"Atlante di pedagogia del lavoro", Alessandrini., Sintesi di Pedagogia
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"Atlante di pedagogia del lavoro", Alessandrini., Sintesi di Pedagogia

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ATLANTE DI PEDAGOGIA DEL LAVOROdi G. Alessandrini

LUCI E OMBRE SUL VALORE FORMATIVO DEL LAVORO. UNA PROSPETTIVA

PEDAGOGICA DI G. Bertagna

Il termine lavoro sul piano culturale e formativo, non gode di buona fama.

I Greci consideravano gli schiavi come uomini inferiori, dipendenti ed esecutivi di ordini impartiti dai primi;

chi per la sua ragione è in grado di formulare e perseguire fini è capo per natura, chi invece ha solo un corpo

vigoroso per lavorare è sottoposto e schiavo per natura.

I Greci chiamarono ponos questo tipo di lavoro da schiavi; questo tipo di lavoro svolto da soggetti-strumenti-

macchine è dunque sottoposto all’imperium di qualche altro soggetto. Agli schiavi la richiesta era quella

della ripetizione dell’uguale, il movimento doveva essere sempre continuo e accelerato, come si domandava

alle macchine e alle bestie da soma; oltre a questo dovevano far “tacere l’anima” e cercare in tutti i modi di

bloccare ogni risveglio del proprio pensiero. Chi svolgeva il lavoro non poteva mai essere colui che

insegnava perché non era in possesso del “perché” di ciò che faceva.

Lo schiavo era colui che non aveva la libertà e la responsabilità nell’esecuzione di qualsiasi lavoro che gli

fosse stato ordinato, gli era, per principio e di fatto, negata la libertà intellettuale e morale indispensabile a

non schiacciare il suo “dover essere”.

Era impossibile quindi, per lo schiavo, eleggere con la sua ragione e volontà, i compagni con cui lavorare, i

tempi, i luoghi, i contenuti, i metodi, i fini e il giudizio sui processi e sui prodotti del proprio lavoro;

l’elezione di questi aspetti era soltanto del padrone. Proprio per questo non poteva nemmeno essere

dichiarato un essere umano “relazionale”, le relazioni con gli altri erano per lui determinate da altri. Lo

schiavo, nell’andare a svolgere la mansione che gli veniva chiesta, non aveva lo scopo di migliorarsi, il

lavoro e il frutto sono ambedue proprium del padrone; tutta questa negazione nei confronti dello schiavo e

quindi della persona, ridotta esclusivamente per fini, usi e frutti che sono soltanto altrui.

C’erano schiavi che non lavoravano, come avrebbero dovuto e potuto fare, come strumenti e macchine, ma

addirittura meglio dei loro padroni; schiavi che non meritavano perché agivano da uomini intelligenti, liberi

e responsabili, che non erano soltanto usati per il loro lavoro, ma che usavano il loro lavoro per diventare

uomini migliori. Il lavoro con i tratti di ponos/labora non era condizione umana solo degli schiavi; gli stessi

cittadini greci e romani lavoravano e anche tra loro c’era chi lavorava bene, soddisfacendo e migliorando sé

e gli altri. In questo caso si poteva configurare non più come pensor ma con la forma più nobile: ergon.

Proprio come sosteneva Senofonte nel primo tratto di economia, la persona libera, sa svolgere bene un

mestiere è giusto che, sebbene non abbia ricchezze se le crei; se le crei non solo con il lavoro che oggi

diremmo autonomo, ma anche con quello dipendente.

Non è che le due forme di lavoro pensor e ergon sono separate da un confine netto dell’uomo ma le due

dimensioni coesistono nella stessa persona, a qualsiasi classe sociale appartenga e in qualunque condizione

personale o sociale si trovi.

Molti tratti caratteristici del lavoro servile non si sono affatto limitati all’antichità e ai suoi residui medievali,

ma continuano a permanere della modernità e continuano tuttora a restare presenti. Si sarebbero soltanto fatti

a mano a mano più sottili, ma non per questo dissolti.

Attraverso la prima rivoluzione industriale la superiorità di pensor/labor, ha insegnato Marx, era indiscutibile

nelle forme del lavoro tipiche della prima rivoluzione industriale. Invece, nel periodo Taylor-fordismo,

Taylor sostiene che al lavoratore non è richiesta nessuna iniziativa, gli viene affidato un compito e diventa

uno strumento. Nel periodo post-fordismo, si sono introdotte delle novità: si sostituisce al termine di

“mansione” rigida e statica del lavoratore, il concetto di “ruolo”, molto più aperto all’autonomia, alla

intraprendenza tecnica e relazionale e alla responsabilità del lavoratore stesso. Non hanno più preteso da

parte del lavoratore, i meri comportamenti seriali, cercando di sostituirli con il suo coinvolgimento attivo in

interfacce relazionali, nell’adozione di scrept comportamentali più flessibili e adattivi. Con il post fordismo,

si è assistito ad una spinta notevole verso una riduzione della sfera di ponos/ labor a vantaggio della

possibilità di declinare maggiormente esperienze di ergon/opus. Non per questo, la prima forma di lavoro

cessa di esistere.

