Appunti storia romana dalle origini, Appunti di Storia Romana. Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli
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STORIA ROMANA

La storia romana si divide in 3 periodi: 1. età monarchica o regia (dal 754-53 a.C. al 509 a.C.); 2. età repubblicana (dal 509 a.C. al 27/23 a.C.); 3. età imperiale (dal 23 a.C. al V secolo d.C.).

DELL’ ETA’ REGIA, quella dei sette re di Roma, non conosciamo niente per fonti dirette; i primi a scrivere di storia romana sono stati i Greci. Tito Livio, per esempio, storico dell’età augustea (età repubblicana) scrisse a partire dalla fondazione di Roma. Scrisse, nell’età di Cristo, otto secoli dopo la fondazione, rifacendosi ad opere scritte molto tempo prima. Questo comporta che tutto ciò che riguarda l’età regia sia avvolto dalla leggenda. DELL’ ETA’ REPUBBLICANA, invece, abbiamo abbastanza fonti; ciò che non sappiamo è ciò che determinò il passaggio dall’età monarchica a quella repubblicana. Secondo una leggenda l’ultimo re di Roma, Tarquinio il Superbo, usò violenza ad una nobil-donna romana; il popolo insorse contro di lui e si dice che ciò bastò a far cadere la monarchia. Ma ciò non è reale; come può un fatto così banale determinare il passaggio da un’età all’altra? L’unica cosa certa è che di avvenimenti tanto remoti non abbiamo fonti ufficiali. Vi saranno invece una serie di situazioni che determineranno il passaggio dall’ ETA’ REPUBBLICANA (che vedeva al potere un’oligarchia, il governo di pochi) a quella IMPERIALE, dove prevarrà il potere di uno solo. La prima parte di questo impero si chiamerà PRINCIPATO (fino al III secolo); l’altra parte DOMINATO (come dire alto impero e basso impero). Principato deriva dal fatto che l’imperatore fosse “princeps” o “primus inter pares” (primo cittadino tra pari, tra senatori). Dominato viene da “dominus”; l’imperatore non sarà più “primus inter pares”, ma padrone (decade così il concetto di parità, uguaglianza).

LA FINE DELL’ ETA’ ANTICA Sono le grandi scuole che hanno determinato i limiti dell’età antica. Le scuole antiche inglesi (di Cambrige) pongono come limite il Concilio di Nicea del 325 d.C. , perché con Costantino viene indetto un Concilio per risolvere un problema dottrinale teologico, che riguardava la consustanzialità di Padre, Figlio e Spirito Santo. Ciò che interessa sapere è che con questo evento entriamo nella storia medioevale, perché nasce la dialettica tra Papato ed Impero (cesaropapismo), in funzione del fatto che tale Concilio veniva indetto da un imperatore, quando invece spettava al papa. La scuola francese ritiene come anno fondamentale il 395, anno in cui l’imperatore Teodosio divise l’impero tra i 2 figli (ad Arcadio l’oriente, ad Onorio l’occidente) e in cui (a loro parere) finisce l’impero unico. La scuola italiana fa coincidere la fine dell’età antica col 476, che sancisce la caduta dell’impero romano d’occidente. La scuola che più si impone e che viene maggiormente seguita è quella di Perenne, secondo cui il limite si colloca con l’Islamismo (secondo quanto egli dice nella sua opera “Maometto e Carlo Magno”). Fino all’arrivo dell’islamismo domina la cultura romana, cancellata con il suo arrivo! Infine, la scuola di Giardina sposta la fine verso il IX - X secolo (età comunale).

IL MONDO DI ROMA Il mondo di Roma è stato definito ad un tempo UNO, DUPLICE E MOLTEPLICE. UNO: perché ne furono elementi unificanti l’amministrazione, la cittadinanza, l’esercito, il diritto. DUPLICE: perché questo mondo fu sì romano, ma di certo non esclusivamente latino: Il greco rimase sempre, dal punto di vista linguistico e culturale, il modo di espressione principale.

MOLTEPLICE: perché in questo mondo Roma talvolta compose in unità, ma più spesso lasciò convivere e sopravvivere un mosaico molto vario di cittadinanze, di particolarità locali, di condizioni politiche, sociali e personali, che per la maggior parte si limitò a classificare

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secondo i propri schemi giuridici e concettuali e che transitarono, sotto il comune denominatore della romanità, oltre la fine del dominio di Roma.

DATAZIONE Gli anni si calcolavano con il nome della coppia consolare (consoli eponimi); così mentre oggi noi diciamo, per esempio, 450 a.C. , un tempo veniva menzionata la coppia consolare di quell’anno (ogni coppia segnava un anno).Tale cronologia inizia con l’età repubblicana (509 a.C.). Si calcolava anche col sistema greco delle olimpiadi, che avvenivano ogni anno (si diceva allora, …alla 18tesima olimpiade).Solo a partire dal V-VI secolo d.C. Dionigi il Piccolo, introdusse l’uso di datare d.C. tutti gli avvenimenti che avvenivano d.C. Per indicare quelli a.C. si faceva riferimento all’inizio del mondo, oppure, i romani, a partire dalla fondazione di Roma. Adottato inizialmente in Italia, dalle tavole dei cicli pasquali e dalle cronache tale sistema passò nei documenti pubblici e privati a partire dal VII secolo. La consuetudine di contare gli anni prima di Cristo venne introdotta soltanto nel corso del XVIII secolo, per unificare il punto di riferimento in base al quale le date potevano essere conteggiate.Solo dopo il 18ttesimo secolo il calendario è quello attuale con Giulio Cesare.

ONOMASTICA ROMANA Un aspetto importante riguarda l’onomastica romana, cioè la denominazione di un cittadino romano. Questi aveva 3 nomi: prenomen, nomen e cognomen. Il prenomen corrisponde al nome proprio (erano circa una decina e venivano scritti abbreviati senza nuocere o col puntino alla loro comprensione o col puntino: così A. per Aulus, C. per Caius, Ser. per Servius, ecc.); il nomen corrispondeva a quello della gens a cui si apparteneva e veniva trasmesso di padre in figlio: Acilius, Aurelius, Furius, Valerius, Claudius, ecc.; il cognomen era un appellativo che differenziava, nell’ambito della gens, una famiglia, un personaggio, da un altro, spesso, derivato da un soprannome individuale, tratto talora da caratteristiche fisiche: come Rufus ( rosso di capelli ), Calvus (calvo ), Scaevola ( mancino ); talora da cariche o attività di esponenti della famiglia: come Agricola ( agricoltore ), Scipio ( bastone del comando ); talora da precisazioni geografiche,spesso legate alla provenienza: come Gallus, Sabinus, Capitolinus, ecc. Esso tese poi a divenire ereditario tra gli aristocratici, per distinguere le varie famiglie appartenenti ad una stessa gens: i Cornelii Scipiones, i Marcii Reges, ecc. A volte poteva essere aggiunto un secondo cognomen. Ciò non toglie che molti Romani famosi non abbiano mai avuto un cognomen: si pensi a Caio Mario o a Marco Antonio. In caso di adozione l’adottato assumeva i tria nomina del padre adottivo, a cui faceva seguire un secondo cognomen tratto dal gentilizio della sua famiglia d’origine: ad esempio Caio Ottavio, adottato da Cesare ( Caio Giulio Cesare ), divenne Caio Giulio Cesare Ottaviano. Gli schiavi (considerati cose) avevano un solo nomen, ma se affrancati (liberati, da qui liberti) prendevano il prenomen e il nomen di colui che lo affrancava. La donna non aveva prenomen; veniva chiamata, nell’ambito ufficiale, con il nomen (gens) e il cognomen.

LE FONTI Spesso ci serviamo di frammenti per ricostruire la storia; abbiamo ben poco e dobbiamo sfruttarlo al meglio.

Nel 1929 la scuola francese Annalle ha affermato che non esiste un documento verità; la storia non può essere obbiettiva perché risente dell’ideologia di chi scrive. Per valutare una fonte storica bisogna conoscere le circostanze interne ed esterne che hanno portato uno scrittore a darci una certa informazione. Una cosa essenziale inoltre è sapere che nel mondo antico la storiografia era in mano al ceto aristocratico e che dovremmo aspettare il 900 per avere una storiografia di popolo. L’aristocrazia era in mano al ceto senatorio, di conseguenza bastava una politica contraria al senato perché l’informazione venisse manipolata.Interviene, oltre, l’ideologia, la gens (cioè l’insieme di famiglie che hanno un unico capostipite), l’orgoglio gentilizio! Cominciamo a parlare dei diversi tipi di fonti: Fonti letterarie o storiche: che non si differenziano perché il mondo antico non aveva il concetto di scientificità, che distingue, appunto, quelle storiche.Si comincia a parlare di storiografia romana (scritta dai romani) dal III secolo, ma Roma nasce nell’VIII; ciò significa che per 5 secoli di Roma ne hanno parlato i greci.Questi se ne interessarono perché la città era per loro fonte di curiosità e perché ne volevano rivendicare l’origine greca (Enea sarà colui, destinato dal fato, dal quale discenderà Roma).I greci che vennero a contatto con Roma, si erano stanziati, si nella penisola balcanica, ma anche in Italia (tutta la parte orientale del paese, compresa quella siciliana, era abitata da colonie greche.Nel III secolo le cose cambiano quando Roma conquista tutta l’Italia. Il primo che scriverà di storia romana sarà Fabio Pittore (esponente della gens fabia), uomo aristocratico, che scrisse in greco per farsi capire dai greci; la sua voleva essere una risposta ai greci, sottolineando l’importanza raggiunta da Roma sul panorama internazionale.Scrisse gli annales, un tipo si storia scritta anno per anno, metodo in parte mutuato dal mondo greco (ma dall’impostazione romana), che ha risentito degli annali dei pontefici massimi, delle laudationes funebres (carmi che venivano recitati in occasione di un funerale), dei carmi conviviali (durante i banchetti costituivano elogi di virtù di alcuni personaggi). Quelli dei pontefici massimi sono quelli ai quali F.P. attinse più frequentemente. I pontefici massimi erano coloro che redigevano ogni anno in una tavola imbiancata, gli avvenimenti più importanti accaduti durante l’anno (sconfitte e vittorie, giorni fasti e nefasti). Erano tavole che venivano nuovamente imbiancate e riusate.Le notizie riprese dagli annali erano scarne, essenziali; queste sono pervenute a noi più prodighe, perché arricchite con le notizie che derivavano per tradizione orale.Mettendo tutto questo insieme, sono nati gli annali di F.P.Dopo di lui anche altri scrissero annales, ancora per poco in greco, perché con Marco Porcio Catone comincerà la storiografia latina.La storia che egli scrisse ci è pervenuta in frammenti, perché quello che egli scrisse ci è pervenuto da altri.La sua storia è storia delle città italiche. Gli Italici avevano contribuito all’espansione di Roma oltre l’Italia, ma non avevano ricevuto in cambio la cittadinanza che si aspettavano. Catone scrive rivendicando l’importanza di questi popoli. Questa forma annalistica continuò per gran parte dell’età repubblicana; già negli ultimi due secoli della repubblica assistiamo ad un tipo diverso di storiografia, di tipo politico (quella dei Gracchi): è la monografia (storia su un argomento particolare) con Sallustio (“La congiura di Catilina”), con Cesare (“De bello gallico”), con Cicerone. Arriviamo a Livio, che visse a cavallo tra l’a.c. e il d.c. Egli scrisse 142 libri a partire dalla fondazione di Roma (ab urbe condita), in gran parte a noi pervenuti.Scrisse nel I secolo, lontano dal suo periodo storico, rifacendosi a scrittori passati, in particolare alla seconda annalistica (quella di F.P.), che a sua volta si rifaceva ad altri. Nell’800 con Niebhur abbiamo conosciuto un nuovo approccio alla storia, che sta attenta all’ideologia, alla corrente politica dell’autore, ai suoi sentimenti, alla sua psicologia. Fonti epigrafiche (iscrizioni), che facevano della civiltà romana la civiltà della pietra, perché tutti gli atti, le informazioni e le comunicazioni avvenivano su pietra (considerati i mass-media dell’età antica). D’altronde era un materiale facilmente reperibile, diversamente dai papiri e dalle pergamene (materiale anche molto costoso). I papiri, conosciuti in occidente solo a metà del 700 attraverso gli scavi di Ercolano e Pompei, erano tipici dei territori dell’Egitto. Costituiscono un materiale, inoltre, che richiede un clima particolare, sia per la crescita della pianta che per la sua

conservazione. Tra le fonti epigrafiche (il cui periodo di maggiore fioritura è compreso tra gli ultimi 2 secoli dell’età repubblicana e i 3 secoli dopo) poi, dobbiamo annoverare:

• le epigrafi funerarie (chiunque poteva porle, per questo sono numerose) • epigrafi onorarie, che venivano poste per chi si era distinto nella comunità (patroni,

protettori); la maggior parte erano dedicate all’imperatore • votive, fatte per un voto ricevuto • instrumentum, su materiale mobile (tipo anfore, suppellettili, lucerne) • parietali (negli edifici), rupestri (nelle caverne), graffiti.

