Argomenti letteratura contemporanea, Sintesi di Letteratura Italiana. Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli
Margherita.Giuliano
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LUIGI PIRANDELLO Pirandello nasce nel 1867 in Sicilia da una famiglia molto ricca. Studia lettere a Roma e a Bonn si laurea in glottologia. Tornato in Italia, si sposa con una donna siciliana e con lei si trasferisce a Roma dove riceve ogni mese un assegno mensile dal padre, contributo che gli permette di continuare a dedicarsi alla scrittura. Nel 1903 l'allagamento della miniera del padre causa una grave crisi finanziaria familiare: ciò cambia la vita di Pirandello che ora è costretto a dover lavorare per sopravvivere. Nel 1919 la moglie viene internata in un manicomio a causa dei suoi problemi psichici. A questo si aggiunge lo scoppio della Prima Guerra Mondiale e la partenza di uno dei suoi figli verso il Grande conflitto: Pirandello, influenzato da questi avvenimenti, sviluppa l'idea di una vita caratterizzata dalla tragicità.

Nelle opere di Pirandello è infatti evidente un umorismo tragico ; egli definisce la vita come una grande “pupazzata”, una pagliacciata alla quale si può sfuggire solo attraverso la scrittura.

L’UMORISMO: Nel saggio "L'umorismo" Pirandello distingue il comico dall'umorismo. Il primo, definito come "avvertimento del contrario" , nasce dal contrasto tra l'apparenza e la realtà. Nel saggio citato Pirandello ce ne fornisce un esempio:

« Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di qual orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d'abiti giovanili. Mi metto a ridere. "Avverto" che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa espressione comica. Il comico è appunto un "avvertimento del contrario" » (L. Pirandello, L'umorismo, Parte seconda)

L'umorismo, invece, nasce da una considerazione meno superficiale della situazione:

« Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente, s'inganna che, parata così, nascondendo le rughe e le canizie, riesca a trattenere a sé l'amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l'umoristico » (L. Pirandello, L'umorismo, Parte seconda)

Quindi, mentre il comico genera quasi immediatamente la risata perché mostra subito la situazione evidentemente contraria a quella che dovrebbe normalmente essere, l'umorismo nasce da una più ponderata riflessione che genera una sorta di compassione da cui si origina un sorriso di comprensione. Nell'umorismo c'è il senso di un comune sentimento della fragilità umana da cui nasce un compatimento per le debolezze altrui che sono anche le proprie. L'umorismo è meno spietato del comico che giudica in maniera immediata.

Nel 1925 fonda la "Compagnia del teatro d'arte" con Marta Abba e Ruggero Ruggeri. Con questa compagnia comincia a viaggiare per il mondo, le sue commedie vengono interpretate anche nei teatri di Broadway ed i suoi romanzi cominciano a diventare film. Nel 1929 gli viene dato il titolo di Accademico di Stato. Nel giro di un decennio arriva ad essere il più grande drammaturgo del mondo, come testimonia il premio Nobel che riceve nel 1934.

In seguito a tutte le sue disavventure, Pirandello scrive “Il fu Mattia Pascal” un'opera in cui il protagonista è caratterizzato da una molteplicità di maschere ed è continuamente alla ricerca di un senso delle cose. Il romanzo viene pubblicato a puntate su un “Nuova antologia”. Seguono molte novelle che verranno successivamente raccolte in “Novelle per un anno”. Fra i suoi romanzi principali ricordiamo: “Suo marito”, “Si gira”, “I vecchi e i giovani” ed “Enrico IV”. Nel 1893 scrive “L'Esclusa”, la storia di una donna accusata ingiustamente di adulterio. Nel romanzo emerge il principio di catalogazione sociale: ognuno, secondo Pirandello, riceve dalla società almeno un' etichetta che non le si addice. Nel 1927 pubblica “Uno, nessuno, centomila” in cui, per una critica fatta al suo naso, il protagonista riflette ossessivamente sulla realtà; decide così di «non essere» cioè di annullare la propria identità e di fuggire dal carcere delle forme, come fanno le piante. Pirandello compose poesie per circa un trentennio, dal 1883 al 1912. Se le sue opere liriche non possono essere inserite in nessun movimento letterario a lui contemporaneo, le idee poetiche di Pirandello vengono invece influenzate da Bergson e dal suo Saggio sul riso in cui il filosofo sostiene che l'ironia è un distacco rispetto alla realtà che si affronta. In tutti i testi umoristici di Pirandello il tragico e il comico vengono mescolati. Nello scrittore siciliano si assiste al superamento del verismo secondo il quale la realtà è oggettiva e autonoma. Per Pirandello, invece, la realtà è vita, flusso continuo e tutto ciò che si stacca da questo flusso comincia a morire. La realtà ha una molteplicità di aspetti e non può essere conosciuta razionalmente. Anche l'identità personale dell'uomo è molteplice e da qui nasce il concetto della maschera: sotto la maschera non c'è nessuno o, meglio, c'è un fluire incoerente di stati in continua trasformazione. Questa mancanza di unicità determina l'annullamento della persona che diventa così “nessuno”. La vita sociale è infatti caratterizzata dall'incomprensione e dall'impossibilità di conoscere veramente qualcuno. L'unica via di salvezza da questa situazione è la fuga nell'immaginazione e nell'irrazionale. Il rifiuto della vita sociale dà luogo, nell'opera pirandelliana, ad una figura ricorrente: l'eroe estraniato, che si esclude dai meccanismi sociali e osserva, con atteggiamento umoristico, gli uomini imprigionati nella trappola della realtà. Ogni eroe si rende quindi conto dell'assurdità della vita e dunque cerca ininterrottamente un'identità alternativa all'oppressione delle convenzioni sociali, ma ciò è impossibile. Il teatro pirandelliano è decisamente rivoluzionario, sia per le tecniche narrative che per i contenuti: Pirandello smaschera la finzione teatrale affermando che il teatro è una finzione al quadrato perché simula la vita, la quale è già di per se una finzione, una rappresentazione.

Quattro fasi caratterizzano il lavoro teatrale di Pirandello: - La prima è quella delle commedie siciliane dove i protagonisti riflettono filosoficamente sulla propria condizione. Tra queste commedie le più importanti sono “Il berretto a sonagli” e “Pensaci Giacomino”. - La seconda fase è quella delle commedie borghesi, ovvero del “Il piacere dell'onestà”, “Il gioco delle parti” e “Così è(se vi pare)” -Nella terza fase Pirandello enuncia una trilogia di opere: “Ciascuno a suo modo”, “Questa sera si recita a soggetto” e “Sei personaggi in cerca d'autore”. -La quarta fase, infine, è quella delle commedie fiabesche la più importante delle quali è “I giganti della montagna”. IL TEATRO DEI MITI Dopo la trilogia del teatro nel teatro, avviata da Sei personaggi (1921) e conclusa con Questa sera si recita a soggetto (1930), Pirandello stesso raccolse tre nuovi lavori nella trilogia del teatro dei miti. Il termine mito ci riporta al mito greco: Pirandello ipotizza che da quell'antica cultura possa venire una risposta ai problemi attuali dell'esistere. • la fuga dalla società e la scelta dell'esclusione, come radicale solitudine ed estraneità; • l'odio per il corpo e il ritorno alla Terra-madre, come fusione con il grembo della Natura;

• l'evasione nell'oltre, in una sfera fantastica, ove tutto è un simbolo e la vita appare un sogno. Sono motivi che incontriamo nel romanzo Uno, nessuno e centomila (1925-26), in molte novelle degli ultimi anni e, appunto, nei tre drammi della trilogia dei miti, ovvero:

La nuova colonia (1928), un dramma dove un gruppo di profughi rifonda altrove una città; • Lazzaro (1929), dove l'evasione non è più sociale, ma religiosa (in una fede che non è però

quella cristiana in senso stretto); • I giganti della montagna (1934), dove l'evasione si compie grazie all'arte. Pirandello narra

infatti il sogno dell'arte che osa sfidare il brutale mondo moderno; ma rimane vittima dell'organizzazione tecnologica e industriale e del materialismo. E così è l'amara conclusione del lavoro, secondo un appunto lasciato dallo scrittore, tutto l'infinito che è negli uomini è calpestato e vanificato.

Il motivo profondo dei tre miti pirandelliani è l'evasione: evasione nell'utopia politica (La nuova colonia), nella fede religiosa (Lazzaro), nell'arte (I giganti della montagna). In nessuno dei tre lavori l'evasione ha successo, ma ciò che conta, per il drammaturgo, è il tendersi a una dimensione alternativa, verso quell'oltre a cui guardano tante sue pagine. -La nuova colonia si apre in una taverna di contrabbandieri, pescatore, emarginati ecc, che decidono di costruire una nuova comunità al di fuori della società normale. Molti di loro sono già stati condannati al domicilio coatto su un'isola. Li infiamma la Spera, un'ex prostituta, capace di smascherare le ipocrisie sociali e di promettere un riscatto. Il tentativo fallirà, perché presto i coloni si dividono in fazioni. Un cataclisma alla fine sommergerà l'isola, devastando tutto. -Lazzaro, el 1929, s'impernia su uno strano prodigio: il possidente Diego Spina è gravissimo dopo un incidente d'auto; la figlia Lia chiama il medico Gionni e questi forse, lo risuscita con uno dei suoi esperimenti. Dov'è stata l'anima del morto in quella mezz'ora? E si trattava di vera morte? Diego è come Lazzaro, il personaggio evangelico risuscitato da Gesù? Si apre un dibattito su questi temi. Vi partecipano anche Lucio, il figlio (spretato) di Diego, e l'ex moglie Sara, che aveva lasciato tutto per vivere in campagna. Non c'è soluzione alle domande, ma almeno Lucio ritrova la fede in Dio, è la vera risurrezione del dramma. -Infine, nei Giganti della montagna (incompiuto) i personaggi si protendono fuori dalla realtà normale: la prima didascalia ambienta il lavoro al limite, fra la favola e la realtà. Un'atmosfera di sogno avvolge i due gruppi di protagonisti, gli Scalognati di Crotone e gli attori della compagnia della contessa. il terzo atto manca, forse perché non si può dare vera conclusione ai sogni.