Infine bisogna riconoscere che nella post modernità si ha avuto una grande trasformazione del lavoro che si

sta realizzando, abbandonando le caratteristiche dell’egenomia di ponos/labor.

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Tutte le scienze, come la pedagogia, trova il suo punto focale nel caso singolo, nel mettere al centro del

proprio costruirsi ciascuno come unico, non andando a disprezzare però la teoria, l’astratto e il generale ma,

va ad utilizzare tutte queste conoscenze per poter comprendere ed esplorare al meglio l’essere unico e

irripetibile con cui ogni volta deve fare i conti nei diversi contenti dati. Ogni persona è e deve essere sempre

un’eccezione da scoprire e avvalorare, nei luoghi in cui cresce e nelle relazioni che instaura; proprio per

questo diventa importante andare ad esplorare lo “spazio di esperienza” accumulato da ciascuno (le sue

storie, i suoi problemi, i suoi rimpianti, le sue rotture esistenziali o professionali, le sue relazioni vissute, …).

La pedagogia è chiamata a diffidare sempre di ogni astrattezza. A livello pedagogico il lavoro è educativo se

chi lavora in situazione è educato, o viene educato a lavorare da persone a loro volta davvero educate, è

proprio questo che va indagato e verificato quando si desidera parlare di valore formativo del lavoro (questo

concetto non vale soltanto per l’apprendista ma, se in modo diverso, anche per il “maestro” e per tutti i

lavoratori di un’impresa).

Il lavoro nella forma di ponos/labor fa parte dell’esperienza umana.

Il problema pedagogico non è quello di eliminare la condizione di lavoro appena presa in considerazione; ma

di affrontarne la presenza con sudium quindi con il pensiero, la critica, il giudizio. Mediante il percorso

formativo si tratta di dare (pedagogicamente) la giusta rilevanza a quattro passaggi:

1- Esprimere il lavoro –> condivisione dell’esperienza di lavoro; nessuno può insegnare ciò che non sa, nessuno può capire perché e quanto un lavoro nella forma di ponos possa essere cambiato nella

direzione di ergon se prima non lo esprime. Essendo l’esperienza umana soggettiva, unica,

irripetibile non c’è nemmeno empatia che tenga per comprenderla davvero fino in fondo,

l’esperienza di lavoro dell’uno non sarà mai coincidente con quella dell’altro.

L’alternanza scuola lavoro, nella situazione della scuola attuale, è più utile di niente, almeno mette a

contatto i giovani con il mondo dell’impresa, permette loro di lavorare anche sull’orientamento e

sull’auto orientamento.

2- Analizzare l’organizzazione -> andare a raccogliere informazioni su come siano organizzati i processi di lavoro dell’impresa all’interno dei quali si colloca e si svolge il lavoro specifico di cui si

fa apprendistato. L’impresa che permette questo non solo si mette al servizio dei giovani ma

permette di far osservare ad un occhio esterno che gli permetta nell’eventualità di andare a

migliorare l’impresa e i servizi da lei messi in atto.

3- Analizzare i comportamenti -> permette di mettere lo zoom sui comportamenti messi in atto dagli attori nel lavoro quotidiano.

4- Trasformare -> il problema diventa quello di escogitare proposte con cui allargare la presenza di ergon, comprimendo il più possibile ponos; anche la scoperta di piccoli suggerimenti migliorativi

sono un grande risultato perché serve a motivare nel percorso intrapreso lo studente.

È molto importante creare un’alleanza strategica sui due mondi: lavoro e scuola; è importante abbandonare il

modello epistemologico di formazione basato su momenti diacronici e separati per abbracciare quello

maggiormente creato sulla sincronia e sull’integrazione complementare.

IL LAVORO FRA PENSIERO E FORMAZIONE: DALLA BOTTEGA ALLA FABBRICA di. G.

Zago

La storia del lavoro è strettamente connessa con l’evoluzione culturale dell’umanità. Le variazioni, nei

diversi contesti sociali e culturali, del concetto di lavoro ha influito infatti sul cambiamento di prassi e teorie

educative. Tradizionalmente nella cultura occidentale, vengono individuate due concezioni, diverse e

contrapposte:

- Quella antica: sottolineava i caratteri di sofferenza e pena (ponos) o di sforzo e fatica (labor); - Quella moderna: presenta il lavoro come attività produttiva o creativa.

