ASIA AL CENTRO - F. Mazzei, V. Volpi, Sintesi di Geografia. Università degli Studi di Bergamo
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ASIA AL CENTRO - F. Mazzei, V. Volpi, Sintesi di Geografia. Università degli Studi di Bergamo

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ASIA AL CENTRO, CAPITOLO 1

La via della seta

Come i romani ebbero qualche vaga idea della Cina, anche i cinesi seppero qualcosa dell'Impero romano, o meglio delle sue province orientali, come la Siria romana. In occidente, al tempo, due erano i termini usati per indicare la Cina: “Serica” e “Sina”.Il primo termine deriva dal cinese “si” (seta), trasmesso in Europa con l'inizio del commercio di questo tessuto. Invece, per quanto riguarda il secondo termine, ci si riferisce alla prima dinastia imperiale che governò la Cina, i Qin, dal cui nome derivò il latino “Sina” e quindi il nostro “Cina”. Tra i due maggiori imperi del tempo esisteva un fiorente commercio. Roma ad esempio importava tessuti di seta, e, oltre a questo prezioso tessuto, anche altre merci come il ferro serico, le pelli e il vetro venivano scambiati tra Est e Ovest. I ripetuti tentativi da parte dei cinesi di stabilire contatti diretti con Roma ( poiché fino ad ora erano solo saltuari contatti commerciali via terra o mare) fallirono a causa degli ostacoli frapposti dai Parti, un popolo che voleva trarre profitto dai commerci tra Roma e la Cina. In seguito, con la presa di potere della nuova potenza musulmana e con l'inizio dell'islamizzazione dell'estrema periferia occidentale della Cina, si chiuse definitivamente la comunicazione di terra tra Occidente e Oriente. In compenso però si guadagnò per via marittima, con l'inizio della grande era della navigazione araba alla volta della Cina. Per secoli una pista lunga 8000 km unì l'Europa e la Cina attraverso il Medio Oriente e poi L'Asia Centrale. Questa era la via della seta, una via che non solo era un mezzo per trasportare prodotti di lusso o merci ma era anche rotta di religioni e idee, un luogo di incontro di civiltà raffinate e di idee. In questo luogo di congiunzione tra Occidente e Cina si sono succedute diverse civiltà come i parti, l'impero dei Kushana che permise l'urbanizzazione dell'Afghanistan e la diffusione del buddhismo. Intorno al IV Secolo l'Eurasia fu dominata da quattro grandi imperi: L'impero gupta in India, L'impero sasanide, L'Impero romano e infine quello cinese.

Il primo incontro

La via della seta fu sotto il controllo islamico dal X secolo fino alla conquista mongola del XIII secolo, controllo che inaugurò una fase di intensi scambi tra l'est e l'ovest. Il primo vero incontro tra le due civiltà si ebbe grazie alla pax mongolica, che rese possibile contatti diretti tra la Cina della dinastia Yuan e l'Europa medioevale. Così le relazioni tra Cina e Occidente erano entrate in una nuova fase, incoraggiate dai sovrani mongoli che favorirono lo stanziamento degli stranieri. Il veneziano Marco Polo fu il primo europeo a raggiungere la corte cinese in quel periodo e a dare notizie sulla Cina e sul Giappone nella sua opera “ il milione”. Alcuni contatti ci furono anche tra la cristianità medievale e la Cina, in quanto in Oriente erano presenti delle chiese Nestoriane che avevano contatti con il papato. Quest'ultimo mandò in missione molti frati francescani per lo più italiani, tra cui il primo fu Giovanni dal Piano dei Carpini. I compiti dei missionari, oltre che evangelici, erano anche diplomatici. L'obiettivo che si prefiggevano era eminentemente politico: ottenere l'appoggio dei mongoli contro i saraceni in modo da stringerli in una morsa. In pratica si venne a creare un triangolo geopolitico culturale tra la potenza mongola, l'Islam e le crociate organizzate dal papato e dai franchi, desiderosi anch'essi di poter ottenere alleati nestoriani contro i saraceni. In conclusione, si pensò che gli effetti del primo incontro tra Cina e Europa medioevale furono modesti e non di lunga durata, forse proprio perché fu un incontro indiretto, avvenuto tramite la Persia e il mondo arabo.

Il grande incontro

Secondo la teorizzazione di Fernand Braudel ,con la nascita delle grandi civiltà centralizzate urbane avevano fatto apparizione le “economie mondo”ovvero mondi autonomi che superavano i regni e gli imperi più vasti. A tal proposito, dopo la caduta dell'Impero romano, il mondo arabo-musulmano, nel XII secolo, aveva formato un'economia-mondo, proprio come accadde al Mediterraneo nel XVI . Anche se diviso politicamente , quest'ultimo aveva una sua unità geoeconomica grazie al dinamismo di Genova, Firenze e Venezia. Alla periferia orientale dell'Eurasia, contemporaneamente, un'altra economia-mondo aveva creato la Cina della dinastia Ming, che organizzò l'apertura delle rotte commerciali verso l'Africa. Fu proprio in questo contesto di transizione verso il moderno “sistema- mondo” che ebbe luogo il secondo incontro tra le due grandi civiltà dell'Eurasia, avvenuto a partire dalla seconda metà del XVI sec a opera dei missionari gesuiti. In Cina i missionari furono colpiti dall'efficienza della società, amministrata da una potente burocrazia ma anche dall'economia, che era dotata di un'agricoltura produttiva e di un'industria di elevata qualità tecnica. Pensarono che fosse una società degna di essere imitata, e ,addirittura, pensarono di cercare di trasmettere gli stessi valori ( come l'ordine sociale basato sul merito e non sulla nascita) anche in Italia. Questo impero era potente e prospero, governato da un sovrano saggio, assistito da funzionari selezionati secondo criteri meritocratici. Era lo stato più evoluto dal punto di vista tecnologico rispetto all'Europa rinascimentale. Particolarmente sofisticata per il tempo era la conoscenza che Leibniz aveva della Cina, di cui ne parla nell'introduzione a “Novissima Sinica”. Egli afferma che gli europei erano uguali ai cinesi nella tecnologia ma inferiori nell'adattare l'etica e la politica alla concretezza della vita. Inoltre, a differenza della maggior parte dei gesuiti, che preferivano il confucianesimo delle origini, Leibniz era affascinato dal neoconfucianesimo, in quanto in esso avrebbe trovato conferma della sua teoria sulle “monadi”( sostanze formate da piccole particelle in parti materiali e in parte immateriali indipendenti e autonome tra loro, ogni monade è unica). Nel seicento e nel settecento la Cina esercitò, quindi, una vasta e profonda influenza sulla cultura europea, grazie alla letteratura gesuitica, cui filosofi, scrittori e artisti europei attinsero in misura crescente. Iniziarono a venire pubblicate le prime opere riguardanti la Cina, come quella di Matteo Ricci, fondatore della missione gesuita in Cina verso la fine del XVI ma anche il gesuita Martino Martini che pubblicò la prima storia della Cina in latino.

Sinofili e sinofobi

Verso la metà del XVIII secolo le informazioni sulla Cina fornite dai gesuiti cominciarono a essere contrastate da testimonianze di viaggiatori e mercanti la cui visione del paese era meno favorevole. Intellettuali sinofili erano per esempio il grande Voltaire, che vedeva la Cina come “ il paese più saggio e civilizzato di tutto l'universo” e il confucianesimo come “ la religione dei letterati” ma anche molti

fisiocratici come Quesnay che elogiava il governo della Cina e addirittura voleva venisse applicato in Francia . Al contrario, feroci critici furono Rousseau e Montesquieu. Quest'ultimo vedeva nell'Impero cinese l'incarnazione del governo dispotico che costituiva la peggiore delle tre forme di governo (democrazia, monarchia e dispotismo). Nonostante le aspre critiche di alcuni intellettuali, Nel frattempo, si diffuse in tutta Europa la mania per le cineserie, come la porcellana cinese,che a volte veniva imitata dai vetrai, ma anche la carta da parati e l'introduzione delle costruzioni rococò di alcuni elementi architettonici cinesi. Ma con lo scioglimento della compagnia di Gesù nel 1773, dovuto a varie accuse di idolatria nei confronti dei gesuiti italiani e francesi, e con la diffusione di scritti critici sulla Cina, il gusto per le cineserie iniziò a sfumare. I cinesi stessi cominciarono a provare una sorta di sentimento anticristiano e più in generale, un rigetto della cultura occidentale. I motivi di questo sentimento erano di varia natura, come il timore di sovversione, nonché la preoccupazione del popolo cinese che le chiese cristiane in Cina potessero alterare l'armonia della natura e soprattutto l'armonia della forza primaria, il “respiro cosmico”. Il sinologo francese, Jacques Gernet attribuisce questa paura del cristianesimo alle irriducibili differenze culturali e linguistiche tra le due culture. Un altro paese orientale che al tempo affascinava i missionari era il Giappone che però, a differenza della Cina, appariva non solo diverso ma anche incomprensibile, in quanto aveva una pluriaffiliazione religiosa che non convinceva i gesuiti. Da questo punto di vista, dunque, diverso fu l'incontro con la Cina che, al contrario del Giappone, appariva ai missionari comprensibile e quindi più imitabile. Addirittura , i filosofi del settecento utilizzarono le conoscenze sulla Cina che i gesuiti inviavano in Europa per forgiare una nuova coscienza europea. Un effetto di questo grande incontro fu la nascita della sinologia, di cui uno degli embrioni fu il Collegio dei cinesi di Napoli, che doveva preparare i missionari europei ma anche coloro che provenivano dalla Cina e che avevano il compito di perpetuare il cristianesimo in quelle lontane regioni. Insieme all'Italia, anche la Francia di Napoleone si adottò per trasferire in Francia questo Collegio, considerandolo un importante strumento per la penetrazione francese in Asia. Dopo l'Unità d'Italia, il collegio introdusse anche lo studio dell'arabo e del russo , dell'hindi, del persiano e anche del greco e venne riconosciuto come l'istituto che impartiva l'insegnamento delle lingue asiatiche e africane e che promuoveva gli studi per una loro migliore conoscenza.

La Cina, da prima potenza economica a Occidente “primitivo”

L'Asia orientale e meridionale per molti secoli ha occupato un posto preponderante nel commercio internazionale. Dal 1500 fino agli inizi del XIX secolo , la Cina è stata la prima potenza economica del mondo seguita dall'India e dall'Europa. Prima che il processo di colonizzazione europeo sconvolgesse la stabilità dell'Estremo Oriente, i flussi commerciali interasiatici erano di gran lunga superiori ai flussi intraeuropei. Il primato economico della Cina poggiava su basi solide, fra cui un elevato livello di conoscenze scientifiche e di tecnologie(porcellana, carta, balestra, bussole, stampa a caratteri mobili ecc...) che venivano trasferite dalla Cina verso l'Europa. è quindi opportuno dire che il crollo repentino dell'economia della Cina a partire dagli inizi dell'Ottocento fu causato dalla colonizzazione occidentale, soprattutto britannica. ( + monologo di un intellettuale cinese chiamato Wang Hui sulla nozione Oriente/Asia secondo il quale Montesquieu, Adam Smith, Hegel e Marx avrebbero costruito l'idea di Asia come “l'altro” dell'Europa, creando un'unica visione, detta teleologica della storia mondiale. ) Secondo questa concezione, l'Europa con i suoi stati nazione e il suo sistema di mercato capitalistico, rappresenterebbe lo stato avanzato, mentre l'Asia, arretrata politicamente e socialmente, rappresenterebbe una fase di transizione tra a-storicità e storicità. Il punto di arrivo dell'analisi dell'intellettuale cinese è che per comprendere l'importanza della modernità asiatica bisogna abbandonare l'eurocentrismo cercando nondimeno di non cadere nell' asiacentrismo. Per riconsiderare la storia asiatica è quindi necessario ricostruire la storia mondiale tentando di superare l'ordine del nuovo impero e la sua logica, quella imposta dall' iperpotenza. Per quanto riguarda altri intellettuali e filosofi, Hegel, al contrario, afferma che la civiltà umana parte dalla Cina per evolversi poiché la storia del mondo viaggia da Est a Ovest( l'Europa quindi è la fine della storia mentre l'Asia ne è l'inizio). Semplificando, possiamo dire che la periodizzazione storica di Hegel è basata sull'associazione tra un sistema politico( dispotico, monarchico ecc..) da una parte e un determinato spazio geografico( Asia, Europa ...) dall'altra. In Adam Smith troviamo una concezione analoga alla periodizzazione storica Hegeliana: la differenza sta nel fatto che in questo caso gli spazi geografici ( Europa, Asia ecc..) non sono associati a diversi sistemi politici , bensì a diversi schemi economici.

Le estreme periferie eurasiatiche negli ultimi due secoli

Il terzo incontro tra l'Europa e l'Estremo oriente fu quello drammatico del colonialismo, cominciato, per quanto riguarda la Cina, con la guerra dell'oppio verso la metà del XIX secolo. Esso diede avvio al secolo dell'umiliazione, contraddistinto anche dalla feroce aggressione del Giappone verso le potenze imperialiste europee ( la Cina si era stupita del Giappone che era stato considerato fino ad allora un paese inferiore agli altri). Sempre in questo periodo, ci furono varie lotte intestine all'interno della Cina, come la lotta tra i signori della guerra e in seguito la contrapposizione tra le forze del Guomindang e quelle del partito comunista cinese guidato da Mao. In tutta l'Asia solo il Giappone e la Thailandia sfuggirono alla colonizzazione europea. Non solo, addirittura il Giappone, grazie alla restaurazione Meiji, fu il solo paese non occidentale a saper rispondere con efficacia alla sfida modernizzante lanciata dalle potenze europee. Per evitare di diventare una semicolonia come la Cina, Tokyo seguì il modello prussiano, poi quello delle democrazie liberali, e infine, negli anni Trenta, il modello nazi-fascista. Dopo il duplice olocausto atomico del 1945, il modello non poteva non essere che quello americano. Tornando a parlare della Cina, forte è il contrasto tra l'immagine dell'Impero del Centro( quello cinese) che l'Europa aveva nel XVIII secolo e quella diffusa dalla letteratura popolare, dalla stampa, dal romanzo. La nuova immagine dei cinesi si fondava sui racconti di viaggiatori la cui opinione spesso era limitata e deformata da pregiudizi colonialisti, che contribuì a creare un'immagine dei colonialisti altamente positiva , dando linfa al discorso sull'ineguaglianza delle razze. Alla civiltà cinese, segnata da immobilismo e oscurantismo, si contrapponeva la civiltà del progresso e della superiorità, quella europea. Inoltre era cambiato anche il sistema di evangelizzazione seguito dai gesuiti tornati in Cina: il loro metodo non si basava più sulla conoscenza della diversità culturale, ma sull'arroganza e l'intolleranza. D'altronde, gli stereotipi europei concernenti i cinesi avevano la loro controparte in Cina dove gli occidentali erano comunemente chiamati “diavoli stranieri”. La nuova concezione di Oriente divenne quella “hegelo-marxista”, che lo vedeva come un Occidente primitivo in termini di progresso. Nonostante il peggioramento delle relazioni tra i due stati,non mancarono tentativi di dialogo con la Cina, già nella prima metà del XX secolo era stato ripreso infatti lo scambio di idee. In conclusione, si può affermare che la seconda metà del novecento ha visto la straordinaria e rapida ascesa dell'Asia orientale, ovvero un graduale spostamento dell'asse economico mondiale verso l'Oriente. Nel periodo successivo al 1949, ovvero finita l'umiliazione, per due volte

l'Occidente si è interessato alla Cina: la prima volta quando gli intellettuali europei si sono interessati alla “rivoluzione culturale” di Mao e la seconda volta ai nostri giorni. Quest'ultima fase ha avuto inizio quando Pechino con il processo di demaoizzazione ha imboccato la strada verso il socialismo di mercato. I maggiori timori che Pechino suscita oggi in Occidente sono di natura economica, timori accentuati anche dai tassi di crescita dell'India, che è la più grande democrazia del mondo.

Capitolo 2- Geopolitica e geoeconomia dell'estremo oriente.

