Capitolo 4-5-6 potito , Domande di esame di Economia Aziendale. Università degli Studi di Napoli Federico II
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Capitolo 4-5-6 potito , Domande di esame di Economia Aziendale. Università degli Studi di Napoli Federico II

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Riassunto di capitoli 4-5-6 del libro potito
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ECONOMIA AZIENDALE 1 – POTITO

L’EQUILIBRIO ECONOMICO E L’ANALISI DELLA REDDITIVITA’ (4)

LE CONDIZIONI DI EQUILIBRIO ECONOMICO DELLA GESTIONE:

Un’impresa opera in condizioni di equilibrio economico quando riesce a coprire i costi mediante i ricavi e a garantire anche una remunerazione adeguata al capitale di rischio. Il risultato economico di periodo deve essere di un’entità tale da consentire di soddisfare le attese delle molteplici categorie di soggetti interessati all’attività, compresi gli stessi proprietari. L’utile si origina dalla differenza fra i ricavi conseguiti dalla vendita di beni e servizi e i costi connessi all’impiego dei fattori produttivi; quando, però, si procede al calcolo del reddito non viene considerato un costo fondamentale quale la remunerazione del capitale di rischio apportato dai soci. Ciò in quanto il capitale di proprietà viene remunerato con la distribuzione dello stesso risultato d’esercizio. Si parla,in proposito, di costo opportunità o figurativo, in quanto privo di manifestazione finanziaria. Se i ricavi sono inferiori ai costi è evidente che l’impresa opera in condizioni di squilibrio economico; ma anche se i ricavi sono uguali ai costi il sistema aziendale non ha raggiunto l’equilibrio economico, poiché non si è generata un’adeguata remunerazione per il capitale di rischio. Per accertare il sussistere di condizioni di equilibrio economico si può confrontare il rendimento del capitale proprio, ossia il risultato netto della gestione rapportato all’entità dei mezzi finanziari raccolti nella forma di capitale di rischio, con il costo opportunità dello stesso. Il costo opportunità del capitale proprio dipende dalle seguenti componenti:

• Il tasso di rendimento del capitale impiegato in investimenti esenti da rischio (indicato con Rf)

• Il premio per il rischio, poiché l’investimento avviene in un’attività dal rendimento incerto e volatile (indicato con Rp)

ANALISI DELLA REDDITIVITA’ E RICLASSIFICAZIONE DEL PROSPETTO DEL REDDITO:

La determinazione del risultato di competenza di un periodo intermedio è desumibile da un prospetto del reddito. Le gestioni parziali in cui viene solitamente scomposa la globale e unitaria gestione aziendale sono le seguenti:

• La gestionecaratteristica o tipica, che comprende le operazioni in cui l’impresa è impegnata o, in altri termini, quelle relative all’oggetto dell’impresa.

• La gestione accessoria che raccoglie le operazioni di natura “complementare” rispetto all’attività caratteristica. Tale gestione si intensifica quando l’impresa dispone di surplus monetari eccedenti quelli richiesti dall’attività caratteristica e decide per l’appunto di effettuare degli investimenti temporanei.

• La gestione finanziaria la quale comprende gli effetti reddituali riconducibili ai finanziamenti attinti, cui si ricorre quando l’impresa di trova in condizioni di deficit di liquidità.

• La gestione straordinaria: raggruppa componenti positivi e negativi di reddito che presentano la caratteristica di non ripetitività (svalutazioni), di eccezionalità (plusvalenze e minusvalenze) e di non controllabilità (furti, incendi). Tali costi e ricavi non sono di competenza esclusiva dell’esercizio in cui si manifestano.

• La gestione tributaria: comprende i componenti di reddito che non sono connessi all’acquisto di fattori della produzione ma che rappresentano quella quota del risultato che viene devoluta all’Amministrazione Finanziaria in cambio dei servizi resi dalla Pubblica Amministrazione.