In Grecia l’attività lavorativa era definita con due termini dal significato molto diverso:

o Tèchne – descrive le attività destinate a trasformare la natura, a scoprire i segreti e a raccoglierli in un sapere o in un insieme di saperi assai articolato. In questa cuktura greca questo termine sta quindi

ad indicare un’attività che noi oggi indicheremmo con il nome di mestiere, attività artigianale,

professione.

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o Banausìa – ovvero attività manuale, agli antichi il lavoro manuale appariva come un’occupazione degradante perché avvilisce ed umilia l’uomo, lo sottopone al comando altrui, privandolo così della

sua libertà e dignità rendendolo così simile agli schiavi (un essere inferiore).

Tutto il mondo classico sarà percorso da questo atteggiamento di svalutazione e disprezzo per il lavoro

manuale e tecnico. L’uomo libero pensa e si affina nel pensiero, mentre lo schiavo lavora e si confonde con

le cose, diventando materia egli stesso; in questi mondi si afferma così un ceto privilegiato dedito all’otium

(al tempo libero riservato ai piaceri dell’intellettualità) contrapposto a tutti coloro che si dedicavano alla vita

attiva, al negotium, lavoro riconosciuto ben poco ma che serviva per soddisfare i bisogni individuali e

sociali.

Fin dalle prime civiltà sono andati a delinearsi due opposti modelli educativi:

➢ Di tipo informale, legato alla diretta esperienza svolta dal giovane nei luoghi di lavoro (apprendistato);

➢ Di tipo formale, realizzato in istituzioni appositamente create e organizzate attorno a programmi di istruzione (scuole).

I due modelli sono opposti non solo per la sede in cui si svolgevano ma anche per il percorso che seguivano:

induttivo per l’apprendistato dove il giovane ricavava dall’esperienza diretta del lavoro le conoscenze e le

abilità, invece deduttivo, nella scuola, in quanto il sapere veniva ricavato da una cultura già programmata.

Per secoli la scuola ha promosso lo studio della “arti libere” ritenute necessarie per liberare le capacità

individuali.

“Scuola” deriva dal greco “scholè” termine utilizzato per definire il tempo libero, dal lavoro e dalle

occupazioni disinteressate; nel mondo romano il termine sarà tradotto in otium e sarà poi contrapposto a

negotium.

“Ascholìa” significa invece non avere tempo libero, ovvero coloro che erano obbligati ad assolvere funzioni

pesanti e faticose.

I Greci erano attenti a promuovere un’educazione mirante alla formazione armonica dell’uomo; al centro vi

era la conquista personale dell’aretè, della virtù, bellezza fisica del corpo e bellezza morale dell’animo. Le

arti libere erano ritenute indispensabili per la formazione dell’aretè nei giovani.

Nel mondo classico il lavoro manuale era ritenuto indegno dell’uomo libero, nel messaggio cristiano esso ha

trovato una precisa rivalutazione: nella concezione biblica l’uomo è posto nel mondo per lavorare. Nelle

scritture ebraico-cristiane la valutazione del lavoro oscilla sull’interpretazione di esso come l’attività

creatrice e trasformatrice e una visione negativa, quale fatica e condanna.

Le Corporazioni nacquero nel mondo romano e si riprendono in considerazioni nel Medioevo, esse erano

associazioni mercantili ed artigiane sorte principalmente per ragioni economiche, furomo libere da ogni

impostazione del potere politico.

I lavoratori nella società medievale erano divisi in 3 categorie: apprendisti, compagni e maestri, invece, non

rientravano in queste categorie i braccianti perché facevano dei lavori di fatica e quindi considerati come

“servi”. Solo i maestri e i compagni facevano parte delle Corporazioni; gli apprendisti erano esclusi fino a

quando non dimostravano di aver raggiunto le capacità professionali adatte (durante il periodo di formazione

la posizione dell’apprendista non era molto diversa da quella dello schiavo. Il periodo di apprendistato aveva

una durata variabile, nella maggior parte dei casi dai 5 ai 6 anni.

Il maestro doveva condurre gli apprendisti a conoscere e a possedere tutte quelle tecniche di lavorazione che

potevano garantire la qualità del prodotto; nella bottega l’allievo acquisiva un sapere di tipo pratico ma,

talvolta si rendeva necessario il possesso di una base culturale.

Con l’Età Moderna la realtà e l’immagine del lavoro cambia progressivamente.

L’uomo della civiltà rinascimentale è l’homo faber, capace di dominare la natura, di costruire macchine e di

contribuire al processo civile con le proprie azioni. Questa rivalutazione pose il lavoro al centro di tanti

progetti di riforma e di rinnovamento della società. Un contributo essenziale venne dalla Riforma

protestante: Lutero indicò nel lavoro una dimensione fondamentale della vita del credente e uno strumento

necessario al miglioramento della società; il mestiere diviene professione del divino.