I dati geopolitici essenziali. L'Asia che si affaccia sul Pacifico (o Facade Asiatique du Pacific- FAP) comprende cinque principali insiemi geografici:

• l'arcipelago giapponese • la penisola coreana • il continente cinese e i suoi territori insulari • il promontorio indocinese • l'arcipelago malese-indonesiano

La regione dell'estremo oriente è estremamente vasta e variegata ed è anche una regione con una grande importanza strategica, soprattutto per la presenza di stretti importanti: lo stretto di Malacca, della Sonda, di Formosa e di Corea. Tutta la zona è soggetta a una forte attività vulcanica e a devastanti movimenti tellurici (che spesso creano enormi tsunami). Queste difficili condizioni naturali hanno sviluppato nelle popolazioni un rapporto con la natura diverso da quello, tipico occidentale, di dominio preferendo quello di rispetto. Il clima della zona varia a seconda delle latitudini ma le attività monsoniche influenzano tutta la regione. Il sud est asiatico è una delle zone più rigogliose del pianeta con una alta percentuale di biodiversità. I monsoni influenzano anche le piene dei grandi fiumi della regione come il fiume Giallo o il Mekong. In questa regione del pianeta la terra coltivabile è poca così si è sviluppata una civiltà totalmente diversa da quella del mediterraneo che si basa sull'alternanza di coltivazione di un campo e maggese (unendo così allevamento e agricoltura); in oriente inoltre si è formato un senso di lavoro collettivo a noi sconosciuto. La regione raggruppa tre paesi che da soli costituiscono il 26,2% della popolazione mondiale: la Cina, l'Indonesia e il Giappone (solo la regione dell'Asia meridionale può competere con India, Pakistan e Bangladesh). Anche in estremo oriente si è passati da una demografia naturale a una demografia controllata (esempio emblematico è la Cina degli anni 70 che ha introdotto la politica del figlio unico). Un altro dato significativo è l'allungamento della speranza di vita legato al miglioramento delle condizioni di vita (es. il Giappone è il paese più vecchio del mondo). Negli anni dopo la guerra l'estremo oriente ha subito un incredibile aumento dell'urbanizzazione.

La centralità della Cina. Per analizzare a pieno questa regione non si può ignorare l'importanza della società cinese che ha influenzato tutta l'Asia del Nord-Est. Gli studiosi spesso si soffermano sulla autopercezione della centralità. Anche se questa tendenza di vedere il proprio paese al centro del mondo non è unica dei cinesi è interessare sapere che lo stesso nome del paese significa “Paese del Centro” (Zhongguo) mentre la denominazione occidentale deriva dalla dinastia Qin. Questa autorappresentazione della centralità da parte della Cina ha una doppia natura:

Politica: tensione verso l'unità dello stato. Ciò significa che l'unità territoriale è considerata come massimo valore politico. La Cina è sempre stato uno stato centralizzato e burocratico nonostante le sue dimensioni enormi. La Cina ha due ossessioni geopolitiche costanti: la frammentazione e la minaccia straniera. Questa convinzione di centralità politica veniva rappresentata dal potere imperiale che ha il compito di mantenere l'armonia sulla terra.

Culturale: la centralità intesa come universalità espressa al meglio dal concetto di “Tianxia” (ciò che sta sotto il Cielo) ovvero un impero potenzialmente universale dal quale vengono prodotti i valori di civiltà che i popoli vicini possono fare propri. La Tianxia è la possibilità di godere dell'ordine offerto dall'imperatore, un ordine non giuridico-politico ma etico-politico. La legittimità del sovrano è basata sulla condotta morale e non sulla forza militare (i poteri imperiali potevano essere revocati se il sovrano non agiva per il bene del popolo)

La Cina è il paese del Centro (Zhongguo) perché è il mondo della civiltà (Tianxia) da cui si irradiano i valori. La Cina non è un semplice stato ma è una civiltà. Questa civiltà nata nel bacino del Fiume Giallo si è estesa nei paesi vicini del sud-est asiatico. Inoltre il blocco sinico si oppone al blocco indiano/islamico. Tutti i paesi sinizzati condividono caratteri comuni derivati dalla Cina (strutture politiche, ideologie, religioni...). Ma i principali fattori di unione sono due:

Il confucianesimo: codice di norme morali che servono ad assicurare l'ordine e il buon funzionamento della società e che guida i rapporti tra individui in modo gerarchico. Dopo 25 secoli il confucianesimo è ancora alla base della società cinese.

La scrittura cinese: la principale influenza della cultura cinese sui paesi vicini è stata attuata tramite la scrittura che, essendo di tipo ideografico, veicola direttamente idee, pensiero e valori culturali e non solo meri suoni o grafemi.

Geoeconomia del polo confuciano. In senso geoeconomico il termine Estremo Oriente va oltre al mondo sinizzato, esso comprende tutte le economie più sviluppate della regione:

• Cina e Giappone • Le quattro tigri asiatiche (Corea del Sud, Taiwan, Singapore e Hong Kong) • Il sud est induista e islamico (penisola malese, Indocina, Indonesia e Filippine)

Questo raggruppamento economico viene detto Polo Confuciano, e il fatto che questa nozione includa anche i paesi non sinizzati è giustificato da molti fattori:

• In questi paesi operano numerosi cittadini cinesi attori della “diaspora cinese”. • Il sud est asiatico è sempre stato caratterizzato da un accentuato eclettismo e dalla sovrapposizione di numerose influenze

culturali (come quella sinica e quella indiana o anche del colonialismo). • Le grandi potenze del nord-est come Giappone e Cina sono state le forze trainanti dello sviluppo anche nel sud-est e ne sono

state il modello di crescita (e portatrici degli Asian values). Da tempo questa regione si è confermata come il terzo polo dell'economia mondiale insieme al polo nordamericano e a quello europeo. Inoltre l'area del Pacifico si è rivelata essere l'area del pianeta più attiva economicamente. La Cina è la quarta economia mondiale e la terza potenza commerciale e questo sviluppo l'ha fatta salire al secondo posto dei paesi importatori di petrolio dopo gli USA. Un dato significativo è il fatto che dal 1985 al 2005 la quota cinese del prodotto lordo mondiale è triplicata ed è l'unica ad essere cresciuta nell'ultimo ventennio. In questo panorama geopolitico anche se il predominio statunitense non sembra in pericolo non risulta più così solido dato che il baricentro economico continua a spostarsi verso l'Estremo Oriente (l'ordine politico del mondo attualmente unipolare-USA si sta avviando a un multipolarismo). Oltre al dislocamento del centro dell'economia dall'Atlantico al Pacifico si può sicuramente ipotizzare anche un maggiore peso nella politica internazionale dell'Asia orientale.

Paradigmi interpretativi dello “sviluppo confuciano”. Gli studiosi economici hanno proposto due paradigmi principali per spiegare lo sviluppo del polo confuciano:

1. basato sull'approccio neoclassico e privilegia l'importanza del mercato e la cosiddetta “mano invisibile”in grado di lanciare i segni giusti (getting basic rights): apertura al mercato mondiale, non distorsione dei prezzi, amplio spazio al settore privato etc..

2. basato su un culturalismo e pone in rilievo il ruolo della “mano visibile” cioè dello stato, in particolare allo stato confuciano che è un stato forte e organizzatore dell'interesse comune (sopratutto economico)

Secondo alcuni il successo asiatico si fonda sui così detti Asian values: valori derivanti dalla tradizione e dall'eredità cofuciana; mentre per i razionalisti questo sviluppo va spiegato con i principi fondamentali dell'economia. Entrambe le visioni hanno dei limiti e dei punti forti. Per un'analisi completa è opportuno tenere conto dei fattori principali della geopolitica: fratture e coesioni. Inoltre vanno anche considerate le caratteristiche fisiche della regione: geografia marittima, alta densità della popolazione e la relativa scarsità di risorse naturali. Tutte queste caratteristiche portarono questi paesi a sviluppare un'economia basata sull'esportazione (es. EOI Export Oriented Industrialization). Altri fattori di coesione sono il network power creato dal Giappone come forza trainante della regione e dalla diaspora cinese.

“Il volo delle anatre selvatiche” e la sua obsolescenza. Esaminiamo come questo polo economico è composto sulla base del diverso stadio di sviluppo dei suoi membri. Per fare ciò seguiremo un modello centrato sul principio razionale dei vantaggi comparati (noto come “Il volo delle anatre selvatiche”). In primo luogo abbiamo le economie sinizzate che sono le più sviluppate della regione:

• il Giappone, unico paese asiatico che ha realizzato lo sviluppo economico moderno prima della guerra e che occupa ancora il posto di seconda potenza economica nonostante la lunga crisi;

• le economie di nuova industrializzazione ovvero le Quattro Tigri Asiatiche. Poi troviamo le economie che sono in una fase di recupero fin troppo accelerata e ne fanno parte la Malasya, la Thailandia, l'Indonesia e le Filippine; stati non sinizzati ma dove la componente cinese immigrata ha inserito molti calori confuciani. Pio vi sono i paesi che stanno attuando la transazione da un regime comunista con un'economia pianificata a un altri sistema di mercato:

• la Cina che ormai è saldamente integrata nel sistema economico degli scambi internazionali e che è caratterizzata da un forte dinamismo che sta trainando tutta la regione;

• il Vietnam: da poco entrato nella comunità internazionale dopo un lungo periodo segnato da colonialismo e guerre (dal 1995 è membro dell'ASEAN)

• a distanza da queste economie troviamo anche il Laos, la Cambogia e la Mongolia. Ed infine si incontrano gli esclusi (autoesclusi) dal commercio internazionale: i due feroci regimi politici del Myanmar e della Corea del Nord. Nonostante le differenze interne, nella regione dell'Estremo Oriente c'è una sostanziale coerenza sul piano economico. Particolare enfasi è posta sul principio del vantaggio comparato come fattore di cooperazione: un vantaggio comparato per stadi cioè sfasato nel tempo e tra le economie della regione. Il modello dell'EOI adottato dai paesi asiatici va inserito in un processo di integrazione economico basato sul modello de “il volo delle anatre selvatiche” teorizzato dallo studioso giapponese Akamatsu. In questo processo il baricentro della produzione si sposta geograficamente da nord a sud e tecnologicamente da settori a basso tasso tecnologico (es. tessile) a settori ad alto tasso tecnologico (es. elettronica). In testa al “volo” troviamo il Giappone seguito in ordine dalle altre economie della regione (vedi elenco sopra). La posizione che le varie economie hanno nel volo sono determinate da vari fattori di cui due sono fondamentali:

il livello dello sviluppo tecnologico il costo della manodopera.

Un sensibile cambiamento nella “formazione” è dato dallo straordinario sviluppo della Cina. Inoltre anche i nuovi rapporti che si sono instaurati tra Cina e India potrebbero mutare la situazione. La crescita economica di questi due giganti asiatici è costante e secondo le stime è destinata a aumentare anche se sono ancora mal misurate. La crescita di Cina e India può essere vista sia in ottica positiva che negativa (es la richiesta straordinaria da parte della Cina di petrolio).

Capitolo 3 – L'eredità culturale sinica

Le principali variabili della tradizione sinica Per spiegare le differenze di pensiero e comportamento tra i popoli occidentali e quelli confuciani, compariamo i seguenti elementi:

Occidente vs. Asia confuciana

Dualismo In Occidente prevale la netta contrapposizione tra Dio/uomo, uomo/natura, mente/materia.

Monismo organicistico Nel mondo sinico esiste un continuum tra divino e umano, soggetto e oggetto, etc.

Logica (dialettica “aggressiva”) Principio fondamentale di “non-contraddizione”: il ragionamento occidentale deve risolvere la contraddizione perché è impossibile che la stessa cosa sia e al contempo non sia quella cosa.

Dialettica yin-yang Nella dialettica sinica gli opposti non si escludono a vicenda ma sono complementari, alternandosi ed equilibrandosi tra loro: la contraddizione qui è usata per capire le relazioni tra oggetti o eventi.

Assolutismo etico In Occidente la morale è basata su principi categorici (Bene/Male, Verità/Menzogna, Democrazia/Dittatura, etc). Le società occidentali usano questa moralità assoluta per inculcare la cultura della colpa (e connesso meccanismo con implicite valenze religiose: rimorso>confessione>perdono>salvezza).

Relativismo etico Nel mondo sinico, l'etica è “atomizzata”, cioè composta da tante piccole regole dettate da valutazioni contestualizzate (caso per caso). Nelle società dell'area sinica è il senso della vergogna per la riprovazione sociale che costituisce il principale meccanismo di controllo sociale.

Ideologismo L'Occidente pensa e agisce “per principio” perché spinto dall'ideologia, intesa come insieme razionale e coerente di principi assoluti.

Pragmatismo Le società confuciane sono più pragmatiche: tendono ad adattarsi alle circostanze, dando maggior importanza alla particolarità del caso specifico.

Individualismo Priorità dei valori dell'individuo: il mondo occidentale è egocentrico, basato su contrattualismo, conflittualità e affermazione della proprio individualità.

Comunitarismo Priorità del gruppo sull'individuo: nel mondo sinico il forte senso di appartenenza a un gruppo che tende a formarsi su basi verticali, intorno a un “luogo” (famiglia, scuola, lavoro, etc), enfatizza valori come la pietà filiale e la lealtà.

Concezione antropocentrica Il mondo occidentale è incentrato sull'essere/uomo e questo si riflette anche nell'organizzazione dello spazio: le città indo- europee sono costruite intorno a un perno, che ha valenza sociale (es. piazza, chiesa, etc).

Concezione naturo-centrica Il mondo estremorientale è incentrato sulla natura e sul “fluire”; un esempio è la cultura giapponese, che privilegia l'allusione-elusione all'esplicitazione e, nella concezione dello spazio (non geometrico), il vuoto.

*Universalismo “hard” (es. USA) La cultura occidentale è universalistica perché i propri valori e principi sono potenzialmente estendibili a chiunque. L'universalismo americano è definito“forte” perché basato su valori assoluti (es. libertà, diritti umani, etc). *la distinzione tra universalismo e particolarismo non è netta ma indica una tendenza.

*Universalismo “soft” (Cina) L'universalismo cinese è definito “debole” perché basato su valori relativi, sul case by case.

*Particolarismo (Giappone) La cultura nipponica esalta la propria singolarità, pur facendo parte della civiltà sinica ed essendo influenzata da confucianesimo e buddhismo.

Capitolo 4: il particolarismo nipponico e la sfida occidentale.

Origine e sviluppo del particolarismo.

Per via della sua conformazione geografica, il Giappone è sempre riuscito a mantenere l'indipendenza politica, ma non a bloccare completamente il continuo flusso di prestiti culturali, sopratutto dalla Cina. La vicinanza della Cina, con la sua storia e cultura millenaria, ha spinto i giapponesi ad accentuare le specificità culturali e a sviluppare un desiderio di miglioramento continuo. Questo atteggiamento più la consapevolezza di rispondere alle sfide naturali (terremoti, tsunami ecc) ha prodotto un attaccamento "sacrale" al suolo e una forte tensione morale, una sorta di continuo inappagamento, poi sfociati nella ricerca di un miglioramento continuo. Le origini del particolarismo nipponico possono risalire già alla ricostruzione mitologica della nascita dell'arcipelago giapponese a opera dei kami. (Racconto di Inazami e Inazagi che non vi sto a riscrivere) Non è una vera e propria cosmogonia, ma una "nippogonia", perché le divinità creano solo le isole del Giappone. Dato il particolarismo della sua cultura, per il Giappone era cruciale scegliere un modello culturale. Inevitabilmente il primo modello fu la Cina, da cui importarono la scrittura, il buddhismo e le istituzioni politiche e agrarie. Il Giappone ha sempre scelto come modello la maggiore potenza del tempo, della quale poteva eventualmente diventare alleato: la Cina, il Regno Unito, la Germania degli anni '30 e infine gli USA. Ma l'emulazione non era completa: decisivo è capire cosa prendere in prestito e cosa scartare. Tutto viene filtrato e adattato al proprio particolarismo culturale. Quando il modello è superato, viene abbandonato, come successe dopo una fase di massiccia sinizzazione iniziata con la Riforma Taika (646) con l'avvento della cultura Heian, tipicamente nipponica. Durante il XVI secolo iniziarono i contatti con gli europei, i quali vennero limitati bruscamente o addirittura vietati durante il periodo Tokugawa. Per due secoli e mezzo il Giappone rimase un paese chiuso.