Le epigrafi sono state raccolte in un grande corpus, detto C.I.L., corpo dell’iscrizione latina, costituito di 17 volumi ognuno dei quali contiene altri volumi (la raccolta parte da Mommsen). Tutto quello che le fonti letterarie non dicono, le epigrafi lo riportano. L’archeologia: serve a datare periodi che non hanno riscontro nelle fonti letterarie (tipo preistoria e protostoria). Il metodo è quello stratigrafico; tanto più uno strato è vicino alla superficie, tanto più è recente (in questo modo si è trovata la ceramica); un altro metodo è quello della dendrocronologia, l’analisi di tutti gli anelli degli alberi sotterrati con i resti archeologici. Numismatica: (che studia le monete). Una moneta presa a sola non dice niente; inserita in un contesto archeologico invece dice tanto. Solo uno Stato che ha una sua autonomia può emettere. La moneta ha sia un valore economico che uno politico; economico perché a seconda del peso e del tipo può chiarire la situazione economica di un determinato periodo. Una buona moneta deve avere valore nominale ed intrinseco coincidenti (da ciò si deduce la situazione economica di un determinato periodo). Da Nerone la situazione comincia a cambiare: valore nominale ed intrinseco non coincidono più e il dislivello è sintomo di una cattiva situazione economica. Ciò spesso portava i sovrani a mettere in circolo più moneta, peggiorando ulteriormente la situazione.L’aspetto politico implica che la moneta non porti la data di emissione (il concetto di datazione non esisteva ancora; comparirà d.c.), ma tra il dritto e il rovescio le figure dei personaggi eminenti di un epoca. Per esempio, monete con Nerone da un lato e la madre dall’altro indicavano il periodo in cui Nerone era guidato dalla madre; Nerone da un lato e la domus aurea dall’altro, era il periodo in cui Nerone si era liberato della madre.

CIVILTA’ PRE-ROMANE E CORRENTI MIGRATORIE Fino al 2° millennio a.C. l’Italia era un paese scarsamente popolato, costituito in villaggi, pieno di monti, la cui economia era basata sull’allevamento e sulla caccia. La situazione cambia intorno al 2000 a.C. , quando l’Italia divenne meta di flussi migratori, di popolazioni provenienti dal centro Europa e dall’Est europeo: all’inizio, sappiamo che giunsero i Latini e i Siculi, i primi si stanziarono nel Lazio, i secondi in Sicilia. Alla fine del 2° millennio giunsero gli Italici: osco-umbro-sanniti. Nell’VIII secolo i greci si stanziarono lungo il litorale adriatico in Italia e in Sicilia. Queste colonie (città stato indipendenti) in Italia saranno abitate da Italioti (cittadini italiani); in Sicilia invece abiteranno i Sicelioti. Nel V secolo arrivarono i Celti (o Galli) vicino Bologna, nella zona dell’Emilia Romagna (Gallia Cisalpina). In Sicilia nella parte orientale ci saranno i Greci; in quella occidentale i Fenici o Punici, che si stanziarono in città che non erano colonie, ma sorte come centri commerciali. Esempi ne sono: Palermo, Trapani e il Lilibeo (Marsala). I Fenici erano una popolazione che abitava nel territorio corrispondente all’odierno Libano, vicino Israele, una striscia di terra che si affaccia sul Mediterraneo. Il loro territorio montuoso li avevi spinti ad essere un popolo navigatore, la cui economia non poteva che essere marittima, dunque, e non agricola. Dalla Fenicia si staccarono dei popoli che fondarono delle colonie, tra cui la più importante è Cartagine (odierna Tunisi). Sulle colonie fondate dai Fenici si insediarono i Cartaginesi (anch’essi però di ceppo fenicio). In Sicilia troviamo dunque ad oriente i Greci e ad occidente i Fenici e i Cartaginesi.Le civiltà emerse dal punto di vista archeologico sono le seguenti:

civiltà Terramare (terre grosse), diffusasi intorno al XV secolo nelle zone del Po e i cui villaggi sorgevano su cumuli di terra; sono state rinvenute abitazioni sopraelevate per difendersi dalle inondazioni;

civiltà appenninica (XIV- XIII secolo) stanziatasi appunto lungo l’appenninico; è una civiltà tipica dei nomadi e seminomadi che si spostavano secondo la transumanza; erano civiltà bellicose;

civiltà dei campi d’urne (XII secolo) rinvenute in alcune zone fino al Lazio; dette così perché nei loro campi c’erano urne funerarie impresse nel terreno. Questo stesso tipo di campi sono stati rinvenuti in Germania, Ungheria, Transilvania, da cui si pensa queste civiltà derivino;

civiltà villanoviana (X secolo) da Villanova, vicino Bologna, contrassegnata da un particolare tipo di sepoltura costituita da 2 coni sovrapposti ed infissi sul terreno.

Non possiamo dire quali popoli corrispondano a queste civiltà; ma una divisione può essere comunque fatta. Quella principale è tra: indoeuropei e non indoeuropei; dei primi sappiamo che vengono dal centro Europa, dei secondi non conosciamo l’origine. Quelli di cui non conosciamo l’origine (detti non-indoeuropei, perché non avevano niente in comune con gli indoeuropei), ma che si pensa siano autoctoni, sono: gli Etruschi, i Liguri, i Sardi, i Sicani, gli Elimi.

GLI ETRUSCHI Secondo Erodoto provenivano dalla Lidia (Asia Minore), ma probabilmente sono autoctoni. La zona in cui esercitavano il loro potere è l’attuale Toscana (fino al Tevere). Essi non formavano uno Stato, ma tante città-stato, rette da un re che poi venne sostituito da 2 magistrati. Queste città, politicamente divise, si riunivano in federazioni per motivi religiosi. Avevano una struttura economica semplice; costituivano società basate sull’agricoltura (erano soprattutto proprietari terrieri); gerarchicamente vi erano gli schiavi, poi i semiliberi ed infine i liberi (grandi proprietari e commercianti). Gli Etruschi furono aperti ad ogni stimolo ed influsso culturale che provenisse dal mondo greco; l’unico punto in cui difendevano le loro tradizioni fu l’ambito religioso. Portarono avanti l’aruspicina, pratica divinatoria che serviva per conoscere la volontà degli dèi. L’origine di Roma è legata agli etruschi; vediamo come mai!

ORIGINI DI ROMA A tal proposito abbiamo fonti letterarie ed archeologiche; le prime cadono per lo più nella leggenda e sono di origine greca e latina. Quelle di origine greca fanno discendere Roma dai greci (Esiodo, Erodoto); Ellenico di Mitilene, nel V – IV secolo, in particolare sosterrà l’origine da Enea e Ulisse, leggenda che deriva dal ritrovamento di statuine che ritraevano Enea e il padre. La leggenda indigena, invece, fa discendere Roma da Romolo e Remo, i quali vissero nell’VIII secolo. Enea è invece del XII! Come far quadrare i conti: gli storici latini hanno colmato questa differenza di secoli aggiungendo 30 re tra Enea e Romolo e Remo.Enea fuggì da Troia col padre e sbarca col figlio in Africa; da lì spinto dal fato si dirige verso Roma, dove sposa Lavinia, figlia del re latino; il figlio Ascanio, invece, fonderà Albalonga; da qui discendono i 30 re. L’ultimo è Numitore, spodestato dal fratello Amulio, che fa rinchiudere come vestale la nipote Rea Silvia, affinché questa non desse eredi. Ma il dio Marte la rese gravida e da qui nacquero Romolo e Remo.La realtà è quella che si evince dall’archeologia: quando Roma nasce, nell’VIII secolo, la grande città non esiste ancora; era costituita da villaggi sparsi, ripidi e scoscesi, con valli malsane. Le genti vivevano sparse tra i monti. Nel 753 – 54, le condizioni di vita erano queste. Il nucleo di aggregazione dei villaggi era costituito dall’isola Tiberina, unico guado possibile sul Tevere, dove avvenivano gli scambi commerciali tra il Tirreno e l’Adriatico. Questa posizione era determinante: lì si coagularono i ceti più elevati e le forze

produttive, Greci ed Etruschi.I Romani giunsero, come Latini, nel 2° millennio a.C. e si presume che a quell’epoca esistessero già in Italia gli Etruschi. Dei primi re di Roma non abbiamo notizie storiche; gli ultimi 3 (Tarquinio Prisco, Servio Tullio, Tarquinio il Superbo) sono personaggi storici la cui veridicità è accertata. Questi sono re etruschi, che si pensa abbiano significato il dominio degli etruschi su Roma. Nell’isola Tiberina gli Etruschi avevano la loro base economica e il potere economico e politico che presero, l’ottennero quasi fosse la conclusione logica della loro superiorità (cioè senza combattere). Quando gli Etruschi penetrano a Roma, importano il loro modo di pensare, di fare, il loro stile di vita, risanarono il territorio, crearono il foro, gli acquedotti, le strade. Si può dire che la città sorse con loro! Nella società di allora, la monarchia romana (con i primi 4 re) era basata sui patres a capo delle gentes, i quali detenevano il potere (imperium) che gestivano affidandolo ad un rex che eleggevano. Ogni anno, alla fine, il re rimetteva il suo mandato e il potere ritornava ai patres (interregnum). Era una monarchia elettiva, dunque, che però prevedeva che il potere ritornasse al patres. Con i re etruschi le cose cambiano, e anche se la monarchia resta elettiva il potere resta in mano ai re. La società etrusca, infatti, era diversa, era basata su un sovrano la cui monarchia era di tipo assoluto. Il monarca etrusco governava in proprio, non aveva a che fare con i patres. Ciò, si pensa, abbia determinato una rivoluzione dei patres, che vistisi privati del loro potere, di fronte alla monarchia assoluta degli Etruschi, preferirono istaurare una repubblica in modo che potessero governare tutti!La monarchia etrusca lasciò un segno tale sui Romani da creare in loro un forte spirito antimonarchico. Quando Roma, dal II secolo in poi, in seguito a tutte le conquiste, comincia a trasformarsi, ad estendersi, si cominceranno a notare nuovi tentativi per impossessarsi del potere; anche perché una città, così grande com’era, non poteva essere governata ancora allo stesso modo. Questo sarà a determinare i vari tentativi monarchici, intesi come potere di uno, potere personale. Si pensa sia questo il motivo che sta alla base del crollo della monarchia nel 509 a.C. . Da questo momento sarà radicata a Roma l’ideologia antimonarchica; tutti coloro che tenteranno di prendere il potere monarchico saranno uccisi. Ma tutti coloro che tenteranno di prendere il potere monarchico saranno uccisi, perché vige da adesso l’ideale repubblicano, connotato da un’oligarchia al potere (governo di pochi). Colui che riuscì a gestire lo Stato, creando un regime personale e che ci introdurrà nell’età imperiale, sarà OTTAVINO AUGUSTO. Con Ottaviano, figlio adottivo di Cesare, inizia il Principato. Prima di lui vi furono altri tentativi monarchici, ma furono tutti uccisi coloro che vi provarono, perché vigeva l’ideale antimonarchico. Proprio per questo Ottaviano quando prese il potere si rese conto che non avrebbe potuto regnare seguendo le orme di Cesare (uno dei tentativi monarchici); bisognava creare un nuovo modello politico che non desse però l’impressione che sarebbe stata restaurata la monarchia. Creò per questo il Principato, in cui il capo (cioè lui) era princeps, primo fra pari, come se le cose non fossero state cambiate. Il senato gli diede dei poteri eccezionali, che già esistevano nell’età repubblicana, con la differenza che per Ottaviano valevano a vita, nella repubblica erano limitati nel tempo e nello spazio. Ma come vedremo egli non era realmente primis inter pares, perché i poteri li aveva in mano “tutti” lui. Il Principato costituiva quindi una finzione giuridica; sembrava che tutto rimanesse come prima, ma in realtà non era così. I primi due secoli e mezzo, quindi, vedono questo tentativo del princeps di rimanere in equilibrio col senato, al quale Augusto diede poteri economici. A poco a poco la situazione precipita, perché a prendere il sopravvento non è più il senato, ma gli eserciti:

• le legioni, stanziate nelle province (territori sottomessi) e ai confini • i pretoriani, le guardie del pretorio, dell’imperatore.

La distinzione nasce dal fatto che a Roma vigeva una legge sacrale. La città era circondata dal pomaerium, linea sacra che si andò spostando contemporaneamente all’espansione di Roma, fino a che Cesare fissò il limite nord al Rubiconde, ad est l’Adriatico, ad ovest il Tirreno e a sud lo stretto di Sicilia.

All’interno del pomaerium vigeva la volontà degli dei e non si poteva stare in armi. E, visto che i legionari non potevano stare dentro il pomaerium e che l’imperatore aveva comunque diritto alle sue guardie, i pretoriani erano gli unici che potevano stare dentro il pomaerium.Gli eserciti, da questo momento in poi, governeranno tutto; tutta l’età imperiale sarà contrassegnata dall’attività dei legionari, che con tanta facilità eleggevano come imperatore il proprio generale e con altrettanta facilità lo uccidevano. Il senato perde sempre di più il potere, fino a quando arriviamo al basso impero, Dominato, che segna il momento di crisi generale che fa saltare l’equilibrio col senato. Adesso c’è il dominus, il padrone assoluto, la monarchia assoluta.