Questo nuovo atteggiamento penetrò in tante esperienze educative del tempo e influenzò anche la riflessione

pedagogica. A poco a poco, maturò la consapevolezza del valore formativo delle attività pratiche, sia che

vengano considerate come fine dell’educazione. Per la prima volta il lavoro si abbinava alla scuola, anche se

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nella forma più semplice: brevi lezioni al mattino e apprendistato di lavoro al pomeriggio; è proprio da qui

che inizia un lungo cammino di avvicinamento di queste due dimensioni.

Comenio: nel corso del Seicento, si ha la richiesta di una preparazione più rispondente ai compiti di vita cui

il giovane era destinato, questo è il secolo nella quale si realizza una svolta in campo educativo. Comenio,

mediante il suo pensiero va ad esprimere un metodo didattico che ha come principio fondamentale e come

punto di partenza la percezione sensibile, bisogna perciò presentare al fanciullo le cose, più che le parole o le

definizioni. Egli sosteneva che la scuola deve preparare alla vita e sviluppare i germi di tutte le scienze e di

tutte le arti. Il fanciullo deve imparare ad esprimere i suoi pensieri e i suoi sentimenti con l’aiuto della mano,

della lingua, della scrittura e del disegno. Riteneva quindi che fin dall’età di sei anni è importante esercitare i

fanciulli in piccoli lavori, e a coltivare il germe dell’arte. Principio fondamentale è allora quello di imparare a

fare mediante il fare.

Locke: il proprio pensiero è centrato sul primato di un’educazione concreta, condotta attraverso l’esercizio

pratico e a diretto contatto con l’esperienza. Locke è il filosofo dell’esperienza e come tale, si rivela anche

nel suo progetto pedagogico; egli è anche il filosofo della libertà (che non esclude la disciplina, la

sorveglianza e l’intervento costante dell’educatore). L’educando “ideale” alla quale egli si rivolge è il

“gentlemen” fattosi borghese, questo tipo di educazione è stabilito secondo i principi dell’educazione

dell’uomo in generale, orientata ad un fine pratico. Il programma educativo è focalizzato sulle nozioni che

possono dimostrare una certa utilità, cioè che promuovono lo sviluppo di una migliore capacità di intervento

sulla realtà. Locke sostiene: “oltre a ciò che si deve acquisire mediante lo studio ed i libri, vi sono altri

compimenti di educazione necessari ad un nobile, che si ottengono mediante l’esercizio e dedicando loro un

certo tempo, sotto la guida di appositi maestri”. Come possiamo vedere l’attività manuale non viene

considerata adatta solamente per le classi più umili, ma anche per i ceti più elevati: il gentleman.

Rousseau: secondo questo pedagogista, la pedagogia del passato conteneva un errore fondamentale di

impostazione ovvero, anziché considerare il fanciullo in se stesso, esso lo ha proiettato sul piano della

maturità o della adultità: la natura vuole che i bambini siano bambini prima di essere uomini…”. Per poter

descrivere l’educazione, Rousseau pubblica una delle sue opere più importanti: l’Emilio; nell’età giovanile,

come in quella adulta, egli deve essere un costruttore della propria personalità, della propria cultura e in

definitiva della propria forma di vita. Nel pensiero di Rousseau, il lavoro, non ha carattere né tecnico né

professionale, egli insiste continuamente sulla necessità che l’Emilio si attivo. La specializzazione, la

professionalizzazione, seguono logicamente al processo della generale capacità di lavorare. L’agricoltura

viene considerata la prima e la più rispettabile di tutte le arti, segue poi la lavorazione del ferro e la

lavorazione del legno. Il lavoro manuale risulta quindi indispensabile per lo sviluppo delle membra e del

corpo ma anche per il pensiero e la mente.

Pestalozzi: mediante il pensiero del pedagogista, per la prima volta nella storia, si riesce ad avere un

riconoscimento pedagogico in modo pieno e convinto del lavoro; è proprio il lavoro che viene collocato al

centro del processo educativo. Il lavoro si presenta come componente della natura stessa dell’uomo e quindi

come momento inderogabilmente presente in un percorso di promozione integrale della personalità.

Pestalozzi sostiene il trinomio educazione della mente, del cuore e della mano per significare che al centro

dell’opera educativa è l’uomo. L’uomo è un organismo vivente animato da un principio spirituale, di origine

divina, che unifica in sé tre forze: cuore (sentimento), spirito (mente, potenza intellettiva) e mano (forza

dell’arte). Oltre a questi concetti egli va a sottolineare l’importanza della formazione fisica e proprio per

questo va a dedicare particolarmente importanza all’attività ginnica e sportiva.