La prima apertura all'Occidente

Nel 1853 sbarcò a Edo il commodoro americano Perry, il quale pose fine a questo periodo di chiusura del paese. Egli chiese in nome del presidente americano l'apertura dei porti giapponesi al commercio internazionale. Questa richiesta provocò numerosi e lunghi scontri tra chi accettava l'apertura e chi era contrario (Sonno Joi). Nel 1868, con la Restaurazione Meiji, il Giappone accettò la "sfida" occidentale, cercando di realizzare in maniera accelerata l'industrializzazione per essere in grado di far fronte militarmente all'Occidente. L'obiettivo ultimo era quindi la sicurezza nazionale e la protezione dalle potenze occidentali. Il Giappone, per sfuggire al dominio straniero, fece proprie le ambizioni occidentali, creando un impero coloniale e diventando esso stesso oppressore nell'area Asia-Pacifico. In meno di trant'anni il Giappone era passato da paese "feudale" a paese capitalista. I risultati furono rapidi e soprendenti: l'abolizione dello

shogunato, dei privilegi feudali, la creazione di una legislazione di strampo occidentale e di uno stato costituzionale basato su quello prussiano, un'economia capitalistica e un moderno sistema scolastico. In politica estera il Giappone vinse contro Taiwan, la Cina, la Russia zarista e la Corea, annettendo molte terre. L'obiettivo della restaurazione era riassunto nello slogan "spirito giapponese-tecnica occidentale" (wakon-yousai). Questo modello di modernizzazione, che conciliava antiche usanze nipponiche ai nuovi bisogni e conoscenze moderni e occidentali, si oppone ad altri modelli adottati da paesi non occidentali. Esso permise al Giappone di sfuggire alla colonizzazione. L'adattamento alla modernità non fece svanire nel nulla le antiche tradizioni.

I fattori predisponenti.

Esistono dei fattori specifici che hanno permesso al Giappone di non essere colonizzato e di decollare economicamente. 1. Nonostante la chiusura durante il periodo Tokugawa, i rapporti con l'Occidente erano continuati tramite gli olandesi. 2. La lunga pace durante questo periodo di chiusura consentì uno straodinario sviluppo agricolo, quindi il Giappone non era da

considerare un paese povero. Prima dell'apertura forzata, il commercio era già progredito fino alla fase di accumulazione originaria del capitale, essenziale per la nascita del capitalismo.

3. Al contrario dell'Europa, in Giappone l'urbanizzazione ha preceduto l'industrializzazione. Le reti di trasporto via acqua e via terra erano ottime e le maggiori città erano ben collegate.

4. La cultura e la lingua giapponese erano ben unificate e il livello di alfabetizzazione era molto alto. Quindi era già presente uno sviluppato dinamismo intellettuale ed economico.

La specificità del capitalismo giapponese.

Fondamentale per lo sviluppo del capitalismo giapponese era il ruolo determinante svolto dallo stato, specialmente nel settore finanziario e nelle industrie strategico-militari. Nel settore privato invece era preminente il capitale monopolistico, rappresentato dai quattro grandi zaibatsu. Il modello di crescita del Giappone sembra basato su 3 pilastri:

1. uno stato dirigista; 2. un'economia duale: da una parte gli zaibatsu e dall'altra un esercito di piccole e medie imprese; 3. un sistema finanziario rigidamente regolamentato.

Ma c'erano degli squilibri: il ritardo dello sviluppo agricolo rispetto a quello industriale e la debolezza dell'industria pesante. A questo squilibrio si può correlare il doppio atteggiamento del Giappone nelle relazioni estere, cioè la dipendenza economica e politica dalle potenze occidentali e la sua aggressività verso gli altri stati asiatici. La rapida industializzazione e crescita demografica hanno spinto il Giappone verso una politica espansionistica, poiché la popolazione era aumentata, ma le risorse disponibili non erano sufficienti. Il Giappone superò la crisi del '29 prima dell'Occidente. Per quanto riguarda la politica interna, dopo l'epoca Meiji ci fu la democrazia Taisho (1912-1926), periodo di grande apertura all'Occidente, conclusasi con l'avvento di governi militari, i quali rinchiusero il Giappone nel più angusto particolarismo culturale. Durante questo periodo venne creata un'industria pesante con finalità belliche, ma la popolazione diventò sempre più povera. In politica estera, il Giappone attaccò ferocemente la Cina e tentò, con l'attacco di Pearl Harbour, la conquista di buona parte del Pacifico. Noto è il tragico epilogo: l'olocausto atomico. Il dominio giapponese sui paesi dell'asia orientale fu impietoso, simile a quello della Germania nazista, basato sulla repressione culturale, la violenza e un duro sfruttamento economico.

CAPITOLO 5: GIAPPONE, POTENZA ECONOMICA IN BILICO

LA SECONDA APERTURA: La seconda apertura avvenne durante la resa all’occupazione statunitense, quando ci fu l’autoritarismo militaristico e l’olocausto atomico. Per la prima volta il modello erano gli USA, non più l’Europa. La Leadership giapponese aprì di nuovo il paese, ponendo come obbiettivo non la potenza politico-militare ma lo sviluppo economico- commerciale. In due decenni riuscirono a diventare la seconda potenza economica nel mondo capitalistico ed era uno dei membri più rappresentativi dell’occidente (e alleato USA).

Questa scelta, detta neomercantilistica, fu soprattutto indotta dal governo americano. Nella prima fase dell’occupazione l’obbiettivo era trasformarlo in un paese democratico e pacifico. Ma con la repubblica fondata da Mao in Cina l’obbiettivo cambiò, e puntarono a ricostruire economicamente il paese, che era visto come alleato sicuro nel contesto geopolitico delicato. Alla fine del 52 la situazione tra USA e Giappone era questa: il Giappone si affidava per la propria sicurezza agli USA, che offrivano basi militari e gestivano la politica estera. Tuttavia il Giappone aveva libera scelta in campo economico. Quindi focalizzò le sue energie nello sviluppo economico e conquista dei mercati esteri.

La dottrina adottata nel dopoguerra è detta Dottrina Yoshida, il primo ministro che istituì quattro principi:  Antimilitarismo: per non dover inviare all’estero le forze di auto-difesa  Bilateralismo: tra Giappone e USA, quindi posizione diplomatica e militare passiva  Astensionismo: in politica estera, delegata agli USA  Economicismo: bisognava conquistare i mercati esteri e diventare Stato sviluppista

Con questa dottrina, già alla fine dei ’50 il paese era entrato in una fase di crescita accelerata e in sette anni raddoppiò il PIL. Era ormai una potenza economica: l’Europa non la percepiva come tale, ma gli USA si.

Percepito ciò, causarono due ‘Nixon Shock’:  Nel 71 dichiararono la non convertibilità del dollaro, mettendo in crisi l’assetto monetario internazionale. Lo Yen si rialzò

danneggiando le esportazioni giapponesi  Quando gli USA si aprirono diplomaticamente con la RPC senza consultare il Giappone, causando non poco imbarazzo e

difficoltà Questi due shock crearono un sentimento di abbandono, isolamento internazionale e sfiducia nei confronti dell’alleato. Nel 79 si aggiunse la crisi petrolifera, causata dal passaggio dalle sette sorelle all’OPEC: si arrestò la crescita accelerata e iniziò una crescita stabile e contenuta. I rapporti con gli USA si deteriorarono, si sfidavano commercialmente.

Nonostante ciò il Giappone superò tranquillamente la crisi petrolifera, dando l’allarme alle altre potenze. Negli ’80 esplose la sua potenza economica e finanziaria, accumulando surplus commerciali, soprattutto nei confronti degli USA (che perse contro la concorrenza automobilistica giapponese). Furono fatte anche campagne nippofobiche, quali ‘Addosso al Giappone!’, ma fu anche preso come modello: il Toyotismo fu visto come soluzione per la crisi fordista che stava affrontando. Fu la base del modello lean production elaborato negli USA, ovvero produzione snella. Si cercò inoltre di stroncare lo Yen, tramite una forte rivalutazione chiamata endaka. Unito all’alto costo della manodopera, costrinse il Giappone ad una serie di contromisure, quali la delocalizzazione di stabilimenti industriali all’estero. Si innescarono i meccanismi della bolla: si tratta di un’ondata speculativa borsistica e di titoli immobiliari, che per alcuni anni ha consentito al Giappone, in preda alla sensazione di onnipotenza finanziaria, di trainare l’economia mondiale in crisi. In questi anni si sviluppò l’eccezionalismo culturale, ovvero la consapevolezza che il Giappone era una grande potenza economico- finanziaria. Ovvero un’alternativa, se non superamento, di quella occidentale.

I tre pilastri su cui poggiava il modello di sviluppo creato nel Meiji, modificato e usato nel dopoguerra erano:  Accentuazione dirigismo statale, si ottenne una crescita orientando gli investimenti, controllando in modo soft le aziende

attenuando la concorrenza tra essa e dosando il protezionismo  Ripristino sistema duale prebellico, trasformando zaibatsu in keiretsu (indica raggruppamenti di imprese, operanti in settori

diversi (industria, commercio, finanza), collegate fra loro da partecipazioni incrociate, reti relazionali e in generale vincoli non tanto giuridici quanto etici di appartenenza al gruppo. Il keiretsu in sostanza è un fronte unito di potenti società che operano insieme ma indipendentemente con lo scopo di perseguire obiettivi comuni e definiti)

 Adattamento del sistema finanziario, segmentandolo, controllando i tassi d’interesse e isolandolo/proteggendolo

PRIMA DEL TUNNEL Negli ’80, era al culmine della sua potenza economica, maggiore creditore al mondo e massimo donatore nell’aiuto allo sviluppo. Ma lo scoppio della bolla nel decennio dopo ha creato un tremendo shock finanziario, che ha innescato la più lunga crisi in Giappone nel dopoguerra. Una crisi che si risolse solo dopo il 2000. Quando si ingrippò il meccanismo, si parlava di inadattabilità strutturale del Giappone alle nuove condizioni di competitività internazionale, ovvero non era in grado di rispondere alla sfida della globalizzazione. Questa crisi viene chiamata il ‘decennio perduto’.

Dall’85 all’86 conobbe un periodo di crescita forte e durevole, accompagnato da un forte aumento degli investimenti nella manifattura. Nel 1990 il suo PIL era due terzi di quello statunitense. Era la prima potenza mondiale finanziaria, grazie a tre fattori:

 Eccedenti enormi, accumulati nella bilancia dei pagamenti  Rapida rivalutazione dello yen dopo l’85  Tasso di risparmio elevato

Le prime 10 banche mondiali era giapponesi. Le imprese de localizzavano in USA e facevano acquisti di prestigio (rafforzando l’ondata nippofobica). Dal 1990 al 1991 si aveva uno stordimento da ricchezza in tutto il paese.

La bolla si era formata per tre motivi:  L’endaka  Politica monetaria espansiva (volavano il paese come locomotiva dell’espansione mondiale, e lo fecero aumentando la

domanda interna  Liberalizzazione dei mercati finanziari, che causò un boom borsistico

I prezzi dei terreni schizzarono alle stelle, anche per la scarsità di terreni edificabili in città.

Poi arrivo l’agosto nero del 1990, dove la borsa di Tokyo perse il 16% in un solo mese. Cadde il vertice Nikkei e dei prezzi del terreno provocando una distruzione di ricchezza. Si volatilizzarono 840 mila miliardi di yen in 6 anni (come se il paese non avesse prodotto NIENTE per un anno e mezzo). Lo scoppio, oltre a causare il crollo delle azioni e suoli, lasciò debiti che le istituzioni finanziare non potevano esigere (avevano concesso prestiti con troppa disinvoltura). Tutto ciò causò fallimenti e cambiamenti nei management delle imprese e ha minato la fiducia dei consumatori. Il settore bancario che doveva essere internazionalizzato venne distrutto.

LA LUNGA CRISI Furono altri due i fattori che portarono al crack della bolla:

 Cattivo funzionamento del sistema politico, già in crisi a causa dei ripetuti scandali nel partito liberaldemocratico. Infatti venne meno la fiducia dei giapponesi nelle capacità di governo, soprattutto del triangolo di ferro di PLD, alta burocrazia e

vertici della Business Community, che dovevano essere in grado di garantire la crescita  La nuova politica del credito molto restrittiva adottata dalle autorità monetarie. Una delle manovre più infelici fu la purga,

volta ad aumentare i tassi di interesse

Il marasma economico durò per un decennio, la recessione iniziò nel 1992 in cui la crescita era negativa e la disoccupazione era al 2,8%. Infatti fu prevista un possibile rapido riaggiustamento, proprio grazie alla percentuale bassa di disoccupazione.

Il 95 fu tuttavia un anno orribile: ci fu il sisma di Kobe e l’attentato con il gas nervino nella metro di Tokyo, si ebbe il terzo endaka e la disoccupazione salì al 3,4%. Intanto si susseguivano scandali che coinvolgevano la burocrazia e mondo economico.

La crisi asiatica del 1997 (in tutto l’Oriente tranne Cina e Giappone) abbassò il valore dello yen rispetto al dollaro, dando sollievo alle esportazioni giapponesi ma era anche un rischio di svalutazione e fughe di capitali. Inoltre il Giappone non riusciva a convincere USA e UE a istituire un fondo monetario asiatico.

Nel 1998 ci fu una corrente di investimenti dall’estero, come la Renault che acquistava il 36% della Nissan, dando la sensazione che il Giappone fosse in vendita. Si iniziò a mettere in dubbio la validità del sistema giapponese di sviluppo. Ma il paese resistette, grazie agli eccedenti accumulati.

Si dice che la durata e la severità della crisi sia da cercare nel sistema politico, che non era in grado di proporre risposte efficaci ai grandi mutamenti della realtà internazionale. Si succedettero vari governi, tutti incapaci di rilanciare l’economia e riportare la fiducia. I problemi principali in esso erano l’incapacità di cambiare, il clientelismo e la corruzione. Quasi ogni governo che saliva, portava uno scandalo. Dal governo Hashimoto furono individuati tre fattori che causavano inadeguatezza del sistema giapponese verso i vincoli imposti dall’economia internazionale globalizzata:

 Intervento eccessivo dello stato, creando dipendenza al settore privato, corruzione e pesantezza burocratica  Costo di lavoro troppo elevato (impiego a vita, anzianità nell’avanzamento di carriera e progressione salario e sindacato

aziendale)  Influenza eccessiva del sindacato

Vennero quindi fatte quattro grandi riforme:  Del settore bancario  Deregolamentazione dell’economia  Riforma dell’amministrazione centrale  Del sistema previdenziale, in primo luogo le pensioni

Altri analisti giudicano la crisi prettamente economica (o per carenza di regolamentazione o che andava superata cambiando il paese in un’economia di mercato occidentale), ma secondo gli illustri autori il problema non è solo politico o economico, ma è una crisi generale che spinse il Giappone alla ricerca di un nuovo modello, che andava trovato in se stesso.

IL GIAPPONE FUORI DAL TUNNEL? Ci sono vari segnali che indicano l’uscita dalla crisi, soprattutto grazie alla continua crescita cinese di cui beneficia in particolar modo il Giappone stesso. Il premier Koizumi propose profonde riforme, rafforza i legami con gli USA e crea ostilità con Pechino minimizzando i crimini di guerra dei giapponesi. Ma non riuscì ad eliminare le fazioni e la corruzione. I suoi successori avevano delle sfide:

 Risanare il sistema finanziario-produttivo  Sviluppare la ricerca scientifica per competere con USA e distaccarsi dalla Cina  Far fronte all’invecchiamento della popolazione

Ma il Giappone ha buone basi economiche e si è sempre saputo adattare ai cambiamenti. Già con le riforme Hashimoto si era adattato lo Stato all’internazionalizzazione riducendone il suo ruolo socio-economico, portando il paese da un modello di crescita indotta dallo stato ad un modello di crescita sospinta dal mercato. Si sono anche trasformate le keiretsu e le banche di riferimento.

