89212411-Storia-Di-Roma-Indro-Montanelli, Tesi di laurea di Storia
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89212411-Storia-Di-Roma-Indro-Montanelli, Tesi di laurea di Storia

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M olti lettori considerano la Storia di Roma, apparsa a puntate sulla «Domenica del Corriere» negli anni Cin-quanta e pubblicata in volume nel 1957, il primo capito- lo della successiva «Storia d'Italia». Hanno ragione. Perché se da un lato è indiscutìbile che gli antichi romani abbiano ben poco in comune con gli italiani di oggi (la Roma repubblicana e imperiale era, ad esempio, la culla del diritto, mentre cercare di sfuggire alle leggi è un'arte da sempre praticata nel Bel Paese), dall'altro è inne- gabile che la storia romana ci offre chiari esempi di come alcuni vi- zi che ci affliggono siano tutt'altro che nuovi. Speculazione, tan- genti, corruzione, trasformismo, retorica, violenza politica, cliente- lismo e nepotismo sono una costante delle vicende di Roma dalla sua fondazione, avvenuta secondo la leggenda il 21 aprile del 753 a.C, fino alla caduta dell'impero d'Occidente nel 476 d.C. In que- sta Storia di Roma Indro Montanelli infranse tutti i tabù accade- mici con Usuo metodo di indagare e raccontare il nostro passato. Lo rese accessibile a milioni di lettori appassionandoli su vicende a vol- te giudicate noiose sui banchi della scuola. Montanelli, in queste pagine, è un grande inviato speciale che scrive un'impareggiabile inchiesta sulla Roma dei primi re, sull'età repubblicana, sulle guer- re civili, sulla nascita dell'impero, sul suo apogeo e sul suo lento e inesorabile declino segnato dall'anarchia militare, dalla disgrega- zione del potere centrale, dalle invasioni barbariche. E come un giornalista dalla penna affilata Montanelli ci presenta i protagoni- sti di questa avventura secolare rivelandone ì piccoli segreti, le de- bolezze, l'umanità e spogliandoli da quella retorica con la quale erano stati nascosti dagli umanisti del Rinascimento, dagli storici ufficiali e dalla propaganda fascista. I primi re, Annibale e Scipio-

ne, Mario e Siila, Cicerone, Giulio Cesare, Antonio e Cleopatra, Augusto e Tiberio, Nerone e i cristiani, gli imperatori soldati, Co- stantino, Ambrogio e Teodosio compaiono attraverso uno stile dissa- crante, fedele ai fatti ina non ai luoghi comuni. Scrisse Montanelli nella prefazione alla prima edizione di questo libro: «Tutto ciò che qui racconto è già stato raccontato. Io spero solo di averlo fatto in maniera più semplice e cordiale, attraverso una serie di ritratti che illuminano i protagonisti in una luce più vera... Se riuscirò ad af- fezionare alla storia di Roma qualche migliaio di italiani fin qui re- spinti dall'accademismo di chi gliel'ha raccontata prima di me, mi riterrò un autore utile e fortunato». Era una scommessa; e questa scommessa l'ha vinta.

INDRO MONTANELLI (Fucecchio 1909 - Milano 2001) è stato il più grande giornalista italiano del Novecento. Laureato in legge e in scienze politiche, inviato speciale del «Corriere della Sera», fonda- tore del «Giornale nuovo» nel 1974 e della «Voce» nel 1994, è tor- nato nel 1995 al «Corriere» come editorialista. Ha scritto migliaia di articoli e oltre c inquanta libri. Tra i suoi ultimi successi, tutti pubblicati da Rizzoli, ricordiamo: Le stanze (1998), Eltalia del Nove- cento (con Mario Cervi, 1998), La stecca nel coro (1999), LItalia del Millennio (con Mario Cervi, 2000), Le nuove stanze (2001).

Indro Montanelli

STORIA DI ROMA

I N T R O D U Z I O N E

Pessimo amministratore di me stesso e delle mie cose, non so nemme- no io quante edizioni ha avuto questa Storia di Roma. Da un con- to approssimativo, credo di poter dire che ha venduto oltre cinque- centomila copie senza contare le traduzioni. Non me ne faccio un vanto: non sempre, anzi quasi mai, il successo di un libro dà la mi- sura del suo valore. Ne conosco parecchi che, proclamati a gran voce «libri dell'anno», lo sono stati veramente, nel senso che l'anno dopo tutti li avevano dimenticati. Quando però un libro dell'anno lo ri- mane per trentacinque anni (tanti ne ha, o pressappoco, questa Sto- ria), vuol dire che qualche merito, piccolo o grande, deve averlo.

Costretto a rileggerlo prima di dare il via a questa ennesima edi- zione, non ho trovato nulla da aggiungervi né da togliervi. Ho solo dovuto aggiornare certi riferimenti al presente, che nel frattempo erano cambiati: per esempio il rapporto fra la moneta di allora (il sesterzio e il talento) e la lira di oggi, il cui potere d'acquisto va- ria in continuazione. Ma niente altro. Col che non voglio dire che questa Roma sia completa e perfetta. Nessun libro di storia lo è. Se- condo una recente scuola francese - cui si debbono, intendiamoci, opere di altissimo livello - lo storico dovrebbe sapere di tutto, e di tutto dare, nelle sue ricostruzioni, il quadro completo: non solo di politica e di economia, ma anche di scienza, di urbanistica, di nu- mismatica, di dietetica, di medicina, di tecnologia, eccetera. Che mi sembra la scoperta dell'acqua calda. Si capisce che lo storico do - vrebbe sapere tutto questo. Ma di fatto nessuno storico, per quanto enciclopedico, lo sa. E se lo sapesse, forse non sarebbe più in grado di scrivere un libro di storia perché sarebbe trascinato a frammen- tarsi e perdersi nel labirinto di tutte queste tematiche. Il grande Strachey diceva che fra le tante qualità che occorrono allo storico,

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c'è anche un pizzico d'ignoranza: quella che, impedendogli di ap- profondire l'analisi di tanti particolari, gli consente di cogliere la sintesi dei grandi avvenimenti. E a riprova citava l'esempio di Ac- ton che, da tutti considerato il padre della storiografia inglese, non scrisse mai un libro perché mai riuscì a metterci dentro tutto quello che riteneva necessario alla sua completezza.