Sul finire del Settecento le Corporazioni vennero abolite, l’avvento della Rivoluzione industriale determinò

un radicale cambiamento nei processi produttivi. Le trasformazioni economico-produttive segnarono il

passaggio dalla centralità della bottega a quella della fabbrica; il lavoro da artigianale divenne sempre più

industriale, sempre più al largo utilizzo di macchine. Non meno importanti furono le trasformazioni culturali,

che videro il passaggio dalla centralità dell’esperienza a quella della conoscenza, o meglio una diversa forma

di conoscenza. Nelle botteghe, per secoli, il solo modo per imparare era l’esperienza, ossia l’apprendistato

ma, attraverso questo cambiamento, la nuova conoscenza doveva essere insegnata in un ambiente diverso da

quello del lavoro, e quindi nella scuola, e poteva essere raccolta nel libro di testo. I concetti metodologici

dovevano essere prima studiati e fissati intellettualmente e poi verificati nella pratica, secondo un

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procedimento di tipo deduttivo. Sorsero così le prime esperienze di formazione professionale organizzate da

istituzioni scolastiche statali.

Tutti questi cambiamenti hanno portato alla nascita di un modello pedagogico profondamente diverso da

quello che per secoli aveva dominato le società occidentali. Luhmann ha individuato tre modelli

fondamentali o “formule di contingenza”:

1° modello -> fine generale alla perfezione umana

2° modello -> formazione di specifiche abilità o prestazioni

3° modello -> promozione della capacità di apprendere.

Nell’Ottocento si precisò il nuovo modello della “formazione”, intesa come preparazione alla futura

professione, cioè a quelle performance che la società industriale e borghese al futuro cittadino e lavoratore; la

scuola era chiamata perciò a far apprendere i concetti universali.

IL VALORE GENERATIVO DELL’APPRENDIMENTO BASATO SUL LAVORO di V. M.

Marcone

WBL -> Work-Based Learning (apprendimento basato sul lavoro), va a definirsi “l’acquisizione di

conoscenze e competenze attraverso lo svolgimento di compiti in un contesto professionale, cui segua una

riflessione sulle attività realizzate. Il WBL può avvenire sia sul luogo di lavoro, sia in un istituto di istruzione

e formazione professionale”. Il WBL individua le pratiche formative che non si identificano con esperienze

di apprendimento formale in aula, ma sono espletate in un concreto e reale ambiente di lavoro attraverso il

coinvolgimento in attività lavorative individuali e collettive.

La metodologia WBL può essere utilizzata sia nella formazione iniziale dei giovani (IVET Initial Vocational

Educational Training) sia nella formazione continua dei lavoratori (CVET Continuing Vocational

Educational Training).

La Commissione Europea ha individuato nel sistema WBL (IVET) tre principali modelli:

- Apprendistato = prevede lunghi periodi trascorsi dagli studenti all’interno delle aziende, in una condizione di totale integrazione nel contesto aziendale; è regolato attraverso un contratto che

prevede una forma di retribuzione.

- Sistema di istruzione e formazione professionale scolastico = include periodi di formazione nelle aziende, sono tirocini previsti dai programmi formativi secondari/universitari, programmi che sono

obbligatori per gli studenti, al fine di consentire ai giovani di socializzare e familiarizzare con il

mondo del lavoro.

- Apprendimento basato sul lavoro = attività integrate nel programma di formazione come cucina, laboratori e altre “simulazioni” dell’ambiente imprenditoriale e professionale.

L’apprendistato rappresenta uno strumento importante per migliorare la transizione dei giovani verso il

mercato del lavoro. Dai dati elaborati in sede europea, emerge che i processi di transizione dalla scuola al

lavoro, possono essere più veloci per quei giovani che hanno avuto esperienze di work based.

Nel 2003 viene introdotta in Italia l’alternanza scuola-lavoro con la legge 53 come “modalità di

organizzazione didattica che l’allievo può scegliere per realizzare tutto o in parte il curricolo dei propri studi

secondari”. Tale legge va a definire a tutti quei giovani che abbiano compiuto il 15° anno di età la possibilità

di svolgere l’intera formazione dai 15 ai 18 anni attraverso l’alternanza di periodi di studio e di lavoro.

La legge 53 rappresenta il primo passo verso una possibile svolta culturale nel sistema d’istruzione e

formazione professionale italiano. Quindi si intende sempre di più passare da una prospettiva di sistemi

sequenziali (prima si studia e poi si lavora) ad una prospettiva duale.

Le novità che fanno riferimento a questo cambiamento sono 3: a. obbligatorietà del monte ore per la

formazione pratica negli ultimi 3 anni degli istituti tecnici; b. apertura dell’alternanza nei licei; c.

integrazione tra gli apprendimenti teorici e quelli pratici.

L’alternanza è un’esperienza diversa rispetto a quella dei tirocini o stage.

