Sistema politico italiano, libro 2, Apuntes de Ciencia Política. Universidad Autónoma de Madrid (UAM)
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Sistema politico italiano, libro 2, Apuntes de Ciencia Política. Universidad Autónoma de Madrid (UAM)

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Mappe_dell_Italia_politica_bianco_rosso_verde_azzurro_e_tricolore

MAPPE DELL’ITALIA POLITICA: CAP 1- Si possono indicare tre differenti dimensioni del territorio, in base al significato che esso assume per gli attori politici e per i partiti. La prima dimensione evoca il territorio come luogo di presenza, partecipazione, organizzazione, azione dei partiti. L’ambito dove svolgono la loro attività di reclutamento, dove comunicano con le persone. La seconda dimensione riguarda l’idea del territorio come sede di amministrazione e governo della comunità anche come ambito di formazione di leader locali, la cui legittimazione deriva dal ruolo di governo esercitato sul territorio. La terza concerne l’uso simbolico del territorio, il contesto locale come riferimento dell’identità. Ciò rinvia al concetto di polity. In questo modo si sottolinea l’importanza che rivestono i confini nel riprodurre e nel costruire l’identità delle persone. L’uso dell’identità territoriale come “bandiere” utilizzate da determinati attori politici come fonte di costruzione di nuove identità politiche e partitiche, o di rafforzamento di quelle tradizionali. In una prima lunga fase predominano in Italia i partiti di massa, attori di politics e di policy: soggetti di partecipazione di governo centrale e locale caratterizzati da organizzazioni radicate nella società e quindi nel territorio. Poi si affermarono le “formazioni autonomiste” le leghe, soggetti che esprimono e promuovono un’identità imperniata sul territorio, nella fase più recente emergono partiti “cartellizzati” o partititi personalizzati ceh riducono profondamente la loro presenza nella società, ridimensionando il ruolo della partecipazione politica a favore della comunicazione mediatica e rimpiazzano l’ideologia con la fiducia, partiti per cui il territorio diventa ininfluente. In Italia c’è una tendenza che vede il progressivo declino del territorio come sede di organizzazione e di azione dei partiti. Un percorso che annuncia la perdita di un importanza del territorio, per i partiti come riferimento e come luogo sociale. I partiti hanno ricorso al territorio come un simbolo in contrasto con altri soggetti politici. O il territorio diventa importante come ambito nel quale intervenire in modo personalizzato. Il territorio diviene una bandiera da sventolare, sempre meno un ambiente dove radicarsi, tramite cui legittimarsi. Il territorio per la politica e per i partiti, ha perduto valore. Sono tre fasi che coincidono con tre diversi modelli che si possono definire come metafora dei colori. I colori meglio di altri elementi riescono a sottolineare le differenti appartenenze politiche, e ad evocarne le ragioni, le origini il significato. Si possono identificare 3 diverse fasi caratterizzate da 3 diversi colori in grado di dichiararne l’identità . la prima fase, la più lunga, risale al periodo del secondo dopo guerra dagli anni di costruzione della Rep fino agli anni 70. È riassumibile tramite il colore BIANCO e il ROSSO colori che evocano l’opposizione distitintiva e la presenza radicata, in ampie zone del paese, dei principali partiti di massa: DC, (il bianco) nelle regioni del Nord-est e il Pci (il rosso) nelle regione dell’It centrale. In questo periodo la diffusione e l’integrazione dei partiti nel territorio e nella società risultano solide. La seconda fase prende avvio negli anni 80 ed esplode negli anni 90. È caratterizzata dalla crisi dei partiti di massa e della dissoluzione della DC. La zona bianca scompare rapidamente e viene sostituita dalla Lega Nord il cui colore politico è il VERDE . il verde evoca la fase che si definirà del “territorio contro la politica” , la Lega infatti canalizza gli umori di un’area, la prov del Nord, che in precedenza costituiva il bacino dei consensi per la DC e trasforma il consenso in dissenso, la mediazione in antagonismo, l’adesione senza appartenenza al partito e allo stato in sentimento e risentimento antipolitico aperto. Fa del territorio un fondamento specifico ed esplicito dell’identità. Il riferimento al territorio diventa un elemento simbolico, una bandier, una risorsa con il sistema dei partiti, con le istituzioni dello stato. L’antagonismo tra in Nord (territorio di gente che lavora) e Roma (metafora della capitale, del potere). Si parla quindi di territorio contro la politica per sottolineare un duplice processo:

• La crescita di un dissenso verso il sistema politico tradizionale di cui la lega è un veicolo, il veicolo di una rivolta, uno strumento di antipolitica.

• La valorizzazione dell’identità territoriale, che viene contrapposta a quella politica. Non è solo la lega a interpretare questa fase di contrasto tra territorio e politica, ma ci sono almeno 3 attori che operano nella stessa direzione contribuendo a scardinare il nesso tra partito e territorio: i primi sono le altre leghe e gli altri movimenti regionalisti che sorgono sulla spinta del successo della Lega Nord (mov del nord-est). Accanto ad essi va segnalato il rapido processo di “territorializzazione” che manifestano i principali attori politici nazionali (Polo e Ulivo). il richiamo territoriale costituisce un fattore di successo in quanto concorre a distanziare la periferia dallo stato segnandone il contrasto. I soggetti più importanti tra quelli che concorrono insieme alla lega sono i sindaci e i presidenti di Regione sono figure elette direttamente dai cittadini e tendono a costruire e rafforzare il consenso su base personale, tendono ad entrare in conflitto con i partiti a livello locale e nazionale, per garantirsi maggiori spazi di autonomia. Non un caso che essi assumano visibilità e protagonismo a partire dai luoghi in cui è più forte la Lega (nord e nord est) ma in seguito il loro esempio di propaga ovunque in Italia. L’ultima fase prende avvio intorno alla metà degli anni 90 e si afferma verso il 2000, è segnata dall’affermazione di forza italia, un attore politico che non ha un marchio territoriale definito e regionalizzato, che è in grado d incastrare e far comunicare concezioni diverse del territorio: la nazione di An e il nord della lega. Inoltre è significativo il colore scelto da FI l’azzurro, che richiama alla nazionale di calcio non la nazione. L’Italia AZZURRA evoca un’era di politica senza territorio, non tanto perché i partiti hanno perso del tutto le loro basi territoriali ma perché queste si sono indebolite. E comunque la politica non è più organizzata e riassunta dai partiti a ogni livello. L’Italia azzurra ha

un’articolazione nazionale eterogenea per caratteri socioeconomici e politici, eterogenea e contrastante. L’organizzazione dei partiti sembra sempre più centralizzata, sempre meno diffusa sul territorio, distante da esso. Invece che sull’organizzazione, i partiti preferiscono investire sulla comunicazione in particolare sui media. E gli stessi elettori tendono a osservare i partiti tramite i loro leader. Non è che la partecipazione sul territorio è finita ma è una partecipazione non istituzionalizzata perché si sviluppa fuori dai partiti.

CAP 2- Nell’italia repubblicana è sufficiente ricostruire la mappa che riproduce la distribuzione geografica del voto ai maggiori partiti. Emerge un modello che articola l’Italia in 4 zone omogenee per stabilità e concentrazione del voto registrate nel corso delle elezioni del dopoguerra. Due di queste si caratterizzano per un maggiore grado di instabilità e per un maggiore equilibrio tra gli schieramenti. Si tratta delle regioni del Nord-ovest e del mezzogiorno. Nelle regioni del Nord-Ovest ciò riflette l’elevato livello di competitività tra i partiti. È un italia a elevata modernizzazione economica, in cui l’equilibrio politico riflette la presenza estesa di un elettorato poco ideologizzato, più disponibile al cambio di voto. Le regioni del Mezzogiorno presentano anche loro maggior instabilità dei rapporti tra partiti e schieramenti, ma di fluidità dei consensi individuali. In questo caso si può parlare di mutamenti sostanziali. Si tratta di zone la cui instabilità dipende da fattori diversi. Nel nord ovest dalla profonda modernizzazione e complessità del tessuto ec e sociale, associate ad un alto livello di urbanizzazione, che alimentano la diffusione di orientamenti elettorali fondati sull’opinione e sull’interesse, invece che sull’identità. Nel mezzogiorno invece dalla persistente debolezza della società civile e del sistema ec, ciò favorisce il controllo degli ordinamenti di voto da parte dei gruppi dirigenti locali. Sull’altro versante altri studi sull’argomento sottolineano la persistenza di due zone caratterizzate da un elevato grado di continuità e di concentrazione delle scelte elettorali a favore di una specifica forza politica. La prima zona del Nord-Est è contrassegnata da un risultato favorevole della DC. L’altra zona dell’Italia centrale è caratterizzata dai partiti di sinistra e in particolare del Pci. Le due zone vengono definite rispettivamente, BIANCA E ROSSA per coerenza di colori che usano nella loro simbologia, il bianco per sottolineare il legame con la chiesa, il mondo cattolico e la DC, il rosso per significare il rapporto del Pci e della sinistra con il mov operaio e socialista. Queste due zone contribuiscono in modo determinante a garantire la continuità e la stabilità degli equilibri politici della prima repubblica, offrono una base solida a cui ancorare gli orientamenti di voto che nelle altre zone risultano più incerti. Inoltre forniscono risorse organizzative all’intero sistema economico. Dal punto di vista metodologico conta l’unità territoriale utilizzata nell’analisi: la regione, la provincia, il collegio, il comune. È evidente che il grado di compattezza cresce insieme all’ampiezza del contesto considerato. Le due zone tendono a frammentarsi quando dall’ambito regionale si passa a quello provinciale, di collegio comunale. Sul modello territoriale proposto influiscono molto la scelta del tipo di elezione e la proiezione temporale. Cosi anche la proiezione nel tempo delle elezioni analizzate, quando più si allunga , tanto più introduce effetti di variabilità. Delimitare l’analisi a livello regionale determina una semplificazione della mappa elettorale italiana. Ma rischia di trascurare le distinzioni che caratterizzano al loro interno i territori considerati. La ZONA BIANCA si concentra nel Nord Est dove si ripropongono le “eccezioni” di Venezia, Rovigo, Trieste. S’insinua nel Nord-ovest, nelle province di Cuneo e Imperia. Si proietta nel Centro Sud (macerata e campobasso e influenza le province adriatiche, tra abruzzo e puglia. La roccaforte bianca è a Lucca in mezzo alla zona dominata dalla sinistra. Si conferma lo stabile impianto della DC nelle aree del Nord più periferiche rispetto alle metropoli industriali, mentre il voto democristiano nel mezzogiorno risulta ancora ridotto. La ZONA ROSSA definita in base al voto del Pci appare più compatta. È racchiusa nelle prov dell’Italia centrale ed è posizionata sulla “riva destra” del Po. Coinvolge anche Umbria e Marche, limitatamente alle prov più a nord (ancona e pesaro-urbino). Queste due zone emergono anche in studi che muovono da un diverso approccio disciplinare, Arnaldo Bagnasco, negli anni 70 giunge a tratteggiare una mappa molto simile a quella ricavata dall’analisi del voto, percorrendo il sentiero delle relazioni tra società ed economia. La TERZA ITALIA quella di cui parla Bagnasco (per delimitarla dalle 2 Italie tradizionali Nord ovest e mezzogiorno) circoscrive e comprende entrambe le zone politiche elettorali che caratterizzano il paese, entrambe le zone sono caratterizzate da un estesa rete di piccole imprese industriali, in queste zone lo stesso tessuto demografico e residenziale appare sparso e diffuso, articolato in città di ridotta dimensione. Si rileva l’importanza delle istituzioni tradizionali: la famiglia e la comunità locale. Nelle zone rosse come in quelle bianche il lavoro costituisce un riferimento centrale dal punto di vista dell’organizzazione sociale, come dal punto di vista dell’identità. Il mercato rappresenta un meccanismo in grado di mobilitare le scelte delle persone, mentre l’integrazione è garantita dalle istituzioni sociali: la comunità , le associazioni, la famiglia. I partiti s’incardinano in questo mondo tramite la mediazione, quella che Carlo Trigilia ha definito “subcultura politica territoriale”. Per la zona bianca il fondamento della subcultura è costituito dalla Chiesa e dal mondo cattolico, ma anche dalle associazioni degli interessi cha agiscono in ambito locale. Non c’è ambito in cui il mondo cattolico non si presenta: la scuola, il tempo libero, la socializzazione tramite le parrocchie, gli interessi tramite le associazioni di rappresentati sindacali, imprenditoriali e del lavoro autonomo. Si tratta di un’offerta di servizi e di luoghi di socialità quotidiana che quando la chiesa e la religiosità perdono influenza sui valori e le credenze soggettive,