Io non ho mai avuto l'ambizione di scrivere una storia completa: so benissimo dì aver sacrificato molti particolari al quadro genera- le. Ma il quadro generale, coi suoi grandi eventi e trasformazioni, credo di averlo reso. Trentacinque anni fa, ad epilogo della prefa- zione apposta alla prima edizione, scrivevo: «Non ho scoperto nul- la, con questo libro. Esso non pretende di portare "rivelazioni", nemmeno di dare una interpretazione originale della storia dell'Ur- be. Tutto ciò che qui racconto è già stato raccontato. Io spero solo di averlo fatto in maniera più semplice e cordiale, attraverso una serie di ritratti che illuminano i protagonisti in una luce più vera, spo- gliandoli dei paramenti che fin qui ce li nascondevano. A qualcuno potrà sembrare un'ambizione modesta. A me, no. Se riuscirò ad af- fezionare alla storia di Roma qualche migliaio di italiani fin qui re- spinti dall'accademismo di chi gliel'ha raccontata prima di me, mi riterrò un autore utile e fortunato».

Nemmeno a questo ho alcunché da aggiungere o da togliere.

I. M. Milano, ot tobre 1988

CAPITOLO PRIMO

AB URBE C O N D I T A

N o n sappiamo con precisione q u a n d o a Roma furono isti- tui te le p r i m e scuole regolar i , cioè «statali». P lu tarco dice > che n a c q u e r o verso il 250 avanti Cristo, cioè circa c inque- cen t ' ann i d o p o la fondaz ione della città. F ino a que l m o - men to i ragazzi romani e rano stati educati in casa, i più po- veri dai genitori , i p iù ricchi da magistri, cioè da maestr i , o istitutori, scelti di solito nella categoria dei liberti; gli schiavi liberati, che a loro volta e rano scelti fra i prigionieri di guer- ra, e preferibi lmente fra quelli di origine greca, che e rano i p iù colti.

Sappiamo però con certezza che dovevano faticare meno di quelli di oggi. Il latino lo sapevano già. Se avessero dovu- to s tudiar lo , diceva i l poeta tedesco He ine , n o n avrebbero mai trovato il t empo di conquistare il m o n d o . E quan to alla storia della loro patria, gliela raccontavano press'a poco così:

Q u a n d o i greci di Agamennone , Ulisse e Achille conqui- s tarono Troia, nell'Asia Minore, e la misero a ferro e a fuo- co, u n o dei pochi difensori che si salvò fu Enea, for tunata- m e n t e «raccomandato» (certe cose usavano a n c h e a que i tempi) da sua madre , ch 'era n i en t epopod imeno che la dea Venere-Afrodi te . Con u n a valigia sulle spalle, p i ena delle immagini dei suoi celesti protet tor i , fra i quali na tu ra lmente i l posto d ' o n o r e toccava alla sua b u o n a m a m m a , ma senza u n a lira in tasca, il povere t to si d iede a g i rare il m o n d o , a casaccio. E d o p o n o n si sa quant i anni di avventure e di di- savventure, sbarcò, s empre con quella sua valigia sul g rop- pone , in Italia, prese a risalirla verso no rd , g iunse nel La- zio, vi sposò la figlia del re Latino, che si chiamava Lavinia,

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fondò u n a città cui d iede il nome della moglie, e insieme a costei visse felice e contento tutto il resto dei suoi giorni.

Suo figlio Ascanio fondò Alba Longa, facendone la nuo - va capi tale . E d o p o ot to generaz ion i , cioè a d i re qua lche duecento anni dopo l 'arrivo di Enea, d u e suoi discendenti , Numi tore e Amulio, e rano ancora sul t rono del Lazio. Pur- t r o p p o sui t ron i in d u e ci si sta stret t i . E così un g io rno Amul io scacciò il fratello p e r r e g n a r e da solo, e gli uccise tutti i figli, meno una : Rea Silvia. Ma, pe rché n o n mettesse al m o n d o qualche figliolo cui potesse, da g r ande , saltare i l ticchio di vendicare il n o n n o , la obbligò a d iventare sacer- dotessa della dea Vesta, vale a dire monaca.

Un g iorno Rea, che p robab i lmen te aveva u n a g r a n vo- glia di mar i to e si rassegnava male al l ' idea di n o n poters i sposare, p rendeva il fresco in riva al fiume perché era un 'e- state m a l e d e t t a m e n t e calda, e si a d d o r m e n t ò . Per caso in quei paraggi passava il dio Marte che scendeva sovente sul- la terra , un po ' pe r farvi qualche guerricciola, ch 'era il suo mestiere abituale, un po ' pe r cercare delle ragazze, ch 'era la sua pass ione favorita. Vide Rea Silvia. Se ne i n n a m o r ò . E senza n e m m e n o svegliarla, la rese incinta.

Amulio, q u a n d o lo seppe, si arrabbiò moltissimo. Ma non la uccise. Aspettò ch'essa partorisse non uno , ma d u e ragaz- zini gemelli. Poi li fece caricare su u n a microscopica zattera che affidò al fiume p e r c h é se li por tasse , sul filo della cor- r en te , fino al mare , e lì li lasciasse affogare. Ma n o n aveva fatto i cont i col vento , che quel g io rno spirava abbastanza forte, e che condusse la fragile imbarcaz ione a insabbiarsi poco lontano, in ape r t a campagna . Qui i d u e derelit t i , che p iangevano r u m o r o s a m e n t e , r i ch i amarono l 'a t tenzione d i u n a lupa che corse ad allattarli. Ed è perciò che quella be- stia è diventata il simbolo di Roma, che dai d u e gemelli poi fu fondata.