L’alternanza presuppone la creazione di un terzo spazio, dove i due mondi, lavoro e scuola, con le loro

culture e le loro differenze, sviluppano un processo di dialogization.

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Agentività secondo Sen = effettive possibilità e abilità di azione del soggetto nel perseguire scopi e obiettivi

a cui egli assegna valore, indipendentemente dal fatto che questi abbiano o meno una ricaduta sul proprio

benessere immediato.

L’agente è la persona che agisce realizzando dei cambiamenti, e i cui risultati possono essere giudicati in

base ai suoi obiettivi e valori.

Agency = abilità di agire congruentemente ai propri valori e ai propri obiettivi; tendenza che ogni persona ha

di immaginare e desiderare qualcosa che ancora non è data, individuare degli obiettivi per realizzarla, a

partire da quanto ha a adisposizione.

Nell’ottica agentiva il tutor rappresenta un punto chiave, è colui che si può definire come il facilitatore

dell’apprendimento. Anche il tutor ha un ruolo decisivo nel contribuire a dare forma all’azione del giovane in

azienda.

La formazione possiamo intenderla come una rete di servizi d’azione che opera per co-generare un valore

capace di presidiare e governare la critica delle tecniche, delle conoscenze e delle esperienze. La generatività

è un processo di maturazione biologica; la generatività è anche un’azione trasformativa di ogni essere umano

aperta al contesto ed alla intersoggettività ma imprevedibile nei risultati. Il lavoro ha un valore generativo in

quanto apprendimento ed in quanto continua trasformazione del mondo e del sé.

APPRENDISTATO E NUOVE ALLEANZE TRA SISTEMA EDUCATIVO ED IMPRESA di. E.

Massagli

Sono diverse le ragioni che hanno convinto le istituzioni europee a incoraggiare la stipulazione dei contratti

di apprendistato ma soprattutto di seguire il metodo pedagogico dell’alternanza formativa.

La crisi economica iniziata nel 2008 ha comportato in Europa un rilevante incremento del tasso di

disoccupazione giovanile; serve quindi mettere in pratica la promozione della formazione professionale e

dell’apprendistato per contrastare questo fenomeno.

La Germania è infatti l’unico paese occidentale nel quale l’occupazione giovanile è incrementata anche

durante gli anni della crisi economica, proprio per il suo sistema duale.

Migliorare l’offerta e la qualità dell’apprendimento è pertanto una componente fondamentale della strategia

per l’occupazione giovanile. Formazione professionale realizzata in stretto contatto con le imprese e

apprendistato sono quindi le leve da azionare per incrementare l’occupabilità delle persone.

Nel territorio italiano la diffusione del contratto di apprendistato va a certificare un’assoluta prevalenza nel

contratto di apprendistato di tipologia “professionalizzante”. Sono diverse le ragioni per le quali nel nostro

paese negli anni è andata affermadosi la forma di apprendistato nella maggiormente “lavorativa”, nella quale

è secondaria la formazione e senza conseguimento di alcun titolo con riconoscimento formale. Le imprese

hanno individuato nella forma di apprendistato più maneggevole sotto i profili burocratici e procedurali lo

strumento di gestione degli inserimenti di neodiplomati e neolaureati in azienda. Le imprese ad oggi

preferiscono l’inserimento nel mondo del lavoro del giovane attraverso un tirocinio curriculare proprio

perché non comporta costi diretti per l’impresa stessa, spesso nemmeno per quanto riguarda la sanità e la

sicurezza. Si cimentano nelle complesse procedure di assunzione di apprendisti per la qualifica o il diploma

professionale solo le aziende realmente interessate alla costruzione di un percorso di inserimento solido nel

contesto aziendale.

Per far sì che avvenga quello che definiamo apprendistato, si pensa che esso si componga di due sole parti

ovvero Stato (mediante le sue leggi) e l’impresa ma, non è così, per permettere che esso venga messo in

pratica c’è bisogno di un terzo estremo ovvero l’istruzione formativa. L’affermazione del metodo

dell’alternanza formativa è allora possibile solo stravolgendo la scuola italiana. È stata dunque avviata in

Italia, come in altri paesi europei, un’ampia gamma di politiche attive del lavoro specifiche per la fascia dei

giovani in cerca di prima occupazione. Invece poco è stato fatto nel nostro paese, per avvicinare seriamente il

mondo del lavoro a quello della scuola. Orami rotto lo schema rigido: istruzione-formazione-lavoro, ci si è

avviati a riscoprire i vari ruolo che esso può avere nell’esperienza didattica. Tirocini curriculari e

apprendistato sta movimentando come raramente accaduto negli ultimi decenni l’offerta formativa delle

scuole e i programmi ministeriali.

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Diverse sono quindi le motivazioni per le quali le imprese, le scuole e i centri di formazione professionale, le

università e ragazzi si convincono ad attivare un percorso di apprendistato.