mantiene una presenza molto solida e diffusa nella società. La chiesa e il mondo cattolico garantiscono un’identità culturale e una struttura associativa che formano la società, sostenendola nel rapporto con le necessità e le trasformazioni dell’economia. Per quel che riguarda la ZONA ROSSA il riferimento della subcultura politica territoriale è costituito dall’identità e dalle organizzazioni legate al movimento operaio e alla sinistra. Case del popolo, circoli ricreativi, sedi sindacali, cooperative. Attività e organizzazioni sviluppate dalle associazioni dei lavoratori per rispondere alle incertezze prodotte dall’impatto della società locale con il mercato e con l’industrializzazione. Si tratta di zone nelle quali hanno svolto un ruolo importante le lotte operaie e contadine, o la resistenza. Esperienze che hanno mobilitato la società locale, le hanno fornito memoria e identità e che si sono istituzionalizzate tramite la presenza organizzata sul territorio di soggetti politici, di organizzazioni di rappresentanza. Il localismo socioeconomico sostiene le subculture politiche territoriali. E le subculture politiche territoriali favoriscono lo sviluppo locale. Cosi in queste zone, si vota per riflesso condizionato, per confermare un’appartenenza, un’identità. E i partiti si pongono come fattori di riconoscimento, rappresentanza, consolidamento. Si tratta dei due idealtipi del partito di massa, nella versione italiana. La DC e il Pci: partiti immersi nella società e incistati nelle istituzioni. Partiti-società e partiti-istituzione allo stesso tempo. Sono partiti che esprimono la “politica nel territorio” la complicità tra politica società e sviluppo locale. Tuttavia ci sono differenze nel modo in cui i partititi interpretano la loro azione nel contesto locale. Si possono distinguere tramite 2 variabili:

• Il rapporto con la società, l’organizzazione • Il rapporto con le istituzioni, con il governo locale e centrale.

Dal punto di vista del rapporto con la società, il ruolo del partito nelle zone rosse, è molto direttivo e attivo. È il partito a costituire il riferimento dell’identità sociale in ambito territoriale. Nelle zone bianche le associazioni cattoliche risultano più solide e strutturate rispetto alla DC. Essa ha una presenza limitata nella società. Le categorie produttive, mantengono un ruolo rilevante nella società della leadership e delle candidature. Soprattutto sono le associazioni cattoliche e la chiesa a condizionare la scala e gli orientamenti del partito, fino agli anni 60. Poi la secolarizzazione, gli effetti del concilio vaticano II allentano questi legami, e la DC si automatizza di più. Il fatto che la chiesa non costituisce solo il centro d’ispirazione della vita religiosa è ancora più il riferimento etico e normativo della società locale, il principale luogo di offerta dei servizi assistenziali, culturali. Quindi si vota per la DC nelle zone bianche perché è il partito che garantisce e tutela il mondo cattolico e quindi la comunità locale. Mentre si vota contro il Pci e contro tutti gli altri partiti per la stessa ragione: sono ostacoli, minacce al mondo locale. Da ciò lo strano mix di consenso senza appartenenza verso la DC, che caratterizza le zone bianche nelle quali gran parte delle persone votano per la DC ma senza essere democristiani. La mediazione tra centro e periferia diventa il principale mestiere riconosciuto alla Dc. La duplice condizione –partito locale e partito dello stato nazionale- diventa una risorsa di cui il partito si serve per autonomizzarsi per abbassare il suo grado di dipendenza dalla chiesa e dalla società locale, da partito sponsorizzato dalla chiesa la DC diventa sponsorizzata dallo stato. Nella ZONA ROSSA lo scenario si presenta differente. Il rapporto tra il partito e la comunità locale risulta molto stretto e direttivo. Il partito non è gregario dell’associazionismo culturale e politico, anzi ne costituisce la guida. Il rapporto con le istituzioni pubbliche e di governo risulta più stretto, ispirato a maggiore fiducia. Dopo il 1948 il Pci si trova inevitabilmente escludo dal gov centrale, soprattutto a causa del suo legame con i paesi con sistema socialista e soprattutto con la Russia. In definitiva la Dc nelle zone bianche si presenta come un partito nei confronti del quale la società esprime adesione senza appartenenza. Gode di un ampio e diffuso consenso mediato dall’associazionismo religioso. È percepita come garante della continuità del modello locale, è considerata come rappresentante degli interessi e dell’identità del territorio nello Stato. Nelle zone rosse il Pci è parte dell’organizzazione e dell’identità del territorio, in quanto contribuisce a riprodurle tramite la propria organizzazione e la propria identità, vista la coerenza stretta tra la rete associativa e il partito. La comunità locale diventa una comunità politica imperniata nel partito. Il Pci tende a valorizzare il rapporto con il territorio amministrativo e governo locale. Cosi mentre nelle zone rosse, si afferma uno stile amministrativo di tipo integrativo che attribuisce alle istituzioni e al sistema politico un ruolo visibile e attivo, nelle zone bianche si osserva un modello di tipo aggregativo non interventista, che asseconda le tendenze e le risorse della società e del mercato, senza orientarle ne dirigerle. In entrambi i casi la dimensione locale assume grande rilievo. La DC si presenta come una sorta di collage d’élite locali che competono, per acquisire le risorse dello stato, il Pci appare come una federazione di municipalità ed enti locali, che contratta con lo stato centrale la concessione di risorse e servizi necessari al governo del territorio. In entrambi i casi, i partiti agiscono localmente e avendo ben presenti gli interessi della loro base territoriale, ma evitando accuratamente di utilizzare il riferimento al contesto locale, per legittimarsi politicamente o per alimentare il dibattito o la polemica. Il territorio resta implicito. Base di azione e organizzazione oltre che di amministrazione, ma non di comunicazione. Questa reticenza sottende una consapevole scelta comune che riflette due ordini di ragioni:

• Il primo riguarda la percezione che il territorio costituisce un fattore critico e potenzialmente lacerante, per l’Italia.

• Il secondo riguarda gli stessi partiti: il timore di trasferire le fratture territoriali all’interno dello stesso appartato. Nella zona bianca i caratteri che si sono proposti riguardano le province del Veneto centrale (treviso, vicenza, padova, verona). Per quel che riguarda le zone rosse le specificità rispetto alle province dell’Italia centrale, riconducibile al modello mantovano, che comprendono oltre a mantova anche parma e rovigo. Sono aree il cui retroterra socioeconomico, a base bracciantile, si collega con una significativa forza elettorale del Psi rispetto al Pci, ci sono poi distanze significative tra toscana e l’emilia romagna, mentre le marche sono considerate un insieme omogeneo anche se solo le province più a nord hanno un’effettiva connotazione di sinistra mentre quelle più a sud presentano una tradizione di colore bianco (macerata e ascoli piceno) contrassegnate da alcune enclaves di destra. Ciò che si rileva scorrendo la geografia della DC e del Pci nel corso del dopoguerra è che la zona rossa riproduce, il medesimo profilo, con poche differenze , verso il Nord e il mezzogiorno, soprattutto tra gli anni 70 e 80. Tuttavia il suo baricentro resta la zona rossa dell’Italia centrale. La zona bianca invece soprattutto a partire dagli anni 80 registra modificazioni molto profonde. In particolare nelle province del nord est, la dc perde consensi in modo consistente soprattutto in confronto con ciò che avviene nel centro sud dove si espande la base elettorale. Nel mezzogiorno l’elettorato della DC e del Psi dimostra un grado di continuità e di stabilità limitato, trattandosi di contesti caratterizzati da un voto fluttuante. La DC non appare più in grado id delineare una zona bianca. Da un lato perché le basi su cui si era impiantata tra gli anni 40 e i primi anni 50 (in nord est e le aree periferiche del nord) le divengono sempre più ostili, poi perché nelle province del centro sud, dove la DC ha allargato la sua base elettorale, non esistono le stesse condizioni sociali (diffusione dell’associazionismo cattolico e dei gruppi d’interesse). Le ragioni che allentano la fedeltà elettorale verso la DC sono principalmente 6:

• La crescita di una neo borghesia di piccola impresa che rivendica spazio e cerca nuovi canali di rappresentanza politica e degli interessi. A partire dagli anni 80 queste figure sociali divengono fonte di malessere e rivendicazione.

• La crescita economica promuove il distacco di queste aree nei confronti dello stato. Da una situazione di appartenenza passano ad un’atteggiamento più rivendicativo motivo della richiesta di ottenere una redistribuzione più vantaggiosa del potere e del reddito. Si tratta di una frattura che contrappone il triangolo industriale al nord della provincia caratterizzata dai distretti industriali e dalle piccole imprese. Ciò alimenta il conflitto tra centro e periferia, nei confronti di Roma e dei centri economici.

• L’insieme di questi processi logora il tessuto tradizionale dell’integrazione sociale, la rete associativa resta estesa e si sviluppa ulteriormente ma si trasforma in modo profondo. Si automatizza e pluralizza in un quadro di forte distacco dai tradizionali riferimenti culturali e normativi. Crescono le esperienze associative e di gruppo più piccole, orientate all’impegno su problemi concreti.

• La crescita economica accelera la complessità sociale, la secolarizzazione, accentuando i fattori d’insicurezza e di degrado dell’ambiente.