I maligni dicono che quella lupa non era affatto u n a be- stia, ma una d o n n a vera, Acca Larentia , chiamata Lupa pe r via del suo carat tere selvatico e delle molte infedeltà che fa-

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ceva a suo mar i to , un povero pas to re , a n d a n d o s e n e a far l 'amore nel bosco con tutti i giovanotti dei dintorni . Ma for- se non sono che pettegolezzi.

I d u e gemelli succhiarono il latte, poi passarono alle pap- pine , poi misero i p r imi dent i , r icevettero il n o m e l 'uno di Romolo, l'altro di Remo, crebbero, e alla fine seppero la lo- ro storia. Allora t o r n a r o n o ad Alba Longa , o rgan izzarono u n a rivoluzione, uccisero Amulio, r imisero sul t rono Numi- tore. Eppoi , impazienti di far qualcosa di nuovo come tutti i giovani, invece di aspettare un regno bell'è fatto dal nonno , che ce r t amente gliel 'avrebbe lasciato, a n d a r o n o a costruir- sene u n o nuovo un po ' più in là. E scelsero il p u n t o in cui la loro zattera si era arenata, in mezzo alle colline fra cui scor- re i l Tevere , q u a n d o sta p e r sfociare in m a r e . Qu i , come spesso succede tra fratelli, l i t igarono sul n o m e da da re alla città. Poi decisero che avrebbe vinto chi avesse visto più uc- celli. Remo, sull'Aventino, ne vide sei. Romolo, sul Palatino, ne vide dodici: la città si sarebbe d u n q u e ch iamata Roma. Agg ioga rono d u e b ianchi buoi , scavarono un solco, e co- s t ru i rono le m u r a g i u r a n d o di uccidere ch iunque le oltre- passasse. Remo, di ma lumore pe r la sconfitta, disse che era- no fragili e ne r u p p e un pezzo con un calcio. E Romolo, fe- dele al g iuramento , lo accoppò con un colpo di badile.

Tut to ciò, d icono, avvenne se t tecentoc inquanta t ré ann i p r ima che Cristo nascesse, esat tamente il 21 aprile, che tut- tora si festeggia come il compleanno della città, nata, come si vede , da un fratricidio. I suoi abi tant i ne fecero l'inizio della storia del mondo , f in q u a n d o l 'avvento del Redentore n o n ebbe imposto un'al t ra contabilità.

Forse anche i popoli vicini facevano al t ret tanto: o g n u n o di essi da tava la storia del m o n d o dalla fondaz ione della p ropr i a capitale, Alba Longa, Rieti, Tarquinia, o Arezzo che fosse. Ma n o n r iusc i rono a farselo r iconoscere dagl i altri , p e r c h é commise ro i l piccolo e r r o r e di p e r d e r e la g u e r r a , anzi le gue r re . Roma invece le vinse. Tutte. Il p o d e r e di po- chi et tari che Romolo e Remo si tagl iarono con l 'aratro fra

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le colline del Tevere d iventò nello spazio di pochi secoli il c en t ro del Lazio, poi dell ' I talia, poi di tut ta la t e r r a allora conosciuta . E in tu t ta la t e r r a allora conosciuta si pa r lò la sua lingua, si r ispet tarono le sue leggi, e si contarono gli an- ni ab urbe condita, cioè da quel famoso 21 apr i le del 753 avanti Cristo, inizio della storia di Roma e della sua civiltà.

Na tu ra lmen te le cose n o n e rano anda te prec isamente così. Ma così i babbi romani pe r molti secoli vollero che venissero raccontate ai loro figli: un po ' pe rché ci credevano essi stes- si, un po ' perché , gran patrioti , li lusingava molto il fatto di poter mescolare degli dèi influenti come Venere e Marte, e delle personali tà altolocate come Enea, alla nascita della lo- ro Urbe . Essi sent ivano o s c u r a m e n t e ch ' e ra mol to impor - tante allevare i loro ragazzi nella convinzione di appar tene- re a una patr ia costruita col concorso di esseri sopranna tu- rali, che cer tamente n o n vi si sarebbero prestati se n o n aves- sero inteso assegnarle un g rande destino. Ciò diede un fon- d a m e n t o religioso a tut ta la vita di Roma, che infatti crollò q u a n d o esso venne m e n o . L'Urbe fu caput mundi; capitale del m o n d o , finché i suoi abitanti seppero poche cose e furo- no abbas tanza ingenu i da c r e d e r e in quel le , l eggendar i e , che avevano loro insegnato i babbi e i magistri; finché furo- no convinti di essere i discendenti di Enea, di avere nello lo- ro vene sangue divino e di essere «unti del Signore» anche se a quei tempi si chiamava Giove. Fu q u a n d o cominciarono a dub i t a rne che il loro I m p e r o a n d ò in f rantumi e il caput mundi diventò una colonia. Ma non precipit iamo.

Nella bella favola di Romolo e Remo, forse n o n tu t to è favola. Forse c'è anche qualche e lemento di verità. Vediamo di sviscerarlo sulla base dei pochi dati abbastanza sicuri che l'archeologia e l 'etnologia ci h a n n o fornito.

Già t rentamila anni p r ima della fondazione di Roma, pa- re che l 'Italia fosse abi ta ta da l l ' uomo . C h e u o m o fosse, i competent i dicono di averlo ricostruito da certi ossicini del suo scheletro trovati qua e là, e che r imontano alla cosiddet-

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ta «età della pietra». Ma noi ci fidiamo poco di queste indu- zioni, e quindi saltiamo a pie pari a un'era molto più vicina, quel la «neolitica», di qualcosa come ot tomila ann i fa, cioè cinquemila p r ima di Roma. Pare che la nostra penisola fos- se allora popolata da certi liguri a n o r d e siculi a sud, gente con la testa a forma di pera , che viveva un p o ' in caverna, un po ' in capannucce ro tonde , fatte di sterco e di fango, ad- domesticava animali e si nutr iva di caccia e di pesca.