Si è riscontrata un’urgenza di formare nei giovani competenze specialistiche moderne e molto raffinate,

prevalentemente nell’ambito informatico. La competenza tecnica “digitale” è l’elemento di maggior

occupabilità in “entrata” della persona, non è fattore però sufficiente all’occupabilità lungo tutto l’arco della

vita; la formazione deve quindi mirare a tutte quelle competenze che vengono definite trasversali, di natura

personale, anche definite come soft skills o life skills. Queste competene trasversali devono essere fatte

emergere da parte del formatore. Con la Quarta Rivoluzione Industriale si supera anche la linearità della

professione, richiedendo al lavoratore di evolvere costantemente le proprie conoscenze e competenze per

inventare ogni giorno il proprio lavoro, sempre meno routinario e sempre più dinamico e relazionale.

La Quarta Rivoluzione Industriale si sta dimostrando motivo di imprevedibile ma necessaria, riscoperta del

metodo della alternanza formativa.

Non vi è in questo modo la possibilità di formare competenze non cognitive così centrali in questo nuovo

scenario, proprio per questo ciò diviene possibile attraverso l’apprendimento realizzato in situazioni reali, è

proprio questo il funzionamento dell’apprendistato quando correttamente vissuto, sintesi si sapere pratico e

sapere teorico.

L’INTEGRAZIONE SCUOLA-LAVORO E IL MODELLO REALITY-BASED DI COMETA

FORMAZIONE di A. Mele e P. Nardi

La crisi economica del 2008, ha generato un cambiamento nel mercato del lavoro caratterizzato da

complessità, precarietà, difficoltà di ingresso soprattutto per i giovani. L’aumento della disoccupazione è

dovuta anche dalle difficoltà da parte delle imprese di trovare profili idonei. Quello che si richiede alla

scuola è quello di avvicinarsi al mondo dell’impresa. Il work-based learning in generale, sono oggi proposti

come uno dei principali agenti in questo cambiamento del sistema educativo. Ha così portato Cometa

Formazione (pag. 378) a implementare un modello didattico nuovo, la Scuola-Impresa, che genera

un’effettiva integrazione scuola-lavoro grazie ad un processo di apprendimento reality-based.

La teoria pedagogica di riferimento per le forme di work-based learning è certamente quella dell’experiental

learning, che vede la riflessione sull’azione come modo di conoscere del professionista; il contessto in cui si

svolge il processo di conoscenza contribuisce all’apprendimento. Un elemento fondamentale per lo studente

è certamente quello di poter contare su un mentor, un maestro che gli permetta di spronarlo ma in particolar

modo di guidarlo in questo nuovo processo di conoscenza.

È finita l’epoca in cui, prima, ci si preparava a svolgere un lavoro e poi, dopo la fase della preparazione, si

esercita questo lavoro; è quindi indispensabile apprendere lavorando e reciprocamente, lavorare

apprendendo.

Il work-based larning rappresenta insomma un ponte per i giovani, per affiancarsi al mondo del lavoro.

Perché esso sia efficace ha la necessità di due condizioni:

o Qualità dello staff e della formazione = lo staffi non deve solo svolgere la propria mansione coinvolgendo lo studente, ma deve avere in mente che il ragazzo deve apprendere. È fondamentale

che non trasmetta solo quelle conoscenze del mondo lavorativo ma anche delle caratteristiche per

definire la propria identità e personalità

o Materie curriculari e professionalizzanti in contrapposizione = nella maggior parte delle volte si verifica una mancanza di coerenza tra i contenuti sviluppati a scuola e quelli maturati nel mondo del

lavoro.

Il modello introdotto da Oliver Twist di Cometa Formazione è quello della scuola-impresa dove l’esperienza

di lavoro è portata all’interno della scuola nella forma di botteghe produttive o laboratori didattici aperti al

pubblico. In questo modo si ottengono diversi vantaggi ovvero si vanno a sviluppare e a perfezionare in

maniera eterogenea le professionalità.

Al modello di scuola-impresa corrisponde un processo di apprendimento, il reality-based learning: è un

metodo di tipo induttivo ovvero che l’apprendimento parte da un elemento della realtà, successivamente

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concettualizzato. Gli insegnanti creano il percorso educativo che accompagna gli studenti durante la

realizzazione dei loro progetti, iniziando dalle capacità che devono essere acquisite. Gli studenti svolgono

attività lavorative tipiche per apprendere competenze di base, trasversali e tecnico-professionali.

Il processo di reality-based learning si suddivide in quattro fasi che si ripetono ad ogni quadrimestre:

1. Ideare – fase molto importante, dà agli studenti la possibilità di lavorare sulla loro creatività rappresenta un’opportunità straordinaria per favorire l’emergere della loro soggettività e del loro

protagonismo.