IL FU MATTIA PASCAL: Mattia Pascal vive in un immaginario paese ligure, Miragno, dove il padre, che si era arricchito con i traffici marittimi e il gioco d'azzardo, ha lasciato in eredità alla moglie e ai due figli una discreta fortuna. A gestire l'intero patrimonio è un avido e disonesto amministratore, Batta Malagna, la cui nipote, Romilda, viene messa incinta da Mattia dopo che non è riuscito a farla sposare all'amico Pomino. Mattia viene costretto a sposare Romilda e a convivere con la "vedova Pescatore", la suocera che non manca di manifestare il suo disprezzo per il genero, considerato un inetto. Tramite l'amico Pomino, Mattia ottiene un lavoro come bibliotecario ma dopo un po' di tempo, infelice per il lavoro che trova umiliante e per il matrimonio infelice, decide di fuggire da Miragno e di tentare l'avventura in Francia. Arrivato a Montecarlo e fermatosi a giocare alla roulette, in seguito ad una serie di vincite fortunate, diventa ricco. Deciso a ritornare a casa per riscattare la sua proprietà e vendicarsi dei soprusi della suocera, un altro fatto muta il suo destino. Mentre è in treno legge per caso su un giornale che a Miragno è stato ritrovato nella roggia di un mulino il cadavere di Mattia Pascal.

Sebbene sconvolto, comprende presto che, credendolo tutti ormai morto, può crearsi un'altra vita. Così, con il nome inventato di Adriano Meis, al quale pensa accostando elementi tratti da un dialogo in treno di due teologi, inizia a viaggiare prima in Italia e poi all'estero, in particolare in Germania, fintantoché decide di stabilirsi a Roma in una camera ammobiliata sul Tevere. Si innamora, ricambiato, di Adriana, la dolce e mite figlia del padrone di casa, Anselmo Paleari, e sogna di sposarla e di vivere un'altra vita, ma presto si rende conto che la sua esistenza è fittizia. Infatti, non essendo registrato all'anagrafe, è come se non esistesse e pertanto non può sposare Adriana, non può denunciare il furto subito da Terenzio Papiano, un losco individuo penetrato nella sua stanza per rubare del denaro, e non può svolgere alcuna delle normali attività quotidiane, poichè privo di identità. Finge così un suicidio e, lasciato il suo bastone e il suo cappello vicino a un ponte del Tevere, ritorna a Miragno come Mattia Pascal. Sono intanto trascorsi due anni e arrivato al paese, Mattia viene a sapere che la moglie si è risposata con Pomino e ha avuto una bambina. Si ritira così dalla vita e trascorre le sue giornate nella biblioteca polverosa dove lavorava in precedenza a scrivere la sua storia e ogni tanto si reca al cimitero per portare sulla tomba del "fu Mattia Pascal" una corona di fiori.

UNO, NESSUNO E CENTOMILA: Vitangelo Moscarda, detto Gengè, è un uomo benestante che abita nel piccolo paesino di Richieri. Una mattina sua moglie Dida gli fa notare un suo piccolo difetto: Vitangelo ha il naso che pende leggermente verso destra. Viene così a conoscenza di altre sue piccole imperfezioni e capisce che, dei piccoli difetti, ignorati da lui stesso, erano invece familiari a chi gli stava intorno. Moscarda si rende allora conto di non essere più lui, ma un altro, anzi, uno per ogni persona che incontra e per ogni azione che compie. In un crescente bisogno di autenticità, Vitangelo compie atti del tutto inusuali agli occhi di chi lo conosceva prima della crisi: sfratta una famiglia per poi regalarle un appartamento nuovo; decide di liquidare la banca ereditata dal padre per riavere indietro i suoi risparmi; esplode improvvisamente dall’ira, pronunciando strani discorsi, sino a sembrare matto, tanto da far fuggire sua moglie e rischiare di venire interdetto.

SEI PERSONAGGI IN CERCA D’AUTORE

ENRICO IV:

Un nobile del primo '900 prende parte ad una mascherata in costume nella quale impersona Enrico IV; alla messa in scena prendono parte anche Matilde di Spina, donna di cui è innamorato, ed il suo rivale in amore Belcredi. Quest'ultimo disarciona Enrico IV che nella caduta batte la testa e si convince di essere realmente il personaggio storico che stava impersonando. La follia dell'uomo viene assecondata dai servitori che il nipote di Nolli mette al suo servizio per alleviare le sue sofferenze; dopo 12 anni Enrico guarisce e comprende che Belcredi lo ha fatto cadere intenzionalmente per rubargli l'amore di Matilde, che poi si è sposata con Belcredi ed è fuggita con lui. Decide così di fingere di essere ancora pazzo, di immedesimarsi nella sua maschera per non voler vedere la realtà dolorosa. Dopo 20 anni dalla caduta, Matilde, in compagnia di Belcredi, della loro figlia e di uno psichiatra vanno a trovare Enrico IV. Lo psichiatra è molto interessato al caso della pazzia di Enrico IV, che continua a fingersi pazzo, e dice che per farlo guarire si potrebbe provare a ricostruire la stessa scena di 20 anni prima e di ripetere la caduta da cavallo. La scena viene così allestita, ma al posto di Matilde recita la figlia. Enrico IV si ritrova così di fronte la ragazza, che è esattamente uguale alla madre Matilde da giovane, la donna che Enrico aveva amato

e che ama ancora. Ha così uno slancio che lo porta ad abbracciare la ragazza, ma Belcredi, il suo rivale, non vuole che sua figlia sia abbracciata da Enrico IV e si oppone. Enrico IV sguaina così la spada e trafigge Belcredi ferendolo a morte: per sfuggire definitivamente alla realtà "normale" (in cui tra l'altro sarebbe stato imprigionato e processato), decide di fingersi pazzo per sempre.

FEDERIGO TOZZI Biografia: Nacque a Siena nel 1883 e fin dalla giovinezza, malgrado le opposizioni della famiglia, cominciò ad occuparsi di letteratura. Fu autodidatta, interessato soprattutto a studiare gli antichi scrittori toscani. Passato da posizioni socialiste ad altre più moderate, nel 1913 insieme con l’amico Giuliotti, fondò il quindicinale cattolico La Torre che ebbe breve durata. Alcune vicende infelici della sua vita, anche a causa della modesta eredità ottenuta dopo la morte del padre, ebbero grande influenza sulla sua personalità e sulle sue opere. Trasferitosi a Roma, fu redattore de Il messaggero della domenica, diretto da Luigi Pirandello da cui Tozzi ebbe grande incoraggiamento, e iniziò una intensa attività di scrittore e di pubblicista, purtroppo interrotta per la morte prematura, sopravvenuta nel 1920 in seguito ad un attacco di febbre spagnola.

Le idee e la poetica L’opera di Federico Tozzi ha avuto valutazioni critiche spesso contrastanti in quanto egli è scrittore in cui senz’altro sopravvive la struttura del romanzo naturalista, ma vi si sentono anche le inquietudini di una sensibilità nuova. Ormai i critici sono concordi nell’avvicinarlo a Svevo e a Pirandello perché egli è il narratore che è andato più di ogni altro al di là del vero, verso la ricognizione di quelli che egli chiama i misteriosi atti nostri (L. Baldacci). Notevole , infatti, nelle sue opere, lo scavo dell’animo umano, di un mondo interiore dominato da impulsi istintivi e da angosce drammatiche. Nei suoi romanzi prevale la figura dell’uomo inetto, vinto dalle circostanze e dagli individui più forti di lui, incapace di sfuggire alla propria ansia esistenziale. Le descrizioni sono scarne, impostate con la rude efficacia di un linguaggio antiletterario, apertamente in polemica con la narrativa tradizionale: tutto questo fa di Tozzi uno dei primissimi edificatori della nuova giornata letteraria italiana. Le sue opere principali sono: -La zampogna verde (1911): raccolta di poesie in cui sono reperibili alcune suggestioni dannunziane. -I ricordi di un impiegato (1913, pubblicato nel 1920): romanzo in cui è evidente l’elemento autobiografico: anche lo scrittore, come il suo protagonista Leopoldo fu per un certo periodo (1911-13) impiegato nelle ferrovie. -Con gli occhi chiusi (1919): il romanzo di Pietro, un giovane timido e sempliciotto che vive ad occhi chiusi, insicuro e passivo di fronte alla realtà che lo circonda. La vicenda essenziale del

romanzo è costituita dall’amore di Pietro per Ghisola, una contadinotta che egli crede pura e ingenua, finché aperti gli occhi in seguito ad una lettera anonima, scopre invece che è ambiziosa e civetta e subito è consapevole di non amarla più. -Tre croci (1919): romanzo impostato sulla squallida storia dei tre fratelli Gambi, Giulio, Niccolò, Enrico, travolti da un dissesto economico a cui fa seguito il loro sfacelo morale. Essi sono incapaci di risollevare le sorti della libreria ereditata dal padre e si lasciavano travolgere dagli avvenimenti fra prestiti, cambiali, firme false, in una vita di continui litigi e di reciproca diffidenza. Il primo a cedere è Giulio che non sopporta la vergogna di avere firmato false cambiali, e si uccide. Niccolò ed Enrico non hanno il tempo di risollevarsi economicamente perché muoiono a breve distanza l’uno dall’altro; Modesta, la vedova di Niccolò, pianta sulle loro tombe tre croci, segno del comune destino nella morte dei tre fratelli che la vita aveva diviso.

-Il podere (1920): Remigio, che se ne andò di casa per non sentirsi di troppo quando suo padre Giacomo Selmi sposò in seconde nozze Luigia, ritorna per mandare avanti il podere che ha avuto in eredità dopo la morte del padre. Su quel podere, però, si appuntano le cupidigie di Giulia Cappuccini, una giovane serva, amante del vecchio Giacomo, che pretende salari mai riscossi; della matrigna Luigia, convinta di non avere la sua parte legittima; di contadini e salariati che approfittano della situazione per rubare più che possono. Remigio si trova in difficoltà, incapace di comandare perché non sa nulla di agricoltura, ossessionato dagli avvocati, deriso dai contadini che lo sentono in loro balìa. Il peggiore dei contadini è Berto il quale, per un odio quasi istintivo contro Remigio che gli intralcia la possibilità di fare a suo modo in quel podere di cui si sente quasi padrone, lo uccide con un colpo di accetta.