Il capitalismo giapponese all’inizio del 2000 si presenta come una nuova sintesi: un’economia di mercato a forte dimensione sociale, che implica il superamento dello stato sviluppista. Questa sintesi deve rispondere alle caratteristiche di:

 Trasparenza  Concorrenza  Efficacia nella good governance richiesta dalla globalizzazione  Salvare i valori nipponici come comunitarismo, armonia e coesione nazionale

Oggi la società giapponese è:  Meno monolitica e coesa, si affermano nuovi valori come la creatività e la realizzazione individuale, l’importanza del leisure e

del consumismo.  Muta anche il lavoro: moltiplicazione degli impieghi precari (free arubaiters) che implica una rivoluzione culturale. I giovani

non si riconoscono più nel modo di vita delle generazioni dell’alta crescita.  Il paese è più aperto agli investimenti esteri: es è Renault-Nissan  Conserva produzioni pesanti capitalistiche quali l’acciaio, i cantieri navali, produzione energia, chimica industriale e treni ad

alta velocità  Continua ad essere molto ricco, uno dei maggiori creditori al mondo. Le imprese si ristrutturano e iniziano ad investire

nell’auto ed elettronica (delocalizzando in Asia)  È uno dei maggiori detentori di brevetti al mondo  Diminuiti i bonus e premi, ma conservano manodopera in esubero, rarità dei licenziamenti secchi a favore della mobilità

interaziendale

La deflazione ha avvantaggiato i consumatori, è quindi un effetto dell’internazionalizzazione dell’economia giapponese. Soprattutto le famiglie a reddito basso hanno tratto vantaggio dalla riduzione dei prezzi. Il loro salario reale è cresciuto. Oggi i giapponesi consumano di più e il tasso di risparmio delle famiglie è in calo. Quindi l’idea di una crisi sociale sfuma in un’idea di periodo di forte rallentamento economico. La crisi si è unita con uno dei periodi più creativi della storia del paese grazie al ribollimento sociale, ma anche oggi il paese ha difficoltà ad adattarsi al nuovo contesto internazionale, a causa dell’incapacità del governo di creare un progetto nuovo.

Sono rimasti degli squilibri quali:  Dualismo economico, settore ipercompetitivo e dinamico volto alle esportazioni e un settore arretrato volto al consumo interno  Dualismo spaziale, tra Giappone anteriore (sul Pacifico) e quello posteriore  Dualismo ecologico, natura santificata dallo shintoismo e natura sacrificata per lo sviluppiamo

Ma il Giappone ha delle caratteristiche che impediscono di parlare di declino assoluto:  Capitale umano unico al mondo  Consenso sociale su egualitarismo e nazionalismo  Ambiente geografico favorevole, Asia dinamica in forte espansione e in via di integrazione. Spazio pacifico che permetter

relazioni commerciali e finanziarie solide (sempre più intense su coste della Cina e USA)

Quindi non è corretto parlare di decennio perduto, perché la lunga crisi ha reso possibile al Giappone la sua terza apertura, che è volontaria, cercando di adattarsi (anche se a fatica) ai dati imposti dalla nuova geoeconomia che vede spostare il baricentro verso Oriente.

CAP 6 – LA RISPOSTA DELLA CINA ALL’OCCIDENTE

UNA RISPOSTA INADEGUATA Verso la metà del XIX secolo l’espansionismo coloniale europeo colpì in pieno la Cina, a quei tempi in declino dopo essere stata per secoli la maggiore potenza economica asiatica. L’Impero del Centro era sempre stato pervaso da un sentimento di superiorità che derivava da una concezione sinocentrica e quindi gerarchica del mondo (e della popolazione quindi, divisa in contadini, artigiani, mercanti anche se c’era una mobilità sociale relativamente alta). Il potere centrale risultava indebolito soprattutto a causa dell’impopolarità della dinastia Qing (d’origine mancese), ma anche per la nascita nel Sud del paese di società segrete avverse al potere imperiale. Anche l’economia era in declino, per la presenza occidentale, le carestie e il crescente peso delle imposte. La prima guerra dell’oppio (1839-42) segnò l’inizio del “secolo di umiliazione della Cina” che si concluse solo nel 49. Dopo la rivolta dei Boxers, guidati da un forte sentimento antioccidentale, le potenze straniere e il Giappone intervennero smembrando la Cina e limitando il potere del governo imperiale con una serie di trattati ineguali (extraterritorialità). Dopo la rivolta Taiping (1850-64) la Cina si trovava davanti a un problema: come reagire alla sfida occidentale? Ci fu un primo tentativo di modernizzazione sotto l’impulso di letterati e riformisti: riformare l’economia adottando la tecnologia occidentale e rafforzare le difese riorganizzando l’esercito come il Giappone-Meiji (paese ricco-esercito forte). Il tentativo fallì. Perché? Gli esperti dicono che (diversamente dal Giappone che divise il processo di mutamento in due parti: guardava sia alla propria tradizione come continuità che al sapere nuovo occidentale come modernità) la Cina vide la modernità in termini solo strumentali: sapere cinese come fondamento, sapere occidentale come mezzo  non era possibile dominare le conoscenze occidentali racchiudendole nel campo di valori tradizionali cinesi. Il fallimento della modernizzazione in Cina era dovuto al fatto che essa fu imposta dall’alto e non rispose alla domanda profonda del paese, o, in altre parole, al grande potere delle forze conservatrici.

LA FINE DELL’IMPERO BIMILLENARIO Il nazionalismo (inteso come ideologia politica) è estraneo alla tradizione cinese. L’identità cinese può essere definita in base a tre grandi relazioni:

La dimensione simbolica della civiltà (sistema di valori) = sentirsi parte del Tianxia, un impero potenzialmente universale  La dimensione politica = appartenenza a una struttura politica governata dal Figlio del Cielo (Imperatore)  La dimensione etnica = considerarsi di etnia han (caratteri biologici)

Il nazionalismo introdotto nel XX secolo fa presa sul tipo n°3 di identità cinese (etnia), soprattutto con Sun-Yat-Sen  nazionalismo usato per rovesciare la dinastia straniera mancese e creare un governo repubblicano. Il programma di Sun:

 Indipendenza del popolo o nazionalismo (vs occupazione straniera)  Governo repubblicano tendenzialmente democratico  Tutela benessere del popolo

Tuttavia il crollo dell’impero cinese non fu dovuto ai moti insurrezionali di Sun, ma all’ammutinamento di alcuni reparti militari nell’Hubei nel 1911(militari proclamarono una repubblica indipendente). Sun ne approfittò e fu eletto nel 1912 presidente provvisorio

della Repubblica a Nanchino. Yuan Shikai (comandante militare, prese il posto di Sun) si convinse che per salvare la nuova repubblica era necessario restaurare l’Impero, ma il suo tentativo fallì poiché i veri detentori del potere, i “signori della guerra” (proprietari terrieri, soprattutto del nord) gli si opposero. Nonostante essi segnarono un periodo di frammentazione del paese, garantirono unità contro gli stranieri e impedirono a Yuan di far rivivere l’istituto imperiale. Dopo la morte di Yuan la situazione si prolungò per un decennio, poi la Cina fu riunificata da Chiang Kai- shek alla guida del Guomindang (GMD, Partito Nazionalista).

IL 4 MAGGIO E DINTORNI Anche le vicende internazionali ebbero effetti sulla Cina: nel 1914 scoppiò la prima guerra mondiale e i giapponesi approfittarono del fatto che gli europei fossero impegnati su altri fronti per occupare lo Shandong (che era tedesco), presentando al governo di Yuan le “ventuno richieste”. Nonostante la Cina entrò nel 1917 in guerra a fianco di inglesi, francesi e americani (e giapponesi), una volta sedutasi al tavolo dei vincitori, vide confermati tutti i privilegi giapponesi nel proprio territorio. La reazione cinese fu una grande manifestazione a Pechino il 4 maggio 1919: essa segna la nascita di un movimento di rinascita intellettuale di carattere nazionalistico. Attenzione: gli intellettuali del 4 maggio capirono che per una rinascita era importante appoggiare le idee occidentali contro il rigido sistema tradizionale del confucianesimo. Si trattava quindi sì di nazionalismo, ma non di chiusura nei confronti dell’influenza straniera (= democrazia e scienza come strumenti di liberazione dell’uomo). Questo movimento può essere considerato come una nuova tappa verso il nazionalismo moderno. Seguì la rivoluzione industriale in Cina (1917-1922) e un periodo di “ritorno alla politica” con la formazione di 2 partiti:

 Riformazione del Guomindang, GMD (da parte di Sun)  Fondazione del Partito Comunista Cinese (PCC) da parte degli intellettuali più estremisti del movimento del 4 maggio

A partire da questo momento l’obiettivo primario di Sun era la riunificazione e l’indipendenza del paese: si convinse che poteva accadere solo con la collaborazione dei due partiti, che avvenne nel 1923. Però, a differenza dell’appena-nato PCC, il GMD possedeva un esercito, che risultò utilissimo a Jiang Jienshi (successore di Sun) quando nel 1925 decise di dare una sterzata alla sua politica in senso nazionalistico -conservatore e fece arrestare comunisti cinesi e sovietici (che avevano sostenuto Sun e la fusione). Diede inizio poi alla “Spedizione al Nord” nel 1926 contro i Signori del Nord ancora autonomi. Nel 1927 l’esercito occupò Shanghai, Nanchino e la maggior parte della Cina meridionale; Jiang fece però massacrare i comunisti sullo Yangzi, tradendo i suoi stessi alleati. Il nazionalismo professato dal GMD corrispondeva più a un’esplosione di antimperialismo: non si ebbe infatti una completa rivoluzione nazionalistica, ma solo la riunificazione del paese. La spedizione al Nord terminò e l’era dei signori della guerra si concluse: dal 1928 il governo nazionale si insediò a Nanchino, sotto la guida di Jiang.

IL DECENNIO DI NANCHINO Il GMD istituì una dittatura monopartitica e il potere di Jiang aveva tre basi:

 I suoi precedenti cadetti nell’esercito  I fratelli Chang (che controllavano la polizia segreta) nel partito  I legami personali e di parentela (grazie alla moglie) nella società

Sul piano politico si ebbe una svolta verso l’autoritarismo (si ha una sorta di dittatura). Ideologicamente si ha una rivalutazione del confucianesimo. Sul piano socioeconomico si ha una crescita nel settore industriale, finanziario e delle comunicazioni (ma perlopiù nella Cina costiera, es Shanghai, e in Manciuria). Questo decennio è giudicato negativamente perché non si realizzò una riforma agraria che era necessaria per il miglioramento della vita della classe contadina; ne derivò che le condizioni delle masse rurali continuarono a peggiorare. Al GMD si riconosce però il merito di aver creato un sistema stradale moderno e indipendente, che fece avanzare la Cina sul piano internazionale.

LA LUNGA MARCIA I comunisti, anche se venivano perseguitati e decimati, iniziarono sin dal 1927 (anno del tradimento) a riorganizzarsi per riprendere l’attività rivoluzionaria, costruendo a Canton “una comune”. La vera svolta fu data da Mao: riunì il nucleo dell’Armata Rossa verso Est, a Ruijin che presto divenne la base comunista più importante con la costituzione nel 1931 di una “Repubblica sovietica cinese”. Mao capì che la rivoluzione cinese dipendeva dalla “via contadina” e per questo iniziò a far presa sulle masse rurali. Il suo programma si basava su:

Politicizzazione dell’Armata Rossa = costruire un esercito di guerriglieri indottrinati e cercare di essere tatticamente superiori al nemico

Riforma fondiaria rivoluzionaria = classificò gli abitanti del villaggio in proprietari terrieri, contadini ricchi, contadini medi e contadini poveri e ridistribuì le terre.

Riforma sociale generalizzata

Dopo aver resistito a quattro campagne di annientamento, durante la quinta i comunisti di Mao diedero inizio alla Lunga Marcia nell’ottobre 1934 (fino a ottobre 1935) spostandosi da Sud-Est al Nord-Ovest. Fu una ritirata con gravi perdite, ma segnò la leadership indiscussa di Mao all’interno del PCC.

LA GUERRA SINO-GIAPPONESE (1937-45) Dopo l’occupazione della Manciuria nel 1931, il Giappone continuò a penetrare nella Cina settentrionale; dal 1937 con l’inizio della guerra si vide una prima fase di rapida invasione nipponica contrastata da un’eroica resistenza cinese. Ma con la battaglia di Shanghai, le truppe cinesi furono costrette a ripiegare su Nanchino e i giapponesi occuparono la città e perpetrarono atti di violenza contro la popolazione civile. Per Jiang in questo periodo la necessità di fronteggiare il nemico esterno (Giappone) rendeva più pericoloso

l’avversario interno (comunisti). La sua posizione fu quindi: “ prima di tutto pacificazione interna, poi resistenza all’aggressione esterna”. Nonostante il Partito nazionalista ricevesse aiuti dagli USA (preoccupati sia dell’espansionismo giapponese che della potenziale forza del PCC), Jiang fallì nel suo obiettivo di distruggere Mao che, al contrario, rafforzò la sua leadership grazie alla lotta antigiapponese ( che i comunisti portarono avanti più dei nazionalisti, ottenendo il favore dell’opinione pubblica).

GUERRA CIVILE E RIVOLUZIONE Con la resa improvvisa del Giappone nel 1945, Jiang si trovò a dover affrontare problemi logistici e finanziari, oltre alla minaccia comunista. Gli americani tentarono di far riconciliare Jiang con Mao, continuando tuttavia ad appoggiare i nazionalisti: il tentativo fallì e scoppiò la guerra civile. Può essere divisa in 3 fasi:

 Avanzata nazionalista dal 1946 al giugno 1947: la Manciuria rappresentava la maggiore posta in gioco fra i due contendenti e Jiang riuscì a ottenere il controllo sulle grandi città, mentre i comunisti occuparono le campagne. Alla strategia del GMD ( grossi contingenti e controllo dei centri urbani) si contrapponeva quella delle forze comuniste (poi chiamate Esercito Popolare di Liberazione, EPL) basata su tecniche di guerriglia di piccole unità mobili e sul controllo delle campagne: fondamentale si rivelò l’appoggio contadino al PCC.

 Nel giugno 1947 i comunisti cercarono di isolare le posizioni degli avversari: il PCC concentrò le sue forze nelle campagne, raggruppando l’esercito nel Nord della Manciuria e attaccando le forze nazionaliste nelle città, mentre agitatori continuavano a mobilitare le popolazioni rurali (avverse a Jiang per la brutale riforma monetaria del 1948).

 La fase finale è segnata da 3 campagne importanti, l’ultima delle quali combattuta nel novembre del 48 in cui i comunisti (fra cui si distinse Deng Xiaoping) ebbero la meglio sui nazionalisti. Il 1° ottobre 1949 a pechino Mao proclamò la nascita della Repubblica Popolare Cinese, mentre Jiang e i suoi furono costretti a rifugiarsi a Taiwan.

Quali furono le cause della sconfitta dei nazionalisti?  Aspetto militare: errore nel cercare di occupare la Manciuria (oltre le capacità del GMD)  Aspetto politico: declino politico del partito, accusato di corruzione, inefficienza, cattiva direzione dell’economia e d’essere

stato responsabile della guerra civile  Aspetto sociale: incapacità, diversamente dal PCC di ottenere l’appoggio delle masse rurali e sostegno popolare

Vittoria comunista  perché? Mao riuscì a ottenere la vittoria militare in Manciuria, il sostegno delle masse nelle campagne anche tramite la riforma fondiaria e assunse il controllo delle città nella fase finale: i comunisti seppero associare riforma agraria e lotta patriottica.

La Cina comunista

La storia della Repubblica Popolare Cinese (RPC) è divisa dal 1976, la morte di Mao Zedong, e la sua successione da parte di Deng Xiao Ping. Una ulteriore suddivisione adottata è questa:

1. Consolidamento del regime (1949-52) 2. influenza sovietica (1953-58) 3. Dal grande balzo in avanti (1958) alla fine della rivoluzione culturale e morte di Mao (1976).

1. Il consolidamento del regime (1949-52): Per la prima volta dopo quasi un secolo tutta la Cina è unificata sotto un solo potere, ad eccezione di Taiwan, Hong Kong e Macao, evitate dall'Esercito Popolare di Liberazione. Per timore di sovversioni l'enorme territorio viene diviso nel settembre 1949 in sei regioni militari. Nello stesso mese viene convocata un'Assemblea Consultiva per definire le caratteristiche del nuovo stato creato, e tramite la Legge Organica e il Programma Comune venne instaurata la “Dittatura democratica delle classi rivoluzionarie”, sotto la guida del PCC. Il secondo obiettivo era la creazione di strutture economiche efficienti e del controllo politico sul territorio. Il Tibet venne “liberato” a forza dall'EPL (esercito popolare di liberazione), vennero integrate le tre provincie della Manciuria, mentre Taiwan rimaneva sotto la protezione della flotta americana. La Mongolia esterna rimase indipendente. Grande entusiasmo popolare per l'unificazione dopo il secolo detto “dell'umiliazione”. Riforma agraria acclamata dal popolo. Nuova classe di contadini a causa delle ridistribuzioni dei terreni. 1950: legge sul matrimonio, mira a distruggere la famiglia patriarcale, abolizione del matrimonio combinato e del concubinaggio. Riforma del pensiero che non si accontenta di un'adesione esteriore come il totalitarismo staliniano, ma mira ad una trasformazione spirituale dell'individuo. Movimento del “Terrore Rosso” per liberarsi dei nemici politici e tutti quelli che in qualche modo si opponevano o non andavano a genio al partito. Processi sommari ai “nemici politici” che portarono a MILIONI di esecuzioni capitali e qualche milione di deportati nei campi di concentramento (laogai). 1951: campagna dei “tre contro” (Sanfan), per epurare le schiere del partito, prendendo di mira i funzionari “deviati”. L'anno successivo campagna dei “Cinque contro” (Wufan), mirata contro gli industriali e gli uomini d'affari. Sul piano internazionale Mao sceglie di assumere una politica indipendente dagli altri paesi, ma nel contesto della guerra fredda si allinea con l' URSS. É per questo motivo che la Cina partecipa attivamente alla guerra di Corea (1950-53), danneggiando molto i rapporti con gli USA fino alla riapertura diplomatica degli anni '70.

