CLAUDIO MARAZZINI - LA LINGUA ITALIANA, profilo storico, Appunti di Linguistica. Università degli Studi di Pavia
erica-veniani
erica-veniani

CLAUDIO MARAZZINI - LA LINGUA ITALIANA, profilo storico, Appunti di Linguistica. Università degli Studi di Pavia

15 pagine
1Numero di download
37Numero di visite
Descrizione
Riassunti dei capitoli VI-VII-VIII-IX
20 punti
Punti download necessari per scaricare
questo documento
Scarica il documento
Anteprima3 pagine / 15
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 15 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 15 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 15 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 15 totali
Scarica il documento

CLAUDIO MARAZZINI – LA LINGUA ITALIANA

CAP. X – IL SEICENTO L’Accademia della Crusca fu un’istituzione che, a differenza di quella fiorentina, fu totalmente autonoma e si basò esclusivamente sulle proprie forze senza ricevere nessun sostegno pubblico; essa riuscì comunque a riportare il primato della lingua a Firenze (come volevano Salviati e Varchi) e nonostante la sua presenza spesso fosse ritenuta fastidiosa, nessuno poteva fare a meno di averci a che fare. Dal 1591 l’Accademia si specializzò anche nella lessicografia e gli accademici iniziarono così a discutere su come si potesse creare il Vocabolario prendendo come spunto l’idea di Salviati, il quale riteneva che tutti gli autori, dai più piccoli ai più famosi, era da considerare sullo stesso livello. Tuttavia, dopo la morte di Salviati, non ci furono figure di spicco all’interno dell’Accademia ma si trattava più che altro di dilettanti non ancora noti per meriti letterari; questa caratteristica però accrebbe il loro merito per la creazione del Vocabolario, il quale era stato steso seguendo le sole regole che si erano autoimposti. Dal 1591 al 1595 ci fu lo spoglio ma per stampare l’opera occorreva che qualcuno la finanziasse e dovettero fare tutto in maniera autonoma che permise certamente una maggior libertà nella scrittura e vide la realizzazione dell’opera come una sorta di impresa commerciale. La scelta dell'Accademia di far stampare l'opera Venezia e non a Firenze su una scelta di tipo economico. Bastiano De Rossi fu incaricato di procedere alla stampa e di provvedere al controllo di questa, questo ogni settimana avrebbe dovuto inviare una bozza della stampa a Firenze senza correggere nulla. Era inoltre incaricato di stendere la lettera che sarebbe stata la premessa del vocabolario punto il vocabolario degli Accademici della Crusca uscì definitivamente nel 1612 presso la tipografia veneziana di Giovanni Alberti. L'opera degli accademici su quella di prendere come base Le Tre Corone fiorentine andando però poi più avanti e prendendo in considerazione anche gli scrittori più moderni. L'opera degli accademici però era quella di creare una sorta di ponte tra gli scrittori antichi e quelli più moderni per evidenziare analogie e differenze della lingua; Tuttavia vi era un’abbondanza di termini e lemmi di stampo toscano. L'innovazione del vocabolario fu soprattutto nel poi chiesto distacco dalle convenzioni latine seguendo invece quelle della cultura toscana; furono seguiti maggiormente i principi esposti via Salviati negli avvertimenti. Nonostante il dissenso che si manifestò nei confronti quest'opera questa assunse comunque un prestigio sovraregionale; Tesauro, un anticruschiano, diede comunque indicazioni su come sfruttare il vocabolario facendo uso della tavola lessicale latino-italiana corredata all'opera. Il lessico latino infatti poteva servire da guida per la ricerca del lessico italiano.

L’opposizione al vocabolario, come dicevamo, Si ebbe fin da subito. Il primo avversario su Paolo bene autore addirittura dell' “Anticrusca”. egli riteneva che la lingua italiana esistesse come patrimonio comune e che dovesse trovare le sue radici all'interno delle corti e questo patrimonio era da estendere non solo allo scritto ma bensì anche al parlato punto la maggior parte del suo trattato era rivolta alla critica nei confronti di Boccaccio sostenendo che la lingua antica era incolta e rossa mentre la moderna era caratterizzata da regolarità e gentilezza. Un'altra critica nei confronti della Crusca arrivo ad Alessandro Tassoni virgola autore del poema la secchia rapita; la sua critica era relativa alla asistematicità del vocabolario. Nel suo scritto “Incognito da Modena contro ad alcune voci del Vocabolario della Crusca” si possono trovare osservazioni linguistiche inserite in una serie di note e postille nei confronti della stesura dell'opera. La sua critica si rivolge soprattutto alla dittatura fiorentina della lingua, egli si proponeva di adottare espedienti grafici per contrassegnare le parole antiche da evitare. Si può sintetizzare dicendo che Tassoni era ostile al culto della tradizione che ostacolava la modernità e la semplicità della lingua. Ci fu poi anche Daniello Bartoli un gesuita noto per l'opera grammaticale “l torto è il diritto del Non si può”, nel 1665. La sua non è una critica del tutto aperta ad ogni aspetto del vocabolario, ma si focalizza soprattutto sull’eccessivo rigorismo grammaticale che il vocabolario presentava.

Nonostante gli avversari la fortuna del vocabolario fu confermata dalle due edizioni, la prima del 1612 e la seconda del 1623. la terza edizione stampata 1691 a Firenze notevoli differenze: si trattava di 3 tomi e al posto di uno in modo tale da consolidare il primato dell'Accademia di Firenze nella lessicografia. Fondamentali in questa riscrittura furono accademici come Carlo dati, Alessandro segni, Francesco Redi, Magalotti, Salvini. Il binomio Redi-Magalotti Ieri spazio al linguaggio scientifico introducendo autori come Galilei. Ho introdotto numerose novità come lo uso più frequente dell'indicazione V.A. (Voce Antica); indicazioni si riferivano al fatto che la voce non dovesse essere usata come modello pensi come strumento per facilitare la

1

comprensione delle parole. Vengono poi introdotti i termini gli scrittori più recenti e termini di scrittori di scienza. La terza edizione riuscì quindi a conciliare l'antico e il moderno creando una continuità che permetteva una comprensione quasi totale della lingua italiana.

Nel 1600 il linguaggio scientifico raggiunse un'espansione enorme questo grazie soprattutto a Galilei. Egli utilizza sia latino all'italiano e aveva piena fiducia nel volgare in modo da staccarsi anche dalla carta dottorale. nella prefazione de “le operazioni del compasso geometrico e militare”, sostenne di aver utilizzato il volgare per poter raggiungere coloro che avevano più interesse per la milizia e non per la lingua latina. Galileo rivendico ha sempre il suo toscano, anche se inizialmente scrisse la sua opera in latino, il Sidereus Nuncius. Tuttavia il suo latino mostrava caratteristiche innovative poiché utilizzava parole non pure ma più efficaci. Più avanti in latino divenne un termine di confronto negativo e ciò è più evidente nel Saggiatore. Una volta compiuta la scelta del volgare, lo scienziato dovette applicare a questa lingua i termini più pratici. Nonostante ciò, a differenza di Tartaglia, Galilei riuscì a conciliare la lingua volgare con uno stile alto ed elegante; egli non rinunciò ne accerti toscanismi né tantomeno sarcasmo. Galilei pronunciò una frase nei confronti di tasso che esprimeva la sua volontà di chiarezza: “Sicuramente lo sa fare chiunque, ma chiaro pochissimi”.

Galileo si propose di fissare dei significati ben precisi per determinati termini, come ad esempio il termine candore e il termine momento. Queste due parole erano state usate in passato ma avevano assunto significati differenti, sempre però, nel caso del momento, riconducibili all'oggetto della bilancia. L'obiettivo di Galilei era quello di rendere il concetto univoco in modo tale da non creare discrepanze. Galileo non vuole creare una terminologia nuova ma preferisce utilizzare quella già esistente e soprattutto di uso più comune e non troppo colta o inutilizzata. Il gusto di Galileo fu quindi contrario a quella che poi sarebbe diventata la tendenza del linguaggio scientifico moderno, che spesso finì per appropriarsi di termini greci come ad esempio la scoperta del suo cannocchiale che venne definito in seguito “telescopio”. Migliorini, analizzando il testo di Galileo, non come certi termini tornarono come parole chiave rispecchiando alcuni concetti fondamentali del suo pensiero. La fortuna di Galilei, oltre ad utilizzare un lessico in grado di soddisfare gran parte della popolazione, su quella della sua eccezionale capacità descrittiva che gli permise di analizzare al meglio ogni aspetto di ciò che studiava. Galilei fu uno dei primi a divulgare le sue opere ad un pubblico vastissimo rispetto ai precedenti. Francesco Redi si può considerare uno dei fondatori della biologia in quanto egli basò gran parte della sua vita effettuare esperimenti, partendo da una base di scetticismo, per confutare lezioso verità che venivano portate avanti fino a quel momento. Redi fu in grado di conciliare perfettamente l'attività letteraria con quella scientifica in modo tale da creare degli excursus letterari nella descrizione scientifica; Il suo intento era infatti quello di creare un diversivo per poter alleggerire la lettura di testi che altrimenti avrebbero potuto risultare pesanti. La lingua da lui utilizzata era, come Galilei, quella di stampa toscano, con la quale spesso si divertiva a creare anche dei giochi di parole. Come lui, anche Magalotti, ebbe un percorso comune.