Dei risultati delle varie gestioni, il più importante è quello della gestione caratteristica, che prende il nome di risultato operativo. Infatti, il reddito operativo rappresenta la parte del risultato complessivo di un periodo legato alle operazioni di gestione tipiche e che si ripetono abitualmente nel tempo. Il risultato operativo è un indicatore che non è influenzato dagli oneri finanziari. Esso, dunque, non risente della scelta delle fonti di finanziamento e dei costi associati al capitale di prestito. L’analisi del risultato della gestione caratteristica si può fondare su due differenti schemi di analisi: il primo è quello che individua il valore della produzione ottenuta e il vaore aggiunto e il secondo è quello a ricavi e costi del venduto. Il valore della produzione ottenuta è un dato ottenuto sommando ai ricavi netti di vendita, il valore delle produzioni interne di FFR. I costi della gestione caratteristica sono divisi in esterni ed interni. Quelli esterni rappresentano il valore dei fattori produttivi acquistati al’esterno e consumati per la produzione ottenuta nel periodo. Il valore aggiunto si ottiene dalla differenza tra il valore della produzione ottenuta e il consumo dei beni e dei servizi acquistati da terzi. Dal valore aggiunto, per arrivare al reddito netto, occorre dedurre ulteriori costi; in particolare, quelli interni, il costo del capitale preso a prestito e il costo per le imposte. Molto significativo ai fini della’analisi della redditività è il Margine Operativo Lordo (MOL), così detto in quanto è al lordo di

ammortamenti e accantonamenti operativi. Esso costituisce il margine disponibile per rinnovare il capitale fisico consumato nella produzione, per remunerare il capitale finanziario e per pagare le imposte. Una volta determinato il MOL devono essere sottratte le componenti reddituali negative non finanziarie rientranti nella gestione caratteristica, in modo da pervenire al risultato intermedio già definito come reddito operativo (netto) della gestione caratteristica. Dal reddito operativo, per pervenire al risultato netto, occorre ancora sottrarre il risultato della gestione accessoria, finanziaria, i componenti straordinari di reddito e le imposte.

I PRINCIPALI INDICI DI REDDITIVITA’:

Una volta determinato il risultato netto d’esercizio, è opportuno rapportarlo all’entità complessiva del capitale proprio al fine di effettuare comparazioni con imprese diverse e per confrontare nel tempo i risultati della stessa impresa. Dunque, si calcola una misura di performance denominata ROE, che costituisce il tipico indicatore di sintesi del risultato delle scelte sia economiche che finanziarie. Il ROE esprime la redditività del capitale di rischio immesso nella gestione dai proprietari; esso considera il rapporto tra il reddito ottenuto dall’intera gestione (Rn) e il capitale netto (Cn). Il ROE è negativo in presenza di perdite d’esercizio. Una determinante fondamentale del ROE è il cosiddetto ROI (Return On Investment) che esprime quanto rende, in percentuale, il capitale investito da tutti i finanziatori, di rischio e di credito, nella gestione caratteristica. Il ROI è dato dal rapporto tra il risultato operativo della gestione caratteristica (Ro) fratto il capitale investito (Ci) meno gli investimenti accessori (K). Il ROI può essere scomposto in due indici, il primo dei quali rappresenta l’indice di redditività delle vendite, cioè il reddito operativo rapportato alle vendite effettuate nell’esercizio considerato (ROS); il secondo è, invece, l’indice di produttività del capitale investito, cioè la capacità del capitale investito di produrre ricavi (tasso di rotazione del capitale investito). Il ROS segnala quanto guadagna l’impresa sul proprio fatturato; mente il tasso di rotazione del capitale investito segnala quanti ricavi l’impresa ottiene in proporzione al capitale investito nell’attività caratteristica. Il ROI dipende dalle scelte di gestione caratteristica e non tiene conto della selezione delle fonti di finanziamento. Il ROE dipende dalle seguenti variabili:

• ROI

• Tasso di interesse medio sul capitale preso a prestito (i)

• Rapporto di indebitamento (D/Cn debiti finanziari/ capitale netto)

• Aliquota d’imposta sul reddito (a)

Aumentando il quoziente di indebitamento (D/Cn), il ROE aumenta in presenza di un divario positivo fra il ROI e il tasso di interesse sul capitale preso a prestito. Se il ROI è inferiore al tasso di interesse sul capitale di credito, il ROE decresce con il crescere del rapporto di indebitamento (D/Cn). Questo effetto viene denominato effetto “leverage” o “leva finanziaria”. Se il ROI è maggiore del tasso di onerosità dei finanziamenti con capitale di prestito si parla di “leva finanziaria positiva”. Se il ROI è minore di tale tasso si manifesta una “leva finanziaria negativa”. Il meccanismo della leva finanziaria non è esente da incertezze e da rischi, per questo motivo è un’arma a doppio taglio e deve essere usato con molta accortezza per evitare che danneggi l’azienda.