Facciamo ancora un salto di quat t romila anni , cioè ar r i - viamo al 2000 avanti Cristo. Ed ecco che dal Se t ten t r ione , cioè dalle Alpi, g iungono altre tr ibù, chissà da quan to tem- po in marcia dalla loro patr ia di origine: l 'Europa centrale. Costoro non sono molto più progredi t i degli indigeni con la testa a pera ; ma h a n n o l 'abitudine di costruire le loro abita- zioni non in caverna, sibbene su travi immerse nell 'acqua, le cosiddette «palafitte». Vengono, si vede, da posti acquitrino- si, e infatti, arr ivat i da noi , scelgono la r eg ione dei laghi , quel lo Maggiore , quel lo di Como , quel lo di Garda , antici- p a n d o di qualche mil lennio il gusto dei turisti m o d e r n i . E i n t roducono nel nos t ro paese a lcune g rand i novità: quella di allevare greggi, quella di coltivare il suolo, quella di tesse- re stoffe e quella di c i rcondare i loro villaggi con bastioni di mo ta e di t e r r a ba t tu t a p e r d i fender l i t an to dagli at tacchi degli animali quanto da quelli degli uomini .

Piano piano cominciarono a scendere verso il sud, si abi- tua rono a costruire capanne anche sull'asciutto ma sempre punte l landole su palafitte; impara rono , da certi loro cugini, pa re , installatisi in Germania , l 'uso del ferro con cui si fab- br icarono un sacco di aggeggi nuovi, asce, coltelli, rasoi, ec- cetera, e fondarono u n a città vera e p ropr ia , che si chiamò Villanova, e che doveva trovarsi nei pressi di quella che og- gi è Bologna. Fu questo il centro di una civiltà che si chiamò a p p u n t o «villanoviana» e che p iano p iano dilagò in tut ta la penisola . Da essa si c r ede che der iv ino , come razza, come lingua, come costumi, gli umbri , i sabini e i latini.

Cosa facessero degl ' indigeni liguri e siculi questi villano-

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E L V E Z I N O R I C I

Le antiche popolazioni dell'Italia

viani, q u a n d o si stabilirono nelle te r re a cavalcioni del Teve- r e , n o n si sa. Forse li s t e r m i n a r o n o , come si usava a que i t empi cosiddetti «barbari» pe r dist inguerl i da quelli nostri in cui si fa altrettanto sebbene si chiamino «civili»; forse vi si mescolarono d o p o averli sottomessi. Fatto si è che, verso il 1000 avanti Cristo, tra la foce del Tevere e la baia di Napoli, i nuovi venuti fondarono molti villaggi che, sebbene abitati da gente del medes imo sangue, si facevano gue r r a t ra loro e n o n si rappacificavano che di fronte a qualche c o m u n e ne- mico o in occasione di qualche festa religiosa.

La più g rande e potente di queste cittadine fu Alba Lon- ga, capitale del Lazio, ai piedi del mon te Albano, che corri- sponde p robab i lmente a Castel Gandolfo. E a lbalongani si ritiene che fossero quel p u g n o di avventurosi giovanotti che un bel g iorno emigra rono qualche decina di chilometri più al nord , e fondarono Roma. Forse e rano dei braccianti, che andavano cercando un po ' di t e r ra da appropr iars i e da col- tivare. Forse e rano dei poco di b u o n o che avevano qualche conto da regolare con la polizia e i tr ibunali della loro città. Forse e rano degli emissari manda t i dal loro governo a sor- vegliare quel pun to , al confine con la Toscana, sulle cui co- ste e ra p r o p r i o allora sbarcata u n a nuova popolaz ione , gli etruschi, che non si sapeva da che par te del m o n d o venisse- ro , ma di cui si d icevano peste e co rna . E forse t ra quest i pionieri ce n 'e rano davvero d u e che si chiamavano u n o Ro- molo e l 'altro Remo. C o m u n q u e , n o n dovevano essere più di un centinaio.

Il posto che scelsero aveva molti vantaggi e molti svantag- gi. Era a u n a ventina di chilometri dal mare , e questo anda- va benissimo per tenersi al r iparo dai pirati che lo infestava- no, senza r inunziare a farne un por to: perché dalle imbarca- zioni di quel tempo, il braccio di fiume che lo separava dalla foce era facilmente navigabile. Ma gli stagni e gli acquitrini che lo circondavano lo condannavano alla malaria, malanno che ha battuto alle sue por te sino a pochi anni orsono. Però c'erano le colline, che a lmeno in par te proteggevano gli abi-

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tanti dalle zanzare. E infatti fu su una di esse, il Palatino, che d a p p r i m a si acquar t i e ra rono , col propos i to di popo la re in seguito anche le altre sei che stavano tut t 'a t torno.

Ma per popolarle , occorreva fare dei figli. E pe r fare dei figli, occorrevano delle mogli. E quei pionieri e rano scapoli.

Qui , in mancanza di storia, dobbiamo pe r forza to rna re alla leggenda, che ci racconta come fece Romolo, o comun- q u e si chiamasse il capoccione di que i tipacci, a p r o c u r a r d o n n e a sé e ai suoi c o m p a g n i . Indisse u n a g r a n d e festa, forse con la scusa di celebrare la nascita della sua città, e in- vitò a p renderv i par te i vicini di casa sabini (o quiriti), col lo- ro re , Tito Tazio, e soprat tut to le loro figlie. I sabini venne- ro . Ma, men t r e e rano intenti a gareggiare nelle corse a pie- di e a cavallo, ch 'era il loro sport preferito, molto poco spor- t ivamente i pad ron i di casa ruba ron loro le ragazze e li but- ta rono fuori a peda te .

