appunti divieto di riba sul diritto islamico , Appunti di Diritto Ebraico. Università di Palermo
antotala63
antotala6324 ottobre 2017

appunti divieto di riba sul diritto islamico , Appunti di Diritto Ebraico. Università di Palermo

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La finanza islamica è basata su alcune interpretazioni del Corano. I suoi pilastri centrali consistono nel fatto che occorre devolvere parte dei propri guadagni in carità (zakāt), che non si possono ottenere interessi su...
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Luigi Nonne IL PRESTITO AD INTERESSE NEL DIRITTO ISLAMICO TRA SOLIDARIETÀ E PROFITTO

(SINTESI DEL SAGGIO OMONIMO AD USO DEGLI STUDENTI FREQUENTANTI DEL CORSO DI DPC)1 . – Il problema del prestito ad interesse nel sistema musulmano: le fonti del divieto di ribā’. 2. –Le forme del prestito ad interesse. 3. – Il fondamento giustificativo del divieto di ribā’ e la modernizzazione dell’economia nell’Islam. 4. – Integrazione cooperativa e liceità del profitto negli strumenti contrattuali consentiti. 5. – Ribā’ e modello bancario musulmano. 6. – Una proposta di sintesi: il microcredito come strumento di armonizzazione tra tradizione islamica e capitalismo occidentale. 1. La dottrina dell’Islam pone, specie nelle sue versioni più radicali, un penetrante limite al profitto ricavabile dalle operazioni di finanziamento. Dall’esame dei principî in base ai quali il prestito ad interesse (ribā’) viene riguardato secondo il diritto musulmano si possono ricavare, con sufficiente chiarezza, le ragioni del divieto che lo colpisce ed il perché esso sia ancora un rigido caposaldo, almeno sotto il profilo declamatorio, del relativo sistema. Su queste basi, è possibile individuare il grado di compatibilità che talune proposte finanziarie innovative, specie il c.d. microcredito solidale, mostrano rispetto alle regole che governano le attività creditizie nel mondo islamico. Premessa necessaria del discorso consiste nel sottolineare quanto l’etica musulmana consideri strettamente interdipendenti l’attività economica e la questione del lecito (halal) e dell’illecito (haram), valutandone il rapporto secondo parametri forniti dai valori morali e sociali che l’individuo è obbligato a rispettare nelle sue differenti sfere d’azione. Pur essendo favorito lo sviluppo produttivo, se ne sottolinea la coerenza con l’ordine morale divino, che predica la giustizia, l’equità e, conseguentemente, il perfetto equilibrio delle prestazioni contrattuali. In questo contesto si inserisce il divieto di ribā’, in quanto l’usura e l’interesse che ne sono alla base costituiscono manifestazione di un arricchimento ingiustificato produttivo di uno squilibrio tra le prestazioni. Nonostante questa coerenza logica nei fondamenti della proibizione dell’interesse, è dato riscontrare una difficoltà di fondo a comprenderne appieno la ratio; questa difficoltà, a parere di taluni, deriva proprio dalla mancata considerazione della totalità dei valori che l’Islam esprime, particolarmente la giustizia socio-economica e l’equa distribuzione della ricchezza. Di questi presupposti etici dovrà, pertanto, tenersi conto costantemente nell’illustrazione delle linee essenziali del divieto di ribā’. Premesso che si discute se attribuire al termine ribā’ il significato di usura, dal che risulterebbero vietati esclusivamente i tassi di inusuale ammontare, ovvero considerarlo nel senso di interesse, ampliando in tal modo l’ambito applicativo della proibizione fino a ricomprendervi qualunque eccedenza rispetto al capitale prestato, da un punto di vista definitorio, il maggior consenso è dato alla nozione di ribā’ come un profitto o un guadagno illecito derivante dalla non equivalenza nel controvalore di prestazioni reciproche, relative allo scambio tra due beni della medesima specie o del medesimo genere e rette dalla medesima giustificazione. I versetti coranici sul tema, considerati secondo l’ordine della loro rivelazione, rivelano una differenza di tono nel momento in cui si confrontano quelli rivelati al Profeta alla Mecca e quelli invece rivelati a Medina, nei quali ultimi è presente una netta proibizione del ribā’. Il primo versetto rivelato al Profeta in materia è il 39 della XXX Sura (Ar Roum) “Ciò che concedete in usura, affinché aumenti a detrimento dei beni altrui, non li aumenta affatto presso Allah. Quello che invece date in elemosina bramando il volto di Allah, ecco quel che raddoppierà”; in esso non si rinviene un esplicito divieto del ribā’, ma piuttosto un ordine tacito di astenersi dalla relativa pratica. Nel versetto 161 della Sura IV (An Nisa), rivelata a Medina, si propone l’esempio degli Ebrei, ai quali fu vietato di praticare il prestito ad interesse, pur se essi proseguirono nella relativa attività, con le seguenti parole: “perché praticano l’usura – cosa che era loro vietata – e divorano i beni altrui. A quelli di loro che sono miscredenti abbiamo preparato un castigo atroce”. La proibizione del prestito ad interesse è senz’altro più netta nel versetto 130 della Sura III (Ali Amran) “O voi che credete non cibatevi dell’usura, che aumenta di doppio in doppio. E temete Allah, affinché possiate prosperare”, nonché nel già citato versetto 275 [“Coloro invece che si nutrono di

