Antropologia Filosofica con Irene Kajon, Tesine di Antropologia Filosofica. Università degli Studi di Roma La Sapienza
Qedreamer
Qedreamer
Questo è un documento Store
messo in vendita da Qedreamer
e scaricabile solo a pagamento

Antropologia Filosofica con Irene Kajon, Tesine di Antropologia Filosofica. Università degli Studi di Roma La Sapienza

13 pagine
13Numero di visite
Descrizione
Antropologia Filosofica con Irene Kajon
2.99
Prezzo del documento
Scarica il documento
Questo documento è messo in vendita dall'utente Qedreamer: potrai scaricarlo in formato digitale subito dopo averlo acquistato! Più dettagli
Anteprima3 pagine / 13
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 13 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 13 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 13 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 13 totali
Scarica il documento

Confronto tra il pensiero di Erasmo da Rotterdam e di Immanuel Kant sulla natura delle disposizioni

umane

Ilaria Sisto

La complessità della natura umana sembra assimilabile ad un prisma, in cui la bianca luce dell’intelletto umano, attraversandolo, si disperde in uno spettro di onde di pensiero con frequenze molto diverse tra loro. Che queste differenze siano generate esclusivamente dall’epoca cui appartengono e dunque dai diversi mezzi di indagine a disposizione è facilmente smentibile, come appare evidente dalla polarizzazione delle idee che spesso emerge non solo nello stesso periodo temporale, ma anche nello stesso contesto di appartenenza, sia esso una regione geografica, sociale o religiosa; ciò non esclude però che questi fattori siano importanti per la comprensione di opinioni cos̀ı diverse come quelle proposte da Erasmo da Rotterdam ed Immanuel Kant.

1 Erasmo da Rotterdam

1.1 Il panorama storico

Il 1466, anno cui si fa risalire la nascita di Desiderio Erasmo, si colloca circa 30 anni dopo la conquista, a seguito di numerose lotte intestine, del duca di Borgogna Filippo il Buono della Contea d’Olanda, che, insieme all’acquisizione di altre province, ducati e contee, fece salire la Borgogna al rango di potenza europea. Per quanto Erasmo sia considerabile forse più un personaggio europeo che fiammingo, è bene disegnare un affresco della sua regione d’origine. Il commercio dei Paesi Bassi proliferò al punto che Amsterdam divenne il principale porto di commercio del grano dalla regione Baltica in Europa. Questo rappresentò però grandi problemi interni, tra cui la necessità di controllare le grandi città commerciali fiamminghe, anelanti a una larga autonomia e sempre pronte a sollevarsi, costringendo il duca a drastici interventi punitivi, come a Bruges(1437) e a Gand(1451-1453). Nel 1462 Filippo cadde sotto l’influenza dei signori di Croy, che riuscirono a metterlo in discordia con il Conte di Charolais, ovvero suo figlio Carlo il Temerario, obbligando quest’ultimo a lasciare la corte. Luigi XI, re di Francia, cercò di trarre profitto da questo allontanamento per riacquistare le città della Somme, ma, nel 1465, cacciati i Croy, il Conte tornò nelle grazie del padre e da quel momento esercitò effettivamente il potere. La lotta tra Francia e Borgogna si acùı : organizzatasi

1

in Francia la Lega del pubblico bene, per combattere l’assolutismo di Luigi XI, Carlo se ne mise a capo e di contro, Luigi XI, fomentò la rivolta degli abitanti di Liegi contro il loro vescovo Luigi di Borbone, agente della politica borgognona. Nel 1465 stesso, la Lega vinse a Monthlèry e i trattati conclusi a Conflans e Saint-Maur obbligarono il re a restituire al duca le città della Somme, abbandonare Liegi e a cedergli vari territori nella Piccardia e nel territorio di Boulogne. Nel 1467 Carlo successe ufficialmente a Filippo, generando la ribellione di Gand e di Liegi: Luigi XI fece allora prendere possesso di quest’ultima dal bal̀ı di Lione. Carlo orientò allora, alleandosi con l’Inghilterra, le sue truppe contro la Francia che, alla minaccia di una nuova invasione, entrò in trattative con il suo avversario: in questo trattato gravosissimo lo obbligò inoltre a marciare con lui sui Liegesi. La città fu rasa al suolo e solo nel 1475 Carlo ne permise la ricostruzione. Con questo monito, le insurrezioni finirono per spegnersi.

Nel 1473 invase nuovamente la Francia, impossessandosi della Gheldria e assumen- done il titolo di duca, unificando i Paesi Bassi.

Tuttavia egli voleva riuscire a unire anche la Borgogna e la Franca Contea ai Paesi Bassi e, a questo scopo, riacquistò da Sigismondo duca del Tirolo i diritti sull’Alsazia, imponendo la sua alleanza al duca Renato II di Lorena. Se non che un sollevamento delle città dell’Alsazia rovesciò nel 1474 il dominio della Borgogna. Ma Carlo non si scoraggiò, anzi, volle imporsi anche in Germania e, non riuscendo a stringere un’alleanza con l’Imperatore Federico III, si schierò contro di lui alleandosi con l’arcivescovo di Colonia assediando la città di Neuss. L’alleanza di Federico III con Luigi XI lo costrinse a togliere l’assedio ma, nell’estate 1475, invase di nuovo la Francia con il re d’Inghilterra: ma quando quest’ultimo acconsent̀ı con il trattato di Picquigny a ritirarsi, Carlo dovette accondiscendere egli stesso ad una tregua.