MAGISTRATURE E ASSEMBLEE NELL’ ETA’ REGIA, vi era la figura del REX(eletto dai patres), il SENATO(era l’insieme di tutti i capi famiglia), l’assemblea del popolo (COMIZI CURIATI). La popolazione di allora era costituita da 3 tribù: i RAMNE, i TIZI e i LUCERI, che dividevano i loro patrizi in 10 curie ciascuna; l’assemblea (o comizio) curiata era formata da 30 curie; ognuna di queste forniva 100 fanti (da 3000 uomini era dunque formato il contingente militare di Roma antica). Dentro il pomaerium (linea sacra attorno a Roma, dentro il quale non potevano esserci uomini armati, perché era il luogo dove vigeva l’autorità divina) formavano l’assemblea (funzione civile); fuori costituivano l’esercito romano (funzione militare). La funzione dei comizi curiati era quella di conferire l’imperium (il potere) al rex (come atto formale) e di votare le leggi. Nel 509 a.C. cade la Monarchia e si instaura la Repubblica, noi non sappiamo quali siano state le modalità del passaggio da un regime all’altro. Noi abbiamo informazioni soltanto da Livio, ma egli visse otto secoli dopo, e quindi non sappiamo perché la Monarchia cadde, si pensa che il popolo si ribellò, o che Lucrezia fu violentata. Sappiamo però quali furono i punti fermi delle Magistrature e assemblee, le conosciamo non dalle fonti letterarie ma dalle fonti epigrafiche che ci danno il “ CURSUS ONORUM “ ( cioè il percorso, l’insieme delle magistrature che i magistrati hanno ricoperto, le cariche indispensabili per raggiungere la magistratura più alta ). I punti fermi delle magistrature ( per tutta l’età repubblicana è chiaro che le magistrature non possono restare sempre allo stesso modo e con le stesse caratteristiche ), le magistrature sono:

1. ANNUALI: nel senso che i magistrati duravano in carica soltanto un anno, finito il quale entrano a far parte del Senato (organo a vita);

2. COLLEGIALI: i magistrati non potevano essere meno di due ( l’uno, nel caso in cui non fosse stato d’accordo con l’altro collega, poteva opporre il veto; ecco perché è democratica la cosa! );

3. GRATUITE: il loro lavoro era prestato gratuitamente, dovevano affrontare le campagne elettorali a loro spese ( essendo gratuite si pensava che non vi sarebbero stati altri interessi in gioco), anche se si arricchivano con i territori sottomessi. Tutto ciò per evitare l’accentramento del potere nelle mani di una sola persona e per un periodo lungo. Tutte queste sono dette ordinarie, in quanto previste dall’ordinamento.Ci saranno delle magistrature che saranno chiamate straordinarie, a vario titolo:

• LA DITTATURA: perché il dittatore durava in carica sei mesi, cioè il tempo di una campagna militare, perché in inverno i militari si ritiravano negli accampamenti. Il dittatore era un magistrato che non era collegiale, se la guerra si protraeva, durava in carica più di sei mesi. Si cercava di evitare che il dittatore avesse troppo potere. Egli assommava tutti i poteri perché le altre magistrature cessavano, per questo periodo, di esistere.

Altre magistrature non sono straordinarie né ordinarie, sono magistrature che hanno un diverso modo di procedere :

CENSURA: il censore servì inizialmente a censire la popolazione, e durava in carica, su per giù, diciotto mesi, il tempo di fare il censimento e veniva rinnovato ogni cinque anni(ecco perché non è né ordinaria né straordinaria, perché avviene ogni cinque anni), più avanti avrà anche il compito di controllare i costumi (la moralità degli aristocratici). Le magistrature essenziali dello Stato romano che costituivano il CURSUS ONORUM sono quei gradini essenziali per arrivare alla magistratura suprema che è il CONSOLATO. Partendo dal basso, le magistrature indispensabili sono:

1. QUESTURA: questori erano tutti coloro i quali si occupavano dell’amministrazione delle casse dello Stato, avevano una funzione amministrativa;

2. EDILITA’ o TRIBUNATO DELLA PLEBE ( non erano considerate indispensabili ai fini del CURSUS): il TRIBUNATO DELLA PLEBE erano i plebei; L’EDILITA’ erano tutti coloro che si occupavano della costruzione degli acquedotti, delle strade, dell’organizzazione dei giochi e degli spettacoli, ecc.;

3. PRETURA:era una tappa importante. I pretori, inizialmente, erano detti URBANI,si occupavano del diritto, avevano carica giurisdizionale si occupavano fu anche la dei rapporti tra cittadini romani. Intorno alla metà del III secolo a.C. vi fu anche la figura del PRETORE PEREGRINO, che si occupava delle controversie tra cittadini romani e non.

4. CONSOLATO: è la magistratura suprema e più ambita dello Stato; i consoli, nel numero di due, erano detti EPONIMI perché davano il nome all’anno in cui erano in carica. All’inizio, avevano l’IMPERIUM, CHE ERA IL POTERE DI GOVERNARE lo Stato romano (funzione civile), e quindi di convocare il Senato, i Comizi, di presentare le leggi(che non potevano emanare); il potere di comandare gli eserciti (potere militare), che veniva gestito fuori dal pomaerium; il potere di vita o di morte. L’imperium, a Roma, risiedeva nel popolo ( in età repubblicana ), solo che, ovviamente, non poteva essere tutto il popolo a governare, quindi il potere era delegato a un magistrato, quindi al console. Il popolo, attraverso un atto sacrale, lo consegna ad una persona che è il console. In sostanza, il console ha poteri quasi assoluti, di carattere civile, poteri sopra il pretore, giurisdizionali: il pretore doveva avere il suo consenso per emettere un giudizio. I consoli hanno il potere di opporre il veto all’altro console, il potere di convocare il Senato e le varie assemblee. Il potere dei consoli era però limitato da due cose importanti:

a. IL DIRITTO DI VETO, che potevano esercitare l’uno nei confronti dell’altro; b. IL POTERE SI DEVE DISTINGUERE, PERCHE’ LUI LO POTEVA ESERCITARE

SOLO AL DI LA’ DEL “POMAERIUM”, E NON DENTRO. Inoltre, Spettava anche ai consoli la provocatio ad populum (appello al popolo), che poteva essere richiesto da un condannato a morte, attraverso la figura del console (che passava l’istanza). Il potere del console era limitato anche dal pater familias, per tutto ciò che riguardava le leggi all’interno della famiglia degli schiavi. Il console era sempre accompagnato dai LITTORI, che rappresentavano la vita o la morte. Vediamo ora le ASSEMBLEE: SENATO: è un’assemblea formata da tutti i senatori, gli antichi Patres, ma per entrare in Senato occorreva avere un censo altissimo e soprattutto avere ricoperto, poi, una magistratura, quindi, i magistrati, finito l’anno, usciti dalla magistratura entravano in Senato. Il Senato costituiva il continuum, era un’assemblea dove vi erano tutti gli ex magistrati. Il potere di decisione era del popolo ma era pur sempre il Senato a decidere, erano sempre i Patres (non è il popolo ma l’elites).

Era un organo consultivo (dava pareri); essendo l’unico organo stabile era al suo interno che si svolgeva tutto: si occupava della pace, della guerra, di presentare qualche legge; delle spese, delle imposte… COMIZI CENTURIATI: sono quelli più importanti. Sono formati da tutto il popolo riunito in Centurie. Mentre in Età Regia la popolazione era divisa nei Comizi Curiati, ed era stata divisa secondo il criterio etnico-gentilizio, cioè solo quelli che appartenevano alle tre tribù suddette, e solo i Patres vi potevano far parte; in Età Repubblicana, invece, i Comizi Centuriati sono formati secondo un altro criterio che è quello del censo, del reddito, cioè tutta la popolazione di Roma veniva divisa a seconda del reddito, in base al censo, almeno quella dei maschi compresi tra i 17 e i 65 anni, tutti coloro che non avevano reddito erano fuori da queste cinque classi, e sono i proletari o capite censi. Ognuna di queste classi doveva fornire delle centurie (ecco perché Comizi Centuriati), non solo cento uomini ma anche di più, e quindi ogni classe aveva un determinato numero di centurie. Tutti insieme formavano 193 centurie. L’esercito dunque veniva reclutato dalle cinque classi, in base al censo. Ora, avveniva che la prima classe essendo la più ricca in assoluto, aveva più centurie delle altre. La situazione economica delle classi determinava anche l’equipaggiamento militare, che era a carico del cittadino privato e non dello Stato (quindi i più ricchi, senatori e cavalieri, erano i più equipaggiati). L’ordinamento che da luogo alle centurie si chiama ordinamento Serviano perché si fa risalire a Servio Tullio, ma in effetti, per come è congeniato, deve essere per forza di età repubblicana, e non regia). Il compito di questa assemblea era duplice: dentro e fuori pomaerium; dentro: aveva il compito di varare le leggi e di eleggere i pretori e i consoli le magistrature più alte, quindi è il popolo che vota le leggi ed elegge i magistrati. ogni centuria valeva un voto (anche se era costituta da milioni di persone); le classi inferiori erano quelle formate da più persone, ma sempre un voto contavano. La prima classe, quella dei ricchi, aveva 98 centurie, quindi in caso di elezioni i loro voti raggiungevano quel quorum necessario a chiudere le votazioni. Questo faceva dell’ordinamento un sistema pseudo-democratico, perché i più ricchi votavano le figure e le leggi a loro più consoni. Fuori: costituivano l’esercito romano (ora l’esercito è costituito dalle centurie). Tornando alla funzione civile: quando si cominciava a votare, si cominciava sempre dalla prima classe che era più numerosa, quindi si raggiungeva subito il quorum e non si andava oltre, nella prima classe c’erano sempre i senatori. In teoria è il popolo riunito in centurie che vota le leggi, questo sistema dura fino ai Gracchi, Gaio Gracco poi proporrà di estrarre a sorte la classe da dove iniziare. Capi degli eserciti erano esclusivamente i senatori; i consoli, i pretori e gli edili sono senatori. In età Repubblicana è il Console che guida gli eserciti. Poi finirà che Roma si allargherà sempre di più e quindi ci sarà una trasformazione. COMIZI CURIATI: L’Imperium è un potere che si trasferisce con un atto sacrale, sono i Comizi Curiati che si occupano di dare il potere al console, non lo votano ma gli danno il potere, i Comizi Curiati sono formati dal popolo riunito in Curie (formate da tre antichissime tribù romane che sono: RAMNE, TIZI e LUCERI, tre antiche popolazioni romane, non si sa di quale origine fossero, ma sono le popolazioni più antiche), nell’età monarchica avevano un altro potere. I COMIZI TRIBUTI: erano eletti in base alle tribù, cioè il territorio romano era diviso in tante tribù ( tutti i possedimenti romani ), noi conosciamo al massimo trentuno tribù ( come noi siamo suddivisi in circoscrizioni, votavano in base alla tribù di appartenenza ); i Comizi Tributi votano i magistrati inferiori e votano leggi comuni, minori. I Comizi importanti erano quelli Centuriati, quelli Tributi erano di ripiego. Tutti i cittadini romani venivano divisi in tribù; all’inizio erano pochi, col tempo diventarono 35. Anche quando Roma continuava a conquistare non si crearono altre tribù; i conquistati venivano inseriti nelle tribù esistenti. Anche per le tribù, ognuna, in caso di elezioni, valeva un voto. Tra le 35, 4 erano urbane (dentro Roma) e 31 rustiche (nelle campagne fuori Roma); quelle urbane erano costituite da proletari, quelle rustiche da proprietari terrieri. Le prime erano costituite da più persone

numericamente, ma contavano di più le seconde. Il sistema istituzionale, in sostanza, era questo, fermo restando che dovevano essere: annuali, collegiali e gratuite.

PATRIZI E PLEBEI Fin dall’inizio dell’Età Repubblicana, noi osserviamo la contrapposizione tra Patrizi e Plebei (tuttora si discute chi fossero i Patrizi e chi i Plebei ), sono due entità completamente distinte. Di essi sappiamo solo che i patrizi detenevano i poteri ed appartenevano ad una gens, mentre al di fuori dei clan gentilizi c’erano i plebei; ma sono, sia patrizi che plebei, cittadini romani. Ora non sappiamo da dove provenissero i patrizi e da dove i plebei, quindi è sbagliato dare una risposta affermativa. I punti fermi sono questi: che i plebei sono cittadini romani come i patrizi ( cives romani ), ma hanno una capacità di agire limitata. Costituiscono come uno Stato nello Stato, perché i plebei si ritrovano a fare tutto ciò che fanno i cives romani, ma quando si tratta di avere dei diritti, essi, non hanno gli stessi diritti dei patrizi. I patrizi detenevano il potere in nome delle magistrature che ricoprivano, in base al fatto che appartenevano ad una gens e perché erano gli unici che potevano conoscere la volontà degli dei (anticipiamo infatti che qualunque atto, anche riguardante la vita religiosa, veniva svolto sempre dopo aver consultato la divinità). I plebei dunque dovevano solo accettare quello che i Patrizi dicevano. I patrizi detenevano anche il potere religioso e bastava dire che una guerra fosse voluta dagli dei perché i plebei venissero chiamati a combattere. Solo i patrizi potevano prendere gli auspici, cioè solo loro potevano consultare le divinità e avere il responso; quindi erano loro, poi, che ponevano il responso al popolo ( ovviamente, come meglio credevano per loro ); quindi, questi patrizi gestivano il potere con la divinità, cioè imponevano al popolo il loro volere attraverso le divinità, il responso delle divinità. L’unico rapporto esistente tra le due classi era l’istitutionum della clientela, secondo cui ogni qual volta un plebeo si trovasse in difficoltà (di tipo economico, giuridico ecc…), poteva mettersi sotto la protezione di un patrizio, che copriva in questo modo le sue mancanze. In cambio i plebei imbracciavano le armi e votavano per lui. Tra patrizi e plebei non potevano sposarsi, non avevano libertà di connubio. Erano classi separate anche nel credo religioso; i patrizi credevano in Giove, Giunone e Minerva (triade capitolina) e i plebei in Cerere, Liberio e Liberia. Tutto questo finì col far esplodere la rivolta perché la maggior parte dei plebei era ricca e voleva raggiungere, quindi, le magistrature, soprattutto il Consolato, che era la meta più ambita. Così, agli inizi del V secolo ( non si sa bene se nel 499 o nel 498 o nel 454), sul Monte sacro o forse sull’Aventino ( non si sa bene ), vi fu una secessione, allo scopo di non prendere più parte alla vita di Roma. Cioè, nel periodo in cui c’erano le guerre coi popoli vicini, i plebei si ritirarono sul Monte sacro, rifiutandosi di combattere, quindi, si creò un grande danno a Roma, perché la gran parte dell’esercito era costituito da Plebei (quindi erano ricchi perché, altrimenti, non avrebbero fatto parte dell’esercito); recedono solo dietro un preciso corrispettivo, (questa è la prima tappa fondamentale) ottengono, all’inizio un Tribunato della Plebe, con due tribuni il cui compito era quello di essere rappresentanti dei plebei, dotati di diritto di veto, oltre che nei confronti dell’altro tribuno, anche verso le leggi dei patrizi che fossero state contrarie alla plebe. Questi tribuni venivano eletti attraverso le leggi sacrate, di carattere religioso, eletti con particolari formule, riti, quindi la figura del tribuno era inviolabile, sacra, intoccabile. Quindi la sua domus doveva restare sempre aperta, perché aveva il dovere di far rifugiare, nella propria casa, ( il ius auxilii ) chi ne aveva bisogno. Questa sacrosantitas consentì alla plebe di avere dei loro rappresentanti e, quindi, un Concilium plebis, dove loro stessi facevano delle leggi, che venivano rispettate dagli stessi patrizi. Il diritto di veto si chiama “ a posteriore “ perché, in genere, i plebei bloccano la legge appena è stata emanata dai patrizi Questa tappa è molto importante, è la prima tappa fondamentale: il Tribunato della plebe). Potevano, infine, convocare il senato e i comizi. Poi vi saranno anche gli edili plebei. Le