LA CREAZIONE DI VALORE NELLE IMPRESE E NELLE ALTRE AZIENDE:

Il fine generale di ogni azienda è quello della creazione di valore per l’impresa stessa e per tutte le differenti categorie di portatori di interessi (stakeholder) coinvolti nell’attività aziendale. L’impresa deve operare in maniera tale che il valore della produzione ceduta sia superiore al valore delle risorse consumate nel processo produttivo, garantendo una congrua remunerazione a tutti coloro che contribuiscono all’attività aziendale e agendo nel rispetto dell’integrità dell’ambiente naturale.

CONFIGURAZIONI DI CAPITALE (5)

IL CONCETTO DI CAPITALE IN ECONOMIA AZIENDALE:

La nozione di capitale prevalente nelle scienze economico-aziendali assume alcune peculiarità che derivano dall'oggetto e dal fine di queste. L'accezione prediletta è quella che ne esalta il legame con le condizioni di equilibrio economico. L'equilibrio economico si collega strettamente alla capacità dell'azienda di creare valore ovvero generare un risultato della propria attività produttiva al quale sia attribuito un potenziale di utilità più ampio rispetto a quello generalmente riconosciuto alle risorse che vengono impiegate per realizzarlo. In questa prospettiva il capitale assume significato quale potenzialità in essere, in un determinato istante, di futuri contributi ai processi di creazione del valore. Si può puntualizzare che l'analisi di capitale ha senso pieno nelle sole imprese; per tutte le altre classi di aziende ogni determinazione di capitale sarà inficiata da profili di soggettività e imperfezione che ne destituiscono, almeno in parte, il significato. Il capitale si presta a un'indagine di tipo sia quantitativo che qualitativo. La diversa enfasi che è possibile porre sulle dimensioni quantitativo-sintetica o qualitativo-analitica consente di individuare diverse configurazioni di capitale.

IL CAPITALE ECONOMICO:

La configurazione di capitale che massimamente esalta il profilo quantitativo- sintetico e volutamente trascura quello qualitativo-analitico è quella del capitale economico o valore economico del capitale. È possibile individuare principi e metodi per la determinazione di tale configurazione di capitale. La matematica finanziaria offre un algoritmo di calcolo che consente di determinare il massimo importo di capitale che risulta conveniente investire nella proprietà di un'impresa, date le condizioni di rischio e remunerazione periodica (reddito) che essa offre: è il cosiddetto valore attuale. Più in particolare occorre far riferimento al valore attuale di una rendita temporanea di rata pari al reddito atteso. Occorre fare alcune precisazioni con riferimento alla quantificazione dei redditi attesi e del tasso di attualizzazione. La scelta di quest ultimo mira a individuare quel tasso che esprime il rendimento normale di mercato di investimenti caratterizzati da rischiosità simile a quella dell'investimento nel capitale di proprietà dell'azienda oggetto di valutazione. La quantificazione del tasso di attualizzazione avviene mediante la stima di un premio per il rischio (risk premium) che va ad aggiungersi al rendimento che il mercato offre per investimenti privi di rischio (risk free rate). È necessario puntualizzare due cose:

• la prima riguarda 'esigenza di rispettare una relazione di coerenza tra i redditi attesi e il tasso di attualizzazione

• la seconda si riferisce al fatto che è talvolta opportuno non considerare l'intero flusso di reddituale atteso, al fine di calcolarne il valore attuale, ma è piuttosto preferibile escludere da esso gli oneri finanziari che deriveranno dai debiti di finanziamento.

IL CAPITALE DI FUNZIONAMENTO:

Il concetto di capitale di funzionamento si inquadra perfettamente nel concetto di capitale quale insieme di potenzialità di contributi alla creazione di valore in essere in un determinato istante. Le attività sono potenzialità positive mentre le passività sono potenzialità negative. La differenza sostanziale tra capitale di funzionamento e capitale economico è che le singole potenzialità sono oggetto di riconoscimento e valutazione distinti ed in tal senso si dice che il capitale di funzionamento è un fondo di valori. Mentre il capitale economico guarda a tutti i flussi reddituali attesi, il capitale di funzionamento restringe volutamente l'attenzione ai soli processi in corso al momento della sua stima. Manca, pertanto, nel capitale di funzionamento ogni riflesso di contributi reddituali che saranno espressi dai processi produttivi successivi

a quelli in essere al momento della sua stimma, che viceversa sono appieno considerati ai fini del calcolo del capitale economico. Convenzionalmente si riconoscono come elementi attivi del capitale di funzionamento quelle sole potenzialità di contributi positivi per i quali sia riconducibile un costo esplicito lasciando fuori tutte quelle che sono costituite da risorse immateriali (o intangibili) accumulate in maniera graduale e spontanea nel tempo. Si può pertanto affermare che il capitale di funzionamento rappresenta una misura convenzionalmente ridotta rispetto a quella del capitale economico per esigenze di prudenza legate sia al rischio di distribuire utili non conseguiti sia all'esigenza di non dare informazioni su consistenze di capitale evanescenti e quindi potenzialmente inesistenti. Ne consegue che giammai il capitale di funzionamento può assumere un valore superiore al capitale economico significherebbe aver dato alla somma algebrica delle singole potenzialità di reddito una misura tropo elevata. Ma anche un valore del capitale di funzionamento coincidente con quello del capitale economico è segno di una sua scorretta determinazione: in questo caso significherebbe aver applicato in maniera insufficiente il principio di prudenza. Affinché il capitale di funzionamento possa dirsi correttamente determinato è necessario che esso sia congruamente inferiore rispetto al capitale economico.

IL CAPITALE DI LIQUIDAZIONE:

Un'ultima configurazione di capitale è quella del capitale di liquidazione che si caratterizza per il fatto di ipotizzare una condizione di disgregazione dell'azienda la quale si pone come obiettivo solo di realizzare al meglio le attività, estinguere le passività e cessare come soggetto giuridico. Rispetto al capitale di funzionamento, il capitale netto di liquidazione si dimostrerà quantitativamente inferiore. Infatti per quanto riguarda le attività:

1. mancheranno tutti quegli elementi attivi che trovano la ragione del proprio valore nel fatto di far parte di un'azienda in normale funzionamento

2. anche per quelli che hanno diritto di cittadinanza in tutte le configurazioni di capitale, il valore di realizzo diretto è normalmente inferiore a quello del contributo alla produzione dei futuri ricavi che essi possono esprimere in una compagine produttiva in normale funzionamento

Per le passività si può osservare che: 1. non paiono esserci differenze apprezzabili tra capitale di funzionamento e di

liquidazione 2. sul piano valutativo, qualche differenza può derivare dall'orientamento

prudenziale delle determinazioni di capitale di funzionamento che potrebbe condurre a sovrastime.

IL CAPITALE DI BILANCIO:

Il capitale di bilancio è la rappresentazione del capitale che viene espressa in quel documento ufficiale che è il bilancio d'esercizio. Esso condivide infatti, con il capitale di funzionamento, finalità e logiche di base. Dal momento che il bilancio d'esercizio costituisce il principale strumento di informazione esterna e il più delle volte anche interna, è importante comprendere a fondo le ragioni che possono condurre a rappresentare in esso il capitale difformemente dal capitale di funzionamento.

LE RELAZIONI TRA LE DIVERSE CONFIGURAZIONI DI CAPITALE:

Particolare rilevanza assume la comprensione del significato che è possibile attribuire a diversità qualitative e distanze quantitative che separano le varie configurazioni di capitale. La distanza tra capitale economico e di funzionamento dipende dal fatto che, pur essendo entrambe le configurazioni quantificate in funzione delle prospettive reddituali, mentre il capitale economico considera queste ultime nella loro totale misura attesa, il capitale di funzionamento guarda ai soli processi in corso di svolgimento al momento della stima, tenendo peraltro prudenzialmente esclusi i contributi reddituali positivi e includendo quelli negativi. Si può dunque affermare che la distanza tra il capitale economico e di funzionamento esprime il valore attuale dei redditi attesi che, per convenzionale scelta dei criteri di quantificazione del capitale di funzionamento, sono esclusi dal calcolo di quest'ultimo. Ecco perchè si qualifica la distanza in esame “riserva potenziale”; il termine riserva viene utilizzato in quanto valore che si sa esistente ma che si sceglie di tenere accantonato sottraendolo ad ogni possibile distribuzione; il termine potenziale invece poiché si tratta di un valore la cui definitiva acquisizione dipende da dinamiche future e aleatorie. Il capitale di funzionamento supera, a sua volta, quello di liquidazione poiché quest'ultimo suppone prospettive di ricavo per le componenti economiche dell'attivo che si fondano su un'ipotesi di realizzo necessariamente diretto e in tempi rapidi. Di notevole significato è l'analisi delle divergenze tra il capitale di funzionamento e la rappresentazione che se ne da in bilancio. Secondo il segno della differenza tra capitale di funzionamento e di bilancio, diverso è il significato economico. Se il capitale di bilancio è inferiore al capitale di funzionamento significa che si è data insufficiente rappresentazione delle attività e/o valutazione eccessiva delle passività patrimoniali. Dare in bilancio una rappresentazione sottostimata del capitale di funzionamento significa poi sottostimare per pari misura il reddito. Numerose sono le conseguenze sostanziali prodotte dalla sottostima in bilancio del capitale di funzionamento. Tra le principali possiamo osservare le seguenti:

• in un'impresa gestita in forma societaria si determina un giusto danno in capo ai soci temporanei mentre è totalmente indifferente dal punto di vista dei soci stabili.

• Lo stato è direttamente interessato in questo caso perché notoriamente commisura il prelievo fiscale per imposte dirette all'utile di esercizio risultante dal bilancio.

Se in bilancio viene rappresentata una misura del capitale superiore a quella del capitale di funzionamento le conseguenze sono le seguenti:

• si danneggiano i soci futuri a vantaggio di quelli attuali • si anticipa temporalmente un prelievo fiscale • si anticipa la distribuzione di dividendi ai portatori del capitale di proprietà

Ne deriva che diverso significato economico va attribuito all'ipotesi di sovrastima del capitale di bilancio, secondo che si sia superato o meno il livello del capitale economico:

1. nel primo caso vuol dire che il capitale rappresentato in bilancio è del tutto vuoto di significato per la parte che eccede il capitale economico; in questa circostanza si usa parlare di annacquamento di capitale.

2. Nel secondo caso vuol dire che si è applicato il principio di prudenza in maniera meno stringente di quanto convenzionalmente accettato.

L'AVVIAMENTO:

L'avviamento è strettamente legato al tema della relazione tra configurazioni di capitale. L'idea di un'azienda avviata richiama alla mente un'azienda che può fare affidamento su un nome o una reputazione, su una clientela fidelizzata e su un consolidato rapporto con i fornitori e i finanziatori, su un accumulo di esperienze e capacità organizzative e così via. L'interrogativo fondamentale è COME misurare il grado di avviamento di un'azienda, ovvero di dare un valore alla qualità di avviamento. Appare pertanto corretto misurare il livello di avviamento di un'azienda mediante il riferimento ai redditi che essa produrrà in prospettiva, ovvero alle sue potenzialità reddituali. Si può subito affermare che tanto più il capitale economico è maggiore tanto maggiore sarà l'avviamento. L'avviamento può essere letto come quel differenziale che intercorre tra il valore complessivo dell'azienda e il capitale di funzionamento. In altre parole esso va a coincidere con la riserva potenziale. Le ragioni per le quali il capitale di funzionamento risulta inferiore rispetto a quello economico sono essenzialmente riconducibili a due ordini di circostanze:

1. minori (maggiori) valori ai quali le singole attività (passività) sono convenzionalmente rappresentate nel capitale di funzionamento rispetto alle loro consistenze effettive (valori correnti).

2. Risorse intangibili che hanno fatto il loro ingresso in azienda in maniera graduale e spontanea senza che per esse sia possibile riconoscere uno specifico atto acquisitivo.

Sul piano metodologico dunque per la determinazione dell'avviamento si parte dal capitale di funzionamento, lo si integra con le componenti patrimoniali (immateriali) che risultano essere suscettibili di autonomo apprezzamento, lo si rettifica per la eventuale presenza di maggiori/minori valori correnti delle singole attività e passività che in esso risultano già rappresentate e infine lo si confronta con il capitale economico.