usura resusciteranno come chi sia stato toccato da Satana. E questo perché dicono: Il commercio è come l’usura. Ma Allah ha permesso il commercio e ha proibito l’usura”….”] e nei successivi 276 [“Allah vanifica l’usura e fa decuplicare l’elemosina….”], 278 [“O voi che credete, temete Allah e rinunciate ai profitti dell’usura se siete credenti”], 279 [“Se non lo farete vi è dichiarata guerra da parte di Allah e del Suo Messaggero; se vi pentirete, conserverete il vostro patrimonio. Non fate torto e non subirete torto”], 280 [“Chi è nelle difficoltà, abbia una dilazione fino a che si risollevi. Ma è meglio per voi se rimetterete il debito, se solo lo sapeste!”] della Sura II (Al Baqarah), i quali definiscono e interdiscono formalmente il ribā’. In sintesi, dal complesso delle fonti coraniche si evince sostanzialmente che l’usura è, sotto il profilo teologico-giuridico, un peccato capitale, anche se non è escluso il perdono per quanti fanno atto di contrizione dopo averla praticata (seppure, in caso di recidiva, la punizione non potrà che essere la morte terrena e la dannazione dell’anima). La regola assoluta consiste, perciò, nella totale trasparenza del bene prestato e del bene reso, di quanto venduto e del prezzo per esso pagato. Se ne è derivato che qualunque contratto, compravendita o altro schema economico, presenti un guadagno illecito che sconfina nell’usura, è dichiarato viziato (fasid), in quanto viola il principio in base al quale le obbligazioni delle parti debbono presentare un equilibrio di valori perfetto. In particolare, vi è una netta preferenza dei giuristi islamici per gli scambî in cui entrambe le prestazioni vengono adempiute istantaneamente o contemporaneamente, specie in relazione ai contratti che dispongono su beni soggetti a mutamento di qualità o valore nel corso del tempo; in tal modo, difatti, si evita la speculazione illecita che consentirebbe ad una delle parti di ottenere vantaggî iniquî e non proporzionali rispetto all’attività svolta. Sulle fonti del divieto di ribā’ e sulla necessità di temperarne il rigore in base ad un’esegesi delle medesime più coerente con l’evoluzione dei rapporti socio-economici, si riscontrano articolate opinioni delle quali in questa sede merita sinteticamente dar conto. Prima di procedere alla relativa esposizione, peraltro, è necessario premettere, al fine di inquadrare in modo compiuto le diverse prospettive esaminate sulla base dei presupposti comuni a ciascuna di esse, che tra i più rilevanti, e caratterizzanti, insegnamenti del diritto islamico ai fini dell’attuazione di un ideale di giustizia e dell’eliminazione dello sfruttamento nelle transazioni economiche vi è la proibizione di qualunque forma di arricchimento ingiustificato (akl amwal alnas bi al-batil); tra queste forme, si dà particolare rilievo alla proibizione di ricevere qualsivoglia vantaggio monetario in un rapporto di scambio senza la corresponsione del giusto controvalore. Atteso che da un punto di vista semantico, ribā’ letteralmente assume il significato di incremento (ziyadat), addizione, sviluppo o espansione, si comprende allora perchè nella Shari’ah, il ribā’ tecnicamente fa riferimento al “premio” che deve essere corrisposto al concedente da colui che ha ricevuto in prestito una somma di danaro, oltre l’ammontare del capitale e come condizione per il prestito o per una dilazione della scadenza per la restituzione. Da questo substrato condiviso si diramano le varie posizioni sull’estensione del ribā’. 2. - Il concetto di ribā’ è stato specificamente studiato, nelle opere relative al fiqh, in relazione alla compravendita, particolarmente per quanto concerne l’oggetto della medesima, prima di essere esteso a tutte le operazioni giuridiche implicanti uno scambio. La compravendita costituisce, pertanto, un punto di osservazione privilegiato per comprendere la portata del divieto in esame: difatti, nel Corano si rinviene un’affermazione, che istituisce un chiaro nesso tra i due istituti, secondo la quale “…Allah ha permesso il commercio e ha proibito l’usura” (Sura II, versetto 275). In effetti, la compravendita è sempre stata considerata il tipico contratto nel diritto islamico, tale da costituire un modello per le altre operazioni negoziali; si comprende allora il perché nel versetto citato il termine bay‘ venga tradotto come commercio. La distinzione tra usura e commercio (tiğāra) riemerge in particolare nella diversa prospettiva che taluni giuristi islamici accolgono in relazione alle forme di ribā’ alle quali si fa comunemente riferimento, il c.d. ribā’ al-qarud, relativo all’usura nei prestiti di denaro – menzionato anche nei termini di ribā’ al nasi’ah – ed il c.d. ribā’ al-buyu, che si riferisce all’usura nel commercio; quest’ultimo si articola a sua volta nel ribā’ al-

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