2. Progettare – l’insegnate interviene grazie alla sua esperienza, aiutando gli studenti nella preparazione dei progetti personali e nel valutare la realizzabilità della loro idea in termini di costi e scelte di

mercato, tipi di materiale da utilizzare, presentazione al cliente, …

3. Realizzare – quello che è il prodotto scelto dal cliente 4. Valutare – si pone non solo il prodotto ma anche l’apprendimento personale.

Questo tipo di processo non è un modello rigido ma dipende da vari fattori, e può essere adattato.

Le relazioni studente-tutor e studente-insegnanti sono fondamentali anche nell’andare a determinare il

risultato finale.

Lo scopo di questo modello non è solamente quello di formare il giovane solo ed esclusivamente in campo

professionale ma, di formarlo e renderlo consapevole nei confronti della propria persona e del proprio

benessere generale.

J.J. ROUSSEAU E L’IDEA DI PEDAGOGIA DEL LAVORO di A. Potestio

Per poter comprendere il ruolo che assume nella riflessione di Rousseau è necessario esplicitare la sua

visione antropologica. Egli non vuole nulla come è stato fatto dalla natura, neppure lo stesso uomo; pretende

di addestrarlo e dargli una forma di suo gusto. Rousseau sostiene l’esistenza di un’essenza positiva

dell’uomo che non viene mai messa in discussione e che caratterizza l’origine profonda di ogni essere

umano. Il negativo e il male non sono causati da Dio e non appartengono all’essenza pura dell’uomo ma si

generano nel divenire storico, a causa dei limiti e delle imperfezioni dell’essere umano e dei dispositivi

normativi e sociali che ha costruito nel tempo.

Il compito che Rousseau affida ai processi educativi è proprio quello di consentire all’uomo, nonostante i

suoi limiti, di riconoscere la propria origine positiva, e per quanto possibile cercare di manifestarla nella

costruzione di legami politici e sociali.

L’uomo non è autosufficiente, ma fin dalla nascita è mancante e bisognoso ed è costretto a relazionarsi con

gli altri per poter sopravvivere. La natura umana è imperfetta e mancante, ogni bambino nasce in una

condizione di privazione e non riesce a sopravvivere da solo e quindi la relazionalità è una dimensione

essenziale.

Le norme, i dispositivi e le consuetudini della vita sociale generano una serie di ostacoli e di finzioni che

impediscono agli individui di mostrare ciò che provano e di comportarsi di conseguenza. Il lavoro nasce nel

momento in cui l’individuo si rende conto di “aver bisogno dell’aiuto di un altro” ed è spinto dall’utilità a

produrre un numero maggiore di beni e risorse. Il lavoro si genera quando l’uomo sente nuovi bisogni.

Il Ginevrino identifica nella proprietà della terra e nel lavoro nei campi i fondamenti più naturali per

costruire una società ben ordinata. Il lavoro all’interno della società diviene un dovere per ogni cittadino,

nessuno escluso, e un modo positivo per acquisire una funzione sociale che permette a ognuno di costruire

relazioni basate sulla reciprocità. Il contratto sociale prevede che il cittadino sia attivo e che agisca e lavori

per mantenere se stesso e per migliorare le condizioni sociali e politiche all’interno delle quali ha deciso di

vivere.

Il lavoro agricolo non è solo un criterio di distribuzione della terra o un’attività che genera utili e beni, ma è

pensato in un orizzonte etico come un insieme di azioni che, a partire dai vincoli famigliari, permettono agli

uomini di manifestare la propria bontà e di costruire legami sociali e armonici. La forza generativa che

appartiene al lavoro, in particolare a quello manuale, emerge anche nelle pagine dell’Emilio, che consentono

di sottolineare l’aspetto formativo del lavoro e la sua valenza nel percorso educativo di Emilio.

Rousseau identifica il periodo corretto per avvicinare il suo allievo a un’attività lavorativa reale nell’età

compresa tra i dodici e i quattordici anni, quando il progresso delle forze oltrepassa quello dei bisogni. Il

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lavoro e lo studio rappresentano le attività più importanti per far accrescere le consapevolezze e le capacità

dell’allievo in modo armonico. Il lavoro che viene fatto apprendere al giovane non coinciderà con il lavoro

che svolgerà da adulto ma deve presentare le caratteristiche di un vero e proprio apprendistato formativo.

L’apprendimento può avvenire soltanto attraverso la sperimentazione diretta, ossia senza lezioni teoriche ma

lavorando, imitando i comportamenti del maestro di bottega. Rousseau decide di far svolgere al suo allievo il

mestiere di falegname.

MANCANO DUE CAPITOLI IN INGLESE

P. 90 A 110

P. 302 A 318

ben fatto!
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