L’EQUILIBRIO FINANZIARIO (6)

IL CONCETTO DI EQUILIBRIO FINANZIARIO:

Tra le condizioni di esistenza del fenomeno aziendale, un ruolo primario è occupato dall’equilibrio finanziario. Tuttavia, il principale equilibrio aziendale è quello economico, rispetto al quale l’equilibrio finanziario riveste un ruolo strumentale. In realtà, i due ordini di equilibrio sono interdipendenti, nel senso che qualsiasi azione posta in essere per realizzare uno di essi determina un necessario impatto anche sull’altro. Per potersi dichiarare realizzato l’equilibrio finanziario, non è sufficiente che l’azienda viva una condizione di non carenza di risorse finanziarie ma occorre anche che queste non eccedano le necessità aziendali. Le risorse finanziarie disponibili rappresentano, infatti, un impiego che impone una copertura con corrispondenti fondi che determineranno un onere e un conseguente impatto negativo sull’equilibrio economico. Possiamo definire l’equilibrio finanziario come condizione dinamica di armonica composizione, nel tempo, tra afflussi e deflussi di risorse finanziarie.

EQUILIBRIO FINANZIARIO E STRUTTURA DEL CAPITALE:

Il governo dell’equilibrio finanziario avviene mediante la creazione dei presupposti affinché la dinamica delle operazioni aziendale sviluppi riflessi sulle risorse finanziarie tali da realizzare la desiderata condizione di armonia, per tempi e quantità, dei flussi finanziari in ingresso e in uscita. Il primo ordine di cause determinanti la futura dinamica finanziaria trova espressione nel capitale in essere nell’istante iniziale del periodo cui si riferisce la programmazione dei flussi finanziari. L’analisi della composizione del capitale di funzionamento soddisfa un primo ordine di esigenze informative proprie di chi vuole precostituire i presupposti perla futura realizzazione di condizioni di equilibrio finanziario. Il capitale di funzionamento si presa proprio ad una lettura che ne esalti tale ruolo informativo. A tal fine si classificano gli impieghi/ attività, da un lato, e le fonti/passività, dall’altro, secondo categorie logiche

differenziate in funzione del loro grado di permanenza all’interno dell’azienda. Due sono i fondamentali criteri classificativi impiegati per rileggere in chiave finanziaria il capitale di funzionamento di un’azienda. Un primo criterio vede impieghi e fonti distinti in funzione della loro prospettiva di permanenza come classi di valori. Riguardo l’attivo si parla di:

• Immobilizzazioni, ovvero quelle classi di impieghi che tendono a non liberare le risorse finanziarie che hanno assorbito per tempi ampi o addirittura indefiniti

• Disponibilità, con riferimento a quelle porzioni dell’attivo del capitale di funzionamento che hanno dinanzi a sé un tempo di sopravvivenza breve

Per le fonti (il passivo) del capitale di funzionamento, si guarda alla loro idoneità, sempre come classi di valori, a esplicare il loro ruolo di copertura del fabbisogno finanziario aziendale nel tempo a venire. Si distinguono in:

• Capitale permanente, per indicare l’insieme delle fonti di finanziamento che tendono a permanere all’interno dell’impresa per tempi indefiniti

• Passivo consolidato, che esplicherà il proprio effetto finanziario per un tempo atteso di durata media

• Passivo temporaneo, raccoglie quelle classi di valori che tendono a vedere esaurito il proprio ruolo di copertura del fabbisogno finanziario nel breve periodo

Un secondo criterio si fonda sulla considerazione dei singoli elementi patrimoniali attivi e passivi individualmente osservati. L’attivo patrimoniale viene distinto in:

• Capitale fisso, con prospettiva di permanenza durevole

• Capitale circolante, dove l’elemento patrimoniale tende ad estinguersi in tempi rapidi

Il passivo patrimoniale si distingue tra:

• Passivo a breve

• Passivo a medio/lungo termine

• Capitale di proprietà, se manca del tutto un’epoca prevista/ prevedibile per la sua restituzione/estinzione

In sostanza, il primo criterio presuppone una visione prospettica dinamica, mentre il secondo criterio non presuppone alcuna attenzione alla dinamica evolutiva attesa per le nuove operazioni ma si concentra sui tempi attesi per la conclusione di processi

aziendali già in corso di svolgimento. Per questo motivo è differente la loro portata informativa.

