Analisi e progettazione del territorio nell'ottica dello sviluppo umano sostenibile - Relazione per esami universitari e master, Esami di Macroeconomia. Istituto Italiano di Scienze Umane di Firenze
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barbarina8324 settembre 2013
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Analisi e progettazione del territorio nell'ottica dello sviluppo umano sostenibile - Relazione per esami universitari e master, Esami di Macroeconomia. Istituto Italiano di Scienze Umane di Firenze

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Appunti di Scienze della Formazione. Scenari e possibili soluzioni per una progettazione e riqualificazione del territorio nell’ottica dello sviluppo umano sostenibile attraverso un approccio integrato e partecipativo e...
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Università di Firenze

Master su

Sviluppo Umano Locale, Cultura di Pace e Cooperazione Internazionale.

a.a. 2009-2010

Università degli Studi di Firenze

Facoltà di Scienze della Formazione Dipartimento di scienze dell'educazione e dei processi culturali formativi

Relazione di fine Modulo IV

Territorio, Ambiente e Sviluppo Umano: approccio integrato e partecipativo

Barbara Emili

Matricola n°: 5059589

Scenari e possibili soluzioni per una progettazione del territorio nell’ottica

dello sviluppo umano sostenibile

1. Globalizzazione: rischi ed opportunità per uno sviluppo umano locale.

Che la globalizzazione sia un processo di grande rilievo, una sorta di paradigma del mondo

contemporaneo caratterizzante gli attuali sistemi economico-sociali e portatore di rapidi

cambiamenti nei meccanismi di produzione e di consumo del ventesimo secolo è cosa

pressoché innegabile. Che le conseguenze di questi cambiamenti siano quelli di un

maggior sviluppo in termini benessere, qualità di vita e sostenibilità ambientale credo sia

molto più discutibile.

Se è vero che la globalizzazione ha portato con se numerosi vantaggi - inedite opportunità

commerciali, un più facile acceso ai mercati e alla tecnologia, miglioramento delle

condizioni di salute degli uomini e diffusa informazione - sono altrettanto evidenti e

sempre più grandi i problemi di omologazione, degrado sociale e ambientale e

disuguaglianze tra i paesi del Sud del mondo che di fatto sta causando. I fattori sono

molteplici e strettamente legati ad una visione e una gestione della globalizzazione che

punta solo al progresso economico.

Considerare la globalizzazione (termine coniato proprio in riferimento alla necessità di

creare spazi adatti alle esigenze delle imprese moderne) 1

come unificazione di mercati,

libero flusso di capitali, merci e informazioni, senza però lasciare spazio all’unione di

diritti e valori comuni, ad una crescita altrettanto diffusa di processi di partecipazione,

rischia di ridurre, quella che potrebbe essere vista come l’idea chiave per un nuovo

progresso economico- sociale mondiale, ad una semplice imposizione di regole tipiche di

un modello di sviluppo di capitalista: così invece di apportare vantaggi alle società

alimenta solo nuove forme di divaricazione e gerarchizzazione a danno soprattutto dei

cosiddetti “paesi poveri” che da sempre vivono in condizioni di sottomissione e di

arretratezza.

Ad essere criticata quindi non è la globalizzazione 2 in se, quanto piuttosto i metodi con cui

viene gestita poiché a prevalere finiscono per essere le logiche di mercato guidate da

1 Il termine globalizzazione fu coniato dal Professor da Teodhor Levitt nel 1983 2 D. Zolo, Globalizzazione. Una mappa dei problemi, Laterza, Roma-Bari, 2004, p.17-18

atteggiamenti individualistici, competitivi o di prevaricazione e una certa élite che, più o

meno consapevolmente, trae il maggior vantaggio dalle politiche attuate.