2. Il periodo dell'influenza sovietica e il balzo in avanti (1953-58) Una volta stabilito un rigido controllo sulla società, il partito cercò di adottare il modello politico ed economico sovietico. Prima della costituzione del 1954, nel 53 venne lanciato il primo piano quinquennale. Priorità e finanziamenti per l'industria pesante, che assumeva quasi metà delle spese di bilancio della Cina, per portare il paese ad un sistema socialista il più possibile simile a quello sovietico. Mao afferma “L'URSS di oggi è la Cina di domani”. Mosca da parte sua si limita a prestare alla Cina 300 milioni di dollari, mentre, per fare un paragone, gli USA donavano 150 milioni all'anno a Taiwan. Mandò però molti consiglieri tecnici. 1957: movimento dei “cento fiori”, con lo slogan “cento fiori fioriscano, cento scuole gareggino”, campagna di stimolo per gli

intellettuali a manifestare la loro opinione “liberamente” (diciamo che dopo milioni di esecuzioni di dissidenti politici, era calato il silenzio). Incoraggiamento alla “critica non antagonistica”, ovvero “puoi criticare finchè mantieni un certo fervore patriottico e rivoluzionario”. La risposta degli intellettuali, come prevedibile fu molto cauta, e allora Mao si esibì nel “discorso sulla corretta risoluzione dei conflitti in seno al popolo”, ovvero un discorso in cui esaltava la capacità costruttiva del dissenso in seno al popolo, che portava nuove idee e sosteneva la rivoluzione, mentre ogni tipo di critica “antagonista” era da sopprimere con l'eliminazione dei nemici. Questo portò gli intellettuali ad un eccesso di critica, che portò Mao a “perdere la pazienza” e a riprendere con le eliminazioni fisiche e la “rieducazione ideologica” (che in cinese si legge “lavaggio del celvello”). Il Quotidiano del Popolo (organo ufficiale del PCC) si mise a denunciare apertamente i “fiori velenosi”, ovvero gli intellettuali dissidenti più impegnati. É in questo atto di repressione dei dissensi che si distinse per la prima vola Deng Xiao Ping. Nel 1958 avviene il vero e proprio “balzo in avanti” (da yuejin), una'accelerazione della rivoluzione molto brusca che si stacca dal modello sovietico per intraprendere una via tutta cinese. Vennero creati comuni popolari, che avevano la funzione di coinvolgere completamente i singoli per l'interesse della collettività. Siccome gli “esperti”, ovvero i lavoratori specializzati e gli intellettuali, o tutti quelli che avevano ricevuto un'istruzione superiore, erano stati linciati senza pietà da Mao e dal suo cane Deng, si decise di puntare sulla manodopera non qualificata, a basso costo. Nel 1958 ad esempio, milioni e milioni di cinesi vengono mobilitati nella crociata contro i passeri, che a quanto pare danneggiavano i raccolti. Dopo la prima mobilitazione entusiastica iniziano gli “anni neri” (1959-61), nel corso dei quali 15 MILIONI di cinesi rimasero vittime di una carestia. Il costo della rivoluzione economica cinese fu pagato con il sangue, ma il partito non si fermò nemmeno davanti a questi, mentre si profilava sempre più vicina la rottura con l'URSS.

3. I rapporti sino-sovietici e le teorie strategiche di Mao. Sebbene l'URSS fosse stato il primo paese a riconoscere formalmente la RPC, Mao durante tutto il corso della guerra fredda, pur approvando i principi ideologici fondanti del socialismo sovietico, rimase equidistante dalle superpotenze, eccezion fatta per gli interventi in Corea. Il 14 febbraio 1950 fu firmato il trattato di amiciza, alleanza, e mutua assistenza tra Mosca e Pechino. Inizia il processo già visto con gli aiuti dell'URSS. L'intervento in Corea segna il primo attrito tra le due superpotenze comuniste. Morto Stalin (che non aveva mai nascosto il suo disprezzo per i cinesi), nel 53, ci fu un breve miglioramento tra i rapporti Mosca-Pechino, ma la politica neutrale del paese alle conferenze di Ginevra e Bandung rispetto alla guerra fredda portarono allo sviluppo del “non allineamento”, e dei “cinque principi della coesistenza pacifica”. Nel 57 Mao afferma che “il vento dell'Est sta prevalendo sul vento dell'Ovest” a significare che i paesi del blocco comunista stanno diventando sempre più potenti, e il lancio del satellite Sputnik da parte dell'URSS fa non poca paura agli americani. Nel 59 si completa la rottura politica tra URSS e Cina, conclusa nel 60, in cui l'URSS ritirò i suoi tecnici dalla Cina e cessò ogni aiuto economico. L'URSS tra le altre cose, si rifiutò di contribuire alla creazione di un arsenale atomico cinese. I cinesi a questo punto consideravano i russi “revisionisti”, mentre i russi li consideravano “dogmatici”.

La rivoluzione culturale. La Wenhua Da Geming (rivoluzione culturale) viene convenzionalmente datata dal 66 al 76. Si trattò di una guerra civile per la riconquista del potere da parte di Mao. Abbandonato dal suo stesso partito dopo il fallimento delle sue riforme, Mao, lanciò il brillante e sofisticato slogan “Bombardare il Quartiere generale!” (non è una presa per il culo), e le masse studentesche di suoi fanatici lo assecondarono. Le cosiddette “guardie rosse”, i fedelissimi di Mao, sfilavano in piazza Tian'anmen, con in mano il “libretto rosso”, la summa degli aforismi del capo-partito. La guerra fu terribile, lasciò intere generazioni senza istruzione, le università chiusero per anni. L'oppositore di Mao, l'ex presidente Liu Shaoqi morì in prigione per maltrattamenti. Centinaia di migliaia di morti. L'esercito di Mao però una volta svolto il suo compito doveva sparire, e di questo si occupò il generale Lin Biao, che prese tanti beo volontari fanatici di Mao e li mandò a lavorare nei campi per “rieducarli” alla vita civile. Lin Biao dopo essere stato nominato successore di Mao, scomparse misteriosamente nel 1971.

Eliminati tutti i suoi nemici ancora una volta, Mao convoca il nono Congresso del PCC, mentre l'Armata Rossa invade la Cecoslovacchia sullo sfondo. Nel settembre del 1969 la Cina realizzò il suo primo test nucleare. A questo punto il potere è diviso in 3 parti: - Lin Biao (prima di scomparire) appoggiato da Chen Boda - Zhou Enlai con i “tecnocrati” civili e militari - Jiang Qing (moglie di Mao), e il Gruppo di Shanghai, che poi diventerà la Banda dei Quattro.

La promozione di Lin Biao a successore di Mao rappresentava il fatto che ormai il partito intero si reggeva sull'esercito, unica istituzione ancora funzionante. Mao e Lin Biao alla fine litigano e così si spiega la misteriosa sparizione del generale. 1971: supposto complotto del figlio di Lin Biao per uccidere Mao (Lin Liguo). 9 Luglio 1971: inizia la strategia del “ping pong” con l'americano Kissinger, nei confronti della politica con Taiwan. Il 15 ottobre la Cina viene ammessa all'ONU nel seggio del consiglio di sicurezza che prima era di Taiwan. Nel 1973, Deng Xiaoping, prima eclissatosi per evitare il linciaggio, riappare e viene reintegrato nel partito. Prese il testimone di Zhou in un programma di “quattro modernizzazioni” (agricoltura, industria, difesa e scienza), che nel 1974 illustrò alle Nazioni Unite. Mao lancia una campagna denigratoria contro la memoria di Lin Biao, ormai scomparso. Nel 1976 muore Zhou (primo ministro), e gli succede Hua Guofeng. Il popolo, da anni assente dalla scena, ritorna a farsi sentire, con centinaia di migliaia di pechinesi che si recano a rendere omaggio alla salma. Deng Xiao Ping, avversario politico di Hua, venne subito bersagliato con un nuovo attacco, e si rifugiò nel sud del paese, che tanto ormai c'era abituato.... 28 Luglio: terremoto del Tangshan, 242.000 morti. 9 settembre: morte di Mao. Doppio colpo di stato per la successione, uno della moglie, e l'altro di Hua, il primo ministro. Vince il colpo di Hua. Si fa strada la teoria politica dell'”accerchiamento delle città da parte delle campagne”, con le città, rappresentative del mondo occidentale e dell'America, ma anche l'URSS, ovvero i paesi ampiamente industrializzati, e le campagne, simbolo di Asia, Africa e America Latina, che rimanevano più radicalmente rurali. Questa teoria poteva adeguarsi solo al particolare comunismo cinese, nato

dalle campagne, al contrario di quello russo, nato nel proletariato urbano.

Guerra del Vietnam Fu una guerra lenta e progressivamente sempre più costosa, specialmente per gli Americani, un tentativo fallito di prevenire la vittoria comunista. 1964: incidente del Tonkino: gli americani usano un pretesto per accusare i nordvietnamiti di avergli attaccato le navi da guerra, e radono al suolo l'intero paese. Il 31 Gennaio 1968 i Vietcong (un braccio del Fronte di Liberazione Nazionale) fanno un'offensiva che passerà alla storia con il nome di “capodanno del TET”, prendendo gli americani con le braghe calate e conquistando 36 dei 44 capoluoghi provinciali. Il generale Westmoreland, a capo della situazione americana, chiede l'invio di nuove truppe. Il presidente Johnson si ritira, e viene succeduto da Nixon, che decide di passare la responsabilità della guerra ai vietnamiti, e di filarsela progressivamente. In America iniziano le manifestazioni di universitari contro la guerra. L'opinione pubblica si rivolta contro la continuazione del conflitto. Kissinger intanto aveva organizzato una visita di Nixon in Cina, per la cosiddetta diplomazia del ping-pong, ovvero un “triangolo geostrategico” (USA URSS e Cina), che si opponesse al bipolarismo precedente, per poi sfociare in un pentapolarismo che includesse anche Giappone ed Europa (nei piani di Kissinger). Nel 1973 gli americani firmano un accordo per la fine del conflitto, a Parigi, e nel 1975 le truppe vengono evacuate definitivamente dal paese. Con la diplomazia internazionale orientata in questo modo, Deng Xiaoping nel 1974 in occasione dell'Assemblea Generale Straordinaria delle Nazioni Unite, espone la nuova strategia politica della Cina, quella della “teoria dei tre mondi”. Il primo mondo erano le superpotenze, USA e URSS, in competizione per l'egemonia mondiale, mentre il secondo mondo erano forze intermedie alleate, come Giappone, Europa, Canada, ecc...Il terzo mondo erano paesi poco sviluppati e non allineati in cui rientrava anche la Cina, che sostenevano la pace e la giustizia a livello internazionale.

Periodo post-Mao Oltre a quello che abbiamo detto prima del capitolo sulla guerra, la Cina inizia l'importazione massiccia di tecnologie da altri paesi. Viene introdotto un sistema di “contratto di famiglia” che consente al singolo contadino di vendere i suoi prodotti sul mercato, dando inizio alla decollettivizzazione dell'agricoltura. Nella capitale nasce il “Muro della Democrazia”, un movimento studentesco di radicali, che però viene presto represso. Nel 1979 Deng fa visita agli USA. La popolazione della RPC raggiunge i 900 milioni di abitanti, e viene introdotta la politica del “figlio unico per coppia” per controllare la popolazione. Nel 1980 per accelerare lo sviluppo economico nascono le ZES (zone economiche speciali), con incentivi e vantaggi fiscali per gli investimenti stranieri. 1981: Deng Xiaoping è il leader indiscusso, taglia la difesa del 25%, e il PIL della Cina inizia a crescere molto velocemente. Hua Guofeng nel 1982 viene escluso dal partito. Nasce la carica di segretario generale di Partito affibbiata a Hu Yaobang. A dicembre viene compilata una nuova costituzione. Nel 1983Margareth Thatcher fa visita alla Cina per la restituzione di Hong Kong, prevista per il 1997. 1984: primo satellite cinese nello spazio. 1985: l'economia inizia a surriscaldarsi con un' inflazione del 9% e la concorrenza dei prodotti giapponesi. 1986: dibattito con i conservatori e liberali. Questi ultimi sono a favore di una modernizzazione ancora più accelerata. 1988: inflazione al 20%. 1989: muore il liberale Hu Yaobang, manifestazioni studentesche in piazza Tian'anmen. Li Peng, il primo ministro decide di adottare una linea dura, e in seguito dello sciopero della fame dei manifestanti e della visita di Gorbachov, decide di far sgomberare le strade a suon di carri armati. Migliaia di persone rimaste uccise. Simile situazione per le proteste per l'indipendenza del Tibet. I membri del G7 condannano gli atti barbarici cinesi, ma in occasione della guerra contro Saddam Hussein USA e gli alleati occidentali ad applicare un atteggiamento di “forgive and forget”.

Date per 4 pagine! Nel 1990 apre Mc Donalds in Cina. 1995: Deng va in coma, successore: Jiang Zemin. Iniziano grandi lavori pubblici: diga delle tre gole: opera per contenere le piene dello Yangzi. 1996: campagna anti-crimine: giustiziati 4000 criminali. 1997: Hong Kong torna sotto la sovranità di Pechino. Nel 1998 iniziano i negoziati per far entrare la Cina nella World Trade Organization (WTO). 1999: tensione con gli USA che bombardano Belgrado mentre gli ambasciatori cinesi sono in Kosovo. 2000: elezioni a Taiwan, un' elezione indipendentista potrebbe scatenare l'ira di Pechino, ma la vittoria del Partito Progressista Democratico garantisce dei buoni rapporti. 2001: trattato sino-russo di amicizia. Si pianificano i giochi olimpici del 2008. 2002: nuova generazione di governanti inaugurata da Hu Jintao, che si presenta come meno dogmatico rispetto ai suoi predecessori. 2003: Hu Jintao Presidente della Repubblica.

Conclusione La Cina oggi è un paese in via di sviluppo, il libro dice che sono poco più di un miliardo, ma hey, è un po' vecchiotto. Il PIL è molto alto, inferiore solo a quello degli USA (e a questo punto non so nemmeno se è ancora così). Persistono vulnerabilità socioeconomiche e contraddizioni.

La Cina e la Globalizzazione

Appare evidente che in questo periodo l'economia dell'intera asia abbia come centro la Cina, se non quella mondiale. É riuscita a conquistare questo posto sbarazzandosi con il tempo di tutti quei principi e dogmi che avevano caratterizzato l'economia nel periodo comunista. Ora la diplomazia Cinese è molto più aperta, e afisce in Africa e in America Centrale e Meridionale.

Difficoltà nei rapporti con Tokyo permangono ancora oggi. Con l'arricchimento istantaneo di molti imprenditori in Cina si è creata anche una forte disuguaglianza sociale tra la maggior parte della popolazione e gli industriali che sono riusciti ad abbracciare le possibilità del nuovo clima economico. La Cina si è creata un posto nell'economia mondiale spostando il baricentro di quest'ultima verso l'estremo oriente, e rubando terreno a Usa e Giappone per quanto riguarda le esportazioni verso il paese. Gli investimenti verso la Cina sono stati classificati in due “ondate”: una prima ondata motivata dalla manodopera a basso costo, e una seconda con interessi nel terziario, il settore dei servizi. Il tasso delle esportazioni ha subito in Cina importanti cambiamenti negli ultimi 27 anni, aumentando di ben 57 volte, sorpassando ampiamente il Giappone. Il surplus commerciale della Cina da 5,2 miliardi di dollari nel 1994, è passato a 50 all'inizio del 2000, per poi assestarsi sui 25 miliardi. La Cina è oggi la più grande importatrice di cemento, carbone, acciaio, nickel, alluminio, e la seconda importatrice di petrolio al mondo. Il suo ruolo nell'economia mondiale ha fatto schizzare i prezzi delle materie prime, specialmente quello del petrolio. Spesso la valutazione dello yuan ha minacciato la borsa di Washington, e con consistenti minacce da parte degli USA se non fosse stato rivalutato. La Cina ormai ha commerci sempre più ampi con USA ed Europa, e tutti i paesi avanzati dell'occidente. Per spiegare in modo semplice come funziona l'economia in Estremo Oriente diciamo che la Cina ottiene valuta pregiata (dollari ed euro) dai suoi commerci, e la passa ai paesi della zona, come il Giappone o la Thailandia in cambio di materie prime e semilavorati da processare e poi rivendere. In un certo senso ormai il giappone è condizionato dalle dinamiche economiche cinesi quanto o più di quanto è condizionato da quelle statunitensi.