A cavallo tra il 1500 e 1600 si sviluppò una nuova forma di teatro, il melodramma. Si trattava dell'Unione di musica e poesia volta a ricreare le antiche tragedie che venivano recitate nell'antichità. Tuttavia non era una novità che ci fosse un rapporto tra musica e poesia: Dante destinò molte poesie alla recitazione accompagnata dalla musica, e così fece anche Tasso. I più famosi interpreti del melodramma furono i componenti della Camerata dei Bardi che ebbero modo di mostrare le proprie capacità 9589 con la rappresentazione delle Euridice. Il melodramma era considerato uno spettacolo delitto in quanto era molto dispendioso; nonostante l'iniziale diffusione ristretta, questo metodo più alto è molto e per questo furono stampati numero di libretti che inizia la circolare in tutta Italia e che fecero così decollare la forma del melodramma.

Con l'arrivo di Marino, le emozioni si fecero sempre più marcate anche rispetto a tasso. La lista degli oggetti poetici utilizzati nei testi e divenne sempre più ampia e così si ampliarono anche le tematiche, così da ampliare anche il lessico. fu proprio Marino infatti ad introdurre nuove tipologie di fiori e di piante rispetto alla semplice rosa e cosí fece anche per quanto riguardava il mondo animale. Questa innovazione fu anche dovuta alle descrizioni di Galilei. Quindi un connubio tra poeti e scienziati. Marino è uno dei primi poeti che all'interno del suo Adone inserisce aspetti scientifici geografici e storici ripresi, sia da poeti, ma anche da esploratori e scenziati; Il suo infatti è un poema anomalo poiché vengono inserite numerose digressioni didascaliche che puntano al rinnovamento e anche l'inserimento di

2

forestierismi e parole derivanti dalla tradizione comica. L'innovazione principale dunque di Marino è quella dell'introduzione dell' attualità all'interno del poema arrivando così anche alla creazione di nuovi termini o di parole composte e derivate. Un altro aspetto significante della poesia barocca è quello di creare nuove allusioni nei confronti di termini che un tempo venivano idealizzati: è il caso del termine seno, il quale assume sempre più un significato passionale e carnale virgola o anche l'introduzione del pidocchio all'interno della poesia. Quella poesia barocca la donna perde l'idealizzazione che aveva avuto con Petrarca e inizia ad assumere anche dei difetti e delle imperfezioni fino a renderla, in alcuni casi, anche molto brutta virgola con gli occhiali, balbuziente.

Guarda spesso al Trattato di Tesauro, il cannocchiale aristotelico, per identificare la poesia e la scrittura barocca punto in questo periodo la lingua viene considerata un qualcosa di libero, destinato a mutare è in grado di adattarsi a ciò che si vuole raccontare. Secondo te Sauro lo scrittore è libero di sottrarsi alle norme imposte nel tempo e dalle diverse istituzioni; viene data nuova vita anche alle parole straniere, le quali alcuni contesti possono assumere un senso elegante. La critica di Tesauro si nota anche all'interno del trattatello “Dell'arte delle lettere missive” virgola nel quale che l'italiano guadagna qualità ogni giorno che passa.

La predicazione barocca presenta una serie di costanti che Bolzoni riassume in queste caratteristiche: l'uso di esclamazioni, di interrogazioni, di invocazioni, di elencazioni, di enumerazioni. una sorta di anticipazione si può trovare nelle predicazioni di Panigarola nella quale si svilupparono tensioni verso le metafore, la ridondanza lessicale, il clima è il gioco verbale. Le dicerie sacre di Marino si collegano alla predicazione religiosa nonostante esso si dichiarasse laico. Marino decide di scrivere in questo modo poiché nel corso del Seicento i panegirici, ossia le predicazioni, preso il sopravvento e iniziarono ad essere stampate il numero elevatissimo. Queste prediche erano caratterizzate da un linguaggio moderno e anche dall'effetto sorpresa o dagli ossimori, spesso inseriti nel titolo. nel quadro di questa predicazione spicca la figura di Paolo Segneri, non a caso un compilatore della terza edizione del Vocabolario della Crusca. La sua innovazione non fu tanto a livello del lessico ma quanto a livello del pubblico, egli si rivolge infatti maggiormente al pubblico popolare e per questo motivo decise di creare le missioni rurali, ossia spedizioni in zone che virgola a causa della difficoltà di raggiungimento, spesso rimanevano escluse dalle predicazioni. Segneri quindi attuò un doppio beneficio: diffuse le prediche e promosse l'italiano anche nelle zone più remote d'Italia. All'interno della chiesa, la quale aveva comunque dovuto affrontare la questione della lingua, Piccola figura di Paolo Aresi il quale, se ben difensore della dignità del volgare, rifiutava il fiorentino e più in generale rifiutava il dialetto In quanto non possedeva la nobiltà del dettato e soprattutto sarebbe stato impossibile per un predicatore che viaggiava fare uso di parlate diverse. La sua soluzione su quella dell'italiano comune ossia un italiano che si stacca dal dialetto ma evita di avvicinarsi al fiorentino per non risultare falso. le sue teorie sono contenute all'interno dell'arte del predicar bene.

E noto che alla fine del Seicento, con la creazione dell'Arcadia, ci fu una grossa reazione al barocco per riportare ad un rinnovato classicismo il nome della razionalità della poesia. La stessa reazione si ebbe anche in Francia E la polemica letteraria francese fini per coinvolgere il giudizio stesso espresso sulla nostra lingua fissando idee che avrebbero avuto largo corso nel Settecento. Il padre Dominique Bouhours, un grammatico gesuita, sostenne che all'interno dell'Europa sono i francesi erano coloro in grado di parlare bene a differenza degli spagnoli che declamavano e degli italiani che sospiravano. Secondo il padre gesuitico, a vantaggio del francese, giocava la vicinanza della prosa della poesia e il suo intento era quello di promuovere il francese come lingua universale in grado di essere compresa e parlata in tutto il mondo. La lingua italiana era invece considerata incapace di esprimere in modo ordinato il pensiero umano poiché troppo dedita alla sdolcinatezza e alla sola poesia. La risposta italiana a queste tesi tardo ad arrivare e fu solo grazie ad intellettuali come muratori, Salvini, orsi che queste tesi vennero confutate in difesa della lingua italiana.

CAP. XI: IL SETTECENTO

L'analisi di borse prendeva in considerazione esclusivamente, come primati della lingua, in francese, l'italiano, e lo spagnolo. Le lingue slave e il portoghese non erano per niente presi in considerazione; l'inglese si conosce poco fino al 1800 e la sua cultura si diffuse grazie alle traduzioni francesi; mentre il tedesco era la

3

lingua più screditata in quanto non aveva una base letteraria e soprattutto veniva parlata poco anche all'interno della Germania stessa. Scrittori come Voltaire e Dedina ritennero che stare in Germania era come essere in Francia in quanto tutti gli abitanti parlavano francese e il tedesco era utilizzato esclusivamente da soldati. fu solo con l'avvio del romanticismo che il tedesco iniziò a farsi spazio soprattutto grazie allo sviluppo della letteratura. nel 1675 Magalotti, ambasciatore di Firenze a Berlino, soltanto che non era necessario conoscere il tedesco poiché ogni gentiluomo era a conoscenza dell'italiano; questo la lingua Germania ed era anche molto conosciuta in Francia come lingua da salotto e di buona educazione delle fanciulle. Tuttavia in francese rimaneva la lingua conosciuta dalla maggior parte della popolazione, infatti nel 1788 almeno 150.000 intellettuali italiani conoscevano questa lingua almeno da poterla leggere. Scrivere in francese, come fecero autori quali Goldoni, Casanova, Denina, non era soltanto una moda ma era anche il metodo per poter essere conosciuti in tutta Europa senza bisogno di traduzioni. fondamentale inoltre per la cultura del Settecento era l'enciclopedia di Diderot e D’Alambert. In francese permeava in Italia non solo grazie agli intellettuali che si spostavano, ma anche a una consistente massa di lavoratori che si muovevano dalla Francia al Piemonte. La diffusione della lingua francese ebbe il suo culmine quando nel 1784 l'Accademia di Berlino premiò il saggio di Rivarol, “De l’universalitè de la langue francaise”; in questo saggio l'autore pretendeva di attribuire il successo internazionale della lingua ha ragioni storiche e strutturali in quanto riteneva che il francese fosse la miglior lingua per esprimere concetti che si basavano sulla razionalità e sulla perfezione sintattica, a differenza dell'italiano che, più improntato alla poesia, spesso preferiva l’inversione sintattica. Nel corso del 1700 infatti l'ordine naturale degli elementi della frase veniva identificato solamente nella sequenza soggetto-verbo-complemento (SVO); l'italiano invece era caratterizzato dalla maggior libertà sintattica e quindi la sequenza poteva variare da testo a testo. Carlo Denina confutò la tesi di Rivarol sostenendo che non esistesse una lingua naturale originale, ma la lingua che ci appare naturale è quella a cui siamo abituati; poi che non potesse esistere un ordine naturale degli elementi ma che ogni lingua era caratterizzata da una propria organizzazione che aveva radici profonde. Tuttavia per quanto potessero essere valide le motivazioni italiane, all’Italia mancava ciò che la Francia aveva: ossia la capacità della lingua di adattarsi alla conversazione e alla divulgazione. In ogni caso, questo grande confronto con il francese che spesso provoca l'ostilità negli autori italiani, servì necessariamente alla modernizzazione della nostra lingua.