CON GLI OCCHI CHIUSI Il romanzo narra la storia della crisi interiore e dei tormenti esistenziali di Pietro. Figlio di un oste arricchito, egli non ama la scuola e quasi fugge dal contatto con gli altri esseri umani, preferendo la propria solitudine, affollata di fantasticherie. Colpito dalla morte prematura della madre, di carattere a lui affine, Pietro rifiuta di accettare il ruolo che il padre vorrebbe per lui, quello di futuro amministratore dei propri beni. Era inutile agli interessi e stava bene sul letto, con gli occhi chiusi: con queste due espressioni lo scrittore delinea perfettamente il carattere del protagonista. Pietro crede di poter colmare il vuoto affettivo con l’amore per una contadina, Ghìsola. Questo amore è per lui una scoperta, a cui si abbandona, fantasticando. Non così concepisce l’amore Ghìsola, che guarda la realtà con occhi di sapiente calcolatrice e non esita a divenire l’amante di Alberto, un uomo già maturo. Quando questi si allontana, ella cerca di farsi sedurre da Pietro, in modo da giustificare l’incipiente gravidanza e concludere un matrimonio riparatore. Pietro, che continua ad amarla, in un primo tempo non capisce l’inganno e solo di fronte all’evidenza dei fati apre finalmente gli occhi chiusi, in un atroce risveglio: Quando si riebbe dalla vertigine violenta che l’aveva abbattuto ai piedi di Ghìsola, egli non l’amava più. I personaggi del romanzo hanno tutti un’origine autobiografica: Domenico, l’avido e inflessibile padre di Pietro, ricorda il padre di Tozzi; il ragazzo è a sua volta una controfigura dello scrittore; Ghìsola ripete fin nel nome la Isola che Tozzi amò dal 1899 al 1903. Anche i luoghi recano l’inconfondibile impronta autobiografica del paesaggio senese caro all’autore; il podere di Poggio a’ Meli è il Castagneto dove Federigo si rifugiava dopo gli scontri frequenti con il padre.

ALBERTO SAVINIO Alberto Savinio, nome d'arte di Andrea Francesco Alberto de Chirico è stato uno scrittore, pittore e compositore italiano. Nato in Grecia studiò pianoforte e composizione al conservatorio della sua città dove si diplomò a pieni voti. Alla morte della madre la famiglia si trasferì a Monaco di Baviera. Nel 1915 tornò in Italia insieme con il fratello Giorgio. Soggiornarono a Firenze e si arruolarono nell'esercito italiano. Dopo la fine della prima guerra mondiale fu trasferito a Milano e dal 1923 si stabilì a Roma, dove già aveva pubblicato testi teoretici e narrativi, soprattutto in riviste come "Valori plastici" e "La Ronda". Nel 1924 fu tra i fondatori della "Compagnia del Teatro dell'Arte", diretta da Luigi Pirandello, per la quale scrisse (senza metterlo in scena) Capitano Ulisse.Sposò Maria Morino, un'attrice della compagnia teatrale di Eleonora Duse, da cui ebbe due figli e si trasferì con la moglie a Parigi. Tornato definitivamente in Italia nel 1933, fu collaboratore de "La Stampa". Europeista convinto, alla fine del conflitto proseguì l'attività di critico culturale sulle colonne del "Corriere della sera". Nel 1951 scrisse la "tragicommedia mimata e danzata" Vita dell'uomo, allegoria dell'esistenza umana su una musica ispirata allo stile di Schumann. Nel 1955, poco dopo la sua morte, gli viene dedicata una mostra retrospettiva nell'ambito della VII Quadriennale di Roma curata dal fratello, il pittore Giorgio De Chirico.

POETICA E IDEOLOGIA La sua arte si caratterizza per alcune tendenze particolari: il gusto del fantastico, dell'ignoto e della compenetrazione uomo-animale; lo smascheramento degli autoinganni e delle certezze borghesi; la tendenza alla parodia (specie di soggetti mitologici), all'ironia e al citazionismo. Si oppose per esempio al credo futurista della distruzione dei musei, o alla moda surrealista della scrittura automatica. Da un punto di vista letterario praticò soprattutto forme brevi o miste e comunque sperimentali, trascurando il romanzo. Hermaphrodito, il suo libro d'esordio, alterna prosa e poesia, italiano e francese, stile aulico e disfemismi, mescolando generi e toni assai diversi fra loro (lirico, visionario, drammatico, narrativo, oratorio). I pochi romanzi della sua produzione (La casa ispirata, Tragedia dell'infanzia e Angelica o la notte di Maggio) hanno anch'essi una struttura molto particolare, con una trama poco rigorosa e forti effetti di tipo ironico o surreale. Nella maturità si dedicò al progetto (incompiuto) della Nuova enciclopedia, che doveva rielaborare articoli già usciti in rivista. Predilesse anche la biografia (Narrate, uomini, la vostra storia, il libro che gli procurò maggior successo editoriale, conteneva fra l'altro scritti dedicati alla vita di Apollinaire, Vincenzo Gemito, Giuseppe Verdi; si occupò anche, in pubblicazioni autonome, di Maupassant e Ibsen) e il reportage di viaggio (Dico a te, Clio, dedicato all'Etruria e agli Abruzzi, e Ascolto il tuo cuore, città, dedicato a Milano e al Veneto).

ALBERTO MORAVIA Alberto Moravia (Roma 1907-1990) è lo pseudonimo di Alberto Pincherle, autore di una vasta produzione di romanzi e racconti. Una grave malattia, la tubercolosi ossea, gli impedisce di svolgere studi regolari. Nei lunghi periodi trascorsi in sanatorio legge moltissimi autori antichi e moderni approfondendo da autodidatta la propria cultura. Pubblica ad appena 22 anni il suo primo romanzo, Gli indifferenti, che gli procura un grande successo di critica. Poco dopo inizia la sua lunga attività giornalistica che lo porta a viaggiare in tutto il mondo, attività che gli viene proibita dal regime fascista in quanto figlio di un ebreo. Ripresa pienamente la sua attività di romanziere, offre il meglio di sé nelle opere ispirate alla corrente letteraria del Neorealismo, di cui è considerato uno dei fondatori, nelle quali racconta le lotte per la sopravvivenza e le inquietudini della società italiana del secondo dopoguerra. Continua a pubblicare sia libri sia articoli di viaggio e di commento su giornali e riviste fino alla morte avvenuta a Roma nel 1990. Dopo Gli indifferenti, che dava un critico quadro della buona borghesia romana nel ventennio fascista, Moravia pubblica numerosi romanzi di success, fra i quali Agostino (1944), La romana (1947), Il conformista (1951), La ciociara (1957) e La noia (1960). In questi, come nelle raccolte di racconti Racconti romani (1954) e Nuovi Racconti romani (1959) rappresenta la società italiana del tempo della guerra e della ricostruzione, con le sue miserie, le sue speranze, le sue lotte per la sopravvivenza quotidiana, i suoi personaggi spesso resi cattivi dalla durezza della vita.

Moravia e il proletariato urbano I Racconti romani e i Nuovi racconti romani sono le opere in cui meglio si esprime il realismo di Moravia, cioè l’intento di rappresentare la realtà storica e sociale del suo tempo. Moravia descrive la vita del dopoguerra nelle borgate di Roma dove bottega, ladruncoli, camerieri, pataccari, operai… vivono con difficoltà, con magri proventi o, disoccupati, sono alla continua ricerca di un lavoro, di una raccomandazione, di un mezzo qualsiasi per campare alla giornata. La condizione di precarietà e l’indifferenza del mondo esterno li dispensa dal guardare oltre l’immediato vantaggio. I racconti, affreschi di vita semplice, veloci sceneggiature in sé concluse, possiedono una chiarezza e una vivacità che li rende piacevolmente leggibili. Il linguaggio Vivace e concreto è anche il linguaggio di Moravia che, sebbene gergale, non è dialettale, ma un italiano colorito di espressioni e modi sintattici romaneschi.

Le idee e la poetica L'arte di Moravia aderisce pienamente alla realtà di cui indaga quasi sempre gli aspetti più morbosi e negativi, mettendo in evidenza il pessimismo dell'autore e la sua sfiducia nell'uomo. Motivi ricorrenti sono il conformismo, la stanchezza e la noia di vivere, l'indifferenza, in ambienti generalmente borghesi. Tuttavia la stagione più felice di Moravia che rivela anche la sua originalità, rimane quella legata agli anni del neorealismo; nelle opere di questo periodo (La romana, La ciociara, Racconti romani...) l'autore, ispirandosi alla guerra e alla Resistenza ci

presenta i personaggi e le situazioni più genuini ed espressivi. Nella sua ultima produzione sembra che Moravia sia fortemente condizionato da mode culturali più che da autentiche urgenze narrativa. D'altra parte uno scrittore che ha gli occhi costantemente rivolti alla realtà da cui trae le sue ispirazioni, è inevitabile che si lasci attrarre dai tempi più correnti e dibattuti (alienazione, femminismo, massificazione, sesso...) e ne tragga soggetti letterari. Lo stile è sempre asciutto, limpido e vigoroso, e la narrazione è fatta con distacco, con una sorta di crudezza obiettiva che corrisponde alla convinzione dell'autore che l'intellettuale non è altro che il testimone del suo tempo. Alcune opere sono: -Gli indifferenti (1929): intreccio di storie di personaggi dominanti dall'abulia e dall'indifferenza e manovrati dal corrotto Leo Merumeci, arrivista senza scrupoli che ne ha preso in mano anche i destini economici. La vedova Mariagrazia è l'amante di Leo che, ormai insofferente, in realtà è interessato alla giovane figlia di lei, Carla, che pur odiandolo lo subisce per noia, fra le scenate di gelosia della madre. Michele, fratello di Carla, si rende conto dell'abiezione in cui sta cadendo la sua famiglia, ma con indifferenza lascia andare. Quando per un momento si scuote dall'abulia, decide di uccidere Leo, ma è tanto apatico e inconcludente che ha dimenticato di caricare la pistola. La storia si chiude con l'amara ironia di un lieto fine: Michele accetta le cose come stanno; Leo, per non perdere i suoi vantaggi economici, sposa Carla che tuttavia è già disposta al tradimento; Mariagrazia si rassegna all'inevitabile e la vita continua in una squallida, indifferente normalità. Il romanzo è una chiara denuncia della società ricco-borghese. -La mascherata (1941): romanzo satirico incentrato sulla figura grottesca di un dittatore sudamericano. Fu interpretata come satira del Fascismo. -Agostino (1945): interessante romanzo che descrive i turbamenti e le prime esperienze di un adolescente; egli scopre la sua solitudine in quel delicato momento della pubertà, quando non è più un bambino eppure si sente escluso dal mondo degli adulti. -La ciociara (1957): romanzo breve, uno dei migliori di Moravia, ambientato nella campagna laziale (a Fondi, Latina) durante l'ultima guerra, nel momento di sbandamento dopo l'8 settembre 1943. Ne è protagonista una donna del popolo, coraggiosa e battagliera che vive tristissime esperienze e dolorose umiliazioni. E' significativo che un regista cinematografico come Vittorio De Sica, maestro del neorealismo cinematografico, ne abbia tratto un film di buon livello, interpretato da Sofia Loren (1960). -La noia (1960): un romanzo di notevoli proporzioni, che fece grande scalpore al suo apparire, per l'impietosa analisi che propone. E' narrato in prima persona, come molte opere di Moravia, e il protagonista, Dino, è attanagliato dalla noia di una vita facile, nel lusso e nella sfrenatezza, senza ideali e senza valori a cui appigliarsi. Anche il suo sfugge continuamente ed egli è costretto ad inseguirla, facendo di questo il futile scopo della sua vita. Il romanzo, di vaste proporzioni, ha l'ambizioso intento di proporre uno spaccato di vita contemporanea, ricco di tutte le anomalie di una società borghese svuotata dalle sue incertezze morali e religiose e sfiduciata di fronte ad ogni aspetto della vita; una società che, sempre più appagata di ricchezza materiale, si sente spiritualmente povera e avvilita.