Il 10 maggio 1475 Renato II gli dichiarò guerra e Carlo il 30 novembre, nonostante i soccorsi inviati dalla Svizzera, gli prese la capitale Nancy. Rivolse allora i suoi sforzi contro gli Svizzeri, costruendo alleanze con gli italiani: dopo alcune vittorie iniziali, il 2 marzo venne attaccato dalla Bassa Unione, alleanza creato per contrastarlo, che lo schiacciò definitivamente il 22 giugno. In un attacco di collera, Carlo si gettò allora su Nancy, ma venne sconfitto e nel combattimento perse anche la vita.

Questa parabola eroica era sostenuta dalle notevoli rendite delle sue province, nonché dai prestiti contratti presso le città e i banchieri. Ma le continue guerre esigevano risorse sempre crescenti: l’imposta- l’aude(aiuto)- acquistava sempre più il carattere di una imposta regionale ed essenziale, risultando sempre più ingente, finché nel 1476 gli stati generali riuniti a Gand rifiutarono al duca l’imposizione di un ”aiuto” necessario per reclutare nuove truppe.

Maria, figlia di Carlo, venne a trovarsi in una situazione quasi disperata. I co- muni dei Paesi Bassi si sollevarono, chiedendo il ritorno alle autonomie cittadine e al governo delle arti. Gli abitanti di Gand misero a morte i consiglieri della duchessa e gli ex-collaboratori di Carlo. Gli stati generali riconobbero la giovane duchessa, ma le imposero la concessione del Grande Privilegio, che annullava quasi i poteri del governo centrale. Quando però il re di Francia si accinse ad annettere la maggior parte degli stati borgognoni invadendo il ducato di Borgogna e la Franca Contea, la resistenza, su-

2

bito organizzata, rivelò il lealismo dei Paesi Bassi. Un riavvicinamento con l’Inghilterra e l’alleanza con la Bretagna, avrebbero dovuto assicurare nuove possibilità di azione al ducato, quando Maria mor̀ı lasciando due figli: Filippo il Bello e Margherita d’Au- stria. Filippo divenne allora Duca di Borgogna a meno di 4 anni. Dopo aver sposato Giovanna di Castilla, divenne re jure uxoris di Castilla, morendo però poco dopo: di fatti, morendo prima del padre, Massimiliano I d’Asburgo, non ereditò mai il Sacro Romano Impero. Filippo fu il primo Asburgo monarca di Spagna, progenitore della dinastia attuale, e il perno attorno il quale la dinastia acquis̀ı gran parte dei suoi estesi territori: ereditava infatti la Borgogna dalla madre, il Sacro Romano Impero dal padre e la Spagna con i suoi possessi nel Nuovo Mondo dalla moglie.

Fu Carlo V, figlio di Filippo, a beneficiare dell’eredità del padre: i suoi domini si spandevano per quasi 4 milioni di kilometri quadrati e furono i primi ad essere descritti come ”l’impero su cui il sole non tramonta mai”.

Nel 1506 ereditò la Borgogna, ma essendo minorenne, sua zia Margherita d’Austria funse da reggente come stabilito dall’Imperatore Massimiliano I. Questa si trovò presto in guerra con la Francia, che richiedeva che ella porgesse omaggio al re francese per le Fiandre, come aveva fatto suo padre, ma, nel 1528, la Francia rinunciò alle sue antiche pretese sulle Fiandre.

Tra il 1515 al 1523 il governo di Carlo dovette affrontare la ribellione dei contadini fiamminghi. Il leader, Pier Gerlofs Donia, era un contadino la cui fattoria era stata bruciata e i cui parenti erano stati uccisi da dei briganti che erano parte di un esercito assoldato dalle autorità Asburgiche, le quali responsabilizzava per le proprie perdite. Dopo aver riunito altri contadini furiosi e una parte della nobiltà da Frisia e Gelderland, formò l’Arumer Zwarte Hoop. Utilizzando tattiche di guerriglia riuscirono a vincere due castelli olandesi e la città di Medemblik; inoltre attaccavano le navi commerciali, di cui Donia affondò 28 navi, guadagnandosi il soprannome di ”Croce degli Olandesi”. Quando, costretto a ritirarsi per motivi di salute, Donia cedette il comando al suo luogotenente Wijerd Jelckama, il comportamento dei ribelli peggiorò drasticamente: gli atti di pirateria e saccheggio divennero frequenti e persero cos̀ı il supporto del proprio stesso popolo. Dopo una serie di sconfitte, lui e il suo esercito residuo furono catturati e impiccati, ponendo fine alla ribellione.