• Lo sviluppo economico delle imprese e delle aree avviene di pari passo con il processo di globalizzazione, l’ambito sociale si ritrova collocato in uno spazio sempre più ampio e sempre più astratto, determinando insicurezza, spaesamento, e conseguente ricerca di ri radicamento.

• Problemi simili emergono quando si parla di europeizzazione, l’affermarsi dell’europa tende a ridefinire il quadro dei sistemi normativi e identitari nei quali si collocano sia gli attori sociali ed economici che gli individui.

Gli anni 80 mettono in crisi il tradizionale meccanismo di rappresentanza politica. La DC si rivela inadeguata a governare lo sviluppo e il territorio, perché non lo aveva mai fatto in modo diretto, si rivela altresì in difficoltà nel rappresentare gli interessi locali in rapporto al governo centrale. Inoltre il governo locale si dimostra in difficoltà nel fare fronte ai cambiamenti della società, l’invecchiamento, il mutamento culturale delle nuove generazioni, l’urbanizzazione diffusa. Il disincanto verso la politica, si traduce in disamore. Mentre le componenti costitutive della società locale attuano una conversione rapida e totale. Nel nord este e nelle altre province del profondo nord il partito che rappresenta il contesto locale, la DC, è anche quello che governa il paese ininterrottamente nel corso del dopoguerra. Nel momento in cui si apre il conflitto tra centro e periferia la DC ne viene investita. Al contrario il Pci, partito di riferimento delle regioni rosse, è costantemente escludo dal governo centrale, si legittima come il partito delle amministrazioni locali, e in quanto tale risente meno della disaffezione nei confronti dello stato. Non

diventa bersaglio del conflitto tra centro e periferia. In secondo luogo occorre tener conto della persistenza organizzativa, nelle zone rosse, dei partiti della sinistra e del Pci, poi il Pds e rifondazione comunista mantengono un impegno attivo tramite la militanza, la comunicazione di base. Va inoltre valutato il diverso modello di regolazione che impronta le regioni bianche e rosse. In quelle bianche si privilegia la logica della mediazione con lo stato, in quella rossa si valorizza l’intervento autonomo dell’azione pubblica sul territorio, a sostegno e indirizzo delle economie e delle società locali. Ciò non significa che il modello delle aree rosse garantisca un dinamismo economico maggiore, avviene anzi il contrario, negli anni 90 quando il nord est realizza performance in termini di reddito, delle esportazioni e dell’occupazione sicuramente più elevate che del resto del paese, ciò avviene perché il minor grado di regolazione pubblica, la minor interferenza degli enti locali sullo sviluppo, permettono al sistema economico locale delle zone pedemonte, di reagire prima e con maggiore autonomia all’evoluzione di un mercato sempre più instabile. L’assenza di regole e di controlli ha agevolato il dinamismo del mercato, ma ha ostacolato la strutturazione del territorio e la risposta alle crescenti trasformazioni della società, mentre ha contribuito a far percepire lo stato e le istituzioni pubbliche come lontane. Infine conta l’incidenza della secolarizzazione che indebolisce la capacità della chiesa di saldare in un quadro universalista il sistema dei valori tradizionali che sul territorio ha orientamenti particolaristi: la famiglia, l’impresa e cosi via. Mentre nelle aree rosse le organizzazioni di sinistra mantengono una notevole capacità di organizzazione degli interessi e di integrazione sociale, nelle aree bianche la subcultura cattolica tende a scindersi da quella territoriale, perché la chiesa e il mondo cattolico non solo non si riconoscono più nella DC ma a loro volta, non coincidono più con la società locale. Resta il fatto che indagini svolte in alcuni contesti delle zone rosse dimostrano come gli orientamenti che esprimono sostegno alle istituzioni tradizionali sfiducia verso lo stato risultano elevati anche tra gli elettori di sinistra. I partiti di massa garantiscono una fase di stabilità che persiste più a lungo nelle aree dove i partiti centrano la loro azione sul rapporto con i governi locali, invece che con lo stato centrale, come avviene per il Pci.

CAP 3- • Nella seconda fase il territorio diventa l’esplicito riferimento dell’identità politica, questa fase prende avvio

negli anni 80 in concomitanza con il decomporsi della zona bianca, emerge e decade negli anni 90, in parallelo con due processi significativi dell’epoca. Da un lato l’affermarsi e il seguente declino della questione settentrionale e il successo e il successivo ridimensionamento del movimento leghista. La crisi del rapporto tra politica e territorio coincide con il rapido declino della DC nelle zone bianche e con l’affermarsi della lega. L’emergere della questione settentrionale che sottolinea la fine di una stagione lunga, nel corso della quale il territorio costituisce una risorsa, per l’integrazione politica e istituzionale in ambito nazionale, e diviene simbolo di divisione. La questione settentrionale evoca un complesso di situazioni e problemi che trovano unità in uno specifico contesto del paese, il nord in aperto contrasto linguistico con la tradizionale “quistione” territoriale in Italia: quella meridionale. È chiaro che il nord non è uno solo anzi presenta al suo interno modelli di capitalismo diversi, Arnaldo bagnasco delinea tre modelli di capitalismo, nel nord che si affermano negli ultimi 20 anni. Il primo collocato nel nord ovest riprende il modello di grande fabbrica metropolitana di cui la fiat costituisce il riferimento, torino la capitale. La crisi economica degli anni 70 l’ha segnata profondamente, perché la trasformazione dei mercati internazionali sempre più instabili ne ha messo a dura prova le rigidità. La fiat si è ristrutturata profondamente, è divenuta più flessibile grazie all’introduzione di nuove tecnologie e alla riorganizzazione del lavoro. Anche la società di questo nord è cambiata in modo profondo. La metropoli torinese non riesce a governare il nord, non è più la capitale. Ciò segna la fine del “grande nord” dalla sua ombra sono usciti due diversi modelli di capitalismo :

• C’è il modello improntato alla produzione dei bene immateriali, vi concorrono settori dell’informazione, della comunicazione, dell’informatica, della finanza. Il suo contesto reale e idealtipico è milano, sempre più lontana e distinta da torino.

• C’è il modello produttivo imperniato sulla piccola impresa che fino agli anni 70 era considerato uno stadio minore nella scala di evoluzione dell’economia. L’area della piccola impresa coincide con le zone periferiche, rispetto alle capitali dello sviluppo: le province pedemontane, che dal nord est risalgono fino al nord ovest.

È una TERZA ITALIA definita cosi da Bagnasco per distinguerla dalla zona del triangolo industriale (torino. Milano, genova) e dal mezzogiorno. Dentro la terza italia si individuano due diversi modelli socioeconomici e culturali che differenziano le regioni del centro da quelle alpine-pedemontane. È nel nord pedemontano che esplode la scintilla della protesta che, negli anni 90, si propagherà al resto del nord. In queste zone mentre l’economia di piccola impresa si espande, mentre si dilata lo spazio dei ceti medi produttivi, mentre la società e il territorio cambiano rapidamente, le risposte del sistema politico locale e dello stato centrale si rivelano sempre più inadeguate. La società e l’economia del piccolo nord chiedono modernizzazione, innovazione, governo del territorio, prestazioni che la DC non riesce ad esprimere. La questione settentrionale esplode quando il nord non è

solo uno, quando non ha più una sola capitale, un solo modello dominante. Quando il piccolo nord mette in discussione il ruolo del grande nord. La lega nord da a una realtà complessa una rappresentazione unitaria. Cresce sulla dissoluzione della DC, impone il verde come colore dominante a quella che era stata la zona bianca. A differenza della DC, usa il territorio come una bandiera, non come una base per radicarsi. Una bandiera contro lo stato. Negli anni 90 la frattura nord-sud trona nuovamente visibile, lo stivale si rovescia scaricando sul nord le maggiori tensioni per la stabilità e per l’identità nazionale. Non si assiste più alla socializzazione della politica, all’uso del territorio come riferimento del consenso politico, il territorio, la realtà locale divengono riferimenti dell’identità. Fonti ideologiche alternative alla religione, alla classe e per questo utilizzate contro lo stato. Il territorio diventa una risorsa politica dell’antipolitica. Negli anni 80 si potrebbe definire l’emersione della questione settentrionale, è annunciata nella prima metà degli anni 80, dai risultati ottenuti dalle leghe regionaliste, che si affermano nelle province pedemontane del nord, il voto della lega esprime la protesta e il malessere verso lo stato, verso le metropoli del nord. Il compito degli elettori attribuiscono ai due partiti: nel caso della DC un ruolo politico di mediazione con lo stato. Nel caso della lega, la società locale ne valorizza il ruolo antipolitico, che si traduce nella rivendicazione contro lo stato centrale. Nella seconda metà degli anni 80 le leghe regionali vengono progressivamente aggregate e unificate dall’azione della lega lombarda e dal suo leader, Umberto Bossi. Dalle leghe si passa alla lega. Le parole d’ordine dietro a cui si svolge questo percorso sono : federalismo e autonomia, riduzione dell’intervento dello stato, maggiore spazio e maggiore libertà al privato, alleggerimento e semplificazione del sistema fiscale. La seconda fase si sviluppa nel corso della prima parte degli anni 90 ed è riassumibile nel tentativo di trasferire a roma la questione settentrionale, facendo di essa la questione nazionale. La caduta del muro di berlino travolge i fondamenti dell’identità. Costringe la sinistra d’ispirazione comunista a una profonda revisione, che produce divisioni e conflitti. Ma travolge la DC e gli altri partiti di governo. Inoltre l’irrompere delle inchieste sulla corruzione politica accentua la delegittimazione della classe politica e dei partiti, sino a provocare la dissoluzione delle forze politiche di governo. La domanda di cambiamento si diffonde tra i cittadini e alimenta l’azione del movimento referenario. L’accelerazione del processo di integrazione europea e della globalizzazione, assieme all’accentuato dimanismo dell’economia del nord offre spinta ai risentimenti e ai fermenti di quest’area. Di conseguenza la frattura tra nord e lo stato si approfondisce e diviene un abisso quando si dissolve il sistema politico. La lega unica opposizione a tutto il sistema. Avversaria di roma, voce del malessere, cosi alle elezioni del 1992 supera i 3 milioni e mezzo di voti. Cresce ovunque. Nel 1993 conquista soprattutto milano. Questo percorso si conclude alle elezioni politiche del 1994 a cui il sistema partitico italiano giunge in condizioni di profondo rinnovamento. Cambiata la legge elettorale, da proporzionale a maggioritaria, cambia l’offerta politica, emergono nuovi soggetti politici di centrodestra, per la trasformazione del Msi ad An da partito neofascista a forza postfascista. L’offerta politica cambia in seguito all’emergenza di un nuovo soggetto politico che si colloca nello spazio lasciato vuoto dal dissolversi dei partiti moderati e di governo, la DC i socialisti, i partiti laici di centro. Si tratta di FI, il partito creato da Berlusconi, è un soggetto politico che usa il linguaggio e gli strumenti del marketing politico. Identificato nella figura del leader, il cui messaggio richiama alcuni dei temi emersi durante la crisi della prima repubblica, mutati dalla questione settentrionale: il liberismo, la centralità dell’impresa, la riduzione del pubblico e delle tasse. La lega non è più sola a rappresentare il nord. I ceti urbani e gli imprenditori che si erano avvicinate alla lega si spostano sull’offerta politica di FI. C’è per la lega la complicazione che per diventare soggetto di governo, per vincere le elezioni, deve allearsi con forza italia e in modo indiretto con An. La lega deve misurarsi con un concorrente tanto più insidioso perché alleato. Bossi imposta l’ultimo scorcio della campagna elettorale contro berlusconi, suo maggior avversario. Cosi riesce a recuperare punti di consenso alle elezioni del 2001 e sale sopra l’8%. Ma si ritrova di nuovo asserragliato dentro alla zona pedemontana, dove invece avanza FI. cosi la parabola della lega di governo si conclude, perché mentre arriva al governo, la lega non interpreta più l’intero nord ma una sola parte di esso, l’area dove aveva tratto all’inizio sostegno, l’area del localismo, della piccola impresa. Il nord pedamontano. La zona verde. Mentre milano conquista il governo di roma la lega ritorna ai confini e alle rivendicazioni delle origini. Da qui la crisi di governo Berlusconi, abbandonato da bossi pochi mesi dopo l’avvio. La fase successiva è segnata dal dividersi della questione settentrionale tra due percorsi politici: il federalismo e la secessione. Il federalismo costituisce l’obiettivo dichiarato da una larga maggioranza di partiti. Da destra a sinistra. Da An fino al Pds. Il consenso attorno al tema del federalismo riflette la piena cittadinanza della legittimità del malessere che viene dal nord. Non che sul significato del federalismo ci fosse coerenza e omogeneità. Per la questione settentrionale e i suoi temi entrarono nel linguaggio comune, la lega nord percorre una strada diversa. Torna ad agire da sol, differenziandosi da tutti. Si libera del linguaggio del federalismo della prospettiva riformista, imbocca la strada dell’indipendenza poi quella della secessione. La svolta prende velocità e forma dopo le elezioni del 1996 quando presentandosi da sola come “terzo polo” supera il 10% dei consensi. Il successo della lega serve a denunciare la persistenza del malessere e della protesta nel nord, la sua crescita. Per paradosso il successo della lega invece di svelare l’esistenza di una questione settentrionale denuncia l’esatto opposto. La differenza che caratterizza la società e l’economia del nord e la diversità dei modelli di rappresentanza politica che lo