lotte tra patrizi e plebei, durarono 2 secoli e miravano alla parificazione dei diritti (è sbagliato dire che avevano un obiettivo economico). Una data importante della storia di Roma è il 451 a.C. , anno in cui i romani danno l’incarico ad un decemvirato legislativo (corpo composto da 10 uomini) di redigere (presentare) una bozza di leggi scritte (fino ad allora le leggi erano state tramandate oralmente). Tale bozza non fu pronta in un anno e nel 450 a.C. , con una nuova commissione formata da 5 patrizi e 5 plebei, nascono le leggi delle 12 tavole. Questi 2 decemviri, del 451 a.C. e del 450 a.C. , ebbero il potere grazie alla sospensione di tutte le magistrature esistenti in quel momento. Queste leggi scritte saranno una tappa importante per i plebei, ma ciò non significa che erano a loro favore; ma la cosa importante era che finalmente erano scritte e ci si poteva meglio riferire a delle leggi scritte. Citiamone alcune:

la legge sui debiti, secondo la quale, se un debitore non riusciva a pagare il suo debito entro 30 giorni, veniva portato al mercato; se nessuno pagava per lui veniva squartato in tanti pezzi quanti erano i creditori (a questo, però, non si arrivò mai, perché più che squartato veniva venduto come schiavo: a ciò non si arrivò mai perché esisteva l’istituto della clientela, cioè interveniva un ricco patronus che pagava i debiti del debitore e questi diveniva suo cliente, impugnava le armi e difendeva il patronus);

la legge del taglione, secondo cui chi arrecava un danno e non poteva risarcire, avrebbe ricevuto lo stesso trattamento;

legge sul divieto di connubio tra patrizi e plebei; ma la pratica di matrimoni tra le due parti era così diffusa, che questa legge risultò superata (sarà eliminata nel 445).

I plebei avevano finalmente ottenuto un bel po’ di cose. Dopodiché, siamo già nel IV secolo, anni in cui Roma si trova a dover lottare contro i popoli vicini, e Roma ha bisogno dei plebei; quindi i plebei ne approfittano per cercare di bloccare un po’ l’ascesa dei patrizi e ottenere qualcosa per loro. Nel 444 a.C. ,l’ultima cosa che chiedevano era quella di far parte del consolato; richiesta alla quale i patrizi, pur di non rispondere, risposero sospendendo la magistratura del consolato, istituendo le figure dei tribuni militari con poteri consolari, in questo modo uno dei due era plebeo. Solo nel 367 tale magistratura consolare sarà rimessa e tra le due figure che la copriranno una sarà plebea. In questo modo ottennero il consolato ma, da questo momento c’è la parificazione dei diritti tra patrizi e plebei, da questo momento non si parla più di patrizi e plebei ma di nobilitas (aristocrazia al potere ) nobiles sono tutti, patrizi e plebei, che gestiscono il potere , l’unica differenza, fin ora, è quella religiosa ( fino al 300 a.C. ), le migliori posizioni religiose restavano in mano ai patrizi, ciò è pericoloso perché i patrizi, così, potevano gestire il mondo secondo il loro volere; ma da adesso, con la “ Lex Ogulnia “, anche i plebei raggiungono le più alte magistrature religiose, quindi il pontificato, che per loro era essenziale, in questo modo avviene la parificazione. Il fatto che il pontificato massimo l’avessero concesso per ultimo, fa capire l’importanza di avere in mano questo collegio; i pontefici, infatti, stavano a capo dell’organizzazione religiosa, manovrando la religione. La figura del pontefice deve essere vista infatti come una magistratura, il cui potere religioso, quindi, serviva ad imporre quello politico.

LA RELIGIONE ROMANA Abbiamo già accennato che, qualunque atto della vita (anche quotidiana) avveniva sempre dopo aver consultato le divinità; lo scopo era assicurarsi benevolenza e neutralità degli dei (pax deorum). Ogni azione doveva essere, dunque, conforme al ius e fas, cioè al diritto umano e a quello latino. Tra le pratiche divinatorie è prevalsa l’aruspicina (mutuata dagli etruschi), in cui un augure (sacerdote) interpretava la volontà degli dei. Questi auguri facevano parte di un collegio sacerdotale, ed interpretavano soprattutto viscere di animali, il percorso degli uccelli ecc… Altri collegi sacerdotali sono detti per esempio:

pontefici, quando hanno a capo il pontefice massimo (capo degli esperti);

vestali, a cui prendevano parte bambine tra i 6 e i 10 anni; era richiesta la loro purezza dalla dea Vesta e il loro compito era quello di tenere acceso il fuoco della dea. Se si contravveniva alla caratteristica della castità, si veniva sepolti;

flamini, che si occupavano di culti e divinità (detti anche minori o maggiori a seconda del tipo di divinità di cui si occupavano);

feriali, si occupavano del rapporto con i peregrini (i non romani; noi li chiameremmo stranieri) e delle pratiche attinenti alla pace o alla guerra (per esempio, in caso di guerra, pronunziavano una serie di formule e dopo scagliavano l’asta, come atto d’inizio della guerra).

Mentre in età monarchica era il re che si occupava delle pratiche religiose, in età repubblicana i poteri sono scissi: i consoli avevano il potere politico, i collegi quello religioso. Colui che in età repubblicana affondava il coltello al momento del sacrificio, era detto rex sacrificulus; ma l’interpretazione spettava sempre agli auguri o al pontefice massimo. I romani furono, dal punto di vista della convivenza religiosa, per il sincretismo religioso, cioè accoglievano tutte le divinità dei popoli che sottomettevano. Solo gli Ebrei non vollero adorare gli dèi romani, questo sarà causa delle lotte dell’età imperiale. E prima di distruggere ed annettere una città allo stato romano, procedevano alla pratica della vocativo, rivolgendosi alle divinità di quella nuova comunità che volevano sottomettere, affinché questa lasciasse la protezione della città, promettendo in cambio culti e templi a Roma. Fatto questo, la città poteva essere saccheggiata. La maggior parte dei culti orientali è entrata a Roma in questo modo, anche se molti costituiranno un fastidio perché di genere orgiastico!

ESPANSIONE RI ROMA Vediamo prima nel Lazio. Nel Lazio inizialmente c’era una confederazione di città, unite da vincoli religiosi; solo in un secondo tempo si organizzarono politicamente e formarono la lega latina, Roma esclusa. Si avrà una lega latina tra le città del Lazio e la città di Roma, solo in seguito allo scontro tra l’iniziale lega latina (che escludeva Roma) e la stessa città di Roma, che finì con la vittoria romana presso il lago Regillo. Questa seconda lega, nata dopo il fedus cassianum (dal nome del console Cassio), nasce per motivi difensivi contro le città etrusche e italiche. Tra Roma e le città latine il rapporto si basava sul diritto di commercio, sul diritto di matrimonio e sul diritto di poter passare da una città all’altra (quest’ultimo era detto ius migrandi). Erano tutti diritti circolari, cioè che valevano per tutte le città nei confronti di tutte le altre. Questa lega dura quasi due secoli (si scioglie nella seconda metà del IV secolo), durante i quali non si fa altro che assistere alla supremazia di Roma, alla quale le città latine provavano a ribellarsi. Finché Roma, nel 340-30, riesce a sconfiggere la lega e da questo momento le cose cominciano a cambiare: i 3 diritti di cui abbiamo parlato varranno solamente tra le singole città latine e Roma (e non più tra le stesse città latine); finita la lega le città latine verranno considerate soci o alleati (non ancora sudditi), ma controllate sempre da Roma. Comincia da questo momento la conquista romana dell’Italia. Ricordiamo tra le guerre principali, quelle sannitiche; i sanniti, di origine italica, erano un popolo montanaro, che scendeva verso la pianura per cercare terre da coltivare. Era anche un popolo bellicoso, che anche se sottomesso, mostrava il suo carattere. Le città greche ancora esistenti, erano organizzate in città stato, senza esercito, se non costituito da mercenari che venivano reclutati in caso di bisogno. La città più importante era Taranto, che aveva rapporti commerciali con l’oriente; vista la continua inimicizia tra città stato, quella di Turi chiese ed ottenne l’aiuto della città di Roma, sotto il protettorato della quale si sentiva più sicura. Roma e Taranto così entrano in guerra; Taranto, non avendo esercito, richiese l’aiuto di Pirro, re dell’Epiro (Molossi), generale stratego, genero di Agatocle, tiranno di Siracusa ed imparentato con le dinastie greche. Pirro aveva un progetto, quello di creare un grande stato greco, che unisse le città greche dell’Italia e dei sicilioti, cacciando i cartaginesi dalla Sicilia. All’inizio le sorti della guerra furono in mano a Pirro, che usò

una tattica militare che i romani non conoscevano (a parte l’aiuto degli elefanti, che non conoscevano neanche). Di fronte a tanta forza, Roma pensò di concludere un trattato di pace con Pirro (509), intenzione che fu subito ostacolata dall’avanzata delle navi cartaginesi, come monito nei confronti delle intenzioni romane. Siamo nel 280; a questo punto è con i cartaginesi che Roma firmerà un trattato contro Pirro. Il trattato con i cartaginesi prevedeva la divisione delle sfere di influenza tra Roma e Cartagine (Roma non poteva attraversare il capo Bonne in Tunisia); quello con Pirro prevedeva che Roma non oltrepassasse il Tirreno (Roma era più pericolosa e si cercava di ostacolarla quanto più possibile). Lo storico Polibio (del III-II secolo a.c.) parla di questi trattati e ne menziona un terzo (tra il primo e il secondo), ma di esso non se ne conoscono le modalità. Pirro vince ma perde molti uomini; dopo aver raggiunto la Sicilia ne è costretto subito a scappare, perché, nonostante fosse stato accolto con gioia, determinò l’odio degli abitanti nel momento in cui egli iniziò ad imporre molte tasse. Lasciata la Sicilia e tornato in Italia, viene sconfitto nell’odierna Benevento (Malaventum); da lì torna in Grecia, dove morirà da lì a poco. Tra le città greche, intanto Taranto sarà costretta ad arrendersi; le altre si consegneranno spontaneamente a Roma; quest’atto verrà detto “deditio in fidem”, che consisteva proprio nell’affidarsi a Roma senza combattere, avendone riconosciuto la superiorità. All’interno dell’Italia, le popolazioni non sono sudditi ma socii, e non pagano tributi, mentre le popolazioni fuori Italia sono sudditi. In Italia in questo momento vi erano: città federate, in modo equo o iniquo sono quelle legate a Roma da un fedus, trattato, e possono essere: federa equa o federa iniqua, a seconda se siano trattati pari a Roma o no, a seconda di quanto una città potesse nuocere; tanto meno nuoceva tanto equo era il trattato tra le città e Roma (equo cioè basato su condizioni di uguaglianza); città municipi, cioè non federate; erano quelle già esistenti organizzate autonomamente, cioè sono le città che già esistevano e sono, poi, state sottomesse a Roma, non venivano distrutte, le quali o erano senza diritto di voto (sine suffragio) o lo avevano a pieno diritto (optimo iure); colonie, città che sorgono ex novo sul territorio conquistato, in seguito all’invio in quei territori di cittadini romani o italici che fondassero la colonia (dedurre una colonia). Erano città o di diritto romano se abitate da cittadini romani, o di diritto latino se abitate da latini. Siamo nel III secolo; Roma ha conquistato tutta l’Italia; solo la Sicilia era in mano ai Cartaginesi ed era meta romana, perché l’isola costituiva il centro del Mediterraneo, favorevole quindi al commercio. I Latini non hanno diritto pieno di voto, solo i cittadini romani hanno pieni diritti di voto ( le città di diritto latino non hanno il diritto di voto ). Fuori dell’Italia abbiamo un sistema provinciale. I territori conquistati diventano sudditi e sono obbligati a pagare dei tributi. La prima provincia romana è la Sicilia (in genere la Sicilia pagava tributi in frumento, era considerata il “ granaio “ di Roma ), poi abbiamo la provincia di Sardegna- Corsica. Cartagine, con le guerre puniche perde: la Sicilia, la Spagna e, infine il territorio d’Africa corrispondente a Tunisi. Tutte queste province sono nel settore occidentale del mediterraneo. Tra il III secolo a.C. e quasi la fine del II secolo a.C. , si può dire che Roma ha conquistato tutto il bacino del Mediterraneo, ciò porterà a un mutamento di regime, non a caso gli ultimi due secoli della Repubblica sono un periodo di grande crisi, perché è cambiata l’economia e la società. Prima vi era un’economia prettamente agricola e pastorale, vita semplice in cui vigeva il rispetto per gli antenati, per il pater familias, ora la situazione è cambiata perché si riversa sul mercato una grande quantità di oro e pietre preziose, si riversa sul mercato, anche, un gran numero di schiavi. Quindi, l’economia agricola, che prima era contrassegnata da una conduzione familiare, ora passa a un sistema di produzione schiavistico, addirittura ci saranno uomini potenti di Roma che avranno circa mille/duemila schiavi, che potranno essere armati, e ognuno avrà un suo esercito ( per dire come cambia una struttura sociale ).