La moda francese per me o in ogni ambito della vita virgola dal costume virgola al cibo, ai passatempi, e ovviamente all'introduzione di francesismi all'interno della lingua italiana. I campi in cui questi termini entrarono maggiormente furono anche quelli maggiormente influenzati dalla moda. Questo rinnovamento scaturì ovviamente un grande dibattito e si fece molto acuto sia nella città di Firenze, la quale rivendicava il suo primato, ma soprattutto in autori come Giulio Cesare Becelli il quale continuava a esortare l'imitazione delle Tre Corone seguendo un canone rigidissimo. La polemica si fece ancora più rigida quando, nel 1729, la crusca fece uscire la sua quarta edizione e tutti gli esponenti illuministi si rivoltarono a questa stampa. In particolare Alessandro Verri a scrivere un intervento che manifestava grande insofferenza nei confronti dell'autoritarismo Fiorentino; il Toro di Verri era comunque polemico ma sarcastico e degli preciso infatti non voler assolutamente prendere parte al dibattito linguistico che si stava diffondendo sempre più in Italia.

Melchiorre Cesarotti scrisse un saggio sulla filosofia delle lingue ossia un trattato che può essere messo al pari del De vulgari eloquentia e delle prose di Bembo. Questo Saggio si apre con diverse enunciazioni teoriche:

1. Tutte le lingue nascono e derivano; 2. Nessuna lingua è pura; 3. Tutte le lingue nascono da una combinazione casuale, non da un progetto razionale; 4. Nessuna lingua nasce da un progetto prestabilito o da un’autorità; 5. Nessuna lingua è perfetta, tutte si possono migliorare; 6. Nessuna lingua è abbastanza ricca da non aver bisogno di aggiunte; 7. Nessuna lingua è inalterabile; 8. Nessuna lingua è parlata in maniera uniforme nella nazione.

Una volta stabiliti questi principi Cesarotti affronta il problema della differenza tra lingua parlata e lingua scritta; quest'ultima ha maggior dignità poiché è lo strumento attraverso cui operano i dotti che non è influenzata dalla popolazione ma che neanche dipende ciecamente degli scrittori approvati.

4

Nella terza parte del saggio Cesarotti indica la strada per una normativa illuminata ma non radicale ossia che non elimini ogni tipo di regola virgola ma che abbia la capacità di riconoscere il valore dell'uso quando questo accomuna gli scrittori e il popolo. Per Cesarotti gli scrittori non devono guardare solo un passato morto ma devono essere liberi di introdurre novità e di ampliare il senso dei vecchi termini; un'altra possibile fonte di termini sono i dialetti italiani e anche le parole importate da paesi stranieri (scelta rischiosa per la critica). nei confronti dei latinismi e grecismi ci sarà necessario una cautela e una progressiva diminuzione dell'uso di questi. Cesarotti difende l'introduzione di forestierismi sostenendo che questi possono essere poi rielaborati nella lingua italiana per produrre nuovi termini derivati. Egli fa l'esempio del termine adottato “elettricità” il quale può essere utilizzato con accezioni differenti e introdotto nella parlata comune, anche in altri campi, come “si elettrizzano gli spiriti”. Cesarotti poi si sofferma sulla definizione di ‘genio della lingua’; se prima questo termine stava ad indicare il carattere originario di un idioma e di un popolo, l’autore del Saggio ne amplia il significato, proponendo un duplice concetto: quello della grammatica e quello della retorica. si ritiene infatti che la struttura grammaticale della lingua è inalterabile mentre il lessico, dipendendo dal genere retorico, può essere alterato con modifiche, scambi, prestiti, inserimenti. l'ultima parte del saggio è dedicata all'analisi della situazione italiana ed una proposta per risolvere le polemiche relative la questione della lingua. Egli sostiene sia necessario un rinnovamento della lessicografia, con l’istituzione di una magistratura della lingua, basata sul consenso pubblico in quanto “la lingua è della nazione”. La sua soluzione sta nella sostituzione della Crusca con un Consiglio nazionale della lingua, la quale si sarebbe dovuta occupare di studi etimologici e filologico-linguistici e avrebbe rinnovato i criteri lessicografici, dando maggior importanza ai termini tecnici. Avrebbe dovuto essere fatto attraverso una scelta dei diversi termini in modo tale da ottenere un patrimonio lessicale che avrei voluto essere confrontato con i vocabolari delle altre nazioni. il compito finale del Consiglio sarebbe portato quello di creare un vocabolario realizzato in due forme: una forma ampia, e una ridotta. Il saggio si chiude con un appello nella città di Firenze, la quale avrebbe dovuto essere portatrice di un messaggio di innovazione verso la creazione di una lingua in grado di coinvolgere ogni campo della vita quotidiana.

Con la diffusione dell'Illuminismo a pensare che ogni cittadino avrebbe dovuto essere in grado di conoscere perfettamente l'italiano per poter così assumere un ruolo attivo all'interno della società. Chattare ho potuto accadere grazie all'istituzione di un sistema scolastico Che avrebbe posto al centro dei suoi insegnamenti quello dell'italiano. Grazie al periodo dell'assolutismo illuminato tu proprio all'interno delle organizzazioni statali che si avviò questa procedura; Inoltre molti intellettuali, i quali agivano in diversi campi e non solo nella letteratura, si mossero a favore di questa novità. Tuttavia, essendo l'Italia un paese frammentato, le riforme scolastiche italiane furono differenti da stato a stato.t Esemplare fu l'esempio del Piemonte in cui Vittorio Amedeo II di Savoia emana provvedimenti per la riforma dell'università; lo studio della grammatica latina attraverso testi scritti in italiano. Se è pur vero che l'insegnamento rimaneva quello del latino, questo veniva fatto con modalità innovative che permettevano una maggiore familiarità con l'italiano. Sempre in Piemonte, nel 1733, venne introdotto l'obbligo dello studio dell'italiano nelle scuole superiori d'elite. Fu solo nel 1772 non è mai le quali prevedevano una classe iniziale dedicata all'insegnamento dei rudimenti della lingua italiana. Le novità raggiunsero comunque anche italiani. a Modena, dopo il 1772, si prescrisse l'uso di libri esclusivamente italiani e non più latini; a Parma istituzione classe ‘infime’ per coloro che non erano interessati a proseguire gli studi, ma che comunque volevano imparare l’italiano; A Napoli grazie genovesi e si abbia questa spinta. egli era infatti consapevole dell'inferiorità del Regno di Napoli nei confronti degli altri stati italiani, a causa della mancata circolazione della cultura e della conseguente rozzezza del popolo; l'obiettivo di Genovesi era quello di creare una classe di dotti in grado di divulgare il sapere a tutti i cittadini del Regno, in modo da riscattarsi dalla posizione di inferiorità. ci furono poi altre voci contro l'abuso del latino nell'educazione dei fanciulli; si riteneva infatti che l'educazione dei fanciulli dovesse essere indirizzata ad una conoscenza più legata alle esigenze commerciali e pratiche. Nacque così la volontà di creare due filoni differenti: studi per chi voleva proseguire verso la classe degli intellettuali, e studi per coloro che miravano ad una formazione artigianale. Alla fine del 1700, furono avviate riforme scolastiche anche nell’area lombardo-veneta grazie all’intervento di Maria Teresa d’Austria. Il progetto prendeva il nome di un metodo “normale” che prevedeva la creazione di classi intesa come gruppo di studenti che apprendevano gli stessi concetti in vista di obiettivi didattici unitari. tra il 1786 e il 1788, padre Saove, un somasco nato a Lugano, Pubblico una serie di manuali per l'insegnamento dell'italiano, come “A, B, C ovvero il libretto de’ nomi” e l’”Abbecedario”. Secondo Soave il

5

dialetto poteva essere utilizzato come via verso l'italiano; l'obiettivo era quello della conoscenza dell'italiano finito, o sia quello toscano. Da questa esperienza Lombarda, nacque anche l'idea di una scuola comunale che aveva come obiettivo l'insegnamento della scrittura e della lettura.

Tuttavia non fu un fenomeno immediato, in quanto l'italiano rimase uno strumento delitto per ancora molti anni. L'italiano rimaneva una lingua di occasione per le situazioni più ufficiali, poco adatta quindi alle relazioni familiari. Queste ultime erano caratterizzate ancora dall'uso del dialetto. Baretti Sostenne che la lingua italiana si prestava poco alla conversazione naturale poiché era ancora impiegata maggiormente solo negli scritti e non nel parlato, e ciò creava discrepanze soprattutto a livello commerciale, in quanto i mercanti e gli artigiani avevano difficoltà a comunicare all'esterno del proprio paese. Rimaneva vivo, soprattutto in Veneto, anche l'uso del dialetto illustre, che spesso veniva utilizzato nelle aringhe, o nelle commedie come quelli di Goldoni. Così anche nel 700 era possibile reperire scritture di semicolti che utilizzavano la lingua scritta in maniera molto difettosa; queste situazioni davano luogo interferenze del codice dialettale con quello italiano.