TOMMASO LANDOLFI Nato nel 1908 a Pico Farnese (oggi in provincia di Frosinone), Tommaso Landolfi visse a Roma fino al componimento degli studi liceali. Poco dopo si trasferì a Firenze, dove si laureò (1932) con una tesi sulla poetessa russa Achmatova. In seguito si dedicò alla scrittura letteraria, già avviata negli anni universitari, e alle traduzioni dei grandi narratori russi e tedeschi: Dostoevskij, Puskin, Gogol, Tolstoj, Hofmannsthal. Collaboratore di varie riviste letterarie (Letteratura, Il Mondo, Campo di Marte), esordì come narratore nel 1937 con la raccolta di racconti intitolata Dialogo dei massimi sistemi: sette racconti (il primo, Maria Giuseppa, risaliva al 1929) che esplicitavano la natura surreale e inafferrabile della narrativa landolfiana. L'originalità di questa scrittura fu confermata dai volumi successivi: i racconti raccolti nel Mar della blatte e altre storie (1939), il romanzo La pietra lunare (1939), la nuova raccolta di racconti La spada (1942). Nel 1946 uscì il romanzo Le due zitelle, cui seguirono Racconto d'autunno (1947) e Cancroregina (1950). In quest'ultima opera un viaggiatore solitario attende la fine all'interno di un'astronave costruita da un folle, ma continua nel frattempo, con ostinazione, a osservare lo spettacolo della vita umana pur da quelle siderali lontananze. Nei suoi nuovi libri predilesse una struttura di diario (Rien va, 1963; Des mois, 1967), accanto alla favola (Il principe infelice, 1954), alla poesia (Viola di morte, 1972) e teatro in versi (Landolfo VI di Benevento, 1959; Faust '67, 1969). In questa fase Landolfi collaborò con assiduità al Corriere della sera; i suoi articoli giornalistici sono stati raccolti in Cinquanta elzeviri (1978) e nel Gioco della torre (postumo, 1987). Morì a Ronciglione, presso Roma, nel 1979.

LO STILE Landolfi ha un vero interesse per le possibilità della lingua, seppure non sia uno scrittore d' avanguardia ma piuttosto un conservatore: per esempio, nel racconto La passeggiata, che alla persona dotata di un vocabolario medio pare un racconto astruso e incomprensibile, Landolfi fa sfilare una serie di vocaboli desueti, o gergali, ma tutti presenti sul dizionario. Le sue idee sulla lingua mostrano sempre una forte ambivalenza. Da un lato, egli sembra dimostrare una sfiducia totale nelle capacità comunicative della lingua e considerare qualsiasi enunciato come un tentativo di significare irrimediabilmente votato al fallimento. Dall'altro, è forte nel Landolfi la sensazione che niente esista al di fuori della lingua, che l'unica esperienza possibile sia l'esperienza verbale. Sin da ragazzo, egli avverte "una sorta di religioso, e superstizioso, amore e terrore delle parole".

OPERE Il suo primo libro, la raccolta di raccontiDialogo dei massimi sistemi (Firenze 1937), mostrava già pressoché per intero il repertorio di temi e la cifra stilistica cui il L. sarebbe sempre rimasto fedele, pur nelle molte sfaccettature della sua vastissima produzione. Il protagonista-narratore di Maria Giuseppa, il testo che apre il libro, è il primo di una lunga serie di personaggi solitari e annoiati, preda di allucinate fantasie spesso a sfondo sadico. l mar delle blatte e altre storie, e La spada confermarono in pieno le caratteristiche del Dialogo. Landolfi appariva con sempre maggiore nettezza come un autore atipico nel panorama letterario italiano. La notte è lo sfondo prevalente nei due romanzi: Le due zitelle e Racconto d'autunno, peraltro assai diversi tra loro. Nel primo viene narrata la vicenda grottesca delle pratiche blasfeme di una scimmia, contro le quali si scatenano le ansie bigotte delle due padrone, che dopo una sorta di processo, in cui trova luogo una comica disputa teologica tra due sacerdoti, decidono di sopprimere l'animale. Il secondo muove da uno scenario di guerra per approdare presto alla

rappresentazione di situazioni misteriose, in una personalissima rivisitazione del romanzo gotico inglese - con tanto di castello e fantasma - che sembra avere soprattutto la funzione di esorcizzare i più violenti traumi dell'autore (la morte prematura della madre e la "profanazione" del palazzo di famiglia). In Cancroregina Landolfi tentò la via del romanzo di fantascienza, ma interpretando il genere - non stupisce - con totale libertà. Con LA BIERE DU PECHEUR Landolfi diede vita a una "specie di diario" Nella produzione narrativa e diaristica non si esaurì peraltro la vicenda letteraria del Landolfi., il quale viceversa si cimentò, soprattutto negli ultimi vent'anni della sua vita, con numerosi altri generi, dando corpo a un rilevante numero di opere. L'esordio teatrale avvenne con Landolfo VI di Benevento (Firenze 1959), una tragedia in endecasillabi sciolti, ambientata in un Medioevo ricreato secondo lo "stile delle tragedie gotico- romantiche". Ma dietro al travestimento antico non è difficile scorgere che il protagonista altro non è se non una proiezione dell'autore; Dopo l'esperimento di Breve canzoniere, singolare libro in cui, a dispetto del titolo, i testi lirici (quindici sonetti) sono inseriti in una sorta di romanzo in forma di dialogo, pubblicò due raccolte di poesie, Viola di morte e Il tradimento. I due libri mettono in scena una contemplazione della morte, vista in un primo momento come approdo ultimo, unica certezza che si può attingere nell'esistenza e garanzia della possibilità di fare poesia; ma in seguito affiora l'idea terribile che anche “l’ultimità" della morte sia un'illusione, il che viene vissuto dall'autore come un supremo "tradimento". Si confrontò anche con la letteratura per l'infanzia, dando vita a due libri - Il principe infelice e La raganellad'oro. Da ricordare infine il volume Gogol´ a Roma, che raccoglie buona parte degli articoli di critica letteraria.

SOLARIA Rivista letteraria pubblicata a Firenze (1926-36) e diretta da A. Carocci, che ebbe come condirettori G. Ferrata e A. Bonsanti. Riallacciandosi agli insegnamenti della Ronda in fatto di tradizione e di stile, ma con interessi più vasti e orientamenti europei, si fece mediatrice fra le tendenze della letteratura saggistica ed evocativa, allora prevalenti, e le tendenze al racconto e al romanzo proprie delle generazioni più giovani, puntando su una narrativa poetica, aperta alle suggestioni della memoria (in senso proustiano) e oscillante tra la fantasia e la moralità; per quanto riguarda la poesia, accanto a U. Saba e ad altri poeti ‘nuovi’ ma di una linea ancora tradizionale, accolse i maggiori esponenti dell’ermetismo (G. Ungaretti, E. Montale) e i suoi epigoni; così come nella parte propriamente critica fece sempre più posto alle correnti stilistico-ermetiche. Contribuì all’affermazione di scrittori come C.E. Gadda, A. Loria, E. Vittorini, C. Pavese, P.A. Quarantotti Gambini; dal 1928 le si affiancarono le Edizioni di Solaria.

LA RONDA La rivista romana "La Ronda", pubblicata fra il 1919 e il 1922, rifiutò l'esperienza dell'avanguardia. Il suo stesso titolo, alludendo alla ronda militare, prospettava l'esigenza di ordine nelle fila del

mondo letterario. Venne proposta una sorta di nuovo classicismo, tutto "italiano", che si rifaceva al magistero di Manzoni e Leopardi. I rondisti (V. Cardarelli, A. Baldini, R. Bacchelli, E. Cecchi, B. Barilli) guardarono alla prosa, e in particolare alle Operette morali leopardiane, come a un mezzo per trovare un perfetto equilibrio formale, serio e dignitoso. L'esigenza finiva però per far trascurare la necessità di una costruzione strettamente romanzesca. Ne derivò quindi una sorta di "frammentismo" luminoso e affascinante, anche se perfettamente opposto a quello drammatico e urlato della "Voce", soluzione stilistica elegante, ma per lo più priva di contenuti originali.Sul n. 1 de La Ronda dell'aprile 1919 apparve un Prologo in tre parti redatto da Vincenzo Cardarelli i cui punti fermi erano essenzialmente tre: a) simpatia e preferenze per il passato, culto dei classici e humanitas che consentono di sentirsi uomini; b) impegni linguistici e stilistici come il leggere e lo scrivere elegante non in senso formale ma come lucida e leopardiana trasparenza dei moti dell'animo; c) sincera fedeltà alla tradizione senza perdere di vista il livello europeo delle letterature straniere, mettersi in regola coi tempi, senza però spatriarsi.