Intanto c’è un’altra situazione più grave: c’è stato un secolo e mezzo di guerra, allora chi aveva già degli schiavi poteva andare a fare la guerra lasciando gli schiavi a lavorare , chi, invece, aveva i campi a conduzione propria ( familiare ) e partiva per la guerra, al ritorno trovava i campi sterili, quindi erano costretti a vendere ai grandi proprietari terrieri e diventare braccianti. Allora, si verificò una società in cui vi erano i troppo ricchi e i troppo poveri, i nullatenenti, i capite censi. In tutto questo la conseguenza fu che sorse un altro grande problema, essenzialmente militare, perché l’esercito è costituito dalle cinque classi e nel momento in cui vengono a mancare la terza, la quarta e la quinta classe, l’esercito perde la sua ossatura ( il problema è questo )perché solo i proprietari terrieri potevano far parte dell’esercito. L’altro grande problema erano i barbari. Imperialismo: Prevede la sopraffazione di uno stato da parte di un altro. Il termine nacque nel 700, ma risale ai greci. Lo storico Polibio, a Roma al servizio degli Scipioni, giustificava ed esaltava l’imperialismo romano, perché pensava che Roma avesse un buon ordinamento politico e che ciò bastasse per giustificare la sua posizione imperialista.Considerava la costituzione romana, mista perché in essa vedeva elementi aristocratici, monarchici e democratici; l’aristocrazia era impersonata dal senato, la monarchia dai consoli, la democrazia dal popolo riunito nei comizi. Non vi era l’accentuamento di un sistema politico a discapito di un altro. Con lo sbarco dei romani in Sicilia, si ha la prima guerra punica, che vede schierate da un lato tutte le città greche e Roma contro Cartagine (originariamente costituita da fenici). Apriamo una parentesi per dire che mentre le colonie romane sono formate da cittadini romani che mantenevano rapporti con Roma, quelle fenici e greche rompono i rapporti politici con la madre patria (organizzandosi autonomamente come città stato). Con la prima guerra punica Cartagine perde la Sicilia (sfavorita in questo dall’assenza di un vero e proprio esercito, posseduto invece da Roma), che diventa prima provincia romana (i provinciali sono sudditi). Siamo alla metà del III secolo; l’unico territorio libero in Sicilia rimarrà quello di Gerone di Siracusa, nei confronti del quale Roma sarà grata in seguito all’aiuto che egli portò alla città. Con la conquista della Sicilia, inizia la dominazione romana fuori dall’Italia.Subito dopo, Roma annette la Sardegna e la Corsica arbitrariamente (questo è imperialismo vero e proprio).

La prima guerra punica (264-241) GUERRE PUNICHE

La seconda guerra punica (218) si sviluppa in Spagna, dove i cartaginesi riuscirono ad espandersi, destando l’attenzione di Roma e procedendo con questa a firmare il Trattato dell’Ebbro nel 229 (fiume della Spagna vicino i Pirenei), che prevedeva le sfere di influenza di entrambi i contendenti: i cartaginesi infatti ottennero le sfere di influenza delle città al di sotto dell’Ebbro, Roma di quelle al di sopra dell’Ebbro. Cartagine per motivi personali invade Sagunto, città spagnola del meridione, che anche se alleata con Roma, quest’ultima non poteva intervenire in base al trattato. Sagunto a questo punto fu distrutta e Roma costretta ad intervenire. Ha così inizio la seconda guerra punica. Questa seconda punica fu la più importante delle tre, perché coinvolse più fronti: parte dalla Spagna, si sviluppa in Italia, Sicilia, attacca il settore orientale (Filippo V di Macedonia). In Sicilia Gerone muore e il nipote che gli succede si allea con i cartaginesi; Filippo V approfitta della situazione in cui si viene a trovare Roma per imporre il suo potere nelle città greche orientali. Roma fu messa in difficoltà dai diversi focolai che la guerra aveva generato. La guerra fu condotta da Annibale (della famiglia dei Barca, nemici di Roma), che oltrepassate le Alpi riesce a sconfiggere i romani nel Ticino, Trabia e nel Trasimeno e a sollevare contro i romani tutti i popoli che incontrava, ormai non più disposti a sottostare a Roma. Annibale riesce a vincere i romani anche a Canne (Canosa di Puglia) e si ritira a Capua aspettando rinforzi dalla Spagna. Roma contrattaccò attuando la tattica del temporeggiatore (la guerra infatti durò molto) che poteva andar bene per i romani, ma non per chi si trovava in suolo straniero, in seguito alla impossibilità di rifornirsi. In Sicilia i siracusani si schiereranno con Cartagine; ma i romani riusciranno a sconfiggerla. La fine della guerra sarà portata in Africa, dove Scipione l’Africano riuscirà a sconfiggere i romani. Massinissa, re della Numidia, regno confinante con Cartagine, che verrà

nominato guardiano da Roma per le città cartaginesi conquistate, grazie all’aiuto che portò alla città, forte del suo potere cominciò a togliere terre ai cartaginesi, che in funzione del Trattato dell’Ebbro non potevano dichiarargli guerra. Dovettero per molto tempo subirlo. Questo farà scoppiare la terza guerra punica. La Spagna fu conquistata, ma prima che venisse organizzata dal punto di vista amministrativo, ci volle del tempo. Combatteva continuamente contro i popoli ribelli; fu divisa in Spagna ulterior (meridionale) e citerior (settentrionale). Circa l’espansione di Roma, all’interno del senato si creeranno degli scontri, tra chi sosteneva che bisognasse espandersi verso la Gallia Cisalpina e l’Italia (si trattava dei conservatori dediti all’agricoltura, tra i quali Catone) e chi verso l’oriente (i progressisti dediti al commercio, tra cui gli Scipioni). Vinsero gli Scipioni. (Non fare le guerre Macedoni). Nello scacchiere orientale vi erano quegli stati nati dalla disgregazione dell’impero di Alessandro Magno, il Macedone, che regnò appena 10 anni e morì nel 323 a.C.Egli userà un approccio diverso alla cultura; sarà infatti aperto verso le altre culture (diversamente che non la cultura classica- greca). Con lui infatti entriamo nell’ Ellenismo, che prevede l’incontro tra la cultura greca e quella orientale. Il progetto era quello di creare un grande Stato e una grande cultura grazie all’incontro delle diverse culture.Nel 323 a.C. alla sua morte questo grande impero viene smembrato tra i suoi generali (d’altronde non lascia eredi) in regni ellenistici che pian piano cadranno sotto l’orbita romana. Un momento importante è determinato dall’anno 196 a.C. ; mentre Roma è aperta all’ Oriente, Tito Finzio Flaminio dichiara a Corinto la libertà delle città greche (cioè niente presidi e niente tasse). 50 anni dopo (146 a.C.) Corinto viene rasa al suolo; Roma in questo modo dimostrerà le sue vere intenzioni e tutte le città cadranno divenendo province romane. Si conclude la terza guerra punica. Massinissa invaderà i territori cartaginesi; Cartagine manderà un’ambasceria sia verso Massinissa che a Roma, ma non otterrà niente. Sarà costretta a difendersi da sola, e d'altronde nel parlamento romano Catone affermerà continuamente la necessità di distruggere Cartagine, considerata la causa dei mali di Roma. Si dà il via allo scontro con Roma. Quest’ultima farà richiesta ai cartaginesi di ritirarsi nell’entroterra lontano da Cartagine, città di mare che ha in questo la sua potenza. I cartaginesi preferiranno rinchiudersi nella città e lasciarsi morire lì, piuttosto che affrontare il

pericolo del Sahara. Molti si uccisero tra loro, per non cadere in mano ai romani; il territorio di Cartagine fu consacrato agli inferi, cioè lì non sarebbe stato più costruito nulla. Alla metà del II sec d.C. si avrà la massima espansione dello stato romano, quando Roma avrà conquistato sia il bacino orientale che occidentale.In seguito all’incontro con la cultura greca, il mondo romano vive una trasformazione culturale, religiosa, economica e sociale. Quest’ultima perché le conquiste dell’oriente portano a Roma tante ricchezze e tanti schiavi. In seguito alle guerre i piccoli proprietari terrieri che avevano lasciato i campi per andare a combattere non si ritrovarono più niente; i loro territori furono acquistati dai grandi proprietari terrieri ( i primi diventarono proletari). Delle 5 classi iniziali presenti nella società romana ne rimasero 3; nel II sec. se ne aggiunse un’altra, quella degli equites (cavalieri), figli di senatori, la cui principale attività sarà quella di appaltatori, i cui guadagni, cioè, saranno investiti nelle terre.

TIBERIO E CAIO GRACCO Il II secolo a.C. è il secolo in cui incomincia un periodo di crisi che porterà all’Impero, un periodo contrassegnato da guerre civili e da profonde trasformazioni. In seguito alle trasformazioni che si generarono a livello sociale, due problemi vennero alla luce: quello sociale (perché la classe dei piccoli proprietari scomparve) e quello militare, perché mancavano gli eserciti. In seguito a questa situazione, Tiberio e Caio, siamo intorno al 134 a.C. , capirono che l’unico modo per rimanere a galla era quello di concedere delle riforme. Ma questo non fa di loro dei democratici (vanno ricordati infatti come riformisti); infatti aristocratici, figli di Sempronio (appartenente ad una gens plebea importante), essi avevano esclusivamente lo scopo di superare la crisi del momento.

La prima riforma verso cui procedette Tiberio fu quella agraria, la più grande dell’epoca romana; ce ne era stata infatti un’altra nel 367 a.C. . La riforma agraria stabiliva che ogni proprietario terriero, non poteva possedere più di 500/1000 iugeri (dipendeva dal numero dei figli maschi) di ager pubblicus (cioè territori dello Stato). Se se ne possedeva di più, il di più doveva essere restituito allo Stato. Non era una legge che intaccava la proprietà privata, che si poteva possedere in misura illimitata; ma quei territori che si possedevano senza che spettava (perché erano dello Stato), infatti, in passato, man mano che Roma si andava estendendo, le terre conquistate venivano ridistribuite ai ricchi possidenti, erano loro che si impossessavano tramite un piccolo canone ( vectovigal ) di questo territorio. Questo territorio, che ufficialmente era del popolo romano, veniva dato in affitto ai ricchi possidenti dietro il pagamento di un canone ( vectovigal ); col tempo, questi ricchi possidenti finirono con l’incamerare queste terre che divennero loro proprietà. Questo terreno restituito veniva ridistribuito ai cittadini romani nullatenenti. In questo modo si sarebbero ricreati i piccoli proprietari terrieri e le classi sociali che mancavano. Tiberio Gracco non è un rivoluzionario, tutt’altro, fa parte dei riformisti, coloro che preferiscono fare delle riforme a carattere popolare per guardarsi le spalle, perché lui era un grande proprietario terriero. E’ chiaro che questo destò lo stesso lo scontento nei Senatori, perché questi, ormai, ritenevano i terreni pubblici proprietà loro, quindi, opposero il veto ( l’altro console oppose il veto ). Ma la legge fu approvata, perché Tiberio fece in modo che l’altro console venisse deposto e ne fosse eletto un altro più favorevole alla legge. Al finanziamento di questa riforma furono destinati i tesori del regno ellenistico di Pergamo (che il re Attalo lascia in eredità a Roma nel 134/33 a.C. , non avendo altri eredi), mossa che fu possibile grazie all’approvazione che ricevette dai comizi, scavalcando il senato. Questo cercò di opporsi invogliando il secondo Tribuno (Tiberio era tribuno e ricordiamo che tribuni romani erano 2 con diritto di veto l’uno nei confronti dell’altro) a porre il veto su Tiberio, ma questi riuscì invece a far deporre il collega dal popolo. La legge quindi fu approvata e furono nominati i 3 uomini (triumviri) addetti alla ripartizione delle terre. Ma la legge fu disattesa, portata per le lunghe e dopo che Tiberio presentò la candidatura per l’elezione dell’anno successivo, si sparse la voce che egli volesse aspirare alla monarchia. Bastò questo a determinare la sua morte; fu ucciso. Quando il fratello Caio, 10 anni dopo, si ripresenta alla candidatura, questi riprese la riforma agraria del fratello, ma soprattutto si rese conto che fossero necessari, per portare avanti le rivendicazioni, più alleati; bisognava aumentare la base del consenso, che non poteva derivare più esclusivamente dal popolo (per accalappiarsi il quale emanò la “legge frumentaria”, che poneva la vendita del frumento a prezzo politico, cioè la metà lo pagava lo Stato), ma era necessario anche quello del ceto equestre (dei cavalieri), che inserì nei tribunali (per porre fine alla corruzione interna ai tribunali, dove i governatori alla fine del loro mandato venivano sottoposti a giudizio, a causa del loro tiranneggiare le popolazioni locali, ma mai condannati perché lo stesso tribunale era formato da giudici senatori); un’ulteriore mossa fu quella di concedere la cittadinanza romana a chi aveva il diritto latino e quest’ultimo a chi non l’aveva tra i cittadini romani. Un’ultima cosa che propose fu di estrarre a sorte la classe sociale con cui si sarebbe dovuto cominciare a votare. La legge sulla concessione della cittadinanza romana e del diritto latino, unitamente a quella, che ora vedremo, della deduzione di colonie in territorio di Cartagine, fu quella che segnò la sua condanna.Nessuno, infatti, tra le popolazioni locali, era disposto ad andare a Cartagine (semplicemente perché si trovavano bene dove stavano) e quando il tribuno Livio Druso (che il senato gli pose contro) propose di creare delle colonie vicino Roma, le popolazioni preferirono questa seconda possibilità che non la prima, abbandonando Caio Gracco. Inoltre, la legge sulla riforma che prevedeva la restituzione delle terre ai soli cittadini romani, determinò la rabbia degli italici, che senza cittadinanza non le avrebbero potuto ottenere (eppure era quel popolo che si dava più da fare per Roma). Il Diritto Latino, che avevano tutti, comportava: il “ ius migrandi “, il “ ius connubii “, il “ ius commercii “, non comportava però il diritto di voto( che era la cosa più importante, perché comportava l’elettorato attivo e l’elettorato passivo ). Questa legge dei Gracchi danneggiava gli Italici perché, non avendo la cittadinanza romana, non potevano

