondità dia alla luce un pari contingente di femmine. è il rapporto tra il totale delle neonate in 35 anni e il numero complessivo delle donne in età feconda. Il ricambio è completo quando il ricambio è completo quando il rapporto è uguale a 1, se viene superato c’è un’espansione demografica.

Il rapporto maschi-femmine alla nascita è di 1050 a 1000, occorre che ogni generazione di 1000 donne metta al mondo almeno 2050 figli ossia 2,05 figli per donna. L’indice sintetico di fecondità (numero medio di figli per donna) si ottiene calcolando i tassi specifici di fecondità per classi di età delle madri al parto (rapporto espresso per mille tra i nati distinti secondo l’età delle madri e il numero di donne di quella classe d’età) poi si addizionano tutti i tassi specifici e si divide la somma per mille.

La media mondiale è di 3,3 figli per donna; 1,9 nei paesi sviluppati, livello insufficiente ad assicurare il ricambio generazionale.

Capitolo 4: Movimenti migratori

1-Migrazioni di massa

a) Migrazioni: tipi diversi nel tempo e nello spazio

il popolamento della detta è il risultato di giganteschi trasferimenti di uomini: migrazioni volontarie e migrazioni coatte, invasioni e colonizzazioni, esodi e diaspore. I movimenti migratori hanno avuto l’effetto di popolare terre disabitate, di rinforzare

popolamenti già in atto e a volte hanno scacciato delle popolazioni costringendole a cercare scampo più lontano.

La riduzione delle distanze, con lo sviluppo di rapidi mezzi di trasporto, ha favorito la crescita dei movimenti migratori per lavoro.

I movimenti migratori hanno trasportato da un continente all’altro dei modelli culturali, delle pratiche e delle tecniche; hanno messo in contatto popolazioni autoctone e popolazioni straniere, hanno influito sulla consistenza numerica e sulla distribuzione territoriale dei gruppi umani.

Classificazione dei movimenti in base all’entità (migrazioni in massa con lo spopolamento di interi popoli o infiltrazione per singoli individui o gruppi), in base ai movimenti (migrazioni spontanee, organizzate o coatte) e rispetto alla durata (permanenti con trasferimento definitivo della residenza, temporanee e periodiche per periodi più o meno fissi, spostamenti pendolari di andata e ritorno tra il luogo di residenza e quello di lavoro).

)e migrazioni di massa: spostamenti sia volontari sia coatti di gruppi etnici più o meno compatti;

)f migrazioni per infiltrazione: spostamenti di residenza di singoli individui, di famiglie, di piccoli gruppi;

)g migrazioni interne: sono i cambiamenti di residenza all’interno di uno Stato;

)h migrazioni temporanee: spostamenti irregolari o stagionali;

)i spostamenti pendolari: di lavoratori e studenti.

b) Migrazioni di popoli

Agli spostamenti di gruppi umani più o meno compatti o che interi popoli, si devono imputare gli incroci, le sovrapposizioni e interposizioni di gruppi etnici in tutti i continenti.

Delle migrazioni antiche rimangono testimonianze linguistiche. Di fondamentale importanza per la formazione del quadro etnico dell’Europa furono le migrazioni dei popoli di stirpe germanica. Altre migrazioni alterarono meno profondamente la struttura etnica dei paesi occupati (invasione dei Longobardi in Italia, crociate). Le migrazioni dell’evo antico e dell’età di mezzo si effettuarono quasi tutte per via di terra.

c) Migrazioni coatte

Nell’età moderna le grandi migrazioni avvennero per via di mare e iniziò la migrazione coatta di Negri (tratta degli schiavi), vennero colonizzate le aree tropicali o subtropicali facilmente raggiungibili via dal mare e scarsamente popolate. La creazione di grandi piantagioni determinò la domanda di molta manodopera a basso costo. Quando la schiavitù venne abolita, gli Inglesi e Olandesi introdussero il “lavoro sotto contratto” (cool trade): coloro che accettavano di emigrare, restavano impegnati per un certo numero d’anni al termine dei quali sarebbero potuti ritornare in patria.

