Kristof, Traduction de Littérature. Université d'Aix-Marseille III
ale.mari
ale.mari27 octobre 2015

Kristof, Traduction de Littérature. Université d'Aix-Marseille III

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Lo scrittore

Mi sono ritirato per scrivere l’opera della mia vita. Sono un grande scrittore, io. Ancora nessuno lo sa, dal

momento che non ho ancora scritto niente. Ma non appena l’avrò scritto, il mio libro, il mio romanzo…

È per questo che mi sono ritirato dal mio lavoro di impiegato e da… da cos’altro? Nient’altro. Visto che quanto ad amici, non ne ho mai avuti, amiche tanto peggio. Insomma mi sono ritirato dal mondo per scrivere un grande romanzo.

La cosa fastidiosa è che non so ancora di cosa parlerà il mio romanzo. È stato già scritto tutto e il contrario di tutto.

Io me lo sento, lo so che sono un grande scrittore, ma nessun tema mi pare adeguatamente buono, adeguatamente grandioso, adeguatamente interessante per il mio talento.

Quindi aspetto. E mentre aspetto, chiaramente soffro la solitudine, e anche la fame, ogni tanto, ma è proprio da questa sofferenza che spero di raggiungere uno stato d’animo adatto a scoprire un tema degno del mio talento.

Sfortunatamente, il tema tarda a manifestarsi, e la solitudine diventa via via sempre più pesante, gravosa, il silenzio m’assedia, il vuoto invade ogni cosa, anche se qui da me non c’è tanto posto.

Ma queste tre cose orribili, la solitudine, il silenzio e il vuoto, mi schiacciano, tuonano fino alle stelle, dilagano all’infinito, e non so più se fa pioggia o neve, scirocco o tramontana.

E grido: — Scriverò tutto, tutto quello che si può scrivere. E una voce mi risponde, ironica ma pur sempre una

voce: — Va bene, ragazzo. Tutto, ma non di più, eh?

Il bambino

Stanno seduti là, nella terrazza di un bistrot. Guardano la gente passare. La gente passa, come d’abitudine, come chissà chi, come si deve, passa. Alla gente piace passare quand’è il suo momento.

Io mi trascino, mi trascino dietro di loro. M’arrabbio, mi fermo, sputo, piango, poi mi siedo sul bordo del marciapiede e faccio linguaccia a tutti i passanti che passano.

— Che maleducato che sei, dicono i passanti. — Che vergogna ci fai, dicono i miei. Anche loro mi fanno vergogna. Non mi hanno comprato

il fucile, il bel fucile che volevo. Hanno detto: — Non è un bel giocattolo. Eppure, l’ho visto papà quand’era militare. Aveva un bel

fucile, uno vero, per ammazzare. E quando ho visto dei bei fucili da bambini, fucili da Indiano, da caccia, per giocare, hanno detto che era un giocattolo cattivo, e m’hanno preso una trottola!

Ed eccomi qui seduto sul bordo del marciapiede. Mi alzo, m’arrabbio, piango, sputo, strillo:

— Che maleducati che siete, che vergogna mi fate: siete dei bugiardi, fate finta d’essere gentili! Quando cresco vi ammazzo tutti!

Cambia niente

Su, giù, facce livide, cardi. Qualcuno canta qualcosa. Cambia niente, non è neanche una bella cosa, è una

canzone triste, antica, antica. — E domani? Ti alzi, dove vai? — Da nessuna parte. O magari invece da qualche parte

andrò. Cambia niente, non siamo comunque da nessuna parte. Il difficile è dormire, ci sono le campane che suonano,

ci sono gli orologi.

— Può distendere il suo fazzoletto, signore?, mi vorrei inginocchiare.

— Ma prego. Erano in due nel tram. Uno suonava il campanello,

l’altro faceva i buchi. Non c’era nessuno a scendere al terminal. Eppure è là che arrivano tutti i tram. Non c’era nessuno neanche a salire. Cambia niente. Si mettono in ginocchio, si scambiano qualche parola. — Vuole scambiare qualche parola con me? — Credevo volesse pregare. — Già fatto. — Ah, allora cambia tutto. Possiamo ripartire. La

chiamerò domani.

— Novità? — Come stanno i bambini? — Grazie. Al momento solo due sono malati. I più

grandi s’infilano nei negozi per stare al caldo. E lei? — Niente di speciale. Il cane finalmente è sistemato.

Abbiamo preso qualche mobile a rate. Di tanto in tanto nevica.

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