Nel 1536, Carlo entrò in guerra con il re di Francia per il controllo del Nord Italia e chiese allora alla sorella, cui aveva affidato la Reggenza della Borgogna, di raccogliere denaro e coscritti nelle province fiamminghe: 1.2 milioni di fiorini olandesi e 30.000 reclute. A Gand fu chiesto di contribuire con 56.000 fiorini, ma era già indebitata a causa delle tasse imposte dai precedenti governatori. Rifiutò allora di pagare le tasse, appellandosi ad accordi fatti coi regnanti precedenti che impedivano di aumentare le tasse senza il consenso degli stati generali. Carlo insistette fermamente che Gand pagasse senza porre condizioni, ma la città non si piegava.

Nel 1539 a Gand si tenne uno sfarzoso festival della retorica, mandando su tutte le furie Carlo perché Gand sosteneva di non poter pagare le sue tasse. Nel frattempo si diffondeva la diceria di una documentazione che dava a Gand la possibilità di rifiutare tutte le tasse impostegli, agitando le corporazioni cittadine per l’alterazione della storia

3

della città. Nell’agosto del 1539 le corporazioni reclamarono il proprio diritto di scegliere i propri

rappresentanti e l’arresto degli aldermanni imposti, che sembravano capitolare di fronte alle richieste dell’impero. Con il proprio esercito, allora, si presero la città e si proclamò indipendente dall’impero.

Carlo cap̀ı che la loro soppressione doveva essere esemplare: con 5.000 soldati cir- condò la città, che si offr̀ı a lui senza opporre resistenza. Vennero allora revocati tutti i diritti medievali di Gand.

Nel 1549 Carlo promulgò la Prammatica Sanzione, che riorganizzava il territorio delle diciassette province dei Paesi Bassi, poste sotto il suo diretto dominio, come un’en- tità territoriale integrata e con statuti di autonomia rispetto all’impero. Ciò completò il processo per l’unità delle province.

1.2 Il paradigma religioso

1.2.1 Giulio II

Giuliano della Rovere, dopo essere stato nominato cardinale dallo zio Sisto IV nel 1471, fu eletto pontefice all’unanimità nel 1503 grazie all’aiuto di Cesare Borgia e dell’enorme sfera di influenza conquistata con incarichi politici e diplomatici. Tra i suoi successi rimise con singolare abilità di capitano e di uomo politico l’ordine nell’Umbria tumul- tuante (1474), mentre, legato in Avignone e in Francia (1476), riusc̀ı a guadagnarsi il favore del re, di cui fu considerato ”grande e fedele amico” ma tentò invano di rimettere la pace tra Francia e Paesi Bassi, volendo soccorsi per la crociata. La sua natura ener- gica e ”terribile”, come la definirono i contemporanei, era di principe temporale; e tutto il suo pontificato fu un titanico sforzo di rinsaldare politicamente la potenza dello Stato della Chiesa. Riusc̀ı a strappare al Borgia che lo aveva aiutato nell’elezione le fortezze di Romagna, rimastegli fedeli; ottenne senza combattere la sottomissione di Gian Paolo Baglioni, signore di Perugia; costrinse con la scomunica, l’interdetto, la minaccia di un attacco francese Giovanni Bentivoglio a lasciare Bologna, salvò allora la città dal temuto saccheggio e vi fu accolto a gran festa come ”liberatore dalla tirannide” per poi rientrare a Roma in trionfo nel 1507. Provò poi a ottenere dai Veneziani la restituzione di Faenza e Rimini, ma, al loro rifiuto, si alleò con l’imperatore Massimiliano e il re di Francia e scomunicò Venezia. Quando però la Repubblica, vinta, gli restitùı le città romagnole, si strinse ai Veneziani stessi e agli Svizzeri sia per liberare l’Italia dai barbari, sia per evitare che i francesi riducessero il suo potere. Intanto il re di Francia e l’Imperatore si allearono convocando un concilio a Pisa per risollevare l’antica dottrina gallicana. Il pontefice, convocando a sua volta un concilio nel Laterano, poteva giustamente pro- porgli come fine principale il mantenimento dell’unità della Chiesa. Conchiuse poi con Venezia e la Spagna la Lega Santa, cui si aggiunse l’Inghilterra. La riconquista francese di Brescia, la disfatta della Lega a Ravenna, l’occupazione della Romagna da parte dei Francesi furono colpi assai duri per il pontefice, che il concilio scismatico, trasferitosi da Pisa a Milano, dichiarava sospeso, per poi riaprirlo a qualche giorno di distanza e

4

riaffermare la propria autorità suprema. Dopo aver ceduto Milano agli Sforza e deli- berato il ritorno dei Medici in Firenze, avrebbe voluto strappare Ferrara al duca, ma mor̀ı prima di poter adempiere a tutti i suoi progetti.