IL FABBISOGNO FINANZIARIO:

L’equilibrio finanziario è il risultato di una attività di programmazione aziendale che armonizza i fabbisogni finanziari generati dalle attività di investimento e le forme di copertura procacciate mediante le attività di finanziamento. Le dimensioni che definiscono un fabbisogno finanziario sono due:

1. Quantitativa

2. Temporale

La prima attiene all’entità dell’investimento da realizzare. La seconda riguarda la durata del fabbisogno, ovvero quanto tempo trascorrerà prima che le risorse finanziarie impegnate siano recuperate in forma liquida con la chiusura del processo.

IL CONCETTO DI RISORSA FINANZIARIA:

Ogni programmazione o valutazione dell’equilibrio finanziario presuppone la specificazione della risorsa finanziaria della quale vengono analizzati i flussi. Tra le diverse configurazioni di risorsa finanziaria, particolare importanza assume il capitale circolante netto (CCN finanziario o CCN in senso lato). Esso si compone della somma algebrica di attività e passività a breve termine. Nel CCN è possibile distinguere un CCN caratteristico (o in senso stretto) che considera solo le due componenti che derivano tipicamente dalla gestione caratteristica.

L’AUTOFINANZIAMENTO:

Il flusso di CCN prodotto dalla gestione caratteristica corrente prende il nome di autofinanziamento, a indicare la sua natura di fonte spontanea, interna, di risorse finanziarie. Generalmente, la gestione caratteristica corrente è generatrice di un flusso reddituale positivo. A quest ultimo si accompagna anche un flusso finanziario altrettanto positivo di pari entità. Il flusso finanziario generato dalla gestione caratteristica corrente è oggetto di specifica attenzione in sede di studio dell’equilibrio finanziario, costituendo esso una delle principali fonti di copertura dei fabbisogni finanziari generati da altre aree gestionali. Sul piano finanziario:

• I ricavi di vendita si traducono in ingressi di denaro o di crediti verso clienti

• I costi originari del periodo si traducono in esborsi di denaro o in nuovi debiti verso fornitori

• Le variazioni dei ricavi anticipati e delle rimanenze di FFS e prodotti sono, per definizione, variazioni di CCN

Il flusso di CCN prodotto dalla gestione caratteristica corrente (autofinanziamento) si suddivide in due porzioni. Una prima destinata a essere utilizzata quando, nell’ambito della gestione caratteristica non corrente, si renderà necessario provvedere alla sostituzione di fattori a fecondità ripetuta o far fronte finanziariamente agli oneri determinati dagli eventi sfavorevoli che in precedenza avevano dato luogo ad accantonamenti per spese future e rischi: l’effetto autofinanziamento è pertanto limitato nel tempo (si parla in tal caso di autofinanziamento temporaneo). Una seconda che, non essendo predestinata a fronteggiare specifiche tipologie di esborsi futuri, è libera da vincoli e pienamente disponibile per dare copertura al fabbisogno finanziario aziendale senza limiti temporali (autofinanziamento durevole), che viene a coincidere con il reddito della gestione caratteristica (reddito operativo). L’autofinanziamento durevole è destinato a coprire eventuali fabbisogni finanziari generati da tutte le altre gestioni diverse da quella caratteristica. Queste altre aree gestionali sono:

■ La gestione patrimoniale (o accessoria), la quale produrrà un fabbisogno o una generazione di CCN secondo che gli impieghi in investimenti accessori superino le fonti provenienti da disinvestimenti o da frutti periodici degli stessi, o viceversa

■ La gestione finanziaria, la quale crea o assorbe CCN secondo che i nuovi finanziamenti raccolti superino le restituzioni e le remunerazioni periodiche di quelli già in essere, o viceversa

■ La gestione tributaria, che fisiologicamente assorbe CCN, essendo relativa al pagamento di tributi

■ L’area dei componenti straordinari di reddito, che include quei fenomeni che incidono sul capitale aziendale. Essa può generare un effetto netto di creazione o assorbimento di CCN, secondo che prevalgono i componenti positivi o quelli negativi.

Tuttavia, si può affermare che l’equilibrio dei flussi CCN costituisce condizione necessaria ma non sufficiente per la realizzazione degli equilibri nelle disponibilità liquide. Il flusso complessivo di autofinanziamento si distingue in due componenti: quella monetaria (disponibilità liquide) e quella non monetaria (tutte le altre

componenti del CCN). L’autofinanziamento monetario deriva dalla somma algebrica di costi monetizzati e ricavi monetizzati, sempre derivanti dalla gestione caratteristica corrente.

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