L’ERMETISMO Con il termine ermetismo non si intende una vera e propria corrente letteraria del Novecento, ma un atteggiamento assunto da un gruppo di poeti. L’ermetismo è stata una corrente di poesia che si è sviluppata a partire dall'opera di Giuseppe Ungaretti ed è proseguita negli anni ’30 e, in parte, anche nel secondo dopoguerra. I suoi principali rappresentanti sono stati, a parte Giuseppe Ungaretti, Salvatore Quasimodo, sebbene soltanto per la sua prima produzione poetica, ed Eugenio Montale. La parola “ermetismo” fu usata per la prima volta dal critico d’ispirazione crociana Francesco Flora nel 1936: riferendosi alla poesia contemporanea, e soprattutto alle liriche di Giuseppe Ungaretti e di Paul Valery, egli affermava che l’espressione poetica si presentava, a suo avviso, alquanto oscura e critica, specialmente per un certo abuso della tecnica poetica dell’analogia. L’ermetismo si distingue per l’adozione di un nuovo linguaggio, che rispecchia sia una nuova concezione della poesia sia una nuova e diversa disposizione intellettuale e morali rispetto alle correnti precedenti. Questo si traduce anche nel rifiuto dell’intonazione oratoria. Il linguaggio degli ermetici, respinte le forme metriche tradizionali, mira all'essenzialità pertanto la parola deve farsi nuda, scarna.

SALVATORE QUASIMODO Nacque a Modica (Ragusa) nel 1901 e trascorse la sua infanzia in vari paesi della Sicilia dove via via s’era trasferito il padre che faceva il capostazione. Dal 1919 al 1926 visse a Roma per frequentare il Politecnico e laurearsi in ingegnerie, ma le ristrettezze economiche egli interessi per le lingue latina e greca lo dissuasero presto da quel tipo di studi. Nel 1926 si impiegò presso il Genio Civile di Reggio Calabria e nel 1929, trasferito a Firenze, fu introdotto da suo cognato Elio Vittorini, nell'ambiente letterario della rivista Solaria dove conobbe Montale, La Pira, Loria… e cominciò le sue pubblicazioni poetiche. Nel 1930 pubblicò la sua prima raccolta di versi Acque e Terre e nel ’32, trasferito a Genova, pubblicò Oboe Sommerso. Nel ’34 il poeta era a Milano, accolto nell'ambiente culturale milanese, e lasciato l’impiego al Genio civile si dedicò completamente alla poesia. Nel 1940 pubblicò la sua mirabile traduzione dei Lirici Greci ottenendo tali consensi che nel 1941 per chiara fama fu chiamato a insegnare letteratura italiana al Conservatorio. Intanto, scoppiata la seconda guerra mondiale, il poeta ne fu profondamente sconvolto e maturò l’idea che la poesia dovesse uscire dalla sfera aristocratica del privato per interessarsi alle problematiche sociali e civili, intenta a rifare l’uomo abbrutito dagli orrori della guerra. Questo impegno si riscontra in tutte le successive raccolte poetiche di Quasimodo: Giorno dopo giorno (1947), La vita non è sogno (1949), La terra impareggiabile (1958). Nel 1959 gli fu attribuito il premio Nobel per la letteratura. Morì a Napoli nel 1968.

LE IDEE E LA POETICA L’esperienza poetica di Quasimodo si può suddividere in tre tappe essenziali. La prima è rappresentata dalle poesie improntate ai modelli più illustri del tempo, dal Pascoli ai simbolisti, dal D’Annunzio ai crepuscolari.

Temi salienti: - l’amore per la terra siciliana - la malinconia - il ricordo dell’infanzia Sono sentimenti che il poeta lascia sgorgare dall'animo con sincera effusione, ma con linguaggio sobrio. La seconda ha come esperienza essenziale l’ermetismo; nelle liriche di questo periodo prevale la scelta formale (lo studio della parola porta ad una poesia pura e intensa). Siamo negli anni dell’appassionato studio dei lirici greci e l’esercizio sulle lingue classiche permette a Quasimodo di conciliare le esigenze della nuova poetica con il costante impegno di chiarezza. La terza tappa si può considerare quella che scaturisce dalla dolorosa esperienza della guerra. In quello sconquasso la poesia non può rimanere nel suo idillico isolamento, ma deve farsi interprete dell’uomo, acquistare concretezza e coscienza. Quasimodo si impegna in una poesia nuova che manifesta l’aberrazione per la guerra e l’ansia di rifare l’uomo, ridandogli le sue illusioni e la fiducia nel futuro. Purtroppo, in questa ultima fase, la poesia di Quasimodo, nell'impegno di diventare incisiva, decade spesso in una certa magniloquenza declamatoria.OBOE SOMMERSO Nella sua prima raccolta, Acque e terre, pubblicata nel 1930, Quasimodo si era abbandonato al ricordo nostalgico del passato, della famiglia e della terra d’origine con un linguaggio vicino a quello di Ungaretti. Più matura e originale risulta questa seconda raccolta, Oboe sommerso, pubblicata nel 1932 e considerata la prima, coerente manifestazione del nostro Ermetismo letterario. I contenuti prevalenti sono l’esilio dalla mitica e sognata terra d’origine, la solitudine, il sentirsi straniero nel mondo, la prefigurazione della morte. Emerge anche, nelle liriche del libro, il tema dell’intensa ricerca di una verità metafisica, pur se non in modo così significativo come in altri ermetici, quale per esempio Luzi. Il linguaggio delle liriche di Oboe sommerso risulta molto allusivo e simbolico; la grammatica stessa viene forzata, come a rendere il senso di una dissociazione interiore di cui il poeta soffre. Coerentemente con il titolo, sono frequenti nei componimenti del libro le analogie con la musica, fin dalla prima lirica, intitolata a un strumento musicale, l’oboe, appunto. GIORNO DOPO GIORNO Pubblicato nel 1947, con una prefazione di Carlo Bo, il libro di versi Giorno dopo giorno costituì un momento significativo di un nuovo corso dell’attività poetica di Quasimodo che ebbe inizio negli anni del Secondo conflitto mondiale. La guerra, scrisse l’autore nel Discorso sulla poesia del 1953, richiama con violenza un ordine inedito nel pensiero dell’uomo, un possesso maggiore della verità: le occasioni del reale incidono nella sua storia. La nuova generazione, dal 1945, reagendo alle poetiche esistenti, ha iniziato una condizione letteraria che non potrà che suscitare meraviglia in quanti si interessano della sorte della cultura italiana. La ricerca d’un nuovo linguaggio coincide, questa volta, con una ricerca impetuosa dell’uomo: in sostanza, la ricostruzione dell’uomo fondato dalla guerra. Queste mutate occasioni del reale alle quali Quasimodo si richiamò nel Discorso suggerirono i nuovi temi e le nuove immagini di giorno dopo giorno (i colpi di moschetto delle ronde / per le vie deserte, le tombe delle lacrime, il fumo degli incendi, la sirena che ulula); oppure la questione meridionale in Lamento per il Sud. Ai nuovi temi tratti dalla vita e dalla storia contemporanea, si accorda una mutata forma espressiva. Il linguaggio lirico tende, in Giorno dopo giorno, a schiarirsi: pur senza rinunciare alle immagini e ai simboli dell’Ermetismo, esso acquista una sintassi più piana e comprensibile ED è SUBITO SERA è un'antologia le cui sezioni Acque e terre; Oboe sommerso; Erato e Apòllion; Nuove poesie rispecchiano tappe che hanno lasciato segni rilevanti. Nell'edizione originaria, i testi erano in un ordine inverso, dalla sezione più recente (Nuove poesie) alla più antica (Acque e terre). In Acque e terre il poeta desidera eliminare i riferimenti ad una realtà che non sia quella intima, di

esperienze esistenziali uniche, di illuminazioni private irripetibili sostenute dal clima ermetico. Il contenuto di questa poesia è l'esperienza psicologica dell'immaginazione, il senso musicale risvegliato da ritmi verbali stretti e dissonanti nella libertà totale del verso

IL NEOREALISMO Il Neorealismo nasce da una reazione morale alle difficili condizioni dell'Italia del 1945, uscita da una guerra rovinosa e alle prese con i problemi drammatici della ricostruzione. Gli intellettuali sentono di doversi assumere un ruolo più attivo e influente rispetto alla tradizionale letteratura consolatoria, secondo la definizione di Elio Vittorini. Proprio quest'ultimo, dalle colonne della sua rivista Il Politecnico, patrocina il dovere dell'impegno dell'intellettuale nella società; un impegno sostenuto dall'ideologia marxista (nella linea di Gramsci). Ciò porta, sul piano letterario, a rinnovare forme e contenuti. Gli scrittori neorealisti assumono temi vicini alla realtà, cercano un linguaggio comprensibile al grande pubblico e si sforzano di comunicare messaggi positivi. Il rischio però è quello di ridurre l'arte e passivo rispecchiamento della realtà, anziché valorizzata come reinvenzione, in chiave critica, del mondo esistente. Gli autori e le opere : Fu il romanzo il genere più praticato dal Neorealismo, secondo quattro filoni tematici principali. Due si legano alle recenti esperienze della guerra e della Resistenza al nazifascismo: tra gli interpreti principali, ricordiamo Primo Levi con i suoi memoriali sulla persecuzione antiebraica, Pavese con il romanzo La casa in collina, infine i romanzi di Fenoglio sulla Resistenza. Gli altri due filoni si collegano al meridionalismo (spiccano i nomi di Brancati, Carlo Levi e Jovine) e al populismo. In quest'ultimo ambito si segnalano Pratolini e alcune opere di Moravia e Pasolini.

CESARE PAVESE Nacque a Santo Stefano Belbo (Cuneo) nel 1908 da una famiglia modesta e presto rimase orfano di padre. Compì i suoi studi a Torino dove si laureò in Lettere nel 1930 e si appassionò presto di letteratura inglese e americana, cominciando una intensa attività di traduttore con la casa editrice Einauidi di cui fu prezioso collaboratore. Nel 1935, per idee antifasciste, Pavese fu confinato per tre anni a Brancaleone Calabro, ma ebbe un condono di due anni e, tornato a Torino, pubblicò la sua prima raccolta poetica Lavorare stanca. Ritiratosi a vivere in campagna alle prime avvisaglie della guerra, scrisse alacremente; La sua vita, fu sempre travagliata da un'intima lotta fra aspirazioni e realtà, fra la sua ansia di affetto e di amicizie e la difficoltà ad aprirsi con gli altri, fra un ideale politico sociale e la troppo angusta ideologia partitica. La sua inquietudine divenne sempre più consapevolezza di essere incapace a vivere, di essere isolato dal resto del mondo, di sentirsi perseguitato dal sentimento della morte e dal desiderio di suicidio. Infatti morì suicida, in un albergo di Torino, nell'agosto 1950.