L'opera italiana fu fin da subito un grandissimo successo anche all'estero, poiché anche se la lingua non era pienamente comprensibile, accostamento di parole e musica risultava assai gradevole. Tuttavia questa espansione non faceva altro che rimarcare lo stereotipo secondo cui la lingua italiana era una lingua dedicata esclusivamente alla dolcezza, alla musica, e alla poesia. Infatti virgola quando era necessario usare dei tecnicismi, l'italiano entrava in crisi. Vi era comunque anche una forma positiva dell'opera italiana, soprattutto venne apprezzata a da autori come Diderot, Rousseau e Voltaire. Nei paesi tedeschi poi l'italiano, già fortemente apprezzato, riscatto ancora più successo e permise l'acquisizione di questa lingua da parte di numerose persone. Diverso fu la situazione di Goldoni, il quale per inscenare le sue opere, era costretto a ricorrere a una lingua in grado di soddisfare la maggior parte del pubblico e perciò era necessario spesso ricorrere all'uso del dialetto. Goldoni decide di utilizzare piano piano tutte le soluzioni: scrisse la prima in dialetto veneziano, poi in italiano misto, e scrisse anche in francese. Goldoni però non si piace mai rappresentante della questione della lingua, e, se nel parlato l'utilizzo del dialetto poteva variare, nello scritto aveva bisogno di una più precisa regolamentazione. L'autore Decide quindi di creare delle note in cui venivano spiegate sommariamente alcune parole ancora fortemente legate al dialetto. L'italiano utilizzato da Goldoni per qualsiasi cazioni finiva spesso per diventare una sorta di fantasma scenico possedente la vivezza del parlato ma che si alimentava accogliendo grande quantità di Venetismo, regionalismi Lombardi e francesismi. Il dialetto e l’italiano comunque non erano mai nettamente separate, ma spesso si alternavano all'interno di un'unica frase. Goldoni ci tenevo a precisare che l'uso del suo italiano imperfetto non era per lui era un problema in quanto egli non era un linguista, né un accademico della lingua, ma solo un poeta comico che aveva l'interesse di diffondere le sue opere in maniera anche in perfetta.

Per quanto riguarda il linguaggio poetico fondamentale importanza rivestiva l'Accademia, creata nel 1690 Roma, dell'Arcadia.Questa possedeva sedi sparse un po' in tutta Italia che venivano considerate nelle palestre poetiche in cui gli aspiranti poeti potevano esercitarsi con la lingua. la lingua utilizzata in questa stagione poetica era ancora vicina a quella di Petrarca è sempre più distaccata dal barocco e dall'uso poetico che si era ancorata nel corso del 1600. Nella poesia del Settecento si nota una sostanziale adesione al passato con il relativo largo uso di latinismi e arcaismi; anche quando veniva introdotta una parola esotica o straniera, questa veniva addolcita attraverso l'uso di epiteti e di iperbati in modo tale da non creare una eccessiva modernità, snaturando così il modello trecentesco (Mascheoni utilizzò diversi termini esotici, quali ‘ananas’, ‘urango’).

Altri procedimenti vistosi nella poesia del Settecento furono i troncamenti i quali avevano la funzione di distinguere la poesia dalla prosa salvando così versi dal rischio di scivolamento prosastico; se un autore, ad esempio Metastasio, si trovava di fronte a una scelta di due termini simili, veniva scelto quello più arcaico è più raro (duolo/dolore).

Nella prosa letteraria del 700 si può fare riferimento anche alla prosa saggistica virgola poiché questa rappresenta uno dei nuclei più solidi della produzione culturale del secolo. In molti iscritti saggistici si fa riferimento alla tradizione francese e inglese, come fecero baretti e Verri. Diverso era invece la prosa di Giambattista Vico, il quale, avendo aderito da giovane al movimento arcaizzanti di Leonardo Di Capua, imitava fedelmente i modelli antichi. Nessun saggio “la scienza nuova”, si

6

riconoscono numerosi arcaismi e latinismi nonostante la stesura sia spesso ripresa dalle teorie di Bembo e di Boccaccio. Controcorrente invece andava Vittorio Alfieri che spesso parlo male della lingua francese e decide di trascorrere qualche tempo Firenze per praticare la lingua viva. Tuttavia la Firenze frequentata da Alfieri era ben diversa da quella che puoi affascinerà i romantici; si tratta invece di una sorta di mito letterario archeologico, più improntato su un’entità storica che geografica. Alfieri, nel 1774, inizia comunque il suo diario in lingua in francese per passare all'italiano sono del 1777. Egli scrisse però di quanta difficoltà avesse nello scrivere in italiano. nelle sue tragedie lo stile si caratterizza per un volontario allontanamento dalla normalità ordinaria virgola un allontanamento ottenuto attraverso la trasposizione sintattica e la spezzatura delle frasi. Proprio questa scelta rende infatti il linguaggio di Alfieri molto difficile da interpretare. diversa invece è la lingua utilizzata nell'opera “Vita”, la quale rappresenta quasi un percorso verso la lingua toscana di un giovane piemontese in una regione in cui l'italiano non era ancora affermato.

CAP. XII: L’OTTOCENTO All’inizio dell’ottocento, a causa dell’egemonia della cultura francese e delle importazioni avvenute con Napoleone, si sviluppò un movimento che si definì con il nome di Purismo in quanto indicava una totale aversione nei confronti dei cambiamenti e puntava ad un ritorno della forma classica del Trecento. Ne derivava un’idealizzazione dei tempi passati e un totale disprezzo dei tempi presenti. Uno studioso del 1900 come Dionisotti sostenne che il purismo fu una dottrina “così debolmente e sgraziatamente presentata e così vigorosamente combattuta” da rendere difficilmente comprensibile la ragione della sua lunga durata. Dionisotti si riferisce alla grande fama raggiunta da Antonio Cesari, un autore di libri religiosi che fu il capofila del Purismo italiano. Secondo Cesari il canone della buona letteratura e della buona parlata era quello che vigeva nel 1300. Tuttavia Cesari era incapace di fornire una stabilizzazione della bellezza della lingua che parlava che si dimostrava sempre qualcosa di ineffabile e mistico. Ci furono poi altri esponenti a favore di questa nuova corrente; il marchese Basilio Putoi tenne lezioni di lingua italiana classica, con uno stampo molto patriottico secondo le testimonianze di allievi, quali Settembrini e De Sanctis. Settembrini, pur essendo molto lontano dal Purismo, dimostrò grande affetto nei confronti del suo maestro, ritenendo che questa corrente si era sviluppata in seguito alla necessità di creare un sentimento nazionale, in un momento in cui l’Italia era totalmente frammentata e priva di una propria identità. Ci fu poi lo scrittore Carlo Botta che fu pienamente solidale con Cesari e scrisse “Storia della guerra d’Indipendenza degli stati uniti d’America”, un’opera scritta con numerosissimi arcaismi che stonavano con la modernità dell’evento raccontato. Ci fu poi il purista Luigi Angeloni che fu animato da sentimenti politici libertari. Era perciò difficile riuscire a conciliare la nuova corrente in un unico filone, anche se dopo l’Unità d’Italia, molti testi di Cesari furono adottati nell’insegnamento scolastico. Vincenzo Monti, all’apice della sua carriera, ebbe il coraggio di porre un freno alle esagerazioni del purismo; egli criticò Cesari per aver raccolto e riusato i termini del Vocabolario della Crusca che già erano stati definiti obsoleti e successivamente attaccò direttamente il Vocabolario, realizzando una serie di volumi intitolata “Proposte di alcune correzioni ed aggiunte al Vocabolario della Crusca” uscite dal 1817 al 1824. Gran parte della proposta era costituita dalla ricerca di errori compiuta dai vocabolaristi francesi. Questa si presentava come un’opera d’equipe composta da parti storico-linguistiche e di teoria lessicografica. Il vocabolario della Crusca era inadeguato poiché aveva una visione angusta della lingua. Queste polemiche erano appoggiate anche da Ludovico di Breme, un intellettuale piemontese, che acuiva la protesta con una critica ancor più forte nei confronti della tradizione italiana. Questo scontro tra accademici e puristi fece partire una riflessione linguistica che venne rafforzato dalla circolazione di uno scritto di Stendhal, “I pericoli della lingua italiana”, che condannava il purismo e metteva a fuoco la particolare situazione linguistica italiana, varia e artificiosa. A tentare di risolvere questo problema arrivò Manzoni che con la stesura de “I promessi sposi” maturò le sue idee che divennero poi una vera e propria teoria linguistica che collaborò con l’istaurazione della lingua più viva e meno letteraria. Manzoni lavorò sul trattato “Della lingua italiana” (pubblicato solo nel 1974); tutti i suoi scritti relativi a tale teoria furono esposti solo dopo la sua morte in quanto egli non dimostrò mai in pubblico ciò su cui stava lavorando. Egli affrontò questa questione a partire dalle sue esigenze, partendo come prima cosa dalla prosa italiana che venne definita “eclettica” poiché egli cercò di conferire alla lingua uno stile duttile e moderno che si riflettesse nella lingua letteraria ma senza le imposizioni dei puristi. Questa tendenza si nota già nella