Aspetti della crescita cinese. La crescita cinese è dovuta ampiamente al modo in cui gli affari vengono condotti nella società confuciana, ovvero investimenti a risparmio interno. Il risparmio è più forte dove il welfare non arriva ad alti livelli, ovvero nelle campagne. Gli investimenti cinesi mirano soprattutto a riallocare lavoro dai settori a bassa produttività a quelli ad alta produttività. La crescita cinese, secondo l'economista Paul Krugman, sarebbe frutto della sola riallocazione dei fondi, non tanto di un miglioramento o aumento nella produttività. Questo, secondo lui, potrebbe portare ad un crollo drammatico dell'economia nei prossimi anni, perché è un trend destinato a concludersi con la fine del flusso migratorio verso la costa e le zone più ricche della Cina. La crescita cinese inoltre è finanziata dal credito delle banche, che sono quelle che giovano di più dalla politica cinese del “risparmio”. Il sistema finanziario in mano quasi completamente allo stato, dirotta i suoi capitali verso le SOE (state owned enterprises), che in genere sono improduttive e indebitate. Inoltre lo stato interviene spesso a favore delle banche in difficoltà a causa dei “bad loans”. Sarebbe opportuno ricapitalizzare alcune banche, privatizzandole gradualmente ed eventualmente scorporarle, garantendo... Ok, non ho capito nulla nemmeno io, lo ammetto! La soluzione, in poche parole, è cambiare le cose, e far sì che lo stato non debba finanziare così pesantemente le SOE, e diversificare così gli interlocutori finanziari.

Il circolo vizioso: Finanziamento facile → supercapacità produttiva → declino della produttività → riduzione dei prezzi → riduzione della redditività delle imprese. Il vantaggio comparato della cina e la competitività cinese. Perchè il mercato cinese è così vantaggioso: - La ricchezza della cina è concentrata nelle maggiori città del paese. - Sta emergendo una classe media di 50 milioni di individui che avranno un reddito annuo alto. - Ceto di 2 milioni di consumatori che controllano il 70% della liquidità - Mercato in costante crescita, oltre che già molto vasto.

Sul perché e come la Cina riesca ad essere così competitiva, c'è un ampio dibattito, ma alcuni sostengono che derivi dalla manodopera quasi inesauribile, altri invece danno più importanza alla svalutazione dello yuan, che favorisce le esportazioni. Il salario medio di 31 milioni di lavoratori coinvolti in un'inchiesta, è di 1,06$ all'ora. Per 71 milioni in località suburbane e rurali è di 0,45$. Siamo al 3% di un salario americano medio e al 26% di un salario messicano medio (nel caso a qualcuno fottesse qualcosa dei messicani). A causa del basso costo della vita questi stipendi da fame, permettono al lavoratore medio di condurre una vita. Bisogna anche tenere presente che gli stipendi cambiano notevolmente a seconda della zona di impiego. Concorrenza asimmetrica/sleale cinese: la concorrenza basata sulla produzione di marchi contraffatti di qualità inferiore, la pirateria, la violazione dei diritti di proprietà intellettuale, e le accuse secondo cui condizioni di lavoro ingiuste vengono applicate per mantenere basso il costo del lavoro. Digitate “foxconn” su google e vi farete un'idea. Si chiede insomma che la cina si adegui e adegui i propri prodotti agli standard internazionali, anche per motivi di sicurezza. É così vantaggioso però imporre barriere al commercio cinese per questi motivi? Senza le esportazioni il reddito pro capite non cresce, e le condizioni del lavoratore medio non migliorano. Anche se moralmente inaccettabile, insomma, lo sfruttamento dei cinesi è necessario. Si può e si deve però combattere la pirateria e la contraffazione.

L'economia europea tutto sommato non è caratterizzata da molti IDE (investimenti diretti esteri) verso la Cina. Questi provengono soprattutto da USA e paesi limitrofi, oltre che alla diaspora cinese. Tra le due aree permane una certa indifferenza.

Il principale cliente della cina sono gli USA, ma come funziona il meccanismo che mantiene stabilmente basso lo yuan? La cina acquista dollari in grande quantità, per lo più sotto forma di obblicazioni del tesoro americano, ma il deficit commerciale degli USA nei confronti della Cina continua a crescere creando forti malumori a Washington. Continui ritocchi al valore della moneta vengono richiesti e provocati dagli americani, minacciando pesanti ritorsioni legislative. In poche parole, la Cina è la maggiore finanziatrice del debito americano, seguita dal Giappone. I dollari degli investimenti americani vengono convertiti subito dalla cina in RMB (yuan), che poi vengono congelati con l'emissione di

obbligazioni, che non permettono al denaro di essere reinvestito immediatamente, perché questo causerebbe un enorme aumento dell'inflazione e un'aggravarsi della situazione attuale. In poche parole, gli americani vivono al di sopra delle loro possibilità per merito dei cinesi, mentre però creano posti di lavoro proprio per le imprese cinesi con la loro domanda. Finchè questo equilibrio regge va tutto bene. Molti però, all'interno della Cina si chiedono perché non possano vivere anche loro al di sopra delle loro possibilità, ed è una domanda legittima.

Successi e vulnerabilità della crescita Il programma di riforme di Deng Xiaoping è stato fino ad ora molto molto vantaggioso per la Cina, ma rimane un sistema un po' provvisorio e rotto, nel senso che prima o poi è destinato a soccombere. Quello che sta succedendo in Cina è ciò che in Russia non è successo con l'URSS. Un passaggio da un'economia controllata dallo stato ad una controllata dalle leggi di mercato, senza minare la stabilità politica nel processo. Ovviamente la Cina ha ricavato anche alcuni svantaggi da questo processo: enormi processi di migrazione interni ed esterni al paese, aumento esponenziale del fabbisogno energetico, declino della protezione sociale, corruzione diffusa, disuguaglianze economiche assurde. L'organizzazione mondiale della sanità (WHO) è preoccupata per l'inquinamento in cina e le condizioni in cui versa la maggior parte della popolazione, minacciata da malattie come SARS, AIDS, influenza aviaria ecc...).

La quinta modernizzazione Per Deng Xiaoping una democrazia di modello occidentale sarebbe una terribile soluzione per la cina, un “macello” usando le sue parole. 2 miliardi di persone hanno bisogno di un'autorità più alta che unisca la popolazione. La cina oggi non è ancora uno stato di diritto, ma si avvia a diventare uno stato di leggi. Per l'autore del libro la Cina è da considerarsi uno stato “sviluppista confuciano”, ovvero non si sa ancora bene dove andrà a parare, ma si sa da quali presupposti ideologici proviene. Tutto è subordinato allo sviluppo economico del paese. Il PCC, che continua ad essere una possente macchina amministrativa, inizia ad allentare il controllo sull'economia e la società, smantellando a poco a poco le SOE. Lo slogan prevalente per ora sembrerebbe “arricchiamoci ora, protesteremo dopo”.

Previsioni I sino-ottimisti prevedono che le maggiori richeste di libertà e diritti sfoceranno nella democratizzazione del sistema politico, come è avvenuto in Giappone, Corea del Sud, e Taiwan. Ormai il potere del partito è entrato in una fase post-totalitaria. Secondo le stime degli analisti la crescita della cina prima del 2020 supererà il giappone, e nel 2025 raggiungerà l'europa, mentre nel 2035 raggiungerà gli USA. Queste stime si basano sull'ipotesi che la crescita cinese non rallenti, cosa che potrebbe benissimo verificarsi, anzi, è praticamente certo. Le conseguenze sull'economia mondiale tuttavia, non saranno molto diverse, soltanto ritardate. La crescita cinese continuerà ad incidere su: - equilibri dei prezzi delle materie prime - flussi di commercio internazionale - andamenti della valuta.

Il cambiamento più tangibile però sarà a lungo termine quello culturale, quello del “modo di essere” del mercato.

La via indiana Storia dell’India in 4 fasi storiche:

· fase indoaria dal 1400 a.C. al VI-VII sec. d.C.

· Medioevo indù fino al XII sec

· fase indo-islamica (XIII-XVII sec.)

· colonialismo inglese dal 1757 al 1947

Induismo

Nel II millennio gli arya invasero l’India del Nord ed imposero le loro strutture sociali:

- tradizione religiosa dei Veda

- il sistema delle caste ( divisi in 4 varna)

I quattro varna sono:

- brahmana (sacerdoti)

- ksatrya (guerrieri e principi)

- vaisya (mercanti ed artigiani)

- sudra ( contadini)

Infine ci sono i fuori casta (dalit). Nel corso degli anni sono state create migliaia di sottocaste. Per quanto riguarda l’induismo vi sono tre divinità principali: Brahama (il creatore), Vishnu ( il conservatore) e Shiva ( il distruttore). L’induismo è caratterizzato da: pellegrinaggi, feste stagionali e la tradizione funeraria.

Buddhismo

Il buddhismo è una dottrina religiosa e filosofica derivata dagli insegnamenti di Buddha ( un principe indiano). Si basa su alcuni concetti del pensiero indiano come il karma (azioni compiute). Il buddhismo intende sfuggire al karma e non ( come in altre religioni) eliminare gli errori delle vite precedenti. Questo stato perenne di insoddisfazione(ovvero cercare di non fare errori) viene chiamato duhkha. L’obiettivo del buddhismo è quello di eliminare il duhkha. Nel caso in cui ci si liberi dal duhka si raggiunge il nirvana.

Le 4 verità sono:

1. il duhkha è il disagio esistenziale 2. il duhkha è causato dal desiderio 3. il desiderio può essere superato terminando nel nirvana 4. esiste una via di otto sentieri che conduce al nirvana

Gli otto sentieri sono divisi in tre ordini: – pratica morale – disciplina mentale della meditazione – l'ambito della saggezza

Lo scopo di questa dottrina è la salvezza del singolo. Ma nel I sec. d.C. si sviluppa un 'altra dottrina che invece predica la salvezza di tutti. La seconda diventerà poi la dottrina più popolare e si diffonderà principalmente in Cina, Giappone e Corea.

Conquistatori musulmani e dominazione britannica Nel 1206 viene fondato il primo regno musulmano in India ma i musulmani si insediarono solo nelle città e il resto dell'amministrazione lo lasciarono agli indigeni. Nel 1526 il regno subì la sconfitta da parte dal principe musulmano sunnita Babur. I nuovi arrivati crearono tra la valle dell'Indo e la pianura del Gange l'impero del Gran Moghul. Con il passare del tempo l'impero si disgregò e così la potenza britannica riuscì ad ottenere sempre più potere ( nel 1763 il dominio britannico fu riconosciuto ufficialmente). L'ultimo Gran Moghul fu mandato in esilio nel 1857-58 durante la rivolta dei sepoy. Questa rivolta pose fine alla Compagnia delle Indie orientali e tutti i suoi beni passarono alla Corona che prese il potere nel 1877 con la costituzione dell'impero britannico delle Indie. Un crescente malcontento fece si che dopo la seconda guerra mondiale anche grazie all'operato di Gandhi l'India divenne indipendente . Dopo l'indipendenza la politica estera indiana è caratterizzata dalla conflittualità con Cina e Pakistan. Una terza via Perché l'India è in ritardo nello sviluppo economico? Ecco tre possibili fattori autori del ritardo.

– eredità storica: il sistema delle caste che produce rigidità nel mercato del lavoro – colonialismo britannico ( anche se ha tantissimi fattori positivi ) – le scelte politiche dopo l'indipendenza fatte da Nehru che voleva uno sviluppo autocentrato e socialista fondata sull'industria

pesante Questa linea fu abbandonata in parte dalla figlia Indira che si concentrò sullo sviluppo dell'agricoltura. Ancora oggi la modernizzazione dell'agricoltura è una delle difficoltà maggiori dell' India. Dopo anni in cui il paese fronteggia carestie e crisi economiche, grazie alla politica intrapresa da Manmohan Singh, il paese subisce negli anni'90 una svolta liberale che da il via al processo di sviluppo

L'India, una grande potenza povera Nonostante i grandi traguardi, la via per lo sviluppo è ancora lunghissima: l'India, sebbene sia una delle grandi potenze dell'Asia, ha larghe fasce di popolazione che vivono in miseria e non hanno accesso all'istruzione ( il 50% della popolazione adulta è ancora analfabeta). In dieci anni è raddoppiato il commercio con l'estero anche se rimane di gran lunga meno integrata nel commercio mondiale . La nota positiva: dopo più di 20 anni di deficit ora l'India è in attivo . Ma sono ancora numerosi i fattori che non permettono lo sviluppo in particolare le disfunzioni dell'amministratore e la povertà rurale. Molte difficoltà derivano da contrasti religiosi. la questione che non è ancora risolta è se l'induismo frena lo sviluppo dell'economia indiana, solo il tempo ce lo potra dire.

In corso di attuazione ci sono grandi riforme: la liberarizzazione economica la razionalizzazione del decentramento politico

Dopo la caduta dell'URSS (“vecchia amica dell'India”),l'India si è avvicinata alla Cina (con grande paura degli Usa).

Cultura e performance

Il rapporto tra etica e diritto Performance nel mondo sinico e nell'Occidente Cina: performance collettiva Imperativo primario: sostenere il gruppo Connotazioni essenziali: a) conformismo b)armonia c) gerarchia USA: performance individuale Imperativo primario: proteggere l'individu Connotazioni essenziali: a) azione b) libertà c) eguaglianza

Vediamo come ciò si riflette nei vari campi di comportamento.

Effetti delle variabili culturali siniche sul piano giuridico: 1. Preminenza del diritto dello stato( penale amministrativo) sul diritto del cittadino (diritto civile) 2. Nella gestione della giustizia preferenza per i giudici moralisti rispetto a leggi impersonali 3. Ristrettezza dello spazio pubblico (gestito dal diritto) e ampiezza dello spazio privato(gestito dall'etica)

Ridotto trasferimento di spazio privato in spazio pubblico 4. Triplice rifiuto: a) rifiuto del contrattualismo (anche accordo siglato con brindisi è valido) b) rifiuto della responsabilità

individuale c) rifiuto del processo giudiziario Effetti sul piano socio economico In Cina:

1. Relazioni gerarchiche ma armoniche 2. Conformismo di gruppo 3. Processo decisionale consensuale 4. Importanza delle relazioni interpersonali privilegiate (guanxi) 5. Si privilegiano rapporti “ win-win” (a somma positiva), rispetto a rapporti conflittuali ( a somma negativa), al fine di non far

perdere la faccia (mianzi) 6. Reti di solidarietà di vario tipo( in particolare nella società cinese quelle familiari,professionali e regionali) e operanti a diversi

livelli 7. Rapporti parentali pervadono ogni aspetto dell'esistenza cinese

Tipologia del capitalismo confuciano 1. Capitalismo comunitaristico giapponese basato su keiretsu( raggruppamenti imprese) 2. Capitalismo patrimonialistico coreano basato sui cheabol( gruppo d'affari) 3. Capitalismo cinese basato sulle retei familiari

Sistema politico e stato sviluppista Sistema politico E' paternalistico-autoritario, burocratico e consensualistico. Ha una particolare forma di stato deifinita “ Stato sviluppista” che ha le seguenti caratteristiche: a) ha come obiettivo prioritario lo sviluppo del paese b) è uno stato forte c) ha una burocrazia elitaria, colta, efficiente, di origine mandarina d) persegue una stretta collaborazione tra stato e mercato Struttura di potere Tende a essere un 'aggregazione di élite che in Giappone è dominata dal triangolo di ferro costituito da 1) vertici del PLD(Partito Liberal Democratico) 2) burocrazia 3) Business community In Cina può essere denominata “ parallelogramma delle forze” costituita da 1) PCC (Partito Comunista Cinese) 2) burocrazia 3) business community 4) EPL( l'organizzazione militare più importante in Cina) Le relazioni industriali nipponiche Relazioni industriali giapponesi I tre “attrezzi sacri”

1. Impiego a vita, contratto implicito che impegna moralmente l'azienda a non licenziare i dipendenti e alla massima lealtà Bassa mobilità interaziendale e alta mobilità intraaziendale. Reclutamento tramite la scuola e formazione continua

2. Carriera basata sull'anzianità di servizi Struttura salariale: stipendio mensile + bonus (indicizzati in base all'anzianità di servizio)Questi due attrezzi validi solo per i salary man ( dipendenti regolari delle grande imprese, pari a meno di un terzo delle popolazione lavorativa) Struttura dualistica

3. Sindacato aziendale(non di categoria) integrato e cooperativo Lotte di primavera >Rivendicazioni sindacali:annuali coordinate e sincronizzate

Donne fortemente penalizzate nel campo del lavoro. In genere il marito lavoro e la donna si occupa della famiglia e della casa. Una volta che i figli hanno superato l'ammissione all'università, la donna ha più libertà e si cerca un impiego precario. Le forme di lavoro precario in Giappone sono: - Lavoro part time (<35 ore a sett) - Lavoro a contratto: lavoro a tempo determinato che può dare bonus e copertura sociale - Arubaito: piccoli lavori pagati a ore, non dichiarati che non danno diritto ne a bonus ne a copertura sociale Caratteristiche del sistema manageriale nipponico

● indifferenziazione dei ruoli ● Processo decisionale basato sul consenso ● Diffusione dell'autorità e della resposnabilità ● Integrazione umana, più importante dell'efficienza tecnica ● Oyabun-kobun( padrino-figlioccio): relazione personale, verticale e diretta basata su protezione e lealtà ● La kaisha come microcosmo socioculturale ● Il lavoro come adesione assoluta a un progetto collettivo con forti implicazioni etico sociali

Ma il sistema di relazioni industriali nipponiche si sta logorando, ecco alcune delle cause: la crisi, l'invecchiamento della popolazione e l'emergere di valori individualistici all'interno della società.