Le idee e la poetica Pur vivendo in epoca di neorealismo, Pavese non partecipò di questa corrente ma rimase piuttosto ancorato al bisogno di scavare nel fondo dei sentimenti umani alla maniera del Decadentismo, senza mai indulgere, però, ad alcun compiacimento, anzi manifestando spesso un intimo bisogno di genuinità e di freschezza. I temi fondamentali delle sue opere sono: - il ricordo dell'infanzia; - l'amore nostalgico per la terra natia; - il sentimento dell'inconscio e della solitudine; - un grande bisogno di amore; - il fascino della morte. Tutto ciò fu sintomo della lacerazione profonda della sua anima, in continua tensione fra aspettazioni e rinuncia, fra brama di vita e ansia di morire: specchio della crisi esistenziale in cui si riconobbero molti intellettuali del nostro secolo. Dal punto di vista stilistico, sia nella poesia sia nella prosa di Pavese si riscontra un linguaggio asciutto e scarno, essenziale. Il disinvolto uso della lingua, arricchita da forme dialettali e gergali, come si trova specialmente nei romanzi, derivò anche dalla sua esperienza di traduttore di opere anglo-americane e dalla concretezza espressiva, spesso

aspra, dei loro autori che contrastava con la ricercatezza letteraria degli scrittori italiani del momento. Da questo, il fascino del suo esprimersi originale e sobrio. Con Pavese abbiamo il tema del mito e della campagna. La campagna è colta dal punto di vista dell’intellettuale di città che vuole recuperare il senso vero dell’esistenza e finisce ogni volta per riscoprire la propria solitudine. Il mondo dei miti si pone come varietà profonda, come scoperta di una scissione di una modernità dalla radice e dall’essenza dell’uomo, ma anche come rivelazione e scoperta terribile di un destino ineluttabile che ha la forza delle pulsioni primitive. Le opere principali sono: -Paesi tuoi (1941): romanzo in cui è vivo il dissidio dell'anima del poeta, combattuto fra il richiamo della sua terra di campagna, dove ha trascorso l'infanzia, e il fascino della città, dove ora vive. -Il compagno (1947): un romanzo in cui il narratore, tornato dalle Americhe si fa raccontare dall'amico Nuto gli avvenimenti del paese durante la sua lontananza; ne nasce un affresco di personaggi e di fatti realisticamente teneri o violenti. -Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (1951): una raccolta postuma di dieci liriche per una donna (Costance Dowling) che per il poeta sembra rappresentare tutto il bene e tutto il male possibile. -Il mestiere di vivere (1952): è il diario in cui Pavese, spietatamente, mette a nudo se stesso, fin nei più intimi pensieri. Fu pubblicato postumo.

ELIO VITTORINI Vittorini e Pavese sono i maestri del “nuovo realismo” degli anni 30 e poi del Neorealismo postbellico. Il mito dell’America di cui entrambi furono promotori non portò solo all’assimilazione del realismo “americano”, ma anche a sognare ideologicamente un’umanità totale, un uomo assoluto e universale. Elio Vittorini nasce a Siracusa, vive dapprima a Firenze e poi a Milano. Esordisce con i racconti di Piccola borghesia in cui si mescolano istanze ideologiche tipiche del fascismo di sinistra ed esigenze letterarie ispirate alla lezione del grande romanzo europeo, risolte nel monologo interiore del “flusso di coscienza”. L'opera di Vittorini si presenta molteplice, sia per gli spunti sia per le risoluzioni narrative. Lo scrittore non assume mai uno stile definitivo, desiderando sperimentare modi narrativi nuovi e nuovi campi di indagine. Nel suo romanzo più noto, Il garofano rosso, la narrazione si svolge su tre piani: il diario, il dialogo e la lettera, tre modi del protagonista per rilevare sé stesso con immediatezza e per l'autore tre mezzi per interpretare ed esaltare il mondo dei giovani, senza alterarne il fascino. Con i continui mutamenti di stile Vittorini intese adeguarsi non solo ai soggetti trattati, ma alla società in movimento e in evoluzione di cui seppe cogliere e intuire i mutamenti. Uno dei suoi problemi fu quello di rendere la letteratura uno strumento di conoscenza di una società caratterizzata dallo sviluppo tecnologico: non basta, pensava, che lo scrittore descriva questo sviluppo, ma deve indagare la catena di effetti che provoca, o meglio deve indagare la condizione umana alienata che esso determina. Ecco che in questo senso Vittorini si può considerare promotore e anticipatore di molte correnti successive e, attraverso le sue riviste, sollecito e oculato scopritore di giovani autori che gli incoraggiò con sicurezza e lungimiranza di critico.

BEPPE FENOGLIO Beppe Fenoglio è l’unico scrittore che rappresenti davvero “eroi positivi”, ma nessuno di essi muore per un’ideologia politica. Ciò lo distingue nettamente dal Neorealismo. Il suo impegno è di tutt’altra natura: è un impegno verso la vita stessa, intesa come dignità dell’esistere, come scommessa che si realizza in scelte radicali in cui si mette alla prova l’onore della persona umana in quanto tale. L’uomo è passione, rispetto etico spontaneo, anche pura energia fisica e vitale: può morire per amore di una donna o per un amicizia. Fenoglio aveva una conoscenza viva della letteratura inglese e americana infatti la prima redazione del romanzo Il partigiano Jhonny fu scritta in inglese. L’opera di Fenoglio è fra le più singolari del Novecento, incentrata su due temi predominanti: la guerra partigiana , a cui l’autore partecipò, e la vita contadina nelle Langhe, la campagna piemontese tanto cara anche a Pavese. Quando Fenoglio parla della lotta partigiana nella Resistenza lo fa senza trionfalismi , con

obbiettiva valutazione dei fatti, talvolta con un tono ironico che tende a ridimensionare l’aspetto epico per sottolinearne la sconvolgente crudeltà Parlando delle Langhe, invece, il suo sguardo è puntato sulla quotidiana fatica dei contadini, sul loro carattere violento, temprato dagli stenti della miseria, sulla essenzialità rude dei loro reciproci rapporti. Il tono realistico è stato accostato, da qualche critico, a quello del Verga. Anche la lingua di Fenoglio è singolare e cambia registro al cambiare dell’argomento trattato: misurata e quasi letteraria, asciutta e con evidenti influenze della lingua inglese, nei romanzi e racconti sulla Resistenza; quasi espressionista e con influssi dialettali quando è in bocca ai langaroli. Sempre essenziale e scarna.

DUE ROMANZIERI TRADIZIONALI : ELSA MORANTE E TOMASI LAMPEDUSA Due romanzieri del dopoguerra esemplificano meglio di altri la nozione di tradizione novecentesca nel campo del romanzo, con una voluta ripresa delle componenti ottocentesche implicite nel concetto di tradizione. Si tratta di Elsa Morante e Tomasi di Lampedusa. Elsa Morante, moglie di Moravia negli anni della guerra e del dopoguerra, rivela sin dalla sua formazione degli aspetti che sempre convivevano nella sua produzione narrativa: una adesione profonda e un’ammirazione sconfinata per la letteratura, sentita come capacità di rivelazione e bellezza; la tendenza a una narrazione, grandiosamente atteggiata, non senza rischi di ingenuità e di cadute; il bisogno di meraviglioso; l’aspirazione realistica e ottocentesca che abbracci ogni aspetto della realtà. Dopo avere esordito con dei racconti, la Morante ci dà il suo capolavoro nel suo primo romanzo Menzogna e sortilegio. A raccontare la storia è una narratrice-testimone, Elisa. Rimasta sola dopo la morte della madre adottiva, la prostituta Rosaria, ella ricostruisce le vicende della sua famiglia siciliana, attraverso 3 generazioni. La piccola borghesia è al centro del romanzo, con la sua religione fanatica e superstiziosa. I personaggi mentono assumendo pose ed atteggiamenti teatrali. Il tema della madre perduta è un motivo autobiografico in quanto Elsa aveva un padre anagrafico e uno naturale. Questo tema ritorna nel romanzo successivo L’isola di Arturo. La felicità coincide con un’infanzia favolosa e con lo spazio stesso dell’isola. Nel romanzo successivo prevale invece, sin dal titolo, La Storia, l’aspetto storico. Esso ebbe grande successo di pubblico. Il romanzo intende esibire un risvolto politico di tipo anarchico. Tutti i personaggi muoiono tragicamente nel dopoguerra, tranne la protagonista, che però finisce in manicomio. L’ultima opera della Morante, Aracoeli, ripropone il tema della ricerca della madre da parte di un giovane omosessuale. Giuseppe Tomasi di Lampedusa è ricordato per la sua opera più importante, Il Gattopardo. Opera che all’inizio stentò a trovare un editore, e fu pubblicata soltanto postuma nel 1958. Riscosse un grande successo di critica e di pubblico, ma suscitò anche vive polemiche in chi vide il ritorno a soluzioni letterarie troppo tradizionali.

MARIO LUZI Mario Luzi è nato a Castello (Firenze) il 20 ottobre 1914 da genitori toscani. Trasferitosi con la famiglia nel senese, studiò a Siena fino al 1929; poi rientrato a Firenze, vi compì gli studi liceali e universitari. Nel 1936 si laureò in letteratura francese con una tesi si Francois Mauriac. Esordì con la raccolta di versi, La barca, nel 1935; frequentò il gruppo degli ermetici fiorentini e cominciò a collaborare alle riviste Frontespizio, Letteratura e, più tardi, Campo di Marte. Nel 1938 Luzi iniziò la carriera di insegnante. Nel frattempo si sposò ed ebbe un figlio. Nel 1960 riunì nel libro Il giusto della vita le precedenti raccolte poetiche: Avvento notturno (1940), Un brindisi (1946), Quaderno gotico (1947), Primizie del deserto (1952) e Onore del vero (1957). Luzi compì numerosi viaggi e ottenne premi e riconoscimenti. Nella fase matura della sua attività poetica compose poemetti drammatici, come Ipazia (1978) e Rosales (1983), e pubblicò versi via via più lontani dall’Ermetismo: Nel magma (1963), Dal fondo delle campagne (1965), Su fondamenti invisibili (1971), Al fuoco della controversia (1978), Frasi e incisi di un canto salutare

(1990), Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini (1994). Nominato senatore a vita della Repubblica nel 2004, Luzi si è spento nel 2005.

Il tema che domina nella poesia di Luzi è quello della celebrazione drammatica dell'autobiografia dove viene messo in risalto il drammatico conflitto tra un "Io" portato per le cose sublimi e le scene terrestri che gli vengono proposte.