7

seconda edizioni del Fermo e Lucia (1823) in cui venne assunto un carattere più dialettale e in cui lo stesso autore scrisse “Scrivo male: e si perdoni all’autore che egli parli di sé”. La seconda fase fu quella definita “toscano-milanese” corrisponde alla stesura dei Promessi del 1825, egli cercava di utilizzare una lingua genericamente toscana ottenuta però per via libresca, consultando vocabolari e postille. Tuttavia dopo numerose consultazioni egli non era ancora in grado di definire se le forme linguistiche da lui utilizzate fossero vive o obsolete. Es. l’uso di ‘in’ alla latina; Manzoni scrisse “Si usa? Come lo sapete? Perché il Cavalca l’ha usato una volta? E perché l’ha usato alla latina? Traducendo? Questa è l’idea dell’USO?” Il concetto di USO manzoniano si riferisce alla vita della parola in una vera comunità di parlanti e utilizza il dialetto e il francese per approfondire la sua conoscenza del toscano. Nel 1827 egli fu a Firenze e qui ebbe modo di entrare in contatto diretto con la lingua e dal 1830 la sua riflessione si sviluppò con migliore impegno dal quale nacque la nuova edizione dei Promessi (1840) e si trattava del linguaggio fiorentino dell’uso colto e nel 1847, in una lettera a Carena, espresse la propria posizione definitiva, ossia sperando che la lingua fiorentina completasse l’opera di unificazione. Secondo Manzoni il fiorentino doveva essere diffuso attraverso una politica linguistica ad opera degli insegnanti e proposta in forma di educazione popolare; inoltre proponeva la realizzazione di un Vocabolario italiano concepito su basi nuove e affiancato da dizionari bilingue. Quest’ultima fase diede però vita ad un’accesa polemica e intellettuali come Tommaseo e Lambruschini presero le distanze da Manzoni sollevando dubbi e problemi sul primato assoluto dell’uso vivo di Firenze. La teoria manzoniana ebbe comunque effetti rilevanti e i Promessi divennero il modello d’imitazione dei modelli scritti poiché pareva avere la capacità di liberare la prosa italiana dall’impaccio della retorica; questo era il tema principale dello scritto di Bonghi “Perché la letteratura italiana non sia popolare in Italia”, che uscì a puntate su un giornale di Firenze. L’azione dei manzoniani fu molto efficace poiché essi divennero una sorta di schiera pronta a combattere sul fronte dell’educazione in Italia. La borghesia italiana aveva bisogno di libri facili e concreti, come quelli di De Amicis che trasformava gli insegnamenti in aneddoti. Lo scritto “Della lingua italiana” va giudicato a posteriori della morte dell’autore perché è possibile confrontare la sua idea con quelle degli avversari; la soluzione manzoniana aveva però alle spalle una speculazione filosofica, diretta alla confutazione del pensiero materialistico del 1700; egli accettò infatti la teoria secondo la quale la lingua era un dono divino ma rifiutava il fatto che avesse potuto esistere una società senza lingua e rifiutava il fatto che il linguaggio derivasse dalle onomatopee. Dopo ciò Manzoni elaborò il principio dell’ADEGUATEZZA: una lingua viva è quella che basta a dire tutto ciò che serve in una società e che si arricchisce con il tempo. Non è accettabile il concetto della “lingua modello” perché la lingua esiste solo come atto e non come forma.

L’Ottocento fu il secolo dei dizionari; Cesari ripropose il modello della Crusca con una serie di giunte per poter esplorare ancora più a fondo il territorio antico pescando anche da autori minori (“Crusca Veronese”). Tra il 1833 e il 1842 fu pubblicato il “Vocabolario della lingua italiana” di Manuzzi ma si trattava comunque di una sorta di riproposta della Crusca, così come il “Dizionario della lingua italiana” di Cardinali e il “Dizionario della lingua italiana” di Federici e Carrer (Padova e Bologna). Entrambi i dizionari dichiararono di aver integrato la Crusca con le voci da altri Vocabolari. La somma delle “giunte” avveniva in maniera meccanica e questa debolezza si riscontra anche nella grafia perché l’asterisco era utilizzato per segnare tutte le voci provenienti dalla Crusca che in un certo modo impediva di creare un vocabolario organico ma continuava a farsi viva la netta separazione tra antico e moderno. Tra il 1829 e il 1840 la società napoletana Tramater stampò il “Vocabolario universale italiano” basato sulla Crusca ma con delle evidenti e notevoli rivisitazioni, dedicando particolare attenzione alle voci tecniche relative alla scienza, alle lettere, alle arti e ai mestieri. L’innovazione del Tramater fu quella di fornire una vera e propria definizione su base scientifica e non sulle presunte conoscenze del lettore: CANE Crusca: “animal noto” Tramer: “specie di mammifero domestico appartenente all’ordine de carnivori ad al genere dello stesso nome…”

È stato osservato che nessun vocabolario dell’Ottocento riuscì a raggiungere la qualità del Dizionario Tommaseo; quest’opera si caratterizza per l’originalità corrispondente alla personalità dell’autore. La redazione dell’opera venne fatta in accordo con Pomba (editore torinese); si trattava di un’iniziativa lontana dalla lessicografia tradizionale e per realizzare l’opera dovette rivolgersi a Tommaseo . Quest’ultimo si preoccupò di illustrare le idee morali, civili e letterarie e “molti termini civili e politici che per la prima volta entravano a far parte di un vocabolario”. Molti termini però non possedevano una

8

spiegazione oggettiva ma piuttosto umorale sulla base dell’ideologia del lessicografo. Un’innovazione fu poi la strutturazione delle voci che venivano esposte secondo un criterio logico privilegiando l’uso moderno dei termini anche se veniva comunque temperato attraverso esempi attinti dall’antico. Tommaseo, oltre agli umori e ai giudizi soggettivi riversa nel vocabolario anche un’eccezionale senso della lingua, frutto di schedature lunghissime. Manzoni non riuscì a vedere il compimento del vocabolario che aveva ispirato che uscì invece nel 1873 con il nome “Novo Vocabolario della lingua italiana secondo l’uso di Firenze” (o Giorgini-Broglio; nome dei due manzoniani che ne seguirono la stampa). Questo vocabolario non arrivò mai a un grande pubblico, anche a causa di molte iniziative lessicografico che facevano concorrenza. Alle spalle di questo vocabolario, Manzoni consultò in precedenza il “Dictionnarie de l’Academie francaise” applicando i principi esposti alla lingua italiana. Fin dall’inizio del 1800 ci fu la tendenza, nata nell’ambiente del Purismo, di riunire voci da proscrivere in uno strumento di consultazione che si opponesse ai vocabolari. Questi repertori si presentavano come musei dell’orrore, una riunione di parole da evitare; il più famoso fu quello di Fanfani e Arlià, “Lessico della corrotta italianità”. Comune a tutti i vocabolari puristici era in primo luogo la lotta ai dialettismi e francesismi; questi ultimi costituivano la prima forma di “imbarbarimento” della lingua. Come reazione, a questi vocabolari, ne nacquero altrettanti che invece difendevano e motivavano l’uso delle parole poste sotto accusa (“Dizionario di pretesi francesismi e di pretese voci e forme erronee della lingua italiana”). L’opera del Tommaseo si differenziava anche per l’attenzione particolare rivolta alle diverse accezioni e ai diversi livelli d’uso di un termine e dei suoi sinonimi (confratello, collega e socio specificità per la propia idea accessoria nonostante li legasse il vincolo sociale). Durante la maturazione dell’Unità si fece maggiore la necessità di sviluppare maggiormente il lessico tecnico, nel quale dimostrava una certa carenza. Di questo problema si occupò Carena con il “Prontuario di vocaboli attenenti a parecchie arti, ad alcuni mestieri, a cose domestiche, e altre di uso comune”. Si componeva di due parti; la prima relativa al vocabolario domestico e la seconda relativa alle arti e ai mestieri. L’opera era comunque ricca di una documentazione della lingua viva. Questo secolo fu anche ricchissimo per la produzione di vocabolari dialettali, dovuti ad una serie di concause: l’interesse romantico per il popolo e la sua cultura, la curiosità del dialetto, la storia e i documenti di questa lingua, considerata ormai con una vera e propria dignità linguistica. Lo studio intenso dei dialetti rimarcava la necessità di scoprire più a fondo l’Italia in vista dell’unità; i vocabolari dialettali, come il “Gran dizionario piemontese-italiano” si Sant’Albino, avevano la funzione di essere al servizio della lingua nazionale per poter poi comprenderla. Nel 18611 però non si poteva affermare che il Paese avesse raggiunto una corrispondente unità culturale e linguistica poiché le continue entrate degli ex stati-nazionali erano caratterizzati da profonde differenze; mancava in Italia una lingua comune della conversazione; il numero degli italofoni era ancora bassissimo, considerando, secondo uno studio del De Mauro, che prima dell’Unità circa l’80% della popolazione era analfabeta ma non tutto il restante 20% era in grado di parlare italiano. La qualifica di “alfabeta” veniva riconosciuta dopo aver frequentato almeno una scuola superiore post-elementare (a quell’epoca destinata a solo 8/9 per mille della popolazione tra gli 11 e i 18, per un totale di circa 160'000 abitanti, al quale vennero aggiunti 400'000 toscani e 70'000 romani. I toscani infatti avevano una padronanza naturale della lingua mentre i romani parlavano un dialetto che era molto toscanizzati. Il totale degli italofoni si aggira quindi intorno al 2,5% della popolazione. Con la formazione dell’Italia unita la scuola divenne obbligatoria e gratuita ovunque (secondo la legge Casati del 1859 e la legge Coppino la rese obbligatoria a tutti gli effetti). Il problema dell’insegnamento della lingua italiana era ampliamente dibattuto e soprattutto le condizioni scolastiche erano migliori nelle città e pessime nelle zone agricole; inoltre Liguria, Piemonte e Lombardia erano le regioni con minor numero di analfabeti. Il censimento effettuato nel 1911 dimostrò che la percentuale di analfabetismo si era abbassata al 40% facendo vedere come la scuola avesse inciso profondamente anche se in alcuni casi gli insegnanti utilizzavano il dialetto per le loro spiegazioni e quindi esistevano condizioni di grave disagio. Esitavano poi differenze tra i professori che seguivano una data corrente letteraria e quindi l’italiano veniva insegnato in maniera differente. Anche Carducci si occupò di scuola e fu sempre avverso ad ogni atteggiamento manzoniano, dando il proprio parere su programmi e testi scolastici e progettando un percorso basato sul sentimento “classico” della lingua letteraria.