I nos t r i ant ichi e r a n o mol to sensibili alle ques t ioni di d o n n e . Poco p r ima , i l ra t to di una , Elena, e ra costato u n a g u e r r a d u r a t a dieci a n n i e f ini ta con la d i s t ruz ione di un g rande regno : quello di Troia. I roman i ne rap i rono a doz- zine, ed è qu indi na tura le che il g iorno d o p o dovessero far fronte ai loro babbi e fratelli, tornat i in armi pe r recuperar - le. Si asserragliarono sul Campidogl io, ma commisero l'im- perdonabi le e r ro re di affidare le chiavi della fortezza a u n a di quelle loro improvvisate mogli, che ev iden temen te non era stata molto soddisfatta del mari to toccatole in sorte: Tar- peia, u n a ragazza r o m a n a che d icono fosse i n n a m o r a t a d i Tito Tazio. Costei apr ì una por ta agl'invasori. I quali, gente cavalleresca e q u i n d i refra t tar ia a tut t i i t r ad imen t i , com- pres i quelli p e r p e t r a t i in loro favore, la c o m p e n s a r o n o schiacciandola sotto i loro scudi. I roman i più tardi d iedero il suo n o m e alla r u p e dalla quale solevano precipi tare i tra- ditori della patr ia condannat i a mor te .

Tutto f inì in un pantagruel ico banchet to nuziale. Perché le altre d o n n e , in nome delle quali la battaglia si e ra accesa, a un certo p u n t o s ' interposero fra i d u e eserciti e dichiara-

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r o n o che n o n i n t e n d e v a n o res ta re or fane , come sa rebbe successo se i loro mari t i r o m a n i avessero vinto, o vedove , come sarebbe successo se avessero vinto i loro babbi sabini. E ch 'era ora di finirla perché con quegli sposi, sebbene spic- ciativi e maneschi , s 'eran t rovate benissimo. Meglio valeva regolarizzare i matr imoni , invece di cont inuare a scannarsi. E così fu. Romolo e Tazio decisero di g o v e r n a r e ins ieme, a m b e d u e col titolo di re , quel nuovo popolo nato dalla fu- sione delle due tribù, di cui por tò congiuntamente il nome : romani quiriti. E siccome Tazio, subito dopo , ebbe la compia- cenza di mor i re , l ' esper imento di r e g n o a d u e quella volta a n d ò bene .

Chissà cosa c'è sotto a questa storia. Forse essa non è che la vers ione , sugger i ta dal pa t r io t t i smo e dal l 'orgogl io , di u n a conquista d i Roma da pa r t e dei sabini. Ma p u ò anche darsi che i due popoli si siano davvero volontar iamente me- scolati e che il famoso ra t to fosse soltanto la n o r m a l e ceri- monia del mat r imonio , come lo si celebrava allora, cioè col furto della sposa da pa r te dello sposo, ma col consenso del pad re di lei, come si fa ancora presso certi popoli primitivi.

Se così fu veramente , è probabile che questa fusione fos- se, più che suggerita, imposta dal pericolo di un nemico co- m u n e : quegli etruschi che frattanto, dalla costa tirrenica, si e rano sparpagliati in Toscana e in Umbr ia e, a rmat i di u n a tecnica molto più p rogred i t a , p r e m e v a n o verso i l sud. Ro- ma e la Sabina e rano sulla direttrice di questa marcia e sotto diret ta minaccia. Infatti n o n vi scamparono.

L'Urbe era a p p e n a nata, e già doveva vedersela con u n o dei più difficili e insidiosi rivali di tutta la sua storia. Lo ab- batté at traverso prodigi di diplomazia pr ima, di coraggio e di tecnica poi. Ma le occorsero dei secoli.

CAPITOLO SECONDO

POVERI E T R U S C H I

All 'opposto dei roman i d'oggi, che fanno tut to pe r scherzo, quelli dell 'antichità facevano tut to sul serio. E specialmente q u a n d o si met tevano in testa di d is t ruggere un nemico, n o n solo gli muovevano g u e r r a e n o n gli davano t r egua p r ima di averlo sconfitto, a n c he a costo di r imet te rc i eserciti su eserciti e quat t r ini su quattr ini ; ma poi gli en t ravano in casa e n o n vi lasciavano pietra su pietra.

Un t ra t t amento par t icolarmente severo r iservarono agli etruschi, quando , dopo aver subito da loro molte umiliazio- ni, si sent i rono abbastanza forti pe r poterl i sfidare. Fu u n a lotta lunga e senza esclusione di colpi, ma al vinto non furo- no lasciati neanche gli occhi p e r p i ange re . R a r a m e n t e si è visto nella storia un popolo scomparire dalla faccia della ter- ra, e un altro cancellarne le tracce con sì ostinata ferocia. E a ques to si deve il fatto che di tut ta la civiltà e trusca n o n è r imas to quasi p iù nul la . N o n ne sopravvivono che a lcune o p e r e d 'a r te e qualche migliaio d'iscrizioni, di cui solo po - che parole sono state decifrate.

Su quest i scarsissimi e lement i , o g n u n o ha r icos t rui to quel m o n d o a modo suo.

In tanto , nessuno sa con precisione di dove questo popo- lo venisse. Dal m o d o come si sono rappresen ta t i essi stessi nei b ronz i e nei vasi di te r racot ta , pa r e che avessero corpi più tracagnotti e crani più massicci dei villanoviani, e linea- ment i che r icordano la gente dell'Asia Minore. Molti infatti sostengono che ar r ivarono da quelle cont rade , pe r mare ; e la cosa sarebbe confermata dal fatto che furono i pr imi, tra gli abitatori dell'Italia, ad avere u n a flotta. Certo, furono lo-

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ro a da re il n o m e di T i r r eno , che vuol dire a p p u n t o «etru- sco», al mare che bagna la costa della Toscana. Forse arriva- rono in massa e sommersero la popolazione indigena, forse sbarcarono in pochi e si l imitarono a sottometterla con le lo- ro a rmi più progredi te e la loro tecnica più sviluppata.