1.2.2 La Riforma Luterana

Dal momento della sua incoronazione ad Aquisgrana, Carlo V dovette prendere posi- zione di fronte al movimento luterano, il quale, oltre al cattolicesimo, minacciava, per l’aiuto che riceveva da molti dei maggiori principi tedeschi, il principio monarchico. Se il legato papale Aleandro, inviato alla dieta di Worms (1521), insisteva per una condanna a priori, dal punto di vista strettamente cattolico, non concordi erano gli elementi re- sponsabili intorno a Carlo, agitati dal contrasto fra le convinzioni religiose e le necessità di ordine pratico. Mercurino Gattinara, il cancelliere dell’Impero, propendeva per un concilio generale, misura alla quale si venne molti anni dopo: d’altra parte, nell’immi- nenza della guerra con la Francia, necessitavano aiuti di uomini e di denaro dagli stati germanici. Tale situazione rese oscillante la condotta dell’imperatore. Cos̀ı, nella dieta sopraddetta, che doveva essere risolutiva e nella quale Lutero non volle ritrattare le sue opinioni, appellandosi a un concilio, Carlo permise che Lutero stesso potesse essere lasciato indisturbato; e quand’egli, partito, fu condannato al bando, non ag̀ı più per perseguire di fatto il dissidente. Questa politica di semitolleranza, determinata senza dubbio non da simpatie, ma da necessità di equilibrio, ebbe gravi conseguenze e de- terminò per decenni il carattere degli avvenimenti. Preso dalle guerre con la Francia, costretto anche ad allontanarsi per la Spagna nel 1522, l’imperatore affidò la Germa- nia a un consiglio di reggenza, presieduto dal conte Federico del Palatinato, al quale incombeva il compito di contenere le forze che gli si opponevano in Germania. Anche nelle terre austriache, Carlo aveva messo il fratello Ferdinando, lasciando a lui la cura di provvedere da quella parte. Ma né Ferdinando poté far molto, né il consiglio di reggenza fu capace di impedire il dilagare della Riforma e d’altri movimenti, in parte sociali ed economici, come ad esempio la rivolta dei contadini nel 1524. Una dieta tenuta a Spira nel 1526, permettendo ai luterani di poter esercitare indisturbati la propria confessione sino alla convocazione del concilio, significava una vittoria per il luteranesimo; un’al- tra del 1529, volendo ritogliere il già concesso, provocò nel 1530 la celebre protesta di Augusta. Di fronte al pericolo di una guerra in Germania, l’imperatore fiǹı col conce- dere nuovamente la libertà di esercitare il culto, prorogando ogni decisione al concilio generale ch’egli demandò definitivamente al papa. Clemente VII, che personalmente non v’era incline (e non lo erano molti in Roma, per le eccessive richieste di riforme del clero cattolico, avanzate anche da cattolici in Germania), s’indusse poi ad aderirvi.

1.3 Erasmo

Desiderio Erasmo nacque a Rotterdam nel 1466, dalla relazione tra la figlia di un medico ed un prete, i quali avevano già avuto qualche anno prima un altro figlio. Le informazioni sulla sua famiglia e la sua infanzia sono molto vaghe nei suoi scritti, molto romanzate

5

nei suoi racconti, poiché per quanto fosse pratica comune che il celibato non fosse rispettato, si trattava comunque di una pratica triviale, un’onta che l’umanista avrebbe sempre cercato di celare. A 9 anni cominciò a frequentare la scuola del Capitolo di San Lebuino, a Deventer, dove rimase fino al 1484, quando la madre, che aveva seguito i figli nello spostamento, mor̀ı per un’epidemia di peste. A 12 anni, rimasto orfano di padre e di madre, fu costretto dai suoi tutori ad entrare nel convento agostiniano di Emmaus (o Steyn), nei Paesi Bassi, e in 5 anni vi acquistò una precoce erudizione classica e i primi rudimenti critici, nell’attenta lettura delle opere di Lorenzo Valla, il quale divenne uno dei suoi modelli e una delle sue guide. Nello stesso tempo intraprese la carriera religiosa e fu ordinato sacerdote. Ma la mancanza di vocazione monastica gli convert̀ı in prigione il convento, da cui lo liberò un caso insperato: essere assunto al servizio del vescovo di Cambrai in qualità di segretario.

Nel 1499 il giovane Lord Mountjoy, di cui Erasmo era diventato precettore, lo in- vitò a seguirlo per un breve periodo in Inghilterra; qui l’umanista si fece introdurre nei circoli intellettuali e sociali più importanti e rinomati. Ad Oxford, in particolare, fece conoscenza con John Colet, che gli propose di assumere l’insegnamento di esegesi per l’Antico Testamento presso la locale università. Nonostante l’offerta lusinghiera, Erasmo rifiutò, convinto che non fosse possibile addentrarsi nello studio delle Scritture senza un’approfondita conoscenza delle lingue in cui erano state scritte e tramandate, basandosi solo – come faceva lo stesso Colet impegnato in un commento alle lettere di San Paolo – sulla traduzione latina.

Il ritorno dall’Inghilterra dava inizio a uno dei periodi più difficili nella vita dell’uma- nista. La confisca alla dogana di Dover di un’ingente somma di denarodonatagli dagli amici inglesi lo gettò nella più profonda indigenza, anche perché, nonostante l’interes- samento di un suo vecchio amico, Jacob Blatt, non gli riusc̀ı di trovare nuovi protettori. Giunto a Parigi poi, Erasmo fu costretto a ripartire per un’epidemia di peste e a ripa- rare prima a Orléans, poi in Olanda dove se non altro ottenne dal convento di Steyn il permesso di assentarsi un altro anno allo scopo di completare gli studi.