Gli effetti per esempio di un’errata politica di unificazione, di inserimento forzato delle

tradizionali società nell’economia mondiale sono ben visibili nei programmi di

aggiustamento strutturale adottati dalla Banca Mondiale e dall’FMI per risollevare la

grave crisi economica (a ben guardare consolidata dall’insicurezza finanziaria che

l’elevata mobilità dei capitali ha creato) in cui si trovavano le regioni povere dell’Asia,

dell’Africa e dell’America Latina: puntando sulla liberalizzazione, privatizzazione e

riduzione dell’intervento dello stato quale soluzione migliore per ridurre le disuguaglianze,

gli interventi di aiuto hanno finito per avere effetti più gravi della crisi in se.

In questo senso ciò che più strettamente è legato ai processi di globalizzazione in ambito

economico e finanziario, ovvero la libertà di flussi di capitali, merci e informazioni,

l’apertura alla concorrenza fiscale, l’abbattimento di barriere commerciali e dei dazi,

l’assenza di regole sanitarie e commerciali, non è certo la ricetta per aiutare le società più

svantaggiate economicamente a creare nuovi processi di sviluppo globale e ad accrescere

in termini di produttività, di modernizzazione e di nuove opportunità di accesso alle risorse

per tutti. Al contrario rischia di divenire solo un meccanismo di che facilita fenomeni di

nuova “colonizzazione” poiché le società già povere non sono libere di scegliere ma

costrette ad adeguarsi ed accettare certe regole se non vogliono rischiare di soccombere.

Oltretutto, occorre tener presente che, se e laddove aumenta la ricchezza e il profitto, è

quello di investitori stranieri che trovano zone libere e prive di regolamentazioni, per

esportare capitali e sfruttare manodopera a basso costo.

Da considerare è quindi anche l’effetto di frammentazione che provoca la globalizzazione.

se può apparire paradossalmente contrario al processo di omologazione causa comunque

gli stessi effetti di squilibrio e di isolamento che gravano su certe aree, alcune che

rimangono fuori dai processi di sviluppo, altre sottoposte sistemi speciali e differenziati.

Quest’ultime si chiamano «export processing zones» e rappresentano spazi occupati per

«l’importazione temporanea di merci da sottoporre a specifiche fasi produttive ad alta

intensità di lavoro» 3 . Si tratta di spazi di solito periferici, zone depresse o di confine tra

paese ricco e paese povero in cui non valgono le stesse regole che vigono in altre aeree del

paese, o più precisamente in cui vengono praticamente bloccate le regolamentazioni in

campo ambientale, urbanistico, del lavoro poiché non funzionali a realtà produttive che

hanno bisogno di grande disponibilità di manodopera e risorse naturali da sfruttare.

3 G. Paba, R.Paloscia, I. Zetti, Piccole città e trasformazione ecologica. Un laboratorio di progettazione nel

Sahel nigerino, l’Harmattam Italia, Torino, 1998, p.12

Bisogna poi considerare che gli effetti della globalizzazione non sono solo quelli di un

livellamento economico ma anche culturale e sociale.

Se la modernizzazione il progresso hanno cambiato i modelli di produzione e il sistema di

lavoro con l’introduzione di nuove tecnologie, sono divenuti allo stesso tempo i principi

guida dei nuovi modelli culturali occidentali che giustificano e sostengono un sistema

economico politico di tipo capitalistico.

La vincita del pensiero razionale scientifico su altre forme di conoscenza, la concezione

dell’uomo “self made”, un uomo libero e liberato da tutto che guarda al futuro ma non agli

insegnamenti del passato, che punta al successo, al potere e all’accumulo di ricchezza

hanno difatti segnato, dalla seconda guerra mondiale in poi, il funzionamento della società

sotto una prospettiva eurocentrica.

In questo sistema è solo l’occidente che detta legge e crea valori: il progetto di unificazione

del mondo sta purtroppo diventando da tempo convertire tutto il mondo alla civiltà

occidentale dei consumi che è poi anche il sistema delle comunicazioni di massa che

impone linee guida del lavoro alienante, del benessere inutile e precario, e dei soli valori

materiali.