usufruire dell’ager pubblicus. Questo problema della cittadinanza, Caio Gracco, l’avvertì e propose questa legge, ma non fu approvata, solo la legge frumentaria fu approvata perché la Plebe non volle fare approvare la legge sulla cittadinanza. Una legge, però, che riguarda i Tribunali che dovevano giudicare i governatori delle province, che si macchiavano di “ peculato “ e “ concussione “( i governatori delle province, quasi tutti, si macchiavano di tante atrocità nei confronti dei provinciali; in quell’anno in cui si trovavano lì, spogliavano le province di tutto ciò che avevano, però, appena finiva l’anno di carica, non essendo più immuni, venivano giudicati dal Tribunale “ De repetundis…”. Fino a Caio Gracco, i Tribunali erano formati solo da Senatori, e i Senatori, per il fatto di essere essi stessi dei governatori, cercavano di coprirsi a vicenda.La legge che cercò di far votare Caio Gracco fu quella di far entrare nel Tribunale trecento cavalieri equestri, che era il ceto subito inferiore ai Senatori (grandi proprietari terrieri ), il ceto equestre sono i grandi commercianti , banchieri, coloro che si occupavano dei traffici di vario tipo, e col ricavato compravano i terreni. Ovviamente, tra questi due ceti c’era concorrenza. Dunque, immettendo questi trecento membri del ceto equestre, i Senatori potevano essere più controllati. I cavalieri erano soddisfatti di questa legge, però, poi, la legge della “ deduzione di colonie in Africa “, rese inviso, ai cavalieri, Caio Gracco. Cioè, nel territorio di Cartagine, che era stata distrutta nel 134 a.C. (e il territorio era stato dedicato agli dèi inferi), Caio Gracco volle fondare delle colonie (deduzione delle colonie) perché vi era un terreno molto fertile. In questo modo avrebbe dato delle terre ai Romani, che, così, avrebbero avuto di che vivere; ma, i Romani, non si volevano spostare da Roma e, mentre Caio Gracco si trovava in Africa, il suo collega, Druso, ovviamente istigato dal Senato, propose delle colonie vicino Roma. E’ logico, così che i Romani abbandonarono Caio Gracco, perché, per loro, quella di Druso era la soluzione migliore; questo finì con l’alienargli le simpatie, dopo di ciò fu ucciso o si fece uccidere, non si sa bene; ma i problemi degli Italici e dell’esercito rimasero insoluti. Con i Gracchi si chiude, in un certo senso, il momento più democratico della storia. Siamo alla fine del II secolo, nel 123 a.C. circa, rimane insoluto il problema dell’esercito e della cittadinanza romana.

GLI ULTIMI DUE SECOLI DELLA REPUBBLICA Gli avvenimenti degli ultimi due secoli della repubblica determinarono proprio il passaggio dall’età repubblicana a quella imperiale. Si assisterà in particolare all’emergere di nuove figure che cercano di accentrare i poteri nelle proprie mani. Un esempio lo sono Mario e Silla. Al problema dell’esercito provvide Caio Mario, verso la fine del 100 a.C. , ci ritroviamo con l’Italia, se non l’impero(come struttura ) romano, invaso dai Cimbri e dai Teutoni, c’è Giugurta, dall’altro lato che si era impossessato della Numidia (leggere! ), quindi l’Italia si trova minacciata da queste popolazioni e l’esercito non è adeguato (mancando la terza, la quarta e la quinta classe ) a questa situazione. Allora Mario fa una legge, che non sopprime la prima forma di reclutamento, ma consiste in: da Mario in poi tutti i proletari, i nullatenenti, potranno arruolarsi come volontari, come professionisti, e venivano pagati, ma non erano mercenari. Mario è ricordato (a parte per le dispute con Silla, di cui non ci dobbiamo occupare) per la riforma dell’esercito. Da un lato questa riforma risolse il problema della mancanza dell’elemento militare e diede subito frutti positivi, perché arrestò l’invasione dei Cimbri e dei Teutoni, dall’altro però ciò determinerà uno dei presupposti chiave dell’età imperiale, e che costituirà la caduta dell’impero romano. Si cominciarono a formare, infatti, dei corpi di forza, centri di potere, che combatteranno per il loro comandante, spinti da quel che egli prometteva loro! E se qualcun altro prometteva qualcosa di meglio, erano pronti a schierarsi con qualcun altro. Erano tanti gli eserciti che si vennero a formare, tutti in lotta tra loro; ciò porterà ad un potere sempre superiore degli eserciti. Mario (fine II secolo, inizi del I) era un grande generale; è definito omo novus, perché riuscì, per le sue qualità, ad assurgere al potere senza ricoprire nessuna magistratura intermedia, ma balzando

direttamente al potere (solitamente l’omo novus derivava dal ceto equestre).Un grave episodio dell’inizio degli anni 90, da non dimenticare, è stata la guerra sociale o italica. Gli italici quando videro che né i Gracchi né Livio Druso, riuscirono nell’intento di concedere loro la cittadinanza romana, presero le armi contro Roma, formando uno Stato dentro lo Stato (ebbero un loro senato, i comizi, coniarono monete, ebbero una loro capitale). Il problema della cittadinanza fu risolto con la guerre sociale. Tra l’altro, contemporaneamente, Mitridate ( Re del Ponto )aveva cercato di invadere i territori romani, ed era arrivato già ai Balcani, e Roma non poteva difendersi perché lottava contro gli Italici. A questo punto, Roma capisce di dover risolvere il problema con gli italici prima di potersi difendere in Asia Minore. All’interno di questa guerra civile si distinse Silla, che propose la cittadinanza a tutti coloro che avessero deposto le armi ( entro sei mesi ). Concessa loro la cittadinanza romana, gli Italici combatterono, a fianco dei Romani, contro Mitridate. Un’occasione in cui si rivelerà Silla per esempio sarà la guerra giugurtina, cioè contro Giugurta (di cui parla Sallustio). In breve (ma per maggiori chiarimenti vedere il libro), alla morte di Massinissa, re della Numidia, Giugurta cerca di impossessarsi del suo regno; ma tradito dal suocero in accordo con Silla, questo regno viene dato in parte allo stesso suocero di G., Bocco, re della Mauritania. Inizialmente lo scontro fu forte; poi intervenne Mitridate, re del Ponto, che approfittando della situazione di Roma, attaccò i territori romani (gli stati cuscinetti di quella zona), con l’intenzione di crearsi lo sbocco nel mediterraneo. Già abbiamo due grandi problemi risolti, ma un altro grande problema è quello che si scatena, all’interno del Senato, tra “ optimates “ e “ populares “. Gli “ optimates “ erano gli aristocratici per eccellenza, i conservatori; i “ populares “erano i democratici. Entrambi differivano per i programmi ma non per l’ideologia di base, perché erano, sempre, tutti Senatori; quindi, avevano una propria ideologia che era quella del latifondo, della proprietà terriera, differivano solo per i programmi ( in fondo, Cesare, anche se era democratico, era sempre un proprietario terriero ).Gli optimates e i populares insanguinarono tutto questo periodo, fino ad arrivare ad Augusto ( è il periodo in cui si afferma il primo triumvirato, fino ad arrivare a Tepido….). I populares sono, pur sempre, aristocratici.(Quindi, è un periodo di guerre civili, da cives , tra cittadini stessi, il periodo del primo triumvirato: Cesare, Pompeo e Crasso. I tre uomini più importanti di questo periodo. Questo primo triumvirato è un accordo privato non è un’istituzione). Prima di continuare con Mario e Silla, dobbiamo dire qualcosa sulle rivolte servili. Furono tre: 140- 132; 104-100; l’ultima è quella di Spartaco del 73.Le rivolte servili partivano da schiavi pastori che, a differenza di coloro che lavoravano legati alle catene, in quanto liberi creavano problemi allo Stato romano.Ma erano rivolte che fallirono presto; gli schiavi infatti non erano in sintonia tra loro. Molto grave fu la rivolta di Spartaco, un gladiatore venuto da Capua e che tenne in scacco le legioni romane per 2 anni.Attorno a Spartaco si coagularono gli interessi degli emarginati e dei diseredati a causa del dominio romano. Alcune rivolte passarono in Sicilia, da dove tentarono di fuggire con delle navi che però furono fatte sparire dai pirati. Alcuni fuggirono verso nord e furono annientati da Pompeo; altri verso sud e furono annientati da Crasso.Spartaco morì in battaglia, anche se si dice che il console romano lo costrinse ad assistere alla morte in croce dei suoi uomini e che lui fosse stato l’ultimo ad essere crocifisso. Torniamo a Silla Era un uomo dell’aristocrazia senatoria, intenzionato a riportare il potere nelle mani del ceto senatorio. Mario invece più democratico è essenzialmente ricordato per la guerra giugurtina e la riforma dell’esercito.Nell’83 Silla torna a Roma con l’esercito, contravvenendo alla legge del pomerium. A porta collina sconfigge e fa strage dei mariani. Tutto il resto che seguirà sarà affidato a Pompeo.Nell’82 Silla ebbe una serie d’onori, fra cui la dittatura a vita, carica che gli dava la possibilità di riscrivere la costituzione della repubblica; in questo modo avrebbe posto fine alle guerre civili e avrebbe portato in auge il senato. La cosa principale che fece fu quella di eliminare i cavalieri dai tribunali e restituire tutto al senato; un’altra legge che serviva a non scontentare i cavalieri fu quella di introdurre 300 di loro in senato; inoltre mise un argine al potere dei tribuni della plebe; ed un altro elemento importante fu che divise

per i consoli il potere civile da quello militare. D’altronde l’impero si era esteso ed era impensabile che il console avesse entrambi i poteri (come avrebbe potuto stare a Roma e capeggiare un’azione militare da un’altra parte); cosicché nell’anno in cui era in carica avrebbe avuto solo i poteri civili, l’anno successivo poteva coprire la carica di proconsole fuori Roma, quindi potere militare. Un’altra grande riforma riguardò il pomaerium, esteso vicino Roma e abbiamo detto che egli entrandovi con l’esercito trasgredì le regole. Per evitare che ciò potesse ripetersi lo allargò, a nord al confine delle terre con gli italici (al Rubicone), a sud fino allo stretto di Sicilia, ad est con Brindisi (con l’Adriatico), ad ovest col Tirreno.Nel 79 morirà; il suo successore sarà Pompeo, uomo che sapeva combattere e che si distinse nella guerra contro gli schiavi; aveva combattuto Sartorio in Spagna (governatore che si era scagliato contro Silla); ciò lo rese forte e nel 70 ebbe il consolato insieme a Crasso. Erano entrambi 2 uomini importanti; Crasso era un imprenditore che riuscì ad arricchirsi enormemente. Pompeo tornando dall’oriente aveva dato sistemazione ai territori conquistati, quale quello di Mitridate, la Palestina; molti erano regni clienti. Il suo scopo era quello di tornare a Roma e fare riconoscere le sue conquiste orientali da senato e di dare ai suoi veterani delle terre. Ma sbarcato a Brindisi senza esercito (perché già vigeva la legge sillana sul pomaerium), il senato lo riconobbe come un uomo qualunque allo scopo anche di scrollarlo di quel prestigio che lo avrebbe potuto rendere pericoloso. In seguito a ciò il sento né riconobbe le sue conquiste, né diede le terre ai suoi veterani.