Che la loro civiltà fosse super iore a quella villanoviana è d imos t ra to dai c rani che h a n n o t rovato nelle t ombe e che m o s t r a n o o p e r e di p ro tes i den ta l i abbas tanza raffinate. I dent i sono un g ran segno, nella vita dei popoli . Essi si dete- r io rano con lo svilupparsi del progresso che r e n d e più im- per ioso il b isogno di cu re perfezionate . Gli e t ruschi cono- scevano già il «ponte» pe r rinforzare i loro molari e i metalli che occorrevano pe r fabbricarlo. Infatti sapevano lavorare n o n solo il ferro che a n d a r o n o a cercare, e t rovarono, all'i- sola d'Elba e che t r a s fo rmarono da greggio in acciaio; ma anche il rame, lo stagno e l 'ambra.

Le città che si d i e d e r o subito a cos t ru i re ne l l ' i n te rno , Tarquinia, Arezzo, Perugia, Vejo, e rano molto più m o d e r n e dei villaggi fondati dai latini, dai sabini e dalle altre popola- zioni villanoviane. Tutte avevano dei bastioni pe r difender- si, delle s trade e soprat tut to le fogne. Seguivano, insomma, un «piano urbanist ico», come si d i rebbe oggi, r i m e t t e n d o alla compe tenza degl ' ingegner i , che e r ano pe r quei tempi bravissimi, ciò che gli altri lasciavano al caso e al capriccio degl ' individui . Sapevano organizzarsi pe r lavori collettivi, di utilità generale, e lo d imost rano i canali con cui bonifica- r o n o quelle cont rade infestate dalla malaria. Ma soprat tut to e rano formidabili mercanti , attaccati ai soldi e pront i a qua- l u n q u e sacrificio p u r di moltiplicarli. I r o m a n i ignoravano ancora cosa ci fosse d ie t ro il Sorat te , mon tagno la poco di- scosta dalla loro città, che gli e t ruschi già e r ano arr ivat i in Piemonte , Lombard ia e Veneto, avevano varcato a piedi le Alpi e, r isalendo il Rodano e il Reno, avevano por ta to i loro p rodo t t i sui mercat i francesi, svizzeri e tedeschi p e r scam- biarli con quelli locali. Furono loro a por t a re in Italia come mezzo di scambio la m o n e t a , che i r o m a n i poi cop ia rono ,

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tanto è vero che vi lasciarono incisa la p r u a di u n a nave pri- ma di averne mai costruita una .

Erano gente allegra, che p rendeva la vita dal lato più pia- cevole; e pe r questo alla fine persero la gue r ra contro i ma- linconici roman i che la p r endevano dal lato più austero. Le scene r iprodot te sui loro vasi e sepolcri ci most rano uomini ben vestiti con quella toga, che poi i r o m a n i cop ia rono fa- c e n d o n e il loro cos tume nazionale , l ungh i capelli e ba rbe inanel late , molti gioielli al polso, al collo, ai diti, e s e m p r e intesi a bere , a mangiare e a conversare, q u a n d o n o n lo era- no a prat icare qualcuno dei loro esercizi sportivi.

Questi consistevano soprat tut to nella boxe, nel lancio del disco e del giavellotto, nella lotta e in altre due manifestazio- ni che noi crediamo, a torto, squisitamente mode rne e fore- stiere: il polo e la corr ida. Na tu ra lmente le regole di questi giuochi e rano diverse da quelle che si usano oggi. Ma sin da allora lo spettacolo della lotta fra il toro e l 'uomo nell 'arena era considerato di pregio, tanto è vero che chi moriva se ne voleva por ta re nella tomba qualche scena-ricordo dipinta sui vasi, pe r cont inuare a divertircisi anche nell'aldilà.

Un gran passo avanti rispetto agli arcaici e patriarcali co- stumi roman i e degli altri indigeni , era la condizione della donna , che presso gli etruschi godeva di g ran libertà, e in- fatti viene rappresen ta ta in compagnia dei maschi, parteci- pe dei loro divertimenti . Pare che fossero d o n n e molto belle e di liberissimi costumi. Nei d ipint i a p p a i o n o ingioiellate, asperse di cosmetici e senza t r o p p e preoccupaz ioni di pu - dore . Mangiano a crepapelle e bevono a garganella, distese coi loro uomin i su amp i sofà. O p p u r e s u o n a n o il flauto, o danzano . U n a di loro, che poi diventò molto impor t an t e a Roma, Tanaquilla, era una «intellettuale», che la sapeva lun- ga di matematica e di medicina. Il che vuol dire che, a diffe- renza del le loro col leghe lat ine, c o n d a n n a t e alla p iù ne ra ignoranza, andavano a scuola e s tudiavano. I romani , ch 'e- r a n o g r a n moralist i , ch iamavano «toscane», cioè e t rusche , tutte le d o n n e di facili costumi. E in u n a commedia di Plauto

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c'è u n a ragazza accusata di seguire il «costume toscano» per- ché fa la prosti tuta.

La religione, che è sempre la proiezione della morale di un popolo, era centrata su un dio di nome Tinia, che eserci- tava il suo potere col fulmine e il tuono. Egli non governava di re t tamente gli uomini , ma affidava i suoi ordini a u n a spe- cie di gabinet to esecutivo, compos to di dodici g r a n d i dèi , così g rand i ch 'era sacrilegio perfino p ronunc i a rne il nome . Asteniamocene quindi anche noi, pe r n o n confondere la te- sta di chi ci legge. Tutt i insieme costoro formavano il g r an tr ibunale dell'aldilà, dove i «genii», specie di commessi o di guard ie municipali , conducevano le an ime dei defunti , ap - p e n a avevano a b b a n d o n a t o i loro r ispett ivi corpi . E lì co- minciava un processo in piena regola. Chi n o n riusciva a di- mos t ra re di aver vissuto secondo i precet t i dei giudici, e ra condanna to all ' inferno, a m e n o che i pa ren t i e gli amici ri- masti in vita n o n facessero pe r lui tante preghie re e sacrifici da o t t ene rne l 'assoluzione. E in questo caso veniva assunto in paradiso, pe r con t inuare a godervi quei terrestr i piaceri a base di bevute, mangiate , cazzotti e canzonette, di cui s'era fatto scolpire le allegre scene sul sepolcro.