GIORGIO CAPRONI Giorgio Caproni (Livorno 1912-Roma 1990) a dieci anni si trasferì a Genova con la famiglia. Qui seguì studi classici e musicali, in modo irregolare. Lavorò poi come violinista, come impiegato e come maestro elementare, prima in val Trompia, nel bresciano, poi a Roma. Partecipò come soldato semplice alla seconda guerra mondiale e poi alla resistenza. Tornato a Roma, nel 1946, continuò a insegnare, fece il giornalista e collaborò con varie riviste letterarie come critico, autore di racconti, traduttore. Tra le sue opere ricordiamo Come un'allegoria (1936) e Ballo a Fontanigorda (1938). Nel 1983 tutte le sue raccolte di poesia furono riunite sotto un unico titolo: Tutte le poesie. Giorgio Caproni e il rimpianto del passato Tre sono i nuclei tematici intorno ai quali si sviluppa la poesia di Giorgio Caproni: la città, la madre, il viaggio. Si tratta di motivi autobiografici e, insieme, metaforici; Genova e la madre, oltre che un amore concreto, ben vivo nella storia personale del poeta, rappresentano l'impossibile ritorno al passato, la nostalgia e il rimpianto per una dimensione di vita dalla quale egli si sente esiliato. Il tema del viaggio è allegorico per eccellenza: è il viaggio a ritroso nel passate ma è anche quello verso la fine della vita. Questi temi, oltre a caratterizzare diverse fasi della poesia di Caproni ne determinano le scelte espressive. Un recupero dei metri tradizionali antichi, il sonetto, la ballata, la canzone costituisce la caratteristica più evidente di questi testi, insieme con una musicalità così orecchiabile da far pensare subito alla sua attività di violinista.

PIER PAOLO PASOLINI Pier Paolo Pasolini era uno dei quattro autori di «Officina» e i temi utilizzati da costoro erano prevalentemente quelli che rinviavano alla distruzione del mondo contadino, ai cambiamenti prodotti dallo sviluppo economico nel costume delle masse popolari, alle nuove forme di organizzazione industriale nelle fabbriche e nelle società, alla delusione per la fine del clima eroico della Resistenza e pe il conformismo dominante anche nei partiti di sinistra. Pasolini è stato innanzitutto un grande intellettuale: sia come critico letterario, sia come critico della cultura, del costume e della società italiana del dopoguerra, di cui ha denunciato la mutazione antropologica. Fra i segni di quest’ultima ci sono la scomparsa dell’identità popolare e il trionfo indifferenziato di una nuova lingua nazionale, diffusa dalla televisione che ormai colonizza e dirige l’immaginario, l’uomo diventa un consumatore. Pasolini come romanziere ha prodotto due opere importanti, entrambe risalenti al periodo di «Officina», Ragazzi di vita e Una vita violenta. Un terzo romanzo di argomento sociale e di ambientazione friulana è Il sogno di una cosa. Ad un quarto romanzo, Petrolio, stava lavorando al momento della morte: esso, concepito come una specie di summa di tutte le sue esperienze, è rimasto incompleto. Il protagonista, Carlo, di cui si rappresenta la scissione psicologica sullo sfondo di un’Italia dominata dagli interessi economici e dalla volgarità neocapitalistica, è largamente autobiografico. Le due opere più significative restano comunque quelle del periodo di Officina,. -Una vita violenta è costruito un po’ meccanicamente secondo il modulo realistico e tradizionale dell’educazione sentimentale, morale e politica di un ragazzo delle borgate romane, Tommasino Puzzilli, che, dopo numerose bravate teppistiche, diventa militante del PCI e muore per salvare una prostituta. Entrambi i romanzi sono scritti in un italiano che risente del romanesco e che vuole rendere il linguaggio basso e gergale delle borgate. -Ragazzi di vita è più libero, meno costruito, è incentrato sul tema chiave della produzione artistica pasoliana. È formato da 8 capitoli , che possono essere letti anche come racconti autonomi. I dialoghi sono in dialetto romanesco, mentre nelle parti connettive al prevalente italiano letterario si uniscono inserti gergali. Fra le varie figure giovanili spiccano quelle del Riccetto che, dopo varie imprese teppistiche, alla fine sceglie il lavoro e s’integra nella società; di Amerigo forte e sicuro di se e ribelle sino al suicidio; e di Genesio, timido e pensoso, che muore nel tentativo di mostrare a se stesso una forza non ancora raggiunta. Questo romanzo suscitò anche vivaci polemiche per il modo crudo con cui veniva presentato il popolo e per le scene di sesso.

GIORGIO BASSANI Nato a Bologna nel 1916 da agiata famiglia della borghesia ebraica di Ferrara, Bassani trascorre l'infanzia e la giovinezza a Ferrara, dove si laurea in Lettere nel 1939. E' attivo antifascista e partecipa alla Resistenza. Dal 1943 si trasferisce a Roma, dove vive, pur con frequenti ritorni a Ferrara, dove si laurea in Lettere nel 1939. E' attivo antifascista e partecipa alla Resistenza. Dal 1943 si trasferisce a Roma, dove vive, pur con frequenti ritorni a Ferrara. Si dedica all'editoria (propone nel 1958 la stampa del Gattopardo per l'editore Feltrinelli), al cinema, al giornalismo culturale: è redattore del periodico Botteghe oscure e della rivista Paragone, collabora con Il Mondo e con la Letteratura. Il successo del romanzo Il giardino dei Finzi-Contini (1962) è avversato dalla Neoavanguardia, che individua nell'opera un modello letterario ormai superato, intimistico e sentimentale. Bassani ricopre nel 1966 la carica di vicepresidente della Rai-Tv e presiede l'associazione Italia nostra, di cui è stato uno dei fondatori. Si è spento a Roma nel 2000. OPERE La sua ricca produzione comprende opere di narrativa, poesia e saggistica. Esordisce nel 1940 con i racconti Una città di pianura, pubblicati (per ragioni razziali) con lo pseudonimo di Giacomo Marchi. In seguito i suoi romanzi e racconti sono giunti a costituire un ciclo, da lui stesso intitolato Il romanzo di Ferrara (1980), che mantiene, sempre sullo sfondo Ferrara e l'ambiente ebraico della città. Di tale ciclo fanno parte i racconti delle Cinque storie ferraresi (1956) e i romanzi Gli occhiali d'oro (1958), Il giardino dei Finzi-Contini (1962), Dietro la porta ( 1964), L'airone (1968): opere tutte imperniate sui motivi della memoria e dell'introspezione, espressi con i toni bassi e impersonali cari a Bassani. Tali contenuti ritornano anche nei suoi versi (l'autore riunì le sue opere poetiche nel volume In rima e senza, 1982). Ha raccolto infine i saggi critici nel libro di là dal cuore (1984). Il romanzo breve gli occhiali d’oro (1958) narra la vicenda del medico Athos Fadigati, che esercita onorevolmente la sua professione a Ferrara, nel periodo tra la Prima e la Seconda guerra mondiale. Bene inserito nell’agiata borghesia cittadina, Athos finisce però per diventare vittima di una diversità che lo condanna all’esclusione sociale: infatti, malignamente e senza fondamento, viene accusato di omosessualità. Via via si identifica apertamente nel ruolo che gli altri, gli hanno attribuito; arriva così a degradarsi, davanti a se stesso e alla società, con una scandalosa avventura. Alla fine non vedrà che il suicidio come unica via d’uscita da una situazione fattasi per lui insostenibile, e da un mondo che sente non appartenergli più. L’io narratore segue la vicenda dello sventurato medico con commossa partecipazione (il racconto è svolto in prima persona). In Athos, Bassani si riconosce anche lui è un diverso, un escluso, in quanto ebreo. Il tema della persecuzione degli innocenti ritornerà nel più famoso romanzo il giardino dei Finzi-Contini (1962), nel contesto della deportazione degli ebrei voluta dal fascismo.

LEONARDO SCIASCIA Leonardo Sciascia è nato a Racalmuto (Agrigento) nel 1921, fu maestro elementare fino al 1957 per dedicarsi, poi, interamente alla letteratura, pubblicando articoli e saggi sulle più prestigiose riviste culturali. Attento osservatore e studioso dei problemi e dei costumi della Sicilia sui quali sono incentrati i suoi romanzi più riusciti), ha indagato soprattutto il tema della mafia che, pur avendo profonde radici nella sua terra è, secondo lui, un male che ormai colpisce l'intera società italiana. I suoi scritti, molti numerosi, riguardano anche argomenti di critica letteraria come il pregevole saggio Pirandello e la Sicilia del 1963) e di indagine sociale e politica, come il dossier L'affaire Moro del

1979, in cui avanza una sua ipotesi sull'assassinio dell'onorevole Aldo Moro, esponente della Democrazia Cristiana. E' morto nel novembre 1989. Le idee e le tematiche Sciascia non si allontana mai da una letteratura impegnata e il suo stile è sempre molto essenziale, quasi lapidario, specialmente quando riferisce argomenti della realtà; in esso sentiamo l'impegno, più morale che artistico, di descrivere con obbiettivo distacco e lucido ragionamento. Il suo argomento più sentito è la Sicilia con le sue piaghe secolari e i tanti problemi di cui egli vive appassionatamente le tensioni e di cui cerca le origini. La mafia, l'omertà, la miseria, la politica della Sicilia sono argomenti consueti nelle opere di Sciascia, da Le parocchie di Regalpetra (1958) fino a La Sicilia come metafora (1979) ed esprimono la sostanza pessimistica della sua ispirazione. Le sue opere di maggior successo sono: LE PARROCCHIE DI REGALPETRA (1958): una serie di cronache su un paese immaginario della Sicilia che potrebbe essere tutta la Sicilia. GLI ZII DI SICILIA (1961): raccolta di quattro racconti, quasi dei saggi storico-politici. IL GIORNO DELLA CIVETTA (1961): un romanzo che si svolge in un paese qualunque della Sicilia. E' l'alba. L'autobus di linea, carico di gente, si sta avviando. Si vede un uomo correre e il bigliettaio apre lo sportello per farlo salire, In quell'attimo due colpi di lupara squarciano il silenzio e l'uomo cade. E' Salvatore Colasberna, un piccolo impresario edile. L'assassino, fatto il colpo, fugge, ma viene riconosciuto da Paolo Nicolisi, un uomo buono e onesto, appena uscito di casa per andare al lavoro. Potrebbe diventare un testimone pericoloso, e la mafia lo fa fuori. Al capitano dei carabinieri, il Bellodi, che conduce l'inchiesta, arriva una denuncia anonima: L'assassinio è un killer mafioso, Diego Marchica; Paolo Nicolisi è stato ucciso da Saro Pizzucco; il mandante è don Mariano Arena, capomafia del luogo. I tre mafiosi vengono arrestati, ma ecco entrare in azione due potenti politici di Roma, legati alla mafia, e ogni prova raccolta dal capitano Bellodi si dissolve. I tre criminali escono trionfanti dal carcere. A CIASCUNO IL SUO (1966): ancora un romanzo basato sul rapporto mafia potere politico. In un paesino siciliano un medico vuole svelare gli intrighi mafiosi, ma viene ucciso. Il professor Laurana, un tranquillo insegnante, scopre gli autori del delitto, ma viene ucciso a sua volta, prima che possa fare la denuncia. IL CONTESTO (1971): romanzo di fantapolitica. LA SICILIA COME METAFORA (1979): saggi di vario argomento. PORTE APERTE (1897) romanzo.