PRIMO TRIUMVIRATO È questo il motivo ufficiale che sta dietro il primo triumvirato, che fu costituito da Pompeo, Crasso e Cesare. Crasso, grande imprenditore, che finanziò questo triumvirato, ma in cambio voleva riconosciuti gli appalti della provincia d’Asia, cioè la Turchia odierna, l’ex territorio di Pergamo, che morendo Attalo III, fu ottenuto da Roma senza combattere, perché fu un dono di Attalo III. Da Pergamo Roma riceveva le imposte, perché Pergamo era una provincia molto ricca; quindi, Crasso voleva gli appalti di questa provincia. Si era distinto nella rivolta degli schiavi, ma anche a lui il senato non gli riconobbe gli appalti delle province più importanti .Cesare era di illustre famiglia, della gens iulia la più importante a Roma( che vantava la discendenza da Enea), che aveva però un patrimonio molto scarno. Cesare voleva essere eletto console, dopo avrebbe avuto l’ambizione di andare in Gallia.Fu così che nel 60 a.C. questi 3 uomini si allearono nel primo triumvirato, che, diversamente dal secondo, fu determinato da un accordo privato (invece il secondo sarà costituito da una magistratura). Cesare e Pompeo ottennero, nel 59 a.C. , il consolato, riuscendo in questo modo a realizzare le ambizioni dei 3: quanto a Pompeo riconobbe le terre orientali e la sistemazione data ad esse e distribuì le terre ai veterani; quanto a Crasso furono datigli gli appalti delle principali e ricche province. Quanto a se stesso riuscì ad ottenere, nel 58 a.C. , il governo delle Gallie, Narbonese e Cisalpina. Il suo obiettivo era quello di assoggettare tutta la Gallia e ci riuscì; ma il successo determinò l’ostilità con Pompeo, che tornò ad avvicinarsi al senato e, in seguito anche alla lontananza di Cesare, ciò determinò la crisi del triumvirato. Crasso intanto muore ucciso combattendo contro i Parti e le insegne imperiali cadono nelle loro mani. Pompeo si fa nominare “consul sine collega”, ottenendo grossissimi poteri; a Cesare che intanto era in difficoltà con delle tribù, fu intimato di tornare in Italia lasciando l’esercito; ma sapendo che sarebbe stato condannato, passò il rubicone con l’esercito. Ciò diede inizio alla guerra; ma prima che Cesare giungesse a Roma, tutti riuscirono a sfuggire.

CESARE Cesare a Roma si distinse per la sua clemenza, assunse un atteggiamento conciliante nei confronti degli oppositori, e questo fece sì che avesse l’appoggio del popolo; quelle che prima erano ostilità, si trasformarono in simpatia. Fu un grande generale, infatti si porta in Egitto dove il re Tolemeo gli offrì la testa di Pompeo, suo intimo amico, che si era rifugiato lì. Fece una serie di guerre per

ristabilire la pace in Asia Minore, in Egitto e Spagna, e tornò, da trionfatore, a Roma ( rivederlo dal libro ) nel 46 a.C. , qui ha un grande trionfo, infatti nasce qui la famosa frase: “ veni, vidi, vici “, per indicare la fulmineità dell’azione di Cesare.Cesare nel 46 a.C. ( abbiamo la trasformazione della Repubblica ) ottiene una serie di onori dal Senato, tra cui la dittatura a vita, che è una magistratura straordinaria pericolosissima. Dare a Cesare la dittatura a vita era come se gli si desse tutto il potere. Perché l’uccisione di Cesare? Dire perché voleva aspirare alla Monarchia è falso perché Cesare aveva già il potere a vita, e desiderare di più non si sarebbe potuto, in quanto aveva già tutti i poteri in mano! A dare fastidio era la sua legislazione sociale ed economica, che tra le altre cose contemplava il condono dei debiti e ciò, per i grandi latifondisti, che erano grandi debitori, sarebbe stato un guaio. Cesare fece una legislazione molto popolare, a vantaggio dei ceti più disagiati, degli schiavi; tutto questo è chiaro che portò una nota di dissenso in quella parte del Senato che era più importante, quella dei latifondisti. Quindi, Cesare era un pericolo, un ostacolo per l’oligarchia che era al potere Si legò a Cleopatra, da cui nacque un figlio Cesare Tolemeo (suo unico figlio naturale).Cesare riporta vittorie in Spagna, Africa, Asia minore; questa eccezionale attività viene compendiata in una famosa frase “veni vidi vici”. Nell’ambito del senato si crearono 2 correnti: coloro che volevano andare avanti con Cesare e coloro che lo ritenevano pericoloso e che temevano che volesse diventare un monarca. Ma uno che ha già la dittatura a vita , ha già tutti i poteri in mano; semmai si può pensare che la sua legislatura togliesse qualcosa ai senatori e che ciò abbia creato problemi per la paura di perdere parte dei loro beni. Per questo, nel 44 a.C. , presso la curia del senato, fu ucciso con 33 coltellate, alle idi di marzo. Si difese fino all’ultimo, ma quando vide tra i congiurati Bruto e Cassio (suoi uomini fidati), si coprì col mantello e si lasciò uccidere. La situazione che si determinò nel senato fu paradossale, perché o si sarebbe dovuto condannare Cesare (cioè cancellare la sua opera) o i suoi congiurati. La situazione paradossale stava nel fatto che da un lato si riconobbe tutta l’opera di Cesare, dall’altro fu concessa l’immunità ai cesaricidi. D’altronde il senato era tutto coinvolto; la situazione non era chiara e non si voleva sbilanciare. In questa ambiguità sta il nodo principale di ciò che succede dopo Cesare.Cesare riportò grandi successi militari; aveva in programma la guerra contro i Parti, che avevano ucciso Crasso e che avanzavano verso i territori romani. Alla morte di Cesare, si afferma la figura di Marco Antonio, che era il luogotenente di Cesare e era stato console, insomma, era una figura che si era distinta; Antonio si riconobbe ideale continuatore di Cesare, infatti, lui stesso si occupa di fare i funerali a Cesare e rimane famosa la lode che gli fece. Ma, quando meno ce lo aspettiamo, spunta Caio Ottavio (diciottenne), a cui Cesare aveva lasciato l’eredità. Era un pronipote di Cesare che si trovava in Grecia per motivi di studio. Nessuno sapeva della sua esistenza, fino a che venne aperto il testamento di Cesare, in cui parte dell’eredità andava al popolo romano e parte a Caio Ottavio, il quale, a questo punto, venne a Roma e, presentandosi ai Comizi, dove venne aperto il testamento, accettò l’eredità. Di conseguenza, fu chiamato figlio adottivo di Cesare, quindi, nel momento in cui accettò l’adozione, cambiò il proprio nomen in Caio Giulio Cesare Ottaviano (secondo l’onomastica romana ).Da questo momento è in ribalta un personaggio che non ci aspettavamo e le sue velleità, perché giovanissimo ebbe molte cariche ed entrò in lotta con Antonio. Abbiamo detto che alla morte di Cesare la posizione del senato fu equivoca; ma si sbloccò, potremmo dire, dopo l’apertura del testamento cesareo. Da ciò già possiamo capire che Cesare alla monarchia non pensava affatto, ma ad un cambiamento di regime sicuramente si.Caio Ottavio si pensava di poterlo dominare, vista la sua giovane età; ma in Italia dimostrò tutto il suo carattere nello scontro a Modena con Antonio, che non lo accettava. Ma Ottavio riesce a vincerlo, a tornare vincitore a Roma e a far riconoscere la sua adozione dai comizi (gli viene cioè riconosciuta ufficialmente). A questo punto si comprende che è meglio evitare ulteriori guerre civili e unire i 3 uomini più potenti del tempo; si forma così il secondo triumvirato, che durerà 5 anni (dal 43 a.C. al 38 a.C.). Tale alleanza venne rafforzata da una massiccia epurazione chiamata "proscrizione": molti avversari politici furono condannati a morte, e fra i trecento senatori e i duecento cavalieri uccisi vi

fu anche il famoso oratore Cicerone. In questo caso sarà il senato a dare il potere al triumvirato, il quale quindi deve essere considerato una magistratura istituzionale, allo scopo di riscrivere la costituzione e creare un equilibrio nello Stato. Da questo momento inizia la lotta ai cesaricidi (per questo dicevamo che da adesso il senato prende una posizione nei confronti dell’uccisione di Cesare), contro Bruto e Cassio in particolare (che furono uccisi a Filippi in Macedonia), per vendicare, appunto Cesare. Anche coloro che aiutarono i cesaricidi erano l’obiettivo di questa politica (sia fuori che dentro l’Italia venivano ricercati), allo scopo di rimpinguare le casse dello Stato e prepararsi alla guerra. Sesto Pompeo (a cui il senato diede la guida della flotta del Misero con la quale egli conquistò Sicilia, Sardegna e Corsica), figlio di Pompeo era uno degli obiettivi. Sarà sconfitto da Agrippa, grande generale, parente di Augusto. Da ora vengono confiscati i beni di coloro che sono stati partigiani dei cesaricidi o che, comunque, erano nemici dei triumviri. Tra queste vittime vi fu anche Cicerone che aveva scritto “ Le filippiche“ contro Antonio, infatti si fece uccidere da uno schiavo. Una volta sistemata la questione dei cesaricidi, i triumviri, si diedero a riordinare lo Stato. Per prima cosa si riavvicinarono al Senato, dopodiché, la prima cosa che fecero fu la guerra contro i Parti ( un popolo asiatico ) che saranno la spina nel fianco dei Romani, per tutti i secoli che Roma durerà. Il Regno Partico era immenso, si estendeva al di là del Ponto, il Caucaso; anche se lottarono a lungo contro Roma, i problemi che avevano con essa erano solo di assestamento, perché, i Parti, visto che abitavano terre interne, deserte, in cui non vi erano sbocchi, cercavano di conquistare quegli Stati che facevano da cuscinetto tra il loro territorio e quello romano e che gli davano gli sbocchi nel Mediterraneo, quindi la loro intenzione non era quella di occupare il territorio romano. In questi Stati cuscinetto si alternavano i poteri dei Romani e dei Parti. Già c’era stato Crasso, con le insegne romane, che aveva ricevuto una grave sconfitta dai Parti, le insegne erano cadute nelle loro mani e Crasso era stato ucciso. Ciò fu un’onta per Roma ( il fatto che le insegne romane fossero cadute in mano dei Parti ).I Triumviri si dividono un po’ le sfere di competenza: ad Antonio tocca l’Oriente e il suo riassetto, Ottaviano, che doveva andare in Spagna, rimane a Roma, quindi fuori spediscono Lepido.Lepido (entrato nella sfera politica al tempo della lotta tra Ottavio e Antonio), verrà emarginato (egli voleva la Sicilia).Ottaviano resta in Italia, dove vuole rafforzare il potere; Antonio in oriente cerca di risolvere il problema della regina d’Egitto, che si pensava avesse ospitato alcuni cesaricidi (e che per questo fosse coinvolta nell’uccisione di Cesare). Sappiamo come si conclude l’incontro tra Antonio e la regina Cleopatra (col matrimonio). Antonio per prima cosa fece la guerra contro i Parti, i quali intanto avevano invaso l’Armenia e che per questo costituivano un pericolo per i romani. Antonio chiese ad Ottaviano dei rinforzi (secondo quanto prevedevano gli accordi del triumvirato, rinnovato alla scadenza dei 5 anni), ma quest’ultimo per provocazione gli inviò la moglie (sorella di Ottaviano) che fu ripudiata dal marito (per tutta risposta alla provocazione). Antonio fu costretto a ritornare indietro. In oriente, legato alla regina d’Egitto, iniziò una politica filo-orientale, creando protettorati, stati vassalli, sotto la guida dell’Egitto, che prima gravitavano sotto l’orbita romana. Lo scopo era quello di creare una potenza forte da contrapporre a quella romana, il che l’avrebbe potuto far diventare il padrone assoluto di Roma con l’asse politico spostato ad oriente. Con questa politica (diversa da quella romana, definita accentratrice perché prevedeva che Roma fosse a capo), il passo da territori vassalli a province era breve. Giustamente, Ottaviano comincia a vedere il pericolo che può costituire Antonio, perché quest’ultimo si lega a Cleopatra. Insomma si sarebbero formati due blocchi: da un lato l’Egitto con i suoi Stati satelliti e dall’altro Roma con quelli suoi. La politica di Antonio ha una tendenza ellenistica, di monarchia sacra. Nonostante si fosse fatto qualcosa per evitare la guerra, nel 31 a.C. scoppia la guerra tra Roma e l’Egitto, una guerra non contro Antonio (non si trattava dunque di una guerra civile), ma contro Cleopatra, perché è a quest’ultima che sono addossati i possedimenti. Lo scontro avverrà ad Azio (nelle isole egee) nel 31 a.C. , dove le navi della regina verranno accerchiate ed incendiate; ma essa, insieme al consorte, riuscirà a superare il blocco delle navi romane e a rifugiarsi ad Alessandria, dove però si ucciderà subito dopo il marito, avvelenandosi col morso di un serpente (animale sacro).