Altre cause che portarono all’unificazione linguistica in Italia sono: 1. Azione unificante di burocrazie ed esercito;

9

2. Azione della stampa periodica e quotidiana; 3. Effetti demografici come la migrazione; 4. Aggregazione introno ai poli urbani.

Nel 1873 le teorie manzoniane furono confutate dal linguista Ascoli che nel Proemio dell’Archivio Glottologico Italiano mosse delle critiche verso il titolo “Novo vocabolario…” poiché vi era il monottongamento uo > o, contro la forma ormai largamente attestata “Nuovo”. Ascoli riteneva che l’italiano non potesse essere identificato con il fiorentino vivo e sosteneva che l’unificazione linguistica sarebbe stata raggiunta come una conquista reale e duratura solo quando lo scambio culturale della società si sarebbe ampliato. Ascoli contestava poi che si potesse applicare in Italia il modello centralistica francese, base di Manzoni, poiché la penisola andava considerata come un paese policentrico. Ancora oggi si confronta la proposta di Ascoli con quella di Manzoni, ritenendo che la forma manzoniana sia stata più diretta e più adatta al pubblico, mentre quella di Ascoli fu nota principalmente agli specialisti. Dionisotti dichiarò che il Proemio di Ascoli fosse uno dei “capolavori in senso assoluto della letteratura italiana” e sperò che questo testo potesse divenire patrimonio comune dei giovani avviati anche ad un’educazione elementare letteraria. Anche Maria Corti parlò di “valore profetico” del testo in quanto questo anticipò il processo linguistico sviluppatosi poi nell’anno successivo. Ascoli comunque dimostrò sempre una profondissima ammirazione nei confronti di Manzoni; egli fu principalmente severo con la Toscana poiché la giudicava una regione incapace di guidare il processo linguistico e guardava invece con ammirazione a Roma. Ci furono comunque molti testi toscani che si diffusero rapidamente come quello di Collodi, di De Amicis (lombardo che però scrisse in toscano) e Artrusi che seppe scrivere un manuale di arte culinaria che tutt’oggi viene ancora ristampato. GIORNALE Nel 1800 il linguaggio giornalistico acquisì un’importanza maggiore perché “dopo il fenomeno in genere di èlite dei periodici settecenteschi, il giornalismo del primo Ottocento, sotto l’influenza soprattutto francese, presentava una notevole apertura a innovazioni sia nel lessico sia nella tecnica espositiva”. Proliferavano infatti numerosi periodici con un linguaggio più semplice e nel 1850 le tirature giornalistiche aumentarono e ciò ebbe delle conseguenze pratiche, così che la prosa giornalistica iniziò ad avere un proprio stile e diventando un vero e proprio fenomeno di massa. Nel giornale si alternano voci culte e libresche a voci popolari e alcune voci regionali vengono diffuse proprio attraverso i giornali. La sintassi sviluppò la tendenza al periodare breve e spesso alla frase nominale. La lingua dei giornali è molto esposta al nuovo e fin da subito vennero introdotti termini delle parlate popolari e locali (attrezzatura, straripamento, confisca, delibera). Il giornale era inoltre composto da parti diverse, come ad esempio la pubblicità che riportava annunci contenti termini nuovi, che puntualmente venivano criticati e censurati dai puristi. PROSA Gli sviluppi della prosa ottocentesca sono di enorme importanza poiché questa fu l’epoca in cui si fondò la letteratura narrativa, principalmente attraverso Manzoni e Verga. I puristi invece si rifacevano a Cesari e Boccaccio e continuavano a scrivere in fiorentino vivo non in senso di sviluppo ma poiché vedevano in esso la continuazione e la conservazione degli scrittori antichi; spesso infatti la prosa dei puristi era ricca di arcaismi e movenze letterarie. Diversissimo era invece l’atteggiamento dei classicisti, come Monti e Leopardi, che non ebbero nessuna simpatia per i puristi. Una svolta si ebbe con l’uscita dei Promessi Sposi, che uscì in quattro edizioni differenti e venne modificata dopo che Manzoni soggiornò a Firenze e operò la cosiddetta “risciacquatura di panni in Arno”, ossia una correzione della lingua che si palesò nell’edizione del 1840. I criteri della correzione manzoniana furono:

1. Ampia espunzione dei termini lombardo-veneti con la sostituzione dei corrispettivi toscani; ad esempio l’eliminazione del termine “marrone” per ‘sproposito’.

2. Eliminazione delle forme eleganti, pretenziose, scelte, auliche e sostituzione con forme comuni e usuali.

3. Assunzione di forme tipicamente fiorentine, monottongamento di -uo> o, utilizzo di “lui” “lei” invece che “egli/ella”.

4. Eliminazione di doppioni di forme e di voci. Le scelte linguistiche hanno primariamente un intenso valore stilistico e la volontà è quella di adottare uno stile più naturale; è importante ricordare che Manzoni non fu mai schiavo delle sue correzione perché infatti mantenne certi termini che avevano lo scopo di conferire maggior solennità. Confrontando un passo delle due edizioni (27 e 40) si nota come ad esempio il termine “camerata” divenuto “compagno”, poiché la prima forma aveva un rimando relativo soprattutto alla milizia. La posizione di Manzoni è centrale sia per il valore della sua realizzazione si per l’influenza che riuscì ad esercitare su molti scrittori.

10

Ci furono però modelli di prosa che furono a margine rispetto a Manzoni, come Collodi e Fucini. Ben diversa fu invece la svolta operata da Verga nei Malavoglia; egli seppe aggiungere un “modesto tasso di sicilianità linguistica” accompagnata dall’ “elemento locale”. Egli infatti non abusò del dialetto ma tentò di adattare la lingua italiana come un plausibile strumento di comunicazioni per dei personaggi popolari siciliani. Lo scrittore adottò quindi termini siciliani dialettali conosciuti però in tutta Italia. Altra novità di Verga fu la sintassi, definita un “miscuglio del discorso diretto e di quello indiretto”; i metodi utilizzati furono:

• Aprire le virgolette riportando esattamente le parole dei personaggi “mi sono stancato di tutto ciò”; • Introdurre un discorso indiretto dove lo scrittore riporta le parole del personaggio diceva che…; • Non vengono aperte virgolette ma nella voce dello scrittore ricorrono modi che sono propri del

discorso diretto -ne aveva portate delle pietre sulle spalle, prima di fabbricare quel magazzino-; POESIA Il linguaggio poetico dell’Ottocento si caratterizza per una fedeltà alla tradizione aulica e illustre in coincidenza con l’affermazione del Neoclassicismo. Monti fu il “restauratore di un linguaggio classico sontuoso e sonante”. Anche Foscolo dimostrò ampia solennità nei Sepolcri. La tendenza all’aulicità della poesia neoclassica si individua nei frequenti iperbati così che la disposizione sintattica si discosta da quella propria della prosa e della lingua comune; il lessico viene selezionato con parole “nobili” e Cantù sostenne che per effettuare questa distinzione era necessari che “ai nomi propri si sostituisse una bella circonlocuzione” es. “aquila” “regina de’ volanti”. Il linguaggio poetico si mantenne immune da vistose novità formali e le parole nuove furono introdotte solo nella poesia giocosa; anche Manzoni si attenne alla forma tradizionale seppur senza abusare di arcaismi e parole colte. Per menzionare oggetti comuni si ricorreva alla perifrasi (“rauche di stagni abitatrici” = rane). Un’innovazione avvenne con la Scapigliatura che introdusse termini realistici conferendo un effetto di stridore. Controtendenza fu invece lo sviluppo della poesia in dialetto, come quella di Porta (milanese) e Bellini (romano) che introdussero termini ormai comuni (es. cazzata, sciocco). Il classicista Giordani però si oppose fin da subito a questo nuove forme, in particolare contro Porta, dopo che ebbe dato l’avvio alla stampa di opere letterarie in dialetto milanese; egli riteneva che l’uso dei dialetti fosse nocivo per lo sviluppo della nazione poiché i dialetti erano “moneta di rame da spendere con gente rozza o con i bambini”. Di contro i romantici milanesi erano favorevoli alla diffusione di queste opere perché lo consideravano un modo per avvicinarsi alla lingua popolare e come un metodo di trasmissione della cultura nei ceti minori.