VITTORIO SERENI Vittorio Sereni è nato a Luino, sul Lago Maggiore, nel 1913, si trasferì nel 1925 a Brescia con la famiglia e ancora, nel 1933, a Milano. Qui si accostò alla cerchia di intellettuali che facevano capo al filosofo Antonio Banfi e divenne amico della poetessa Antonia Pozzi. Si laureò in lettere con una tesi su Guido Gozzano. Cominciò quindi a lavorare come insegnante di italiano e latino nei licei milanesi. Frequentava intanto l’ambiente di letterati e artisti che facevano capo alla rivista Corrente. Nel 1941 pubblicò appunto con le edizioni di Corrente il suo primo libro di versi, Frontiera (riedito nel 1942 con il titolo Poesie), ancora vicino alla poetica dell’Ermetismo. Richiamato alle armi, come ufficiale di fanteria, soffrì le dolorose esperienze della Seconda guerra mondiale. Venne fatto prigioniero dagli inglesi in Africa settentrionale e fu perciò recluso per due anni in campo di prigionia, tra Algeria e Marocco. Tali vicende ispirarono le liriche del Diario d’Algeria (stampato nel 1947). Finita la guerra, Sereni riprese l’insegnamento liceale, che lasciò nel 1952 per lavorare prima

all’ufficio stampa della Pirelli (1952-58) e poi come dirigente editoriale alla Arnoldo Mondadori (1958-75). Dopo alcuni anni di silenzio poetico, nel 1965 uscì il suo terzo libro, Gli strumenti umani, che si lascia alle spalle le soluzioni ermetiche, a favore di un linguaggio più discorsivo, vicino al parlato, adatto ad affrontare le tematiche della disumanizzazione del mondo contemporaneo e della solitudine dell’uomo nella società delle macchine e del benessere. Nel 1981 uscì il quarto libro di versi, Stella variabile. Sereni fu autore anche di prose saggistiche e di memoria (Gli immediati dintorni, 1962; Letture preliminari, 1973 ecc.) e di traduzioni poetiche. E morto a Milano nel 1983. Frontiera, la prima raccolta di Sereni, fu pubblicata nel 1941. La frontiera del titolo ha un valore reale e, insieme, un valore simbolico. Da una parte, infatti, si riferisce alla frontiera tra Italia e Svizzera presso cui è situata Luino, il suo paese natale, che domina, con il suo paesaggio lacustre, le liriche della raccolta. Dall'altra parte, la frontiera porta in sé anche l'idea simbolica del confine, del limite, che segna la realtà intera e la condizione umana. Il lago di Luino rappresenta in tale contesto l'al di qua, la realtà nota, la giovinezza, mentre al di là della frontiera c'è lo spazio dell'ignoto. Scaturisce da qui il senso di sospensione e di apprensione che si coglie nelle poesie della raccolta. Lo stile si ispira alle contemporanee ricerche degli ermetici; ma già in Frontiera (e poi, più chiaramente, nelle successive raccolte) lo sforzo di Sereni è quello di coniugare l'essenzialità e l'oscurità della parola ermetica con l'obiettivo di restare fedele alle circostanze concrete della vita, per cui si arricchisce anche di elementi e modalità narrative. Per questa ragione il linguaggio di Sereni appare fin da qui più sciolto e aperto, più comprensibile, rispetto a quello di Luzi e degli altri poeti dell'Ermetismo fiorentino. Pubblicato nel 1947, il Diario d'Algeria è uno dei testi fondamentali della poesia italiana contemporanea. Il libro è suddiviso in tre sezioni. La prima è dedicata alle esperienze di guerra precedenti la cattura del poeta, in particolare alla campagna di Grecia. La seconda parte, comprendente 12 liriche, è il vero e proprio diario della prigionia in Algeria, presso Orano. La terza, intitolata Il mal d'Africa, raccoglie altri testi legati all'esperienza della guerra e della prigionia. Il sentimento dominante nell'opera è quello della lontananza da tutto: una segregazione di cui il poeta (morto alla guerra e alla pace) soffriva profondamente; tra l'altro egli patì moltissimo di non poter partecipare alla Resistenza. Accanto al rimpianto per la giovinezza perduta e per la cocente sconfitta esistenziale, si precisa, lirica dopo lirica, il grande tema di Sereni: quello dell'identità minacciata, dell'insicurezza, della crisi esistenziale originata dalle ferite della storia. La crisi vorrebbe risolversi nella poesia, ma il tentativo di rimarginare la ferita non riesce: il poeta proclama di essere incompleto per sempre.

ANDREAZANZOTTO Andrea Zanzotto nasce nel 1921 a Pieve di Soligo (Treviso), dove tuttora risiede. Dopo essersi laureato in Lettere a Padova nel 1942, partecipa alla Resistenza veneta nelle file di Giustizia e Libertà. Trascorre alcuni anni in Francia e in Svizzera, prima di tornare a stabilirsi definitivamente nel paese natale. Insegna quindi storia dell’arte nei licei. Il suo primo volume (Dietro il paesaggio, 1951) lo segnala come poeta aperto ai nuovi linguaggi della sperimentazione post-ermetica. Seguono altri libri di versi: Vocativo (1957), IX Ecloghe (1962), La beltà (1968, primo esempio di poesia fortemente sperimentale, Pasque (1973). In dialetto trevigiano scrive Filò (1976), una raccolta nata, in parte, dal lavoro di sceneggiatura per il film Casanova di Felini. Al centro della carriera poetica di Zanzotto vi è una trilogia di tre libri di versi, che lo accreditano tra i protagonisti della nostra lirica contemporanea: Il galateo in bosco (pubblicato nel 1978 con prefazione di Gianfranco Contini), Fosfeni (1983), Idioma (1986). Si acuiscono intanto le crisi d’insonnia e depressione, che lo inducono a un breve ricovero ospedaliero. Nel 1988 riceve il premio Feltrinelli dell’Accademia dei Lincei, consacrazione della sua attività letteraria. Come prosatore, Zanzotto esordisce nel 1964 con le prose creative di Sull’altopiano; seguirà nel 1990 il volume Racconti e prose. Nei successivi volumi Fantasie di avvicinamento (1991) e Aure e disincanti nel Novecento letterario (1994) sono raccolti ulteriori saggi critici, a conferma della consapevolezza anche teorica con cui Zanzotto ha sostenuto e arricchito la propria scrittura poetica.

Al diamletto veneto Zanzotto è ritornato nel poemetto Mistieòi (1979) e in varie storie per bambini (La storia dello Zio Tonto, 1997). L’ultimo suo libro in versi è Meteo (1996), che raccoglie frammenti e materiali poetici precedenti.La poesia di Andrea Zanzotto, uno dei più significativi poeti dell'attuale momento letterario italiano , inizia da suggestioni di carattere ermetico per caratterizzarsi via via in una accentuata ricerca formale che, come dice il critico Mengaldo, non ha niente da invidiare alle esperienze dell' avanguardia più spericolata. "Lo sperimentalismo di Zanzotto è infatti molto diverso da quello della recente neoavanguardia per l'intrecciarsi di tale ricerca con una vasta e sofferta problematica culturale, legata anche alla percezione delle contraddizioni drammatiche e alienanti della nuova realtà industriale e consumistica". I termini fondamentali della scrittura poetica di Zanzotto sono il soggetto, che continuamente muta il suo principio di consistenza, il linguaggio, come dimensione in cui convivono il fondamento dell'essere e quelle dei codici del sapere e della storia e il mondo, che a momenti alterni accoglie il microcosmo dell'habitat privato e le forme più alienanti della realtà contemporanea.

PAOLO VOLPONI Vissuto tra Urbino e Milano, è una figura anomala di letterario, l’unico che abbia avuto una esperienza di lavoro duratura all’interno del mondo industriale (FIAT). Il suo sperimentalismo consiste tanto nell’introduzione di nuovi contenuti, quanto nella capacità di far confluire per scontrarsi poesia e prosa, motivi lirici e grotteschi, spunti realistici, espressionistici e surreali, il sogno utopico e incantato di una natura intatta e di una civiltà medievale e rinascimentale con essa in armonia e la rabbiosa constatazione dei gisti prodotti dall’industria sul mondo naturale e civile. Volpini s’impegna, durante gli anni 60, nel romanzo, dapprima con Memoriale e poi con La macchina mondiale. Tanto il primo romanzo quanto il secondo presentano alcune caratteristiche comuni: protagonisti sono due personaggi “diversi”, esclusi e irregolari che fronteggiano la realtà moderna della fabbrica o della burocrazia della capitale. Inoltre nel primo e nel secondo romanzo si alternano piani e registi linguistici diversi: in Memoriale l’impianto sociologico e saggistico del racconto è inframmezzato da momenti lirici e soggettivi; nella Macchina mondiale, si passa dalle citazioni del trattato, che il protagonista sta scrivendo in un linguaggio tecnico e scientifico, al modulo lirico-descrittivo con cui si manifesta la nostalgia per la campagna e per l’antica civiltà delle città medievali e rinascimentali. Entrambi i testi affrontano poi il tema dell’alienazione dell’uomo contemporaneo, dei suoi disturbi psicologici, dello stravolgimento interiore prodotto dalla realtà neocapitalistica. Nel 1974 esce Caporale storia di un intellettuale in crisi che si fa costruire un rifugio antiatomico.

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