Il risultato di questo atteggiamento è la gerarchizzazione di tutte quelle culture considerate

inferiori perché non hanno adottato l’unità di misura del progresso per valutare l’individuo

e il suo ambiente e non si sono “evolute” sfruttando le risorse, ma cercano di vivere in

armonia con la natura all’interno di un sistema complesso di antiche credenze e

caratterizzato da un economia di sussistenza tipica di un’organizzazione comunitaria.

Nell’ottica del progresso cambiano radicalmente i concetti di natura e cultura: la natura

diviene territorio di conquista e merce di scambio, l’identità culturale non è più costruita

sul confronto col territorio e il suo patrimonio, poiché non è più la comunità che definisce

e costruisce la propria identità. Quello che progredisce è piuttosto una cultura

d’importazione, una cultura che invece di valorizzare e far convivere le diversità, sia

biodiversità e che differenze culturali, le distrugge.

Il rischio è che la globalizzazione divenga un motore che influisce negativamente nella

diffusione del pensiero unico, in cui emerge la dimensioni monoculturali piuttosto che

integrare le culture e i saperi 4 .

Senza avere una visone apocalittica della globalizzazione come situazione dagli effetti

irrimediabilmente disastrosi, è comunque evidente che occorrono grandi riflessioni e

4 L. Gallino, Globalizzazione e disuguaglianze, Laterza, Roma -Bari, 2000, p.111-126

grandi cambiamenti verso approcci ed interventi sostenibili a livello economico, sociale ed

ambientale.

Una proposta, a mio avviso sensata e significativa, è quella di chi affronta il problema

affermando che globalizzazione per avere effetti positivi sul pianeta dovrebbe assumere le

caratteristiche di «una global governance fondata sulla trasparenza, sulla discussione

pubblica e sulla partecipazione democratica di tutti i soggetti interessati» 5 . Un percorso

non certo semplice ma che si pone l’obiettivo di migliorare la governance di istituzioni

internazionali perché possano avere più capacità di enforcement dei singoli stati e

impegnarsi seriamente, al di la di raccomandazioni e rimproveri, nel far seguire e far

rispettare politiche di sviluppo nell’interesse delle collettività. Un percorso che promuove

allo stesso tempo reali possibilità di partecipazione della collettività alle decisioni politiche

e alle scelte strategiche per superare situazioni di crisi, possibilità di divenire attori critici

dei processi in atto per garantire reali forme di democrazia.

Credo che solo così si potrebbe sperare in una crescita diffusa e in una globalizzazione

non solo dell’economia ma anche dei diritti e dei valori di un certo tipo, in quanto si

inviterebbero le persone a prendere coscienza di una serie di problemi, di giustizia e di

uguaglianza, che invece l’economia molte volte fa crescere.

2. Verso una progettazione integrale di riqualificazione del territorio

Abbiamo fin qui visto che la legittimazione e l’imposizione del progresso capitalista come

unica via all’evoluzione delle società ha creato shock culturali e sociali che la

globalizzazione ha acuito. Non è un caso che le stesse logiche si siano imposte anche nel

modo di concepire e costruire il territorio, essendo questo inseparabilmente relazionato ai

processi socio-culturali in atto in un determinato contesto e in continua trasformazione per

opera dell’uomo. Gli stessi effetti negativi, di appiattimento e fragilità, si evidenziano di

5 D. Zolo, Globalizzazione. Una mappa dei problemi, Laterza, Roma-Bari, 2004, p.17-18

fatto anche nella progettazione degli insediamenti umani e dell’ambiente naturale. E’ in

questo scenario che, rispecchiando le teorie tradizionali dello sviluppo, centrate sul

modello fordista, sulla produzione di massa e lo sviluppo tecnologico, il territorio è stato

utilizzato sempre più come “supporto tecnico” di attività e funzioni economiche, liberato, o

meglio sradicato, da ogni connessione con gli spazi, le persone e la loro storia 6 .

Questo approccio, su cui si fonda l’architettura urbanistica funzionalista affermatasi negli

anni ‘20, è di tipo razionalistico e non tiene di conto della complessa relazione esistente tra

la città e gli elementi naturali, sociali culturali che la caratterizzano.

Quali nello specifico i principi e le prassi che hanno influenzato la progettazione nel corso

del tempo?