CAP. XIII: IL NOVECENTO Gli autori vissuti a cavallo tra i due secoli, come d’Annunzio e Pascoli, testimoniano il passaggio e le trasformazioni in atto. In questo periodo la lingua italiana è sottoposta a numerose novità. La poesia di D’Annunzio non rinuncia alla nobilitazione attraverso la selezione lessicale (ippopotamo pachiderma fiumale); siamo in un contesto che comunque possiede una durezza realistica e ‘moderna’, ma il poeta non rinuncia comunque all’uso di latinismi, quali ad esempio l’uso del termine “polluto” ad intendere qualcosa di profanato, violentato. Dall’altro lato però la poesia dannunziana presenta una capacità innovativa nel campo della sperimentazione di numerosissime forme differenti e per il gusto di citare e utilizzare lingua, esempi e stilemi antichi. D’Annunzio è definito un “consumatore onnivoro di parole” che scava all’interno dei vocabolari per ricavarne tutto il possibile. Per questo motivo la sua influenza sulla lingua è stata così avvertibile e a lui si devono numerosi neologismi (velivolo, Rinascente). Inoltre D’Annunzio venne a patti anche con le esigenze del proprio tempo, come le pubblicità commerciali, l cinematografia muta. Una prima rottura con il linguaggio poetico tradizionale si ha invece con Pascoli, con i crepuscolari e con le avanguardie. Con Pascoli cade quella che era sempre stata la distinzione tra parole poetiche e non poetiche, allagando il diritto di cittadinanza a tutte le parole: sublimi, arcaiche, attuali, quotidiane, dialettismi, regionalismi e termini italo-americani. La poesia pascoliana è contraddistinta da un periodare franto, dall’inserimento di domande, esclamazione, risposte brevi, pause e rotture; è inoltre presente una precisione botanica e ornitologica. La poesia crepuscolare non fece altro che aumentare la tendenza alla prosasticità, attuando una “programmatica compressione dell’eloquenza”. Quanto all’avanguardia questa si identifica principalmente con il Futurismo che fece un appello a un provocatorio rinnovamento della forma, con l’uso di parole miste ad immagini, di caratteri differenti tra loro, dell’abolizione della punteggiatura e del largo uso dell’onomatopea (Marinetti). Questo movimento non riuscì però ad influenzare il linguaggio poetico del primo Novecento, poiché gli esiti di questa poesia non potevano andare molto lontano.

11

Le punte più innovative della prosa dannunziana si trovano nel Notturno, ossia nel testo in cui egli scrisse durante una degenza che prevedeva la sua temporanea cecità; la sintassi è caratterizzata da un periodare breve, dalla sintassi nominali, dal frequente ‘a capo’ e da elementi fonici e ritmici. D’Annunzio si pone a chiusura di un ciclo storico e al tempo stesso inaugura nuove tendenze. Un altro autore, le cui opere ebbero riflessi nel parlato, fu Pirandello; egli fu l’esatto opposto di D’Annunzio poiché egli “sta ben attento a non uscire dai moduli della lingua di tutti i giorni” e per la sua diffidenza nei confronti del dialetto come strumento letterario. Altro autore importante del primo Novecento fu Italo Svevo; egli non ebbe un rapporto facile con la lingua italiana a causa della sua provenienza e ciò si può cogliere nelle pagine de “La coscienza di Zeno”, in cui si riscontrano incertezze di tempi verbali, una vistosa formalità grammaticale, l’uso anomalo del “di”. L’autore per questo fu ampiamento criticato ma come disse Coletti “la lingua della Coscienza è anche il risultato di un progetto stilistico, di cui l’approssimazione grammaticale è elemento costitutivo”, come a dire che il monologo interiore richiedeva come strumento una lingua imperfetta, per fornire una particolare visione del mondo. La mancata adesione ai modelli del “bello” poteva anche essere intesa come una verginità, e lo fu poiché favorì una diversità e leggibilità del testo. Nel Novecento ci fu poi Federico Tozzi che introdusse nei suoi romanzi dei senesismi (astiare, bicciarsi, piaggata). Un diverso dialetto si ebbe con le opere di Gadda, nelle quali opere si affollavano vari elementi e gli addendi più saporiti erano i dialetti; egli scrisse in lombardo, in romanesco e in molisano. Egli utilizzava il dialetto per fornire un effetto di deformazione, con l’alternarsi di termini ‘alti’ e turpiloqui (Pasticciaccio: “radiosi destini” vs. “er controcazzo”). Vi è poi l’impiego di esotismi, tecnicismi e inserti di lingua straniera.

L’oratoria del Primo Novecento richiama il tema dei discorsi mussoliniani, che come modello ripresero quello del periodare breve e incisivo con riprese frequenti di D’Annunzio. L’oratoria si avvicinava sempre più ad un ideale di parlato cdi sapore teatrale. Nella lingua del fascismo di Mussolini vi erano questi caratteri: abbondanza di metafore religiose, militari, equestri, tecnicismi ‘romani’, ossessione dei numeri. Mussolini fu il primo a riuscire a fare dell’oratoria una vera e propria arte della persuasione di massa; egli aveva un particolare tipo di dialogo con la folla che rispondeva con l’ovazione collettiva lunghi silenzi dell’oratore seguiti dalle acclamazioni. Nel linguaggio mussoliniano aveva particolare rilievo lo slogan e il luogo comune e alcuni riscontri si trovano nelle numerose lettere che venivano inviate al duce, prodotte da semicolti che mostravano un buon assorbimento die moduli linguistico-retorici dominanti. Si ebbe ad esempio una lettera di un quindicenne genovese che scrisse: “Eccellenza, / sono un giovane ragazzo dell’Italia Fascista e Imperiale che Le scrive queste poche ma fedeli righe. / Da tempo combatto la più tenace e irresistibile tentazione che possa, in questa fulgida Era Fascista, sopportare il cuore di un giovane.” Una questione non del tutto concordata è quella che interessava invece la retorica della Sinistra; questa era molto varia e diversificata a seconda di chi viene preso in questione. La retorica di De Amicis aveva punte ampollose e magniloquenti; più controllata e razionale era quella di Turati; Gramsci proponeva invece uno stile lucido e razionale, sostenendo che la lingua dovesse essere univoca e che era inaccettabile che ci fossero due lingue e due stili diversi a seconda della classe di appartenenza. Egli fu anche maestro di giornalismo. Nei suoi scritti comunque non mancano artifici retorici, di tipo sintattico, utilizzati per convincere e muovere l’uditorio. La crescita dell’Italia unita promosse finalmente una struttura universitaria moderna che comportò la circolazione del sapere fuori dalle Accademie. Importantissimo in questo campo fu Hoepli, un imprenditore abilissimo che ideò una seria di volumetti tascabili, finalizzata all’applicazione pratica del sapere e concernente numerosissimi argomenti. Questi libri ebbero e hanno ancora oggi una larghissima utenza, e dal punto di vista della lingua vi era un’ampia terminologia tecnico-scientifica. L’ottocento si era chiuso con una certa bipolarità nel linguaggio saggistico-argomentativo: da un lato una tendenza all’aulico arcaicizzante e dall’altro una tendenza eccessiva al parlato. L’obiettivo era quello di creare una lingua media e la lezione più importante fu fornita da Croce, con la sua scrittura limpida, chiara e moderna. In altri casi però la prosa del primo Novecento si dimostrò meno razionale, come quella di Gentile, ci fu poi Einaudi che si collocò tra “i migliori prosatori del secolo” grazie alla sua fedeltà al costume prostatico di fine Ottocento, alla leggerissima velatura patriarcale che produceva un certo distacco.

Il fascismo ebbe una chiara politica linguistica che si manifestò sempre in maniera autoritaria e attraverso due espedienti: la battaglia contro i forestierismi e la repressione delle minoranze etniche; meno vistosa fu invece la polemica antidialettale. La più grave fu sicuramente la repressione delle minoranze etniche che

12

comportò l’imposizione dell’italiano in Val d’Aosta (che dopo la guerra provocò un sentimento separatista), in Alto Adige (atteggiamenti di ribellione, distacco e terrorismo), dove chi aveva un cognome stranieri o fu costretto ad italianizzarlo. Nella lotta contro i forestierismi si ebbe un crescendo di iniziative accompagnate da leggi e regolamenti. Le parti straniere all’interno dei film venivano tagliate, nel 1940 si vietò l’uso di termini stranieri nell’insegna delle ditte e nelle attività professionali o pubblicitarie. Fu durante il Fascismo che venne fondata la rivista “Lingua Nostra”. Furono poi pubblicati vari elenchi di parole proscritte con i relativi sostituti. Con l’arrivo della Repubblica la normativa sulla lingua fu abolita e ci furono in seguito interventi contro l’uso “sessista” della lingua italiana, in nome della parità tra uomo e donna.