Sulla spinta dei nuovi interessi teologici e cosciente dell’impossibilità di trovare un nuovo benefattore che gli assicurasse un’esistenza tranquilla, Erasmo si recò nel 1504 prima a Lovanio, presso la locale università, per poi trasferirsi a Parigi sul finire dello stesso anno. Part̀ı per la sua seconda visita in Inghilterra, fra l’autunno del 1505 e la primavera del 1506. In quest’occasione strinse rapporti di amicizia con il vescovo di Winchester, Richard Foxe, con quello di Rochester, John Fisher, e con l’arcivescovo di Canterbury, William Warham, sui quali sperava di poter contare per procurarsi aiuti economici. Aveva, infatti, ottenuto nel gennaio del 1506 da Papa Giulio II la dispensa definitiva da ogni impedimento nell’ottenere un beneficio ecclesiastico derivante dalla sua nascita fuori dal matrimonio.

Nonostante gli sforzi, Erasmo non trovò però nuovi protettori. Trasferitosi quindi all’inizio del 1506 a Cambridge, si propose come candidato al dottorato in teologia, ma abbandonò subito il proposito per accettare invece la proposta di accompagnare due giovani nobili in Italia con l’incarico di seguirne gli studi per qualche anno a Bologna. Rimase in Italia per tre anni.

6

Quel soggiorno gli porse occasione di ricevere il dottorato in teologia nell’università di Torino, di visitare le principali città del Nord e del Sud fino a Napoli, di approfondire nei contatti con Giovanni Lascaris e con Marco Musuro la sua conoscenza del greco, di mettere a profitto per i suoi lavori personali ricche biblioteche e preziosi manoscritti, annodare feconde relazioni coi dotti più reputati della penisola, fra i quali Paolo Bom- basio, Andrea Navagero e Scipione Forteguerri, di preparare edizioni latine uscite dalla stamperia d’Aldo Manuzio. Proprio grazie a questo personaggio vide la vita l’edizione di una versione riveduta ed ampliata degli Adagia. L’opera – di cui lo stesso Erasmo, trasferitosi a Venezia, supervisionò la stampa – vide la luce quello stesso anno, passan- do dagli 818 proverbi dell’edizione parigina ad una versione riveduta che comprendeva 3260 proverbi, e consacrò definitivamente la fama del suo autore in tutta Europa.

Lasciata con rammarico l’Italia, fece una nuova lunga dimora in Inghilterra; e ritor- nato sul continente visitò Lovanio, Bruxelles e Anversa, non tralasciando viaggi nella Germania Renana.

Nel 1521 si stabil̀ı a Basilea, vicino al libraio Froben suo amico. Era all’apogeo della sua gloria: invitato a gara da Francesco I di Francia, dall’arciduca Ferdinando d’Austria, dal re Sigismondo di Polonia, trattato con riguardi dall’imperatore Carlo V e dal papa Leone X, familiare e corrispondente con cardinali e con principi tedeschi e italiani, consultato dai dotti, era il re intellettuale del suo tempo.

Nel 1529 per i torbidi scoppiati a Basilea si rifugiò a Friburgo in Brisgovia; ma sei anni dopo riprese la via di Basilea ove mor̀ı nella notte tra l’11 e il 12 luglio 1536.

L’opera che aveva consacrato al panorama europeo Erasmo era l’edizione aldina degli Adagia: qui, utilizzando la saggezza antica dei proverbi, propone riflessioni sagaci a attuali. Con gli Adagia, egli volle davvero realizzare – e realizzò – l’ultima straordinaria enciclopedia della cultura antica greca e romana. Attraverso la menzione in un adagio o l’allusione in un’espressione proverbiale, riemergono dagli Adagia erasmiani personaggi sconosciuti dell’Atene classica o della Roma repubblicana, aneddoti curiosi e segreti della storia antica, cortigiane e imperatori, filosofi e pescatori, eroi e contadini, e, con questi, animali, piante, cibi, vini, vestiti, attrezzi agricoli, oggetti di lavoro, gesti e azioni della vita quotidiana: tutte metafore della comunicazione proverbiale antica (e spesso anche moderna), che insieme alle sentenze e ai detti dei sapienti, formano un repertorio unico al mondo. Erasmo fu, in questo senso, l’ultimo paremiografo antico, e il primo paremiologo moderno. Ma proprio come nell’Elogio alla Follia è concesso dire tutto ciò che vuole, la sua erudizione gli permette di di riempire di riferimenti ai difficili e persino angosciosi tempi in cui l’autore si ritrovò a vivere, spunti polemici indirizzati ai potenti di tutta Europa, bersagli del mondo ecclesiastico e religioso. L’arma più potente a sua disposizione è quella dell’ironia, del sarcasmo. L’obiettivo più frequente degli attacchi di Erasmo, è Giulio II, il pontefice che è passato dall’altare alle armi, e che ha trasformato l’Italia, patria delle belle lettere, in un campo di battaglia, sconvolgendo i rapporti politici anche fra gli stati europei, con i suoi cambiamenti di fronte, con le sue alleanze infide, con le sue manie di grandezza. Si tratta, tra l’altro, di uno dei protagonisti del più pacifista degli adagia, La guerra è dolce per coloro che non la conoscono.