Il toyotismo Per parlare del toyotismo bisogna prima parlare della crisi del fordismo. Fordismo Presupposto: domanda illimitata Obiettivo: produzione di massa standardizzata Grazie alle economie di scala, più si produce e più si abbassano i costi di produzione: circolo virtuoso-> aumento dei profitti->aumento dei salari->allargamento del mercato La fabbrica fordista ha una struttura rigida. Formazione del prezzo: costi(variabile indipendente)+ profitto(var. Indip.)

Negli anni '70, questo modello risulta inefficiente e si scopre il modello produttivo della Toyota:

Toyotismo Presupposto:domanda limitata Obiettivo: produrre beni diversificati, di buona qualità e a basso prezzo L'egemonia passa dalla fabbrica al mercato (ovvero al cliente) Produzione a sei zeri: just in time (JIT) I sei zeri sono: zero ritardi, zero difetti, zero stock, zero tempi morti di produzione, zero cartacce( intralci provocati dalle strutture burocratiche) e zero sovrapproduzione. Il senso del concetto di just in time è: ridurre al minimo gli sprechi (sei zeri), producendo ciò che è necessario e appunto di farlo just in time. La fabbrica deve essere: minima, flessibile, trasparente Formazione del profitto: prezzo (var.ind.) - costi(var. dip.) Polivalenza e despecializzazione dei lavoratori Ciclo PDCA per il controllo della qualità( Plan, Do, Check, Action) Kanban è uno strumento di controllo che cerca di rendere trasparente la fabbrica

Capitolo 11 – La gestione della diversità culturale

Ormai è chiaro che alla globalizzazione economica non corrisponde affatto l'universalizzazione dei valori occidentali ma anzi una frammentazione politica e culturale del mondo e una pericolosa radicalizzazione dei processi identitari (basati su religione, cultura, etc). Sorge quindi un problema: come si può gestire la diversità culturale? Di seguito viene proposto un modello “ermeneutico” basato sul rispetto (non la tolleranza) per l'”altro”, elaborato già verso la fine del XVI secolo dal gesuita italiano Alessandro Valignano.

Alessandro Valignano (1539-1606), appartenente alla Compagnia di Gesù, per trent'anni percorse vari paesi asiatici ed elaborò, in Giappone, un metodo missionario di diffusione del cristianesimo basato sull'adattamento alla cultura locale. Valignano viaggiò in:

• India, dove corregge le sue prime impressioni basate su giudizi oggettivi e inattendibili e approfondisce le sue conoscenze facendo esperienza diretta. Qui il metodo di Valignano sarà messo in pratica dal gesuita Roberto De Nobili;

• Cina, dove elabora un grandioso progetto di evangelizzazione, individuando le cause dei fallimenti passati e obbligando i missionari ad apprendere lingua e costumi cinesi. L'opera impostata da Valignano sarà portata avanti dal suo allievo Matteo Ricci, considerato il fondatore della sinologia occidentale;

• Giappone, dove Valignano spende la maggior parte del suo tempo ed elabora il nuovo modello di evangelizzazione in una prospettiva di lungo termine (applicato poi anche in India e Cina). Valignano visita 3 volte il Giappone: 1. 1579-1582: la sua prima visita inizia con ottimismo (incontra perfino Oda Nobunaga) ma rivela presto la disastrosa realtà

della chiesa giapponese, che è divisa in due: da una parte, i gesuiti hanno opinioni contrastanti; dall'altra, i cristiani giapponesi non vogliono i missionari perché li sentono troppo eurocentrici.

2. 1590-1592: il clima è differente rispetto alla prima volta. Sebbene riesca a stabilire un contatto con Toyotomi Hideyoshi, questi ha intanto scatenato la 1^ persecuzione contro i cristiani ed emanato un editto di espulsione dei gesuiti. Valignano quindi opta per un atteggiamento prudente e discreto.

3. 1598-1603: all'ombra del potere di Tokugawa Ieyasu, pur essendoci le basi per un'epoca di maggiore pace anche per la chiesa, Valignano avverte le tensioni e le future lotte tra gesuiti e ordini mendicanti (francescani e domenicani) e le rivalità tra portoghesi e spagnoli, a cui si aggiunge l'arrivo dei primi inglesi e olandesi.

Gli insegnamenti che Valignano ha appreso in Giappone sono molto utili anche nella nostra epoca. Valignano ribadisce, per esempio: l'importanza di approfondire le pratiche religiose degli altri popoli e di conoscerne i contenuti (es. i kami shintoisti o i buddha delle diverse sette buddhiste); di imparare la lingua, le usanze e i costumi; di apprezzare le opere d'arte degli altri popoli in quanto espressione del loro ingegno e della loro creatività; l'importanza di vedere le cose direttamente di persona, non essere precipitosi nei giudizi e tenere conto del contesto in cui ci si trova. Secondo Valignano, affinché l'evangelizzazione avesse successo, bisognava adattarsi all'ambiente locale secondo un principio di uguaglianza razziale e di condivisione dei valori culturali: egli comprende aspetti fondamentali del pensiero giapponese (es. superiorità della forma sulla sostanza; prevalenza del tatemae sull'honne; struttura verticale della società; cultura della vergogna; conformismo al gruppo, pulizia personale e della casa, etc) e per questo obbliga i missionari a studiare la complessa etichetta giapponese al fine di evitare comportamenti ridicoli o, peggio, offensivi e di mantenere dignità.

Nel XIV e XV secolo, a parte poche eccezioni, in tutte le Americhe e in molte altre aree sotto il dominio iberico si applica il metodo della “tabula rasa”, dove ogni tradizione religiosa e culturale viene sradicata per piantare a colpi di spada la croce cristiana. Questo avveniva in virtù della concezione eurocentrica della superiorità della cultura cristiana, ma più in generale europea, rispetto alle altre. Valignano invece teorizza e impone in Asia una politica basata sul rispetto e sul dialogo, sebbene non mancano neanche in Asia i gesuiti che la pensano come i brutali conquistatori del Nuovo Mondo. Esempio: la visione pluralistica di Valignano, basata sulla comprensione e sull'armonizzazione dei comportamenti occidentali a quelli giapponesi, è in netto contrasto con la visione eurocentrica-universalistica del responsabile dei gesuiti in Giappone, Francisco Cabral: questi ritiene che il Giappone sia un paese barbaro dalla popolazione ipocrita e, pertanto, non da la minima importanza allo studio della lingua e ancor meno al dialogo.

Lo psicologo Richard Nisbett è giunto alla conclusione che le persone che vivono in culture diverse pensano non solo cose diverse ma anche in modo differente: nel nostro caso, gli orientali prestano più attenzione al “contesto” in cui vivono che al “testo” esplicitato verbalmente e lo stesso Valignano riconosce la completa diversità dei giapponesi; tuttavia gradualmente egli riesce, se non a giustificare, almeno a farsi una ragione di certe pratiche che per un cristiano sono impensabili (per es. i contadini che praticavano l'infanticidio o la vendita delle ragazze per l'impossibilità di mantenere tanti figli; il suicidio rituale dei samurai, che li rendeva valenti e onorabili; etc).

La chiesa odierna sottolinea una volontà di collaborazione e di rispettoso dialogo interreligioso che si avvicina molto alle raccomandazioni di Alessandro Valignano: affinché la chiesa sia davvero universale, si deve cercare di svestirla delle sue forme occidentali e lasciare che si esprima nei caratteri propri di ogni cultura, abbandonando ogni espressione di razzismo e colonialismo.

Ciò che Valignano prescriveva per i missionari vale anche per tutti coloro che, per qualsiasi motivo, si ritrovano a operare in condizioni di interculturalità: la regola d'oro è comprendere la cultura e approfondire il contesto prima di prendere una decisione; questo ovviamente vale in ogni settore delle attività umane, tra cui anche il business (considerato anche il fatto che i paesi asiatici stanno gettando le basi per una collaborazione, oltre che competizione). Guardare i media locali, conversare con la gente locale e partecipare a eventi e manifestazioni della vita quotidiana e culturale sono le uniche autentiche vie per capire veramente quel determinato popolo.

Fondamentale e implicito, soprattutto per gli orientalisti, è il confronto necessario con un mondo culturalmente distante dal proprio. Fin dagli inizi del XVII secolo, nell'orientalismo è possibile identificare 2 principali approcci metodologici tra loro contrapposti:

• approccio particolaristico, è connotato da “etnocentrismo dal di dentro” (per poter capire una cultura, devo “entrarci”). Viene anche definito emico (da fonemico, ovvero un sistema particolare di suoni di una determinata lingua. es. il sistema Kunrei, costruito sulla specifica struttura fonemica giapponese). Pericoloso perché, dando eccessivo pesa alla specificità culturale, si rischia di cadere nel determinismo o addirittura nel razzismo;

• approccio universalistico, è connotato da “etnocentrismo dal di fuori” (l'osservatore cerca di applicare, se non imporre, dall'esterno il proprio modo di pensare per capire l'altro). Viene anche definito etico (da fonetico, ovvero un sistema universale con cui si descrivono i suoni dei vari linguaggi del mondo. es. il sistema Hepburn o romaji). Pericoloso perché è facile cadere nella “violenza sull'altro” che risulta della pretesa di imporre i propri valori considerati universalmente validi.

A questo punto l'orientalista deve far fronte a un dilemma: quale dei due metodi scegliere? Un buon esito richiede la capacità di trovare un equilibrio tra i due approcci, che si realizza attraverso il rispetto dell'altro, che nasce dalla comprensione della diversità e dalla consapevolezza che le varie culture devono convivere pacificamente in un mondo globalizzato.

Asia al centro, capitolo 12: Il nuovo panorama geostrategico

Il triangolo geopolitico del Pacifico Dal 1972 a oggi possiamo identificare due principali dispositivi. Il primo, caratterizzato dal triangolo strategico USA-URSS-RPC, va dal 1972 al 1989, dalla ripresa dei rapporti diplomatici tra gli Stati Uniti e la Cina. Con la fine del bipolarismo, questo triangolo strategico viene meno e nell'Asia orientale diventa operante un triangolo geopolitico, costituito da Usa, dalla Repubblica popolare Cinese e dal Giappone. Il rapporto tra USA e Giappone, basato sulla dottrina Yoshida, era asimmetrico. Dal 1989, in Giappone è stata messa in rilievo l'inutilità e la pericolosità di questo trattato; ma, le ambiguità ci sono state anche da parte americana. Tuttavia, l'affermarsi della Cina come fast rising power ha spinto Tokyo e Washington a ribadire con forza e con inusuale chiarezza la volontà di continuare la loro relazione speciale, riaffermando la validità del Trattato di Sicurezza. Oppresso da vari fatti storici, non avendo ancora sviluppato una visione strategica regionale e tenuto conto delle tante fonti di conflitto che permangono nella regione, il Giappone ha ancora bisogno della presenza USA in Asia. Gli Usa, d'altro canto, non possono fare a meno dell'alleanza con il Giappone per contrastare il crescente potere della RPC. In ogni caso, il panorama è cambiato dopo gli attentati dell'11 settembre. In Asia, la Cina e il Giappone sono stati spinti ad adottare il multilateralismo nella loro politica regionale. Sono molto asimmetrici anche i rapporti tra Cina e Giappone. La Cina è una grande potenza di tipo classico, grazie ai suoi dati geopolitici (la popolazione e il territorio) e geoeconomici (tasso di crescita e PIL molto elevati), al seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza e al suo arsenale militare e nucleare, ecc. Il Giappone è una potenza di tipo nuovo, una potenza civile poiché unisce a un'economia altamente competitiva in campo internazionale, varie connotazioni: una cultura astensionista in politica estera, una posizione militare passiva, un portafoglio di potere asimmetrico e una dipendenza per quanto riguarda la sicurezza dagli USA. L'asimmetria di potere tra Cina e Giappone risulta ancora più evidente se utilizziamo una classificazione basata sul potere di cui uno stato dispone in relazione a uno scope e al domain, cioè uno o più stati su cui si esercita l'influenza. La Cina del settore militare è una grande potenza, ma con un domain regionale e non globale; il Giappone è una potenza globale per quanto riguarda il settore economico, ma non è nemmeno una potenza regionale per quanto riguarda quello militare.

L'ambigua relazione nippo-cinese L'identità giapponese si è costruita storicamente proprio attraverso l'interazione con un “altro”, considerato superiore sul piano delle conoscenze e delle realizzazioni tecniche, ma non solo sul piano etico. L'altro del Giappone è stato per più di un millennio la Cina, che ha rappresentato il modello da seguire; da metà del secolo scorso si passò all'Europa e dopo lo scoppio delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, si scelsero gli Stati Uniti. Oggi il Giappone non ha modelli e questa potrebbe essere la causa della sua crisi non solo economica e politica, ma anche di identità. Una delle caratteristiche del Giappone è stato il suo aprirsi e chiudersi al mondo esterno a fasi alterne, in primo luogo nei confronti della Cina. Proprio attraverso il doppio movimento di attrazione e repulsione, di imitazione e di rigetto nei confronti della Cina, i Giapponesi hanno costruito la loro identità nazionale. Con la Restaurazione Meiji (1868), il Giappone inizia ad avere come modello l'Europa. Finita la guerra con la resa incondizionata di Tokyo nell'agosto del 1945, le relazioni dei due paesi si inscrivono nello scenario della guerra fredda. È noto che nel 1952 fu Washington a obbligare il governo Yoshida a riconoscere il regime di Taiwan e che nel partito conservatore c'è sempre stata una lobby pro Pechino. L'atteggiamento di Pechino nei confronti del Giappone sembra ispirato a un realismo cinico perché, dopo aver combattuto con varie nazioni e aver invaso vari Paesi, ha accusato il Giappone di favorire la rinascita del militarismo e di falsare la verità storica nei libri di storia, quando nei propri spiega che il Giappone è stato sconfitto dall'Esercito Popolare di Liberazione cinese e non dagli USA. Il problema è che i giapponesi non sanno difendersi. Il Giappone è incapace di pentirsi del suo passato: può solo rimuoverlo, ma nello stesso tempo impegnarsi a non commetterlo più. Ed è quello che ha fatto il Giappone, restando fedele alla clausola pacifista della Costituzione e non scostandosi dalla norma antimilitarista. La Cina sfrutta questa situazione e fa pesare sul Giappone il fatto di aver aggredito un Paese che usa la sua stessa scrittura. Si inseriscono in questo clima di rinascita del nazionalismo alcuni atteggiamenti politici: in Giappone l'ostentata visita del primo ministro al santuario shintoista Yasukuni, in cui sono onorati anche i criminali di guerra e il revisionismo storiografico apologetici; da parte cinese, manifestazioni popolari antinipponiche manipolate a fini strumentali. È su questo sfondo di ambiguità che

va inquadrata la relazione sino-nipponica: la Cina è destinata ad assumere un ruolo di leadership nella regione e il Giappone a liberarsi della dottrina Yoshida.