Dallo scoppio, agli inizi del ‘900, delle città industriali ormai sature per densità e problemi

di inquinamento, il problema principale che si posero i funzionalisti fu quello di

trasformare e ideare nuove città che funzionassero da capitale fisso in funzione dello

sviluppo produttivo. C’è chi, all’idea di nuove città come capitale per lo sviluppo

economico, rispose mettendo al centro l’idea di progresso, di inarrestabile sviluppo

industriale, per cui la fabbrica doveva essere il punto di riferimento concettuale anche del

funzionamento della città; c’è chi dette più importanza all’uomo e all’espressione dei suoi

bisogni 7 per cui l’organizzazione degli spazi avrebbe dovuto soddisfare questi bisogni.

Tuttavia anche questa seconda corrente non si discostava da una visione lineare dello

sviluppo tipica del modello fordista della catena di montaggio: ad ogni bisogno

corrispondeva uno spazio con la propria funzione (e viceversa ogni funzione necessitava

di un luogo specifico); una volta “sommati” questi differenti spazi avrebbero dato come

risultato finale la formazione delle città.

Il problema più evidente di tale principio fu quello di aver fatto avanzare logiche

frammentarie e destrutturanti adottate per l’organizzazione degli spazi, dimensioni che

hanno radicalmente cambiato la vecchia cultura dell’abitare, continuando a progredire con

l’avvento delle nuove tecnologie informatiche, il progressivo di smaterializzazione del

lavoro e la nascita reti di produzione. Ecco che in questo periodo la città diventa un luogo

di concentrazione di attività terziaria in cui i processi di decontestualizzazione e

frammentazione aumentano: ad una produzione che si libera progressivamente dei vincoli

di spazio e tempo, si lega una costruzione astratta e artificiale degli spazi. Così nell’attuale

modello di sviluppo economico il “locale” perde sempre più di importanza.

6 A. Magnaghi, Il progetto locale. Verso la conoscenza di luogo, Bollati Borghieri, Torino, 2010, pp. 25-26 7 Si fa riferimento ai 4 bisogni “urbani” definiti da Le Courbusier: abitare, lavorare, svagarsi, circolare.

Se poi oggi nell’era della globalizzazione, della telematica e del cyberspazio, ma

soprattutto della crescita illimitata, si parla di territori privi di identità e di crisi ecologiche

non c’è forse da stupirsi!

Nel momento in cui il territorio viene considerato come merce, suolo dove appoggiare le

cose, distrutto e ricostruito artificialmente, ovunque alla stessa maniera, in base alla

funzione economiche da espletare (produzione, circolazione, riproduzione, consumo),

utilizzando materiali standardizzati, semplificando ma anche depauperandolo delle risorse,

la conseguenza è quella arrecare gravi danni al territorio, apportando disequilibri e rotture

alla complessa interazione tra ambiente fisco, costruito e antropico, ovvero agli elementi

che lo definiscono. Quello che ne esce sono luoghi che non hanno nessuna relazione con la

comunità che li abita, luoghi spersonalizzati in cui manca il riconoscimento,

l’interpretazione e la valorizzazione del patrimonio culturale storico-simbolico che da

sempre definiscono l’identità del territorio dei suoi abitanti per lo sviluppo delle società;

luoghi infine che non riescono più ad assorbire le risorse e a sopportare il carico antropico

e che influiscono negativamente nella qualità dell’abitare e nella sua sostenibilità.

Il cuore del problema è allora quello di «avanzare nuove regole di progettazione e

produzione del territorio e della città che contribuiscono all’avvio di modelli di sviluppo

sostenibili» 8 , da realizzarsi attraverso la partecipazione della comunità locale detentrice dei

saperi materiali e immateriali del contesto in cui vivono. L’ambiente deve essere

interpretato e trasformato sulla base dei bisogni della collettività senza però stravolgere il

complesso sistema relazionale che lo caratterizza o dominare le risorse che offre.