Ma del paradiso gli e t ruschi pa re che par lassero poco e di r ado , lasciandolo piut tosto nel vago. Forse t r o p p o pochi ce ne andavano, pe r saperne qualcosa di preciso. Quello su cui e r ano informatissimi era l ' inferno, di cui conoscevano, u n o pe r uno , tutti i to rment i che vi si soffrivano. Evidente- mente i loro pret i pensavano che, pe r tenere in riga la gen- te, valevano più le minacce della dannazione che le speran- ze dell 'assoluzione. E questo m o d o di veder le cose si è per- pe tua to sino in tempi più recenti, sino a quelli di Dante che, nato in Etrur ia anche lui, è r imasto dello stesso pa re re e sul- l ' inferno ha scialato molto più che sul paradiso.

Con questo non dobbiamo credere che gli etruschi fosse- ro fiorellini di gentilezza. Ammazzavano con relativa faci- lità, e sia p u r e con la b u o n a intenzione di offrire in sacrificio la vi t t ima p e r la salvezza di qua lche amico o p a r e n t e . So-

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Le principali città etrusche

pra t tu t to i prigionieri di guer ra e rano adibiti a questa biso- gna. Trecento romani , catturati in u n a delle tante battaglie che si combat te rono fra i d u e eserciti, furono uccisi pe r lapi- dazione a Tarquinia . E sul loro fegato ancora palpi tante di vita gl 'indovini cercarono di de te rminare i futuri eventi del- la gue r ra . Ev iden temente n o n ci r iuscirono, a l t r imenti l'a- vrebbero smessa subito. Ma l'uso era frequente, anche se in genere ci si serviva delle viscere di qualche animale, pecora o toro che fosse, e i romani lo copiarono.

Poli t icamente, le loro sparse città n o n r iusc i rono mai a unirsi , e p u r t r o p p o n o n ce ne fu nessuna abbastanza forte pe r t ene re in p u g n o le al tre, come fece Roma con le rivali latine e sabine. Ci fu u n a federazione domina ta da Tarqui- nia, ma non venne a capo delle t endenze separatiste. I do- dici piccoli stati che ne facevano par te , invece di unirsi con- t ro il c o m u n e nemico, si lasciarono ba t te re e fagocitare da esso u n o p e r u n o . La loro d ip lomazia e ra come quel la d i certe m o d e r n e nazioni eu ropee che preferiscono mor i re da sole piuttosto che vivere insieme.

Tut to questo è stato r icostrui to, a furia d ' induzioni , dai resti dell 'arte etrusca che sono giunti sino a noi e che costi- tuiscono la sola e red i tà lasciataci da quel popo lo . Si t ra t ta specialmente di vasi e di bronzi. Fra i vasi ce ne sono di belli, come 1'«Apollo di Vejo», detto anche «Apollo che cammina», di terracotta policroma, che denunzia nei coroplasti etruschi una g rande perizia tecnica e un gusto raffinato. Sono quasi sempre d' imitazione greca e, salvo qualche r a ro esemplare come il «bucchero nero», n o n ci sembrano gran che.

Ma pe r q u a n t o scarsi s iano quest i resti , ba s t ano a farci capi re come i r o m a n i , u n a volta ch ' ebbe ro sopraffat to gli etruschi, d o p o essere andat i pe r un pezzo a scuola da loro e averne subito la superiori tà soprat tut to nel campo tecnico e organizzativo, n o n solo li distrussero, ma cercarono di can- cellare ogni traccia della loro civiltà. La consideravano ma- lata e corruttr ice. Copiarono da essa tut to quello che faceva loro comodo. Mandarono alle scuole di Vejo e di Tarquinia

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i loro ragazzi p e r addo t to ra r l i spec ia lmente in medic ina e ingegneria . Imi ta rono la toga. Adot tarono l'uso della mone- ta. E forse presero a presti to anche l 'organizzazione politica, che pe rò gli etruschi ebbero in c o m u n e con tutti gli altri po- poli dell 'antichità e che passò, anche in casa loro, da un re- gime monarchico ad u n o repubblicano, ret to da un lucumo- ne, magis t ra to elettivo, e infine a u n a forma di democrazia domina ta dalle classi ricche. Ma i p rop r i costumi, stoici e sa- ni, basati sul sacrificio e sulla disciplina sociale, Roma volle preservarl i dalle mollezze di quelli etruschi. Is t int ivamente sentì che vincere in g u e r r a il nemico e o c c u p a r n e le t e r r e non bastava, se poi gli si dava il destro di contaminare le ca- se del p a d r o n e , a s sumendove lo in qual i tà di schiavo o di precet tore , come si usava a quei tempi coi vinti. E lo distrus- se. E ne volle sepolti tutti i document i e monumen t i .

Q u e s t o p e r ò successe mol to t e m p o d o p o che i l p r i m o contatto venisse stabilito fra i d u e popoli , i quali s ' incontra- rono a p p u n t o a Roma, q u a n d o vi giunsero gli albalongani e vi t rovarono, a quan to pare , già installata u n a piccola colo- nia etrusca, che aveva dato al sito un n o m e di casa sua. Sem- bra infatti che Roma venga da Rumon che in etrusco vuol di- re «fiume». E se questo è vero, bisogna d e d u r n e che la pri- ma popolazione del l 'Urbe fu formata n o n soltanto di latini e di sabini, popoli dello stesso sangue e dello stesso ceppo, come lascerebbe credere la storia del famoso «ratto», ma an- che di etruschi, gente di tutt 'al tra razza e l ingua e religione. Anzi, secondo certi storici, e t rusco sarebbe stato lo stesso Romolo. E c o m u n q u e fu ce r t amente etrusco il ri to con cui fondò la città, scavando il solco con un ara t ro trascinato da un toro e da u n a giovenca bianchi , d o p o che dodici uccelli di b u o n augur io avevano volteggiato sulla sua testa.