La nuova “centralità” della Cina La “guerra al terrore” scatenata dagli USA dopo l'11 settembre contro il governo talebano di Kabul e la “guerra preventiva” contro il regime di Saddam Hussein hanno modificato il panorama geostrategico dell'Estremo Oriente. Sono cambiati i rapporti tra le potenze del “triangolo geopolitico”: USA, Cina e Giappone. Il panorama geostrategico della Cina, sfavorevole con la guerra contro il governo talebano, è migliorato con la guerra contro Saddam Hussein al punto che oggi si può parlare di una “centralità regionale della Cina” e di una “nuova diplomazia di Pechino”. Si è anche ipotizzato l'affermarsi in Asia orientale di un nuovo sistema internazionale di tipo “gerarchico”, avente al vertice la Cina. Il nuovo ordine formalmente gerarchizzato è più egalitario dell'attuale sistema internazionale, quello vestfaliano nato in Europa dopo la guerra dei trent'anni con la pace di Vestfalia e basato sull'eguaglianza formale degli stati in termini di sovranità, ma caratterizzato da disuguaglianza sostanziale in termini di potere. In Giappone, invece, la prima guerra ha prodotto effetti favorevoli e la seconda sfavorevoli. La prima guerra aveva permesso a Tokyo di “normalizzare” la propria politica estera; permettendogli di ampliare la propria autonomia nei confronti degli USA, a cui Tokyo aveva affidato la gestione della politica estera. Scegliendo autonomamente di inviare truppe nell'Oceano Indiano, il governo giapponese mostrava di voler ridurre la dipendenza dagli USA che aveva caratterizzato la relazione politica Tokyo-Washington e quindi, di superare i limiti imposti dalla “dottrina Yoshida”. Ma, con la seconda guerra contro il regime di Baghdad, tale libertà si è ridotta. Anche questa volta il Giappone ha inviato un suo contingente accanto a quello americano, ma perché obbligato a causa del “rischio calcolato”, birkmanship, perseguita dalla Corea del Nord. Il crollo della Corea del Nord potrebbe rimettere in questione la presenza di soldati americani per la minaccia nordcoreana. La “nuova diplomazia” della Cina può essere considerata “neobismarkiana” nel senso che mira innanzitutto a garantirsi la sicurezza e in secondo luogo ad affermarsi come grande potenza, ma senza provocare allarme nei paesi vicini. Questi cambiamenti impongono agli USA di riesaminare la strategia seguita in Estremo Oriente negli anni Novanta, basata sull'idea che la prosperità e la stabilità dell'Asia dipendessero da relazioni bilaterali tra USA e gli attori regionali, in particolare le due potenze del triangolo geopolitico. Gli USA rivalutano il multilateralismo anche nella lotta al terrorismo. Dopo la guerra con il regime talebano, la Cina si era sentita accerchiata a causa di una forte presenza militare americana in Asia Centrale. In quest'ottica era vista anche la marginalizzazione del “Gruppo di Shanghai”, un'alleanza della Cina con la Russia e le repubbliche dell'Asia Centrale ex sovietiche. Per la Cina era pesante la relazione che gli USA avevano creato con il Pakistan, paese tradizionalmente amico della RPC. È stato un duro colpo per Pechino constatare che l'intervento americano in Afghanistan fosse stato fatto con l'appoggio del Pakistan e della Russia. Tuttavia, questa situazione si è evoluta in senso favorevole per la Cina con la guerra contro l'Iraq. La tattica seguita dalla Cina per il coinvolgimento dell'ONU nella guerra “preventiva” contro il regime di Saddam Hussein è stata del tutto diversa da quella della Francia, che voleva evitare che la dichiarazione di guerra all'Iraq passasse attraverso il Consiglio di Sicurezza. La Francia adottava una strategia di controbilanciamento nei confronti dell'unilateralismo americano attraverso la formazione di una coalizione ostile. Inghilterra, Italia, Spagna, vicini agli USA hanno seguito una strategia di bandwagoning, “allearsi con il più forte”. Queste nazioni si contrapponevano a Francia, Germania e Russia. La Cina ha seguito la strategia dello “scaricabarile”: pur essendo contraria alla guerra preventiva contro Saddam Hussein, ma sapendo che la guerra ci sarebbe stata a causa dello strapotere degli USA, la RPC si è limitata a svolgere un'opposizione inattiva, senza esasperare più di tanto la relazione con gli USA. In questo modo la Cina ha ottenuto due vantaggi: ha goduto e continua a godere della gratitudine americana; è diventata la voce di quei governi dell'Asia orientale che si oppongono all'uso della forza senza l'aiuto dell'ONU. Oggi il clima politico della RPC sembra tendere alla distensione. I paesi vicini hanno un atteggiamento positivo nei confronti della Cina per vari motivi: il fatto che la Cina si è sforzata di rafforzare la cooperazione economica e politica con gli stati della regione, la continua crescita economica, il fatto che la Cina è una fonte di attrazione per gli altri paesi come centro manifatturiero e mercato ricco di investimenti e il suo tono meno belligerante. La diplomazia cinese ora attribuisce molta importanza al multilateralismo.

Mutamenti strategici e ipotesi dei sino-pessimisti Una delle “quattro modernizzazioni” lanciate da Deng Xiaoping nel 1978 riguardava le forze armate. Nel 1985 egli annunciò una “trasformazione strategica”. L'obiettivo era una “guerra limitata” e una “guerra locale”. È stata abbandonata la strategia della “guerra di popolo”, basata su una guerriglia su vasta scala. La strategia militare della RPC aveva lo scopo di far fronte a una temuta invasione statunitense (poi sovietica) e a tal fine teneva conto delle debolezze strategiche del paese e dei suoi punti di forza. Essa contemplava tre fasi nettamente distinte: difesa, stallo, controffensiva. Si preferiva attrarre i nemici all'interno in profondità per neutralizzare la superiorità tecnologica del nemico. La nuova strategia prevede un atteggiamento offensivo e preventivo. Ora la proiezione è verso il mare, con una protezione navale della Cina estesa al di là delle coste, nel Mar della Cina orientale e meridionale fino alla “prima catena insulare” comprendente le isole giapponesi Kyūshū e di Okinawa, Taiwan, le Filippine e il Borneo. All'inizio del terzo millennio, il mare è diventato il nuovo teatro delle ambizioni della Cina. Al di là delle cifre impressionanti della crescita economica e dei dati geopolitici, la Cina resta ancora uno dei quaranta paesi più poveri del pianeta. Oggi la Cina sta sviluppando una strategia simile a quella praticata da Bismark nell'Europa della fine del XIX secolo, ovvero una strategia che ha l'obiettivo di affermarsi come grande potenza ma senza provocare rivali potenti o allarmare i paesi vicini, adottando vari cambiamenti nei paesi vicini e facendo ricorso al multilateralismo. L'obiettivo finale della strategia della Cina è una transizione pacifica, morbida dall'attuale unipolarismo complesso a una più genuina forma di multipolarismo in un sistema di balance of power. I sino-pessimisti insistono su due pericoli interni.

1. La prima variabile è una profonda crisi economica provocata dal fallimento della politica di liberalizzazione in atto e gli effetti devastanti dei gravissimi squilibri non solo sociali, ma anche regionali e della degradazione ambientale.

2. La seconda variabile è costituita da possibili agitazioni separatiste, cioè il rafforzarsi di tendenze centrifughe, soprattutto nel Tibet e nel Xinjiang.

Per quanto riguarda le variabili esterne, si ricordano: la posizione della Cina nel sistema internazionale, i mutevoli e decisivi rapporti con gli USA, la complessa dinamica in Estremo Oriente e la complessa relazione con il Giappone.

Il “rientro” del Giappone in Asia? La reazione del Giappone all'attacco terroristico dell'11 settembre fu immediata e sorprendente. Il Giappone ha fornito supporto militare agli USA nella guerra in Afghanistan. Questa fu una decisione storica perché presa autonomamente con cui Tokyo riduceva la sua dipendenza in politica estera dagli USA. Il Giappone non aveva più l'importanza geostrategica che aveva avuto precedentemente per gli

USA. Nella successiva guerra contro Saddam Hussein, il Giappone si trovava in una situazione di quasi “ostaggio” della strategia basata sul ricatto nucleare della Corea del Nord. Per questo, la scelta di Tokyo di partecipare militarmente alla coalizione guidata da Washington in Iraq è stata obbligata. Sono chiari i segnali che indicano un rafforzamento dell'alleanza militare nippo-americana. I due governi hanno preparato un rapporto preliminare in cui trasformano l'attuale accordo di cooperazione militare in un'alleanza globale. In questo quadro si inseriscono il dibattito sulla riforma della Costituzione con riferimento alla clausola pacifista dell'articolo 9 e la presentazione del 22/11/2005 da parte del Partito Liberal-Democratico di un progetto che trasforma le Forze di Auto-Difesa in forze armate. Il Giappone è spinto a questa scelta da una possibile riunificazione della Corea. Tuttavia, molti ritengono improbabile che il Giappone diventi un alleato militare degli USA a tutti gli effetti.

Il nuovo ruolo internazionale dell'India In politica estera, l'India ha perseguito gli obiettivi di: salvaguardia dell'unità politica e territoriale, difesa contro i paesi vicini più ostili e affermazione della propria sfera d'influenza. L'India, la cui popolazione è per più dell'80 % di religione indù, è il secondo paese musulmano del mondo. Questa presenza musulmana è stata contestata da organizzazioni ultranazionaliste, ispirate al fondamentalismo induista con azioni di intolleranza che hanno rafforzato l'islamismo indiano. Per quanto riguarda il separatismo, le principali preoccupazioni sono la questione del Kashmir, il problema dei Sikh e le istanze tribali/identitarie di alcune aree del Nord-Est. Il Kashmir, pur con una popolazione di larghissima parte musulmana, si trovò nell'Unione Indiana: ancora oggi è diviso tra India e Pakistan. Al momento della divisione dell'India, non fu concessa una specificità sikh e molti milioni di sikh si rifugiarono nel Punjab per sfuggire alle restrizioni religiose del Pakistan. Il movimento per l'indipendenza sikh assunse connotazioni radicali nel corso degli anni Ottanta, sfociando anche in forme di violenza contro le forze dell'ordine e l'induismo in generale, ma anche all'interno della stessa comunità sikh. Oggi, i sikh rivendicano come patria il Khalistan. Le aree del Nord-Est sono state annesse dalla Gran Bretagna durante la conquista della Birmania e del Tibet e abitate da popolazioni miste e appartenenti a religioni diverse. Le rivendicazioni identitarie sono rafforzate dal massiccio insediamento di immigrati provenienti dal Bengala o dal Bangladesh. Per quanto riguarda la difesa contro i paesi vicini più ostili, si fa riferimento all'ostilità tra l'India, da una parte, e la Cina e il Pakistan, dall'altra, due paesi alleati contro l'India. Con la fine del bipolarismo nel 1989, l'India non fu più alleata dell'URSS e ci fu una nuova configurazione della sua geopolitica: nonostante l'interdipendenza economica con gli USA, l'India ha mantenuto il suo legame con la Russia e ha aggiunto il legame con l'Iran. Il principale fattore di mutamento è la relazione con gli USA. Gli USA, dapprima videro l'India indipendente come una storia di successo, ma, dopo la conferenza di Bandung del 1955, l'apprezzamento si tramutò in disappunto a causa del ruolo assunto dall'India come potenza leader mondiale del neutralismo. Quando, nel 1962 ci fu la breve guerra di frontiera indo-cinese e l'URSS si schierò con l'India e non con la Cina comunista, gli USA iniziarono a vedere l'India come un alleato di fatto dell'URSS e a coltivare uno stretto rapporto con il Pakistan. Dopo l'11 settembre, gli USA rafforzano i legami con il Pakistan. Negli ultimi anni c'è stato un riavvicinamento tra USA e India, che ha portato all'accordo sul nucleare del marzo 2006. In India, si teme che questo accordo possa determinare un abbandono della politica estera indipendente e autonoma. Si pensa che, nella prospettiva di Washington, l'incontro sia una prima tappa verso un'effettiva partnership globale con l'India. L'India, pur ritenendo gli accordi con gli USA importanti, non è intenzionata a limitare la propria libertà. Nella politica estera, l'India tiene conto degli interessi nazionali. Perciò, il crescente bisogno di energia spinge le autorità indiane a mantenere buoni rapporti con le nazioni del Medio Oriente, in particolare con l'Iran. L'India guarda soprattutto a Oriente. Infatti, nel 1991 è stata lanciata la Look East Policy. Questa politica ha rafforzato i rapporti economici con il Giappone e con le “tigri asiatiche” e ad approfondire la cooperazione militare con i paesi dell'Asia di Sud-est: con il Vietnam e la Thailandia, la Malaysia e l'Indonesia. Per quanto riguarda la Cina, da entrambe le parti sono stati fatti degli sforzi per risolvere il “dilemma della sicurezza” con un approccio win-win, realizzando misure di fiducia in campo economico e militare. Per questo, la Cina e l'India hanno deciso di riaprire il passo Nathula, importante snodo della Via della seta. Questo è un segno di ottimismo e ci ricorda che, già agli inizi del XIX secolo, India, Cina e Giappone rappresentavano molto più della metà della produzione manifatturiera mondiale e il loro interscambio costituiva il baricentro dell'economia mondiale. Tuttavia, l'India è ancora ai margini dell'Asia perché i suoi principali partner sono gli Usa e la Gran Bretagna. La tardiva internazionalizzazione dell'economia indiana ha permesso il suo inserimento nella divisione del lavoro su scala mondiale e non su scala continentale per cui gli scambi con i paesi asiatici restano a un livello molto basso. L'ambizione dell'India è di diventare la grande potenza dello spazio formato dall'oceano che porta il suo nome. Quindi, gli interessi principali dell'India continuano ad essere più continentali che oceanici.

I rapporti con l'Europa: ripristinare la Via della seta Il graduale rientro in Asia del Giappone, con la conseguente “uscita dall'Occidente, è un problema che non riguarda solo la relazione nippo-americana. Da una parte, l'Europa occidentale, con limitati spazi e poche ambizioni politiche, continua ancora a essere più “spazio” che “potenza”; dall'altra, il Giappone, seconda potenza economica del pianeta, non ha ancora del tutto superato la crisi economica del dopoguerra. Il Giappone è uno dei principali beneficiari della crescita economica della Cina; e ciò non può che non rafforzare i rapporti di interdipendenza tra le due grandi potenze estremorientali, attenuando quelli con le grandi democrazie occidentali. Di fronte a questo scollamento dell'Europa e del Giappone dagli USA, si può allargare e approfondire il rapporto tra l'Europa e l'Asia orientale, rafforzando il lato debole del triangolo economico mondiale. Per raggiungere ciò è necessaria una svolta politica: per il Giappone la “normalizzazione”, ovvero l'abbandono del pacifismo e per l'Europa un'azione internazionale più coraggiosa in campo militare e più incisiva in quello economico. In questo modo, la Cina potrebbe agire come un attore responsabile di issues globali. La motivazione che spinge la Cina verso l'Europa è la realizzazione di un ambizioso progetto paneurasiatico sintetizzato nello slogan “due nuovi attori-due antiche civiltà”: l'Unione Europea e la Nuova Cina. Il carattere peculiare di questa prospettiva è duplice: si tratta di due attori internazionali nuovi in quanto rigenerati. Da una parte, l'Europa è rigenerata dalla catarsi prodotta dalle due guerre mondiali; dall'altra, la Cina è rigenerata dopo un secolo di umiliante semicolonialismo e la drammatica avventura maoista. Lo stesso può dirsi per il Giappone, che ora è purificato dall'olocausto atomico. Inoltre, l'Europa e il mondo asiatico sono sedi di due grandi e antiche civiltà eurasiatiche. La realizzazione di questa prospettiva potrebbe fornire il paradigma per una gestione collaborativa della “diversità culturale” che costituisce la sfida cruciale del mondo del XXI secolo, un mondo economicamente globalizzato, ma, culturalmente frammentato.

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