Questo aspetto non è di secondaria importanza, perché aprì una questione diplomatica; infatti non essendosi trattata di battaglia campale, in seguito alla quale la regina sarebbe stata portata a Roma e giustiziata e l’Egitto ridotto a provincia romana, mancava il presupposto perché ciò avvenisse. Cleopatra non era stata sconfitta quindi, non sarebbe stata portata a Roma e il suo popolo non sarebbe stato mai considerato suddito, lei , uccidendosi, salvò il suo popolo e con questo rituale, lei si purificava e saliva come divinità al padre suo celeste ( ciò era tipico della religione egiziana: il serpente era considerato animale sacro e chi si toglieva la vita con questo rituale veniva purificato). Così, salvò il popolo e se stessa. Quando Ottaviano arriva Cleopatra è già morta,era morta per sua stessa mano. L’Egitto quindi non poteva essere un territorio sottomesso (cioè provincia romana). La regina non aveva eredi e per la mentalità e religiosità egiziana, il nuovo faraone era Ottaviano. L’Egitto diventerà suo (e dei suoi successori) territorio privato, una prefettura, governata da un prefetto d’Egitto, il più alto nella carriera del ceto equestre. L’Egitto, in realtà, non può essere considerato provincia romana, perché non fu un territorio sottomesso, conquistato, alla morte di Antonio e Cleopatra, l’Egitto divenne una prefettura romana perché divenne un dominio personale di Ottaviano. L’Egitto, quindi, non è un possedimento del popolo romano ma di Ottaviano che divenne il legittimo erede di Cleopatra e, in quanto tale, divenne faraone. Gli egiziani divennero così sudditi di Ottaviano ( non del popolo romano ) non come provincia ma come prefettura. Le province erano governate dai proconsoli che erano di origine senatoria, invece, le prefetture erano governate dai prefetti che erano i funzionari più elevati della carriera equestre, cioè quella carriera che è un gradino più sotto dei senatori. Ottaviano, essendo lui stesso un senatore, non poteva mandare un altro senatore a governare la prefettura d’Egitto perché era necessario mandare uno che fosse un gradino più sotto di lui ( non un senatore che era pari a lui! ), quindi un cavaliere equestre. Fino ad ora, il granaio di Roma era considerata la Sicilia, ma dopo la battaglia di Azio e la morte di Cleopatra, il grano proverrà dall’Egitto; la conseguenza si vedrà in Sicilia che pian piano diventerà una provincia marginale nell’economia dell’Impero, perché sarà l’Egitto che si occuperà dell’Annona ( l’imposta in natura ). La Sicilia tornerà a splendere nel IV/V secolo, con la costruzione di Costantinopoli, perché il grano dell’Egitto andrà a Costantinopoli e quello della Sicilia andrà a Roma. Ottaviano, divenuto unico grande esponente dell’impero, creò un regime personale adottando un nuovo indirizzo. Ottaviano, secondo gli storici antichi, quali Svetonio…,sono d’accordo sul fatto che, a questo punto, va bene il potere di uno solo. Ora si riconosce, dopo questi due secoli di guerre civili, che sia necessario il regime di uno solo che accentri tutti i poteri nelle proprie mani. Dunque il passaggio dalla Repubblica alla monarchia avviene in modo indolore perché Ottaviano fu molto abile nel trasformare lo Stato in un Impero e, temendo di fare la stessa fine di Cesare, fece in modo che sembrasse che tutto fosse rimasto come prima, anche se cambiò il modello politico, accentrò tutto nelle sue mani, dando ai senatori l’impressione di governare anch’essi. Tutto ciò si chiama “ PARADOSSO COSTITUZIONALE “ O “ FIXIO COSITUTIONALE “, perché, in realtà, tutto il potere è nelle mani di Ottaviano. Stiamo bene attenti! Quando diciamo Augusto ci riferiamo solo a lui, come nome proprio, se diciamo, invece, l’Augusto o un Augusto, non è lui ma saranno i titoli onorifici di altri, quando entrerà nella nomenclatura ufficiale. Per esempio il titolo di Cesare ( “ ave Cesare “ non si riferisce solo a quel che conosciamo, ma sarà un saluto rivolto ad altri imperatori ), dopo il vero Cesare, è solo il titolo per dire imperatore. Con Augusto entriamo nell’Impero. La prima parte dell’Impero la chiameremo Principato perché Augusto è ora “ primis inter pares “. PRINCEPS significa: essere primo tra i pari. Il senato avendo trovato la pace, gli concesse una serie di onori (dal 27 a.C. al 23 a.C.), tra cui il titolo di augustus (da questo momento in poi sarà dunque Augusto), dal verbo latino augere (accrescere) , come colui destinato ad accrescere il bene dello Stato col valore della divinità, ha un’accezione carismatica e religiosa. Egli ci ha lasciato le “res gestae divi augusti”, una grande iscrizione (la regina delle iscrizioni) suo testamento spirituale, in cui narra le sue imprese e le sue linee politiche.Una copia la fece affiggere nel suo mausoleo (ma questa nei secoli si è persa); ci sono pervenute le copie che fece affiggere nelle parti più importanti dell’impero (Apollonia, Antiochia, Ancara). Quella di Ancara, detta

monumentum anciranum, ci ha chiarito le idee su Augusto stesso e sulla sua idea di principato. Nelle sue parti lacunose è stata integrata mettendola a confronto con le altre copie. Visto che il popolo era contrario alla monarchia, bisognava trovare una finzione per trasformare tutto in un regime personale, ma facendo in modo che le cose apparissero come prima. Egli giustificò dunque il suo operato, dicendo che i suoi poteri erano uguali a quelli dei suoi colleghi; l’unica cosa che ebbe in più, fu l’auctoritas.Vedremo che apparentemente sono uguali; e ciò fu evidente anche agli storici del tempo.

PRINCIPATO AUGUSTEO Il suo regno coincise con un periodo di pace, di prosperità economica e di grande fioritura culturale, noto come età augustea; Ottaviano riportò l'unità e rafforzò il governo dopo quasi un secolo di guerre civili. Nel 2 a.C. ricevette il titolo di Pater patriae ("Padre della patria").Come protettore delle arti, Augusto fu amico e mecenate dei poeti Ovidio, Orazio, Virgilio nonché dello storico Livio. Patrocinò l'architettura e promosse la costruzione di opere monumentali e civili. Cercò di far rivivere gli antichi valori in un'epoca di grande permissivismo: per porre un freno all'immoralità dei costumi emanò leggi contro il lusso e rafforzò l'istituto familiare. In campo economico promosse lo sviluppo dell'agricoltura in Italia. Augusto anche se si presenta come “primus inter pares” o “princeps”, in effetti non lo era; per far passare il suo progetto politico si è posto allo stesso livello dei senatori, in più dei quali aveva solo l’auctoritas. Augusto propone le leggi, indirizza il consiglio: per questo si parla di principato con Augusto. Cioè, Augusto lasciò tutto in mano ai Senatori ma dietro ad ogni Senatore vi piazzò un cavaliere equestre, che dipendeva direttamente dall’Imperatore, era un uomo fidato dell’Imperatore. Tutti i posti chiave ora vanno in mano al ceto equestre e, quindi, il ceto equestre ha ora una funzione determinante. I poteri particolari, grazie ai quali egli era superiore agli altri, ma che voleva nascondere erano: “IMPERIUM PROCONSOLARE MAIUS ET INFINITUM”, “TRIBUNICIA POTESTAS”, a cui si aggiunge il “PONTIFICATO MASSIMO”. Il primo è il comando supremo su tutte le province (potere militare e giurisdizionale, su un proconsole e su tutte le province), questo imperium proconsolare maius et infinitum era il potere supremo su tutte le province , Augusto fu quindi a capo, non solo delle sue province ma, anche di tutte le altre province romane. In questo modo, Augusto aveva un potere ( civile e militare ) immenso, anche se, ufficialmente, il potere era del Senato. Questo è il primo potere essenziale che ebbe Augusto, che anche altri ebbero ma che lui ebbe “ maius più infinitum “. Il secondo consiste nel convocare il senato, è il potere che hanno i tribuni della Plebe, quindi, ha un valore enorme, lui si fa attribuire solo il potere della TRIBUNICIA POTESTAS ma non la carica. Quest’ultima la lascia ai tribuni della Plebe, ma sono delle cariche vuote perché i poteri ce li ha Augusto.Dal momento che lui non è un tribuno della Plebe ma ha i poteri del tribuno della Plebe, non ha un compagno e quindi nessuno gli può opporre il veto, invece lui lo può opporre a tutti gli altri. Qui sta il suo enorme potere, ecco perché ha tutti i poteri civili: perché lui è il primo a legiferare, il primo a poter opporre il veto agli altri e nessuno gli si può opporre.Il grande segreto di Augusto sta nel fatto che lui ha tutti i grandi poteri civili e militari.Si tratta di poteri civili che lui si attribuisce, senza però avere la carica corrispondente.In teoria rimase tutto come prima, ma in pratica è lui che accentra tutti i poteri. Aveva i poteri ma non era tribuno e per il fatto di essere solo non gli si poteva opporre veto, invece lui poteva estendere il suo potere a tutti. I Senatori, da parte loro, avevano tutto come prima, ma il potere era tutto di Augusto. Il Senato aveva una sorta di tornaconto, vi era una sorta di compromesso che sta nel fatto che i Senatori erano grandi proprietari terrieri e le loro terre erano tutte nelle province pacate, tipo la Sicilia, quindi loro volevano il controllo di questi possedimenti (Spagna, Gallia, Cartagine). Quindi, si assicurarono il controllo di queste terre mandando governatori di loro fiducia. Questi governatori di loro fiducia si dovevano occupare di un’altra cosa, cioè di gestire al meglio l’aliquota che questi dovevano pagare ( perché anche allora c’era la tassa sulla proprietà, però quella era una tassa che variava a seconda del tipo di località, del tipo di coltivazione ) e l’abilità dei governatori stava nel far pagare il meno possibile.

Ma Augusto non era scemo, Il ceto dei cavalieri, con Augusto, diventa un vero ceto burocratico, mentre prima erano dei privati ora sono delle vere e proprie carriere che possono essere: militari, amministrative, civili, ecc.Il potere religioso e politico tornano ad essere nelle mani del princeps. Infatti, morendo, Lepido, Augusto riuscì ad ottenere il pontificato massimo. Dobbiamo parlare della religione romana, che era politeista, era fondamentale per i Romani che ogni atto doveva essere sottoposto alla volontà degli dèi. Fino ad ora, abbiamo visto che c’erano stati più collegi religiosi, tra cui quello dei pontefici, a capo c’era il collegio dei pontefici massimi, ed i poteri religiosi erano separati dai poteri politici; invece, Augusto si fece attribuire il pontificato massimo e quindi unì in sé i due poteri. Quindi, ebbe proprio tutti i poteri, però, in effetti, tranne il pontefice massimo, le cariche rimasero ai magistrati (mentre il potere rimaneva in mano ad Augusto, perché le cariche sono diverse dal potere ). Qui sta la differenza tra Repubblica e Impero, perché ora tutti i poteri sono accentrati nelle mani di uno solo, Augusto, anche se non era un potere istituzionalizzato. Nel 12 d.C. morì Lepido. Il potere religioso è molto importante per muovere le masse, per guidarle, per governarle. Le province le divise in SENATORIE ed IMPERIALI, in quanto bisognava concedere qualcosa ai senatori, che avevano capito quello che stava succedendo. Bisognava trovare un compromesso con questi ultimi: pretendevano che non fossero toccati i propri possedimenti e visto che Augusto li tranquillizzò, acconsentirono alla sua politica. LE PROVINCE SENATORIE erano affidate alla gestione dei senatori, che manderanno un loro uomo (proconsole o pretore). Queste province (dette pacate, pacificate) sono di antica romanizzazione (fedeli a Roma) e che non hanno nessun esercito, o legione, ma solo funzionari amministrativi. Sono delle province che devono pagare dei tributi. Il 90% dei senatori avevano investito i loro beni in queste terre pacificate, dove non c’era pericolo di rivolte e dove mandavano i loro proconsoli di fiducia, che dovevano agire sulle aliquote delle imposte che gravavano sui terreni (e che variavano da provincia a provincia). Si dovevano pagare a Roma i tributi in percentuale; ma loro per arricchirsi le aumentavano e pagavano a Roma solo quello che spettava. LE PROVINCE IMPERIALI sono quelle che dipendono direttamente dall’Imperatore e che sono amministrate dai “ legati augusti propretori “( uomini al posto di Augusto, dei suoi legati, di sua fiducia ).erano quelle di nuova acquisizione; erano turbolente, in esse infatti venivano stanziate le legioni, gli eserciti, sui quali ad Augusto premeva avere un certo controllo, visto che non erano di poco conto. Il suo potere era maius, significa che al di sopra delle province senatorie c’era sempre lui, anche se non interveniva nella loro gestione. Nelle province imperiali anche lui mandava un governatore di sua fiducia, chiamato legatus augusti propretore, sempre un senatore scelto da lui, ma di cui non si fidava molto; infatti vi metteva alle costole un cavaliere che controllasse il suo operato. Le tasse delle province senatorie aumenteranno nell’erario, mentre quelle delle province imperiali nel fisco; queste ultime entreranno nelle casse dell’imperatore che le userà per pagare l’esercito. In quanto maius, Augusto può trasformare le province, quelle senatorie per esempio in imperiali (come fece in Spagna). Il ceto che si afferma con Augusto è il ceto equestre. Per quanto riguarda il cursus onorum dei senatori: con Augusto la carica sarà ereditaria; prima si doveva avere un certo reddito di tipo fondiario; i senatori che avevano ricoperto una magistratura, divenivano poi senatori a vita. Ogni 5 anni veniva fatto l’aggiornamento delle liste e chi non aveva più un certo reddito veniva eliminato. L’imperatore che non aveva una persona fidata, poteva entrare a far parte del senato ad letio, cioè elevato da una posizione bassa. Il senato comincia ad essere diverso: entrano gli ominis novi, gli italici e i provinciali, vigirdivireti (20 uomini) (serie di collegi, dai quali era necessario passare per procedere al cursus onorum).

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