Un nuovo approccio, quello territorialista, sembra tener conto di tutti questi elementi e

sottolineare l’importanza di inserire parametri ambientali nella progettazione urbanistica.

La scuola territorialista considera infatti la città e l’ambiente come un ecosistema

territoriale in cui tutto ciò che vive in natura è dentro una dimensione storica, per cui gli

interventi devono tener conto della dimensione fisico-ambientale, e quindi promuovere la

qualità dell’ambiente, ma anche della dimensione culturale, e soddisfare il bisogno di

identità e di appartenenza che lo stesso territorio esprime.

In questo scenario, le nuove regole per la progettazione orientano allo sviluppo e

favoriscono quello che si chiama un progetto locale auto sostenibile ovvero processo di

trasformazione fortemente legato al territorio e gestito dalla popolazione locale in cui

emerge come preponderante il concetto di partecipazione e di valorizzazione delle risorse

locali.

8 A. Magnaghi, op. cit., p. 24

La progettazione deve avvenire attraverso una forte condivisione della popolazione locale

attraverso reti solidali e non gerarchiche. Questo significa che le alleanze strategiche che

si costruiscono nel tempo in un territorio rafforzano non soltanto l’ambito produttivo e

occupazionale ma il senso d’identità: il territorio viene così riqualificato non solo tramite

interventi tecnici e di infrastrutture ma attraverso la ricostruzione di un senso di

appartenenza tra esso e i soggetti che ci vivono, al fine di garantire una migliore vivibilità.

In questo senso l’approccio territorialista non punta alla progettazione di nuove aree di

espansione piuttosto alla progettazione della trasformazione di ciò che è esistente partendo

dagli elementi sedimentati in un percorso storico che determina l’identità di un luogo. Non

si tratta tuttavia di “mummificare” aree o paesaggi chiudendoli in se stessi ed evitando

contaminazioni con tutto ciò che viene dall’esterno: si commetterebbe l’errore di

considerare l’identità come qualcosa di statico quando in realtà è in continuo definirsi,

attraverso relazioni che si stabiliscono, con e in, diversi contesti che cambiano rapidamente.

Si tratta piuttosto di rigenerare l’esistente rispettando i legami con il passato ma allo stesso

tempo aprendosi e includendo il nuovo (la multietnicità, per esempio, costituisce essa

stessa un elemento forte dell’identità per cui nella progettazione degli insediamenti occorre

offrire visibilità a culture anche diverse tra di loro).

Quali sono quindi le logiche da seguire e le azioni da promuovere in questo tipo di

progettazione?

Anzitutto occorre analizzare la situazione secondo un’ottica multidimensionale e integrata,

ovvero secondo approcci metodologie che tengano conto della complessità del problema,

attraverso la costituzione di gruppi multidisciplinari. Occorre poi individuare le aree

critiche e quelle sensibili, quindi più a rischio e vulnerabili rispetto all’intorno; infine

studiare e applicare piani e progetti di sviluppo, di protezione e salvaguardia del territorio,

funzionali a ristabilire un nuovo equilibrio tra gli elementi del mondo fisico e mondo

simbolico per riportare in vita la situazione di partenza, integrandovi elementi nuovi ma

comunque significativi per la comunità.

Non tener conto di tutte queste regole nella progettazione e nell’organizzazione degli

insediamenti, significa soprattutto nei paesi in via di sviluppo protrarre, invece che

eliminare, situazioni di insostenibilità territoriale e disequilibri che arrestano processi di

emancipazione e riconoscimento socio-culturali.

3. Il caso dell’Havana – esperienze e strategie per una riabilitazione del patrimonio

materiale e immateriale locale

Attraverso l’analisi di un caso specifico, ovvero del contesto territoriale dell’Havana ed in

particolare di un municipio, quello di Guanabacoa, tenterò a questo punto di descrivere le

interconnessioni tra ambiente umano, antropico e fisico di questa realtà, evidenziando le

criticità emergenti e legate ad uno sviluppo appunto non inclusivo e non sostenibile che

sta mettendo a rischio l’enorme patrimonio materiale e immateriale di cui dispone.