7

2 Immanuel Kant

2.1 Il panorama storico

Sciolto nel 1660 con il trattato di Oliva il vincolo di soggezione alla Polonia, Federico III nel 1701 prese il titolo di Federico Guglielmo I re di Prussia nella sua capitale, König- sberg. Legalmente, nessun regno poteva esistere all’interno del Sacro Romano Impero eccetto la Boemia. Tuttavia, poiché la Prussia non era mai stata parte dell’impero e il ducato vi regnava autonomamente, Federico poté elevare la Prussia a regno.

Nel 1700 iniziò la Grande Guerra del Nord, originato dalla posizione di egemonia assunta dalla Svezia nel bacino del mar Baltico nel corso dei decenni precedenti. Ciò generava infatti l’ostilità delle altre potenze affacciate sulle acque baltiche, le quali, ap- profittando della salita al trono di Stoccolma di Carlo XII, sovrano giovane e ritenuto inesperto, stipularono un’alleanza anti-svedese e diedero inizio alle ostilità. In partico- lare questa alleanza fu stipulata dal re di Danimarca-Norvegia Federico IV, lo zar di Russia Pietro I e il principe elettore di Sassonia (nonché monarca della Confederazione polacco-lituana) Augusto II. Nel 1705 Federico cercò di entrare in guerra, ma fu solo nel 1713 che la coalizione lo accettò. La Prussia partecipò ad una sola battaglia, la Battaglia di Stresow, sull’isola di Rugen, poichè la guerra era praticamente già stata decisa nella Battaglia di Potlava.

Nel trattato di Stoccolma, la Prussia guadagnò la Pomerania svedese ampliando cos̀ı i territori del regno.

Nel 1740 sal̀ı al potere Federico II. Usando il pretesto di un trattato del 1537 in cui parti della Slesia dovevano passare a Brandeburgo dopo l’estinzione della sua dinastia regnante, la invase dando inizio alla Guerra di Successione Austriaca. Dopo aver occu- pato la Slesia, Federico fu in grado di ottenerne la cessione formale con il Trattato di Berlino del 1742.

A sorpresa di molti, l’Austria dichiarò nuovamente guerra alla Prussia, ma a cau- sa della pressione della Francia sulla sua alleata Gran Bretagna, l’Austria dovette comunque cedere gran parte della Slesia alla Prussia.

A questo punto Russia, Francia e Austria si schierarono contro Prussia e Inghilterra e quando Federico, nel 1756, invase la Sassonia e la Boemia, diede inizio alla Guerra dei Sette Anni. Il suo esercito riusc̀ı a tener duro fino al 1760, quando la Russia invase per un breve periodo Berlino e Konisberg. La situazione divenne progressivamente più drammatica, finchè nel 1762 mor̀ı l’Imperatrice Elisabetta di Russia e il suo successore Pietro III allentò moltissimo la pressione sul fronte orientale. Sconfiggendo l’eserci- to Austriaco nella Battaglia di Burkesdorf e facendo affidamento su quello britannico perchè sconfiggesse la Francia nelle colonie, la Prussia tornò nella situazione ante bellum ma acquisendo il prestigio di essere una potenza europea.

Nel 1772, allarmato dalla crescente influenza della Russia, Federico fu determinan- te nella Spartizione della Polonia tra Prussia, Russia ed Austria per mantenere un equilibrio di potere.

8

Nel 1787 la Prussia invase l’Olanda per restaurare lo Statolder Orangista contro i sempre più riottosi Patrioti, che cercavano di sovvertire la Casa di Orange-Nassau e stabilire una repubblica democratica. L’invasione si risolse con la restaurazione degli Orange nel 1795, portando Guglielmo V al potere e causando la fuga di molti Patrioti in Francia.

Nel 1793 l’Impero Austriaco, il Regno di Sardegna, il Regno di Napoli, l’Impero Spagnolo, la Gran Bretagna e la Prussia formarono la Prima Coalizione per fermare la crescente instabilità della Francia. Misure come la coscrizione di massa, riforme militari e guerra totale permisero alla Francia di sconfiggere la coalizione nonostante la guerra civile interna.

La Prussia non si oppose nuovamente fino alla Quarta Alleanza, stipulata nel 1806 con Russia, Sassonia e Svezia; nell’agosto dello stesso anno, Federico Guglielmo II decise di andare in guerra indipendentemente da ogni altra potenza: Napoleone allora riversò tutte le sue truppe su essa e la sconfisse disastrosamente in 16 giorni.

Dopo questa sconfitta, Federico trasfer̀ı la sua corte da Berlino a Königsberg: nel 1800 era diventata una delle più popolose delle città tedesche del tempo. Inoltre la città era il centro della resistenza politica a Napoleone: è in essa che per promuovere liberalismo e nazionalismo tra la classe media, fu fondata la Lega della Virtù.