All’inizio del Novecento la Crusca tentò di concludere una nuova versione del suo vocabolario ma la mole dell’opera era davvero notevole e la realizzazione si trascinò stancamente; inoltre le idee di Benedetto Croce erano avverse ad ogni “lingua modello” e al toscanismo in genere. Quando poi, nel 1923, Gentile divenne ministro della Pubblica Istruzione, fu tolta alla Crusca il compito di preparare il nuovo vocabolario fu invece affidato all’Accademia d’Italia. Questa, guidata da Bertoni, riuscì’ però soltanto ad arrivare al primo volume. Questo vocabolario procedete però all’eliminazione di molti voci antiche e alla necessità dell’accettazione di vocaboli nuovi per designare nuove cose. Gli editori erano coscienti del fatto che i vocaboli “non s’impongono per autorità né di Accademia né do decreti” (nonostante fossero loro a emanare i decreti). Un esempio innovativo di tale Vocabolario era il criterio di citazione degli esempi, una sorta di compromesso tra la forma tradizionale di Crusca e Tommaseo e quella del Giorgini- Broglio. Qui venivano citati gli scrittori ma solo come documentazione in uso. Nel 1939 fu poi pubblicato per l’EIAR il “Prontuario di pronunzia e di ortografia” che lanciò la formula dell’”asse Roma-Firenze”.

Negli anni del dopoguerra Paolini notò che qualcosa stava cambiando; egli fece un intervento nella ‘questione della lingua’ che pubblicò con il titolo di “Nuove questioni linguistiche”, ossia una vera e propria analisi sociolinguistica della situazione presente. Egli sostenne che fosse nato un nuovo italiano i cui centri irradiatori stavano al nord e riteneva che fosse nato l’”italiano come lingua nazionale”. Pasolini arrivò a delineare alcune delle caratteristiche che sarebbero state proprie di questo: 1) semplificazione sintattica, con la caduta di forme idiomatiche e metaforiche; 2) drastica riduzione dei latinismi; 3) prevalenza dell’influenza tecnica rispetto a quella della letteratura. L’autore poi decise di operare una classificazione degli scrittori analizzando la tipologia stilistica e collocandoli al di sotto o al di sopra di un’ipotetica linea dell’italiano letterario. Egli distingueva:

I. Una linea dell’italiano medio; anonimo, a-letterario, di opere banali d’intrattenimento; II. Una linea bassa; prosa dialettale; III. Una linea alta; di scrittori di indubbio valore. Questa era suddivisa a sua volta in gradini pronti

ad accogliere tutti coloro che si erano allontanati dal livello medio; sul gradino più alto stava il linguaggio iperletterario degli ermetici.

Egli però collocò sé stesso e Gadda su una linea serpentina che toccava tutti e tre i livelli. Diversi anni dopo Pasolini intervenne ancora su questi temi, rivendicando la funzione rivoluzionaria dei dialetti e lamentando l’imbarbarimento del linguaggio giovanile. Egli sembrò privilegiare gli esperimenti del plurilinguismo ai quali attribuiva una funzione stilistica e documentaria; questa attenzione era molto influenzata dalla moda diffusa in quegli anni, legata al prestigio del linguista Contini. Gli autori che in passato scelsero di adottare la lingua media (Calvino, Bassola, Cassani) sono però coloro che ancora oggi vengono letti e vengono insegnati a scuola. La scelta tra le diverse soluzioni stilistiche resta comunque ancora aperta poiché lo scrittore odierno ha una libertà grandissima e può imboccare sia una strada sia l’altra. È necessario ricordare che per molti autori del Novecento, il dialetto rappresentò una fonte di arricchimento linguistico e, come dimostra l’opera “Il partigiano Johnny” di Fenoglio (scritta in italiano e in inglese) arrivarono al meritato successo nonostante le critiche e le incomprensioni iniziali. Più difficile ancora fu sintetizzare le tendenze della lingua poetica, dove però si collocano eccezionali autori, quali Ungaretti, Montale e Saba che riuscirono a far confluire una grande varietà di soluzioni linguistiche e un’apertura al linguaggio quotidiano e comune. Nella lirica “Per Finire” di Montale si possono notare diverse novità:

13

raccomando ai miei posteri (se ne saranno) in sede letteraria, → linguaggio burocratico il che resta improbabile, di fare → linguaggio quotidiano un bel falò di tutto che riguardi → senza ‘ciò’ ha un valore poetico alto la mia vita, i miei fatti, i miei nonfatti. → neoformazione lessicale Non sono un Leopardi, lascio poco da ardere Ed è già troppo vivere in percentuale. Vissi al cinque per cento, non aumentate →impoetica percentuale numerica La dose. Troppo spesso invece piove Sul bagnato.

Pasolini prospettava una rivoluzione nella storia dell’italiano, usando uno stile immaginoso da poeta dilettante di linguistica e sociologia. Era troppo annunciare la nascita di un “nuovo italiano tecnologico” o il prevalere della comunicazione sull’espressione poiché le lingue cambiano lentamente e non dal nulla. Già nel Novecento vi era stata una perdita dei dialetti e dell’espressività gergale “borgata”. Tuttavia un cambio linguistico era avvenuto indubbiamente e ciò è dimostrato dai dati sull’analfabetismo che mostrano come nel 1861 il 75% della popolazione era analfabeta, mentre un secolo dopo la percentuale si era ridotta all’8%. I sondaggi mostrarono poi come lentamente il dialetto venne perso a vantaggio della lingua italiana. Il dialetto non è però certo morto, anche se viene utilizzato con delle differenze: più dai vecchi che dai giovani, più al Sud che al Nord, più in campagna che in città. I dialetti hanno subito un processo di ‘italianizzazione’. Negli anni Sessanta e Settanta la fabbrica svolse una funzione di ‘scuola’, promuovendo e integrando masse di origine contadina; le testimonianze dirette degli operai dimostrano piena coscienza di questo processo, in larga parte linguistico. Il delegato delle fabbriche aveva il compito di imparare a parlare, di organizzare assemblea, di comunicare informazioni ai capi e si poneva quindi come una bassa figura rispetto a quella del sindacalista della Commissione interna. In quegli anni maturava anche un rinnovamento del linguaggio delle lotte politiche operaie, ereditato dal linguaggio della Resistenza. Esemplari erano i comunicati trasmessi dai movimenti politici affermati nel ’68, o dai volantini della Brigate Rosse, che si caratterizzavano per la totale mancanza di inibizione e una forte carica di trasgressività (“incazzarsi, far casino, presi per il culo”). Il linguaggio politico della tradizione moderata, chiamato ironicamente “Politichese”, si sviluppava attraverso espedienti atti all’elusione, alla reticenza, all’evasività e soprattutto erano ricchi eccessivamente di tecnicismi burocratici, economici e giornalistici. La radio italiana nacque nel 1924 e la televisione cominciò a trasmettere nel 1954; la sua funzione fu affiancata a quella dei media poiché le trasmissioni televisive raggiungevano anche le zone geografiche in cui vi erano le popolazioni più isolate e a basso reddito. La televisione tramette altri linguaggi, relativi anche al tipo di programma trasmesso. I media TV per la prima volta furono diffusori di tecnicismi, esotismi, neologismi. Un altro problema è quella di stabilire quanto abbia contato la tv per la diffusione delle forme regionali: RAI = romano, MEDIASET = milanese. Il linguaggio dei giornali ha continuato a svolgere un’importante funzione, affiancato dai nuovi media; secondo Mengaldo l’Italiano dei migliori giornali poteva forse costituire un piccolo argine contro la bassa qualità media di quello televisivo; si trattava comunque di un modello scritto che si contrappone ad uno prevalentemente parlato. Il quotidiano è “il tramite fondamentale fra l’uso colto e letterario dell’italiano e la lingua parlata”; nel giornale si trovano una pluralità di sottocodici e di registri differenti. La creazione dei derivati (sprintare, velocista, discesista) è una delle forme di arricchimento della lingua. Il luogo di maggior originalità del linguaggio si ha nel titolo, il quale deve essere rapido e interessante, così da colpire subito il lettore.

Il linguaggio delle pubblicità è invece basato sullo slogane e ha avuto la funzione di diffondere termini tecnici e forestierismi; lo slogan deve colpire il lettore e deve favorire il comportamento di un potenziale acquirente. Il linguaggio pubblicitario è ricco di superlativo (-issimo) e di prefissi (iper, super, extra, mega);

14

inoltre favorisce la formazione di composti e di parole macedonia (ammazzasete); vi è poi l’uso di sostantivi giustapposti (determinato-determinante), giochi di parole e neologismi, ampio uso della retorica con espedienti spesso simili al linguaggio poetico.

L’Italiano “di uso medio” è una categoria definita da Sabatini sulla base di una serie id fenomeni grammaticali e che si caratterizza per l’accoglienza di fenomeni del parlato, tenuti però a freno dalla norma grammaticale. (elenco pg. 448) Queste caratteristiche interessano anche i parlanti istruiti. Questo italiano a volte viene scritto anche se si stratta di documenti di basso livello. Anche Renzi ha elencato caratteristiche innovative dell’italiano contemporaneo.

15

non sono stati rilasciati commenti
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 15 totali
Scarica il documento