Esodi forzati di gente fuggita al proprio paese per motivi politici, etnici o religiosi. Le guerre e le modificazioni dei confini politici hanno sempre portato, esodi e trasferimenti tumultuosi di gruppi umani. Centinaia di migliaia furono gli emigrati a

causa di trasferimenti forzosi di minoranze etniche, milioni i profughi dalle zone di guerra. Dopo la seconda guerra mondiale, imponenti furono le migrazioni seguite al crollo della Germania nazista.

Le migrazioni coatte non sono mai cessate (nonostante gli interventi delle Nazioni Unite) a causa delle forti tensioni politiche ed etniche e delle guerre che travagliano la scena mondiale (Palestina, Vietnam). È stato riconosciuto a livello internazionale il diritto di opzione delle minoranze per afferire allo Stato etnicamente ad esse più vicino. Il trasferimento delle popolazioni sembra il miglior sistema per risolvere i problemi rappresentati dalle minoranze etniche. All’origine di spostamenti di popolazione è stato il processo di decolonizzazione, che ha provocato un generale riflusso degli Europei dalle colonie ai paesi d’origine.

2-Migrazioni per infiltrazione

a) Gli Europei alla conquista dei nuovi continenti

I movimenti di colonizzazione hanno contribuito alla conquista umana della Terra. L’Europa avvia un ciclo di espansione demografica e politica con la progressiva “europeizzazione” dell’America e dell’Australia e con la penetrazione coloniale in Africa e in Asia. L’emigrazione nel nuovo mondo è caratterizzata dalla successione di fasi diverse sia per i luoghi di partenza che per i luoghi d’arrivo, sia per le cause che per le conseguenze. I primi gruppi partirono dalla Spagna e dal Portogallo, l’emigrazione aveva un carattere d’avventura, poi i Francesi e gli Inglesi. L’assenza dell’emigrazione femminile nell’America Centrale e Meridionale, favorì gli incroci con le donne indigene e la formazione di una cospicua massa di meticci. L’emigrazione europea si trasformò in una corsa incontenibile nel XIX sec. Le cause che spingevano gli emigrati erano: eccesso di popolazione nel paese natale, l’incertezza dell’economia agricola con ricorrenti carestie, disoccupazione della classe artigiana conseguente all’industrializzazione, spinti da motivi religiosi e ideologici. Dopo la metà del XIX sec, l’emigrazione sentiva il richiamo di nuove terre. Contribuì ad incrementare le partenze il miglioramento dei trasporti marittimi.

Diversità tra l’avvio di una colonizzazione di sfruttamento da parte di Spagnoli e Portoghesi nell’America Latina, che ha creato sottosviluppo, e la colonizzazione di popolamento dell’America Anglosassone con una più armoniosa ed efficace valorizzazione del territorio. La nuova emigrazione (1890-1914) segnò il sopravvento degli Europei del Sud e dell’Est. La prima guerra mondiale segnò la fine del grande movimento transoceanico. Gli Stati Uniti nel periodo tra le due guerre, avendo conseguito un livello tecnologico che rendeva meno pressante il bisogno di manodopera, adottarono una legislazione restrittiva per limitare e selezionare l’immigrazione. Gli altri paesi nuovi (Australia, Nuova Zelanda, Canada) hanno stabilito un limite e un controllo degli immigrati. Tra le due guerre ci fu qualche accenno di ripresa ma non erano flussi incontrollati. Alla fine della seconda guerra mondiale per alcuni anni l’emigrazione europea riprese. Bisogna tener conto degli emigrati che, dopo un tempo più o meno lungo, ritornano al paese natio: “oriundi” ritornati in Italia come “americani”.

b) Migrazioni internazionali

Le migrazioni internazionali, quali che siano le loro motivazioni, sono un fenomeno sottoposto alla volontà politica degli Stati; quando non siano generate da interventi di natura politica, si fondano su motivi di tipo economico. Grandi trasferimenti per lavoro hanno segnato la storia dell’umanità: schiavismo dell’epoca classica e tratta dei negri dell’epoca moderna, nel mondo contemporaneo le emigrazioni per motivi economici

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