contrassegnano. Visto che il nord ovest neofordista di cui il baricentro è morino, prevale il centrosinistra, nella Milano della produzione di beni immateriali vince FI, mentre la lega sfonda nel nord est, nelle province pedemontane del nord postfordista. Nella zona verde. La svolta secessionista lanciata da bossi nel 1995 insegue due obiettivi:

• Distinguersi dagli altri soggetti politici, sfuggire all’abbraccio di alleanze che ne danneggerebbero l’identità. • Evitare di vedersi chiusa nei confini pedemontani (zona verde) di apparire il partito del piccolo nord.

la rivendicazione secessionista soddisfa entrambi i problemi. Da un lato costituisce un limite invalicabile per gli altri soggetti politici, dall’altro impone di nuovo l’immagine del nord come un entità unitaria. Il nord diventa Padania, una nazione che unifica ciò che per economia, società, orientamento politico appare diviso. La Padania è un territorio che diventa un mito, un simbolo. La lega mentre marciava in nome della Padania, proclamava che l’ingresso nell’unione monetaria europea, considerato irraggiungibile per l’Italia unita poteva realizzarsi per la Padania, per il nord da solo. L’italia riesce a conseguire l’obiettivo nel 1998 e in quel momento il progetto secessionista diventa improvvisamente anacronistico e minoritario. Il centro del sistema politico e istituzionale da cui si minaccia di secedere non è più Roma ma Bruxelles. La capitale dell’europa burocratica. O Francoforte la capitale dell’europa della finanza. La lega cambia bersaglio e prospettiva. Filoeuropea, fino a che l’Europa le appariva un modo di indebolire le basi degli stati nazionali e della nazione italiana, diventa antieuropea. Antiglobalista. In nome della difesa dell’identità dei popoli, delle regioni-nazione. Si tratta di una svolta che ne determina la progressiva secessione dai ceti da cui aveva tratto origine: ceti medi autonomi e lavoratori della piccola azienda. È una lega diversa dal passato quella che affronta la fase successiva all’ingresso dell’Italia nell’unione europea. Alla ricerca di una nuova missione, da soggetto politico innovatore, si è trasformata in attore che del cambiamento riflette e riproduce le paure. Le paure prodotte da un mercato sempre più aperto, dai vincoli monetari imposti dalle autorità europee. Le paure suscitate dai grandi mutamenti demografici. Ciò non ne frena il declino elettorale, tanto che alle elezioni del 1999 si attesta poco sopra il 4%. È questo il punto di svolta della strategia della lega, bossi infatti sentendosi minacciato all’interno dal ritorno delle spinte religiosiste e all’esterno dalla fuga dei ceti produttivi, riporta la lega nell’antica alleanza con il Polo. Per forza più che per amore. Rispetto alla prima metà degli anni 90, tra gli elettori della lega è nettamente calata la quota degli imprenditori, mentre è aumentata quella dei lavoratori autonomi più deboli, degli operai meno qualificati. Il peso elettorale della lega è cresciuto nei piccolissimi centri, più isolati. È la lega degli uomini spaventati, dei ceti periferici che cercano risposte alle sfide della globalizzazione. La lega verso la fine degli anni 90 partecipa a promuovere la “sindrome del populismo alpino” che altri soggetti politici contribuiscono ad alimentare negli stessi anni. Una sindrome che è propagata altrove in europa, in danimarca, belgio, olanda. La lega prima federalista e regionalista, poi antipolitica e antistatale, poi secessionista e padana, oggi tradizionalista, anti-immigrati e di nuovo federalista. Insomma è un camaleonte pronta a cambiare di nuovo se necessario. Il ritorno all’interno dell’alleanza di centrodestra guidata da Berlusconi permette alla lega di vincere le elezioni regionali del 2000 e quelle politiche del 2001. La sua base elettorale resta circoscritta al 4% e si riduce sensibilmente proprio dove era più forte all’inizio. Nel suo territorio per questo tende a diventare meno verde. Negli anni 80 nella fase dell’insorgenza le leghe si presentano come circoli culturali che coltivano la storia. Tutta la loro attenzione è spostata sulla valorizzazione del territorio come fonte di identità. (regione come nazione). I successi elettorali degli anni 80 concorrono ad allargare l’organizzazione della lega, che assume un profilo più definito soprattutto nei primi anni 90. Il modello organizzativo perseguito riproduce molti tratti di quello dei partiti di massa: diffusione delle sedi e delle sezioni sul territorio, promozione dell’appartenenza tramite un ceto politico diffuso, una base associativa distribuita a livello locale, e una forte identità e un organizzazione disseminata sul territorio, insomma quasi una riedizione del Pci. Rispetto ai partiti tradizionali, la lega presenta alcuni elementi distintivi, il più importante dei quali è la prevalenza della figura del leader. Nel corso degli anni 90la lega sposta il fuoco del suo messaggio politico dal federalismo alla lotta contro la partitocrazia, sino ad approdare al binomio devoluzione immigrazione. Il leader imprime un costante scivolamento degli obiettivi e della simbolica della lega. È il leader stesso a ridisegnare a ogni stagione politica il modello organizzativo. Nei primi anni 90 Bossi indirizza la lega ad assumere responsabilità di governo locale e nazionale, favorisce l’allargarsi dell’organizzazione ai ceti medi, alle componenti moderate. Dopo la conclusione dell’esperienza del primo governo Berlusconi del 1994 che segna il fallimento della strategia di conquista dello stato da parte del nord , la lega intraprende un percorso organizzativo di tipo diverso, che mira alla costruzione dell’identità e dell’entità padana. La rapida crisi seguita all’ingresso nell’unione economica monetaria dell’italia, cambia ancora la logica organizzativa della lega la cui presenza sul territorio si riduce sensibilmente. La lega per questo diventa un sogetto politico che opera per campagne nazionali e locali. Lontana dal partito di massa della fase federalista si trasforma in un attore politico che si mobilita su singole iniziative, su specifici obiettivi: la protesta contro gli immigrati, il fisco, la criminalità comune. Nella fase meno recente opera nel governo come una sorta di lobby del nord. Le differenze che la distinguono dalla zona bianca e ancora di più da quella rossa sottolineano il diverso rapporto con lo stato e con i