Lo scenario che emerge è quello di una capitale coloniale, che con i suoi 2 milioni di

abitanti di una varietà multietnica e multiculturale tra le più alte del mondo e con un

capitale storico architettonico di altissimo valore (nel 1982 il centro Havana è stato

dichiarato dall’UNESCO patrimonio culturale dell’umanità), a causa di una serie di fattori

politici-economico-sociali che nel corso degli anni hanno creato gravi squilibri nel paese,

presenta oggi problemi di deterioramento dell’ambiente fisico e di quello socio-culturale.

Con il crollo dell’URSS e degli altri Paesi socialisti d’Europa, dal 1991 Cuba vive di fatto

in “Periodo Especial”, come è stata denominata la crisi economica (acuita dal blocco

commerciale imposto dagli USA) ed il complesso delle misure che l'hanno accompagnata,

come la liberalizzazione del possesso di valuta, l'apertura agli investimenti esteri, la

creazione di un mercato per la vendita libera di prodotti agricoli e artigianali: tuttavia se da

una parte queste politiche rappresentano ossigeno necessario per l'economia dall’altra

divengono un fattore di rischio per gli equilibri ambientali e sociali. Per esempio il modello

economico adottato ha dinamizzato la crescita del turismo internazionale - che rappresenta

oggi la fonte principale di valuta - ma allo stesso tempo ha favorito lo sviluppo

perseguendo il modello standardizzato dei grandi complessi e delle grandi catene

alberghiere che agiscono sul territorio come entità distaccate in detrimento dei valori

territoriali e sociali che esso presenta. D’altra parte, il modello scelto, mentre utilizza le

risorse naturali locali non apporta benefici diretti nei territori in cui si trovano i complessi

turistici, né benefici alla popolazione locale. Ciò ha comportato, in primo luogo, la

sottoutilizzazione del patrimonio culturale sia in quartieri centrali della città, come nel caso

del Municipio di Centro Habana, sia nelle comunità periferiche, dove è indicativa la

condizione del Municipio di Guanabacoa, l’insediamento più antico della città, insieme a

La Habana Vieja, ricco di testimonianze del periodo coloniale, nonché il centro più vivo

della cultura afro-cubana e creola.

Il turismo quindi pur essendo la fonte principale di ricchezza ha in parte prodotto, e in

parte aggravato, il processo generalizzato di deterioramento che affligge tanto il sistema

delle garanzie sociali e l’ambiente costruito come l’ambiente naturale, mettendo a rischio

la stessa identità della città e provocando un progressivo deterioramento della qualità della

vita, con effetti più gravi nelle aree territoriali popolari e in quelle con la presenza della

popolazione più vulnerabile.

In questo scenario appare particolarmente delicato il problema del degrado dei centri

storici: purché vi risiedano la maggior parte del patrimonio monumentale urbano ed

architettonico di alto livello, sono luoghi che se abbandonati a se stessi, degradati e non

adeguatamente riqualificati che bloccano la fruizione del territorio sia da parte degli

abitanti che per i potenziali turisti.

Il degrado del Centro Havana, per esempio, iniziato intorno alla metà del 1900 con

all’abbandono del centro come luogo residenziale in favore di altri quartieri a ovest della

città, è oggi caratterizzato dal deterioramento delle abitazioni, in esubero e sovrappopolate,

e degli immobili che avrebbero bisogno di essere adeguatamente mantenuti e recuperati,

ma anche dal deficit quantitativo e qualitativo dei servizi - reti infrastrutturali carenti,

come gli acquedotti insufficienti a rispondere alle necessità degli abitanti e la scarsa

presenza di istallazioni idrosanitarie che gravano sul problema dell'accesso all'acqua

potabile. Senza aggiungere i danni causati dai costanti cicloni che e dalle scosse terrestri,

per cui l’Havana è considerata zona di emergenza “a basso rischio permanente” di

catastrofi naturali.