2.2 Kant

Immanuel Kant nacque a Königsberg il 22 aprile 1724 da una famiglia di origine scoz- zese. La sua formazione fu di stampo pietista. Questo movimento di riforma religiosa nacque come reazione al dogmatismo e al razionalismo della teologia luterana, cui con- trapponeva un vivo senso mistico e la valorizzazione della pietà interiore. Si trattava di una polemica contro la decadenza del luteranesimo e aspirazione a una radicale rigene- razione, da operarsi tramite un più vivo senso della parola rivelata che non è astratto patrimonio di idee ma regola di vita, guida di rinnovamento e di salvezza. Dal campo strettamente religioso si estese a quello sociale, pedagogico e dottrinale, e fu il primo a rompere praticamente la tradizione dell’indifferentismo protestante tedesco di fronte al problema della propagazione della fede. Uscito dal collegio nel 1740, Kant si iscrisse all’università di Königsberg per studiare filosofia, matematica e teologia. Dopo gli studi si mantenne come precettore privato in alcune case patrizie e nel 1755 riusc̀ı a ottenere la libera docenza con una dissertazione Principiorum primorum cognitis metaphysicae nova dilucidatio, grazie alla quale insegno pressio l’università per 15 anni finchè non divenne prima bibliotecario e poi professore ordinario di logica e metafisica.

Kant rese l’indirizzo critico che l’empirismo inglese aveva iniziato il centro della sua opera: ciò si edificava nella costruzione di una filosofia essenzialmente critica, nella quale la ragione umana delimiti in modo autonomo i suoi confini e le sue possibilità effettive. La ragione diventa dunque un organo autonomo ed efficace per la guida della condotta umana nel mondo, ma non per un’attività infinita ed onnipotente, che non abbia limiti e condizioni.

9

La vita di Kant fu priva di avvenimenti drammatici e passioni, si concentrò esclu- sivamente sullo sforzo continuo di pensiero: ciò non lo escluse da riflessioni politiche, anzi, simpatizzò vivamente per gli Americani e i Francesi con le loro rivoluzioni che giudicava dirette a realizzare l’ideale della libertà politica.

Il suo ideale politico è delineato in molti saggi: il più celebre è forse ”Per la pace per- petua”, una costituzione repubblicana ”fondata in primo luogo sul principio di libertà dei membri di una società come uomini; in secondo luogo sul principio di indipendenza di tutti, come sudditi; in terzo luogo sulla legge dell’eguaglianza.” Ancora più libera- le è forse ” Idea per una storia universale in un intento cosmopolitico”: sulla scia di Hobbes e Smith, Kant vede l’essere umano come essere s̀ı che ha bisogno dell’umanità per realizzarsi, ma è spinto da un’ ”insocievole socievolezza”, un antagonismo innato, a progredire sia come singolo sia come genere.

10

3 Sulla natura dell’essere umano

Vorrei porre a confronto due estratti dei testi di Erasmo e Kant da cui è partita questa riflessione.

.

”Sia dunque reso grazie alla natura per l’intrattabilità, per la vanità che rivaleggia invidiosa, per la brama incontentabile di avere o anche di potere! Senza di esse, tut- te le eccellenti disposizioni naturali dell’u- manità sonnecchierebbero in eterno senza svilupparsi. L’essere umano vuole concor- dia; ma la natura conosce meglio che co- sa è buono per il suo genere: essa vuole discordia.”

Idea per una storia universale in un intento cosmopolitico, Immanuel Kant

”In primo luogo quindi, se qualcu- no considera l’aspetto esteriore del corpo umano, capirà subito che la natura – piut- tosto Dio – ha creato questo essere non per la guerra ma per l’amore, non per la crudeltà ma per la salvezza, non per fa- re il male ma per il bene. Infatti la na- tura ha provveduto ogni animale di pro- prie armi[..]. Solo l’uomo ha creato senza peli, debole, delicato, inerme, morbido di carne, di pelle sottile. Nelle sue membra manca ciò che è preposto alla lotta e alla violenza; non dirò poi il fatto che gli altri esseri fin dalla nascita bastano a se stessi per quel che riguarda la loro sopravviven- za, solo l’uomo viene al mondo in modo che per molto tempo dipende dall’aiuto al- trui. Non sa parlare, non sa camminare, non sa nutrirsi; chiede soltanto l’aiuto con i vagiti, al punto che si può concludere che questo animale è creato esclusivamente per l’amore, che è condizionato e alimentato da reciproci servizi. La natura ha voluto che l’uomo fosse debitore del dono della vita non tanto a lei quanto all’amore, perché comprendesse di esser consacrato alla gra- titudine e all’amore. Allora non gli die- de un aspetto repellente e selvatico, come ad altri esseri animati, ma mite e pacifico, dedito all’amore e alla gentilezza. ”

La guerra è dolce per coloro che non la conoscono, Erasmo Da Rotterdam

La distanza tra i due è evidente: se per Erasmo l’uomo non può che amare ed essere amato per sopravvivere e vivere, per Kant ciò diventa un aspetto secondario di fronte alla necessità di antagonizzarsi per riuscire a realizzarsi.