partiti. Nella zona bianca e rossa il partito di massa costituiva un soggetto di mediazione con lo stato. Il territorio era base di negoziato, scambio, rivendicazione. Era base concreta di identità politica, elemento di azione politica. Nella zona verde il territorio diventa elemento di un discorso antipolitico che alimenta l’antagonismo verso lo stato e la politica, che asseconda la tentazione della società del nord pedemontano di fare senza politica. Altri attori politici cercano di trovare riconoscimento tramite una relazione esplicita e personalizzata con il territorio. La prima espressione di questa tendenza è costituita dal diffondersi di soggetti politici che riprendono il marchio del territorio, facendone un riferimento dell’identità. La loro presenza diventa più consistente e visibile tra il 1986 e il 1990 soprattutto nel nord. Il caso più noto e significativo è il movimento del nord est, fondato da massimo cacciari e da mario carraro. Queste esperienze non danno vita a forme significative di radicamento nel contesto, sia perché non riescono mai a raggiungere un’estensione elettorale e organizzativa rilevante, sia per la breve durata della loro esistenza. Tuttavia, questi attori politici rispecchiano il clima del tempo: l’importanza del territorio come elemento simbolico di attrazione e di mobilitazione. Il più importante soggetto è sicuramente costituito dall’esperienza dei sindaci dopo l’elezione diretta, prevista dalla legge 81/1993. Il 1993 è l’anno che segna la crisi definitiva della prima repubblica. È il punto più alto di tangentopoli e quindi del collasso dei partiti tradizionali di governo. L’elezione diretta dei sindaci concorre al medesimo clima politico culturale che accentua il carico simbolico del territorio, rendendo visibile e critico il tema dei rapporti con lo stato e con il sistema politico. I sindaci diventano, dopo l’elezione diretta, figure dotate di un elevato grado di legittimazione, investite da un carico di aspettative molto pesante. Al tempo stesso, essi non si vedono riconosciute competenze e risorse ugualmente ampie. Il che genera uno squilibrio (tra aspettative e risorse) tale da indurli a investire sull’immagine e sulla dimensione politica. Essi tendono a rivolgersi direttamente agli elettori e curano sempre più la comunicazione tramite i media locali e nazionali. Per spiegare la difficoltà di far fronte alle attese generate e per accentuare l’identità locale i sindaci tendono ad accentuare il distacco con il centro, con lo stato, a presentarsi come i tribuni della gente locale, difensori degli interessi e dei valori urbani nei confronti delle resistenze delle istituzioni centrali. La legge del 1999 che estende l’elezione diretta anche ai presidenti di regione, s’inserisce lungo lo stesso solco, ma avviene in un epoca diversa, quando la sfera nazionale della politica ha ripreso rilievo. Tuttavia il rapporto conflittuale con lo stato centrale si ripropone più acuto per marcare i confini tra territorio e stato, per costruire un’identità regionale visibile. Un terzo aspetto che riflette e amplifica la logica della zona verde è riassunto nel federalismo. Nel lungo periodo questo modello tende a diventare poco efficiente, il problema è che la rivendicazione federalista avviene in base a logiche polemiche e politiche, invece che a una riflessione sul modo migliore di riorganizzare la forma territoriale dello stato. Le spinte per il cambiamento che provengono dalla periferia del nord fanno il paio con la resistenza del centralismo. Il federalismo è promosso dalla lega negli anni 80 la quale lo usa come strumento retorico e linguistico per contrastare lo stato centrale. La prima onda di riforme federaliste data 1993. Cosi con la legge 81/93 si riforma il modo di elezioni di sindaci e dei presidenti di provincia. La seconda onda segue la marcia: secessionista della lega del 1996. La marcia fallisce, ma il risentimento del nord resta alto. Cosi parte la risposta di decentramento amministrativo e fiscale sottolineata dalle riforme bassanini del 1997/98. Parte il primo lavoro della commissione bicamerale che affronta il tema del federalismo. È un percorso che procede lentamente, ad accelerarlo contribuisce un evento imprevedibile bella primavera del 1997 l’assalto di un gruppo di militanti autonomisti, i serenissimi, al campanile di san marco. È sufficiente a riaccendere nel paese e nella classe politica i fantasmi della secessione, le paure del nord che se ne va. Il terzo passo, nel 1999 coincide con l’elezione diretta dei presidenti della regione, sostenuta dal presidente Ciampi, e con la crisi della via referendaria alla riforma dello stato, sottolinea il fallimento del referendum per il maggioritario dell’aprile 1999. La sconfitta alle elezioni regionali del 2000 ravviva la fiamma federalista del centrosinistra fino ad allora piuttosto fievole. Cosi mente le regioni del nord promuovono i referendum per la devolution dello stato, governato dal centrosinistra, esso porta in parlamento e approva una riforma federalista con l’intento di erodere i consensi del centrodestra del nord. La devolution, ultimo artificio linguistico, dopo federalismo, indipendenza, secessione. Anch’essa risponde a ragioni politiche, è il marchio che la lega intende imprimere all’azione di governo, per dimostrare ai suoi elettori del nord che restando a roma, al governo, è possibile raggiungere risultati significativi. Il percorso della riforma federalista procede a sussulti, per accelerazioni, dettate da emergenze, a cui susseguono lunghe pause, ogni volta che le minacce del nord si allentano.

CAP 4- La lega nord è un partito antipartito che prepara la transizione a una nuova e diversa fase del rapporto tra territorio e politica. Questa fase declina in fretta: attorno alla metà degli anni 90. Avviene in parallelo con il successo di FI, un attore politico che non ha il marchio territoriale definito. Ha scelto l’Italia poco connotata dal punto di vista dell’identità , come suggerisce il colore scelto per rappresentarsi: l’AZZURRO. Evoca non la nazione ma la nazionale. L’azzurro al contrario delle altre non evoca passioni, ideologie lotte e movimenti. E suggerisce la fine della politica che affonda le radici nella storia e nel territorio. I partiti che si impongono negli anni 90 e alle soglie

del 2000 non delineano “regioni politiche” dai confini chiari e riconoscibili, ma riproducono un arcipelago di zone sparse nel paese, dai confini mobili. Si definisce per questo la zona azzurra come il preludio a una fase di politica senza il territorio. In cui politica e il territorio procedono senza legami coerenti di complicità o antagonismo. La DC si dissolve dopo il 1992 la zona verde consuma la sua parabola in modo rapido e intenso, fino a ridimensionarsi a partire dal 1999. Nel nuovo decennio dopo che si è ricostruita l’alleanza con FI e gli altri partiti del Polo, il baricentro dell’azione politica della lega diventa il “governo romano”. La lega indebolita nel suo territorio cerca di guadagnare consensi nel nord agendo a Roma come una lobby. Il suo leader solitario Umberto Bossi. La zona rossa si allarga nel mezzogiorno fino al 1996 per rinchiudersi dentro i confini storici tradizionali nel 2001, quando la sinistra ottiene il peggior risultato del dopoguerra. Alle elezioni la sinistra perdono in modo consistente nelle zone amiche, ma soprattutto in quei punti dove erano meno consolidati: nei collegi rossi delle zone rosse (lucca, pisa, toscana, nelle province di macerata e ascoli piceno). AN invece mostra nella seconda repubblica una trasformazione significativa. Se in principio era delimitata nel centro-sud, negli anni 90 AN allarga il suo elettorato nel nord mentre lo restringe nelle tradizionali enclaves centromeridionali. Tra le forze politiche nuove, la Margherita, soggetto politico che eredita la tradizione moderata del centrosinistra, presenta un profilo territoriale molto differenziato, una geografia sparsa, con alcune zone di particolare insediamento nel mezzogiorno e nel nord-est. FI invece il suo risultato elettorale si distribuisce in proporzione omogenea in tutte le principali zone del paese. Si afferma nel paese senza incardinarsi in aree specifiche. Il suo successo nel 2001 ne sottolinea l’immagine di “partito nazionale” capace di affermarsi ovunque. L’italia si dualizza, si ripropone, un’Italia rossa che si addensa nelle province dell’Italia centrale, circondata dall’Italia azzurra che occupa il resto del paese. Le fasi di espansione e di contrazione elettorale di FI dipendono dalla concorrenza con AN e ancor più con la lega sullo stesso terreno. Il successo e la battuta d’arresto del 1996 si spiegano con i voti che le sono sottratti dalla lega nelle zone pedemontane del nord e da AN nel centro sud. La caratterizzazione nazionale e la minore integrazione di FI nel contesto locale trova conferma nel fatto che FI è il partito il cui rendimento varia di più tra un tipo di votazione e l’altro. FI migliora il suo risultato tanto più quanto più si allarga l’arena della competizione. Ottiene i migliori risultati alle elezioni politiche ed europee, ma registra un buon esito elettorale anche alle elezioni regionali mentre soffre quando affronta le consultazioni provinciali e comunali. Verso la fine degli anni 90 ai partiti perdenti sul piano del confronto elettorale nazionale siano quelli che presentano un radicamento elettorale definito e chiaro. Le forze politiche che realizzano i risultati migliori sono quelle che nazionalizzano il loro impianto territoriale, risultando competitive in diversi contesti del mercato elettorale italiano. Lo dimostra il coefficiente di variazione , un indice che ci serve a misurare il grado di concentrazione del voto partitico nel territorio nazionale: quanto un partito abbia basi elettorali definite, limitate e stabili. In particolar, più è basso il valore dell’indice, più alta è la diffusione del voto sul territorio nazionale e più bassa la sua concentrazione in aree specifiche. Se si fa riferimento alle elezioni del 2001 questo indice per FI è di 0,9 mentre è di 0,45 per i Ds, 0,33 per AN e 0,23 per la margherita. DS e la lega appaiono i partiti più regionalizzati, la margherita e FI quelli maggiormente diffusi in ambito nazionale. L’indice espresso da FI nel 2001 appare più basso rispetto a quello proposto dalla DC negli anni 50. Se FI non è la nuova DC dal punto di vista della penetrazione elettorale ne è l’univo possibile replicante della seconda repubblica. Ci sono due processi importanti:

• Il ruolo assunto dai media che attraggono sempre più la presenza degli attori politici, diventanto per essi una sede privilegiata della comunicazione con la società nella ricerca e nella costruzione del consenso.

• Il secondo è tipo istituzionale-legislativo: riguarda l’impatto sull’offerta e sulla domanda politica del sistema elettorale introdotto nei primi anni 90. Un sistema elettorale misto caratterizzato dalla prevalenza del principio maggioritario, attuato secondo il modello del turno unico, in collegi uninominali. Nell’insieme queste novità producono alcune conseguenze:

• Inducono i partiti a coalizzarsi preventivamente tramite intese larghe, perché nel turno unico conta ottenere un voto in più rispetto alle altre liste e coalizioni.

• Favoriscono la personalizzazione a ogni livello: in periferia e al centro, per offrire riconoscimento comune ad alleanza eterogenee.

• Attribuiscono a tutte le forze politiche, un notevole potere d’interdizione e di ricatto. Ogni partito diventa importante in una competizione bipolare equlibrata.

Ne conseguono, nel corso degli anni 90, due successive trasformazioni: • L’aggregazione tra partiti secondo una meccanica prevalentemente bipolare. • Il progressivo tradursi della competizione tra coalizioni in una competizione tra leader che si propongono

come candidati e premier. Cosi i partiti acquistano ruolo soprattutto in sede di trattative pre-elettorale e successivamente in sede istituzionale. Sul territorio si mobilitano gruppi che non propongono legami con i partiti e con la politica nazionale come avveniva un tempo. Da ciò emerge l’idea che tra territorio e partiti si stia consumando un processo di distacco, di

reciproca indipendenza. La politica dei partiti nazionali comunica con il territorio tramite messaggi e senza mobilitarne e integrarne la società. Mentre sul territorio la politica si svolge tramite gruppi e iniziative che non sempre entrano nel circuito nazionale del sistema politico. Di queste tendenze, FI costituisce il caso più esemplare: la zona azzurra offre l’occasione di verificare questo percorso di reciproca distanza e interferenza tra politica e territorio, che si propagano come dimensioni sempre più autonome. FI ha raggiunto alle ultime elezioni politiche livelli di consenso elettorale tanto elevati e tanto generalizzati da rendere difficile delimitare un’area specifica, in cui essa risulti particolarmente forte, visto che lo è ovunque. In secondo luogo, essa mostra un insediamento elettorale fluido e instabile. In terzo luogo il suo modello organizzativo, la sua stessa identità vertono sul ruolo e sulla figura del leader, Berlusconi. FI propone legami evidenti sotto il profilo della persistenza geografica del voto, una componente estesa di cittadini vota FI costantemente fin dalla discesa in campo di Berlusconi. Difficile parlare di un partito privo di territorio, anzi le preoccupazioni della leadership di FI riguardo alla dimensione locale si accentuano nel corso del tempo. L’emergere a partire dal 1994 di una zona o meglio di un arcipelago di contesti locali, dove un solo partito, FI, ottiene stabilmente risultati consistenti e migliori che nel resto del paese, costituisce per il futuro della politica italiana, un segno di instabilità. Un segnale che la politica si svolge nel territorio in modo autonomo e parallelamente è un segnale del cambiamento in atto nei partiti, che si organizzano maggiormente intorno al centro, su base nazionale, in modo autonomo dal territorio. Si è cosi individuata la zona azzurra isolando e aggregando le province in cui FI:

• Alle elezioni politiche del 2001 ha ottenuto un risultato superiore al 33,3% • Alle ultime tre elezioni politiche (94-96-01) sia stato almeno una volta il primo partito e un’altra il secondo,

nella graduatoria che emerge dal voto proporzionale. I due criteri rispondono a diverse esigenze di classificazione. Il primo rappresenta la soglia oltre la quale si collocano le province dove FI ottiene il risultato % più elevato. In questo modo si isolano le province dove il peso elettorale è maggiore. Cosi si risponde a un criterio di partizione interna distinguendo le zone di forza per il partito, i contesti dove si ottengono i risultati migliori indipendentemente dalla media nazionale. Il secondo criterio permette di valutare la forza del partito rispetto agli altri, la sua capacità competitiva, e di valorizzare la stabilità sul territorio. La zona rossa mantiene i suoi confini tradizionali nell’Italia centrale. La zona verde che riproduce la stessa geografia degli anni 80, ripercorrendo l’arco delle province pedemontane del nord. La zona grigia che registra la forza e la persistenza del voto di destra (AN) è proiettata nel centro sud. Ma appare maggiormente sparsa a conferma che non dispone di un impianto territoriale altrettanto stabile e strutturato. La zona azzurra costituisce una base d’insediamento elettorale, per FI stabile e consistente. Comprende 34 province, 25 delle quali esclusive. Tra le politiche dotate di stabilità elettorale che emergono nella seconda repubblica quella di FI è la più estesa. FI costituisce il partito più concorrenziale rispetto agli alleati. Le italie politiche ed elettori, nella seconda repubblica hanno confini più mobili che nel passato. Mentre c’è un ampia parte del paese (nel mezzogiorno) che non rientra in nessuna zona d’influenza partitica. L’italia azzurra non è solo estesa, sotto il profilo territoriale e demografico. È anche sfrangiata, sparsa sul territorio nazionale. È una catena di arcipelaghi, una confederazione che associa alcuni aggregati territoriali. Due in particolare. La prima segue la diagonale del nord che da Milano corre fino ad Imperia e incrocia l’asse Genova-Torino che unendosi a Milano costituiva un tempo il triangolo industriale italiano. ora le tre metropoli seguono direzioni diverse e separate. Genova richiama la zona rossa, Torino si presenta sotto il profilo politico una provincia aperta e concorrenziale, il cui orientamento di sinistra è divenuto più incerto nell’ultimo decennio. Mentre Milano è divenuta capitale dell’Italia azzurra. In Piemonte l’affermarsi di FI sottolinea l’isolamento politico di Torino. In Liguria FI si consolida nelle province occidentali: Savona e Imperia. In condominio con la lega, FI appare radicata in alcune province venete (Verona e Vicenza) soprattutto ma anche in quelle lombarde e piemontesi. La zona azzurra del nord configura un nuovo triangolo proiettato prevalentemente a nord ovest, con un vertice a Milano da cui partono i 2 lati. Il primo verso est che segna i confini con l’Italia verde, dove la lega è ancora forte. L’altro lato proiettato ad occidente, marca il confine con il vecchio nord della grande impresa fordista. Il terzo lato è una frontiera che corre lungo il Po. Quasi una barriera a difesa della zona rossa. Dentro questo triangolo c’è l’area della produzione di beni immateriali, della new economy fondata sulla finanza, sulla comunicazione e sull’informazione. C’è poi l’area del postfordismo cresciuta all’ombra del fordismo. C’è infine l’area dell’economia fondata sul commercio e sulla rendita immobiliare. Il secondo aggregato, la seconda ragione politica di questa confederazione coincide con la Sicilia, con eccezione di Enna. Tra queste due regioni principali della zona azzurra s’incontrano le province della Sardegna sud-occidentale: Cagliari e Oristano. A sul continente alcune province del litorale che corre tra Lazio e Campania: latina, Caserta, Napoli, Salerno. La cosa che unisce Italie tanto lontane è il sostegno consistente e continuo nel tempo a FI. Circa metà dei voti ottenuti dal centrodestra nel 1994 e due terzi alle elezioni successive, nell’Italia azzurra sono raccolti da FI. Nel 1996 il successo della lega sottrae a FI una larga quota di consensi nel nord. Nel centrosinistra il

partito che soffre maggiormente l’insediamento di FI sono i DS che nella zona azzurra risultano sempre al di sotto della media nazionale. È evidente che la zona azzurra presenta una marcata connotazione anticomunista. Se ripercorriamo le elezioni del dopoguerra, tra le due regioni dell’Italia azzurra situate a nord e a sud si può rilevare una differenza importante. Nella regione azzurra del nord alle elezioni del 1948 il Fronte Popolare che associava Pci e altre forze di sinistra, raggiunge il 31% dei voti. Nell’italia azzurra del sud al contrario, il Fronte popolare supera di poco il 20% nettamente al di sotto della media nazionale. Nel mezzogiorno i partiti di massa hanno minor capacità di attrazione. A partire dagli anni 50 e fino agli anni 70 la distinzione tra le due regioni politiche della zona azzurra riguarda prevalentemente la DC e il Psi che nel nord conseguono % di voto più elevate rispetto al sud, mentre il Pci sempre nel nord, si allinea alla media nazionale. A partire dagli stessi anni 70 fino al 1992 avviene l’inverso, DC e Psi tendono a stazionare nelle province di quella che oggi è la zona azzurra del nord e a crescere in quella del mezzogiorno. Il Pci nell’italia azzurra del sud per risultati elettorali si avvicina alla media nazionale fino agli anni 80 quando avvia un processo di ridimensionamento. La zona azzurra del nord ha una tradizione laico- socialista forte, mentre la tradizione bianca appare poco radicata. Nella zona azzurra del sud invece, nel corso del dopoguerra si assiste a un mutamento dei rapporti elettorali che favorisce la DC e il Psi. La zona azzurra del Nord si incunea negli spazi lasciati vuoti e dalle tradizioni politiche territoriali, nel Sud ricalca il sistema di relazioni politiche su cui si era consolidato, il consenso ai partiti dalla maggioranza di governo. Questo quadro garantisce al centrodestra un terreno favorevole alla competizione elettorale. Su 187 collegi compresi nelle province della zona azzurra, il centrodestra alle elezioni del 2001 ne conquista 165. L’italia azzurra costituisce, per il centrodestra, ciò che la zona rossa rappresenta per il centrosinistra: una zona di stabile concentrazione del voto, un fondamentale bacino elettorale. La mappa del risultato elettorale di FI non contribuisce a fornire chiavi di lettura chiare. Precisa solo che FI si afferma dove la sinistra di tradizione comunista è più debole. I dati non spiegano la coerenza di comportamento elettorale che accomuna le due regioni azzurre: quella del nord e quella del sud. È il caso di verificare se dietro alla geografia e alla storia elettorale vi siano altre variabili che prefigurano il successo e il consolidamento di FI e che rendono comprensibile la coesione elettorale, attorno allo stesso partito, di contesti cosi lontani e distinti. Per struttura sociale e demografica, le due regioni della zona azzurra sono molto diverse. Nella regione azzurra del nord la popolazione è più anziana, il nucleo familiare più ristretto, risiede in maggior misura, nelle città più piccole. È più alto il peso del lavoro indipendente. I livelli di disoccupazione sono ridotti. I tassi d’immigrazione sono più elevati del paese. È un area che combina sviluppo industriale diffuso, con il terziario di supporto alla produzione. Nella regione azzurra del sud prevalgono il ceto medio dipendente, le casalinghe e gli studenti. La disoccupazione è in assoluto più elevata del paese. I tassi d’immigrazione sono limitati. Nella zona verde il profilo sociale combacia quasi perfettamente con quello della regione azzurra del nord. In entrambe le regioni della zona azzurra FI riesce ad intercettare il consenso dei gruppi sociali esclusi dal mercato del lavoro, le casalinghe, i pensionati, le altre figure professionali. Nel nord attrae anche i ceti indipendenti: i lavoratori autonomi e imprenditori. Nel sud, intercetta il pubblico impiego. Sotto il profilo degli indicatori di qualità della vita nella zona azzurra del nord si registrano molto elevati, secondo solo alla zona rossa. Nella zona azzurra del sud tutti gli indicatori di benessere mostrano segno opposto. Si posizionano a livelli più bassi in ambito nazionale. Le distinzioni tra le due regioni della zona azzurra appaiono profonde anche dal punto di vista degli atteggiamenti, gli elettori di FI del sud guardano al problema della disoccupazione con angoscia maggiore rispetto a quelli della zona azzurra del nord. Gli elettori di FI della regione azzurra del nord si dimostrano più preoccupati per il problema della criminalità. Insicurezza personale e domanda di efficienza economica al nord, richiesta di tutela e protezione sociale nel mezzogiorno. Gli elettori di Fi rispetto a quelli di altri partiti si dimostrano sensibili all’importanza della questione fiscale, alla privatizzazione dei servizi sociali, all’autonomia dei governi locali, alla liberta delle imprese e più tradizionalisti nelle questioni di morale privata. Sotto il profilo della partecipazione politica e associativa, gli elettori di FI delle regioni azzurre rivelano un tasso di attivismo limitato. L’attenzione alla campagna elettorale che tra gli azzurri si conferma ridotta. La principale fonte d’info politica per loro rimane la tv. Si può ipotizzare che Fi nelle zone azzurre rappresenti la componente di popolazione che si rivolge alla politica per necessità piuttosto che per passione, nel mezzogiorno sono i candidati stessi a contattare gli elettori. Il riferimento comune che tiene insieme l’elettorato di FI di queste zone, sembra essere l’identificazione nel leader. La fiducia nel leader sottolinea la voglia di risolvere la complessità delle scelte pubbliche bypassando le istituzioni, le mediazioni, tramite l’enfasi sul regionalismo e sul federalismo. È una confederazione o una sorta di network. Piergiorgio Corbett a ha rilevato che la vera connotazione degli elettori di FI sarebbe la perifericità. I partiti che assumono basi elettorali di massa propongono un profilo più popolare degli altri, in quanto attraggono le componenti socialmente periferiche ma per questo estese: la classe operaia, i ceti medi ecc.. l’immagine del leader, la non partecipazione, il non coinvolgimento, da soli non possono spiegare la tenuta elettorale di un soggetto politico che si conferma in due contesti lontani e diversi. L’italia azzurra è una realtà sociale del paese estesa e articolata ma sufficientemente stabile dal punto di vista elettorale e territoriale. La regione azzurra del nord aggrega contesti metropolitani della nuova economia, province la cui economia è fondata sul commercio e sul turismo, contesti accomunati da un