Cambiamenti positivi e passi avanti sono comunque in atto da quando cioè sono state

adottate nuove politiche e meccanismi di gestione decentralizzate delle risorse, che

alimentano un circolo virtuoso di sviluppo “integrale, sostenibile e autofinanziato” che

parte dal basso 9 .

Da più di 10 anni una rete congiunta di attori statali 10

e internazionali sta difatti cercando

di rispondere al problema di come valorizzare il patrimonio territoriale partendo dalle

risorse esistenti attraverso programmi di cooperazione internazionale e decentrata,

9IDEASS CUBA, La recuperación de los centros historicosy su desarrollo integral. Innovación para el Desarrollo y la Cooperación Sur-Sur. In: http://www.ideassonline.org/bros_view_eng.asp?id=17 10 Particolare attenzione va dedicata all’Officina de l’Historiador, una struttura organizzativa governativa

fondata nel 1938 e deputata alla recupero fisico di immobili e spazi urbani, compresa l'organizzazione e la

conduzione dei processi di investimento grazie alla possibilità di utilizzare strumenti giuridici e finanziari

autonomi. L’Officina possiede direzioni specializzate, dipartimenti ed un sistema imprenditoriale, per cui si

va creando e si consolidando una rete di attori territoriali e internazionali che lavora per uno sviluppo auto

diretto e sostenibile.

multisettoriali e di progettazione partecipata, e l’utilizzo di strumenti capaci di generare,

contemporaneamente, sviluppo economico, sociale ed identità culturale.

La stessa attenzione non è stata tuttavia dedicata a centri più periferici e rimasti esclusi dal

flusso turistico come quello di Guanabacoa, Municipio localizzato nell’area occidentale

della Città dell’L'Avana.

Il Municipio è stato fondato nella prima metà del secolo XVI su insediamenti delle

popolazioni indigene autoctone e di queste conserva la memoria nel nome ed ancora più

nella denominazione popolare con la quale, per molto tempo, è stato indicato: “Città degli

Indi”. Attraverso i secoli, questa identità originale si è andata trasformando ed arricchendo

grazie a elementi della cultura africana ed europea. Oggi l’antica città degli Indi, è il centro

vitale della cultura e religioni afro-cubane e questa straordinaria vitalità culturale è visibile

nella struttura urbanistica e nel patrimonio architettonico del vecchio centro del Municipio.

Tuttavia, seppur dotato di un patrimonio culturale, tangibile ed intangibile di grande valore,

con un centro storico dichiarato Patrimonio Nazionale per la rappresentatività di beni

archeologici e architettonici 11

coloniali, con potenziali produttivi dal punto di vista agricolo

e industriale considerando le risorse naturali e la terra fertile di cui dispone grazie a ricche

fonti di acqua (non a caso nell’immaginario collettivo si parla di “Tierra de Agua”, o

“Lugar alto, donde abundan las palmas”), Guanabacoa appare uno degli insediamenti

urbani più deteriorati a livello nazionale.

La perdita del patrimonio fisico urbano-architettonico e del loro valore è essenzialmente

legata ai seguenti motivi: come accennato prima, all’esclusione dal sistema di gestione per

la conservazione in favore di altre aree più centrali e ai processi accelerati di sviluppo che

nella prima metà del secolo XX hanno generato una crescita vertiginosa, estensiva ed

intensiva, dell'urbanizzazione, senza che vi fosse un’adeguata qualità tecnica. Infine le

criticità derivanti da una cattiva gestione dei rifiuti e dall’inquinamento.

A questo si aggiunge il problema dell’indebolimento dei luoghi dedicati attività culturali ed

educative che divengo un pericolo anche per la comunità, in particolare per i giovani e le

fasce più deboli che hanno meno possibilità di usufruire di luoghi di incontro,

socializzazione e di educazione. L'insoddisfazione percepita in quanto a servizi e offerte

non sufficientemente attraenti, in aggiunta alle scarse possibilità di studio o di lavoro,

causa oltretutto un’altro fenomeno ovvero un elevato flusso migratorio verso zone centrali

con maggiori possibilità.

11 Si fa riferimento a strutture come “Ermita del Potosí”, la chiesa più antica del paese, “la casa de las Cadenas”, la chiesa dell’Escolapio.