Senza volerci met tere in concorrenza coi competent i che da secoli vanno discutendo di queste faccende e non riesco- no a mettersi d 'accordo, d i remo quella che ci sembra la più probabile di tutte le versioni.

Gli e t ruschi , che avevano la pass ione del tu r i smo e del

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commercio, avevano già fondato un piccolo villaggio sul Te- vere, q u a n d o latini e sabini vi g iunsero . E questo villaggio doveva servire da stazione di smistamento e di r i fornimento pe r le loro linee di navigazione verso il sud. Qui , e special- men te in Campania , avevano già impiantato ricche colonie: Capua , Nola, Pompei , Ercolano, dove le popolazioni locali che si chiamavano sannite e ch 'e rano di origine villanoviana anch'esse, venivano a scambiare i loro prodot t i agricoli con quelli indust r ia l i in a r r ivo dalla Toscana. Era difficile, da Arezzo o da Tarquinia , g iungere fin laggiù via te r ra . Man- cavano le s trade e la regione era infestata da belve e da ban- diti. Molto più facile, visto ch 'e ran gli unici a possedere una flotta, e ra per gli etruschi venirci via mare . Ma il viaggio era lungo , r ichiedeva in te re se t t imane . Le navi, g r a n d i come gusci d i noce, n o n po tevano imbarcare molti r i forniment i pe r gli uomini , e avevano bisogno di port i , lungo la strada, dove provveders i di farina e d 'acqua pe r il resto del tragit- to. La foce del Tevere , giusto a metà del percorso , forniva u n a comoda baia p e r r i empi re le stive vuote , e pe r di p iù , navigabile com'e ra a quei tempi , offriva anche un comodo mezzo pe r risalire al l ' interno e combinare qualche affaruc- cio coi latini e sabini che lo abi tavano. La con t rada era co- stellata n o n si sa se d 'una t rent ina o d 'una settantina di bor- ghi, o g n u n o dei quali rappresen tava un piccolo mercato di scambio. Non che vi si potessero fare grandi affari pe rché il Lazio, a quei t empi , n o n e ra ricco che di l egname p e r via (chi lo direbbe oggi?) dei suoi meravigliosi boschi. Per il re- sto, n o n produceva neanche f rumento, ma soltanto farro, e un po ' di vino e di olive. Ma gli etruschi, p u r di far quattr i- ni, si contentavano del poco, e il vizio gli è r imasto.

Per questo fondarono Roma, chiamandola così o con un al t ro n o m e , ma senza d a r e t r o p p a i m p o r t a n z a alla cosa. Chissà quante ce n 'e rano , di Rome, scaglionate lungo la co- sta t i r ren ica fra L ivorno e Napol i . E ci misero , a badarv i , una guarnigione di marinai e di mercant i che forse conside- ravano quel t rasfer imento un castigo. Dovevano t ene re in

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o r d i n e sopra t tu t to i l cant iere p e r le r iparaz ioni delle navi danneggia te dalle tempeste , e i magazzini per rifornirle.

Poi, un bel giorno, presero ad arrivare a gruppet t i i latini e i sabini, un po ' forse pe rché in casa cominciavano a stare stretti, un po ' perché anch'essi avevano voglia di commercia- re con gli e t ruschi , dei cui p rodo t t i e r a n o bisognosi . Che avessero già allora un piano strategico di conquista dell 'Ita- lia pr ima, e del m o n d o poi, e che pe r questo ri tenessero in- dispensabile la posizione di Roma, son fantasie degli storici d'oggi. Quei latini e sabini e rano degli zoticoni di stoffa con- tadina, per i quali la geografia si riassumeva nell 'orto di casa.

È probab i le che quest i nuov i ar r ivat i s iano venu t i alle mani tra loro. Ma è al t ret tanto probabile che poi, invece di d is t ruggers i a vicenda, si siano alleati, p e r fare fronte agli e t ruschi che dovevano g u a r d a r l i un p o ' come gl ' inglesi guardavano gl ' indigeni, nelle loro colonie. Davanti a quella gente forestiera che li trattava dall'alto in basso e che parla- va un id ioma a loro incomprensibi le , dove t te ro accorgersi di essere fratelli, accomunat i dallo stesso sangue, dalla me- desima l ingua e dalla identica miseria. E pe r questo misero in c o m u n e i l poco che avevano: le d o n n e . I l famoso ra t to n o n è p robab i lmen te che il simbolo di questo accordo, dal quale è natura le che gli etruschi siano rimasti esclusi, ma di p ropr i a volontà. Essi si sentivano super ior i e n o n volevano mescolarsi con quella plebaglia.

La divisione razziale cont inuò a lmeno cento anni, du ran - te i quali latini e sabini, ormai fusi nel tipo romano , dovette- ro ingoiare parecchi rospi . Q u a n d o , d o p o Tarquin io i l Su- perbo che fu l 'ultimo re, essi p resero il sopravvento, la ven- det ta fu indiscriminata. E forse l 'accanimento che misero a d i s t ruggere l 'Etrur ia n o n solo come stato, ma anche come civiltà, gli fu ispirato a p p u n t o dalle umil iazioni che dagli e t ruschi avevano subito a n c he in pa t r ia . E di essi vollero e p u r a r e tut to , perfino la storia, d a n d o un certificato di na- scita latino anche a Romolo che forse lo aveva etrusco e fa- cendo risalire al l 'unione coi sabini l 'origine della città.

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