retroterra laico socialista o moderato. Comunque anticomunista. La regione azzurra del sud ha confini più sparsi, ma è largamente riassunta dalle isole: la Sicilia e le province meridionali della Sardegna. Propone un modello economico ancora dipendente dall’intervento dello stato, caratterizzato da un mercato del lavoro con alti tassi di disoccupazione e da un peso rilevante della pubblica amministrazione. Presenta indicatori di qualità della vita particolarmente bassi. Nella regione azzurra del nord la questione all’opposto, è di mantenere i livelli di sviluppo e benessere acquisiti. Puntando su rivendicazioni liberiste e federaliste. Dietro al consolidarsi di FI c’è una storia democristiana. È una storia che risale agli ultimi 10-15 anni della prima repubblica. Nella zona azzurra del nord come in quella del mezzogiorno, i tassi di adesione e di partecipazione associativa sono molto bassi tra gli elettori di FI. Un fattore che contribuisce a coagulare gli elettori delle due zone è l’organizzazione. FI in origine leggero, nella società e nel territorio, ma assolutamente denso e pesante al cento, intorno al leader, che dispone di una massa critica di risorse mediatiche, tecniche, e di personale professionista. FI comincia a strutturarsi dopo l’insuccesso alle elezioni amministrative regionali del 95. Il problema organizzativo viene acuito nel 1996 dopo la sconfitta alle elezioni politiche subita ad opera della lega. Nel plasmare la sua struttura organizzativa, FI ha seguito un modello simile a quello dei partiti tradizionali, articolandosi su base territoriale, con particolare attenzione alle province e ai collegi elettorali, ha inoltre attribuito particolare importanza al reclutamento. Dal 1996 in poi la base degli iscritti a FI è divenuta consistente, ma non altrettanto stabile. FI resta lontana per numero di iscritti da DS. L’organizzazione territoriale del partito si è imperniata soprattutto sulle figure istituzionali. La stessa legge elettorale del 93 che ha istituito l’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti di provincia ha valorizzato il rapporto diretto tra queste figure e i cittadini. A differenza della lega nord FI si è sviluppata sul territorio, attingendo al bacino del ceto politico minore. Si può quindi ipotizzare che la mediazione tra partito territorio e società sia avvenuta tramite il personale politico locale, in buona parte legato alle esperienze della prima repubblica, rientrato in gioco tramite FI. L’ancoraggio locale di FI è avvenuto in modo saldo e rapido dove non c’era la concorrenza di altri attori politici del nuovo (lega soprattutto) dove ha potuto disporre di leader locali ben inseriti nel sistema politico. la penetrazione e il consolidamento delle isole si devono ad altri esponenti caratterizzati da una storia democristiana solida: Pisanu in sardegna, la loggia e miccichè in sicilia. Questo recupero della classe dirigente della prima repubblica subisce una decisa accelerazione dopo il 1995. È da quel momento che lo scambio tra FI e l’offerta di personale politico locale dei partiti della prima repubblica si avvia e si salda progressivamente. Ciò non significa che FI sia l’erede della DC. La DC e il Ps hanno contribuito a fornire a FI la classe dirigente locale e in minor misura nazionale. FI dispone di una base elettorale poco politicizzata e poco partecipe, cementata sul territorio da un ceto politico che proviene direttamente dal passato e favorisce il legame tra la prima e la seconda repubblica. nonostante ciò continua ad apparire fluida a FI ,del vecchio partito democristiano, mancano la cornice organizzativa e i riferimenti di valore. È un partito “materiale”, è il collage che fa convivere le diverse domande, i diversi settori della base elettorale. Dispone di un solo riferimento condiviso: Silvio Berlusconi. Il nesso tra l’esposizione mediatica e l’identificazione nel leader, funge da risorsa alternativa e complementare alla debolezza dei fattori di coesione ideologica. La debolezza del legame tramite la partecipazione è surrogata dal nesso che si realizza tramite la comunicazione e in particolare tramite la tv. In Italia la quota di coloro che seguono la tv per oltre 4 ore al giorno sale al 33% tra gli elettori della casa delle libertà e a 36% tra gli elettori di FI. Tra chi mostra di consumare la tv in modo più elevato la questione del conflitto d’interessi, il problema della proprietà di un alto numero di televisioni da parte di chi ha un ruolo importante in politica, perde di rilevanza e di significato. La contiguità tra l’elettorato di FI e il bacino delle persone più esposte alla tv mostra come presso questo pubblico l’intreccio tra media e politica, tra tv e partito sia metabolizzato e assimilato. L’Italia azzurra presenta alcuni tratti che ne spiegano la durata e il radicamento. Sottolinea la frattura nei confronti delle tradizioni subculturali incardinate sul territorio. la seconda frattura è quella anticomunista: nel nord come nel sud, FI stenta a penetrare nelle zone rosse e si insedia con maggior facilità dove la sinistra è più debole. La terza frattura è quella sociale FI assorbe i ceti periferici delle zone del nord, ma anche del mezzogiorno: le componenti esterne al mercato del lavoro, pensionati, e casalinghe, attrae poi il lavoro autonomo. La quarta frattura è tra partecipazione e comunicazione l’integrazione politica avviene tramite il ricorso ai media. Una quinta frattura è che il riflesso del ruolo svolto da Berlusconi sul mercato politico: la sua capacità di imporsi come fattore di riferimento e di divisione. FI non ha una presenza sul territorio paragonabile ai partiti che l’hanno preceduta nelle stesse zone in cui attualmente è insediata. Non esprime una diffusione associativa, una capacità organizzativa in grado id orientare le vite e i valori delle persone. Neppure dal punto di vista delle policies propone un modello che ne caratterizzi il ruolo sul territorio. FI appare al contempo cerniera e network che media tra loro diversi tipi di concezione politica del territorio delineati dagli alleati della coalizione: il richiamo all’identità e all’interesse territoriale del nord, avanzano dalla lega, l’enfasi sull’interesse e sulla centralità di “roma capitale” manifestata da An. È che le radici di cui dispone non le appartengono: c’erano già prima. Dai partiti di massa siamo passati alle masse senza partito. O a “partiti di cartello” incardinati nello stato e nelle istituzioni per rispondere alle difficoltà di misurarsi con la società e con il territorio. ci sono tre potenziali fratture che separano la zona azzurra del sud da quella del nord, e dalla zona

verde: • La prima riguarda la struttura economica e sociale. La zona azzurra del sud è caratterizzata da un modello di

regolazione economica e sociale largamente sussidiario dell’intervento dello stato, condizionato, dal punto di vista del mercato del lavoro, del pubblico impiego. Oggi gli indicatori di “capitale sociale” delle province della zona azzurra del sud sono molto al di sotto della media nazionale. La connotazione della zona azzurra del nord è sostanzialmente opposta. Riassume due tipi di sistema socioeconomico. Il primo metropolitano polarizzato da Milan, è improntato dalla produzione di beni immateriali, servizi alle persone e alla produzione, finanza e comunicazione. Ha tassi di reddito altissimi. Ma anche problemi demografici e di qualità della vita molto evidenti e socialmente percepiti. L’altro tipo di sviluppo socioeconomico che si osserva nella zona azzurra del nord, riflette quello del nord-est: piccola impresa, urbanizzazione diffusa, reddito elevato, grande espansione. Con la differenza che è cresciuto nel nord-ovest. Le due regioni dell’italia azzurra tendono a contrastare tra loro e a contrastarsi. Esprimono interessi, prospettive e domande divergenti.

• La seconda frattura appare evidente quando osserviamo gli atteggiamenti sociali e i valori. La zona azzurra del sud fa emergere una forte e diffusa domanda di protezione sociale. Ha come centro il tema della disoccupazione e del reddito. Nella zona azzurra del nord prevale il problema dell’incertezza: generata dalla flessibilità del lavoro e dall’instabilità del mercato, dalla diffusione della criminalità comune e dei reati al domicilio. Da un lato, nel sud si chiede uno stato presente nell’economia e nell’assistenza, dall’altro nel nord, uno stato leggero in economia ma pesante in tema di sicurezza e protezione delle persone. C’è poi il caso della zona verde, la quale esprime una dinamica dello sviluppo industriale fortissima dilatata e frammentata sul territorio, proiettata all’esterno. È una zona satura dal punto di vista degli spazi, degradata della qualità della vita. Un contesto che si presenta in contrasto diretto:

• Mezzogiorno protetto con il nord ovest della grande impresa, ma anche con quello dei beni immateriali, perchè le sue esigenze sono diverse: autonomia, riduzione anzi minimizzazione del peso dello stato, autogoverno.

• Nella zona azzurra del nord come nel sud per tradizione e integrazione con il sistema pubblico, mira a controllare lo stato a piegarne le politiche alle proprie richieste.

Non è facile pensare che queste tre diverse fasce del radicamento azzurro possano continuare a volgersi nella stessa direzione. Che la politica di grandi opere reclamata dal mezzogiorno possano coincidere con la domanda di liberalizzazione del mercato rivendicata dalla zona azzurra del nord. E che in generale la zona azzurra del sud possa condividere, accettare le richieste di ridurre, in modo sostanziale l’intervento dello stato nell’economia e nel welfare, rivendicata da entrambi i nord. Nel governo di centro destra che per mediare tra spinte contrastanti ha attuato scelte ambivalenti, senza imboccare strade e strategie precise e definite. Se negli annunci della propaganda elettorale del 2001 ha avanzato progetti ambiziosi e ideologici nella pratica ha cercato di seguire una via di tipo “incrementale” adattando le politiche alle pressioni che emergono in base all’urgenza, è arduo ipotizzare soluzioni che soddisfino le questioni sottese ai tre diversi modelli territoriali. La terza tensione che contrappone le regioni della zona azzurra riguarda la stessa logica che regola il reclutamento e la promozione della classe politica. L’identità politica e sociale in queste zone è debole. la classe politica svolge un ruolo rilevante, realizza il rapporto con il centro. È poi stata avviata una riforma organizzativa che ha mirato a garantire la presenza del partito in tutti i contesti locali politicamente rilevanti. Dall’altro la vera struttura organizzativa si è formata tramite l’esteso tessuto di amministratori e parlamentari, dilatatosi ampiamente. In questo caso è divenuto determinante il ruolo delle figure collegate all’esperienza della 1° repubblica, un esercito di democristiani e socialisti minori, legittimati e consolidati in ambito locale. La loro presenza in FI ha significato continuità dal radicamento territoriale e crescita dei consensi. Il che ha promosso il ruolo e il peso facendoli giungere al vertice del partito e del governo. È il caso di Scajola e Miccichè. C’è infine una tensione che insinua nella stessa relazione tra FI e il territorio. FI, partito nazional, tende a entrare in contrasto con la sua presenza e con la sua capacità competitiva a livello locale. Lo si è potuto verificare alle elezioni amministrative del giugno 2003. È difficile non vedere il FI i segni di un soggetto politico instabile, fluido, incapace di tenere ferma la sua base di consensi da un tipo di elezione all’altro. Rispetto alle elezioni politiche del 2001 la sua base elettorale appare dimezzata o quasi. FI diventa tanto più competitiva alle elezioni quanto più ci si allontana dal contesto locale, quanto più l’arena elettorale si allarga e si allontana dalla realtà quotidiana e dal territorio. ottiene le performance migliori alle elezioni legislative ed europee, mentre il peso elettorale declina progressivamente alle elezioni provinciali, e a quelle comunali. FI appare davvero “forte” come partito nazionale, mentre è debole nelle competizioni locali. di relativamente nuovo rispetto al passato c’è l’emergere di un certo grado di contrasto tra le strategie centrali del partito e quelle condotte in ambito periferico. Conta la diversa logica della comunicazione che caratterizza diversi tipi di elezioni. Se nelle elezioni amministrative locali all’elettore è possibile incidere anche votando per formazioni politiche delimitate, ma concentrate territorialmente, quando l’orizzonte delle elezioni si allarga prevalgono concezioni del voto diverse: utili, strategiche. Si vota per candidati e