Tutti questi fattori non possono che influenzare negativamente anche i processi di

identificazione con il luogo di appartenenza: lo sradicamento, soprattutto nelle nuove

generazioni, crea una discontinuità nel dialogo transgenerazionale ostacolando l'effettiva

diffusione dei valori simbolici legati ad antiche tradizioni e la valorizzazione di elementi

urbani e architettonici, espressione dell’ambiente antropizzato.

La sfida da compiere è quindi quella di preservazione sviluppare e divulgare il patrimonio

storico, archeologico e artistico di Guanabacoa contribuendo alla conoscenza e

all’apprezzamento di quello patrimonio per parte della comunità del Centro Storico e la

popolazione in generale, mediante una programmazione culturale.

E’ stato precedentemente detto come solo una pianificazione strategica integrale può

garantire lo sviluppo umano auto-sostenibile di una comunità.

Uno strumento che merita di essere messo in evidenza, è quello dell’Atlante del Patrimonio

Territoriale quale iniziativa di cooperazione internazionale attualmente in corso nel

Municipio 12

. Si tratta di uno strumento che permette di valorizzare il patrimonio culturale

materiale e immateriale di un territorio e facilitare processi di intervento attraverso attività

di analisi e ricerca partecipativi diretti alla ricognizione e al riconoscimento del capitale

mobile e immobile esistente del contesto preso in esame. L’obiettivo è quello di

dimostrare l'importanza e l’interrelazione tra i differenti valori naturali e paesaggistici,

urbani ed architettonici, storici ed archeologici e del patrimonio intangibile, nell’ottica di

elaborare una proposta per la riqualificazione del paesaggio urbano e dell'ambiente

naturale del territorio con valori coerenti alla conservazione dello stesso. Vengono per

questo mappati elementi del sistema ambientale e paesaggistico, beni architettonici e

monumentali storici, evidenziata la tipologia e la morfologia delle costruzioni, dei

materiali e delle tecniche costruttive peculiari, così come vengono mappati gli elementi

legati ai saperi locali tradizionali e innovativi, della vita familiare produttiva. L’analisi e

l’identificazione dei punti significativi e delle aree più problematiche percepite della

popolazione avviene appunto attraverso processi relazionali con gli attori della comunità

locale, in spazi aperti al dialogo e alla collaborazione. In tal modo i soggetti sono attori e

non destinatari passivi degli interventi, in grado di gestire con le proprie risorse e volontà

12 Dopo l’esperienza dell'Atlas del Patrimonio Territorial de La Habana del Este, condotta da un equipe

cubana e italiana del Dipartimento di Urbanistica e Pianificazione del Territorio, Università di Firenze -

Laboratorio Città e Territorio nei Paesi del Sud del Mondo, all’interno del programma di cooperazione La

Habana-Ecopolis, Riqualificazione urbana e sviluppo comunitario nella Provincia Ciudad de La Habana, è

stato deciso di sperimentarela buona pratica anche nel municipio di Guanabacoa con un gruppo di ricerca

italo-ispanico-cubano.

ai processi di sviluppo sostenibili che si prospettano: una proposta integrale di

riabilitazione non può infatti escludere bisogni e conoscenze di cui gli abitanti sono

portatori, ne l’interpretazione che questi danno alle risorse locali. L’intento è difatti quello

arrestare dipendenze e squilibri interni alle società e contribuire a riattivare potenzialità,

responsabilità e capacità delle autorità, e di tutti i soggetti costruendo una rete integrata di

attori che curano e gestiscono il patrimonio riattivando funzioni culturali e servizi sociali

qual garanzia di uno sviluppo umano auto-sostenibile.

Bibliografia consultata

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Siti consultati:

Human Development Resource Net: www.yorku.ca/hdrnet/

Innovation for Development and South-South cooperation www.ideassonline.org/home/

Programma de la Naciones Unidas para el Desarrollo CUBA: www.undp.org.cu/pdhl/

UNESCO: www.unesco.org

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