11

I contesti in cui questi pensieri si sono sviluppati sono diversi quanto lo sono i pensieri stessi: il primo nasce in viaggio, deriva dall’esplorazione del mondo fisico e viene dedotto dalle sensazioni da esso ricavate; il secondo è invece frutto di riflessioni ispirate da un mondo più mentale, strutturato sulle impressioni altrui e fecondato da erudizione ed immaginazione. Se il primo ha visto gli effetti distruttivi della guerra, il secondo è morto prima che la fiorente città in cui viveva venisse occupata da Napoleone. Ma sarebbe forse un torto ad entrambi gli autori dedurre che ciò sia solo frutto della propria esperienza di vita.

Erasmo, filologo, era sicuramente pregno della visione greca della natura umana, in particolare la visione politica di Aristotele, che aveva conferito peso all’intrinseca comunitarietà dell’uomo. Per vivere soli è necessario essere o divinità o animali: se si è umani è la comunità che riesce a permettere all’essere umano di realizzarsi. Il Rinascimento, di cui Erasmo è uno dei principali esponenti, è una visione di ritorno dell’uomo alle sue originarie possibilità che costituivano la forza e la vitalità del mondo antico: cerca quindi di riconoscerle al di là della dispersione e dell’indebolimento che esse hanno subito lungo i secoli della storia e di rinsaldarsi ad esse per riprendere il cammino interrotto. E questo cammino porta anche alla riscoperta delle fonti della religiosità: vuole riscoprirle nella loro purezza, intenderle nel loro significato genuino, farle rivivere nella loro fecondità spirituale. Si ritorna allora alla parola stessa di Cristo, alla verità rivelata nella Bibbia: l’uomo è una creatura dell’amore ed è nella fraternità e comunione che si realizza.

La modernità rovescia questo paradigma, almeno a partire da Hobbes con il Le- viatano, pubblicato nel 1651: è frutto di una visione superficiale dell’uomo concepirlo come essere comunitario; esso è invece un ente egoistico ed utilitaristico che si muove solamente per i propri fini, per compiere il proprio interesse anche a discapito di quello altrui. La comunità originaria dell’uomo è per lui non politica ma una guerra in cui ognuno è avverso all’altro, bellum omnium contra omnes e la vita di ognuno è solitaria, povera, pericolosa, brutale, e breve: la moltitudine deve costituire una società efficiente, che garantisca la sicurezza degli individui, condizione primaria per il perseguimento dei desideri. A questo scopo tutti gli individui rinunciano ai propri diritti naturali, strin- gendo tra loro un patto con cui li trasferiscono a una singola persona, che può essere o un monarca, oppure un’assemblea di uomini, che si assume il compito di garantire la pace entro la società.

Adam Smith, nella Ricchezza delle Nazioni, del 1776, riprende questa idea in chiave economica: è l’egoismo di ciascuno che permette di entrare in connessione con l’egoismo degli altri per raggiungere i propri scopi. Per seguire i propri interessi ci si rivolge infatti a chi per i propri interessi offre ciò che cerchiamo. Da questo sistema di egoismo e competitività si scaturisce la società e il suo progresso.

Kant continua questa scia di pensiero e ne dà le fondamenta ponendole sull’inso- cievole socievolezza della natura umana. L’indole dell’uomo sembra polarizzata nella tendenza ad ”associarsi perché in una tale situazione sente di più se stesso come essere umano, cioè avverte lo sviluppo delle sue disposizioni naturali. Ma ha anche una grande tendenza a isolarsi, perché trova contemporaneamente in sé l’insocievole caratteristica

12

di voler disporre tutto secondo le sue intenzioni, e perciò si attende ovunque resistenza, cos̀ı come sa di sé di essere incline, da parte sua, a resistere contro gli altri. È proprio questa resistenza che risveglia tutte le forze dell’uomo, che lo porta a superare la sua tendenza alla pigrizia e, mosso dall’ambizione, dalla sete di potere o dall’avidità di pro- curarsi una posizione fra i suoi consoci, che non può patire, ma da cui non può neppure separarsi. ” Il progresso dell’uomo passa per l’antagonismo. La guerra diventa allora, anche se bieca, condizione necessaria per l’evoluzione del genere umano.

Se la prima visione sembra concedere la speranza che non sia necessario il dolore per la crescita umana, la seconda non sfugge al ricercare l’origine di questa sofferenza inflitta agli altri proprio nel nucleo dell’essere umano, anzi, arriva a suggerire che sia essa, questa implacabile sofferenza, la chiave per il benessere che distrugge. Ma Kant non sfugge alla critica del proprio stesso pensiero: e se la guerra vanificasse tutto il progresso raggiunto dal dispiegamento delle disposizioni della natura? Se lo scopo non fosse quello da lui indicato e dunque nessuna configurazione fosse privilegiata rispetto alle altre? Se il risultato finale del progresso fosse in realtà un ritorno allo stato primordiale?

I recenti fatti di cronaca sembrano indicare forse proprio che il genere umano non riesca a progredire senza in qualche modo regredire, rendendo di fatto vane tutte le possibilità di cui la natura lo ha fornito.

13

non sono stati rilasciati commenti
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 13 totali
Scarica il documento