soggetti politici che possano affermarsi e contare a livello di governo. In secondo luogo il significato e il valore della personalizzazione cambiano. A livello locale FI non dispone di figure paragonabili al suo lider maximo. Il partito attinge ai suoi candidati dal personale politico di partiti estinti talora da professionisti e altri esponenti del mondo economico. In occasione delle elezioni politiche, Berlusconi ha dettato regole rigide in modo da riassumere nella sua figura l’intero partito a ogni livello per questo i candidati di FI dal proporsi in campagna elettorale con la loro immagine specifica. Al fine di trasformare le elezioni politiche in una elezione diretta di tipo presidenziale che egli ha abbinato nella scheda elettorale, il marchio della coalizione al suo stesso nome, presentandosi come unico leader e unico volto del centrodestra. C’è poi la questione organizzativa, FI ha cercato di far fronte all’instabilità che le derivava dall’assenza di ancoraggi saldi sul territorio e nella società. Ha promosso il tesseramento, ha inoltre costruito un apparato e una rete di coordinatori a livello regionale e provinciale. Ma la sua base organizzativa continua ad essere fluttuante. Il suo rapporto con il territorio è imperniato sugli amministratori e sui gruppi di potere locali. Economici e politici, su aggregazioni di imprenditori, su singoli opinion makers. Il problema è che le diverse articolazioni che fondano il rapporto tra il partito e il territorio tendono a confliggere tra loro: organizzazioni di FI, amministratori locali e regionali, le lobby economiche ecc perché ciascuna tutela interessi distinti. FI è stato definito “ il partito del presidente” perché agisce seguendo una prospettiva presidenziale e perché è il presidente a darle identità e orientamento. Spostare l’accento sulla Casa delle libertà definendola come “casa del presidente”, nella realtà la coalizione resta tale. Alleanza tra partiti distinti, su molti temi e aspetti distanti, in quanto ciascuna forza politica che vi partecipa mantiene una specifica identità e interessi. L’identità e l’organizzazione degli altri partiti della casa delle libertà hanno evidenza e spessore superiore rispetto a FI. Berlusconi nel regolare le scelte e i conflitti deve tener conto delle rivendicazioni degli alleati in ambito nazionale. Da queste rivendicazioni si possono cogliere alcune regioni della debolezza che FI ha manifestato nelle consultazioni locali, può produrre effetti assolutamente imprevisti e indesiderati. Si possono citare due casi a conferma di ciò:

• È il comune di Verona, dove la casa delle libertà ha perso alle elezioni amministrative del giugno 2002. Causa della sconfitta, oltre alla qualità del candidato del centrosinistra il conflitto intraorganizzativo in FI

• È quello delle elezioni regionali del 2003 in Friuli venezia giulia dove il contrasto tra livelli territoriali e partiti della casa delle libertà è apparso ancora più evidente e clamoroso. Il Friuli è una regione difficile per qualsiasi candidato di centrosinistra, in quanto la base elettorale autonomista e di centrodestra risulta decisamente maggioritaria. Il che poneva al candidato di centrosinistra .

FI è sottoposta a un numero sempre maggiore di interferenze e pressioni. Essa dipende a livello nazionale, dalla figura del leader che le da significato e risorse. Ciò costituisce un fattore di successo fino a che il leader dispone di una posizione dominante, ma in questa fase rischia di diventare un limite o un fattore disgregante nel caso di crisi della leadership. Se il successo elettorale in ambito nazionale, dipende dal ruolo di Berlusconi, la tenuta elettorale del partito di berlusconi dipende da soggetti e gruppi, presenti sul territorio, in parte autonomi da lui. Preesistenti a FI e al suo leader. Si tratta di un modello organizzativo fondato su una sorta di scambio tra leadership nazionale e altre leadership locali. La logica maggioritaria e la capacità di Berlusconi di interpretarla hanno fatto di FI un magnete per gli elettori degli altri alleati. Soprattutto per i partiti il cui peso elettorale è meno rilevante in ambito nazionale, ma più concentrato su base territoriale. Ci riferiamo alla lega e all’Udc i cui elettori potrebbero votare per FI. Ciò non è automatico visto che le precedenti elezioni è avvenuto l’inverso: il ritorno della lega o ai neodemocristiani di voti in precedenza azzurri. I dubbi circa il futuro di FI, circa la possibilità di strutturarsi e di svilupparsi in modo autonomo, rispetto alla figura del leader. Un partito forte e competitivo alle elezioni politiche ma debole e incerto alle amministrative, rischia di essere esposto a un’istabilità continua. La capacità competitiva e della coalizione, rischia di essere condizionata dalle decisioni assunte a livello nazionale. Cosi la dimensione nazionale tende a costituire un vincolo negativo per gli interessi e le strategie locali. La capacità di Berlusconi di proporsi come leader vincitore, diventa determinante: perché interpreta una storia di successo, il benessere negli anni 80 e 90 e ai gruppi sociali periferici, che credono alle sue promesse e contano sulla sua fortuna. Una quota rilevante di elettori hanno votato per FI alle politiche perché la ritengono vincente e perché considerano Berlusconi un condottiero imbattibile.

CONCLUSIONI:

L’italia politica della 2° repubblica non ha tagliato i legami con il passato, la zona bianca non c’è più. È scomparsa prima della DC che aveva contribuito a fornirle identità e rappresentanza politica. La sua specificità territoriale è rimasta, solo che ha cambiato colore: è divenuta verde. Sottolineando attraverso la lega, l’affermarsi di una nuova

frattura: il localismo opposto al centro del potere economico (Torino) e del potere politico (identificato con Roma). Successivamente si è aperta una fase di relazioni contrastate tra lega e FI. Alleate e al tempo stesso concorrenti nel medesimo bacino elettorale. La zona bianca si è trasformata in area critica e rivendicativa, anche quando governano i suoi principali riferimenti politici: lega e centrodestra. La zona rossa invece appare più coerente rispetto al passato, non ha cambiato geografia politica ne rappresentanza. La sua struttura economica, fondata sulla piccola impresa, ha continuato a funzionare bene, mentre gli standard del benessere sociale restano elevati. La fiducia nel sistema pubblico e nel governo locale si mantiene alta. Da ciò la stabilità della zona. I partiti di sinistra non garantiscono più lo stesso grado d’identità e integrazione del passato, ma le amministrazioni e gli amministratori locali hanno compensato il ruolo di rappresentanza a livello politico e territoriale. Anche in questo caso emergono cambiamenti significativi. Nella zona rossa i tradizionali riferimenti politici si stanno logorando. I partiti di sinistra hanno perduto peso elettorale. È cresciuta la conflittualità interna al centrosinistra, è cresciuta la capacità competitiva dei soggetti politici di centrodestra, la crisi dei partiti di massa ha reso più difficile il rapporto tra gruppi dirigenti, amministratori e società locale. Il che ha alimentato l’insoddisfazione dei cittadini verso la politica anche in quest’area. Il mezzogiorno appare diviso e instabile. Negli ultimi anni le tensioni e il degrado economico e sociale di alcune regioni governate dal centrosinistra come Campania e Calabria. Ha favorito un nuovo spostamento verso destra. La geografia politica ed elettorale del paese è stata profondamente innovata dall’italia azzurra. Una zona geopolitica molto diversa rispetto al passato per 2 ragioni:

• Non riflette le fratture politiche territoriali più note. Non rispecchia, ne il controcanto tra zone bianche e rosse, ne la tensione tra periferia e centro, ne il dualismo tra nord e sud.

• Si presenta profondamente segmentata e sparsa sul territorio nazionale. È l’area dell’integrazione politica individuale e personalizzata. Del consenso senza partecipazione e senza associazione. La differenza tra la zona azzurra e le altre zone geopolitiche riflette due diversi tipi di integrazione: tramite la partecipazione e la mediazione svolta dalle organizzazioni sociali e degli interessi. Tramite la comunicazione e il rapporto immediato con il leader nella zona azzurra.

Il successo elettorale di FI ha prodotto un processo mimetico, spingendo i partiti di centrosinistra a imitare il modello. Prima l’ulivo promosso da prodi che ha perseguito il progetto di coalizzare e in seguito unificare tutti i partiti dal centro alla sinistra. Negli ultimi anni, i partiti maggiori, i DS, la margherita si sono aggregati per costituire un soggetto politicamente più moderato e omogeneo. È emerso un partito per alcuni versi analogo a FI. Personalizzato, attento alle logiche della comunicazione e del marketing. Determinato ad abbattere definitivamente il pregiudizio che aveva costretto i comunisti e i loro eredi all’opposizione. Parallelamente è sorto il PDL tramite l’aggregazione tra FI e AN. Voluto ed imposto da Berlusconi. Il rapporto tra politica e territorio è cambiato anche perché sono cambiati gli attori politici . i partiti di massa DC e Pci esprimevano un legame stretto tra centro e periferia. Erano nella società, nel territorio, ovunque. La lega a scardinato questo rapporto insinuandosi nel territorio della DC e rivoltandolo contro lo stato centrale. Si è trasformata per questo in un partito d’integrazione sociale garante della sicurezza e dell’identità locale e lobby del nord. Oggi i partiti vecchi e nuovi hanno ridimensionato il rapporto con il territorio. in parte si sono cartellizzati integrandosi nelle istituzioni, nel governo. Caso esemplare di questa tendenza: FI, partito personale, attore politico senza territorio, ha costretto gli altri partiti a inseguire il suo modello. Partito presidenziale il PD, partito del presidente il PDL. Sembra annunciare una stagione dove il territorio tramonta definitivamente nel cielo della politica italiana. Anche se non è cosi. Se si osserva la geografia elettorale uscita dalle elezioni del 2008 si scorgono i riflessi di un passato lontano che non sembra mai passato del tutto. La base elettorale della lega e del Pdl, propone un riassunto fedele del consenso ottenuto dai partiti di governo durante la 1°rep. La lega ricalca i confini della democrazia cristiana nei primi decenni della Rep. La geografia del Pdl è simmetrica, con il baricentro spostato verso il centro sud. Un impianto territoriale che evoca il tramonto dei partiti di governo della 1° rep. Dopo gli anni 80. Il Pd nonostante riunisca i principali eredi della tradizione comunista e democristiana non riesce a staccarsi dal recinto della zona rossa che continua a costituirne il baricentro. È come se il berlusconismo avesse rimpiazzato l’anticomunismo. Cosi la geografia elettorale si è come cristallizzata. Congelata. Il che rinvia l’idea di decretare la fine della storia, nel rapporto tra politica e territorio.

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